Categorie
9788887847161 Altriarabi Egitto Recensioni

Le istuzioni d’uso di una Vita futura.

Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nàgi

Difficile definire cosa sia Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nàgi, edito da Editrice Il Sirente nella collana Altriarabi dedicata alle voci contemporanee in lingua araba. Il romanzo, pubblicato in traduzione con il Patrocinio della Sezione italiana di Amnesty International e arricchito dalle imprescindibili illustrazioni di Ayman Al Zorgani, ha causato all’autore, nel 2016, la condanna a due anni di carcere per oltraggio al pudore; sicché è sicuramente un romanzo scomodo, un testo che racconta una Cairo convulsa, in preda alla violenza e alla follia, attraverso una narrazione fortemente metaforica e parzialmente traslata in un futuro fin troppo anteriore.
Protagonista: una città completamente riprogettata, che arrivi alla messa al bando del disagio e del degrado, sacrificando chiaramente la parte umana e societaria che la dovrebbe abitare. A contrapporsi, un documentarista che, persino inconsapevolmente, si avvicina a un personaggio visionario e ribelle e ne abbraccerà la portata rivoluzionaria, in un crescendo di emozioni al limite tra spy story e fantascienza. L’esperimento letterario che ne deriva è interessante e intrigante: una sorta di denuncia della realtà contemporanea che, come precedenti illustri, viene tessuta attraverso la costruzione di un mondo artefatto e collocabile altrove, soprattutto nel tempo, ma che – del mondo di riferimento – ne trattiene le caratteristiche salienti e definenti, in un gioco di specchi e rimandi dall’incisività inarrestabilmente ironica e finanche grottesca.
Il linguaggio è estremamente crudo e cruento, con espliciti riferimenti a sesso e droga, che così tanto hanno turbato la società egiziana di nuovissima ricostituzione, in un processo di libertà, seguito alla primavera araba, che si è arrestato e finanche riconvertito in un tradimento, come altri romanzi contemporanei di scrittori arabofoni stanno mettendo sistematicamente in luce. È una sorta di crudo realismo, quello creato da Ahmed Nàgi, che serve a disinnescare alla radice le pratiche disillusorie e disingannevoli attraverso le quali, subdolamente, viene nuovamente sedata un’intera collettività sociale.
Il messaggio che Nàgi urla attraverso queste pagine è evidente ed eclatante: è un grido di sveglia, di ritorno al pensiero, di precisa consapevolezza: non tornare alle alletanti ma false e ammaliatrici promesse ma continuare a pretendere, con estrema lucidezza mentale e morale, la costruzione di una realtà che sia più sana, più concreta, più umana; che sia attente alle diversità, ai cambiamenti, che li assecondi e non li tema, che li faciliti e non li ostacoli. Perché, come in ogni altro angolo del mondo, come in ogni altro tempo che sia passato o futuro, i cittadini formano la società, ed è loro compito principale e prioritario quello di non arrendersi all’inevitabilità della sconfitta e all’ignavia della resa.

Giulio Gasperini – ChronicaLibri

Categorie
Altriarabi Altriarabi Migrante Recensioni

FUORI DA GAZA, E DA SE STESSI

ARRIVA IN ITALIA “FUORI DA GAZA”, ROMANZO D’ESORDIO DI SELMA DABBAGH, SCRITTRICE ANGLO-PALESTINESE, PER LA TRADUZIONE DI BARBARA BENINI E EDITO DA IL SIRENTE.

“Sto parlando troppo, vero? Non riesco proprio a farmi entrare in testa ciò che ho visto”
“Non è qualcosa che si possa ‘far entrare in testa’. E’ troppo ingiusto per farsene una ragione, troppo incasinato per sbrogliarlo. E se ti sforzi di comprenderlo, se in qualunque modo cerchi una giustificazione, allora sei fottuta. E noi siamo spacciati”

Palestina, Gaza, primi anni Duemila. Un giovane uomo siede sul tetto della sua casa, di notte, e osserva i bombardamenti che sconquassano la Striscia. Non occorre molto tempo per capire che siamo all’inizio della Seconda Intifada, una delle pagine più buie e dolorose che la popolazione palestinese abbia vissuto.
E’ così che prende avvio “Out of it” – “Fuori da Gaza” nella traduzione italiana edita da Il Sirente – romanzo d’esordio della scrittrice anglo-palestinese Selma Dabbagh.

E’ CON UN VOLO IMMAGINARIO VERSO UN ALTROVE POSSIBILE CHE INIZIA IL VIAGGIO FRA LE SUE PAGINE, COMPIUTO DA UNO DEI GIOVANI PROTAGONISTI DI QUESTO PICCOLO MA STRAORDINARIO AFFRESCO NARRATIVO, CAPACE DI DISCOSTARSI DALLA TRADIZIONE LETTERARIA PALESTINESE RESTANDOVI, NEL CONTEMPO, PERFETTAMENTE ALL’INTERNO.

Come in altri romanzi è ancora una volta una famiglia ad essere espediente letterario e cuore della narrazione, perno di una storia che si articola seguendone le dinamiche intime e profonde, in un contesto tanto difficile da spiegare che a volte – come in questo caso – è molto più efficace non farlo. Lasciando piuttosto che sia lo sguardo dei protagonisti – i gemelli Rashid e Iman Mujahed, intensamente legati eppure diversi – a condurre il lettore in un viaggio attraverso la “banalità del male” e le sue conseguenze.

E saranno proprio le divisioni all’interno della famiglia a farsi specchio delle medesime spaccature in seno ad una società stanca di assedio e di occupazione. Attraverso la sua narrazione infatti Dabbagh riesce a ricostruire in modo semplice, ma estremamente efficace, le caleidoscopiche sfaccettature di una società complessa, in cui tutto è politico, persino l’esistenza.

E, SEGUENDO GLI SCONTRI E LE INCOMPRENSIONI FAMILIARI, A RESTITUIRCI UN QUADRO SULLE DIVISIONI INTRA-PALESTINESI, SULLE DIVERSE VISIONI DELLA RESISTENZA, SPESSO DETTATE DA DISTANZE NON SOLO POLITICHE E IDEOLOGICHE, MA SOPRATTUTTO GENERAZIONALI.

Nel farlo, Dabbagh include con maestria elementi centrali della questione palestinese, come la diaspora, il diritto al ritorno, il disperato tentativo di costruirsi, nell’Altrove possibile, una vita normale.

ECCO ALLORA CHE IL FUORI DA QUI DIVENTA CONDIZIONE ESISTENZIALE. IL FUORI-LUOGO, FUORI-TEMPO E FUORI-CONTESTO CHE SI FA PARADIGMA DI UNA PERENNE DIASPORA, NON SOLO GEOGRAFICA MA ANCHE INTERIORE, CHE RENDE I PROTAGONISTI OSTAGGIO DI UNA PERENNE GHURBA. E CHE RENDE LA PALESTINA NON SOLO PIÙ LUOGO OCCUPATO, MA ANCHE “OSSESSIONE CHE OCCUPA”, PER DIRLA CON SUAD AMIRY.

Fuori da qui non è più solo il desiderio dei giovani protagonisti di uscire dalla Striscia di Gaza che li soffoca. E’ anche il modo in cui si sentono, in fondo, fuori dal nuovo contesto in cui cercano di ambientarsi; è il desiderio di liberarsi della Palestina solo per un istante, senza poterlo fare. Di poter parlare, ogni tanto, di altro. E’ il non poter dimenticare chi si è, anche quando si è Altrove. E’ il tentativo di evadere non solo da un luogo, ma anche dalle pressioni sociali, dalle aspettative familiari, dai ricordi del passato e dal perenne paragone con esso. Un fuori che accomuna tutti: lo sono Iman e Rashid quando lasciano Gaza, ma anche il loro padre, che nel villaggio palestinese da cui proviene sa di non poter più fare ritorno.

NEL TRATTEGGIARE PERSONAGGI FEMMINILI FORTISSIMI, CHE BEN RISPECCHIANO LA STORIA FONDAMENTALE DELL’ATTIVISMO DI GENERE IN PALESTINA, DABBAGH HA UN ULTERIORE, GRANDE MERITO. QUELLO DI AVER RACCONTATO GAZA IN MODO NUOVO E CON PAROLE NUOVE.

Attraverso la voce di una giovane generazione spesso invisibile, di cui assai raramente si scrive. Che sente il peso non solo dell’occupazione, ma soprattutto delle sue conseguenze. Quelle più piccole, intime ed apparentemente insignificanti, ma che hanno a che fare con una sfera identitaria e profonda. Una generazione che vorrebbe, in fondo, solo una vita normale.

Con la sua narrazione Selma Dabbagh tratteggia personaggi credibili con incredibile abilità, arricchita da piccoli ma straordinari particolari, destinati a rimanere impressi a lungo. E riesce nell’impresa di farci vedere il mondo attraverso il loro sguardo, che si scambia e si alterna, in un racconto corale che unisce molte voci senza confonderle mai.

***

“Si era formato un capannello di persone intorno a un contadino che stava gridando con dei mazzi di fiori in mano. Tutti urlavano contro la chiusura del confine. Protestavano per i fiori che appassivano. Per quei fiori che sembravano mettere così seriamente a rischio la sicurezza. Per il fatto che sarebbe stata la fine per lui. Ci avrebbe nutrito le sue mucche, con quei fiori. Li avrebbe buttati (la folla ama queste cose). No, anzi, li avrebbe regalati a tutte le donne. E infatti alcuni ragazzi si erano messi a correre in giro con i fiori, e Iman si era ritrovata tra le braccia un bouquet bagnato, da cullare come fosse un neonato. Riusciva a vedere tutta la scena, ma da una certa distanza, quasi stesse accadendo dall’altro lato di uno spesso pannello di plexiglas sporco, uno di quelli dietro cui si sedevano le loro guardie. E se ne stava ferma lì, in mezzo alla strada, immobile. Attendendo solo che quella cortina si alzasse”.
(Estratto da “Fuori da Gaza”, traduzione di Barbara Benini).

 

Cecilia Dalla Negra per QCODEMagazine

Categorie
Altriarabi Altriarabi Migrante Interviste

Una vita quotidiana all’inferno, intervista a Selma Dabbagh

Intervista alla scrittrice palestinese Selma Dabbagh, a Roma, ospite del Salone dell’editoria sociale, con il romanzo «Fuori da Gaza», uscito per editrice il Sirente

«Non ho avuto bisogno di trarre ispirazione dalla storia della mia famiglia per dar vita ai Mujahed, i protagonisti del romanzo, perché ci sono esperienze dolorose come l’esilio che appartengono a tutte le famiglie palestinesi. Mio nonno veniva da Jaffa, finì in prigione più volte e rischiò di essere assassinato a causa del suo impegno politico. Decise di andarsene dopo il 1948 quando mio padre fu colpito da una granata lanciata da un gruppo paramilitare ebraico. Finirono prima in Siria, quindi in Kuwait e infine in Gran Bretagna, dove mio padre conobbe mia madre che è inglese. Però la Palestina non ha mai lasciato la nostra casa, abbiamo sempre partecipato a manifestazioni, fatto parte di Ong e nella mia famiglia allargata ci sono stati dei membri dell’Olp».

Nata in Scozia nel 1970, dopo aver vissuto tra l’Europa e il Medioriente Selma Dabbagh si è stabilita a Londra dove alterna la sua attività di avvocato per i diritti umani e il suo sostegno ai movimenti di solidarietà con i palestinesi, al suo lavoro di scrittrice. Suoi racconti sono comparsi in diverse raccolte, uno è stato adattato per la radio dalla Bbc, mentre Fuori da Gaza, pubblicato nella collana Altriarabi del Sirente (traduzione di Barbara Benini, pp. 184, euro 15) è stato nominato libro dell’anno dal Guardian nel 2012.

Nel romanzo è descritta la vita quotidiana di una famiglia palestinese nell’inferno di Gaza, dove giovani che come Rashid e sua sorella Iman, che cercheranno anche di costruirsi una vita lontano dalla guerra, tra il Golfo e Londra, vedono le proprie esistenze strette tra i bombardamenti israeliani e il crescere del fondamentalismo islamico. Un romanzo che, oltre alla claustrofobia di una città e di un mondo sotto assedio, evoca il desiderio di libertà che scuote le nuove generazioni delle società mediorientali e che ha già alimentato le «primavere arabe».

Il suo romanzo sembra costruito sulla dialettica che vivono i giovani palestinesi che ne sono protagonisti tra il voler restare per lottare e le spinte a fuggire per inseguire le proprie aspirazioni. Cosa resta dell’individuo e dei suoi desideri in una simile situazione?
È alla tensione tra questi due sentimenti che rimanda l’idea stessa del libro: l’essere pronti a dare la propria vita per la causa o scappare da quei luoghi. Fin dal titolo inglese, Out of It, ho cercato di tenere insieme le due dimensione di questo «fuori»: da un posto fisico come da una dimensione mentale, o coscienza politica se si vuole. Si tratta di un’esplorazione dei diversi fattori che hanno fino a oggi spinto le persone a rimanere o ad andarsene, a opporsi al contesto politico in cui vivono o a distogliere semplicemente lo sguardo da tutto ciò.
In questo senso, lo spazio concesso alla propria individualità e ai propri desideri è un tema importantissimo. Ricordo di aver partecipato a un matrimonio di una famiglia di Gaza che si svolgeva in Giordania subito dopo che gli israeliani avevano iniziato a bombardare la Striscia. Un giovane presente scoppiò in lacrime, in realtà perché si era lasciato con la fidanzata, e sua sorella si rivolse a lui in modo brusco, chiedendogli perché facesse così e perché invece non piangeva per il suo popolo. Per i palestinesi, la sensazione di non poter indagare questo spazio interiore è spesso molto concreta.

Ambientare il libro soprattutto a Gaza ha reso esplicito questo conflitto che è anche di natura interiore?
Ho scelto Gaza perché esprime in modo estremo la situazione che vivono però tutti i palestinesi. Volevo esplorare il modo in cui il contesto, politico, la guerra, la violenza, incombe sul mondo interiore di ciascuno. Non stavo cercando di descrivere Gaza in modo specifico, quanto piuttosto raccontare lo stato di guerra, di assedio, la pressione esercitata sugli individui. Questa pressione che vivono i personaggi, i conflitti e le tensioni in cui sono immersi, del resto sono strumenti essenziali per un romanziere.

Se gli interrogativi che lo attraversano riguardano gli individui, nel suo libro prevale la dimensione corale. Lo immagina come fosse il romanzo di un popolo?
Spero che questo sia il risultato. Volevo cercare di catturare diverse dimensioni della vita palestinese che negli ultimi 70 anni si è fatta sempre più diversificata. I palestinesi sono dispersi a livello internazionale, si sono adattati e operano in diversi paesi e culture. Ho scritto la mia tesi su tutti i metodi, legali o meno, attraverso i quali sono stati separati e divisi. Mi sono chiesta che cosa li legasse ancora, malgrado questa separazione, e ho deciso che a farlo sia la consapevolezza di un’ingiustizia irrisolta. E ognuno dei personaggi del romanzo ha una relazione emotiva diversa con questo senso di ingiustizia.

Dalla madre dei protagonisti, già attiva nel Fronte popolare, a Lana, la moglie di Sabri, uno dei figli, che faceva politica fin da ragazzina, fino a Iman che appare quasi tentata dal messaggio degli islamisti, quella che lei racconta è anche, se non soprattutto, una storia di donne…
Sarebbe stato difficile non farlo. Le donne sono state coinvolte in ogni fase della lotta palestinese, fin dalla rivolta araba del 1936. Figure femminili sono presenti in tutte le diverse ondate del movimento, a partire da da quel periodo. E ancora oggi. Non si può scrivere questa storia senza parlare del loro ruolo e coinvolgimento in tutto ciò.

intervista di Guido Caldiron per il Manifesto

Categorie
9788887847611 Altriarabi

Giuseppe Acconcia, “Nazione Indiana” (12 agosto 2017)

VITA: ISTRUZIONI PER L’USO di Ahmed Nàgi

Nagi, Vita: Istruzioni per l’uso. La natura cruda e sentimentale del Cairo

di Giuseppe Acconcia, “Nazione Indiana” (12 agosto 2017)

Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed NàgiAhmed Nagi nel libro “Vita: Istruzioni per l’uso” (Il Sirente, 266 pag., 18 euro) racconta il Cairo come pochi autori egiziani hanno saputo fare negli ultimi decenni. Lo scrittore, autore tra le altre opere di “Rogers” (2010), è stato condannato a due anni, e in seguito rilasciato, per il linguaggio “osceno” dei suoi romanzi. Un testo post-moderno che sfida qualsiasi preconcetto sul Cairo, ne restituisce atmosfere surreali al limite della nouvelle vague, sulla scia di pellicole di successo, come in “The last days of the city” di Tamer el-Sayed che racconta con gli occhi di un gruppo di giovani il centro novecentesco della capitale egiziana. “Nella mia infanzia, tutti i miei amici erano affascinati dal mito di un mondo globalizzato. Ma ho cercato di superare gli stereotipi, introdurre la libertà di scelta nella nuova società globalizzata. E così, mostro la complessità della nostra modernità andando da Toni Negri ai fast food”, mi aveva spiegato Ahmed Nagi in uno dei nostri ultimi incontri in occasione di un’intervista che avevo realizzato per il quotidiano egiziano al-Ahram.

La vicenda di Bassam Bahgat, documentarista ingaggiato per raccontare i mutamenti urbanistici strutturali della capitale egiziana, è raccontata in frammenti, intervallati dalle illustrazioni di Ayman al-Zorqani. Il diario sentimentale del protagonista, che molto ha a che fare con l’esperienza quotidiana dell’autore tra la città satellite di 6 Ottobre e il centro del Cairo, descrive incantevoli donne, Paprika, Mona Mei e Rim, e le piacevoli e incantate giornate di sesso (o un’amicizia suggellata da “sangue mestruale e sperma secco”), trascorse con grande naturalezza, mentre il Cairo inesorabilmente è sottoposta ai mutamenti più radicali. “Se per gli individui maschi del Cairo la vita è un incubo, per le donne è una realtà infernale cui è impossibile sfuggire”. La città viene descritta nei suoi aspetti più crudi e fantastici: un luogo dove alcuni si sono dimenticati cosa sia un “sorriso”, un “ricettacolo d’odio, la materia prima dell’odio e della miseria”. Eppure chi ha pensato tutto questo (il Cairo) non poteva che essere un “pasticciere”.

Lo scopo del racconto è mettersi alle spalle questa disperazione, forse è anche il segreto delle rivolte del 2011, per rendere la vita “più piacevole e meno misera”. Eppure il nascosto e il non detto è sempre più forte di quello che emerge in superficie. Questo sottosuolo resta invisibile per una sorta di intesa tra “politica, religione e società civile” che impediscono che questo volto segreto della città venga a galla. L’osservatore non può fermarsi alla visione di miserabili che “attraversano strade affollate da donne ricoperte da strati di abiti e stoffe”. Ognuno deve imparare a sue spese a decifrare questi luoghi: a ottenere la propria “chiave personale”. E il Cairo è una città così variegata da tenere insieme i gruppi più disparati di persone: da fanatici religiosi a omosessuali, da giovani artisti agli scambisti di Imbaba, dai bambini di strada ai fanatici della forma fisica, dagli uomini d’affari obesi ai cantanti popolari.

L’esperienza sensoriale al Cairo è continua, totalizzante e tesa. “Quando vivi o ti muovi dentro il Cairo, vieni costantemente offeso. Sei destinato a incazzarti”. Una città dove il negoziato tra possibile e impossibile non si ferma mai. “Vedemmo interi quartieri vivere grazie alla corrente elettrica prelevata abusivamente dai lampioni della strada principale”.

Eppure il vero intento della “Società degli Urbanisti” di cui Bahgat è solo un mero esecutore è quello di distruggere definitivamente il Cairo e creare una nuova città dalla forma futurista e commerciale: progetto non lontano dagli annunci post-moderni del sanguinario presidente egiziano al-Sisi. Se fosse per Bahgat e per il suo amico Ihab Hassan il vero cambiamento che la città dovrebbe subire sarebbe la tensione verso l’eliminazione del degrado e della marginalizzazione a cui sono costretti alcuni suoi abitanti, a partire dal cambiamento del corso del Nilo e della sua forma. Ma questi aspetti solo in parte risaltano dalle pagine del libro. Ahmed Nagi continua invece a indugiare in racconti sempre sorprendenti sulla megalopoli, sui suoi abitanti e le loro abitudini amorose. “La prima volta, la feci venire succhiandola senza mai fermarmi, poi entrammo in camera da letto e facemmo l’amore con lentezza”. Ma anche di odori nauseabondi nei bar di Moqattam, come la puzza di “fegato fritto in olio da motore che si diffondeva nell’atmosfera come una nube carica di pioggia”. O di relazioni inedite che richiamano una vita parigina: “Sentii per la prima volta che questo tipo di relazione, in cui il terzo elemento è appeso a un filo che tiene legate realtà e illusione, era ciò che mi avrebbe appagato”.

Eppure questa tensione così irrazionale di una città e dei suoi abitanti avrebbe di là a poco concesso tutto ad una necessità molto più umana e pigra: quella della “sicurezza”. E se al Cairo “non poteva capitarle nulla di peggio dello stato in cui versava”, un bisogno primario in tempi precari ma anche una leva per giustificare qualsiasi cosa agli occhi del profano l’avrebbe di lì a poco trasformata di nuovo. E così l’unico riferimento vero alle proteste del 2011 appare in relazione alla campagna “No”, contro la dichiarazione costituzionale, voluta dalla giunta militare ma contestata dai giovani rivoluzionari.

Nonostante ciò, è sempre il Cairo a dettare modi e tempi del cambiamento. “Tu eri schiavo della città e prima che lei ti si concedesse, dovevi venderti l’anima con un patto firmato col sangue e col cuore”. E tra le priorità di Nagi c’è sempre il tentativo di richiamare un certo disprezzo verso gli islamisti che poi avrebbero preso solo figurativamente le redini del potere: “Scarafaggi nelle fogne del Cairo e sul loro rapporto coi sorci di New York, e sull’effetto di tale relazione sulla nascita di movimenti islamisti in Medio Oriente”.

Fino agli incontri che rendono la vita così affascinante come quello tra due pescatori, uno dei quali in bolletta proprio il giorno della nascita della sua prima figlia. “Getta l’amo e te ne verrà del bene”. Bastò questa frase per ritrovarsi in tasca 300 ghinee (circa 40 euro): perché in alcuni giorni al Cairo è possibile davvero qualsiasi cosa! Eppure il Cairo è sempre rimasta “indifferente alle vite dei suoi abitanti”. Ed è proprio questo profondo senso di solitudine ad aver forse ispirato l’autore a raccontare in modo così autentico e disilluso la sua città perché in fondo è il “dolore” sempre il più “potente motore per la scrittura”.

Categorie
Altriarabi Altriarabi Migrante Articoli

Mohamed Dibo e Faïza Guène al Lingotto

Doppio appuntamento con gli autori de il Sirente alla XXX edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino

Mohamed Dibo autore di “E se fossi morto?” e Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” presenteranno i loro libri all’interno della programmazione ufficiale della fiera, nella sezione Anime Arabe, curata da Paola Caridi e Lucia Sorbera.

Venerdì 19 maggio alle 15,30 Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” presenterà il suo libro dialogando con Carla Peirolero (Suq Festival di Genova) nello Spazio Babel.

Tradotta in 26 lingue Faïza Guène si è imposta come una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea. Dopo l’esordio a soli 18 anni “Un uomo non piange mai” è il suo ultimo libro, dove con uno stile più maturo si cimenta nella difficile impresa di descrivere il cammino di ricerca di un’identità per le seconde generazioni nate in Europa.

Sabato 20 maggio ore 15,30 Muhammad Dibo autore di “E se fossi morto?” dialoga con Jenny Erpenbeck tra letture e musica, presso l’Arena Piemonte. Modera Paola Caridi (curatrice della sezione Anime Arabe).

Il tema dell’esilio attraversa la storia della letteratura e del pensiero mondiali. Al Salone autori e intellettuali leggono brani scelti dalla letteratura europea e araba insieme a Muhammad Dibo, scrittore siriano rifugiato a Berlino, e Jenny Erpenbeck, scrittrice tedesca che dedica un’attenzione particolare alle migrazioni e al modo in cui stanno cambiando il suo paese.

Muhammad Dibo è uno scrittore siriano, oggi in esilio in Germania, nel suo libro autobiografico “E se fossi morto?” affronta il dramma della guerra.

Tutto il catalogo dell’editore sarà presente allo stand P 129 / Padiglione 3

 

 

Categorie
9788887847529 Altriarabi Altriarabi Migrante Articoli

Faïza Guène ospite al Festival Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 maggio a Mediterraneo Downtown (5-6-7 Maggio)

In concomitanza con l’uscita del libro “Un uomo non piange mai” l’autrice parteciperà ad un incontro di presentazione il 6 maggio all’interno del Festival Mediterraneo Downtown

Mediterraneo Downtown: dialoghi, culture e società si terrà il primo week end di maggio (5-6 e 7 maggio) e, questa volta, si tratterà di una pacifica e animata invasione del centro storico di Prato.

Il quartier generale dell’evento sarà il complesso della Ex Campolmi, tra il Museo del Tessuto e la Biblioteca Lazzerini, ma saranno le strade, le piazze, i teatri, i cinema, i musei e le librerie di tutta la città ad essere protagonisti di una manifestazione che assumerà i connotati di un festival popolare, di una operazione culturale e divulgativa, con una offerta che spazierà tra incontri pubblici con testimonial autorevoli, arte contemporanea, concerti, libri, cinema, attività per bambini, incontri di giovani studenti, attività sportive.

Al centro dei dibattiti del talk show e delle presentazioni di libri, ci saranno come al solito i diritti, declinati sui “femminismi”, diritti delle donne ed Lgbti nel Mediterraneo, le economie e le relazioni economiche sostenibili, giovani e innovative, la libertà di espressione vista attraverso i fumetti e la graphic novel e, naturalmente, le migrazioni: affrontate questa volta da una prospettiva particolare ovvero, “quando la migrazioni bussano alla tua porta”.

Al Festival presso ex fabbrica Campolmi, di fronte al Museo del Tessuto troverete anche la libreria con tutti i titoli delle collane Altriarabi e Altriarabi Migrante dell’editrice il Sirente. 

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneFaïza Guène pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kiffe Kiffe, demain, 2004). Accolto come il prototipo del nuovo romanzo “sociale” francese. L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”. “Un uomo non piange mai” è il suo ultimo libro e quello a cui è più affezionata.

Racconta con garbo e sensibilità la storia di una famiglia algerina emigrata in Francia. Senza giudizio e senza durezza, Faïza Guène si interroga sulla tradizione familiare e sulla questione della libertà.

«Tradotta in 26 lingue, 400.000 copie vendute, Faïza Guène si è imposta come una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea.»

 

Categorie
9788887847505 Altriarabi Articoli Interviste

Viviana Mazza, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2017

E SE FOSSI MORTO? di Muhammad Dibo

Intervista. Vi fanno orrore queste immagini. Ma il mio popolo viene ucciso ogni giorno

di Viviana Mazza, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2017

Muhammad Dibo“Il regime siriano uccide il popolo nelle carceri e con la guerra, lo uccide con gli assedi e con la fame, e queste cose avvengono tutti i giorni, non solo oggi con la strage legata all’uso di armi chimiche. E’ paradossale che ogni volta che le armi chimiche vengono usate in Siria, ci sia clamore sui media, ma poi il mondo torna al suo abituale silenzio pur sapendo che Assad ha continuato a uccidere senza fermarsi un solo giorno per sei anni. Le morti per i gas sono più gravi di quelle avvenute in carcere o con altri metodi? Siamo di fronte ad un mondo sordo che sembra dire ad Assad: uccidi, ma non con le armi chimiche! Fallo con i carri armati, i bombardamenti aerei, ma non con le armi chimiche”. Muhammad Dibo è uno scrittore siriano. Partecipò nel 2011 alla rivolta contro il regime. Dopo l’arresto e le torture in carcere, nel 2014 ha lasciato il Paese. Vive in esilio a Berlino e dirige “Syria Untold“, testata web di attivismo civile. Il 20 maggio sarà al Salone del Libro di Torino per parlare del romanzo “E se fossi morto?” (il Sirente), nel quale racconta che “se vivi in Siria, la fine può arrivare in ogni momento: sotto le bombe o in uno dei tenebrosi sotterranei dei servizi segreti”.

 

L’America di Trump ha detto che rimuovere Assad non è una priorità: pensa che questo abbia dato carta bianca al regime?
“La posizione dell’America Trump non è diversa da quella dell’amministrazione Obama. L’unica differenza è che Trump dice apertamente ciò che Obama faceva tacitamente. Obama è stato più pericolo e insidioso per i siriani, li illudeva di essere contro Assad, ma in pratica gli ha fornito tutte le carte per sopravvivere: non ha aperto bocca sull’intervento di Hezbollah e dell’Iran, ha spianato la strada alla Russia e si rimangiato le dichiarazioni sulla “linea rossa” delle armi chimiche.

Lei crede che, sei anni dopo, siano rimaste solo due opzioni: il regime o i jihadisti?
“In Siria c’è ancora un popolo che vuole uno Stato libero e giusto, ma è tra le grinfie dei jihadisti e di Assad, due facce della stessa medaglia. Ci sarebbe una terza via: sconfiggere gli uni e l’altro. L’America e l’Europa credono di fare i loro interessi. Il rischio è che ne pagheranno il prezzo: le dittature sono terreno fertile per il terrorismo”.

Categorie
9788887847529 Altriarabi Altriarabi Migrante

A breve “Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

“Un uomo non piange mai” a maggio in Libreria

Questo bellissimo romanzo ci dice molto di più sulla vita di tutti i trattati di sociologia e discorsi politiciL’Express.

Una cronaca sensibile e divertente, un sottile ritratto di un’epoca, in cui tutti i parametri di riferimento sono in frantumi. “Un uomo non piange mai” racconta con garbo e sensibilità la storia di una famiglia algerina emigrata in Francia. Nato a Nizza da genitori algerini, Mourad Chennoun vorrebbe costruirsi un destino. Il suo peggior incubo: diventare un vecchio ragazzo obeso con i capelli sale e pepe, nutrito da sua madre a base di olio di frittura. Per evitare questo, dovrà emanciparsi da una pesante storia familiare. Ma è veramente nella rottura che diventerà pienamente se stesso? Senza giudizio e senza durezza, Faïza Guène si interroga sulla tradizione familiare e sulla questione della libertà.

«Tradotta in 26 lingue, Faïza Guène si è imposta come una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea.»

Faïza Guène, née en 1985 à Bobigny, romancière, scénariste et réalisatrice française.

Faïza Guène nasce nel 1985 a Bobigny, in Francia, da genitori di origine algerina, e cresce a Pantin, nella banlieue “incendiaria” a nord-est di Parigi, dove conosce la realtà del sottobosco urbano che spinge poveri e immigrati all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del professore di Francese che la segue al liceo, Faïza pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kife Kife, demain, 2004). L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”.

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène è il V titolo della collana Altriarabi Migrante, che raccoglie le opere di giovani autori europei di origine araba, sostenuta dall’U.E. Tradotto dal francese da Federica Pistono, illustrazione di copertina di Paola Equizi. Nella stessa collana: “L’autistico e il piccione viaggiatore“, “I miracoli“, “il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra“, “La Mecca-Phuket“.

Categorie
9788887847611 Altriarabi Articoli Egitto Interviste Press Nàgi Recensioni

«Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

Intervista Parla lo scrittore Ahmed Nàgi, condannato per oscenità e liberato dopo 11 mesi di carcere, ma ancora in attesa di giudizio

LA LETTURA | Il Corriere della Sera di Viviana Mazza

Sono il primo scrittore a finire in manette per un romanzo nella storia del sistema giudiziario egiziano», dice Ahmed Nàgi con voce pacata al telefono dal Cairo. Il 20 febbraio 2016 l’autore trentunenne di “Vita: istruzioni per l’uso“, edito in Italia da Il Sirente, è stato condannato a due anni di prigione per «oltraggio al pudore» a causa del «contenuto sessuale osceno» del libro. La vicenda ha fatto scalpore in tutto il mondo, gli è stato conferito il Premio Pen per la libertà di espressione. Poi, a dicembre, la Corte di Cassazione ha ordinato la sua scarcerazione provvisoria, ma il caso è ancora aperto. Il 2 aprile saprà se deve tornare in prigione.
Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed Nàgi / Ayman Al ZorqaniIl libro, tuttora in vendita in Egitto, descrive il Cairo in un futuro distopico, in cui la metropoli è stata distrutta — piramidi incluse — da una catastrofe naturale. Nel degrado della città il protagonista non può sorridere né esprimersi, e alcol, sesso, hashish sono rifugi illusori. «È un romanzo sulla vita dei giovani, sotto le pressioni delle autorità e della città», spiega l’autore nella prima intervista a un giornale italiano dopo il rilascio. Scritta durante la «stagnazione» dell’era Mubarak, prima della rivoluzione del 2011, l’opera è stata pubblicata nel 2014, dopo il golpe militare con cui Al-Sisi ha rovesciato il presidente Mohammed Morsi. Ma il libro aveva le carte in regola: era stato approvato dalla censura.

Perché è stato arrestato?

«Onestamente non lo so. Quando alcuni estratti del libro sono usciti sul giornale letterario “Akhbar Al-Adab”, un avvocato di nome Hani Salah Tawfik si è presentato alla polizia, accusandomi di avergli procurato alta pressione e dolori al petto turbando la sua idea di pudore. Il procuratore ha presentato il caso in tribunale. Nel primo processo sono stato giudicato innocente, ma il procuratore ha fatto ricorso: la Corte d’appello mi ha condannato. Adesso la Corte di Cassazione mi ha scarcerato, ma mi hanno vietato di viaggiare. Spero che l’udienza del 2 aprile sia l’ultima. Ci sono tre possibilità: che il giudice mi reputi innocente; che mi rimandi in prigione a scontare il resto della condanna; o che riduca la pena e, poiché ho già passato 11 mesi dentro, mi liberi. Gli avvocati sono ottimisti, ma io sono stanco, voglio che tutto questo abbia fine».

Lei è stato condannato per oltraggio al pudore sulla base dell’articolo 178 del codice penale. Non c’era mai stata una sentenza simile in Egitto?

«Non era mai successo. Nel 2009 lo scrittore e fumettista Magdi Shafiei è stato accusato di oscenità per la graphic novel Metro (ma si dice che la sua vera colpa fosse aver criticato Mubarak perché voleva trasmettere il potere al figlio, ndr): il giudice lo ha multato. Una multa era la cosa peggiore che poteva succederti».

Perché a lei è andata diversamente?

«Perché l’Egitto oggi è un Paese in fluttuazione, che galleggia appena. La situazione legale non è chiara: la nuova Costi- tuzione, approvata dal popolo nel 2014, vieta di incarcerare qualcuno per ciò che scrive o dice, ma ci sono molte leggi che la contraddicono, come quella per cui sono stato incriminato, e i giudici hanno enorme discrezionalità. Intanto, le autorità — il presidente, l’esercito, la polizia — si fanno la guerra per conquistare più potere. Quando la mia vicenda è iniziata, tre anni fa, c’era uno scontro feroce tra il sindacato della stampa e la procura generale, che ha ordinato di aprire tutti i casi contro i giornalisti, anche quelli come il mio, che di solito non arrivano mai in tribunale. Infatti oggi ci sono almeno 25 reporter in prigione. L’idea che mi sono fatto è che il procuratore abbia visto un’opportunità per presentarsi come custode della morale. Quando se la prendono con chi scrive di politica, le autorità sanno che l’opinione pubblica si schiererà con gli imputati. Ma hanno usato il mio caso per suggerire che i giornalisti vogliono corrompere la morale, i bambini».

Nella prigione di Tora, al Cairo, come è stato trattato?

«Ci permettevano di uscire dalla cella solo per un’ora al giorno, ma negli ultimi cinque mesi per niente. Per cinque mesi non ho visto il sole, potete immaginare come influisca sulla salute. Non ci sono regole, sei nelle mani delle guardie carcerarie e dei loro umori: un giorno accettano di farti arrivare dei libri, il giorno dopo no. Tora è una specie di città carceraria, contiene 25 prigioni. Nella mia sezione c’erano alti funzionari condannati per corruzione: tre giudici, un ex poliziotto, un ex ufficiale dell’esercito… In 60 in una cella di 6 metri per 30. E c’erano anche persone sotto inchiesta ma non condannate: la legge lo consente. Ho conosciuto un uomo che, dopo 24 mesi dentro, è stato dichiarato innocente. Anche alcuni criminali avevano letto il mio libro: non è un bestseller, sono rimasto colpito».

In quegli 11 mesi lei ha scritto un libro, nascondendo le pagine per non farsele sequestrare. Di cosa si tratta?

«È un romanzo storico, ambientato nel XIX secolo, all’epoca della costruzione del Canale di Suez. Scavare il canale era un’impresa basata sul sogno di sposare lo spirito dell’Est e il corpo dell’Ovest. Doveva essere un modo per controllare l’eco- nomia e il mercato e diffondere i valori del progresso».

Lo scrive in un momento in cui la situazione economica in Egitto è drammatica. Si aspetta nuove proteste?

«Secondo i dati ufficiali, l’inflazione è al 29%. Quattro mesi fa, la Banca mondiale ha chiesto all’Egitto di smetterla di con- trollare il prezzo della sterlina egiziana e il valore è crollato. Non abbiamo il welfare come voi italiani, ma c’è un sistema di sussidi governativi per beni essenziali come lo zucchero e il pane, che hanno prezzi controllati. Ora l’Egitto è costretto ad applicare i prezzi di mercato, ma gli stipendi non sono aumentati. Lo zucchero non si trova, in un Paese in cui dipendiamo da tre tazze di tè dolcissimo al giorno per l’energia fisica quotidiana. Di recente ci sono state proteste, ma non spero che continuino, sarebbe un disastro perché la gente arrabbiata non manifesta, va a prendersi il cibo nei negozi. Io non sono contrario al mercato libero, ma i cambiamenti troppo rapidi stanno distruggendo la vita delle persone. Non è solo un problema legato al regime, ma anche alle istituzioni occidentali che impongono questa agenda economica. Ai leader europei sta bene un Egitto che galleggi, perché vogliono trasformarlo in un posto di blocco per i migranti. Ai tempi di Mubarak compravamo tutte le armi dagli Usa, adesso abbiamo acquistato due aerei dalla Francia, due sottomarini dalla Germania. Perciò i leader europei adorano Al- Sisi, e gli daranno soldi e armi qualunque cosa faccia, purché controlli i migranti».

Lei conosceva Giulio Regeni, il ricercatore torturato e ucciso al Cairo?

«Voglio esprimere le mie condoglianze alla famiglia di Giulio. L’ho incontrato una volta, a una festa, non abbiamo parlato a lungo, ma ho avuto la sensazione che fosse nobile e gentile. Io sono un po’ cinico, nichilista, ma ho provato ammirazione per quello che faceva. Era un accademico, ma non ambiva solo a scrivere una tesi, voleva aiutare le persone che studiava a migliorare la loro vita».

Categorie
Altriarabi Altriarabi Migrante il Sirente Interviste

Spazio alla redazione con un contributo di Peter de Kuster

The Heroine’s Journey of Chiarastella Campanelli

di Peter de kuster 

What is the best thing that I love about my work?

Invent projects I believe in and be able to realize them

What is my idea of perfect happiness?

Living in the present rejoicing each instant without thinking of the moment after

What is my greatest fear?

Stop dreaming

What is the trait that I most deplore in myself?

Don’t believe enough in myself

Which living persons in my profession do I most admire?

I appreciate various people for the strength and the passion they put into their work such as Saphia Azzeddine, the author we have just published, in perfect balance in her art and in its realization as a woman.

What is my greatest extravagance?

Take the time off and relax

On what occasion would I lie?

If it is necessary to keep calm those around me

What is the thing that I dislike the most in my work?

The human factor when organizing events and authors deny their presence.

When and where was I the happiest, in my work?

In my office last year when we found out to have been selected by the European Union for the literary translation project, and I was the one who created the project.

If I could, what would I change about myself?

Mood swings

What is my greatest achievement in work?

Managed through my work to influence the publishing panorama of my country with our publications.

Where would I most like to live?

Happy with my family in any place

What is my most treasured possession?

The ability to dream, to have passion, to find the beauty in everything, plan and be skilled in public relations.

What is my most marked characteristic?

Being a little naïf and genuine

What is my most inspirational location, in my city?

The sights like the garden of orange trees or climbing on the many church towers and see my city from above. Rome is the Eternal City, but the inspiration is always within us.

What is my favourite place to eat and drink, in my city?

La Madia a small bar in the Torrino area (Rome)

What books influenced my life and how?

“La coscienza di Zeno” that I read when I was 16; it made me realize that it is human to have weaknesses.

Who are my favorite writers?

Italo Svevo, Pier Paolo Pasolini, Orhan Pamuk, Susan Vreeland.

Who is my hero or heroine in fiction?

Marcello Mastroianni

Who are my heroes and heroines in real life?

People who have energy and know how to transmit it.

Which movie would I recommend to see once in a lifetime?

“Blade Runner” and “8 e ½”

What role plays art in my life and work?

Art is the focus of my life.

Who is my greatest fan, sponsor, partner in crime?

Festivals and Book Fairs.

Whom would I like to work with in 2017?

Santa Maddalena Foundation and some foreign publishers for children who develop certain issues related to fairy tale and art.

Which people in my profession would I love to meet in 2017?

All our authors

What project, in 2017, am I looking forward to work on?

Start to open the way for new publishing projects. Open our catalogue to publications for children with a ‘Waldorf line’, to dream and bring to life the most remote part of the soul.

Where can you see me or my work in 2017?

Mediterraneo Downtown Festival (Firenze, Prato 5-7 May) Salone del Libro di Torino (Torino, 18-21 May) Festival Nues (Cagliari, November 2) Più Libri Più Liberi (December, Rome).

What do the words “Passion Never Retires” mean to me?

The passion is the base that supports ideas.

Which creative heroines should Peter invite to tell their story?

The writer Selma Dabbagh in publication for our publisher for September 2017 (il Sirente / Altriarabi Migrante series)

Categorie
9788887847451 Altriarabi Recensioni

Il Silenzio e il Tumulto di Nihad Sirees

Le Monde Diplomatique, Stefania Pavone

Nihad SireesLa metafora del tumulto e il silenzio lacera la vita dello scrittore Fathi Shin, dissidente del regime siriano, io narrante del romanzo omonimo percorrendone l’intera vicenda da cima a fondo. Una dicotomia con cui si apre la narrazione: il il tumulto è il fuori, la folla adorante il leader pari al vociare di un’orchestra dissonante nel sogno di Fathi, il silenzio è il luogo degli affetti, della scrittura, dell’amore per Lama, della centralità della figura materna. Tutto inizia in un’estate caldissima: lo scrittore Fathi Shin, bandito dal regime siriano per la critica dissidente dei suoi scritti si agita nel letto. Sono anni che non fa più nulla, preda di un inusitata indolenza. Da fuori gli arrivano gli echi della folla inneggiante il leader per i suoi venticinque anni di potere. Gli intellettuali sono schiacciati dal servilismo, la poesia una caricatura del regime. In mezzo alla disperazione del silenzio cui è stato piegato dalla dittatura si aprono spazi di vita: lo humor graffiante verso il potere e l’amore per Lama caratterizzato da una forte passione sessuale che lo riscatta dalla miseria della sua condizione si fanno zone di resistenza della vita dall’oppressione di un potere grottesco e ineffabile. La storia di Fathi precipita quando la madre decide di sposare il signor  Ha’il, divenuto in maniera grottesca funzionario del leader per averne evitato la caduta a terra a seguito di uno scivolamento nel corso di un comizio. Dopo aver salvato uno studente durante una manifestazione. Lo scrittore viene catturato dai servizi segreti e messo in prigione. La cella è il ritorno del silenzio dopo il tumulto dell’interrogatorio. Fathi Shin si ritroverà davanti proprio il signor Ha’il a chiedergli di diventare uno scrittore del regime. O di morire. Ancora una volta l’alternativa scivola tra il silenzio e il tumulto. Dice Fathi: “cerco di non pensare all’alternativa in cui il signor Ha’il ha voluto incastrarmi, due opzioni una più terribile dell’altra. Non ho che la scelta tra la padella e la brace, non esiste una soluzione intermedia. Perché non mi lasciano solo nella mia solitudine? Che fastidio può dare il mio silenzio al regime? Il tumulto del potere o il silenzio della tomba. Avrei senza dubbio optato per il secondo ma so perfettamente che questo nel discorso del signor Ha’il non è che una metafora per indicare qualcosa di ben più tremendo. Ha pianificato ogni particolare in maniera diabolica, coinvolgendo mia madre nel suo piano.“. Ma non ci sarà una soluzione al dilemma del ruolo dell’intellettuale sotto la dittatura. Il romanzo si conclude con un sogno: Fathi assiste allo stupro della madre da parte del signor Ha’il e la vede godere nonostante la violenza esercitata dall’uomo. Un tumulto in cui il silenzio questa volta non può arrivare se non in una risata che Lama e Fathi stendono sulla scena.

Recensione del libro ‘il silenzio e il tumulto‘ dello scrittore siriano Nihad Sirees, tradotto dall’arabo da Federica Pistono

Il Sirente ha continuato ad occuparsi di Siria con i seguenti titoli:

L’autunno, qui, è magico e immenso (Golan Haji)
E se fossi morto? (Muhammad Dibo)
Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra (Sumia Sukkar)

Categorie
9788887847499 Altriarabi Egitto Press Aladdin Recensioni

Novità Editoriali: “Cani sciolti” di Muhammad Aladdin

(in Arab Press, di Claudia Negrini, 30 agosto 2015) | Il 7 settembre apparirà tra gli scaffali delle librerie italiane “Cani sciolti” di Muhammad Aladdin. Il titolo fa riferimento ai giovani nati negli anni ’90, abituati a cavarsela in qualsiasi situazione la vita presenti loro, campando di espedienti e sotterfugi, slegati dalla morale tradizionale. I tre protagonisti appartengono proprio a questa generazione: Ahmed, scrittore di racconti pornografici per un sito internet, è accompagnato da El-Loul che dopo aver fallito come regista televisivo si arrabatta come manager per danzatrici del ventre di scarse capacità e infine da Abdallah l’amico d’infanzia di buona famiglia, assuefatto dalle droghe. Attraverso di loro prende vita la capitale egiziana di Muhammad Aladdin, scrittore di romanzi, racconti e sceneggiature nato al Cairo nel 1979. “Cani sciolti”, tradotto da Barbara Benini, è pubblicato da il Sirente per la collana Altriarabi.

Categorie
9788887847147 Altriarabi Egitto Press Khamissi Uncategorized

Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

ArabPress | Venerdì 8 maggio 2015 | Claudia Negrini | Passaggi: “Taxi” di Khaled al-Khamissi

Dal blog Mille e una pagina di Claudia Negrini

Questo passaggio è tratto da “Taxi” di Khaled al-Khamissi ed è stato pubblicato in lingua originale nel 2007, ben prima della Primavera Araba e dell’avvento e caduta dei Fratelli Mussulmani, eppure mi ha affascinato vedere quanto questo dialogo sia stato profetico.

TASSISTA: Che Dio mi perdoni se non prego e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tutto il giorno! Pure il digiuno durante in Ramadan, un giorno lo faccio e due no: non ci riesco a lavorare senza sigarette! Eppure, vorrei vedere con tutto il cuore i Fratelli Musulmani salire al potere…e perché no? Dopo le parlamentari si è visto che la gente li vuole.

IO: Ma se prendono il potere e vengono a sapere che tu non preghi ti appenderanno per i piedi.

TASSISTA: Macché, allora in andrò a pregare in moschea, davanti a tutti quanti.

IO: Perché li vuoi al potere?

TASSISTA: E perché no?! Abbiamo già provato tutto. Provammo il re e non funzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti. Poi provammo una via di mezzo e alla fine siamo arrivati al capitalismo che però ha i monopoli, il settore pubblico che scoppia, la dittatura e lo stato d’emergenza. E ci hanno fatto diventare pure un poco americani e tra poco pure israeliani; e allora perché non proviamo pure i Fratelli Musulmani? Chi lo sa, va a finire che funzionano.

IO: In fin dei conti vuoi fare solo una prova… al massimo puoi provare un pantalone largo con una camicia stretta, ma provare col futuro del paese…

da “Taxi” di Khaled al-Khamissi, Editrice il Sirente, 2008

Taxi
Taxi
Categorie
Altriarabi Egitto Uncategorized

La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro | La città del piacere

La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro

 

‘Izzat al-Qamḥāwī, Madīnat al-laḏḏah (La città del piacere), Hay’at quṣūr al-ṯaqāfah, al-Qāhirah 1997; seconda edizione Dār al-‘ayn, al-Qāhirah 2009, pp. 102.

città_del_piacere«Questo libro appartiene ad una scrittura nuova e ad una visione ancora più innovativa, dove originalità si mescola a modernità, cultura celata dei sentimenti a lingua moderna e traboccante; questo romanzo rappresenta una voce forte e ben distinta, che si accompagna ad altre voci nel panorama letterario contemporaneo, fondato su una scrittura nuova e su prospettive capaci di contenere le ansie dell‟uomo e del reale, espresse in modi differenti»(1).

Questo il giudizio di Ğamāl al-Ġīṭānī, tra le voci più autorevoli della letteratura araba contemporanea, quando il romanzo è apparso la prima volta nel 1997, pubblicato dalla casa editrice cairota Hay’at Quṣūr al-Ṯaqāfah. Il testo è giunto ad una seconda ristampa nel 2009 ed è considerato oggi una delle espressioni più particolari della produzione letteraria egiziana.

L’autore, ‘Izzat al-Qamḥāwī, è un noto scrittore e giornalista: nella sua vasta produzione letteraria Madīnat al-laḏḏah (La città del piacere) spicca per originalità tanto nello stile che nelle tematiche affrontate, per ricercatezza linguistica ed espressività letteraria. Il lettore ne rimane ammaliato e avvinto, vittima di quello che, con una forse non troppo casuale assonanza dei temi, il critico letterario francese Roland Barthes aveva teorizzato come “il piacere del testo”(2).

Protagonista di questo romanzo è una città fuori dal tempo e dallo spazio, moderna realizzazione di una sorta di utopia, plasmata in fretta e furia da un abile architetto. Consacrata alla Dea del Piacere che qui aveva costruito la sua roccaforte, questa località può, con le sue sembianze e il suo candore, ingannare i visitatori che si apprestano a lasciarsi condurre nei suoi sentieri. Non vi sono personaggi particolari che restano impressi nella mente del lettore: gli abitanti sono delle ombre, catturate nella loro intima essenza. Vi è una felicità mista a malinconia che alberga nei cuori di questi uomini, dediti alla pratica del piacere, imprigionati in corpi leggeri fatti di luce abbagliante.

L‟autore indulge in descrizioni che sfiorano la poesia per rendere percepibili le sfumature della vita di questo luogo, dove non vi è tempo per la tristezza, poiché gli occhi non potranno piangere, accecati dai colori dell‟arcobaleno che si riflettono nei cristalli delle vetrine.

Ecco dunque al-Qamḥāwī disposto a ricostruire la storia di questa città, tessuta attraverso rimandi ai racconti di anziani, all‟intrecciarsi di miti, leggende e versi d‟ispirazione coranica, che rendono il testo quanto mai suggestivo. Gli anziani assicurano che la città del piacere fu costruita dai ginn, la cui essenza si manifesta nella razionalità delle costruzioni. Nei libri di storia si attesta che la città rimase vuota per settantamila anni, fino a quando la Dea del Piacere non vi scese per infondere la sua bellezza, preannunciando una sua nuova apparizione dopo un identico
arco temporale, quando il desiderio sarebbe stato sul punto di dissolversi tra gli abitanti. Sicché questi ultimi, ammaliati dalla bellezza della dea, ne divennero schiavi.

al-Qamḥāwī prova poi a ricercare le cause della graduale rovina di questa remota località piena di simboli: in essa l‟autore recupera la dimensione mitologica del labirinto, sulla cui costruzione si fondono storie diverse. Secondo la tradizione, un indovino predisse al sovrano l‟imminente crollo del suo regno dovuto ad un uomo e una donna, dediti ai piaceri dell‟amore. Fu allora che il re, intimorito, ordinò la realizzazione di un dedalo in cui rinchiudere i due amanti. Ma le leggende riportate dall‟autore sono a tal proposito contrastanti. Alcuni ricordano che fu un ministro, impietosito dalla vicenda dei due amanti, a far erigere il labirinto, di modo che, lì rinchiusi, i due potessero vivere senza problemi; per altri ancora furono proprio i due amanti a realizzare il labirinto, per serbare la loro anima; per
altri, infine, fu la Dea del Piacere ad edificarlo, quando si accorse che la propria bellezza scatenava l‟invidia altrui. Questo intricato dedalo di strade sembrerebbe avere le stesse caratteristiche della città: lì gli amanti continuerebbero a vagare ancora oggi nel regno del piacere che in esso alberga. Intorno a questa immagine al-Qamḥāwī intreccia la sua storia, dimenticando la mitologica presenza del labirinto per buona parte della narrazione fino a quando, sul finire del libro, la voce narrante incontra un anziano uomo ormai impazzito a causa delle istituzioni di questo luogo: sarà proprio l‟uomo a svelare l‟ultimo lato nascosto di questa remota località. E così la città, un tempo impenetrabile, è pronta ad essere contaminata dal fascino di due folli invenzioni: le patatine fritte e la pepsi-cola.
Il romanzo di al-Qamḥāwī si pone dunque come una sorta di sperimentazione nella narrativa araba contemporanea: la dimensione sociale del testo è apparentemente celata eppure, con una narrazione che a tratti ha quasi il sapore di una fiaba, l‟autore affronta questioni piuttosto scottanti, lasciando divenire questa città un luogo in cui si condensano i difetti e gli errori dell‟uomo moderno.

Ada Barbaro

NOTE
1 Si veda a tal proposito la presentazione fatta al testo di al-Qamḥāwī dalla casa editrice Dār
al-„Ayn quando l‟opera è stata ristampata nel 2009. Si rimanda al link www.elainpublishing.com
2 Roland Barthes, Variazioni sulla scrittura. Il piacere del testo, Einaudi, Torino 1999.

Parole chiave: Città del piacere – Letteratura araba –

Categorie
9788887847475 Altriarabi Collana

Due titoli per capire meglio l’immigrazione in Francia

| Portobello’s News | Mercoledì, 3 giugno 2015 | Claudia Spadoni |

Il silenzio e il tumulto : Nihad Sirees

Una graphic novel che racconta la storia dell’immigrazione maghrebina in Francia dal 1950 a oggi attraverso le vicende dei diretti interessati: giovani che partono, spesso analfabeti e con una scarsa conoscenza del francese, destinati a lavori di bassa manovalanza (“Se ti chiami Mohamed finisci alla catena di montaggio”), parcheggiati in enormi dormitori; donne che sperano in un futuro migliore in Francia; le nuove generazioni in cerca del loro posto nel mondo. Basato sul noto Mémoires d’immigrés di Yamina Benguigui e tradotto da Ilaria Vitali, è la storia dei tanti Mohamed, Abdel, Ahmed ma anche di donne come Zorah e Fatma e dei più giovani Farid e Mounsi a scorrere nelle pagine, ognuna con il proprio carico di speranze e illusioni. Andrebbe fatto leggere nelle scuole (e in molte case).

Ruiller_03

Categorie
9788887847413 Altriarabi Articoli Press Haji

Siria. E poi venne l’inverno, nella poesia di Golan Haji

| Osservatorio Iraq | Domenica 22 dicembre 2013 | Chiara Comito |

Quella stessa neve che non ha risparmiato i campi profughi in cui vivono centinaia di migliaia di siriani in fuga da un paese lacerato da due anni di guerra civile e vittima dell’indifferenza del mondo.
È impossibile non pensare ai tanti bambini, uomini e donne intirizziti o morti per il freddo tagliente quando si leggono le poesie del poeta curdo siriano Golan Haji contenute nella raccolta L’autunno, qui, è magico e immenso (Il Sirente, 2013), dove i versi scandiscono i tempi di stagioni terribili, fatte di polvere, lacrime, pioggia, sangue, dolore e desideri irrealizzati.
E di neve. La neve su cui camminano, ad esempio, i soldati della poesia “Scrigno di dolore” in cui il poeta, parlando della condizione degli esiliati che egli stesso vive dal 2011, scrive: “Ora sei una storia raccontata dove manchi./La tua gola,scrigno di dolore,/è piena di ossa e piume./Nel bianco dell’occhio/hai una macchiolina di sangue arrugginita/simile a un sole che tramonta lontano/su un campo di neve/calpestato da lunghe file di soldati affamati”.

Categorie
9788887847413 Altriarabi il Sirente Interviste Press Haji

L’autunno siriano secondo Golan Haji

Frontiere News | Mercoledì 11 dicembre 2013 | Monica Ranieri |

Incontro Golan Haji, poeta curdo siriano, a Baridove è stato invitato per presentare la sua raccolta di poesie “L’autunno qui, è magico e immenso”, edita da “Il Sirente”. Ho il libro tra le mani e lo sguardo continua a soffermarsi su alcuni versi che avevo sottolineato leggendolo. “La mia ombra, appena calpestata/ si ripara sotto di me/ e le mie parole/che sono il mio deserto e mi fan male/si accampano intorno a me”. L’espressione degli occhi di Haji mentre mi racconta della Siria, dei diritti del popolo curdo, e del suo muoversi lungo ed oltre i confini delle scritture e delle lingue, e il tono vibrante della sua voce, mi hanno condotto amichevolmente lungo i sentieri che le parole accampate tracciano attraversano il deserto. 

Categorie
9788887847413 Altriarabi Articoli Press Haji Recensioni

“Leggere” la Siria da un altro punto di vista. A Bari il reading del poeta curdo siriano Golan Haji

| Editoriaraba | Lunedì 2 dicembre 2013 | Silvia Moresi |

Lo scorso venerdì a Bari si è svolto l’evento “Narrazioni libere. Dalla Siria all’Italia il futuro è commons”. Un’occasione per la città pugliese di ascoltare le parole del poeta curdo siriano Golan Haji e riflettere su una Siria “altra”, rispetto a quella proposta dai media mainstream recentemente. Silvia Moresi ha partecipato all’evento e ne ha scritto per il blog (oltre a fotografare alcuni momenti della serata). Buona lettura!

Categorie
9788887847413 Altriarabi Articoli Press Haji Recensioni

Libri: ‘L’autunno, qui, è magico e immenso’, di Golan Haji

ANSAmed | 25 novembre 2013 | Cristiana Missori |

(ANSAmed) – ROMA, 25 NOV – La guerra, la bellezza, il sangue e l’amore. Sono questi alcuni temi che compongono la raccolta di poemi scritti negli ultimi due anni da Golan Haji, ”L’autunno, qui, è magico e immenso” (il Sirente, collana Altriarabi, pp.128, Euro 10), che il 29 novembre prossimo, verrà presentata a Bari nel corso dell’evento ”Narrazioni libere. Dalla Siria all’Italia il futuro è commons”.

Categorie
9788887847413 Altriarabi Menu SX autori Press Haji Recensioni

جولان حاجي يرتحل إلى رحابة القصيدة

Al-Akhbar |  Mercoledì 9 ottobre 2013 | ادب وفنون |

جولان حاجي يرتحل إلى رحابة القصيدة

منذ البداية، انحاز إلى اللغة المحكومة بخصوبة معجمية، لكن ذلك لم يمنعه من إنجاز قصيدة واضحة المعاني. ديوانه «الخريف هنا، ساحرٌ وكبير» خطوة جديدة في تجربة الشاعر السوري الذي يحوّل مذاقات اللغة اليومية إلى منجزات شخصية
يزن الحاج

في مجموعته الجديدة «الخريف، هنا، ساحرٌ وكبير» (الصادرة بالعربيّة والإيطاليّة عن «دار إل سيرنته» – 2013)، يواصل جولان حاجي (1977) مشروعه الشعري الذي بدأ منذ باكورته «نادى في الظّلمات» (2006). جولان صاحب تجربةٍ خاصّة في الشعر السوري، كانت اللغة فيها المكون الأساسي، مبتعداً عن التقييدات التي التصقت بمعظم مجايليه الذين انحازوا إلى «القصيدة اليومية» ورموزها. وبرغم «الاتّهامات» الجاهزة التي حاول فيها البعض تأطير شعر جولان (سليم بركات كمرجعية شعرية كردية من جهة، أو التأثر بالشعر الأوروبي والأميركي بحكم اطّلاع الشاعر عليهما في ترجماته المتفرّقة المنشورة)، إلا أنّ المتتبّع لهذه التجربة يستطيع التقاط خصوصيّتها التي تنأى عن التصنيفات السائدة.
منذ البداية، استندت تجربة جولان الشعرية الى تجسير الهوة بين الشفهي والكتابي. ثمّة ظلالٌ للترجمة في شعره تتبدّى واضحةً في معظم القصائد؛ ليست الترجمة الاعتيادية بحرفيّتها، بل معناها الضمني الذي كان يشير إليه الشاعر في حواراتٍ عديدة (كلّ كتابة هي ترجمة). الترجمة كعملية نقل بدرجات متعدّدة: نقل الكلمات من المخيّلة/ العقل إلى الورق، نقل المفردات وتحويلها من لغةٍ إلى لغة، ونقل القصيدة/ الحياة من عالمٍ واقعيّ إلى عالم مواز آخر يهرب ويلتجئ إليه، تكون فيه «كاف» التشبيه هي الأداة المحوريّة في القصيدة.
عبر هذا النّقل، تتحرّك قصيدة جولان مبتعدةً عن التقييدات وضيق «اليوميّ» والهويّة واللغة، إلى رحابة فضاء القصيدة. ليس ثمة مكان للثبات في قصيدة حاجي؛ الواقع دوماً مؤقّت، ولا بدّ من ارتحال (مادي أو مجازي) لتكتمل القصيدة. الخوف (السّمة الوحيدة الثابتة في قصائد هذه المجموعة) وعدم الاستقرار هما أداتا الشاعر في التعبير عن ضيق المكان، أيّ مكان، وهو ما يجعل شعر جولان، عموماً، ملغّماً دوماً بالدلالات التي تُربك المتلقّي. وهنا تكمن صعوبة ولذّة هذه القصائد: «لا أخاف أن لا أُفهَم بل أخاف أن لا أُحَبّ». هذا الاضطراب الشخصي والشعري يتبدّى بشكل أكثر وضوحاً في الترجمة الإنكليزيّة لشعر جولان حاجي الذي يشارك معظم الأحيان في ترجمة هذه القصائد بصحبة أصدقاء آخرين. نجد القصائد أكثر «استقراراً»، حيث يُعيد الشاعر كتابة القصائد، ورسم عالمها، وضبط اتجاه بوصلتها.
يشترك جولان مع شعراء «القصيدة اليوميّة» في نقطة الانطلاق، أي عالم الظّلال والأصداء والهامش، لكنّه يفترق عنهم في التأكيد على قضيّة «الأَجْنَبَة» (لو استعرنا مصطلح آلان باديو) في القصيدة. المفردات لا تكتفي بدلالاتها المباشرة، بل تكتمل بظلال معناها، ومرورها بهذه المرحلة «الأجنبيّة» المؤقّتة التي تكون حدّاً فاصلاً بين العالم الواقعي والعالم الشعري، وتتمثّل دوماً بالمرآة (أداة شعريّة دائمة الحضور في قصائد هذه المجموعة والمجموعات السابقة). المرآة كحاجزٍ بين دلالتين وحالتين تفضي إحداهما إلى الأخرى بالضرورة في معادلةٍ دائمة، يكون أحد طرفيها الخوف: «كعدوَّيْن قديمين/ ستحدّق عيناك في عينيك».
يتماهى جولان مع شخوص قصائده لا ليحاول كسر رتابة القصيدة فحسب، بل لرسم ملامح مكان دائم ما بعيداً عن الأمكنة المؤقّتة التي تؤرّق الشّاعر وقصيدته. تكتسب هذه الشّخوص صفات شاعرها (خائفة، متردّدة، غير راضية) من دون أن تنسى تكريس حياةٍ مستقلّة لها بعيداً عن عزلة شاعرها وصقيع نهاياته.
ثمّة حضورٌ شفيفٌ للطبيعة في قصائد المجموعة، لكنّه كأي عنصرٍ آخر في القصائد، يرتدي ثوباً شعرياً جديداً بمعانٍ مُبتكرَة وصور جديدة. ولا بدّ من التأكيد على أهميّة هذا العنصر في شعر جولان حاجي؛ أي الابتكاريّة في خلق الصّور والعوالم المتعدّدة في جسد القصائد، مع وجود علاماتٍ ثابتةٍ دوماً: فالدّم صدأ، والشفتان مشقّقتان، والأشياء توّاقةٌ دوماً للعودة إلى أصلها.
تشترك مجموعة «الخريف، هنا، ساحرٌ وكبير» مع مجموعات جولان السابقة في هذه العلامات الشعرية الثابتة، لكنّها تفترق عنها بكونها أكثر كمالاً لناحية الصّورة والأفق، عدا كون قصائدها أكثر استقلاليّة، بمعنى خصوصيّة كلّ قصيدة بحدّ ذاتها، الأمر الذي كان أقلّ وضوحاً في معظم قصائد مجموعتَيْ «نادى في الظّلمات» (2006)، و«ثمّة من يراك وحشاً» (2008). أخيراً، ليست هذه المجموعة التجربة الأولى لحاجي في تجاور القصيدة ذاتها بلغتين مختلفتين، إذ سبقتها مجموعة «اخترتُ أن أسمع» (2011)، عدا قصائد مترجَمة متفرّقة أخرى بعددٍ من اللغات في منابر عديدة مثل «جدليّة»، «وولف»، و«كلمات بلا حدود».

Categorie
9788887847253 Altriarabi Articoli Press Shafee

Graphic Novelist Magdy El Shafee Arrested Near Clashes

| Arabic Literature | Sabato 20 aprile 2013 | Mlynxqualey |

According to multiple sources, Magdy El Shafee was one of 39 arrested yesterday at Abdel Moneim Riyadh Square: Youm7 reported that El Shafee — godfather of the Egyptian graphic novel, who faced trials and other hurdles for his ground-breaking Metro – was arrested when he went down to try to stop the clashes yesterday. He was apparently arrested at random.
Dar Merit Publisher Mohammad Hashem said on Facebook that El Shafee was accused of perpetrating violence. Al Mogaz quoted author Mohammad Fathi as saying El Shafee didn’t try to escape from police “because he didn’t do anything.”
Other novelists said on Facebook that El Shafee was being interrogated today at Abdeen Court. It also appeared El Shafee may have been injured in the clashes.

Categorie
9788887847147 Altriarabi Articoli Press Khamissi

Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSAmed | Mercoledì 5 dicembre 2012 | Luciana Borsatti |

”Gli Stati Uniti e l’Europa, che hanno sostenuto Morsi, devono ora mandargli un messaggio chiaro: che sono contrari ad un colpo di stato come quello che sta compiendo”. Khaled Al Khamissi – scrittore noto per il suo best-seller ”Taxi”, tradotto in più’ lingue – non usa mezzi termini sulle responsabilità dell’Occidente nella deriva che l’Egitto ha preso in questi mesi, con gli ultimi colpi di mano del presidente Mohamed Morsi sul piano istituzionale ed i sanguinosi scontri di piazza tra suoi oppositori e sostenitori.

Gli Stati Uniti in particolare, sottolinea in un’intervista ad ANSAmed, hanno grandi responsabilità nell’aver sostenuto il presidente espresso dai Fratelli Musulmani. La sua elezione e’ stata il punto di arrivo, osserva, di una transizione affidata all’esercito e rivelatasi ”disastrosa” per l’Egitto. Negli ultimi mesi Morsi ha infatti portato avanti ”un coup d’etat”, denuncia, contro gli altri poteri dello stato e le altre forze politiche. Insieme ai Fratelli Musulmani, ”ha preso tutti i poteri nelle sue mani e provocato una vera e propria battaglia nelle strade del Paese. Il regime ha perso ogni legittimità e quella di questi giorni e’ una situazione di vero e proprio scontro con il popolo egiziano”. Uno scontro in cui vi sono stati anche i morti di stasera, ma anche gesti come quelli di un attivista dei Fratelli Musulmani che – riferisce dalla sua casa del Cairo, mentre si prepara a tornare anche lui a manifestare – avrebbe addirittura tagliato un orecchio ad un oppositore.

Eppure vi sono state delle aperture da parte dell’entourage di Morsi alle istanze dell’opposizione, come si possono valutare? ”Noi vogliamo fatti, non parole – risponde al Khamissi, che in Taxi raccolse gli umori dell’uomo della strada del Cairo prima della rivoluzione -. Anche prima Morsi aveva promesso che ci sarebbe stata una nuova Costituzione condivisa da tutti, e cosi’ non e’ stato”. Eppure, Morsi ha avuto l’appoggio del voto popolare alle elezioni. ”Dovete riconsiderare questa idea del voto – rilancia – io non ho votato, e cosi’ molti altri, perché non potevamo accettare di dover scegliere tra un candidato dei Fratelli Musulmani ed un uomo come Shafik, del vecchio regime di Mubarak”. E chi ha votato per Morsi lo ha fatto proprio perché’ non voleva Shafik, aggiunge, oppure per avere il ”denaro” che i Fratelli Musulmani potevano garantire loro.

Ma ora Europa e Stati Uniti non possono stare a guardare e ”devono parlare chiaro – conclude lo scrittore -. Deve ripartire il dialogo con gli altri partiti politici per una transizione pacifica e per una nuova Costituzione di tutti”.

Categorie
9788887847161 Altriarabi Articoli Press Saadawi Recensioni

“L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affrica | Venerdì 23 marzo 2012 | Marisa Fois |

C’è un re, di cui si festeggia il compleanno e la notizia sul giornale, in prima pagina, a caratteri cubitali, accompagnata da una fotografia a grandezza naturale di Sua Maestà, ne offusca un’altra: “Donna partita e mai più tornata”.
Lì, in quel Paese non ben definito, ma che ha caratteristiche ben precise – autoritario, ricco, autoreferenziale – “non era mai successo che una donna fosse uscita e non fosse più tornata. L’uomo, invece, poteva partire e non tornare per sette anni e, solo dopo questo periodo, la moglie aveva il diritto di chiedere la separazione”. La donna scomparsa era un’archeologa e “aveva una passione per la ricerca delle mummie, una sorta di passatempo”, non indossava il velo, amava il suo lavoro, era emancipata. Perché è sparita? Qualcuno l’ha costretta o è stata una libera scelta? È davvero scomparsa?
L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi è una sorta di giallo introspettivo, che racconta la condizione femminile non solo nei Paesi autoritari, ma, in una prospettiva più ampia, in ogni società. Forse proprio questo ha spinto l’autrice – scrittrice e psichiatra, nonché una tra le più note militanti del femminismo internazionale –  a non utilizzare nomi, ma solo categorie (donne e uomini ) in modo che l’immedesimazione potesse risultare più semplice. Donne sottomesse al lavoro, donne che lavorano anche e più degli uomini ma senza uno stipendio, che viene invece pagato all’uomo che sta al loro fianco e con cui condividono il letto e la casa, a cui sono costrette a dire sempre di sì. Donne omologate.Donne dominate socialmente, economicamente e culturalmente. In più, le relazioni sociali sono influenzate anche dal petrolio e dalla sua potenza, che riduce l’intero Paese in schiavitù, dipendente da una forza esterna onnipresente.
Il librouscito in Egitto nel 2001, è stato subito censurato condannato dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tempi del petrolio” è, infatti, una critica diretta a Mubarak, allora saldamente al potere, e al suo governo, fortemente condizionato da ingerenze esterne. Ma è anche una critica a chi tenta di cancellare la storia (emblematico è il caso della trasformazione delle statue che rappresentano divinità femminili in divinità maschili),  alla scarsa collaborazione tra donne e alla loro paura di andare contro quello che ritengono un destino già scritto e immodificabile. La narrazione è come un viaggio onirico: l’archeologa alterna momenti di veglia al sogno, quasi per non essere assorbita da questa monarchia del petrolio.

Categorie
9788887847253 Altriarabi Press Shafee Recensioni

Strisce di rivolta: Egitto, giovani e fumetto, quando la denuncia si fa comic

| Rutin.it | Giovedì 6 ottobre 2011 | Jlenia Currò |

La primavera araba non è sinonimo della caducità delle stagioni. Simbolizza, piuttosto, la nascita di una rivoluzione contro i regimi. Dalle viscere della terra, non dal vertice delle piramidi, si è innalzato lo stelo della rivoluzione. Bandiere di libertà, come petali di fiori, si sono dispiegate sotto un cielo che ha implorato emancipazione dallo stato di oppressione. Il movimento di rivolta, in Egitto, è nato dal basso: la terra da cui sono sorti i metaforici fiori di libertà è il contesto omogeneo del web 2.0, dei social network, dei blog.
Il 18 gennaio 2011 non è stato un politico o una celebrità a denunciare, per mezzo di una pubblica dichiarazione, il regime di Hosni Mubarak. Il merito di avere acceso la miccia che ha infiammato la terra di Cheope è di Asmaa Mahfouz, una giovane donna egiziana che, quel giorno, ha postato su YouTube un video di denuncia contro il regime. Gli aggiornamenti su Facebook e Twitter si sono susseguiti con la rapidità di un anticorpo iniettato nel sangue. La volontà di segnalare e rendere noto lo stato di oppressione si è tradotta nel coraggio di mostrare al mondo quello che si era sempre saputo e che però era restato intrappolato nella diplomazia dei ‘piani alti’.
Anche per le strade del Cairo, la street art si fa portavoce delle novità che hanno interessato il Paese. Mummie riportate in vita sui muri delle vie egiziane non evocano ancestrali paure ma invocano la libertà.
Un medium con una naturale propensione a rappresentare gli impulsi, i desideri, le necessità la cui spinta proviene dal basso, dalla gente, è certamente il fumetto.
Della nona arte, infatti, si sono serviti gli artisti vicini alle idee dei ribelli contro il regime di Mubarak. Primo tra tutti Magdy El Shafee. La sua graphic novel Metro narra le vicende di un software designer, Shahib, nel realistico contesto di un Egitto vessato dai soprusi del regime.
Metro annuncia, profeticamente, quello che sarebbe stato, tre anni dopo, il dissenso manifestato dai ribelli. Le allusioni ad un sistema corrotto, al clientelismo, alla censura sono evidenti a tal punto che è proprio quest’ultima a colpire l’autore della graphic novel. Nel 2008 Magdy El Shafee è comparso davanti al tribunale del Cairo con l’accusa di avere prodotto materiale pornografico e di avere utilizzato un linguaggio eccessivamente volgare. Il fumetto, quindi, è stato ritirato dalle librerie del Cairo.
Risvegliare le coscienze in un sistema di oppressione non è lecito. Anche il solo uso del dialetto che parlano i personaggi di Metro non è ben visto dai sostenitori del regime. La scelta, infatti, non è casuale: il fumetto si serve della varietà dialettale come legittimazione di una società eterogenea, voltando le spalle all’esclusivo utilizzo dell’arabo Fusha, simbolo dell’unità del mondo arabo.
Più mezzi, dunque, volti a realizzare un unico obiettivo: documentare una inarrestabile pulsione di rivolta che, oggi, si è tradotta in azione concreta.
Il fumetto, ancora una volta, si presenta come un medium capace di rivolgersi al pubblico più disparato: oltre la letteratura, oltre la rappresentazione visiva, oggi strizza l’occhio agli ideali di libertà, si fa manifesto dell’esigenza di testimonianza e condivisione.

Categorie
9788887847253 Altriarabi Press Shafee Recensioni

Cenere sotto il tappeto

| PUB | Lunedì 19 settembre 2011 | Maddalena Sofia |

Metro è una graphic novel. Pubblicata per la prima volta nella primavera 2008 dalla casa editrice araba Melameh, viene censurata dopo pochissimo tempo dal Tribunale di Qasr el Nil de Il Cairo con l’accusa di contenere “immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”.
Un fumetto, una storia semplice, ricca di spunti di riflessione riguardo al mondo musulmano, o meglio, riguardo alla percezione che si ha di esso in quel che comunemente viene definito Occidente. Ma la lettura di Metro rappresenta anche un modo per avvicinarsi alle problematiche sociali, economiche e politiche che attanagliano i paesi islamici, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti riguardanti in particolare l’Egitto e la Libia.
Metro  è ambientato proprio in Egitto, al Cairo e fin dalle prime pagine l’autore racconta e mette in risalto la diffusa corruzione e lo sfruttamento dei più deboli da parte della classe politica.
L’incipit della storia è la rapina a una importante banca della capitale, ad opera di Shihab, il protagonista, e Mustafa, suo amico e collega. Sono entrambi ingegneri, lavorano in un ufficio di programmazione e hanno progettato un software per la sicurezza della metro e delle banche. I due contano di realizzarlo con l’aiuto di un finanziamento per poi venderlo e guadagnare un po’ di soldi. Ma le banche non finanziano il progetto perché sono corrotte e conniventi con personaggi politici di spicco che vorrebbero impossessarsi del software senza pagare e abusando del loro potere. Chiunque si offra di aiutare i due ragazzi viene messo fuori gioco con ricatti, violenze o assassinii: perciò i due protagonisti optano per la decisione estrema di rubare, atto quasi giustificato nel contesto della storia, come se fosse l’unica soluzione possibile per sfuggire a una dilagante povertà.
La chiave di volta nella storia è la figura di Dina, fidanzata di Shihab. È una giornalista cui è stato “ordinato” di coprire i misfatti della classe politica e la corruzione dello Stato. Si evince che in Egitto la stampa è ancora molto controllata e manipolata dalla classe dirigente, ma la voglia di riscatto è più forte e allora lei decide di pubblicare un articolo nel quale racconta la verità su quel che c’è dietro la faccenda del software, senza menzionare la rapina: Shihab inizialmente si oppone a questa scelta per paura di essere scoperto, ma poi si ricrede ed è proprio Dina a fargli capire l’importanza di rendere pubblici i loschi meccanismi sottesi ai giochi di potere. In parte a causa di queste rivelazioni, scoppierà una rivolta a Il Cairo, sintomo del malcontento diffuso del popolo.
Dina è un personaggio centrale nella storia e si carica ancora di maggiore importanza perché si tratta di una donna; a dispetto di qualsiasi stereotipo legato all’Islam, Dina appare emancipata e impegnata politicamente, al contrario di quello che si potrebbe pensare delle donne musulmane, associate molto spesso all’immagine di vittime impotenti degli uomini, obbligate a mortificare il proprio corpo indossando il burqa.
L’autore utilizza un approccio originale e molto realistico nelle scelte editoriali: l’uso delle piante metropolitane, che raffigurano lo spazio de Il Cairo per renderne meglio l’idea, e l’uso del dialetto egiziano, sdoganato da Internet, sono due elementi che fanno presa diretta con i lettori. Danno un’idea di concretezza, ci mettono di fronte a una città e a un popolo come essi sono davvero.
L’intenzione editoriale è quella di allontanare il più possibile concezioni ancora legate all’esotismo: il mondo arabo in generale e quello egiziano in particolare, non è fatto solo di piramidi, cammelli e cose del genere.
Da Metro  si evince, invece, che l’uso delle tecnologie avanzate non è più esclusiva dell’“uomo bianco”: l’Egitto è un Paese raffinato da un punto di vista mediatico e i personaggi sono perfettamente a loro agio nel rapporto con la tecnologia.
Una cosa che sorprende nel fumetto è l’assenza della religione, contrariamente alla comune concezione occidentale, che vorrebbe i musulmani quasi ossessionati dal loro dio fino a spingerli a compiere atti irrazionali.
Lungi dall’essere considerato precursore delle rivolte consumatesi in Egitto e Libia, Metro si pone soltanto come spunto di riflessione per presentare il mondo arabo contemporaneo scevro da qualsiasi preconcetto e per analizzare più da vicino una situazione sociale, economica e politica a lungo covata, di cui i disordini in atto sono solo la punta dell’iceberg. In effetti, anche nel racconto, la rivolta non cambia uno stato di cose, che potrebbe essere modificato soltanto con una consapevolezza reale e aderente alla cultura di quei paesi. Alla fine della storia resta tutto uguale: la rivolta viene prevedibilmente repressa dall’Hagg Khader, il partito egiziano di maggioranza, che, in caso di disordini, paga gente per picchiare chi manifesta contro lo Stato e l’autore inserisce un colpo di scena finale, un ennesimo atto di disonestà, che condannerà Shihab ad essere abbandonato al proprio destino.

Magdy El Shafee nasce in Libia, nel 1961; comincia la sua carriera nel 2001, come illustratore e fumettista in occasione del Comic Workshop Egypt, tenutosi presso l’Università Americana de Il Cairo.
Fin dagli esordi, le sue opere ricalcano temi sociali della vita quotidiana della capitale egiziana, ma toccano anche argomenti spiccatamente legati alla politica, all’economia, alla povertà.
Metro viene pubblicato per la prima volta nel 2008 in Egitto; esso procura all’autore un processo e una condanna alla distruzione di tutte le copie e al pagamento di una salata ammenda. La motivazione ufficiale del sequestro è quella di aver usato un linguaggio troppo spinto, ma i veri motivi sembrano essere la critica radicale al governo e alla corruzione politica.
Il processo a Magdy El Shafee e al suo editore, Mohamed Sharqawi, ha avuto una grande risonanza, fino alla pubblicazione di Metro in Italia nel 2010 all’interno della collana Altriarabi da parte della casa editrice Il Sirente; altre pubblicazioni sono previste all’inizio del 2012 in Francia e in Inghilterra.

Categorie
9788887847147 Altriarabi Articoli Press Khamissi

Riva Sud

La Repubblica | Domenica 28 agosto 2011 | Sara Scheggia |

Taxi, vicoli, condomini. E il deserto. Sono i luoghi del Maghreb, quelli che hanno tenuto calde, sotto la cenere, le rivolte esplose quest’anno. Descritti da autori egiziani ed algerini, diventeranno teatro in uno spazio che si apre al pubblico per la prima volta: il cortile della comunità minorile di via del Pratello. In quel luogo, dove i ragazzi hanno creato un giardino «segreto» di piante officinali, verrà ospitato da domani «Riva Sud Mediterraneo», rassegna di teatro, voci e musiche che, oltre alla compagnia del Pratello diretta da Paolo Bili, vedrà protagoniste anche altre realtà cittadine. Si tratta di Tra un atto e l’altro, Teatrino Clandestino, Lalage Teatro e Medinsud, che curerà l’accompagnamento musicale: insieme ad attori profondamente diversi ma tutti radicatia Bologna, come Angela Malfitano, Francesca Mazza, Fiorenza Menni, Luciano Manzalini e Maurizio Cardillo, metteranno in scena sei spettacoli per raccontare le primavere arabe dei mesi scorsi. Ogni serata, inoltre, sarà introdotta da un intervento sulla situazione geo-politica in corso, con gli storici Gianni Sofri e Luca Alessandrini, e lo scrittore algerino residente a Ravenna Tahar Lamri.

«Il risultato prodotto da attività come queste – spiega Giuseppe Centomani, dirigente del Centro di giustizia minorile dell’Emilia Romagna – vale il prezzo da pagare, cioè il rischio di fughe o l’incremento dei controlli.

In più, molti ragazzi del carcere e della comunità sono di origine magrebina: è importante condividere riflessioni sul loro mondo». Il riferimento è a qualche mese fa, quando un detenuto del carcere della Dozza è evaso durante le prove di uno spettacolo teatrale.

«I minori che seguiamo rispondono bene alle manifestazioni esterne – osserva Lorenzo Roccaro, direttore della Comunità Pubblica di via del Pratello 38, da cui passano almeno 130 ragazzi all’anno – Ora apriranno le porte della loro casa al pubblico: li aiuterà a percepire la comunità come una vera residenza in cui accogliere ospiti». Riva Sud Mediterraneo, sostenuta da Legacoop e Unipol e dai contributi degli osti della strada, partirà domani con «Voci dai taxi del Cairo. Oggi». Uno spettacolo interpretato dai ragazzi della compagnia del Pratello, tratto dal romanzo dell’egiziano Khaled Al Khamissi, che mixa monologhi e dialoghi dei tassisti del Cairo.

Categorie
9788887847253 Altriarabi Articoli Press Shafee Recensioni

Magdi El Shafee – Metro (recensione di Giulia De Martino)

Scritti d’Africa | Sabato 18 giugno 2011 | Giulia De Martino |

Questa volta parliamo di un graphic novel, un fumetto insomma. Balzato alle cronache, letterarie e non, italiane per un doppio motivo. Il primo riguarda la censura e il processo affrontati da autore ed editore, condannati, oltre che ad una ammenda pecuniaria, alla distruzione dell’opera che non può più circolare in Egitto. Il secondo ha a che fare con quanto sta accadendo, in questi giorni, al popolo egiziano: la presa di coscienza che ha portato tutti per strada a reclamare la fine della dittatura di Mubarak e l’instaurazione di un regime democratico che garantisca libertà, diritti sociali e politici. Ebbene, questo fumetto, basta sfogliarlo soltanto, sembra una anticipazione di questi avvenimenti, con protagonisti proprio quei giovani che stanno riempiendo le strade del Cairo.
Credo sia doveroso dire che qualche altra anticipazione, su che aria tirava al Cairo, l’avevamo già avuta in due libri. Taxi di Al-KhamissiEssere Abbas al- Abd di Ahmad al-Aidy ci avevano presentato questa città caotica e contraddittoria, nevrotica e appiattita su modelli culturali voluti dal regime, con tanta gente ai margini, ma desiderosa di far sentire la propria voce, in mezzo ad una tensione tale da far supporre che la tradizionale rassegnazione stesse per scoppiare.
Magdy el-Shafee ci rappresenta tutto questo, scrivendo il primo graphic novel del mondo arabo, proponendo una creazione originale nella grafica  e nei contenuti. Hugo Pratt, il suo modello, confessa in molte interviste l’autore, intervenuto in Italia, al Salone del fumetto. Ci ha messo dentro tutto il suo amore per il disegno e per la libertà: come molti giovani egiziani è un blogger( così anche il suo editore finito in carcere per i fatti del 6 aprile 2008) attivista nel movimento per il cambiamento democratico dell’Egitto.
Protagonista è il giovane ingegnere Shihab, piccolo genio informatico, prototipo di quella gioventù che ha studiato, è capace e intelligente, ma non ha nessuna chance di farcela in una società dalla scarsa mobilità sociale e non interessata ai meriti di chi vuole progredire per sé e per il paese. Domina dappertutto il “sistema”: ovvero la corruzione, le consorterie del parentado e del potere, la rapacità di banchieri, uomini d’affari e poliziotti, pronti a sbranarsi tra di loro o a proteggersi, a seconda delle convenienze. Shihab ha tentato di inserirsi in un affare più grosso di lui, con il risultato di non riuscire più a scrollarsi di dosso i debiti contratti con uno strozzino, ammanicato con pezzi grossi. Ha pensato di uscirne fuori, rubando in una banca, con l’aiuto dell’amico Mustafa, i misteriosi soldi di una valigetta  che doveva, invece restare segreta. Ha scoperto un vero e proprio complotto, ordito ai danni di un uomo d’affari che, dopo avere diviso un cammino di nefandezze con i suoi soci, disgustato aveva deciso di smetterla, provocandone l’ira omicida. Ma la trama non sta tutta qui nel thriller, perché dentro c’è anche il tradimento dell’amico Mustafa, frequentato sin dai tempi della scuola, proveniente da una famiglia povera, in cui una madre disperata se la prende con i figli che non riescono a lavorare. L’uno, Wael, si arrangia cantando alle feste, sognando di girare un memorabile videoclip, da cui trarre fama e soldi e intanto accetta i soldi del partito al potere per picchiare, come infiltrato, i manifestanti delle rivolte del pane dell’aprile 2008. L’altro, Mustafa, ruba i soldi a Shihab, stravolgendo le parole dell’amico sui modi per uscire dalla trappola in cui tutti sono relegati, ma lo fa dopo la morte del fratello alla manifestazione, quando si accorge che ai politici non gliene importa proprio niente che Wael sia morto per loro.
E c’è anche l’amore per la bella, generosa, rivoluzionaria giornalista Dina, che di manifestazioni non se ne perde una, decisa a lottare con gli altri, perché fermi e zitti non si può più stare; Shihab è un disilluso che gioca a fare il cinico, ma l’affetto disinteressato della ragazza è uno spiraglio di luce e di futuro, forse il giovane finirà per darle retta.
Su tutto domina la città, rappresentata di sopra e di sotto: gran parte della storia si svolge nei vagoni metropolitani o nelle stazioni, alcune chiamate con i nomi di Nasser, Sadat e Mubarak e ironicamente accompagnate da frasi famose dei leader egiziani. Nei disegni, come nei quadri di Bosch, si svolgono tutta una serie di storie minori, quella del vecchio Wannas, un po’ cristiano e un po’ musulmano quando si tratta di acchiappare elemosine, o della zia di Shihab, che è anche indovina, o ancora un ragazzino beccato da un controllore senza biglietto, un trasloco, un casermone rappresentato con tutte le voci delle famiglie che si lamentano di tutti i mille problemi della miseria.
Affresco affascinante e originale, condotto con un disegno in bianco e nero, parte da un contorno netto che si fa sempre più sfumato, quasi che alla dissoluzione del disegno corrisponda il dissolvimento di questa megalopoli, inghiottita dalla mancanza di futuro e di speranza.”Le persone vivono come anestetizzate. Non c’è niente che le colpisca. Per quante cose possano vedere alla fine diranno sempre: fratello, questo è pur sempre il mio paese…” dice ad un certo punto Shihab. Presente nel testo pure un duro attacco ai media, accodati al regime e ad un criterio falso di verità. Solo i giovani bloggers egiziani hanno saputo rompere questo imbambolamento delle coscienze.
Eccellente la traduzione di Ernesto Pagano, perché sappiamo che il testo si esprime in un dialetto egiziano crudo e popolare, su cui già si era esercitato il traduttore in Taxi. Plaudiamo anche alla scelta di lasciare le tavole del fumetto nella lettura da destra a sinistra , cominciando la storia dall’ultima pagina,  come in un testo arabo, per non stravolgere i disegni originali: una piccola fatica in più per i nostri occhi addomesticati all’uso consueto, ma che vale la pena di affrontare per un godimento assicurato.

Categorie
9788887847147 Altriarabi Articoli Press Khamissi Recensioni

Khaled Al Khamissi, Taxi

Gruppo di lettura | Mercoledì 8 giugno 2011 |  |

In  tempi di “Primavera araba” perché non leggere qualcosa che ci aiuti a sentire più da vicino i problemi che da mesi spingono moltissimi nordafricani dell’area mediterranea e  abitanti del Medio e vicino Oriente  a scendere in piazza e a lottare per conquistare il diritto alla libertà, nella speranza di vivere in paesi di reale democrazia?
È stato bello vedere tanti giovani e tra loro tante donne manifestare in marce e cortei, riempire piazza Tahir, incuranti degli atti di repressione di quei governi che vogliono cancellare. E in Tunisia e in Egitto si è già arrivati ad un cambiamento, in altri si lotta ancora con esiti incerti.
Tahar Ben Jelloun ha già pubblicato presso Bompiani La rivoluzione dei gelsomini, in cui con lucidità e semplicità spiega che cosa è accaduto, cosa sta accadendo e cosa accadrà. “Cadono dei muri di Berlino”-dice l’autore- e niente dopo questi fatti sarà più come prima nel mondo arabo. Questi paesi stanno scoprendo, hanno scoperto e rivendicheranno d’ora in poi, il valore e l’autonomia dell’individuo in quanto cittadino”.
Ma non voglio parlare  di questo libro che non ho ancora letto, ma piuttosto di un libro di Khaled Al Khamissi, intitolato Taxi “e che ha come sottotitolo “Le strade del Cairo si raccontano”.
E’ stato pubblicato nel 2008 dalla casa editrice abruzzese, il Sirente, che  ha così inaugurato  la collana Altriarabi, con l’intento di  favorire, al di là dei soliti pregiudizi, ”una conoscenza diretta tra i popoli senza filtri, neanche linguistici”.
La lettura di questo libro, che non si può definire romanzo,  né inchiesta giornalistica, ci aiuta a capire quali sono le ragioni che hanno portato alla  recente rivolta in Egitto.
Originale è l’idea di far conoscere una città come il Cairo attraverso l’abitacolo di un taxi, anzi dei tanti taxi presenti. Pare siano 220.000 i tassisti abusivi e 80.000 regolari: è vero che il Cairo è la città più popolosa dell’Egitto con circa 8 milioni di abitanti e oltre 15 milioni dell’area metropolitana e del governatorato omonimo È vero che è anche la più grande città dell’intera Africa e del Vicino Oriente e la dodicesima metropoli in ordine di popolazione al mondo, ma i tassisti sono comunque tanti.
Tanti e molto diversi tra loro: analfabeti e diplomati o laureati,sognatori e falliti, a volte costretti a lavorare giorno e notte con scarsa remunerazione, onesti e ingenui, ma anche capaci di truffare il cliente, a volte disperati, qualcuno  idiota. Ed eccoli muoversi nel caotico traffico della capitale nel caldo, tra la folla e il sottofondo assordante dei clacson nei loro taxi , macchine nere a strisce bianche, spesso carcasse  da rottamare, e chiacchierare con il cliente che è a bordo.
Da queste conversazioni in 220 pagine  vengono fuori 58 brevi racconti, che finiscono per essere un vero documento di vita quotidiana , denuncia ingenua, ma anche ironica e caustica del malessere sociale di un popolo impoverito e  disilluso.
In esergo Al Kamissi, egiziano laureato in scienze politiche alla Sorbona, scrive: “regalo questo libro alla vita che abita nelle parole delle persone semplici. Nella speranza che ingoi il vuoto che da anni dimora dentro di noi”.
In ogni capitolo il protagonista è quel tassista di cui conosciamo particolari della sua vita personale, ma anche, ai limiti della censura,  il suo pensiero riguardo alla politica, alla religione, alla società.

Il taxi diviene, dunque,  il luogo del confronto in cui si rispecchia la coscienza collettiva e i tassisti, come si dice nella copertina  del libro , “sono amabili cantastorie che, con disinvoltura, conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto  dei nostri giorni”, quello che ha riempito le piazze  in questo inizio del 2011 e che ha portato alla caduta di Mubarak, che deteneva il potere da 30 anni.
Il quadro è quello di un Egitto sull’orlo della bancarotta, in cui la corruzione è generalizzata, in crisi morale diffusa, in cui ogni giorno si lotta per la sopravvivenza nella indifferenza delle istituzioni. Raccolgo qualche frase qua e là dai 58 racconti, che per la diversità dei punti di vista raffigurano perfettamente il mondo arabo contemporaneo, come sottolinea lo stesso Al Khamissi nell’introduzione.
Tanti i discorsi seri dei tassisti, che a volte raccontano anche barzellette divertenti, ma amare.
“La corruzione è al massimo” […]  ”la giungla è il paradiso rispetto a noi”… qual è la soluzione per sopravvivere?  o vai a rubare o cominci a domandare mazzette o lavori tutto il giorno… la malnutrizione è così diffusa che il 10% dei bambini egiziani del Said soffrono di ritardo mentale.”.
Secondo i dati della Banca Mondiale il 58 % degli egiziani vive  infatti con due dollari al giorno sotto la linea della povertà, mentre il 5% dei 75 milioni  di egiziani sono ricchissimi e indifferenti alle condizioni generali della popolazione.
“Chi non è diventato pezzente con Mubarak non lo diventerà mai” dice uno di loro.
“Il discorso della partecipazione politica è una barzelletta di quelle tristi, ma tristi davvero”…
“Abbiamo già provato tutto. Provammo il re e non fuzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti… alla fine siamo arrivati al capitalismo che però ha il  monopolio, il settore pubblico che scoppia, la dittatura e lo stato di emergenza. E ci hanno fatto diventare un poco americani e tra poco pure israeliani; e allora perché non proviamo pure i Fratelli Musulmani?”
“E poi questi americani non si capiscono proprio: aiutano Mubarak, aiutano i Fratelli Musulmani, aiutano i copti espatriati che fanno un casino da pazzi. Poi sborsano i soldi all’Arabia Saudita, che a sua volta sborsa soldi ai fondamentalisti islmici ,che a loro volta finanziano gli attentati contro, diciamo, gli americani”…
Un altro: “Il mondo ormai… sono tutti pesci che si mangiano tra di  loro. Grosso o piccirillo, tutti quanti si magnano l’uno con l’altro”
Un altro ancora: “In Egitto l’essere umano è come la polvere in un bicchiere crepato. Il bicchiere si può rompere in un niente e la polvere vola via. Impossibile raccoglierla e pure inutile: è solo un po’ di polvere. L’uomo in questo paese è così… non vale niente
Come ci ricorda il traduttore, Ernesto Pagano, “è il primo libro scritto per tre quarti in dialetto, quindi di non facile traducibilità. Per questo la parlata colloquiale dei tassisti è stata talvolta colorata da espressioni dialettali meridionali, per lo più napoletane.”

Categorie
9788887847253 Altriarabi Press Shafee Recensioni Video

Questo libro contiene immagini e personaggi che somigliano a uomini e politici realmente esistenti

| TG3 | Venerdì 1 aprile 2011 | Romana Fabrizi |

Tradotto in italiano poco prima di essere censurato e ritirato dalle librerie in Egitto, “Metro” è un fumetto che ha denunciato la vigilia della rivolta, la crisi della società civile sotto Mubarak, dando il via alla liberalizzazione della cultura. Sentiamo Romana Fabrizi.
“Questo libro contiene immagini e personaggi che somigliano a uomini e politici realmente esistenti”. È la frase sulla quarta di copertina di “Metro”, libro a fumetti di Magdy El Shafee. La frase non è di presentazione ma di recensione, ricalca la sentenza del tribunale del Cairo che ha censurato e ritirato il libro. Romanzo politico, metropolitano che denuncia con disegni taglienti come lame corruzione e clientelismo in Egitto. Racconta la storia di alcuni blogger egiziani, le ingiustizie, la crisi finanziaria e sociale, si lega alle radici della rivolta contro Mubarak.
Arrivato in Italia prima di essere sequestrato, si legge al contrario come i giornali arabi, cominciando dall’ultima pagina. Denuncia la natura dispotica del regime, un attimo prima che cominci la rivolta il 25 gennaio 2011 quando la società civile manifesta per le strade d’Egitto come non si era mai visto negli ultimi 30 anni, fino alla caduta di Mubarak.
Il fumetto è solo per grandi, specifica l’autore nell’edizione araba, in realtà solo per pochi, per chi è riuscito a comprarlo prima che venisse ritirato dalle librerie del Cairo.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=xAombu2Co_o]

Categorie
9788887847253 Altriarabi Articoli Press Shafee Recensioni

Magdy El Shafee, “METRO”

L’indice dei libri del mese | Aprile 2011 | Maria Elena Ingianni |

Prendete un pezzo di formaggio, se è scadente non importa, ciò che conta è l’odore, che deve essere intenso. Non vi serve per calmare frettolosamente una fame improvvisa: il vostro scopo è quello di catturare un topolino che avete visto nascondersi dietro la credenza della cucina. A ben pensarci voi non lo temete su serio, quel piccolo roditore e, in fondo, neppure vi dà così fastidio. Che cosa provate, dunque, a cattura riuscita? Soddisfazione, eccitazione, disgusto? E se, diversamente, foste voi il topo in trappola? Se risvegliandovi da un brutto sogno notaste che il vostro corpo è ricoperto di un pelo irto e grigio e che il mondo che avete davanti, a lato e dietro è fatto solo di sbarrette di metallo? Questa è la condizione in cui si sente di vivere Shihab, il protagonista di Metro, il graphic novel egiziano che è costato all’autore, Magdy El Shafee, un processo conclusosi con una condanna alla distruzione di tutte le copie, nonché al pagamento di un’ammenda.
Attraverso Shihab, giovane software designer che per pagare un debito organizza una rapina in bance, Magdy, contestatore del regime di Mubarak, denuncia il clima di corruzione della politica egiziana senza tacere i nomi degli oppositori, e racconta i sentimenti che animano i giovani egiziani, trasformandoli in immagini. Non è più soltanto la parola a farsi protesta: il tratto sapiente e sconsiderato dell’autore squarcia il velo di Maya, dietro il quale si nasconde la tirannia. Il lettore vede i volti degli accusati, li riconosce, identificando a sua volta se stesso nell’oppresso, che parla e, quindi, legge in ammeya, ovvero nel dialetto. Agnizione che diventa conoscenza e, di qui, moto di ribellione. Il filo di Arianna su cui si muove la storia di Shihab è la linea rossa della metro del Cairo. Si attraversa il traffico della “umm al-Dumnia”, la madre del mondo, come la chiamano affettuosamente gli egiziani, si entra nelle botteghe, si conversa con il popolo, ci si scontra con lo sguardo cieco, il sorriso dei vecchi e la rassegnazione al fatto che l’assicurazione sanitaria per gli ultimi non esiste. Shihab è un ragazzo in trappola, confinato a sopravvivere dentro le mura del popolo suddito, in una condizione di metaforica prigionia sociale che descrive con queste parole: “Per te il pezzo di formaggio è un telefonino nuovo. Per il ricco è una bella sventola e la bella sventola corre dietro a una BMW ultimo medello. Il pezzo di formaggio cresce fino a diventare un castello a Sharm el-Sheikh o una yacht ormeggiato nel porto di Marina (…) Quello che conta è che tutti restino occupati a rincorrere il loro formaggio senza pensare a nient’altro”.
Accattivante, ingegnosa, dissacrante, sporca e nervosa, la mano di Magdy El Shafee freme sulla pagina, nell’impeto proprio di una generazione che non vuole cedere i propri sogni all’arrendevolezza a cui è stata educata. Se fino a due mesi fa questo graphic novel sembrava esprimere l’urlo isolato di un ribelle, adesso sappiamo che i topi non inseguono più solo il pezzo di formaggio, ma sanno anche salire sulla metro e non scendere alla fermata Mubarak.

Categorie
9788887847253 Altriarabi Articoli Interviste Press Shafee Recensioni Video

Una matita per la libertà

| TG3 Mediterraneo | Domenica 27 marzo 2011 | Roberto Alajmo |

Tradotto in italiano poco prima di essere censurato e ritirato dalle librerie in Egitto, “Metro” è un fumetto che ha denunciato la vigilia della rivolta, la crisi della società civile sotto Mubarak, dando il via alla liberalizzazione della cultura. Sentiamo Roberto Alajmo.
“Questo libro contiene immagini e personaggi che somigliano a uomini e politici realmente esistenti”. È la frase sulla quarta di copertina di “Metro”, libro a fumetti di Magdy El Shafee.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=wCtw85f1X1s]

Categorie
9788887847253 Altriarabi Articoli Press Shafee Recensioni

Magdi el Shafee, “Metro”

| Internazionale | Venerdì 25 marzo 2011 | Francesco Boille |

El Shafee vive in Egitto ma è mentalmente cosmopolita, infatti subisce le influenze più varie: Hugo Pratt (di cui è innamorato), i supereroi statunitensi o i manga, di cui questo libro propone, oltre a un’influenza stilistica, la struttura editoriale e la lettura da sinistra verso destra per le singole tavole. Autore ed editore locale sono stati perseguitati e censurati in patria, condannati a pagare una multa salata e a distruggere tutte le copie del libro per presunte scene di sesso e riferimenti a politici. Non è strano. La sfida-messaggio dell’autore è di liberarsi dalla corruzione, materiale e spirituale, che è in tutti noi (e che riguarda anche l’Italia), liberarsi da questa prigione mentale e appropriarsi con avidità di tutte le opportunità che offre la democrazia. Magdi deve lavorare ancora per trovare un equilibrio tra immediatezza (che lo rende pericoloso per il potere) e profondità, nella chiarezza della costruzione delle tavole e nell’amalgama delle influenze (talvolta sorprendenti) e degli stili (dal realismo all’umorismo: in quest’ultimo il disegno eccelle, El Shafee è infatti un vignettista umoristico). Ma il lettore avrà una radiografia della situazione in Egitto incredibilmente precisa, narrata in modo rapsodico.

Categorie
9788887847253 Altriarabi Articoli Press Shafee Recensioni

Metro

| Fumetto d’Autore | Martedì 22 marzo 2011 | Giorgio Messina |

Il fumetto può raccontare la realtà che ci circonda? Ovviamente sì. E per farlo, il fumetto ha bisogno necessariamente di essere “graphic journalism”? Ma assolutamente no. Il genere può benissimo raccontare anche l’attualità. Ce lo dimostra ancora una volta – caso mai ce ne fosse bisgono – “Metro”di Magdy El Shafee, la prima “graphic novel” egiziana, che con una storia thriller a tratti noir (quello che i francesi chiamerebbero “polar”) racconta la situazione dell’Egitto prima della caduta di Mubarak, descrivendone i fermenti sociali ben tre anni prima che la Storia con la S maiuscola faccia davvero il suo corso. E forse questo fumetto è stato talmente anticipatore degli eventi degli ultimi mesi che non deve stupire se il contenuto è stato anche condannato da un tribunale egiziano che ne ordinò il sequestro delle copie perché contenenti “immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”. come si legge nella sentenza.
Purtroppo però l’opera di El Shafee ha tutti i difetti di un fumetto ancora immaturo. I testi e il ritmo della storia, ma soprattutto i disegni, spesso lasciano a desiderare, apparendo appunto ancora troppo involuti in certi frangenti, ma Metro comunque ha il grandissimo pregio di fare entrare il lettore facilmente all’interno della società egiziana e delle sue dinamiche. Così tra una rapina in banca e un’assassinio, possiamo assistere nella storia alle manifestazioni dei dimostranti, la malavita, i politici corrotti e l’uomo della strada che vive di elemosina. Il filo rosso che unisce tutti questi elementi è il protagonista, un ingegnere alle prese con la difficile impresa di sbarcare il lunario, di fare fronte ai debiti ma anche di avere una vita privata. La trama si dipana e si intreccia tra le fermate della metropolitana del Cairo che conferisce il titolo all’opera. Alla fine non mancheranno di fare capolino, come in ogni blockbuster cinematografico che si rispetti, l’amore e la morte, per chiudere con con il colpo di scena, ben congegnato, della fregatura proveniente dal personaggio da cui meno ce lo saremmo aspettato.
El Shafee mette in scena una storia abbastanza solida che sarebbe potuta accadere in qualunque parte del globo, ma è lo sfondo egiziano che ne fa un’opera unica nel suo genere. Un paio di note negative a due scelte editoriali infelici dell’editore “il Sirente” che pubblica la storia nella collana “Altriarabi”. Il bollino in copertina “graphic novel” non rende molta giustizia all’opera di El Shafee, proprio perché, come ci viene spiegato all’interno del volume, prima di Metro, il termine “fumetto” in Egitto veniva associato a Topolino. “Graphic Novel” sembra essere sempre di più una categoria commerciale che invece di esaltare i contenuti, spesso, come in questo caso, rischia di sminuirli. La seconda nota riguarda invece l’indicazione nell’apparato editoriale secondo cui il libro a fumetti di El Shafee, espressione  della cultura araba anche nel senso di lettura, si legga “come un manga giapponese”. Manga e Graphic Novel per spiegare il fumetto “Metro” rischiano di fare un minestrone agli occhi di chi legge e l’opera non se lo merita, perché è tutta da assporare e con grande interesse, nonostante i limiti che essa presenta.
E non potrebbe altrimenti quando una storia inizia così: «Oggi ho deciso di rapinare una banca. Non so come tutta questa rabbia si sia annidata in me. Tutto ciò che so è che la gente stava sempre da una parte, e io da un’altra. A me è rimasta solo una cosa: la mia testa… e ora ho finalmente deciso di fare quello che mi dice».

Categorie
9788887847147 9788887847161 9788887847253 9788887847277 Altriarabi Press Khamissi Press Nàgi Press Saadawi Press Shafee Recensioni

Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mercoledì 9 febbraio 2011 | Matteo Baldi |

Le notizie che arrivano dal Cairo in questi giorni, violente e confuse, parlano di un popolo che sta provando a cambiare le cose, a dispetto dell’acquiescenza del resto del mondo. Ma che ruolo hanno gli intellettuali, in una situazione come quella attuale? E quale voce? Ci sono spazi per esprimere dissenso, in un paese come l’Egitto? E i libri, raccontano (o hanno previsto) quel che sta accadendo? Andiamo a vedere.

“Il mondo intero dovrebbe essere orgoglioso dell’inerzia con cui ha assistito alla liberazione del popolo egiziano. Il regime di Mubarak era solito nominare malavitosi e adottare un regime di polizia selvaggio per sostenere i membri del suo parlamento e sopprimere la nostra anima più autentica, l’anima della libertà. Ma noi ci stiamo impegnando”.
Ci scrive dal suo blackberry, con amarissima ironia,  Magdy El Shafee, fumettista condannato l’anno scorso in seguito al processo per oscenità che gli era stato intentato dallo Stato egiziano. La sua graphic novel “Metro”, infatti (pubblicata in Italia dalle edizioni Il Sirente), all’interno di una vicenda di spionaggio, mostra un uomo e una donna intenti in un rapporto sessuale.I disegni sono stati considerati pornografici, e quindi offensivi. Tutte le copie distribuite al Cairo sono state ritirate e distrutte, e Magdy ha dovuto pagare un’ammenda salata. Ma sarà davvero solamente una questione di disegni immorali?
Questo libro contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”, recita la sentenza emessa dal Trbunale, e allora si capisce forse meglio cosa possa aver dato tanto fastidio alle autorità, in un paese (e una cultura) in cui il sesso forse non viene ostentato pubblicamente ma certo non è tabù nelle conversazioni e non può essere l’unica ragione per mettere all’indice un libro a fumetti.
El Shafee, però, non è l’unica vittima di un regime che mostra un volto presentabile solamente al resto del mondo, e censura il dissenso imponendo un controllo rigido anche sul web.
Nei primi giorni degli scontri, la rete in Egitto ha subito un vero e proprio blackout, per impedire che le notizie di quel che stava accadendo filtrassero verso gli altri Paesi, ma anche per far sentire più isolati i blogger e tutti quegli egiziani che trovano in internet una finestra sul mondo.
Ala ‘Al Aswani, celebrato autore di Palazzo Yacoubian (Feltrinelli edizioni), promuove da anni un salotto letterario al Cairo, città nella quale svolge la professione di dentista ed è un intellettuale conosciuto e rispettato. L’espressione “salotto letterario”, però evoca immediatamente immagini di concilianti sedute che si svolgono fra aperitivi e mollezze – appunto – salottiere.
Nulla di più lontano dal vero, però, nei paesi in cui la libertà di stampa è limitata, i diritti delle donne sono un argomento puramente accademico e tutti i giorni la corruzione che permea l’apparato politico e amministrativo del Paese vincola ogni serio tentativo di migliorare le condizioni della società.
Tengo ancora i miei seminari per discutere di questioni culturali. Li tengo dal 1996.
L’ho fatto anche nei caffè, pubblicamente. Nel 2004 il governo ha minacciato il proprietario del caffè all’interno del quale li tenevamo, e allora ci siamo spostati nel palazzo dove ha sede “Kifaya” (“Abbastanza”), movimento politico che raccoglie intellettuali di diversa estrazione”, spiegava Al Aswani in un’intervista raccolta a margine della sua partecipazione alla scorsa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dove l’Egitto era il Paese ospite.

Altri scrittori sono Nawal Al Saadawi, autore de L’amore ai tempi del petrolio, Ahmed Nagy, autore di Rogers e Khaled Al Kamissi, autore di Taxi.
I tre libri, oltre al fatto di essere pubblicati in Italia dallo stesso editore (Il sirente), hanno in comune la capacità di descrivere la società civile egiziana cogliendone al tempo stesso la vitalità e le sclerosi. Nel caso di Al Kamissi, ad esempio, il Cairo è un brulichio ininterrotto di vita colto dal finestrino del taxi, e i taxisti stessi sono un precipitato d’Egitto, con il loro lamentarsi delle istituzioni e della corruzione che però non porta a nulla.
Rogers“, invece, è opera di un blogger seguitissimo, un’opera ispirata addirittura a “The wall” di Roger Waters. Dalla scheda dedicata a Ahmed Nagy sul sito de Il sirente: “… in Egitto è molto noto come blogger, ma soprattutto per essere uno dei più giovani redattori di Akhbàr el Adab, il prestigioso settimanale letterario diretto da Gamàl al-Ghitàni. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. Il suo blog Wasa khaialak (Allarga la tua immaginazione), iniziato nel 2005, parla di sociologia, pop art, diritti umani e cultura: “sperimento un diverso livello di linguaggi per avvicinare la gente alla letteratura”.

Nawal Al Saadawi, infine, è una pioniera del femminismo nel mondo arabo. Scrittrice e psichiatra, ha sortito grande influenza sulle generazioni più giovani, proprio grazie ai suoi libri. Candidatasi alle elezioni presidenziali nel 2004, ha anche passato un periodo in galera durante la presidenza di Sadat, ed è stata iscritta nella lista degli obiettivi di un gruppo fondamentalista. L’amore ai tempi del petrolio, sotto le spoglie di un romanzo giallo, compie un’indagine sulla condizione delle donne nei paesi arabi, muovendo i suoi lettori a una presa di coscienza.
Altra scrittrice egiziana è Ghada Abdel Aal, autrice di un libro e un blog molto seguito intitolati Che il velo sia da sposa (pubblicato in Italia da Epoché). In Egitto il libro ha conosciuto tale e tanta notorietà che la televisione ne ha tratto uno sceneggiato, interpretato nel ruolo della protagonista da una delle attrici più celebri del mondo arabo. Ma la storia di Bride, giovane donna in cerca di un marito da sposare per amore, è anche la galleria di una serie di “tipi” che riassumono molto bene caratteristiche e difetti degli uomini cui una donna “in età da marito” può ambire in Egitto, e questa è la ragion per cui Ghada, con il suo alter ego romanzesco, si è guadagnata il soprannome di “Bridget Jones” araba (soprannome che – va detto – all’autrice non piace per nulla)… noi abbiamo intervistato Ghada Abdel Aal nei difficili giorni delle proteste e delle manifestazioni per cacciare il Presidente Mubarak.

Categorie
9788887847147 9788887847253 Altriarabi Press Khamissi Press Shafee Recensioni

L’attimo prima della rivolta

| Cospe Onlus | Venerdì 4 febbraio 2011 | Pamela Cioni |

La libertà va chiesta con forza. Va presa, non può essere concessa», dice Magdi El Shafei, autore del primo graphic novel del mondo arabo, Metro. Che è stato un vero e proprio caso editoriale, censurato in Egitto subito dopo la pubblicazione con la piccola casa editrice di Muhammad Sharqawi (tradotto in inglese e francese, in Italia è uscito per i tipi de il Sirente). Magdi parla fumando ininterrottamente e alzando la voce sopra il brusio di fondo del centrale bar Groppi nel quartiere cairota di Down Town: è il 24 gennaio, un giorno dall’aria tiepida e primaverile, e mancano poche ore a quello che sarà ricordato nella storia egiziana come “il giorno della Rabbia”. I blindati e gli agenti della Polizia governativa, la famigerata Sicurezza nazionale, già circondano edifici e presidiano le piazze, ma la vita scorre – ancora – tranquilla, anzi frenetica, come sempre, nel cosiddetto quartiere degli intellettuali e teatro degli scontri più duri tra manifestanti e governo. È a pochi passi dal bar infatti l’ormai famosa piazza Tahrir, “Liberazione”. Magdi è un fiume in piena e parla eccitato e ansioso pensando alla grande manifestazione prevista per il giorno successivo, giorno di festa nazionale, paradossalmente proprio indetta per celebrare un qualche glorioso evento della polizia egiziana. «Domani scenderemo in piazza e chiederemo conto delle tante promesse che ci sono state fatte in questi anni e che non sono state mai realizzate. Le persone sono stanche, esasperate. Lo sento tutti i giorni, per strada, sui minibus, sui taxi». Magdi El Shafei, laurea in Farmacia e fumettista di punta della nuova generazione egiziana, è uno che degli umori della strada se ne intende e li ha interpretati e usati per modulare il linguaggio, per raccontare sogni, aspirazioni e vicissitudini del protagonista del suo primo romanzo a fumetti: Shihab, un giovane ingegnere informatico che, rimasto disoccupato, decide di compiere una rapina, come ribellione, come unico gesto di riscatto dopo aver provato a realizzare legalmente i propri progetti e aver incontrato nel suo umiliante percorso una trafila di corrotti e usurai. «Essere fuorilegge, può essere un atto di ribellione, se stai lottando per la tua libertà, per i tuoi diritti e se è la società a essere sbagliata, corrotta». I veri criminali nel romanzo infatti sono altri: sono gli alti funzionari, è il sistema della mazzetta e il Male dei Mali è rappresentato da una società stagnante in cui manca un vero Stato sociale, una società in cui il livello di istruzione è bassissimo, in cui gran parte della popolazione tira a campare con pochi dollari al mese vivendo di espedienti in quartieri poverissimi, sporchi e sovrappopolati.
In Metro viene rappresentata tutta questa fetta della società ma sono forse Shihab e la giornalista Dina, con cui, inevitabile, scatta la storia d’amore, che rappresentano più da vicino quei ragazzi che dal 25 gennaio scorso sono in piazza e che rivendicano un Paese più giusto e soprattutto più libero. Senza censura e con vera libertà di espressione. Sono i ragazzi della rivoluzione dei social media, quelli che fuori da schieramenti politici veri e propri, si sono incontrati principalmente nelle piazze virtuali di internet, su facebook e su twitter. Sono i giovani, che rappresentano i due terzi di questo Paese, che usano internet e cellulari tutti i giorni e che sull’onda benefica e ispiratrice della Tunisia si sono dati appuntamento per protestare contro il regime. Sulla pagina facebook più frequentata, “We are all Khaled Said” in memoria di uno studente di Alessandria ucciso nel giugno scorso dalla polizia, erano in 90mila il giorno prima a dire che sì, ci sarebbero stati, lì in piazza a manifestare per cambiare il proprio futuro, perché se è successo in Tunisia può succedere anche qui, perché niente è immutabile e perché l’entusiasmo è contagioso tra i giovani, che meno facilmente accettano un destino che sembra scritto una volta per tutte: «La cosa che forse ci ha scosso di più nell’ultimo periodo è stata l’annuncio della successione al governo (per le previste elezioni del novembre 2011, ndr) del figlio di Mubarak, Gamal – dice Al Shafei continuando a fumare e sorseggiando un lungo caffè turco -. Questa ennesima imposizione, questa idea della discendenza monarchica del potere, ha veramente dato uno schiaffo alle nostre coscienze. Altre volte c’erano stati focolai di rivolta, nel 2005 con gli scioperi a El Mahalla (località a 60 chilometri dal Cairo, ndr), nel 2008, anno in cui nacque il “Movimento del 6 aprile” che prende il nome dal giorno delle proteste. Ma adesso c’è qualcosa di più e di diverso: c’è l’esempio della Tunisia. Adesso sappiamo che è possibile». L’entusiasmo dello scrittore alla vigilia dell’appuntamento con la Storia sembra davvero incontenibile: «Domani – aggiunge profetico – sarà la società civile a scendere in piazza, ci sarà solo la “brava gente”, non ci saranno partiti né gruppi religiosi a mettere il cappello sulla manifestazione». E aveva ragione. I tanto temuti Fratelli musulmani, unico vero partito di opposizione a Mubarak, non hanno partecipato all’organizzazione della manifestazione né hanno aderito alle proteste fino al venerdì 28 gennaio. I primi quattro giorni di proteste sono stati dunque anche un test per misurare la forza della società civile laica e autoorganizzata e la risposta è stata fenomenale. Eppure solo la settimana prima il raduno indetto a favore della Tunisia sotto il Parlamento aveva raccolto solo alcune decine di “duri e puri”. E non erano in pochi a essere scettici prima della vigilia della manifestazione o perlo meno più cauti del fumettista.

Tra questi, un altro scrittore, una voce autorevole tra gli intellettuali cairoti, Khaled Al Khamissi, giornalista, sceneggiatore e produttore cinematografico, anche lui residente nella “Rive Gauche” del Nilo. Il suo libro Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, che in Egitto ha avuto 12 ristampe (pubblicato anche in Italia), racconta uno spaccato della società egiziana, vista dal basso, cioè dalla parte dei tassisti, tra le categorie più disagiate della metropoli: sono 80mila, guadagnano pochissimo e fanno una vita di inferno fra tasse da pagare e orari impossibili in mezzo al traffico più ingarbugliato del mondo. Eppure nel libro di Al Khamissi sono proprio i tassisti, novelli cantastorie, a essere detentori della saggezza popolare e a raccontare l’Egitto moderno con le sue contraddizioni sociali e culturali, con le sue tensioni e anche con i suoi lati di comicità e ironia tipica di questo Paese. Khaled dice che già all’epoca della prima stesura del libro (2006) era convinto che qualcosa stesse esplodendo, che qualcosa dovesse succedere perché la misura era già colma, ma poi niente. «Il tutto, cominciato con scioperi di lavoratori, operai e proteste diffuse, si è sgonfiato perché il regime di Mubarak è stato più furbo e strisciante di quello tunisino, offriva spiragli e aperture che impedivano al “pallone/società” di scoppiare. Dava un po’ di potere a tutti, ai musulmani, ai copti, si ergeva a paladino della laicità nei confronti dell’Occidente e allo stesso tempo finanziava i gruppi islamici più estremisti. Censurava i giornali ma ci permetteva di parlare liberamente per strada, impediva alcune pubblicazioni ma concedeva spazi televisivi a dibattiti politici». E aggiunge: «Ora però sarà sicuramente l’inizio di un cambiamento e un’era, quella del conservatorismo, dell’estremismo e della “bruttezza”, sta finendo qui come in tutta Europa. I giovani che pure qui sono nati sotto questo regime e sotto le leggi speciali di “emergenza” (in vigore dagli anni Ottanta, ndr) sono tanti, sono forti e vogliono libertà. Hanno una mentalità completamente diversa dalla nostra e grazie ai nuovi strumenti e le nuove tecnologie che hanno cambiato il loro modo di pensare, di vedere il mondo e di conoscere, cambieranno questo Paese. È solo questione di tempo». Il tempo è arrivato, nonostante gli scettici, e la Rivoluzione anche.

Categorie
9788887847147 Altriarabi Articoli Press Khamissi

Luci della città

| I viaggi del Sole | Febbraio 2011 | Khaled Al Khamissi |

I taxi, imprevedibili e indisciplinati. I quartieri cresciuti a dismisura. Le moschee e i musei a cielo aperto. Storie e memorie della capitale. Dall’alba al tramonto.

Non è mai facile parlare della relazione di una persona con la propria città: è un rapporto complicato, come quello tra un uomo e la propria famiglia. La città è una personalità vivente che si modifica a ogni istante, ma su una base storica molto forte. Figuriamoci, quindi, se si tratta del Cairo, dove sono nato nel 1962 e dove sono sempre vissuto, a parte i quattro anni trascorsi in Francia per il dottorato in Scienze politiche alla Sorbona. Come potrei pensare a tutti i ricordi relativi ai miei amici senza pensare anche, nel contempo, alla mia città? È impossibile. Mi sono innamorato molto presto del Cairo, della sua geografia e della sua storia: un amore a prima vista, si potrebbe dire. Camminavo nelle sue strade, per i suoi vicoli per scoprirne i segreti, e in quel modo leggevo e interpretavo le complicate vicende. Tanto che, in una delle mie letture preferite, quando avevo 12-13 anni, era L’origine dei nomi delle vie del Cairo… Dopodiché uscivo di casa e andavo alla ricerca di quelle strade. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il Cairo è una città millenaria, in cui si sono stratificati tanti cambiamenti, tante cultura e tante influenze.
Oggi potrei considerare la possibilità di vivere qualche periodo all’estero; l’ha anche fatto. Ma non sono convinto di riuscire psicologicamente a gestire questa lontananza per lungo tempo. Né sono in grado di immaginare quanto sofferenza comporterebbe per la mia anima profondamente cairota. È anche vero che la situazione politica è diventata insostenibile: la tensione sociale mi pesa sui polmoni, facendomi quasi soffocare. Il brutto e il degrado vincono ovunque. Negli ultimi anni la mia amata città è stata sfigurata. Innanzitutto il numero degli abitanti è aumentato in maniera spaventosa. Quando sono nato eravamo 3 milioni, per salire a 5 milioni negli Anni 70, a 8 milioni quando andavo all’università, mentre adesso ha superato i 18 milioni!
Per non parlare poi del nostro presidente Hosni Mubarak, al potere dal 1981 (ormai sono 30 anni!). Il suo regime ha fallito completamente nel progetto di sviluppo del Paese, e la nostra capitale è una testimonianza inequivocabile di questo insuccesso. La crescita di movimenti reazionari finanziati dai petroldollari non ha poi fatto altro che peggiorare la bruttezza della città. Per non parlare del tasso di inquinamento, dell’aria e delle acque, che è diventato davvero difficile da gestire. Per fortuna alcune cose sono rimaste immutate: il fascino del Nilo, le memorie, la bellezza interiore, il popolo egiziano con la sua grande civilizzazione… Lo stress, le rivoluzioni sociali possono provocare dei mutamenti nel temperamento, ma non nell’essenza delle persone. E gli egiziani restano contadini pacifici, dolci, tolleranti e anche un po’ imbroglioni, qualità essenziali forse per far fronte a dittature millenarie. Tutte queste cose messe insieme, in una tale città dai mille volti, per me sono irresistibili e mi attraggono come una calamita. Come il museo a cielo aperto di Saqqara, un’immensa necropoli che risale a quasi cinquemila anni fa, o il mercato delle fave sotto casa mia. Abbiamo tonnellate di simboli nei quali ci riconosciamo. La piramide di Cheope, il moulid (i festeggiamenti in onore di un santo o di un personaggio venerabile, a metà tra fiera e festa religiosa) di Sayyidna al-Hussein o quello di Sayyida Zeinab, la grande Moschea-Madrasa del Sultano Hassan, che può essere considerata come una sorta di piramide dell’architettura islamica. E poi, per riconciliarsi con la vita, che c’è di meglio di un giro in feluca sul Nilo al tramonto?
Ovviamente, consiglio anche di prendere il taxi e di fare due chiacchere con il conducente. Essere un tassista al Cairo non è un mestiere come altrove, è un modo per cercare di lavorare o almeno di aumentare le entrate mensili. I tassisti provengono da ogni angolo del paese e tra loro si possono trovare, con la stessa facilità, professori, medici, contabili o anche analfabeti. Rappresentano la classe sociale di chi ha problemi a sbarcare il lunario: praticamente l’80 per cento della popolazione egiziana. Per questo, farli parlare, in Taxi, è stato come dare la parola all’intera città, la vera protagonista, se vogliamo l’eroina, del libro. E anche nel più recente L’arca di Noè, seppure in negativo, c’è il Cairo: rappresenta la grotta in cui cadono tutte le personalità, desiderose di scappare via, magari in America, per evitare la catastrofe.

Categorie
9788887847253 Altriarabi Press Shafee Recensioni

Metro, quando il romanzo predice la realtà

| Mediterranea Online | Martedì 1 febbraio 2011 | Cristina Giudice |

Presentata a Roma la traduzione della prima graphic novel araba, che annunciava con due anni di anticipo la rivolta egiziana di questi giorni.

«Vogliamo dire addio a Mubarak e ai Fratelli insieme». È questo lo scopo della rivolta che sta sconvolgendo l’Egitto in questi giorni secondo Magdy alShafee, autore della graphic novelMetro”, uscita nel 2008 e immediatamente censurata dal governo egiziano e ritirata dal commercio perché, secondo la sentenza di condanna emessa dal tribunale di Qasr elNil del Cairo, «contiene immagini immorali e personaggi che assomigliano a uomini politici realmente esistenti».
Il pubblico italiano potrà constatare la “fondatezza” delle accuse rivolte al libro, introvabile da tempo nelle librerie egiziane, grazie all’edizione pubblicata dalla casa “il Sirente” nella collana “Altriarabi”, presentata a Roma a dicembre.
«Il comics non deve sempre raccontare storie di supereroi – ha detto l’autore – ma può essere uno strumento per parlare di temi sociali forti, impegnati. Quello che mi ha spinto a scrivere “Metro è l’assoluta mancanza di giustizia sociale del paese. Rispetto i valori della società in cui vivo, e sono favorevole alla diversità e al pluralismo, ma credo nella mia libertà e rispetto quella altrui: non permetto a nessuno di impormi delle regole». Parole che, lette sulla scia delle manifestazioni di massa che hanno risvegliato la coscienza popolare egiziana in questo periodo, sembrano avere un che di profetico.
AlShafee è sceso in piazza in questi giorni unendosi ai dimostranti che chiedono la cacciata di Mubarak: «Rifiutiamo i cambiamenti che ha fatto Mubarak, come la nomina di Sleiman e Shafiq – ha dichiarato all’agenzia Aki – poiché provengono da quello stesso governo corrotto. Non li voglio io e non li vuole nessuno di coloro che aspirano al cambiamento».
Ha accusato il Ministero dell’Interno del suo Paese di essere «dietro le operazioni di rapina e saccheggio compiute da alcuni elementi in questi giorni in Egitto», aggiungendo: «Sono loro i delinquenti che falsificavano le elezioni a loro favore». Ha chiesto «un governo di transizione guidato da Kamal alJanzuri, ex primo ministro che gode ancora di grande popolarità, per la durata di un anno, durante il quale si possa procedere a cambiare la costituzione e ad accrescere la consapevolezza della gente in senso democratico, in modo che possa scegliere i propri rappresentanti in base alle idee, ai programmi e alle promesse vere».
La lettura di “Metro” può aiutare a capire quello che sta succedendo in Egitto, spiegando l’origine della rabbia popolare che ha spinto la gente a dire basta al regime. Il libro si propone come una novità assoluta, utilizzando le immagini al posto delle parole per far arrivare il messaggio in modo diretto e preciso. Il protagonista, Shihab, è un giovane programmatore indebitatosi fino al collo con un usuraio per colpa di un politico corrotto. Sentendosi ormai senza via di fuga, e dopo aver assistito all’omicidio dell’unica persona che avrebbe potuto aiutarlo, Shihab decide di rapinare una banca insieme all’amico Mustafa, per trovarsi a sua volta intrappolato in una storia di corruzione politico-finanziaria. Shihab è il rappresentante di una generazione di milioni di giovani egiziani, capaci e motivati, che non riescono a realizzare i propri progetti a causa della corruzione dilagante nel paese e della crisi economica e politica che soffoca le loro intelligenze. Insieme a lui Dina, giornalista rivoluzionaria e coraggiosa che vorrebbe, come molti giornalisti in Egitto, gridare la verità e ribaltare il sistema senza aver paura di nascondersi; Mustafa il cui fratello, a causa della povertà in cui vivono, è diventato un picchiatore del regime; l’anziano lustrascarpe Wannas, portavoce di quella che è forse la parte più ai margini della società egiziana.
I personaggi si muovono sullo sfondo delle fermate della metro cairota che intervallano la narrazione e la vita nella metropoli è descritta con assoluto realismo grazie ai disegni, in parte lasciati in arabo, che fotografano il Cairo in modo preciso: le strade di Wst elBalad, vicinissime all’ormai famosa piazza Tahrir, i camioncini della catena Cilantro, le insegne dell’Alfa Market, perfino le antiche statuette egizie nella stazione di Sadat e il poster della star del calcio locale Abu Treka. Addirittura le suonerie dei cellulari che sono adattate al proprietario! Una fotografia resa ancora più viva dall’uso della lingua: il dialetto egiziano della strada, lo slang più crudo e popolare, che ha procurato all’autore l’accusa di volgarità. In realtà invece quelle espressioni, che danno anche un tocco di comicità alle scene (caratteristico degli egiziani è il riuscire a trovare il lato comico anche nelle situazioni più tragiche), rendono se possibile ancora più realistica la storia. Ed è proprio questo forse che ha spaventato maggiormente la censura, poiché l’uso della lingua della gente comune rende il romanzo più accessibile a tutti.
«Ho scelto di usare l’egiziano dei blog piuttosto che l’arabo classico – ha detto alShafee – perché credo che questo strumento linguistico porti avanti una piccola rivoluzione letteraria. La diffusione di internet ha portato ad una forte apertura nei confronti della realtà esterna e al desiderio di osservare e capire il proprio contesto in raffronto con il mondo intero, per provare a cambiare le cose». E a sostegno di quanto affermato dall’autore, la rivolta egiziana che sta chiedendo la cacciata di Mubarak è partita proprio dal popolo del web, attraverso un tamtam virtuale nato dalla gente comune, senza ideologie di parte né politiche né religiose, ma basato semplicemente sulla rivendicazione dei propri diritti, sul desiderio del popolo egiziano di riprendersi il proprio paese ormai soffocato dalla morsa della corruzione. L’Egitto sembrava essere arrivato ad un livello di rassegnazione tale da impedire qualsiasi forma di opposizione, così come dice lo stesso Shihab in “Metro”: «Le persone vivono come anestetizzate, non c’è niente che le colpisca. Per quante cose possano vedere, alla fine diranno sempre: fratello, questo è pur sempre il mio paese». E ancora: «I giornali sono una delle nostre più grandi tragedie… Intendevo giornali, televisione e tutte le altre cose che ci hanno abituati alla sottomissione, al fatto che la corruzione resterà tale e quale… all’oppressione, alle code per un pezzo di pane…». Alla fine però uno strumento semplice e a portata di tutti come internet è riuscito a far smuovere le masse, permettendo ai cittadini di esprimere la propria idea e condividerla con gli altri. Bastava che qualcuno desse il la perché altri riuscissero a prendere coraggio e credere davvero che il cambiamento fosse possibile. Così anche Shihab aggiunge: «Non mi faccio distrarre dalla cronaca… Non dimentico i veri responsabili!». E questo perché, come ha detto alShafee in questi giorni di rivolta, «quello egiziano è un popolo civile ricco di creatività, e questa è la sua caratteristica migliore».

Categorie
9788887847161 Altriarabi Press Saadawi Recensioni

L’amore ai tempi del petrolio

Vita | Lunedì 31 gennaio 2011 | Lubna Ammoune |

Viscoso e nero come il petrolio. Sembrerebbe questa la caratteristica peculiare di un amore presentato nel libro di Nawal al-Sa’dawi, scrittrice e psichiatra egiziana, conosciuta a livello internazionale per la sua battaglia in nome dei diritti delle donne e della democratizzazione nel mondo arabo. In questo suo romanzo, L’amore ai tempi del petrolio, l’autrice percorre una storia densa di mistero di una donna di cui non conosciamo il nome. La protagonista è un’archeologa che scompare senza lasciare traccia. Il suo viaggio, reale e allo stesso tempo visionario, si rivela come il percorso della mente e della coscienza di una donna che vive in un regno autoritario in cui tutto ciò che porta il genere femminile a interessi che esulano dalla casa è sintomo di una malattia psicologica. È un mondo in cui luminari della Terra non possono che essere uomini, e dunque è risaputo, anche se taciuto, il fatto che ci siano state falsificazioni storiche inerenti alla trasformazione delle dee in dei, come quando Abu al Haul prese con la forza il trono e ordinò che fossero rimossi i seni da una statua femminile perché venisse aggiunta la barba. La ricercatrice scompare e dall’indomani si legge la notizia sui giornali, perché nessuna donna ha mai osato abbandonare casa e marito, disobbedendo alle regole, tanto che la polizia si chiede se sia una ribelle o una donna dalla dubbia morale. Mentre il commissario interroga il marito della donna scomparsa per far luce sulle ragioni della fuga, l’archeologa ripensa al suo innamoramento. Si chiede se suo marito sia veramente suo marito. Pervasa da questo dubbio arriva a credere che l’avesse sposata forse in sua assenza, mentre il contratto era stato preparato senza di lei, perché la donna non è solita partecipare al proprio matrimonio. L’universo maschile si allarga e compaiono altre figure, tra cui il datore di lavoro della protagonista e l’uomo con cui decide di stare quando riappare e per il quale lascia il marito. Sembrano quasi macchie da cui la donna si sente però inspiegabilmente e istantaneamente attratta, respinta e distaccata. La sua fuga potrebbe portarla a ritrovare il suo orgoglio, le sue aspirazioni e la sua dignità. Questo scatto di autocoscienza e di formidabile introspezione si riflette e si allarga ad altre figure femminili che solo in quel momento capiscono che “non sono meritevoli di un diritto che prendono da mani che non sono loro” e che “hanno permesso a loro stesse delle condizioni che nemmeno gli animali accetterebbero”. Eppure l’archeologa continua a struggersi d’amore e non trova ancora un senso da conferire alla sua vita. Così, nella luce fioca di alcune notti in cui il progetto di scappare appare compiuto v’è qualcosa d’intralcio. Perché “fino a quando l’uomo avrà la capacità di ridere, la donna non avrà desiderio di scappare, almeno non questa notte…”.

Categorie
9788887847253 Altriarabi Interviste Press Shafee

Egitto, la rivolta prevista in un fumetto. Lo scrittore: ”Via Mubarak”

| AKI ADNKronos | Sabato 29 gennaio 2011 |

“Vogliamo dire addio a Mubarak, ma anche ai Fratelli Musulmani”. E’ con queste parole che lo scrittore egiziano Magdy El Shafee commenta ad AKI – ADNKRONOS INTERNATIONAL la rivolta in corso in Egitto contro il presidente Hosni Mubarak.
“Non ci bastano i cambiamenti decisi da Mubarak – afferma in un’intervista da piazza Tahrir al Cairo, dove partecipa alle manifestazioni – non ci basta la nomina di Omar Suleiman come suo vice. Entrambe fanno parte dello stesso governo di corrotti. Noi vogliamo un cambiamento vero”.
El Shafee, che lo scorso anno venne arrestato per ‘Metro‘, primo graphic novel del mondo arabo, la cui versione in italiano è anche su ‘YouTube’, aveva previsto per l’Egitto uno scenario simile a quello attuale. Per questo, lo scrittore chiede “che si formi un governo di transizione”, ma chiede anche ”le dimissioni di Mubarak in modo da poter cambiare la Costituzione e permettere al popolo di scegliere i suoi rappresentanti democraticamente”.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=PZpt49O08aM&w=480&h=390]

Categorie
9788887847253 Altriarabi Articoli Interviste Press Shafee

Magdy El Shafee, censuré en Egypte, publié en Italie

| BoDoï | Mercoledì 5 gennaio 2011 | Eloïse Fagard |

Pour sa 3e édition en décembre dernier, le festival de la bande dessinée méditerranéenne de Cagliari (Sardaigne, Italie) accueillait Magdy El Shafee. L’artiste égyptien a publié en 2008 Metro, le premier roman graphique en arabe. Prix Unesco de la BD africaine, Metro raconte l’histoire d’un jeune informaticien qui décide de braquer une banque pour rembourser une dette contractée auprès de fonctionnaires corrompus. Le ton cru et sans complaisance de Magdy El Shafee lui a valu de sérieux problèmes avec la justice égyptienne, et tous les exemplaires de Metro ont été retirés de la vente. Aujourd’hui, en dehors de quelques extraits publiés en anglais sur Internet, on ne peut lire son œuvre qu’en italien. Rencontre avec un auteur engagé et enthousiaste.

Pourquoi avoir choisi le format du roman graphique?
Ce genre n’existait pas chez moi et, d’ailleurs, Metro est aussi la première production pour adultes du monde arabe: c’est sans doute pour cela qu’elle a rencontré autant de succès. Et aussi, peut-être, parce que son public était déjà prêt. En effet, beaucoup d’Egyptiens lisent des bandes dessinées du monde entier sur Internet. Depuis mon album, de nombreux auteurs se sont mis au roman graphique. Pour ma part, je me sens plus à l’aise dans une forme longue. J’ai commencé par écrire des strips mais, même si l’action est rapide, mon imagination fonctionne mieux dans le cadre d’un album long.

Pourquoi avoir choisi d’évoquer le problème de la corruption dans Metro?
J’avais besoin d’en parler : ce n’était pas un choix, mais une impulsion. La corruption et l’injustice sont des fléaux quotidiens en Egypte. Il faut évoquer les problèmes de société dans les bandes dessinées parce que les gens les lisent, elles sont accessibles. A cause de Metro, j’ai eu de gros soucis avec la justice égyptienne. Mais j’ai payé ma dette, maintenant tout est fini. On va le republier de manière plus ou moins clandestine, avec un partenaire libanais. Ce procès était ridicule.

Comment se porte la BD en Egypte ?
Il s’agit d’un art très populaire. Le marché est dominé par les grands noms comme Disney, DC et Marvel. Malgré tout, les productions locales tentent d’exister depuis les années 1950. Mais la jeune génération n’a pas assimilé l’héritage des grands noms du 9e art égyptien, comme Ellabad. Notre travail n’a pratiquement aucun lien avec celui de nos aînés. Le problème, en Egypte, c’est la liberté d’expression et de commerce. Hors période électorale, on peut s’exprimer relativement librement, même si on ne peut jamais parler de Moubarak et du régime. Heureusement, les blogueurs (comme metaHatem et Shennawi) peuvent franchir ces limites, de manière anonyme. La possibilité de s’exprimer sur Internet me remplit d’espoir, c’est une des meilleures nouvelles de ces dernières années.

Quelles sont vos références en matière de bande dessinée ?
Lors d’un passage à Paris, j’avais acheté chez les bouquinistes des exemplaires de Hara Kiri qui m’ont marqué. C’est aussi à Paris que j’ai découvert un de mes maîtres, Golo, au début des années 80; aujourd’hui il habite en Egypte, à Louxor. Deux artistes italiens ont aussi changé ma vision de la bande dessinée.Tout d’abord, Guido Crepax et sa série Valentina. J’ai regardé les images sans comprendre les textes, mais elles m’ont touché, car ce travail était très différent de ce que je connaissais jusqu’alors. Ensuite, Hugo Pratt pour le côté obscur. Avec lui, on explore la face cachée de la personnalité des héros.

Pour l’instant, vous n’avez publié qu’en Italie. A-t-on a des chances de trouver un jour Metro en français ou en anglais ?
Je viens de prendre un agent littéraire aux États-Unis, qui était un peu contrarié que Metro soit déjà sorti dans un autre pays. Pas moi! Car mon éditeur italien, il Sirente, se donne à fond pour moi et mon travail. J’aimerais être publié en France, mais je sais que le marché est difficile et surchargé.

Quels sont vos projets ?
Je suis en train d’écrire un autre roman graphique. J’ai aussi fondé un magazine de bandes dessinées, Il cartoonista, qui sortira bientôt. Notre but est de faire émerger la production en Egypte et de faire connaître de nouveaux auteurs. Car les jeunes talents ne manquent pas chez nous.

Categorie
9788887847253 Altriarabi Articoli Press Shafee Recensioni

Il fumetto che denuda il regime del Faraone

| Europa | Martedì 14 dicembre 2010 | Tiziana Barrucci |

In Egitto un giovane blogger e disegnatore finisce in tribunale per le sue strisce irriverenti nei confronti del governo. Sequestrato il suo libro Metro

«Le persone vivono come anestetizzate, non c’è niente che le colpisca. Per quante cose possano vedere, alla fine diranno sempre: fratello, questo è pur sempre il mio paese». Ha qualcosa che potremmo condividere anche noi italiani l’amara riflessione dell’ingegnere Shihab, protagonista del primo graphic novel egiziano “Metro”, scritto in arabo dall’esordiente Magdy el Shafee e uscito da qualche giorno anche nelle nostre librerie (edizione il Sirente, 15,00 euro).
Metro” è la storia di un giovane ingegnere capace e intelligente, ma schiacciato da una realtà senza mobilità sociale e senza meritocrazia. Un giovane che vuole scappare da quella «trappola aperta, in cui siamo rinchiusi solo perché nessuno ha mai provato a uscire». Ma è anche la storia d’amore con la bella e rivoluzionaria giornalista Dina, la storia di un omicidio, di un furto miliardario, di una manifestazione repressa nel sangue, di Mustafa e di suo fratello Wael, costretto dalla povertà a diventare un picchiatore del regime. Proprio il regime, con la corruzione politica, l’oppressione e gli intrighi nascosti, diventa l’altro protagonista di un intreccio che si sviluppa nella caotica Cairo.
Sullo sfondo, la linea della metropolitana, con le fermate dedicate ai presidenti egiziani.
Una storia accattivante che trae la sua grinta anche dal linguaggio usato: i dialoghi sono scritti in “ammeya” il dialetto egiziano, e quindi ancora più vicini alle strade della capitale. I disegni in bianco e nero raccontano più di tante parole il moderno paese delle piramidi. Il tratto, inizialmente ben deciso, diventa progressivamente sfumato, a simboleggiare una città in dissoluzione che molti non vorrebbero raccontare: a pochi giorni dalla sua pubblicazione il fumetto è stato infatti ritirato dalla vendita e oggi in Egitto è impossibile trovarlo. Una scena di sesso, ma soprattutto dei contenuti ritenuti politicamente scorretti gli sono costati un processo e una condanna pecuniaria pesante. Nel verbale di denuncia si legge che alcuni personaggi di “Metro” possono rassomigliare a uomini politici esistenti. Peccato che quando l’avvocato di el Shafee ha chiesto durante l’udienza, di quali politici si trattasse, l’ufficiale è rimasto in silenzio: troppo pericoloso fare i nomi per davvero.
El Shafee è un blogger che ama disegnare e ama la libertà. Inizia a collaborare con il quotidiano indipendente el Dostur e pubblica alcune strisce di successo. Nel frattempo, assieme ad altri egiziani desiderosi di giustizia, usa internet e le manifestazioni per fare opposizione al regime. Fino a quando decide che la storia dell’Egitto contemporaneo deve essere raccontata. Alla sua maniera, attraverso i disegni. Vede la luce “Metro”. È la primavera del 2008, il fumetto è stato pubblicato da neanche un mese e la polizia fa irruzione nella sede della casa editrice Malameh. Vorrebbe parlare con l’editore Muhammed Sharqawi, che però è già nelle carceri del raìs con l’accusa di aver fomentato lo sciopero del 6 aprile, contro il carovita e i salari da fame.
Anche l’autore el Shafee è ricercato, non sa cosa fare. Potrebbe scappare, ma poi segue il consiglio della moglie e si presenta alla polizia. «In quelle ore mia moglie mi ha detto qualcosa che ricorderò per sempre – racconta – costituisciti, e se sarai incarcerato io sarò ancora più fiera di te».
Oggi el Shafee è un uomo libero. A Roma, assieme al suo traduttore Ernesto Pagano, che lo ha scoperto quasi per caso, ha presentato il suo fumetto. Grazie a “Metro” oggi sappiamo qualcosa in più dell’Egitto, il nostro primo partner economico al di là del Mediterraneo.
Categorie
9788887847253 Altriarabi Articoli Press Shafee Recensioni

Metro Madgy El Shafee

| Ziguline | Sabato 11 dicembre 2010 | Valentina A. |

Oggi vi presentiamo Metro, una grafic novel dell’autore egiziano Magdy El Shafee. Metro è stato pubblicato per la prima volta in Egitto nel 2009 e dopo soli tre mesi è stata ritirata ogni copia dalle librerie per oscenità e scene violente. Qualche giorno fa si è svolta a Roma la presentazione dell’edizione italiana del romanzo e l’autore ha raccontato al pubblico presente le vicissitudini del suo Metro. L’unicità di questo romanzo è quella di essere la prima grafic novel del mondo arabo,  nata in un paese in cui non esiste una vera tradizione fumettistica. Protagonista del romanzo è Shihab, un software designer che, non riuscendo a pagare il debito contratto con uno strozzino, organizza una rapina in banca per risolvere definitivamente i suoi problemi finanziari. Per realizzare l’impresa si avvarrà della complicità dell’amico Mustafa il quale lo lascerà a bocca asciutta e fuggirà con la refurtiva. Sullo sfondo di questa vicenda scorre Il Cairo, con i suoi rumori e in particolare con quelli di una manifestazione di lavoratori avvenuta il 6 aprile 2008, che ha dato vita ad un movimento di protesta giovanile, diffuso in rete attraverso i numerosi blog attivi nel paese. Nei disegni si srotolano gli avvenimenti egiziani degli ultimi anni, cadenzati, dalle fermate della metro che portano il nome dei presidenti egiziani Nasser, Sadat e Mubarak. Metro è un thriller, una storia d’amore e un romanzo politico metropolitano che si anima dietro le quinte e nei sotterranei dell’affascinante e decadente Il Cairo. Buona lettura.

Categorie
9788887847253 Altriarabi Articoli Press Shafee

“Metro” la graphic novel che fa paura al potere egiziano

| Liberazione | Venerdì 10 dicembre 2010 | Guido Caldiron |

Il disegnatore Magdi El Shafee presenta in questi giorni in Italia la sua opera.
Nell’Egitto di Mubarak anche i fumetti fanno paura. il regime che proprio in questi giorni ha dato una nuova prova della sua resistenza a procedere nella direzione di una democratizzazione delle istituzioni e della società, escludendo dal voto per le elezioni politiche gran parte dell’opposizione, è sceso in guerra contro una graphic novel mettendo in moto la macchina della censura e della repressione.
Questo almeno è quanto accaduto a Magdy El Shafee, un giovane disegnatore che si è trasformato in uno degli autori più apprezzati del paese. Nato al Cairo nel 1972, El Shafee ha debuttato nel fumetto in occcasione del Comic Workshop Egypt che si è svolto nella capitale egiziana nel 2001 e ha pubblicato nel 2008 la graphic novel Metro, oggi tradotta nel nostro paese nell’ambito della collana “Altriarabi” dell’editrice il Sirente (pp. 80, euro 15,00), che gli è costata parecchi guai con la giustizia del suo paese.
Il fumetto, un crudo thriller metropolitano che alterna in un livido bianco e nero tratti raffinati quasi fotografici a schizzi volutamente sporchi e stradaioli, racconta la storia di Shehab, un giovane programmatore di computer che si lascia coinvolgere da un politico corrotto in una rapina, proponendo anche una riflessione sulle trasformazioni conosciute dalla società egiziana, riassunte simbolicamente nelle stazioni della metropolitana cairota che portano il nome dei leadwer e dei presidenti che si sono succeduti nell’ultimo mezzo secolo: da Nasser a Mubarak passando per Sadat.
Con l’accusa di utilizzare un linguaggio “troppo spinto”, Metro è stato dapprima ritirato dalla vendita, quindi il suo autore ha dovuto subire un processo: Magdy El Shafee è così comparso il 4 aprile 2008 davanti al Tribunale del Cairo; accanto a lui, sul banco degli imputati, il suo editore, Mohamed Sharqawi. Alla fine il disegnatore è stato condannato a pagare una multa e tutte le copie in circolazione della graphic novel sono state distrutte. «Il motivo ufficiale – spiega El Shafee – è che la polizia morale ha trovato il linguaggio usato nel fumetto troppo spinto. Tuttavia basta passeggiare in Piazza Ramses al Cairo per rendersi conto che il linguaggio quotidiano egiziano sia ben più spinto. La realtà è che il riferimento alla persona del politico corrotto non è visto come puramente casuale…». «L’aministrazione nazionale e religiosa egiziana non hanno la cultura del dibattito –- spiega ancora il disegnatore –: quando una cosa non gli piace esigono la censura immediata».
Magdy el Shafee, che in questi giorni è nel nostro paese per presentare la sua opera, dopo aver partecipato all’inizio del mese al Festival del fumetto Mediterraneo, il Nues, che si è svolto a Cagliari –  questa sera alle 20,30 sarà all’Oblomov di via Macerata 58, nel quartiere del Pigneto a Roma – racconta come abbia sempre amato «i fumetti come mezzo di espressione, non solo come disegno. Da bambino Superman e Tintin erano le mie letture ideali e quando, all’età di 15-16 anni, ho letto una storia di Hugo Pratt è stata per me una meravigliosa sorpresa: l’eroe del fumetto non doveva essere per forza un modello pieno di virtù… Così decisi che non sarei diventato un bravo pittore e che avrei fatto di tutto per diventare invece un fumettista».

 

Categorie
9788887847253 Altriarabi Articoli Press Shafee

Metro, di Magdy el-Shafee

| Arabismo.it | Venerdì 10 dicembre 2010 | Alessandra Fabbretti |

Magdy el-Shafee, al suo esordio nel mondo della letteratura impegnata e d’avanguardia, stupisce il mondo arabo – e non solo- con una creazione tanto originale quanto affascinante: Metro. Il primo graphic novel mai realizzato nel mondo arabo, edito in Italia da il Sirente, ci lancia all’inseguimento caotico di personaggi, eventi e situazioni che ci parlano di una città border line tra vecchio e moderno, tra le affollate e rumorose strade del Cairo, anche quelle sotterranee della metropolitana, in cui i nomi delle fermate lanciano un chiaro messaggio: Saad Zaaghloul, Nasser, Sadat e Mubarak.
Shibab, il protagonista, è un brillante informatico che spera di raggiungere soldi e successo attraverso i suoi programmi: non ha fatto i conti però con la realtà in cui vive, e il suo sogno degenera presto in un incubo. Debiti, minacce e persino un creditore particolarmente agguerrito che gli lancia contro suoi scagnozzi diventano refrain della sua vita quotidiana. L’impossibilità di uscire dalla trappola in cui è caduto – e le cui fila sono tessute dalla stessa società egiziana, profondamente corrotta e clientelistica- lo persuade a rapinare una banca. Ma i guai non finiscono certo qui: delitti, inseguimenti, tradimenti e manifestazioni decisamente movimentate ritmano la seconda parte della storia, che si concluderà con un finale non bello, ma sicuramente sereno, in cui è possibile intravedere un flebile barlume di speranza.
Intervistato durante la prima romana del libro organizzata dall’Associazione Culturale Arabismo nell’ambito della rassegna Arabismo al Caffè, lo scorso 7 dicembre, Magdy racconta la sua graduale evoluzione da anonimo farmacista a vignettista impegnato. Dopo aver frequentato un seminario sul fumetto alla American University nel 2001, Magdy entra in contatto col quotidiano indipendente Dustur e inizia a pubblicare strisce di satira politica. Metro arriverà solo nel 2008. Profondamente influenzato dai modelli occidentali quali Superman e Corto Maltese, il tratto di questo promettente disegnatore è rapido, deciso e frammentato: come la società cairota sta lentamente perdendo speranze e voglia di combattere, così sulle tavole di Metro i personaggi sono rappresentati a metà, in modo solo parzialmente ben definito. Quel poco che l’autore lascia assaggiare della sua arte permette di notare una certa sicurezza, ma il resto, ossia le parti sgranate o confuse, rivelano molto di un altro protagonista di questo lavoro: il Cairo, con le sue molteplici contraddizioni che sgretolano il tessuto sociale e le relazioni tra gli individui. Proprio a causa della sincerità con cui Magdy el-Shafee critica il modus operandi di politici e poliziotti in Egitto, ha subìto una condanna molto pesante da parte di un tribunale che lo ha multato e ha disposto la distruzione di tutte le copie del libro.

“Magdy, pensi che il regime si senta minacciato da opere come la tua?” chiediamo all’autore nel corso del nostro incontro.
“No, non credo sia esatto parlare di minaccia” risponde el-Shafee. “L’arte, qualunque sia il canale che scelga per esprimersi, sia esso la letteratura, la pittura, la musica e persino il fumetto, non vuole mai minacciare, bensì raccontare qualcosa. Non si pone mai come obbiettivo di ribaltare le cose. Se poi ci riesce, è un altro discorso.”

“Il tuo racconto ricalca un po’ i fatti del 6 aprile. La gente allora subì una scossa, fu un punto di svolta per la costruzione della consapevolezza collettiva: non sei d’accordo? Perché nel tuo libro accusi le persone di essere “anestetizzate” agli eventi che le circondano?”
“I fatti del 6 aprile sono stati un momento molto importante per l’Egitto, soprattutto per le grandi metropoli come il Cairo ed Alessandria, ma la strada verso la consapevolezza piena è molto lunga. Credo che manchi ancora molto, ed è difficile fare una previsione esatta.”

“Pubblicando questo libro non hai temuto di mettere in qualche modo in pericolo la tua famiglia?”
“Ricordo ancora il giorno in cui arrivò la convocazione da parte della questura. Io naturalmente ero molto agitato e temevo che mi avrebbero fermato. Fu allora che mia moglie mi guardò dritto negli occhi e mi disse che mi avrebbe accompagnato, e aggiunse che se mi avessero arrestato, in quel momento lei si sarebbe sentita la moglie più fiera e orgogliosa d’Egitto, e mi sarebbe rimasta accanto in ogni caso.”

“Nel romanzo, Dina è la giovane giornalista che partecipa con entusiasmo a tutte le manifestazioni di protesta mentre Shihab è più disilluso, le evita e cerca di convincere l’amica a non andare. Tu con quale dei tuoi protagonisti stai?”
“Con Dina, naturalmente. È vero che le manifestazioni sono pericolose e si rischia molto, ma lo considero un modo per far parlare la gente, per esprimersi contro quello che non piace. Anche se forse non servono a cambiare le cose, non smetterò mai di crederci.”

“Di fronte a Metro anche gli altri paesi del mondo arabo hanno reagito come l’Egitto?”
“No, non tutti, devo ammettere che ha suscitato grande interesse, e vari paesi lo hanno stampato e diffuso con entusiasmo. Tra questi soprattutto Qatar e Libano. Questo fatto mi ha molto colpito e rallegrato.”

“Dopo i guai che hai passato a causa di Metro, ti sei scoraggiato oppure sei pronto a scrivere e disegnare ancora?”
“Se Dio vuole, continuerò il mio lavoro. Non mi sento scoraggiato, anzi è il contrario. Perciò riprenderò presto a disegnare.”