Un corpo senza pelle4′ di lettura

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra di Sumia Sukkar

Ros­so rubi­no è il colo­re pre­fe­ri­to da Adam, è il colo­re che ema­na da sua sorel­la Yasmi­ne quan­do è feli­ce. La sua risa­ta è diver­ten­te: è come sbuc­cia­re una mela su una super­fi­cie bagna­ta e splen­den­te. Il gri­gio è il colo­re del­la nega­ti­vi­tà, Gusta­ve Aschen­bach di Mor­te a Vene­zia pul­sa di gri­gio, deve esse­re cat­ti­vo, il gri­gio è il colo­re dei bul­li che lo tor­men­ta­no a scuo­la. L’arancio mesco­la­to al blu è il ter­ro­re negli occhi di qual­cu­no. Il vio­la è il colo­re del­la mor­te, il colo­re che esa­la­va dal­la bara di mam­ma quan­do se ne è anda­ta. Adam capi­sce i colo­ri, il loro alfa­be­to e se ne ser­ve per dipin­ge­re il suo mon­do, che si ridu­ce alla casa che è anche il suo san­tua­rio, un luo­go in cui può nutri­re le sue osses­sio­ni e dove gli altri le rispet­ta­no. Sa esat­ta­men­te qua­li mat­to­nel­le sal­ta­re per arri­va­re al fri­go sen­za che acca­da nul­la di brut­to, sa come sal­ta­re dal­la soglia di came­ra sua al let­to schi­van­do il tap­pe­to, sa quan­ti pas­si a destra fare pri­ma di uno a sini­stra, cono­sce gli umo­ri dei suoi cari: baba, che tor­na a casa tut­te le sere alle 16:48, i suoi Tareq e Kha­led con cui non par­la mai per­ché la sua voce si rifiu­ta di usci­re dal­la gola, suo fra­tel­lo Isa e sua sorel­la Yasmi­ne con cui rie­sce a comu­ni­ca­re anche se non ama mol­to far­lo. Vive in un mon­do gover­na­to da rego­le e abi­tu­di­ni che non rie­sce a deci­fra­re. Adam non capi­sce le men­zo­gne: per­ché le per­so­ne, scel­go­no di rac­con­ta­re qual­co­sa che non è acca­du­to tra­la­scian­do inve­ce qual­co­sa che è acca­du­to? Adam non capi­sce le bar­zel­let­te, ma sa ride­re, solo Yasmi­ne e il suo ami­co e vici­no di casa Ali san­no come far­lo ride­re. Adam non capi­sce le meta­fo­re, ma ne usa a pie­ne mani per inter­pre­ta­re le emo­zio­ni. Adam non capi­sce la guer­ra: per­ché qual­cu­no dovreb­be voler fare del male a qual­cun altro, pri­var­lo del­la vita o del­le mani o del suo bam­bi­no non nato, o del­la casa o di tut­to que­sto insie­me? Que­ste cose lo con­fon­do­no, il ver­de del­la malat­tia lo rat­tri­sta e in que­ste occa­sio­ni bat­te­re i pie­di, don­do­lar­si, con­ta­re, non basta a cal­mar­lo, ha biso­gno di tira­re l’elastico che ha al pol­so una, due, mil­le vol­te, anche se il rumo­re infa­sti­di­sce baba e i segni ros­si si fan­no sem­pre più marcati…

Adam pro­cla­ma di non capi­re le emo­zio­ni, ma, con l’irrompere del­la guer­ra nel­la sua vita, con l’instabilità cre­scen­te dei pila­stri che sor­reg­go­no il suo mon­do, la fuga da Alep­po ver­so la sal­vez­za a Dama­sco, la fame, la sete, il dolo­re, le feri­te sue e dei suoi fami­lia­ri, le per­di­te, i distac­chi tem­po­ra­nei o defi­ni­ti­vi che sia­no, tut­ta la sua esi­sten­za è scar­di­na­ta, il blu­ma­ri­no e il bian­co­ne­ve ‒ i colo­ri del­la mor­te e del dolo­re e del­la per­di­ta ‒ sono sem­pre più pre­sen­ti, ecco che le emo­zio­ni gli flui­sco­no attra­ver­so, gli sfer­za­no la car­ne, non ha più bar­rie­re né pel­le per difen­der­si. Non riman­go­no che il gat­to Liqui­ri­zia e un orec­chio che nascon­de in tasca e tira fuo­ri quan­do ha biso­gno di con­fi­dar­si, di river­sar­ci den­tro il mare di dolo­re e con­fu­sio­ne che lo sof­fo­ca. La sin­dro­me di Asper­ger de Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra è una par­te essen­zia­le del libro esat­ta­men­te quan­to la guer­ra. Adam rac­con­ta se stes­so e ciò che gli è ester­no attra­ver­so l’unico alfa­be­to che gli è fami­lia­re: i colo­ri; le sue osses­sio­ni sono la bar­rie­ra di dife­sa tra un ragaz­zo che sem­bra vive­re gli even­ti attra­ver­so un cor­po sen­za pel­le, tut­to lo toc­ca in manie­ra dolo­ro­sa e stor­den­te, il mon­do suo­na le sue note sto­na­te e caco­fo­ni­che strim­pel­lan­do diret­ta­men­te sul­le cor­de dei suoi ner­vi. La voce di Yasmi­ne, che si alter­na alla sua nel rac­con­to del­la fuga, è inve­ce poten­te, sten­to­rea, qua­si dolo­ro­sa­men­te con­cre­ta. È una don­na appas­sio­na­ta, una com­bat­ten­te riso­lu­ta, che ha paga­to col pro­prio cor­po il prez­zo del­la ribel­lio­ne, che ha rinun­cia­to a mol­to per amo­re di Adam e che gui­de­rà tut­ta la fami­glia nel­la mar­cia mas­sa­cran­te attra­ver­so il deser­to, si pren­de­rà cura di tut­ti, di Ami­ra e del bam­bi­no fan­ta­sma che abi­ta nel suo cor­po, di Kha­led sen­za mani, di Ali e Adam e Tareq; pren­de deci­sio­ni dure come lasciar anda­re via ver­so la sal­vez­za baba mala­to; ingo­ia il dolo­re del­la per­di­ta di Isa e sop­por­ta le tor­tu­re e il car­ce­re. Un libro com­ples­so, poten­te, che affron­ta due temi dif­fi­ci­lis­si­mi con leg­ge­rez­za e ori­gi­na­li­tà non disgiun­te da una pro­fon­da capa­ci­tà di inda­gi­ne, un testo in cui tut­to ha un suo sen­so e con­tri­bui­sce a decli­na­re e dise­gna­re le emo­zio­ni di Adam e di tut­ti gi atto­ri di un dram­ma che da nazio­na­le si fa inti­mo, per­so­na­le. Mol­to signi­fi­ca­ti­va è la scel­ta dell’autrice di non usa­re le maiu­sco­le per alcu­ni nomi pro­pri o di usar­le in un cer­to modo per dare for­za gra­fi­ca agli sta­ti d’animo. Nel com­ples­so un bel­lis­si­mo libro, a par­ti­re dal­la veste edi­to­ria­le cura­tis­si­ma impre­zio­si­ta da una stu­pen­da coper­ti­na e da un cameo in pri­ma pagi­na che sin­te­tiz­za il tema del libro.

Man­gia­li­bri, Lisa Puzel­la, 11/01/2016

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