A breve “Fuori da Gaza” dell’autrice anglo-palestinese Selma Dabbagh

Originale e vivida, una nuova voce piena di energia che rimette in scena la storia palestineseAhdaf Soueif

 

Definito dalla BBC Radio ‘Incendiario’, Guardian Book of the year per due anni consecutivi, Fuori da Gaza segue le vite di Rashid e Iman nel loro tentativo di costruirsi un futuro nel bel mezzo dell’occupazione, il fondamentalismo religioso e le divisioni tra le varie fazioni palestinesi. Ambientato tra Gaza, Londra e il Golfo.

Un libro che cat­tu­ra le fru­stra­zio­ni e le ener­gie del mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo. Scrit­to con un’incredibile uma­ni­tà e sen­so del­lo humor, dà al let­to­re la pos­si­bi­li­tà di vive­re una sto­ria di “ordi­na­ria” vita pale­sti­ne­se. Ti tra­sci­na fino all’ultima pagina.

Gaza è sot­to bom­bar­da­men­to israe­lia­no, sono le 8:00 di sera e Rashid sta fuman­do uno spi­nel­lo sul tet­to del­la casa di fami­glia, ha appe­na rice­vu­to una noti­zia impor­tan­te: ha vin­to una bor­sa di stu­dio per Lon­dra, la via di fuga che sta­va aspet­tan­do. Iman, la sua sorel­la gemel­la, un’attivista mol­to rispet­ta­ta per l’impegno sul cam­po, vie­ne con­tat­ta­ta dall’ala isla­mi­ca del cen­tro cul­tu­ra­le che fre­quen­ta: le pro­pon­go­no di far­si esplo­de­re in un atten­ta­to sui­ci­da… Ambien­ta­to tra Gaza, Lon­dra e il Gol­fo, “Fuo­ri da Gaza”, segue le vite di Rashid e Iman nel loro ten­ta­ti­vo di costruir­si un futu­ro nel bel mez­zo dell’occupazione, il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e le divi­sio­ni tra le varie fazio­ni pale­sti­ne­si. Scrit­to con un’incredibile uma­ni­tà e sen­so del­lo humor,“Fuori da Gaza”ripercorre le recen­ti vicen­de di un popo­lo, dan­do al let­to­re la pos­si­bi­li­tà di calar­si in una sto­ria di “ordi­na­ria” vita palestinese.

Sel­ma Dab­ba­gh (Dun­dee, Sco­zia, 1970) è una scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di padre pale­sti­ne­se e madre ingle­se. La par­te pale­sti­ne­se del­la fami­glia di Sel­ma vie­ne da Jaf­fa, dove suo non­no è sta­to arre­sta­to nume­ro­se vol­te dagli ingle­si per le sue opi­nio­ni poli­ti­che. La fami­glia fu costret­ta a lascia­re Jaf­fa nel 1948, quan­do suo padre, allo­ra un ragaz­zo di die­ci anni fu col­pi­to da una gra­na­ta get­ta­ta dai grup­pi sio­ni­sti. La fami­glia si è rifu­gia­ta in Siria per poi tra­sfe­rir­si in diver­se par­ti del mon­do. Sel­ma Dab­ba­gh ha vis­su­to in Ara­bia Sau­di­ta, Kuwait, Fran­cia e Bah­rein e ha lavo­ra­to come avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni a Geru­sa­lem­me, Il Cai­ro e Lon­dra. “Fuo­ri da Gaza” è il suo pri­mo e accla­ma­to roman­zo, Guar­dian Books of the year per due anni con­se­cu­ti­vi è sta­to tra­dot­to in fran­ce­se e arabo.

Tra­dot­to dall’inglese da Bar­ba­ra Benini.

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Kaouther Adimi e l’eterno paradosso dell’Algeria

Intervista all’autrice di “le ballerine di Papicha”  di Francesca Del Vecchio

Tabù, silenzi e solitudine

Il pri­mo roman­zo di Kaou­ther Adi­mi, gio­va­ne autri­ce alge­ri­na, si inti­to­la Le bal­le­ri­ne di papi­cha. Pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 2011, è arri­va­to in Ita­lia solo quest’anno, edi­to da Il Siren­te. Oggi, men­tre in Fran­cia esce il suo ulti­mo lavo­ro, Nos Riches­se, s’intravede nel suo per­cor­so nar­ra­ti­vo una par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla soli­tu­di­ne del­le ani­me, ai tabù e ai silen­zi tra gene­ra­zio­ni a con­fron­to. Anche in Le bal­le­ri­ne di papi­cha, Adel, Sarah, Kamel, Yasmi­ne, Mou­na, Tarek, Haji Yous­sef, Ham­za, com­pon­go­no uno stra­va­gan­te album foto­gra­fi­co fami­lia­re, esi­sten­ze intrec­cia­te eppu­re indi­pen­den­ti; per­so­ne che vivo­no sot­to lo stes­so tet­to ma che non par­la­no mai dav­ve­ro tra loro. Que­sto roman­zo inti­mo è tale non solo per via dei lega­mi di paren­te­la che inter­cor­ro­no tra i per­so­nag­gi, ma anche per­ché le sto­rie dei sin­go­li sono la meta­fo­ra dell’Algeria: ognu­no con la pro­pria vita, e non esi­sto­no pro­get­ti comuni.

Che pae­se è oggi il suo?

È una doman­da piut­to­sto dif­fi­ci­le; ho la mia visio­ne del­le cose, e la mia voce non può cer­to esse­re acco­sta­ta a tut­ti gli alge­ri­ni. Ma que­sto è un pae­se com­pli­ca­to, un con­ti­nuo para­dos­so. Sia­mo il risul­ta­to di una sto­ria, scos­sa trop­pe vol­te, tra Orien­te e Occi­den­te, all’incrocio tra Euro­pa e Afri­ca. In Alge­ria, ognu­no pen­sa a se stes­so, cia­scu­no è inca­stra­to nel­la pro­pria sto­ria personale.

Un po’ come i pro­ta­go­ni­sti del suo romanzo?

Cre­do che que­sta fami­glia sia la meta­fo­ra stes­sa dell’Algeria: quel­le di cui par­lo, sono tre gene­ra­zio­ni che vivo­no sot­to lo stes­so tet­to, in un palaz­zo del quar­tie­re popo­la­re di Alge­ri. Cia­scun per­so­nag­gio ha il suo “ritrat­to” per­so­na­le. E que­sto mi è ser­vi­to per trat­teg­gia­re gli intrec­ci fami­lia­ri di cui si com­po­ne il roman­zo: madri e figli che comu­ni­ca­no tra loro, sen­za mai par­la­re veramente.

Ogni per­so­nag­gio è dota­to di una spic­ca­ta dimen­sio­ne psi­co­lo­gi­ca e que­sto è indi­ce di una buo­na riu­sci­ta. Si è ispi­ra­ta a qualcuno?

Sono per­so­nag­gi inven­ta­ti, ma come ogni roman­zie­re, ho attin­to dal­la real­tà alcu­ne carat­te­ri­sti­che, che ho poi distri­bui­to qua e là tra i miei per­so­nag­gi: all’epoca del­la scrit­tu­ra del libro, nel 2009, vive­vo anco­ra ad Alge­ri. Era­va­mo appe­na venu­ti fuo­ri dagli anni del ter­ro­ri­smo, abbia­mo vis­su­to un momen­to che sem­bra­va eufo­ria. In real­tà si face­va la con­ta dei mor­ti e sta­va­mo all’erta, in atte­sa di un nuo­vo ordi­ne di copri­fuo­co. Una gene­ra­zio­ne, la mia, cre­sciu­ta all’ombra di qual­co­sa di spa­ven­to­so; per que­sto mol­te del­le carat­te­ri­sti­che dei miei per­so­nag­gi sono tipi­che del­la gen­te che vive il Paese.

Tut­ti i tuoi per­so­nag­gi sono pro­ble­ma­ti­ci e irri­sol­ti. Tran­ne uno: Mou­na. È un auspicio?

Mou­na è il per­so­nag­gio su cui vole­vo foca­liz­za­re l’intero libro. Il tito­lo alge­ri­no è un rife­ri­men­to a que­sto per­so­nag­gio – “papi­cha”, in alge­ri­no vuol dire “ragaz­za gra­zio­sa” – che è gio­va­ne, alle­gra, friz­zan­te. A Mou­na non impor­ta cosa pen­sa­no gli altri. E que­sta è la spe­ran­za miglio­re per tut­to il paese.

L’edizione fran­ce­se e quel­la alge­ri­na han­no tito­li diver­si. Come mai?

Il tito­lo ori­gi­na­le in ara­bo, Le bal­le­ri­ne di Papi­cha, non ha con­vin­to l’editore fran­ce­se per­ché “papi­cha” è una paro­la del ger­go alge­ri­no (in par­ti­co­la­re di Alge­ri e del­la sua regio­ne) di dif­fi­ci­le com­pren­sio­ne per il let­to­re fran­co­fo­no. Così abbia­mo deci­so di inven­ta­re un nuo­vo tito­lo: L’envers des autres. Quan­do sia­mo pas­sa­ti all’italiano, abbia­mo deci­so di tor­na­re alla ver­sio­ne originale.

Il suo libro ha riscon­tra­to un gran­de suc­ces­so di pub­bli­co in Fran­cia. Cosa si aspet­ta dal quel­lo italiano?

Sono mol­to curio­sa di sape­re come rea­gi­rà al mio roman­zo. Uno dei miei libri pre­fe­ri­ti è ita­lo-alge­ri­no: Scon­tro di civil­tà per un ascen­so­re a Piaz­za Vit­to­rio, di Ama­ra Lakhous. Sono, quin­di, mol­to feli­ce per la tra­du­zio­ne e la pubblicazione.

Il suo ulti­mo libro, Nos riches­ses, rac­con­ta anco­ra di una gene­ra­zio­ne “inter­rot­ta”?

In Nos riches­ses, par­lo del perio­do colo­nia­le alge­ri­no attra­ver­so il dia­rio imma­gi­na­rio di Edmond Char­lot, il pri­mo edi­to­re di Albert Camus. Ma è anche la sto­ria di un quar­tie­re di oggi, 2017, in cui c’è anco­ra la stes­sa libre­ria aper­ta da Charlot.

L’Indice on-line

Fran­ce­sca Del Vec­chio è gior­na­li­sta. Scri­ve pre­va­len­te­men­te di Este­ri e cul­tu­ra arabo-islamica

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Simone Zuccarelli, “Il Caffè Geopolitco” (29 agosto 2017)

UCRAINA TERRA DI CONFINE di Massimiliano Di Pasquale

La nuova Ucraina – Intervista a Massimiliano di Pasquale (Parte I)

di Simo­ne Zuc­ca­rel­li, “Il Caf­fè Geo­po­lit­co” (29 ago­sto 2017)

Ucraina terra di confine : Massimiliano Di PasqualeA più di tre anni di distan­za dall’inizio del­la guer­ra in Ucrai­na mol­ti aspet­ti lega­ti alla stes­sa riman­go­no poco cono­sciu­ti al gran­de pub­bli­co: si ten­de a sem­pli­fi­ca­re le dina­mi­che che l’hanno gene­ra­ta, a igno­ra­re la sto­ria dell’area e si cade spes­so vit­ti­ma di vere e pro­prie fake news. Abbia­mo deci­so di inter­vi­sta­re Mas­si­mi­lia­no di Pasqua­le, pro­fon­do cono­sci­to­re del­la real­tà del Pae­se, per fare un po’ di chia­rez­za sul­la vicen­da e le sue ripercussioni

1. Nel 2013, pochi mesi pri­ma dell’inizio del con­flit­to in Ucrai­na, è usci­to “Ucrai­na on the Road”, il reso­con­to del tuo viag­gio in un Pae­se da te descrit­to come sospe­so tra Euro­pa e Rus­sia. A distan­za di quat­tro anni cosa è cambiato?

Il libro – si trat­ta del secon­do libro sul Pae­se, per­ché pri­ma era usci­to “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne” (2012) – fa rife­ri­men­to al viag­gio effet­tua­to nel 2012. Mi fu chie­sto di aggior­na­re la Ukrai­ne Bradt Tra­vel Gui­de, una gui­da turi­sti­ca in ingle­se. Per tale ragio­ne viag­giai per cir­ca 40 gior­ni in Ucrai­na – accom­pa­gna­to da un ami­co. Era un viag­gio, dun­que, nell’Ucraina del 2012. Essen­do tor­na­to nel Pae­se anche l’anno suc­ces­si­vo ho inse­ri­to anche qual­che impres­sio­ne deri­van­te dal­la visi­ta del 2013, qual­che mese pri­ma dell’inizio di Euro­mai­dan. L’Ucraina, da allo­ra, è cam­bia­ta tan­tis­si­mo. Mai­dan e la guer­ra in Don­bas l’hanno tra­sfor­ma­ta: c’è sta­to un muta­men­to di pro­spet­ti­va – con una mag­gio­re spin­ta per l’integrazione con l’Occidente – e c’è la gran­de for­za tra­smes­sa dal­la Rivo­lu­zio­ne del­la Digni­tà – e para­dos­sal­men­te anche dall’invasione rus­sa che ha coa­gu­la­to il Pae­se. Non esi­ste più un’Ucraina divi­sa tra Est e Ove­st – tra l’altro, la dia­let­ti­ca di un Est rus­so­fo­no e un Ove­st ucrai­no­fo­no è sem­pre sta­ta sem­pli­fi­ca­tri­ce e per cer­ti ver­si fuor­vian­te, a dif­fe­ren­za di quel­la cit­tà-cam­pa­gna che inve­ce è otti­ma car­ti­na al tor­na­so­le per leg­ge­re le spe­ci­fi­ci­tà cul­tu­ra­li e antro­po­lo­gi­che di que­sta ter­ra. Putin, para­dos­sal­men­te, è sta­to uno dei prin­ci­pa­li fat­to­ri uni­fi­can­ti. Il Pae­se è com­ple­ta­men­te stra­vol­to, abbia­mo assi­sti­to a una vera e pro­pria rivo­lu­zio­ne coper­ni­ca­na. Cer­to le rifor­me non pro­ce­do­no sem­pre velo­ce­men­te – sicu­ra­men­te non velo­ce­men­te quan­to vor­reb­be l’UE o gli stes­si ucrai­ni –, occor­re fare di più sul fron­te del­la lot­ta alla cor­ru­zio­ne, ma l’Ucraina ha ade­ri­to all’accordo di asso­cia­zio­ne con UE e sono sta­ti fat­ti signi­fi­ca­ti­vi pas­si in avan­ti ver­so lo sta­bi­li­men­to di una libe­ral-demo­cra­zia in sen­so occi­den­ta­le. Inol­tre i cit­ta­di­ni si rico­no­sco­no nei valo­ri dell’unità nazio­na­le, come dimo­stra­no le tan­tis­si­me mani­fe­sta­zio­ni in cit­tà con­si­de­ra­te, pri­ma, filo­rus­se. Indub­bia­men­te, l’Ucraina del mio libro è, in par­te, un Pae­se che non esi­ste più.

2. Duran­te il tuo viag­gio pre­ce­den­te alla “Rivo­lu­zio­ne del­la Digni­tà” ave­vi avu­to qual­che sen­to­re di ciò che sta­va per acca­de­re? Qual è la ragio­ne prin­ci­pa­le che ha con­dot­to a un muta­men­to così repentino?

Par­lan­do con la gen­te ave­vo com­pre­so che il mal­con­ten­to era enor­me soprat­tut­to dopo quel­lo che era avve­nu­to nel 2012. Nel giu­gno 2012, pri­ma del­le ele­zio­ni par­la­men­ta­ri di otto­bre, Yanu­ko­vych, per ingra­ziar­si l’elettorato rus­so­fo­no, ave­va fat­to appro­va­re una leg­ge sul­le mino­ran­ze lin­gui­sti­che che era in real­tà un esca­mo­ta­ge per con­ce­de­re al rus­so lo sta­tus di lin­gua uffi­cia­le. Alle ele­zio­ni par­la­men­ta­ri la vit­to­ria del Par­ti­to del­le Regio­ni (30%) che, gra­zie all’alleanza con i comu­ni­sti di Symo­nen­ko (13%), riu­scì a otte­ne­re la mag­gio­ran­za dei 450 seg­gi del­la Rada, fu in defi­ni­ti­va il frut­to di un voto carat­te­riz­za­to da gra­vi irre­go­la­ri­tà (fro­di e fal­si­fi­ca­zio­ni in sede di voto e con­teg­gio) e dal­la rein­tro­du­zio­ne di una leg­ge elet­to­ra­le “ibri­da”. La stes­sa leg­ge che nel 2002 ave­va per­mes­so all’ex pre­si­den­te Leo­nid Kuch­ma, scon­fit­to al pro­por­zio­na­le, di assi­cu­rar­si la mag­gio­ran­za par­la­men­ta­re, con­sen­tì a Vik­tor Yanu­ko­vych di man­te­ne­re il pote­re sal­da­men­te nel­le pro­prie mani. Con il siste­ma elet­to­ra­le pre­ce­den­te, l’opposizione avreb­be vin­to. Gli ucrai­ni ave­va­no dato a Yanu­ko­vych l’ultima chan­ce: fir­ma­re l’accordo di inte­gra­zio­ne con UE. La retro­mar­cia improv­vi­sa sul­lo stes­so, nel novem­bre del 2013, dà ini­zio a tut­to. Quel­la fir­ma avreb­be inse­ri­to l’Ucraina in un siste­ma di rego­le che avreb­be potu­to scon­fig­ge­re, per­lo­me­no in par­te, la cor­ru­zio­ne – anche se i livel­li era­no tal­men­te ele­va­ti che pro­ba­bil­men­te tut­ti sape­va­no che fos­se una spe­ran­za qua­si vana – e rimet­te­re il Pae­se sul­la giu­sta via del­lo svi­lup­po. Sva­ni­ta anche quest’ultima pos­si­bi­li­tà per gli ucrai­ni non è rima­sta altra via che il Maidan.

3. Alcu­ni ana­li­sti e poli­ti­ci – come E. Lucas nel libro The New Cold War o J. McCain pri­ma, duran­te e dopo la sua cor­sa alla pre­si­den­za ame­ri­ca­na con­tro Oba­ma – ave­va­no mes­so in guar­dia ver­so una Rus­sia sem­pre più revan­sci­sta. Sono sta­ti, sostan­zial­men­te, igno­ra­ti. Per qua­le ragione?

Non è faci­le rispon­de­re a que­sto que­si­to. Si può dire, ad esem­pio, che quel­lo che Lucas, in modo pro­fe­ti­co, ha scrit­to, ha avu­to la sua mani­fe­sta­zio­ne empi­ri­ca già con la guer­ra in Geor­gia (2008). “La Nuo­va Guer­ra Fred­da” infat­ti uscì un anno pri­ma del con­flit­to ma, nono­stan­te ciò, fu igno­ra­to e/o osteg­gia­to. I moti­vi sono mol­ti: ragio­ni di oppor­tu­ni­smo poli­ti­co, ata­vi­ca pau­ra di irri­ta­re la Rus­sia, la pre­oc­cu­pa­zio­ne, soprat­tut­to in Ita­lia, di esse­re tac­cia­ti di filoa­me­ri­ca­ni­smo o rus­so­fo­bia quan­do si cri­ti­ca Mosca. Sicu­ra­men­te c’è sta­ta una sot­to­va­lu­ta­zio­ne di que­sto peri­co­lo. Non è un caso che i moni­ti di Lucas sia­no sta­ti rece­pi­ti sola­men­te in Pae­si come la Polo­nia e i Bal­ti­ci che cono­sce­va­no benis­si­mo la minac­cia rus­sa e sape­va­no quan­to fos­se rea­le. Poco dopo la guer­ra in Geor­gia, chie­si a Gra­zio­si – sto­ri­co e sovie­to­lo­go di fama inter­na­zio­na­le, per­so­na col­ta e pre­pa­ra­ta –  se aves­se sen­so par­la­re di nuo­va guer­ra fred­da come soste­ne­va Lucas. Mi rispo­se che par­la­re di guer­ra fred­da in quel momen­to era una scioc­chez­za incre­di­bi­le. E par­lia­mo di un acca­de­mi­co serio, uno dei pochi in Ita­lia che ha stu­dia­to appro­fon­di­ta­men­te l’Unione Sovie­ti­ca. Ser­gio Roma­no, da sem­pre su posi­zio­ni filo­rus­se, bol­lò quel­la di Lucas come una pro­vo­ca­zio­ne. In real­tà que­sto atteg­gia­men­to aggres­si­vo da par­te del­la Rus­sia ini­zia a mani­fe­star­si chia­ra­men­te intor­no al 2004/2005 quan­do l’Ucraina vive la Rivo­lu­zio­ne Aran­cio­ne. Mosca ini­zia ad ave­re pau­ra di uno sce­na­rio di una socie­tà aper­ta, libe­ra­le e demo­cra­ti­ca e teme una rivo­lu­zio­ne colo­ra­ta sul­la Piaz­za Ros­sa. È da quel momen­to che comin­cia a inten­si­fi­car­si anche tut­ta l’azione di pro­pa­gan­da e ini­zia­no a dif­fon­der­si let­tu­re geo­po­li­ti­che di un cer­to tipo – come quel­la dell’Eurasia di Dugin, teo­ri­co pri­ma mes­so in dispar­te. Il libro di Lucas dove­va esse­re illu­mi­nan­te ma, in Ita­lia, è sta­to let­to come una pro­vo­ca­zio­ne anti­rus­sa. In real­tà, addi­rit­tu­ra Lucas ha sot­to­sti­ma­to alcu­ne que­stio­ni in quan­to pen­sa­va soprat­tut­to a pos­si­bi­li azio­ni rus­se nel cam­po eco­no­mi­co e cibernetico.

4. Quel­lo che è suc­ces­so è sta­to, dun­que, più gra­ve di ciò che Lucas pro­no­sti­ca­va. Secon­do te, oggi, c’è con­sa­pe­vo­lez­za di quan­to suc­ces­so sia a livel­lo di opi­nio­ne pub­bli­ca che di deci­sion-maker?

Asso­lu­ta­men­te no. Anzi, è scon­cer­tan­te come a destra e a sini­stra – oltre che tra i popu­li­sti – sia pre­sen­te la reto­ri­ca del­la “Rus­sia umi­lia­ta”, degli “ucrai­ni fasci­sti”… sono in pochi a rac­con­ta­re quel­lo che è real­men­te suc­ces­so in modo obiet­ti­vo. L’Italia non ha capi­to cosa è suc­ces­so in Ucrai­na anche per­ché l’informazione non c’è sta­ta. Ora devo rac­con­ta­re que­sto aned­do­to. Ai tem­pi di Euro­mai­dan, veni­vo inter­vi­sta­to dai media qua­si ogni gior­no per­ché sape­va­no che ero una per­so­na che si occu­pa­va da anni di Ucrai­na e la cono­sce­vo bene. Da quan­do la Rus­sia ha inva­so la Cri­mea non mi han­no più chia­ma­to né in radio né in tele­vi­sio­ne e anche i gior­na­li con cui col­la­bo­ra­vo accam­pa­va­no le scu­se più impro­ba­bi­li per rifiu­ta­re la mia col­la­bo­ra­zio­ne. Ora, improv­vi­sa­men­te sono diven­ta­to uno che non sa più nien­te? Pro­ba­bil­men­te, dava fasti­dio il fat­to che rac­con­ta­vo una real­tà mol­to diver­sa da quel­la dei media main­stream che, come dimo­stra­to nel mio arti­co­lo per Stra­de, spes­so tra­smet­to­no linee vici­ne a Mosca. Il fat­to di esse­re bom­bar­da­ti ogni gior­no da cat­ti­va infor­ma­zio­ne ha fat­to sì che in Ita­lia la gen­te non sa cosa è suc­ces­so, ma non è col­pa loro! Col­pi­ti dal­la disin­for­ma­zio­ne, che vie­ne per­si­no dai media main­stream, sareb­be dif­fi­ci­le aspet­tar­si un esi­to differente.

5. Il 2016 è sta­to l’anno del­la “post-veri­tà”. Le noti­zie fal­se, distor­te o pro­pa­gan­di­sti­che han­no un peso nel modo attra­ver­so il qua­le vie­ne per­ce­pi­ta la poli­ti­ca este­ra e inter­na del­la Fede­ra­zio­ne Rus­sa nei Pae­si occi­den­ta­li? In che ter­mi­ni? Qua­li sono, bre­ve­men­te, le stra­te­gie uti­liz­za­te da Mosca in que­sto campo?

Doman­da mol­to inte­res­san­te ma ci vor­reb­be tan­to per rispon­de­re. Qui si entra dav­ve­ro in un argo­men­to immen­so. Pos­sia­mo rifar­ci alla dot­tri­na del gene­ra­le rus­so Gera­si­mov: secon­do lui l’infor­ma­tion war­fa­re ha lo stes­so peso, se non supe­rio­re, di quel­lo che pos­so­no ave­re le for­ze arma­te o l’aviazione. Ed è un’arma note­vo­le per­ché è capa­ce di crea­re mol­ta con­fu­sio­ne e incer­tez­za nei Pae­si col­pi­ti, soprat­tut­to quel­li più vici­ni, sto­ri­ca­men­te, alla Rus­sia. In Ita­lia, ad esem­pio, ha fun­zio­na­to e sta fun­zio­nan­do mol­to. Ricol­le­gan­do­ci anche a quan­to det­to in pre­ce­den­za, l’azione di pro­pa­gan­da è aggra­va­ta dal fat­to che l’Ucraina, da noi, è spes­so sta­ta vista qua­si come un’appendice del­la Rus­sia: nes­sun gior­na­le o orga­no di stam­pa o tv ha mai avu­to un cor­ri­spon­den­te da Kyiv. La Rus­sia, tra l’altro, è for­te e ha pre­pa­ra­to da tem­po la guer­ra. Diver­si cen­tri di cul­tu­ra ita­lo-rus­sa si sono tra­sfor­ma­ti, in que­sti anni, in veri e pro­pri cen­tri di pro­pa­gan­da. L’Italia, dun­que, è diven­ta­to uno dei prin­ci­pa­li Pae­si nel qua­le la pro­pa­gan­da rus­sa ha attec­chi­to mag­gior­men­te. Para­dos­sal­men­te, anche in Pae­si sto­ri­ca­men­te con­si­de­ra­ti più filo­rus­si – come Fran­cia e Ger­ma­nia – la pro­pa­gan­da ha attec­chi­to mol­to di meno che da noi, per­ché gli orga­ni di infor­ma­zio­ne han­no dato ampio spa­zio a una nar­ra­zio­ne ogget­ti­va di quan­to acca­de­va in Ucrai­na. In Ita­lia lo han­no fat­to in pochi.

6. Qual è la situa­zio­ne attua­le nel Don­bas e in Crimea?

Nel Don­bas c’è una guer­ra che, tec­ni­ca­men­te, si potreb­be dire a bas­so livel­lo di inten­si­tà – che, però, si alza ogni vol­ta assi­stia­mo a qual­che suc­ces­so da par­te del gover­no di Kyiv: la sera del­la fina­le dell’Eurovision, ad esem­pio, c’è sta­to un attac­co da par­te di mili­zia­ni filo­rus­si e pro­xies rus­si, la stes­sa cosa è acca­du­ta il pri­mo gior­no in cui gli ucrai­ni pote­va­no viag­gia­re in Euro­pa sen­za il visto. Ogni tan­to, dun­que, la tre­gua è inter­rot­ta da for­ti attac­chi. La Rus­sia, poi, non sta rispet­tan­do gli accor­di di Min­sk e, di con­se­guen­za, è dif­fi­ci­le ipo­tiz­za­re una solu­zio­ne in bre­ve tem­po per il Don­bas. In Cri­mea la situa­zio­ne è diver­sa per­ché è sta­ta pre­sa e annes­sa – con un refe­ren­dum non rico­no­sciu­to da nes­su­no, non lega­le dal pun­to di vista del dirit­to inter­na­zio­na­le e in vio­la­zio­ne del Memo­ran­dum di Buda­pe­st del 1994 – sen­za vio­len­za. Ciò è sta­to pos­si­bi­le uni­ca­men­te per­ché è sta­to ordi­na­to – sot­to pres­sio­ni sia dell’UE che degli Sta­ti Uni­ti – alle trup­pe ucrai­ne di riti­rar­si sen­za com­bat­te­re per pau­ra che sareb­be scop­pia­ta una guer­ra più este­sa. Dal pun­to di vista eco­no­mi­co la situa­zio­ne è pes­si­ma: pri­ma era una ter­ra che vive­va di turi­smo, ora è com­ple­ta­men­te mili­ta­riz­za­ta, i tata­ri sono sta­ti qua­si tut­ti cac­cia­ti, gli ucrai­ni se ne stan­no andan­do e la stan­no ripo­po­lan­do con per­so­ne che ven­go­no dal­la Rus­sia – in mag­gio­ran­za paren­ti di mili­ta­ri di stan­za nel­la peni­so­la. Que­sta è la situa­zio­ne attua­le in Crimea.

Fine pri­ma parte

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Giuseppe Acconcia, “Nazione Indiana” (12 agosto 2017)

VITA: ISTRUZIONI PER L’USO di Ahmed Nàgi

Nagi, Vita: Istruzioni per l’uso. La natura cruda e sentimentale del Cairo

di Giu­sep­pe Accon­cia, “Nazio­ne India­na” (12 ago­sto 2017)

Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed NàgiAhmed Nagi nel libro “Vita: Istru­zio­ni per l’uso” (Il Siren­te, 266 pag., 18 euro) rac­con­ta il Cai­ro come pochi auto­ri egi­zia­ni han­no sapu­to fare negli ulti­mi decen­ni. Lo scrit­to­re, auto­re tra le altre ope­re di “Rogers” (2010), è sta­to con­dan­na­to a due anni, e in segui­to rila­scia­to, per il lin­guag­gio “osce­no” dei suoi roman­zi. Un testo post-moder­no che sfi­da qual­sia­si pre­con­cet­to sul Cai­ro, ne resti­tui­sce atmo­sfe­re sur­rea­li al limi­te del­la nou­vel­le vague, sul­la scia di pel­li­co­le di suc­ces­so, come in “The last days of the city” di Tamer el-Sayed che rac­con­ta con gli occhi di un grup­po di gio­va­ni il cen­tro nove­cen­te­sco del­la capi­ta­le egi­zia­na. “Nel­la mia infan­zia, tut­ti i miei ami­ci era­no affa­sci­na­ti dal mito di un mon­do glo­ba­liz­za­to. Ma ho cer­ca­to di supe­ra­re gli ste­reo­ti­pi, intro­dur­re la liber­tà di scel­ta nel­la nuo­va socie­tà glo­ba­liz­za­ta. E così, mostro la com­ples­si­tà del­la nostra moder­ni­tà andan­do da Toni Negri ai fast food”, mi ave­va spie­ga­to Ahmed Nagi in uno dei nostri ulti­mi incon­tri in occa­sio­ne di un’intervista che ave­vo rea­liz­za­to per il quo­ti­dia­no egi­zia­no al-Ahram.

La vicen­da di Bas­sam Bah­gat, docu­men­ta­ri­sta ingag­gia­to per rac­con­ta­re i muta­men­ti urba­ni­sti­ci strut­tu­ra­li del­la capi­ta­le egi­zia­na, è rac­con­ta­ta in fram­men­ti, inter­val­la­ti dal­le illu­stra­zio­ni di Ayman al-Zor­qa­ni. Il dia­rio sen­ti­men­ta­le del pro­ta­go­ni­sta, che mol­to ha a che fare con l’esperienza quo­ti­dia­na dell’autore tra la cit­tà satel­li­te di 6 Otto­bre e il cen­tro del Cai­ro, descri­ve incan­te­vo­li don­ne, Papri­ka, Mona Mei e Rim, e le pia­ce­vo­li e incan­ta­te gior­na­te di ses­so (o un’amicizia sug­gel­la­ta da “san­gue mestrua­le e sper­ma sec­co”), tra­scor­se con gran­de natu­ra­lez­za, men­tre il Cai­ro ine­so­ra­bil­men­te è sot­to­po­sta ai muta­men­ti più radi­ca­li. “Se per gli indi­vi­dui maschi del Cai­ro la vita è un incu­bo, per le don­ne è una real­tà infer­na­le cui è impos­si­bi­le sfug­gi­re”. La cit­tà vie­ne descrit­ta nei suoi aspet­ti più cru­di e fan­ta­sti­ci: un luo­go dove alcu­ni si sono dimen­ti­ca­ti cosa sia un “sor­ri­so”, un “ricet­ta­co­lo d’odio, la mate­ria pri­ma dell’odio e del­la mise­ria”. Eppu­re chi ha pen­sa­to tut­to que­sto (il Cai­ro) non pote­va che esse­re un “pastic­cie­re”.

Lo sco­po del rac­con­to è met­ter­si alle spal­le que­sta dispe­ra­zio­ne, for­se è anche il segre­to del­le rivol­te del 2011, per ren­de­re la vita “più pia­ce­vo­le e meno mise­ra”. Eppu­re il nasco­sto e il non det­to è sem­pre più for­te di quel­lo che emer­ge in super­fi­cie. Que­sto sot­to­suo­lo resta invi­si­bi­le per una sor­ta di inte­sa tra “poli­ti­ca, reli­gio­ne e socie­tà civi­le” che impe­di­sco­no che que­sto vol­to segre­to del­la cit­tà ven­ga a gal­la. L’osservatore non può fer­mar­si alla visio­ne di mise­ra­bi­li che “attra­ver­sa­no stra­de affol­la­te da don­ne rico­per­te da stra­ti di abi­ti e stof­fe”. Ognu­no deve impa­ra­re a sue spe­se a deci­fra­re que­sti luo­ghi: a otte­ne­re la pro­pria “chia­ve per­so­na­le”. E il Cai­ro è una cit­tà così varie­ga­ta da tene­re insie­me i grup­pi più dispa­ra­ti di per­so­ne: da fana­ti­ci reli­gio­si a omo­ses­sua­li, da gio­va­ni arti­sti agli scam­bi­sti di Imba­ba, dai bam­bi­ni di stra­da ai fana­ti­ci del­la for­ma fisi­ca, dagli uomi­ni d’affari obe­si ai can­tan­ti popolari.

L’esperienza sen­so­ria­le al Cai­ro è con­ti­nua, tota­liz­zan­te e tesa. “Quan­do vivi o ti muo­vi den­tro il Cai­ro, vie­ni costan­te­men­te offe­so. Sei desti­na­to a incaz­zar­ti”. Una cit­tà dove il nego­zia­to tra pos­si­bi­le e impos­si­bi­le non si fer­ma mai. “Vedem­mo inte­ri quar­tie­ri vive­re gra­zie alla cor­ren­te elet­tri­ca pre­le­va­ta abu­si­va­men­te dai lam­pio­ni del­la stra­da principale”.

Eppu­re il vero inten­to del­la “Socie­tà degli Urba­ni­sti” di cui Bah­gat è solo un mero ese­cu­to­re è quel­lo di distrug­ge­re defi­ni­ti­va­men­te il Cai­ro e crea­re una nuo­va cit­tà dal­la for­ma futu­ri­sta e com­mer­cia­le: pro­get­to non lon­ta­no dagli annun­ci post-moder­ni del san­gui­na­rio pre­si­den­te egi­zia­no al-Sisi. Se fos­se per Bah­gat e per il suo ami­co Ihab Has­san il vero cam­bia­men­to che la cit­tà dovreb­be subi­re sareb­be la ten­sio­ne ver­so l’eliminazione del degra­do e del­la mar­gi­na­liz­za­zio­ne a cui sono costret­ti alcu­ni suoi abi­tan­ti, a par­ti­re dal cam­bia­men­to del cor­so del Nilo e del­la sua for­ma. Ma que­sti aspet­ti solo in par­te risal­ta­no dal­le pagi­ne del libro. Ahmed Nagi con­ti­nua inve­ce a indu­gia­re in rac­con­ti sem­pre sor­pren­den­ti sul­la mega­lo­po­li, sui suoi abi­tan­ti e le loro abi­tu­di­ni amo­ro­se. “La pri­ma vol­ta, la feci veni­re suc­chian­do­la sen­za mai fer­mar­mi, poi entram­mo in came­ra da let­to e facem­mo l’amore con len­tez­za”. Ma anche di odo­ri nau­sea­bon­di nei bar di Moqat­tam, come la puz­za di “fega­to frit­to in olio da moto­re che si dif­fon­de­va nell’atmosfera come una nube cari­ca di piog­gia”. O di rela­zio­ni ine­di­te che richia­ma­no una vita pari­gi­na: “Sen­tii per la pri­ma vol­ta che que­sto tipo di rela­zio­ne, in cui il ter­zo ele­men­to è appe­so a un filo che tie­ne lega­te real­tà e illu­sio­ne, era ciò che mi avreb­be appagato”.

Eppu­re que­sta ten­sio­ne così irra­zio­na­le di una cit­tà e dei suoi abi­tan­ti avreb­be di là a poco con­ces­so tut­to ad una neces­si­tà mol­to più uma­na e pigra: quel­la del­la “sicu­rez­za”. E se al Cai­ro “non pote­va capi­tar­le nul­la di peg­gio del­lo sta­to in cui ver­sa­va”, un biso­gno pri­ma­rio in tem­pi pre­ca­ri ma anche una leva per giu­sti­fi­ca­re qual­sia­si cosa agli occhi del pro­fa­no l’avrebbe di lì a poco tra­sfor­ma­ta di nuo­vo. E così l’unico rife­ri­men­to vero alle pro­te­ste del 2011 appa­re in rela­zio­ne alla cam­pa­gna “No”, con­tro la dichia­ra­zio­ne costi­tu­zio­na­le, volu­ta dal­la giun­ta mili­ta­re ma con­te­sta­ta dai gio­va­ni rivoluzionari.

Nono­stan­te ciò, è sem­pre il Cai­ro a det­ta­re modi e tem­pi del cam­bia­men­to. “Tu eri schia­vo del­la cit­tà e pri­ma che lei ti si con­ce­des­se, dove­vi ven­der­ti l’anima con un pat­to fir­ma­to col san­gue e col cuo­re”. E tra le prio­ri­tà di Nagi c’è sem­pre il ten­ta­ti­vo di richia­ma­re un cer­to disprez­zo ver­so gli isla­mi­sti che poi avreb­be­ro pre­so solo figu­ra­ti­va­men­te le redi­ni del pote­re: “Sca­ra­fag­gi nel­le fogne del Cai­ro e sul loro rap­por­to coi sor­ci di New York, e sull’effetto di tale rela­zio­ne sul­la nasci­ta di movi­men­ti isla­mi­sti in Medio Oriente”.

Fino agli incon­tri che ren­do­no la vita così affa­sci­nan­te come quel­lo tra due pesca­to­ri, uno dei qua­li in bol­let­ta pro­prio il gior­no del­la nasci­ta del­la sua pri­ma figlia. “Get­ta l’amo e te ne ver­rà del bene”. Bastò que­sta fra­se per ritro­var­si in tasca 300 ghi­nee (cir­ca 40 euro): per­ché in alcu­ni gior­ni al Cai­ro è pos­si­bi­le dav­ve­ro qual­sia­si cosa! Eppu­re il Cai­ro è sem­pre rima­sta “indif­fe­ren­te alle vite dei suoi abi­tan­ti”. Ed è pro­prio que­sto pro­fon­do sen­so di soli­tu­di­ne ad aver for­se ispi­ra­to l’autore a rac­con­ta­re in modo così auten­ti­co e disil­lu­so la sua cit­tà per­ché in fon­do è il “dolo­re” sem­pre il più “poten­te moto­re per la scrittura”.

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Luca Menichetti, “Lankenauta” (12 agosto 2017)

LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Le ballerine di Papicha

di Luca Meni­chet­ti, “Lan­ke­nau­ta” (12 ago­sto 2017)

"Le ballerine di Papicha" di Kaouther AdimiAdel, Kamel, Sarah, Yasmi­ne, Mou­na, Tarek, Hajj You­sef, la madre, Ham­za, sono alcu­ni dei per­so­nag­gi pre­sen­ti in “Le bal­le­ri­ne di Papi­cha”, ed anche i tito­li dei capi­to­li con i qua­li  si svi­lup­pa il roman­zo bre­ve di Kaou­ther Adi­mi. La cri­ti­ca let­te­ra­ria – ormai sono tra­scor­si sei anni  dal­la pri­ma edi­zio­ne di “L’envers des autres Actes” – ha infat­ti più vol­te scrit­to di una “nar­ra­zio­ne poli­fo­ni­ca”: in altri ter­mi­ni la mode­sta fami­glia che abi­ta nel “vec­chio palaz­zo di Alge­ri”, si rive­la di pagi­na in pagi­na gra­zie agli sguar­di impie­to­si dei suoi stes­si com­po­nen­ti e di colo­ro che han­no a che fare con Yasmi­ne o con Mou­na. Capi­to­li che sono nar­ra­zio­ni in pri­ma per­so­na, in cui la feli­ci­tà del­la gio­va­nis­si­ma Mou­na nel cal­za­re le “bal­le­ri­ne di Papi­cha”, rap­pre­sen­ta l’unico e auten­ti­co con­tral­ta­re a tut­to lo scon­for­to, rab­bia, pre­giu­di­zio, para­no­ia che inve­ce leg­gia­mo nei mono­lo­ghi dei più adul­ti. Così Yasmi­ne (“bel­la, libe­ra, luci­da, estra­nian­te”), l’universitaria che non vor­reb­be esse­re sog­gio­ga­ta dal­le tra­di­zio­ni più retri­ve: “Le vec­chie sce­me per le sca­le, che mi con­si­glia­no di coprir­mi di più. Le vec­chie mege­re che, in auto­bus, mi pren­do­no per mano e mi par­la­no dei figli che le fan­no dispe­ra­re. Le vec­chie tar­me odo­ro­se di men­ta e di rosa che si aggrap­pa­no al brac­cio, sen­za nem­me­no avver­tir­ti. Le vec­chie caria­ti­di che gri­da­no ordi­ni, con­si­gli, che si dibat­to­no, si agi­ta­no, si inner­vo­si­sco­no” (pp.25). Una rab­bia mani­fe­sta­ta con moda­li­tà maga­ri diver­se dagli abi­tan­ti del quar­tie­re, ma comun­que per­va­si­va e pre­sen­te in quan­ti­tà nel­la fami­glia di Yasmi­ne, luo­go in cui non ci si par­la più e che da tem­po è al cen­tro del­le chiac­chie­re e dei pet­te­go­lez­zi del vici­na­to. Il fra­tel­lo Adel è infat­ti inson­ne, tor­men­ta­to da qual­co­sa che poi nel cor­so del­la nar­ra­zio­ne si può intui­re ma che mai è rive­la­to in manie­ra del tut­to chia­ra. Inol­tre nell’appartamento è arri­va­ta anche Sarah, la sorel­la mag­gio­re, una pit­tri­ce che ha una figlia e un mari­to, Ham­za, che sem­bra aver per­so il lume dell’intelletto. Accan­to a loro una madre tra­di­zio­na­li­sta, che nel suo mono­lo­go ecce­de in cini­smo e disprez­zo nei con­fron­ti dei figli appa­ren­te­men­te eman­ci­pa­ti; e tut­ta una fau­na di tep­pi­stel­li dro­ga­ti, di mode­sti lavo­ra­to­ri, di uni­ver­si­ta­ri con­fu­si che mostra­no la socie­tà alge­ri­na, o alme­no quel pez­zo di socie­tà, alla stre­gua di una com­bi­na­zio­ne scon­clu­sio­na­ta di soli­tu­di­ni. Si com­pren­de per­ciò la scel­ta di Kaou­ther Adi­mi  di costrui­re il roman­zo assem­blan­do i diver­si pun­ti di vista e diver­si “flus­si di coscien­za” nei qua­li, secon­do noi giu­sta­men­te, la para­tas­si è ai mini­mi ter­mi­ni, facen­do emer­ge­re sem­mai dei cre­di­bi­li dia­lo­ghi interiori.

Se poi vol­gia­mo lo sguar­do oltre la fami­glia “del vec­chio palaz­zo di Alge­ri”, se pren­dia­mo atto che  dia­lo­ga­re civil­men­te diven­ta un pro­ble­ma o addi­rit­tu­ra è qual­co­sa di incon­sue­to, nel leg­ge­re di gio­va­ni incer­ti se rima­ne­re in patria o se cer­ca­re for­tu­na altro­ve, di per­so­nag­gi stor­di­ti dagli stu­pe­fa­cen­ti, pie­ni di pre­giu­di­zi maschi­li­sti, allo­ra è legit­ti­mo pen­sa­re che “Le bal­le­ri­ne di Papi­cha” rap­pre­sen­ti dav­ve­ro una cri­ti­ca spie­ta­ta alla socie­tà alge­ri­na nel suo com­ples­so, che si agi­ta – o for­se meglio: che si è para­liz­za­ta –  tra pro­fon­di e anti­chi males­se­ri. E’ vero che Kaou­ther Adi­mi non sem­bra aver ricor­da­to espli­ci­ta­men­te quan­to acca­du­to duran­te la cosid­det­ta Pri­ma­ve­ra ara­ba, che pure ha coin­vol­to l’Algeria tra il 2010 e il 2012. Infat­ti, sul­la scia di spe­ran­ze pre­sto infran­te, anche in diver­se cit­tà dell’area Magh­reb si svi­lup­pa­ro­no pro­te­ste impo­nen­ti con­tro il regi­me esi­sten­te: ne sono sca­tu­ri­ti scon­tri pesan­ti tra atti­vi­sti dei par­ti­ti d’opposizione, sin­da­ca­li­sti e la poli­zia, la richie­sta di cam­bio di regi­me, di demo­cra­zia. Atti di corag­gio e di disob­be­dien­za civi­le che però non sono sta­ti pre­mia­ti: il pre­si­den­te Abde­la­ziz  Bou­te­fli­ka, in cari­ca dal 1999 gra­zie ai mili­ta­ri, è sem­pre un raʾīs e nel 2014, pro­prio a tre anni dal­la pri­ma pub­bli­ca­zio­ne di “L’envers des autres Actes”, anco­ra una vol­ta si è reso respon­sa­bi­le di una modi­fi­ca (“ad per­so­nam”) del­la Costi­tu­zio­ne ed è sta­to è sta­to rie­let­to con l’81% dei voti.

Insom­ma, un con­te­sto in cui alle dif­fi­col­tà mate­ria­li di una nazio­ne dal­lo svi­lup­po incer­to, che anco­ra vede nel­la migra­zio­ne uno stru­men­to per risol­ve­re i pro­ble­mi eco­no­mi­ci, si som­ma­no gra­vi limi­ti cul­tu­ra­li e poli­ti­ci: potrem­mo dire che la con­trap­po­si­zio­ne tra una tra­di­zio­ne vis­su­ta con tut­to il suo cari­co di pre­giu­di­zi, repres­sio­ne e visio­ne limi­ta­ta del mon­do, ovve­ro il cli­ma idea­le per i tan­ti Bou­te­fli­ka al pote­re, e il desi­de­rio di eman­ci­pa­zio­ne, lo tro­via­mo non sol­tan­to nel­le cro­na­che degli esper­ti di poli­ti­ca inter­na­zio­na­le, ma, con uno sguar­do più atten­to al pic­co­lo mon­do di una del­le tan­te pos­si­bi­li fami­glie alge­ri­ne, anche nel­le pagi­ne di Kaou­ther Adi­mi. Le quat­tro righe dell’epilogo (“L’indomani mat­ti­na appa­re in qual­che quo­ti­dia­no…..”) rap­pre­sen­ta­no appun­to uno dei più tra­gi­ci effet­ti del con­for­mi­smo esi­sten­te che – que­sto sem­bra voler­ci dire Kaou­ther Adi­mi – anche le “bal­le­ri­ne di Papi­cha”, nel sen­so di inter­pre­ta­re posi­ti­va­men­te lo spi­ri­to che incar­na­no (“quan­do si è una papi­cha, lo si è per tut­ta la vita”), potran­no con­tra­sta­re, archi­vian­do il cini­smo e la gret­tez­za del­le gene­ra­zio­ni precedenti.

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Presto in libreria “le ballerine di Papicha”

Le ballerine di Papicha” di Kaouther Adimi presto in libreria

Sesto tito­lo del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te “le bal­le­ri­ne di Papi­cha” di Kaou­ther Adi­mi è ambien­ta­to in un vec­chio palaz­zo nel cuo­re di Alge­ri, uno di quei posti in cui nes­su­no sce­glie­reb­be di abi­ta­re… Una fami­glia vive lì, al cen­tro del­le chiac­che­re e dei pet­te­go­lez­zi del vicinato.

Sarah, la sorel­la mag­gio­re, ritor­na­ta nel­la casa mater­na con una figlia e un mari­to che sem­bra aver per­so la ragio­ne, pas­sa le sue gior­na­te a dipin­ge­re, si per­de nei colo­ri come ad inven­ta­re un mon­do diver­so. I suoi fra­tel­li, Adel e Yasmi­ne non rie­sco­no più a par­lar­si. Adel ha un segre­to che lo sve­glia nel cuo­re del­la not­te, Yasmi­ne è bel­la, libe­ra, luci­da, estra­nian­te, lei stes­sa si per­ce­pi­sce estra­nea rispet­to alla real­tà che la circonda.

La real­tà è l’Algeria, un pae­se in cui qual­sia­si spe­ran­za di avve­ni­re è confiscata. Qui, esse­re sem­pli­ce­men­te se stes­si è un lus­so a cui i gio­va­ni non han­no diritto…In que­sta nar­ra­zio­ne poli­fo­ni­ca, Kaou­ther Adi­mi, esa­mi­na la socie­tà con­tem­po­ra­nea nel­le sue sof­fe­ren­ze e nel­le sue spe­ran­ze, riflet­te sul­la con­di­zio­ne di soli­tu­di­ne e Il sen­ti­men­to dell’assenza, uni­co deno­mi­na­to­re comu­ne di indi­vi­dui che si scon­tra­no sen­za incon­trar­si mai.

Un roman­zo sen­si­bi­le, vio­len­to e luci­do, il cui lato oscu­ro è ammor­bi­di­to dai sogni inno­cen­ti di una bam­bi­na che indos­sa con orgo­glio le sue bal­le­ri­ne di tela, che cam­mi­na drit­ta per la sua stra­da e sfug­ge al conformismo.

Kaou­ther Adi­mi è nata ad Alge­ri nel 1986. Sta­bi­li­ta­si a Pari­gi nel 2009, ha con­se­gui­to un master in Let­te­re moder­ne e Mana­ge­ment del­le risor­se uma­ne. Le bal­le­ri­ne di Papi­cha è il suo pri­mo roman­zo (L’envers des autres Actes Sud 2011). Con que­sto tito­lo ottie­ne nel 2011 il Prix de la Voca­tion e nel 2015 il Pre­mio del roman­zo dal­la Fon­da­zio­ne Fran­cia-Alge­ria. Nell’ottobre  2015 è sta­to pub­bli­ca­to il suo secon­do roman­zo Des pier­res dans ma poche.

Tra­dot­to dal fran­ce­se da Fede­ri­ca Pisto­no a luglio in libreria

 

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Un uomo non piange mai | Senzaudio

Un uomo non piange mai di Faïza Guène

Nes­su­no rico­min­cia da zero, nem­me­no gli ara­bi che lo zero lo han­no inven­ta­to, que­sto dice­va mio padre”.

Men­tre affron­ta­vo la let­tu­ra mi sono inter­ro­ga­to spes­so sugli ste­reo­ti­pi. Sul moti­vo per cui a vol­te del­le veri­tà accla­ra­te assu­ma­no dei con­no­ta­ti nega­ti­vi. Soprat­tut­to quan­do una cul­tu­ra ne osser­va un’altra. Suc­ce­de a noi quan­do guar­dia­mo fuo­ri dal­la nostra fine­stra, suc­ce­de agli altri quan­do sbir­cia­no in casa nostra al calar del sole. E’ ine­vi­ta­bi­le ed è sem­pre sta­ta una fon­te di anti­pa­tie, di pro­ble­ma­ti­che di dif­fi­ci­le riso­lu­zio­ne. Spes­so ha dato il via a sen­ti­men­ti che sono sfo­cia­ti nel raz­zi­smo e nel vol­ga­re affos­sa­men­to degli altrui valo­ri cul­tu­ra­li. Io pen­so che quan­do un pae­se fati­ca a ragio­na­re in ter­mi­ni di cul­tu­ra, quan­do un pae­se fati­ca a capi­re di cosa è fat­ta la pro­pria cul­tu­ra abbia dif­fi­col­tà ad accet­ta­re le altre cul­tu­re, par­ta dagli ste­reo­ti­pi, dal­la deri­sio­ne e poi il resto. Ben più grave.

Tut­ti que­sti pen­sie­ri sono sca­tu­ri­ti dal­la let­tu­ra di “Un uomo non pian­ge mai” (un tito­lo che di per sé avreb­be l’anima del­lo ste­reo­ti­po) del­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ni alge­ri­ne Faï­za Guè­ne.

Il libro rac­con­ta una sto­ria dal pun­to di vista dell’unico figlio maschio di una fami­glia di immi­gra­ti alge­ri­ni. Attra­ver­so lo sguar­do di Mou­rad Chen­noun pos­sia­mo par­te­ci­pa­re alla vita di una fami­glia con un pie­de in Alge­ria e l’altro in Fran­cia. Con una figlia che pro­va ad eman­ci­par­si, a sfug­gi­re a tut­te le impo­si­zio­ni cul­tu­ra­li che la voglio­no, secon­do lei, gras­sa, bra­va a cuci­na­re e sot­to­mes­sa al mari­to. Abbia­mo un padre dedi­to all’accumulo com­pul­si­vo di qual­sia­si robac­cia gli capi­ti a tiro e una figlia, Mina, che inve­ce deci­de di segui­re le orme che la fami­glia ha trac­cia­to. Sopra a tut­ti, la madre. La madre con i suoi attac­chi di tachi­car­dia, iper­ten­sio­ne, emi­cra­nia e qual­sia­si altra malat­tia imma­gi­na­ria pos­sa ser­vi­re a insi­nua­re negli altri il sen­so di col­pa. Un per­so­nag­gio che a trat­ti fa sor­ri­de­re se non fos­se che le sue pres­sio­ni influen­za­no la vita dei figli. Dou­na la figlia eman­ci­pa­ta vie­ne espul­sa dal­la tri­bù come fos­se un cal­co­lo. Vie­ne dimen­ti­ca­ta fino a che, alla fine, qual­co­sa tira nuo­va­men­te le redi­ni del­la fami­glia e fa dire a Dou­na stes­sa: alla fine ha vin­to comun­que mamma.

Un libro in cui lo ste­reo­ti­po vie­ne caval­ca­to e svi­sce­ra­to, por­ta­to al gra­do di ana­li­si socia­le. Un libro affa­sci­nan­te nel­la sua sem­pli­ci­tà eppu­re tra­vol­gen­te per i temi che trat­ta. La secon­da pos­si­bi­li­tà, il man­te­nu­to dal­la bel­la ere­di­tie­ra, la pro­sti­tu­zio­ne, l’integrazione degli emi­gra­ti nel­le Ban­lieau e la spe­ran­za di esse­re qual­cu­no anche al di fuo­ri del­la cer­chia familiare.
In tut­to que­sto svet­ta la voce del nar­ra­to­re, quel Mou­rad che incon­tria­mo da bam­bi­no e lascia­mo da adul­to, sem­pre in pre­da al pani­co “Imo­dium, imo­dium, imo­dium” sem­pre con uno sguar­do al futu­ro e uno al pas­sa­to, sem­pre sull’orlo di esplo­de­re e dire, final­men­te, non ciò che ci si aspet­ta da lui, ma ciò che lui real­men­te pen­sa. Un per­so­nag­gio che illu­stra per­fet­ta­men­te la ten­sio­ne tra due cul­tu­re diver­se, la ten­sio­ne tra ciò che ci si aspet­ta­ta da una per­so­na (lo ste­reo­ti­po) e ciò che que­sta per­so­na è in gra­do di dare (la verità).

Da un anno a que­sta par­te l’unica cosa che si può dire de “Il Siren­te” è che ogni libro è miglio­re del precedente.
Otti­ma la tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Fede­ri­ca Pisto­no.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incendiaria”a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po de nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se, il libro è tra­dot­to in 26 lin­gue e ven­de oltre 400.000 copie. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. Faï­za Guè­ne è anche autri­ce di cor­to­me­trag­gi e documentari.

Recen­sio­ne di Gian­lui­gi Bodi Sen­zau­dio

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Abbas Khider a Radio 3 Mondo Europa

Abbas Khider, autore di “I miracoli” intervistato da Radio 3 Mondo / Europa

Abbas Khi­der auto­re di “I mira­co­li” par­la del­la sua ‘moder­na fia­ba sui rifu­gia­ti’ con Anna Maria Gior­da­no a Radio 3 Mondo/ Euro­pa. Tra­du­ce dall’arabo Fouad Rouheia.

Abbas Khi­der è ira­che­no, par­la tede­sco, ma la sua lin­gua è universale’

Abbas Khi­der  è un bril­lan­te e pro­li­fi­co auto­re tede­sco di ori­gi­ne ira­che­na, con­si­de­ra­to un dei più pro­met­ten­ti gio­va­ni talen­ti sul­la sce­na tede­sca. Arri­va­to in Ger­ma­nia ver­so i 20 anni ha impa­ra­to il tede­sco in loco (lin­gua in cui scri­ve) con­ta oggi 6 roman­zi pub­bli­ca­ti e 11 pre­mi rice­vu­ti, l’ultimo dei qua­li nel 2017 Adel­bert Von Chamisso.
“I miracoli” considerata dal­la cri­ti­ca tede­sca come “una moder­na fia­ba sui rifu­gia­ti” par­la del suo viag­gio dall’Iraq alla Ger­ma­nia pas­san­do per l’Italia in chia­ve auto­bio­gra­fi­ca. Inte­res­san­te anche la par­te del rac­con­to con­cen­tra­ta sugli anni ira­che­ni, dove emer­go­no i fat­ti salien­ti del­la recen­te sto­ria ira­che­na in chia­ve let­te­ra­ria, non da ulti­mo la sua deten­zio­ne sot­to il regi­me di Sad­dam Hussein. 

Ascol­ta­te il pod­ca­st dell’intervista qui:

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-f689d9b6-eae0-4157-b1c9-d3642e4b9d54.html

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Marco Chiesa, “Piego di libri” (14 giugno 2017)

UN UOMO NON PIANGE MAI di Faïza Guène

Un uomo non piange mai – Faïza Guène

di Mar­co Chie­sa, “Pie­go di libri” (14 giu­gno 2017)

Un uomo non piange mai : Faïza GuènePer par­la­re di que­sto bel roman­zo pub­bli­ca­to dal­la Edi­tri­ce il Siren­te nel­la col­la­na “altria­ra­bi migran­te” dob­bia­mo pri­ma cono­sce­re meglio l’autrice. Faï­za Guè­ne è nata nel 1985 a Bobi­gny in una fami­glia di ori­gi­ne alge­ri­na ed è cre­sciu­ta nel­la ban­lieu “incen­dia­ria” Pan­tin che si tro­va a nord-est di Pari­gi. Ha scrit­to il suo pri­mo roman­zo a dician­no­ve anni, rice­ven­do un’ottima rispo­sta di cri­ti­ca e pub­bli­co. Sin da subi­to è sta­ta desi­gna­ta come la por­ta­vo­ce let­te­ra­ria di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”.

Com­pren­dia­mo allo­ra come que­sto roman­zo affron­ti i temi cari all’autrice, in par­ti­co­la­re rac­con­tan­do le vicen­de di un gio­va­ne di ori­gi­ni alge­ri­ne, Mour­rad Chen­noun, che cre­sce a Niz­za con la pro­pria fami­glia. Il pro­ta­go­ni­sta sta per tra­sfe­rir­si a Pari­gi per fare l’insegnante di fran­ce­se in una scuo­la di un quar­tie­re peri­fe­ri­co, nel frat­tem­po le con­di­zio­ni di salu­te del padre peg­gio­ra­no. La madre di Mou­rad è un per­so­nag­gio dav­ve­ro “ingom­bran­te” nel­la vita dei figli, tant’è che la pri­mo­ge­ni­ta Dou­nia ha lascia­to anco­ra ado­le­scen­te la casa dei geni­to­ri per un’incompatibilità incon­ci­lia­bi­le, e non si è più fat­ta sentire.
Resta in fami­glia inve­ce l’altra figlia, Mina, che pre­sto si spo­sa con un altro fran­co-alge­ri­no, restan­do sem­pre lega­ta ai pro­pri genitori.

Leg­gen­do il libro del­la Guè­ne si sor­ri­de spes­so, in quan­to non man­ca­no né l’umorismo né l’ironia nel­le pagi­ne. Ma la sto­ria nar­ra­ta non è fat­ta solo di un avvi­cen­dar­si di even­ti con cui met­te­re in luce le dif­fi­col­tà dell’integrazione tra dif­fe­ren­ti cul­tu­re; ci sono anche i dram­mi che col­pi­sco­no tut­te le fami­glie. E nes­su­no, nean­che volen­do, ripar­te mai da zero, nem­me­no gli ara­bi che lo han­no inven­ta­to, lo zero, come direb­be il padre di Mour­rad. Quel­lo stes­so padre che ripe­te spes­so al figlio “un uomo non pian­ge mai”, da cui il tito­lo del romanzo.

Rela­zio­ni dif­fi­ci­li in fami­glia, ma anche nel­la vita di tut­ti i gior­ni. Dav­ve­ro spet­ta­co­la­re riper­cor­re­re con i ricor­di del pro­ta­go­ni­sta l’episodio dell’amichetto di scuo­la che vie­ne a casa a gio­ca­re con la Nin­ten­do, imbat­ten­do­si nel­la signo­ra Chen­noun. Fa riflet­te­re la situa­zio­ne del cugi­no Miloud, che ha una rela­zio­ne con una don­na fran­ce­se mol­to più gran­de di lui. La clas­si­ca rela­zio­ne in cui una don­na non più gio­va­ne, ric­ca e infe­li­ce, si lascia abbin­do­la­re da un “toy-boy”, inna­mo­ra­to ben più del­la sua ric­chez­za che di lei.

Let­to que­sto roman­zo ci si ritro­va a pen­sa­re: cosa ne sarà del buon Mour­rad tra die­ci anni? Farà anco­ra l’insegnante di fran­ce­se in una scuo­la di un quar­tie­re popo­la­re a Pari­gi? Avrà tro­va­to l’amore? E se sì, sarà una pari­gi­na o una ragaz­za di ori­gi­ne alge­ri­na, come vor­reb­be la madre?
Insom­ma, alla fami­glia Chen­noun, così alge­ri­na e quin­di diver­sa da quel­la a cui sia­mo abi­tua­ti, ti sei nel frat­tem­po affe­zio­na­to. Spe­ria­mo quin­di che la Guè­ne scri­va un altro libro (“que­sto è sta­to pub­bli­ca­to nel 2014”), occa­sio­ne per riflet­te­re sul­la Fran­cia mul­ti­cul­tu­ra­le e mul­tiet­ni­ca odier­na, che sta viven­do con­flit­ti inter­ni fino a pochi anni fa non ipotizzati.

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«Altriarabi Migrante», letteratura contro gli stereotipi

«Altriarabi Migrante», letteratura contro gli stereotipi

«Il Sirente» porta in Italia la voce di giovani arabi, grazie al bando Europa Creativa, progetto biennale finanziato dall’Unione europea

«Deco­di­fi­ca­re la socie­tà con­tem­po­ra­nea, intui­re e cono­sce­re la vita che si nascon­de die­tro a un nome sen­za fer­mar­si all’apparenza glo­ba­liz­zan­te del­la super­fi­cia­li­tà»: è que­sta la mis­sio­ne affi­da­ta all’intero pro­get­to let­te­ra­rio e arti­sti­co idea­to dal­la casa edi­tri­ce «Il Siren­te». E dopo la let­tu­ra del­le ope­re pos­sia­mo escla­ma­re: mis­sio­ne compiuta!

Rac­col­te nel­la col­la­na «Altria­ra­bi migran­te», otto ope­re fir­ma­te da gio­va­ni e talen­tuo­si scrit­to­ri, tut­ti sta­bi­li­ti in Euro­pa, con radi­ci ara­be, già pub­bli­ca­te nei Pae­si di resi­den­za (Fran­cia, Gran Bre­ta­gna, Ger­ma­nia, Pae­si Bas­si) tra il 2003 e il 2014, accol­te con gran­de suc­ces­so e nume­ro­si rico­no­sci­men­ti. Gli auto­ri sono gio­va­ni, nati tra il 1970 e il 1992, tut­ti di ori­gi­ne ara­ba di pri­ma o secon­da gene­ra­zio­ne.

Il fil rou­ge dell’intero per­cor­so let­te­ra­rio è rap­pre­sen­ta­to da tema­ti­che for­ti e coin­vol­gen­ti che riguar­da­no la scot­tan­te (e dif­fi­ci­le) attua­li­tà qua­li i flus­si migra­to­ri, le comu­ni­tà stra­nie­re e la pau­ra del ter­ro­ri­smo di matri­ce isla­mi­ca. Ad acco­mu­na­re le sto­rie «Altria­ra­bi migran­te» è la ricer­ca di iden­ti­tà, il sen­so di appar­te­nen­za, il con­flit­to inte­rio­re tra le radi­ci cul­tu­ra­li del Pae­se di ori­gi­ne e le moder­ni­tà dell’Europa, l’ibri­da­zio­ne cul­tu­ra­le, l’arricchimento del­la diver­si­tà cul­tu­ra­le, ste­reo­ti­pi, pre­giu­di­zi e ben altro ancora…

«Obiet­ti­vo del­la col­la­na è quel­lo di deli­nea­re la nuo­va geo­gra­fia let­te­ra­ria euro­pea, con­tra­stan­do xeno­fo­bia e isla­mo­fo­bia» si leg­ge sul sito del­la casa edi­tri­ce, nel­la pre­sen­ta­zio­ne del progetto.

Pros­si­mo all’uscita, nel mese di luglio, il roman­zo del­la scrit­tri­ce fran­co-alge­ri­na, clas­se 1986, Kaou­ther Adi­mi, «Le bal­le­ri­ne di Papi­cha», set­ti­mo tito­lo del­la col­la­na. È la sto­ria di una fami­glia che vive in un vec­chio palaz­zo nel cuo­re di Alge­ri, al cen­tro del­le chiac­chie­re e dei pet­te­go­lez­zi del vici­na­to. Una radio­gra­fia dell’Alge­ria con­tem­po­ra­nea – con tut­te le sue spe­ran­ze e sof­fe­ren­ze – ma più in gene­ra­le del­la con­di­zio­ne umana.

Segui­rà ad ago­sto l’ultima pub­bli­ca­zio­ne del­la col­la­na a fir­ma di Sel­ma Dab­ba­gh, «Fuo­ri da qui». La scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di ori­gi­ni pale­sti­ne­si rie­sce a tra­scri­ve­re con incre­di­bi­le uma­ni­tà e una gran­de vena umo­ri­sti­ca tut­te le ener­gie e le fru­stra­zio­ni del mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo attra­ver­so la sto­ria di due gio­va­ni pale­sti­ne­si in una Gaza sot­to bom­bar­da­men­to israe­lia­no, nel Gol­fo e poi a Londra.

Usci­to lo scor­so mag­gio il sesto libro del­la col­la­na, «Un uomo non pian­ge mai» di Faï­za Guè­ne, scrit­tri­ce fran­co-alge­ri­na di gran­de suc­ces­so cre­sciu­ta a Pan­tin, ban­lieue ad alta ten­sio­ne a nord-est di Pari­gi, già tra­dot­ta in ben 26 lin­gue. La Guè­ne è sta­ta di recen­te ospi­te al Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no e al Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn di Pra­to. Il mes­sag­gio più for­te che l’autrice ci con­se­gna con il suo rac­con­to, in par­te auto­bio­gra­fi­co, è l’importanza dicostrui­re lega­mi affet­ti­vi per esse­re feli­ci. Un mes­sag­gio uni­ver­sa­le che va oltre l’origine socia­le e il livel­lo cul­tu­ra­le. Emer­ge l’importanza del patri­mo­nio sto­ri­co e la dop­pia cul­tu­ra del­la Fran­cia, che dovreb­be far­ne tesoro.

Pri­ma, l’autrice fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne ci ha rega­la­to un viag­gio a «La Mec­ca-Phu­ket». È la sto­ria di Fai­rouz, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, che com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue ori­gi­ni. I sei roman­zi del­la Azzed­di­ne sono incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’iden­ti­tà fem­mi­ni­le, dai qua­li sono sta­ti trat­ti piè­ce tea­tra­le e fumetto.

In «Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra», Sumia Suk­kar, gio­va­nis­si­ma scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca, figlia di padre siria­no e madre alge­ri­na, rac­con­tal’annosa guer­ra in Siria attra­ver­so gli occhi di un ragaz­zo affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger, o meglio con le sue pen­nel­la­te e tut­ta la gam­ma dei colo­ri uti­liz­za­ti per capi­re il con­flit­to ed espri­me­re le pro­prie emozioni.

Ispi­ra­to ad una sto­ria vera, la sua, Abbas Khi­der, ci affi­da «I mira­co­li», una fia­ba moder­na sui rifu­gia­ti. Nato a Bag­dad nel 1973, è sta­to dete­nu­to nel­le car­ce­ri ira­che­ne sot­to la dit­ta­tu­ra di Sad­dam Hus­sein per moti­vi poli­ti­ci. Ha lascia­to il Pae­se di ori­gi­ne nel 1996 e dopo mil­le peri­pe­zie si è sta­bi­li­to in Ger­ma­nia, dove ha stu­dia­to Filo­so­fia e Let­te­ra­tu­ra. Khi­der è uno dei gio­va­ni auto­ri più pro­met­ten­ti del pano­ra­ma let­te­ra­rio tede­sco.

Rodaan Al Gali­di, clas­se 1971, olan­de­se di ori­gi­ne ira­che­na, ha vin­to il Pre­mio dell’Unione euro­pea per la let­te­ra­tu­racon «L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re», secon­do volu­me del­la col­la­na «Altria­ra­bi migran­te». Un viag­gio nel­la men­te pura e inno­cen­te di un ragaz­zo auti­sti­co, alla sco­per­ta del­la sua visio­ne del­la vita, stra­na ma affascinante.

«Se ti chia­mi Moha­med» di Jérô­me Rui­lier, ori­gi­na­rio dell’isola afri­ca­na di Mada­ga­scar, è un gra­phic novel ori­gi­na­le e corag­gio­so che rac­con­ta con imme­dia­tez­za la sto­ria dell’immigrazione ara­ba in Fran­cia. Con il suo trat­to linea­re Rui­lier, ispi­ra­to­si anche al gior­na­li­smo inve­sti­ga­ti­vo, rico­strui­sce il per­cor­so migra­to­rio dal Magh­reb ver­so la Fran­cia e la nasci­ta del­le secon­de gene­ra­zio­ni con tut­te le tema­ti­che con­nes­se, dal raz­zi­smo all’esclu­sio­ne socia­le, dal­la ricer­ca iden­ti­ta­riaall’inte­gra­zio­ne.

di Véro­ni­que Viri­glio su Euro­co­mu­ni­ca­zio­ne

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LA MECCAPHUKET

LA MECCAPHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ila­ria Vita­li, tra­dut­tri­ce di “La Mec­ca – Phu­ket”, nel­la pre­fa­zio­ne al libro di Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to di “un’arte di esse­re indo­ci­li”. Espres­sio­ne, secon­do noi, mol­to appro­pria­ta per­ché la pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to, Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni, per eman­ci­par­si sen­za tra­ge­die dal­le abi­tu­di­ni fol­klo­ri­sti­che e ipo­cri­te pre­sen­ti nel­la ban­lieue pari­gi­na, dovrà per for­za di cose tene­re a debi­ta distan­za tut­to quel­lo che, in fami­glia e nel suo giro di ami­ci­zie, sa di luo­go comu­ne, di taroc­ca­men­to e di caricaturale.

Tut­to faci­le in teo­ria, mol­to più dif­fi­ci­le nel­la pra­ti­ca; non fos­se altro che Fai­rouz e la sorel­la Kal­soum sono affe­zio­na­te ai loro geni­to­ri, di fat­to poco inte­gra­ti e tut­to­ra lega­ti a una cul­tu­ra a dir poco tra­di­zio­na­li­sta. Il padre, tan­to per dire, pas­sa gior­na­te inte­re pres­so del­le sad­da­ka (veglie fune­bri), che alla fami­glia “costa­no un occhio” (pp.106). Com­pren­si­bi­le allo­ra che le due sorel­le inten­da­no rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, nono­stan­te lo “hajj” degli immi­gra­ti si sia ormai impe­la­ga­to in pra­ti­che con­su­mi­sti­che – vedi la visci­da figu­ra del sig. Our­ghi­dour, tito­la­re di un’agenzia viag­gi –  alla stre­gua di una vacan­za a Phu­ket, nota loca­li­tà thai­lan­de­se e peren­ne ten­ta­zio­ne di Fai­rouz. Se i rispar­mi saran­no spe­si per la Mec­ca o per Phu­ket, sce­glien­do così tra due ver­sio­ni di con­su­mi­smo, lo sapre­mo solo al ter­mi­ne del rac­con­to. Più inte­res­san­te tut­to quel­lo che pre­ce­de, ovve­ro il sar­ca­smo di Fai­rouz, ali­men­ta­to dall’insofferenza, miti­ga­to dal­la com­pren­sio­ne, sem­pre alle pre­se con una fau­na che si agi­ta, nean­che trop­po dispe­ra­ta, tra due cul­tu­re: una situa­zio­ne che il più del­le vol­te lascia nel lim­bo gli immi­gra­ti di pri­ma e di secon­da generazione.

Que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne di indo­ci­li­tà, come ci ricor­da Ila­ria Vita­li, deve esse­re sta­ta una sfi­da mol­to com­ples­sa per un tra­dut­to­re, di fron­te alla lin­gua stra­ti­fi­ca­ta e usa­ta da Saphia Azzed­di­ne (e quin­di dal­la nuo­va gene­ra­zio­ne di fran­co-magre­bi­ni), tra “nuo­vi codi­ci sin­cre­ti­ci e poli­fo­ni­ci” (pp.xi), fra­nçais cas­sé e “argot des cités”. Il risul­ta­to è curio­so,  spes­so rive­la­to­re di quel “lim­bo”, gra­zie ad un pro­ce­de­re mol­to disin­vol­to e a momen­ti di schiet­ta iro­nia: “E visti i pro­gram­mi del­la TV fran­ce­se di oggi, un culo pote­va spun­ta­re dal nien­te, a qua­lun­que ora, anche la dome­ni­ca mat­ti­na sul 2 non era impos­si­bi­le. Quin­di, quan­do c’era mio padre, ci bec­ca­va­mo per for­za i cana­li maroc­chi­ni che pas­sa­va­no da una ricet­ta di cuci­na a un can­to cora­ni­co a una ricet­ta di cuci­na” (pp.33).

Un con­te­sto peri­fe­ri­co dove la tea­tra­li­tà ha un gran­de peso, nel qua­le gli ste­reo­ti­pi impaz­za­no e che pos­so­no diven­ta­re stru­men­ti per costrui­re nuo­ve per­so­na­li­tà: “Quan­do  ero pic­co­la, i miei ci obbli­ga­va­no a segui­re gli inse­gna­men­ti dell’onorevole Addel­ka­der Al-Islam, al seco­lo Didier Par­men­tier, con­ver­ti­to all’Islam dopo che le sue vacan­ze al Club Med di Kara­chi era­no sta­te accor­cia­te a cau­sa di un raid ame­ri­ca­no anda­to stor­to. Face­va il giro del­le ban­lieue tra­ve­sti­to da ara­bo puro­san­gue a salu­ta­va gli alun­ni con una mano sul cuo­re […] I suoi viag­gi sul­le mon­ta­gne del Cash­me­re face­va­no di lui un elet­to e lui ci gio­ca­va su per intes­se­re una leg­gen­da fab­bri­ca­ta comun­que su un gros­so malin­te­so” (pp.70).

Paro­le evi­den­te­men­te pie­ne di disin­can­to in un libro che pul­lu­la di per­so­nag­gi dal­le pro­spet­ti­ve mol­to limi­ta­te, nutri­te di mal­di­cen­ze e ste­reo­ti­pi. Qual­co­sa che si coglie fin dal­le pri­me righe del roman­zo: “Abi­ta­vo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il mas­si­mo che ti sen­ti­vi rispon­de­re. Oltre si sfio­ra­va il bla­sfe­mo. Non ci si avven­tu­ra­va mai. Per pau­ra che la gen­te dices­se che” (pp.5). Viste que­ste pre­mes­se si può com­pren­de­re come il ten­ta­ti­vo di Fai­rouz di coin­vol­ge­re geni­to­ri ed anche il fra­tel­lo Najiib, un ladrun­co­lo per­di­tem­po, ad un’esistenza meno con­ven­zio­na­le risul­ti un’impresa tita­ni­ca; soprat­tut­to quan­do l’integrazione, già com­pli­ca­ta per man­can­za di cul­tu­ra, o vie­ne rifiu­ta­ta in nome di usan­ze che da tem­po han­no per­du­to la loro ragion d’essere, oppu­re vie­ne sol­tan­to lam­bi­ta in vir­tù di atteg­gia­men­ti super­fi­cia­li e sul­la scor­ta del più avvi­len­te con­su­mi­smo. Così anche il cam­po del­la reli­gio­ne agli occhi di Fai­rouz diven­ta spec­chio di un cer­to modo di vive­re: “A quan­to pare, ci sono due modi di rap­por­tar­si a Dio qui sul­la ter­ra. Ci sono quel­li che chie­do­no per­do­no e quel­li che dico­no gra­zie” (pp.121). Paro­le che pre­ce­do­no la deci­sio­ne di come uti­liz­za­re i rispar­mi di Fai­rouz: se spen­der­li per il viag­gio alla Mec­ca oppu­re per la vacan­za a Phuket.

Saphia Azze­di­ne

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Ha tra­scor­so l’infanzia in Maroc­co e all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con il roman­zo “Con­fi­den­ces à Allah”, da cui sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to. Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce e regi­sta. Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le. In Ita­lia è sta­to tra­dot­to il suo roman­zo “Mon père est fem­me de ména­ge” (“Mio padre fa la don­na del­le puli­zie”, Giu­lio Per­ro­ne Edi­to­re 2011).

Saphia Azzed­di­ne, “La Mec­ca – Phu­ket”, Il Siren­te (col­la­na “Altria­ra­bi”), Fagna­no Alto 2016, pp.XII- 266. Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vitali.

di  Luca Meni­chet­tiLan­ke­nau­ta, giu­gno 2017
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Leggere “Un uomo non piange mai” a lume di candela

Leggere “Un uomo non piange mai” di Faïza Guène a lume di candela

Niz­za. Una fami­glia di immi­gra­ti alge­ri­ni. Padre, madre, due figlie e un figlio. E’ lui, Mou­rad, la voce nar­ran­te del roman­zo del­la gio­va­ne Faï­za Guè­ne. Bam­bi­no all’inizio del libro, neo-pro­fes­so­re di fran­ce­se alla fine- nien­te male come risul­ta­to per un pied-noir. Nien­te male come pun­to di arri­vo per un ragaz­zo coc­co­la­to dal­la madre per­ché uni­co maschio, con un padre anal­fa­be­ta che fa il cal­zo­la­io di mestie­re. Anche se Mou­rad non è il pri­mo ad andar­se­ne di casa- anni pri­ma di lui la sorel­la mag­gio­re Dou­nia è usci­ta di casa in manie­ra pla­tea­le salen­do sull’automobile di un uomo con occhia­li scu­ri e un visto­so oro­lo­gio al pol­so. Di lei non si pote­va più par­la­re, Dou­nia non face­va più par­te del­la loro fami­glia. Per­ché una bra­va ragaz­za alge­ri­na si com­por­ta­va in manie­ra diver­sa, impa­ra­va a cuci­na­re, si spo­sa­va con un uomo scel­to dai geni­to­ri, met­te­va al mon­do dei bam­bi­ni. Sem­pre rispet­to­sa dei geni­to­ri. Come avreb­be fat­to l’altra sorel­la di Mou­rad, ren­den­do feli­ce la madre. Non impor­ta­va se Dou­nia era diven­ta­ta avvo­ca­to, se era entra­ta in poli­ti­ca, se era alla gui­da di un movi­men­to fem­mi­ni­sta. Nes­su­na di que­ste cose, nes­sun suo suc­ces­so le avreb­be por­ta­to il per­do­no dei geni­to­ri, e tan­to­me­no lei era dispo­sta a per­do­na­re loro per aver­la taglia­ta fuori.

Con un lin­guag­gio viva­ce e moder­no, con una colo­ri­ta spruz­za­ta di paro­le ara­be, Mou­rad ci rac­con­ta dei pro­ble­mi del distac­co gene­ra­zio­na­le a cui si aggiun­go­no le dif­fi­col­tà di inte­gra­zio­ne: non c’è pro­prio nul­la in comu­ne tra la cul­tu­ra che i suoi geni­to­ri si sono por­ta­ti die­tro dall’Algeria e quel­la in cui loro, i figli, cre­sco­no, in Fran­cia. E’ una stra­da irta di osta­co­li che devo­no per­cor­re­re, per non esse­re diver­si dai com­pa­gni e, dall’altra par­te, per non incor­re­re nel­le ire del­la madre- un per­so­nag­gio sim­pa­ti­co e a vol­te irri­tan­te, con le sue esa­ge­ra­zio­ni e i suoi ricat­ti affet­ti­vi, l’importanza che dà al cibo come dimo­stra­zio­ne d’amore e, di con­se­guen­za, alla flo­ri­dez­za fisi­ca come pro­va del benes­se­re. E’ una madre mol­to umo­ra­le, medi­ter­ra­nea, pos­ses­si­va, intran­si­gen­te. Per Mou­rad è una for­tu­na il dover­si allon­ta­na­re da Niz­za per anda­re a inse­gna­re a Pari­gi- altre dif­fi­col­tà, altri pro­ble­mi per il confronto/scontro con gli alun­ni e il ritrat­to di un cugi­no che ha tro­va­to la sua solu­zio­ne for­tu­na­ta: vive con una don­na mol­to più anzia­na che si bea in quel­lo che lei cre­de sia amore.

Ogni per­so­nag­gio tro­va la sua col­lo­ca­zio­ne nel roman­zo di Faï­za Guè­ne, ogni let­to­re può sim­pa­tiz­za­re con l’uno o con l’altro, con Dou­nia che non vuo­le asso­mi­glia­re alla madre ma che fini­sce per esse­re simi­le a lei nel­la sua intran­si­gen­za, con la sorel­la più mite che, for­se per dif­fe­ren­ziar­si da Dou­nia, ha fat­to una scel­ta oppo­sta alla sua e si tro­va bene nel model­lo tra­di­zio­na­le di don­na alge­ri­na, con Mou­rad, il più fra­gi­le dei figli, con il peso del­le paro­le del padre che gli risuo­na­no negli orec­chi, ‘un uomo non pian­ge mai’, con il padre, infi­ne, il più com­pren­si­vo e tol­le­ran­te, che con­fes­sa solo a Mou­rad il desi­de­rio di rive­de­re la figlia pri­ma di mori­re e che si met­te a pian­ge­re- pro­prio lui- quan­do la incon­tra dopo anni.

Blog Leg­ge­re a lume di can­de­la di Maria Emi­lia Piccone

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La felicità è negli affetti: dialogo con Faïza Guène

Intervista a Faïza Guène per L’Indice dei libri del mese

di Fran­ce­sca Del Vecchio

«Mia madre sof­fri­va nel veder­mi solo. Mi cre­de­va, di vol­ta in vol­ta, pau­ro­so, affet­to da tur­be del­la per­so­na­li­tà, omo­ses­sua­le. Nul­la di tut­to que­sto. Ero solo. Pun­to. Me n’ero fat­to una ragio­ne. Riten­go che non aves­se mai rea­liz­za­to di esse­re la pri­ma respon­sa­bi­le di quel fatto»

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneMou­rad nasce a Niz­za, i suoi geni­to­ri sono alge­ri­ni emi­gra­ti in Fran­cia. Mode­sti per ran­go socia­le e per livel­lo cul­tu­ra­le. Sua madre, una don­na bona­ria­men­te inva­den­te e pro­tet­ti­va, gli tra­smet­te affet­to alla vec­chia manie­ra: rim­pin­zan­do­lo di cibo. E Mou­rad, che vor­reb­be eman­ci­par­si da quel­la con­di­zio­ne costruen­do­si un desti­no, vive nel ter­ro­re di diven­ta­re un ragaz­zot­to obe­so con i capel­li sale e pepe. Per soprav­vi­ve­re dovrà affran­car­si da una pesan­te sto­ria fami­lia­re che acco­mu­na mol­ti gio­va­ni di secon­da gene­ra­zio­ne.
Que­sta è la sto­ria rac­con­ta­ta da Faï­za Guè­ne in Un uomo non pian­ge mai, edi­to da Il Sirente.
Guè­ne, scrit­tri­ce fran­co-alge­ri­na di gran­de suc­ces­so cre­sciu­ta a Pan­tin (ban­lieue “incen­dia­ria” a nord-est di Pari­gi), ha debut­ta­to nel mon­do del­la let­te­ra­tu­ra a soli dician­no­ve anni, san­cen­do, già dal prin­ci­pio, il suo talen­to letterario.
È sta­ta ospi­te al Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn di Pra­to e al Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, in occa­sio­ne del qua­le è sta­ta rea­liz­za­ta que­sta intervista.

Cosa han­no in comu­ne Faï­za Guè­ne e il suo per­so­nag­gio, Mou­rad Chennoun?

Mou­rad vive tra due fuo­chi: il tra­di­zio­na­li­smo di sua madre Mina e l’innovazione di sua sorel­la mag­gio­re Dou­nia, bril­lan­te stu­den­tes­sa. Come Mou­rad anche io ho vis­su­to una fase a caval­lo tra la ripro­du­zio­ne dei valo­ri fami­lia­ri e la ten­sio­ne alla moder­ni­tà. Mou­rad incar­na per­fet­ta­men­te la via di mez­zo tra le due stra­de: un ragaz­zo che non nega le sue ori­gi­ni, ma che – facen­do suoi i valo­ri del pae­se ospi­tan­te – costrui­sce qual­co­sa di impor­tan­te per la sua vita.

Il desti­no di Mou­rad è nel­le sue mani: quan­to con­ta per lui e per gio­va­ni come lui l’autodeterminazione e la for­za di volontà?

Il mes­sag­gio che vole­vo far pas­sa­re è che, a pre­scin­de­re dall’origine socia­le e dal livel­lo cul­tu­ra­le, si può esse­re feli­ci solo se sia­mo riu­sci­ti a costrui­re dei lega­mi affet­ti­vi. Mou­rad è cer­to un per­so­nag­gio sin­go­la­re, dota­to di volon­tà e for­za d’animo, ma è vero anche che ha rice­vu­to tan­to amo­re e soste­gno dal­la sua fami­glia, nono­stan­te la mode­stia del padre e l’invadenza del­la madre. È diven­ta­to un inse­gnan­te, e que­sto è un tra­guar­do, pur­trop­po, non per tutti.

Il tuo libro è il rac­con­to di una sto­ria come ce ne sono tan­te: quan­to c’è di fin­zio­ne e quan­to di verità?

Di tut­ti i miei roman­zi que­sto è quel­lo in cui ho mes­so di più di me stes­sa. Ciò non vuol dire che que­sti avve­ni­men­ti si sia­no veri­fi­ca­ti real­men­te nel­la mia vita ma una base di veri­tà c’è: in par­ti­co­la­re il rap­por­to con il padre, l’importanza del patri­mo­nio sto­ri­co. La Fran­cia ha una dop­pia cul­tu­ra e dovreb­be far­ne tesoro.

«Con il pas­sa­re degli anni, la situa­zio­ne con Dou­nia peg­gio­ra­va. Il mon­do ester­no pul­lu­la­va di Julie Gué­rin, e i ten­ta­ti­vi dei miei geni­to­ri di trat­te­ne­re la figlia nel guscio sono tut­ti fal­li­ti. Le inti­mi­da­zio­ni e le puni­zio­ni non fun­zio­na­va­no più. Mia madre, pur così abi­le nel gio­co del­la col­pe­vo­liz­za­zio­ne, ha spa­ra­to tut­te le sue car­tuc­ce. La tachi­car­dia improv­vi­sa e l’ipertensione non cam­bia­va­no più nulla.
Abbia­mo per­du­to Dounia».

Quan­to l’esperienza di vita nel­le ban­lieues ti è sta­ta uti­le nel­la tua pro­du­zio­ne letteraria?

Come ogni scrit­to­re, l’ambiente cir­co­stan­te – fami­lia­re, socia­le, cul­tu­ra­le – influi­sce in modo piut­to­sto evi­den­te sul­la pro­pria let­te­ra­tu­ra. Nel mio caso non è la peri­fe­ria a dare sen­so alla scrit­tu­ra, ma la mia per­ce­zio­ne di que­sto ambien­te. Guar­da­re il mon­do con gli occhi del­la peri­fe­ria dà vita a un nuo­vo gene­re: una let­te­ra­tu­ra popo­la­re “nobi­le”, per­ché anche il per­so­nag­gio più ano­ni­mo può tra­sfor­mar­si in un eroe.

Hai pub­bli­ca­to il tuo pri­mo libro a dician­no­ve anni gra­zie al tuo pro­fes­so­re di fran­ce­se. Hai avu­to corag­gio. E for­tu­na. Cosa ha signi­fi­ca­to per te quel trampolino?

Io cre­do nel desti­no, ed è incre­di­bi­le per me ave­re avu­to que­sta oppor­tu­ni­tà, visto che come Mou­rad la mia con­di­zio­ne socia­le d’origine e il mio ambien­te non sup­por­ta­no que­sto tipo di per­cor­so. Se non aves­si avu­to que­sto incon­tro con il mio mae­stro, e non aves­si segui­to l’ambizione, non avrei mai visto il mio libro pubblicato.

Que­sto ulti­mo roman­zo è sicu­ra­men­te più matu­ro del pri­mo: per sti­le, per sto­ria. C’è qual­co­sa che rim­pian­gi del­la vec­chia Faï­za?

For­se la spen­sie­ra­tez­za dei miei dician­no­ve anni, e anche il mio ottimismo.

Come ha rispo­sto il pub­bli­co fran­ce­se al tuo libro?

Il pub­bli­co mi ha segui­to e ne sono mol­to feli­ce; i miei pri­mi let­to­ri sono anco­ra lì ad atten­der­mi. Per quan­to riguar­da la stam­pa, i gior­na­li­sti e la cri­ti­ca let­te­ra­ria, sono sod­di­sfat­ta che abbia­no rico­no­sciu­to in me una scrit­tri­ce a tut­ti gli effet­ti e non solo un “feno­me­no socia­le del­le periferie”.

Negli ulti­mi anni l’apertura dell’editoria euro­pea al roman­zo d’origine ara­ba ha por­ta­to a cono­sce­re impor­tan­ti auto­ri. Ma qual­che vol­ta capi­ta di imbat­ter­si in roman­zi di estre­ma­men­te ste­reo­ti­pa­ti e scrit­ti per com­pia­ce­re il pub­bli­co occi­den­ta­le. Cosa ne pensi?

Cre­do che in tut­ti i set­to­ri ci sia­no auto­ri ed edi­to­ri che scri­vo­no per pia­ce­re. Ma pen­so che il pub­bli­co non si lasci ingan­na­re e che l’autenticità fac­cia sem­pre la differenza.

I tuoi roman­zi sono sta­ti tra­dot­ti in ven­ti­sei lin­gue. Che rap­por­to hai con i tuoi libri tradotti?

È ogni vol­ta una bel­la sor­pre­sa per me. Ne sono affa­sci­na­ta per­ché sen­to che si trat­ta di un nuo­vo roman­zo. In un nuo­vo ambien­te, in una cul­tu­ra diver­sa. Ma gra­zie ai nume­ro­si incon­tri con i let­to­ri di tut­to il mon­do, ho capi­to che la let­te­ra­tu­ra è universale.

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Emozioni vietate in Maghreb

Il giovane Mourad un giorno decide di voler piangere

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Il Fat­to Quo­ti­dia­no di Fran­ce­sca Bellino

Per un’antica con­sue­tu­di­ne, ave­re momen­ti di debo­lez­za nel Magh­reb ara­bo-musul­ma­no è per­mes­so solo alle don­ne. Da qui l’espressione anco­ra dif­fu­sa Un uomo non pian­ge mai, scel­ta per il tito­lo del suo nuo­vo roman­zo dal­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ne alge­ri­ne Faï­za Guè­ne, nota per il bestsel­ler Kif kif doma­ni, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na con cui esor­dì nel 2004, tra­dot­to in 26 lin­gue. Alla base di quest’espressione c’è un’attitudine che affon­da in soli­de leg­gi tra­di­zio­na­li per cui un uomo può mostra­re for­za e corag­gio e man­te­ne­re digni­tà solo se non cede allo scon­for­to, sen­ti­men­to mes­so in discus­sio­ne dal pro­ta­go­ni­sta Mou­rad nato a Niz­za da fami­glia alge­ri­na, che nar­ra la sua ricer­ca d’identità. Sin da pic­co­lo i geni­to­ri gli ripe­to­no que­sta fra­se che lui rie­la­bo­ra insie­me a tan­ti sti­mo­li con­tra­stan­ti, trop­pi tan­to da pre­fe­ri­re i libri agli ami­ci. “Mia madre sof­fri­va nel veder­mi solo. Mi cre­de­va, di vol­ta in volt, pau­ro­so, affet­to da tur­be del­la per­so­na­li­tà, omo­ses­sua­le” rac­con­ta Mou­rad intro­du­cen­do la madre che ha, più del padre, un atteg­gia­men­to seve­ro che nasce da el keb­da, ter­mi­ne che signi­fi­ca “fega­to”, ma è indi­ca­to per indi­ca­re l’affetto del­le madri per i figli, quell’ “ecces­so di amo­re che fa pau­ra, che fini­sce per somi­glia­re a un regi­me dispo­ti­co” a cui è neces­sa­rio ribel­lar­si per cre­sce­re ed emanciparsi.

31 Mag­gio 2017

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Mohamed Dibo e Faïza Guène al Lingotto

Doppio appuntamento con gli autori de il Sirente alla XXX edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino

Mohamed Dibo autore di “E se fossi morto?” e Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” presenteranno i loro libri all’interno della programmazione ufficiale della fiera, nella sezione Anime Arabe, curata da Paola Caridi e Lucia Sorbera.

Vener­dì 19 mag­gio alle 15,30 Faï­za Guè­ne autri­ce di “Un uomo non pian­ge mai” pre­sen­te­rà il suo libro dia­lo­gan­do con Car­la Pei­ro­le­ro (Suq Festi­val di Geno­va) nel­lo Spa­zio Babel.

Tra­dot­ta in 26 lin­gue Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se con­tem­po­ra­nea. Dopo l’esordio a soli 18 anni “Un uomo non pian­ge mai” è il suo ulti­mo libro, dove con uno sti­le più matu­ro si cimen­ta nel­la dif­fi­ci­le impre­sa di descri­ve­re il cam­mi­no di ricer­ca di un’identità per le secon­de gene­ra­zio­ni nate in Europa.

Saba­to 20 mag­gio ore 15,30 Muham­mad Dibo auto­re di “E se fos­si mor­to?” dia­lo­ga con Jen­ny Erpen­beck tra let­tu­re e musi­ca, pres­so l’Are­na Pie­mon­te. Mode­ra Pao­la Cari­di (cura­tri­ce del­la sezio­ne Ani­me Arabe).

Il tema dell’esilio attra­ver­sa la sto­ria del­la let­te­ra­tu­ra e del pen­sie­ro mon­dia­li. Al Salo­ne auto­ri e intel­let­tua­li leg­go­no bra­ni scel­ti dal­la let­te­ra­tu­ra euro­pea e ara­ba insie­me a Muham­mad Dibo, scrit­to­re siria­no rifu­gia­to a Ber­li­no, e Jen­ny Erpen­beck, scrit­tri­ce tede­sca che dedi­ca un’attenzione par­ti­co­la­re alle migra­zio­ni e al modo in cui stan­no cam­bian­do il suo paese.

Muham­mad Dibo è uno scrit­to­re siria­no, oggi in esi­lio in Ger­ma­nia, nel suo libro auto­bio­gra­fi­co “E se fos­si mor­to?” affron­ta il dram­ma del­la guerra.

Tut­to il cata­lo­go dell’editore sarà pre­sen­te allo stand P 129 / Padi­glio­ne 3

 

 

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La ribellione di Fairouz fra le banlieue parigine

La Mecca-Pukhet di Saphia Azzeddine

di Fran­ce­sca Bel­li­no il Mattino

Per moti­vi sto­ri­ci lega­ti al colo­nia­li­smo, la Fran­cia è il pae­se euro­peo abi­ta­to dal mag­gior nume­ro di migran­ti magh­re­bi­ni e que­sta pre­sen­za mas­sic­cia ha fat­to nasce­re, sin dagli Anni ’80, una nar­ra­ti­va fran­ce­se tar­ga­ta G2. Un esem­pio signi­fi­ca­ti­vo tra le varie voci let­te­ra­rie del­la secon­da gene­ra­zio­ne sono i libri di Saphia Azzed­di­ne, nata in Maroc­co e tra­sfe­ri­ta­si in Fran­cia all’età di 9 anni, del­la qua­le Il Siren­te ha appe­na pub­bli­ca­to il roman­zo La Mec­ca-Phu­ket (tra­du­zio­ne di Ila­ria Vitali).
La sto­ria è ambien­ta­ta in una ban­lieue pari­gi­na disa­gia­ta e rac­con­ta la lot­ta per l’emancipazione del­la gio­va­ne “musul­ma­na lai­ca” Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, nata in Fran­cia da geni­to­ri maroc­chi­ni, con­si­de­ra­ta “sfron­ta­ta” dai pet­te­go­li del quar­tie­re solo per il suo sen­tir­si una don­na libe­ra di sce­glie­re. Fai­rouz, infat­ti, pur rispet­tan­do alcu­ni pre­cet­ti del­la sua reli­gio­ne di appar­te­nen­za, come fare il rama­dan e non bere alcool, pren­de le distan­ze dell’identità fami­lia­re e por­ta avan­ti la sua bat­ta­glia quo­ti­dia­na da “indo­mi­ta”. Nono­stan­te si sen­ta com­ple­ta­men­te diver­sa dai geni­to­ri, li ama e li rispet­ta e, per ren­der­li feli­ci, deci­de di rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, uno dei cin­que pila­stri dell’Islam che va com­piu­to alme­no una vol­ta del­la vita. Comin­cia così a rac­co­glie­re i sol­di neces­sa­ri per il pro­get­to insie­me alla sorel­la men­tre la sua vita scor­re tra stu­dio, ami­che e sogni in un quar­tie­re gri­gio spes­so pre­so d’assalto da “gior­na­li­sti in cer­ca di scoop cir­con­da­ti da guar­die del cor­po per ren­de­re con­to del­la minac­cia islamico-integralista-estremista-oscurantista-salafita-wahabita”.

Per riflet­te­re la sepa­ra­zio­ne tra la secon­da gene­ra­zio­ne e chi l’ha pre­ce­du­ta, l’autrice fa un uso del­la lin­gua a più livel­li: da un lato il modo di espri­mer­si “gio­va­ni­le” del­la pro­ta­go­ni­sta che nar­ra in pri­ma per­so­na, dall’altro il lin­guag­gio “spez­za­to” dei geni­to­ri, un fran­ce­se appros­si­ma­ti­vo tipi­co di chi non ha mai matu­ra­to una buo­na padro­nan­za del­la lin­gua. La mag­gior par­te dei per­so­nag­gi del roman­zo che si pre­sen­ta snel­lo e vivo, par­la il cosid­det­to “argot des cités”, un les­si­co infar­ci­to di pre­sti­ti, soprat­tut­to dal­le lin­gue ara­be e afri­ca­ne, che spa­zia fino al ver­lan, anti­ca pra­ti­ca che rove­scia le paro­le, inver­ten­do non solo le let­te­re dell’alfabeto ma l’intero siste­ma di valo­ri trasmesso.
La pro­ta­go­ni­sta denun­cia così l’esclusione socia­le di chi vive nei caser­mo­ni del­le ban­lieue di Pari­gi dove i pre­giu­di­zi e le discri­mi­na­zio­ni pos­so­no nasce­re anche solo dal nome: “Fai­rouz Mou­fa­kh­rou… Ecco che cosa sug­ge­ri­sce il mio nome, una sfi­ga­ta che abi­ta in un appar­ta­men­to dove non cam­bia­no mai l’aria e che è sta­ta cul­la­ta per tut­ta l’infanzia dal rumo­re del­la pen­to­la a pressione!”.

23 Mar­zo 2017

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Intervista alla scrittrice parigina Faïza Guène, autrice di “Un uomo non piange mai”

Una campagna elettorale all’insegna del sospetto

di Gui­do Cal­di­ron, “Il Mani­fe­sto”, 7 apri­le 2017

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneQuan­do, nel 2004, a soli 19 anni esor­dì con “Kif kif doma­ni”, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na, Faï­za Guè­ne fu subi­to ribat­tez­za­ta dal­la stam­pa fran­ce­se come la «Sagan des cités», in rife­ri­men­to all’autrice di “Bon­jour Tri­stes­se”. Tre­di­ci anni più tar­di, alcu­ni altri roman­zi alle spal­le che han­no con­tri­bui­to a ren­der­la una del­le inter­pre­ti del­la nuo­va let­te­ra­tu­ra tran­sal­pi­na, nata sem­pre più spes­so pro­prio tra i palaz­zo­ni di peri­fe­ria, la scrit­tri­ce, cre­sciu­ta nel­la cité dei Cour­til­liè­res, nel­la ban­lieue pari­gi­na di Pan­tin, pub­bli­ca il suo libro più matu­ro, “Un uomo non pian­ge mai”, il Siren­te (pp. 240, euro 15).

Una rifles­sio­ne, in par­te auto­bio­gra­fi­ca, sul tema del con­fron­to tra le gene­ra­zio­ni e le cul­tu­re osser­va­ta attra­ver­so le vicen­de del­la fami­glia di ori­gi­ne alge­ri­na degli Chen­noun, che l’autrice pre­sen­ta in que­sti gior­ni a Pra­to nell’ambito del Festi­val Medi­ter­ra­neo Downtown.

Oggi la Fran­cia va al voto, come ha vis­su­to que­sta cam­pa­gna elettorale?
Sono mol­to con­fu­sa, nel sen­so che ho l’impressione che la cam­pa­gna non sia sta­ta affat­to all’altezza del­le sfi­de e dei pro­ble­mi che dob­bia­mo affron­ta­re. L’ho tro­va­ta cini­ca e pes­si­ma, pres­so­ché pri­va di digni­tà, con un buon nume­ro di can­di­da­ti che si sono pre­sen­ta­ti mal­gra­do aves­se­ro dei pro­ble­mi seri con la giustizia.

Vote­rà lo stes­so? E con qua­le spi­ri­to, spe­cie di fron­te alla minac­cia rap­pre­sen­ta­ta da Mari­ne Le Pen?
Si, ed è chia­ro che non vote­rò per Mada­me Le Pen. Appar­ten­go alla gene­ra­zio­ne che ha vis­su­to il 2002 – quan­do Jean-Marie Le Pen arri­vò al bal­lot­tag­gio con­tro Chi­rac -, come uno shock e ricor­do benis­si­mo le mani­fe­sta­zio­ni e il sus­sul­to demo­cra­ti­co che scos­se il pae­se. Oggi, inve­ce, di fron­te al fat­to che l’estrema destra è arri­va­ta di nuo­vo al secon­do tur­no, la rea­zio­ne di un tem­po non si è più pro­dot­ta. Qua­si le per­so­ne si fos­se­ro abi­tua­te o ras­se­gna­te a que­sta even­tua­li­tà. La pos­si­bi­li­tà che il Fn pos­sa gui­da­re la Fran­cia è diven­ta­ta per cer­ti ver­si nor­ma­le, e per­ciò possibile.

Anche se ha sem­pre rifiu­ta­to di esse­re con­si­de­ra­ta un sim­bo­lo dei gio­va­ni del­le ban­lieue, cre­de che la cam­pa­gna per l’Eliseo abbia par­la­to anche agli abi­tan­ti dei quar­tie­ri popolari?
In effet­ti è sem­pre dif­fi­ci­le pen­sa­re di par­la­re a nome degli altri, però pos­so dire che ho la sen­sa­zio­ne che si con­si­de­ri­no que­ste “mino­ran­ze” del pae­se solo per addi­tar­le come un pro­ble­ma, per pre­sen­tar­le come i respon­sa­bi­li mag­gio­ri del­le dif­fi­col­tà che attra­ver­sa la nostra socie­tà. E la cam­pa­gna per le pre­si­den­zia­li ha con­fer­ma­to que­sta ten­den­za. Solo che que­sta vol­ta è sta­to soprat­tut­to l’Islam a fini­re nel miri­no di mol­ti poli­ti­ci. Anche se non si trat­ta di qual­co­sa di nuo­vo, negli ulti­mi mesi tut­to ciò si è fat­to sen­ti­re con anco­ra mag­gio­re vio­len­za. L’intera comu­ni­tà musul­ma­na è ormai guar­da­ta con sospetto.

Nel 2007, dopo la rivol­ta del­le ban­lieue e l’ascesa di Sar­ko­zy, ha con­tri­bui­to al volu­me col­let­ti­vo «Qui fait la Fran­ce?» che inten­de­va rea­gi­re pro­prio al mon­tan­te cli­ma iden­ti­ta­rio. Qua­le il bilan­cio ad oggi?
Mi dispia­ce mol­to, per­ché mi pia­ce­reb­be dire che le cose sono miglio­ra­te, ma pur­trop­po non è anda­ta così. E, guar­dan­do al cli­ma che mon­ta nel Pae­se, cre­do che non faran­no che peg­gio­ra­re ulte­rior­men­te. Die­ci anni fa in quel libro ci inter­ro­ga­va­mo pro­prio sul­la pos­si­bi­li­tà che un mag­gio­re acces­so alla cul­tu­ra e al sape­re dei gio­va­ni cre­sciu­ti nel­le ban­lieue e nel­le fami­glie popo­la­ri potes­se pro­dur­re un cam­bia­men­to rea­le, riav­vi­ci­na­re le per­so­ne e ren­de­re più giu­sta la socie­tà fran­ce­se. Nutri­va­mo anco­ra gran­di spe­ran­ze. Oggi inve­ce fac­cio dav­ve­ro fati­ca a capi­re dove sono fini­te tut­te quel­le ener­gie e quel­la voglia di rin­no­va­men­to. All’epoca era cer­to già per­ce­pi­bi­le una deri­va dema­go­gi­ca e xeno­fo­ba, solo che poi quei discor­si si sono fat­ti via via più spu­do­ra­ti e un nume­ro cre­scen­te di per­so­ne han­no comin­cia­to a con­si­de­rar­li come qual­co­sa di «nor­ma­le».

Lo scor­so anno, dopo che il suo com­pa­gno, in Fran­cia da 9 anni ma pri­vo di per­mes­so di sog­gior­no, era sta­to fer­ma­to e reclu­so con la minac­cia dell’espulsione, lei ha scrit­to un bre­ve testo inti­to­la­to «Le bruit des avions» dedi­ca­to al modo in cui sono trat­ta­ti i cosid­det­ti «clan­de­sti­ni».
Si, è sta­to un momen­to tal­men­te dif­fi­ci­le sul pia­no per­so­na­le che fac­cio per­fi­no fati­ca a ritor­na­re sul­la vicen­da. Ci ten­go però a dire che die­tro la defi­ni­zio­ne tutt’altro che neu­tra di «clan­de­sti­no» o di «sans-papiers» si nascon­de il ten­ta­ti­vo di nega­re l’umanità e la vita stes­sa di mol­tis­si­me per­so­ne. Tut­to rien­tra poi nel­la dif­fu­sa ipo­cri­sia che fa sì che que­ste per­so­ne che si vuo­le man­te­ne­re nell’«invisibilità», con­tri­bui­sca­no però in real­tà ogni anno per milio­ni di euro all’economia fran­ce­se. Pos­so­no esse­re sfrut­ta­ti dai dato­ri di lavo­ro anche se non han­no i docu­men­ti in tasca, ma se poi chie­do­no i loro dirit­ti, allo­ra scop­pia il pro­ble­ma. Una situa­zio­ne disgustosa.

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Faïza Guène il 6 maggio a Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 Maggio sarà a Prato in occasione del Festival Mediterraneo Downtown

Scrit­tu­ra Migran­te’ Le iden­ti­tà e le scrit­tu­re metic­ce di due don­ne che par­la­no dell’Europa con­tem­po­ra­nea Saba­to 6 mag­gio – ore 16.30  Bibi­lio­te­ca Laz­ze­ri­ni – Sala Con­fe­ren­ze – Pri­mo Pia­no. Incon­tro con Faï­za Guè­ne, autri­ce di “Un uomo non pian­ge mai” e Alke­ta Vako, mode­ra l’incontro  Mari­na Lalo­vic (Radio Rai 3 Mondo).

Set­tan­ta ospi­ti inter­na­zio­na­li, cen­to volon­ta­ri, tren­ta­cin­que ore di pro­gram­ma­zio­ne tra talk show, incon­tri, pre­sen­ta­zio­ni di libri e spet­ta­co­li: è tut­to pron­to per la pri­ma edi­zio­ne di “Medi­ter­ra­neo Down­to­wn”, il pri­mo festi­val inte­ra­men­te dedi­ca­to alla sce­na con­tem­po­ra­nea dell’area mediterranea.
Un’occasione uni­ca per vive­re una cit­tà come Pra­to, la più mul­ti­cul­tu­ra­le del­la nostra regio­ne, e anche per ave­re uno sguar­do nuo­vo, ori­gi­na­le e non ste­reo­ti­pa­to su un’area geo­gra­fi­ca, cul­tu­ra­le, sto­ri­ca ed eco­no­mi­ca a cui apparteniamo.
La mani­fe­sta­zio­ne coin­vol­ge­rà i luo­ghi prin­ci­pa­li del­la cit­tà: Il Cen­tro per l’Arte Con­tem­po­ra­nea Lui­gi Pec­ci, il com­ples­so del­la Ex Cam­pol­mi (Museo del Tes­su­to e Biblio­te­ca Laz­ze­ri­ni), il tea­tro Cico­gni­ni all’interno del pre­sti­gio­so e omo­ni­mo Liceo e piaz­za del­le carceri.
I pro­mo­to­ri del Festi­val 2017 sono: COSPE onlus, Comu­ne di Pra­to, Regio­ne Tosca­na, Libe­ra, Amne­sty Inter­na­tio­nal e Legambiente.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incen­dia­ria” a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Gra­zie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kife Kife, demain, 2004). L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, Fai­za Gue­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se contemporanea.»

Il Libro Una cro­na­ca sen­si­bi­le e diver­ten­te, un sot­ti­le ritrat­to di un’epoca, in cui tut­ti i para­me­tri di rife­ri­men­to sono in frantumi.“Un uomo non pian­ge mai” rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Nato a Niz­za da geni­to­ri alge­ri­ni, Mou­rad Chen­noun vor­reb­be costruir­si un desti­no. Il suo peg­gior incu­bo: diven­ta­re un vec­chio ragaz­zo obe­so con i capel­li sale e pepe, nutri­to da sua madre a base di olio di frit­tu­ra. Per evi­ta­re que­sto, dovrà eman­ci­par­si da una pesan­te sto­ria fami­lia­re. Ma è vera­men­te nel­la rot­tu­ra che diven­te­rà pie­na­men­te se stes­so? Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la libertà.

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Ebe Pierini, “ItalNews” (25 aprile 2017)

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

L’indomita Fairouz in bilico tra tradizione ed emancipazione nella banlieue francese

di Ebe Pie­ri­ni, “Ital­News” (25 apri­le 2017)

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)Nel quar­tie­re la defi­ni­sco­no sfron­ta­ta. Lei si defi­ni­sce fie­ra e indo­mi­ta.

Non ero fie­ra di esse­re musul­ma­na, ma sem­mai musul­ma­na e fie­ra in generale.

Non è un’eroina moder­na la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo di Saphia Azze­di­neLa Mec­ca Phu­ket” (Il Siren­te). Fai­rouz è una ragaz­za nor­ma­le, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni che vive in una ban­lieue fran­ce­se. Una di quel­le che da alme­no un paio d’anni a que­sta par­te sono dive­nu­te famo­se per­chè da lì pro­ve­ni­va­no alcu­ni ter­ro­ri­sti isla­mi­ci e per­chè è lì che mag­gior­men­te si incan­cre­ni­sce la man­ca­ta inte­gra­zio­ne che a vol­te par­to­ri­sce l’estremismo.

La sua è una lot­ta quo­ti­dia­na con­tro la doci­li­tà, quel­la che le impor­reb­be la sua cul­tu­ra. In bili­co tra la voglia di eman­ci­par­si e l’amore per la sua fami­glia. Quel­lo stes­so amo­re che nutre ver­so i suoi geni­to­ri che la spin­ge a met­te­re da par­te dei sol­di, con la com­pli­ci­tà del­la sorel­la Kal­soum per rega­la­re loro l’hajj, il pel­le­gri­nag­gio isla­mi­co a La Mec­ca per­chè pos­sa­no final­men­te vede­re e toc­ca­re la Ka’ba e non esse­re più addi­ta­ti dai vici­ni in quan­to anco­ra non han­no ottem­pe­ra­to ad uno dei pila­stri dell’Islam.

Da un lato il sen­so del dove­re e del rispet­to e quel sal­va­da­na­io che si riem­pie. Dall’altro la voglia di eva­de­re, di rega­lar­si un sogno. Nel mez­zo c’è l’odore dei piat­ti tipi­ci maroc­chi­ni, c’è l’atmosfera del­le ban­lieue, c’è la dif­fi­col­tà degli immi­gra­ti di integrarsi.

Genia­le l’idea dell’autrice di sce­glie­re di attri­bui­re ai geni­to­ri un lin­guag­gio che è volu­ta­men­te un ibri­do tra il loro idio­ma ori­gi­na­rio e quel­lo del Pae­se che li ospi­ta. Così come è schiet­to, diret­to, sfron­ta­to, in alcu­ni momen­ti anche vol­ga­re il modo di espri­mer­si del­la pro­ta­go­ni­sta. Ma è esso stes­so ribel­lio­ne ad uno sche­ma, è esso stes­so una for­ma di indocilità.

Un roman­zo che ci costrin­ge ad inter­ro­gar­ci sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne che vivo­no in deter­mi­na­ti con­te­sti fami­glia­ri e reli­gio­si. “Sono pas­sa­te dal­la cor­da per sal­ta­re al fascia­to­io, sen­za pas­sa­re dal­la casel­la baci ruba­ti” sen­ten­zia con ama­rez­za Fai­rouz par­lan­do di tan­te ragaz­ze pro­ve­nien­ti da fami­glie di immi­gra­ti. Lei che scan­da­glia a fon­do anche il rap­por­to tra uomo e don­na. “Sia­mo l’una la metà dell’altro, ce la gio­chia­mo a metà e ci godia­mo il risul­ta­to a metà. Nel­le reli­gio­ni, le don­ne subi­va­no sem­pre di tut­to, come se Dio ce l’avesse per­so­nal­men­te con loro per qual­co­sa. Ma la mela e quel­la sto­riel­la che ne è deri­va­ta, può con­vin­ce­re all’inizio. Ma poi Walt Disney ha fat­to un sac­co di capo­la­vo­ri che tra­sfor­ma­no quel­la sto­ria in una boia­ta. Che cosa abbia­mo mai fat­to che non abbia­no fat­to anche gli uomi­ni, a par­te gene­ra­li in quan­de quan­ti­tà?” si chiede.

Una sto­ria che ruo­ta attor­no a que­sta col­let­ta per rega­la­re l’hajj ai geni­to­ri che si chiu­de con un fina­le inat­te­so. Uno sti­le flui­do e pia­ce­vo­le quel­lo del­la Azza­di­ne che dimo­stra in que­sto roman­zo di saper tra­sci­na­re il let­to­re dal­la pri­ma all’ultima pagi­na sen­za anno­ia­re mai.

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Ebe Pierini, “ItalNews”, 12 aprile 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

La guerra raccontata attraverso i colori da un ragazzo di Aleppo

di Ebe Pie­ri­ni, “Ital­News”, 12 apri­le 2017

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarImpri­me­re la guer­ra su tela.
Dipin­ger­la anche col san­gue vero del­le vittime.
É quel­lo che fa Adam, un ragaz­zi­no siria­no di 14 anni, mala­to del­la sin­dro­me di Asper­ger, orfa­no di madre. La sua came­ra pie­na zep­pa di tele dipin­te è il suo rifu­gio. É così che lui esor­ciz­za il dolo­re, tra­spo­nen­do­lo in un dipin­to. E quan­do il cibo scar­seg­gia e i mor­si del­la fame si fan­no sen­ti­re schiac­cia un tubet­to di colo­re e lo mangia.
É lui il pro­ta­go­ni­sta del roman­zo “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” (il Siren­te) di Sumia Suk­kar, scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di ori­gi­ni siriane.
I colo­ri e il conflitto.
Potreb­be appa­ri­re un con­nu­bio impos­si­bi­le e inve­ce diven­ta una chia­ve di let­tu­ra alter­na­ti­va. Ogni sen­ti­men­to, ogni sta­to d’animo vie­ne asso­cia­to ad una tin­ta e la guer­ra assu­me le sfu­ma­tu­re del nero, del gri­gio, del mar­ro­ne, del vio­la, del ros­so. Adam affron­ta il dram­ma che afflig­ge Alep­po e tut­ta la Siria gra­zie all’amore del­la sua fami­glia, di suo padre, del­la sorel­la Yasmi­ne, suo vero uni­co pun­to di rife­ri­men­to e dei suoi tre fra­tel­li e alla vici­nan­za di una gat­ta ran­da­gia che deci­de di chia­ma­re Liqui­ri­zia. Il dolo­re sfio­re­rà più vol­te i mem­bri del­la sua fami­glia e la mor­te entre­rà nel­la sua casa. A fare da cor­ni­ce la descri­zio­ne di una Alep­po vio­la­ta dai bom­bar­da­men­ti. La scuo­le chiu­se, le case distrut­te, i mor­ti per stra­da, il cibo che man­ca, l’acqua cen­tel­li­na­ta. In que­sto roman­zo ritro­via­mo la Siria che ci appa­re ormai dagli scher­mi tele­vi­si­vi, nei ser­vi­zi dei tele­gior­na­li, nei repor­ta­ge dei giornalisti.
In Adam rivi­vo­no tut­ti i bam­bi­ni che han­no vis­su­to e con­ti­nua­no a vive­re que­sta ter­ri­bi­le espe­rien­za. Lui ci ricor­da anche tut­te le vit­ti­me del­la guer­ra in Siria non da ulti­mi i bim­bi mor­ti ad Idlib per i gas del­le armi chi­mi­che. Pro­prio per que­sto il roman­zo è qua­si un repor­ta­ge per l’attualità del­le vicen­de che nar­ra e per la veri­di­ci­tà del­le vite che contiene.

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Katia Debora Melis, “Oubliette Magazine”, 10 aprile 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” di Sumia Sukkar: ma la guerra che colore ha?

di Katia Debo­ra Melis, “Oubliet­te Maga­zi­ne”, 10 apri­le 2017

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarTer­zo libro del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te, usci­to nel 2016 con tra­du­zio­ne dall’inglese di Bar­ba­ra Beni­ni, è il bel­lis­si­mo dol­cea­ma­ro e eru­dis­si­mo, ma comun­que splen­di­do testo d’esordio di Sumia Suk­kar, autri­ce ingle­se di ori­gi­ni siro-alge­ri­ne, nata a Lon­dra nel 1992.

Fre­quen­ta­to il cor­so di lau­rea in Scrit­tu­ra crea­ti­va pres­so la King­ston Uni­ver­si­ty lon­di­ne­se, vie­ne inco­rag­gia­ta da Todd Swift, scrit­to­re ed edi­to­re, a pub­bli­ca­re con la sua casa edi­tri­ce, la Eyewear, il pri­mo roman­zo, “The boy from Alep­po who paint the war” nel 2013.

Alep­po. Siria. Una fami­glia for­ma­ta da baba, il padre, che lavo­ra tut­to il gior­no dura­men­te per sosten­ta­re i suoi cin­que figli. Mama, mam­ma, la moglie, è mor­ta anni pri­ma.Il figlio più pic­co­lo e voce nar­ran­te di qua­si tut­ta la sto­ria, è Adam, quat­tor­di­cen­ne che vive a caval­lo tra real­tà e imma­gi­na­zio­ne, in un mon­do spe­cia­le e abba­stan­za pro­tet­to dal nucleo fami­lia­re, a cau­sa del­la sua sin­dro­me di Asperger.

Tre fra­tel­li gemel­li stu­dia­no all’università, men­tre Yasmi­na, l’unica don­na di casa, infer­mie­ra in un cen­tro este­ti­co, è il moto­re e il vero soste­gno di tut­ta la fami­glia, in pri­mis di Adam, di cui cono­sce per­fet­ta­men­te le spe­cia­li esi­gen­ze, le manie, abi­tu­di­ni, pau­re, fobie e le perio­di­che cri­si dovu­te alla sua patologia.

In fon­do, una fami­glia nor­ma­le, che ha tro­va­to un suo equi­li­brio e ha crea­to la “nor­ma­li­tà” attor­no a Adam. Lui ha sem­pre ama­to dipin­ge­re e i colo­ri sono il fil­tro per la sua per­ce­zio­ne e com­pren­sio­ne del mon­do, di cose, per­so­ne, situa­zio­ni e sta­ti d’animo. I colo­ri sono le cate­go­rie attra­ver­so cui può ten­ta­re di capi­re e di non per­de­re di vista un oriz­zon­te sicu­ro e tran­quil­liz­zan­te. Improv­vi­sa­men­te, però, le cose stan­no cam­bian­do. Entra­no nel­la sua vita paro­le incom­pren­si­bi­li nel loro per­ché: mani­fe­sta­zio­ni, rivol­te, guer­ra. Guer­ra civi­le, impos­si­bi­le: come si può com­bat­te­re se stessi?

È pre­sen­te nei suoi qua­dri la guer­ra, fil­tra­ta attra­ver­so i libri, la scuo­la, la tele­vi­sio­ne, nei film, pri­ma, e nei noti­zia­ri d’ora in avan­ti. Cre­sce la sua con­fu­sio­ne, cre­sco­no le sue doman­de, cre­sce il suo disa­gio. Tra man­can­za d’acqua, di ener­gia elet­tri­ca, di cibo, e orro­ri sem­pre cre­scen­ti e che via via toc­che­ran­no sem­pre più da vici­no la fami­glia di Adam, cam­bia­no i colo­ri intor­no, pri­ma nel­le per­so­ne, che non sono più le stes­se, poi anche Alep­po, tut­ta, che non sarà mai più come prima.

Per la pri­ma vol­ta dopo la scom­par­sa del­la madre, la mor­te entra pre­po­ten­te­men­te nel­la vita, negli occhi di Adam, gli strap­pa via il fra­tel­lo Isa, e anco­ra mace­rie e pol­ve­re, bom­be e san­gue, vio­len­ze ovun­que, in un’escalation sen­za fine.

Gli occhi di Adam ci rac­con­ta­no per qua­si tut­to il tem­po le vicen­de, sal­vo i pochi, dolo­ro­sis­si­mi capi­to­li in cui a rac­con­ta­re in pri­ma per­so­na gli orro­ri, le sevi­zie e tur­pi­tu­di­ni del con­flit­to, subi­te in pri­ma per­so­na, sarà Yasmine.

I tan­ti per­ché di Adam non sem­pre tro­ve­ran­no rispo­sta, non la tro­va­no nem­me­no per noi che sia­mo spes­so lon­ta­ni e incre­du­li spet­ta­to­ri di con­flit­ti, come quel­lo siria­no, che non paio­no tro­va­re soluzione.

Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” è un roman­zo tra sto­ria, cro­na­ca e denun­cia, che sa met­te­re in luce i risvol­ti sen­ti­men­ta­li, affet­ti­vi, cul­tu­ra­li, reli­gio­si e uma­ni di un popo­lo che da trop­po tem­po sof­fre ogni gene­re d’atrocità.

Tra fan­ta­sia e inge­nui­tà, amo­ri pro­fon­di, cita­zio­ni let­te­ra­rie e imma­gi­ni poe­ti­che, con pro­fon­da pas­sio­ne per la cul­tu­ra, tra imma­gi­ni cruen­te, di inau­di­ta bru­ta­li­tà, sino a qua­dri maca­bri e osses­si­vi, come den­tro un gran­de incu­bo, non si rie­sce a stac­ca­re lo sguar­do dal­la pagi­na sino all’ultima riga, pro­fon­da­men­te e inten­sa­men­te coin­vol­ti dal­le vicen­de dei protagonisti.

Il let­to­re, così, li accom­pa­gna nel loro lun­go e dolo­ro­so viag­gio di fuga ver­so Dama­sco, ver­so la sal­vez­za, ver­so una nuo­va vita. Non tut­ti arri­ve­ran­no alla meta. Ma là in fon­do, chis­sà dove, c’è anco­ra qual­co­sa e qual­cu­no, ci sono anco­ra colo­ri che aspet­ta­no di esse­re usa­ti per dipin­ge­re un qua­dro diverso.

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Riccardo Michelucci, “Avvenire”, 8 aprile 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

Intervista. La scrittrice Saphia Azzedine: banlieue, la rabbia non è islam

di Ric­car­do Miche­luc­ci, “Avve­ni­re”, 8 apri­le 2017

Nel suo nuo­vo roman­zo la gio­va­ne scrit­tri­ce affron­ta con tono leg­ge­ro gli ste­reo­ti­pi sul­la sua religione.

«Cre­de­vo in Dio. Face­vo il rama­dan. Non man­gia­vo maia­le. Non beve­vo alcool. Ero ver­gi­ne. Non spar­la­vo. Cioè, solo un po’. Ero quel­la che si chia­ma comu­ne­men­te musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no. Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei conti».

Un fiu­me inter­rot­to di paro­le con­di­to da una vena iro­ni­ca e a trat­ti irri­ve­ren­te ci rac­con­ta la real­tà odier­na del­le ban­lieue pari­gi­ne e la vita degli immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, dei qua­li si sen­te par­la­re qua­si esclu­si­va­men­te attra­ver­so i fat­ti di cro­na­ca. La voce nar­ran­te è quel­la del­la gio­va­ne Fai­rouz, pro­ta­go­ni­sta di “La Mec­ca-Phu­ket”, il roman­zo del­la scrit­tri­ce fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne, appe­na usci­to in ita­lia­no per l’editrice il Siren­te (pagi­ne 130, euro 15,00). Fai­rouz vive con la fami­glia a Cré­teil, un sob­bor­go di Pari­gi, in «un caser­mo­ne dove i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cer­vel­lo da cemen­to» e desi­de­ra eman­ci­par­si dal­le ori­gi­ni arabomusulmane.
Un gior­no deci­de insie­me a una sorel­la di rac­co­glie­re i sol­di neces­sa­ri per rega­la­re il sogno di una vita ai devo­ti geni­to­ri: il hajj, ovve­ro il pel­le­gri­nag­gio isla­mi­co cano­ni­co alla Mec­ca. Ma fini­rà inve­ce per spen­de­re quei sol­di in altro modo, cioè pren­den­do dei bigliet­ti per andar­si a diver­ti­re in un resort di Phu­ket, in Thailandia.

«Alla fine pre­fe­ri­rà rin­gra­zia­re Dio per i pic­co­li pia­ce­ri del­la vita, inve­ce che chie­der­gli per­do­no», ci spie­ga Azzed­di­ne. Dopo i pre­ce­den­ti roman­zi Con­fi­den­ces à Allah e Mio padre fa la don­na del­le puli­zie (quest’ultimo tra­dot­to alcu­ni anni fa da Giu­lio Per­ro­ne edi­to­re), La Mec­ca-Phu­ket­com­ple­ta la tri­lo­gia che la scrit­tri­ce ha dedi­ca­to al con­fron­to con la sua reli­gio­ne, un tema appa­ren­te­men­te com­ples­so del qua­le rie­sce a par­la­re in modo disin­can­ta­to e diver­ten­te ma non fri­vo­lo, con­vin­ta com’è che non sia neces­sa­rio esse­re sem­pre seri o, peg­gio, arrab­bia­ti, quan­do si par­la di religione.

Nata ad Aga­dir nel 1979, Saphia Azzed­di­ne ha lascia­to il Maroc­co a 9 anni e da allo­ra vive in Fran­cia, dove lavo­ra anche come attri­ce e regi­sta. Ha sei roman­zi all’attivo, «e il set­ti­mo già con­se­gna­to all’editore», pre­ci­sa. Da quel­lo di esor­dio sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to, da La Mec­ca-Phu­ket per­si­no una tra­spo­si­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca. Quest’ultimo pre­sen­ta anche una par­ti­co­la­re atten­zio­ne al lin­guag­gio, e ci fa cono­sce­re i codi­ci lin­gui­sti­ci nati nel­le peri­fe­rie disa­gia­te con fun­zio­ni di rico­no­sci­men­to iden­ti­ta­rio e generazionale.

In que­sto caso è sta­ta una pre­ci­sa scel­ta dovu­ta all’ambientazione del romanzo?
«Per la veri­tà no. Di soli­to non costrui­sco nien­te, non pro­gram­mo alcun­ché pri­ma di met­ter­mi a scri­ve­re, né come né quan­to, e scri­vo sem­pre in modo mol­to spon­ta­neo. In tut­ti i miei roman­zi mi sono sfor­za­ta di ante­por­re i per­so­nag­gi a me stes­sa. Sono io ad adat­tar­mi alla loro vita, e quin­di anche al loro modo di esprimersi».

Fino a che pun­to il per­so­nag­gio di Fai­rouz è ispi­ra­to alla sua per­so­na­li­tà? Ci sono altri ele­men­ti auto­bio­gra­fi­ci nel­la storia?
«Io sono den­tro tut­ti i miei per­so­nag­gi, non mi nascon­do mai die­tro la fin­zio­ne. Li amo e li com­pren­do. Non neces­sa­ria­men­te la pen­so sem­pre come loro, però. Fai­rouz mi asso­mi­glia per­ché ha la mia stes­sa rab­bia ma anche un suo modo mol­to per­so­na­le di con­ce­pi­re Allah, che la por­ta mol­to più spes­so a rin­gra­ziar­lo piut­to­sto che a chie­der­gli scusa».

Cosa pen­sa dell’attuale situa­zio­ne nel­le ban­lieue fran­ce­si?L’immagine che si ha dall’esterno, for­se super­fi­cia­le, è quel­la di una real­tà esplo­si­va che la poli­ti­ca non sa affron­ta­re, e che anche per que­sto si incan­cre­ni­sce col tempo.
«È una situa­zio­ne dif­fi­ci­le, cer­to, ma non sol­tan­to a cau­sa del mal­con­ten­to del­le comu­ni­tà e del­le deri­ve di natu­ra reli­gio­sa, come ven­go­no descrit­te tut­ti i gior­ni dai mez­zi d’informazione. Il pro­ble­ma del­le peri­fe­rie è anzi­tut­to di carat­te­re socia­le, ed è ali­men­ta­to dal­le ingiu­sti­zie subi­te dal­la popolazione».

Pen­sa che que­sto pro­ble­ma sia anda­to ad aggra­var­si negli ulti­mi decenni?
«Sicu­ra­men­te. Le tele­vi­sio­ni e i gior­na­li non han­no mai smes­so di costrui­re una sor­ta di isla­mi­smo imma­gi­na­rio che con l’andar del tem­po, per rea­zio­ne, è diven­ta­to real­tà. Da alme­no trent’anni i musul­ma­ni fran­ce­si ven­go­no stig­ma­tiz­za­ti, cri­mi­na­liz­za­ti, se le gio­va­ni don­ne indos­sa­no un fou­lard c’è chi ne fa subi­to un affa­re di Sta­to. L’islam ha dimo­stra­to di ave­re le spal­le lar­ghe. A for­za di descri­ve­re i padri come tor­tu­ra­to­ri e aguz­zi­ni, i figli come dei bru­ti e le don­ne come per­so­ne sot­to­mes­se, c’è sta­to un riget­to nei con­fron­ti del­lo Sta­to e un allon­ta­na­men­to di que­ste comu­ni­tà dal­la vita socia­le del Pae­se. È sta­ta una rea­zio­ne abba­stan­za spon­ta­nea. Sen­za par­la­re del pro­ble­ma del­la colo­niz­za­zio­ne, un cri­mi­ne che ha lascia­to trac­ce che si sen­to­no tut­to­ra, dopo tan­ti anni».

Cosa si aspet­ta dall’esito del­le pros­si­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li francesi?
«Non so, non mi aspet­to nien­te. Pri­ma era­va­mo soli­ti vota­re per il male mino­re. Ades­so è diven­ta­to dif­fi­ci­le anche distin­gue­re, sia­mo di fron­te a dei burat­ti­ni pri­vi di ani­ma. Qual­cu­no potrà anche rite­ner­la una posi­zio­ne dema­go­gi­ca ma, se è così, è col­pa dei politici».

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Faïza Guène ospite al Festival Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 maggio a Mediterraneo Downtown (5–6-7 Maggio)

In con­co­mi­tan­za con l’uscita del libro “Un uomo non pian­ge mai” l’autrice par­te­ci­pe­rà ad un incon­tro di pre­sen­ta­zio­ne il 6 mag­gio all’interno del Festi­val Medi­ter­ra­neo Downtown

Medi­ter­ra­neo Down­to­wn: dia­lo­ghi, cul­tu­re e socie­tà si ter­rà il pri­mo week end di mag­gio (5–6 e 7 mag­gio) e, que­sta vol­ta, si trat­te­rà di una paci­fi­ca e ani­ma­ta inva­sio­ne del cen­tro sto­ri­co di Prato.

Il quar­tier gene­ra­le dell’evento sarà il com­ples­so del­la Ex Cam­pol­mi, tra il Museo del Tes­su­to e la Biblio­te­ca Laz­ze­ri­ni, ma saran­no le stra­de, le piaz­ze, i tea­tri, i cine­ma, i musei e le libre­rie di tut­ta la cit­tà ad esse­re pro­ta­go­ni­sti di una mani­fe­sta­zio­ne che assu­me­rà i con­no­ta­ti di un festi­val popo­la­re, di una ope­ra­zio­ne cul­tu­ra­le e divul­ga­ti­va, con una offer­ta che spa­zie­rà tra incon­tri pub­bli­ci con testi­mo­nial auto­re­vo­li, arte con­tem­po­ra­nea, con­cer­ti, libri, cine­ma, atti­vi­tà per bam­bi­ni, incon­tri di gio­va­ni stu­den­ti, atti­vi­tà sportive.

Al cen­tro dei dibat­ti­ti del talk show e del­le pre­sen­ta­zio­ni di libri, ci saran­no come al soli­to i diritti, decli­na­ti sui “fem­mi­ni­smi”, dirit­ti del­le don­ne ed Lgb­ti nel Medi­ter­ra­neo, le eco­no­mie e le rela­zio­ni eco­no­mi­che soste­ni­bi­li, gio­va­ni e inno­va­ti­ve, la liber­tà di espres­sio­ne vista attra­ver­so i fumet­ti e la gra­phic novel e, natu­ral­men­te, le migra­zio­ni: affron­ta­te que­sta vol­ta da una pro­spet­ti­va par­ti­co­la­re ovve­ro, “quan­do la migrazio­ni bus­sa­no alla tua porta”.

Al Festi­val pres­so ex fab­bri­ca Cam­pol­mi, di fron­te al Museo del Tes­su­to tro­ve­re­te anche la libre­ria con tut­ti i tito­li del­le col­la­ne Altria­ra­bi e Altria­ra­bi Migran­te dell’editrice il Sirente. 

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneFaï­za Guè­ne pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po del nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. “Un uomo non pian­ge mai” è il suo ulti­mo libro e quel­lo a cui è più affezionata.

Rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la libertà.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, 400.000 copie ven­du­te, Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se contemporanea.»

 

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Viviana Mazza, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2017

E SE FOSSI MORTO? di Muhammad Dibo

Intervista. Vi fanno orrore queste immagini. Ma il mio popolo viene ucciso ogni giorno

di Vivia­na Maz­za, “Cor­rie­re del­la Sera”, 5 mar­zo 2017

Muhammad DiboIl regi­me siria­no ucci­de il popo­lo nel­le car­ce­ri e con la guer­ra, lo ucci­de con gli asse­di e con la fame, e que­ste cose avven­go­no tut­ti i gior­ni, non solo oggi con la stra­ge lega­ta all’uso di armi chi­mi­che. E’ para­dos­sa­le che ogni vol­ta che le armi chi­mi­che ven­go­no usa­te in Siria, ci sia cla­mo­re sui media, ma poi il mon­do tor­na al suo abi­tua­le silen­zio pur sapen­do che Assad ha con­ti­nua­to a ucci­de­re sen­za fer­mar­si un solo gior­no per sei anni. Le mor­ti per i gas sono più gra­vi di quel­le avve­nu­te in car­ce­re o con altri meto­di? Sia­mo di fron­te ad un mon­do sor­do che sem­bra dire ad Assad: ucci­di, ma non con le armi chi­mi­che! Fal­lo con i car­ri arma­ti, i bom­bar­da­men­ti aerei, ma non con le armi chi­mi­che”. Muham­mad Dibo è uno scrit­to­re siria­no. Par­te­ci­pò nel 2011 alla rivol­ta con­tro il regi­me. Dopo l’arresto e le tor­tu­re in car­ce­re, nel 2014 ha lascia­to il Pae­se. Vive in esi­lio a Ber­li­no e diri­ge “Syria Untold”, testa­ta web di atti­vi­smo civi­le. Il 20 mag­gio sarà al Salo­ne del Libro di Tori­no per par­la­re del roman­zo “E se fos­si mor­to?” (il Siren­te), nel qua­le rac­con­ta che “se vivi in Siria, la fine può arri­va­re in ogni momen­to: sot­to le bom­be o in uno dei tene­bro­si sot­ter­ra­nei dei ser­vi­zi segreti”.

 

L’America di Trump ha det­to che rimuo­ve­re Assad non è una prio­ri­tà: pen­sa che que­sto abbia dato car­ta bian­ca al regime?
“La posi­zio­ne dell’America Trump non è diver­sa da quel­la dell’amministrazione Oba­ma. L’unica dif­fe­ren­za è che Trump dice aper­ta­men­te ciò che Oba­ma face­va taci­ta­men­te. Oba­ma è sta­to più peri­co­lo e insi­dio­so per i siria­ni, li illu­de­va di esse­re con­tro Assad, ma in pra­ti­ca gli ha for­ni­to tut­te le car­te per soprav­vi­ve­re: non ha aper­to boc­ca sull’intervento di Hez­bol­lah e dell’Iran, ha spia­na­to la stra­da alla Rus­sia e si riman­gia­to le dichia­ra­zio­ni sul­la “linea ros­sa” del­le armi chimiche.

Lei cre­de che, sei anni dopo, sia­no rima­ste solo due opzio­ni: il regi­me o i jihadisti?
“In Siria c’è anco­ra un popo­lo che vuo­le uno Sta­to libe­ro e giu­sto, ma è tra le grin­fie dei jiha­di­sti e di Assad, due fac­ce del­la stes­sa meda­glia. Ci sareb­be una ter­za via: scon­fig­ge­re gli uni e l’altro. L’America e l’Europa cre­do­no di fare i loro inte­res­si. Il rischio è che ne paghe­ran­no il prez­zo: le dit­ta­tu­re sono ter­re­no fer­ti­le per il terrorismo”.

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A breve “Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Un uomo non piange mai” a maggio in Libreria

Que­sto bel­lis­si­mo roman­zo ci dice mol­to di più sul­la vita di tut­ti i trat­ta­ti di socio­lo­gia e discor­si poli­ti­ciL’Express.

Una cro­na­ca sen­si­bi­le e diver­ten­te, un sot­ti­le ritrat­to di un’epoca, in cui tut­ti i para­me­tri di rife­ri­men­to sono in fran­tu­mi. “Un uomo non pian­ge mai” rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Nato a Niz­za da geni­to­ri alge­ri­ni, Mou­rad Chen­noun vor­reb­be costruir­si un desti­no. Il suo peg­gior incu­bo: diven­ta­re un vec­chio ragaz­zo obe­so con i capel­li sale e pepe, nutri­to da sua madre a base di olio di frit­tu­ra. Per evi­ta­re que­sto, dovrà eman­ci­par­si da una pesan­te sto­ria fami­lia­re. Ma è vera­men­te nel­la rot­tu­ra che diven­te­rà pie­na­men­te se stes­so? Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la libertà.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se contemporanea.»

Faï­za Guè­ne, née en 1985 à Bobi­gny, roman­ciè­re, scé­na­ri­ste et réa­li­sa­tri­ce fra­nçai­se.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incen­dia­ria” a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Gra­zie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kife Kife, demain, 2004). L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”.

Un uomo non pian­ge mai” di Faï­za Guè­ne è il V tito­lo del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te, che rac­co­glie le ope­re di gio­va­ni auto­ri euro­pei di ori­gi­ne ara­ba, soste­nu­ta dall’U.E. Tra­dot­to dal fran­ce­se da Fede­ri­ca Pisto­no, illu­stra­zio­ne di coper­ti­na di Pao­la Equi­zi. Nel­la stes­sa col­la­na: “L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re”, “I mira­co­li”, “il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”, “La Mec­ca-Phu­ket”.

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Mangialibri, 29 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Lisa Puzzella

Quan­do i signo­ri Mou­fa­kh­rou sono arri­va­ti in Fran­cia era­no entu­sia­sti e pie­ni di “voglia di inte­grar­si”, ma la real­tà li ha ben pre­sto con­vin­ti a rinun­cia­re. Que­sta scel­ta, secon­do la loro pri­mo­ge­ni­ta Fai­rouz è sta­ta prov­vi­den­zia­le per­chè la loro “fran­ce­siz­za­zio­ne” non sareb­be cer­ta­men­te sta­ta ben accol­ta dai cef­fi che popo­la­no i caser­mo­ni del­la peri­fe­ria in cui vivo­no. Un non luo­go dove le lin­gue dei ben­pen­san­ti sono instan­ca­bi­li, bat­to­no inde­fes­se la gran­cas­sa del­la mora­li­tà e del buon­co­stu­me. Una sor­ta di comi­ta­to di salu­te pub­bli­ca pre­sie­du­to dal­le beghi­ne di quar­tie­re si occu­pa del­la dif­fu­sio­ne del pet­te­go­lez­zo e del­la noti­fi­ca del­le cri­ti­che agli inte­res­sa­ti. Nul­la le può fer­ma­re, né ascen­so­ri rot­ti né i gru­gni­ti e sguar­di di disap­pro­va­zio­ne che Fai­rouz riser­va loro ogni qual vol­ta le osser­va scam­bia­re untuo­si e ipo­cri­ti con­ve­ne­vo­li con sua madre al mer­ca­to o men­tre sono assi­se a cena, invi­ta­te sapen­do già che cri­ti­che­ran­no tut­to, dal­la quan­ti­tà di gras­so di mon­to­ne lascia­to nel­la taji­ne al fat­to che i signo­ri Mou­fa­kh­rou non sono anco­ra haji, non han­no effet­tua­to il ritua­le pel­le­gri­nag­gio di puri­fi­ca­zio­ne a La Mec­ca. Pro­prio per sgra­va­re i geni­to­ri dal peso dell’onta, Fai­rouz e sua sorel­la Kal­soum deci­do­no di accol­lar­si l’onere di rag­gra­nel­la­re la som­ma neces­sa­ria al viag­gio, che con­se­gna­no scru­po­lo­sa­men­te in pic­co­le, suda­tis­si­me rate ad un untuo­so agen­te di viag­gi sui gene­ris. Ma alla por­ta accan­to alla sua occhieg­gia ammic­can­te una “vera” agen­zia di viag­gi che pro­po­ne i lus­su­reg­gian­ti sce­na­ri di Phu­ket e l’incanto dei suoi tramonti…

La Mecca-Phuket (S. Azzedine)La Mec­ca o Phu­ket? Taji­ne o pen­to­la a pres­sio­ne? I valo­ri deca­den­ti dell’occidente e l’edonismo prêt-à-por­ter o la spi­ri­tua­li­tà e la soli­di­tà dei valo­ri dei padri? Saphia Azzed­di­ne affron­ta il dilem­ma con l’originalità a cui ci ave­va abi­tua­to con i suoi pre­ce­den­ti libri Con­fes­sio­ni ad Allah e Mio padre fa la don­na del­le puli­zie. La Fai­rouz a cui l’autrice pre­sta il suo sguar­do iro­ni­co e disin­can­ta­to in La Mec­ca-Phu­ket è una ragaz­za deter­mi­na­ta ad emer­ge­re attra­ver­so lo stu­dio e il lavo­ro, deci­sa a incul­ca­re gli stes­si valo­ri nel­le sue sorel­le e in suo fra­tel­lo, a bot­te se neces­sa­rio. Ambi­sce alla clas­se ete­rea del­le pari­gi­ne, al loro sti­le non­cha­lant e non alla col­le­zio­ne di cine­se­rie che tan­to atti­ra le don­ne come sue madre. È lai­ca, col­ta, infor­ma­ta e non cede facil­men­te alle lusin­ghe degli arche­ti­pi cul­tu­ra­li; è insof­fe­ren­te ver­so usi e abi­tu­di­ni che i suoi con­na­zio­na­li han­no cri­stal­liz­za­to nel­la loro pic­co­la comu­ni­tà etni­ciz­za­ta, non vuol sen­tir par­la­re di matri­mo­nio anche se sua madre minac­cia di morir­le davan­ti ogni vol­ta che rifiu­ta l’idea di spo­sar­si per asse­con­da­re le con­ven­zio­ni. La Azzed­di­ne, che è arri­va­ta a Pari­gi a 9 anni al segui­to del­la sua fami­glia maroc­chi­na, apre una nuo­va pro­spet­ti­va sul­la ban­lieu, sui gio­va­ni che “si distrug­go­no il futu­ro per non dover­ci pen­sa­re più”, sul­le ipo­cri­sie dei geni­to­ri e la loro osti­na­ta ceci­tà ver­so i fal­li­men­ti dei figli. Non ci sono j’accuse né pie­ti­smi post­co­lo­nia­li­sti in que­sto testo, solo la dis­se­zio­ne chi­rur­gi­ca di un colos­sa­le fal­li­men­to le cui mace­rie sep­pel­li­sco­no ogni pos­si­bi­le buo­ni­smo: “[…] si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti”. La man­ca­ta inte­gra­zio­ne ha pro­dot­to una gene­ra­zio­ne che si dibat­te ner­vo­sa­men­te tra i vetu­sti valo­ri dei padri e mal­de­stri ten­ta­ti­vi di riget­tar­li per inte­grar­si, finen­do per cri­stal­liz­zar­si nel­la ripe­ti­zio­ne di atteg­gia­men­ti chau­vi­ni­sti e meschi­ni, fran­chouil­lards in una paro­la. Dico­to­mia che è iro­ni­ca­men­te ico­niz­za­ta dal pic­co­lo cameo che l’editore ha scel­to per la pri­ma pagi­na: taji­ne vs pen­to­la a pres­sio­ne. La Azzed­di­ne spruz­za vetrio­lo negli occhi dei let­to­ri, scri­ve di immi­gra­zio­ne come solo John Fan­te ave­va sapu­to fare. I suoi Mou­fa­kh­rou, come i Ban­di­ni, si dibat­to­no gof­fa­men­te tra orgo­glio e insi­cu­rez­za, mene­fre­ghi­smo e ipo­cri­ta osser­van­za del­le convenzioni.

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«Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

Intervista Parla lo scrittore Ahmed Nàgi, condannato per oscenità e liberato dopo 11 mesi di carcere, ma ancora in attesa di giudizio

LA LETTURA | Il Cor­rie­re del­la Sera di Vivia­na Mazza

Sono il pri­mo scrit­to­re a fini­re in manet­te per un roman­zo nel­la sto­ria del siste­ma giu­di­zia­rio egi­zia­no», dice Ahmed Nàgi con voce paca­ta al tele­fo­no dal Cai­ro. Il 20 feb­bra­io 2016 l’autore tren­tu­nen­ne di “Vita: istru­zio­ni per l’uso”, edi­to in Ita­lia da Il Siren­te, è sta­to con­dan­na­to a due anni di pri­gio­ne per «oltrag­gio al pudo­re» a cau­sa del «con­te­nu­to ses­sua­le osce­no» del libro. La vicen­da ha fat­to scal­po­re in tut­to il mon­do, gli è sta­to con­fe­ri­to il Pre­mio Pen per la liber­tà di espres­sio­ne. Poi, a dicem­bre, la Cor­te di Cas­sa­zio­ne ha ordi­na­to la sua scar­ce­ra­zio­ne prov­vi­so­ria, ma il caso è anco­ra aper­to. Il 2 apri­le saprà se deve tor­na­re in prigione.
Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed Nàgi / Ayman Al ZorqaniIl libro, tut­to­ra in ven­di­ta in Egit­to, descri­ve il Cai­ro in un futu­ro disto­pi­co, in cui la metro­po­li è sta­ta distrut­ta — pira­mi­di inclu­se — da una cata­stro­fe natu­ra­le. Nel degra­do del­la cit­tà il pro­ta­go­ni­sta non può sor­ri­de­re né espri­mer­si, e alcol, ses­so, hashish sono rifu­gi illu­so­ri. «È un roman­zo sul­la vita dei gio­va­ni, sot­to le pres­sio­ni del­le auto­ri­tà e del­la cit­tà», spie­ga l’autore nel­la pri­ma inter­vi­sta a un gior­na­le ita­lia­no dopo il rila­scio. Scrit­ta duran­te la «sta­gna­zio­ne» dell’era Muba­rak, pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011, l’opera è sta­ta pub­bli­ca­ta nel 2014, dopo il gol­pe mili­ta­re con cui Al-Sisi ha rove­scia­to il pre­si­den­te Moham­med Mor­si. Ma il libro ave­va le car­te in rego­la: era sta­to appro­va­to dal­la censura.

Per­ché è sta­to arrestato?

«One­sta­men­te non lo so. Quan­do alcu­ni estrat­ti del libro sono usci­ti sul gior­na­le let­te­ra­rio “Akh­bar Al-Adab”, un avvo­ca­to di nome Hani Salah Taw­fik si è pre­sen­ta­to alla poli­zia, accu­san­do­mi di aver­gli pro­cu­ra­to alta pres­sio­ne e dolo­ri al pet­to tur­ban­do la sua idea di pudo­re. Il pro­cu­ra­to­re ha pre­sen­ta­to il caso in tri­bu­na­le. Nel pri­mo pro­ces­so sono sta­to giu­di­ca­to inno­cen­te, ma il pro­cu­ra­to­re ha fat­to ricor­so: la Cor­te d’appello mi ha con­dan­na­to. Ades­so la Cor­te di Cas­sa­zio­ne mi ha scar­ce­ra­to, ma mi han­no vie­ta­to di viag­gia­re. Spe­ro che l’udienza del 2 apri­le sia l’ultima. Ci sono tre pos­si­bi­li­tà: che il giu­di­ce mi repu­ti inno­cen­te; che mi riman­di in pri­gio­ne a scon­ta­re il resto del­la con­dan­na; o che ridu­ca la pena e, poi­ché ho già pas­sa­to 11 mesi den­tro, mi libe­ri. Gli avvo­ca­ti sono otti­mi­sti, ma io sono stan­co, voglio che tut­to que­sto abbia fine».

Lei è sta­to con­dan­na­to per oltrag­gio al pudo­re sul­la base dell’articolo 178 del codi­ce pena­le. Non c’era mai sta­ta una sen­ten­za simi­le in Egitto?

«Non era mai suc­ces­so. Nel 2009 lo scrit­to­re e fumet­ti­sta Mag­di Sha­fiei è sta­to accu­sa­to di osce­ni­tà per la gra­phic novel Metro (ma si dice che la sua vera col­pa fos­se aver cri­ti­ca­to Muba­rak per­ché vole­va tra­smet­te­re il pote­re al figlio, ndr): il giu­di­ce lo ha mul­ta­to. Una mul­ta era la cosa peg­gio­re che pote­va succederti».

Per­ché a lei è anda­ta diversamente?

«Per­ché l’Egitto oggi è un Pae­se in flut­tua­zio­ne, che gal­leg­gia appe­na. La situa­zio­ne lega­le non è chia­ra: la nuo­va Costi- tuzio­ne, appro­va­ta dal popo­lo nel 2014, vie­ta di incar­ce­ra­re qual­cu­no per ciò che scri­ve o dice, ma ci sono mol­te leg­gi che la con­trad­di­co­no, come quel­la per cui sono sta­to incri­mi­na­to, e i giu­di­ci han­no enor­me discre­zio­na­li­tà. Intan­to, le auto­ri­tà — il pre­si­den­te, l’esercito, la poli­zia — si fan­no la guer­ra per con­qui­sta­re più pote­re. Quan­do la mia vicen­da è ini­zia­ta, tre anni fa, c’era uno scon­tro fero­ce tra il sin­da­ca­to del­la stam­pa e la pro­cu­ra gene­ra­le, che ha ordi­na­to di apri­re tut­ti i casi con­tro i gior­na­li­sti, anche quel­li come il mio, che di soli­to non arri­va­no mai in tri­bu­na­le. Infat­ti oggi ci sono alme­no 25 repor­ter in pri­gio­ne. L’idea che mi sono fat­to è che il pro­cu­ra­to­re abbia visto un’opportunità per pre­sen­tar­si come custo­de del­la mora­le. Quan­do se la pren­do­no con chi scri­ve di poli­ti­ca, le auto­ri­tà san­no che l’opinione pub­bli­ca si schie­re­rà con gli impu­ta­ti. Ma han­no usa­to il mio caso per sug­ge­ri­re che i gior­na­li­sti voglio­no cor­rom­pe­re la mora­le, i bambini».

Nel­la pri­gio­ne di Tora, al Cai­ro, come è sta­to trattato?

«Ci per­met­te­va­no di usci­re dal­la cel­la solo per un’ora al gior­no, ma negli ulti­mi cin­que mesi per nien­te. Per cin­que mesi non ho visto il sole, pote­te imma­gi­na­re come influi­sca sul­la salu­te. Non ci sono rego­le, sei nel­le mani del­le guar­die car­ce­ra­rie e dei loro umo­ri: un gior­no accet­ta­no di far­ti arri­va­re dei libri, il gior­no dopo no. Tora è una spe­cie di cit­tà car­ce­ra­ria, con­tie­ne 25 pri­gio­ni. Nel­la mia sezio­ne c’erano alti fun­zio­na­ri con­dan­na­ti per cor­ru­zio­ne: tre giu­di­ci, un ex poli­ziot­to, un ex uffi­cia­le dell’esercito… In 60 in una cel­la di 6 metri per 30. E c’erano anche per­so­ne sot­to inchie­sta ma non con­dan­na­te: la leg­ge lo con­sen­te. Ho cono­sciu­to un uomo che, dopo 24 mesi den­tro, è sta­to dichia­ra­to inno­cen­te. Anche alcu­ni cri­mi­na­li ave­va­no let­to il mio libro: non è un bestsel­ler, sono rima­sto colpito».

In que­gli 11 mesi lei ha scrit­to un libro, nascon­den­do le pagi­ne per non far­se­le seque­stra­re. Di cosa si tratta?

«È un roman­zo sto­ri­co, ambien­ta­to nel XIX seco­lo, all’epoca del­la costru­zio­ne del Cana­le di Suez. Sca­va­re il cana­le era un’impresa basa­ta sul sogno di spo­sa­re lo spi­ri­to dell’Est e il cor­po dell’Ovest. Dove­va esse­re un modo per con­trol­la­re l’eco- nomia e il mer­ca­to e dif­fon­de­re i valo­ri del progresso».

Lo scri­ve in un momen­to in cui la situa­zio­ne eco­no­mi­ca in Egit­to è dram­ma­ti­ca. Si aspet­ta nuo­ve proteste?

«Secon­do i dati uffi­cia­li, l’inflazione è al 29%. Quat­tro mesi fa, la Ban­ca mon­dia­le ha chie­sto all’Egitto di smet­ter­la di con- trol­la­re il prez­zo del­la ster­li­na egi­zia­na e il valo­re è crol­la­to. Non abbia­mo il wel­fa­re come voi ita­lia­ni, ma c’è un siste­ma di sus­si­di gover­na­ti­vi per beni essen­zia­li come lo zuc­che­ro e il pane, che han­no prez­zi con­trol­la­ti. Ora l’Egitto è costret­to ad appli­ca­re i prez­zi di mer­ca­to, ma gli sti­pen­di non sono aumen­ta­ti. Lo zuc­che­ro non si tro­va, in un Pae­se in cui dipen­dia­mo da tre taz­ze di tè dol­cis­si­mo al gior­no per l’energia fisi­ca quo­ti­dia­na. Di recen­te ci sono sta­te pro­te­ste, ma non spe­ro che con­ti­nui­no, sareb­be un disa­stro per­ché la gen­te arrab­bia­ta non mani­fe­sta, va a pren­der­si il cibo nei nego­zi. Io non sono con­tra­rio al mer­ca­to libe­ro, ma i cam­bia­men­ti trop­po rapi­di stan­no distrug­gen­do la vita del­le per­so­ne. Non è solo un pro­ble­ma lega­to al regi­me, ma anche alle isti­tu­zio­ni occi­den­ta­li che impon­go­no que­sta agen­da eco­no­mi­ca. Ai lea­der euro­pei sta bene un Egit­to che gal­leg­gi, per­ché voglio­no tra­sfor­mar­lo in un posto di bloc­co per i migran­ti. Ai tem­pi di Muba­rak com­pra­va­mo tut­te le armi dagli Usa, ades­so abbia­mo acqui­sta­to due aerei dal­la Fran­cia, due sot­to­ma­ri­ni dal­la Ger­ma­nia. Per­ciò i lea­der euro­pei ado­ra­no Al- Sisi, e gli daran­no sol­di e armi qua­lun­que cosa fac­cia, pur­ché con­trol­li i migranti».

Lei cono­sce­va Giu­lio Rege­ni, il ricer­ca­to­re tor­tu­ra­to e ucci­so al Cairo?

«Voglio espri­me­re le mie con­do­glian­ze alla fami­glia di Giu­lio. L’ho incon­tra­to una vol­ta, a una festa, non abbia­mo par­la­to a lun­go, ma ho avu­to la sen­sa­zio­ne che fos­se nobi­le e gen­ti­le. Io sono un po’ cini­co, nichi­li­sta, ma ho pro­va­to ammi­ra­zio­ne per quel­lo che face­va. Era un acca­de­mi­co, ma non ambi­va solo a scri­ve­re una tesi, vole­va aiu­ta­re le per­so­ne che stu­dia­va a miglio­ra­re la loro vita».

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Marta Bellingreri, “Dialoghi Mediterranei”, marzo 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

La Siria negli occhi di un bambino

di Mar­ta Bel­lin­ge­ri, “Dia­lo­ghi Medi­ter­ra­nei”, mar­zo 2017

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarDal­le foto di Alep­po, di Homs, di Idlib, di Daraa, di Raq­qa e da tan­te altre cit­tà o pae­si­ni siria­ni, è sem­pre più dif­fi­ci­le o raro imma­gi­na­re e vede­re colo­ri, tran­ne il ros­so del san­gue e il gri­gio dei defun­ti edi­fi­ci. A resti­tuir­mi, ogni tan­to, dei colo­ri, sono le foto e i video del­le poche ma tut­to­ra vive mani­fe­sta­zio­ni paci­fi­che del­la rivo­lu­zio­ne siria­na che pren­do­no anco­ra for­ma, nei pochi perio­di di tre­gua, in diver­se cit­tà fuo­ri dal con­trol­lo del regi­me [1].
Poi, è arri­va­ta, tra le mie let­tu­re, Sumia Suk­kar. Con un roman­zo straor­di­na­rio, Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra (edi­zio­ni il Siren­te 2016, trad. B. Beni­ni), con la for­za dell’immaginazione, die­tro la qua­le ci sono fat­ti real­men­te acca­du­ti e testi­mo­nia­ti in que­sti anni, tra­mi­te gli occhi di un gio­va­nis­si­mo ado­le­scen­te. Non uno qua­lun­que. Adam ha quat­tor­di­ci anni e la sin­dro­me di Asper­ger, una for­ma di auti­smo, che lo fa viag­gia­re con la men­te in un mon­do tut­to suo. Pie­no di colo­ri. Que­sti colo­ri sono nel­la sua men­te, ma soprat­tut­to nel­le per­so­ne e nei sen­ti­men­ti che ani­ma­no la sua cit­tà, sep­pur per­va­sa, annien­ta­ta dal con­flit­to. Alep­po, e gli anni più atro­ci che cono­sca nel­la sua sto­ria recente.
Il libro è sta­to scrit­to da Sumia, di padre siria­no e madre alge­ri­na, nata e cre­sciu­ta a Lon­dra, poco più che ven­ten­ne. Nel 2013 dun­que l’Aleppo che descri­ve è dap­pri­ma ani­ma­ta dal­le mani­fe­sta­zio­ni paci­fi­che (che si pre­su­mo­no esse­re del 2011 e del 2012, anche se la dimen­sio­ne tem­po­ra­le è lascia­ta alla nar­ra­zio­ne fuo­ri dal calen­da­rio del ragaz­zo e non è scan­di­ta con pre­ci­sio­ne) e con­tem­po­ra­nea­men­te, imme­dia­ta­men­te mar­to­ria­ta dal­le for­ze del regi­me, con ogni tipo di vio­len­ze, rapi­men­ti e bombardamenti.
Adam dipin­ge. Dipin­ge quel­lo che vede, dipin­ge quel­lo che sen­te, dipin­ge con rab­bia, tri­stez­za, gio­ia, ori­gi­na­li­tà. Dipin­ge sce­ne atro­ci. Dipin­ge col san­gue vero­che tro­va nel­la stra­da di fron­te casa. Dipin­ge per poi mostra­re quel­lo che dipin­ge alla sorel­la Yasmi­ne, che dedi­ca a lui tut­te le sue ener­gie, come ha pro­mes­so alla madre, mor­ta qual­che anno prima.
Non pote­va che esse­re uno sguar­do straor­di­na­rio, come quel­lo in fon­do di un bam­bi­no e ado­le­scen­te al con­tem­po, a dare colo­re, diver­si colo­ri, alle spe­ran­ze per­du­te nel caos del con­flit­to siria­no e soprat­tut­to dell’inaudita vio­len­za repres­si­va e tor­tu­ra­tri­ce di chi sostie­ne la como­da – e per que­sto “insco­mo­da­bi­le” – dina­stia al pote­re, quel­la degli Asad. Così come Fouad Rouei­ha, nel suo arti­co­lo “Siria. C’era una vol­ta un pae­se” [2], ci rac­con­ta la rivo­lu­zio­ne siria­na par­ten­do da cosa la pre­ce­de­va, ovve­ro la Siria pri­ma del 2011, pri­ma di scan­di­re para­gra­fo per para­gra­fo i cin­que anni tra­scor­si (ormai qua­si sei), anche lo sguar­do di Adam riflet­te spes­so con la sua sem­pli­ci­tà sull’ante-guerra, in cui sem­pli­ce­men­te si anda­va a scuo­la e si can­ta­va l’inno nazio­na­le, la sua quo­ti­dia­ni­tà con la madre, o più sem­pli­ce­men­te una cit­tà sen­za la guer­ra. Adam è testi­mo­ne del­la gio­ia inzia­le dei fra­tel­li e del­la sorel­la che sen­to­no l’istinto e il dove­re di anda­re a mani­fe­sta­re con­tro l’oppressione plu­ri­de­cen­na­le del regime.
Nel libro, clas­si­fi­ca­bi­le come roman­zo ma anche come repor­ta­ge nar­ra­ti­vo, non c’è un atti­mo di tre­gua: è for­se que­sto il carat­te­re che più indu­ce a immer­ger­si nel­la real­tà siria­na, quan­to meno alep­pi­na, del­le vicen­de del­la fami­glia di Adam e Yasmi­ne. Che sia un omi­ci­dio, un rapi­men­to o un abor­to, ogni orro­re e dolo­re è suc­ce­du­to imme­dia­ta­men­te da un altro, altret­tan­to e indi­ci­bil­men­te tra­gi­co momen­to, sen­za un atti­mo di respi­ro, con un for­se trop­po auda­ce ten­ta­ti­vo di inse­ri­re­qua­si tut­te in suc­ces­sio­ne le già nume­ro­se atro­ci­tà che ave­va­no cam­bia­to la Siria per sem­pre nel 2013.
L’unica tre­gua sono le rifles­sio­ni spe­ran­zo­se e fan­ta­sio­se di Adam e l’esito posi­ti­vo di alcu­ne del­le vicen­de fami­lia­ri che scor­ro­no. Intra­ve­de­re quel­la bel­lez­za e spe­ran­za ripor­ta l’inimmaginabile alla dimen­sio­ne uma­na di cui rara­men­te ormai si riem­pe il nostro sen­ti­re rispet­to a un con­flit­to lon­ta­no. Nel­la pre­fa­zio­ne al loro straor­di­na­rio ed espli­ca­ti­vo libro Bur­ning Coun­try, Ley­la al Sha­mi e Robin Yas­sin-Kas­sab rico­no­sco­no come l’inizio del­la rivo­lu­zio­ne i nuo­vi pen­sie­ri e le inau­di­te paro­le esplo­si nei cuo­ri e nel­le men­ti del­le per­so­ne che abi­ta­va­no la Siria, il « Regno del Silenzio»:

« This is whe­re the revo­lu­tion hap­pens fir­st, befo­re the guns and the poli­ti­cal cal­cu­la­tions, befo­re even the demon­stra­tions – in indi­vi­dual hearts, in the form of new thoughts and new­ly unfet­te­red words» [3].

Adam, pic­co­lo e indi­fe­so, pre­oc­cu­pa­to solo del­la sua soprav­vi­ven­za e di quel­la del­la sua fami­glia, a cui vuo­le rima­ne­re sem­pre attac­ca­to, è mos­so con­ti­nua­men­te da pen­sie­ri nuo­vi e stra­vol­gen­ti e da una gran­de curio­si­tà e corag­gio che lo spin­go­no sem­pre al di là del­la sua fine­stra e por­ta di casa. In que­sto ardi­re, sta tut­ta la sua voglia di vede­re e testi­mo­nia­re con i suoi occhi, che poi saran­no colo­ri e infi­ne qua­dri, la real­tà dei fat­ti, così come in fon­do han­no per anni fat­to cit­ta­di­ni e medi atti­vi­sti del­le cit­tà duran­te la vita quo­ti­dia­na sot­to asse­dio o duran­te bat­ta­glie lun­ghis­si­me. Ma il fat­to che sia un bam­bi­no a nar­rar­lo, per lo più con una for­ma acu­ta di auti­smo, spin­ge con­tem­po­ra­nea­men­te la nar­ra­zio­ne in uno spa­zio apo­li­ti­co che si rifà e si rive­ste imme­dia­ta­men­te di una dimen­sio­ne poli­ti­ca nel momen­to in cui rico­no­scia­mo del­la guer­ra una cer­tez­za diven­ta­ta oggi più che mai vit­ti­ma: la verità.

- Per­ché c’è una guer­ra, Yasmine?
— Maga­ri losa­pes­si — mi dice.
— Ma chi com­bat­te con­tro chi ?
— Il gover­no con­tro l’Esercito libero.
— Ma sia­mo una nazio­ne, Yasmi­ne, per­ché lo fan­no? Per­ché il gover­no ucci­de i siria­ni? E l’inno nazio­na­le ? Dob­bia­mo sta­re uniti.
— Se solo tut­ti la pen­sas­se­ro così. La poli­ti­ca è com­pli­ca­ta, habibi.
— Non mi pia­ce la poli­ti­ca. Mi con­fon­de. Per­ché le per­so­ne mentono?
— Per avidità…
— Ma noi non sia­mo avi­di, Yasmi­ne, per­ché allo­ra sia­mo in mez­zo alla guerra?
— Non pos­sia­mo far­ci nien­te. Non ti pre­oc­cu­pa­re, habi­bi, arri­ve­re­mo a Dama­sco e sare­mo al sicu­ro per un po’.
— Quan­to dura un po’?
— Il più pos­si­bi­le Adam.

Con gli occhi di un bam­bi­no, si fa avan­ti la veri­tà, una del­le pri­mis­si­me vit­ti­me del­la rivo­lu­zio­ne siria­na fin dai suoi esor­di. «E lo sap­pia­mo bene, la veri­tà è sem­pre rivo­lu­zio­na­ria» [4]. Così un ex pri­gio­nie­ro poli­ti­co tunisino,agronomo, scrit­to­re e uomo poli­ti­co di sini­stra, Gil­bert Nac­ca­che, ha con­clu­so il suo inter­ven­to alla pri­ma del­le audi­zio­ni pub­bli­che sul­la tor­tu­ra dei regi­mi tuni­si­ni del pas­sa­to e duran­te la rivo­lu­zio­ne (dal 1955 al 2013) tra­smes­se alla tele­vi­sio­ne pub­bli­ca tuni­si­na nel novem­bre 2016. Que­sto ha costi­tui­to un even­to sto­ri­co – e rivo­lu­zio­na­rio – che è sta­to igno­ra­to pre­va­len­te­men­te dai media inter­na­zio­na­li e ita­lia­ni in par­ti­co­la­re: un even­to sto­ri­co da cui Pae­si come la Siria sono mol­to lon­ta­ni. Ma quel­la veri­tà in uno sguar­do infan­ti­le e ado­le­scen­zia­le potreb­be rico­min­cia­re a ripor­ta­re sul tavo­lo le istan­ze di digni­tà, liber­tà, giu­sti­zia socia­le e demo­cra­zia che ave­va­no fat­to urla­re, can­ta­re, dan­za­re, rischia­re, milio­ni di siria­ni nel 2011.
Que­sto libro resti­tui­sce dun­que, assie­me alla veri­tà sem­pli­ce del­la pau­ra e del­la curio­si­tà, del corag­gio e del­la spe­ran­za, un desi­de­rio di uma­ni­tà e di dia­lo­go. Se que­sto roman­zo, oltre ai nume­ro­si pre­gi del­la bel­la pen­na di Sumia, ha due impe­ra­ti­vi, que­sti sono ascol­ta­re e dia­lo­ga­re, par­ten­do dal­le doman­de sem­pli­ci – e tal­vol­ta uti­li a sdram­ma­tiz­za­ree a far ride­re Yasmi­ne – di Adam.

Note
[1] Nel febbraio e marzo 2016 così come nel febbraio 2017 ed in altri periodi del trascorso anno 2016 si sono svolte diverse manifestazioni pacifiche chiamando alla libertà, ma anche all’unità tra tutti i siriani, contraddicendo non solo la voce che la rivoluzione siriana sarebbe morta, ma anche ribadendo che la rivoluzione non è nata in nome di una settarizzazione del Paese. Inoltre molto spesso queste manifestazioni rappresentavano un puro gesto di solidarietà nei confronti delle città particolarmente colpite, come lo è stata Aleppo nel lungoassedio da luglio a novembre 2016.
[2] F. Roueiha, “Siria. C’erauna volta un paese” in Osservatorio Iraq, Un Ponte per (a cura di), Rivoluzioni Violate. Cinque anni dopo: attivismo e diritti umani in Medio Oriente e Nord Africa, Edizioni dell’Asino, Roma 2016.
[3] L. al-Shami, R. Yassin-Kassab, Burning Country. Syrians in Revolution and War, Pluto Press, London 2016: VIII.
[4] P. Mancini, “Memoria e verità, il future della Tunisia (prima parte)”, in Tunisia in Redhttp://www.tunisiainred.org/tir/?p=6908.

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Marta Bellingreri, specializzata in Lingue, Storia e Cultura dei Paesi arabo-islamici e del Mediterraneo, ha vissuto in Siria, Libano, Palestina, Egitto e lavorato in Tunisia e Giordania. Viaggiando, ha scritto racconti, articoli e reportage per L’Espresso, Terre Libere, Il Manifesto, Fortress Europe, Newsweek, al-Monitor, al-Jazeera, Panorama, D di Repubblica. Ha pubblicato Lampedusa. Conversazioni su isole, politica, migranti  (Gruppo Abele, 2013) insieme alla sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, e Il sole splende tutto l’anno a Zarzis (Navarra, 2014). Ha partecipato al film documentario Io sto con la sposa (2014) e lavorato come assistente alla regia per Sponde (2015) di Irene Dionisio. Nel marzo 2017 terminerà il dottorato in Cultural Studies all’Università di Palermo per la cui ricerca ha vissuto due anni in Giordania.
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La Mecca-Phuket di Saphia Azzedine

di Gian­lui­gi Bodi per Sen­zau­dio

Quan­do ho ini­zia­to a leg­ge­re que­sto libro la pri­ma cosa che è affio­ra­ta sul­la pun­ta del­la lin­gua è sta­ta: che voce ori­gi­na­le ha que­sta narratrice!
Quan­do ho ter­mi­na­to il libro, in real­tà poche ore dopo visto che mi sono lascia­to tra­spor­ta­re dal­le pagi­ne, non ho potu­to che con­fer­ma­re quel­la pri­ma sen­sa­zio­ne qua­si istintuale.
Con “La Mec­ca-Phu­ket” Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to un libro dav­ve­ro mol­to inte­res­san­te in cui i per­so­nag­gi spic­ca­no per ori­gi­na­li­tà e i dia­lo­ghi dise­gna­no ogni vol­ta del­le para­bo­le sem­pre diverse.
Fai­rouz, la gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta di que­sto libro, ha un carat­te­re spi­go­lo­so e fati­ca a pie­gar­si alle tra­di­zio­ni con­so­li­da­te. Sem­pli­ce­men­te, ciò che è deci­so, per lei non ha inte­res­se. Si muo­ve su una linea sot­ti­le tra tra­di­zio­ni fami­lia­ri e voglia di inte­gra­zio­ne. Abi­ta nel­le Ban­lieu pari­gi­ne, vive la stes­sa vita che vivo­no tan­ti ragaz­zi nel­la sua con­di­zio­ne eppu­re la digni­tà che spriz­za dal­la sua per­so­na è acce­can­te. Sem­bra qua­si di veder­la affron­ta­re il pros­si­mo con lo sguar­do aguz­zo di chi non ha voglia di sot­to­sta­re a rego­le che non sen­te pro­prie. Attor­no a lei i geni­to­ri, anco­ra­ti ad un retag­gio ara­bo e con­vin­ti di non esse­re degni del­la cit­tà che li ospi­ta, con­vin­ti di meri­ta­re accon­di­scen­za e sop­por­ta­zio­ne. Fai­rouz inve­ce non è così. Lei por­ta avan­ti, pri­ma di tut­to, sé stes­sa. Non la pro­pria tra­di­zio­ne, non i retag­gi di un pas­sa­to che le sta stret­to. Lei non è ciò che gli altri voglio­no che lei sia. E’ digni­tà, intra­pren­den­za, intelligenza.
Ma la sua è una vita in bili­co tra valo­ri ere­di­ta­ti e valo­ri ai qua­li ten­de­re. Ed è per que­sto che la figlia devo­ta deci­de di rega­la­re un viag­gio alla Mec­ca ai geni­to­ri (assie­me alla sorel­la), men­tre la figlia che dovreb­be esse­re Fai­rouz per asse­con­da­re i pro­pri desi­de­ri deci­de di cam­bia­re le car­te in tavo­la. Ed è per que­sto che il rap­por­to con il fra­tel­lo è par­ti­co­la­re. Il fra­tel­lo sem­bra qua­si deci­de­re di esse­re lo ste­reo­ti­po che la gen­te si aspet­ta che sia. Scan­sa­fa­ti­che e dedi­to a fur­ta­rel­li che nem­me­no rie­sce a met­te­re in atto vista la sua inet­ti­tu­di­ne nel cam­po. Fai­rouz inve­ce, da den­tro, vede oltre, vede le qua­li­tà del fra­tel­lo, esi­ge che si smar­chi dal­la mac­chiet­ta che rischia di diventare.
Que­sto è un libro che fa riflet­te­re sull’integrazione da den­tro. Non è una mora­le cala­ta dall’alto. E’ qual­co­sa che pren­de vita lì dove la vita deve esse­re. Saphia Azzed­di­ne ha uti­liz­za­to una lin­gua viva, una lin­gua che nasce nel­le ban­lieu e met­te in comu­ni­ca­zio­ne la stra­da con i pia­ni alti. Una lin­gua fre­sca, se mi pas­sa­te il ter­mi­ne, in con­ti­nuo movimento.

Dav­ve­ro otti­ma la tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li. I libro com­por­ta del­le insi­die lin­qui­sti­che non di poco conto.

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Pas­sa l’infanzia in Maroc­co fino all’età di nove anni, quan­do si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia, a Fer­ney-Vol­tai­re. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con l’acclamato roman­zo Con­fi­den­ces à Allah, adat­ta­to a tea­tro (2009) e in fumet­to (2015). Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, a cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce (L’Italien, 2010) e regi­sta. Nel 2011 ha adat­ta­to per il gran­de scher­mo il suo secon­do roman­zo, Mon père est fem­me de ména­ge (2009). Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le, tema affron­ta­to con un’ironia graf­fian­te che si tin­ge a trat­ti di poesia.
6 Mar­zo 2017
Nel­la stes­sa collana:
Rodaan al Gali­di “l’Autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re
Abbas Khi­der “I mira­co­li
Sumia Suk­kar “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra
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Babelmed, 5 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Karim Metref

Nel­la sua col­la­na “Migran­te”, la casa edi­tri­ce Il Siren­te di Roma è usci­to un nuo­vo tito­lo “La Mec­ca-Phu­ketdel­la scrit­tri­ce Fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne.

La Mec­ca-Phu­ket è un rac­con­to lun­go che cer­ca di nar­ra­re le con­trad­di­zio­ni e il dilem­ma vis­su­to da una ragaz­za di ori­gi­ni maroc­chi­ne cre­sciu­ta in una ban­lieue pove­ra di Pari­gi. Dilem­ma vis­su­to in modo diver­so da mol­ti ragaz­zi del­le ban­lieues, spe­cie quel­li pro­ve­nien­ti dal­le ex colo­nie dell’impero fran­ce­se, divi­si tra una socie­tà d’adozione che li riget­ta e una fami­glia d’origine che li vuo­le tene­re attac­ca­ti a usi, costu­mi e valo­ri di ter­re che loro spes­so  han­no fre­quen­ta­to poco o nul­la. Usi, costu­mi e valo­ri dei qua­li han­no cono­scen­ze mol­to super­fi­cia­li e ste­reo­ti­pa­te. Ed è per que­sto che quan­do si arren­do­no al rifiu­to del­la socie­tà fran­ce­se e deci­do­no di diven­ta­re esat­ta­men­te quel­lo che la mag­gio­ran­za aspet­ta da loro, allo­ra diven­ta­no una cari­ca­tu­ra dell’arabo o ulti­ma­men­te del musul­ma­no. Dei veri e pro­pri ste­reo­ti­pi ambulanti.

La pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to Si chia­ma Fai­rouz Mou­fa­kh­rou ed è la pri­mo­ge­ni­ta di una cop­pia di maroc­chi­ni arri­va­ti in Fran­cia con tan­ta voglia di “inte­grar­si” e vive­re come i fran­ce­si. Ma ecco che il siste­ma colo­nia­le, impor­ta­to dall’Africa in metro­po­li insie­me a milio­ni di brac­cia a bas­so, dopo il secon­do con­flit­to mon­dia­le, gli respin­ge nel­le ban­lieue costrui­te per loro e li for­za a sta­re insie­me ai loro simili.

Un mec­ca­ni­smo che Ahmed Djou­der ha ben spie­ga­to in “Disin­te­gra­ti” : «Uno: ci colo­niz­za­te, ci stu­pra­te. Due: appro­fit­ta­te del­la nostra pover­tà per rico­strui­re il pae­se. Tre: ci rifiu­ta­te. Colo­niz­za­zio­ne (stu­pro), immi­gra­zio­ne (depor­ta­zio­ne) e disin­te­gra­zio­ne (disin­te­gra­zio­ne)». (Disin­te­gra­ti. Ahmed Djou­der; Mila­no; Il saggiatore,2007).

I geni­to­ri di Fai­rouz fan­no quel­lo che pos­so­no e soprat­tut­to quel­lo che san­no. Ma la fami­glia rima­ne sem­pre una “che abi­ta in un appar­ta­men­to dove bol­le sem­pre la pen­to­la a pres­sio­ne”. I fra­tel­li e sorel­le più pic­co­li si lascia­no tra­sci­na­re e diven­ta­no poco a poco dei per­fet­ti “ban­lieu­sards”, sgram­ma­ti­ca­ti, di poca cul­tu­ra, che vesto­no, male e che assu­mo­no in pie­no i sin­to­mi del­la loro emarginazione.

Fai­rouz inve­ce ha stu­dia­to. Ha visto la luce (o alme­no qual­co­sa che ci asso­mi­glia) e vuo­le tira­re i suoi dal­le tene­bre.  La pro­ta­go­ni­sta, in que­sto, asso­mi­glia mol­to all’autrice del libro Saphia Azzeddine.

Saphia Azzed­di­ne è nata nel 1979 in Maroc­co. Ci pas­sa la sua pri­ma infan­zia poi all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Lau­rea­ta in socio­lo­gia, oggi scri­ve, fa gior­na­li­smo e mon­ta spet­ta­co­li tea­tra­li ispi­ra­ti ai suoi lavo­ri. E’ una pic­co­la star del mon­do del­la cul­tu­ra pari­gi­no. Una star che cer­ca di smar­car­si dai ruo­li gene­ral­men­te riser­va­ti agli arti­sti e agli intel­let­tua­li “ara­bi” in Fran­cia:  “Fan­no sem­pre la par­te dei gua­sta­fe­ste, rab­bio­si dal san­gue cal­do, intel­let­tua­li con cui non si scher­za, lai­ci dema­go­ghi o rap­per analfabeti.”

In real­tà in que­sta descri­zio­ne Saphia/fairouz dimen­ti­ca una cate­go­ria: il comi­co-beur. “Beur”  è la paro­la “ara­be” rove­scia­ta in “ver­lan”, il lin­guag­gio del­le ban­lieues, e che si dan­no i ragaz­zi di ori­gi­ne nor­da­fri­ca­na. La figu­ra del comi­co-beur appa­re sul pal­co­sce­ni­co negli anni 80 con l’artista Smaïn Faï­rou­ze cono­sciu­to come “Smaïn”,(https://fr.wikipedia.org/wiki/Sma%C3%AFn). In segui­to la figu­ra del comi­co-beur fa scuo­la e si mol­ti­pli­ca con vari altri arti­sti tra cui il più cono­sciu­to è Dja­mal Deb­bou­ze (atto­re pre­sen­te in mol­te com­me­die fran­ce­si: “Il favo­lo­so mon­do di Amé­lie”, “Aste­rix e Obe­lix”… https://it.wikipedia.org/wiki/Jamel_Debbouze). Al pun­to che, come descrit­to nell’eccellente “Allah super­star” di YB (Allah super­star.  Y. B.  Tori­no : Einau­di, 2004), fare il comi­co-beur diven­ta come la legio­ne stra­nie­ra, come il cal­cio e come il Rap, una del­le poche pos­si­bi­li­tà di usci­re dal ghet­to, sen­za pas­sa­re per la criminalità.

Que­sta figu­ra fa scuo­la a tal pun­to che impre­gna non solo il mon­do del caba­ret ma anche il cine­ma, il tea­tro e poi anche la let­te­ra­tu­ra. Ed è in que­sta nic­chia di mer­ca­to che van­no ad iscri­ver­si i lavo­ri del­la Saphia Azzed­di­ne. Lei a dir il vero fa par­te di una nuo­va cate­go­ria, che però deri­va sem­pre da quel­la pri­ma, io la chia­me­rei lo “scrit­to­re-non-beur”.

Il comi­co-beur usa in pri­ma per­so­na il lin­guag­gio pove­ro e sgan­ghe­ra­to dei ragaz­zi del­le ban­lieue. Lo  scrit­to­re-non-beur, fa par­la­re in quel­la lin­gua quel­li che per lui sono “sfi­ga­ti” e poi rispon­de dan­do lezio­ni di lin­gua e di savoir-vivre in un fran­ce­se per­fet­to. Per dire: guar­da­te che io ho stu­dia­to. Lo scrit­to­re-non-beur insom­ma è una spe­cie di comi­co-beur che pas­sa il suo tem­po a dimo­stra­re che lui/lei non è un comico-beur.

E di fat­to Fai­rouz (e pro­ba­bil­men­te anche Saphia)  tro­va pate­ti­co e ver­go­gno­so tut­to quel­lo che riguar­da la vita del­la sua comu­ni­tà: i beurs-ban­lieu­sards. Sogna di usci­re dal­la sua peri­fe­ria, fare car­rie­ra (poco impor­ta come e dove), ave­re un sac­co di sol­di, con­su­ma­re veri pro­dot­ti di lus­so — e non le cian­fru­sa­glie e le mar­che taroc­ca­te che la sua fami­glia com­pra abbon­dan­te­men­te al mer­ca­to del quar­tie­re-, insom­ma diven­ta­re una “bour­ge” bianca.

Tipo  Jea­ne,

Jean­ne (…) ha una super­ba cuci­na color tor­to­ra e guscio d’uovo („,). Era un cli­ché sedu­cen­te. I capel­li, il look, il suo bim­bo, il suo appar­ta­men­to, mi ritro­va­vo davan­ti il più bel cli­ché del mon­do. Slan­cia­ta, capel­li vapo­ro­si, cavi­glie esi­li, vita sot­ti­le, pel­le di pesca e culo da nami­bia­na. Le sta­va bene tut­to (un tut­to fat­to di lino e cachemire)”

Ma lei rima­ne­va Fai­rouz. Fai­rouz Mou­fa­kh­rou per di più. Un nome da star liba­ne­se appe­san­ti­to però da un cogno­me di con­ta­di­ni del pro­fon­do sud Marocchino.

Fai­rouz Mou­fa­kh­rou fa tan­to ara­bo che cer­ca di ave­re un po’ di cul­tu­ra ascol­tan­do gran­de musi­ca, ma a dire la veri­tà pre­fe­ri­sce le gna­was e Cheb Kha­led, uno che va paz­zo per il sin­te­tiz­za­to­re cre­den­do che sia un pia­no­for­te e che pen­sa che sia bel­lo appen­de­re alle pare­ti dei tap­pe­ti con sopra dei leo­ni. Ecco che cosa sug­ge­ri­sce il mio nome, una sfi­ga­ta che abi­ta in un appar­ta­men­to dove non cam­bia­no mai l’aria e che è sta­ta cul­la­ta per tut­ta l’infanzia dal rumo­re del­la pen­to­la a pressione!”

Il sogno di Fai­rouz è però osta­co­la­to dal suo amo­re per la fami­glia e dal sen­so di dove­re che ha in quan­to pri­mo­ge­ni­ta di occu­par­si di tut­ti. Tut­ta una fami­glia di pove­rac­ci che sof­fre di mise­ria con­ge­ni­ta al segui­to non aiu­ta a fare stra­da nel­la spie­ta­ta socie­tà fran­ce­se. Ma ciò nono­stan­te lei non si tira indie­tro. Sogna di obbli­ga­re il fra­tel­lo e le sorel­le a par­la­re cor­ret­ta­men­te e di piaz­zar­li in buo­ne posi­zio­ni socio-pro­fes­sio­na­li. Per i geni­to­ri deci­de di rea­liz­za­re un sogno di lun­ga data: il pel­le­gri­nag­gio alla Mec­ca. Desi­de­rio non det­ta­to da qual­che par­ti­co­la­re devo­zio­ne reli­gio­sa o dal­la voglia di viag­gia­re, ma sem­pli­ce­men­te dal­le pres­sio­ni socia­li: se sei immi­gra­to in Fran­cia, con figli come si deve, allo­ra devi fare il pel­le­gri­nag­gio e aggiun­ge­re il pre­fis­so Hajj al tuo nome. Non puoi rima­ne­re un Moham­mad qua­lun­que ma devi -pro­prio devi- diven­ta­re Hajj Moham­mad. Se non lo sei sei un fal­li­to e basta. E Fai­rouz que­sto lo sa e non vuol far fare ai suoi geni­to­ri la figu­ra dei fal­li­ti pres­so i loro simi­li, essen­do loro già fal­li­ti per defi­ni­zio­ne per la socie­tà di maggioranza.

Loro vin­ce­va­no sen­za vole­re e io per­de­vo per dove­re. Al loro ritor­no, li avreb­be­ro ono­ra­ti con un pon­ti­fi­can­te hajj o haj­ja accan­to al nome. Final­men­te avreb­be­ro potu­to anda­re in giro a testa alta. In fin dei con­ti non c’era nient’altro che contasse.”

Con l’aiuto del­la sorel­la, e qual­che vol­ta del fra­tel­lo -un fan­nul­lo­ne che pas­sa il suo tem­po, con i suoi ami­ci, altri per­den­ti di peri­fe­ria, a sogna­re e com­bi­na­re pia­ni fal­li­men­ta­ri- Fai­ruz apre un con­to pres­so l’agenzia di viag­gi del Signor Oughi­dour spe­cia­liz­za­ta in pel­le­gri­nag­gi e poco a poco rac­col­go­no la som­ma neces­sa­ria per man­da­re i due anzia­ni alla “casa di Dio”.

Fai­rouz si arren­de quin­di non alla fede ma al con­su­mi­smo e all’ipocrisia reli­gio­sa di una socie­tà fran­co-magh­re­bi­na che non tie­ne del­le cul­tu­re d’origine e di quel­la fran­ce­se che gli aspet­ti più super­fi­cia­li: i sol­di, i beni di con­su­mo, le appa­ren­ze, il conformismo…

Ma men­tre fa il suo per­cor­so dai mil­le osta­co­li per rag­giun­ge­re la sostan­zio­sa som­ma neces­sa­ria per il pro­get­to, la vetri­na di un’altra agen­zia atti­ra la sua atten­zio­ne. Una agen­zia “nor­ma­le”, che ven­de pac­chet­ti vacan­za, eso­ti­smo pron­to al con­su­mo e abbron­za­tu­re garan­ti­te su spiag­ge da sogno: Phu­ket, la Mec­ca del­la socie­tà di con­su­mo, è in promozione!

Mano a mano che si svol­ge il rac­con­to, le cose diven­ta­no sem­pre più com­pli­ca­te e stres­san­ti per la pove­ra Fai­rouz. Non è faci­le da sola sal­va­re dal­la medio­cri­tà tut­ta una com­pa­gnia di per­so­ne che tut­to som­ma­to non voglio­no esse­re sal­va­te. E più il fra­tel­lo, le sorel­le e, soprat­tut­to, i geni­to­ri per­se­ve­ra­no sul­la “via sba­glia­ta” e più lei per­de entu­sia­smo per il pel­le­gri­nag­gio fin­to-reli­gio­so e si sen­te più attrat­ta dal pel­le­gri­nag­gio fin­to-lus­suo­so. A qua­le divi­ni­tà dell’avere e dell’apparire devol­ve­rà Fai­rouz il suo mode­sto obo­lo? Al dio vesti­to di gel­la­ba maroc­chi­na e con un rosa­rio in mano?  O a quel­lo in biki­ni e che nel­la mano tie­ne un cock­tail alla frutta?

Per saper­lo vi toc­ca leg­ge­re il leg­ge­ro ma diver­ten­te libro di Saphia Azzed­di­ne fino alla fine. Io non dico più nien­te. “Wal­la­la­dim”, come si dice nel­le banlieue.

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Spazio alla redazione con un contributo di Peter de Kuster

The Heroine’s Journey of Chiarastella Campanelli

di Peter de kuster 

What is the best thing that I love about my work?

Invent pro­jec­ts I belie­ve in and be able to rea­li­ze them

What is my idea of per­fect happiness?

Living in the pre­sent rejoi­cing each instant without thin­king of the moment after

What is my grea­te­st fear?

Stop drea­ming

What is the trait that I most deplo­re in myself?

Don’t belie­ve enou­gh in myself

Which living per­sons in my pro­fes­sion do I most admire?

I appre­cia­te various peo­ple for the strength and the pas­sion they put into their work such as Saphia Azzed­di­ne, the author we have just publi­shed, in per­fect balan­ce in her art and in its rea­li­za­tion as a woman.

What is my grea­te­st extravagance?

Take the time off and relax

On what occa­sion would I lie?

If it is neces­sa­ry to keep calm tho­se around me

What is the thing that I disli­ke the most in my work?

The human fac­tor when orga­ni­zing even­ts and authors deny their presence.

When and whe­re was I the hap­pie­st, in my work?

In my offi­ce last year when we found out to have been selec­ted by the Euro­pean Union for the lite­ra­ry trans­la­tion pro­ject, and I was the one who crea­ted the project.

If I could, what would I chan­ge about myself?

Mood swings

What is my grea­te­st achie­ve­ment in work?

Mana­ged throu­gh my work to influen­ce the publi­shing pano­ra­ma of my coun­try with our publications.

Whe­re would I most like to live?

Hap­py with my fami­ly in any place

What is my most trea­su­red possession?

The abi­li­ty to dream, to have pas­sion, to find the beau­ty in eve­ry­thing, plan and be skil­led in public relations.

What is my most mar­ked characteristic?

Being a lit­tle naïf and genuine

What is my most inspi­ra­tio­nal loca­tion, in my city?

The sights like the gar­den of oran­ge trees or clim­bing on the many church towers and see my city from abo­ve. Rome is the Eter­nal City, but the inspi­ra­tion is always within us.

What is my favou­ri­te pla­ce to eat and drink, in my city?

La Madia a small bar in the Tor­ri­no area (Rome)

What books influen­ced my life and how?

La coscien­za di Zeno” that I read when I was 16; it made me rea­li­ze that it is human to have weaknesses.

Who are my favo­ri­te writers?

Ita­lo Sve­vo, Pier Pao­lo Paso­li­ni, Orhan Pamuk, Susan Vreeland.

Who is my hero or heroi­ne in fiction?

Mar­cel­lo Mastroianni

Who are my heroes and heroi­nes in real life?

Peo­ple who have ener­gy and know how to tran­smit it.

Which movie would I recom­mend to see once in a lifetime?

Bla­de Run­ner” and “8 e ½”

What role plays art in my life and work?

Art is the focus of my life.

Who is my grea­te­st fan, spon­sor, part­ner in crime?

Festi­vals and Book Fairs.

Whom would I like to work with in 2017?

San­ta Mad­da­le­na Foun­da­tion and some forei­gn publi­shers for chil­dren who deve­lop cer­tain issues rela­ted to fai­ry tale and art.

Which peo­ple in my pro­fes­sion would I love to meet in 2017?

All our authors

What pro­ject, in 2017, am I loo­king for­ward to work on?

Start to open the way for new publi­shing pro­jec­ts. Open our cata­lo­gue to publi­ca­tions for chil­dren with a ‘Wal­dorf line’, to dream and bring to life the most remo­te part of the soul.

Whe­re can you see me or my work in 2017?

Medi­ter­ra­neo Down­to­wn Festi­val (Firen­ze, Pra­to 5–7 May) Salo­ne del Libro di Tori­no (Tori­no, 18–21 May) Festi­val Nues (Caglia­ri, Novem­ber 2) Più Libri Più Libe­ri (Decem­ber, Rome).

What do the words “Pas­sion Never Reti­res” mean to me?

The pas­sion is the base that sup­ports ideas.

Which crea­ti­ve heroi­nes should Peter invi­te to tell their story?

The wri­ter Sel­ma Dab­ba­gh in publi­ca­tion for our publi­sher for Sep­tem­ber 2017 (il Siren­te / Altria­ra­bi Migran­te series)

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Accaparlante, 26 febbraio 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

La cit­tà è in mace­rie, ora ci han­no tol­to tut­to e l’unica cosa che ci rima­ne sono i Pila­stri del­la Fede […] non c’è un cen­ti­me­tro puli­to sui nostri cor­pi. Abbia­mo i vesti­ti strap­pa­ti e non ne pos­se­dia­mo altri, ogni gior­no cam­mi­nia­mo per stra­da in cer­ca di aiu­to. Non abbia­mo più le scar­pe e le pian­te dei pie­di comin­cia­no a spac­car­si. Fa vera­men­te male, quan­do cam­mi­nia­mo per tan­to tem­po in cer­ca di un novo posto dove sta­re […] Ho pas­sa­to tut­ta la not­te con la voglia di grat­tar­mi e non sono riu­sci­to a dor­mi­re. Nel­la mia testa con­ti­nua­va­no a scor­re­re sce­ne da libri che ho let­to. Vole­vo alzar­mi e dipin­ge­re, ma non ave­vo nes­sun posto dove far­lo [non c’è più colo­re ad Alep­po. Tut­to è gri­gio, anche noi”. Adam ha quat­tor­di­ci anni e la sin­dro­me di Asper­ger, vive ad Alep­po con il padre, la sorel­la e tre fra­tel­li più gran­di. Quan­do scop­pia la guer­ra la sua fami­glia, come tan­te altre, ne vie­ne tra­vol­ta e lui cer­ca rifu­gio nel­la pit­tu­ra che gli per­met­te di dar voce ad emo­zio­ni e pau­re che non sapreb­be espri­me­re diver­sa­men­te. Sumia Suk­kar, attra­ver­so la voce inno­cen­te di Adam, rac­con­ta il con­flit­to siria­no da cui il suo popo­lo è sta­to tra­vol­to, spes­so sen­za capi­re cosa sta­va accadendo.

di Anna­li­sa Bru­nel­li, Acca­par­lan­te, 26 feb­bra­io 2017

Recen­sio­ne del libro “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” di Sumia Suk­kar. Tra­dot­to dall’inglese da Bar­ba­ra Benini.

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L’autistico e il piccione viaggiatore

L’autistico e il piccione viaggiatore

Geert tol­se l’etichetta e mise il vio­li­no rot­to sul tavo­lo. Stu­diò con atten­zio­ne le varie par­ti e lo spa­zio tra esse, attra­ver­so il qua­le il suo­no si era pro­pa­ga­to per oltre due seco­li. Non pen­sò, come avreb­be fat­to un vero costrut­to­re di vio­li­ni, al tipo di legno o alla tec­ni­ca con cui era sta­to assem­bla­to, ma a quel­lo spa­zio. Per lui il legno che lo cir­con­da­va era il vio­li­no e lo spa­zio la musi­ca”. Fin da pic­co­lis­si­mo, Geert ha dimo­stra­to di non esse­re un bam­bi­no come gli altri, pren­de tut­to alla let­te­ra e ha dif­fi­col­tà nel­le rela­zio­ni socia­li. La madre gesti­sce un pic­co­lo nego­zio dell’usato dove Geert tra­scor­re le not­ti ad assem­bla­re fra loro gli ogget­ti più dispa­ra­ti e a riflet­te­re sul loro pos­si­bi­le uti­liz­zo. Quan­do tro­va un vio­li­no in pez­zi, di cui igno­ra l’enorme valo­re, pro­va a rico­struir­lo e lo fa in modo total­men­te nuo­vo e ori­gi­na­le. Non si ren­de­rà mai con­to di quan­to sia­no pre­zio­si gli stru­men­ti che è in gra­do di rea­liz­za­re ma que­sta atti­vi­tà e il suc­ces­si­vo incon­tro con un pic­cio­ne che, nono­stan­te i suoi ten­ta­ti­vi di rega­lar­lo, tor­na sem­pre da lui, gli cam­bie­ran­no la vita.

Anna­li­sa Bru­nel­li, Acca­par­lan­te, 19/02/2017

Recen­sio­ne del libro “L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re” di Rodaan al Gali­di, tra­du­zio­ne dall’olandese a cura di Ste­fa­no Musilli.

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La Mecca-Phuket” di Saphia Azzedine, giovane franco-marocchina ritrae il suo ambiente con lucida ironia

di Cri­stia­na Mis­so­ri, ANSA­med, 13/02/2017

”L’ascensore era spes­so in pan­ne ma i chiac­chie­ric­ci tro­va­va­no sem­pre il modo di giron­zo­la­re da un pia­no all’altro. Di me dice­va­no che ero una sfron­ta­ta, di mia sorel­la che era una ragaz­za per bene e di mia madre che lascia­va trop­po gras­so nel taji­ne di mon­to­ne. Mio padre, tut­to som­ma­to, lo rispar­mia­va­no, anche se era l’unico di tut­to il palaz­zo a non esse­re anco­ra hajj, il che lo tor­men­ta­va. Per­ché i miei geni­to­ri ave­va­no un’unica osses­sio­ne: fare il pel­le­gri­nag­gio alla Mec­ca”. Il palaz­zo è quel­lo di una ban­lieue pari­gi­na, il rac­con­to, è quel­lo di Fai­rouz, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, che com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue origini.

Insie­me a una del­le sue sorel­le mino­ri, Kal­soum, deci­de di rag­gra­nel­la­re la som­ma neces­sa­ria per rega­la­re ai suoi geni­to­ri devo­ti il sogno di una vita: il hajj. A nar­ra­re la sua sto­ria, è Saphia Azzed­di­ne — gio­va­ne autri­ce fran­co-maroc­chi­na — che in La Mec­ca-Phu­ket (in usci­ta a fine feb­bra­io nel­le libre­rie per la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te de Il Siren­te, pp. 130 Euro 15), com­pie un affre­sco mol­to iro­ni­co, a trat­ti irri­ve­ren­te e diver­ten­te, di quel che acca­de nell’edificio in cui vive la sua protagonista.

Stret­ta fra la voglia di vive­re lai­ca­men­te le sue ori­gi­ni ara­bo-musul­ma­ne: ”ero quel­lo che si chia­ma comu­ne­men­te una musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no”, annun­cia Fai­rouz in una del­le pri­me pagi­ne del libro. ”Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei conti”.

Altret­tan­to luci­da quan­do descri­ve i difet­ti del­la sua comu­ni­tà di ori­gi­ne: ”Sem­bra che. Ho sen­ti­to dire che. Poi la gen­te dirà che. Ecco più o meno quel­lo che rovi­na le socie­tà ara­bo-musul­ma­ne in gene­ra­le e il mio palaz­zo in particolare. Abitavo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo (…). La mege­ra del nono ave­va rife­ri­to a mia madre (per il suo bene) quel che si dice­va nel­le alte sfe­re del palaz­zo. Una mac­chi­na nuo­va era pro­prio neces­sa­ria pri­ma di adem­pie­re a un dove­re isla­mi­co? Quel­le mal­di­cen­ze tor­men­ta­va­no i miei pove­ri geni­to­ri che fin­ge­va­no di fregarsene”.

Saphia Azzed­di­ne, nata ad Aga­dir nel 1979, ha all’attivo sei roman­zi. Da quel­lo di esor­dio, Con­fi­den­ces à Allah (2008) sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumetto.

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Arriva “La Mecca — Phuket”

La Mecca — Phuket”  in anteprima  al Festival del Libro di Firenze

 “La Mecca — Phuket” di Saphia Azzedine in anteprima per voi allo stand de il Sirente a Libro Aperto, Primo Festival del libro a Firenze (17 — 19 febbraio Fortezza da Basso, Firenze).

Per chi invece non passa per Firenze lo troverete a fine febbraio nelle migliori librerie.

Un libro per vin­ce­re qual­che ste­reo­ti­po sul mon­do ara­bo-isla­mi­co, con un’ironia graf­fian­te e un lin­guag­gio spez­za­to, tipi­co del miglio­re argot ban­lieu­sard, vi ritro­ve­re­te cata­pul­ta­ti nel­le ban­lieue pari­gi­ne, dove navi­gan­do tra intel­li­gen­za pra­ti­ca e stu­pi­di­tà teo­ri­ca, Fairouz, figlia d’immigrati maroc­chi­ni in Fran­cia, com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue ori­gi­ni. In modo ner­vo­so ma effi­ca­ce, saprà riap­pro­priar­si del­la sua vita, muo­ven­do­si tra quel che le ha tra­smes­so la fami­glia e quel­lo che si pro­fi­la all’orizzonte. All’orizzonte, oltre la Fran­cia, c’è la Mec­ca… ma dopo­tut­to, per­ché non Phuket?

Di pochi gior­ni fa la noti­zia di un paven­ta­to ritor­no del­lo spet­tro del­la vio­len­za nel­le ban­lieue, ecco cosa ne pen­sa Fai­rouz pro­ta­go­ni­sta del libro “La Mecca-Phuket”.

Cre­de­vo in Dio. Face­vo il rama­dan. non man­gia­vo maia­le. non beve­vo alcool. Ero ver­gi­ne. non spar­la­vo. Cioè, solo un po’. Ero quel­lo che si chia­ma comu­ne­men­te una musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no. Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua- men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei conti.

A vol­te, veni­va­no nel mio quar­tie­re squa­dre di gior­na­li­sti in cer­ca di scoop cir­con­da­ti da guar­die del cor­po per ren­de­re con­to del­la minac­cia isla­mi­co-inte­gra­li­sta-estre­mi­sta-oscu­ran­ti­sta-sala­fi­ta-waha­bi­ta, in sol­do­ni per inter­vi- sta­re qual­che coglio­ne con una tuni­ca bian­ca, igno­ran­do coscien­zio­sa­men­te dei ragaz­zi anco­ra sul­la ret­ta via ma che non avreb­be­ro tar­da­to a cede­re per non esse­re sta­ti appog­gia­ti da nes­su­no. Impe­di­vo a mio fra­tel­lo di pren­der­li a sas­sa­te con i suoi ami­ci quan­do li vede­va arri­va­re con l’aria fra­ter­na. Ma in real­tà gli impe­di­vo soprat­tut­to di far­si pren­de­re o di far casi­no, in modo che capis­se­ro che era trop­po veni­re a ser­vir­si a casa nostra e poi non divi­de­re alla fine del mese. Gli spac­cia­to­ri per­lo­me­no han­no la decen­za di far man­gia­re tut­to l’indotto, dal col­ti­va­to­re al palo. Dopo il loro repor­ta­ge abiet­to, ave­va­no la coscien­za tal­men­te spor­ca che si redi­me­va­no con un docu­men­ta­rio sdol­ci­na­to in secon­da sera­ta (“Dr. Hou­se” non si toc­ca, non scher­zia­mo) sui “ragaz­zi di ban­lieue che ce l’hanno fat­ta” e le “ragaz­ze di ori­gi­ne ara­ba che non si sottomettono”.

Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li, “La Mec­ca-Phu­ket” di Saphia Azzedine

 

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Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

E’ arrivata la seconda ristampa de “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, Disponibile nelle migliori librerie

Festeg­gia­mo con l’ultima recen­sio­ne appar­sa su Leggere:tutti

«Per­ché c’è una guer­ra, Yasmi­ne?» si chie­de Adam, il pic­co­lo pro­ta­go­ni­sta del roman­zo d’esordio di Sumia Suk­kar “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”, pub­bli­ca­to nel­la ver­sio­ne ita­lia­na dall’editore il Sirente.

Una sto­ria fat­ta di colo­ri. Quel­li che Adam uti­liz­za per fis­sa­re alcu­ni momen­ti del­la sua quo­ti­dia­ni­tà su tele del­le qua­li si mostra par­ti­co­lar­men­te orgo­glio­so, ma altret­tan­to gelo­so, al pun­to da mostrar­le solo a chi è degno del­la pro­pria con­si­de­ra­zio­ne. Colo­ri che, nel­la men­te del pro­ta­go­ni­sta, han­no una con­si­sten­za, un suo­no, un sapore.

È que­sto, infat­ti, un roman­zo da leg­ge­re uti­liz­zan­do tut­ti i sen­si: se la vista è rapi­ta dal­la tavo­loz­za di colo­ri che carat­te­riz­za l’intera sto­ria, l’udito è sti­mo­la­to dal suo­no lon­ta­no del­le armi che deva­sta­no, gior­no dopo gior­no, la cit­tà di Alep­po o dal con­ti­nuo sof are di Liqui­ri­zia, un gat­to ran­da­gio che divie­ne par­te inte­gran­te del­la vita quo­ti­dia­na di Adam. Il gusto, inve­ce, ha il sapo­re dol­ce del mie­le, che per gior­ni divie­ne l’unica fon­te di sosten­ta­men­to di un’intera fami­glia, o quel­lo acre degli avan­zi rime­dia­ti in un bido­ne dell’immondizia. All’olfatto è af data la pos­si­bi­li­tà di rico­no­sce­re la pro­pria sorel­la Yasmi­ne, com­ple­ta­men­te cam­bia­ta nel cor­po e nel­lo spi­ri­to, dopo un perio­do di deten­zio­ne tra le mani di spie­ta­ti aguz­zi­ni, che non si fer­ma­no nem­me­no davan­ti alle urla dispe­ra­te di don­ne ridot­te in n di vita. Infi­ne, è il ricor­do di ciò che si pote­va s ora­re o tene­re stret­to, l’esperienza tat­ti­le di Kha­led, uno dei fra­tel­li mag­gio­ri di Adam, cui toc­che­rà la dolo­ro­sa umi­lia­zio­ne di veder­si pri­va­to del­le mani.

Il pun­to di for­za di que­sta sto­ria sta senz’altro nei pro­ta­go­ni­sti: Adam, pic­co­lo nar­ra­to­re di que­sta sto­ria, fa dell’ingenuità quel­la carat­te­ri­sti­ca che per­met­te al let­to­re di accet­ta­re ogni cosa sen­za stor­ce­re il naso. Yasmi­ne, sorel­la mag­gio­re e, di fat­to, madre di Adam per neces­si­tà, è un per­so­nag­gio che cre­sce rapi­da­men­te, con lo scor­re­re del­le pagi­ne. Da ragaz­za inna­mo­ra­ta, divie­ne una don­na matu­ra in gra­do di fron­teg­gia­re qual­sia­si emer­gen­za af dan­do­si alla pro­pria tena­cia, sen­za trop­po bada­re alle cica­tri­ci che le ha lascia­to addos­so l’ennesima guer­ra insensata.

Kha­led, Isa, Tareq, Baba e Ami­ra sono i gre­ga­ri per­fet­ti di una squa­dra alle­sti­ta sapien­te­men­te per accom­pa­gna­re il let­to­re in una sto­ria dai con­tor­ni oni­ri­ci, ma con una for­tis- sima com­po­nen­te di veridicità.

Un roman­zo che par­la del­la guer­ra con gli occhi incan­ta­ti di un bam­bi­no, che non smet­te di dipin­ge­re e di per­ce­pi­re i colori.

Paqui­to Catan­za­ro Leggere:Tutti
SUMIA SUKKAR

Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guerra

Il Siren­te, 2016
pp. 268, euro 15,00

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Anna Teresa, “Tea Time Translation” (25 gennaio 2017)

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

di Anna Tere­sa, “Tea Time Trans­la­tion” (25 gen­na­io 2017)

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarMi sie­do sul pavi­men­to vici­no a Yasmi­ne e baba e pen­so a come sia­mo arri­va­ti a que­sto. Le nostre vite pro­ce­de­va­no secon­do una rou­ti­ne per­fet­ta, in cui mi tro­va­vo pro­prio bene, ma ora non so più chi sia­mo, né cosa stia suc­ce­den­do. Per via del­la guer­ra ho così tan­te incer­tez­ze in testa, come un nuvo­lo­ne gri­gio in atte­sa di scro­scia­re e tuo­na­re giù. Io non voglio che mi tuo­ni addosso.”

Da leg­ge­re con una taz­za di kar­ka­dè, ros­so come il colo­re ama­to da Adam, che rap­pre­sen­ta Yasmi­ne, ma anche come il san­gue, pro­ta­go­ni­sta onni­pre­sen­te del­la guerra.

Duran­te il Pisa Book Festi­val 2016, alla pre­sen­ta­zio­ne del suo roman­zo, l’autrice Sumia Suk­kar spie­ga­va che la scel­ta di scri­ve­re que­sto libro è sta­ta gui­da­ta dal­la volon­tà di dare un vol­to, una voce e una sto­ria ai siria­ni coin­vol­ti nel­la guer­ra che ha stra­vol­to il loro pae­se e di risve­glia­re i let­to­ri da quel­la sor­ta di assue­fa­zio­ne per cui, ormai, quan­do scor­ro­no in TV le imma­gi­ni di bom­be, guer­ra e atten­ta­ti pro­ve­nien­ti dal­la Siria non ci si stu­pi­sce più.

Sumia Suk­kar, nel­la ver­sio­ne ita­lia­na con il magi­stra­le aiu­to del­la tra­dut­tri­ce, Bar­ba­ra Beni­ni, tra­sci­na il let­to­re in una Alep­po agli albo­ri del­la guer­ra, dove la fami­glia di Adam, quat­tor­di­cen­ne affet­to da sin­dro­me di Asper­ger e appas­sio­na­to di pit­tu­ra, con­du­ce una vita quo­ti­dia­na simi­le alla nostra, con il padre e i fra­tel­li più gran­di che van­no a lavo­ra­re e Adam che fre­quen­ta la scuo­la, rag­giun­gen­do­la a pie­di da solo ogni gior­no, a dimo­stra­zio­ne di quan­to la cit­tà sia tran­quil­la. In un atti­mo, ci si immer­ge nel­la sto­ria, la fami­glia di Adam potreb­be esse­re la nostra, cena­no insie­me, alla TV guar­da­no que­gli stes­si film ame­ri­ca­ni che pas­sa­no sui nostri scher­mi. Ma ad Alep­po qual­co­sa che Adam non capi­sce sta acca­den­do, si par­la di liber­tà e ribel­lio­ne, e in un vor­ti­ce irre­fre­na­bi­le arri­va la guer­ra, che Adam non com­pren­de, ma che anche gli adul­ti sem­bra­no capi­re poco.

Non so nem­me­no per­ché ci sia una guer­ra. Per­ché c’è una rivo­lu­zio­ne? Per­ché stan­no por­tan­do via la mia fami­glia? Che cosa è suc­ces­so men­tre dipin­ge­vo e anda­vo a scuo­la? Per­ché improv­vi­sa­men­te par­la­no tut­ti di poli­ti­ca, men­tre pri­ma si par­la­va solo di arte, moda, reli­gio­ne e viaggi?”

Non si sa più chi sono gli ami­ci e chi i nemi­ci, per­ché la vio­len­za si dif­fon­de pre­po­ten­te, fino a far diven­ta­re abi­tua­li sce­na­ri da film splat­ter, pie­ni di san­gue e par­ti di cor­pi umani.

Seb­be­ne in qual­che capi­to­lo la pro­spet­ti­va cam­bi, per mostra­re lati più oscu­ri del­la tra­ge­dia che si sta svol­gen­do in Siria, la mag­gior par­te del­la nar­ra­zio­ne pro­vie­ne dal­lo sguar­do inno­cen­te di Adam che, attra­ver­so la sua malat­tia, ha il dono di vede­re il colo­re di per­so­ne ed emo­zio­ni: Yasmi­ne “nor­mal­men­te è ros­so rubi­no”, “Kahled è aran­cio­ne, Tareq ha il colo­re del­le foglie di tè e Isa è ver­de”. Solo la distru­zio­ne e la dispe­ra­zio­ne tota­le lo por­te­ran­no a vede­re nient’altro che grigio.

Di soli­to, quan­do un libro mi pia­ce, è per­ché mi arric­chi­sce in qual­che modo e cer­co di con­si­gliar­lo a tut­ti per­ché vor­rei che anche gli altri ne fos­se­ro altret­tan­to arric­chi­ti. In que­sto caso, cre­do pro­prio che si trat­ti di un testo fon­da­men­ta­le per il lato uma­no di cia­scu­no di noi e per guar­da­re il disa­stro siria­no da una pro­spet­ti­va diver­sa. Con­si­glio a tut­ti di leg­ger­lo, per­ché dob­bia­mo cer­ca­re di resta­re umani.

Dopo aver let­to Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra, rie­sco a capa­ci­tar­mi anco­ra meno del fat­to che l’autrice lo abbia scrit­to a soli 21 anni. Gli argo­men­ti trat­ta­ti, dal­la guer­ra siria­na alla sin­dro­me di Asper­ger, e il modo in cui la scrit­tri­ce ne par­la lascia­no a boc­ca aperta.

Quan­do la sto­ria fini­sce, la men­te vola subi­to all’attualità di Alep­po, dove la guer­ra non si è anco­ra fer­ma­ta e i bam­bi­ni sono costret­ti a vive­re situa­zio­ni ter­ri­bi­li come quel­le nar­ra­te da Adam. Sumia Suk­kar ha ragio­ne a cer­ca­re di sen­si­bi­liz­za­re chi ha la for­tu­na di esse­re lon­ta­no da tut­to que­sto dolo­re e l’incoscienza di non capi­re che, al di là del­la distan­za geo­gra­fi­ca, sia­mo ugua­li, a pre­scin­de­re da qua­le sia la nostra reli­gio­ne, pel­le o nazionalità.

Come ha scrit­to Fran­ce­sca Paci su La Stam­pa, “chiu­so il libro resta la Sto­ria, dif­fi­ci­le fare anco­ra fin­ta di niente”.

Leg­ge­te anche voi Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra e fate­mi sape­re qua­li sono le vostre impres­sio­ni. Per chi è del­la zona, gio­ve­dì, 2 feb­bra­io, ne par­le­re­mo al cir­co­lo di let­tu­ra IL SOGNALIBRO pres­so la Libre­ria Mon­da­do­ri di Sar­za­na. Vi aspet­to lì!

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La Mecca-Phuket di Saphia Azzedine presto in libreria

La Mecca-Phuket un romanzo di Saphia Azzedine

A febbraio in libreria!

C’è un gior­no, quan­do si è bam­bi­ni, in cui si sal­ta la cor­da per l’ultima vol­ta, in cui si gio­ca per l’ultima vol­ta a mosca cie­ca, e non si sa anco­ra che sarà l’ultima. nes­su­no si ricor­da del­la sua ulti­ma par­ti­ta a pal­la avve­le­na­ta, arri­va sen­za preavviso. In quel momen­to, sta­va suc­ce­den­do la stes­sa cosa: igno­ra­vo che quel­lo sareb­be sta­to l’ultimo gior­no in cui avrei accet­ta­to di sacrificarmi…”

Arri­va “La Mec­ca-Phu­ket”, quar­to tito­lo del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te, que­sta vol­ta sia­mo in Fran­cia, nel­la ban­lieue di Parigi. Navigando tra intel­li­gen­za pra­ti­ca e stu­pi­di­tà teo­ri­ca, Fairouz, figlia d’immigrati maroc­chi­ni in Fran­cia, com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue ori­gi­ni. In modo ner­vo­so ma effi­ca­ce, saprà riap­pro­priar­si del­la sua vita, muo­ven­do­si tra quel che le ha tra­smes­so la fami­glia e quel­lo che si pro­fi­la all’orizzonte. All’orizzonte, oltre la Fran­cia, c’è la Mec­ca… ma dopo­tut­to, per­ché non Phuket?

Saphia Azzed­di­ne ci offre la sua ricet­ta di con­vi­ven­za tra cul­tu­re, con­di­vi­den­do la sua sapo­ro­sa rifles­sio­ne su que­stio­ni oggi cru­cia­li in Fran­cia e anche in Ita­lia: l’identità nazio­na­le, l’appartenenza, il futu­ro del­le secon­de gene­ra­zio­ni.” Sapien­te­men­te tra­dot­to dal fran­ce­se da Ila­ria Vita­li che ha cura­to anche la nota intro­dut­ti­va, ” ‘La Mec­ca-Phu­ket’ rac­con­ta di una gene­ra­zio­ne in bili­co tra vec­chi e nuo­vi mon­di, alla ricer­ca del­la pro­pria stra­da.” “Per rac­con­ta­re la pro­pria indo­ci­le real­tà, la gene­ra­zio­ne di Saphia Azzed­di­ne ha crea­to nuo­vi codi­ci lin­gui­sti­ci, sin­cre­ti­ci e poli­fo­ni­ci. È nato nel­le ban­lieue disa­gia­te un sin­go­la­re lin­guag­gio in codi­ce con fun­zio­ni di rico­no­sci­men­to iden­ti­ta­rio e gene­ra­zio­na­le, defi­ni­to “argot des cités”.”

Le illu­stra­zio­ni dei libri del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te sono a cura di Pao­la Equi­zi, che ha svol­to un sin­go­la­re lavo­ro di gra­fi­ca in accor­do con l’editore. Curan­do anche l’immagine del fron­te­spi­zio in cui appa­re sem­pre abbi­na­ta un’immagine rela­ti­va al pae­se d’origine e un’immagine lega­ta al pae­se di acco­glien­za. In que­sto caso un taji­ne sta cuci­nan­do len­ta­men­te i suoi cibi pre­li­ba­ti pla­ci­da­men­te vici­no al fischio vigo­ro­so e dina­mi­co di una pen­to­la a pressione.

Saphia Azzeddine

Saphia Azzed­di­ne

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Pas­sa l’infanzia in Maroc­co, all’età di nove anni, si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con il roman­zo Con­fi­den­ces à Allah, da cui è sta­to trat­ta una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to. Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, a cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce e regi­sta. Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le, tema affron­ta­to con un’ironia graf­fian­te che si tin­ge a trat­ti di poe­sia. In tra­du­zio­ne ita­lia­na Mio padre fa la don­na del­le puli­zie (Gliu­lio Per­ro­ne Edi­to­re 2011).

Sele­zio­na­to come pro­get­to di tra­du­zio­ne let­te­ra­ria con il ban­do Euro­pa Crea­ti­va, Altria­ra­bi Migran­te rac­co­glie le ope­re di gio­va­ni e talen­tuo­si auto­ri euro­pei con ori­gi­ni ara­be. Nel­la stes­sa col­la­na sono sta­ti pub­bli­ca­ti “l’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re” di Rodaan al Gali­di, “I mira­co­li” di Abbas Khi­der e “il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” di Sumia Sukkar.

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Maria Emilia Piccone, “Leggere a Lume di candela” (20 gennaio 2017)

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

Voci da mondi diversi

di Maria Emi­lia Pic­co­ne, “Leg­ge­re a Lume di can­de­la” (20 gen­na­io 2017)

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarEra il 2012 quan­do la cit­tà di Alep­po, in Siria, ini­ziò ad esse­re al cen­tro del­la guer­ra civi­le fra for­ze gover­na­ti­ve e ribel­li. Adam, “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”, rap­pre­sen­ta tut­ti noi che vivia­mo lon­ta­ni e sia­mo igna­ri del­le cau­se che han­no sca­te­na­to la guer­ra, che fac­cia­mo fati­ca a capi­re. Anche Adam non capi­sce: ha quat­tor­di­ci anni ma non si com­por­ta e non si espri­me come un suo coe­ta­neo. Sem­bra più infan­ti­le, ci dice lui stes­so che sen­te dire di sé che è ‘stra­no’ e che i com­pa­gni di scuo­la lo pren­do­no in giro per que­sto e lo lascia­no in dispar­te. E’ il più gio­va­ne in una fami­glia nume­ro­sa- ha tre fra­tel­li e una sorel­la. Ed è la sorel­la Jasmi­ne che si pren­de cura di lui dopo che la mam­ma è mor­ta. Adam non vuo­le esse­re toc­ca­to, non vuo­le che il suo cibo sia mesco­la­to a quel­lo di altri e ha una pas­sio­ne per i colo­ri. Anzi, ha una pre­di­spo­si­zio­ne per il dise­gno e la pit­tu­ra, rie­sce ad espri­me­re nei suoi qua­dri quel­lo che ha den­tro di sé e mai riu­sci­reb­be a comu­ni­ca­re con le paro­le-sono i colo­ri che gli dan­no la chia­ve di acces­so del­la real­tà. Jasmi­ne è ros­so rubi­no per lui- e il ros­so è un colo­re di for­za vita­le e d’amore. Pri­ma dell’inizio dei bom­bar­da­men­ti l’atmosfera di Alep­po è aran­cio­ne e azzur­ro di cie­lo e di luce e di sole. Anche i libri han­no un colo­re: Aschen­bach, il pro­ta­go­ni­sta di “Mor­te a Vene­zia”, è gri­gio (d’altra par­te il gri­gio del­la cene­re è nel suo stes­so nome, anche se Adam non lo sa). Poi cam­bie­rà tut­to, per­ché il ros­so diven­te­rà il colo­re del san­gue, Adam arri­ve­rà a dipin­ge­re con il san­gue, e il mon­do si incu­pi­rà nel­le tona­li­tà del nero e del gri­gio e del viola.

  Quel­lo che Sumia Suk­kar, nata e cre­sciu­ta in Inghil­ter­ra in una fami­glia siria­na-alge­ri­na, descri­ve, è un fram­men­to di guer­ra, con sce­ne apo­ca­lit­ti­che viste attra­ver­so gli occhi di un ragaz­zi­no che for­se ha la sin­dro­me di Asper­ger, che si chie­de che cosa stia suc­ce­den­do, chi sia­no i buo­ni e chi i cat­ti­vi e per­ché si fan­no la guer­ra? non sono for­se tut­ti siria­ni? I suoi pun­ti fer­mi crol­la­no uno dopo l’altro, pro­prio come gli edi­fi­ci che si sbri­cio­la­no in un gri­gio­re di pol­ve­re e mace­rie- pri­ma un fra­tel­lo (l’intellettuale che scri­ve poe­sie), poi l’altro (ritor­ne­rà pre­ce­du­to da una sce­na rac­ca­pric­cian­te), poi la sorel­la (sap­pia­mo che cosa atten­da una don­na cat­tu­ra­ta duran­te una guer­ra, e il velo in testa non è cer­to uno scu­do. Quan­do riap­pa­re, Adam non la rico­no­sce), il padre è pre­ci­pi­ta­to in una demen­za pre­co­ce cau­sa­ta dal dolo­re. Sol­tan­to un gat­ti­no, sal­va­to dal­le rovi­ne, può ricom­pen­sa­re, in par­te, Adam per quel­lo che ha per­so. La lun­ga mar­cia ver­so Dama­sco è il cam­mi­no del­la spe­ran­za ver­so la sal­vez­za di un riparo.

Il roman­zo di Sumia Suk­kar non ha la pre­te­sa di esse­re un libro di sto­ria, pare esse­re un libro scrit­to di get­to, come se la gio­va­ne scrit­tri­ce fos­se rima­sta scon­vol­ta nel vede­re la distru­zio­ne nel­le imma­gi­ni del pae­se in cui la sua fami­glia ha radi­ci. Man­ca di pre­ci­sio­ne e alcu­ne del­le sce­ne descrit­te appa­io­no impro­ba­bi­li (le rea­zio­ni di feri­ti gra­vis­si­mi in ospe­da­le, il ritor­no di un fra­tel­lo in con­di­zio­ni che non voglio anti­ci­pa­re ma che sono in con­tra­sto con il suo com­por­ta­men­to trop­po natu­ra­le). Non vie­ne mai det­to chia­ra­men­te qua­le sia la sin­dro­me di Adam ed è meglio così: se non è defi­ni­ta, per il let­to­re è più faci­le accet­ta­re le discre­pan­ze tra i suoi atteg­gia­men­ti. E tut­ta­via, ciò det­to, è un libro che si leg­ge facil­men­te e che ci avvi­ci­na ad un pae­se, ad una guer­ra, ad un dram­ma che non pos­so­no lasciar­ci indifferenti.

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Il Silenzio e il Tumulto di Nihad Sirees

Le Mon­de Diplo­ma­ti­que, Ste­fa­nia Pavone

Nihad SireesLa meta­fo­ra del tumul­to e il silen­zio lace­ra la vita del­lo scrit­to­re Fathi Shin, dis­si­den­te del regi­me siria­no, io nar­ran­te del roman­zo omo­ni­mo per­cor­ren­do­ne l’intera vicen­da da cima a fon­do. Una dico­to­mia con cui si apre la nar­ra­zio­ne: il il tumul­to è il fuo­ri, la fol­la ado­ran­te il lea­der pari al vocia­re di un’orchestra dis­so­nan­te nel sogno di Fathi, il silen­zio è il luo­go degli affet­ti, del­la scrit­tu­ra, dell’amore per Lama, del­la cen­tra­li­tà del­la figu­ra mater­na. Tut­to ini­zia in un’estate cal­dis­si­ma: lo scrit­to­re Fathi Shin, ban­di­to dal regi­me siria­no per la cri­ti­ca dis­si­den­te dei suoi scrit­ti si agi­ta nel let­to. Sono anni che non fa più nul­la, pre­da di un inu­si­ta­ta indo­len­za. Da fuo­ri gli arri­va­no gli echi del­la fol­la inneg­gian­te il lea­der per i suoi ven­ti­cin­que anni di pote­re. Gli intel­let­tua­li sono schiac­cia­ti dal ser­vi­li­smo, la poe­sia una cari­ca­tu­ra del regi­me. In mez­zo alla dispe­ra­zio­ne del silen­zio cui è sta­to pie­ga­to dal­la dit­ta­tu­ra si apro­no spa­zi di vita: lo humor graf­fian­te ver­so il pote­re e l’amore per Lama carat­te­riz­za­to da una for­te pas­sio­ne ses­sua­le che lo riscat­ta dal­la mise­ria del­la sua con­di­zio­ne si fan­no zone di resi­sten­za del­la vita dall’oppressione di un pote­re grot­te­sco e inef­fa­bi­le. La sto­ria di Fathi pre­ci­pi­ta quan­do la madre deci­de di spo­sa­re il signor  Ha’il, dive­nu­to in manie­ra grot­te­sca fun­zio­na­rio del lea­der per aver­ne evi­ta­to la cadu­ta a ter­ra a segui­to di uno sci­vo­la­men­to nel cor­so di un comi­zio. Dopo aver sal­va­to uno stu­den­te duran­te una mani­fe­sta­zio­ne. Lo scrit­to­re vie­ne cat­tu­ra­to dai ser­vi­zi segre­ti e mes­so in pri­gio­ne. La cel­la è il ritor­no del silen­zio dopo il tumul­to dell’interrogatorio. Fathi Shin si ritro­ve­rà davan­ti pro­prio il signor Ha’il a chie­der­gli di diven­ta­re uno scrit­to­re del regi­me. O di mori­re. Anco­ra una vol­ta l’alternativa sci­vo­la tra il silen­zio e il tumul­to. Dice Fathi: “cer­co di non pen­sa­re all’alternativa in cui il signor Ha’il ha volu­to inca­strar­mi, due opzio­ni una più ter­ri­bi­le dell’altra. Non ho che la scel­ta tra la padel­la e la bra­ce, non esi­ste una solu­zio­ne inter­me­dia. Per­ché non mi lascia­no solo nel­la mia soli­tu­di­ne? Che fasti­dio può dare il mio silen­zio al regi­me? Il tumul­to del pote­re o il silen­zio del­la tom­ba. Avrei sen­za dub­bio opta­to per il secon­do ma so per­fet­ta­men­te che que­sto nel discor­so del signor Ha’il non è che una meta­fo­ra per indi­ca­re qual­co­sa di ben più tre­men­do. Ha pia­ni­fi­ca­to ogni par­ti­co­la­re in manie­ra dia­bo­li­ca, coin­vol­gen­do mia madre nel suo pia­no.”. Ma non ci sarà una solu­zio­ne al dilem­ma del ruo­lo dell’intellettuale sot­to la dit­ta­tu­ra. Il roman­zo si con­clu­de con un sogno: Fathi assi­ste allo stu­pro del­la madre da par­te del signor Ha’il e la vede gode­re nono­stan­te la vio­len­za eser­ci­ta­ta dall’uomo. Un tumul­to in cui il silen­zio que­sta vol­ta non può arri­va­re se non in una risa­ta che Lama e Fathi sten­do­no sul­la scena.

Recen­sio­ne del libro ‘il silen­zio e il tumul­to’ del­lo scrit­to­re siria­no Nihad Sirees, tra­dot­to dall’arabo da Fede­ri­ca Pistono

Il Siren­te ha con­ti­nua­to ad occu­par­si di Siria con i seguen­ti tito­li:

L’autunno, qui, è magi­co e immen­so (Golan Haji)
E se fos­si mor­to? (Muham­mad Dibo)
Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra (Sumia Suk­kar)

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Il romanzo di Sumia Sukkar. Il dramma «a colori» di Aleppo

Adam ha la sindrome di Asperger e a 14 anni dipinge la guerra abbinando cromatismo e dolore. Aspro e delicato romanzo dell’esordiente anglo siriana

Avve­ni­re, Ric­car­do Michelucci

«Non c’è più colo­re ad Alep­po. Tut­to è gri­gio, anche noi. Lo scon­tro ina­spet­ta­to tra il gri­gio e l’arancione mostra le buie con­se­guen­ze di una guer­ra, ma riflet­te anche un sot­ti­le filo di spe­ran­za. Il blu not­te intor­no alle pupil­le mi par­la, mi dice degli orro­ri che ha visto. Ci man­ca un colo­re più chia­ro: il bian­co. Il cie­lo dovreb­be esse­re dipin­to di bian­co per pren­der­si gio­co del­la pre­sun­ta fine del­la guer­ra e mostra­re l’ingenuità che resta». Il dram­ma del­la Siria pren­de for­ma sot­to i nostri occhi attra­ver­so la voce inno­cen­te e lo sguar­do disin­can­ta­to di Adam, un ragaz­zi­no siria­no di quat­tor­di­ci anni affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger, che cer­ca di dare un sen­so alle pro­prie emo­zio­ni attra­ver­so la pit­tu­ra. I colo­ri gli ser­vo­no per descri­ve­re la gen­te e l’orrore che lo cir­con­da, per cer­ca­re di com­pren­de­re gli effet­ti deva­stan­ti del­la guer­ra sul­la vita del­la sua fami­glia e del­le per­so­ne che gli stan­no attor­no. Dopo aver otte­nu­to il plau­so del­la cri­ti­ca ingle­se, Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra, imma­gi­ni­fi­co roman­zo d’esordio del­la gio­va­ne scrit­tri­ce anglo-siria­na Sumia Suk­kar, vie­ne ades­so pro­po­sto anche in ita­lia­no dal­la casa edi­tri­ce Il Siren­te, spe­cia­liz­za­ta in let­te­ra­tu­ra ara­ba, con la tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Benini.

Con un lun­go e inin­ter­rot­to flus­so di coscien­za Adam espri­me un misto di incre­du­li­tà e pau­ra, di tene­rez­za e inno­cen­za. Dipin­ge la guer­ra per­ché «offre infi­ni­te pos­si­bi­li­tà pit­to­ri­che» e la sua pic­co­la arte fini­sce per tra­sfi­gu­rar­si in un estre­mo atto di resi­sten­za. Ma con­tra­ria­men­te alle appa­ren­ze il roman­zo non è una favo­la e quin­di non ci rispar­mia orro­ri e cru­dez­ze. È piut­to­sto un ori­gi­na­le repor­ta­ge inti­mi­sta, il ten­ta­ti­vo di spie­ga­re le con­se­guen­ze del­la guer­ra sul­la men­te di un bam­bi­no la cui leg­ge­ra for­ma di auti­smo lo por­ta a una for­te rela­zio­na­li­tà affet­ti­va con gli altri, soprat­tut­to con la sorel- la Yasmi­ne, il suo prin­ci­pa­le pun­to di rife­ri­men­to dopo la mor­te del­la mam­ma. Ogni capi­to­lo ha il nome di un colo­re, per­si­no ai per­so­nag­gi sono asse­gna­te tona­li­tà e sfu­ma­tu­re diver­se a secon­da del­la vibra­zio­ne del­le loro emo­zio­ni: Adam vede le per­so­ne avvol­te da un’aura colo­ra­ta per­ce­pen­do i loro sta­ti d’animo e i loro sen­ti­men­ti, men­tre la guer­ra è gri­gia e copre tut­to come uno spes­so stra­to di pol­ve­re che rischia di sof­fo­ca­re la nostra uma­ni­tà. La neces­si­tà di com­pren­de­re quel­lo che acca­de attor­no a lui lo tra­sfi­gu­ra poi nel ruo­lo di testi­mo­ne: «Un gior­no, quan­do sarà fini­ta la guer­ra, avrò i miei qua­dri per mostra­re alla gen­te cosa sta­va real­men­te suc­ce­den­do. I miei qua­dri non mentono».

Sumia Suk­kar Pbf_2016

L’autrice, Sumia Suk­kar, spie­ga di esser­si ispi­ra­ta ai rac­con­ti di pri­ma mano ascol­ta­ti dai suoi fami­lia­ri siria­ni e dagli ami­ci che tut­to­ra vivo­no in Siria. «In que­sti casi ci può esse­re la ten­ta­zio­ne di edul­co­ra­re quel­lo che sta acca­den­do – affer­ma – ma io ho scel­to al con­tra­rio di rac­con­ta­re i fat­ti in tut­ta la loro dram­ma­ti­ci­tà. Quel­lo che vole­vo tra­smet­te­re era l’oscenità e la cru­dez­za del­la situa­zio­ne nel­la qua­le si tro­va attual­men­te la Siria». Duran­te la ste­su­ra del roman­zo Suk­kar è sta­ta costan­te­men­te in con­tat­to su Sky­pe con una zia che vive a Dama­sco, e le sto­rie ter­ri­bi­li che le ha rac­con­ta­to sono sta­te poi in par­te river­sa­te nel roman­zo. «Ho biso­gno di dipin­ge­re e pos­so già figu­rar­mi il qua­dro nel­la testa – dice Adam –. Due ragaz­zi gio­va­ni sdra­ia­ti nell’acqua a gam­be e brac­cia diva­ri­ca­te, libe­ri, ma con il viso sfi­gu­ra­to, bru­cia­to. Si rie­sce anche a distin­gue­re dove era­no vera­men­te gli occhi e il naso. Sareb­be un dipin­to in bian­co e nero, con il viso a spet­tro cro­ma­ti­co. Sarà orri­bi­le e mera­vi­glio­so allo stes­so tempo».

Il libro deve gran par­te del­la sua ori­gi­na­li­tà pro­prio alla voce nar­ran­te, quel­la di un quat­tor­di­cen­ne che a cau­sa del­la sin­dro­me di Asper­ger è dota­to di una sen­si­bi­li­tà fuo­ri dall’ordinario e dell’intelligenza di un bam­bi­no più pic­co­lo del­la sua età. La sua tene­ra inge­nui­tà diven­ta un moni­to con­tro l’assurdità di tut­te le guer­re, come quan­do sen­te una fol­la che accla­ma Assad e si chie­de: «Se stan­no dal­la par­te del pre­si­den­te, per­ché allo­ra ucci­do­no la gen­te del suo Pae­se?». Oppu­re quan­do si affac­cia alla fine­stra di casa sua e gli uomi­ni che vede in stra­da gli sem­bra­no un dipin­to, qual­co­sa che Sal­va­dor Dalì dipin­ge­reb­be nel suo famo­so qua­dro Vol­to del­la guer­ra. La gio­va­ne scrit­tri­ce (ave­va appe­na ven­ti­due anni quan­do il libro è usci­to in Inghil­ter­ra) spie­ga che la scel­ta si è resa neces­sa­ria per ren­de­re più inten­so ed effi­ca­ce l’impatto nar­ra­ti­vo del­la storia.

È qua­si ine­vi­ta­bi­le trac­cia­re un para­go­ne con il roman­zo best sel­ler di Mark Had­don usci­to una deci­na d’anni fa, Lo stra­no caso del cane ucci­so a mez­za­not­te. Anche in quel caso il pro­ta­go­ni­sta era Chri­sto­pher, un quin­di­cen­ne affet­to dal mede­si­mo distur­bo per­va­si­vo del­lo svi­lup­po, costret­to ad affron­ta­re fat­ti tra­gi­ci con un’emotività al di fuo­ri dell’ordinario. Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra ha però il gran­de pre­gio di rap­pre­sen­ta­re con uno sguar­do ine­di­to e sor­pren­den­te una del­le più ter­ri­bi­li cri­si uma­ni­ta­rie del nostro tem­po, di dimo­stra­re come la fan­ta­sia e l’immaginazione pos­sa­no pro­teg­ger­ci dagli orro­ri del mon­do, e di indi­vi­dua­re una spe­ran­za per il popo­lo siria­no nel­la sua fede incrol­la­bi­le in Dio e nel­la for­za degli affet­ti. In Gran Bre­ta­gna è sta­to adat­ta­to sot­to for­ma di docu­men­ta­rio radio­fo­ni­co pas­san­do nel pre­sti­gio­so Satur­day Dra­ma del­la Bbc e sono già sta­ti acqui­sta­ti i dirit­ti per la rea­liz­za­zio­ne di un film trat­to dal libro.

08/01/ 2017

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«I miracoli» di Abbas Khider al Salone del Libro di Torino

I miracoli” di Abbas Khider, in anteprima nazionale al Salone del Libro di Torino dal 12 al 15 maggio.

Una moderna fiaba su rifugiati e immigrazione clandestina da una delle voci più promettenti della scena letteraria tedesca, il Best-seller e pluripremiato Abbas Khider.

I Mira­co­li un libro di Abbas Khi­der. Dise­gna­to sul­la fal­sa­ri­ga dell’esperienza dell’autore in una pri­gio­ne ira­che­na e come rifu­gia­to in Euro­pa, “I Mira­co­li” è uno straor­di­na­rio pon­te tra orien­te e occi­den­te. Sul tre­no diret­to a Mona­co, Rasul Hamid tro­va un volu­mi­no­so mano­scrit­to, leg­gen­do­lo sco­pre che vi è nar­ra­ta la sua storia…Rasul Hamid fug­gi­to dall’Iraq e arri­va­to con mil­le peri­pe­zie in Ger­ma­nia. Don­ne attraen­ti, com­pa­gni rifu­gia­ti, perio­di di lavo­ro ille­ga­le, mira­co­li e mol­ti — feli­ci — inci­den­ti, con­di­sco­no la let­tu­ra. Il roman­zo tra­gi­co­mi­co, a vol­te per­fi­no bur­le­sco, di Khi­der è una moder­na fia­ba sui rifu­gia­ti. Sapo­re orien­ta­le e cru­da real­tà rac­con­ta­ta in modo diret­to e sen­za vittimismi.

Abbas Khi­der è nato a Bag­dad il 3 mar­zo 1973. Arre­sta­to e dete­nu­to, all’età di dician­no­ve anni, sot­to il regi­me di Sad­dam Hus­sein. Nel 1996 è fug­gi­to dall’Iraq e ha vis­su­to in vari pae­si come pro­fu­go clan­de­sti­no. Dal 2000 vive in Ger­ma­nia dove ha stu­dia­to let­te­ra­tu­ra e filo­so­fia. Ha vin­to nume­ro­si pre­mi di poe­sia e let­te­ra­tu­ra, tra gli altri il pre­mio Adel­bert von Cha­mis­so per il gio­va­ne auto- re più pro­met­ten­te nel 2010 e i pre­mi Hil­de Domin e Nel­ly Sachs nel 2013.

Lo tro­ve­re­te, fre­sco di stam­pa, pres­so lo stand J158 — il Siren­te — Padi­glio­ne 2 - Salo­ne del Libro di Tori­no dal 12 al 15 Maggio.

Ecco­vi un assaggio

I mira­co­li

(tra­du­zio­ne dal Tede­sco di Bar­ba­ra Teresi)

Giu­ro su tut­te le crea­tu­re visi­bi­li e invi­si­bi­li: ho set­te vite. Come un gat­to. Anzi no, ne ho addi­rit­tu­ra il dop­pio. I gat­ti potreb­be­ro diven­ta­re ver­di dall’invidia. Nel­la mia vita i mira­co­li sono sem­pre acca­du­ti all’ultimo minu­to. Io ci cre­do, ai mira­co­li. A que­ste inso­li­te ecce­zio­na­li­tà per le qua­li sem­pli­ce­men­te non c’è altra defi­ni­zio­ne. Uno dei miste­ri del­la vita. Que­sti mira­co­li han­no mol­to in comu­ne con le coin­ci­den­ze, ma non pos­so nep­pu­re defi­nir­li coin­ci­den­ze per­ché que­ste ulti­me non capi­ta­no di fre­quen­te. Un caso è un caso, per bana­le che pos­sa suo­na­re. Si può par­la­re di una, mas­si­mo due gran­di casua­li­tà nel­la vita, ma non cer­to di una gran quan­ti­tà di avve­ni­men­ti for­tui­ti. Ci sono quin­di even­ti che sono mira­co­li, e non coin­ci­den­ze: così mi per­met­to di teo­riz­za­re, pur sen­za segui­re una logi­ca ari­sto­te­li­ca. Non sono una per­so­na super­sti­zio­sa, non cre­do all’ultraterreno né all’occulto. Nel cor­so del­la mia vita ho, per così dire, svi­lup­pa­to il mio per­so­na­le orien­ta­men­to reli­gio­so, adat­to a me sol­tan­to. Asso­lu­ta­men­te indi­vi­dua­le. Ad oggi, per esem­pio, io vene­ro gli pneu­ma­ti­ci. Sì, i coper­to­ni del­le auto! Per me non sono sol­tan­to i pie­di del­le mac­chi­ne, sono ange­li custo­di. Lo so, non deve suo­na­re del tut­to sen­sa­ta come affer­ma­zio­ne, dato che mol­ta gen­te ci ha lascia­to la vita, sot­to gli pneu­ma­ti­ci. Ma uno pneu­ma­ti­co può anche sal­var­ti la vita. Ed è così che ha avu­to ini­zio il pri­mo miracolo. Ero a Bagh­dad, in car­ce­re. Tro­var­si in gale­ra a Bagh­dad non è affat­to un mira­co­lo, e negli anni Novan­ta era per­fet­ta­men­te nor­ma­le. Men­tre ero lì… per con­ti­nua­re la let­tu­ra qui

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Lo scrittore Rodaan al Galidi dal 16 al 20 marzo in Italia

Lo scrittore olandese Rodaan al Galidi, vincitore dello European Union Prize for Literature, dal 16 al 20 marzo sarà in Italia per presentare il suo libro “L’autistico e il piccione viaggiatore”

Secon­do tito­lo del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te soste­nu­ta dall’Unione Euro­pea,  “L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re” nar­ra la sto­ria di Geert, un bam­bi­no genia­le dal­la men­te infa­ti­ca­bi­le, che tut­ta­via instau­ra un lega­me più pro­fon­do con gli ogget­ti del nego­zio dell’usato dove lavo­ra sua madre, che con il mon­do ester­no. Geert pas­sa le sera­te smon­tan­do gli ogget­ti e ricom­bi­nan­do­li tra loro, fin­ché al nego­zio non arri­va un vec­chio Stra­di­va­ri: è l’inizio di una stra­na epo­pea che vedrà Geert diven­ta­re un cele­ber­ri­mo costrut­to­re di vio­li­ni. Tra i per­so­nag­gi di que­sta sto­ria, un papà a for­ma di can­nuc­cia, un maia­le di nome Sina­tra, una ragaz­za peren­ne­men­te bagna­ta come le stra­de olan­de­si e un osti­na­tis­si­mo pic­cio­ne viag­gia­to­re che aiu­te­rà Geert a usci­re dal suo guscio.

Vin­ci­to­re con que­sto tito­lo del Euro­pean Union Pri­ze for Lite­ra­tu­reRodaan al Gali­di ha una bio­gra­fia par­ti­co­la­re. Nato in Iraq è fug­gi­to dal suo pae­se nata­le ed è arri­va­to in Euro­pa come clan­de­sti­no, quin­di richie­den­te asi­lo, l’Olanda gli ave­va nega­to l’accesso ai cor­si uffi­cia­li di lin­gua che ha quin­di appre­so come auto­di­dat­ta diven­tan­do un auto­re noto e vin­ci­to­re di vari premi.

Incon­tri con l’autore:

Mer­co­le­dì 16 Mar­zo 2016 ore 18 — Rea­le Isti­tu­to Neer­lan­de­se — Via Ome­ro 12, Roma Inter­ven­go­no: l’autore, il diret­to­re del KNIR prof. Harald Hen­drix, il tra­dut­to­re del libro Ste­fa­no Musil­li, l’editore, mode­ra Fran­ce­sca Bel­li­no. Let­tu­re dal libro in ita­lia­no e olan­de­se a cura dell’autore. A segui­re buf­fet offer­to dal Knir.

Gio­ve­dì 17 Mar­zo 2016 ore 19Libre­ria Griot — Via di San­ta Ceci­lia, 1a Roma Inter­ven­go­no: l’autore, il tra­dut­to­re del libro Ste­fa­no Musil­li, l’editore, mode­ra Chia­ra Comi­to. Let­tu­re dal libro in ita­lia­no a cura di Dona­tel­la Vincenti.

Vener­dì 18 Mar­zo 2016 ore 18CIES onlus — Via del­le Cari­ne, 4 Roma  Inter­ven­go­no: l’autore, Maria Cri­sti­na Fer­nan­dez (respon­sa­bi­le CIES), il tra­dut­to­re del libro Ste­fa­no Musil­li e l’editore. Let­tu­re dal libro in italiano.

Saba­to 19 Mar­zo 2016 ore 18,30Libre­ria Les Mots —  Via Car­ma­gno­la, 4, Mila­no Inter­ven­go­no: l’autore e l’editore, mode­ra Sha­dy Hama­dy (Il Fat­to Quo­ti­dia­no). Let­tu­re dal libro in italiano.

Dome­ni­ca 20 Mar­zo 2016 ore 18,00Bel­lis­si­ma Fie­ra di Libri e cul­tu­ra indi­pen­den­te Sala S2 — Palaz­zo del Ghiac­cio, via di Pira­ne­si, 10  Mila­no Intervengono: l’autore e l’editore, mode­ra prof. Jolan­da Guar­di (esper­ta di Let­te­ra­tu­ra ara­ba). Let­tu­re dal libro in italiano.

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Novità Editoriali: “Cani sciolti” di Muhammad Aladdin

(in Arab Press, di Clau­dia Negri­ni, 30 ago­sto 2015) | Il 7 set­tem­bre appa­ri­rà tra gli scaf­fa­li del­le libre­rie ita­lia­ne “Cani sciol­ti” di Muham­mad Alad­din. Il tito­lo fa rife­ri­men­to ai gio­va­ni nati negli anni ’90, abi­tua­ti a cavar­se­la in qual­sia­si situa­zio­ne la vita pre­sen­ti loro, cam­pan­do di espe­dien­ti e sot­ter­fu­gi, sle­ga­ti dal­la mora­le tra­di­zio­na­le. I tre pro­ta­go­ni­sti appar­ten­go­no pro­prio a que­sta gene­ra­zio­ne: Ahmed, scrit­to­re di rac­con­ti por­no­gra­fi­ci per un sito inter­net, è accom­pa­gna­to da El-Loul che dopo aver fal­li­to come regi­sta tele­vi­si­vo si arra­bat­ta come mana­ger per dan­za­tri­ci del ven­tre di scar­se capa­ci­tà e infi­ne da Abdal­lah l’amico d’infanzia di buo­na fami­glia, assue­fat­to dal­le dro­ghe. Attra­ver­so di loro pren­de vita la capi­ta­le egi­zia­na di Muham­mad Alad­din, scrit­to­re di roman­zi, rac­con­ti e sce­neg­gia­tu­re nato al Cai­ro nel 1979. “Cani sciol­ti”, tra­dot­to da Bar­ba­ra Beni­ni, è pub­bli­ca­to da il Siren­te per la col­la­na Altria­ra­bi.

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Medio Occidente (Beppi Chiuppani), recensione di Luca Menichetti per Lankelot

Lan­ke­lot — Medio Occi­den­te (Bep­pi Chiup­pa­ni), recen­sio­ne di Luca Menichetti

Luca Meni­chet­ti | Lan­ke­lot | 20 luglio 2015

LankelotQuel viag­gio era incre­di­bi­le, si dis­se Aga­ta: non ave­va incon­tra­to un illu­mi­ni­sta a Dama­sco!? E tan­to più Faruq dimo­stra­va la pecu­lia­ri­tà del­la sua vita, tan­to più lei si sen­ti­va attrat­ta da lui; no, Faruq non ave­va nien­te a che fare con gli ste­reo­ti­pi del­la diver­si­tà” (pp.75); “Final­men­te avreb­be potu­to vive­re den­tro a quell’orizzonte del­la moder­ni­tà di cui fino ades­so ave­va potu­to solo sogna­re” (pp.84). Que­sti bra­ni trat­ti da “Medio Occi­den­te” con­ten­go­no alcu­ne paro­le chia­ve che poi il let­to­re ritro­ve­rà nel­le pagi­ne ambien­ta­te in vene­to e che han­no fat­to scri­ve­re a Raf­fael­lo Palum­bo Mosca, auto­re del­la post­fa­zio­ne, di un “roman­zo di idee”. Rac­con­to che ha ini­zio poco pri­ma l’inizio del­la guer­ra civi­le siria­na e che appun­to si con­cre­tiz­za in un dop­pio viag­gio. Pri­ma è la sen­si­bi­le e disin­can­ta­ta Aga­ta, figlia di un ram­pan­te e cini­co impren­di­to­re edi­le vene­to, a recar­si in quel di Dama­sco per una vacan­za — stu­dio, pre­te­sto per ter­mi­na­re una tesi di lau­rea e pro­ba­bil­men­te per met­te­re alla pro­va i suoi sogni di indi­pen­den­za. Poi è la vol­ta di Faruq, discen­den­te di una vec­chia fami­glia dama­sce­na ormai impo­ve­ri­ta, a recar­si in quel di Pado­va, invi­ta­to e aiu­ta­to pro­prio da Aga­ta, sia per ten­ta­re di sbar­ca­re il luna­rio e così aiu­ta­re la sua fami­glia, sia final­men­te per vive­re la quo­ti­dia­ni­tà in una civil­tà libe­ra­le, demo­cra­ti­ca e quin­di immu­niz­za­ta da quel­la cor­ru­zio­ne e oppres­sio­ne che inve­ce è fon­da­men­to del regi­me di Bashar al-Assad: “dove­va esse­re l’occasione di met­te­re a fuo­co i prin­ci­pi di una vita diver­sa pro­prio per poter ripen­sa­re la con­for­ma­zio­ne del­la sua socie­tà d’origine” (pp.89).

Faruq è lau­rea­to, ha intra­pre­so il dot­to­ra­to, di fat­to è più istrui­to del­la stes­sa Aga­ta, ma in Ita­lia deve accon­ten­tar­si di un posto di aiu­to mano­va­le: ini­zial­men­te è un pedag­gio che il gio­va­ne ara­bo si sen­te di paga­re, non fos­se altro che con la sua ami­ca ita­lia­na ini­zia una rela­zio­ne; poi le cose pre­ci­pi­ta­no quan­do vie­ne a sape­re del­le irre­go­la­ri­tà pre­sen­ti nel can­tie­re e che il suo dato­re di lavo­ro è pro­prio il padre di Aga­ta, anco­ra all’oscuro del­le fre­quen­ta­zio­ni del­la figlia.
Sono la pro­vin­cia vene­ta, i suoi capan­no­ni, l’ambiente del­la buo­na bor­ghe­sia, che però ini­zia a cono­sce­re momen­ti di gra­ve cri­si impren­di­to­ria­le, a diven­ta­re ele­men­ti fon­da­men­ta­li di un rac­con­to che Palum­bo Mosca inten­de come “atto d’amore per una civil­tà uma­ni­sti­ca vagheg­gia­ta e per­du­ta, così in Siria come in Ita­lia” e in cui “ovun­que i valo­ri del­la moder­ni­tà seco­la­re e illu­mi­na­ta sem­bra­no irre­cu­pe­ra­bi­li, nega­ti e vili­pe­si” (pp.291). Il “Medio Occi­den­te” del tito­lo allo­ra diven­ta com­pren­si­bi­le. Sco­pria­mo un Vene­to — più in gene­ra­le un’Italia del gua­da­gno faci­le e dell’altrettanto faci­le decli­no — sor­pren­den­te­men­te affi­ne alla Siria di Faruq, dove le anti­che vesti­gia del­la Sere­nis­si­ma appa­io­no qua­si più orien­ta­li del suq al-Hami­diyyeh di Dama­sco e dell’esclusivoquartiere Abu Rou­ma­neh; e lo stes­so ter­ri­to­rio ricor­da il Medio Orien­te (o, nel nostro caso, al Medio Occi­den­te): “il pae­sag­gio vene­to asso­mi­glia­va pro­prio al sogno di una Siria ver­de” (pp.234).

Ope­ra com­ples­sa ma non dif­fi­ci­le, il roman­zo di Chiup­pa­ni sfio­ra e, tal­vol­ta, intro­du­ce diver­se tema­ti­che, per lo più da con­si­de­rar­si in rap­por­to al tema dell’identità euro­pea e del­la con­se­guen­te deca­den­za dell’etica e del­la civil­tà uma­ni­sti­ca; in tut­ta evi­den­za anche nel rac­con­ta­re la rela­zio­ne semi-clan­de­sti­na tra l’ostinato Faruq e la fra­gi­le Aga­ta, discen­den­te del­la Pado­va bene. Potrem­mo quin­di con­si­de­ra­re il Vene­to di Medio Occi­den­te come sim­bo­lo di qual­co­sa che inve­ste l’intera Ita­lia e gran par­te del cosid­det­to mon­do civi­le, ormai avve­le­na­ti dal pre­giu­di­zio e soprat­tut­to da un’idea distor­ta di moder­ni­tà: “era pie­no di immo­bi­li inu­ti­liz­za­ti ma si con­ti­nua­va a costrui­re, pure chi come lui lavo­ra­va nel set­to­re dove­va rico­no­sce­re l’assurdità di quel­la situa­zio­ne” (pp.167). Pagi­ne che oltre­tut­to rispon­do­no effi­ca­ce­men­te alla defi­ni­zio­ne, già ricor­da­ta, di “roman­zo di idee”: “Quel­lo che gli ita­lia­ni ave­va­no era il libe­ra­li­smo all’incontrario, qui i sedi­cen­ti libe­ra­li era­no i veri popu­li­sti: avreb­be­ro sca­val­ca­to qual­sia­si rego­la e vio­la­to qual­sia­si liber­tà pur di arri­va­re dove vole­va­no” (pp.277). Pecu­lia­ri­tà che inve­ste anche il lato sti­li­sti­co del roman­zo. A fron­te di una let­te­ra­tu­ra recen­te che è spes­so carat­te­riz­za­ta da fra­si bre­vi, con abbon­dan­za di dia­lo­ghi, un pro­ce­de­re “asciut­to” ma sostan­zial­men­te poco per­so­na­le, quel­li che potreb­be­ro esse­re con­si­de­ra­ti difet­ti del­la pro­sa di Chiup­pa­ni — a vol­te for­se fra­si fin trop­po lun­ghe e appa­ren­te­men­te più con­so­ne ad un testo di sag­gi­sti­ca —  ren­do­no “Medio Occi­den­te” ope­ra tutt’altro che bana­le e degna di una rin­no­va­ta con­si­de­ra­zio­ne. Tan­to che il nume­ro limi­ta­to dei dia­lo­ghi, sosti­tui­ti da un per­si­sten­te e lim­pi­do flus­so di coscien­za da par­te di Aga­ta e di Faruq, ci con­sen­te di par­la­re anche di una sor­ta di “roman­zo di pen­sie­ri”. La con­clu­sio­ne del rac­con­to, giu­sta­men­te aper­ta e coin­ci­den­te con l’inizio del­la guer­ra civi­le siria­na, appa­re malin­co­ni­ca e nel con­tem­po non nega la spe­ran­za e un lie­to fine.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE:

Bep­pi Chiuppani,cresciuto a Bas­sa­no del Grap­pa, si è dedi­ca­to alla cul­tu­ra uma­ni­sti­ca euro­pea a Pado­va, Pari­gi e Lisbo­na, e ha inda­ga­to le tra­di­zio­ni let­te­ra­rie del Medio Orien­te al Cai­ro (Ame­ri­can Uni­ver­si­ty) e a Dama­sco (Insti­tut Fra­nçais d’Études Ara­bes). Ha quin­di otte­nu­to il dot­to­ra­to in Let­te­ra­tu­ra Com­pa­ra­ta pres­so la Uni­ver­si­ty of Chi­ca­go, dove è sta­to per anni osser­va­to­re del­la socie­tà nor­da­me­ri­ca­na. È nar­ra­to­re e sag­gi­sta, e “Medio Occi­den­te” è il suo pri­mo romanzo.

Bep­pi Chiuppani,“Medio Occi­den­te”, Il Siren­te (col­la­na Comu­ni­tà alter­na­ti­ve), Fagna­no Alto 2014, pp. 160. Post­fa­zio­ne di Raf­fael­lo Palum­bo Mosca.

Luca Meni­chet­ti. Lan­ke­lot, luglio 2015

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Il cuore e le contraddizioni dell’Angola nei romanzi di Ondjaki, intervista di Luca Onesti a Ondjaki

Luca One­sti ¦ art a part of cult(ure), remo­ve back­ground noi­se ¦ 22 feb­bra­io 2014

Il cuo­re e le con­trad­di­zio­ni dell’Angola nei roman­zi di Ondjaki

inter­vi­sta di Luca One­sti a Ond­ja­ki, vin­ci­to­re nel 2013 del Pre­mio Sara­ma­go e auto­re di Non­na­Di­cian­no­ve e il segre­to del sovie­ti­co (Il Siren­te 2015) appar­sa su “art a part of cult(ure), remo­ve back­ground noise”, 22 feb­bra­io 2014.

 

OndjakiClose-1024x680Il Pre­mio Sara­ma­go, giun­to nel 2013 all’ottava edi­zio­ne, vie­ne attri­bui­to ogni due anni ad uno scrit­to­re di lin­gua por­to­ghe­se under 35. Il pre­mio cele­bra l’attribuzione nel 1998 del Pre­mio Nobel a José Sara­ma­go ed ha visto tra i suoi vin­ci­to­ri alcu­ni tra i mag­gio­ri scrit­to­ri di lin­gua por­to­ghe­se, come Gonça­lo M. Tava­res e José Luís Pei­xo­to, tra gli altri. Nel dicem­bre 2013 è sta­ta annun­cia­ta la vit­to­ria di Ond­ja­ki (pseu­do­ni­mo di Nda­lu de Almei­da), scrit­to­re ango­la­no tren­ta­cin­quen­ne, per il libro Os trans­pa­ren­tes, ritrat­to col­let­ti­vo e con­tem­po­ra­neo del­la cit­tà di Luan­da. In tra­du­zio­ne ita­lia­na sono sta­te pub­bli­ca­te le ope­re: Il Fischia­to­re e Le auro­re del­la not­te dell’editore Lavo­ro e Buon­gior­no com­pa­gni! dall’editore Iacobelli.
Ho incon­tra­to Ond­ja­ki nei gior­ni suc­ces­si­vi al con­fe­ri­men­to del pre­mio, a Lisbo­na. L’intervista che segue rias­su­me la lun­ga chiac­chie­ra­ta con lo scrittore.

Ho let­to che sei sta­to spes­so in Ita­lia e che vi hai com­ple­ta­to anche il dot­to­ra­to di ricer­ca. Dove?

A Napo­li, all’Università L’Orientale. La tesi di dot­to­ra­to riguar­da­va i discor­si ora­li del­la cit­tà di Luan­da, a par­ti­re dal­le esti­gas, che sono dei gio­chi ora­li, del­le dispu­te tra bam­bi­ni, per arri­va­re al rap, al kudu­ro, alla let­te­ra­tu­ra. E una par­te di que­sto lavo­ro è con­flui­ta ne Os transparentes.
Una cit­tà ita­lia­na che mi è pia­ciu­ta mol­to è sta­ta Como, non ave­vo mai visto un lago così gran­de e sono rima­sto mol­to impres­sio­na­to. È sta­to a segui­to di quel­la visi­ta che ho scrit­to O asso­bia­dor, in cui una don­na cam­mi­na sem­pre vici­no ad un lago. Il libro è ambien­ta­to in Afri­ca e mol­ti, leg­gen­do­lo, han­no pen­sa­to ai laghi afri­ca­ni. Inve­ce l’idea, l’immagine che mi ha ispi­ra­to nel­lo scri­ve­re il libro è sta­ta quel­la del lago di Como. Ed è sta­to pri­ma che Geor­ge Cloo­ney com­pras­se casa là!

Par­lia­mo di “Os trans­pa­ren­tes”, con cui hai vin­to il pre­mio Sara­ma­go. È un libro cora­le, che rac­con­ta la cit­tà di Luan­da attra­ver­so mol­ti per­so­nag­gi, mol­te storie…

C’è un per­so­nag­gio cen­tra­le, Odo­na­to, che è l’uomo che diven­ta tra­spa­ren­te, e c’è un palaz­zo come epi­cen­tro del rac­con­ta­re, ma il gran­de per­so­nag­gio è la cit­tà e per­ciò i mini­stri, i pove­ri, il ven­di­to­re di con­chi­glie, tut­ta que­sta gen­te for­ma un puzz­le che par­la di Luan­da come di un luo­go ano­ni­mo e col­let­ti­vo. Allo stes­so tem­po biso­gna par­la­re del­le per­so­ne, per­ché un pove­ro non è ugua­le a un ric­co in nes­su­na par­te del mon­do, e allo stes­so tem­po un pove­ro ango­la­no non è ugua­le a un pove­ro, ad esem­pio, sve­de­se. Sono pover­tà dif­fe­ren­ti, nono­stan­te il fat­to che entram­bi pos­so­no esse­re chia­ma­ti pove­ri. Il roman­zo, mi è sta­to det­to, è con­fu­so… Ma Luan­da è con­fu­sa! È una con­fu­sio­ne tut­ti i gior­ni, a tut­te le ore. Più con­fu­sa di Luan­da c’è solo Napo­li! Mi pia­ce mol­to il traf­fi­co di Napo­li, per­ché mi fa ricor­da­re Luanda.

Que­sta gal­le­ria di per­so­nag­gi dà al libro una dimen­sio­ne più poli­ti­ca rispet­to ai pri­mi libri, in cui rac­con­ta­vi una Luan­da dei bambini.

In altri libri il nar­ra­to­re che è bam­bi­no vuo­le vede­re cer­te cose, e vede il poli­ti­co sot­to la pro­spet­ti­va del bam­bi­no. Qui no, c’è un nar­ra­to­re assen­te. I per­so­nag­gi sono emi­nen­te­men­te poli­ti­ci, c’è il pre­si­den­te, il mini­stro, l’assessore del mini­stro e gli asses­so­ri dell’assessore. C’è una sce­na del libro in cui il par­ti­to di gover­no, l’MPLA, ordi­na di can­cel­la­re un’eclisse sola­re e la NASA con­fer­ma che l’eclissi non ci sarà per­ché qual­co­sa è cam­bia­to nell’allineamento dei pia­ne­ti. Se un par­ti­to può cam­bia­re l’universo che cosa non può cam­bia­re nel suo stes­so paese?

Lo stes­so tito­lo ha que­sta con­no­ta­zio­ne politica?

Ho sen­ti­to qual­cu­no che, con­fon­den­do­si, ha chia­ma­to il libro “Gli invi­si­bi­li”. Ma è diver­so, per­ché l’invisibile è ciò che non pos­sia­mo vede­re, il tra­spa­ren­te inve­ce è qual­co­sa che tu sai che è lì, potre­sti veder­lo, ma sce­gli di non veder­lo, sce­gli di veder­ci attraverso.

Ci sono mol­ti tuoi libri che par­la­no dell’infanzia. L’ultimo che hai scrit­to, Uma Escu­ri­dão Boni­ta, un libro illu­stra­to da Antó­nio Jor­ge Gonçal­ves, è un libro rivol­to ai bambini…

E inve­ce io non cre­do che lo sia. Altri sì ma non Escu­ri­dão. Un bam­bi­no può leg­ger­lo, un ami­co ha un figlio di cin­que anni che ado­ra il libro, ma è meno sem­pli­ce di quel­lo che sem­bra. Il libro è una pro­sa poe­ti­ca su qua­si nien­te, un lun­go poe­ma sul­la oscu­ri­tà e su una conversazione.

Da dove nasce que­sto tuo rac­con­ta­re attra­ver­so la voce di un bambino?

La pri­ma vol­ta che ho sco­per­to que­sto nar­ra­to­re infan­ti­le è sta­ta quan­do ho scrit­to Bom dia cama­ra­das, e mi è con­ge­nia­le per­ché è un nar­ra­to­re che fin­ge di non aver capi­to nien­te. A fin­ge­re sono io che scri­vo, è come se por­tas­si il nar­ra­to­re con me e gli dices­si: tu fin­gi che non stai veden­do… Que­sta inno­cen­za, que­sta fal­sa inno­cen­za è quel­la che a vol­te uso anche nel­la mia quo­ti­dia­ni­tà ed è que­sta che mi inte­res­sa, da un pun­to di vista let­te­ra­rio, per­ché è vero che i bam­bi­ni vedo­no cose che noi non vedia­mo. Ma è anche una gran­de bugia, per­ché quel­lo che il nar­ra­to­re vede nei miei libri un bam­bi­no non lo avreb­be visto.

Hai volu­to usa­re que­sta voce anche per spie­ga­re alle per­so­ne come si vive­va, negli anni ’80, in un pae­se socialista…

E atten­zio­ne, il socia­li­smo in un pae­se come la Roma­nia è una cosa, il socia­li­smo adat­ta­to alla real­tà afri­ca­na è un’altra cosa. Tan­to che noi ave­va­mo un’espressione per spie­gar­lo: “socia­li­smo sche­ma­ti­co”. Le rego­le era­no così rigi­de, e quel­la in cui vive­va­mo non era una cit­tà rigi­da. Tut­to que­sto gene­ra­va sche­mi, non la cor­ru­zio­ne, per­ché la cor­ru­zio­ne è venu­ta più tar­di. C’è sta­to un momen­to in Ango­la che non basta­va­no i sol­di per cor­rom­pe­re. Mio padre rice­ve­va il suo sala­rio e lo con­ser­va­va in casa, tut­ti ave­va­no sol­di, ma non si pote­va com­pra­re nien­te col denaro.
È ovvio poi che noi non ave­va­mo nozio­ne, ad esem­pio, del­la man­can­za di liber­tà di espres­sio­ne. Anda­re ai comi­zi del com­pa­gno pre­si­den­te per me era una mera­vi­glia, non c’era lezio­ne, usci­va­mo da scuo­la mar­cian­do, anda­va­mo per la cit­tà con le blu­se, can­ta­va­mo l’inno e poi tor­na­va­mo a casa. C’era un’illusione e una sem­pli­ci­tà e noi era­va­mo bam­bi­ni feli­ci. Si può pen­sa­re che fos­si­mo vit­ti­me del comu­ni­smo, ma io non ave­vo la nozio­ne che ci potes­se esse­re altro, per me quel­la era la real­tà. Solo più tar­di ho comin­cia­to a capi­re che non è pro­prio così. Però cre­do che ci sono aspet­ti del socia­li­smo sche­ma­ti­co che sono mil­le vol­te miglio­ri del capi­ta­li­smo can­ni­ba­le, non sel­vag­gio ma can­ni­ba­le, che abbia­mo ora in Angola.

Com’è sta­ta la tran­si­zio­ne dal­la fine del comu­ni­smo a oggi?

L’Angola era domi­na­ta dal fasci­smo por­to­ghe­se di Sala­zar, e ne è usci­ta con una lot­ta di libe­ra­zio­ne nazio­na­le. Con il 25 apri­le del ’74 (la Rivo­lu­zio­ne dei garo­fa­ni in Por­to­gal­lo, ndr) l’uscita dei por­to­ghe­si è sta­ta così repen­ti­na che la clas­se media è scom­par­sa. E c’è sta­to un par­ti­to al pote­re che ha det­to: ades­so sia­mo un pae­se mar­xi­sta leni­ni­sta. E poi, dopo la cadu­ta del muro di Ber­li­no, sia­mo pas­sa­ti a que­sta fol­lia che nes­su­no sa cos’è. E il pre­si­den­te dice: ades­so è demo­cra­zia. Ma la demo­cra­zia non è arri­va­re e dire ades­so è demo­cra­zia, ci vuo­le tem­po. Noi abbia­mo un siste­ma plu­ri­par­ti­ti­co dove ci sono del­le rego­le ma non stia­mo anco­ra viven­do in una demo­cra­zia. Ma, in tut­ta sin­ce­ri­tà, non so qual è il pae­se nel mon­do in que­sto momen­to che sta viven­do una demo­cra­zia, tale e qua­le è defi­ni­ta. Che cos’è la demo­cra­zia oggi in Euro­pa? È que­sto: ti ingan­no, tu mi voti e per quat­tro o cin­que anni fac­cio quel­lo che mi pare, solo quan­do ci saran­no le pros­si­me ele­zio­ni potrai reclamare.

Negli ulti­mi mesi c’è sta­ta qual­che ten­sio­ne diplo­ma­ti­ca tra Por­to­gal­lo e Ango­la. Come vedi il rap­por­to tra i due paesi?

L’Angola ha una sen­si­bi­li­tà un po’ aggres­si­va per­ché noi sia­mo indi­pen­den­ti da meno di 40 anni, ed è com­pren­si­bi­le, spe­cie quan­do ti rela­zio­ni con il pae­se che ti ha colo­niz­za­to. A livel­lo inter­na­zio­na­le poi, c’è una par­ti­co­la­re atten­zio­ne, com­pren­si­bi­le anche que­sta, da par­te del Por­to­gal­lo ma anche di altri pae­si, alla poli­ti­ca ango­la­na. Ma soprat­tut­to, c’è un intrec­cio, un incro­cio tra una cri­si che ha anche aspet­ti finan­zia­ri e l’apogeo finan­zia­rio dell’élite ango­la­na. C’è un gran­de volu­me d’affari con l’Angola e que­sta è una cosa che non si può igno­ra­re, ma se il Por­to­gal­lo si rela­zio­na con altri pae­si in fun­zio­ne del­la cri­si rima­ne diplo­ma­ti­ca­men­te disarmato.
Riguar­do a que­sta ten­sio­ni diplo­ma­ti­che, una bel­la rispo­sta l’ho sen­ti­ta dire in tv da un diri­gen­te ango­la­no, che ha det­to: il popo­lo, sia quel­lo ango­la­no che quel­lo por­to­ghe­se, si è già espres­so. I due popo­li voglio­no esse­re ami­ci, sono ami­ci, sono fra­tel­li. Ora rima­ne il pro­ble­ma diplo­ma­ti­co e quel­lo sia­mo noi a dover­lo risolvere.

 

Il cuo­re e le con­trad­di­zio­ni dell’Angola nei roman­zi di Ond­jia­ki, inter­vi­sta di Luca One­sti a Ondjaki

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Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

Arab­Press | Vener­dì 8 mag­gio 2015 | Clau­dia Negri­ni | Pas­sag­gi: “Taxi” di Kha­led al-Khamissi

Dal blog Mil­le e una pagi­na di Clau­dia Negrini

Que­sto pas­sag­gio è trat­to da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si ed è sta­to pub­bli­ca­to in lin­gua ori­gi­na­le nel 2007, ben pri­ma del­la Pri­ma­ve­ra Ara­ba e dell’avvento e cadu­ta dei Fra­tel­li Mus­sul­ma­ni, eppu­re mi ha affa­sci­na­to vede­re quan­to que­sto dia­lo­go sia sta­to profetico.

TASSISTA: Che Dio mi per­do­ni se non pre­go e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tut­to il gior­no! Pure il digiu­no duran­te in Rama­dan, un gior­no lo fac­cio e due no: non ci rie­sco a lavo­ra­re sen­za siga­ret­te! Eppu­re, vor­rei vede­re con tut­to il cuo­re i Fra­tel­li Musul­ma­ni sali­re al potere…e per­ché no? Dopo le par­la­men­ta­ri si è visto che la gen­te li vuole.

IO: Ma se pren­do­no il pote­re e ven­go­no a sape­re che tu non pre­ghi ti appen­de­ran­no per i piedi.

TASSISTA: Mac­ché, allo­ra in andrò a pre­ga­re in moschea, davan­ti a tut­ti quanti.

IO: Per­ché li vuoi al potere?

TASSISTA: E per­ché no?! Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fun­zio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti. Poi pro­vam­mo una via di mez­zo e alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha i mono­po­li, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to d’emergenza. E ci han­no fat­to diven­ta­re pure un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni? Chi lo sa, va a fini­re che funzionano.

IO: In fin dei con­ti vuoi fare solo una pro­va… al mas­si­mo puoi pro­va­re un pan­ta­lo­ne lar­go con una cami­cia stret­ta, ma pro­va­re col futu­ro del paese…

da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008

Taxi

Taxi

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La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro | La città del piacere

La rivi­sta di Ara­blit | 1 feb­bra­io 2011 | Ada Bar­ba­ro

 

Izzat al-Qamḥāwī, Madī­nat al-laḏḏah (La cit­tà del pia­ce­re), Hay’at quṣūr al-ṯaqāfah, al-Qāhi­rah 1997; secon­da edi­zio­ne Dār al-‘ayn, al-Qāhi­rah 2009, pp. 102.

città_del_piacere«Que­sto libro appar­tie­ne ad una scrit­tu­ra nuo­va e ad una visio­ne anco­ra più inno­va­ti­va, dove ori­gi­na­li­tà si mesco­la a moder­ni­tà, cul­tu­ra cela­ta dei sen­ti­men­ti a lin­gua moder­na e tra­boc­can­te; que­sto roman­zo rap­pre­sen­ta una voce for­te e ben distin­ta, che si accom­pa­gna ad altre voci nel pano­ra­ma let­te­ra­rio con­tem­po­ra­neo, fon­da­to su una scrit­tu­ra nuo­va e su pro­spet­ti­ve capa­ci di con­te­ne­re le ansie dell‟uomo e del rea­le, espres­se in modi dif­fe­ren­ti»(1).

Que­sto il giu­di­zio di Ğamāl al-Ġīṭānī, tra le voci più auto­re­vo­li del­la let­te­ra­tu­ra ara­ba con­tem­po­ra­nea, quan­do il roman­zo è appar­so la pri­ma vol­ta nel 1997, pub­bli­ca­to dal­la casa edi­tri­ce cai­ro­ta Hay’at Quṣūr al-Ṯaqāfah. Il testo è giun­to ad una secon­da ristam­pa nel 2009 ed è con­si­de­ra­to oggi una del­le espres­sio­ni più par­ti­co­la­ri del­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria egiziana.

L’autore, ‘Izzat al-Qamḥāwī, è un noto scrit­to­re e gior­na­li­sta: nel­la sua vasta pro­du­zio­ne let­te­ra­ria Madī­nat al-laḏḏah (La cit­tà del pia­ce­re) spic­ca per ori­gi­na­li­tà tan­to nel­lo sti­le che nel­le tema­ti­che affron­ta­te, per ricer­ca­tez­za lin­gui­sti­ca ed espres­si­vi­tà let­te­ra­ria. Il let­to­re ne rima­ne amma­lia­to e avvin­to, vit­ti­ma di quel­lo che, con una for­se non trop­po casua­le asso­nan­za dei temi, il cri­ti­co let­te­ra­rio fran­ce­se Roland Bar­thes ave­va teo­riz­za­to come “il pia­ce­re del testo”(2).

Pro­ta­go­ni­sta di que­sto roman­zo è una cit­tà fuo­ri dal tem­po e dal­lo spa­zio, moder­na rea­liz­za­zio­ne di una sor­ta di uto­pia, pla­sma­ta in fret­ta e furia da un abi­le archi­tet­to. Con­sa­cra­ta alla Dea del Pia­ce­re che qui ave­va costrui­to la sua roc­ca­for­te, que­sta loca­li­tà può, con le sue sem­bian­ze e il suo can­do­re, ingan­na­re i visi­ta­to­ri che si appre­sta­no a lasciar­si con­dur­re nei suoi sen­tie­ri. Non vi sono per­so­nag­gi par­ti­co­la­ri che resta­no impres­si nel­la men­te del let­to­re: gli abi­tan­ti sono del­le ombre, cat­tu­ra­te nel­la loro inti­ma essen­za. Vi è una feli­ci­tà mista a malin­co­nia che alber­ga nei cuo­ri di que­sti uomi­ni, dedi­ti alla pra­ti­ca del pia­ce­re, impri­gio­na­ti in cor­pi leg­ge­ri fat­ti di luce abbagliante.

L‟autore indul­ge in descri­zio­ni che sfio­ra­no la poe­sia per ren­de­re per­ce­pi­bi­li le sfu­ma­tu­re del­la vita di que­sto luo­go, dove non vi è tem­po per la tri­stez­za, poi­ché gli occhi non potran­no pian­ge­re, acce­ca­ti dai colo­ri dell‟arcobaleno che si riflet­to­no nei cri­stal­li del­le vetrine.

Ecco dun­que al-Qamḥāwī dispo­sto a rico­strui­re la sto­ria di que­sta cit­tà, tes­su­ta attra­ver­so riman­di ai rac­con­ti di anzia­ni, all‟intrecciarsi di miti, leg­gen­de e ver­si d‟ispirazione cora­ni­ca, che ren­do­no il testo quan­to mai sug­ge­sti­vo. Gli anzia­ni assi­cu­ra­no che la cit­tà del pia­ce­re fu costrui­ta dai ginn, la cui essen­za si mani­fe­sta nel­la razio­na­li­tà del­le costru­zio­ni. Nei libri di sto­ria si atte­sta che la cit­tà rima­se vuo­ta per set­tan­ta­mi­la anni, fino a quan­do la Dea del Pia­ce­re non vi sce­se per infon­de­re la sua bel­lez­za, pre­an­nun­cian­do una sua nuo­va appa­ri­zio­ne dopo un identico
arco tem­po­ra­le, quan­do il desi­de­rio sareb­be sta­to sul pun­to di dis­sol­ver­si tra gli abi­tan­ti. Sic­ché que­sti ulti­mi, amma­lia­ti dal­la bel­lez­za del­la dea, ne diven­ne­ro schiavi.

al-Qamḥāwī pro­va poi a ricer­ca­re le cau­se del­la gra­dua­le rovi­na di que­sta remo­ta loca­li­tà pie­na di sim­bo­li: in essa l‟autore recu­pe­ra la dimen­sio­ne mito­lo­gi­ca del labi­rin­to, sul­la cui costru­zio­ne si fon­do­no sto­rie diver­se. Secon­do la tra­di­zio­ne, un indo­vi­no pre­dis­se al sovra­no l‟imminente crol­lo del suo regno dovu­to ad un uomo e una don­na, dedi­ti ai pia­ce­ri dell‟amore. Fu allo­ra che il re, inti­mo­ri­to, ordi­nò la rea­liz­za­zio­ne di un deda­lo in cui rin­chiu­de­re i due aman­ti. Ma le leg­gen­de ripor­ta­te dall‟autore sono a tal pro­po­si­to con­tra­stan­ti. Alcu­ni ricor­da­no che fu un mini­stro, impie­to­si­to dal­la vicen­da dei due aman­ti, a far eri­ge­re il labi­rin­to, di modo che, lì rin­chiu­si, i due potes­se­ro vive­re sen­za pro­ble­mi; per altri anco­ra furo­no pro­prio i due aman­ti a rea­liz­za­re il labi­rin­to, per ser­ba­re la loro ani­ma; per
altri, infi­ne, fu la Dea del Pia­ce­re ad edi­fi­car­lo, quan­do si accor­se che la pro­pria bel­lez­za sca­te­na­va l‟invidia altrui. Que­sto intri­ca­to deda­lo di stra­de sem­bre­reb­be ave­re le stes­se carat­te­ri­sti­che del­la cit­tà: lì gli aman­ti con­ti­nue­reb­be­ro a vaga­re anco­ra oggi nel regno del pia­ce­re che in esso alber­ga. Intor­no a que­sta imma­gi­ne al-Qamḥāwī intrec­cia la sua sto­ria, dimen­ti­can­do la mito­lo­gi­ca pre­sen­za del labi­rin­to per buo­na par­te del­la nar­ra­zio­ne fino a quan­do, sul fini­re del libro, la voce nar­ran­te incon­tra un anzia­no uomo ormai impaz­zi­to a cau­sa del­le isti­tu­zio­ni di que­sto luo­go: sarà pro­prio l‟uomo a sve­la­re l‟ultimo lato nasco­sto di que­sta remo­ta loca­li­tà. E così la cit­tà, un tem­po impe­ne­tra­bi­le, è pron­ta ad esse­re con­ta­mi­na­ta dal fasci­no di due fol­li inven­zio­ni: le pata­ti­ne frit­te e la pepsi-cola.
Il roman­zo di al-Qamḥāwī si pone dun­que come una sor­ta di spe­ri­men­ta­zio­ne nel­la nar­ra­ti­va ara­ba con­tem­po­ra­nea: la dimen­sio­ne socia­le del testo è appa­ren­te­men­te cela­ta eppu­re, con una nar­ra­zio­ne che a trat­ti ha qua­si il sapo­re di una fia­ba, l‟autore affron­ta que­stio­ni piut­to­sto scot­tan­ti, lascian­do dive­ni­re que­sta cit­tà un luo­go in cui si con­den­sa­no i difet­ti e gli erro­ri dell‟uomo moderno.

Ada Bar­ba­ro

NOTE
1 Si veda a tal pro­po­si­to la pre­sen­ta­zio­ne fat­ta al testo di al-Qamḥāwī dal­la casa edi­tri­ce Dār
al-„Ayn quan­do l‟opera è sta­ta ristam­pa­ta nel 2009. Si riman­da al link www.elainpublishing.com
2 Roland Bar­thes, Varia­zio­ni sul­la scrit­tu­ra. Il pia­ce­re del testo, Einau­di, Tori­no 1999.

Paro­le chia­ve: Cit­tà del pia­ce­re — Let­te­ra­tu­ra araba -

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Hillbrow: la mappa (“Benvenuti a Hillbrow”, di Phaswane Mpe, estratto dal primo capitolo)

Hill­brow: la mappa

Se tu fos­si anco­ra vivo, Refen­tše, ragaz­zo di Tira­ga­long, sare­sti feli­ce del­la scon­fit­ta dei Bafa­na Bafa­na con­tro la Fran­cia nel­la Cop­pa del mon­do di cal­cio del 1998. Ovvia­men­te tu la squa­dra la soste­ne­vi. Ma alme­no ora non pro­ve­re­sti fasti­dio nell’andare al tuo appar­ta­men­to attra­ver­so le stra­de di Hill­brow – loca­li­tà gran­de poco più di un chi­lo­me­tro qua­dra­to secon­do i regi­stri uffi­cia­li, ma secon­do i suoi abi­tan­ti gran­de alme­no il dop­pio e bru­li­can­te di gen­te. Ricor­de­re­sti l’ultima occa­sio­ne quan­do nel 1995 i Bafa­na Bafa­na vin­se­ro con­tro la Costa d’Avorio e nel­la loro esul­tan­za le per­so­ne di Hill­brow lan­cia­ro­no dai loro bal­co­ni bot­ti­glie di ogni tipo. Pochi ardi­ti, van­tan­do­si di una serie di abi­li­tà al volan­te, face­va­no rotea­re e vol­teg­gia­re le loro mac­chi­ne per le vie, facen­do cir­co­li e inver­sio­ni a U su tut­ta la car­reg­gia­ta. Ti ricor­de­re­sti la bam­bi­na, di cir­ca set­te anni o giù di lì, che fu inve­sti­ta da una mac­chi­na. Le sue urla a mezz’aria anco­ra risuo­na­no nel­la tua memo­ria. Quan­do sbat­té sul mar­cia­pie­de di cemen­to di Hill­brow, le sue urla mori­ro­no con lei. Un gio­va­ne che sta­va pro­prio die­tro a te urlò: «Ucci­di quel bastardo!»

Ma l’autista se ne era anda­to. La poli­zia stra­da­le, arri­va­ta pochi minu­ti dopo, si limi­tò a veri­fi­ca­re che l’arresto era sfu­ma­to. Mol­ti, dopo un momen­to silen­zio­so di stu­po­re per le gra­vi con­se­guen­ze del­la vit­to­ria cal­ci­sti­ca, ripre­se­ro a can­ta­re la loro can­zo­ne: Sho­sho­lo­za… suo­na­va­no le sue melo­die da Wol­ma­rans Street, sull’orlo del cen­tro di Johan­ne­sburg, in cima alla Cla­ren­don Pla­ce, al limi­te del tran­quil­lo sob­bor­go di Park­to­wn. Sho­sho­lo­za… copri­va i sin­ghioz­zi sof­fo­ca­ti del­la madre del­la bim­ba deceduta.

Ben­ve­nu­ti a Hillbrow…

Il tuo pri­mo ingres­so a Hill­brow, Refen­tše, era il pun­to di arri­vo di mol­te stra­de con­ver­gen­ti. Non ricor­di dove il cam­mi­no ebbe ini­zio. Ma sai anche trop­po bene che le sto­rie dei migran­ti ave­va­no parec­chio a che fare con tale ini­zio. Dal tem­po in cui lascia­sti la scuo­la supe­rio­re per giun­ge­re all’Università del Wit­wa­ter­srand, all’alba del 1991, sape­vi già che Hill­brow era un mostro, che minac­cia­va i suoi vici­ni come Berea e il cen­tro di Johan­ne­sburg, e che gran­di com­pa­gnie lun­gi­mi­ran­ti era­no in pro­cin­to di abban­do­na­re il cen­tro, pun­tan­do ver­so sob­bor­ghi del nord, come Sand­ton. Era tut­ta­via dif­fi­ci­le resi­ste­re al richia­mo del mostro; Hilll­brow ave­va inghiot­ti­to mol­ti dei bam­bi­ni di Tira­ga­long, con­vin­ti che la Cit­tà dell’Oro rap­pre­sen­tas­se per loro una gran­de oppor­tu­ni­tà di car­rie­ra. Una del­le sto­rie che ricor­di in modo vivi­do era quel­la di un gio­va­ne mor­to di uno stra­no male nel 1990, quan­do tu ti sta­vi imma­tri­co­lan­do. I migran­ti dis­se­ro che pote­va solo esse­re sta­to l’AIDS. Del resto, non era sta­to visto vaga­re per i bor­del­li e gli spor­chi pub di Hillbrow?

Men­tre i suoi pove­ri geni­to­ri pen­sa­va­no che egli stes­se lavo­ran­do giù in cit­tà, a gua­da­gnar­si un sac­co di fari­na di gra­no­tur­co da man­da­re alla fat­to­ria per tut­ti quan­ti. I migran­ti, che per lo più lo con­si­de­ra­va­no un fra­tel­lo osti­na­to, che si era amma­la­to per­ché si tura­va le orec­chie con gom­ma da masti­ca­re men­tre loro gli dava­no con­si­gli, dice­va­no anche che egli era sta­to spes­so visto con don­ne Mak­we­re­k­we­re, abbar­bi­ca­te alle sue brac­cia e inten­te a riem­pir­lo di baci zuc­che­ri­ni, che avreb­be­ro di cer­to distrut­to qual­sia­si uomo, tan­to più un gio­va­ne sen­si­bi­le come lui.

Morì, pove­ro ragaz­zo; di cosa di pre­ci­so, nes­su­no lo sape­va. Ma a Hill­brow si dif­fu­se­ro stra­ni mali, che come Tira­ga­long sape­va bene, pote­va­no solo signi­fi­ca­re AIDS. Que­sto AIDS, secon­do le con­vin­zio­ni del popo­lo, era cau­sa­to da ger­mi stra­nie­ri arri­va­ti dal­le zone cen­tra­li e occi­den­ta­li dell’Africa. Più pre­ci­sa­men­te, cer­ti arti­co­li di gior­na­le attri­bui­va­no l’origine del virus che cau­sa­va l’AIDS a una spe­cie chia­ma­ta Scim­mia Ver­de, la cui car­ne veni­va man­gia­ta da cer­te popo­la­zio­ni in alcu­ne zone dell’Africa occi­den­ta­le, che per que­sto con­trae­va­no il male. I migran­ti (che a Tira­ga­long era­no fon­ti auto­re­vo­li di infor­ma­zio­ne su tut­te le que­stio­ni impor­tan­ti) dedus­se­ro da que­sti arti­co­li di gior­na­le che la via di acces­so dell’AIDS a Johan­ne­sburg pas­sas­se attra­ver­so le Mak­we­re­k­we­re; e Hill­brow fos­se il san­tua­rio in cui le Mak­we­re­k­we­re si beavano.

Talu­ni si spin­se­ro addi­rit­tu­ra oltre, soste­nen­do che l’AIDS era cau­sa­to dal biz­zar­ro com­por­ta­men­to ses­sua­le degli abi­tan­ti di Hillbrow.

Come pote­va un uomo far ses­so con un altro uomo? Vole­va­no sapere.

Quel­li che soste­ne­va­no di esser­ne infor­ma­ti – seb­be­ne nes­su­no que­sto tipo di ses­so potes­se ammet­te­re di aver­lo visto o pra­ti­ca­to di per­so­na – dice­va­no che si face­va per via ana­le. Spie­ga­va­no anche come era fat­to – come i cani – per il disgu­sto del­la mag­gior par­te del­le per­so­ne di Tira­ga­long, che insi­ste­va­no che l’oscenità e il ses­so doves­se­ro esse­re due cose separate.

I più si chie­de­va­no se non fos­se pro­prio l’escremento che peni avi­di e impru­den­ti suc­chia­va­no fuo­ri da ani egual­men­te bra­mo­si, a far insor­ge­re que­ste ter­ri­bi­li malattie.

Tali era­no le sto­rie scan­da­lo­se che gira­va­no tra le chiac­chie­re infor­ma­li degli immigrati.

Per le noti­zie for­ma­li c’era Radio Lebo­wa – ora Tho­be­la FM – che ogni ora tra­smet­te­va infor­ma­zio­ni su fur­ti di auto e spa­ra­to­rie tra rapi­na­to­ri e la Squa­dra Omi­ci­di e Rapi­ne di Johan­ne­sburg. Cin­que uomi­ni tro­va­ti con le costo­le squar­cia­te da ciò che sem­bra­va esser sta­to un col­tel­lo da macel­la­io… Due don­ne stu­pra­te e poi ucci­se in Quar­tz Street… Tre nige­ria­ni sfug­gi­ti all’arresto all’Aeroporto Jan Smu­ts per traf­fi­co di dro­ga era­no infi­ne sta­ti arre­sta­ti in Pre­to­ria Street… Bam­bi­ni di stra­da, ubria­chi di col­la, bran­dy e di visio­ni sel­vag­ge di se stes­si come gui­da­to­ri in ecces­so di velo­ci­tà dei film di Hol­ly­wood, lan­cia­va­no le loro mac­chi­ne costrui­te con fili di metal­lo attra­ver­so i sema­fo­ri ros­si, rap­pre­sen­tan­do una cre­scen­te minac­cia per chi gui­da­va a Hill­brow, soprat­tut­to in pros­si­mi­tà di Ban­ket e Claim Stree­ts… Alme­no otto per­so­ne mor­te e tre­di­ci seria­men­te feri­te quan­do le cele­bra­zio­ni per il Capo­dan­no pre­se­ro la for­ma di tor­ren­ti di bot­ti­glie che sgor­ga­va­no da nubi incom­ben­ti costi­tui­te dai bal­co­ni del­le case. Gli uomi­ni che si avven­tu­ra­va­no dal­le par­ti dell’angolo di Quar­tz e Smit Stree­ts furo­no avvi­sa­ti di fare atten­zio­ne alla minac­cia di pro­sti­tu­te sem­pre più aggres­si­ve… si dice­va che alcu­ni fos­se­ro sta­ti stu­pra­ti lì di recente…
Ben­ve­nu­ti a Hillbrow…

E, natu­ral­men­te, la tele­vi­sio­ne aggiun­ge­va il suo colo­re ai fram­men­ti del­le noti­zie radio. Il cri­mi­ne diven­ta­va gla­mour sugli scher­mi e i rapi­na­to­ri veni­va­no descrit­ti come se fos­se­ro star del cine­ma. Eroi venu­ti alla ribal­ta per il loro corag­gio delit­tuo­so e vizio­so era­no inse­gui­ti da vora­ci len­ti di moder­ne tele­ca­me­re, e i ragaz­zi­ni di Tira­ga­long emu­la­va­no i loro eroi tele­vi­si­vi, gui­dan­do le loro mac­chi­ne fat­te di fili di metal­lo con ruo­te di pal­le da tennis.
Vum… vum… e beep… beep… le loro mac­chi­ne anda­va­no per le stra­de di Tiragalong.

Poi sei arri­va­to a Hill­brow, Refen­tše, per vede­re tut­to con i tuoi occhi, e per inven­ta­re la tua sto­ria, se ci riu­sci­vi. Arri­va­sti a esse­re un testi­mo­ne, per­ché tuo cugi­no, con il qua­le sta­vi andan­do ad abi­ta­re fin­ché non aves­si tro­va­to un allog­gio stu­den­te­sco all’Università, sta­va a Hill­brow, per quan­to non esat­ta­men­te nel cen­tro dell’azione. Per­ché egli non sta­va nel­le stra­de prin­ci­pa­li, Pre­to­ria e Kotze, né Esse­len, in qual­che modo nota, che cor­re­va­no tut­te paral­le­le l’una all’altra. No! Non sta­va nean­che nel­la più nota Quar­tz Street – che col­le­ga­va per­pen­di­co­lar­men­te le tre – che è quel­lo che la gen­te spes­so inten­de quan­do dice: «C’è Hill­brow per te!»

Se pro­vie­ni dal cen­tro cit­tà, il modo miglio­re per arri­va­re nel posto dove sta il cugi­no è gui­da­re o cam­mi­na­re attra­ver­so Twi­st Street, una stra­da a sen­so uni­co che ti por­ta nel nord del­la cit­tà. Attra­ver­si Wol­ma­rans e tre stra­de piut­to­sto oscu­re, Kap­tei­jn, Ocker­se e Pie­ter­se, pri­ma di gui­da­re o cam­mi­na­re oltre Esse­len, Kotze e Pre­to­ria Street. Poi attra­ver­se­rai Van der Mer­we e Gol­dreich Street. Il tuo pros­si­mo sca­lo è Caro­li­ne Street. Vai sull’altro ver­san­te di Caro­li­ne. Alla tua sini­stra c’è Chri­st Church, “The Bible Cen­tred Church of Chri­st”, come annun­cia­no le gran­di let­te­re ros­se. Sul­la tua destra c’è un con­do­mi­nio chia­ma­to Vic­kers Pla­ce. Ti giri alla tua destra, per­ché l’ingresso a Vic­kers è in Caro­li­ne Street, pro­prio all’opposto di un altro edi­fi­cio, Da Gama Court. Se non sei trop­po stan­co, igno­re­rai l’ascensore e sali­rai per le sca­le fino al quin­to pia­no, dove sta tuo cugino.

Fino­ra, non hai visto nes­sun inse­gui­men­to di mac­chi­ne né assi­sti­to a una spa­ra­to­ria. Incon­tra­sti per­so­ne semi­nu­de che la tua gui­da, ori­gi­na­ria del­lo stes­so vil­lag­gio di Tira­ga­long, chia­ma pro­sti­tu­te. Altri­men­ti, la cosa che risal­ta nel­la tua memo­ria è il movi­men­to estre­ma­men­te fit­to di per­so­ne che van­no in tut­te le dire­zio­ni di Hill­brow, che sem­bra­no pro­var pia­ce­re alle luci al neon del sob­bor­go, men­tre altri appa­io­no aver fret­ta di anda­re al lavo­ro – o, sì, al lavo­ro. Ades­so, non era­va­te in gra­do di dire che cosa il lavo­ro fos­se. Sape­va­te, tut­ta­via, che una gui­da stu­den­te­sca alle car­rie­re in Suda­fri­ca non lo avreb­be pro­ba­bil­men­te inse­ri­to tra le sue voci. Ti stu­pi­va che ci fos­se­ro così tan­te per­so­ne gomi­to a gomi­to nel­le stra­de alle nove di sera. Quan­do pre­pa­ra­va­no i loro pasti e anda­va­no a dormire?
Vic­kers Pla­ce ti col­pì come un edi­fi­cio abba­stan­za tran­quil­lo. Non ti sare­sti mai aspet­ta­to alcu­na tran­quil­li­tà nel­la nostra Hill­brow. Ma poi, Caro­li­ne Street, dove era situa­to Vic­kers, non era al cen­tro di Hill­brow. Il cen­tro era Kotze Street, dove i bazaar OK con­di­vi­de­va­no il mar­cia­pie­de con The Fans, pub piut­to­sto tran­quil­lo, e il più rumo­ro­so The Base. A taglia­re per­pen­di­co­lar­men­te Kotze c’era Twi­st Street. Cir­con­da­to da Twi­st e Claim Stree­ts, Kotze e Pre­to­ria, c’era High­point, il più gran­de cen­tro com­mer­cia­le di Hill­brow. Era lì che si tro­va­va­no Clicks, Spar, CNA e altri nego­zi. Era in que­sto cen­tro che avre­sti tro­va­to la Stan­dard Bank, con i suoi spor­tel­li per il con­tan­te che lam­peg­gia­va­no Tem­po­ra­nea­men­te Fuo­ri Ser­vi­zio, di dome­ni­ca e duran­te le vacan­ze, così come nei gior­ni set­ti­ma­na­li dopo le otto di sera. Vole­te evi­ta­re di esse­re rapi­na­ti? Pos­si­bi­le; ma, nell’operazione, sie­te costret­ti a usa­re a costo extra lo spor­tel­lo ban­co­mat del­la Fir­st Natio­nal Bank, all’angolo di Twi­st e Pre­to­ria, o quel­lo del­la ABSA, pro­prio lun­go Kotze. Caro­li­ne Street non era visi­bi­le da que­sto pun­to. Né si tro­va­va vici­no Cathe­ri­ne Ave­nue, la fron­tie­ra di Hill­brow e Berea, dove i “Chec­ker” era­no in com­pe­ti­zio­ne per la nostra atten­zio­ne finan­zia­ria (quan­do ne ave­va­mo) con ciò che appa­ri­va esse­re una squal­li­da riven­di­ta di supe­ral­co­li­ci ter­ri­bil­men­te rumo­ro­sa, Jabu­la Ebu­su­ku; che a sua vol­ta, com­pe­te­va per il nostro impe­gno spi­ri­tua­le con il suo vici­no, la Uni­ver­sal King­dom of God. C’era un ulte­rio­re van­tag­gio per la par­ti­co­la­re posi­zio­ne di Vic­kers. C’era un’altra filia­le di Spar appe­na due stra­de più in là, all’angolo di Caro­li­ne e Claim Street, così pote­vi com­pra­re lì i tuoi pro­dot­ti di dro­ghe­ria e altri gene­ri di neces­si­tà. Lega­to in un abbrac­cio con Spar c’era Sweet Caro­li­ne; non il bra­no musi­ca­le di Neil Dia­mond, ma una melo­dia dif­fe­ren­te – un nego­zio di bot­ti­glie – che leni­va l’esaurimento e le papil­le gusta­ti­ve degli abi­tan­ti di Hill­brow in que­sta par­te del nostro mon­do. Qui i mar­cia­pie­di di cemen­to, come quel­li di Hill­brow inter­na, pul­lu­la­va­no di com­mer­ci irre­go­la­ri, in for­ma di bana­ne, mele, cavo­li, spi­na­ci e altra frut­ta e ver­du­ra; pro­dot­ti di bell’aspetto a prez­zi bas­si che ren­de­va­no l’acquisto di tali pro­dot­ti da Spar, Chec­kers o OK ridi­col­men­te dispen­dio­so. Sì, Quar­tz Street
cor­re­va vici­no a Vic­kers. Infat­ti, era la pri­ma stra­da a est di Vic­kers, e c’era più atti­vi­tà in Quar­tz che nel­la stes­sa Caro­li­ne, o Twi­st e Claim. Tut­ta­via, il fat­to di esse­re nel­le zone qua­si vici­ne al cen­tro di Hill­brow sem­bra­va aver reso que­sta par­te di Quar­tz più inno­cua e gra­de­vo­le – nel­la misu­ra in cui qual­co­sa a Hill­brow pos­sa esse­re l’uno o l’altro – rispet­to ai quar­tie­ri più inter­ni nel­la zona suburbana.

La quie­te dura­va per la mag­gior par­te del­la not­te. Tuo cugi­no, dopo aver­ti ben nutri­to, ti ha lascia­to solo per anda­re a let­to per­ché pian­ge­vi per l’esaurimento. Anche la tua gui­da se ne è anda­ta con lui. Sta­va­no andan­do a vede­re Hill­brow, dice­va­no. Tu dor­mi­sti nel let­to di tuo cugi­no. Mal­gra­do le tue ansie ti addormentasti.

Tor­ne­ran­no indie­tro? ti chie­de­sti ini­zial­men­te. Arri­ve­ran­no ladri nell’appartamento? E se sì, cosa farò?

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Benvenuti_a_Hillbrow

Paro­le chia­ve: Hill­brow — Pha­wa­ne Mpe — Suda­fri­ca — Let­te­ra­tu­ra africana

 

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Due titoli per capire meglio l’immigrazione in Francia

| Portobello’s News | Mer­co­le­dì, 3 giu­gno 2015 | Clau­dia Spa­do­ni |

Il silenzio e il tumulto : Nihad Sirees

Una gra­phic novel che rac­con­ta la sto­ria dell’immigrazione magh­re­bi­na in Fran­cia dal 1950 a oggi attra­ver­so le vicen­de dei diret­ti inte­res­sa­ti: gio­va­ni che par­to­no, spes­so anal­fa­be­ti e con una scar­sa cono­scen­za del fran­ce­se, desti­na­ti a lavo­ri di bas­sa mano­va­lan­za (“Se ti chia­mi Moha­med fini­sci alla cate­na di mon­tag­gio”), par­cheg­gia­ti in enor­mi dor­mi­to­ri; don­ne che spe­ra­no in un futu­ro miglio­re in Fran­cia; le nuo­ve gene­ra­zio­ni in cer­ca del loro posto nel mon­do. Basa­to sul noto Mémoi­res d’immigrés di Yami­na Ben­gui­gui e tra­dot­to da Ila­ria Vita­li, è la sto­ria dei tan­ti Moha­med, Abdel, Ahmed ma anche di don­ne come Zorah e Fat­ma e dei più gio­va­ni Farid e Moun­si a scor­re­re nel­le pagi­ne, ognu­na con il pro­prio cari­co di spe­ran­ze e illu­sio­ni. Andreb­be fat­to leg­ge­re nel­le scuo­le (e in mol­te case).

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Ucraina terra di confine @ Insieme fuori dal fango (Rimini, 6 luglio 2014)

Dome­ni­ca 6 luglio ore 18,30 nell’ambito del festi­val del­la resi­sten­za  cul­tu­ra­le “Insie­me Fuo­ri dal fan­go” (secon­da edi­zio­ne, dal 4 al 6 luglio 2014) Bor­go S. Giu­lia­no, a Rimi­ni, l’editrice il Siren­te e l’autore Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le pre­sen­ta­no il libro “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne”, per sco­pri­re il più gran­de Pae­se d’Euro­pa per esten­sio­ne geo­gra­fi­ca, una nazio­ne ric­ca di sto­ria in cui si incon­tra­no e dia­lo­ga­no cul­tu­re com­po­si­te (ebrea, polac­ca, arme­na, tata­ra, asbur­gi­ca). Inter­ver­rà anche il gior­na­li­sta esper­to di area post-sovie­ti­ca Mat­teo Cazzulani.

Dome­ni­ca 6 luglio ore 18,30
Trat­to­ria La Marian­na di Enri­ca Man­ci­ni e Vin­cen­zo Sciusco
Via­le Tibe­rio, 19
Bor­go S. Giu­lia­no (Rimi­ni)

L’autore, facen­do pro­pria la lezio­ne di gran­di nar­ra­to­ri di viag­gio come Chat­win, Kapuś­ciń­ski e Ter­za­ni, attra­ver­sa l’Ucraina dai Car­pa­zi alla Cri­mea: incon­tra gli ex dis­si­den­ti che han­no lot­ta­to per l’indipendenza dall’URSS, scrit­to­ri dal­la cui imma­gi­na­zio­ne sta nascen­do la nuo­va let­te­ra­tu­ra nazio­na­le, gen­te comu­ne che gli par­la dei pro­get­ti e del­le aspet­ta­ti­ve per il futu­ro; ci con­du­ce nei caf­fè asbur­gi­ci di Leo­po­li, nei luo­ghi let­te­ra­ri di Gogol e Che­khov e nel­le minie­re del Don­bas; ci fa ammi­ra­re i mona­ste­ri orto­dos­si di Pochay­iv e di Kyiv, il goti­co sta­li­ni­sta di Zapo­ri­z­h­z­hya e i vil­lag­gi hutsul di Yarem­che. Soprat­tut­to, anti­ci­pan­do gli even­ti del Mai­dan e le ten­sio­ni con la Rus­sia, ci dà la chia­ve per com­pren­de­re quan­to sta avve­nen­do in que­sti giorni.

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Siria. E poi venne l’inverno, nella poesia di Golan Haji

| Osser­va­to­rio Iraq | Dome­ni­ca 22 dicem­bre 2013 | Chia­ra Comi­to |

Quel­la stes­sa neve che non ha rispar­mia­to i cam­pi pro­fu­ghi in cui vivo­no cen­ti­na­ia di miglia­ia di siria­ni in fuga da un pae­se lace­ra­to da due anni di guer­ra civi­le e vit­ti­ma dell’indifferenza del mondo.
È impos­si­bi­le non pen­sa­re ai tan­ti bam­bi­ni, uomi­ni e don­ne inti­riz­zi­ti o mor­ti per il fred­do taglien­te quan­do si leg­go­no le poe­sie del poe­ta cur­do siria­no Golan Haji con­te­nu­te nel­la rac­col­ta L’autunno, qui, è magi­co e immen­so (Il Siren­te, 2013), dove i ver­si scan­di­sco­no i tem­pi di sta­gio­ni ter­ri­bi­li, fat­te di pol­ve­re, lacri­me, piog­gia, san­gue, dolo­re e desi­de­ri irrealizzati.
E di neve. La neve su cui cam­mi­na­no, ad esem­pio, i sol­da­ti del­la poe­sia “Scri­gno di dolo­re” in cui il poe­ta, par­lan­do del­la con­di­zio­ne degli esi­lia­ti che egli stes­so vive dal 2011, scri­ve: “Ora sei una sto­ria rac­con­ta­ta dove manchi./La tua gola,scrigno di dolore,/è pie­na di ossa e piume./Nel bian­co dell’occhio/hai una mac­chio­li­na di san­gue arrugginita/simile a un sole che tra­mon­ta lontano/su un cam­po di neve/calpestato da lun­ghe file di sol­da­ti affamati”.

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Comunità alternative

Comu­ni­tà alter­na­ti­ve” è un’innovativa sele­zio­ne di roman­zi di auto­ri con­tem­po­ra­nei di pri­mo pia­no cura­ta da Bep­pi Chiup­pa­ni, dot­to­re di ricer­ca in let­te­ra­tu­re com­pa­ra­te (Uni­ver­si­ty of Chi­ca­go), scrit­to­re e sag­gi­sta. Le ope­re di que­sta col­la­na met­to­no in evi­den­za for­me di rela­zio­na­men­to inter­per­so­na­le nate da approc­ci non con­ven­zio­na­li ver­so l’identità ses­sua­le, l’appartenenza etni­ca, la diver­si­tà cul­tu­ra­le e reli­gio­sa, offren­do nuo­vi modi di con­ce­pi­re la socia­li­tà e i rap­por­ti uma­ni. Al gran­de valo­re let­te­ra­rio que­sti testi non man­ca­no di uni­re il pia­ce­re di rac­con­ta­re una sto­ria. Con la loro poten­te cari­ca fabu­la­to­ria, le nar­ra­ti­ve scel­te gui­da­no il let­to­re ver­so incon­sue­ti oriz­zon­ti geo­gra­fi­ci e cul­tu­ra­li, pre­sen­tan­do gli aspet­ti fon­da­men­ta­li di pae­si che stan­no acqui­stan­do un rilie­vo sem­pre più gran­de nel pano­ra­ma geo­po­li­ti­co e cul­tu­ra­le contemporaneo.
Dal­le comu­ni­tà mul­ti­raz­zia­li del Sud Afri­ca con­tem­po­ra­neo, alla socia­li­tà del Bra­si­le meno noto di Curi­ti­baBra­sí­lia o San Pao­lo, alla vita del­le peri­fe­rie di Luan­da, le ope­re sino­ra pub­bli­ca­te offro­no al let­to­re ita­lia­no la pos­si­bi­li­tà di un incon­tro cul­tu­ra­le di qua­li­tà con una serie di Pae­si in via di svi­lup­po che pur appa­ren­do sem­pre più fre­quen­te­men­te nel­la stam­pa sono spes­so anco­ra assen­ti dal­le nostre librerie.
Gli auto­ri scel­ti sono noti nazio­nal­men­te e inter­na­zio­nal­men­te e tut­ta­via resta­no in Ita­lia anco­ra da sco­pri­re appie­no. Mol­ti di loro sono già sta­ti pre­mia­ti con alcu­ni dei mag­gio­ri rico­no­sci­men­ti dei rispet­ti­vi pae­si, come il Pré­mio São Pau­lo de Lite­ra­tu­ra, il Pré­mio Jabu­ti, il Grin­za­ne Afri­ca Award, Pre­mio Sara­ma­go, il pre­mio Casa de Las Ame­ri­cas, e altri ancora.
Cia­scun tito­lo del­la col­la­na è arric­chi­to da una pre­fa­zio­ne. Tra gli auto­ri in cata­lo­go pub­bli­ca­ti: il suda­fri­ca­no Pha­swa­ne Mpe (Ben­ve­nu­ti a Hill­brow), João Almi­no,(Le cin­que sta­gio­ni dell’amore) e Ond­ja­ki (Non­na­Di­cian­no­ve e il segre­to del sovie­ti­co).

1. Pha­swa­ne Mpe, Ben­ve­nu­ti a Hill­brow (Suda­fri­ca, 2011)
Un viag­gio oni­ri­co per le stra­de di Hill­brow, quar­tie­re di Johan­ne­sburg dove si con­cen­tra­no il fasci­no e le con­trad­di­zio­ni dell’anima suda­fri­ca­na post-apar­theid. Inclu­so in Twen­ty in 20: The Best Short Sto­ries of South Africa’s 20 Years of Demo­cra­cy, Ben­ve­nu­ti a Hill­brow è una per­la del­la nar­ra­ti­va con­tem­po­ra­nea non solo afri­ca­na che anti­ci­pa di pochi anni il desti­no tra­gi­co dell’autore.

2. João Almi­no, Le cin­que sta­gio­ni dell’amore (Bra­si­le, 2012)
Un roman­zo di for­ma­zio­ne che nar­ra la tran­si­zio­ne nel­la vita di Ana, pro­fes­so­res­sa in pen­sio­ne che si inter­ro­ga sul sen­so del­la pro­pria vita e dal­la sua ordi­na­rie­tà. La rete di rela­zio­ni socia­li e per­so­na­li mul­ti­for­mi che si con­strui­sco­no attor­no a lei la con­du­co­no ver­so una pos­si­bi­le rispo­sta. Ori­gi­na­le esplo­ra­zio­ne del­la rela­zio­na­li­tà uma­na e del­la varie­tà che può acqui­si­re, Le cin­que sta­gio­ni dell’amore è anche un roman­zo sul­la cit­tà di Bra­si­lia, sor­ta come ten­ta­ti­vo di dare for­ma archi­tet­to­ni­ca a un sogno socio-poli­ti­co di impron­ta tipi­ca­men­te moder­ni­sta. Vin­ci­to­re del Pre­mio Casa de las Amé­ri­cas nel 2003.

3. Ond­ja­ki, Non­na­Di­cian­no­ve e il segre­to del sovie­ti­co (Ango­la, 2015)
Sul­lo sfon­do di un Pae­se segna­to dai con­flit­ti suc­ces­si­vi all’indipendenza e sot­to l’influenza sovie­ti­ca e cuba­na, lo sguar­do di un bam­bi­no fil­tra le trac­ce del disor­di­ne. Ond­ja­ki, inven­tan­do una lin­gua impos­si­bi­le, infan­ti­le e col­ta allo stes­so tem­po, rifor­mu­la la real­tà sto­ri­ca di un quar­tie­re del­la capi­ta­le ango­la­na in una vera e pro­pria “comu­ni­tà alter­na­ti­va” in cui si svi­lup­pa­no rela­zio­ni socia­li tra ango­la­ni, cuba­ni e sovie­ti­ci carat­te­riz­za­te da crea­ti­vi­tà, avven­tu­ra, com­pas­sio­ne – e infi­ne riscat­to. Vin­ci­to­re nel 2010 del pre­sti­gio­so pre­mio let­te­ra­rio Jabu­ti, Non­na­Di­cian­no­ve e il segre­to del sovie­ti­co san­ci­sce la matu­ri­tà arti­sti­ca di uno dei più signi­fi­ca­ti­vi scrit­to­ri in lin­gua por­to­ghe­se, vin­ci­to­re nel 2013 del Pre­mio Sara­ma­go.

4. Il pros­si­mo roman­zo del­la col­la­na usci­rà nel giu­gno 2016. Tito­lo e auto­re ver­ran­no annun­cia­ti tra rul­lo di tam­bu­ri e rumor di gran­cas­sa alla fine di quest’anno. Tene­te­vi pronti…

 

Paro­le chia­ve: Comu­ni­tà alter­na­ti­ve — Let­te­ra­tu­ra post­co­lo­nia­le — Suda­fri­ca — Bra­si­le — Angola

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Inchieste — Collana di reportage dall’est del mondo

Inchie­ste è una col­la­na dedi­ca­ta a repor­ta­ge gior­na­li­sti­ci che guar­da all’est d’Europa e del mon­do. La col­la­na si com­po­ne attual­men­te di tre tito­li. Il petro­lio e la glo­ria di Ste­ve Levi­ne — gior­na­li­sta del Washing­ton Post esper­to di Pae­si dell’area ex-sovie­ti­ca — è il frut­to di anni di ricer­che e riper­cor­re con estre­ma accu­ra­tez­za la cor­sa all’oro nero nell’area del Mar Caspio, dal­la fine dell’Ottocento sino ai gior­ni nostri. Sem­pre di Ste­ve LeVi­ne, Il labi­rin­to di Putin è un sag­gio-thril­ler poli­ti­co che ini­zia e fini­sce con l’omicidio del dis­si­den­te rus­so Ale­xan­der Lit­vi­nen­ko: pri­ma e dopo que­sto even­to cen­tra­le, una serie di biz­zar­re mor­ti di gior­na­li­sti, dis­si­den­ti e amba­scia­to­ri si sus­se­guo­no ine­so­ra­bi­li. Stra­ne mor­ti che diven­ta­no una len­te attra­ver­so la qua­le pren­de for­ma la nuo­va Rus­sia che oggi cono­scia­mo. Infi­ne, Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne di Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, alla sua quar­ta ristam­pa, ci con­du­ce attra­ver­so l’Ucraina dai Car­pa­zi alla Cri­mea. Incon­tran­do ex dis­si­den­ti, scrit­to­ri e gen­te comu­ne, por­tan­do­ci nei caf­fè asbur­gi­ci di Leo­po­li, nei luo­ghi let­te­ra­ri di Che­khov o nel­le minie­re del Don­bas, l’autore ci fa sco­pri­re la com­ples­si­tà di un Pae­se ormai al cen­tro del­le cro­na­che internazionali.

A novem­bre sarà in libre­ria il secon­do libro di Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, Riga Magi­ca. Cro­na­che dal Bal­ti­co.

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Colazione con Massimiliano Di Pasquale, fotogiornalista esperto di Ucraina

Alibion­li­ne | Gio­ve­dì 12 dicem­bre 2013 |  |

Ukraï­na tse Ukraï­na!” L’Ucraina è Ucrai­na! Ricor­da­te il sim­pa­ti­co spot che a metà degli anni Novan­ta recla­miz­za­va il nuo­vo atlan­te geo­gra­fi­co ven­du­to a fasci­co­li set­ti­ma­na­li con Il Cor­rie­re del­la Sera? Al cosmo­nau­ta atter­ra­to in mez­zo al suo pol­la­io, la con­ta­di­na ucrai­na tene­va una rapi­da lezio­ne di geo­gra­fia per aggior­nar­lo degli epo­ca­li cam­bia­men­ti avve­nu­ti duran­te la sua mis­sio­ne nel­lo spa­zio. “Ne sono suc­ces­se di cose negli ulti­mi anni” dice­va lo spea­ker. E non han­no smes­so di suc­ce­de­re, vien da dire osser­van­do (da lon­ta­no) quan­to sta acca­den­do in que­ste set­ti­ma­ne a Kiev, capi­ta­le dell’Ucraina. Con­ti­nua a leggere →

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L’autunno siriano secondo Golan Haji

Fron­tie­re News | Mer­co­le­dì 11 dicem­bre 2013 | Moni­ca Ranieri |

Incon­tro Golan Haji, poe­ta cur­do siria­no, a Baridove è sta­to invi­ta­to per pre­sen­ta­re la sua rac­col­ta di poe­sie “L’autunno qui, è magi­co e immen­so”, edi­ta da “Il Siren­te”. Ho il libro tra le mani e lo sguar­do con­ti­nua a sof­fer­mar­si su alcu­ni ver­si che ave­vo sot­to­li­nea­to leg­gen­do­lo. “La mia ombra, appe­na calpestata/ si ripa­ra sot­to di me/ e le mie parole/che sono il mio deser­to e mi fan male/si accam­pa­no intor­no a me”. L’espressione degli occhi di Haji men­tre mi rac­con­ta del­la Siria, dei dirit­ti del popo­lo cur­do, e del suo muo­ver­si lun­go ed oltre i con­fi­ni del­le scrit­tu­re e del­le lin­gue, e il tono vibran­te del­la sua voce, mi han­no con­dot­to ami­che­vol­men­te lun­go i sen­tie­ri che le paro­le accam­pa­te trac­cia­no attra­ver­sa­no il deser­to.  Con­ti­nua a leggere →

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Leggere” la Siria da un altro punto di vista. A Bari il reading del poeta curdo siriano Golan Haji

| Edi­to­ria­ra­ba | Lune­dì 2 dicem­bre 2013 | Sil­via Moresi |

Lo scor­so vener­dì a Bari si è svol­to l’evento “Nar­ra­zio­ni libe­re. Dal­la Siria all’Italia il futu­ro è com­mons”. Un’occasione per la cit­tà puglie­se di ascol­ta­re le paro­le del poe­ta cur­do siria­no Golan Haji e riflet­te­re su una Siria “altra”, rispet­to a quel­la pro­po­sta dai media main­stream recen­te­men­te. Sil­via More­si ha par­te­ci­pa­to all’evento e ne ha scrit­to per il blog (oltre a foto­gra­fa­re alcu­ni momen­ti del­la sera­ta). Buo­na let­tu­ra! Con­ti­nua a leggere →

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