Selma Dabbagh: «Dentro Gaza: il calvario di due fratelli»

Tra occupazione e fondamentalismo: il romanzo di Selma Dabbagh ambientato nella Striscia. Destini diversi, strade senza ritorno

In uno dei suoi ver­si più famo­si, il poe­ta Mah­moud Dar­wish scris­se che il tem­po, a Gaza, «non por­ta i bam­bi­ni dall’infanzia imme­dia­ta­men­te alla vec­chia­ia, ma li ren­de uomi­ni al pri­mo incon­tro con il nemi­co», e che «l’unico valo­re di chi vive sot­to occu­pa­zio­ne è il gra­do di resi­sten­za all’occupante». Sem­bra pren­de­re avvio pro­prio da que­ste paro­le il roman­zo d’esordio del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se Sel­ma Dab­ba­gh, Fuo­ri da Gaza, appe­na pub­bli­ca­to in ita­lia­no dall’editore Il Siren­te, con la tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni. Un’opera pri­ma che si avven­tu­ra in uno dei ter­re­ni anco­ra ine­splo­ra­ti dal­la let­te­ra­tu­ra con­tem­po­ra­nea, andan­do a inda­ga­re l’animo più pro­fon­do del­la gio­ven­tù pale­sti­ne­se al tem­po del­la Secon­da Inti­fa­da.

La nar­ra­zio­ne ruo­ta attor­no alla sto­ria dei Muja­hed, una fami­glia medio bor­ghe­se, col­ta e bene­stan­te, la cui casa si ritro­va all’improvviso in mez­zo alle mace­rie del quar­tie­re distrut­to dal­le incur­sio­ni israe­lia­ne. «Ave­va­no demo­li­to ogni strut­tu­ra del vici­na­to, strap­pan­do­la dal­le radi­ci, sca­van­do­ne le fon­da­men­ta. I sol­da­ti, sui loro bull­do­zer gial­li, si era­no diver­ti­ti a inse­gui­re i nuo­vi sen­za­tet­to in quel­la con­fu­sio­ne. Gli albe­ri ave­va­no con­ti­nua­to a bru­cia­re per gior­ni». Iman e Rashid sono due fra­tel­li gemel­li di 17 anni che han­no vis­su­to gran par­te del­la loro vita all’estero e ades­so si ritro­va­no psi­co­lo­gi­ca­men­te intrap­po­la­ti nel­la Stri­scia. Rashid osser­va Gaza attra­ver­so le imma­gi­ni del satel­li­te, e sogna di andar­se­ne. Dall’alto gli appa­re come «un coral­lo essic­ca­to, incre­spa­to, com­par­ti­men­ta­to e sab­bio­so», con «cen­ti- naia di miglia­ia di abi­ta­zio­ni ridot­te a graf­fi su un osso». Dall’altra par­te, quel­la ormai vie­ta­ta ai pale­sti­ne­si, c’è inve­ce «un’elaborata coper­ta dal desi­gn moder­ni­sta. […] Quel­la par­te scin­til­la­va. Pan­nel­li sola­ri e pisci­ne luc­ci­ca­va­no al sole».

Il campo profughi di Jabaliya nella striscia di Gaza (Ansa)

Il cam­po pro­fu­ghi di Jaba­liya nel­la stri­scia di Gaza (Ansa)

È lo stes­so con­tra­sto evi­den­zia­to dal­la gior­na­li­sta israe­lia­na Ami­ra Haas quan­do defi­nì Gaza «la con­trad­di­zio­ne del­lo Sta­to d’Israele, demo­cra­zia per alcu­ni, espro­prio per altri». E Dab­ba­gh sce­glie di inda­ga­re pro­prio il signi­fi­ca­to inti­mo di quel ner­vo sco­per­to nel­la vita di tut­ti i gior­ni. Ambien­ta­to tra Gaza e Lon­dra, il suo roman­zo segue le vite di Rashid e Iman nel loro ten­ta­ti­vo di costruir­si un futu­ro in mez­zo all’occupazione, al fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e alle varie fazio­ni poli­ti­che. Il padre dei due gio­va­ni è un ex espo­nen­te dell’Olp, vive in esi­lio e non com­pren­de le ragio­ni degli isla­mi­ci, «non ave­va mai avu­to tem­po per la reli­gio­ne e non vede­va alcu­na ragio­ne per cam­bia­re: a tut­ti loro, Dio ave­va a mala pena rivol­to un sor­ri­so ».

La madre ha un pas­sa­to segre­to nei movi­men­ti di lot­ta per la libe­ra­zio­ne del­la Pale­sti­na e vive inve­ce a Gaza, accu­den­do il pri­mo­ge­ni­to, Sabri, costret­to su una sedia a rotel­le dopo aver per­so le gam­be in un atten­ta­to. I due gemel­li pro­ven­go­no da un back­ground pri­vi­le­gia­to, sono pro­fon­da­men­te lega­ti eppu­re diver­si, e le loro stra­de sem­bra­no divi­der­si fin dall’inizio del libro. Pro­prio men­tre Iman vie­ne chia­ma­ta dall’ala isla­mi­ca del cen­tro cul­tu­ra­le di cui è atti­vi­sta – e che le pro­po­ne di far­si esplo­de­re in un atten­ta­to sui­ci­da – Rashid vie­ne a sape­re di aver vin­to una bor­sa di stu­dio a Lon­dra e tro­va, alme­no appa­ren­te­men­te, la sua via di fuga.

«Non vole­vo rac­con­ta­re sol­tan­to il dilem­ma di una gene­ra­zio­ne di pale­sti­ne­si, tra chi vuo­le resta­re per lot­ta­re e chi inve­ce ha la pos­si­bi­li­tà di fug­gi­re per inse­gui­re i pro­pri sogni – ci spie­ga Dab­ba­gh – ma descri­ve­re il pun­to di rot­tu­ra, il momen­to non ritor­no di cia­scun indi­vi­duo, in ter­mi­ni di scel­ta mora­le. Quel­la sen­sa­zio­ne di sen­tir­si taglia­ti fuo­ri dal­la sto­ria, qual­co­sa che per­si­no mol­ti pale­sti­ne­si che vivo­no sot­to occu­pa­zio­ne dan­no per scon­ta­ta». Oltre al desi­de­rio dei due fra­tel­li di usci­re dal­la sof­fo­can­te con­di­zio­ne di vita del­la Stri­scia di Gaza, c’è infat­ti anche il ten­ta­ti­vo di eva­de­re dal loro pas­sa­to, il sen­so di stra­nia­men­to che pro­va­no all’interno del nuo­vo con­te­sto in cui cer­ca­no di ambien­tar­si. Anche la fami­glia del­la scrit­tri­ce ha un pas­sa­to segna­to dall’esilio e dal­la poli­ti­ca. Suo non­no fu impri­gio­na­to dai bri­tan­ni­ci per le sue idee e deci­se di abban­do­na­re Jaf­fa quan­do suo padre, bam­bi­no, rischiò di rima­ne­re ucci­so da una gra­na­ta lan­cia­ta dai para­mi­li­ta­ri sio­ni­sti. Tro­va­ro­no rifu­gio in Siria per poi tra­sfe­rir­si in altre par­ti del mon­do. Sel­ma Dab­ba­gh è nata in Sco­zia nel 1970 e ha vis­su­to in Ara­bia Sau­di­ta, Kuwait, Fran­cia e Bah­rein, lavo­ran­do come avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni a Geru­sa­lem­me, Il Cai­ro e Lon­dra.

Cio­no­no­stan­te, assi­cu­ra che la sua sto­ria per­so­na­le non ha influi­to nel­la vicen­da rac­con­ta­ta nel libro: «Non c’è nien­te di auto­bio­gra­fi­co nel roman­zo e io non ho mai vis­su­to a Gaza. Cer­to, sono sta­ta impe­gna­ta poli­ti­ca­men­te e la mia fami­glia è sem­pre rima­sta lega­ta al dram­ma pale­sti­ne­se, ma for­se ha inci­so di più il con­fron­to con le per­so­ne che ho incon­tra­to duran­te la mia atti­vi­tà di avvo­ca­to».

La sto­ria di Rashid e Iman è l’espediente nar­ra­ti­vo attra­ver­so il qua­le Dab­ba­gh rie­sce a rico­strui­re le mol­te­pli­ci sfac­cet­ta­tu­re di una socie­tà com­ples­sa, a inda­ga­re i con­flit­ti inte­rio­ri e il modo in cui la guer­ra, la vio­len­za e il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so influi­sco­no sull’intimità del­le per­so­ne. A rac­con­ta­re non solo l’assedio dei ter­ri­to­ri ma anche quel­lo del­le coscien­ze, con una scrit­tu­ra che – pro­prio come sareb­be pia­ciu­to a Dar­wish – fa par­la­re Gaza «attra­ver­so il san­gue, il sudo­re, le fiam­me». Il pub­bli­co, anche in Pale­sti­na, pare aver accol­to il roman­zo posi­ti­va­men­te: «La gen­te si è rico­no­sciu­ta nel libro – con­clu­de Dab­ba­gh –, tro­var­si in un’opera di fin­zio­ne let­te­ra­ria è sta­to per loro un modo per sen­tir­si vivi, per esse­re ascol­ta­ti. Era la cosa cui tene­vo di più e infat­ti ho cer­ca­to in tut­ti i modi di rap­pre­sen­ta­re quel­la real­tà ter­ri­bi­le nel modo più fede­le pos­si­bi­le». E per due anni con­se­cu­ti­vi il “Guar­dian” lo ha defi­ni­to libro dell’anno.

Ric­car­do Miche­luc­ci mer­co­le­dì 20 dicem­bre 2017 Avve­ni­re

0

Riccardo Michelucci, “Avvenire”, 8 aprile 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

Intervista. La scrittrice Saphia Azzedine: banlieue, la rabbia non è islam

di Ric­car­do Miche­luc­ci, “Avve­ni­re”, 8 apri­le 2017

Nel suo nuo­vo roman­zo la gio­va­ne scrit­tri­ce affron­ta con tono leg­ge­ro gli ste­reo­ti­pi sul­la sua reli­gio­ne.

«Cre­de­vo in Dio. Face­vo il rama­dan. Non man­gia­vo maia­le. Non beve­vo alcool. Ero ver­gi­ne. Non spar­la­vo. Cioè, solo un po’. Ero quel­la che si chia­ma comu­ne­men­te musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no. Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti».

Un fiu­me inter­rot­to di paro­le con­di­to da una vena iro­ni­ca e a trat­ti irri­ve­ren­te ci rac­con­ta la real­tà odier­na del­le ban­lieue pari­gi­ne e la vita degli immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, dei qua­li si sen­te par­la­re qua­si esclu­si­va­men­te attra­ver­so i fat­ti di cro­na­ca. La voce nar­ran­te è quel­la del­la gio­va­ne Fai­rouz, pro­ta­go­ni­sta di “La Mec­ca-Phu­ket”, il roman­zo del­la scrit­tri­ce fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne, appe­na usci­to in ita­lia­no per l’editrice il Siren­te (pagi­ne 130, euro 15,00). Fai­rouz vive con la fami­glia a Cré­teil, un sob­bor­go di Pari­gi, in «un caser­mo­ne dove i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cer­vel­lo da cemen­to» e desi­de­ra eman­ci­par­si dal­le ori­gi­ni ara­bo­mu­sul­ma­ne.
Un gior­no deci­de insie­me a una sorel­la di rac­co­glie­re i sol­di neces­sa­ri per rega­la­re il sogno di una vita ai devo­ti geni­to­ri: il hajj, ovve­ro il pel­le­gri­nag­gio isla­mi­co cano­ni­co alla Mec­ca. Ma fini­rà inve­ce per spen­de­re quei sol­di in altro modo, cioè pren­den­do dei bigliet­ti per andar­si a diver­ti­re in un resort di Phu­ket, in Thai­lan­dia.

«Alla fine pre­fe­ri­rà rin­gra­zia­re Dio per i pic­co­li pia­ce­ri del­la vita, inve­ce che chie­der­gli per­do­no», ci spie­ga Azzed­di­ne. Dopo i pre­ce­den­ti roman­zi Con­fi­den­ces à Allah e Mio padre fa la don­na del­le puli­zie (quest’ultimo tra­dot­to alcu­ni anni fa da Giu­lio Per­ro­ne edi­to­re), La Mec­ca-Phu­ket­com­ple­ta la tri­lo­gia che la scrit­tri­ce ha dedi­ca­to al con­fron­to con la sua reli­gio­ne, un tema appa­ren­te­men­te com­ples­so del qua­le rie­sce a par­la­re in modo disin­can­ta­to e diver­ten­te ma non fri­vo­lo, con­vin­ta com’è che non sia neces­sa­rio esse­re sem­pre seri o, peg­gio, arrab­bia­ti, quan­do si par­la di reli­gio­ne.

Nata ad Aga­dir nel 1979, Saphia Azzed­di­ne ha lascia­to il Maroc­co a 9 anni e da allo­ra vive in Fran­cia, dove lavo­ra anche come attri­ce e regi­sta. Ha sei roman­zi all’attivo, «e il set­ti­mo già con­se­gna­to all’editore», pre­ci­sa. Da quel­lo di esor­dio sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to, da La Mec­ca-Phu­ket per­si­no una tra­spo­si­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca. Quest’ultimo pre­sen­ta anche una par­ti­co­la­re atten­zio­ne al lin­guag­gio, e ci fa cono­sce­re i codi­ci lin­gui­sti­ci nati nel­le peri­fe­rie disa­gia­te con fun­zio­ni di rico­no­sci­men­to iden­ti­ta­rio e gene­ra­zio­na­le.

In que­sto caso è sta­ta una pre­ci­sa scel­ta dovu­ta all’ambientazione del roman­zo?
«Per la veri­tà no. Di soli­to non costrui­sco nien­te, non pro­gram­mo alcun­ché pri­ma di met­ter­mi a scri­ve­re, né come né quan­to, e scri­vo sem­pre in modo mol­to spon­ta­neo. In tut­ti i miei roman­zi mi sono sfor­za­ta di ante­por­re i per­so­nag­gi a me stes­sa. Sono io ad adat­tar­mi alla loro vita, e quin­di anche al loro modo di espri­mer­si».

Fino a che pun­to il per­so­nag­gio di Fai­rouz è ispi­ra­to alla sua per­so­na­li­tà? Ci sono altri ele­men­ti auto­bio­gra­fi­ci nel­la sto­ria?
«Io sono den­tro tut­ti i miei per­so­nag­gi, non mi nascon­do mai die­tro la fin­zio­ne. Li amo e li com­pren­do. Non neces­sa­ria­men­te la pen­so sem­pre come loro, però. Fai­rouz mi asso­mi­glia per­ché ha la mia stes­sa rab­bia ma anche un suo modo mol­to per­so­na­le di con­ce­pi­re Allah, che la por­ta mol­to più spes­so a rin­gra­ziar­lo piut­to­sto che a chie­der­gli scu­sa».

Cosa pen­sa dell’attuale situa­zio­ne nel­le ban­lieue fran­ce­si?L’immagine che si ha dall’esterno, for­se super­fi­cia­le, è quel­la di una real­tà esplo­si­va che la poli­ti­ca non sa affron­ta­re, e che anche per que­sto si incan­cre­ni­sce col tem­po.
«È una situa­zio­ne dif­fi­ci­le, cer­to, ma non sol­tan­to a cau­sa del mal­con­ten­to del­le comu­ni­tà e del­le deri­ve di natu­ra reli­gio­sa, come ven­go­no descrit­te tut­ti i gior­ni dai mez­zi d’informazione. Il pro­ble­ma del­le peri­fe­rie è anzi­tut­to di carat­te­re socia­le, ed è ali­men­ta­to dal­le ingiu­sti­zie subi­te dal­la popo­la­zio­ne».

Pen­sa che que­sto pro­ble­ma sia anda­to ad aggra­var­si negli ulti­mi decen­ni?
«Sicu­ra­men­te. Le tele­vi­sio­ni e i gior­na­li non han­no mai smes­so di costrui­re una sor­ta di isla­mi­smo imma­gi­na­rio che con l’andar del tem­po, per rea­zio­ne, è diven­ta­to real­tà. Da alme­no trent’anni i musul­ma­ni fran­ce­si ven­go­no stig­ma­tiz­za­ti, cri­mi­na­liz­za­ti, se le gio­va­ni don­ne indos­sa­no un fou­lard c’è chi ne fa subi­to un affa­re di Sta­to. L’islam ha dimo­stra­to di ave­re le spal­le lar­ghe. A for­za di descri­ve­re i padri come tor­tu­ra­to­ri e aguz­zi­ni, i figli come dei bru­ti e le don­ne come per­so­ne sot­to­mes­se, c’è sta­to un riget­to nei con­fron­ti del­lo Sta­to e un allon­ta­na­men­to di que­ste comu­ni­tà dal­la vita socia­le del Pae­se. È sta­ta una rea­zio­ne abba­stan­za spon­ta­nea. Sen­za par­la­re del pro­ble­ma del­la colo­niz­za­zio­ne, un cri­mi­ne che ha lascia­to trac­ce che si sen­to­no tut­to­ra, dopo tan­ti anni».

Cosa si aspet­ta dall’esito del­le pros­si­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li fran­ce­si?
«Non so, non mi aspet­to nien­te. Pri­ma era­va­mo soli­ti vota­re per il male mino­re. Ades­so è diven­ta­to dif­fi­ci­le anche distin­gue­re, sia­mo di fron­te a dei burat­ti­ni pri­vi di ani­ma. Qual­cu­no potrà anche rite­ner­la una posi­zio­ne dema­go­gi­ca ma, se è così, è col­pa dei poli­ti­ci».

0

Il romanzo di Sumia Sukkar. Il dramma «a colori» di Aleppo

Adam ha la sindrome di Asperger e a 14 anni dipinge la guerra abbinando cromatismo e dolore. Aspro e delicato romanzo dell’esordiente anglo siriana

Avve­ni­re, Ric­car­do Miche­luc­ci

«Non c’è più colo­re ad Alep­po. Tut­to è gri­gio, anche noi. Lo scon­tro ina­spet­ta­to tra il gri­gio e l’arancione mostra le buie con­se­guen­ze di una guer­ra, ma riflet­te anche un sot­ti­le filo di spe­ran­za. Il blu not­te intor­no alle pupil­le mi par­la, mi dice degli orro­ri che ha visto. Ci man­ca un colo­re più chia­ro: il bian­co. Il cie­lo dovreb­be esse­re dipin­to di bian­co per pren­der­si gio­co del­la pre­sun­ta fine del­la guer­ra e mostra­re l’ingenuità che resta». Il dram­ma del­la Siria pren­de for­ma sot­to i nostri occhi attra­ver­so la voce inno­cen­te e lo sguar­do disin­can­ta­to di Adam, un ragaz­zi­no siria­no di quat­tor­di­ci anni affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger, che cer­ca di dare un sen­so alle pro­prie emo­zio­ni attra­ver­so la pit­tu­ra. I colo­ri gli ser­vo­no per descri­ve­re la gen­te e l’orrore che lo cir­con­da, per cer­ca­re di com­pren­de­re gli effet­ti deva­stan­ti del­la guer­ra sul­la vita del­la sua fami­glia e del­le per­so­ne che gli stan­no attor­no. Dopo aver otte­nu­to il plau­so del­la cri­ti­ca ingle­se, Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra, imma­gi­ni­fi­co roman­zo d’esordio del­la gio­va­ne scrit­tri­ce anglo-siria­na Sumia Suk­kar, vie­ne ades­so pro­po­sto anche in ita­lia­no dal­la casa edi­tri­ce Il Siren­te, spe­cia­liz­za­ta in let­te­ra­tu­ra ara­ba, con la tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni.

Con un lun­go e inin­ter­rot­to flus­so di coscien­za Adam espri­me un misto di incre­du­li­tà e pau­ra, di tene­rez­za e inno­cen­za. Dipin­ge la guer­ra per­ché «offre infi­ni­te pos­si­bi­li­tà pit­to­ri­che» e la sua pic­co­la arte fini­sce per tra­sfi­gu­rar­si in un estre­mo atto di resi­sten­za. Ma con­tra­ria­men­te alle appa­ren­ze il roman­zo non è una favo­la e quin­di non ci rispar­mia orro­ri e cru­dez­ze. È piut­to­sto un ori­gi­na­le repor­ta­ge inti­mi­sta, il ten­ta­ti­vo di spie­ga­re le con­se­guen­ze del­la guer­ra sul­la men­te di un bam­bi­no la cui leg­ge­ra for­ma di auti­smo lo por­ta a una for­te rela­zio­na­li­tà affet­ti­va con gli altri, soprat­tut­to con la sorel- la Yasmi­ne, il suo prin­ci­pa­le pun­to di rife­ri­men­to dopo la mor­te del­la mam­ma. Ogni capi­to­lo ha il nome di un colo­re, per­si­no ai per­so­nag­gi sono asse­gna­te tona­li­tà e sfu­ma­tu­re diver­se a secon­da del­la vibra­zio­ne del­le loro emo­zio­ni: Adam vede le per­so­ne avvol­te da un’aura colo­ra­ta per­ce­pen­do i loro sta­ti d’animo e i loro sen­ti­men­ti, men­tre la guer­ra è gri­gia e copre tut­to come uno spes­so stra­to di pol­ve­re che rischia di sof­fo­ca­re la nostra uma­ni­tà. La neces­si­tà di com­pren­de­re quel­lo che acca­de attor­no a lui lo tra­sfi­gu­ra poi nel ruo­lo di testi­mo­ne: «Un gior­no, quan­do sarà fini­ta la guer­ra, avrò i miei qua­dri per mostra­re alla gen­te cosa sta­va real­men­te suc­ce­den­do. I miei qua­dri non men­to­no».

Sumia Suk­kar Pbf_2016

L’autrice, Sumia Suk­kar, spie­ga di esser­si ispi­ra­ta ai rac­con­ti di pri­ma mano ascol­ta­ti dai suoi fami­lia­ri siria­ni e dagli ami­ci che tut­to­ra vivo­no in Siria. «In que­sti casi ci può esse­re la ten­ta­zio­ne di edul­co­ra­re quel­lo che sta acca­den­do – affer­ma – ma io ho scel­to al con­tra­rio di rac­con­ta­re i fat­ti in tut­ta la loro dram­ma­ti­ci­tà. Quel­lo che vole­vo tra­smet­te­re era l’oscenità e la cru­dez­za del­la situa­zio­ne nel­la qua­le si tro­va attual­men­te la Siria». Duran­te la ste­su­ra del roman­zo Suk­kar è sta­ta costan­te­men­te in con­tat­to su Sky­pe con una zia che vive a Dama­sco, e le sto­rie ter­ri­bi­li che le ha rac­con­ta­to sono sta­te poi in par­te river­sa­te nel roman­zo. «Ho biso­gno di dipin­ge­re e pos­so già figu­rar­mi il qua­dro nel­la testa – dice Adam –. Due ragaz­zi gio­va­ni sdra­ia­ti nell’acqua a gam­be e brac­cia diva­ri­ca­te, libe­ri, ma con il viso sfi­gu­ra­to, bru­cia­to. Si rie­sce anche a distin­gue­re dove era­no vera­men­te gli occhi e il naso. Sareb­be un dipin­to in bian­co e nero, con il viso a spet­tro cro­ma­ti­co. Sarà orri­bi­le e mera­vi­glio­so allo stes­so tem­po».

Il libro deve gran par­te del­la sua ori­gi­na­li­tà pro­prio alla voce nar­ran­te, quel­la di un quat­tor­di­cen­ne che a cau­sa del­la sin­dro­me di Asper­ger è dota­to di una sen­si­bi­li­tà fuo­ri dall’ordinario e dell’intelligenza di un bam­bi­no più pic­co­lo del­la sua età. La sua tene­ra inge­nui­tà diven­ta un moni­to con­tro l’assurdità di tut­te le guer­re, come quan­do sen­te una fol­la che accla­ma Assad e si chie­de: «Se stan­no dal­la par­te del pre­si­den­te, per­ché allo­ra ucci­do­no la gen­te del suo Pae­se?». Oppu­re quan­do si affac­cia alla fine­stra di casa sua e gli uomi­ni che vede in stra­da gli sem­bra­no un dipin­to, qual­co­sa che Sal­va­dor Dalì dipin­ge­reb­be nel suo famo­so qua­dro Vol­to del­la guer­ra. La gio­va­ne scrit­tri­ce (ave­va appe­na ven­ti­due anni quan­do il libro è usci­to in Inghil­ter­ra) spie­ga che la scel­ta si è resa neces­sa­ria per ren­de­re più inten­so ed effi­ca­ce l’impatto nar­ra­ti­vo del­la sto­ria.

È qua­si ine­vi­ta­bi­le trac­cia­re un para­go­ne con il roman­zo best sel­ler di Mark Had­don usci­to una deci­na d’anni fa, Lo stra­no caso del cane ucci­so a mez­za­not­te. Anche in quel caso il pro­ta­go­ni­sta era Chri­sto­pher, un quin­di­cen­ne affet­to dal mede­si­mo distur­bo per­va­si­vo del­lo svi­lup­po, costret­to ad affron­ta­re fat­ti tra­gi­ci con un’emotività al di fuo­ri dell’ordinario. Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra ha però il gran­de pre­gio di rap­pre­sen­ta­re con uno sguar­do ine­di­to e sor­pren­den­te una del­le più ter­ri­bi­li cri­si uma­ni­ta­rie del nostro tem­po, di dimo­stra­re come la fan­ta­sia e l’immaginazione pos­sa­no pro­teg­ger­ci dagli orro­ri del mon­do, e di indi­vi­dua­re una spe­ran­za per il popo­lo siria­no nel­la sua fede incrol­la­bi­le in Dio e nel­la for­za degli affet­ti. In Gran Bre­ta­gna è sta­to adat­ta­to sot­to for­ma di docu­men­ta­rio radio­fo­ni­co pas­san­do nel pre­sti­gio­so Satur­day Dra­ma del­la Bbc e sono già sta­ti acqui­sta­ti i dirit­ti per la rea­liz­za­zio­ne di un film trat­to dal libro.

08/01/ 2017

0

Il Faraone e i Fratelli

AVVENIRE — 17/12/2008
di Fede­ri­ca Zoja

I fon­da­men­ta­li­sti isla­mi­ci, ban­di­ti dal­la vita pub­bli­ca, gua­da­gna­no spa­zio. Il pugno duro di Muba­rak

Due oppo­ste spin­te, due sfe­re di influen­za agli anti­po­di rischia­no di spac­ca­re in due l’Egitto. In mez­zo, 80 milio­ni di cit­tadini — di cui cir­ca 12 milio­ni di re­ligione cri­stia­na — impe­gna­ti, per la mag­gior par­te, a soprav­vi­ve­re alla cri­si eco­no­mi­ca che sta col­pen­do il Pae­se.
I poli che si spar­ti­sco­no il pote­re u­sano armi e tec­ni­che dif­fe­ren­ti. Da un lato, la Fra­tel­lan­za musul­ma­na, abi­tua­ta a nascon­der­si e ad agi­re die­tro le quin­te per­ché ban­di­ta uf­ficialmente dal­la vita pub­bli­ca, con­qui­sta ter­re­no là dove le auto­rità lati­ta­no: nei sin­da­ca­ti, nel­le as­sociazioni di cate­go­ria, negli ospe­dali, nel­le uni­ver­si­tà. Con una dif­fusione capil­la­re sul ter­ri­to­rio, i Fra­telli fan­no sen­ti­re la loro pre­sen­za e diven­ta­no pun­to di rife­ri­men­to per chi neces­si­ta di lavo­ro, assi­stenza sani­ta­ria, con­su­len­za giuri­dica, infor­ma­zio­ne e istru­zio­ne.
Dall’altra par­te del­la bar­ri­ca­ta, lo Sta­to – ormai sim­bio­ti­co con la fi­gura dell’ottantenne «farao­ne» Ho­sni Muba­rak, deci­so a can­di­dar­si anche alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del 2011 – rispon­de con durez­za: arre­sti, pro­ces­si per diret­tis­si­ma per i mem­bri del­la Fra­tel­lan­za, control­lo sul­le auto­ri­tà isla­mi­che attraver­so il mini­ste­ro degli Affa­ri Reli­gio­si (Awkaf).
A entram­bi gli schie­ra­men­ti, ciò che impor­ta è man­te­ne­re o conquista­re il pote­re. Nien­te di nuo­vo sot­to il sole, si potreb­be dire, se non fos­se che da tem­po le don­ne monakab­bate (inte­ra­men­te coper­te, in mo­do da lascia­re libe­ri solo gli occhi) non sono più una rari­tà in Egit­to. Né lo sono bar­be lun­ghe e zebi­ba
 (cal­lo che si for­ma sul­la fron­te dei fede­li che pre­ga­no con fre­quen­za e zelo, toc­can­do il suo­lo con la testa). L’islamizzazione egi­zia­na si nutre dei petro­dol­la­ri ara­bi, men­tre la di­nastia Muba­rak, satol­la di quel­li sta­tu­ni­ten­si, sem­bra per­de­re terre­no.
Ma ci sono altre for­ze, all’interno del­la socie­tà, che lot­ta­no affin­ché l’Egitto non ven­ga sedot­to dal­le si­rene isla­mi­ste e recu­pe­ri, al con­trario, quel­la poli­fo­nia di fedi reli­giose e cul­tu­re che era un tem­po dif­fu­sa. Un plu­ra­li­smo che il regi­me lai­co del Par­ti­to nazio­na­le demo­cratico (Ndp) non ha sapu­to pre­servare.
Fra le bat­ta­glie che alcu­ni intellet­tuali egi­zia­ni stan­no cer­can­do di por­ta­re nel­le aule dell’Assemblea popo­la­re (la Came­ra bas­sa del Par­lamento, ndr) vi è quel­la per l’eli­minazione dal­le car­te di iden­ti­tà del­la dici­tu­ra ’musul­ma­no’, ’ebreo’ e ’cri­stia­no’, forie­ra di discrimina­zioni lun­go tut­ta l’esistenza di un cit­ta­di­no, in par­ti­co­la­re se non ap­partenente alla mag­gio­ran­za isla­mica domi­nan­te. Ne ha par­la­to recen­te­men­te in Ita­lia lo scrit­to­re Kha­led Al Kha­mis­si, auto­re del­la rac­col­ta di rac­con­ti ’Taxi’. La situa­zio­ne, ha denuncia­to Al Kha­mis­si, è peg­gio­ra­ta da quan­do, due anni fa, i docu­men­ti di iden­ti­tà sono diven­ta­ti elet­tro­ni­ci e l’appartenenza reli­gio­sa una que­stione di soft­ware: modi­fi­ca­re i da­ti o eli­mi­nar­li è ormai impos­si­bi­le, sal­vo rin­no­va­re il pro­gram­ma in u­so all’intera buro­cra­zia egi­zia­na.
Tan­to per ren­de­re la vita anco­ra più com­pli­ca­ta, ver­reb­be da dire, a co­loro che desi­de­ra­no con­ver­tir­si op­pure pra­ti­ca­no una reli­gio­ne diver­sa dai tre mono­tei­smi, come ad e­sempio la mino­ran­za Baha’i. Per lo­ro, le alter­na­ti­ve sono entram­be in­giuste: vive­re in Egit­to sen­za docu­menti — e quin­di sen­za dirit­ti — op­pure rin­ne­ga­re la pro­pria iden­ti­tà reli­gio­sa.
Lo Sta­to abboz­za e non si sbilan­cia, ma lascia spe­ra­re nell’abolizio­ne del­la dici­tu­ra re­ligiosa alme­no dai nuo­vi pas­sa­por­ti.
Ma c’è anche chi ri­tiene che auto­ri­tà e Fra­tel­lan­za stia­no trat­tan­do le condi­zioni di una convi­venza paci­fi­ca: l’ap­poggio dei Fra­tel­li per la suc­ces­sio­ne di Gamal Muba­rak al «tro­no» del padre in cam­bio del via li­bera all’islamizza­zione del­la socie­tà. In que­sto sen­so si spie­ghe­reb­be il mes­sag­gio ap­parso di recen­te sul sito inter­net Ikh­wa­n­web (Fra­tel­li­web) in cui Mah­di Akef, gui­da supre­ma del mo­vimento, ha espres­so il suo soste­gno a Muba­rak junior a con­di­zio­ne che il padre si riti­ri dal­la vita politi­ca.
Intan­to la socie­tà si irri­gi­di­sce nel pro­fon­do. Signi­fi­ca­ti­vi segna­li del cam­bia­men­to in cor­so si pos­so­no coglie­re ovun­que, ad esem­pio nel­l’annuncio affis­so sul­le vetri­ne di una nota pastic­ce­ria del Cai­ro: « Cer­ca­si com­mes­si uomi­ni, mu­sulmani cre­den­ti pra­ti­can­ti». Op­pure le scrit­te che accom­pa­gna­no la sta­gio­ne dei sal­di nei magaz­zi­ni del­la cate­na Tawhid u’ Nur (Mono­teismo e Luce), con­trol­la­ta dal­la Fra­tel­lan­za: «Gra­zie al favo­re di Al­lah i nostri prez­zi sono scon­ta­ti».
E anco­ra, la sta­zio­ne fer­ro­via­ria di Ram­ses, sno­do cru­cia­le del Cai­ro, che si fa moschea all’ora del­la khut­ba (ser­mo­ne pub­bli­co del vener­dì, ndr). E la pre­ghie­ra col­let­ti­va, nei vago­ni del­la metro­po­li­ta­na, scan­dita dall’altoparlante cin­que vol­te al gior­no.
Poi ci sono i segna­li poli­ti­ci, tan­to sfac­cia­ti quan­to dif­fi­ci­li da inter­pretare. Uno fra tut­ti: alle recen­ti e­lezioni sin­da­ca­li degli avvo­ca­ti, i Fra­tel­li han­no sban­die­ra­to la pro­pria pre­sen­za, rive­la­ta­si poi vin­cente, a fian­co dei can­di­da­ti libe­ra­li di Al Wafd (La dele­ga­zio­ne), Al Ka­rama (La Digni­tà) e degli indipen­denti. Sen­za teme­re ritor­sio­ni.

0