Il cuore e le contraddizioni dell’Angola nei romanzi di Ondjaki, intervista di Luca Onesti a Ondjaki

Luca One­sti ¦ art a part of cult(ure), remo­ve back­ground noi­se ¦ 22 feb­bra­io 2014

Il cuo­re e le con­trad­di­zio­ni dell’Angola nei roman­zi di Ond­ja­ki

inter­vi­sta di Luca One­sti a Ond­ja­ki, vin­ci­to­re nel 2013 del Pre­mio Sara­ma­go e auto­re di Non­na­Di­cian­no­ve e il segre­to del sovie­ti­co (Il Siren­te 2015) appar­sa su “art a part of cult(ure), remo­ve back­ground noise”, 22 feb­bra­io 2014.

 

OndjakiClose-1024x680Il Pre­mio Sara­ma­go, giun­to nel 2013 all’ottava edi­zio­ne, vie­ne attri­bui­to ogni due anni ad uno scrit­to­re di lin­gua por­to­ghe­se under 35. Il pre­mio cele­bra l’attribuzione nel 1998 del Pre­mio Nobel a José Sara­ma­go ed ha visto tra i suoi vin­ci­to­ri alcu­ni tra i mag­gio­ri scrit­to­ri di lin­gua por­to­ghe­se, come Gonça­lo M. Tava­res e José Luís Pei­xo­to, tra gli altri. Nel dicem­bre 2013 è sta­ta annun­cia­ta la vit­to­ria di Ond­ja­ki (pseu­do­ni­mo di Nda­lu de Almei­da), scrit­to­re ango­la­no tren­ta­cin­quen­ne, per il libro Os trans­pa­ren­tes, ritrat­to col­let­ti­vo e con­tem­po­ra­neo del­la cit­tà di Luan­da. In tra­du­zio­ne ita­lia­na sono sta­te pub­bli­ca­te le ope­re: Il Fischia­to­re e Le auro­re del­la not­te dell’editore Lavo­ro e Buon­gior­no com­pa­gni! dall’editore Iaco­bel­li.
Ho incon­tra­to Ond­ja­ki nei gior­ni suc­ces­si­vi al con­fe­ri­men­to del pre­mio, a Lisbo­na. L’intervista che segue rias­su­me la lun­ga chiac­chie­ra­ta con lo scrit­to­re.

Ho let­to che sei sta­to spes­so in Ita­lia e che vi hai com­ple­ta­to anche il dot­to­ra­to di ricer­ca. Dove?

A Napo­li, all’Università L’Orientale. La tesi di dot­to­ra­to riguar­da­va i discor­si ora­li del­la cit­tà di Luan­da, a par­ti­re dal­le esti­gas, che sono dei gio­chi ora­li, del­le dispu­te tra bam­bi­ni, per arri­va­re al rap, al kudu­ro, alla let­te­ra­tu­ra. E una par­te di que­sto lavo­ro è con­flui­ta ne Os trans­pa­ren­tes.
Una cit­tà ita­lia­na che mi è pia­ciu­ta mol­to è sta­ta Como, non ave­vo mai visto un lago così gran­de e sono rima­sto mol­to impres­sio­na­to. È sta­to a segui­to di quel­la visi­ta che ho scrit­to O asso­bia­dor, in cui una don­na cam­mi­na sem­pre vici­no ad un lago. Il libro è ambien­ta­to in Afri­ca e mol­ti, leg­gen­do­lo, han­no pen­sa­to ai laghi afri­ca­ni. Inve­ce l’idea, l’immagine che mi ha ispi­ra­to nel­lo scri­ve­re il libro è sta­ta quel­la del lago di Como. Ed è sta­to pri­ma che Geor­ge Cloo­ney com­pras­se casa là!

Par­lia­mo di “Os trans­pa­ren­tes”, con cui hai vin­to il pre­mio Sara­ma­go. È un libro cora­le, che rac­con­ta la cit­tà di Luan­da attra­ver­so mol­ti per­so­nag­gi, mol­te sto­rie…

C’è un per­so­nag­gio cen­tra­le, Odo­na­to, che è l’uomo che diven­ta tra­spa­ren­te, e c’è un palaz­zo come epi­cen­tro del rac­con­ta­re, ma il gran­de per­so­nag­gio è la cit­tà e per­ciò i mini­stri, i pove­ri, il ven­di­to­re di con­chi­glie, tut­ta que­sta gen­te for­ma un puzz­le che par­la di Luan­da come di un luo­go ano­ni­mo e col­let­ti­vo. Allo stes­so tem­po biso­gna par­la­re del­le per­so­ne, per­ché un pove­ro non è ugua­le a un ric­co in nes­su­na par­te del mon­do, e allo stes­so tem­po un pove­ro ango­la­no non è ugua­le a un pove­ro, ad esem­pio, sve­de­se. Sono pover­tà dif­fe­ren­ti, nono­stan­te il fat­to che entram­bi pos­so­no esse­re chia­ma­ti pove­ri. Il roman­zo, mi è sta­to det­to, è con­fu­so… Ma Luan­da è con­fu­sa! È una con­fu­sio­ne tut­ti i gior­ni, a tut­te le ore. Più con­fu­sa di Luan­da c’è solo Napo­li! Mi pia­ce mol­to il traf­fi­co di Napo­li, per­ché mi fa ricor­da­re Luan­da.

Que­sta gal­le­ria di per­so­nag­gi dà al libro una dimen­sio­ne più poli­ti­ca rispet­to ai pri­mi libri, in cui rac­con­ta­vi una Luan­da dei bam­bi­ni.

In altri libri il nar­ra­to­re che è bam­bi­no vuo­le vede­re cer­te cose, e vede il poli­ti­co sot­to la pro­spet­ti­va del bam­bi­no. Qui no, c’è un nar­ra­to­re assen­te. I per­so­nag­gi sono emi­nen­te­men­te poli­ti­ci, c’è il pre­si­den­te, il mini­stro, l’assessore del mini­stro e gli asses­so­ri dell’assessore. C’è una sce­na del libro in cui il par­ti­to di gover­no, l’MPLA, ordi­na di can­cel­la­re un’eclisse sola­re e la NASA con­fer­ma che l’eclissi non ci sarà per­ché qual­co­sa è cam­bia­to nell’allineamento dei pia­ne­ti. Se un par­ti­to può cam­bia­re l’universo che cosa non può cam­bia­re nel suo stes­so pae­se?

Lo stes­so tito­lo ha que­sta con­no­ta­zio­ne poli­ti­ca?

Ho sen­ti­to qual­cu­no che, con­fon­den­do­si, ha chia­ma­to il libro “Gli invi­si­bi­li”. Ma è diver­so, per­ché l’invisibile è ciò che non pos­sia­mo vede­re, il tra­spa­ren­te inve­ce è qual­co­sa che tu sai che è lì, potre­sti veder­lo, ma sce­gli di non veder­lo, sce­gli di veder­ci attra­ver­so.

Ci sono mol­ti tuoi libri che par­la­no dell’infanzia. L’ultimo che hai scrit­to, Uma Escu­ri­dão Boni­ta, un libro illu­stra­to da Antó­nio Jor­ge Gonçal­ves, è un libro rivol­to ai bam­bi­ni…

E inve­ce io non cre­do che lo sia. Altri sì ma non Escu­ri­dão. Un bam­bi­no può leg­ger­lo, un ami­co ha un figlio di cin­que anni che ado­ra il libro, ma è meno sem­pli­ce di quel­lo che sem­bra. Il libro è una pro­sa poe­ti­ca su qua­si nien­te, un lun­go poe­ma sul­la oscu­ri­tà e su una con­ver­sa­zio­ne.

Da dove nasce que­sto tuo rac­con­ta­re attra­ver­so la voce di un bam­bi­no?

La pri­ma vol­ta che ho sco­per­to que­sto nar­ra­to­re infan­ti­le è sta­ta quan­do ho scrit­to Bom dia cama­ra­das, e mi è con­ge­nia­le per­ché è un nar­ra­to­re che fin­ge di non aver capi­to nien­te. A fin­ge­re sono io che scri­vo, è come se por­tas­si il nar­ra­to­re con me e gli dices­si: tu fin­gi che non stai veden­do… Que­sta inno­cen­za, que­sta fal­sa inno­cen­za è quel­la che a vol­te uso anche nel­la mia quo­ti­dia­ni­tà ed è que­sta che mi inte­res­sa, da un pun­to di vista let­te­ra­rio, per­ché è vero che i bam­bi­ni vedo­no cose che noi non vedia­mo. Ma è anche una gran­de bugia, per­ché quel­lo che il nar­ra­to­re vede nei miei libri un bam­bi­no non lo avreb­be visto.

Hai volu­to usa­re que­sta voce anche per spie­ga­re alle per­so­ne come si vive­va, negli anni ’80, in un pae­se socia­li­sta…

E atten­zio­ne, il socia­li­smo in un pae­se come la Roma­nia è una cosa, il socia­li­smo adat­ta­to alla real­tà afri­ca­na è un’altra cosa. Tan­to che noi ave­va­mo un’espressione per spie­gar­lo: “socia­li­smo sche­ma­ti­co”. Le rego­le era­no così rigi­de, e quel­la in cui vive­va­mo non era una cit­tà rigi­da. Tut­to que­sto gene­ra­va sche­mi, non la cor­ru­zio­ne, per­ché la cor­ru­zio­ne è venu­ta più tar­di. C’è sta­to un momen­to in Ango­la che non basta­va­no i sol­di per cor­rom­pe­re. Mio padre rice­ve­va il suo sala­rio e lo con­ser­va­va in casa, tut­ti ave­va­no sol­di, ma non si pote­va com­pra­re nien­te col dena­ro.
È ovvio poi che noi non ave­va­mo nozio­ne, ad esem­pio, del­la man­can­za di liber­tà di espres­sio­ne. Anda­re ai comi­zi del com­pa­gno pre­si­den­te per me era una mera­vi­glia, non c’era lezio­ne, usci­va­mo da scuo­la mar­cian­do, anda­va­mo per la cit­tà con le blu­se, can­ta­va­mo l’inno e poi tor­na­va­mo a casa. C’era un’illusione e una sem­pli­ci­tà e noi era­va­mo bam­bi­ni feli­ci. Si può pen­sa­re che fos­si­mo vit­ti­me del comu­ni­smo, ma io non ave­vo la nozio­ne che ci potes­se esse­re altro, per me quel­la era la real­tà. Solo più tar­di ho comin­cia­to a capi­re che non è pro­prio così. Però cre­do che ci sono aspet­ti del socia­li­smo sche­ma­ti­co che sono mil­le vol­te miglio­ri del capi­ta­li­smo can­ni­ba­le, non sel­vag­gio ma can­ni­ba­le, che abbia­mo ora in Ango­la.

Com’è sta­ta la tran­si­zio­ne dal­la fine del comu­ni­smo a oggi?

L’Angola era domi­na­ta dal fasci­smo por­to­ghe­se di Sala­zar, e ne è usci­ta con una lot­ta di libe­ra­zio­ne nazio­na­le. Con il 25 apri­le del ’74 (la Rivo­lu­zio­ne dei garo­fa­ni in Por­to­gal­lo, ndr) l’uscita dei por­to­ghe­si è sta­ta così repen­ti­na che la clas­se media è scom­par­sa. E c’è sta­to un par­ti­to al pote­re che ha det­to: ades­so sia­mo un pae­se mar­xi­sta leni­ni­sta. E poi, dopo la cadu­ta del muro di Ber­li­no, sia­mo pas­sa­ti a que­sta fol­lia che nes­su­no sa cos’è. E il pre­si­den­te dice: ades­so è demo­cra­zia. Ma la demo­cra­zia non è arri­va­re e dire ades­so è demo­cra­zia, ci vuo­le tem­po. Noi abbia­mo un siste­ma plu­ri­par­ti­ti­co dove ci sono del­le rego­le ma non stia­mo anco­ra viven­do in una demo­cra­zia. Ma, in tut­ta sin­ce­ri­tà, non so qual è il pae­se nel mon­do in que­sto momen­to che sta viven­do una demo­cra­zia, tale e qua­le è defi­ni­ta. Che cos’è la demo­cra­zia oggi in Euro­pa? È que­sto: ti ingan­no, tu mi voti e per quat­tro o cin­que anni fac­cio quel­lo che mi pare, solo quan­do ci saran­no le pros­si­me ele­zio­ni potrai recla­ma­re.

Negli ulti­mi mesi c’è sta­ta qual­che ten­sio­ne diplo­ma­ti­ca tra Por­to­gal­lo e Ango­la. Come vedi il rap­por­to tra i due pae­si?

L’Angola ha una sen­si­bi­li­tà un po’ aggres­si­va per­ché noi sia­mo indi­pen­den­ti da meno di 40 anni, ed è com­pren­si­bi­le, spe­cie quan­do ti rela­zio­ni con il pae­se che ti ha colo­niz­za­to. A livel­lo inter­na­zio­na­le poi, c’è una par­ti­co­la­re atten­zio­ne, com­pren­si­bi­le anche que­sta, da par­te del Por­to­gal­lo ma anche di altri pae­si, alla poli­ti­ca ango­la­na. Ma soprat­tut­to, c’è un intrec­cio, un incro­cio tra una cri­si che ha anche aspet­ti finan­zia­ri e l’apogeo finan­zia­rio dell’élite ango­la­na. C’è un gran­de volu­me d’affari con l’Angola e que­sta è una cosa che non si può igno­ra­re, ma se il Por­to­gal­lo si rela­zio­na con altri pae­si in fun­zio­ne del­la cri­si rima­ne diplo­ma­ti­ca­men­te disar­ma­to.
Riguar­do a que­sta ten­sio­ni diplo­ma­ti­che, una bel­la rispo­sta l’ho sen­ti­ta dire in tv da un diri­gen­te ango­la­no, che ha det­to: il popo­lo, sia quel­lo ango­la­no che quel­lo por­to­ghe­se, si è già espres­so. I due popo­li voglio­no esse­re ami­ci, sono ami­ci, sono fra­tel­li. Ora rima­ne il pro­ble­ma diplo­ma­ti­co e quel­lo sia­mo noi a dover­lo risol­ve­re.

 

Il cuo­re e le con­trad­di­zio­ni dell’Angola nei roman­zi di Ond­jia­ki, inter­vi­sta di Luca One­sti a Ond­ja­ki

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Hillbrow: la mappa (“Benvenuti a Hillbrow”, di Phaswane Mpe, estratto dal primo capitolo)

Hill­brow: la map­pa

Se tu fos­si anco­ra vivo, Refen­tše, ragaz­zo di Tira­ga­long, sare­sti feli­ce del­la scon­fit­ta dei Bafa­na Bafa­na con­tro la Fran­cia nel­la Cop­pa del mon­do di cal­cio del 1998. Ovvia­men­te tu la squa­dra la soste­ne­vi. Ma alme­no ora non pro­ve­re­sti fasti­dio nell’andare al tuo appar­ta­men­to attra­ver­so le stra­de di Hill­brow – loca­li­tà gran­de poco più di un chi­lo­me­tro qua­dra­to secon­do i regi­stri uffi­cia­li, ma secon­do i suoi abi­tan­ti gran­de alme­no il dop­pio e bru­li­can­te di gen­te. Ricor­de­re­sti l’ultima occa­sio­ne quan­do nel 1995 i Bafa­na Bafa­na vin­se­ro con­tro la Costa d’Avorio e nel­la loro esul­tan­za le per­so­ne di Hill­brow lan­cia­ro­no dai loro bal­co­ni bot­ti­glie di ogni tipo. Pochi ardi­ti, van­tan­do­si di una serie di abi­li­tà al volan­te, face­va­no rotea­re e vol­teg­gia­re le loro mac­chi­ne per le vie, facen­do cir­co­li e inver­sio­ni a U su tut­ta la car­reg­gia­ta. Ti ricor­de­re­sti la bam­bi­na, di cir­ca set­te anni o giù di lì, che fu inve­sti­ta da una mac­chi­na. Le sue urla a mezz’aria anco­ra risuo­na­no nel­la tua memo­ria. Quan­do sbat­té sul mar­cia­pie­de di cemen­to di Hill­brow, le sue urla mori­ro­no con lei. Un gio­va­ne che sta­va pro­prio die­tro a te urlò: «Ucci­di quel bastar­do!»

Ma l’autista se ne era anda­to. La poli­zia stra­da­le, arri­va­ta pochi minu­ti dopo, si limi­tò a veri­fi­ca­re che l’arresto era sfu­ma­to. Mol­ti, dopo un momen­to silen­zio­so di stu­po­re per le gra­vi con­se­guen­ze del­la vit­to­ria cal­ci­sti­ca, ripre­se­ro a can­ta­re la loro can­zo­ne: Sho­sho­lo­za… suo­na­va­no le sue melo­die da Wol­ma­rans Street, sull’orlo del cen­tro di Johan­ne­sburg, in cima alla Cla­ren­don Pla­ce, al limi­te del tran­quil­lo sob­bor­go di Park­to­wn. Sho­sho­lo­za… copri­va i sin­ghioz­zi sof­fo­ca­ti del­la madre del­la bim­ba dece­du­ta.

Ben­ve­nu­ti a Hill­brow…

Il tuo pri­mo ingres­so a Hill­brow, Refen­tše, era il pun­to di arri­vo di mol­te stra­de con­ver­gen­ti. Non ricor­di dove il cam­mi­no ebbe ini­zio. Ma sai anche trop­po bene che le sto­rie dei migran­ti ave­va­no parec­chio a che fare con tale ini­zio. Dal tem­po in cui lascia­sti la scuo­la supe­rio­re per giun­ge­re all’Università del Wit­wa­ter­srand, all’alba del 1991, sape­vi già che Hill­brow era un mostro, che minac­cia­va i suoi vici­ni come Berea e il cen­tro di Johan­ne­sburg, e che gran­di com­pa­gnie lun­gi­mi­ran­ti era­no in pro­cin­to di abban­do­na­re il cen­tro, pun­tan­do ver­so sob­bor­ghi del nord, come Sand­ton. Era tut­ta­via dif­fi­ci­le resi­ste­re al richia­mo del mostro; Hilll­brow ave­va inghiot­ti­to mol­ti dei bam­bi­ni di Tira­ga­long, con­vin­ti che la Cit­tà dell’Oro rap­pre­sen­tas­se per loro una gran­de oppor­tu­ni­tà di car­rie­ra. Una del­le sto­rie che ricor­di in modo vivi­do era quel­la di un gio­va­ne mor­to di uno stra­no male nel 1990, quan­do tu ti sta­vi imma­tri­co­lan­do. I migran­ti dis­se­ro che pote­va solo esse­re sta­to l’AIDS. Del resto, non era sta­to visto vaga­re per i bor­del­li e gli spor­chi pub di Hill­brow?

Men­tre i suoi pove­ri geni­to­ri pen­sa­va­no che egli stes­se lavo­ran­do giù in cit­tà, a gua­da­gnar­si un sac­co di fari­na di gra­no­tur­co da man­da­re alla fat­to­ria per tut­ti quan­ti. I migran­ti, che per lo più lo con­si­de­ra­va­no un fra­tel­lo osti­na­to, che si era amma­la­to per­ché si tura­va le orec­chie con gom­ma da masti­ca­re men­tre loro gli dava­no con­si­gli, dice­va­no anche che egli era sta­to spes­so visto con don­ne Mak­we­re­k­we­re, abbar­bi­ca­te alle sue brac­cia e inten­te a riem­pir­lo di baci zuc­che­ri­ni, che avreb­be­ro di cer­to distrut­to qual­sia­si uomo, tan­to più un gio­va­ne sen­si­bi­le come lui.

Morì, pove­ro ragaz­zo; di cosa di pre­ci­so, nes­su­no lo sape­va. Ma a Hill­brow si dif­fu­se­ro stra­ni mali, che come Tira­ga­long sape­va bene, pote­va­no solo signi­fi­ca­re AIDS. Que­sto AIDS, secon­do le con­vin­zio­ni del popo­lo, era cau­sa­to da ger­mi stra­nie­ri arri­va­ti dal­le zone cen­tra­li e occi­den­ta­li dell’Africa. Più pre­ci­sa­men­te, cer­ti arti­co­li di gior­na­le attri­bui­va­no l’origine del virus che cau­sa­va l’AIDS a una spe­cie chia­ma­ta Scim­mia Ver­de, la cui car­ne veni­va man­gia­ta da cer­te popo­la­zio­ni in alcu­ne zone dell’Africa occi­den­ta­le, che per que­sto con­trae­va­no il male. I migran­ti (che a Tira­ga­long era­no fon­ti auto­re­vo­li di infor­ma­zio­ne su tut­te le que­stio­ni impor­tan­ti) dedus­se­ro da que­sti arti­co­li di gior­na­le che la via di acces­so dell’AIDS a Johan­ne­sburg pas­sas­se attra­ver­so le Mak­we­re­k­we­re; e Hill­brow fos­se il san­tua­rio in cui le Mak­we­re­k­we­re si bea­va­no.

Talu­ni si spin­se­ro addi­rit­tu­ra oltre, soste­nen­do che l’AIDS era cau­sa­to dal biz­zar­ro com­por­ta­men­to ses­sua­le degli abi­tan­ti di Hill­brow.

Come pote­va un uomo far ses­so con un altro uomo? Vole­va­no sape­re.

Quel­li che soste­ne­va­no di esser­ne infor­ma­ti – seb­be­ne nes­su­no que­sto tipo di ses­so potes­se ammet­te­re di aver­lo visto o pra­ti­ca­to di per­so­na – dice­va­no che si face­va per via ana­le. Spie­ga­va­no anche come era fat­to – come i cani – per il disgu­sto del­la mag­gior par­te del­le per­so­ne di Tira­ga­long, che insi­ste­va­no che l’oscenità e il ses­so doves­se­ro esse­re due cose sepa­ra­te.

I più si chie­de­va­no se non fos­se pro­prio l’escremento che peni avi­di e impru­den­ti suc­chia­va­no fuo­ri da ani egual­men­te bra­mo­si, a far insor­ge­re que­ste ter­ri­bi­li malat­tie.

Tali era­no le sto­rie scan­da­lo­se che gira­va­no tra le chiac­chie­re infor­ma­li degli immi­gra­ti.

Per le noti­zie for­ma­li c’era Radio Lebo­wa – ora Tho­be­la FM – che ogni ora tra­smet­te­va infor­ma­zio­ni su fur­ti di auto e spa­ra­to­rie tra rapi­na­to­ri e la Squa­dra Omi­ci­di e Rapi­ne di Johan­ne­sburg. Cin­que uomi­ni tro­va­ti con le costo­le squar­cia­te da ciò che sem­bra­va esser sta­to un col­tel­lo da macel­la­io… Due don­ne stu­pra­te e poi ucci­se in Quar­tz Street… Tre nige­ria­ni sfug­gi­ti all’arresto all’Aeroporto Jan Smu­ts per traf­fi­co di dro­ga era­no infi­ne sta­ti arre­sta­ti in Pre­to­ria Street… Bam­bi­ni di stra­da, ubria­chi di col­la, bran­dy e di visio­ni sel­vag­ge di se stes­si come gui­da­to­ri in ecces­so di velo­ci­tà dei film di Hol­ly­wood, lan­cia­va­no le loro mac­chi­ne costrui­te con fili di metal­lo attra­ver­so i sema­fo­ri ros­si, rap­pre­sen­tan­do una cre­scen­te minac­cia per chi gui­da­va a Hill­brow, soprat­tut­to in pros­si­mi­tà di Ban­ket e Claim Stree­ts… Alme­no otto per­so­ne mor­te e tre­di­ci seria­men­te feri­te quan­do le cele­bra­zio­ni per il Capo­dan­no pre­se­ro la for­ma di tor­ren­ti di bot­ti­glie che sgor­ga­va­no da nubi incom­ben­ti costi­tui­te dai bal­co­ni del­le case. Gli uomi­ni che si avven­tu­ra­va­no dal­le par­ti dell’angolo di Quar­tz e Smit Stree­ts furo­no avvi­sa­ti di fare atten­zio­ne alla minac­cia di pro­sti­tu­te sem­pre più aggres­si­ve… si dice­va che alcu­ni fos­se­ro sta­ti stu­pra­ti lì di recen­te…
Ben­ve­nu­ti a Hill­brow…

E, natu­ral­men­te, la tele­vi­sio­ne aggiun­ge­va il suo colo­re ai fram­men­ti del­le noti­zie radio. Il cri­mi­ne diven­ta­va gla­mour sugli scher­mi e i rapi­na­to­ri veni­va­no descrit­ti come se fos­se­ro star del cine­ma. Eroi venu­ti alla ribal­ta per il loro corag­gio delit­tuo­so e vizio­so era­no inse­gui­ti da vora­ci len­ti di moder­ne tele­ca­me­re, e i ragaz­zi­ni di Tira­ga­long emu­la­va­no i loro eroi tele­vi­si­vi, gui­dan­do le loro mac­chi­ne fat­te di fili di metal­lo con ruo­te di pal­le da ten­nis.
Vum… vum… e beep… beep… le loro mac­chi­ne anda­va­no per le stra­de di Tira­ga­long.

Poi sei arri­va­to a Hill­brow, Refen­tše, per vede­re tut­to con i tuoi occhi, e per inven­ta­re la tua sto­ria, se ci riu­sci­vi. Arri­va­sti a esse­re un testi­mo­ne, per­ché tuo cugi­no, con il qua­le sta­vi andan­do ad abi­ta­re fin­ché non aves­si tro­va­to un allog­gio stu­den­te­sco all’Università, sta­va a Hill­brow, per quan­to non esat­ta­men­te nel cen­tro dell’azione. Per­ché egli non sta­va nel­le stra­de prin­ci­pa­li, Pre­to­ria e Kotze, né Esse­len, in qual­che modo nota, che cor­re­va­no tut­te paral­le­le l’una all’altra. No! Non sta­va nean­che nel­la più nota Quar­tz Street – che col­le­ga­va per­pen­di­co­lar­men­te le tre – che è quel­lo che la gen­te spes­so inten­de quan­do dice: «C’è Hill­brow per te!»

Se pro­vie­ni dal cen­tro cit­tà, il modo miglio­re per arri­va­re nel posto dove sta il cugi­no è gui­da­re o cam­mi­na­re attra­ver­so Twi­st Street, una stra­da a sen­so uni­co che ti por­ta nel nord del­la cit­tà. Attra­ver­si Wol­ma­rans e tre stra­de piut­to­sto oscu­re, Kap­tei­jn, Ocker­se e Pie­ter­se, pri­ma di gui­da­re o cam­mi­na­re oltre Esse­len, Kotze e Pre­to­ria Street. Poi attra­ver­se­rai Van der Mer­we e Gol­dreich Street. Il tuo pros­si­mo sca­lo è Caro­li­ne Street. Vai sull’altro ver­san­te di Caro­li­ne. Alla tua sini­stra c’è Chri­st Church, “The Bible Cen­tred Church of Chri­st”, come annun­cia­no le gran­di let­te­re ros­se. Sul­la tua destra c’è un con­do­mi­nio chia­ma­to Vic­kers Pla­ce. Ti giri alla tua destra, per­ché l’ingresso a Vic­kers è in Caro­li­ne Street, pro­prio all’opposto di un altro edi­fi­cio, Da Gama Court. Se non sei trop­po stan­co, igno­re­rai l’ascensore e sali­rai per le sca­le fino al quin­to pia­no, dove sta tuo cugi­no.

Fino­ra, non hai visto nes­sun inse­gui­men­to di mac­chi­ne né assi­sti­to a una spa­ra­to­ria. Incon­tra­sti per­so­ne semi­nu­de che la tua gui­da, ori­gi­na­ria del­lo stes­so vil­lag­gio di Tira­ga­long, chia­ma pro­sti­tu­te. Altri­men­ti, la cosa che risal­ta nel­la tua memo­ria è il movi­men­to estre­ma­men­te fit­to di per­so­ne che van­no in tut­te le dire­zio­ni di Hill­brow, che sem­bra­no pro­var pia­ce­re alle luci al neon del sob­bor­go, men­tre altri appa­io­no aver fret­ta di anda­re al lavo­ro – o, sì, al lavo­ro. Ades­so, non era­va­te in gra­do di dire che cosa il lavo­ro fos­se. Sape­va­te, tut­ta­via, che una gui­da stu­den­te­sca alle car­rie­re in Suda­fri­ca non lo avreb­be pro­ba­bil­men­te inse­ri­to tra le sue voci. Ti stu­pi­va che ci fos­se­ro così tan­te per­so­ne gomi­to a gomi­to nel­le stra­de alle nove di sera. Quan­do pre­pa­ra­va­no i loro pasti e anda­va­no a dor­mi­re?
Vic­kers Pla­ce ti col­pì come un edi­fi­cio abba­stan­za tran­quil­lo. Non ti sare­sti mai aspet­ta­to alcu­na tran­quil­li­tà nel­la nostra Hill­brow. Ma poi, Caro­li­ne Street, dove era situa­to Vic­kers, non era al cen­tro di Hill­brow. Il cen­tro era Kotze Street, dove i bazaar OK con­di­vi­de­va­no il mar­cia­pie­de con The Fans, pub piut­to­sto tran­quil­lo, e il più rumo­ro­so The Base. A taglia­re per­pen­di­co­lar­men­te Kotze c’era Twi­st Street. Cir­con­da­to da Twi­st e Claim Stree­ts, Kotze e Pre­to­ria, c’era High­point, il più gran­de cen­tro com­mer­cia­le di Hill­brow. Era lì che si tro­va­va­no Clicks, Spar, CNA e altri nego­zi. Era in que­sto cen­tro che avre­sti tro­va­to la Stan­dard Bank, con i suoi spor­tel­li per il con­tan­te che lam­peg­gia­va­no Tem­po­ra­nea­men­te Fuo­ri Ser­vi­zio, di dome­ni­ca e duran­te le vacan­ze, così come nei gior­ni set­ti­ma­na­li dopo le otto di sera. Vole­te evi­ta­re di esse­re rapi­na­ti? Pos­si­bi­le; ma, nell’operazione, sie­te costret­ti a usa­re a costo extra lo spor­tel­lo ban­co­mat del­la Fir­st Natio­nal Bank, all’angolo di Twi­st e Pre­to­ria, o quel­lo del­la ABSA, pro­prio lun­go Kotze. Caro­li­ne Street non era visi­bi­le da que­sto pun­to. Né si tro­va­va vici­no Cathe­ri­ne Ave­nue, la fron­tie­ra di Hill­brow e Berea, dove i “Chec­ker” era­no in com­pe­ti­zio­ne per la nostra atten­zio­ne finan­zia­ria (quan­do ne ave­va­mo) con ciò che appa­ri­va esse­re una squal­li­da riven­di­ta di supe­ral­co­li­ci ter­ri­bil­men­te rumo­ro­sa, Jabu­la Ebu­su­ku; che a sua vol­ta, com­pe­te­va per il nostro impe­gno spi­ri­tua­le con il suo vici­no, la Uni­ver­sal King­dom of God. C’era un ulte­rio­re van­tag­gio per la par­ti­co­la­re posi­zio­ne di Vic­kers. C’era un’altra filia­le di Spar appe­na due stra­de più in là, all’angolo di Caro­li­ne e Claim Street, così pote­vi com­pra­re lì i tuoi pro­dot­ti di dro­ghe­ria e altri gene­ri di neces­si­tà. Lega­to in un abbrac­cio con Spar c’era Sweet Caro­li­ne; non il bra­no musi­ca­le di Neil Dia­mond, ma una melo­dia dif­fe­ren­te – un nego­zio di bot­ti­glie – che leni­va l’esaurimento e le papil­le gusta­ti­ve degli abi­tan­ti di Hill­brow in que­sta par­te del nostro mon­do. Qui i mar­cia­pie­di di cemen­to, come quel­li di Hill­brow inter­na, pul­lu­la­va­no di com­mer­ci irre­go­la­ri, in for­ma di bana­ne, mele, cavo­li, spi­na­ci e altra frut­ta e ver­du­ra; pro­dot­ti di bell’aspetto a prez­zi bas­si che ren­de­va­no l’acquisto di tali pro­dot­ti da Spar, Chec­kers o OK ridi­col­men­te dispen­dio­so. Sì, Quar­tz Street
cor­re­va vici­no a Vic­kers. Infat­ti, era la pri­ma stra­da a est di Vic­kers, e c’era più atti­vi­tà in Quar­tz che nel­la stes­sa Caro­li­ne, o Twi­st e Claim. Tut­ta­via, il fat­to di esse­re nel­le zone qua­si vici­ne al cen­tro di Hill­brow sem­bra­va aver reso que­sta par­te di Quar­tz più inno­cua e gra­de­vo­le – nel­la misu­ra in cui qual­co­sa a Hill­brow pos­sa esse­re l’uno o l’altro – rispet­to ai quar­tie­ri più inter­ni nel­la zona subur­ba­na.

La quie­te dura­va per la mag­gior par­te del­la not­te. Tuo cugi­no, dopo aver­ti ben nutri­to, ti ha lascia­to solo per anda­re a let­to per­ché pian­ge­vi per l’esaurimento. Anche la tua gui­da se ne è anda­ta con lui. Sta­va­no andan­do a vede­re Hill­brow, dice­va­no. Tu dor­mi­sti nel let­to di tuo cugi­no. Mal­gra­do le tue ansie ti addor­men­ta­sti.

Tor­ne­ran­no indie­tro? ti chie­de­sti ini­zial­men­te. Arri­ve­ran­no ladri nell’appartamento? E se sì, cosa farò?

[con­ti­nua a leg­ge­re]

Benvenuti_a_Hillbrow

Paro­le chia­ve: Hill­brow — Pha­wa­ne Mpe — Suda­fri­ca — Let­te­ra­tu­ra afri­ca­na

 

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Comunità alternative

Comu­ni­tà alter­na­ti­ve” è un’innovativa sele­zio­ne di roman­zi di auto­ri con­tem­po­ra­nei di pri­mo pia­no cura­ta da Bep­pi Chiup­pa­ni, dot­to­re di ricer­ca in let­te­ra­tu­re com­pa­ra­te (Uni­ver­si­ty of Chi­ca­go), scrit­to­re e sag­gi­sta. Le ope­re di que­sta col­la­na met­to­no in evi­den­za for­me di rela­zio­na­men­to inter­per­so­na­le nate da approc­ci non con­ven­zio­na­li ver­so l’identità ses­sua­le, l’appartenenza etni­ca, la diver­si­tà cul­tu­ra­le e reli­gio­sa, offren­do nuo­vi modi di con­ce­pi­re la socia­li­tà e i rap­por­ti uma­ni. Al gran­de valo­re let­te­ra­rio que­sti testi non man­ca­no di uni­re il pia­ce­re di rac­con­ta­re una sto­ria. Con la loro poten­te cari­ca fabu­la­to­ria, le nar­ra­ti­ve scel­te gui­da­no il let­to­re ver­so incon­sue­ti oriz­zon­ti geo­gra­fi­ci e cul­tu­ra­li, pre­sen­tan­do gli aspet­ti fon­da­men­ta­li di pae­si che stan­no acqui­stan­do un rilie­vo sem­pre più gran­de nel pano­ra­ma geo­po­li­ti­co e cul­tu­ra­le con­tem­po­ra­neo.
Dal­le comu­ni­tà mul­ti­raz­zia­li del Sud Afri­ca con­tem­po­ra­neo, alla socia­li­tà del Bra­si­le meno noto di Curi­ti­baBra­sí­lia o San Pao­lo, alla vita del­le peri­fe­rie di Luan­da, le ope­re sino­ra pub­bli­ca­te offro­no al let­to­re ita­lia­no la pos­si­bi­li­tà di un incon­tro cul­tu­ra­le di qua­li­tà con una serie di Pae­si in via di svi­lup­po che pur appa­ren­do sem­pre più fre­quen­te­men­te nel­la stam­pa sono spes­so anco­ra assen­ti dal­le nostre libre­rie.
Gli auto­ri scel­ti sono noti nazio­nal­men­te e inter­na­zio­nal­men­te e tut­ta­via resta­no in Ita­lia anco­ra da sco­pri­re appie­no. Mol­ti di loro sono già sta­ti pre­mia­ti con alcu­ni dei mag­gio­ri rico­no­sci­men­ti dei rispet­ti­vi pae­si, come il Pré­mio São Pau­lo de Lite­ra­tu­ra, il Pré­mio Jabu­ti, il Grin­za­ne Afri­ca Award, Pre­mio Sara­ma­go, il pre­mio Casa de Las Ame­ri­cas, e altri anco­ra.
Cia­scun tito­lo del­la col­la­na è arric­chi­to da una pre­fa­zio­ne. Tra gli auto­ri in cata­lo­go pub­bli­ca­ti: il suda­fri­ca­no Pha­swa­ne Mpe (Ben­ve­nu­ti a Hill­brow), João Almi­no,(Le cin­que sta­gio­ni dell’amore) e Ond­ja­ki (Non­na­Di­cian­no­ve e il segre­to del sovie­ti­co).

1. Pha­swa­ne Mpe, Ben­ve­nu­ti a Hill­brow (Suda­fri­ca, 2011)
Un viag­gio oni­ri­co per le stra­de di Hill­brow, quar­tie­re di Johan­ne­sburg dove si con­cen­tra­no il fasci­no e le con­trad­di­zio­ni dell’anima suda­fri­ca­na post-apar­theid. Inclu­so in Twen­ty in 20: The Best Short Sto­ries of South Africa’s 20 Years of Demo­cra­cy, Ben­ve­nu­ti a Hill­brow è una per­la del­la nar­ra­ti­va con­tem­po­ra­nea non solo afri­ca­na che anti­ci­pa di pochi anni il desti­no tra­gi­co dell’autore.

2. João Almi­no, Le cin­que sta­gio­ni dell’amore (Bra­si­le, 2012)
Un roman­zo di for­ma­zio­ne che nar­ra la tran­si­zio­ne nel­la vita di Ana, pro­fes­so­res­sa in pen­sio­ne che si inter­ro­ga sul sen­so del­la pro­pria vita e dal­la sua ordi­na­rie­tà. La rete di rela­zio­ni socia­li e per­so­na­li mul­ti­for­mi che si con­strui­sco­no attor­no a lei la con­du­co­no ver­so una pos­si­bi­le rispo­sta. Ori­gi­na­le esplo­ra­zio­ne del­la rela­zio­na­li­tà uma­na e del­la varie­tà che può acqui­si­re, Le cin­que sta­gio­ni dell’amore è anche un roman­zo sul­la cit­tà di Bra­si­lia, sor­ta come ten­ta­ti­vo di dare for­ma archi­tet­to­ni­ca a un sogno socio-poli­ti­co di impron­ta tipi­ca­men­te moder­ni­sta. Vin­ci­to­re del Pre­mio Casa de las Amé­ri­cas nel 2003.

3. Ond­ja­ki, Non­na­Di­cian­no­ve e il segre­to del sovie­ti­co (Ango­la, 2015)
Sul­lo sfon­do di un Pae­se segna­to dai con­flit­ti suc­ces­si­vi all’indipendenza e sot­to l’influenza sovie­ti­ca e cuba­na, lo sguar­do di un bam­bi­no fil­tra le trac­ce del disor­di­ne. Ond­ja­ki, inven­tan­do una lin­gua impos­si­bi­le, infan­ti­le e col­ta allo stes­so tem­po, rifor­mu­la la real­tà sto­ri­ca di un quar­tie­re del­la capi­ta­le ango­la­na in una vera e pro­pria “comu­ni­tà alter­na­ti­va” in cui si svi­lup­pa­no rela­zio­ni socia­li tra ango­la­ni, cuba­ni e sovie­ti­ci carat­te­riz­za­te da crea­ti­vi­tà, avven­tu­ra, com­pas­sio­ne – e infi­ne riscat­to. Vin­ci­to­re nel 2010 del pre­sti­gio­so pre­mio let­te­ra­rio Jabu­ti, Non­na­Di­cian­no­ve e il segre­to del sovie­ti­co san­ci­sce la matu­ri­tà arti­sti­ca di uno dei più signi­fi­ca­ti­vi scrit­to­ri in lin­gua por­to­ghe­se, vin­ci­to­re nel 2013 del Pre­mio Sara­ma­go.

4. Il pros­si­mo roman­zo del­la col­la­na usci­rà nel giu­gno 2016. Tito­lo e auto­re ver­ran­no annun­cia­ti tra rul­lo di tam­bu­ri e rumor di gran­cas­sa alla fine di quest’anno. Tene­te­vi pron­ti…

 

Paro­le chia­ve: Comu­ni­tà alter­na­ti­ve — Let­te­ra­tu­ra post­co­lo­nia­le — Suda­fri­ca — Bra­si­le — Ango­la

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Benvenuti nella “nostra” Hillbrow. Parola di Phaswane Mpe

L’Opinione del­le liber­tà | Mer­co­le­dì 24 ago­sto 2011 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Il libro mi ha sor­pre­so e scon­vol­to al tem­po stes­so. Sor­pre­so per­ché ave­vo vis­su­to per­so­nal­men­te ad Hill­brow tra novem­bre e dicem­bre 1984, quan­do mi tro­va­vo in Sud Afri­ca per effet­tua­re una ricer­ca di mer­ca­to per con­to dell’ICE. A quell’epoca Hill­brow, quar­tie­re resi­den­zia­le posto sul­la col­li­na che sovra­sta l’altopiano su cui si erge Johan­ne­sburg, era una sor­ta di pun­to di incro­cio di etnie diver­se, a pre­va­len­za bian­ca: era­no anco­ra gli anni dell’apartheid, ma ad Hill­brow — che era sor­ta negli Anni Set­tan­ta come zona resi­den­zia­le “bor­ghe­se” — già si leg­ge­va­no i segni di un cam­bia­men­to.
Per­so­nal­men­te allog­gia­vo nel­la par­te ebrai­ca del quar­tie­re, e per rag­giun­ger­la a pie­di ave­vo vis­su­to anche le mie bra­ve disav­ven­tu­re (un inse­gui­men­to da par­te di un cri­mi­na­le a sco­po di rapi­na? Di stu­pro? Di tutt’e due? Chis­sà… For­tu­na­ta­men­te riu­scii a rag­giun­ge­re il mio allog­gio pri­ma che egli rag­giun­ges­se me).
Il quar­tie­re che man­te­ne­va anco­ra, oltre al suo cosmo­po­li­ti­smo, una carat­te­ri­sti­ca pro­gres­si­sta e anche intel­let­tua­le, era già sot­to­po­sto a quel pro­ces­so di degra­do, dovu­to soprat­tut­to a una pia­ni­fi­ca­zio­ne mio­pe e caren­te, che nel cor­so del tem­po lo ha tra­sfor­ma­to in una zona peri­co­lo­sa, deca­du­ta, intri­sa di cri­mi­na­li­tà, abi­ta­ta da una popo­la­zio­ne invi­si­bi­le, se non per la pro­pria abiet­ta pover­tà.
Eppu­re, la Hill­brow post-apar­theid descrit­ta da Pha­swa­ne Mpe nel suo libro resta un luo­go affet­ti­va­men­te attraen­te: non è un caso che il tito­lo in ingle­se del libro suo­ni “Wel­co­me to our Hill­brow”: quell’ “our”, “nostro”, ci dice tut­to a pro­po­si­to del rap­por­to tra il quar­tie­re e i suoi abi­tan­ti.
Che poi nell’Hillbrow di Mpe si evi­den­zi il pro­fon­do odio xeno­fo­bo, l’intolleranza raz­zia­le che era tipi­ca dei rap­por­ti inter-raz­zia­li all’interno del Sud Afri­ca, per­fi­no tra le diver­se etnie di colo­re ori­gi­na­rie del luo­go, anche pri­ma del crol­lo del regi­me di segre­ga­zio­ne; o anco­ra il deva­stan­te dif­fon­der­si dell’AIDS faci­li­ta­to dal­la pro­mi­scui­tà ses­sua­le; tut­to que­sto non influi­sce mini­ma­men­te sull’affetto per Hill­brow, che non è più solo luo­go geo­gra­fi­co, ma che diven­ta luo­go dell’anima.
Su tut­to, l’arte di Mpe : una sor­ta di can­to dispie­ga­to, una bal­la­ta can­ti­le­nan­te, che cul­la il let­to­re con ama­ra dol­cez­za, fa fio­ri­re sot­to il suo sguar­do i vari per­so­nag­gi, li accom­pa­gna mano nel­la mano fino alla loro mor­te annun­cia­ta: il sui­ci­dio di Refen­tše e la pre­an­nun­cia­ta mor­te di Refil­we a cau­sa dell’AIDS che pure si “respi­ra­no” attra­ver­so tut­te le pagi­ne del libro, e ne costi­tui­sco­no il fil rou­ge, sono vis­su­te sen­za il pathos del dram­ma.
Dal­la pri­ma pagi­na del libro sap­pia­mo che il pro­ta­go­ni­sta non è più tra noi, ma con­ti­nua a costi­tui­re l’interlocutore cui ideal­men­te l’io nar­ran­te del­lo scrit­to­re onni­scien­te (che pure c’è e non c’è, non assur­ge mai al ran­go di giu­di­ce, ma si limi­ta a un dia­lo­go con­ti­nuo con i suoi per­so­nag­gi) si rivol­ge.
Non è sol­tan­to un libro corag­gio­so, quel­lo di Mpe: è un pic­co­lo gran­de libro, la cui pro­sa ori­gi­na­le e leg­ge­ra cela una con­si­de­re­vo­le for­za, un mes­sag­gio dirom­pen­te, un gri­do di allar­me.
Mpe si ribel­la alla real­tà deca­den­te del­la Hill­brow, mostro ten­ta­co­la­re, in cui vive sol­tan­to set­te anni pri­ma del pro­prio sui­ci­dio get­tan­do­si dal ven­te­si­mo pia­no del palaz­zo in cui abi­ta, ma di cui ama l’aspetto cosmo­po­li­ta e gli spun­ti con­ti­nui di rifles­sio­ne.
Mpe por­ta avan­ti la pro­pria cam­pa­gna con­tro gli ste­reo­ti­pi e i pre­giu­di­zi, di qual­sia­si tipo essi sia­no. E che Refil­we tra­scor­ra un perio­do tra la mor­te di Refen­tše e il ritor­no alla nati­va Tira­gan­long (ritor­no per morir­vi, appun­to) ad Oxford è emble­ma­ti­co di quel che Mpe vuo­le dir­ci: cia­scu­no di noi ha la pro­pria per­so­na­le Hill­brow con cui fare i con­ti, e il rischio dell’umanità del ven­tu­ne­si­mo seco­lo è quel­lo di vive­re estra­nian­do­si dal­la pro­pria real­tà.
Il nostro peri­co­lo, insom­ma, è quel­lo di non rico­no­sce­re le nostre stes­se radi­ci, di fer­mar­ci alle appa­ren­ze, di non sape­re anda­re oltre.
Gra­zie all’editore, dun­que: bel­la ini­zia­ti­va, que­sta tra­du­zio­ne, e bel­la edi­zio­ne sep­pu­re con qual­che refu­so di trop­po.
Mi resta un dub­bio però.
Per­ché, nel­la pur pre­ge­vo­le tra­du­zio­ne in ita­lia­no, è spa­ri­to dal tito­lo pro­prio quel rife­ri­men­to così pre­zio­so alla “nostra” Hill­brow?

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Amore e morte a Johannesburg

Il Mani­fe­sto | Mar­te­dì 1 novem­bre 2011 | Maria Pao­la Guar­duc­ci |

Pha­swa­ne Mpe, «Ben­ve­nu­ti a Hill­brow». Duro, imper­fet­to e appas­sio­na­to, il roman­zo di Mpe uni­sce uno sti­le visio­na­rio e a trat­ti can­zo­na­to­rio alle ambien­ta­zio­ni da rea­li­smo socia­le tipi­che del­la let­te­ra­tu­ra suda­fri­ca­na

Scom­par­so nel 2004 a soli 34 anni, Pha­swa­ne Mpe era un pro­met­ten­te scrit­to­re suda­fri­ca­no che, al pari del coe­ta­neo Sel­lo Dui­ker, mor­to sui­ci­da appe­na un mese dopo Mpe, è diven­ta­to emble­ma tra­gi­co del­le dif­fi­col­tà nel­le qua­li dimo­ra­no le nuo­ve gene­ra­zio­ni del pae­se. Mpe e Dui­ker (ma anche Yvon­ne Vera, scom­par­sa qua­ran­ten­ne nel 2005 nel con­fi­nan­te Zim­ba­b­we) sono sta­ti scon­fit­ti da mali noti, Aids e depres­sio­ne, ai qua­li il Suda­fri­ca non ha offer­to sino­ra rispo­ste con­cre­te e stra­de per­cor­ri­bi­li, pre­fe­ren­do ad esse la via imme­dia­ta del pre­giu­di­zio e dell’isolamento. Que­sti auto­ri lascia­no in ere­di­tà poche ope­re, ma fol­go­ran­ti e luci­de, in cui espon­go­no, talo­ra per­si­no con iro­nia, quel­la stes­sa sof­fe­ren­za che ha segna­to il loro vis­su­to.

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