UN UOMO NON PIANGE MAI3′ di lettura

UN UOMO NON PIANGE MAI di Faïza Guène

In un mede­si­mo ter­re­no pos­so­no cre­sce­re tan­ti albe­ri di diver­se spe­cie. Tut­ti pos­so­no pro­spe­ra­re e dare i frut­ti miglio­ri, come tut­ti pos­so­no pur­trop­po anche sec­car­si o mar­ci­re. Rispon­de­ran­no a quell’humus in manie­ra dif­fe­ren­te, affon­dan­do o meno nel pro­fon­do le pro­prie radi­ci. Ma, cia­scu­no le pro­prie, non potrà rin­ne­gar­le. Espian­ta­ti o tra­pian­ta­ti, con la pro­pria lin­fa. Sen­za che que­sto por­ti in sé un’accezione nega­ti­va, tutt’altro. Poi­ché è stu­pe­fa­cen­te come si sia, alcu­ni ace­ro, altri abe­te, fag­gio, noce… Semi in gra­do di ger­mo­glia­re, frut­ti inca­pa­ci di cader trop­po lon­ta­ni dal­la pian­ta, rami impos­si­bi­li­ta­ti a taglia­re il pro­prio tron­co.
Com’è nel roman­zo Un uomo non pian­ge mai di Faï­za Guè­ne, edi­to da Il Siren­te per la col­la­na Altria­ra­bi migran­te e tra­dot­to dal fran­ce­se a ope­ra di Fede­ri­ca Pisto­no, che a que­ste ulti­me due meta­fo­re dedi­ca il tito­lo di altret­tan­ti capi­to­li. E spie­ga: “Lei cono­sce la sto­ria di Babar, il re degli ele­fan­ti? (…) Babar cam­mi­ne­rà impet­ti­to su due zam­pe, indos­se­rà com­ple­ti­ni a tre pez­zi, un cra­vat­ti­no, gui­de­rà un auto deca­pot­ta­bi­le ma sarà sem­pre un ele­fan­te”.
Ecco, que­sto è un libro che, con ridan­cia­no cini­smo, non man­ca occa­sio­ne di sot­to­li­nea­re come la “spe­ci­fi­ci­tà rin­ne­ga­ta” sia una frat­tu­ra, un’incongruenza basi­la­re, ove spes­so si are­na la veri­di­ci­tà di ogni discor­so sull’integrazione. E appun­to evi­den­zia, qua­si riga per riga, la let­tu­ra, pro­fon­da­men­te auto-iro­ni­ca, che del mon­do ren­de il pro­ta­go­ni­sta Mou­rad. Gio­va­ne alge­ri­no natu­ra­liz­za­to fran­ce­se o gio­va­ne fran­ce­se di ori­gi­ni alge­ri­ne, come dovrem­mo defi­nir­lo? Qua­li con­fi­ni, les­si­ca­li e geo­gra­fi­ci, dovrem­mo resti­tuir­gli?
Quel­lo che con­si­de­ro trau­ma­tiz­zan­te è que­sta con­trad­di­zio­ne — dirà lui a un trat­to del roman­zo — Voglio dire, per esse­re com­ple­ta­men­te fran­ce­si, biso­gne­reb­be riu­sci­re a nega­re una par­te del­la pro­pria ere­di­tà, del­la pro­pria iden­ti­tà, del­la pro­pria sto­ria, del pro­prio cre­do… E, per­fi­no ammet­ten­do che sia pos­si­bi­le riu­scir­ci, si ver­reb­be ripor­ta­ti con­ti­nua­men­te alle pro­prie ori­gi­ni. A che sco­po, allo­ra?
Mou­rad, lui, che in pri­ma per­so­na nar­ra que­sto perio­do di malat­tia del padre, lascian­do per altro pre­su­me­re (la dedi­ca indi­ca) un trat­to mol­to auto­bio­gra­fi­co nel rac­con­to di que­sta autri­ce, nata in Fran­cia da geni­to­ri alge­ri­ni e accol­ta “in patria” come por­ta­vo­ce del­le ban­lieue. Lui, che sem­pre lega un epi­so­dio attua­le a un ricor­do di infan­zia, ogni capi­to­lo, soven­te esem­pli­fi­can­do “di pan­cia” nel cibo lo “scon­tro di cul­tu­re”. Com’è ad esem­pio per lo zio Aziz, che sus­sur­ra­va all’orecchio dei mon­to­ni pri­ma di tagliar loro la gola, por­ta­to alla memo­ria da un costo­sis­si­mo ham­bur­ger alla tar­ta­ra: “ecco un tipo di inte­gra­zio­ne in cui non mi rico­no­sce­vo”. Lui, Mou­rad, che, non può dir­lo, ma ormai pre­fe­ri­sce le brio­che al rabar­ba­ro ser­vi­te dal mag­gior­do­mo Mario rispet­to ai makrout e ai gri­wouch amo­re­vol­men­te pre­pa­ra­ti dal­la madre.
Così muo­vo­no i per­so­nag­gi del rac­con­to, cal­za­ti nel­le pro­prie carat­te­riz­za­zio­ni: dal­la madre asfis­sian­te alla sorel­la iper-eman­ci­pa­ta, da chi vuo­le il rim­pa­trio a chi la pro­pria rivin­ci­ta, pas­san­do per il padre (che alla fine ce l’ha con l’indiano che pre­ga Ganesh). Un padre che smen­ti­sce il tito­lo del volu­me e pian­ge: per la figlia ritro­va­ta, per il signi­fi­ca­to di un record spor­ti­vo… Per­ché “nes­su­no ripar­te mai da zero, nem­me­no gli ara­bi, che lo zero lo han­no inven­ta­to, come dice­va mio padre”. Così cia­scu­no di noi por­ta uno sta­to “non zero” nel mon­do. Por­tia­mo il nostro, incon­tria­mo l’altrui. Con dirit­to a un suo­lo, per il nostro albe­ro.

San­zia Mile­si per il Colo­phon

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