Le istuzioni d’uso di una Vita futura.

Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nàgi

Dif­fi­ci­le defi­ni­re cosa sia Vita: istru­zio­ni per l’uso di Ahmed Nàgi, edi­to da Edi­tri­ce Il Siren­te nel­la col­la­na Altria­ra­bi dedi­ca­ta alle voci con­tem­po­ra­nee in lin­gua ara­ba. Il roman­zo, pub­bli­ca­to in tra­du­zio­ne con il Patro­ci­nio del­la Sezio­ne ita­lia­na di Amne­sty Inter­na­tio­nal e arric­chi­to dal­le impre­scin­di­bi­li illu­stra­zio­ni di Ayman Al Zor­ga­ni, ha cau­sa­to all’autore, nel 2016, la con­dan­na a due anni di car­ce­re per oltrag­gio al pudo­re; sic­ché è sicu­ra­men­te un roman­zo sco­mo­do, un testo che rac­con­ta una Cai­ro con­vul­sa, in pre­da alla vio­len­za e alla fol­lia, attra­ver­so una nar­ra­zio­ne for­te­men­te meta­fo­ri­ca e par­zial­men­te tra­sla­ta in un futu­ro fin trop­po ante­rio­re.
Pro­ta­go­ni­sta: una cit­tà com­ple­ta­men­te ripro­get­ta­ta, che arri­vi alla mes­sa al ban­do del disa­gio e del degra­do, sacri­fi­can­do chia­ra­men­te la par­te uma­na e socie­ta­ria che la dovreb­be abi­ta­re. A con­trap­por­si, un docu­men­ta­ri­sta che, per­si­no incon­sa­pe­vol­men­te, si avvi­ci­na a un per­so­nag­gio visio­na­rio e ribel­le e ne abbrac­ce­rà la por­ta­ta rivo­lu­zio­na­ria, in un cre­scen­do di emo­zio­ni al limi­te tra spy sto­ry e fan­ta­scien­za. L’esperimento let­te­ra­rio che ne deri­va è inte­res­san­te e intri­gan­te: una sor­ta di denun­cia del­la real­tà con­tem­po­ra­nea che, come pre­ce­den­ti illu­stri, vie­ne tes­su­ta attra­ver­so la costru­zio­ne di un mon­do arte­fat­to e col­lo­ca­bi­le altro­ve, soprat­tut­to nel tem­po, ma che – del mon­do di rife­ri­men­to – ne trat­tie­ne le carat­te­ri­sti­che salien­ti e defi­nen­ti, in un gio­co di spec­chi e riman­di dall’incisività inar­re­sta­bil­men­te iro­ni­ca e finan­che grot­te­sca.
Il lin­guag­gio è estre­ma­men­te cru­do e cruen­to, con espli­ci­ti rife­ri­men­ti a ses­so e dro­ga, che così tan­to han­no tur­ba­to la socie­tà egi­zia­na di nuo­vis­si­ma rico­sti­tu­zio­ne, in un pro­ces­so di liber­tà, segui­to alla pri­ma­ve­ra ara­ba, che si è arre­sta­to e finan­che ricon­ver­ti­to in un tra­di­men­to, come altri roman­zi con­tem­po­ra­nei di scrit­to­ri ara­bo­fo­ni stan­no met­ten­do siste­ma­ti­ca­men­te in luce. È una sor­ta di cru­do rea­li­smo, quel­lo crea­to da Ahmed Nàgi, che ser­ve a disin­ne­sca­re alla radi­ce le pra­ti­che disil­lu­so­rie e disin­gan­ne­vo­li attra­ver­so le qua­li, sub­do­la­men­te, vie­ne nuo­va­men­te seda­ta un’intera col­let­ti­vi­tà socia­le.
Il mes­sag­gio che Nàgi urla attra­ver­so que­ste pagi­ne è evi­den­te ed ecla­tan­te: è un gri­do di sve­glia, di ritor­no al pen­sie­ro, di pre­ci­sa con­sa­pe­vo­lez­za: non tor­na­re alle alle­tan­ti ma fal­se e amma­lia­tri­ci pro­mes­se ma con­ti­nua­re a pre­ten­de­re, con estre­ma luci­dez­za men­ta­le e mora­le, la costru­zio­ne di una real­tà che sia più sana, più con­cre­ta, più uma­na; che sia atten­te alle diver­si­tà, ai cam­bia­men­ti, che li asse­con­di e non li tema, che li faci­li­ti e non li osta­co­li. Per­ché, come in ogni altro ango­lo del mon­do, come in ogni altro tem­po che sia pas­sa­to o futu­ro, i cit­ta­di­ni for­ma­no la socie­tà, ed è loro com­pi­to prin­ci­pa­le e prio­ri­ta­rio quel­lo di non arren­der­si all’inevitabilità del­la scon­fit­ta e all’ignavia del­la resa.

Giu­lio Gaspe­ri­ni — Chro­ni­ca­Li­bri

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FUORI DA GAZA, E DA SE STESSI

ARRIVA IN ITALIAFUORI DA GAZA”, ROMANZO D’ESORDIO DI SELMA DABBAGH, SCRITTRICE ANGLO-PALESTINESE, PER LA TRADUZIONE DI BARBARA BENINI E EDITO DA IL SIRENTE.

Sto par­lan­do trop­po, vero? Non rie­sco pro­prio a far­mi entra­re in testa ciò che ho visto”
“Non è qual­co­sa che si pos­sa ‘far entra­re in testa’. E’ trop­po ingiu­sto per far­se­ne una ragio­ne, trop­po inca­si­na­to per sbro­gliar­lo. E se ti sfor­zi di com­pren­der­lo, se in qua­lun­que modo cer­chi una giu­sti­fi­ca­zio­ne, allo­ra sei fot­tu­ta. E noi sia­mo spac­cia­ti”

Pale­sti­na, Gaza, pri­mi anni Due­mi­la. Un gio­va­ne uomo sie­de sul tet­to del­la sua casa, di not­te, e osser­va i bom­bar­da­men­ti che scon­quas­sa­no la Stri­scia. Non occor­re mol­to tem­po per capi­re che sia­mo all’inizio del­la Secon­da Inti­fa­da, una del­le pagi­ne più buie e dolo­ro­se che la popo­la­zio­ne pale­sti­ne­se abbia vis­su­to.
E’ così che pren­de avvio “Out of it” – “Fuo­ri da Gaza” nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na edi­ta da Il Siren­te – roman­zo d’esordio del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se Sel­ma Dab­ba­gh.

E’ CON UN VOLO IMMAGINARIO VERSO UN ALTROVE POSSIBILE CHE INIZIA IL VIAGGIO FRA LE SUE PAGINE, COMPIUTO DA UNO DEI GIOVANI PROTAGONISTI DI QUESTO PICCOLO MA STRAORDINARIO AFFRESCO NARRATIVO, CAPACE DI DISCOSTARSI DALLA TRADIZIONE LETTERARIA PALESTINESE RESTANDOVI, NEL CONTEMPO, PERFETTAMENTE ALLINTERNO.

Come in altri roman­zi è anco­ra una vol­ta una fami­glia ad esse­re espe­dien­te let­te­ra­rio e cuo­re del­la nar­ra­zio­ne, per­no di una sto­ria che si arti­co­la seguen­do­ne le dina­mi­che inti­me e pro­fon­de, in un con­te­sto tan­to dif­fi­ci­le da spie­ga­re che a vol­te – come in que­sto caso – è mol­to più effi­ca­ce non far­lo. Lascian­do piut­to­sto che sia lo sguar­do dei pro­ta­go­ni­sti – i gemel­li Rashid e Iman Muja­hed, inten­sa­men­te lega­ti eppu­re diver­si – a con­dur­re il let­to­re in un viag­gio attra­ver­so la “bana­li­tà del male” e le sue con­se­guen­ze.

E saran­no pro­prio le divi­sio­ni all’interno del­la fami­glia a far­si spec­chio del­le mede­si­me spac­ca­tu­re in seno ad una socie­tà stan­ca di asse­dio e di occu­pa­zio­ne. Attra­ver­so la sua nar­ra­zio­ne infat­ti Dab­ba­gh rie­sce a rico­strui­re in modo sem­pli­ce, ma estre­ma­men­te effi­ca­ce, le calei­do­sco­pi­che sfac­cet­ta­tu­re di una socie­tà com­ples­sa, in cui tut­to è poli­ti­co, per­si­no l’esistenza.

E, SEGUENDO GLI SCONTRI E LE INCOMPRENSIONI FAMILIARI, A RESTITUIRCI UN QUADRO SULLE DIVISIONI INTRA-PALESTINESI, SULLE DIVERSE VISIONI DELLA RESISTENZA, SPESSO DETTATE DA DISTANZE NON SOLO POLITICHE E IDEOLOGICHE, MA SOPRATTUTTO GENERAZIONALI.

Nel far­lo, Dab­ba­gh inclu­de con mae­stria ele­men­ti cen­tra­li del­la que­stio­ne pale­sti­ne­se, come la dia­spo­ra, il dirit­to al ritor­no, il dispe­ra­to ten­ta­ti­vo di costruir­si, nell’Altro­ve pos­si­bi­le, una vita nor­ma­le.

ECCO ALLORA CHE IL FUORI DA QUI DIVENTA CONDIZIONE ESISTENZIALE. IL FUORI-LUOGO, FUORI-TEMPO E FUORI-CONTESTO CHE SI FA PARADIGMA DI UNA PERENNE DIASPORA, NON SOLO GEOGRAFICA MA ANCHE INTERIORE, CHE RENDE I PROTAGONISTI OSTAGGIO DI UNA PERENNE GHURBA. E CHE RENDE LA PALESTINA NON SOLO PIÙ LUOGO OCCUPATO, MA ANCHEOSSESSIONE CHE OCCUPA”, PER DIRLA CON SUAD AMIRY.

Fuo­ri da qui non è più solo il desi­de­rio dei gio­va­ni pro­ta­go­ni­sti di usci­re dal­la Stri­scia di Gaza che li sof­fo­ca. E’ anche il modo in cui si sen­to­no, in fon­do, fuo­ri dal nuo­vo con­te­sto in cui cer­ca­no di ambien­tar­si; è il desi­de­rio di libe­rar­si del­la Pale­sti­na solo per un istan­te, sen­za poter­lo fare. Di poter par­la­re, ogni tan­to, di altro. E’ il non poter dimen­ti­ca­re chi si è, anche quan­do si è Altro­ve. E’ il ten­ta­ti­vo di eva­de­re non solo da un luo­go, ma anche dal­le pres­sio­ni socia­li, dal­le aspet­ta­ti­ve fami­lia­ri, dai ricor­di del pas­sa­to e dal peren­ne para­go­ne con esso. Un fuo­ri che acco­mu­na tut­ti: lo sono Iman e Rashid quan­do lascia­no Gaza, ma anche il loro padre, che nel vil­lag­gio pale­sti­ne­se da cui pro­vie­ne sa di non poter più fare ritor­no.

NEL TRATTEGGIARE PERSONAGGI FEMMINILI FORTISSIMI, CHE BEN RISPECCHIANO LA STORIA FONDAMENTALE DELLATTIVISMO DI GENERE IN PALESTINA, DABBAGH HA UN ULTERIORE, GRANDE MERITO. QUELLO DI AVER RACCONTATO GAZA IN MODO NUOVO E CON PAROLE NUOVE.

Attra­ver­so la voce di una gio­va­ne gene­ra­zio­ne spes­so invi­si­bi­le, di cui assai rara­men­te si scri­ve. Che sen­te il peso non solo dell’occupazione, ma soprat­tut­to del­le sue con­se­guen­ze. Quel­le più pic­co­le, inti­me ed appa­ren­te­men­te insi­gni­fi­can­ti, ma che han­no a che fare con una sfe­ra iden­ti­ta­ria e pro­fon­da. Una gene­ra­zio­ne che vor­reb­be, in fon­do, solo una vita nor­ma­le.

Con la sua nar­ra­zio­ne Sel­ma Dab­ba­gh trat­teg­gia per­so­nag­gi cre­di­bi­li con incre­di­bi­le abi­li­tà, arric­chi­ta da pic­co­li ma straor­di­na­ri par­ti­co­la­ri, desti­na­ti a rima­ne­re impres­si a lun­go. E rie­sce nell’impresa di far­ci vede­re il mon­do attra­ver­so il loro sguar­do, che si scam­bia e si alter­na, in un rac­con­to cora­le che uni­sce mol­te voci sen­za con­fon­der­le mai.

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Si era for­ma­to un capan­nel­lo di per­so­ne intor­no a un con­ta­di­no che sta­va gri­dan­do con dei maz­zi di fio­ri in mano. Tut­ti urla­va­no con­tro la chiu­su­ra del con­fi­ne. Pro­te­sta­va­no per i fio­ri che appas­si­va­no. Per quei fio­ri che sem­bra­va­no met­te­re così seria­men­te a rischio la sicu­rez­za. Per il fat­to che sareb­be sta­ta la fine per lui. Ci avreb­be nutri­to le sue muc­che, con quei fio­ri. Li avreb­be but­ta­ti (la fol­la ama que­ste cose). No, anzi, li avreb­be rega­la­ti a tut­te le don­ne. E infat­ti alcu­ni ragaz­zi si era­no mes­si a cor­re­re in giro con i fio­ri, e Iman si era ritro­va­ta tra le brac­cia un bou­quet bagna­to, da cul­la­re come fos­se un neo­na­to. Riu­sci­va a vede­re tut­ta la sce­na, ma da una cer­ta distan­za, qua­si stes­se acca­den­do dall’altro lato di uno spes­so pan­nel­lo di ple­xi­glas spor­co, uno di quel­li die­tro cui si sede­va­no le loro guar­die. E se ne sta­va fer­ma lì, in mez­zo alla stra­da, immo­bi­le. Atten­den­do solo che quel­la cor­ti­na si alzas­se”.
(Estrat­to da “Fuo­ri da Gaza”, tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni).

 

Ceci­lia Dal­la Negra per QCO­DE­Ma­ga­zi­ne

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Una vita quotidiana all’inferno, intervista a Selma Dabbagh

Intervista alla scrittrice palestinese Selma Dabbagh, a Roma, ospite del Salone dell’editoria sociale, con il romanzo «Fuori da Gaza», uscito per editrice il Sirente

«Non ho avu­to biso­gno di trar­re ispi­ra­zio­ne dal­la sto­ria del­la mia fami­glia per dar vita ai Muja­hed, i pro­ta­go­ni­sti del roman­zo, per­ché ci sono espe­rien­ze dolo­ro­se come l’esilio che appar­ten­go­no a tut­te le fami­glie pale­sti­ne­si. Mio non­no veni­va da Jaf­fa, finì in pri­gio­ne più vol­te e rischiò di esse­re assas­si­na­to a cau­sa del suo impe­gno poli­ti­co. Deci­se di andar­se­ne dopo il 1948 quan­do mio padre fu col­pi­to da una gra­na­ta lan­cia­ta da un grup­po para­mi­li­ta­re ebrai­co. Fini­ro­no pri­ma in Siria, quin­di in Kuwait e infi­ne in Gran Bre­ta­gna, dove mio padre conob­be mia madre che è ingle­se. Però la Pale­sti­na non ha mai lascia­to la nostra casa, abbia­mo sem­pre par­te­ci­pa­to a mani­fe­sta­zio­ni, fat­to par­te di Ong e nel­la mia fami­glia allar­ga­ta ci sono sta­ti dei mem­bri dell’Olp».

Nata in Sco­zia nel 1970, dopo aver vis­su­to tra l’Europa e il Medio­rien­te Sel­ma Dab­ba­gh si è sta­bi­li­ta a Lon­dra dove alter­na la sua atti­vi­tà di avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni e il suo soste­gno ai movi­men­ti di soli­da­rie­tà con i pale­sti­ne­si, al suo lavo­ro di scrit­tri­ce. Suoi rac­con­ti sono com­par­si in diver­se rac­col­te, uno è sta­to adat­ta­to per la radio dal­la Bbc, men­tre Fuo­ri da Gaza, pub­bli­ca­to nel­la col­la­na Altria­ra­bi del Siren­te (tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni, pp. 184, euro 15) è sta­to nomi­na­to libro dell’anno dal Guar­dian nel 2012.

Nel roman­zo è descrit­ta la vita quo­ti­dia­na di una fami­glia pale­sti­ne­se nell’inferno di Gaza, dove gio­va­ni che come Rashid e sua sorel­la Iman, che cer­che­ran­no anche di costruir­si una vita lon­ta­no dal­la guer­ra, tra il Gol­fo e Lon­dra, vedo­no le pro­prie esi­sten­ze stret­te tra i bom­bar­da­men­ti israe­lia­ni e il cre­sce­re del fon­da­men­ta­li­smo isla­mi­co. Un roman­zo che, oltre alla clau­stro­fo­bia di una cit­tà e di un mon­do sot­to asse­dio, evo­ca il desi­de­rio di liber­tà che scuo­te le nuo­ve gene­ra­zio­ni del­le socie­tà medio­rien­ta­li e che ha già ali­men­ta­to le «pri­ma­ve­re ara­be».

Il suo roman­zo sem­bra costrui­to sul­la dia­let­ti­ca che vivo­no i gio­va­ni pale­sti­ne­si che ne sono pro­ta­go­ni­sti tra il voler resta­re per lot­ta­re e le spin­te a fug­gi­re per inse­gui­re le pro­prie aspi­ra­zio­ni. Cosa resta dell’individuo e dei suoi desi­de­ri in una simi­le situa­zio­ne?
È alla ten­sio­ne tra que­sti due sen­ti­men­ti che riman­da l’idea stes­sa del libro: l’essere pron­ti a dare la pro­pria vita per la cau­sa o scap­pa­re da quei luo­ghi. Fin dal tito­lo ingle­se, Out of It, ho cer­ca­to di tene­re insie­me le due dimen­sio­ne di que­sto «fuo­ri»: da un posto fisi­co come da una dimen­sio­ne men­ta­le, o coscien­za poli­ti­ca se si vuo­le. Si trat­ta di un’esplorazione dei diver­si fat­to­ri che han­no fino a oggi spin­to le per­so­ne a rima­ne­re o ad andar­se­ne, a oppor­si al con­te­sto poli­ti­co in cui vivo­no o a disto­glie­re sem­pli­ce­men­te lo sguar­do da tut­to ciò.
In que­sto sen­so, lo spa­zio con­ces­so alla pro­pria indi­vi­dua­li­tà e ai pro­pri desi­de­ri è un tema impor­tan­tis­si­mo. Ricor­do di aver par­te­ci­pa­to a un matri­mo­nio di una fami­glia di Gaza che si svol­ge­va in Gior­da­nia subi­to dopo che gli israe­lia­ni ave­va­no ini­zia­to a bom­bar­da­re la Stri­scia. Un gio­va­ne pre­sen­te scop­piò in lacri­me, in real­tà per­ché si era lascia­to con la fidan­za­ta, e sua sorel­la si rivol­se a lui in modo bru­sco, chie­den­do­gli per­ché faces­se così e per­ché inve­ce non pian­ge­va per il suo popo­lo. Per i pale­sti­ne­si, la sen­sa­zio­ne di non poter inda­ga­re que­sto spa­zio inte­rio­re è spes­so mol­to con­cre­ta.

Ambien­ta­re il libro soprat­tut­to a Gaza ha reso espli­ci­to que­sto con­flit­to che è anche di natu­ra inte­rio­re?
Ho scel­to Gaza per­ché espri­me in modo estre­mo la situa­zio­ne che vivo­no però tut­ti i pale­sti­ne­si. Vole­vo esplo­ra­re il modo in cui il con­te­sto, poli­ti­co, la guer­ra, la vio­len­za, incom­be sul mon­do inte­rio­re di cia­scu­no. Non sta­vo cer­can­do di descri­ve­re Gaza in modo spe­ci­fi­co, quan­to piut­to­sto rac­con­ta­re lo sta­to di guer­ra, di asse­dio, la pres­sio­ne eser­ci­ta­ta sugli indi­vi­dui. Que­sta pres­sio­ne che vivo­no i per­so­nag­gi, i con­flit­ti e le ten­sio­ni in cui sono immer­si, del resto sono stru­men­ti essen­zia­li per un roman­zie­re.

Se gli inter­ro­ga­ti­vi che lo attra­ver­sa­no riguar­da­no gli indi­vi­dui, nel suo libro pre­va­le la dimen­sio­ne cora­le. Lo imma­gi­na come fos­se il roman­zo di un popo­lo?
Spe­ro che que­sto sia il risul­ta­to. Vole­vo cer­ca­re di cat­tu­ra­re diver­se dimen­sio­ni del­la vita pale­sti­ne­se che negli ulti­mi 70 anni si è fat­ta sem­pre più diver­si­fi­ca­ta. I pale­sti­ne­si sono disper­si a livel­lo inter­na­zio­na­le, si sono adat­ta­ti e ope­ra­no in diver­si pae­si e cul­tu­re. Ho scrit­to la mia tesi su tut­ti i meto­di, lega­li o meno, attra­ver­so i qua­li sono sta­ti sepa­ra­ti e divi­si. Mi sono chie­sta che cosa li legas­se anco­ra, mal­gra­do que­sta sepa­ra­zio­ne, e ho deci­so che a far­lo sia la con­sa­pe­vo­lez­za di un’ingiustizia irri­sol­ta. E ognu­no dei per­so­nag­gi del roman­zo ha una rela­zio­ne emo­ti­va diver­sa con que­sto sen­so di ingiu­sti­zia.

Dal­la madre dei pro­ta­go­ni­sti, già atti­va nel Fron­te popo­la­re, a Lana, la moglie di Sabri, uno dei figli, che face­va poli­ti­ca fin da ragaz­zi­na, fino a Iman che appa­re qua­si ten­ta­ta dal mes­sag­gio degli isla­mi­sti, quel­la che lei rac­con­ta è anche, se non soprat­tut­to, una sto­ria di don­ne…
Sareb­be sta­to dif­fi­ci­le non far­lo. Le don­ne sono sta­te coin­vol­te in ogni fase del­la lot­ta pale­sti­ne­se, fin dal­la rivol­ta ara­ba del 1936. Figu­re fem­mi­ni­li sono pre­sen­ti in tut­te le diver­se onda­te del movi­men­to, a par­ti­re da da quel perio­do. E anco­ra oggi. Non si può scri­ve­re que­sta sto­ria sen­za par­la­re del loro ruo­lo e coin­vol­gi­men­to in tut­to ciò.

inter­vi­sta di Gui­do Cal­di­ron per il Mani­fe­sto

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Giuseppe Acconcia, “Nazione Indiana” (12 agosto 2017)

VITA: ISTRUZIONI PER L’USO di Ahmed Nàgi

Nagi, Vita: Istruzioni per l’uso. La natura cruda e sentimentale del Cairo

di Giu­sep­pe Accon­cia, “Nazio­ne India­na” (12 ago­sto 2017)

Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed NàgiAhmed Nagi nel libro “Vita: Istru­zio­ni per l’uso” (Il Siren­te, 266 pag., 18 euro) rac­con­ta il Cai­ro come pochi auto­ri egi­zia­ni han­no sapu­to fare negli ulti­mi decen­ni. Lo scrit­to­re, auto­re tra le altre ope­re di “Rogers” (2010), è sta­to con­dan­na­to a due anni, e in segui­to rila­scia­to, per il lin­guag­gio “osce­no” dei suoi roman­zi. Un testo post-moder­no che sfi­da qual­sia­si pre­con­cet­to sul Cai­ro, ne resti­tui­sce atmo­sfe­re sur­rea­li al limi­te del­la nou­vel­le vague, sul­la scia di pel­li­co­le di suc­ces­so, come in “The last days of the city” di Tamer el-Sayed che rac­con­ta con gli occhi di un grup­po di gio­va­ni il cen­tro nove­cen­te­sco del­la capi­ta­le egi­zia­na. “Nel­la mia infan­zia, tut­ti i miei ami­ci era­no affa­sci­na­ti dal mito di un mon­do glo­ba­liz­za­to. Ma ho cer­ca­to di supe­ra­re gli ste­reo­ti­pi, intro­dur­re la liber­tà di scel­ta nel­la nuo­va socie­tà glo­ba­liz­za­ta. E così, mostro la com­ples­si­tà del­la nostra moder­ni­tà andan­do da Toni Negri ai fast food”, mi ave­va spie­ga­to Ahmed Nagi in uno dei nostri ulti­mi incon­tri in occa­sio­ne di un’intervista che ave­vo rea­liz­za­to per il quo­ti­dia­no egi­zia­no al-Ahram.

La vicen­da di Bas­sam Bah­gat, docu­men­ta­ri­sta ingag­gia­to per rac­con­ta­re i muta­men­ti urba­ni­sti­ci strut­tu­ra­li del­la capi­ta­le egi­zia­na, è rac­con­ta­ta in fram­men­ti, inter­val­la­ti dal­le illu­stra­zio­ni di Ayman al-Zor­qa­ni. Il dia­rio sen­ti­men­ta­le del pro­ta­go­ni­sta, che mol­to ha a che fare con l’esperienza quo­ti­dia­na dell’autore tra la cit­tà satel­li­te di 6 Otto­bre e il cen­tro del Cai­ro, descri­ve incan­te­vo­li don­ne, Papri­ka, Mona Mei e Rim, e le pia­ce­vo­li e incan­ta­te gior­na­te di ses­so (o un’amicizia sug­gel­la­ta da “san­gue mestrua­le e sper­ma sec­co”), tra­scor­se con gran­de natu­ra­lez­za, men­tre il Cai­ro ine­so­ra­bil­men­te è sot­to­po­sta ai muta­men­ti più radi­ca­li. “Se per gli indi­vi­dui maschi del Cai­ro la vita è un incu­bo, per le don­ne è una real­tà infer­na­le cui è impos­si­bi­le sfug­gi­re”. La cit­tà vie­ne descrit­ta nei suoi aspet­ti più cru­di e fan­ta­sti­ci: un luo­go dove alcu­ni si sono dimen­ti­ca­ti cosa sia un “sor­ri­so”, un “ricet­ta­co­lo d’odio, la mate­ria pri­ma dell’odio e del­la mise­ria”. Eppu­re chi ha pen­sa­to tut­to que­sto (il Cai­ro) non pote­va che esse­re un “pastic­cie­re”.

Lo sco­po del rac­con­to è met­ter­si alle spal­le que­sta dispe­ra­zio­ne, for­se è anche il segre­to del­le rivol­te del 2011, per ren­de­re la vita “più pia­ce­vo­le e meno mise­ra”. Eppu­re il nasco­sto e il non det­to è sem­pre più for­te di quel­lo che emer­ge in super­fi­cie. Que­sto sot­to­suo­lo resta invi­si­bi­le per una sor­ta di inte­sa tra “poli­ti­ca, reli­gio­ne e socie­tà civi­le” che impe­di­sco­no che que­sto vol­to segre­to del­la cit­tà ven­ga a gal­la. L’osservatore non può fer­mar­si alla visio­ne di mise­ra­bi­li che “attra­ver­sa­no stra­de affol­la­te da don­ne rico­per­te da stra­ti di abi­ti e stof­fe”. Ognu­no deve impa­ra­re a sue spe­se a deci­fra­re que­sti luo­ghi: a otte­ne­re la pro­pria “chia­ve per­so­na­le”. E il Cai­ro è una cit­tà così varie­ga­ta da tene­re insie­me i grup­pi più dispa­ra­ti di per­so­ne: da fana­ti­ci reli­gio­si a omo­ses­sua­li, da gio­va­ni arti­sti agli scam­bi­sti di Imba­ba, dai bam­bi­ni di stra­da ai fana­ti­ci del­la for­ma fisi­ca, dagli uomi­ni d’affari obe­si ai can­tan­ti popo­la­ri.

L’esperienza sen­so­ria­le al Cai­ro è con­ti­nua, tota­liz­zan­te e tesa. “Quan­do vivi o ti muo­vi den­tro il Cai­ro, vie­ni costan­te­men­te offe­so. Sei desti­na­to a incaz­zar­ti”. Una cit­tà dove il nego­zia­to tra pos­si­bi­le e impos­si­bi­le non si fer­ma mai. “Vedem­mo inte­ri quar­tie­ri vive­re gra­zie alla cor­ren­te elet­tri­ca pre­le­va­ta abu­si­va­men­te dai lam­pio­ni del­la stra­da prin­ci­pa­le”.

Eppu­re il vero inten­to del­la “Socie­tà degli Urba­ni­sti” di cui Bah­gat è solo un mero ese­cu­to­re è quel­lo di distrug­ge­re defi­ni­ti­va­men­te il Cai­ro e crea­re una nuo­va cit­tà dal­la for­ma futu­ri­sta e com­mer­cia­le: pro­get­to non lon­ta­no dagli annun­ci post-moder­ni del san­gui­na­rio pre­si­den­te egi­zia­no al-Sisi. Se fos­se per Bah­gat e per il suo ami­co Ihab Has­san il vero cam­bia­men­to che la cit­tà dovreb­be subi­re sareb­be la ten­sio­ne ver­so l’eliminazione del degra­do e del­la mar­gi­na­liz­za­zio­ne a cui sono costret­ti alcu­ni suoi abi­tan­ti, a par­ti­re dal cam­bia­men­to del cor­so del Nilo e del­la sua for­ma. Ma que­sti aspet­ti solo in par­te risal­ta­no dal­le pagi­ne del libro. Ahmed Nagi con­ti­nua inve­ce a indu­gia­re in rac­con­ti sem­pre sor­pren­den­ti sul­la mega­lo­po­li, sui suoi abi­tan­ti e le loro abi­tu­di­ni amo­ro­se. “La pri­ma vol­ta, la feci veni­re suc­chian­do­la sen­za mai fer­mar­mi, poi entram­mo in came­ra da let­to e facem­mo l’amore con len­tez­za”. Ma anche di odo­ri nau­sea­bon­di nei bar di Moqat­tam, come la puz­za di “fega­to frit­to in olio da moto­re che si dif­fon­de­va nell’atmosfera come una nube cari­ca di piog­gia”. O di rela­zio­ni ine­di­te che richia­ma­no una vita pari­gi­na: “Sen­tii per la pri­ma vol­ta che que­sto tipo di rela­zio­ne, in cui il ter­zo ele­men­to è appe­so a un filo che tie­ne lega­te real­tà e illu­sio­ne, era ciò che mi avreb­be appa­ga­to”.

Eppu­re que­sta ten­sio­ne così irra­zio­na­le di una cit­tà e dei suoi abi­tan­ti avreb­be di là a poco con­ces­so tut­to ad una neces­si­tà mol­to più uma­na e pigra: quel­la del­la “sicu­rez­za”. E se al Cai­ro “non pote­va capi­tar­le nul­la di peg­gio del­lo sta­to in cui ver­sa­va”, un biso­gno pri­ma­rio in tem­pi pre­ca­ri ma anche una leva per giu­sti­fi­ca­re qual­sia­si cosa agli occhi del pro­fa­no l’avrebbe di lì a poco tra­sfor­ma­ta di nuo­vo. E così l’unico rife­ri­men­to vero alle pro­te­ste del 2011 appa­re in rela­zio­ne alla cam­pa­gna “No”, con­tro la dichia­ra­zio­ne costi­tu­zio­na­le, volu­ta dal­la giun­ta mili­ta­re ma con­te­sta­ta dai gio­va­ni rivo­lu­zio­na­ri.

Nono­stan­te ciò, è sem­pre il Cai­ro a det­ta­re modi e tem­pi del cam­bia­men­to. “Tu eri schia­vo del­la cit­tà e pri­ma che lei ti si con­ce­des­se, dove­vi ven­der­ti l’anima con un pat­to fir­ma­to col san­gue e col cuo­re”. E tra le prio­ri­tà di Nagi c’è sem­pre il ten­ta­ti­vo di richia­ma­re un cer­to disprez­zo ver­so gli isla­mi­sti che poi avreb­be­ro pre­so solo figu­ra­ti­va­men­te le redi­ni del pote­re: “Sca­ra­fag­gi nel­le fogne del Cai­ro e sul loro rap­por­to coi sor­ci di New York, e sull’effetto di tale rela­zio­ne sul­la nasci­ta di movi­men­ti isla­mi­sti in Medio Orien­te”.

Fino agli incon­tri che ren­do­no la vita così affa­sci­nan­te come quel­lo tra due pesca­to­ri, uno dei qua­li in bol­let­ta pro­prio il gior­no del­la nasci­ta del­la sua pri­ma figlia. “Get­ta l’amo e te ne ver­rà del bene”. Bastò que­sta fra­se per ritro­var­si in tasca 300 ghi­nee (cir­ca 40 euro): per­ché in alcu­ni gior­ni al Cai­ro è pos­si­bi­le dav­ve­ro qual­sia­si cosa! Eppu­re il Cai­ro è sem­pre rima­sta “indif­fe­ren­te alle vite dei suoi abi­tan­ti”. Ed è pro­prio que­sto pro­fon­do sen­so di soli­tu­di­ne ad aver for­se ispi­ra­to l’autore a rac­con­ta­re in modo così auten­ti­co e disil­lu­so la sua cit­tà per­ché in fon­do è il “dolo­re” sem­pre il più “poten­te moto­re per la scrit­tu­ra”.

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Mohamed Dibo e Faïza Guène al Lingotto

Doppio appuntamento con gli autori de il Sirente alla XXX edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino

Mohamed Dibo autore di “E se fossi morto?” e Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” presenteranno i loro libri all’interno della programmazione ufficiale della fiera, nella sezione Anime Arabe, curata da Paola Caridi e Lucia Sorbera.

Vener­dì 19 mag­gio alle 15,30 Faï­za Guè­ne autri­ce di “Un uomo non pian­ge mai” pre­sen­te­rà il suo libro dia­lo­gan­do con Car­la Pei­ro­le­ro (Suq Festi­val di Geno­va) nel­lo Spa­zio Babel.

Tra­dot­ta in 26 lin­gue Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se con­tem­po­ra­nea. Dopo l’esordio a soli 18 anni “Un uomo non pian­ge mai” è il suo ulti­mo libro, dove con uno sti­le più matu­ro si cimen­ta nel­la dif­fi­ci­le impre­sa di descri­ve­re il cam­mi­no di ricer­ca di un’identità per le secon­de gene­ra­zio­ni nate in Euro­pa.

Saba­to 20 mag­gio ore 15,30 Muham­mad Dibo auto­re di “E se fos­si mor­to?” dia­lo­ga con Jen­ny Erpen­beck tra let­tu­re e musi­ca, pres­so l’Are­na Pie­mon­te. Mode­ra Pao­la Cari­di (cura­tri­ce del­la sezio­ne Ani­me Ara­be).

Il tema dell’esilio attra­ver­sa la sto­ria del­la let­te­ra­tu­ra e del pen­sie­ro mon­dia­li. Al Salo­ne auto­ri e intel­let­tua­li leg­go­no bra­ni scel­ti dal­la let­te­ra­tu­ra euro­pea e ara­ba insie­me a Muham­mad Dibo, scrit­to­re siria­no rifu­gia­to a Ber­li­no, e Jen­ny Erpen­beck, scrit­tri­ce tede­sca che dedi­ca un’attenzione par­ti­co­la­re alle migra­zio­ni e al modo in cui stan­no cam­bian­do il suo pae­se.

Muham­mad Dibo è uno scrit­to­re siria­no, oggi in esi­lio in Ger­ma­nia, nel suo libro auto­bio­gra­fi­co “E se fos­si mor­to?” affron­ta il dram­ma del­la guer­ra.

Tut­to il cata­lo­go dell’editore sarà pre­sen­te allo stand P 129 / Padi­glio­ne 3

 

 

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Faïza Guène ospite al Festival Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 maggio a Mediterraneo Downtown (5–6-7 Maggio)

In con­co­mi­tan­za con l’uscita del libro “Un uomo non pian­ge mai” l’autrice par­te­ci­pe­rà ad un incon­tro di pre­sen­ta­zio­ne il 6 mag­gio all’interno del Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn

Medi­ter­ra­neo Down­to­wn: dia­lo­ghi, cul­tu­re e socie­tà si ter­rà il pri­mo week end di mag­gio (5–6 e 7 mag­gio) e, que­sta vol­ta, si trat­te­rà di una paci­fi­ca e ani­ma­ta inva­sio­ne del cen­tro sto­ri­co di Pra­to.

Il quar­tier gene­ra­le dell’evento sarà il com­ples­so del­la Ex Cam­pol­mi, tra il Museo del Tes­su­to e la Biblio­te­ca Laz­ze­ri­ni, ma saran­no le stra­de, le piaz­ze, i tea­tri, i cine­ma, i musei e le libre­rie di tut­ta la cit­tà ad esse­re pro­ta­go­ni­sti di una mani­fe­sta­zio­ne che assu­me­rà i con­no­ta­ti di un festi­val popo­la­re, di una ope­ra­zio­ne cul­tu­ra­le e divul­ga­ti­va, con una offer­ta che spa­zie­rà tra incon­tri pub­bli­ci con testi­mo­nial auto­re­vo­li, arte con­tem­po­ra­nea, con­cer­ti, libri, cine­ma, atti­vi­tà per bam­bi­ni, incon­tri di gio­va­ni stu­den­ti, atti­vi­tà spor­ti­ve.

Al cen­tro dei dibat­ti­ti del talk show e del­le pre­sen­ta­zio­ni di libri, ci saran­no come al soli­to i diritti, decli­na­ti sui “fem­mi­ni­smi”, dirit­ti del­le don­ne ed Lgb­ti nel Medi­ter­ra­neo, le eco­no­mie e le rela­zio­ni eco­no­mi­che soste­ni­bi­li, gio­va­ni e inno­va­ti­ve, la liber­tà di espres­sio­ne vista attra­ver­so i fumet­ti e la gra­phic novel e, natu­ral­men­te, le migra­zio­ni: affron­ta­te que­sta vol­ta da una pro­spet­ti­va par­ti­co­la­re ovve­ro, “quan­do la migrazio­ni bus­sa­no alla tua por­ta”.

Al Festi­val pres­so ex fab­bri­ca Cam­pol­mi, di fron­te al Museo del Tes­su­to tro­ve­re­te anche la libre­ria con tut­ti i tito­li del­le col­la­ne Altria­ra­bi e Altria­ra­bi Migran­te dell’editrice il Siren­te. 

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneFaï­za Guè­ne pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po del nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. “Un uomo non pian­ge mai” è il suo ulti­mo libro e quel­lo a cui è più affe­zio­na­ta.

Rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la liber­tà.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, 400.000 copie ven­du­te, Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se con­tem­po­ra­nea.»

 

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Viviana Mazza, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2017

E SE FOSSI MORTO? di Muhammad Dibo

Intervista. Vi fanno orrore queste immagini. Ma il mio popolo viene ucciso ogni giorno

di Vivia­na Maz­za, “Cor­rie­re del­la Sera”, 5 mar­zo 2017

Muhammad DiboIl regi­me siria­no ucci­de il popo­lo nel­le car­ce­ri e con la guer­ra, lo ucci­de con gli asse­di e con la fame, e que­ste cose avven­go­no tut­ti i gior­ni, non solo oggi con la stra­ge lega­ta all’uso di armi chi­mi­che. E’ para­dos­sa­le che ogni vol­ta che le armi chi­mi­che ven­go­no usa­te in Siria, ci sia cla­mo­re sui media, ma poi il mon­do tor­na al suo abi­tua­le silen­zio pur sapen­do che Assad ha con­ti­nua­to a ucci­de­re sen­za fer­mar­si un solo gior­no per sei anni. Le mor­ti per i gas sono più gra­vi di quel­le avve­nu­te in car­ce­re o con altri meto­di? Sia­mo di fron­te ad un mon­do sor­do che sem­bra dire ad Assad: ucci­di, ma non con le armi chi­mi­che! Fal­lo con i car­ri arma­ti, i bom­bar­da­men­ti aerei, ma non con le armi chi­mi­che”. Muham­mad Dibo è uno scrit­to­re siria­no. Par­te­ci­pò nel 2011 alla rivol­ta con­tro il regi­me. Dopo l’arresto e le tor­tu­re in car­ce­re, nel 2014 ha lascia­to il Pae­se. Vive in esi­lio a Ber­li­no e diri­ge “Syria Untold”, testa­ta web di atti­vi­smo civi­le. Il 20 mag­gio sarà al Salo­ne del Libro di Tori­no per par­la­re del roman­zo “E se fos­si mor­to?” (il Siren­te), nel qua­le rac­con­ta che “se vivi in Siria, la fine può arri­va­re in ogni momen­to: sot­to le bom­be o in uno dei tene­bro­si sot­ter­ra­nei dei ser­vi­zi segre­ti”.

 

L’America di Trump ha det­to che rimuo­ve­re Assad non è una prio­ri­tà: pen­sa che que­sto abbia dato car­ta bian­ca al regi­me?
“La posi­zio­ne dell’America Trump non è diver­sa da quel­la dell’amministrazione Oba­ma. L’unica dif­fe­ren­za è che Trump dice aper­ta­men­te ciò che Oba­ma face­va taci­ta­men­te. Oba­ma è sta­to più peri­co­lo e insi­dio­so per i siria­ni, li illu­de­va di esse­re con­tro Assad, ma in pra­ti­ca gli ha for­ni­to tut­te le car­te per soprav­vi­ve­re: non ha aper­to boc­ca sull’intervento di Hez­bol­lah e dell’Iran, ha spia­na­to la stra­da alla Rus­sia e si riman­gia­to le dichia­ra­zio­ni sul­la “linea ros­sa” del­le armi chi­mi­che.

Lei cre­de che, sei anni dopo, sia­no rima­ste solo due opzio­ni: il regi­me o i jiha­di­sti?
“In Siria c’è anco­ra un popo­lo che vuo­le uno Sta­to libe­ro e giu­sto, ma è tra le grin­fie dei jiha­di­sti e di Assad, due fac­ce del­la stes­sa meda­glia. Ci sareb­be una ter­za via: scon­fig­ge­re gli uni e l’altro. L’America e l’Europa cre­do­no di fare i loro inte­res­si. Il rischio è che ne paghe­ran­no il prez­zo: le dit­ta­tu­re sono ter­re­no fer­ti­le per il ter­ro­ri­smo”.

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A breve “Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Un uomo non piange mai” a maggio in Libreria

Que­sto bel­lis­si­mo roman­zo ci dice mol­to di più sul­la vita di tut­ti i trat­ta­ti di socio­lo­gia e discor­si poli­ti­ciL’Express.

Una cro­na­ca sen­si­bi­le e diver­ten­te, un sot­ti­le ritrat­to di un’epoca, in cui tut­ti i para­me­tri di rife­ri­men­to sono in fran­tu­mi. “Un uomo non pian­ge mai” rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Nato a Niz­za da geni­to­ri alge­ri­ni, Mou­rad Chen­noun vor­reb­be costruir­si un desti­no. Il suo peg­gior incu­bo: diven­ta­re un vec­chio ragaz­zo obe­so con i capel­li sale e pepe, nutri­to da sua madre a base di olio di frit­tu­ra. Per evi­ta­re que­sto, dovrà eman­ci­par­si da una pesan­te sto­ria fami­lia­re. Ma è vera­men­te nel­la rot­tu­ra che diven­te­rà pie­na­men­te se stes­so? Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la liber­tà.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se con­tem­po­ra­nea.»

Faï­za Guè­ne, née en 1985 à Bobi­gny, roman­ciè­re, scé­na­ri­ste et réa­li­sa­tri­ce fra­nçai­se.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incen­dia­ria” a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Gra­zie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kife Kife, demain, 2004). L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”.

Un uomo non pian­ge mai” di Faï­za Guè­ne è il V tito­lo del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te, che rac­co­glie le ope­re di gio­va­ni auto­ri euro­pei di ori­gi­ne ara­ba, soste­nu­ta dall’U.E. Tra­dot­to dal fran­ce­se da Fede­ri­ca Pisto­no, illu­stra­zio­ne di coper­ti­na di Pao­la Equi­zi. Nel­la stes­sa col­la­na: “L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re”, “I mira­co­li”, “il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”, “La Mec­ca-Phu­ket”.

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«Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

Intervista Parla lo scrittore Ahmed Nàgi, condannato per oscenità e liberato dopo 11 mesi di carcere, ma ancora in attesa di giudizio

LA LETTURA | Il Cor­rie­re del­la Sera di Vivia­na Maz­za

Sono il pri­mo scrit­to­re a fini­re in manet­te per un roman­zo nel­la sto­ria del siste­ma giu­di­zia­rio egi­zia­no», dice Ahmed Nàgi con voce paca­ta al tele­fo­no dal Cai­ro. Il 20 feb­bra­io 2016 l’autore tren­tu­nen­ne di “Vita: istru­zio­ni per l’uso”, edi­to in Ita­lia da Il Siren­te, è sta­to con­dan­na­to a due anni di pri­gio­ne per «oltrag­gio al pudo­re» a cau­sa del «con­te­nu­to ses­sua­le osce­no» del libro. La vicen­da ha fat­to scal­po­re in tut­to il mon­do, gli è sta­to con­fe­ri­to il Pre­mio Pen per la liber­tà di espres­sio­ne. Poi, a dicem­bre, la Cor­te di Cas­sa­zio­ne ha ordi­na­to la sua scar­ce­ra­zio­ne prov­vi­so­ria, ma il caso è anco­ra aper­to. Il 2 apri­le saprà se deve tor­na­re in pri­gio­ne.
Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed Nàgi / Ayman Al ZorqaniIl libro, tut­to­ra in ven­di­ta in Egit­to, descri­ve il Cai­ro in un futu­ro disto­pi­co, in cui la metro­po­li è sta­ta distrut­ta — pira­mi­di inclu­se — da una cata­stro­fe natu­ra­le. Nel degra­do del­la cit­tà il pro­ta­go­ni­sta non può sor­ri­de­re né espri­mer­si, e alcol, ses­so, hashish sono rifu­gi illu­so­ri. «È un roman­zo sul­la vita dei gio­va­ni, sot­to le pres­sio­ni del­le auto­ri­tà e del­la cit­tà», spie­ga l’autore nel­la pri­ma inter­vi­sta a un gior­na­le ita­lia­no dopo il rila­scio. Scrit­ta duran­te la «sta­gna­zio­ne» dell’era Muba­rak, pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011, l’opera è sta­ta pub­bli­ca­ta nel 2014, dopo il gol­pe mili­ta­re con cui Al-Sisi ha rove­scia­to il pre­si­den­te Moham­med Mor­si. Ma il libro ave­va le car­te in rego­la: era sta­to appro­va­to dal­la cen­su­ra.

Per­ché è sta­to arre­sta­to?

«One­sta­men­te non lo so. Quan­do alcu­ni estrat­ti del libro sono usci­ti sul gior­na­le let­te­ra­rio “Akh­bar Al-Adab”, un avvo­ca­to di nome Hani Salah Taw­fik si è pre­sen­ta­to alla poli­zia, accu­san­do­mi di aver­gli pro­cu­ra­to alta pres­sio­ne e dolo­ri al pet­to tur­ban­do la sua idea di pudo­re. Il pro­cu­ra­to­re ha pre­sen­ta­to il caso in tri­bu­na­le. Nel pri­mo pro­ces­so sono sta­to giu­di­ca­to inno­cen­te, ma il pro­cu­ra­to­re ha fat­to ricor­so: la Cor­te d’appello mi ha con­dan­na­to. Ades­so la Cor­te di Cas­sa­zio­ne mi ha scar­ce­ra­to, ma mi han­no vie­ta­to di viag­gia­re. Spe­ro che l’udienza del 2 apri­le sia l’ultima. Ci sono tre pos­si­bi­li­tà: che il giu­di­ce mi repu­ti inno­cen­te; che mi riman­di in pri­gio­ne a scon­ta­re il resto del­la con­dan­na; o che ridu­ca la pena e, poi­ché ho già pas­sa­to 11 mesi den­tro, mi libe­ri. Gli avvo­ca­ti sono otti­mi­sti, ma io sono stan­co, voglio che tut­to que­sto abbia fine».

Lei è sta­to con­dan­na­to per oltrag­gio al pudo­re sul­la base dell’articolo 178 del codi­ce pena­le. Non c’era mai sta­ta una sen­ten­za simi­le in Egit­to?

«Non era mai suc­ces­so. Nel 2009 lo scrit­to­re e fumet­ti­sta Mag­di Sha­fiei è sta­to accu­sa­to di osce­ni­tà per la gra­phic novel Metro (ma si dice che la sua vera col­pa fos­se aver cri­ti­ca­to Muba­rak per­ché vole­va tra­smet­te­re il pote­re al figlio, ndr): il giu­di­ce lo ha mul­ta­to. Una mul­ta era la cosa peg­gio­re che pote­va suc­ce­der­ti».

Per­ché a lei è anda­ta diver­sa­men­te?

«Per­ché l’Egitto oggi è un Pae­se in flut­tua­zio­ne, che gal­leg­gia appe­na. La situa­zio­ne lega­le non è chia­ra: la nuo­va Costi- tuzio­ne, appro­va­ta dal popo­lo nel 2014, vie­ta di incar­ce­ra­re qual­cu­no per ciò che scri­ve o dice, ma ci sono mol­te leg­gi che la con­trad­di­co­no, come quel­la per cui sono sta­to incri­mi­na­to, e i giu­di­ci han­no enor­me discre­zio­na­li­tà. Intan­to, le auto­ri­tà — il pre­si­den­te, l’esercito, la poli­zia — si fan­no la guer­ra per con­qui­sta­re più pote­re. Quan­do la mia vicen­da è ini­zia­ta, tre anni fa, c’era uno scon­tro fero­ce tra il sin­da­ca­to del­la stam­pa e la pro­cu­ra gene­ra­le, che ha ordi­na­to di apri­re tut­ti i casi con­tro i gior­na­li­sti, anche quel­li come il mio, che di soli­to non arri­va­no mai in tri­bu­na­le. Infat­ti oggi ci sono alme­no 25 repor­ter in pri­gio­ne. L’idea che mi sono fat­to è che il pro­cu­ra­to­re abbia visto un’opportunità per pre­sen­tar­si come custo­de del­la mora­le. Quan­do se la pren­do­no con chi scri­ve di poli­ti­ca, le auto­ri­tà san­no che l’opinione pub­bli­ca si schie­re­rà con gli impu­ta­ti. Ma han­no usa­to il mio caso per sug­ge­ri­re che i gior­na­li­sti voglio­no cor­rom­pe­re la mora­le, i bam­bi­ni».

Nel­la pri­gio­ne di Tora, al Cai­ro, come è sta­to trat­ta­to?

«Ci per­met­te­va­no di usci­re dal­la cel­la solo per un’ora al gior­no, ma negli ulti­mi cin­que mesi per nien­te. Per cin­que mesi non ho visto il sole, pote­te imma­gi­na­re come influi­sca sul­la salu­te. Non ci sono rego­le, sei nel­le mani del­le guar­die car­ce­ra­rie e dei loro umo­ri: un gior­no accet­ta­no di far­ti arri­va­re dei libri, il gior­no dopo no. Tora è una spe­cie di cit­tà car­ce­ra­ria, con­tie­ne 25 pri­gio­ni. Nel­la mia sezio­ne c’erano alti fun­zio­na­ri con­dan­na­ti per cor­ru­zio­ne: tre giu­di­ci, un ex poli­ziot­to, un ex uffi­cia­le dell’esercito… In 60 in una cel­la di 6 metri per 30. E c’erano anche per­so­ne sot­to inchie­sta ma non con­dan­na­te: la leg­ge lo con­sen­te. Ho cono­sciu­to un uomo che, dopo 24 mesi den­tro, è sta­to dichia­ra­to inno­cen­te. Anche alcu­ni cri­mi­na­li ave­va­no let­to il mio libro: non è un bestsel­ler, sono rima­sto col­pi­to».

In que­gli 11 mesi lei ha scrit­to un libro, nascon­den­do le pagi­ne per non far­se­le seque­stra­re. Di cosa si trat­ta?

«È un roman­zo sto­ri­co, ambien­ta­to nel XIX seco­lo, all’epoca del­la costru­zio­ne del Cana­le di Suez. Sca­va­re il cana­le era un’impresa basa­ta sul sogno di spo­sa­re lo spi­ri­to dell’Est e il cor­po dell’Ovest. Dove­va esse­re un modo per con­trol­la­re l’eco- nomia e il mer­ca­to e dif­fon­de­re i valo­ri del pro­gres­so».

Lo scri­ve in un momen­to in cui la situa­zio­ne eco­no­mi­ca in Egit­to è dram­ma­ti­ca. Si aspet­ta nuo­ve pro­te­ste?

«Secon­do i dati uffi­cia­li, l’inflazione è al 29%. Quat­tro mesi fa, la Ban­ca mon­dia­le ha chie­sto all’Egitto di smet­ter­la di con- trol­la­re il prez­zo del­la ster­li­na egi­zia­na e il valo­re è crol­la­to. Non abbia­mo il wel­fa­re come voi ita­lia­ni, ma c’è un siste­ma di sus­si­di gover­na­ti­vi per beni essen­zia­li come lo zuc­che­ro e il pane, che han­no prez­zi con­trol­la­ti. Ora l’Egitto è costret­to ad appli­ca­re i prez­zi di mer­ca­to, ma gli sti­pen­di non sono aumen­ta­ti. Lo zuc­che­ro non si tro­va, in un Pae­se in cui dipen­dia­mo da tre taz­ze di tè dol­cis­si­mo al gior­no per l’energia fisi­ca quo­ti­dia­na. Di recen­te ci sono sta­te pro­te­ste, ma non spe­ro che con­ti­nui­no, sareb­be un disa­stro per­ché la gen­te arrab­bia­ta non mani­fe­sta, va a pren­der­si il cibo nei nego­zi. Io non sono con­tra­rio al mer­ca­to libe­ro, ma i cam­bia­men­ti trop­po rapi­di stan­no distrug­gen­do la vita del­le per­so­ne. Non è solo un pro­ble­ma lega­to al regi­me, ma anche alle isti­tu­zio­ni occi­den­ta­li che impon­go­no que­sta agen­da eco­no­mi­ca. Ai lea­der euro­pei sta bene un Egit­to che gal­leg­gi, per­ché voglio­no tra­sfor­mar­lo in un posto di bloc­co per i migran­ti. Ai tem­pi di Muba­rak com­pra­va­mo tut­te le armi dagli Usa, ades­so abbia­mo acqui­sta­to due aerei dal­la Fran­cia, due sot­to­ma­ri­ni dal­la Ger­ma­nia. Per­ciò i lea­der euro­pei ado­ra­no Al- Sisi, e gli daran­no sol­di e armi qua­lun­que cosa fac­cia, pur­ché con­trol­li i migran­ti».

Lei cono­sce­va Giu­lio Rege­ni, il ricer­ca­to­re tor­tu­ra­to e ucci­so al Cai­ro?

«Voglio espri­me­re le mie con­do­glian­ze alla fami­glia di Giu­lio. L’ho incon­tra­to una vol­ta, a una festa, non abbia­mo par­la­to a lun­go, ma ho avu­to la sen­sa­zio­ne che fos­se nobi­le e gen­ti­le. Io sono un po’ cini­co, nichi­li­sta, ma ho pro­va­to ammi­ra­zio­ne per quel­lo che face­va. Era un acca­de­mi­co, ma non ambi­va solo a scri­ve­re una tesi, vole­va aiu­ta­re le per­so­ne che stu­dia­va a miglio­ra­re la loro vita».

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Spazio alla redazione con un contributo di Peter de Kuster

The Heroine’s Journey of Chiarastella Campanelli

di Peter de kuster 

What is the best thing that I love about my work?

Invent pro­jec­ts I belie­ve in and be able to rea­li­ze them

What is my idea of per­fect hap­pi­ness?

Living in the pre­sent rejoi­cing each instant without thin­king of the moment after

What is my grea­te­st fear?

Stop drea­ming

What is the trait that I most deplo­re in myself?

Don’t belie­ve enou­gh in myself

Which living per­sons in my pro­fes­sion do I most admi­re?

I appre­cia­te various peo­ple for the strength and the pas­sion they put into their work such as Saphia Azzed­di­ne, the author we have just publi­shed, in per­fect balan­ce in her art and in its rea­li­za­tion as a woman.

What is my grea­te­st extra­va­gan­ce?

Take the time off and relax

On what occa­sion would I lie?

If it is neces­sa­ry to keep calm tho­se around me

What is the thing that I disli­ke the most in my work?

The human fac­tor when orga­ni­zing even­ts and authors deny their pre­sen­ce.

When and whe­re was I the hap­pie­st, in my work?

In my offi­ce last year when we found out to have been selec­ted by the Euro­pean Union for the lite­ra­ry trans­la­tion pro­ject, and I was the one who crea­ted the pro­ject.

If I could, what would I chan­ge about myself?

Mood swings

What is my grea­te­st achie­ve­ment in work?

Mana­ged throu­gh my work to influen­ce the publi­shing pano­ra­ma of my coun­try with our publi­ca­tions.

Whe­re would I most like to live?

Hap­py with my fami­ly in any pla­ce

What is my most trea­su­red pos­ses­sion?

The abi­li­ty to dream, to have pas­sion, to find the beau­ty in eve­ry­thing, plan and be skil­led in public rela­tions.

What is my most mar­ked cha­rac­te­ri­stic?

Being a lit­tle naïf and genui­ne

What is my most inspi­ra­tio­nal loca­tion, in my city?

The sights like the gar­den of oran­ge trees or clim­bing on the many church towers and see my city from abo­ve. Rome is the Eter­nal City, but the inspi­ra­tion is always within us.

What is my favou­ri­te pla­ce to eat and drink, in my city?

La Madia a small bar in the Tor­ri­no area (Rome)

What books influen­ced my life and how?

La coscien­za di Zeno” that I read when I was 16; it made me rea­li­ze that it is human to have wea­k­nes­ses.

Who are my favo­ri­te wri­ters?

Ita­lo Sve­vo, Pier Pao­lo Paso­li­ni, Orhan Pamuk, Susan Vree­land.

Who is my hero or heroi­ne in fic­tion?

Mar­cel­lo Mastro­ian­ni

Who are my heroes and heroi­nes in real life?

Peo­ple who have ener­gy and know how to tran­smit it.

Which movie would I recom­mend to see once in a life­ti­me?

Bla­de Run­ner” and “8 e ½”

What role plays art in my life and work?

Art is the focus of my life.

Who is my grea­te­st fan, spon­sor, part­ner in cri­me?

Festi­vals and Book Fairs.

Whom would I like to work with in 2017?

San­ta Mad­da­le­na Foun­da­tion and some forei­gn publi­shers for chil­dren who deve­lop cer­tain issues rela­ted to fai­ry tale and art.

Which peo­ple in my pro­fes­sion would I love to meet in 2017?

All our authors

What pro­ject, in 2017, am I loo­king for­ward to work on?

Start to open the way for new publi­shing pro­jec­ts. Open our cata­lo­gue to publi­ca­tions for chil­dren with a ‘Wal­dorf line’, to dream and bring to life the most remo­te part of the soul.

Whe­re can you see me or my work in 2017?

Medi­ter­ra­neo Down­to­wn Festi­val (Firen­ze, Pra­to 5–7 May) Salo­ne del Libro di Tori­no (Tori­no, 18–21 May) Festi­val Nues (Caglia­ri, Novem­ber 2) Più Libri Più Libe­ri (Decem­ber, Rome).

What do the words “Pas­sion Never Reti­res” mean to me?

The pas­sion is the base that sup­ports ideas.

Which crea­ti­ve heroi­nes should Peter invi­te to tell their sto­ry?

The wri­ter Sel­ma Dab­ba­gh in publi­ca­tion for our publi­sher for Sep­tem­ber 2017 (il Siren­te / Altria­ra­bi Migran­te series)

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Il Silenzio e il Tumulto di Nihad Sirees

Le Mon­de Diplo­ma­ti­que, Ste­fa­nia Pavo­ne

Nihad SireesLa meta­fo­ra del tumul­to e il silen­zio lace­ra la vita del­lo scrit­to­re Fathi Shin, dis­si­den­te del regi­me siria­no, io nar­ran­te del roman­zo omo­ni­mo per­cor­ren­do­ne l’intera vicen­da da cima a fon­do. Una dico­to­mia con cui si apre la nar­ra­zio­ne: il il tumul­to è il fuo­ri, la fol­la ado­ran­te il lea­der pari al vocia­re di un’orchestra dis­so­nan­te nel sogno di Fathi, il silen­zio è il luo­go degli affet­ti, del­la scrit­tu­ra, dell’amore per Lama, del­la cen­tra­li­tà del­la figu­ra mater­na. Tut­to ini­zia in un’estate cal­dis­si­ma: lo scrit­to­re Fathi Shin, ban­di­to dal regi­me siria­no per la cri­ti­ca dis­si­den­te dei suoi scrit­ti si agi­ta nel let­to. Sono anni che non fa più nul­la, pre­da di un inu­si­ta­ta indo­len­za. Da fuo­ri gli arri­va­no gli echi del­la fol­la inneg­gian­te il lea­der per i suoi ven­ti­cin­que anni di pote­re. Gli intel­let­tua­li sono schiac­cia­ti dal ser­vi­li­smo, la poe­sia una cari­ca­tu­ra del regi­me. In mez­zo alla dispe­ra­zio­ne del silen­zio cui è sta­to pie­ga­to dal­la dit­ta­tu­ra si apro­no spa­zi di vita: lo humor graf­fian­te ver­so il pote­re e l’amore per Lama carat­te­riz­za­to da una for­te pas­sio­ne ses­sua­le che lo riscat­ta dal­la mise­ria del­la sua con­di­zio­ne si fan­no zone di resi­sten­za del­la vita dall’oppressione di un pote­re grot­te­sco e inef­fa­bi­le. La sto­ria di Fathi pre­ci­pi­ta quan­do la madre deci­de di spo­sa­re il signor  Ha’il, dive­nu­to in manie­ra grot­te­sca fun­zio­na­rio del lea­der per aver­ne evi­ta­to la cadu­ta a ter­ra a segui­to di uno sci­vo­la­men­to nel cor­so di un comi­zio. Dopo aver sal­va­to uno stu­den­te duran­te una mani­fe­sta­zio­ne. Lo scrit­to­re vie­ne cat­tu­ra­to dai ser­vi­zi segre­ti e mes­so in pri­gio­ne. La cel­la è il ritor­no del silen­zio dopo il tumul­to dell’interrogatorio. Fathi Shin si ritro­ve­rà davan­ti pro­prio il signor Ha’il a chie­der­gli di diven­ta­re uno scrit­to­re del regi­me. O di mori­re. Anco­ra una vol­ta l’alternativa sci­vo­la tra il silen­zio e il tumul­to. Dice Fathi: “cer­co di non pen­sa­re all’alternativa in cui il signor Ha’il ha volu­to inca­strar­mi, due opzio­ni una più ter­ri­bi­le dell’altra. Non ho che la scel­ta tra la padel­la e la bra­ce, non esi­ste una solu­zio­ne inter­me­dia. Per­ché non mi lascia­no solo nel­la mia soli­tu­di­ne? Che fasti­dio può dare il mio silen­zio al regi­me? Il tumul­to del pote­re o il silen­zio del­la tom­ba. Avrei sen­za dub­bio opta­to per il secon­do ma so per­fet­ta­men­te che que­sto nel discor­so del signor Ha’il non è che una meta­fo­ra per indi­ca­re qual­co­sa di ben più tre­men­do. Ha pia­ni­fi­ca­to ogni par­ti­co­la­re in manie­ra dia­bo­li­ca, coin­vol­gen­do mia madre nel suo pia­no.”. Ma non ci sarà una solu­zio­ne al dilem­ma del ruo­lo dell’intellettuale sot­to la dit­ta­tu­ra. Il roman­zo si con­clu­de con un sogno: Fathi assi­ste allo stu­pro del­la madre da par­te del signor Ha’il e la vede gode­re nono­stan­te la vio­len­za eser­ci­ta­ta dall’uomo. Un tumul­to in cui il silen­zio que­sta vol­ta non può arri­va­re se non in una risa­ta che Lama e Fathi sten­do­no sul­la sce­na.

Recen­sio­ne del libro ‘il silen­zio e il tumul­to’ del­lo scrit­to­re siria­no Nihad Sirees, tra­dot­to dall’arabo da Fede­ri­ca Pisto­no

Il Siren­te ha con­ti­nua­to ad occu­par­si di Siria con i seguen­ti tito­li:

L’autunno, qui, è magi­co e immen­so (Golan Haji)
E se fos­si mor­to? (Muham­mad Dibo)
Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra (Sumia Suk­kar)

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Novità Editoriali: “Cani sciolti” di Muhammad Aladdin

(in Arab Press, di Clau­dia Negri­ni, 30 ago­sto 2015) | Il 7 set­tem­bre appa­ri­rà tra gli scaf­fa­li del­le libre­rie ita­lia­ne “Cani sciol­ti” di Muham­mad Alad­din. Il tito­lo fa rife­ri­men­to ai gio­va­ni nati negli anni ’90, abi­tua­ti a cavar­se­la in qual­sia­si situa­zio­ne la vita pre­sen­ti loro, cam­pan­do di espe­dien­ti e sot­ter­fu­gi, sle­ga­ti dal­la mora­le tra­di­zio­na­le. I tre pro­ta­go­ni­sti appar­ten­go­no pro­prio a que­sta gene­ra­zio­ne: Ahmed, scrit­to­re di rac­con­ti por­no­gra­fi­ci per un sito inter­net, è accom­pa­gna­to da El-Loul che dopo aver fal­li­to come regi­sta tele­vi­si­vo si arra­bat­ta come mana­ger per dan­za­tri­ci del ven­tre di scar­se capa­ci­tà e infi­ne da Abdal­lah l’amico d’infanzia di buo­na fami­glia, assue­fat­to dal­le dro­ghe. Attra­ver­so di loro pren­de vita la capi­ta­le egi­zia­na di Muham­mad Alad­din, scrit­to­re di roman­zi, rac­con­ti e sce­neg­gia­tu­re nato al Cai­ro nel 1979. “Cani sciol­ti”, tra­dot­to da Bar­ba­ra Beni­ni, è pub­bli­ca­to da il Siren­te per la col­la­na Altria­ra­bi.

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Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

Arab­Press | Vener­dì 8 mag­gio 2015 | Clau­dia Negri­ni | Pas­sag­gi: “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si

Dal blog Mil­le e una pagi­na di Clau­dia Negri­ni

Que­sto pas­sag­gio è trat­to da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si ed è sta­to pub­bli­ca­to in lin­gua ori­gi­na­le nel 2007, ben pri­ma del­la Pri­ma­ve­ra Ara­ba e dell’avvento e cadu­ta dei Fra­tel­li Mus­sul­ma­ni, eppu­re mi ha affa­sci­na­to vede­re quan­to que­sto dia­lo­go sia sta­to pro­fe­ti­co.

TASSISTA: Che Dio mi per­do­ni se non pre­go e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tut­to il gior­no! Pure il digiu­no duran­te in Rama­dan, un gior­no lo fac­cio e due no: non ci rie­sco a lavo­ra­re sen­za siga­ret­te! Eppu­re, vor­rei vede­re con tut­to il cuo­re i Fra­tel­li Musul­ma­ni sali­re al potere…e per­ché no? Dopo le par­la­men­ta­ri si è visto che la gen­te li vuo­le.

IO: Ma se pren­do­no il pote­re e ven­go­no a sape­re che tu non pre­ghi ti appen­de­ran­no per i pie­di.

TASSISTA: Mac­ché, allo­ra in andrò a pre­ga­re in moschea, davan­ti a tut­ti quan­ti.

IO: Per­ché li vuoi al pote­re?

TASSISTA: E per­ché no?! Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fun­zio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti. Poi pro­vam­mo una via di mez­zo e alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha i mono­po­li, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to d’emergenza. E ci han­no fat­to diven­ta­re pure un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni? Chi lo sa, va a fini­re che fun­zio­na­no.

IO: In fin dei con­ti vuoi fare solo una pro­va… al mas­si­mo puoi pro­va­re un pan­ta­lo­ne lar­go con una cami­cia stret­ta, ma pro­va­re col futu­ro del pae­se…

da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008

Taxi

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La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro | La città del piacere

La rivi­sta di Ara­blit | 1 feb­bra­io 2011 | Ada Bar­ba­ro

 

Izzat al-Qamḥāwī, Madī­nat al-laḏḏah (La cit­tà del pia­ce­re), Hay’at quṣūr al-ṯaqāfah, al-Qāhi­rah 1997; secon­da edi­zio­ne Dār al-‘ayn, al-Qāhi­rah 2009, pp. 102.

città_del_piacere«Que­sto libro appar­tie­ne ad una scrit­tu­ra nuo­va e ad una visio­ne anco­ra più inno­va­ti­va, dove ori­gi­na­li­tà si mesco­la a moder­ni­tà, cul­tu­ra cela­ta dei sen­ti­men­ti a lin­gua moder­na e tra­boc­can­te; que­sto roman­zo rap­pre­sen­ta una voce for­te e ben distin­ta, che si accom­pa­gna ad altre voci nel pano­ra­ma let­te­ra­rio con­tem­po­ra­neo, fon­da­to su una scrit­tu­ra nuo­va e su pro­spet­ti­ve capa­ci di con­te­ne­re le ansie dell‟uomo e del rea­le, espres­se in modi dif­fe­ren­ti»(1).

Que­sto il giu­di­zio di Ğamāl al-Ġīṭānī, tra le voci più auto­re­vo­li del­la let­te­ra­tu­ra ara­ba con­tem­po­ra­nea, quan­do il roman­zo è appar­so la pri­ma vol­ta nel 1997, pub­bli­ca­to dal­la casa edi­tri­ce cai­ro­ta Hay’at Quṣūr al-Ṯaqāfah. Il testo è giun­to ad una secon­da ristam­pa nel 2009 ed è con­si­de­ra­to oggi una del­le espres­sio­ni più par­ti­co­la­ri del­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria egi­zia­na.

L’autore, ‘Izzat al-Qamḥāwī, è un noto scrit­to­re e gior­na­li­sta: nel­la sua vasta pro­du­zio­ne let­te­ra­ria Madī­nat al-laḏḏah (La cit­tà del pia­ce­re) spic­ca per ori­gi­na­li­tà tan­to nel­lo sti­le che nel­le tema­ti­che affron­ta­te, per ricer­ca­tez­za lin­gui­sti­ca ed espres­si­vi­tà let­te­ra­ria. Il let­to­re ne rima­ne amma­lia­to e avvin­to, vit­ti­ma di quel­lo che, con una for­se non trop­po casua­le asso­nan­za dei temi, il cri­ti­co let­te­ra­rio fran­ce­se Roland Bar­thes ave­va teo­riz­za­to come “il pia­ce­re del testo”(2).

Pro­ta­go­ni­sta di que­sto roman­zo è una cit­tà fuo­ri dal tem­po e dal­lo spa­zio, moder­na rea­liz­za­zio­ne di una sor­ta di uto­pia, pla­sma­ta in fret­ta e furia da un abi­le archi­tet­to. Con­sa­cra­ta alla Dea del Pia­ce­re che qui ave­va costrui­to la sua roc­ca­for­te, que­sta loca­li­tà può, con le sue sem­bian­ze e il suo can­do­re, ingan­na­re i visi­ta­to­ri che si appre­sta­no a lasciar­si con­dur­re nei suoi sen­tie­ri. Non vi sono per­so­nag­gi par­ti­co­la­ri che resta­no impres­si nel­la men­te del let­to­re: gli abi­tan­ti sono del­le ombre, cat­tu­ra­te nel­la loro inti­ma essen­za. Vi è una feli­ci­tà mista a malin­co­nia che alber­ga nei cuo­ri di que­sti uomi­ni, dedi­ti alla pra­ti­ca del pia­ce­re, impri­gio­na­ti in cor­pi leg­ge­ri fat­ti di luce abba­glian­te.

L‟autore indul­ge in descri­zio­ni che sfio­ra­no la poe­sia per ren­de­re per­ce­pi­bi­li le sfu­ma­tu­re del­la vita di que­sto luo­go, dove non vi è tem­po per la tri­stez­za, poi­ché gli occhi non potran­no pian­ge­re, acce­ca­ti dai colo­ri dell‟arcobaleno che si riflet­to­no nei cri­stal­li del­le vetri­ne.

Ecco dun­que al-Qamḥāwī dispo­sto a rico­strui­re la sto­ria di que­sta cit­tà, tes­su­ta attra­ver­so riman­di ai rac­con­ti di anzia­ni, all‟intrecciarsi di miti, leg­gen­de e ver­si d‟ispirazione cora­ni­ca, che ren­do­no il testo quan­to mai sug­ge­sti­vo. Gli anzia­ni assi­cu­ra­no che la cit­tà del pia­ce­re fu costrui­ta dai ginn, la cui essen­za si mani­fe­sta nel­la razio­na­li­tà del­le costru­zio­ni. Nei libri di sto­ria si atte­sta che la cit­tà rima­se vuo­ta per set­tan­ta­mi­la anni, fino a quan­do la Dea del Pia­ce­re non vi sce­se per infon­de­re la sua bel­lez­za, pre­an­nun­cian­do una sua nuo­va appa­ri­zio­ne dopo un iden­ti­co
arco tem­po­ra­le, quan­do il desi­de­rio sareb­be sta­to sul pun­to di dis­sol­ver­si tra gli abi­tan­ti. Sic­ché que­sti ulti­mi, amma­lia­ti dal­la bel­lez­za del­la dea, ne diven­ne­ro schia­vi.

al-Qamḥāwī pro­va poi a ricer­ca­re le cau­se del­la gra­dua­le rovi­na di que­sta remo­ta loca­li­tà pie­na di sim­bo­li: in essa l‟autore recu­pe­ra la dimen­sio­ne mito­lo­gi­ca del labi­rin­to, sul­la cui costru­zio­ne si fon­do­no sto­rie diver­se. Secon­do la tra­di­zio­ne, un indo­vi­no pre­dis­se al sovra­no l‟imminente crol­lo del suo regno dovu­to ad un uomo e una don­na, dedi­ti ai pia­ce­ri dell‟amore. Fu allo­ra che il re, inti­mo­ri­to, ordi­nò la rea­liz­za­zio­ne di un deda­lo in cui rin­chiu­de­re i due aman­ti. Ma le leg­gen­de ripor­ta­te dall‟autore sono a tal pro­po­si­to con­tra­stan­ti. Alcu­ni ricor­da­no che fu un mini­stro, impie­to­si­to dal­la vicen­da dei due aman­ti, a far eri­ge­re il labi­rin­to, di modo che, lì rin­chiu­si, i due potes­se­ro vive­re sen­za pro­ble­mi; per altri anco­ra furo­no pro­prio i due aman­ti a rea­liz­za­re il labi­rin­to, per ser­ba­re la loro ani­ma; per
altri, infi­ne, fu la Dea del Pia­ce­re ad edi­fi­car­lo, quan­do si accor­se che la pro­pria bel­lez­za sca­te­na­va l‟invidia altrui. Que­sto intri­ca­to deda­lo di stra­de sem­bre­reb­be ave­re le stes­se carat­te­ri­sti­che del­la cit­tà: lì gli aman­ti con­ti­nue­reb­be­ro a vaga­re anco­ra oggi nel regno del pia­ce­re che in esso alber­ga. Intor­no a que­sta imma­gi­ne al-Qamḥāwī intrec­cia la sua sto­ria, dimen­ti­can­do la mito­lo­gi­ca pre­sen­za del labi­rin­to per buo­na par­te del­la nar­ra­zio­ne fino a quan­do, sul fini­re del libro, la voce nar­ran­te incon­tra un anzia­no uomo ormai impaz­zi­to a cau­sa del­le isti­tu­zio­ni di que­sto luo­go: sarà pro­prio l‟uomo a sve­la­re l‟ultimo lato nasco­sto di que­sta remo­ta loca­li­tà. E così la cit­tà, un tem­po impe­ne­tra­bi­le, è pron­ta ad esse­re con­ta­mi­na­ta dal fasci­no di due fol­li inven­zio­ni: le pata­ti­ne frit­te e la pep­si-cola.
Il roman­zo di al-Qamḥāwī si pone dun­que come una sor­ta di spe­ri­men­ta­zio­ne nel­la nar­ra­ti­va ara­ba con­tem­po­ra­nea: la dimen­sio­ne socia­le del testo è appa­ren­te­men­te cela­ta eppu­re, con una nar­ra­zio­ne che a trat­ti ha qua­si il sapo­re di una fia­ba, l‟autore affron­ta que­stio­ni piut­to­sto scot­tan­ti, lascian­do dive­ni­re que­sta cit­tà un luo­go in cui si con­den­sa­no i difet­ti e gli erro­ri dell‟uomo moder­no.

Ada Bar­ba­ro

NOTE
1 Si veda a tal pro­po­si­to la pre­sen­ta­zio­ne fat­ta al testo di al-Qamḥāwī dal­la casa edi­tri­ce Dār
al-„Ayn quan­do l‟opera è sta­ta ristam­pa­ta nel 2009. Si riman­da al link www.elainpublishing.com
2 Roland Bar­thes, Varia­zio­ni sul­la scrit­tu­ra. Il pia­ce­re del testo, Einau­di, Tori­no 1999.

Paro­le chia­ve: Cit­tà del pia­ce­re — Let­te­ra­tu­ra ara­ba -

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Due titoli per capire meglio l’immigrazione in Francia

| Portobello’s News | Mer­co­le­dì, 3 giu­gno 2015 | Clau­dia Spa­do­ni |

Il silenzio e il tumulto : Nihad Sirees

Una gra­phic novel che rac­con­ta la sto­ria dell’immigrazione magh­re­bi­na in Fran­cia dal 1950 a oggi attra­ver­so le vicen­de dei diret­ti inte­res­sa­ti: gio­va­ni che par­to­no, spes­so anal­fa­be­ti e con una scar­sa cono­scen­za del fran­ce­se, desti­na­ti a lavo­ri di bas­sa mano­va­lan­za (“Se ti chia­mi Moha­med fini­sci alla cate­na di mon­tag­gio”), par­cheg­gia­ti in enor­mi dor­mi­to­ri; don­ne che spe­ra­no in un futu­ro miglio­re in Fran­cia; le nuo­ve gene­ra­zio­ni in cer­ca del loro posto nel mon­do. Basa­to sul noto Mémoi­res d’immigrés di Yami­na Ben­gui­gui e tra­dot­to da Ila­ria Vita­li, è la sto­ria dei tan­ti Moha­med, Abdel, Ahmed ma anche di don­ne come Zorah e Fat­ma e dei più gio­va­ni Farid e Moun­si a scor­re­re nel­le pagi­ne, ognu­na con il pro­prio cari­co di spe­ran­ze e illu­sio­ni. Andreb­be fat­to leg­ge­re nel­le scuo­le (e in mol­te case).

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Siria. E poi venne l’inverno, nella poesia di Golan Haji

| Osser­va­to­rio Iraq | Dome­ni­ca 22 dicem­bre 2013 | Chia­ra Comi­to |

Quel­la stes­sa neve che non ha rispar­mia­to i cam­pi pro­fu­ghi in cui vivo­no cen­ti­na­ia di miglia­ia di siria­ni in fuga da un pae­se lace­ra­to da due anni di guer­ra civi­le e vit­ti­ma dell’indifferenza del mon­do.
È impos­si­bi­le non pen­sa­re ai tan­ti bam­bi­ni, uomi­ni e don­ne inti­riz­zi­ti o mor­ti per il fred­do taglien­te quan­do si leg­go­no le poe­sie del poe­ta cur­do siria­no Golan Haji con­te­nu­te nel­la rac­col­ta L’autunno, qui, è magi­co e immen­so (Il Siren­te, 2013), dove i ver­si scan­di­sco­no i tem­pi di sta­gio­ni ter­ri­bi­li, fat­te di pol­ve­re, lacri­me, piog­gia, san­gue, dolo­re e desi­de­ri irrea­liz­za­ti.
E di neve. La neve su cui cam­mi­na­no, ad esem­pio, i sol­da­ti del­la poe­sia “Scri­gno di dolo­re” in cui il poe­ta, par­lan­do del­la con­di­zio­ne degli esi­lia­ti che egli stes­so vive dal 2011, scri­ve: “Ora sei una sto­ria rac­con­ta­ta dove manchi./La tua gola,scrigno di dolore,/è pie­na di ossa e piume./Nel bian­co dell’occhio/hai una mac­chio­li­na di san­gue arrugginita/simile a un sole che tra­mon­ta lontano/su un cam­po di neve/calpestato da lun­ghe file di sol­da­ti affa­ma­ti”.

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L’autunno siriano secondo Golan Haji

Fron­tie­re News | Mer­co­le­dì 11 dicem­bre 2013 | Moni­ca Ranie­ri |

Incon­tro Golan Haji, poe­ta cur­do siria­no, a Baridove è sta­to invi­ta­to per pre­sen­ta­re la sua rac­col­ta di poe­sie “L’autunno qui, è magi­co e immen­so”, edi­ta da “Il Siren­te”. Ho il libro tra le mani e lo sguar­do con­ti­nua a sof­fer­mar­si su alcu­ni ver­si che ave­vo sot­to­li­nea­to leg­gen­do­lo. “La mia ombra, appe­na calpestata/ si ripa­ra sot­to di me/ e le mie parole/che sono il mio deser­to e mi fan male/si accam­pa­no intor­no a me”. L’espressione degli occhi di Haji men­tre mi rac­con­ta del­la Siria, dei dirit­ti del popo­lo cur­do, e del suo muo­ver­si lun­go ed oltre i con­fi­ni del­le scrit­tu­re e del­le lin­gue, e il tono vibran­te del­la sua voce, mi han­no con­dot­to ami­che­vol­men­te lun­go i sen­tie­ri che le paro­le accam­pa­te trac­cia­no attra­ver­sa­no il deser­to.  Con­ti­nua a leg­ge­re →

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Leggere” la Siria da un altro punto di vista. A Bari il reading del poeta curdo siriano Golan Haji

| Edi­to­ria­ra­ba | Lune­dì 2 dicem­bre 2013 | Sil­via More­si |

Lo scor­so vener­dì a Bari si è svol­to l’evento “Nar­ra­zio­ni libe­re. Dal­la Siria all’Italia il futu­ro è com­mons”. Un’occasione per la cit­tà puglie­se di ascol­ta­re le paro­le del poe­ta cur­do siria­no Golan Haji e riflet­te­re su una Siria “altra”, rispet­to a quel­la pro­po­sta dai media main­stream recen­te­men­te. Sil­via More­si ha par­te­ci­pa­to all’evento e ne ha scrit­to per il blog (oltre a foto­gra­fa­re alcu­ni momen­ti del­la sera­ta). Buo­na let­tu­ra! Con­ti­nua a leg­ge­re →

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Libri: ‘L’autunno, qui, è magico e immenso’, di Golan Haji

ANSA­med | 25 novem­bre 2013 | Cri­stia­na Mis­so­ri |

(ANSA­med) — ROMA, 25 NOV — La guer­ra, la bel­lez­za, il san­gue e l’amore. Sono que­sti alcu­ni temi che com­pon­go­no la rac­col­ta di poe­mi scrit­ti negli ulti­mi due anni da Golan Haji, ”L’autunno, qui, è magi­co e immen­so” (il Siren­te, col­la­na Altria­ra­bi, pp.128, Euro 10), che il 29 novem­bre pros­si­mo, ver­rà pre­sen­ta­ta a Bari nel cor­so dell’evento ”Nar­ra­zio­ni libe­re. Dal­la Siria all’Italia il futu­ro è com­mons”. Con­ti­nua a leg­ge­re →

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جولان حاجي يرتحل إلى رحابة القصيدة

Al-Akh­bar |  Mer­co­le­dì 9 otto­bre 2013 | ادب وفنون |

جولان حاجي يرتحل إلى رحابة القصيدة

منذ البداية، انحاز إلى اللغة المحكومة بخصوبة معجمية، لكن ذلك لم يمنعه من إنجاز قصيدة واضحة المعاني. ديوانه «الخريف هنا، ساحرٌ وكبير» خطوة جديدة في تجربة الشاعر السوري الذي يحوّل مذاقات اللغة اليومية إلى منجزات شخصية
يزن الحاج

في مجموعته الجديدة «الخريف، هنا، ساحرٌ وكبير» (الصادرة بالعربيّة والإيطاليّة عن «دار إل سيرنته» – 2013)، يواصل جولان حاجي (1977) مشروعه الشعري الذي بدأ منذ باكورته «نادى في الظّلمات» (2006). جولان صاحب تجربةٍ خاصّة في الشعر السوري، كانت اللغة فيها المكون الأساسي، مبتعداً عن التقييدات التي التصقت بمعظم مجايليه الذين انحازوا إلى «القصيدة اليومية» ورموزها. وبرغم «الاتّهامات» الجاهزة التي حاول فيها البعض تأطير شعر جولان (سليم بركات كمرجعية شعرية كردية من جهة، أو التأثر بالشعر الأوروبي والأميركي بحكم اطّلاع الشاعر عليهما في ترجماته المتفرّقة المنشورة)، إلا أنّ المتتبّع لهذه التجربة يستطيع التقاط خصوصيّتها التي تنأى عن التصنيفات السائدة.
منذ البداية، استندت تجربة جولان الشعرية الى تجسير الهوة بين الشفهي والكتابي. ثمّة ظلالٌ للترجمة في شعره تتبدّى واضحةً في معظم القصائد؛ ليست الترجمة الاعتيادية بحرفيّتها، بل معناها الضمني الذي كان يشير إليه الشاعر في حواراتٍ عديدة (كلّ كتابة هي ترجمة). الترجمة كعملية نقل بدرجات متعدّدة: نقل الكلمات من المخيّلة/ العقل إلى الورق، نقل المفردات وتحويلها من لغةٍ إلى لغة، ونقل القصيدة/ الحياة من عالمٍ واقعيّ إلى عالم مواز آخر يهرب ويلتجئ إليه، تكون فيه «كاف» التشبيه هي الأداة المحوريّة في القصيدة.
عبر هذا النّقل، تتحرّك قصيدة جولان مبتعدةً عن التقييدات وضيق «اليوميّ» والهويّة واللغة، إلى رحابة فضاء القصيدة. ليس ثمة مكان للثبات في قصيدة حاجي؛ الواقع دوماً مؤقّت، ولا بدّ من ارتحال (مادي أو مجازي) لتكتمل القصيدة. الخوف (السّمة الوحيدة الثابتة في قصائد هذه المجموعة) وعدم الاستقرار هما أداتا الشاعر في التعبير عن ضيق المكان، أيّ مكان، وهو ما يجعل شعر جولان، عموماً، ملغّماً دوماً بالدلالات التي تُربك المتلقّي. وهنا تكمن صعوبة ولذّة هذه القصائد: «لا أخاف أن لا أُفهَم بل أخاف أن لا أُحَبّ». هذا الاضطراب الشخصي والشعري يتبدّى بشكل أكثر وضوحاً في الترجمة الإنكليزيّة لشعر جولان حاجي الذي يشارك معظم الأحيان في ترجمة هذه القصائد بصحبة أصدقاء آخرين. نجد القصائد أكثر «استقراراً»، حيث يُعيد الشاعر كتابة القصائد، ورسم عالمها، وضبط اتجاه بوصلتها.
يشترك جولان مع شعراء «القصيدة اليوميّة» في نقطة الانطلاق، أي عالم الظّلال والأصداء والهامش، لكنّه يفترق عنهم في التأكيد على قضيّة «الأَجْنَبَة» (لو استعرنا مصطلح آلان باديو) في القصيدة. المفردات لا تكتفي بدلالاتها المباشرة، بل تكتمل بظلال معناها، ومرورها بهذه المرحلة «الأجنبيّة» المؤقّتة التي تكون حدّاً فاصلاً بين العالم الواقعي والعالم الشعري، وتتمثّل دوماً بالمرآة (أداة شعريّة دائمة الحضور في قصائد هذه المجموعة والمجموعات السابقة). المرآة كحاجزٍ بين دلالتين وحالتين تفضي إحداهما إلى الأخرى بالضرورة في معادلةٍ دائمة، يكون أحد طرفيها الخوف: «كعدوَّيْن قديمين/ ستحدّق عيناك في عينيك».
يتماهى جولان مع شخوص قصائده لا ليحاول كسر رتابة القصيدة فحسب، بل لرسم ملامح مكان دائم ما بعيداً عن الأمكنة المؤقّتة التي تؤرّق الشّاعر وقصيدته. تكتسب هذه الشّخوص صفات شاعرها (خائفة، متردّدة، غير راضية) من دون أن تنسى تكريس حياةٍ مستقلّة لها بعيداً عن عزلة شاعرها وصقيع نهاياته.
ثمّة حضورٌ شفيفٌ للطبيعة في قصائد المجموعة، لكنّه كأي عنصرٍ آخر في القصائد، يرتدي ثوباً شعرياً جديداً بمعانٍ مُبتكرَة وصور جديدة. ولا بدّ من التأكيد على أهميّة هذا العنصر في شعر جولان حاجي؛ أي الابتكاريّة في خلق الصّور والعوالم المتعدّدة في جسد القصائد، مع وجود علاماتٍ ثابتةٍ دوماً: فالدّم صدأ، والشفتان مشقّقتان، والأشياء توّاقةٌ دوماً للعودة إلى أصلها.
تشترك مجموعة «الخريف، هنا، ساحرٌ وكبير» مع مجموعات جولان السابقة في هذه العلامات الشعرية الثابتة، لكنّها تفترق عنها بكونها أكثر كمالاً لناحية الصّورة والأفق، عدا كون قصائدها أكثر استقلاليّة، بمعنى خصوصيّة كلّ قصيدة بحدّ ذاتها، الأمر الذي كان أقلّ وضوحاً في معظم قصائد مجموعتَيْ «نادى في الظّلمات» (2006)، و«ثمّة من يراك وحشاً» (2008). أخيراً، ليست هذه المجموعة التجربة الأولى لحاجي في تجاور القصيدة ذاتها بلغتين مختلفتين، إذ سبقتها مجموعة «اخترتُ أن أسمع» (2011)، عدا قصائد مترجَمة متفرّقة أخرى بعددٍ من اللغات في منابر عديدة مثل «جدليّة»، «وولف»، و«كلمات بلا حدود».

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Graphic Novelist Magdy El Shafee Arrested Near Clashes

| Ara­bic Lite­ra­tu­re | Saba­to 20 apri­le 2013 | Mly­n­x­qua­ley |

Accor­ding to mul­ti­ple sour­ces, Mag­dy El Sha­fee was one of 39 arre­sted yester­day at Abdel Moneim Riya­dh Squa­re: Youm7 repor­ted that El Sha­fee — god­fa­ther of the Egyp­tian gra­phic novel, who faced trials and other hurd­les for his ground-brea­king Metro – was arre­sted when he went down to try to stop the cla­shes yester­day. He was appa­ren­tly arre­sted at ran­dom.
Dar Merit Publi­sher Moham­mad Hashem said on Face­book that El Sha­fee was accu­sed of per­pe­tra­ting vio­len­ce. Al Mogaz quo­ted author Moham­mad Fathi as say­ing El Sha­fee didn’t try to esca­pe from poli­ce “becau­se he didn’t do any­thing.”
Other nove­lists said on Face­book that El Sha­fee was being inter­ro­ga­ted today at Abdeen Court. It also appea­red El Sha­fee may have been inju­red in the cla­shes.

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Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSA­med | Mer­co­le­dì 5 dicem­bre 2012 | Lucia­na Bor­sat­ti |

”Gli Sta­ti Uni­ti e l’Europa, che han­no soste­nu­to Mor­si, devo­no ora man­dar­gli un mes­sag­gio chia­ro: che sono con­tra­ri ad un col­po di sta­to come quel­lo che sta com­pien­do”. Kha­led Al Kha­mis­si — scrit­to­re noto per il suo best-sel­ler ”Taxi”, tra­dot­to in più’ lin­gue — non usa mez­zi ter­mi­ni sul­le respon­sa­bi­li­tà dell’Occidente nel­la deri­va che l’Egitto ha pre­so in que­sti mesi, con gli ulti­mi col­pi di mano del pre­si­den­te Moha­med Mor­si sul pia­no isti­tu­zio­na­le ed i san­gui­no­si scon­tri di piaz­za tra suoi oppo­si­to­ri e soste­ni­to­ri.

Gli Sta­ti Uni­ti in par­ti­co­la­re, sot­to­li­nea in un’intervista ad ANSA­med, han­no gran­di respon­sa­bi­li­tà nell’aver soste­nu­to il pre­si­den­te espres­so dai Fra­tel­li Musul­ma­ni. La sua ele­zio­ne e’ sta­ta il pun­to di arri­vo, osser­va, di una tran­si­zio­ne affi­da­ta all’esercito e rive­la­ta­si ”disa­stro­sa” per l’Egitto. Negli ulti­mi mesi Mor­si ha infat­ti por­ta­to avan­ti ”un coup d’etat”, denun­cia, con­tro gli altri pote­ri del­lo sta­to e le altre for­ze poli­ti­che. Insie­me ai Fra­tel­li Musul­ma­ni, ”ha pre­so tut­ti i pote­ri nel­le sue mani e pro­vo­ca­to una vera e pro­pria bat­ta­glia nel­le stra­de del Pae­se. Il regi­me ha per­so ogni legit­ti­mi­tà e quel­la di que­sti gior­ni e’ una situa­zio­ne di vero e pro­prio scon­tro con il popo­lo egi­zia­no”. Uno scon­tro in cui vi sono sta­ti anche i mor­ti di sta­se­ra, ma anche gesti come quel­li di un atti­vi­sta dei Fra­tel­li Musul­ma­ni che — rife­ri­sce dal­la sua casa del Cai­ro, men­tre si pre­pa­ra a tor­na­re anche lui a mani­fe­sta­re — avreb­be addi­rit­tu­ra taglia­to un orec­chio ad un oppo­si­to­re.

Eppu­re vi sono sta­te del­le aper­tu­re da par­te dell’entourage di Mor­si alle istan­ze dell’opposizione, come si pos­so­no valu­ta­re? ”Noi voglia­mo fat­ti, non paro­le — rispon­de al Kha­mis­si, che in Taxi rac­col­se gli umo­ri dell’uomo del­la stra­da del Cai­ro pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne -. Anche pri­ma Mor­si ave­va pro­mes­so che ci sareb­be sta­ta una nuo­va Costi­tu­zio­ne con­di­vi­sa da tut­ti, e cosi’ non e’ sta­to”. Eppu­re, Mor­si ha avu­to l’appoggio del voto popo­la­re alle ele­zio­ni. ”Dove­te ricon­si­de­ra­re que­sta idea del voto — rilan­cia — io non ho vota­to, e cosi’ mol­ti altri, perché non pote­va­mo accet­ta­re di dover sce­glie­re tra un can­di­da­to dei Fra­tel­li Musul­ma­ni ed un uomo come Sha­fik, del vec­chio regi­me di Muba­rak”. E chi ha vota­to per Mor­si lo ha fat­to pro­prio per­ché’ non vole­va Sha­fik, aggiun­ge, oppu­re per ave­re il ”dena­ro” che i Fra­tel­li Musul­ma­ni pote­va­no garan­ti­re loro.

Ma ora Euro­pa e Sta­ti Uni­ti non pos­so­no sta­re a guar­da­re e ”devo­no par­la­re chia­ro — con­clu­de lo scrit­to­re -. Deve ripar­ti­re il dia­lo­go con gli altri par­ti­ti poli­ti­ci per una tran­si­zio­ne paci­fi­ca e per una nuo­va Costi­tu­zio­ne di tut­ti”.

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L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affri­ca | Vener­dì 23 mar­zo 2012 | Mari­sa Fois |

C’è un re, di cui si festeg­gia il com­plean­no e la noti­zia sul gior­na­le, in pri­ma pagi­na, a carat­te­ri cubi­ta­li, accom­pa­gna­ta da una foto­gra­fia a gran­dez­za natu­ra­le di Sua Mae­stà, ne offu­sca un’altra: “Don­na par­ti­ta e mai più tor­na­ta”.
Lì, in quel Pae­se non ben defi­ni­to, ma che ha carat­te­ri­sti­che ben pre­ci­se – auto­ri­ta­rio, ric­co, auto­re­fe­ren­zia­le – “non era mai suc­ces­so che una don­na fos­se usci­ta e non fos­se più tor­na­ta. L’uomo, inve­ce, pote­va par­ti­re e non tor­na­re per set­te anni e, solo dopo que­sto perio­do, la moglie ave­va il dirit­to di chie­de­re la sepa­ra­zio­ne”. La don­na scom­par­sa era un’archeologa e “ave­va una pas­sio­ne per la ricer­ca del­le mum­mie, una sor­ta di pas­sa­tem­po”, non indos­sa­va il velo, ama­va il suo lavo­ro, era eman­ci­pa­ta. Per­ché è spa­ri­ta? Qual­cu­no l’ha costret­ta o è sta­ta una libe­ra scel­ta? È dav­ve­ro scom­par­sa?
L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi è una sor­ta di gial­lo intro­spet­ti­vo, che rac­con­ta la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le non solo nei Pae­si auto­ri­ta­ri, ma, in una pro­spet­ti­va più ampia, in ogni socie­tà. For­se pro­prio que­sto ha spin­to l’autrice – scrit­tri­ce e psi­chia­tra, non­ché una tra le più note mili­tan­ti del fem­mi­ni­smo inter­na­zio­na­le –  a non uti­liz­za­re nomi, ma solo cate­go­rie (don­ne e uomi­ni ) in modo che l’immedesimazione potes­se risul­ta­re più sem­pli­ce. Don­ne sot­to­mes­se al lavo­ro, don­ne che lavo­ra­no anche e più degli uomi­ni ma sen­za uno sti­pen­dio, che vie­ne inve­ce paga­to all’uomo che sta al loro fian­co e con cui con­di­vi­do­no il let­to e la casa, a cui sono costret­te a dire sem­pre di sì. Don­ne omo­lo­ga­te.Don­ne domi­na­te socialmente, economicamente e cul­tu­ral­men­te. In più, le rela­zio­ni socia­li sono influen­za­te anche dal petro­lio e dal­la sua poten­za, che ridu­ce l’intero Pae­se in schia­vi­tù, dipen­den­te da una for­za ester­na onni­pre­sen­te.
Il librousci­to in Egit­to nel 2001, è sta­to subi­to cen­su­ra­to con­dan­na­to dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tem­pi del petro­lio” è, infat­ti, una cri­ti­ca diret­ta a Muba­rak, allo­ra sal­da­men­te al pote­re, e al suo gover­no, for­te­men­te con­di­zio­na­to da inge­ren­ze ester­ne. Ma è anche una cri­ti­ca a chi ten­ta di can­cel­la­re la sto­ria (emble­ma­ti­co è il caso del­la tra­sfor­ma­zio­ne del­le sta­tue che rap­pre­sen­ta­no divi­ni­tà fem­mi­ni­li in divi­ni­tà maschi­li),  alla scar­sa col­la­bo­ra­zio­ne tra don­ne e alla loro pau­ra di anda­re con­tro quel­lo che riten­go­no un desti­no già scrit­to e immo­di­fi­ca­bi­le. La nar­ra­zio­ne è come un viag­gio oni­ri­co: l’archeologa alter­na momen­ti di veglia al sogno, qua­si per non esse­re assor­bi­ta da que­sta monar­chia del petro­lio.

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