LA MECCAPHUKET

LA MECCAPHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ila­ria Vita­li, tra­dut­tri­ce di “La Mec­ca – Phu­ket”, nel­la pre­fa­zio­ne al libro di Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to di “un’arte di esse­re indo­ci­li”. Espres­sio­ne, secon­do noi, mol­to appro­pria­ta per­ché la pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to, Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni, per eman­ci­par­si sen­za tra­ge­die dal­le abi­tu­di­ni fol­klo­ri­sti­che e ipo­cri­te pre­sen­ti nel­la ban­lieue pari­gi­na, dovrà per for­za di cose tene­re a debi­ta distan­za tut­to quel­lo che, in fami­glia e nel suo giro di ami­ci­zie, sa di luo­go comu­ne, di taroc­ca­men­to e di cari­ca­tu­ra­le.

Tut­to faci­le in teo­ria, mol­to più dif­fi­ci­le nel­la pra­ti­ca; non fos­se altro che Fai­rouz e la sorel­la Kal­soum sono affe­zio­na­te ai loro geni­to­ri, di fat­to poco inte­gra­ti e tut­to­ra lega­ti a una cul­tu­ra a dir poco tra­di­zio­na­li­sta. Il padre, tan­to per dire, pas­sa gior­na­te inte­re pres­so del­le sad­da­ka (veglie fune­bri), che alla fami­glia “costa­no un occhio” (pp.106). Com­pren­si­bi­le allo­ra che le due sorel­le inten­da­no rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, nono­stan­te lo “hajj” degli immi­gra­ti si sia ormai impe­la­ga­to in pra­ti­che con­su­mi­sti­che – vedi la visci­da figu­ra del sig. Our­ghi­dour, tito­la­re di un’agenzia viag­gi –  alla stre­gua di una vacan­za a Phu­ket, nota loca­li­tà thai­lan­de­se e peren­ne ten­ta­zio­ne di Fai­rouz. Se i rispar­mi saran­no spe­si per la Mec­ca o per Phu­ket, sce­glien­do così tra due ver­sio­ni di con­su­mi­smo, lo sapre­mo solo al ter­mi­ne del rac­con­to. Più inte­res­san­te tut­to quel­lo che pre­ce­de, ovve­ro il sar­ca­smo di Fai­rouz, ali­men­ta­to dall’insofferenza, miti­ga­to dal­la com­pren­sio­ne, sem­pre alle pre­se con una fau­na che si agi­ta, nean­che trop­po dispe­ra­ta, tra due cul­tu­re: una situa­zio­ne che il più del­le vol­te lascia nel lim­bo gli immi­gra­ti di pri­ma e di secon­da gene­ra­zio­ne.

Que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne di indo­ci­li­tà, come ci ricor­da Ila­ria Vita­li, deve esse­re sta­ta una sfi­da mol­to com­ples­sa per un tra­dut­to­re, di fron­te alla lin­gua stra­ti­fi­ca­ta e usa­ta da Saphia Azzed­di­ne (e quin­di dal­la nuo­va gene­ra­zio­ne di fran­co-magre­bi­ni), tra “nuo­vi codi­ci sin­cre­ti­ci e poli­fo­ni­ci” (pp.xi), fra­nçais cas­sé e “argot des cités”. Il risul­ta­to è curio­so,  spes­so rive­la­to­re di quel “lim­bo”, gra­zie ad un pro­ce­de­re mol­to disin­vol­to e a momen­ti di schiet­ta iro­nia: “E visti i pro­gram­mi del­la TV fran­ce­se di oggi, un culo pote­va spun­ta­re dal nien­te, a qua­lun­que ora, anche la dome­ni­ca mat­ti­na sul 2 non era impos­si­bi­le. Quin­di, quan­do c’era mio padre, ci bec­ca­va­mo per for­za i cana­li maroc­chi­ni che pas­sa­va­no da una ricet­ta di cuci­na a un can­to cora­ni­co a una ricet­ta di cuci­na” (pp.33).

Un con­te­sto peri­fe­ri­co dove la tea­tra­li­tà ha un gran­de peso, nel qua­le gli ste­reo­ti­pi impaz­za­no e che pos­so­no diven­ta­re stru­men­ti per costrui­re nuo­ve per­so­na­li­tà: “Quan­do  ero pic­co­la, i miei ci obbli­ga­va­no a segui­re gli inse­gna­men­ti dell’onorevole Addel­ka­der Al-Islam, al seco­lo Didier Par­men­tier, con­ver­ti­to all’Islam dopo che le sue vacan­ze al Club Med di Kara­chi era­no sta­te accor­cia­te a cau­sa di un raid ame­ri­ca­no anda­to stor­to. Face­va il giro del­le ban­lieue tra­ve­sti­to da ara­bo puro­san­gue a salu­ta­va gli alun­ni con una mano sul cuo­re […] I suoi viag­gi sul­le mon­ta­gne del Cash­me­re face­va­no di lui un elet­to e lui ci gio­ca­va su per intes­se­re una leg­gen­da fab­bri­ca­ta comun­que su un gros­so malin­te­so” (pp.70).

Paro­le evi­den­te­men­te pie­ne di disin­can­to in un libro che pul­lu­la di per­so­nag­gi dal­le pro­spet­ti­ve mol­to limi­ta­te, nutri­te di mal­di­cen­ze e ste­reo­ti­pi. Qual­co­sa che si coglie fin dal­le pri­me righe del roman­zo: “Abi­ta­vo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il mas­si­mo che ti sen­ti­vi rispon­de­re. Oltre si sfio­ra­va il bla­sfe­mo. Non ci si avven­tu­ra­va mai. Per pau­ra che la gen­te dices­se che” (pp.5). Viste que­ste pre­mes­se si può com­pren­de­re come il ten­ta­ti­vo di Fai­rouz di coin­vol­ge­re geni­to­ri ed anche il fra­tel­lo Najiib, un ladrun­co­lo per­di­tem­po, ad un’esistenza meno con­ven­zio­na­le risul­ti un’impresa tita­ni­ca; soprat­tut­to quan­do l’integrazione, già com­pli­ca­ta per man­can­za di cul­tu­ra, o vie­ne rifiu­ta­ta in nome di usan­ze che da tem­po han­no per­du­to la loro ragion d’essere, oppu­re vie­ne sol­tan­to lam­bi­ta in vir­tù di atteg­gia­men­ti super­fi­cia­li e sul­la scor­ta del più avvi­len­te con­su­mi­smo. Così anche il cam­po del­la reli­gio­ne agli occhi di Fai­rouz diven­ta spec­chio di un cer­to modo di vive­re: “A quan­to pare, ci sono due modi di rap­por­tar­si a Dio qui sul­la ter­ra. Ci sono quel­li che chie­do­no per­do­no e quel­li che dico­no gra­zie” (pp.121). Paro­le che pre­ce­do­no la deci­sio­ne di come uti­liz­za­re i rispar­mi di Fai­rouz: se spen­der­li per il viag­gio alla Mec­ca oppu­re per la vacan­za a Phu­ket.

Saphia Azze­di­ne

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Ha tra­scor­so l’infanzia in Maroc­co e all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con il roman­zo “Con­fi­den­ces à Allah”, da cui sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to. Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce e regi­sta. Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le. In Ita­lia è sta­to tra­dot­to il suo roman­zo “Mon père est fem­me de ména­ge” (“Mio padre fa la don­na del­le puli­zie”, Giu­lio Per­ro­ne Edi­to­re 2011).

Saphia Azzed­di­ne, “La Mec­ca – Phu­ket”, Il Siren­te (col­la­na “Altria­ra­bi”), Fagna­no Alto 2016, pp.XII- 266. Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li.

di  Luca Meni­chet­tiLan­ke­nau­ta, giu­gno 2017
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La ribellione di Fairouz fra le banlieue parigine

La Mecca-Pukhet di Saphia Azzeddine

di Fran­ce­sca Bel­li­no il Mat­ti­no

Per moti­vi sto­ri­ci lega­ti al colo­nia­li­smo, la Fran­cia è il pae­se euro­peo abi­ta­to dal mag­gior nume­ro di migran­ti magh­re­bi­ni e que­sta pre­sen­za mas­sic­cia ha fat­to nasce­re, sin dagli Anni ’80, una nar­ra­ti­va fran­ce­se tar­ga­ta G2. Un esem­pio signi­fi­ca­ti­vo tra le varie voci let­te­ra­rie del­la secon­da gene­ra­zio­ne sono i libri di Saphia Azzed­di­ne, nata in Maroc­co e tra­sfe­ri­ta­si in Fran­cia all’età di 9 anni, del­la qua­le Il Siren­te ha appe­na pub­bli­ca­to il roman­zo La Mec­ca-Phu­ket (tra­du­zio­ne di Ila­ria Vita­li).
La sto­ria è ambien­ta­ta in una ban­lieue pari­gi­na disa­gia­ta e rac­con­ta la lot­ta per l’emancipazione del­la gio­va­ne “musul­ma­na lai­ca” Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, nata in Fran­cia da geni­to­ri maroc­chi­ni, con­si­de­ra­ta “sfron­ta­ta” dai pet­te­go­li del quar­tie­re solo per il suo sen­tir­si una don­na libe­ra di sce­glie­re. Fai­rouz, infat­ti, pur rispet­tan­do alcu­ni pre­cet­ti del­la sua reli­gio­ne di appar­te­nen­za, come fare il rama­dan e non bere alcool, pren­de le distan­ze dell’identità fami­lia­re e por­ta avan­ti la sua bat­ta­glia quo­ti­dia­na da “indo­mi­ta”. Nono­stan­te si sen­ta com­ple­ta­men­te diver­sa dai geni­to­ri, li ama e li rispet­ta e, per ren­der­li feli­ci, deci­de di rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, uno dei cin­que pila­stri dell’Islam che va com­piu­to alme­no una vol­ta del­la vita. Comin­cia così a rac­co­glie­re i sol­di neces­sa­ri per il pro­get­to insie­me alla sorel­la men­tre la sua vita scor­re tra stu­dio, ami­che e sogni in un quar­tie­re gri­gio spes­so pre­so d’assalto da “gior­na­li­sti in cer­ca di scoop cir­con­da­ti da guar­die del cor­po per ren­de­re con­to del­la minac­cia isla­mi­co-inte­gra­li­sta-estre­mi­sta-oscu­ran­ti­sta-sala­fi­ta-waha­bi­ta”.

Per riflet­te­re la sepa­ra­zio­ne tra la secon­da gene­ra­zio­ne e chi l’ha pre­ce­du­ta, l’autrice fa un uso del­la lin­gua a più livel­li: da un lato il modo di espri­mer­si “gio­va­ni­le” del­la pro­ta­go­ni­sta che nar­ra in pri­ma per­so­na, dall’altro il lin­guag­gio “spez­za­to” dei geni­to­ri, un fran­ce­se appros­si­ma­ti­vo tipi­co di chi non ha mai matu­ra­to una buo­na padro­nan­za del­la lin­gua. La mag­gior par­te dei per­so­nag­gi del roman­zo che si pre­sen­ta snel­lo e vivo, par­la il cosid­det­to “argot des cités”, un les­si­co infar­ci­to di pre­sti­ti, soprat­tut­to dal­le lin­gue ara­be e afri­ca­ne, che spa­zia fino al ver­lan, anti­ca pra­ti­ca che rove­scia le paro­le, inver­ten­do non solo le let­te­re dell’alfabeto ma l’intero siste­ma di valo­ri tra­smes­so.
La pro­ta­go­ni­sta denun­cia così l’esclusione socia­le di chi vive nei caser­mo­ni del­le ban­lieue di Pari­gi dove i pre­giu­di­zi e le discri­mi­na­zio­ni pos­so­no nasce­re anche solo dal nome: “Fai­rouz Mou­fa­kh­rou… Ecco che cosa sug­ge­ri­sce il mio nome, una sfi­ga­ta che abi­ta in un appar­ta­men­to dove non cam­bia­no mai l’aria e che è sta­ta cul­la­ta per tut­ta l’infanzia dal rumo­re del­la pen­to­la a pres­sio­ne!”.

23 Mar­zo 2017

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Riccardo Michelucci, “Avvenire”, 8 aprile 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

Intervista. La scrittrice Saphia Azzedine: banlieue, la rabbia non è islam

di Ric­car­do Miche­luc­ci, “Avve­ni­re”, 8 apri­le 2017

Nel suo nuo­vo roman­zo la gio­va­ne scrit­tri­ce affron­ta con tono leg­ge­ro gli ste­reo­ti­pi sul­la sua reli­gio­ne.

«Cre­de­vo in Dio. Face­vo il rama­dan. Non man­gia­vo maia­le. Non beve­vo alcool. Ero ver­gi­ne. Non spar­la­vo. Cioè, solo un po’. Ero quel­la che si chia­ma comu­ne­men­te musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no. Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti».

Un fiu­me inter­rot­to di paro­le con­di­to da una vena iro­ni­ca e a trat­ti irri­ve­ren­te ci rac­con­ta la real­tà odier­na del­le ban­lieue pari­gi­ne e la vita degli immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, dei qua­li si sen­te par­la­re qua­si esclu­si­va­men­te attra­ver­so i fat­ti di cro­na­ca. La voce nar­ran­te è quel­la del­la gio­va­ne Fai­rouz, pro­ta­go­ni­sta di “La Mec­ca-Phu­ket”, il roman­zo del­la scrit­tri­ce fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne, appe­na usci­to in ita­lia­no per l’editrice il Siren­te (pagi­ne 130, euro 15,00). Fai­rouz vive con la fami­glia a Cré­teil, un sob­bor­go di Pari­gi, in «un caser­mo­ne dove i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cer­vel­lo da cemen­to» e desi­de­ra eman­ci­par­si dal­le ori­gi­ni ara­bo­mu­sul­ma­ne.
Un gior­no deci­de insie­me a una sorel­la di rac­co­glie­re i sol­di neces­sa­ri per rega­la­re il sogno di una vita ai devo­ti geni­to­ri: il hajj, ovve­ro il pel­le­gri­nag­gio isla­mi­co cano­ni­co alla Mec­ca. Ma fini­rà inve­ce per spen­de­re quei sol­di in altro modo, cioè pren­den­do dei bigliet­ti per andar­si a diver­ti­re in un resort di Phu­ket, in Thai­lan­dia.

«Alla fine pre­fe­ri­rà rin­gra­zia­re Dio per i pic­co­li pia­ce­ri del­la vita, inve­ce che chie­der­gli per­do­no», ci spie­ga Azzed­di­ne. Dopo i pre­ce­den­ti roman­zi Con­fi­den­ces à Allah e Mio padre fa la don­na del­le puli­zie (quest’ultimo tra­dot­to alcu­ni anni fa da Giu­lio Per­ro­ne edi­to­re), La Mec­ca-Phu­ket­com­ple­ta la tri­lo­gia che la scrit­tri­ce ha dedi­ca­to al con­fron­to con la sua reli­gio­ne, un tema appa­ren­te­men­te com­ples­so del qua­le rie­sce a par­la­re in modo disin­can­ta­to e diver­ten­te ma non fri­vo­lo, con­vin­ta com’è che non sia neces­sa­rio esse­re sem­pre seri o, peg­gio, arrab­bia­ti, quan­do si par­la di reli­gio­ne.

Nata ad Aga­dir nel 1979, Saphia Azzed­di­ne ha lascia­to il Maroc­co a 9 anni e da allo­ra vive in Fran­cia, dove lavo­ra anche come attri­ce e regi­sta. Ha sei roman­zi all’attivo, «e il set­ti­mo già con­se­gna­to all’editore», pre­ci­sa. Da quel­lo di esor­dio sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to, da La Mec­ca-Phu­ket per­si­no una tra­spo­si­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca. Quest’ultimo pre­sen­ta anche una par­ti­co­la­re atten­zio­ne al lin­guag­gio, e ci fa cono­sce­re i codi­ci lin­gui­sti­ci nati nel­le peri­fe­rie disa­gia­te con fun­zio­ni di rico­no­sci­men­to iden­ti­ta­rio e gene­ra­zio­na­le.

In que­sto caso è sta­ta una pre­ci­sa scel­ta dovu­ta all’ambientazione del roman­zo?
«Per la veri­tà no. Di soli­to non costrui­sco nien­te, non pro­gram­mo alcun­ché pri­ma di met­ter­mi a scri­ve­re, né come né quan­to, e scri­vo sem­pre in modo mol­to spon­ta­neo. In tut­ti i miei roman­zi mi sono sfor­za­ta di ante­por­re i per­so­nag­gi a me stes­sa. Sono io ad adat­tar­mi alla loro vita, e quin­di anche al loro modo di espri­mer­si».

Fino a che pun­to il per­so­nag­gio di Fai­rouz è ispi­ra­to alla sua per­so­na­li­tà? Ci sono altri ele­men­ti auto­bio­gra­fi­ci nel­la sto­ria?
«Io sono den­tro tut­ti i miei per­so­nag­gi, non mi nascon­do mai die­tro la fin­zio­ne. Li amo e li com­pren­do. Non neces­sa­ria­men­te la pen­so sem­pre come loro, però. Fai­rouz mi asso­mi­glia per­ché ha la mia stes­sa rab­bia ma anche un suo modo mol­to per­so­na­le di con­ce­pi­re Allah, che la por­ta mol­to più spes­so a rin­gra­ziar­lo piut­to­sto che a chie­der­gli scu­sa».

Cosa pen­sa dell’attuale situa­zio­ne nel­le ban­lieue fran­ce­si?L’immagine che si ha dall’esterno, for­se super­fi­cia­le, è quel­la di una real­tà esplo­si­va che la poli­ti­ca non sa affron­ta­re, e che anche per que­sto si incan­cre­ni­sce col tem­po.
«È una situa­zio­ne dif­fi­ci­le, cer­to, ma non sol­tan­to a cau­sa del mal­con­ten­to del­le comu­ni­tà e del­le deri­ve di natu­ra reli­gio­sa, come ven­go­no descrit­te tut­ti i gior­ni dai mez­zi d’informazione. Il pro­ble­ma del­le peri­fe­rie è anzi­tut­to di carat­te­re socia­le, ed è ali­men­ta­to dal­le ingiu­sti­zie subi­te dal­la popo­la­zio­ne».

Pen­sa che que­sto pro­ble­ma sia anda­to ad aggra­var­si negli ulti­mi decen­ni?
«Sicu­ra­men­te. Le tele­vi­sio­ni e i gior­na­li non han­no mai smes­so di costrui­re una sor­ta di isla­mi­smo imma­gi­na­rio che con l’andar del tem­po, per rea­zio­ne, è diven­ta­to real­tà. Da alme­no trent’anni i musul­ma­ni fran­ce­si ven­go­no stig­ma­tiz­za­ti, cri­mi­na­liz­za­ti, se le gio­va­ni don­ne indos­sa­no un fou­lard c’è chi ne fa subi­to un affa­re di Sta­to. L’islam ha dimo­stra­to di ave­re le spal­le lar­ghe. A for­za di descri­ve­re i padri come tor­tu­ra­to­ri e aguz­zi­ni, i figli come dei bru­ti e le don­ne come per­so­ne sot­to­mes­se, c’è sta­to un riget­to nei con­fron­ti del­lo Sta­to e un allon­ta­na­men­to di que­ste comu­ni­tà dal­la vita socia­le del Pae­se. È sta­ta una rea­zio­ne abba­stan­za spon­ta­nea. Sen­za par­la­re del pro­ble­ma del­la colo­niz­za­zio­ne, un cri­mi­ne che ha lascia­to trac­ce che si sen­to­no tut­to­ra, dopo tan­ti anni».

Cosa si aspet­ta dall’esito del­le pros­si­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li fran­ce­si?
«Non so, non mi aspet­to nien­te. Pri­ma era­va­mo soli­ti vota­re per il male mino­re. Ades­so è diven­ta­to dif­fi­ci­le anche distin­gue­re, sia­mo di fron­te a dei burat­ti­ni pri­vi di ani­ma. Qual­cu­no potrà anche rite­ner­la una posi­zio­ne dema­go­gi­ca ma, se è così, è col­pa dei poli­ti­ci».

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Mangialibri, 29 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Lisa Puz­zel­la

Quan­do i signo­ri Mou­fa­kh­rou sono arri­va­ti in Fran­cia era­no entu­sia­sti e pie­ni di “voglia di inte­grar­si”, ma la real­tà li ha ben pre­sto con­vin­ti a rinun­cia­re. Que­sta scel­ta, secon­do la loro pri­mo­ge­ni­ta Fai­rouz è sta­ta prov­vi­den­zia­le per­chè la loro “fran­ce­siz­za­zio­ne” non sareb­be cer­ta­men­te sta­ta ben accol­ta dai cef­fi che popo­la­no i caser­mo­ni del­la peri­fe­ria in cui vivo­no. Un non luo­go dove le lin­gue dei ben­pen­san­ti sono instan­ca­bi­li, bat­to­no inde­fes­se la gran­cas­sa del­la mora­li­tà e del buon­co­stu­me. Una sor­ta di comi­ta­to di salu­te pub­bli­ca pre­sie­du­to dal­le beghi­ne di quar­tie­re si occu­pa del­la dif­fu­sio­ne del pet­te­go­lez­zo e del­la noti­fi­ca del­le cri­ti­che agli inte­res­sa­ti. Nul­la le può fer­ma­re, né ascen­so­ri rot­ti né i gru­gni­ti e sguar­di di disap­pro­va­zio­ne che Fai­rouz riser­va loro ogni qual vol­ta le osser­va scam­bia­re untuo­si e ipo­cri­ti con­ve­ne­vo­li con sua madre al mer­ca­to o men­tre sono assi­se a cena, invi­ta­te sapen­do già che cri­ti­che­ran­no tut­to, dal­la quan­ti­tà di gras­so di mon­to­ne lascia­to nel­la taji­ne al fat­to che i signo­ri Mou­fa­kh­rou non sono anco­ra haji, non han­no effet­tua­to il ritua­le pel­le­gri­nag­gio di puri­fi­ca­zio­ne a La Mec­ca. Pro­prio per sgra­va­re i geni­to­ri dal peso dell’onta, Fai­rouz e sua sorel­la Kal­soum deci­do­no di accol­lar­si l’onere di rag­gra­nel­la­re la som­ma neces­sa­ria al viag­gio, che con­se­gna­no scru­po­lo­sa­men­te in pic­co­le, suda­tis­si­me rate ad un untuo­so agen­te di viag­gi sui gene­ris. Ma alla por­ta accan­to alla sua occhieg­gia ammic­can­te una “vera” agen­zia di viag­gi che pro­po­ne i lus­su­reg­gian­ti sce­na­ri di Phu­ket e l’incanto dei suoi tra­mon­ti…

La Mecca-Phuket (S. Azzedine)La Mec­ca o Phu­ket? Taji­ne o pen­to­la a pres­sio­ne? I valo­ri deca­den­ti dell’occidente e l’edonismo prêt-à-por­ter o la spi­ri­tua­li­tà e la soli­di­tà dei valo­ri dei padri? Saphia Azzed­di­ne affron­ta il dilem­ma con l’originalità a cui ci ave­va abi­tua­to con i suoi pre­ce­den­ti libri Con­fes­sio­ni ad Allah e Mio padre fa la don­na del­le puli­zie. La Fai­rouz a cui l’autrice pre­sta il suo sguar­do iro­ni­co e disin­can­ta­to in La Mec­ca-Phu­ket è una ragaz­za deter­mi­na­ta ad emer­ge­re attra­ver­so lo stu­dio e il lavo­ro, deci­sa a incul­ca­re gli stes­si valo­ri nel­le sue sorel­le e in suo fra­tel­lo, a bot­te se neces­sa­rio. Ambi­sce alla clas­se ete­rea del­le pari­gi­ne, al loro sti­le non­cha­lant e non alla col­le­zio­ne di cine­se­rie che tan­to atti­ra le don­ne come sue madre. È lai­ca, col­ta, infor­ma­ta e non cede facil­men­te alle lusin­ghe degli arche­ti­pi cul­tu­ra­li; è insof­fe­ren­te ver­so usi e abi­tu­di­ni che i suoi con­na­zio­na­li han­no cri­stal­liz­za­to nel­la loro pic­co­la comu­ni­tà etni­ciz­za­ta, non vuol sen­tir par­la­re di matri­mo­nio anche se sua madre minac­cia di morir­le davan­ti ogni vol­ta che rifiu­ta l’idea di spo­sar­si per asse­con­da­re le con­ven­zio­ni. La Azzed­di­ne, che è arri­va­ta a Pari­gi a 9 anni al segui­to del­la sua fami­glia maroc­chi­na, apre una nuo­va pro­spet­ti­va sul­la ban­lieu, sui gio­va­ni che “si distrug­go­no il futu­ro per non dover­ci pen­sa­re più”, sul­le ipo­cri­sie dei geni­to­ri e la loro osti­na­ta ceci­tà ver­so i fal­li­men­ti dei figli. Non ci sono j’accuse né pie­ti­smi post­co­lo­nia­li­sti in que­sto testo, solo la dis­se­zio­ne chi­rur­gi­ca di un colos­sa­le fal­li­men­to le cui mace­rie sep­pel­li­sco­no ogni pos­si­bi­le buo­ni­smo: “[…] si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti”. La man­ca­ta inte­gra­zio­ne ha pro­dot­to una gene­ra­zio­ne che si dibat­te ner­vo­sa­men­te tra i vetu­sti valo­ri dei padri e mal­de­stri ten­ta­ti­vi di riget­tar­li per inte­grar­si, finen­do per cri­stal­liz­zar­si nel­la ripe­ti­zio­ne di atteg­gia­men­ti chau­vi­ni­sti e meschi­ni, fran­chouil­lards in una paro­la. Dico­to­mia che è iro­ni­ca­men­te ico­niz­za­ta dal pic­co­lo cameo che l’editore ha scel­to per la pri­ma pagi­na: taji­ne vs pen­to­la a pres­sio­ne. La Azzed­di­ne spruz­za vetrio­lo negli occhi dei let­to­ri, scri­ve di immi­gra­zio­ne come solo John Fan­te ave­va sapu­to fare. I suoi Mou­fa­kh­rou, come i Ban­di­ni, si dibat­to­no gof­fa­men­te tra orgo­glio e insi­cu­rez­za, mene­fre­ghi­smo e ipo­cri­ta osser­van­za del­le con­ven­zio­ni.

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La Mecca-Phuket di Saphia Azzedine

di Gian­lui­gi Bodi per Sen­zau­dio

Quan­do ho ini­zia­to a leg­ge­re que­sto libro la pri­ma cosa che è affio­ra­ta sul­la pun­ta del­la lin­gua è sta­ta: che voce ori­gi­na­le ha que­sta nar­ra­tri­ce!
Quan­do ho ter­mi­na­to il libro, in real­tà poche ore dopo visto che mi sono lascia­to tra­spor­ta­re dal­le pagi­ne, non ho potu­to che con­fer­ma­re quel­la pri­ma sen­sa­zio­ne qua­si istin­tua­le.
Con “La Mec­ca-Phu­ket” Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to un libro dav­ve­ro mol­to inte­res­san­te in cui i per­so­nag­gi spic­ca­no per ori­gi­na­li­tà e i dia­lo­ghi dise­gna­no ogni vol­ta del­le para­bo­le sem­pre diver­se.
Fai­rouz, la gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta di que­sto libro, ha un carat­te­re spi­go­lo­so e fati­ca a pie­gar­si alle tra­di­zio­ni con­so­li­da­te. Sem­pli­ce­men­te, ciò che è deci­so, per lei non ha inte­res­se. Si muo­ve su una linea sot­ti­le tra tra­di­zio­ni fami­lia­ri e voglia di inte­gra­zio­ne. Abi­ta nel­le Ban­lieu pari­gi­ne, vive la stes­sa vita che vivo­no tan­ti ragaz­zi nel­la sua con­di­zio­ne eppu­re la digni­tà che spriz­za dal­la sua per­so­na è acce­can­te. Sem­bra qua­si di veder­la affron­ta­re il pros­si­mo con lo sguar­do aguz­zo di chi non ha voglia di sot­to­sta­re a rego­le che non sen­te pro­prie. Attor­no a lei i geni­to­ri, anco­ra­ti ad un retag­gio ara­bo e con­vin­ti di non esse­re degni del­la cit­tà che li ospi­ta, con­vin­ti di meri­ta­re accon­di­scen­za e sop­por­ta­zio­ne. Fai­rouz inve­ce non è così. Lei por­ta avan­ti, pri­ma di tut­to, sé stes­sa. Non la pro­pria tra­di­zio­ne, non i retag­gi di un pas­sa­to che le sta stret­to. Lei non è ciò che gli altri voglio­no che lei sia. E’ digni­tà, intra­pren­den­za, intel­li­gen­za.
Ma la sua è una vita in bili­co tra valo­ri ere­di­ta­ti e valo­ri ai qua­li ten­de­re. Ed è per que­sto che la figlia devo­ta deci­de di rega­la­re un viag­gio alla Mec­ca ai geni­to­ri (assie­me alla sorel­la), men­tre la figlia che dovreb­be esse­re Fai­rouz per asse­con­da­re i pro­pri desi­de­ri deci­de di cam­bia­re le car­te in tavo­la. Ed è per que­sto che il rap­por­to con il fra­tel­lo è par­ti­co­la­re. Il fra­tel­lo sem­bra qua­si deci­de­re di esse­re lo ste­reo­ti­po che la gen­te si aspet­ta che sia. Scan­sa­fa­ti­che e dedi­to a fur­ta­rel­li che nem­me­no rie­sce a met­te­re in atto vista la sua inet­ti­tu­di­ne nel cam­po. Fai­rouz inve­ce, da den­tro, vede oltre, vede le qua­li­tà del fra­tel­lo, esi­ge che si smar­chi dal­la mac­chiet­ta che rischia di diven­ta­re.
Que­sto è un libro che fa riflet­te­re sull’integrazione da den­tro. Non è una mora­le cala­ta dall’alto. E’ qual­co­sa che pren­de vita lì dove la vita deve esse­re. Saphia Azzed­di­ne ha uti­liz­za­to una lin­gua viva, una lin­gua che nasce nel­le ban­lieu e met­te in comu­ni­ca­zio­ne la stra­da con i pia­ni alti. Una lin­gua fre­sca, se mi pas­sa­te il ter­mi­ne, in con­ti­nuo movi­men­to.

Dav­ve­ro otti­ma la tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li. I libro com­por­ta del­le insi­die lin­qui­sti­che non di poco con­to.

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Pas­sa l’infanzia in Maroc­co fino all’età di nove anni, quan­do si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia, a Fer­ney-Vol­tai­re. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con l’acclamato roman­zo Con­fi­den­ces à Allah, adat­ta­to a tea­tro (2009) e in fumet­to (2015). Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, a cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce (L’Italien, 2010) e regi­sta. Nel 2011 ha adat­ta­to per il gran­de scher­mo il suo secon­do roman­zo, Mon père est fem­me de ména­ge (2009). Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le, tema affron­ta­to con un’ironia graf­fian­te che si tin­ge a trat­ti di poe­sia.
6 Mar­zo 2017
Nel­la stes­sa col­la­na:
Rodaan al Gali­di “l’Autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re
Abbas Khi­der “I mira­co­li
Sumia Suk­kar “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra
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Babelmed, 5 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Karim Metref

Nel­la sua col­la­na “Migran­te”, la casa edi­tri­ce Il Siren­te di Roma è usci­to un nuo­vo tito­lo “La Mec­ca-Phu­ketdel­la scrit­tri­ce Fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne.

La Mec­ca-Phu­ket è un rac­con­to lun­go che cer­ca di nar­ra­re le con­trad­di­zio­ni e il dilem­ma vis­su­to da una ragaz­za di ori­gi­ni maroc­chi­ne cre­sciu­ta in una ban­lieue pove­ra di Pari­gi. Dilem­ma vis­su­to in modo diver­so da mol­ti ragaz­zi del­le ban­lieues, spe­cie quel­li pro­ve­nien­ti dal­le ex colo­nie dell’impero fran­ce­se, divi­si tra una socie­tà d’adozione che li riget­ta e una fami­glia d’origine che li vuo­le tene­re attac­ca­ti a usi, costu­mi e valo­ri di ter­re che loro spes­so  han­no fre­quen­ta­to poco o nul­la. Usi, costu­mi e valo­ri dei qua­li han­no cono­scen­ze mol­to super­fi­cia­li e ste­reo­ti­pa­te. Ed è per que­sto che quan­do si arren­do­no al rifiu­to del­la socie­tà fran­ce­se e deci­do­no di diven­ta­re esat­ta­men­te quel­lo che la mag­gio­ran­za aspet­ta da loro, allo­ra diven­ta­no una cari­ca­tu­ra dell’arabo o ulti­ma­men­te del musul­ma­no. Dei veri e pro­pri ste­reo­ti­pi ambu­lan­ti.

La pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to Si chia­ma Fai­rouz Mou­fa­kh­rou ed è la pri­mo­ge­ni­ta di una cop­pia di maroc­chi­ni arri­va­ti in Fran­cia con tan­ta voglia di “inte­grar­si” e vive­re come i fran­ce­si. Ma ecco che il siste­ma colo­nia­le, impor­ta­to dall’Africa in metro­po­li insie­me a milio­ni di brac­cia a bas­so, dopo il secon­do con­flit­to mon­dia­le, gli respin­ge nel­le ban­lieue costrui­te per loro e li for­za a sta­re insie­me ai loro simi­li.

Un mec­ca­ni­smo che Ahmed Djou­der ha ben spie­ga­to in “Disin­te­gra­ti” : «Uno: ci colo­niz­za­te, ci stu­pra­te. Due: appro­fit­ta­te del­la nostra pover­tà per rico­strui­re il pae­se. Tre: ci rifiu­ta­te. Colo­niz­za­zio­ne (stu­pro), immi­gra­zio­ne (depor­ta­zio­ne) e disin­te­gra­zio­ne (disin­te­gra­zio­ne)». (Disin­te­gra­ti. Ahmed Djou­der; Mila­no; Il saggiatore,2007).

I geni­to­ri di Fai­rouz fan­no quel­lo che pos­so­no e soprat­tut­to quel­lo che san­no. Ma la fami­glia rima­ne sem­pre una “che abi­ta in un appar­ta­men­to dove bol­le sem­pre la pen­to­la a pres­sio­ne”. I fra­tel­li e sorel­le più pic­co­li si lascia­no tra­sci­na­re e diven­ta­no poco a poco dei per­fet­ti “ban­lieu­sards”, sgram­ma­ti­ca­ti, di poca cul­tu­ra, che vesto­no, male e che assu­mo­no in pie­no i sin­to­mi del­la loro emar­gi­na­zio­ne.

Fai­rouz inve­ce ha stu­dia­to. Ha visto la luce (o alme­no qual­co­sa che ci asso­mi­glia) e vuo­le tira­re i suoi dal­le tene­bre.  La pro­ta­go­ni­sta, in que­sto, asso­mi­glia mol­to all’autrice del libro Saphia Azzed­di­ne.

Saphia Azzed­di­ne è nata nel 1979 in Maroc­co. Ci pas­sa la sua pri­ma infan­zia poi all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Lau­rea­ta in socio­lo­gia, oggi scri­ve, fa gior­na­li­smo e mon­ta spet­ta­co­li tea­tra­li ispi­ra­ti ai suoi lavo­ri. E’ una pic­co­la star del mon­do del­la cul­tu­ra pari­gi­no. Una star che cer­ca di smar­car­si dai ruo­li gene­ral­men­te riser­va­ti agli arti­sti e agli intel­let­tua­li “ara­bi” in Fran­cia:  “Fan­no sem­pre la par­te dei gua­sta­fe­ste, rab­bio­si dal san­gue cal­do, intel­let­tua­li con cui non si scher­za, lai­ci dema­go­ghi o rap­per anal­fa­be­ti.”

In real­tà in que­sta descri­zio­ne Saphia/fairouz dimen­ti­ca una cate­go­ria: il comi­co-beur. “Beur”  è la paro­la “ara­be” rove­scia­ta in “ver­lan”, il lin­guag­gio del­le ban­lieues, e che si dan­no i ragaz­zi di ori­gi­ne nor­da­fri­ca­na. La figu­ra del comi­co-beur appa­re sul pal­co­sce­ni­co negli anni 80 con l’artista Smaïn Faï­rou­ze cono­sciu­to come “Smaïn”,(https://fr.wikipedia.org/wiki/Sma%C3%AFn). In segui­to la figu­ra del comi­co-beur fa scuo­la e si mol­ti­pli­ca con vari altri arti­sti tra cui il più cono­sciu­to è Dja­mal Deb­bou­ze (atto­re pre­sen­te in mol­te com­me­die fran­ce­si: “Il favo­lo­so mon­do di Amé­lie”, “Aste­rix e Obe­lix”… https://it.wikipedia.org/wiki/Jamel_Debbouze). Al pun­to che, come descrit­to nell’eccellente “Allah super­star” di YB (Allah super­star.  Y. B.  Tori­no : Einau­di, 2004), fare il comi­co-beur diven­ta come la legio­ne stra­nie­ra, come il cal­cio e come il Rap, una del­le poche pos­si­bi­li­tà di usci­re dal ghet­to, sen­za pas­sa­re per la cri­mi­na­li­tà.

Que­sta figu­ra fa scuo­la a tal pun­to che impre­gna non solo il mon­do del caba­ret ma anche il cine­ma, il tea­tro e poi anche la let­te­ra­tu­ra. Ed è in que­sta nic­chia di mer­ca­to che van­no ad iscri­ver­si i lavo­ri del­la Saphia Azzed­di­ne. Lei a dir il vero fa par­te di una nuo­va cate­go­ria, che però deri­va sem­pre da quel­la pri­ma, io la chia­me­rei lo “scrit­to­re-non-beur”.

Il comi­co-beur usa in pri­ma per­so­na il lin­guag­gio pove­ro e sgan­ghe­ra­to dei ragaz­zi del­le ban­lieue. Lo  scrit­to­re-non-beur, fa par­la­re in quel­la lin­gua quel­li che per lui sono “sfi­ga­ti” e poi rispon­de dan­do lezio­ni di lin­gua e di savoir-vivre in un fran­ce­se per­fet­to. Per dire: guar­da­te che io ho stu­dia­to. Lo scrit­to­re-non-beur insom­ma è una spe­cie di comi­co-beur che pas­sa il suo tem­po a dimo­stra­re che lui/lei non è un comi­co-beur.

E di fat­to Fai­rouz (e pro­ba­bil­men­te anche Saphia)  tro­va pate­ti­co e ver­go­gno­so tut­to quel­lo che riguar­da la vita del­la sua comu­ni­tà: i beurs-ban­lieu­sards. Sogna di usci­re dal­la sua peri­fe­ria, fare car­rie­ra (poco impor­ta come e dove), ave­re un sac­co di sol­di, con­su­ma­re veri pro­dot­ti di lus­so — e non le cian­fru­sa­glie e le mar­che taroc­ca­te che la sua fami­glia com­pra abbon­dan­te­men­te al mer­ca­to del quar­tie­re-, insom­ma diven­ta­re una “bour­ge” bian­ca.

Tipo  Jea­ne,

Jean­ne (…) ha una super­ba cuci­na color tor­to­ra e guscio d’uovo („,). Era un cli­ché sedu­cen­te. I capel­li, il look, il suo bim­bo, il suo appar­ta­men­to, mi ritro­va­vo davan­ti il più bel cli­ché del mon­do. Slan­cia­ta, capel­li vapo­ro­si, cavi­glie esi­li, vita sot­ti­le, pel­le di pesca e culo da nami­bia­na. Le sta­va bene tut­to (un tut­to fat­to di lino e cache­mi­re)”

Ma lei rima­ne­va Fai­rouz. Fai­rouz Mou­fa­kh­rou per di più. Un nome da star liba­ne­se appe­san­ti­to però da un cogno­me di con­ta­di­ni del pro­fon­do sud Maroc­chi­no.

Fai­rouz Mou­fa­kh­rou fa tan­to ara­bo che cer­ca di ave­re un po’ di cul­tu­ra ascol­tan­do gran­de musi­ca, ma a dire la veri­tà pre­fe­ri­sce le gna­was e Cheb Kha­led, uno che va paz­zo per il sin­te­tiz­za­to­re cre­den­do che sia un pia­no­for­te e che pen­sa che sia bel­lo appen­de­re alle pare­ti dei tap­pe­ti con sopra dei leo­ni. Ecco che cosa sug­ge­ri­sce il mio nome, una sfi­ga­ta che abi­ta in un appar­ta­men­to dove non cam­bia­no mai l’aria e che è sta­ta cul­la­ta per tut­ta l’infanzia dal rumo­re del­la pen­to­la a pres­sio­ne!”

Il sogno di Fai­rouz è però osta­co­la­to dal suo amo­re per la fami­glia e dal sen­so di dove­re che ha in quan­to pri­mo­ge­ni­ta di occu­par­si di tut­ti. Tut­ta una fami­glia di pove­rac­ci che sof­fre di mise­ria con­ge­ni­ta al segui­to non aiu­ta a fare stra­da nel­la spie­ta­ta socie­tà fran­ce­se. Ma ciò nono­stan­te lei non si tira indie­tro. Sogna di obbli­ga­re il fra­tel­lo e le sorel­le a par­la­re cor­ret­ta­men­te e di piaz­zar­li in buo­ne posi­zio­ni socio-pro­fes­sio­na­li. Per i geni­to­ri deci­de di rea­liz­za­re un sogno di lun­ga data: il pel­le­gri­nag­gio alla Mec­ca. Desi­de­rio non det­ta­to da qual­che par­ti­co­la­re devo­zio­ne reli­gio­sa o dal­la voglia di viag­gia­re, ma sem­pli­ce­men­te dal­le pres­sio­ni socia­li: se sei immi­gra­to in Fran­cia, con figli come si deve, allo­ra devi fare il pel­le­gri­nag­gio e aggiun­ge­re il pre­fis­so Hajj al tuo nome. Non puoi rima­ne­re un Moham­mad qua­lun­que ma devi -pro­prio devi- diven­ta­re Hajj Moham­mad. Se non lo sei sei un fal­li­to e basta. E Fai­rouz que­sto lo sa e non vuol far fare ai suoi geni­to­ri la figu­ra dei fal­li­ti pres­so i loro simi­li, essen­do loro già fal­li­ti per defi­ni­zio­ne per la socie­tà di mag­gio­ran­za.

Loro vin­ce­va­no sen­za vole­re e io per­de­vo per dove­re. Al loro ritor­no, li avreb­be­ro ono­ra­ti con un pon­ti­fi­can­te hajj o haj­ja accan­to al nome. Final­men­te avreb­be­ro potu­to anda­re in giro a testa alta. In fin dei con­ti non c’era nient’altro che con­tas­se.”

Con l’aiuto del­la sorel­la, e qual­che vol­ta del fra­tel­lo -un fan­nul­lo­ne che pas­sa il suo tem­po, con i suoi ami­ci, altri per­den­ti di peri­fe­ria, a sogna­re e com­bi­na­re pia­ni fal­li­men­ta­ri- Fai­ruz apre un con­to pres­so l’agenzia di viag­gi del Signor Oughi­dour spe­cia­liz­za­ta in pel­le­gri­nag­gi e poco a poco rac­col­go­no la som­ma neces­sa­ria per man­da­re i due anzia­ni alla “casa di Dio”.

Fai­rouz si arren­de quin­di non alla fede ma al con­su­mi­smo e all’ipocrisia reli­gio­sa di una socie­tà fran­co-magh­re­bi­na che non tie­ne del­le cul­tu­re d’origine e di quel­la fran­ce­se che gli aspet­ti più super­fi­cia­li: i sol­di, i beni di con­su­mo, le appa­ren­ze, il con­for­mi­smo…

Ma men­tre fa il suo per­cor­so dai mil­le osta­co­li per rag­giun­ge­re la sostan­zio­sa som­ma neces­sa­ria per il pro­get­to, la vetri­na di un’altra agen­zia atti­ra la sua atten­zio­ne. Una agen­zia “nor­ma­le”, che ven­de pac­chet­ti vacan­za, eso­ti­smo pron­to al con­su­mo e abbron­za­tu­re garan­ti­te su spiag­ge da sogno: Phu­ket, la Mec­ca del­la socie­tà di con­su­mo, è in pro­mo­zio­ne!

Mano a mano che si svol­ge il rac­con­to, le cose diven­ta­no sem­pre più com­pli­ca­te e stres­san­ti per la pove­ra Fai­rouz. Non è faci­le da sola sal­va­re dal­la medio­cri­tà tut­ta una com­pa­gnia di per­so­ne che tut­to som­ma­to non voglio­no esse­re sal­va­te. E più il fra­tel­lo, le sorel­le e, soprat­tut­to, i geni­to­ri per­se­ve­ra­no sul­la “via sba­glia­ta” e più lei per­de entu­sia­smo per il pel­le­gri­nag­gio fin­to-reli­gio­so e si sen­te più attrat­ta dal pel­le­gri­nag­gio fin­to-lus­suo­so. A qua­le divi­ni­tà dell’avere e dell’apparire devol­ve­rà Fai­rouz il suo mode­sto obo­lo? Al dio vesti­to di gel­la­ba maroc­chi­na e con un rosa­rio in mano?  O a quel­lo in biki­ni e che nel­la mano tie­ne un cock­tail alla frut­ta?

Per saper­lo vi toc­ca leg­ge­re il leg­ge­ro ma diver­ten­te libro di Saphia Azzed­di­ne fino alla fine. Io non dico più nien­te. “Wal­la­la­dim”, come si dice nel­le ban­lieue.

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La Mecca-Phuket” di Saphia Azzedine, giovane franco-marocchina ritrae il suo ambiente con lucida ironia

di Cri­stia­na Mis­so­ri, ANSA­med, 13/02/2017

”L’ascensore era spes­so in pan­ne ma i chiac­chie­ric­ci tro­va­va­no sem­pre il modo di giron­zo­la­re da un pia­no all’altro. Di me dice­va­no che ero una sfron­ta­ta, di mia sorel­la che era una ragaz­za per bene e di mia madre che lascia­va trop­po gras­so nel taji­ne di mon­to­ne. Mio padre, tut­to som­ma­to, lo rispar­mia­va­no, anche se era l’unico di tut­to il palaz­zo a non esse­re anco­ra hajj, il che lo tor­men­ta­va. Per­ché i miei geni­to­ri ave­va­no un’unica osses­sio­ne: fare il pel­le­gri­nag­gio alla Mec­ca”. Il palaz­zo è quel­lo di una ban­lieue pari­gi­na, il rac­con­to, è quel­lo di Fai­rouz, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, che com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue ori­gi­ni.

Insie­me a una del­le sue sorel­le mino­ri, Kal­soum, deci­de di rag­gra­nel­la­re la som­ma neces­sa­ria per rega­la­re ai suoi geni­to­ri devo­ti il sogno di una vita: il hajj. A nar­ra­re la sua sto­ria, è Saphia Azzed­di­ne — gio­va­ne autri­ce fran­co-maroc­chi­na — che in La Mec­ca-Phu­ket (in usci­ta a fine feb­bra­io nel­le libre­rie per la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te de Il Siren­te, pp. 130 Euro 15), com­pie un affre­sco mol­to iro­ni­co, a trat­ti irri­ve­ren­te e diver­ten­te, di quel che acca­de nell’edificio in cui vive la sua pro­ta­go­ni­sta.

Stret­ta fra la voglia di vive­re lai­ca­men­te le sue ori­gi­ni ara­bo-musul­ma­ne: ”ero quel­lo che si chia­ma comu­ne­men­te una musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no”, annun­cia Fai­rouz in una del­le pri­me pagi­ne del libro. ”Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti”.

Altret­tan­to luci­da quan­do descri­ve i difet­ti del­la sua comu­ni­tà di ori­gi­ne: ”Sem­bra che. Ho sen­ti­to dire che. Poi la gen­te dirà che. Ecco più o meno quel­lo che rovi­na le socie­tà ara­bo-musul­ma­ne in gene­ra­le e il mio palaz­zo in particolare. Abitavo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo (…). La mege­ra del nono ave­va rife­ri­to a mia madre (per il suo bene) quel che si dice­va nel­le alte sfe­re del palaz­zo. Una mac­chi­na nuo­va era pro­prio neces­sa­ria pri­ma di adem­pie­re a un dove­re isla­mi­co? Quel­le mal­di­cen­ze tor­men­ta­va­no i miei pove­ri geni­to­ri che fin­ge­va­no di fre­gar­se­ne”.

Saphia Azzed­di­ne, nata ad Aga­dir nel 1979, ha all’attivo sei roman­zi. Da quel­lo di esor­dio, Con­fi­den­ces à Allah (2008) sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to.

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Arriva “La Mecca — Phuket”

La Mecca — Phuket”  in anteprima  al Festival del Libro di Firenze

 “La Mecca — Phuket” di Saphia Azzedine in anteprima per voi allo stand de il Sirente a Libro Aperto, Primo Festival del libro a Firenze (17 — 19 febbraio Fortezza da Basso, Firenze).

Per chi invece non passa per Firenze lo troverete a fine febbraio nelle migliori librerie.

Un libro per vin­ce­re qual­che ste­reo­ti­po sul mon­do ara­bo-isla­mi­co, con un’ironia graf­fian­te e un lin­guag­gio spez­za­to, tipi­co del miglio­re argot ban­lieu­sard, vi ritro­ve­re­te cata­pul­ta­ti nel­le ban­lieue pari­gi­ne, dove navi­gan­do tra intel­li­gen­za pra­ti­ca e stu­pi­di­tà teo­ri­ca, Fairouz, figlia d’immigrati maroc­chi­ni in Fran­cia, com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue ori­gi­ni. In modo ner­vo­so ma effi­ca­ce, saprà riap­pro­priar­si del­la sua vita, muo­ven­do­si tra quel che le ha tra­smes­so la fami­glia e quel­lo che si pro­fi­la all’orizzonte. All’orizzonte, oltre la Fran­cia, c’è la Mec­ca… ma dopo­tut­to, per­ché non Phu­ket?

Di pochi gior­ni fa la noti­zia di un paven­ta­to ritor­no del­lo spet­tro del­la vio­len­za nel­le ban­lieue, ecco cosa ne pen­sa Fai­rouz pro­ta­go­ni­sta del libro “La Mec­ca-Phu­ket”.

Cre­de­vo in Dio. Face­vo il rama­dan. non man­gia­vo maia­le. non beve­vo alcool. Ero ver­gi­ne. non spar­la­vo. Cioè, solo un po’. Ero quel­lo che si chia­ma comu­ne­men­te una musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no. Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua- men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti.

A vol­te, veni­va­no nel mio quar­tie­re squa­dre di gior­na­li­sti in cer­ca di scoop cir­con­da­ti da guar­die del cor­po per ren­de­re con­to del­la minac­cia isla­mi­co-inte­gra­li­sta-estre­mi­sta-oscu­ran­ti­sta-sala­fi­ta-waha­bi­ta, in sol­do­ni per inter­vi- sta­re qual­che coglio­ne con una tuni­ca bian­ca, igno­ran­do coscien­zio­sa­men­te dei ragaz­zi anco­ra sul­la ret­ta via ma che non avreb­be­ro tar­da­to a cede­re per non esse­re sta­ti appog­gia­ti da nes­su­no. Impe­di­vo a mio fra­tel­lo di pren­der­li a sas­sa­te con i suoi ami­ci quan­do li vede­va arri­va­re con l’aria fra­ter­na. Ma in real­tà gli impe­di­vo soprat­tut­to di far­si pren­de­re o di far casi­no, in modo che capis­se­ro che era trop­po veni­re a ser­vir­si a casa nostra e poi non divi­de­re alla fine del mese. Gli spac­cia­to­ri per­lo­me­no han­no la decen­za di far man­gia­re tut­to l’indotto, dal col­ti­va­to­re al palo. Dopo il loro repor­ta­ge abiet­to, ave­va­no la coscien­za tal­men­te spor­ca che si redi­me­va­no con un docu­men­ta­rio sdol­ci­na­to in secon­da sera­ta (“Dr. Hou­se” non si toc­ca, non scher­zia­mo) sui “ragaz­zi di ban­lieue che ce l’hanno fat­ta” e le “ragaz­ze di ori­gi­ne ara­ba che non si sot­to­met­to­no”.

Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li, “La Mec­ca-Phu­ket” di Saphia Azze­di­ne

 

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