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Giuseppe Iannozzi, 6 dicembre 2016

La distopia di Ahmed Nàgi fra George Orwell e Jonathan Lethem

Il 16 maggio 2016 PEN ha assegnato ad Ahmed Nàgi il PEN/Barbey Freedom to Write Award, riconoscendo la sua lotta di fronte alle avversità per il diritto alla libertà di espressione.

Checché se ne dica, 1984 di George Orwell, si sia d’accordo o no, ha dato il là a un nuovo modo di fare e di intendere la Letteratura, la distopia socio-politica è così entrata a far parte dell’immaginario collettivo e, soprattutto, ha fornito a tanti e tanti scrittori il coraggio di dirsi contro i regimi totalitari denunciando l’invivibile precarietà del proprio tempo storico.

Ahmed Nàgi scrive Vita: istruzioni per l’uso, è questo il titolo italiano del romanzo Istikhdam al-Hayat illustrato da Ayman al-Zorkany e pubblicato in Italia da Il Sirente nella collana Altriarabi. Il romanzo si presenta al lettore come una vera e propria distopia in perfetto stile orwelliano: una catastrofe naturale ha sovvertito l’ordine del Cairo, la vita non è più quella dei tempi passati, lungo le strade si trascinano disperati più morti che vivi, le malattie imperversano e mietono vittime a iosa. La tecnologia, anch’essa, è sol più un ricordo. Il cielo che copre il Cairo è vuoto e all’orizzonte nessuna speranza. Ciononostante Bassan tiene vivo un sogno, un sogno grande: la ricostruzione del Cairo. Si adopera insieme alla Società degli Urbanisti perché il sogno possa un giorno essere realtà tangibile. Bassan fa la conoscenza di Ihab Hassan, che ha un’idea per restaurare la bellezza e il fulgore che sembrano esser stati per sempre perduti nelle sabbie del tempo.
Il Cairo è di fatto un inferno, una cloaca sotto un cielo plumbeo, così lo immagina lo scrittore e giornalista egiziano Ahmed Nàgi condannato a due anni di carcere per aver scritto e dato alle stampe questo lavoro distopico. Al pari di Orwell, Ahmed Nàgi descrive una società ridotta ai minimi termini: i sentimenti sono vietati, provare emozioni non è possibile perché l’ordine della repressione vuole che tutti gli individui siano allineati, vuoti e nell’anima e nella psiche.

Il lavoro di Nàgi è stato subito bollato come “offesa alla pubblica morale”: perché? L’autore descrive, per sommi capi in verità, una scena di sesso in una società dove i sentimenti sono stati aboliti. Nel corso del sesto capitolo un gruppetto di giovani sognano e sognano forte: rollano canne, ingollano birra e soprattutto si leccano le pupille sognando l’amore. Non ci si lasci però ingannare: la scena non contiene nessun elemento realmente scabroso, è difatti essa poi solo un espediente letterario vecchio come il cucco per ridare all’amore l’amore, null’altro che questo.

La vita: istruzione per l’uso
 di Ahmed Nàgi non è un romanzo feticista che parla a spron battuto di sesso pur non mancando di ritrarre personaggi quantomeno bizzarri, da vero e proprio burlesque, questo è bene sottolinearlo, è invece fotografia di una società sceverata di vivere la libertà, di operare, senza costrizioni e pressioni esterne, le sue proprie scelte: la città possiede uomini e donne, nessuno è padrone di niente e nessuno deve permettersi di credere nel libero arbitrio.

Ahmed Nàgi non fa alcun accenno ai fatti occorsi prima e dopo la rivoluzione (2011), ma non è una dimenticanza la sua, è invece una scelta precisa come a voler sottolineare che nulla è cambiato veramente dopo la destituzione del trentennale regime del Presidente Hosni Mubarak. Affinché il Cairo possa essere una città viva per la vita, per i sentimenti e la carnalità anche, c’è una sola possibilità e questa è rappresentata da La Società degli Urbanisti retta dalla maga Paprika. Il progetto di Paprika, forte della sua magia, è quello di creare un nuovo centro urbano ipertecnologico: distruggere il Cairo affinché risorga diverso, completamente nuovo. Nàgi dà così inizio a una vera e propria distopia dai contorni inquietanti e non poco realistici.

Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nàgi è un perfetto romanzo distopico, perfetto perché, con estrema sapienza, l’autore fa sua la lezione di George Orwell e quella di Jonathan Lethem.

06/12/2016  Giuseppe Iannozzi

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Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSAmed | Mercoledì 5 dicembre 2012 | Luciana Borsatti |

”Gli Stati Uniti e l’Europa, che hanno sostenuto Morsi, devono ora mandargli un messaggio chiaro: che sono contrari ad un colpo di stato come quello che sta compiendo”. Khaled Al Khamissi – scrittore noto per il suo best-seller ”Taxi”, tradotto in più’ lingue – non usa mezzi termini sulle responsabilità dell’Occidente nella deriva che l’Egitto ha preso in questi mesi, con gli ultimi colpi di mano del presidente Mohamed Morsi sul piano istituzionale ed i sanguinosi scontri di piazza tra suoi oppositori e sostenitori.

Gli Stati Uniti in particolare, sottolinea in un’intervista ad ANSAmed, hanno grandi responsabilità nell’aver sostenuto il presidente espresso dai Fratelli Musulmani. La sua elezione e’ stata il punto di arrivo, osserva, di una transizione affidata all’esercito e rivelatasi ”disastrosa” per l’Egitto. Negli ultimi mesi Morsi ha infatti portato avanti ”un coup d’etat”, denuncia, contro gli altri poteri dello stato e le altre forze politiche. Insieme ai Fratelli Musulmani, ”ha preso tutti i poteri nelle sue mani e provocato una vera e propria battaglia nelle strade del Paese. Il regime ha perso ogni legittimità e quella di questi giorni e’ una situazione di vero e proprio scontro con il popolo egiziano”. Uno scontro in cui vi sono stati anche i morti di stasera, ma anche gesti come quelli di un attivista dei Fratelli Musulmani che – riferisce dalla sua casa del Cairo, mentre si prepara a tornare anche lui a manifestare – avrebbe addirittura tagliato un orecchio ad un oppositore.

Eppure vi sono state delle aperture da parte dell’entourage di Morsi alle istanze dell’opposizione, come si possono valutare? ”Noi vogliamo fatti, non parole – risponde al Khamissi, che in Taxi raccolse gli umori dell’uomo della strada del Cairo prima della rivoluzione -. Anche prima Morsi aveva promesso che ci sarebbe stata una nuova Costituzione condivisa da tutti, e cosi’ non e’ stato”. Eppure, Morsi ha avuto l’appoggio del voto popolare alle elezioni. ”Dovete riconsiderare questa idea del voto – rilancia – io non ho votato, e cosi’ molti altri, perché non potevamo accettare di dover scegliere tra un candidato dei Fratelli Musulmani ed un uomo come Shafik, del vecchio regime di Mubarak”. E chi ha votato per Morsi lo ha fatto proprio perché’ non voleva Shafik, aggiunge, oppure per avere il ”denaro” che i Fratelli Musulmani potevano garantire loro.

Ma ora Europa e Stati Uniti non possono stare a guardare e ”devono parlare chiaro – conclude lo scrittore -. Deve ripartire il dialogo con gli altri partiti politici per una transizione pacifica e per una nuova Costituzione di tutti”.

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Il cambiamento è irreversibile presto toccherà anche la politica

La Repubblica | Sabato 16 giugno 2012 | Donatella Alfonso |

LA LIBERTÀ ha sempre un prezzo ma, avverte Khaled al Khamissi, scrittore e regista cairota che con il suo bestseller Taxi (tradotto in Italia da “il Sirente“) ha dato voce a proteste, sentimenti, desideri del popolo egiziano negli ultimi anni del regime di Hosni Mubarak, «ormai è iniziato un processo irreversibile, in Egitto come negli altri Paesi arabi. Possono anche venire i militari, può governare Shafiq, ma quella che è già una forte trasformazione sociale diventerà, nell’ arco di due o tre anni, anche politica. È una rivoluzione senza partiti, programmi, leader, ma è un percorso di libertà. La strada è lunga, aspettateci: tra dieci anni ci vedrete». Khaled al Khamissi, si può parlare di un golpe in Egitto? «La stampa occidentale adora i termini forti, ma io non la penso così. Se devo dire la verità, non me ne importa nulla di quello che accade sulla cima della piramide, perché io guardo alla base della piramide. Non interessa a me e non interessa alla gente. Che torni Shafiq, che i militari prendano il potere… sarà solo un problema di vertice. I cambiamenti sociali ormai sono irreversibili». Ritorno dei vecchi governanti, vittoria dell’ Islam radicale un po’ dappertutto: la primavera arabaè finita? «Lo ripeto dal gennaio del 2011: non c’ è nessuna primavera araba, ma un cambiamento sociale che continua e porterà a una vera trasformazione di tutti i nostri Paesi entro una decina d’ anni. La gente sa che ci vuole tempo, ma ha fiducia nel lungo periodo. Non teme né Shafiq, né i Fratelli musulmani perché crede nella libertà, che gli islamisti invece combattono. Shafiq vuole venire? Bene, che venga. Non cambierà quanto sta accadendo alla base della società». Da quanto lei dice sembra che i militari siano quasi dei garanti della trasformazione: non teme invece una guerra civile come ci fu in Algeria? «No, è passato molto tempo, la storia è diversa, c’ è Internet, c’ è la possibilità di esprimersi e il coraggio di farlo. Inoltre, non c’ è un nuovo potere islamico, i movimenti radicali, negli anni, sono stati sostenuti e finanziati sia da Sadat che, soprattutto, da Mubarak. E, per quanto riguarda il Consiglio supremo delle Forze armate, non vedo la possibilità di una sfida tra il ritorno al potere dell’ Ancien régime e un nuovo potere islamico. Ci sono interessi politici e finanziari da difendere, serve una stabilità». Pensa a un ruolo degli intellettuali in questo percorso di crescita democratica? «No, gli intellettuali non hanno un peso sufficiente. È la classe media, e soprattutto sono i giovani, perché il 60 per cento degli egiziani ha meno di 25 anni, che non intendono accettare né la formalità del sistema di Mubarak né di quello dei Fratelli musulmani. Si andrà progressivamente verso una concretizzazione politica di quanto si sta già facendo sotto il profilo sociale». Lei, quindi, che futuro vede per il suo Paese? «Io sono ottimista. Il cambiamento e la libertà saranno al potere tra una decina d’ anni. Aspettateci».

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Riva Sud

La Repubblica | Domenica 28 agosto 2011 | Sara Scheggia |

Taxi, vicoli, condomini. E il deserto. Sono i luoghi del Maghreb, quelli che hanno tenuto calde, sotto la cenere, le rivolte esplose quest’anno. Descritti da autori egiziani ed algerini, diventeranno teatro in uno spazio che si apre al pubblico per la prima volta: il cortile della comunità minorile di via del Pratello. In quel luogo, dove i ragazzi hanno creato un giardino «segreto» di piante officinali, verrà ospitato da domani «Riva Sud Mediterraneo», rassegna di teatro, voci e musiche che, oltre alla compagnia del Pratello diretta da Paolo Bili, vedrà protagoniste anche altre realtà cittadine. Si tratta di Tra un atto e l’altro, Teatrino Clandestino, Lalage Teatro e Medinsud, che curerà l’accompagnamento musicale: insieme ad attori profondamente diversi ma tutti radicatia Bologna, come Angela Malfitano, Francesca Mazza, Fiorenza Menni, Luciano Manzalini e Maurizio Cardillo, metteranno in scena sei spettacoli per raccontare le primavere arabe dei mesi scorsi. Ogni serata, inoltre, sarà introdotta da un intervento sulla situazione geo-politica in corso, con gli storici Gianni Sofri e Luca Alessandrini, e lo scrittore algerino residente a Ravenna Tahar Lamri.

«Il risultato prodotto da attività come queste – spiega Giuseppe Centomani, dirigente del Centro di giustizia minorile dell’Emilia Romagna – vale il prezzo da pagare, cioè il rischio di fughe o l’incremento dei controlli.

In più, molti ragazzi del carcere e della comunità sono di origine magrebina: è importante condividere riflessioni sul loro mondo». Il riferimento è a qualche mese fa, quando un detenuto del carcere della Dozza è evaso durante le prove di uno spettacolo teatrale.

«I minori che seguiamo rispondono bene alle manifestazioni esterne – osserva Lorenzo Roccaro, direttore della Comunità Pubblica di via del Pratello 38, da cui passano almeno 130 ragazzi all’anno – Ora apriranno le porte della loro casa al pubblico: li aiuterà a percepire la comunità come una vera residenza in cui accogliere ospiti». Riva Sud Mediterraneo, sostenuta da Legacoop e Unipol e dai contributi degli osti della strada, partirà domani con «Voci dai taxi del Cairo. Oggi». Uno spettacolo interpretato dai ragazzi della compagnia del Pratello, tratto dal romanzo dell’egiziano Khaled Al Khamissi, che mixa monologhi e dialoghi dei tassisti del Cairo.

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Khaled Al Khamissi, Taxi

Gruppo di lettura | Mercoledì 8 giugno 2011 |  |

In  tempi di “Primavera araba” perché non leggere qualcosa che ci aiuti a sentire più da vicino i problemi che da mesi spingono moltissimi nordafricani dell’area mediterranea e  abitanti del Medio e vicino Oriente  a scendere in piazza e a lottare per conquistare il diritto alla libertà, nella speranza di vivere in paesi di reale democrazia?
È stato bello vedere tanti giovani e tra loro tante donne manifestare in marce e cortei, riempire piazza Tahir, incuranti degli atti di repressione di quei governi che vogliono cancellare. E in Tunisia e in Egitto si è già arrivati ad un cambiamento, in altri si lotta ancora con esiti incerti.
Tahar Ben Jelloun ha già pubblicato presso Bompiani La rivoluzione dei gelsomini, in cui con lucidità e semplicità spiega che cosa è accaduto, cosa sta accadendo e cosa accadrà. “Cadono dei muri di Berlino”-dice l’autore- e niente dopo questi fatti sarà più come prima nel mondo arabo. Questi paesi stanno scoprendo, hanno scoperto e rivendicheranno d’ora in poi, il valore e l’autonomia dell’individuo in quanto cittadino”.
Ma non voglio parlare  di questo libro che non ho ancora letto, ma piuttosto di un libro di Khaled Al Khamissi, intitolato Taxi “e che ha come sottotitolo “Le strade del Cairo si raccontano”.
E’ stato pubblicato nel 2008 dalla casa editrice abruzzese, il Sirente, che  ha così inaugurato  la collana Altriarabi, con l’intento di  favorire, al di là dei soliti pregiudizi, ”una conoscenza diretta tra i popoli senza filtri, neanche linguistici”.
La lettura di questo libro, che non si può definire romanzo,  né inchiesta giornalistica, ci aiuta a capire quali sono le ragioni che hanno portato alla  recente rivolta in Egitto.
Originale è l’idea di far conoscere una città come il Cairo attraverso l’abitacolo di un taxi, anzi dei tanti taxi presenti. Pare siano 220.000 i tassisti abusivi e 80.000 regolari: è vero che il Cairo è la città più popolosa dell’Egitto con circa 8 milioni di abitanti e oltre 15 milioni dell’area metropolitana e del governatorato omonimo È vero che è anche la più grande città dell’intera Africa e del Vicino Oriente e la dodicesima metropoli in ordine di popolazione al mondo, ma i tassisti sono comunque tanti.
Tanti e molto diversi tra loro: analfabeti e diplomati o laureati,sognatori e falliti, a volte costretti a lavorare giorno e notte con scarsa remunerazione, onesti e ingenui, ma anche capaci di truffare il cliente, a volte disperati, qualcuno  idiota. Ed eccoli muoversi nel caotico traffico della capitale nel caldo, tra la folla e il sottofondo assordante dei clacson nei loro taxi , macchine nere a strisce bianche, spesso carcasse  da rottamare, e chiacchierare con il cliente che è a bordo.
Da queste conversazioni in 220 pagine  vengono fuori 58 brevi racconti, che finiscono per essere un vero documento di vita quotidiana , denuncia ingenua, ma anche ironica e caustica del malessere sociale di un popolo impoverito e  disilluso.
In esergo Al Kamissi, egiziano laureato in scienze politiche alla Sorbona, scrive: “regalo questo libro alla vita che abita nelle parole delle persone semplici. Nella speranza che ingoi il vuoto che da anni dimora dentro di noi”.
In ogni capitolo il protagonista è quel tassista di cui conosciamo particolari della sua vita personale, ma anche, ai limiti della censura,  il suo pensiero riguardo alla politica, alla religione, alla società.

Il taxi diviene, dunque,  il luogo del confronto in cui si rispecchia la coscienza collettiva e i tassisti, come si dice nella copertina  del libro , “sono amabili cantastorie che, con disinvoltura, conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto  dei nostri giorni”, quello che ha riempito le piazze  in questo inizio del 2011 e che ha portato alla caduta di Mubarak, che deteneva il potere da 30 anni.
Il quadro è quello di un Egitto sull’orlo della bancarotta, in cui la corruzione è generalizzata, in crisi morale diffusa, in cui ogni giorno si lotta per la sopravvivenza nella indifferenza delle istituzioni. Raccolgo qualche frase qua e là dai 58 racconti, che per la diversità dei punti di vista raffigurano perfettamente il mondo arabo contemporaneo, come sottolinea lo stesso Al Khamissi nell’introduzione.
Tanti i discorsi seri dei tassisti, che a volte raccontano anche barzellette divertenti, ma amare.
“La corruzione è al massimo” […]  ”la giungla è il paradiso rispetto a noi”… qual è la soluzione per sopravvivere?  o vai a rubare o cominci a domandare mazzette o lavori tutto il giorno… la malnutrizione è così diffusa che il 10% dei bambini egiziani del Said soffrono di ritardo mentale.”.
Secondo i dati della Banca Mondiale il 58 % degli egiziani vive  infatti con due dollari al giorno sotto la linea della povertà, mentre il 5% dei 75 milioni  di egiziani sono ricchissimi e indifferenti alle condizioni generali della popolazione.
“Chi non è diventato pezzente con Mubarak non lo diventerà mai” dice uno di loro.
“Il discorso della partecipazione politica è una barzelletta di quelle tristi, ma tristi davvero”…
“Abbiamo già provato tutto. Provammo il re e non fuzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti… alla fine siamo arrivati al capitalismo che però ha il  monopolio, il settore pubblico che scoppia, la dittatura e lo stato di emergenza. E ci hanno fatto diventare un poco americani e tra poco pure israeliani; e allora perché non proviamo pure i Fratelli Musulmani?”
“E poi questi americani non si capiscono proprio: aiutano Mubarak, aiutano i Fratelli Musulmani, aiutano i copti espatriati che fanno un casino da pazzi. Poi sborsano i soldi all’Arabia Saudita, che a sua volta sborsa soldi ai fondamentalisti islmici ,che a loro volta finanziano gli attentati contro, diciamo, gli americani”…
Un altro: “Il mondo ormai… sono tutti pesci che si mangiano tra di  loro. Grosso o piccirillo, tutti quanti si magnano l’uno con l’altro”
Un altro ancora: “In Egitto l’essere umano è come la polvere in un bicchiere crepato. Il bicchiere si può rompere in un niente e la polvere vola via. Impossibile raccoglierla e pure inutile: è solo un po’ di polvere. L’uomo in questo paese è così… non vale niente
Come ci ricorda il traduttore, Ernesto Pagano, “è il primo libro scritto per tre quarti in dialetto, quindi di non facile traducibilità. Per questo la parlata colloquiale dei tassisti è stata talvolta colorata da espressioni dialettali meridionali, per lo più napoletane.”

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Egitto: scrittore Al Khamissi, Mubarak ha ucciso i nostri sogni

| AKI ADNKronos | Sabato, 29 gennaio 2011 |

L’anziano raìs Hosni Mubarak, con il suo sistema, ”ha ucciso i sogni dei giovani egiziani: per il futuro vogliamo piu’ sogni e meno corruzione”. Tra sogni infranti e speranze Khaled Al Khamissi, trai piu’ noti scrittori egiziani contemporanei, fino a ieri in piazza al Cairo a manifestare contro Mubarak insieme a migliaia di connazionali, parla ad AKI – ADNKRONOS INTERNATIONAL di ”cambiamenti tardivi” con cui Mubarak, dopo giorni di proteste, ha risposto alle richieste dei manifestanti egiziani: cambiamenti giudicati ”non sufficienti”. E, quindi, ”presto finirà l’era Mubarak”.
Khamissi si dice convinto che ”se non sarà oggi e neanche domani, e’ solo questione di settimane o di qualche mese”. ”La storia della famiglia Mubarak alla presidenza dell’Egitto è già finita”, prosegue l’autore di ‘Taxi. Le strade del Cairo si raccontano‘, sottolineando come questa sia la ”conquista della rivoluzione” egiziana. Ma Mubarak non è solo una persona, è anche un sistema. E a questa osservazione, Al Khamissi risponde con la triste constatazione che ”purtroppo il sistema continuerà” a funzionare, almeno per un certo tempo, in modo simile a quello del passato. Tuttavia, afferma, la speranza e’ che ”almeno sparisca la corruzione, perche’ sinora c’è stato al potere un sistema completamente corrotto”.

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“Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” alla settima edizione di Terra Futura, Fortezza da Basso, Firenze, 28-30 maggio 2010

 

 

 

 

| Domenica 30 Maggio | Ore 11.00-12.00 | Stand COSPE |

Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”, Editrice il Sirente, 2008
Letture tratte dal libro “Taxi”, dedicato «alla vita che abita nelle parole della povera gente», un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani sono degli amabili cantastorie che, con disinvoltura, conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni.
A cura di COSPE
Sarà presente il traduttore del libro ERNESTO PAGANO con JAMILA MASCAT, curatrice rubrica Italieni di Internazionale

Terra Futura è una grande mostra-convegno strutturata in un’area espositiva, di anno in anno più ampia e articolata, e in un calendario di appuntamenti culturali di alto spessore, tra convegni, seminari, workshop; e ancora laboratori e momenti di animazione e spettacolo.
Terra Futura vuole far conoscere e promuovere tutte le iniziative che già sperimentano e utilizzano modelli di relazioni e reti sociali, di governo, di consumo, produzione, finanza, commercio sostenibili: pratiche che, se adottate e diffuse, contribuirebbero a garantire la salvaguardia dell’ambiente e del pianeta, e la tutela dei diritti delle persone e dei popoli.
È un evento internazionale perché intende allargare e condividere la diffusione delle buone pratiche a una dimensione globale; perché internazionali sono i numerosi membri del suo comitato di garanzia, la dimensione dei temi trattati e i relatori chiamati ad intervenire ai tavoli di dibattito e di lavoro; infine, perché lo sono i progetti e le esperienze presenti o rappresentati ampiamente nell’area espositiva, che ospita realtà italiane ed estere.
Numerosi e importanti i consensi raccolti negli anni. Oltre 87.000 i visitatori dell’edizione 2009, 600 le aree espositive con più di 5000 enti rappresentati; 250 animazioni, 200 gli eventi culturali in calendario e 800 i relatori presenti, fra esperti e testimoni di vari ambiti di livello internazionale.

La settima edizione di Terra Futura si svolgerà sempre alla Fortezza da Basso, a Firenze, dal 28 al 30 maggio 2010.

ORARI:
venerdì ore 9.00-20.00
sabato ore 9.30-21.00 (eventi e spettacoli fino alle ore 24.00)
domenica ore 10.00-20.00

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Regole? Neanche il tassametro

| il Giornale | Venerdì 12 dicembre 2008 |

Guidano come matti, usano le mani e non i semafori per imporsi nel folle traffico del Cairo, e non hanno il tassametro. Ognuno di loro ha una storia da raccontare, come nel best seller di Khalid Al Khamissi, «Taxi», che dipinge la città conle parole dei suoi tassisti.

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On a Journey

AlSaudiArabia.com | Venerdì 12 dicembre 2008 |

Taxi is the most recent novel to create a stir on the Egyptian literary scene. The book was the talk of the town when it was published in January 2007 and within a few months, it had sold some 20,000 copies, an astonishing number in a country where novels rarely sell more than 3,000 copies.
Various factors have undoubtedly contributed to its success. First, the book is written in colloquial Arabic which the average Egyptian can easily relate to; second, it addresses burning issues plaguing Egyptian society and finally, the form of the book resembles a collection of newspaper articles. Critics have dubbed this style journalistic fiction. Yet, the author, Khaled Al Khamissi, insists on the literary aspect of his work.
Taxi is basically a collection of 58 short stories and each story takes the form of a fictional dialogue with one of Cairos 80,000 cab drivers. The author, Khaled Al Khamissi, clearly states that he has never recorded anything and that Taxi is not reportage or journalism. Yet, he has written with such gusto, sincerity and realism that readers take these fictional dialogues as the real thing.
A number of pertinent issues are brought up by the taxi drivers. Education is mentioned on several occasions. During one encounter, a cabbie criticizes free education: I tell you, he cant write his own name. You call that a school? Thats what free education brings you. Education for everyone, sir, is a wonderful dream but, like many dreams, its gone, leaving only an illusion. On paper, education is like water and air, compulsory for everyone, but the reality is that rich people get educated and work and make money, while the poor dont get educated and dont get jobs and dont earn anything.
Speaking on the same subject, another driver also agrees that children dont learn a thing in school. He believes that the only motto nowadays is Get smart, make money because ninety percent of people live off business and not from anything else.
Egyptians, Cairenes especially, are known for their sense of humor, but there are times when people are so heavily loaded with problems that they fall apart. In an emotional encounter with a driver and his brother, the author shows us how acute financial problems crush poor people: I was surprised to find that the man, in front of me next to the driver, was silently weeping. He was a brown-skinned giant with a bushy moustache. The calm was as thick as his moustache…The only sound was the intermittent and irregular breathing of the giant as he wept. In our society it is a rare enough occurrence to see a man crying. To see a giant from southern Egypt crying is something you could put in the Guinness Book of Records, writes Al Khamissi.
The author, who he is also a producer, film director and journalist, studied political science at the Sorbonne. His interest in sociology and anthropology is very evident in Taxi. In fact, many have read it as a work of urban anthropology. Galal Amin, an economist and sociologist at the American University in Cairo describes the book as an innovative work that paints an extremely truthful picture of the state of Egyptian society today as seen by an important social sector.
Khaled Al Khamissi has chosen to talk to taxi drivers because they represent one of the barometers of the unruly Egyptian street. They also come from all walks of life: Some are illiterate and others hold masters degrees. But all of them have in common a job which is physically exhausting and undermines their nervous systems.
Foreign readers unfamiliar with Egyptian policies might not understand some of the issues addressed by the taxi drivers. However, after reading this lively series of different drivers experiences, it is possible to understand how Egyptian policies are affecting the lives of the poor. Taxi drivers all over the world and Egypt is no exception meet an endless mix of people. These daily contacts give them a unique knowledge of the society they live in. Through the conversations they hold, they reflect an amalgam of points of view which are most representative of the poor in Egyptian society. It must be said that often I see in the political analysis of some drivers a greater depth than I find among a number of political analysts who pontificate far and wide. For the culture of this nation comes to light through its simple people, and the Egyptian people really are a teacher to anyone who wishes to learn, says Al Khamissi.
Together with The Yacoubian Building by Alaa El Aswani and Being Abbas El Abd by Ahmed El Aidy, Taxi has helped revive the habit of reading in Egypt. More than just a series of conversations, the novel offers a colorful and realistic slice of contemporary Egyptian life.

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Taxi – Khaled Al Khamissi

Lo Scirocco | Lunedì 1 giungo 2009 |

Taxi getta il lettore direttamente in mezzo alle strade del Cairo, tra il chiasso, il caldo e la folla. L’Autore ci riporta le sue mille conversazioni con altrettanti tassisti. Ne esce una raccolta di ministorie (una o due pagine ciascuna) dal linguaggio popolare, dialettale, semplice e incisivo. Tassisti di tutte le età raccontano i propri problemi quotidiani all’Autore, stendendo un preciso ritratto della vita in Egitto, di usi e costumi visti dal basso. Qualcuno si lancia in apprezzamenti o recriminazioni sui presidenti passati e presente, sulla politica locale, ma anche internazionale. C’è il punto di vista degli egiziani sulla guerra in Iraq, in Israele, e in generale sulla situazione politica del Medio Oriente, ma anche quello che pensano degli Stati Uniti. Allo stesso tempo si manifesta la situazione del popolo egiziano, impoverito, disilluso e stanco: tassisti costretti a lavorare giorno e notte; donne che passano il tempo a mettere e a togliere il velo a seconda della destinazione; le giornate perse dietro a una burocrazia infinita e alla corruzione dilagante e manifesta. La sezione centrale di foto a colori del Cairo e la mappa della città immergono ancora di più il lettore nell’atmosfera della capitale. Il risultato è molto piacevole. Per chi vuole conoscere un punto di vista diverso su egiziani in particolare, e arabi in generale.

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Al Ghitani: Oggi c’è vera democrazia

Il Denaro | Martedì 28 luglio 2009 | Al-Ghitani |

”In Egitto, almeno sul piano culturale esiste una vera democrazia. Oggi, infatti, chi scrive puo’ criticare liberamente il potere. Sotto Gamal Abd el-Nasser o durante il governo di Anwar al-Sadat, invece, vergare una sola riga contro il regime poteva costare la libertà”. La pensa cosi’ lo scrittore egiziano Gamal Al-Ghitani, fondatore e direttore dal 1993 del settimanale Akhbar al-Adab (Notizie letterarie), una delle riviste letterarie piu’ autorevoli del mondo arabo, che ha lanciato autori noti anche in Occidente come Ala Al-Aswani (Palazzo Yacoubian, 2006, Feltrinelli). Classe 1945, personaggio poliedrico, Al-Ghitani inizia come disegnatore di tappeti (oggi e’ considerato uno dei massimi esperti), per poi diventare giornalista del quotidiano Akhbar al-Yawm e seguire come corrispondente di guerra i conflitti arabo-israeliano (dal ’68 al ’73), libanese e iracheno-iraniano. ”Il panorama letterario egiziano di questi anni – afferma – e’ molto cambiato. Negli anni ’60 venivamo arrestati, come lo fui io, tra il ’66 e il ’67, per avere criticato il regime nasseriano”. I giovani autori di oggi, prosegue, hanno coraggio, sono prolifici e hanno introdotto nuovi stili. La letteratura, dice Al-Ghitani, ha fatto un balzo in avanti. ”Si parla di sesso e della situazione sociale in cui versa il Paese, si racconta la periferia e la vita nelle campagne”. Quel che manca, pero’, e’ la critica letteraria, ”perche’ il livello culturale del Paese e’ basso”. Al pari di Naghib Mahfuz, che lo incoraggio’ a intraprendere la strada della scrittura, anche Gamal Al-Ghitani e’ un ‘cronista del Cairo’. A lui si deve l’introduzione del romanzo storico, di cui il libro-denuncia contro la tirannia e l’oppressione ‘Zayni Barakat. Storia del gran censore della citta’ del Cairo’, e’ un esempio (1997, Giunti editore). Figura predominante nel panorama letterario egiziano, nessun autore egiziano sembra potere superare il paragone con il premio Nobel Mahfouz. ”Scrittori come lui non ve ne sono, ma ne esistono di molto bravi”, fa notare Al-Ghitani. ”Sono comparsi – dice pero’ – tanti autori leggeri, i cui libri, supportati da una grande distribuzione, ma privi di alcun valore letterario, diventano best-seller”. Testi, sostiene, ”che durano quanto un Kleenex: come ‘Taxi‘ di Khaled Al Khamissi (2008, Il Sirente) o a ‘La prova del miele’ (2008, Feltrinelli) della siriana Salwa al-Neimi”. Scritti che vendono molto bene anche in Occidente. ”Al-Neimi – rimarca sarcastico – ha avuto una distribuzione piu’ importante di Mahfouz, ma questo non significa certo che scriva come lui”.

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Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi

Popoli | Agosto/Settembre 2009 | Fondazione Culturale San Fedele |

Un vecchio giornalista italiano che aveva girato il mondo come inviato speciale amava ripetere: «Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi. I taxisti hanno il polso della società in cui vivono, conoscono tutti e tutto». Come il cronista, l’A. di questo saggio ha scelto le voci dei taxisti per ricostruire le fitte trame della società del Cairo (Egitto). Nel suo libro ha raccolto 58 storie brevi dalle quali emergono i sogni, le passioni, i ricordi, le avventure dei cittadini della capitale egiziana. Una sorta di affresco realizzato con il taglio giornalistico di un reportage. Il libro è uno dei più venduti non solo in Egitto, ma nell’intero mondo arabo.

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Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”

Cronache da Thule | Mercoledì 29 luglio 2009 | Luca Rota |

Analfabeti e diplomati, sognatori e falliti, taciturni e loquaci, chi racconta barzellette e chi commenta la situazione in Iraq. E’ la variegata galleria di tipi e personaggi in cui capita di imbattersi salendo su un taxi al Cairo, e le cui voci vengono ora raccolte in un libro pubblicato da poco in Egitto e diventato presto un successo,”Taxi” (Conversazioni in tragitto), del giornalista e regista Khaled al Khamissi. Il libro raccoglie in 220 pagine 58 racconti-monologo che hanno la voce degli autisti di taxi del Cairo: storie tratte dalla realtà, ma romanzate, e raccontate in un linguaggio colloquiale, che differisce molto dalla lingua letteraria usata dalla maggior parte degli scrittori egiziani, e che forse costituisce il segreto del successo di questo libro. Il volume, pubblicato a inizio gennaio, dopo tre mesi aveva già venduto 20mila copie e ora è già stato ristampato tre volte. I tassisti protagonisti di questo libro sono assai differenti, sognatori e filosofi, misogini e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici con quell’ironia così particolare dei cairoti magistralmente descritta dallo scrittore Albert Cossery, ma accomunati da uno stesso destino: quello di dover lottare quotidianamente per farsi strada, nel senso letterale della parola, in un mondo rumoroso e caotico. Nei confronti di questa categoria spesso poco amata e stigmatizzata dagli abitanti del Cairo, l’autore non nasconde di nutrire una particolare simpatia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Khamissi ricorda quello che spesso i clienti di un taxi al Cairo dimenticano, ovvero che i tassisti appartengono per lo più a categorie sociali tra le più bistrattate economicamente, i loro nervi sono messi alla prova dal caos delle strade del Cairo, una metropoli bellissima ma inquinata e polverosa formicolante di oltre 16 milioni di abitanti, attraversata ogni giorno in totale da 22 milioni di persone, in macchina, autobus e metropolitana ma anche su carretti trainati da asini e vesponi Piaggio. Con un sottofondo perenne di clacson e una sorprendente commistione tra città, campagna e deserto. Lo descrive bene, l’autore, il loro inferno: “E’ un mestiere sfiancante, lo stare sempre seduti in automobili poco confortevoli distrugge le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo demolisce il loro sistema nervoso, i perenni imbottigliamenti li sfiniscono nervosamente e il correre dietro il loro sostentamento – correre nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi. Aggiungete a questo le trattative e le litigate con i clienti per il prezzo da pagare in assenza di tachimetri, e il tormento dei poliziotti che li inseguono…”. L’autore si sofferma anche sulle loro riflessioni sul proprio Paese, i giudizi sui dirigenti, le critiche alla corruzione dei poliziotti, le molte parole che quasi tutti spendono sulla situazione in Iraq e sull’America: ne risulta una sorta di documento sulla vita quotidiana del Cairo, composto da porzioni di reale che non corrispondono nè all’immagine mostrata ai turisti, nè a quella fornita dalla produzione letteraria o cinematografica.

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Il prossimo faraone

Europa | Lunedì 24 luglio 2009 | Azzura Meringolo |

C’è traffico al Cairo, sempre e ovunque. I tassisti, per intrattenere i clienti spazientiti, raccontano barzellette. Sono talmente tante che c’è chi, come Khaled al Khamissi, le ha raccolte e c’ha fatto un libro.
Il titolo non poteva essere che Taxi. Uno dei personaggi più gettonati, nei racconti degli autisti, è la madre del presidente egiziano Hosni Mubarak, morta in un incidente stradale alla veneranda età di 104 anni.
Sangue longevo quello che scorre nelle vene dell’ottantunenne leader egiziano, che nel 2011, data nella quale scadrà il suo ennesimo mandato, avrà tagliato il traguardo dei trent’anni al vertice dello stato.
Nessuna legge gli vieterebbe di candidarsi per la sesta volta, ma Hosni pare comunque affaticato. Talmente affaticato che non è riuscito neanche ad andare ad accogliere il presidente Barack Obama all’aeroporto del Cairo, quando l’inquilino della Casa Bianca ha visitato l’Egitto, lo scorso giugno.
Secondo indiscrezioni trapelate dai media egiziani in questi giorni, Mubarak, poi, si sarebbe sottoposto a un intervento alla schiena, nel corso della recente visita in Francia. Una sortita chirurgica camuffata da visita di stato, insomma.
La stanchezza e gli acciacchi non hanno fatto che rinnovare il dibattito sulla salute del capo dello stato, già scattato dopo la recente morte di suo nipote, il giovane figlio del primogenito Alaa. Dopo il lutto, il raìs era sprofondato nella tristezza più cupa, sospendendo ogni attività per una ventina di giorni e portando in molti a parlare della questione della successione.
Da allora le ipotesi si rincorrono e c’è chi teme che qualora la provvidenza privasse l’Egitto della sua storica guida, si creerebbe un vuoto pericoloso.
Il dossier sulla successione a Mubarak è stato a lungo un tabù. È per questo motivo che sorprende che sull’argomento, da poco, sia stato realizzato anche un sondaggio. Se gli egiziani fossero chiamati a scegliere il successore del raìs, la sfida principale – così si pronunciano i cittadini – sarebbe tra suo figlio Gamal (a lui il 21 per cento delle preferenze) e Ayman Nour, il noto dissidente liberale uscito di recente dal carcere (24 per cento).
Non c’è dubbio che nelle intenzioni del clan Mubarak, Gamal, attualmente terzo uomo più importante del Partito nazionale democratico (la formazione presidenziale), sia il candidato per eccellenza e da anni gli è stata spianata la strada per poter giungere alla presidenza.
Ma ciò non significa che la poltrona di Gamal sia scontata. Secondo Michele Dunne, esperta dell’Arab Reform Bullettin, ci sarebbero almeno tre fattori a impedire l’avvicendamento padre-figlio. Innanzitutto gli egiziani non accetterebbero volentieri l’idea stessa dell’ereditarietà. Cosa più preoccupante è che il rampollo non godrebbe del supporto dei militari. Sarebbe infatti il primo presidente dell’Egitto post-monarchico non uscito dalle fila dell’esercito e alcuni alti ufficiali riterrebbero che Gamal non riuscirà a salvaguardare i loro interessi e che non sia un leader abbastanza forte da mantenere l’Egitto stabile e sicuro.
Storia diversa quella di Ayman Nour, che nel 2004 ha fondato il partito al Ghad (il domani), una formazione liberale e riformista attenta a conciliare la sicurezza con i diritti umani. Il regime si accorge presto di lui e già nel 2005 lo sbatte in carcere, prima di partecipare alle elezioni presidenziali dove ottiene un lusinghiero (per gli standard egiziani) sette per cento. Nel giro di qualche settimana Nour viene nuovamente incarcerato con l’accusa di frode, ma non si arrende e la scorsa estate scrive a Barack Obama, all’epoca candidato democratico alla Casa Bianca, che prende a cuore la sua storia. Quando grazie alle pressioni statunitensi viene rilasciato, annuncia la sua candidatura alle prossime elezioni presidenziali. Ma ciò gli costa una serie di persecuzioni e aggressioni da parte del regime, che teme l’appeal che la sua storia esercita nel contesto internazionale.
Ayman Nour, tuttavia, non spaventa troppo il giovane Mubarak, che deve piuttosto preoccuparsi di Omar Suleiman, capo dei servizi di sicurezza egiziani, descritto da Foreign Policy come il più potente capo dell’intelligence nel contesto mediorientale. La sua popolarità non è comunque alla stelle, eppure Dalia Ziada, conosciuta attivista e blogger egiziana, sottolinea che se il suo nome compare tra le ipotesi è perché la vera domanda, irrisolta, è la posizione che le forze armate assumeranno sulla successione.
E Suleiman, dall’alto della sua carica, potrebbe calare buone carte. In più può contare sulla fiducia di Mubarak (ha aiutato il presidente a reprimere l’opposizione islamista) e sul fatto che è stato un mediatore essenziale nell’attivare canali di dialogo tra Israele e Hamas, nonché sul rispetto che gli accordano molti membri del partito di governo e altri esponenti delle élite nazionali.
Tecnicamente però la sua posizione non è semplice.
Qualora Mubarak liberasse la poltrona, ogni partito potrebbe presentare alle presidenziali un solo candidato e visto che Gamal è il più papabile tra i ranghi del Partito nazionale democratico, Omar Suleiman dovrebbe, se volesse aspirare alla presidenza, correre come indipendente.
C’è infine una quarta ipotesi, a complicare il quadro della successione. Un’ipotesi che riguarda la fratellanza musulmana (Ikhwan). Il 17 per cento degli egiziani, infatti, si schiera a favore di Isam Arayn, esponente del movimento islamico. Sebbene la costituzione vigente precluda la formazione di qualsiasi partito che si basi sulla religione e quindi impedisca alla fratellanza di competere a livello elettorale, le autorità hanno alzato la guardia e, come ha lasciato intendere il settimanale Ahrah Hebdo, l’intensificazione della pressione sui fratelli musulmani – lo scorso giugno alcuni degli uomini più conosciuti dell’Ikhwan sono stati arrestati – indurrebbe a pensare che il regime vede in loro una temibile mina vagante.

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Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

Il Denaro n. 109 | Venerdì 8 giugno 2007 |

Analfabeti e diplomati, sognatori e falliti, taciturni e loquaci, chi racconta barzellette e chi commenta la situazione in Iraq. E’ la variegata galleria di tipi e personaggi in cui capita di imbattersi salendo su un taxi al Cairo, e le cui voci vengono ora raccolte in un libro pubblicato da poco in Egitto e diventato presto un successo,”Taxi” (Conversazioni in tragitto), del giornalista e regista Khaled al Khamissi. Il libro raccoglie in 220 pagine 58 racconti-monologo che hanno la voce degli autisti di taxi del Cairo: storie tratte dalla realtà, ma romanzate, e raccontate in un linguaggio colloquiale, che differisce molto dalla lingua letteraria usata dalla maggior parte degli scrittori egiziani, e che forse costituisce il segreto del successo di questo libro.
Il volume, pubblicato a inizio gennaio, dopo tre mesi aveva già venduto 20mila copie e ora è già stato ristampato tre volte. I tassisti protagonisti di questo libro sono assai differenti, sognatori e filosofi, misogini e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici con quell’ironia così particolare dei cairoti magistralmente descritta dallo scrittore Albert Cossery, ma accomunati da uno stesso destino: quello di dover lottare quotidianamente per farsi strada, nel senso letterale della parola, in un mondo rumoroso e caotico. Nei confronti di questa categoria spesso poco amata e stigmatizzata dagli abitanti del Cairo, l’autore non nasconde di nutrire una particolare simpatia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Khamissi ricorda quello che spesso i clienti di un taxi al Cairo dimenticano, ovvero che i tassisti appartengono per lo più a categorie sociali tra le più bistrattate economicamente, i loro nervi sono messi alla prova dal caos delle strade del Cairo, una metropoli bellissima ma inquinata e polverosa formicolante di oltre 16 milioni di abitanti, attraversata ogni giorno in totale da 22 milioni di persone, in macchina, autobus e metropolitana ma anche su carretti trainati da asini e vesponi Piaggio. Con un sottofondo perenne di clacson e una sorprendente commistione tra città, campagna e deserto. Lo descrive bene, l’autore, il loro inferno: “E’ un mestiere sfiancante, lo stare sempre seduti in automobili poco confortevoli distrugge le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo demolisce il loro sistema nervoso, i perenni imbottigliamenti li sfiniscono nervosamente e il correre dietro il loro sostentamento – correre nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi.
Aggiungete a questo le trattative e le litigate con i clienti per il prezzo da pagare in assenza di tachimetri, e il tormento dei poliziotti che li inseguono…”. L’autore si sofferma anche sulle loro riflessioni sul proprio Paese, i giudizi sui dirigenti, le critiche alla corruzione dei poliziotti, le molte parole che quasi tutti spendono sulla situazione in Iraq e sull’America: ne risulta una sorta di documento sulla vita quotidiana del Cairo, composto da porzioni di reale che non corrispondono nè all’immagine mostrata ai turisti, nè a quella fornita dalla produzione letteraria o cinematografica.

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L’Iran si sta laicizzando?

Il cuore del mondo | Venerdì 19 giugno 2009 | Ambrogio |

L’Iran si sta laicizzando?
Non credo. Esiste una nuova generazione di musulmani che cresce e che alla morte di Khomeini (1989-ultima fatwa contro Salman Rushdie, autore dei Versi Satanici) avevano pochi anni o addirittura non erano nemmeno nati.
A Khomeini, da qualsiasi punto lo si voglia considerare, non si può togliere che è stato con la sua vita il perno centrale della radicalità dell’Islam in quel paese. Un personaggio a suo modo irripetibile.
Per questo non leggo nei fermenti di questi giorni post-elettorali in Iran una voglia di laicità.
Vedo soltanto una voglia di Islam meno radicale.
Buono che ci sia.
Meno notizie in questo senso ci vengono dal mondo arabo/sunnita. Nei mesi scorsi una donna era entrata per la prima volta come sottosegretario all’istruzione(non ricordo se in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi, ma mi sembra sia la prima), segno minimo e credo solo di facciata.
Più pericoloso per il mondo Occidentale il granitico mondo Arabo Sunnita.
Ma non credo l’esultanza dei giocatori rivolgendosi alla mecca influenzerà il rapporto tra occidente e L’Islam in generale.
Insomma erano giocatori di palloni, non sceicchi(al soldo straniero)che incitano alla guerra santa.
L’Egitto?
Per chi voglia capire come funziona in Egitto, tra Musulmani, Copti ed altro, e dove noi andiamo a rinchiuderci in quei recinti di vacanza che è Sharm el Sheik, consiglio di leggere il libro di Khaled Al Khamissi, Taxi a cui allego un breve copia e incolla: “Si tratta di un articolata e divertente… critica” della società e della politica in Egitto, dice al Cairo Press, Mark Linz, direttore dell’Università Americana, che pubblica ora una serie di libri di letteratura araba in lingua inglese. ” è unico perché utilizza l’umorismo. Per delle questioni che gli egiziani tendono a prendere molto sul serio”.
Khamissi dice di non essere un’analista, ma molti dicono che la popolarità del libro viene dal fatto che “ognuno si ritrova nel libro [quando hanno letto il libro.] Ogni lettore ci legge la propria esperienza.
L’autore è lo stesso di cui parlavo nel tema precedente da Lei proposto e che aveva paragonato il discorso di Obama a Il Cairo quasi fosse un discorso fatto dal Papa.

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Prima di addormentarmi ho finito di leggere “Taxi” di Khaled Al Khamissi

Lizzie’s coffeshop | Martedì 21 luglio 2009 | aucklandergirl |

prima di addormentarmi ho finito di leggere “Taxi” di Khaled Al Khamissi, una raccolta di brevi storie ambientate al Cairo da tassisti, che raccontano delusioni, speranze, amori, intrighi sul Paese e che rappresentano un vero e proprio trattato di sociologia urbana . Peccato che per motivi di sicurezza l’autore si sia auto censurato e peccato pure non essere stata in grado di leggere la versione originale del libro in arabo (anche se le versioni inglesi ed italiana hanno reso bene il concetto..uno spaccato di vita quotidiana in un Paese dove sembra sia possibile trovare soddisfazioni nella sfera privata, visto che le istituzioni son indifferenti a qualsiasi cosa).
In alcuni punti tragico, in altre comico, ma senza dubbio…intrigante 🙂

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DIARIO EGIZIANO/3 – Un premio per il sermone dell’anno

La Stampa | Venerdì 5 giugno 2009 | Khaled Al Khamissi |

Una piccola protesta di cinque persone ha avuto luogo al Cairo prima che Obama pronunciasse il suo discorso all’Universita’. E’ curioso il fatto che la polizia abbia acconsentito loro di avvicinarsi all’ateneo, mentre tutte le strade erano sbarrate. Come hanno potuto? La risposta e’ semplice, erano americani: erano venuti da Gaza per manifestare e attirare l’attenzione di Obama sulla tragedia palestinese. Obama ha difeso eroicamente i diritti del popolo palestinese: devo esserne contento. Ha utilizzato un linguaggio idealista parlando di un futuro prossimo in cui noi attueremo la visione di Dio qui sulla terra vivendo in pace e armonia in un mondo senza armi nucleari, dove il soldato Usa tornera’ in patria e ogni uccello vivra’ nel suo nido felice, nel suo stato. Obama ha chiesto ai giovani di non restare prigionieri del passato, di forgiare un futuro dove regni la pace e con questo – credo – ha chiesto di dimenticare la storia dell’umanita’ per rivolgersi al mondo fantastico di Disneyland. Ha citato versi del Corano, del Talmud, della Bibbia. Ha parlato come se vivessimo prima del Rinascimento citando le religioni e non le nazioni moderne. E’ venuto nel mondo arabo per parlare ai musulmani e non agli arabi, come se qui non esistessero altre religioni, oppure formazioni laiche che risalgono ai primi anni del secolo scorso. Nel 1919 scoppio’ in Egitto una rivoluzione per l’indipendenza il cui motto era «la fede e’ per Dio e la patria per tutti», e i cui leader edificarono l’Universita’ del Cairo nel 1908. Cento anni dopo in quell’Universita’ e’ venuto un presidente americano a parlarci di fede per tutti e di una patria che non c’e’. Obama ha esordito con una serie di lodi e poi ha fissato alcuni punti nodali: primo, il terrorismo, la cui origine e’ da individuare in Al Qaeda e nei Taleban, senza menzionare chi li ha creati, armati e finanziati. Non ha spiegato che gli Usa, durante il loro scontro con l’Urss in Afghanistan, crearono Al Qaeda e i Taleban e finanziarono i movimenti islamisti in tutto il mondo arabo per combattere il comunismo e impedire l’avanzata del laicismo arabo. Secondo, ha parlato della tragedia palestinese ma non ha menzionato chi esercita la tortura contro quel popolo. Terzo, ha detto di voler bloccare la corsa agli armamenti in Medio Oriente, dicendo che impedira’ all’Iran di avere l’atomica, senza accennare al fatto che nell’agone c’e’ un solo competitore: Israele. Quarto, la democrazia. Qui ha assicurato i regimi autocratici arabi che non si intromettera’ nei loro affari. Quinto, la liberta’ religiosa accennando alle dispute fra sunniti e sciiti in Iraq, senza chiedere scusa per quello che gli Usa hanno fatto per dividere il popolo iracheno e tanto meno per il loro ruolo nel redigere una Costituzione che divide e alimenta le divisioni del paese alla stregua della Francia all’epoca dell’occupazione del Libano. L’Iraq infatti soltanto dopo l’occupazione Usa ha assistito a un conflitto fra sunniti e sciiti, cosa mai successa nei tempi moderni. Il Presidente ha insistito sul concetto di fratellanza e sulla divisione delle responsabilita’ per poter costruire un futuro migliore: tutti sono rimasti entusiasti delle sue parole e hanno tanto applaudito e sorriso. Obama e’ riuscito ad accontentare tutti. Credo che il suo discorso verra’ considerato il miglior sermone religioso di quest’anno, inshallah. *Scrittore del Cairo, autore di «Taxi» (Edito in Italia da il Sirente)

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DIARIO EGIZIANO/2 – ”Lo sapete? Hanno preso gli studenti”

La Stampa | Giovedì 4 giugno 2009 | Khaled Al Khamissi |

Un amico mi ha telefonato l’altro giorno dicendo che mentre stava guardando la tv ha sentito battere violentemente alla porta. «Chi e’? », chiede. «Polizia – fa una voce imperiosa – vogliamo i documenti di tutti quelli che abitano in questa casa». Siamo alla vigilia della visita di Obama e il mio amico vive vicino all’Universita’ del Cairo dove il Presidente parlera’. Eppure quell’appartamento non da’ sui luoghi cruciali, da li’ e’ impossibile compiere alcun attentato. La stessa cosa e’ accaduta ai suoi vicini. Mentre mi raccontavano quella storia, stavo guidando verso l’aeroporto del Cairo per andare a prendere un mio cugino. Appena arrivo, la polizia mi ferma e mi chiede la carta d’identita’. E’ la prima volta in vita mia, dopo tanti su e giu’ all’aeroporto. Non so perche’ gli agenti siano cosi’ ossessionati dal controllo dei documenti. Il giorno dopo, sono seduto al caffe’ in un vicolo stretto del centro. Le sedie arrivano fino in mezzo alla strada. Ordino un carcade’. Vicino a me, si discute animatamente sulla visita del Presidente americano. «Avete sentito? – chiede un tale – hanno arrestato duecento studenti dell’Universita’ teologica di Al Azhar. Quasi tutti dell’Asia centrale o russi. Nessuno sa dove li abbiano portati. E questo solo perche’ Obama visitera’ la loro facolta’». Qualcuno spiega che l’ospite ha aggiunto al suo programma una tappa in Arabia Saudita. Il vicino fa una battuta: «Suppongo che il governo egiziano abbia rifiutato di pagare i costi del viaggio, cosi’ l’Arabia Saudita come al solito ha dovuto mettere mano al portafoglio». Poi il discorso si fa serio. Uno dice che i sauditi da quando non ci sono piu’ i Bush, padre e figlio, si sentono orfani. «Riad e’ furiosa, perche’ Obama rivolge il suo messaggio al mondo islamico dal Cairo, cosi’ hanno fatto pressioni per avere il Presidente anche a casa loro». Un giovane che sta fumando il narghile’ dice di essere orgoglioso che Obama abbia scelto l’Egitto. «E’ chiaro – dice – che il nostro prestigio e’ alle stelle, siamo il piu’ importante paese musulmano». Un vecchio scuote la testa: «Essere il migliore o il peggiore dipende dalle condizioni reali e non dal giudizio degli altri. Siamo ormai un Paese fuori gara, come lo era la Cina all’inizio del secolo scorso. La visita non rimettera’ in moto la nostra sgangherata macchina: dobbiamo farlo da soli». Interviene una donna seduta al mio fianco che sta aspirando il fumo dalla pipa ad acqua: «Obama e’ soltanto un abile chirurgo plastico. Va in giro per migliorare il volto brutale dell’America nel mondo che Bush ha deturpato. Eh si’, e’ proprio un abile chirurgo plastico». Anche il cameriere, che ha appena portato una tazza di te’, vuole dire la sua: «Chiedo una sola cosa a Obama: che risolva una volta per tutte la crisi mediorientale. Se lo facesse diventerebbe il migliore Presidente nella storia americana. Peccato che non ho mai visto un politico mantenere la parola». Poi si lancia: «E’ vero che in campagna elettorale aveva promesso di fare a meno del petrolio nel giro di dieci anni? Se lo facesse Israele perderebbe la sua importanza strategica e l’intero Medio Oriente diventerebbe una scatola vuota. Non si sacrifichera’ mai piu’ un popolo per il petrolio, come e’ successo agli Iracheni. Ci lasceranno finalmente in pace». La ragazza che fuma il narghile’ sbotta: «Viva Obama il chirurgo plastico. Il piu’ bell’uomo d’America». Ma se il Presidente americano intende davvero inventare un’alternativa al petrolio, potrebbe trovare anche un’alternativa alla visita al Cairo. Magari parlando al mondo islamico dagli Stati Uniti. Intanto non cambierebbe niente e noi ci eviteremmo tutti questi fastidiosi controlli di polizia. *Scrittore del Cairo, autore di «Taxi» (Edito in Italia da il Sirente)

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DIARIO EGIZIANO/1 – Almeno dove passa lui puliscono

La Stampa | Mercoledì 3 giugno 2009 | Khaled Al Khamissi |

La visita di Obama ci portera’ qualche beneficio? Personalmente non credo. I vantaggi, in teoria, dovrebbero essere due. Primo, risolvere la questione palestinese, e in questo caso credo che mia zia Bahia, abilissima in cucina, sia molto piu’ brava del presidente. Secondo, Obama potrebbe donarci un po’ della ricchezza dell’America per rendere la nostra vita meno grama. Anche in questo caso credo che fallira’, per il semplice fatto che siamo gia’ un paese ricco sebbene meta’ di noi vivano sotto il livello di poverta’. Se l’America donasse tutti i suoi soldi all’Egitto i ricchi del nostro paese diverrebbero piu’ ricchi e i poveri piu’ poveri, quindi non ci sara’ nessun miglioramento. Questa e’ anche la conseguenza della politica imposta da Washington all’Egitto dal 1974, dopo l’alleanza voluta da Sadat. All’Universita’ del Cairo hanno cosi’ lucidato la cupola dell’aula magna da farla diventare piu’ brillante di un piatto di porcellana nuovo di fabbrica. La’ il presidente Obama terra’ il suo discorso il 4 giugno. Tutti gli egiziani sognano che il corteo dell’illustre ospite passi per le strade del loro rione, in modo che le autorita’ puliscano anche il loro quartiere come accade in molte zone, per evitare che l’ospite non cada in depressione alla vista di tanta sporcizia per le strade. A parte i benefici della pulizia, ci sono alcuni inconvenienti dovuti ai preparativi della visita. L’Universita’, per esempio, e’ stata trasformata in una fortezza. Obama arriva proprio durante il periodo degli esami di fine anno. Alcune facolta’ hanno dovuto rinviarli. Gli studenti di Lettere hanno chiesto il massimo dei voti in nome del principio di reciprocita’. Sostengono che, in circostanze normali, se avessero mancato l’appello del 4 giugno, sarebbero stati bocciati. Ma visto che e’ lo Stato a mandare a monte gli esami, tutti dovrebbero essere promossi automaticamente. Un lettore di un giornale locale ha suggerito agli apparati di sicurezza di dare il via proprio quel giorno a grandi saldi (con sconti fino al 90 per cento). In tal caso i commercianti dovrebbero essere risarciti dal ministero dell’Interno per le perdite subite. Cosi’, ha spiegato il lettore, il governo sara’ sicuro che il popolo non organizzera’ proteste. La gente si chiede se il protocollo esentera’ Obama (e il suo nutrito seguito) dalle misure di controllo sanitario all’aeroporto: gli stranieri che arrivano in Egitto sono sottoposti a un test sull’influenza suina. Si dice che una persona del seguito abbia contratto il morbo del H1N1 quando era con lui a Citta’ del Messico, lo scorso aprile. Obama avra’ una delegazione di un migliaio di persone, lo sostiene il tam tam dei caffe’ del Cairo. Perche’ ha portato con se’ cosi’ tanto personale? Affrontera’ nel suo discorso argomenti come i diritti umani, la democrazia, i diritti della minoranza copta? In ogni caso, sappiamo che sono soltanto espedienti retorici. Davvero la cosa piu’ importante e’ che il corteo di Obama passi per la mia strada. *Scrittore del Cairo, autore di «Taxi» (Edito in Italia da il Sirente)

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Gli scrittori

La Repubblica | Venerdì 5 giugno 2009 | Francesca Caferri |

Mohsin Hamid: “Un uomo sincero” QUELLO che mi ha davvero impressionato nel discorso di Obama è stata la sincerità che ho visto quando diceva di volere relazioni diverse da quelle che ci sono state finora fra gli Stati Uniti e i musulmani. La tensione fondamentale che vedo in Obama è quella fra un uomo sincero, quando dice di voler cambiare le cose, e il presidente degli Stati Uniti, che invece ha la responsabilità di difendere gli interessi americani. Cerca un equilibrio fra queste due forze: se riuscirà a trovarlo ce lo dirà soltanto il tempo. Marina Nemat: “Basta estremismi” HO APPREZZATO soprattutto il passaggio in cui Obama ha detto che dobbiamo affrontare l’ estremismo in ogni sua forma. Inoltre è stato molto importante il fatto che abbia ammesso che la reazione degli Stati Uniti all’ 11 settembre è stata illogica e che li ha portati ad allontanarsi dai propri ideali e dalla protezione dei diritti umani. E infine mi è piaciuto che abbia messo l’ accento sulla libertà di religione, sui diritti delle donne e sull’ importanza della non proliferazione nucleare: nessun paese dovrebbe avere armi nucleari. Fatima Mernissi: “Una rivoluzione” IL SUO discorso è una rivoluzione perché ha identificato la religione con la pace, e ha invitato a rispettare gli altri anche se non li conosci. Semplicemente incredibile fino a poco tempo fa. È bello sentire un presidente degli Stati Uniti che non parla solo in termini di merci: oggi mi pare che nessuno si curi più di produrre amore, invece che odio. Eppure è un bene prezioso, che ci vuole molto a far crescere. Se la società smettesse di concentrarsi sulla paura e pensasse a trasmettere amore, staremmo tutti meglio. Khaled Al Khamissi: “Troppa religione” SONO molto deluso: Obama ha scelto di usare lo stesso linguaggio religioso di Bush. Non sa che l’ università del Cairo è stata fondata da scrittori e intellettuali laici? Ha parlato a me come musulmano: ma io sono prima di tutto un egiziano, un laico, un arabo. E poi ha parlato in modo molto irrealistico, il bene e il male. Lavorare insieme è bene. Il terrorismo è male. Ma queste divisioni non esistono nella realtà: in ognuno di noi c’ è il bene e c’ è il male. Sì, lo ammetto: il mio giudizio globale è negativo. DAVANTI ALLA TV Dall’ alto in basso, il discorso di Obama seguito in televisione a Tirana, a Gaza City da alcuni militanti di Hamas e da una famiglia di Calcutta.

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Khaled al-Kamissi (1962), TAXI

| L’Indice dei libri del mese | Maggio 2009, n. 5 | Elisabetta Bartuli |

A patto di non considerlarlo un romanzo, Taxi è un libro magnifico. Khaled al-Kamissi (giornalista, regista e produttore cinematografico) vi ha raccolto cinquantotto sbobinature fittizie di altrettanti dialoghi e monologhi con/di tassisti egiziani, raccolti tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006. A fare da cornice alle voci che si raccontano, alcune brevi considerazioni dell’autore stesso, infaticabile fruitore, come tutti gli egiziani, delle vecchie, scalcagnate auto bianche e nere che percorrono le vie del Cairo ventiquattrore su ventiquattro. Giovanissimi o molto anziani, istruiti o quasi analfabeti, quasi tutti con un passato di migrazione alle spalle, tutti oberati di debiti e sfruttati da qualcuno (governo, proprietario dell’auto o poliziotto di turno), i taxisti offrono uno spaccato realistico di una città che, si dice, ha ormai superato i venti milioni di abitanti. Chiunque abbia visitato Il Cairo non può non riconoscere l’inarrestabile loquela di una classe lavoratrice che non conosce orari o turni, la curiosità, la sagacia, la rabbia e, talvolta, la maleducazione, di uomini che vivono la maggior parte della loro vita dentro un’automobile e hanno come unico svago il rapporto con il cliente. Dal momento della sua pubblicazione in originale, al Cairo il libro non ha mai cessato di essere venduto e dibattuto, segno inconfutabile di un vero interesse egiziano per “quello che tutti sanno e nessuno dice”, grazie anche e soprattutto alla particolare gradevolezza di una scrittura che riporta fedelmente dialetto e accenti della lingua parlata. Operazione, quest’ultima, che non risulta appieno nella versione italiana come, del resto, in quella inglese.

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Vecchi, sporchi e pericolosi si fermano i taxi del Cairo

La Repubblica | Venerdì 22 maggio 2009 | Francesca Caferri |

La battaglia per le strade del Cairo è cominciata. E promette di essere lunga, rumorosa, trasgressiva. Non è la solita lotta per la sopravvivenza nel traffico di una delle metropoli più caotiche del mondo, né tantomeno il quotidiano braccio di ferro fra chi infrange le regole della strada e chi cerca di farle rispettare. L’ ultima guerra che si è scatenata sui viali e nei vicoli della capitale egiziana l’ hanno dichiarata i tassisti al governo: oggetto del contendere la direttiva con la quale le autorità hanno stabilito che entro tre anni tutti i taxi egiziani più vecchi di 25 anni dovranno obbligatoriamente essere rimpiazzati con auto più nuove. «Ridurre l’ inquinamento e il numero di incidenti sono priorità non più rimandabili», è la linea del ministero dell’ Interno, che promette di ripulire le strade egiziane entro il 2011da Dacia 1300 romene, Fiat 1300, Peugeot 504 e Shahins turche. Il provvedimento riguarda migliaia di taxi (40mila nella sola Cairo), ma per il momento solo cinquemila tassisti hanno dimostrato interesse a cambiare macchina.A chi rottamerà il vecchio mezzo,i produttori garantiranno uno sconto fra le 2000 e le 5000 sterline egiziane (fra 270 e i 670 euro circa) sull’ acquisto di un’ auto nuova, le banche mutui a tassi favorevoli e il ministero dei trasporti un finanziamento mensile e l’ assegnazione di una campagna pubblicitaria da esporre sulle portiere: i proventi andranno direttamente al proprietario della macchina. Qualche settimana fa le prime auto nuove sono arrivate, i tassisti hanno capito che la legge, almeno in questa prima fase, non sarebbe rimasta sulla carta e per questo hanno cominciato a protestare. Walid, impiegato pubblico e – come secondo lavoro – tassistaè stato frai primia parlare con i giornalisti: «Guadagno 1000 sterline al mese guidando ed è il doppio di quanto prendo in ufficio. Non cambierò la mia macchina a meno che non mi forzino». «Lo stato dell’ auto dipende dal proprietario e dall’ autista, non dall’ anno di produzione. La mia è degli anni ‘ 70 ma è in un condizioni migliori di molte vetture nuove», ha insistito con i cronisti del settimanale Al Ahram un altro tassista, Ahmed Sayed. A prima vista il governo non sembra intenzionato a fermarsi. «I freni sono quasi distrutti. Le ruote possono staccarsi. Queste auto provocano un grosso numero di incidenti», ha detto commentando le polemiche Sharif Gomaa, del ministero dell’ Interno. Ma un esperto della vita dei taxi cairoti come Khaled al Khamissi ritiene che ancora una volta la riforma non passerà. «Non perché non sia una buona idea – spiega – ma perché, come spesso accade, l’ applicazione è pessima. Le auto fra cui i tassisti possono scegliere per accedere ai finanziamenti sono modelli cari e vecchi, come la Lada russa. Tutti sanno che nel giro di due anni questa macchina sarà rotta e inquinerà tanto quanto le quelle che hanno 30 anni». Al Khamissi sa di cosa parla: nel 2007 il suo primo libro – “Taxi, le strade del Cairo si raccontano”, storie ed aneddoti sulla vita quotidiana nella capitale egiziana vista attraverso i finestrini – vendette centinaia di migliaia di copie e fu ristampato sette volte. «È come provare a mettere il trucco sul viso di un morto per farlo sembrare più bello – ironizza l’ autore – il governo vuole migliorare l’ aspetto del Cairo. E cosa fa? Propone modelli scadenti e costosi. E come pensano che i tassisti possano pagarle? Non possono certo aumentare i costi delle corse, che sono già troppo care per gli egiziani». Cosa fare allora? Al Khamissi non ha la sfera per vedere il futuro, ma vive al Cairo da anni ed è certo che questa riforma, come tante di quelle che l’ hanno preceduta, affonderà presto: «Questo è l’ Egitto – conclude – le regole che valgono per altri paesi qui non funzionano mai».

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Estratti

La riforma della scuola in Egitto (Italia?)

Estratto da 
“TAXI. LE STRADE DEL CAIRO SI RACCONTANO”
di KHALED AL KHAMISSI

Il tema dell’istruzione e delle lezioni private fa da vertice alla piramide delle preoccupazioni del cittadino egiziano. Nessun altro problema – eccetto la maniera di sbarcare il lunario – ne condivide la vetta.
Le due questioni rappresentano il fulcro dei pensieri della stragrande maggioranza delle persone, perché quella egiziana è la società della famiglia per eccellenza e i bambini riempiono la famiglia con schiamazzi, amore, speranza, preoccupazione e, senza dubbio, col problema dell’istruzione e delle lezioni private.
A completare il quadro astrale, c’è il fatto che ogni egiziano corre dietro al guadagno per poi andarlo a riporre nelle mani dei professori privati; e di lezioni private ce ne sono quante le marche dei vestiti. Lezioni di ogni genere, con una gamma di prezzi adattabili a ogni livello e classe sociale.
Pertanto, una lezione di matematica può costare 10 lire, così come può costarne cento; e se non puoi permetterti di spenderne neanche dieci, ci sono le classi di rafforzamento, le lezioni collettive, i centri doposcuola… insomma, in fin dei conti è un business come un altro.
Ti basterà toccare il tasto dell’istruzione con qualsiasi tassista padre di figli in età scolare per vederlo decollare come un missile inarrestabile, neanche provassero a fermarlo gli ingegneri della NASA in persona.
Quel giorno di settembre del 2005 avevo appena pagato le rette scolastiche dei miei tre figli (le mani mi scottavano ancora per quel salasso) e, al solo sedermi nel taxi, premetti on sul tasto istruzione… ed ecco che il tassista partiva:

TASSISTA  I miei figli mi faranno venire un infarto… l’unico maschio fa la sesta elementare e quanto è vero Iddio manco sa scrivere il suo nome. A fine anno lo aiuteranno a copiare e così passerà all’anno dopo, perché altrimenti la scuola va a finire nei casini e quelli del ministero gli faranno il terzo grado.
Poi c’ho due femmine che vanno alle superiori. Una fa la terza e un’altra la seconda.
Ringraziando Dio le femmine sono sveglie… ma mi stanno lasciando in mutande con le lezioni private. Pago per ognuna 120 lire al mese… te lo immagini? Ognuna prende ripetizioni di tre materie e ogni lezione viene 40 lire al mese. All’inferno con raccomandata espresso devono andare! E quando cresce quell’altro genio di mio figlio Albertino, con le cervella da melone che si ritrova, di ripetizioni cento gliene dovrò pagare.
Lo sai come funziona a casa nostra? Evelina, la più grande, dà le lezioni private ad Albertino e si prende da me i soldi per pagarsi le lezioni sue… e, secondo te, non le devo insegnare a guadagnarsi la pagnotta coi suoi sforzi?
(ridendo) Ma, ovviamente, a insegnargli non ci riesce per niente e da me si prende i soldi, e basta.

IO  E in tutto questo la scuola dove sta?

TASSISTA  La scuola? Vi dico che manco il nome suo sa scrivere e mi venite a dire la scuola? Eccola qua l’istruzione gratuita signore mio: non paghi? Non hai niente… il bello è che pure il niente lo paghiamo. Alle elementari spendiamo 40 lire per i libri e alle medie e superiori ottanta. Se non paghi, niente libri. Questo è il sistema.
Professò, l’istruzione per tutti era uno di quei bei sogni andati, che hanno lasciato solo la forma e l’apparenza. Sulla carta l’istruzione è come l’acqua e l’aria: un diritto per tutti quanti. Ma la verità è che i ricchi imparano, lavorano e guadagnano, mentre i poveri non imparano, non lavorano e non guadagnano niente: buttati per strada come mondezza… te li farò vedere: niente lavoro né bottega.
Naturalmente con l’eccezione dei geni e, sicuramente, il mio Albertino non rientra nella categoria.
Però che ci volete fare, io ci provo lo stesso. Pago le lezioni private pure se sono un disperato. Che posso fare di più?
E poi non si sa mai, va a finire che Nostro Signore fa il miracolo e Albertino mi diventa un altro Zawil… che ne puoi sapere?

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Tra i tassisti del Cairo

TERRASANTA.NET – 06/10/2008
di Carlo Giorgi

S’intitola semplicemente Taxi il primo effervescente libro di Khaled Al Khamissi, giornalista, regista e scrittore di novelle egiziano. L’opera è diventata un successo editoriale al Cairo, con 35 mila copie vendute e sette ristampe consecutive nell’arco di un solo anno. Il testo è ora pubblicato anche in Italia per i tipi della piccola casa editrice Il Sirente.
Il libro di Khaled Al Kamissi non poteva che essere partorito da un cittadino del Cairo, dove ogni giorno circolano – cercando di districarsi nel caotico traffico della megalopoli araba e di accaparrarsi il maggior numero di passeggeri – fino a 80 mila taxi. L’autore assicura di avere fatto, negli anni, centinaia di corse in taxi per le strade della capitale, di essere montato su vetture di ogni tipo, guidate da autisti di ogni categoria sociale, livello di istruzione, convinzioni politiche. E raccoglie nelle pagine del volume, uno spettro di incontri e testimonianze tanto variegato da raccontarci, in un modo nuovo, la realtà più credibile del mondo arabo moderno.

Il volume è ben strutturato. Ispirati all’abbandono fatalista ma sereno della fede islamica, il primo e l’ultimo racconto del libro, in cui due tassisti diversi, come due angeli, aprono gli occhi al passeggero, tra un semaforo e un intasamento, sulla bontà della vita e di Dio; con una saggezza macerata nel traffico di migliaia di chilometri percorsi nelle strade urbane.

Gli altri conducenti di cui racconta Kamissi, sono il genere umano, e in particolare il mondo arabo, in un unico grande affresco:  un’umanità dolente e arrabbiata; passionale o disillusa. Vitale, nonostante sia sempre ad un passo dallo sfinimento. Dall’autista fanatico religioso che aggredisce l’autore con una filippica contro il malcostume delle donne; all’altro che strangolerebbe seduta stante la polizia corrotta; da chi girato il mondo, trascorrendo una vita da emigrato all’estero, alla fine s’è ridotto a guidare un taxi al Cairo; al malcapitato pressato dalle rate della vettura e costretto a guidare per tre giorni di seguito.

Kamissi ha scritto il libro rispettando il dialetto arabo della gente semplice della capitale egiziana. Nella traduzione italiana s’è scelto di utilizzare espressioni dialettali meridionali, e in particolare napoletane, per esprimere la «popolanità» del parlato.

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Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

MULTITAXI.SPLINDER.COM 08/06/2007
di Multitaxi

Analfabeti e diplomati, sognatori e falliti, taciturni e loquaci, chi racconta barzellette e chi commenta la situazione in Iraq. E’ la variegata galleria di tipi e personaggi in cui capita di imbattersi salendo su un taxi al Cairo, e le cui voci vengono ora raccolte in un libro pubblicato da poco in Egitto e diventato presto un successo,“Taxi (Conversazioni in tragitto), del giornalista e regista Khaled al Khamissi. Il libro raccoglie in 220 pagine 58 racconti-monologo che hanno la voce degli autisti di taxi del Cairo: storie tratte dalla realtà, ma romanzate, e raccontate in un linguaggio colloquiale, che differisce molto dalla lingua letteraria usata dalla maggior parte degli scrittori egiziani, e che forse costituisce il segreto del successo di questo libro.
Il volume, pubblicato a inizio gennaio, dopo tre mesi aveva già venduto 20mila copie e ora è già stato ristampato tre volte. I tassisti protagonisti di questo libro sono assai differenti, sognatori e filosofi, misogini e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici con quell’ironia così particolare dei cairoti magistralmente descritta dallo scrittore Albert Cossery, ma accomunati da uno stesso destino: quello di dover lottare quotidianamente per farsi strada, nel senso letterale della parola, in un mondo rumoroso e caotico. Nei confronti di questa categoria spesso poco amata e stigmatizzata dagli abitanti del Cairo, l’autore non nasconde di nutrire una particolare simpatia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Khamissi ricorda quello che spesso i clienti di un taxi al Cairo dimenticano, ovvero che i tassisti appartengono per lo più a categorie sociali tra le più bistrattate economicamente, i loro nervi sono messi alla prova dal caos delle strade del Cairo, una metropoli bellissima ma inquinata e polverosa formicolante di oltre 16 milioni di abitanti, attraversata ogni giorno in totale da 22 milioni di persone, in macchina, autobus e metropolitana ma anche su carretti trainati da asini e vesponi Piaggio. Con un sottofondo perenne di clacson e una sorprendente commistione tra città, campagna e deserto. Lo descrive bene, l’autore, il loro inferno: “E’ un mestiere sfiancante, lo stare sempre seduti in automobili poco confortevoli distrugge le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo demolisce il loro sistema nervoso, i perenni imbottigliamenti li sfiniscono nervosamente e il correre dietro il loro sostentamento – correre nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi.
Aggiungete a questo le trattative e le litigate con i clienti per il prezzo da pagare in assenza di tachimetri, e il tormento dei poliziotti che li inseguono…”. L’autore si sofferma anche sulle loro riflessioni sul proprio Paese, i giudizi sui dirigenti, le critiche alla corruzione dei poliziotti, le molte parole che quasi tutti spendono sulla situazione in Iraq e sull’America: ne risulta una sorta di documento sulla vita quotidiana del Cairo, composto da porzioni di reale che non corrispondono né all’immagine mostrata ai turisti, né a quella fornita dalla produzione letteraria o cinematografica.

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Comunicati Stampa

Khaled Al Khamissi presenta “Taxi” alla Settimana della lingua italiana

Martedì 4 novembre 2008, alle ore 19.30 presso l’Istituto Italiano di Cultura a Il Cairo viene presentato il libro “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano“, nell’ambito della Settimana della lingua italiana, con la partecipazione dell’autore Khaled Al Khamissi e dell’editore il Sirente. A seguire verrà proiettato il film “Driving to Zigzigland“.

Un libro dedicato «Alla vita che abita nelle parole della povera gente.» 

L’evento sarà un occasione unica di scambio e interazione tra cultura italiana, egiziana e araba. La particolarità della traduzione italiana trascinerà i partecipanti per le strade e le piazze del meridione italiano.

IL LIBRO. “Taxi” è un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani, a cui da voce il promettente Khaled Al Khamissi, sono degli amabili cantastorie che con disinvoltura conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni. «Taxi è un articolata e divertente critica alla società e alla politica egiziana» dice Mark Linz, direttore dell’Università Americana al Cairo, «è unico nel suo genere perché usa una buona dose di humor per trattare argomenti a cui solitamente gli egiziani riservano un’estrema serietà.»

Primo libro di Khaled Al Khamissi Taxi in Egitto è diventato un best-seller, ristampato 9 volte nell’arco di un anno, oltre 90.000 copie vendute in Egitto, paese in cui 3000 copie sono considerate un successo. 58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006. Il diluvio di parole che emettono gli autisti è spontaneo e disordinato e sommerge il lettore regalandogli varie prospettive da cui guardare l’Egitto. L’essere umano è alla base di questo libro, ‘l’uomo della strada’ con parole semplici e chiare esprime i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, dell’Egitto, ma anche del mondo arabo.

La “Settimana della Lingua Italiana nel mondo”, che ha visto il suo esordio nel 2001 è giunta ormai alla sua ottava edizione. Il tema della manifestazione sara’ quest’anno “L’Italiano in piazza”, un itinerario virtuale attraverso le citta’ piu’ importanti di Italia per raccontare la storia linguistica e culturale del nostro Paese, individuando proprio nella piazza non solo il luogo architettonico, ma il teatro di ogni aspetto della vita quotidiana e il centro catalizzatore dell’attività politica, culturale e artistica. Dunque una storia della piazza che e’ anche storia delle tradizioni linguistiche italiane, dalla loro fioritura dialettale fino all’italiano come lingua nazionale.

L’autore sarà in Italia per un tour di presentazioni dal 29 novembre all’8 dicembre. Per saperne di più su Taxi e Khaled Al Khamissi e conoscere le date delle presentazioni: http://www.sirente.it/9788887847147/taxi-khaled-al-khamissi.html

PROGRAMMA:

Ore 19.30 Teatro dell’Istituto Italiano di Cultura
Presentazione della traduzione in lingua italiana del libro Taxi di Khaled El Khamissi alla presenza dell’autore e dell’editore (il Sirente). Taxi, un best-seller con oltre 95.000 copie vendute in Egitto, è un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti.
Khaled El Khamissi, giornalista, regista e produttore, presenta ironicamente la sua città affrontando allo stesso tempo tematiche importanti quali la politica, l’economia, l’istruzione e la sanità.

Segue rinfresco

Ore 20.00 Teatro dell’Istituto Italiano di Cultura
Proiezione del film “Driving to Zigzigland” (Usa/Palestina 2006, 90 min.). Viaggio di un taxi californiano ironico ma amaro: uno spaccato della società occidentale vista con gli occhi di un arabo. Un tassista palestinese di Los Angeles è costretto a dimostrare di non essere un terrorista dopo gli eventi dell’11 settembre ritrovandosi nelle situazioni più paradossali.

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TAXI

INCONTRO
di Tiziana Barrucci

Che gli autisti dei taxi possano fornire il polso della società in cui vivono non è di certo sfuggito a Khaled al Khamissi, autore del best seller egiziano “Taxi”

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Il Cairo in movimento

IL SOTTOSCRITTO – 24/09/2008

di Silvia Lutzoni

«Non è uno studio sociologico o antropologico, né tantomeno un reportage giornalistico», ha dichiarato Khaled el-Khamissi, giornalista, regista e produttore (dirige la Nile Production Company), a proposito di Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, suo libro d’esordio che, dalla sua uscita al Cairo a gennaio 2007, è ormai arrivato alla dodicesima ristampa ed è già stato tradotto in inglese e francese. Resta comunque difficile tentare di collocarlo all’interno di un genere letterario ben definito quando è vero che è costituito da cinquantotto dialoghi – scritti in arabo dialettale – tra un giornalista e una serie di tassisti cairoti che fotografano così l’Egitto con tutti i suoi problemi, senza lesinare attacchi al Potere, ma non rinunciando mai a una dose massiccia di ironia. Ed è proprio la scelta dell’arabo colloquiale che deve aver posto non poche incertezze al traduttore, Ernesto Pagano, fino a condurlo alla scelta di appoggiarsi al suo retroterra culturale: i dialoghi sono stati infatti resi con l’uso di locuzioni tipicamente campane (ma uno dei racconti, Filosofia del tassinaro, è in romanesco) che, se da un lato potrebbero avere l’effetto di decontestualizzare il racconto, fino a disorientare il lettore, dall’altro assicurano agli scambi la vivacità urbana che l’uso dell’italiano avrebbe forse penalizzato. Il libro, pubblicato dall’editore dell’Aquila il Sirente, inaugura la collana «Altriarabi»,  che si propone di presentare al lettore italiano quegli autori arabi  che non si conformano al nostro stereotipo di orientale, e che tentano di rappresentano i loro Paesi discostandosi da quello che spesso è un immaginario colonizzato.

Come è nata l’idea di scrivere un libro come Taxi?

E’ difficile parlare di un inizio. Questo libro è nato come il frutto di un insieme di circostanze e di idee. Nella mia casa si respirava cultura e posso affermare che letteratura fosse nei miei geni: sono nato e cresciuto in una famiglia di scrittori, lo era mio padre, mio nonno, e anche i miei zii sono scrittori. Ho studiato scienze politiche  alla Sorbonne a Parigi, dove i miei professori mi hanno abituato ad indagini complicate e altamente pedagogiche sulla società e sui fenomeni politici. Ma sono sempre stato affascinato dalla semplicità delle analisi della gente comune – e gli egiziani in queste sono impareggiabili – che con strumenti disparati sono in grado di fornire analisi economiche e sociologiche molto più esaustive di quanto non riesca a fare un accademico.  Ho pensato che sarebbe stato interessante parlare di storie normali, ecco, della vita vera. Ma non sono effettivamente mai salito su un taxi pensando di intervistare il tassista, né avrei mai pensato che dalle chiacchiere scambiate per passare il tempo, per cortesia, avrei mai tratto un libro. L’idea è venuta dopo.

Nella «Premessa indispensabile» al libro lei dichiara di aver escluso dal libro alcuni dialoghi perché ritenuti inopportuni.

E’ stato un avvocato a suggerirmi di eliminare dal libro alcuni dei dialoghi, ma per evitare di incappare in procedimenti legali, non per paura della censura. Molte storie parlano di fatti che tutti conoscono, di cui tutti parlano, ma di cui non esiste certezza perché nessuno di questi personaggi è mai stato ufficialmente processato. Allora parlarne è lecito, scriverne è un altro discorso.

E’ stata dunque una sorta di autocensura in un Paese in cui la censura ufficialmente non esiste.

Non è ufficiale, certo, ma è presente, e la strada è l’unico luogo dove la gente può parlare liberamente. Il popolo egiziano ha avuto una storia di oppressione tra le più lunghe in assoluto, per cui credo che abbiamo sviluppato una specie di gene che testimonia della nostra paura del Potere. Per sopravvivere non facciamo altro che produrre barzellette sul Governo e sulle istituzioni. L’ironia resta la nostra unica arma di difesa.

Taxi è stato pubblicato a pochi anni di distanza da un altro bestseller, Palazzo Yacoubian (Feltrinelli, 2006), di Alaa Al-Aswani, un romanzo che, seppur diverso nella forma e nei temi trattati, è caratterizzato da un certo impegno civile. Entrambi hanno venduto oltre centomila copie, un fenomeno piuttosto inconsueto, se consideriamo che il mercato librario arabo, per quanto in forte espansione, non annovera più di venti, trentamila titoli l’anno. E’ stato l’impegno civile il segreto del successo di questi libri?

 Sono molti i libri impegnati civilmente che vengono pubblicati ogni anno in Egitto, ma nessuno di questi diventa un bestseller. Non so che cosa sia necessario per assicurare a un libro il successo di vendite, e noi scrittori non abbiamo una ricetta. Il mio e il libro di Alaa al-Aswani non sono stati concepiti per diventare bestseller, ma per esprimere qualcosa che sentivamo la necessità di mettere per iscritto.

Quello sulla diglossia nei Paesi arabi è un dibattito tanto antico quanto enorme. Lei ha scelto di scrivere la maggior parte del libro in dialetto egiziano. Una scelta discutibile se si considera quanto di recente affermato da Alaa Al Aswani, e cioè che sono gli orientalisti a sostenerne l’uso.

Scrivo in l’arabo standard nelle parti in cui è il narratore a raccontare, mentre mi servo del dialetto egiziano nei dialoghi: il punto è che i dialoghi costituiscono l’ottanta per cento del libro. Non mi pare di aver operato una scelta innovativa: basti pensare soltanto a un libro come Il ritorno dello spirito del grande drammaturgo e narratore egiziano Tawfìq al Hakìm, un libro pubblicato negli anni Venti  del secolo scorso in cui tutti i dialoghi sono scritti in vernacolo. E’ dunque una caratteristica che entrata da tempo nella nostra letteratura. Inoltre, per me era ovvio che nel momento in cui avevo scelto di ambientare i miei racconti nella strada, la lingua della strada fosse di conseguenza l’unica attendibile.  Posso accettare solo in parte ciò che sostiene Al Aswani quanto agli orientalisti. Ho molto rispetto per il dialetto egiziano: è la lingua che effettivamente parliamo: è una lingua vera e viva. Rispetto anche la fushà, l’arabo standard, perché rappresenta la nostra storia, ed è la lingua che ci permette  di mantenere una certa  relazione tra i Paesi arabi. Credo che non si tratti di una competizione, però, per cui io posso dire di stare con una o con l’altra squadra. Non è così facile: posso parlare e scrivere in entrambi, sono due elementi che non possono fare a meno di convivere nella mia cultura.

Uno dei tassisti protagonisti del libro afferma: «Vorrei vedere con tutto il cuore i Fratelli Musulmani salire al potere [… ] E perché no?! Abbiamo già provato  tutto. Provammo il re e non funzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti […] e allora perché non proviamo pure i Fratelli Musulmani? Chi lo sa, va a finire che funzionano».

Ho sentito questa frase detta da centinaia di persone, e persone di diversi livelli sociali. Ho un amico che lavora al Marriott hotel che è della stessa opinione: dall’età di sedici anni studia e lavora nel campo del turismo e quando ho obiettato che con i Fratelli Musulmani al potere, molto probabilmente, il Marriott non avrebbe più modo di esistere e lui di conseguenza perderebbe il lavoro, mi ha risposto che la cosa non lo interessava.

 Qual è il ruolo della cultura oggi in Egitto?

Il governo ha fatto di tutto negli ultimi vent’anni per affermarsi come l’unico produttore di cultura. E ciò vale per quanto riguarda la letteratura, la televisione, il cinema. Negli ultimi tre, quattro anni, però, i produttori privati stanno aumentando, e così sono aumentati i romanzi pubblicati, le produzioni teatrali e televisive. Adesso possiamo veramente avere la speranza di poter fare qualcosa di nuovo e valido nel futuro. La macchina della cultura è in movimento, insomma.

Una gestione privata in questo senso gioverebbe alla cultura?

Non posso dire se una gestione privata possa costituire una soluzione. C’è tutto un sistema organizzativo che deve necessariamente essere riformato. Pensiamo a un evento come la Fiera del libro del Cairo: il Governo dovrebbe smettere di occuparsene, su questo non c’è dubbio, per lasciare spazio a chi la cultura e la letteratura effettivamente produce, ma questo non accadrà facilmente. Ho passato tutta la mia vita a tentare di produrre cultura e nel rapporto con le istituzioni – parlo di funzionari, non delle alte istituzioni – ho sempre avuto delle difficoltà, mi sono stati imposti dei limiti. Di certo con una gestione privata non accadrebbero episodi incresciosi come quello accaduto proprio nel 2007 alla Fiera del Libro. Per quella occasione invitai a parlare del mio libro due tra i più eminenti intellettuali egiziani, Galal Amin e Abd el-Wahab el-Messiry. Quest’ultimo, deceduto lo scorso luglio, aveva dei problemi di salute, così chiesi che potesse avere la possibilità di arrivare all’ingresso della sala conferenze con la sua auto. Mi fu data l’autorizzazione, ma all’ingresso la sua auto fu bloccata da un ufficiale che cedette alle nostre richiesta soltanto perché il direttore della fiera, Nasser al-Ansari, in quel momento si trovava a passare accanto a noi. Così l’auto varcò i cancelli, ma duecento metri dopo fu fermata da un altro ufficiale: questa volta, senza l’aiuto di al-Ansari, non poté proseguire. Ora, un uomo come Nasser al-Ansari è il direttore della fiera, e una delle menti migliori del nostro Paese non può accedervi per i capricci di un basso funzionario. Sembra uno scherzo, un brutto scherzo, ma questa è la realtà dei fatti nel mio Paese.

Bahaa Taher, uno fra i più importanti scrittori egiziani contemporanei, in «Amore in esilio»,  romanzo scritto nel 1995 e appena tradotto da Ilisso, faceva pronunciare al protagonista queste parole: «Tutti gli arabi hanno smesso di crescere».

Sono passati tredici anni dalla pubblicazione di quel libro: è chiaro che Bahaa Taher si riferisse con quelle parole a una situazione storica che con il tempo non ha potuto che modificarsi. Credo di poter sostenere, senza incertezze, che stiamo davvero cominciando una nuova era della nostra storia culturale. E’ vero, tuttavia, che abbiamo dei problemi. I Paesi arabi, ognuno a suo modo, stanno attraversando il periodo più buio degli ultimi cento anni. Siamo totalmente occupati dagli Stati Uniti:  fisicamente come avviene in Iraq o virtualmente come accade in Egitto. I nostro governi dipendono in tutto e per tutto da quello americano. Ma ciò che è peggio è che molti Paesi europei stanno seguendo e concordano con quel genere di politica e vi contribuiscono. Dobbiamo ammettere che i nostri sono Paesi occupati.

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La società egiziana a bordo di un Taxi

| Mediterraneaonline | Domenica, 21 settembre 2008 | Cristina Giudice |

Presentato ad Alghero in prima nazionale il libro di Khaled Al Khamissi, un viaggio nella Cairo di oggi

È un vero e proprio viaggio all’interno della realtà egiziana attuale quello che si fa sfogliando le pagine di “Taxi”, il romanzo di Khaled Al Khamissi, presentato in anteprima in Italia ad Alghero all’interno del Festivalguer “Porto Mediterraneo”. Lo scrittore egiziano ha scelto la riviera del corallo per presentare quello che in Egitto è stato il caso editoriale dello scorso anno, arrivato all’ottava ristampa e a 35 mila copie vendute, in un paese dove già 3000 copie costituiscono un successo.

Al Khamissi racconta, in 58 storie brevi, messe insieme fra il 2005 e il 2006 parlando con i tassisti del Cairo, la vita quotidiana, le frustrazioni, le speranze e le amarezze di un popolo «oppresso e povero e senza possibilità di sopravvivenza – come lo ha descritto lui durante la presentazione – che in molti casi ha perso la speranza, ma non la voglia di scherzare, di ridere e di vivere».

“Taxi” è un libro all’apparenza leggero e godibile, grazie anche ad una scrittura semplice in cui, invece del pesante arabo letterario, domina la lingua parlata nei discorsi diretti fra il tassista e lo stesso autore, come in un siparietto teatrale ricco di espressioni gergali e battute ironiche. Proprio come il popolo che racconta però, il libro nasconde sotto questa apparenza di leggerezza e, a volte, di vera comicità, i moltissimi problemi di un paese che cerca la propria strada fra la voglia di adozione di uno stile di vita europeo (ancora oggi esclusivo appannaggio delle classi più ricche della società) e la restrizione delle libertà imposta dal governo, i bassi livelli di cultura e i notevoli problemi economici.

Al Khamissi rifiuta l’idea che lo sviluppo dell’Egitto sia impedito da fattori religiosi e guarda piuttosto a motivazioni politiche ed economiche, imputando anche all’Europa le sue responsabilità.

«Non si può parlare della cultura egiziana identificandola solo con quella musulmana – ha ricordato Al Khamissi – perché in Egitto ci sono anche molti cristiani, che abitavano nel paese ancora prima dell’arrivo dei musulmani, e una parte di laici. Il problema è una difficile situazione geopolitica – ha continuato lo scrittore – complicatasi dopo la guerra del ’73 contro Israele, che portò a nuovi accordi con gli americani e ad un’agenda politica che prevedeva la lotta contro il socialismo e gli elementi laici in Egitto. Per realizzarla gli americani stessi finanziarono gruppi estremisti islamici ed è noto, per esempio, che nell’università di Asiut, tra il ’76 e il ’78, un gruppo di studenti girava armato. E fu proprio quel gruppo ad uccidere poi il presidente Sadat. La successiva impennata dei prezzi del petrolio diede un fortissimo potere economico all’Arabia Saudita che iniziò, accanto agli Stati Uniti, a finanziare gruppi estremisti in tutto il mondo».

Se è dunque giusto affermare che non è l’Islam il responsabile dell’arretratezza del paese, la colpa è probabilmente da imputare ad un sistema scolastico fallimentare, spesso ingiusto, che non combatte l’ignoranza dilagante e che non è visto come un mezzo per potersi migliorare.

«Molte delle speranze che il popolo egiziano nutriva sono morte – ha detto Al Khamissi – e nessuno fa affidamento sul sistema di istruzione: nemmeno i genitori pensano che possa essere utile a migliorare la vita dei figli. Negli anni ’50 e ’60 ci fu un momento di speranza di riscatto dal passato e anche i contadini guardavano al loro raccolto con ottimismo, perché due ettari di terreno coltivato a cotone erano sufficienti per sostenere una famiglia per un anno. Oggi non bastano più. Nemmeno con Sadat la speranza di miglioramento era legata all’istruzione, ma al business e alla creazione di nuovi esercizi commerciali aperti all’occidente, il cui monopolio però è andato a favore di pochissimi lasciando la maggioranza della popolazione nella fame. Anche la speranza nazionale del mondo arabo di cacciare Israele e i colonizzatori inglesi è fallita e oggi dobbiamo accettare come un dato di fatto la colonizzazione degli americani».

Proprio come farebbe un qualsiasi cittadino egiziano, “Taxi” racconta questa difficile realtà col sorriso e una punta d’ironia: dalla giovane costretta a togliersi il niqab (il vestito nero che copre il corpo completamente lasciando scoperti solo gli occhi) a bordo del taxi per poter andare a lavorare al tassista che propone di provare i Fratelli musulmani, giusto per cambiare, come alternativa a Mubarak o all’altro che accusa il raìs di preoccuparsi solo dei ricchi del paese. Da chi racconta le peripezie affrontate e le bustarelle versate agli ufficiali di polizia per il rinnovo della licenza a chi, pur appassionato di film, confessa di non andare al cinema da 20 anni perché non può permettersi il biglietto. E poi un altro che, completamente sfiduciato dal sistema scolastico, ha ritirato i figli da scuola perché «non stavano imparando niente».

Le storie di questo libro danno voce per la prima volta ad una categoria umana ai margini della società egiziana, spesso invisibile. Il tassista è solo colui che guida, portandoti da un posto all’altro di questa enorme metropoli di circa 18 milioni di persone con la sua macchina scassata, che a volte non si sa come faccia a camminare ancora. Chi però abbia vissuto al Cairo abbastanza sa bene che una conversazione con i tassisti a volte vale molto più della lettura di un libro per capire questo paese. Commentano la partita della sera prima, funestata dalla partecipazione del presidente in tribuna (che, a quanto pare, porta davvero sfortuna); ricordano quando con 25 piastre (0,03 cent) potevi comprarci il pane; condannano le stragi compiute in Iraq e Palestina contro i loro “fratelli” e lo strapotere degli Usa nel mondo. Se poi gli dici di essere italiano, viene fuori qualche parente che da anni vive nel nostro paese e ti dicono tutti che sognano di sposare un’italiana e lasciare l’Egitto perché l’Italia è un paese meraviglioso dove si trova lavoro. Qualcuno va sul personale e parla dei figli che sono riusciti a laurearsi nonostante tutto, mentre un altro racconta di essere appena uscito dal suo lavoro mattutino in un’azienda privata, cosa molto comune fra i tassisti cairoti che, per la maggior parte, arrotondano guidando i magri stipendi dell’amministrazione statale e di aziende pubbliche o private.

Quella dei tassisti è forse la categoria umana che meglio rispecchia da sola la molteplicità della società cairota e il merito di Al Khamissi sta nell’averle dato voce per la prima volta.

«Bisogna leggere chi scrive della realtà di questi paesi e della loro cultura», ha esortato Al Khamissi, evidenziando quella che, secondo lui, è la responsabilità occidentale nell’aver creato incomprensioni, fraintendimenti e stereotipi rispetto al mondo arabo. «C’è un forte bisogno di comprensione e conoscenza reciproca – ha continuato lo scrittore – mentre la stampa europea, in particolare quella francese, inglese e americana, scrive di una realtà creata da e per l’immaginario americano. Il signor Bush ha nella sua agenda un progetto politico ed economico chiaramente militare in cui purtroppo i giornalisti lo seguono».

In risposta a questa informazione di parte l’opera di Al Khamissi va letta proprio per la sua capacità di raccontare dall’interno e in modo semplice e diretto la reale vita quotidiana del Cairo.

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Taxi Writer

VENTIQUATTO DEL SOLE 24 ORE – 5/09/2008
di Elisa Pierandrei

Lo scrittore Khaled Al Khamissi ha viaggiato per un anno sulle auto pubbliche cairote. Dalle chiacchiere con i conducenti è scaturito un libro, in breve divenuto un bestseller. Perché le storie ascoltate nelle convulse vie della capitale lasciano trapelare una denuncia caustica e ironica del malessere sociale che attraversa il Paese.

Scendo di corsa le scale della palazzina. Il mio bawab – il giovane portiere che passa il tempo seduto nell’ingresso o a dormire nella sua stanzetta nel sottoscala – mi ferma il primo taxi di passaggio in via 26 Luglio, nel ricco quartiere di Zamalek, il cuore della Cairo cosmopolita. Salgo su una vecchia Fiat bianca e nera. L’autista agguanta una sigaretta – anche se sul cruscotto c’è scritto “vietato fumare” –, sporge la mano dal finestrino e si rimette in carreggiata. Direzione Downtown Cairo. Prima accende la radio, Imad (così si è presentato) mi chiede se la musica mi disturbi. Non importa: siamo in coda da dieci minuti nel frastuono dei clacson. Alle cinque del pomeriggio la corniche, la strada che costeggia il Nilo, è intasata dalle automobili di chi rientra a casa.
Imad è abituato. Si mostra curioso nei miei confronti e, nonostante mi esprima in arabo, capisce che sono straniera (un guaio, pretenderà più soldi: la maggior parte dei taxi del Cairo non ha il tassametro). Farfuglia qualcosa su Berlusconi e sul calcio. Dice che gli italiani sono miyya miyya («al cento per cento»). Allora lo stuzzico chiedendogli se gli piaccia vivere nell’Egitto del presidente Hosni Mubarak o se vorrebbe al potere il movimento islamico di Fratelli Musulmani (bandito ma tollerato dalle autorità del Cairo), principale forza all’opposizione nel Paese. Risponde che vorrebbe provare il Governo degli islamici, anche se lui non prega né va in moschea: «Perché no? Li abbiamo provati tutti».
Siamo arrivati, e quasi mi dispiace: è raro in questo Paese trovare uno sconosciuto pronto a discutere di politica. La portiera è sfondata e la maniglia non c’è, Imad scende e mi apre dall’esterno. Pago la corsa ed entro in un piccolo caffè del centro.
Sono in ritardo, ma troverò comprensione.

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Cairo Cabbies Gab About Back

BLOOMBERG – 11/09/2008
Interview by Daniel Williams

Even casual travelers to Cairo soon learn one thing about the city: Its taxi drivers delight in gabbing about politics, religion, the weather, their family, your family, their income, your salary — whatever — while you are captive in their cabs.

Khaled Al Khamissi, an Egyptian public-relations agent and author, recounts dozens of conversations he’s had with chatty drivers in a book called “Taxi,” a rolling portrait of contemporary Cairo. For him, cabbies are the city’s town criers.

“Taxi drivers are always in the street, day and night,” Al Khamissi says in an interview in his third-floor office looking onto a Cairo plaza jammed with cars and people.

“They are the bloodstream of Cairo and express the whole suffering of society and the determination to overcome the problems of survival in Egypt.”

First published in Arabic last year and now available in English, “Taxi” reconstructs from memory 58 conversations Al Khamissi had with various drivers.

One cabby from southern Egypt talks about fleeing a failed government irrigation project. Another describes how a veiled woman stripped in his back seat, peeling off her modest garb on the way to her waitressing job. A third dreams of driving to South Africa for soccer’s 2010 World Cup.

One driver talks to Al Khamissi’s daughter about pornography. And one young cabby, enraged at his own poverty, sympathizes with suicide bombers and threatens to crash his car at the next intersection.

Moonlighters

“In their own way, the drivers express a mature understanding of Egypt. They live it everyday,” says Al Khamissi, who reports that the Arabic edition of his book has sold 60,000 copies, a bestseller by Egyptian standards.

Moonlighting cabbies are common, making the drivers a cross-section of society, he says. Owners sublease their cars to all comers: retirees, unemployed students, engineers and even, on rare occasions, women.

“I have never met a driver with a doctorate, but I have met plenty who hold masters degrees,” the author says.

The book rings true. Though Al Khamissi is a critic of the government of President Hosni Mubarak, some of his drivers favor the 80-year-old leader. Complaints about bureaucracy and corruption are commonplace.

Al Khamissi’s timing was good: Taxis have come under official scrutiny this year. The government ordered the withdrawal of licenses from cabs older than 20 years under a rule that went into effect Aug. 1, though owners have three years to dump their old cars.

Ornamental Meters

New regulations also make mandatory the use of meters, which Al Khamissi describes as inert ornaments designed “to tear the trousers of customers who sit next to the driver.” If my own experience is any guide, the meter rule has been ignored. Negotiations, as always, are the norm.

The rules are meant to eliminate cars with faulty brakes, bald tires and fuming exhausts, and the state is offering subsidized loans to buy new vehicles. That shows just how out of touch the government is, Al Khamissi says.

Even with a subsidy, he asks, “who can afford a new car?”

“Taxi” has just a couple of weaknesses. For one thing, it could have used fuller descriptions of Cairo cabs, 80,000 of which roam the city of 17 million people, according to the Transportation Ministry.

From outside, most of the cars look alike: two-toned black- and-white Ladas or Fiats pocked with dents and missing some or all of their fenders. Inside, the cars are feasts of idiosyncrasies: Amulets, worry beads and trinkets dangle from rear-view mirrors above fur-covered dashboards.

Loud Prayers

Loud radios and CD players are ubiquitous, with some Muslim drivers playing recorded Islamic prayers. In cabs operated by Coptic Christians, plastic icons of saints decorate the dash. At night, blinking blue inside lights give the cabs a disco glow.

Another element missing from Al Khamissi’s collection is a typical conversation between a cabbie and a foreign tourist, beginning with the question, “Where are you from?”

If the answer is the U.S., the conversation will turn to praise for the friendliness of Americans coupled with criticism of President George W. Bush’s foreign policy and a query about getting a U.S. visa and the range of salaries.

Being an American who taxies around Cairo a lot, I’m fed up with discussing Iraq and U.S. tax laws while stuck in Nile- length traffic jams. So I’ve taken to saying I’m from Bolivia.

That usually works, though almost nothing can stop a Cairo cabby’s urge to chat if he’s determined. When I said “Bolivia” the other day, the driver paused for a beat and replied:

“Ah, Bavaria. Wonderful people. My brother works in Munich. What are the chances for a visa?”

None, I said. And can you please turn down the prayers?

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Il taxi egiziano e contestatore di Al Khamissi

ANSA (NOTIZIARIO LIBRI) – 12/09/2008

Taxi è la sorpresa della letteratura egiziana di quest’anno, un best-seller ristampato 7 volte nell’arco di un anno con oltre 35.000 copie vendute in un paese in cui 3000 copie sono considerate un successo. L’autore è in Italia, dove domani partecipa alla rassegna Porto Mediterraneo Festivalalguer (Alghero, Sardegna). Al Khamaissi ci fa compiere un viaggio che ci rivela umori, idee, ribellioni della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica.
I tassisti del Cairo cui da voce sono amabili cantastorie che con disinvoltura conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni. Sono 58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006. Puo’ sembrare la rivolta delle auto bianche che ha segnato Roma l’anno scorso, ma e’ tutt’altra cosa.
Il diluvio di parole che troviamo riportato nel libro sommerge il lettore regalandogli nuove e inaspettate prospettive da cui guardare quella realta’, grazie a quella che possiamo considerare le voci dell’uomo della strada, che in modo diretto e chiaro esprimono i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, a proposito del suo paese e del mondo arabo in generale. Con una forza che rende comunque il discorso esemplare anche sul piano esistenziale, della lotta quotidiana per la vita e la sopravvivenza.
Al Khamissi è un artista poliedrico, nato nel 1962 si è laureato in Scienze politiche alla Sorbona di Parigi. Ha
lavorato per l’Istituto Egiziano per gli studi sociali. Ha scritto sceneggiature per vari film egiziani quali Karnak, Iside a Philae, Giza e altri. E’ anche regista e produttore. Scrive periodicamente articoli e analisi critiche su politica e societa’ in diversi giornali e settimanali egiziani.

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L’Egitto in taxi

LA NUOVA ECOLOGIA – 18/09/2008
di Barbara Lomonaco

«Per anni ho percorso tutte le strade e i vicoli del Cairo dall’interno di un taxi. Ho una passione per le conversazioni con i tassisti». Da questa passione, lo scrittore egiziano Khaled Al Khamissi ha tratto un libro, Taxi, edito in Italia da Il Sirente, che nel suo paese d’origine è diventato un best seller: 35000 copie vendute dove 3000 sono già un successo. Nel libro, le parole dei tassisti percorrono le strade cittadine svelando sogni, speranze, affanni e rassegnazioni quotidiane. Voci del trambusto metropolitano rimbalzano sui temi caldi nell’Egitto di Mubarak. Regalano un punto di vista su una società che combatte l’indifferenza delle istituzioni con un misto tra saggezza popolare e lucide analisi politiche. E non manca qualche notazione sull’ambiente.

A metà degli anni novanta il governo egiziano emanò una legge che consentiva la conversione di tutte le vecchie auto in taxi e alle banche di finanziarne l’acquisto. Quindici anni più tardi, 80mila tassisti guidano anche per 20 ore al giorno trasportando milioni di uomini disposti a conversare, lontani dalle censure di stato, di tutto. Dalla politica all’ambiente: «Mandarono in giro della gente che misurava l’inquinamento delle marmitte […] Alla fine non riuscirono a fare niente. […] Da quel giorno per strada trovi taxi a palate»; dalle barzellette alle confidenze: «Una mia amica mi ha fatto un contratto falso in un ospedale di Ataba e la mia famiglia mi crede donna delle pulizie laggiù…»; dagli affari di cuore a quelli di stato: «Chi non è andato in galera con Nasser, non ci andrà mai; e chi non si è arricchito con Sadat, non si arricchirà mai. Mentre chi non è diventato un pezzente con Mubarak, non lo diventerà mai». Non manca nulla nelle pagine di Taxi, neppure lo spazio per il divertimento, le barzellette e il buon umore.

Percorrendo a rilento le vie di una metropoli di  quasi 8milioni di abitanti, le idee dei tassisti di Al Khamissi dipingono un colorato quadro a pennellate rapide su un mondo fuori dai luoghi comuni. Nelle loro analisi si ritrovano buonsenso e trasparenza talvolta superiori a quelle di tanti «commentatori politici che riempiono di chiacchiere il mondo. Perché –le parole sono dello stesso autore- la cultura di questo popolo si rivela nelle sue anime più semplici».

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K. A. Khamissi – Taxi

CREMONA ONLINE 15/09/2008

Taxi è la sorpresa della letteratura egiziana di quest’anno, un best-seller ristampato 7 volte nell’arco di un anno con oltre 35.000 copie vendute in un paese in cui 3000 copie sono considerate un successo. L’autore è in Italia, dove domani partecipa alla rassegna Porto Mediterraneo Festivalalguer (Alghero, Sardegna). Al Khamaissi ci fa compiere un viaggio che ci rivela umori, idee, ribellioni della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti del Cairo cui da voce sono amabili cantastorie che con disinvoltura conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni. Sono 58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006. Può sembrare la rivolta delle auto bianche che ha segnato Roma l’anno scorso, ma è tutt’altra cosa. Il diluvio di parole che troviamo riportato nel libro sommerge il lettore regalandogli nuove e inaspettate prospettive da cui guardare quella realtà, grazie a quella che possiamo considerare le voci dell’uomo della strada, che in modo diretto e chiaro esprimono i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, a proposito del suo paese e del mondo arabo in generale. Con una forza che rende comunque il discorso esemplare anche sul piano esistenziale, della lotta quotidiana per la vita e la sopravvivenza. Al Khamissi è un artista poliedrico, nato nel 1962 si è laureato in Scienze politiche alla Sorbona di Parigi. Ha lavorato per l’Istituto Egiziano per gli studi sociali. Ha scritto sceneggiature per vari film egiziani quali Karnak, Iside a Philae, Giza e altri. È anche regista e produttore. Scrive periodicamente articoli e analisi critiche su politica e società in diversi giornali e settimanali egiziani.

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Khaled al Kamis: I taxi del Cairo in giro per l’Italia

BABELMED – 11/09/2008
di Alessandro Rivera Magos

Dov’è, in Egitto, che si può ascoltare più liberamente un discorso contro lo stato di povertà e corruzione in cui il regime di Hosni Mubarak costringe gran parte della popolazione? Di sicuro non nelle piazze o nelle strade della sua capitale, dove negli ultimi anni la polizia ha represso con ferocia diverse manifestazioni di protesta.
Dove si concentrano le moltissime voci dell’esausta società egiziana? Certo si potrebbe pensare ai diversi blog che negli ultimi anni sono diventati un fenomeno di dissenso concreto nella rete egiziana. Tuttavia c’è da dire, la voce dei blogger potrebbe non giungere a quelle fasce di popolazione troppo povere o indaffarate nel caos del paese per accedere ad internet.
In fine, dove trovare analisi abbastanza complesse e studiate da riassumere le molte cause della malattia cronica in cui versa la terra dei faraoni?
Khaled al-Kamissi, giornalista e scrittore cairota classe ’62, sembra essere riuscito a trovare il luogo che addensa le risposte a tutte queste domande: i taxi del Cairo!
Da vero conoscitore della realtà cittadina, per un anno, da Aprile del 2005 a Marzo 2006, Kamissi prende normalmente i taxi della metropoli egiziana, ma annotando racconti, monologhi, sfoghi o semplici barzellette che i tassisti gli riversano a ruota libera. Il risultato è un libro, “Taxi” appunto, che in Egitto spopola e che, tradotto in italiano, da questo autunno si prepara a girare anche il nostro paese (www.sirente.it).
Quello che viene fuori da queste conversazioni non è un semplice spaccato della società egiziana ma, soprattutto, un termometro dell’insofferenza al regime di Stato, ai soprusi quotidiani della polizia, alle ingiustizie che coinvolgono i molti paesi dell’area medio-orientale (e le loro popolazioni) e in cui gli egiziani si sentono coinvolti.
Barzellette che prendono di mira il Presidente, storie di ordinario sfruttamento, di povertà e riflessioni a volte molto sottili sulla politica internazionale. Un agglomerato caotico di voci, che lo scrittore non ha voluto ordinare, ma semplicemente trasporre in maniera discontinua e sparsa in 58 incontri con altrettanti tassisti. Come dire: Il Cairo!
Il libro, uscito nel gennaio 2007 in Egitto, è arrivato alla sua terza ristampa in pochi mesi e ha raggiunto il numero di 35000 copie vendute. Un caso letterario in un paese in cui le 3000 copie vogliono dire un successo editoriale.
La scelta di dare voce alla società egiziana attraverso una categoria così particolare come i tassisti non è casuale e per molti versi è quella di un sociologo attento e di un cairota doc.
Questa categoria di lavoratori, in Egitto, ha infatti la particolarità di essere assolutamente trasversale alla società. Il tassista che può venire a prendervi a Nasr City per portarvi fino a Mohandissine, potrebbe essere un semi-analfabeta, come un professore di storia o un fisico:

“Con una legge emanata nella seconda metà degli anni ’90, il governo ha consentito la conversione di tutte le vecchie auto in taxi, insieme all’ingresso delle banche nel mercato dei finanziamenti di auto pubbliche e private. In questo modo, folle di disoccupati si sono riversate nella classe dei tassisti, entrando in una spirale di sofferenza mossa dalla corsa al pagamento delle rate bancarie; dove lo sforzo atroce di quei dannati si trasforma in ulteriore guadagno per banche, aziende automobilistiche e importatori di pezzi di ricambio. Di conseguenza diventa possibile trovare tassisti con ogni tipo di competenza e livello d’istruzione”. (“Taxi”)

Così, i discorsi in cui ci si imbatte nelle auto gialle del Cairo possono essere delle invettive di pancia contro polizia e governo, o piuttosto delle lucide analisi sul disequilibrio della politica internazionale.
Inoltre i tassisti rappresentano direttamente la parte più povera della società egiziana, quella più esposta alle conseguenze di malgoverno e corruzione. Chiusi nei taxi anche per 72 ore di fila, nel tentativo di riuscire a sbarcare il lunario, o sottoposti alle angherie gratuite di uno dei corpi di polizia più corrotti del mondo, che quotidianamente li umilia, li deruba e li sfrutta come fa con il resto della popolazione, pagano costi altissimi per un lavoro che è tutt’altro che remunerativo.
Per adesso il libro e l’autore, stranamente, non hanno ricevuto alcuna pressione o minaccia da parte del regime e della polizia. Di solito molto duri e vigili nel censurare e colpire le voci critiche e di dissenso. Come ben sanno molti altri scrittori egiziani!
Eppure secondo molti questo libro contiene una delle analisi più complete fatta sul Cairo in questi ultimi anni. Ed è un’analisi fatta dalla gente del Cairo, un microfono piazzato nel cuore dinamico di questa grande capitale, che non a caso gira in automobile, in una delle metropoli più inquinate del mondo!
Forse anche questo è un po’ un simbolo del malcontento del paese, che si lamenta e ironizza senza avere la forza, per adesso, di uscire dal taxi per ribellarsi.
In conclusione, Khamissi domanda al più anziano tra i tassisti incontrati, che lavora da 48 anni, la morale di una vita passata in un taxi egiziano, risponde: “Una formica nera su una roccia nera in una notte buia Allah l’aiuta… “ Appunto…!

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C’erano una volta i taxi del Cairo

L’OPINIONE – 13/09/2008 – n. 192
di Maria Antonietta Fontana

Il tassista è sicuramente un personaggio pittoresco, su cui tanta “letteratura” tradizionalmente si è fatta inevitabilmente, sia come oggetto di storie che come soggetto. E questo vale per tutto il mondo, senza eccezioni. Recentemente mi sono accorta che esistono perfino blog dedicati a questa categoria (internet non poteva certo mancare all’appello). Ebbene, nella giornata di oggi 13 settembre, in occasione della rassegna Porto Mediterraneo Festivalalguer ad Alghero viene presentato in Italia alla presenza dell’autore il libro “Taxi” di Khaled Al Khamissi, nella traduzione a cura della casa editrice “Il Sirente”, che – dopo avere dato attenzione ad alcuni casi letterari del panorama francofono canadese – si concentra ora sulla cultura araba contemporanea cui dedica una nuova collana di cui “Taxi” costituisce il primo volume. Ed infatti è già in programma entro la fine dell’anno anche l’uscita della traduzione italiana di “L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal El Saadawi. Ma torniamo a “Taxi”. Nelle intenzioni dell’autore il libro è una rappresentazione della vita reale fotografata attraverso le parole della gente comune. Quindi, il tassista come fonte di storie: e di sicuro da raccontare ce n’è davvero!
Si tratta di un’opera prima, pubblicata in Egitto in lingua araba nel dicembre 2006, che è diventata immediatamente un best seller, al punto di essere già stata ristampata 7 volte. È appunto una rappresentazione della vita quotidiana di oggi al Cairo, raccontata attraverso gli occhi dei tassisti. Ne emerge un ritratto vivace, polemico, talvolta graffiante, in cui la società egiziana è dipinta per quel che è, e soprattutto per come viene percepita dalla gente comune: sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica si susseguono in un fiume di parole che rievocano suoni, colori, odori, speranze, delusioni, ma che non sono mai finzione né retorica. Al Khamissi si cimenta per la prima volta con la narrativa, ma è un intellettuale ben noto al di fuori del proprio Paese, come autore di sceneggiature cinematografiche di successo e giornalista, oltre che produttore televisivo e cinematografico. Citiamo dall’introduzione del libro ad opera dell’autore stesso: “Amo le storie dei tassisti perché rappresentano a pieno diritto un termometro dell’umore delle indomabili strade egiziane. In questo libro vi sono alcune storie che ho vissuto e ascoltato, tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006.
Parlo di alcune storie, e non di tutte, perché diversi amici avvocati mi hanno detto che la loro pubblicazione sarebbe bastata a farmi sbattere in galera con l’accusa di calunnia e diffamazione; e che la pubblicazione di certi nomi contenuti in determinate storie e barzellette, di cui sono pieni gli occhi e le orecchie delle strade egiziane, è un affare pericoloso…”Non vogliamo togliere il gusto ai lettori di addentrarsi in questa scoppiettante raccolta: desideriamo soltanto segnalare che l’humour che pervade l’opera è veramente intenso e particolare, e costituisce un ulteriore motivo di fascino di quest’opera. Durante il prossimo mese di dicembre avremo modo di incontrare personalmente Al Khamissi a Roma, in quanto sarà impegnato in una serie di incontri per presentare il volume, anche all’Università la Sapienza ed all’Università di RomaTre, oltre che alla Fiera del Libro di Roma ed in altre sedi ancora.

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Khaled Al Khamissi in Italia il 13 settembre 2008

COMUNICATO STAMPA.pdf

Il caso editoriale egiziano ora in Italia. L’autore presenterà il libro il 13 settembre nello splendido contesto del Festivalalguer.

Un libro dedicato «alla vita che abita nelle parole della povera gente.»

Agenzia Promozione Editoriale Manca in collaborazione con l’Editrice il Sirente presentano “Taxi” di Khaled Al Khamissi il 13 settembre alle ore 21,30 all’interno della rassegna Porto Mediterraneo Festivalalguer (Alghero, Sardegna).

IL LIBRO. Taxi è un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani, a cui da voce il promettente Khaled Al Khamissi, sono degli amabili cantastorie che con disinvoltura conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni. «“Taxi” è un articolata e divertente critica alla società e alla politica egiziana» dice Mark Linz, direttore dell’Università Americana al Cairo, «è unico nel suo genere perché usa una buona dose di humor per trattare argomenti a cui solitamente gli egiziani riservano un’estrema serietà.»

Primo libro di Khaled Al Khamissi “Taxi” in Egitto è diventato un best-seller, ristampato 7 volte nell’arco di un anno, oltre 35.000 copie vendute in Egitto, paese in cui 3000 copie sono considerate un successo.

58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006.  Il diluvio di parole che emettono gli autisti è spontaneo e disordinato e sommerge il lettore regalandogli varie prospettive da cui guardare l’Egitto. L’essere umano è alla base di questo libro, ‘l’uomo della strada’ con parole semplici e chiare esprime i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, dell’Egitto, ma anche del mondo arabo.

L’AUTORE. Giornalista, regista e produttore oltre che scrittore, Khaled è nato nel novembre del 1962. Figlio d’arte, Al Khamissi è un artista poliedrico, si è laureato in Scienze politiche alla Sorbona di Parigi. Ha lavorato per l’Istituto Egiziano per gli studi sociali. Ha scritto sceneggiature per vari film egiziani quali Karnak, Iside a Philae, Giza e altri. Scrive periodicamente articoli e analisi critiche su politica e società in diversi giornali e settimanali egiziani.

FESTIVALALGUER ‘PORTO MEDITERRANEO’. La grossa novità di quest’anno sarà una rassegna di tre giorni, dal 12 al 14 settembre, in  cui Alghero si proporrà come una capitale del Mediterraneo capace di trascendere i confini politici e geografici per svelare l’intimità di alcuni angoli profondi delle tradizioni dei popoli che si affacciano sul ‘Mare Nostrum’. Una rassegna dedicata alla cultura del mediterraneo, declinata nelle sue componenti di letteratura, musica, poesia, artigianato, gastronomia. Un pot-pourri di suoni, colori, odori, sapori, profumi e atmosfere provenienti dall’Egitto, Israele, Sardegna, Spagna, Francia, Italia.

Il libro, in presenza dell’autore, verrà inoltre presentato presso:
– Istituto Italiano di cultura de Il Cairo (Il Cairo, ottobre)
– Università degli Studi di Roma La Sapienza (Roma, dicembre)
– Università degli studi di Napoli L’Orientale (Napoli, dicembre)
– Fiera del Libro di Roma ‘Più libri più liberi’ (Roma, dicembre)
– Università degli studi di Roma Tre (Roma, dicembre)

PER APPROFONDIRE:
http://www.festivalguer.com/pub/184/show.jsp?id=199&iso=-2&is=184
http://www.sirente.it/9788887847147/taxi-khaled-el-khamissi.html

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Khaled El Khamissi, un autore itinerante

di Pacynthe Sabri (da journalistescaire.blogspot.com, 10/12/2007)

Uno scrittore egiziano, al ritmo dei suoi brani originali da un taxi all’altro, immerge i suoi lettori nel cuore della società contemporanea del  Cairo.

“Scrivere è come ballare, per iniziare, bisogna  prima liberarsi e essere in armonia con se stessi. “E ‘ con queste parole che Khaled-el-Khamissi, autore di Taxi, definisce il suo rapporto con una passione che sembra trasmessa di padre in figlio. Uno scrittore, ma anche un giornalista, produttore e regista, moltiplica le sue funzioni, pur rimanendo all’ascolto delle persone alle quali si sente più vicino: coloro che lottano per guadagnarsi il pane. Nel suo libro, ha dipinto questa classe attraverso le loro parole dette  con fiducia, o con un tono di presa in giro. E il risultato è questo: un libro toccante che per il pubblico è come tabacco. Questo padre di tre figli, non ha navigato in acque tranquille prima di raggiungere ciò che egli chiama “l’esperienza più emozionante della sua vita.” Nato in una famiglia di intellettuali e scrittori, rapidamente si sentì diverso da suoi compagni, “una volta, sono stato perfino  convocato dal direttore per avere emesso un parere contrario dal mio insegnante a proposito dell’accordo di pace con Israele “, dice, sorridendo ricordandosi di questo incidente. Paradossalmente, è a causa della sua presenza alle serate letterarie organizzate dal nonno che non è riuscito a sviluppare velocemnte il coraggio di esprimersi: “che aveva di nuovo da portare rispetto alle opere dei suoi predecessori? “

“Gli Egiziani hanno un problema di auto-censura”

Ma è proprio la sua sensibilità esacerbata di fronte a tutto ciò che lo circonda e  l’angoscia che ha tutta l’aria di trovare sollievo solo  con la scrittura  che ha finito per vincere i suoi dubbi. Scrive per rompere le barriere e nel tentativo di deviare il riflesso di auto-censura, che secondo lui è proprio di ogni  egiziano. “sulla terra o su un altro pianeta, la paura che viviamo ci spinge a cambiare le parole che abbiamo avuto spontaneamente”, spiega. Questo francofono amante della libertà di espressione rimane riluttante di fronte la cieca adozione delle idee occidentali, alcune delle quali sono inapplicabili all’interno della società egiziana. Preferisce rimanere in questa zona grigia tra due mondi. Uno spazio dove è sicuro di muoversi in tutta libertà.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Taxi è più o meno una finzione giornalistica

ISBN 9788887847147 © il Sirente da Complete Reviews

Taxi è più o meno una finzione giornalistica, così Khaled Al Khamissi ci presenta i cinquantotto incontri con i tassisti del Cairo. C’è una storia diversa ad ogni giro, così come diversi sono i problemi e le questioni sollevate (quelle  simili sono descritte partendo da diversi punti di vista). Non è così facile mettere insieme una tale raccolta, Khamissi ha lavorato sodo per evitare ripetizioni e la monotonia che sarebbe potuta derivare, ma probabilmente per alcuni potrebbe risultare un lavoro artefatto, nonostante tutto nella sua succinta presentazione – il creativo Khamissi sa mantenere  l’attenzione del lettore impegnata e in movimento.
Diversi tassisti menzionano la metà degli anni’90 come un punto di svolta, quando il governo cambiò le leggi e fondamentalmente permise che qualsiasi macchina potesse essere trasformata in un taxi, questo ci porta a ciò che i tassisti lamentano: l’eccessiva  offerta – più di 80000 solo al Cairo questo il numero che viene ripetutamente citato.
Oggi guidare un Taxi è diventato il commercio di coloro che non hanno un commercio. 
È una situazione che si presenta quasi esclusivamente al Cairo, di fatto, Khamissi non si sofferma troppo sulla variegata sfacciettatura dei tassisti, che vanno dai ben istruiti ai giovani che non dovrebbe assolutamente sedersi dietro a un volante (Un tassista che non solo non conosce alcune, ma gli sono praticamente sconosciute quasi tutte le strade del Cairo …) .
Nella maggior parte dei casi Khamissi intraprende una sorta di conversazione con i vari tassisti, e ascolta le loro opinioni su tutto, dalla politica alla religione, passando per l’educazione. In una panoramica composta dalle opinioni dell’uomo della strada (e da alcune delle motivazioni alla base di queste opinioni), Taxi su alcune tematiche, come il coinvolgimento anglo-americano in Iraq, riuslta utile: queste sono voci che non sono così facili da trovare. Ma più interessanti sono le denunce locali, che danno un’idea più precisa della situazione contemporanea in Egitto.
Diverse volte Khamissi afferma che ci sono alcune battute che se avesse trascritto sarebbe stato gettato in carcere immediatamente – qualcosa che non è in grado di capire, dal momento che comunque per le strade queste opinioni vengono continuamente sbandierate. Considerato i commenti sul leader egiziano Hosni Mubarak e il suo regime decrepite (le pseudo-elezioni farsa, sufficienti per soddisfare i desideri americani di democrazia, ma che chiaramente la gente del posto vede come quelle che realmente sono), è chiaro che il malcontento generale contro il governo è molto elevato.
Taxi non è un neutrale documentario – Khamissi ovviamente ha una specie di ordine del giorno – ma in questa presentazione non abbiamo lo spazio per così tante spiegazioni o per molto background e così forse i lettori stranieri con poca familiarità sulle condizioni politiche egiziane non possono capire alcuni dei problemi esternati dai tassisti. Nel  complesso, è difficile avere  una buona impressione sulle attuali condizioni egiziane. (……………)
Tra i principali punti sottolineati da Khamissi c’è l’immenso costo dell’ endemica corruzione Egiziana, ben illustrata da numerosi aneddoti. La burocrazia è un altro grosso problema, e alcuni degli esempi sono realistici e divertenti, come l’autista  che polemizza contro le cinture di sicurezza. Khamissi ricorda che le cinture di sicurezza sono obbligatorie in tutto il mondo – e sono, naturalmente, una saggia e relativamente poco costosa misura di sicurezza. Ma si scopre che il governo egiziano le ha classificate come un bene di lusso sui veicoli importati, e così per anni gli egiziani che importavano  auto dall’estero le hanno eliminate per evitare di pagare ulteriori tasse doganali (esattamente come hanno rimosso  altri accessori classificati come beni di lusso, ad esempio l’aria condizionata). Ora le cinture di sicurezza sono diventate obbligatorie, così i tassisti hanno dovuto riinstallarle – ad eccezione, naturalmente, per il fatto che le hanno installate solo per metterle in mostra: in realtà non funzionano – un esempio di grande rilievo di ciò che il governo considera giusto, fallendo miseramente sui risultati.
Ci sono alcune storie tristi – anche se in un paese in cui tutti sono sempre cronicamente a corto di soldi e guadagnano troppo poco la miseria è data praticamente per scontata – ma forse la più deprimente è l’incontro del tassista che  spiega con entusiasmo perchè pensa che i genitori che mandano i loro figli a scuola sono pazzi. Con il costo delle lezioni private e nessuna speranza per il futuro anche per coloro che ottengono una buona istruzione i genitori dovrebbero mettere da parte tutti i soldi che avevo da perdere per l’istruzione dei loro bambini e dargli il denaro una volta raggiunti i 21 anni, così possono almeno aprire un punto vendita (o dare un acconto per un taxi …). Fare denaro è ciò che conta, l’istruzione è inutile – e purtroppo il tassista  non è così lontano dalla situazione in Egitto, dove i bambini a scuola imparano a malapena a leggere: “L’unica cosa che si impara a scuola è l’inno nazionale e che cosa gli porta di buono questo? ” Se il sistema è talmente cattivo che i genitori non sanno più cercare alternative per garantire ai loro figli un’educazione adeguata, si capisce che il paese sta franando.
Khamissi è sorprendentemente franco nella  sua condanna, diretta e indiretta, al regime di Mubarak, un governo che non è poi così tirannico, ma che con la sua popolazione ha semplicemente fallito su quasi tutti gli aspetti. Questa raccolta mostra come enormi potenzialità vanno sprecatae.
Khamissi, va un po’ troppo oltre,  con la sua simpatia per la condizione dei taxi driver, sostenendo che in nessun modo potranno fare i soldi ( è al 100% una causa persa), questo è  naturalmente sciocco. Ma per la maggior parte, egli evita di mettere il suo contributo, permettendo ai tassisti di parlare per se stessi, e anche se, ha la forma di un testo rivisto attentamente permette ai lettori di arrivare (un po ‘di più) alle loro conclusioni.
Taxi è quasi più simile a una  raccolta giornalistica che ad un’opera di narrativa – per esempio la si può immaginare come la colonna di un giornale settimanale – ma Khamissi ha lavorato per mettere insieme un’immagine più grande e ha fatto un buon lavoro. Questa non è semplicemente una serie di conversazioni, ma in realtà ci offre una vasta fetta di vita contemporanea egiziana. E’ più un documentario di interesse creativo, nelle sue molteplici prospettive dell’ uomo della strada offre qualcosa che dovrebbe essere di grande interesse per coloro che desiderano saperne di più sulla vita in Medio Oriente. Mirabilmente messe a disposizione di un pubblico di lingua inglese – appena un anno dopo la prima pubblicazione in lingua araba – sembra anche molto attuale. Utile.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Al Cairo tassisti fittizi come se fossero reali

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Jonathan Wright (da Daily News Egypt, 31 marzo 2007)

CAIRO: L’autore egiziano Khaled Al Khamissi, in una raccolta di racconti brevi sulla capitale egiziana, che è diventata best-seller, ha trasformato una vecchia tecnica usando se stesso.

Invece di avere in pugno la città parlando ai taxi driver, Al Khamissi ha composto 58 monologhi inventati suui taxi—drivers del Cairo, con tale convinzione e autentica linguistica che la maggior parte dei lettori li prendono per veri.

Ma Al Khamissi, giornalista, regista e produttore, venerdì ha detto in un’intervista a Reuters che nessuno dei tassisti di “Taxi” è mai veramente esistito.

“Questo è un libro di genere letterario. Io non ho registrato nulla. Non si tratta di reportage o di giornalismo”, ha detto.

“Sono tutte storie che mi sono ricordato e ho recuperato quando stavo scrivendo. In molti casi, qualcuno potrebbe dirmi una parola e qualcun altro potrebbe dirmi qualcosa’altro e così via”, ha aggiunto.

Al Khamissi, che ha studiato scienze politiche presso la Sorbona di Parigi e ha un interesse in sociologia e antropologia; ha detto che le 220 pagine che compongono l’opera di finzione hanno un valore per le persone a cui di solito nessuno da voce.

I tassisti sono sognatori e filosofi, misogeni e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici. Tutti loro sono uomini, che lottano per guadagnarsi da vivere in un crudele, rumoroso, caotico e malsano mondo.

Schiacciati da altre automobili, soffocati dai fumi e dal calore estivo, sopraffatti dai poliziotti corrotti, sovraccarichi di lavoro e sottopagati, parlano di quasi di tutto – politica, donne, film, viaggi all’estero e il più delle volte del loro disprezzo per le autorità.

Il libro in Egitto, da quando è uscito il 5 gennaio 2007, ha venduto 20000 copie- un numero incredibile in un paese in cui le opere di letteratura raramente vendono più di 3000 copie.

La quarta edizione è stata appena ristampata e Al Khamissi ha già incontrato gli editori stranieri per parlare di traduzioni.

Insieme con i due ultimi romanzi di Alaa El Aswani, questi libri hanno contribuito a ravvivare la lettura in Egitto, dove molte famiglie non hanno altri libri che il Corano.

Uno dei segreti del successo di Al Khamissi potrebbe essere che i suoi monologhi sono tutti in Egiziano, ricco dialetto colloquiale, che è molto diverso dalla lingua letteraria che gli scrittori in genere utilizzano.
Il libro ha ricevuto applausi dalla critica, la maggior parte, da persone che hanno vissuto il libro come un lavoro di antropologia urbana.

Baheyya, un anonimo, ma influente blogger egiziano, ha detto: “Il libro parla della resistenza dello spirito umano, è una potente cronaca della colossale lotta per la sopravvivenza”.

“Documenta le disuguaglianze sociali e riporta fedelmente il potere pungente dei dialoghi quotidiani”, ha aggiunto.

Galal Amin, un economista e sociologo che insegna presso l’Università Americana del Cairo, l’ha chiamato “un lavoro innovativo che dipinge un quadro veritiero della situazione della società egiziana di oggi, come si è visto da parte di un importante settore sociale”

Al Khamissi ha detto che è stato fedele alla realtà. “I monologhi, a mio avviso, sono 100 per cento realistici … Se scendi e chiedi ad un taxi driver una qualsiasi delle problematiche troveresti che è esattamente ciò che è scritto nel libro” ha detto.

Come il lavoro di El Aswani, “Taxi” include una forte dose anti-governativa, che riflette la progressiva espansione della libertà di espressione in Egitto.

Ma Al Khamissi dice che non ha cercato di imporre ai suoi personaggi la sua ostilità nei confronti del governo.

“Personalmente sono contro [l’ex presidente] Anwar Sadat, ma troverete un tassista assouultamente devoto a lui”, ha detto.

Al Khamissi ha dichiarato che il suo prossimo libro racconterà le storie degli egiziani che viaggiano all’estero per lavoro, o sono tornati dall’estero o hanno provato e non sono riusciti ad emigrare.

“Finora ho parlato con circa 150 persone per il prossimo libro”, ha detto.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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La cruda realtà sull’Egitto emerge dalle opinioni dei taxi-drivers

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Liz Sly (Chicago Tribune)

Il libro composto da conversazioni in taxi è diventato un best-seller che attraversa il paese.

CAIRO, EGITTO – Khalid al-Khamissi ha scoperto qualcosa su cui i corrispondenti stranieri hanno scherzato per lungo tempo – i tassisti possono essere tra le migliori fonti di analisi di un paese.

Non è solo che sono facilmente arrivabili. I Taxi driver incontrano una vasta gamma di persone ogni giorno, ascoltano le notizie alla radio; visitano ogni angolo della loro comunità e per la maggior parte del tempo sono annoiati, felici di chiacchierare con chiunque entri nel loro taxi.

“Si comincia con le cose ordinarie, ma dopo 10 minuti cominciano a raccontarti cose che riflettono realmente l’anima della società”, spiega Khamissi, uno scienziato politico che ha studiato presso l’Università del Cairo e alla Sorbona di Parigi.

C’è anche il fattore dell’anonimato, che entra in gioco nelle società con regime autoritario come l’Egitto. I tassisti danno voce alle loro menti, fiduciosi che non riincontreranno di nuovo la stessa persona e che le loro parole non potranno mai ritorcersi contro di loro.

E così Khamissi si è occupato delle intuizioni dei tassisti che ha incontrato al Cairo per scrivere un libro, chiamato Taxi, sulla base di colloqui con i suoi taxi-drivers in un periodo di circa un anno.

Il risultato è stato un inaspettato best-seller, ora alla sesta ristampa e con più di 60000 copie vendute, un numero elevato rispetto agli standard egiziani. E ‘stato tradotto in inglese. Spera che il prossimo anno verrà pubblicato nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

Non è tanto un libro sui tassisti quanto un ritratto della società egiziana, come l’era del 79enne presidente Hosni Mubarak che si avvicina alla fine.

E ‘un libro sulla microcriminalità, le frustrazioni quotidiane dei poveri lavoratori egiziani che vivono nella quasi impraticabile metropoli del Cairo. È un libro per farti sentire in colpa se hai mai provato a contrattare sulla tariffa di un taxi in un qualsiasi paese povero.

I tassisti di Khamissi’s cadono sotto il corrotto autoritarismo dittatoriale, ma sono troppo occupati a cercare di guadagnarsi da vivere che non fanno nulla. Pagano mazzette ai poliziotti piuttosto che perdere giorni di guadagno, intrappolati nel labirinto della burocrazia Egiziana, per pagare una multa. Si addormentano al volante dopo aver lavorato 72 ore non-stop per pagare le rate delle loro auto.

Un tassista piange perché non può permettersi l’operazione necessaria a far cessare il suo mal di schiena, causato dal suo lavoro al volante.

Khamissi attribuisce il successo di Taxi alla luce che fa risplendere sugli angoli bui della società egiziana. Lavoro artigianale di 57 conversazioni con i tassisti, il libro si propone di trasmettere la cruda verità dell’Egitto, di cui di solito si parla in privato.

“Ho cercato di annullare l’autocensura che ogni scrittore egiziano fa. In Egitto viviamo la nostra vita in una gigantesca auto-censura”, ha detto in un’intervista all’ ufficio Cairota dell’impresa di investimenti dove lavora.

Diversi redattori sono stati recentemente condannati al carcere per esprimere alcune delle opinioni espresse dagli anonimi tassisti di Khamissi, ma Khamissi non ha avuto alcun problema con le autorità.

Il suo tassista deride il governo, racconta crude barzellette per screditare il sistema. Uno dice che vorrebbe vedere i fuorilegge fondamentalisti islamici Fratelli musulmani al potere, anche se non prega o non va alla moschea. “Perché abbiamo provato di tutto”, egli spiega.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Taxi

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Sasha Simic (da Socialist Review, marzo 2008)

Circa 80000 taxi girano per le strade del Cairo. Le martoriate macchine in bianco e nero attraversano in modo caotico le strade della capitale Egiziana, sono così onnipresenti che è facile dimenticare che ciascuno di essi trasporta almeno una storia umana.

L’anno scorso il giornalista egiziano Khaled Al Khamissi ha raccolto 58 conversazioni che ha avuto con i tassisti in un libro. Il risultato – Taxi – è stato un best-seller immediato. E ‘un meraviglioso lavoro, che cattura la lotta giornaliera dei lavoratori nel moderno Egitto, attraverso le loro stesse parole.

I governanti egiziani hanno abbracciato con entusiasmo il neoliberismo rendendo la vita molto più difficile per la popolazione. I tassisti di questo libro sono giovani e meno giovani, religiosi e laici, rappresentanti di diversi gruppi provenienti da tutta la società egiziana, ma ognuno lotta per sopravvivere nella sua “pesce mangia pesce” società.

Semplicemente cercare di rinnovare la patente di guida diventa un incubo di burocrazia e corruzione che non trova in Kafka un rivale. La maggior parte di loro odia il dittatoriale presidente Hosni Mubarak, e disprezza i ricchi egiziani. Molti capiscono che cosa le sfrenate forze del mercato hanno fatto alla loro vita: “Sono come un pesce e il taxi è come un contenitore di pesce… E ‘vero io guido in giro per tutto il giorno, ma vedo solo la parte interna del mio taxi, i miei limiti Sono le finestre del taxi. La Vita è una prigione, che termina nella tomba”.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Le confessioni dei tassisti del Cairo

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Omayma Abdel-Latif (da Book Review, Foreign Policy, settembre/ottobre 2007)

Nel mese di luglio, quattro mesi prima della sua scomparsa, lo studioso Alain Roussillon espresse profonda preoccupazione per l’aumento delle tensioni nella società egiziana. Esse riflettono il ritorno della “questione sociale” nella politica egiziana. La più grande minaccia per il regime, ha suggerito, non è stata la Fratellanza musulmana o di qualsiasi altro gruppo di opposizione, ma piuttosto l’atteggiamento della popolazione verso di essa. A giudicare dai più di 200 sit-in, gli arresti, gli scioperi della fame, e le dimostrazioni che si sono verificate in tutto il paese solo lo scorso anno, gli egiziani esprimono sempre più autentiche rimostranze contro il loro governo.

Ma non avrebbe senso, la paura o la rabbia della maggior parte degli egiziani che ascolta le élite politiche del paese parlare a seminari e saloni. Come in molti paesi di tutto il Medio Oriente, è la ” lingua della strada “, che spiega i modi in cui la maggioranza degli egiziani pensa e si comporta politicamente. Forte come sono numericamente, la maggioranza dei cittadini del paese rappresenta un Egitto la cui voce non è ascoltata.

Quindi, Khaled Al Khamissi, uno scienziato politico egiziano trasformatosi in sceneggiatore e giornalista, ha messo in atto il modo di decifrare gli atteggiamenti politici della persona media sulle strade arabe, ha deciso di parlare con le persone che passano le loro giornate alla guida: i tassisti Del Cairo. Essi hanno il privilegio di mischiarsi con persone provenienti da tutto lo spettro sociale, e in quanto tali, le loro opinioni spesso riflettono il pensiero di al-ghalaba, un termine popolare coniato per riferirsi agli strati più bassi della società, coloro che vivono ai margini della politica e sono colpiti da essa. Durante il suo anno di viaggi quasi esclusivamente in taxi, Khamissi è giunto a credere che alcuni tassisti offrono un’analisi molto più profonda degli analisti politici, e che sono importanti barometri degli umori popolari e delle rimostranze contro il governo.

Il risultato della sua ricerca è Taxi, un romanzo pubblicato a gennaio (2007) e diventato già un best-seller, con oltre 35.000 copie vendute in un paese in cui le 3000 copie sono considerate come un successo Ma invece di tessere insieme un ben definito intreccio narrativo o un’avventura, Khamissi ha prodotto una serie di vignette di diverse esperienze di tassisti, nel tentativo di catturare l’immagine il più ampia possibile dell’altra faccia della politica egiziana. Per questo motivo, e forse anche per proteggere i caratteri “identità”, i tassisti che egli introduce in taxi sono figure composite, prodotti fittizi del suo tempo trascorso a parlare di tutto, dall’ economia e educazione alla salute e la politica.

L’interesse Egiziano per il libro non dovrebbe sorprendere. Anche se vi è stato un diffuso lavoro accademico per tentare di capire “cosa è successo agli egiziani,” il romanzo di Khamissi spicca. Il suo approccio improbabile, la lucida prosa, e un raro spaccato sulla coscienza popolare rende Taxi forse la più interessante delle opere che la cronaca sociale e le trasformazioni politiche Egiziane hanno prodotto nel corso degli ultimi cinque decenni.

Naturalmente, è utile la sua scelta di documentare la “strada” in uno dei momenti più politicamente pieni della recente storia egiziana. Per la prima volta nel corso dei decenni, il dissenso popolare non è stato diretto principalmente contro Israele o gli Stati Uniti, ma contro un avversario interno-lo stato, la sicurezza e i sistemi che controllano i centri nervosi del regime. Dall’ aprile 2005 al marzo 2006, Khamissi ha guardato la strada emergere come centro della scena politica, da proteste anti-regime, dimostrazioni, elezioni, e aberranti scene di violenza commesse contro i manifestanti.

Aveva una frontale, più esattamente, vista da dietro le quinte delle reazioni egiziane al primo movimento indipendente di protesta che sfidava il regime del Presidente Hosni Mubarak. Bisognava seguire Una serie di eventi politici, compreso il paese alle prime elezioni presidenziali, con ben nove candidati che concorrevano al posto di presidente. (Non che questo abbia fatto qualche differenza.) Poi sono arrivate le elezioni parlamentari in cui la Fratellanza musulmana ha vinto 88 seggi, dopo dure, violente battaglie e misfatti del partito al potere. L’anno ha visto anche la strada diventare il cuore della battaglia tra i giovani sostenitori di Mubarak e i suoi oppositori.

E in tutto questo Khamissi guardava e ascoltava i tassisti, che sono spesso insegnanti, ragionieri, avvocati di formazione, ma il cui paese non è in grado di offrire un lavoro adatto alla loro istruzione. Indignati dall’ austerità economica e guidati dal malcontento delle classi inferiori impoverite, i tassisti stanziati nel loro piccolo spazio pubblico per sfogare la loro rabbia e frustrazione contro il governo e agli stranieri che aderiscono a simili rimostranze. La genialità di Taxi è che coglie il punto in cui il taxi cessa di essere solo un mezzo di trasporto e diventa invece uno spazio di dibattito e di scambio, in un momento in cui tutti gli altri spazi pubblici, tra cui la stessa strada, erano diventati inaccessibili sotto la Brutale forza della polizia di Stato.

Nel mezzo di questa tumultuosa atmosfera, Khamissi ha lanciato grandi intuizioni nella schizofrenica relazione tra gli egiziani e lo stato. Vi è allo stesso tempo un disprezzo profondamente radicato per l’autorità, ma anche una schiacciante paura che li blocca a ribellarsi contro di essa. Alcune teorie datano questo conflitto indietro nel tempo, al tempo dei faraoni, rilevando che l’Egitto è sempre stato un forte stato interventista, e gli egiziani hanno quasi religiosamente temuto e adorato la sua autorità dagli albori del paese. Khamissi ricrea un incidente che riflette questo rapporto ambivalente attraverso un tassista che insulta il Ministero degli interni, simbolo di oppressione per molti, ma allo stesso tempo dice che lo rispetta.

In un altro episodio, Khamissi offre una semplice risposta sul motivo per cui gli egiziani non aderiscono alle proteste di piazza, nonostante la loro sofferenza e la miseria. ” ora Tutto ha perso il suo significato “, dice un autista. “Duecento persone sono circondate da due mila ufficiali di leva.” Anche se, come dice Khamissi, la percezione popolare del governo è che “è debole, corrotto, e terrorizzante. Se ci si soffia sopra, cade a pezzi “, dicono diversi tassisti. Ma se questa è la percezione dominante, perché non si uniscono contro di essa? Spiegando la cronica apatia politica degli Egiziani, un tassista commenta: “Il problema è che in noi egiziani, il governo ha piantato i semi della paura di morire di fame. Questo ci fa pensare solo a noi stessi, e la nostra unica preoccupazione è come far quadrare il bilancio. ” Stiamo vivendo una menzogna, e il ruolo del governo è quello di assicurarsi Che noi continuiamo a crederci. “

Tra i tassisti a cui da voce Khamissi, la questione economica resta in gran parte il vero mal di testa- con stipendi che sono appena sufficienti per le necessità di base e le variazioni dei prezzi sono una routine quotidiana. I tassisti danno la colpa al governo, che pensa solo ai “ricchi turisti”. “Il piano reale del governo è di farci uscire dal paese. Ma se lo facciamo, non avrà nessuno da imbrogliare e da derubare. “Non esattamente il tipo di realtà che si può avere da saloni o dagi incontri di riflessione sulla democratizzazione in Medio Oriente al Cairo.

Questo è esattamente il motivo per cui Khamissi ha colpito. Più di tutto, i suoi racconti suggeriscono che vi è un grande magazzino sociale di rabbia e frustrazione contro lo status quo. La triste realtà è che, se la rappresentazione del Cairo di Khamissi è vera, vi sono scarse probabilità che la loro scontentezza sia presto trasformata in una forza per il cambiamento di una società, il cui sviluppo è stato bloccato per tanto tempo.

Omayma Abdel-Latif è coordinatore di progetti presso il Carnegie Endowment for International Peace’s Middle east Center a Beirut.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Un taxi cairota guida con uno scrittore seduto nel sedile posteriore

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Scott Jagow (da Marketplace, 3 marzo 2008)

Khaled Al Khamissi ha trascorso un anno parlando con i tassisti su e giù per il Cairo. Poi ha scritto un libro per raccontare la storia di una frustrata classe operaia. Scott Jagow seduto in un taxi con lui per sentire di più e vedere la città.

Scott Jagow: Questa è la strada Cairota. Caotica e inquinata, certamente. Ma anche piena di vita. La prossima settimana, vi mostreremo il Medio Oriente al lavoro. Come le persone fanno affari in questa parte vitale del mondo. La prima persona che ci soddisfa è Khaled Al Khamissi. Ha trascorso un anno al Cairo in giro sui taxi – semplicemente parlando ai loro conducenti. Poi ha scritto un libro per raccontare la storia di un frustrata classe operaia. Abbiamo preso un taxi con lui per sentirne di più.

Ma, dal momento che questo è l’Egitto, prima di tutto negoziamo la tariffa con il conducente. Una volta che ci siamo sistemati, ho chiesto a Khaled che dice il suo libro dell’Egitto, e della gente del Cairo.

Khaled Al Khamissi: Molte persone parlano di oppressione in termini di oppressione politica. Ma che cosa si soffre qui in Egitto, è l’oppressione economica. L’Egitto ha un potenziale, e questo potenziale è andato perso al 100 per cento.

Jagow: Un cento per cento. Suona piuttosto senza speranza.

Al Khamissi: Sì. Penso che ci troviamo in una situazione senza speranza, e la gente deve lavorare 20 ore al giorno per sopravvivere.

Jagow: Khaled, puoi raccontarmi una storia, una che potrebbe rappresentare il libro?

Al Khamissi: posso dirti una storia. È la storia di un tassista. Mi ha detto che un funzionario di polizia, dopo un’ora in taxi, gli chiese, “Dammi la tua carta di identità “. Ed egli sapeva che voleva dei soldi. E poi gli ha dato 5 sterline. E il funzionario ha detto: “Questo non è abbastanza”. E allora gli ha dato 10 sterline. E queste 10 lire sono gli unici soldi che questo tassista ha guadagnato in cinque o sei ore ‘di lavoro.

Jagow: Alla fine del libro, dopo la lettura di tutte queste storie in cui si sentiva un senso di disperazione, l’ultima storia sembrava avere qualche speranza. Hai sentito un senso di speranza alla fine, quando stavi finendo il libro?

Al Khamissi: certamente – non si può vivere senza speranza. Credo che il popolo egiziano ha il grande potere di scherzare giorno per giorno. Questa è anche la nostra speranza – la nostra vera speranza.

Jagow: Puoi dirmi uno degli scherzi, per voi rappresentativi?

Al Khamissi: posso dirvi la barzelletta del giorno.

Jagow: OK, abbastanza equo.

Al Khamissi: Al Cairo ci sono 18 milioni di persone, e 18 milioni di persone in una sola città è molto. Voglio andare lì – per cinque minuti di lavoro, e tre ore di macchina.

Jagow: Che somma da record.

Al Khamissi: Hahaha.

Jagow: Khaled, la ringrazio molto, è stato un piacere viaggiare in taxi con te.

Al Khamissi: Grazie a te, il piacere è il mio.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Reportage dai taxi egiziani. Ed è bestseller

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Paolo Casicci (da Il Venerdì di Repubblica, numero 1042, 7 marzo 2008)

ON THE ROAD Un cronista ha raccolto storie e sfoghi sulle auto pubbliche del Cairo

Un giornalista, qualche decina di tassisti e una valanga di proteste contro il governo e i politici. Non è la riedizione della rivolta italiana delle auto bianche, ma il soggetto di un libro campione di vendite in Egitto: Taxi, di Khaled Al Khamissi. Il volume raccoglie cinquantotto racconti che l’autore, scrittore e giornalista del Cairo, classe ’62, una laurea in Scienze politiche alla Sorbona, ha scritto dopo avere circolato per un anno nella propria città solo a bordo di auto pubbliche. Raccogliendo, così, lo sfogo dei conducenti, campionario umano molto rappresentativo della crisi sociale in corso nel Paese del presidente Hosni Mubarak. Il linguaggio del libro è quello della strada, e i racconti alternano ironia e amarezza. Uscito in patria un anno fa, Taxi è stato ristampato sette volte e sta per essere tradotto in inglese, francese e italiano. Da noi, uscirà dopo l’estate per l’editore il Sirente de L’Aquila.

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Downtown Cairo

Al Cairo c’è sempre traffico, sempre rumore, le persone sono sempre in movimento. Con questo suo carattere dinamico il Cairo sembra distaccarsi da molte altre città del mondo arabo, rilassate e contemplative, che senza fretta vivono i loro giorni. Questa megalopoli così affollata è un continuo miscuglio di vecchio e nuovo, una fonte inesauribile di contraddizioni, contaminazioni, sinergie, sorgenti inestinguibili di ispirazioni. Per la sua strana conformazione il Cairo ti disorienta, il Nilo divide la città in modo asimmetrico e scorre verso nord e questo a volte rappresenta un elemento di confusione, camminando per il centro – Down town – o come lo chiamano gli egiziani Wist el-Balad, è facile perdersi. Attraversando Wist el-Balad si incontrano una serie di piazze circolari, tutte simili e tutte con al centro una statua di un grande personaggio importante per la storia dell’Egitto. Queste piazze circolari e l’asimetria del percorso del Nilo fanno sì che le strade al Cairo non siano mai parallele, sebbene si abbia sempre l’impressione contraria. Wist el-Balad è il cuore dinamico e giovane del Cairo, ed è anche il nome di un gruppo musicale molto conosciuto che si rispecchia con la vita di questo quartiere. La loro musica Jazz è un continuo incontrarsi di sonorità occidentali (vagamente spagnole) e ritmi orientali, così come Wist el-Balad è un luogo vitale e produttivo di incontro tra artisti e creativi di ogni genere egiziani e occidentali vogliosi di comunicare e capire un mondo diverso. Questo mélange arabo-occidentale si ritrova al caffè Hurreia (Libertà). Il caffè Hurreia è uno dei pochi locali al Cairo, come dice lo stesso nome, dove vengono servite, liberamente e con disinvoltura bevande alcoliche (soprattutto la birra Stella principale marca locale), anche a clienti egiziani. Un antico e spazioso caffè con sedie e tavolini in legno e una serie infinita di specchi che riflettono continuamente i visi di queste persone; gli attimi di questi incontri e le idee che si muovono e si scambiano tra due mondi e due culture, fra una birra e un tè. Gli artisti egiziani (documentaristi, attori, coreografi, pittori.. ecc), si lamentano della poca considerazione che hanno all’interno della società. Il pubblico non li capisce, e il governo non li aiuta, finanziando solo i prodotti artistici altamente commerciali. La cultura è decisamente l’ultima ruota del carro per il rais egiziano e il suo staff. La maggior parte di questi artisti, segue uno stile indipendente, sperimentale. Hanno una linea fluida, disincantata e ancorata al presente, i loro lavori che ho avuto la possibilità di apprezzare: sono molto interessanti. Mi auguro che tutte queste idee, questo vivere e sentire egiziano, così ben rappresentato da queste opere non rimanga solo un riflesso nei vecchi specchi del caffè Hurreia, ma che riesca ad espatriare e ad avere un’eco al di fuori di questi confini.

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Chiarastella Campanelli, “Altriarabi” (9 marzo 2008)

TAXI. LE STRADE DEL CAIRO SI RACCONTANO di Khaled Al Khamissi

Prendere un taxi al Cairo

di Chiarastella Campanelli, “Altriarabi” (9 marzo 2008)

Prendere un taxi al CairoEcco un piccolo prontuario da tenere alla mano se intendete avventurarvi in un viaggio in Egitto fai da te… Tra i vari mezzi di trasporto messi a disposizione dalla grande metropoli egiziana, il taxi è sicuramente il mezzo più semplice. In qualsiasi giorno della settimana a qualsiasi ora della giornata, dovunque voi vi troviate ci sarà sempre un taxi che vi passerà davanti pronto a fermarsi appena gli farete un minimo gesto della mano… a meno che non siate estremamente sfortunati. La prima cosa da fare appena un taxi si ferma, dopo un breve saluto che potrebbe suonare “Assalamu aleikum” (che la pace sia con te) che agli egiziani fa sempre piacere, senza troppi preamboli (posizionandovi se siete una donna sola nel sedile retrostante e se siete un uomo nel sedile accanto al conducente), comunicategli la meta che intendete raggiungere. In Egitto non esiste un vero e proprio tariffario da seguire per il pagamento della corsa. In genere le persone si basano su dei prezzi convenzionali non scritti che si apprendono dopo un lungo periodo di permanenza e che variano a seconda delle condizioni del traffico e sicuramente a seconda di che tipo di cliente si siede nel taxi, i turisti hanno sempre dei prezzi maggiorati, è per questo che conviene non sfoggiare guide, occhiali da sole e macchine fotografiche, ma adattarsi agli usi del posto..contando sul fatto che nel 50% delle volte un italiano, specialmente se meridionale, potrebbe essere confuso con un abitante del luogo. Possiamo orientativamente dire che la tratta aeroporto – centro città costa dai 40 ai 50 pound, partendo dall’aeroporto conviene sempre prima della corsa accordarsi con l’autista sul prezzo della tratta, agli egiziani, come alla grande maggioranza degli arabi piace molto contrattare e molte volte se il cliente non tratta viene considerata persona di poco conto, più sarete tenaci e più riuscirete a farvi fare un prezzo ragionevole, o almeno il prezzo giusto per la corsa. In città una piccola tratta di 4/5 km, per esempio dall’isola di Zamalek al Midan Tahrir (Museo egizio), costa non più di 5 pound. Non lasciatevi intimidire da discorsi tesi ad impietosirvi, se sapete di aver pagato il prezzo giusto scendete sicuri di voi stessi chiudete la portiera e salutate anche se magari da alcuni tassisti arriveranno una valanga di maledizioni….pensate però che la professione del tassista al Cairo è stancante è difficile e se potete permettervi qualche lira in più che per voi sono pochi centesimi al tassista cambierà la giornata. Prendere un taxi al Cairo è sempre un’avventura che potrebbe essere assolutamente divertente, interessante, piacevole o il vostro più brutto ricordo. La gamma degli autisti è molto varia, spaziano da colti laureati ad analfabeti. Alcuni sanno bene l’inglese, altri qualche parola, con altri ancora se non conoscete qualche parola di arabo sarà assolutamente impossibile comunicare. Gli egiziani sono dei grandi intrattenitori, cantastorie formidabili, ma se siete nella giornata no in cui non vi va di parlare, ma solo contemplare il paesaggio dell’affascinante Cairo il conducente capirà all’istante e alzerà di buon grado l’audio della radio per farvi assaporare il Cairo al ritmo di musica araba….o prediche religiose se siete meno fortunati. Se siete invece vogliosi di conversare, sicuramente la prima domanda sarà: “da dove viene?” E a quel punto rispondere che siete italiani andrà a vostro favore, gli egiziani hanno un’estrema simpatia per gli italiani che considerano molto simili, vi diranno “Ahsan an-nnasuu” (la gente migliore) e inizieranno a parlare di qualche calciatore, se non vi intendete di calcio fate finta di essere buoni intenditori per non togliere il tono allegro della conversazione. Se malauguratamente il tassista vi chiede di che religione siete avete due opzioni: cristiani o musulmani, se non volete essere vittime di prediche su paradiso e fine del mondo è meglio non dire che siete ebrei o atei perché tenteranno in tutti i modi di convincervi che l’Islam è l’unica religione, chiaramente se il tassista è musulmano, difatti al Cairo c’è una buona minoranza di cristiani coopti ortodossi….ve ne accorgerete guardano il polso dell’autista, se ha una piccola croce tatuata è sicuramente un cristiano. Buon viaggio! e quando scendete non dimenticatevi di ringraziare “Shuukran” e di fare qualche buon augurio al tassista, come “rabbina maak” (Egiziano colloquiale “che Dio sia con te”).

Taxi. Le strade del Cairo si raccontano : Kaled Al KhamissiL’ultimo consiglio, che vi do di cuore, prima di partire o appena tornati leggete “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” di Khaled Al Khamissi (Editrice il Sirente, 2008)… vi catapulterà di colpo nel fascinoso caos della grande metropoli, regalandovi ottimi spunti per il prossimo viaggio o offrendovi qualche ricordo che pensavate dimenticato del vostro ultimo viaggio al Cairo.

Diventato ormai un classico della letteratura Egiziana contemporanea, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” è viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani sono degli amabili cantastorie che, con disinvoltura, conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia. Autentico ritratto di un paese a ridosso del crollo di un’epoca, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” è stato scritto nel 2007, considerato il primo libro di successo scritto in dialetto egiziano ha lanciato una nuova tendenza letteraria. A oggi è tradotto in dieci lingue.

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Taxi: cuori palpitanti, cuori malati del Cairo

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Daikha Dridi (da Babelmed, 23/05/2007)

Si tratta di un piccolo libro che non si può veramente inserire un una categoria precisa, scritto da un regista che ha deciso di parlare agli abitanti del Cairo dei loro tassisti e che ha avuto un tale successo nelle librerie del Cairo, che è stato ristampato per la terza volta in pochi mesi. Taxi (Conversazioni in viaggio) di Khaled El Khamissi è in primo luogo una sorprendente idea di semplicità: 58 storie di conversazioni con i tassisti del Cairo, che l’autore ha messo insieme nel giro di un anno. Non c’è bisogno di aggiungere, che  l’autore-narratore ha preferito scomparire dietro le parole dei taxi driver: le situazioni che Khaled al Khamissi racconta con minuziosità e semplicità non hanno bisogno di imballaggio o di rivestimento esplodono davanti ai nostri occhi con tutta l’evidenza che non ci prendiamo mai la briga di scrutare. La cosa ancor più degna di nota è che l’autore, che non nasconde nella sua introduzione il suo affetto per i tassisti, spesso odiati  e stigmatizzati dai Cairioti, non è idealizzato e semplicistico. I tassisti non sono fatti tutti della stessa pasta, alcuni ci emozionano, alcuni ci fanno ridere fino alle lacrime, altri sono odiosi o addirittura assolutamente detestabili.
Nella sua introduzione, l’autore inizia ricordando quello che spesso i clienti dei taxi dimenticano, quando prendono un taxi al Cairo: “Nella stragrande maggioranza i tassisti fanno parte della classe sociale economicamente più svantaggiata, la loro professione è spossante, lo stare continuamente seduti in auto demolisce le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo distrugge il loro sistema nervoso, i perpetui ingorghi li stancano mentalmente e la corsa  dietro i mezzi di sussistenza – corsa nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi, aggiungete a questo le trattative le controversie con i clienti circa l’importo da pagare, in assenza di prezzi standard e le molestie da parte della polizia, che rispetto ai metodi del Marchese de Sade non sono niente”.
Sono più di 80000 al Cairo che girano giorno e notte, una delle poche città al mondo dove indipendentemente dall’ora, a tarda notte o di mattina presto, qualunque sia il quartiere in cui si trovano, è garantito vedere un Taxi passare, e sono, dice Khamissi “come una vasta gamma della società che va dagli analfabeti ai laureati (non ho finora incontrato un tassista con un dottorato di ricerca).” Le loro privazioni materiali, che sospettano, ma su cui raramente si soffermano, Khamissi le rende con una sorprendente intimità, le storie della loro vita o i piccoli aneddoti che la dicono lunga e che vengono spesso raccontati con humor, un umorismo che gli invidiamo, in quanto è educatamente disperato . Il più anziano tra i tassisti incontrati da Khamissi, un vero monumento, che lavora da 48 anni e al  quale l’autore chiede divertito “la morale della sua storia”, dopo tanti anni passati in un  taxi, risponde: “Una formica nera su una roccia nera in una notte buia Allah l’aiuta… ”
Ma l’intimità di questa miseria non è raccontata timidamente, si svolge davanti ai nostri occhi confusi dalla forza e dalla semplicità delle parole di queste persone che hanno smesso di lamentarsi già da molto tempo. Uno di loro è riuscito a sventare tre incidenti durante il viaggio con lo scrittore, addormentandosi alla guida, perché apprendiamo “che sono tre giorni da quando sono entrato nel taxi e non sono più uscito, mi restano solo tre giorni prima della scadenza per il pagamento dell’auto. Mangio qui, bevo qui, non lascio la macchina se non per urinare, e non dormo, non posso tornare a casa perché viviamo di quello che guadagno in un giorno, se rientro a casa dovrei  spendere per far mangiare i bambini e mia moglie “.
Ma lungi dal fare di Taxi un saggio sull’indigenza dei tassisti del Cairo, Khamissi ci trasmette anche il loro pensiero sulla situazione nel loro paese, la derisione sul loro leader, la loro rabbia contro la corruzione nella polizia. Ad un tassista visibilmente arrabbiato, il narratore chiede gentilmente cosa c’è che non va, il tassista inizialmente dirige la sua rabbia contro Khamissi poi  accetta di dirgli tutto: “Ho preso un cliente a Nasr City che mi  ha chiesto di portarlo a Mohandissine (dall’altra parte della città, Ed), quando siamo arrivati dopo un traffico micidiale e tutto il resto, non sapevo che era un poliziotto, scendendo si è messo a gridare: ‘la patente figlio di un cane! “. Gli ho chiesto il perché, visto che non avevo fatto niente, gli ho mostrato la patente e gli ho dato 5 Lire, mi ha detto che non erano  sufficienti, gli ho dato 10 Lire, le ha rifiutate, ha preso poi 20 Lire ed è sceso il figlio di puttana, e io giuro che è tutto quello che aveva in tasca dopo aver fatto benzina. Che Dio distrugga la loro vita come loro distruggono la nostra. ”
Ma se il narratore è taciturno, ci sarà sempre un tassista per distenderlo aggiornandolo sulle ultime novità in Egitto: “Sembra che un egiziano ha trovato la lampada di Aladino, strofinandola il genio è uscito per dirgli che avrebbe realizzato qualsiasi desiderio. Lui ha chiesto un milione di Lire. Il genio della lampada gliene da solo 500. Perché? Protesta l’uomo, il genio risponde, il governo ha un business con la lampada facciamo fifty-fifty “.
Altri ancora dicono a Khamissi che piangono per l’Iraq, ci avevano vissuto prima dell’invasione americana e ora hanno la sensazione ingrata di non poter fare niente per aiutarli “gli iracheni ci hanno sempre accolto con un incredibile ospitalità, e ora che hanno bisogno di noi, li guardiamo morire da lontano. ”
L’Iraq è molto presente nelle bocche dei tassisti Cairoti e anche l’America: “bisognerebbe fare e parlare come gli americani: eliminiamo la parola ‘Americani’ e diciamo ‘bianco protestante irlandese d’america’, ‘Nero musulmano d’america ‘,’ ispanico d’america ‘,’ nero protestante d’america ‘, esattamente come loro dicono; cento sciiti d’Iraq sono morti, due  sunniti d’Iraq sono morti e i figli di puttana dei nostri giornalisti, ripetono per tutto il giorno la stessa cosa. Io ascolto La radio tutti i giorni e mi avvelena il corpo ascoltare queste cose “.
Khaled Khamissi ci fa visitare un Cairo vivo, attraverso porzioni di reale, che non corrispondono né ad un’immagine asettica che il governo vorrebbe dare a milioni di turisti che visitano ogni anno la città, né fantasmi letterari o cinematografici prodotti da un certo numero di scrittori o registi Egiziani. La scrittura di racconti brevi, che siano divertenti o deprimenti, storie che raccontano i tassisti sono uno dei migliori documentari che è stato fatto sul Cairo. Non vi è alcun dubbio che l’autore dedica il suo libro “alla vita, che abita le parole della povera gente, forse quelle parole riempiranno il nulla che abita in noi da tanti anni”.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Lo leggerai in un giorno e poi tornerai a comprare copie per tutti i tuoi amici

(da Baheyya: Art Commentary Media)

“Lo leggerai in un giorno e poi tornerai a comprare copie per tutti i tuoi amici”, ha detto il libraio a proposito di Taxi di Khaled al-Khamisy. Ha ragione su una cosa: è impossibile lasciarlo un attimo (ma i miei amici dovranno acquistare le loro copie da soli). Si tratta di una semplice, ma profonda idea graziosamente composta artificiosamente messa in atto. In un primo momento, non mi convinceva il potenziale di cliché, che la raccolta di storie di tassisti del Cairo avrebbe condensato. L’idea è geniale, il prodotto potrebbe essere disastroso. Mi aspettavo pagine paternalistiche, un trito e ritrito di “analisi”, o prediche di morale, o una superficiale esposizione il cui unico scopo è quello di mostrare la brillantezza dell‘autore. Ma dalle prime pagine, lo sceneggiatore, scrittore e scienziato politico Khaled al-Khamisy rende perfettamente chiaro che è un ottimo ascoltatore e un fedele trascrittore, con un fine orecchio per la comicità, e un orecchio acuto per le storie tragiche dei taxi Driver. In altre parole, l’autore fortunatamente ci fa il favore di trattenere la sua sentenza e si astiene da conferenze, ci trasmette le conversazioni senza giudizi, ricche di humour, pathos, e sorprendente intuizione.

Il libro include le conversazioni con gli autisti dall’aprile 2005 al marzo 2006, anno in cui l’autore si basava quasi esclusivamente sui taxi per muoversi in giro per la città. Questo lo ha esposto allo scenario umano incredibilmente variegato che costituisce i tassisti della capitale. Chiunque usi i taxi e presta la minima attenzione sa che non esiste più un prototipo di taxi driver (se mai c’è stato). L’elevato tasso di disoccupazione e sottoccupazione, l’aumento del costo della vita, e la legge del 1990 che consente ad un veicolo di qualsiasi anno di essere trasformato in un taxi hanno cospirato facendo aumentare drammaticamente il numero e la diversità dei taxi e dei loro autisti (80000 taxi considerando solo il Cairo, senza la sua periferia, dice al-Khamisy). I tassisti ora sono i colletti bianchi dei dipendenti statali, i professionisti dai colletti blu-nero, e gli  studenti universitari. Sono di varie fasce di età, da un conducente che ha appena ottenuto la patente a uno che guida dal 1940. Una buona porzione di tassisti  hanno svolto studi universitari, e tutti hanno storie da raccontare.

Dopo una breve e agile introduzione, al-Khamisy procede a raccontare 58 incontri con i tassisti di tutti i ceti sociali (compresa una disputa fin troppo credibile tra un taxi driver e la figlia dell’autore di 14 anni che prendeva il taxi da sola per la prima volta). Le storie sono testuali, atmosferiche, e molto diverse, vanno dalle descrizioni delle aspre lotte per ottenere un qualche soldo guidando un taxi in condizioni estremamente negative, fino ai suggestivi ricordi e alle storie personali dei tassisti (particolarmente toccante è il film “buff” che per 20 anni non era riuscito ad entrare in una sala cinematografica), alla critica sociale e alle analisi (specialmente interessanti  sono i tassisti che criticano la funzione degli spot televisivi, e il conducente che fa una penetrante analisi della diminuzione delle proteste in Egitto dal 1977) , Alle speranze e alle aspirazioni dei tassisti (il tassista che sogna ad occhi aperti un viaggio intorno al continente africano).

Una delle più notevoli, divertenti e penetranti serie di storie sono quelle dedicate alla politica, in particolare quelle conversazioni che si occupano di Hosni Mubarak, e delle sue elezioni presidenziali. E qui va il grande credito a ‘al-Khamisy che trascrive fedelmente sia quelle opinioni a favore sia quelle contro il perenne presidente, e così facendo indica un punto sottile: è sbagliato generalizzare l’opinione pubblica egiziana rifacendosi a poche decine di esempi, o trattando i tassisti come “autentiche” voci di “strada”. Per fortuna, questo tipo di esistenzialismo e finto-populismo è completamente assente dal libro. Per qualiasi corrispondente e “analista” estero  che ritiene che il “polso della strada egiziana” si percepisca attraverso il semplice scambio di poche parole con un tassista, Il libro di al-Khamisy è un potente rimprovero. Infatti, una delle sue grandi virtù è di salvare i pareri dei taxi-driver da analisi profonde e salvare gli stessi taxi-driver dall’onere di rappresentare alcune scontante, confortanti, ma inesistenti definizioni di “uomo qualunque”.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Le peripezie di un passeggero in un taxi cairota

ISBN 9788887847147 © il Sirente

di Soheir Fahmi (da Al-Ahram Hebdo)

Attraverso una serie di conversazioni con i tassisti del Cairo, Khaled el Khamisi ci immerge in un mondo nel quale è possibile toccare con mano le preoccupazioni della gente semplice, la loro saggezza, il loro humor e il loro sguardo sul mondo della politica. Un testo che la dice lunga sullo stato della società egiziana e del mondo che la circonda.

I taxi del mondo sono tutti diversi. I tassisti del mondo sono tutti diversi. Essi rappresentano indubbiamente il luogo dove si svolgono i loro via vai continui. Essere un tassista in una metropoli come il Cairo è una professione unica. Irritante ed entusiasmante allo stesso tempo. All’interno di queste vetture, spesso in cattive condizioni a causa degli infiniti ingorghi e delle interminabili attese, inizia la conversazione tra il tassista e il suo cliente. Conversazione, che può toccare tutti gli aspetti della vita, ma che spesso ruota attorno alla politica e alle questioni sociali che vive l’Egitto. Khaled el Khamisi, con sobrietà e moderazione, ma anche con umorismo, va a caccia del mondo interiore e del pensiero di questi uomini, che sono i portavoce di un significativo strato di egiziani. A piccoli tocchi costruisce un quadro sfumato di questi uomini che subiscono l’inquinamento e il caos della strada egiziana. Parlare di ciò che li preoccupa gli da modo di trascendere un quotidiano che li violenta. Il diluvio di parole che emettono è spontaneo e disordinato. Tuttavia, suggerisce una sapienza di vita e uno sguardo originale sulla realtà. Khaled el Khamisi si mette all’ascolto di questi emarginati dalla vita politica, che in modo semplice e in poche frasi svelano le preoccupazioni di tutti i giorni. Si pongono domande, ma per la maggior parte dichiarano avere delle posizioni ferme. Contro o per Mubarak contro gli Stati Uniti e dalla parte dei palestinesi e degli iracheni, contro la corruzione e a favore dei non abbienti di cui fanno parte, contro il potere e la polizia, contro i proprietari di auto e dalla parte degli altri taxi Driver e delle partite di calcio. Sotto la penna di Khamisi, finiscono per realizzare un affresco in cui, come in un puzzle, i vari pezzi sono stati messi al loro posto. Ciononostante, il cliente, in questo caso, Khaled Khamisi, non è un semplice passeggero impersonale e imperturbabile. Attraverso vari quartieri del Cairo, come tutti i passeggeri in un taxi Cairota, tesse un certo legame con l’autista. Legame, che forse ha l’obiettivo di superare un soffocante “qui e ora”, contro il quale sono indifesi. Una saggezza che gli egiziani, attraverso le loro lunghe peripezie con le autorità hanno imparato a conoscere.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Taxi: A pieni fari sull’Egitto di oggi

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Dora Abdelrazik (da L’équipe d’Alif, 25/02/2007)

Taxi, l’ultimo libro di Khaled Al Khamissi, vi accompagna nell’Egitto di oggi. Attaccate le cinture.

Lasciatevi trasportare a bordo del taxi di Khaled el Khamissi. 58 viaggi attraverso i quali il narratore, e il conducente del taxi (un tassista diverso per ogni viaggio), vi racconteranno l’Egitto di oggi.
All’orogine di questo lavoro sulle conversazioni tra l’autore e i tassisti dall’aprile 2005 al marzo 2006, ci sono degli aneddoti che testimoniano e riflettono la società egiziana. Appena un mese dopo la sua pubblicazione, è diventato un Best Seller e il libro è già alla sua terza edizione. L’autore si augura che Taxi sia presto tradotto in inglese e magari più avanti in francese.

Dedicato alla “vita” come le pagine, i viaggi si susseguono e sono tutti diversi. Essi sono pieni di dolcezza, di dolore, di sogni e delle paure del popolo egiziano. Man mano che questo mezzo di locomozione, così intimo e così pubblico, avanza si svelano i segreti. Questo libro dedicato “Alla vita che abita nelle parole della povera gente” è innanzitutto un’opera letteraria che vuole essere umana.
L’essere umano è la base di questo libro, con parole semplici, chiare, “l’uomo della strada” esprime i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, dell’Egitto, ma anche del mondo arabo.
L’autore Khaled Al Khamissi, un uomo dai diversi talenti, giornalista, regista, produttore e scrittore, dall’infanzia appassionato del mondo delle parole.

Figlio del famoso scrittore Abdel Rahman Al Khamissi, ha voluto esprimere attraverso il ‘popolo’ le cose più semplici. Naturalmente e spontaneamente, attraverso queste persone che, come voi e me, pensano, riflettono, ma che in fondo al loro cuore  chiedono solo un orecchio attento che li ascolti.

Per l’amante di una prostituta questo orecchio è quello di Khaled al quale il tassista si confida e si confessa facilmente perché, alla fine, non rivedrà mai più il suo  cliente, e può quindi lasciarsi andare liberamente. Da un autista amante di una prostituta, a quello che critica le elezioni presidenziali, come dice l’autore, “le loro parole sono luminose” portano con sé la bontà dell’uomo egiziano.
Scritti con facilità, questi racconti ci portano alla confessione di una società che sta vivendo una vera e propria crisi di identità e si sente violentata.
Di fronte a questo successo, ci si chiede perché ha impiegato così tanto tempo a donarci queste storie? A questa domanda risponde con onestà e semplicità  “per il timore di non essere all’altezza dei miei pari”.
Oggi, senza tabù o censura si  riscopre il vero volto della terra dei faraoni attraverso un viaggio semplicemente “umano”.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

 

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Taxi su Al-Ahram Hebdo, Service Courrier, rue Galaa, Le Caire

ISBN 9788887847147 © il Sirente

di Amina Hassan (da Al-Ahram Hebdo)

Il libro, composto per la maggior parte da estratti di conversazioni che l’autore ha intavolato con i taxi driver del Cairo durante i suoi numerosi viaggi in giro per la città, esprime con forza le loro testimonianze sulla quotidianità, l’attualità politica ed economica le loro diatribe contro il potere e la loro sfiducia nei confronti di tutte le autorità. Talvolta narratori che partono dall’esaltazione verbale per poi passare alla malinconia, le loro storie sono una grande sfilata di idiomi e di “parlate” di tutti i tipi, impregnate dalle difficoltà quotidiane. La loro voce nomade vagabonda, si presta alternativamente ad ogni monologo interiore. E’una voce discorsiva, che cerca di smascherare la realtà per capirne il senso. Dalla confessione di uno degli autisti: “Per tanto tempo ci siamo lasciati trascinare dalla ricerca del pane quotidiano che abbiamo così abbandonato ogni tentativo di reclamo o contestazione”.

Armati di una punta d’ironia, portati dalla loro presenza temporanea alle confidenze, il loro punto di vista è frontale, di coloro che non si imbarazzano, i Taxi driver autorizzano l’autore a descrivere con passione il più piccolo fatto fino adesso taciuto. Egli riparte un po’ più “iniziato” ad un Egitto dove sa intavolare argomenti politici, filosofici e sociali, di una rara e precisa eleganza, con un piglio riflessivo, invocato per scuotere qualsiasi conformismo.

L’autore disegna in positivo quello che questa casta di conducenti, ha di più attraente. Scritto in dialetto egiziano, questa letteratura dall’accento divertente,  ci trasporta in una categoria di immaginario contemporaneo di combattimento, dibattiti, preoccupazioni battagliere che prefigurano un Egitto verso un futuro di cambiamento e resistenza. L’opera completa resta aperta su una breccia dove si profila già più di un libro, più di una confessione.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Indispensabile premessa

(dall’introduzione di Taxi)

Da lunghi anni sono un cliente di prim’ordine dei taxi. Con loro ho girato dappertutto per le strade e i vicoli del Cairo, tanto da imparare i discorsi e i vari trucchi del mestiere meglio di qualsiasi tassista (non me ne vogliate se mi vanto un poco!).
Amo le storie dei tassisti perché rappresentano a pieno diritto un termometro dell’umore delle indomabili strade egiziane.
In questo libro vi sono alcune storie che ho vissuto e ascoltato, tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006.
Parlo di alcune storie, e non di tutte, perché diversi amici avvocati mi hanno detto che la loro pubblicazione sarebbe bastata a farmi sbattere in galera con l’accusa di calunnia e diffamazione; e che la pubblicazione di certi nomi contenuti in determinate storie e barzellette, di cui sono pieni gli occhi e le orecchie delle strade egiziane, è un affare pericoloso… davvero pericoloso, amici miei.
La cosa mi ha rattristato molto perché i racconti popolari e le barzellette, privati di una memoria, andranno perduti.
Ho tentato di riportarli qui, così come sono, narrati nella lingua della strada. Una lingua speciale, rude, vitale, schietta. Estremamente diversa dalla lingua cui ci hanno abituato i convegni e i salotti buoni.
Di certo il mio ruolo in questa sede non sta nel rivedere l’accuratezza delle informazioni che ho registrato e trascritto. Perché l’importante sta in quello che un individuo dice nella sua società, in un particolare momento storico, attorno a una determinata questione: nella scala di priorità di questo libro, l’intento sociologico viene prima di quello descrittivo.
La maggior parte dei tassisti appartiene a una classe sociale schiacciata dal punto di vista economico e vessata da un lavoro fisicamente devastante. La perenne posizione seduta in auto sgangherate spezza loro la schiena. Il traffico e il caos permanente delle strade cairote annichilisce il loro sistema nervoso e li conduce all’esaurimento. La corsa – in senso letterale – dietro il guadagno, tende i loro nervi fino al limite estremo… a questo si aggiunga il continuo tira e molla coi clienti, a causa dell’assenza di una tariffa stabilita, e coi poliziotti, che li sottopongono a una quantità di vessazioni che farebbero stare quieto nella tomba anche il defunto Marchese de Sade.
Inoltre, se calcolassimo in termini matematici il ritorno economico del taxi, considerando le spese legate all’usura, le percentuali dovute all’autista, le tasse, le multe, ecc., ci renderemmo conto che si tratta di un’attività a perdere in tutto e per tutto. Al contrario, questi imprenditori, non mettendo in conto la quantità di spese impreviste, immaginano che possa fruttare guadagno. Ne risultano auto logore, sfasciate e sudice, con a bordo autisti che lavorano come schiavi.
Una serie di provvedimenti del governo ha portato l’impresa taxi a un incremento senza precedenti, facendo arrivare il loro numero alla cifra di ottantamila soltanto al Cairo.
Con una legge emanata nella seconda metà degli anni ’90, il governo ha consentito la conversione di tutte le vecchie auto in taxi, insieme all’ingresso delle banche nel mercato dei finanziamenti di auto pubbliche e private. In questo modo, folle di disoccupati si sono riversate nella classe dei tassisti, entrando in una spirale di sofferenza mossa dalla corsa al pagamento delle rate bancarie; dove lo sforzo atroce di quei dannati si trasforma in ulteriore guadagno per banche, aziende automobilistiche e importatori di pezzi di ricambio.
Di conseguenza diventa possibile trovare tassisti con ogni tipo di competenza e livello d’istruzione, a partire dall’analfabeta, fino a giungere al laureato (ma non ho mai incontrato tassisti col dottorato, finora…).
Costoro detengono un’ampia conoscenza della società, perché la vivono concretamente, sulla strada. Ogni giorno entrano in contatto con una varietà impressionante di uomini. Attraverso le conversazioni si sommano nelle loro coscienze punti di vista che penetrano intensamente la condizione della classe dei miserabili d’Egitto, tant’è vero che, molto spesso, ritrovo nelle analisi politiche dei tassisti una profondità superiore a quella di tanti commentatori politici che riempiono di chiacchiere il mondo. Perché la cultura di questo popolo si rivela nelle sue anime più semplici.
Un popolo grandioso e ammirevole, il vero maestro di chiunque voglia imparare.

Khaled Al Khamissi, 21 Marzo 2006
(traduzione di Ernesto Pagano)

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Press Khamissi

Da dietro una ruota, una sincera panoramica del Cairo

ISBN 9788887847147 © il Sirente di Jill Carroll (The Christian Science Monitor, 13 dicembre 2007)

Un bestseller che offre sorprendenti critiche della società egiziana e del suo governo attraverso le voci dei taxi driver.

Il giornalista Jill Carroll discute con i tassisti del Cairo. Il tassista Ahmed siede dietro un volante rivestito in finta pelle di leopardo. Una scatoletta rovesciata di tessuto attaccato al soffitto pende accanto alla sua testa. Come la maggior parte dei tassisti Cairoti, ride facilmente, ed è sempre disposto a discutere dei pericoli del suo lavoro – che chi ha vissuto per un perido in questa fumosa città sa che sono numerosi.

Dice di essere stato sbattuto via, derubato, e  preso in giro dalla polizia. “sento che a causa loro la mia dignità si è spezzata”, dice a proposito della polizia della città, che “è molto dura con me”.

Come molti egiziani – che ha due o tre posti di lavoro per far quadrare il bilancio – Ahmed guida il taxi solo per guadagnare abbastanza per sostenere la sua famiglia.

Durante i suoi studi per la Laurea in Ingegneria informatica, ha passato gli ultimi quattro anni a trasportare passeggeri per pagarsi le tasse, di cui il 75% del guadagno andava al proprietario del veicolo. E pagava anche la benzina.

Ma “se lavorassi sfruttando la mia laurea guadagnerei solo $ 21 al mese. E non mi basterebbero neanche per le sigarette”.

La storia di Ahmed non è unica. Il suo caso avrebbe potuto facilmente essere stato preso da una storia del nuovo libro di Khalid al-Khamissi, “Taxi, Tales of Rides”, un best-seller che sta sorprendendo molti Cairoti per la sua visione della vita vista dal sedile posteriore di un taxi.

Nel suo primo libro, che è stato ristampato sette volte e ha venduto più di 30000 copie, il Sig Khamissi offre una vista variopinta sulla vita media egiziana, attraverso 58 dialoghi tra lui e i taxi driver.

È un romanzo, che attraverso le parole semplici del lavoro giornaliero dei tassisti, sviscera commenti sociali e politici, un approccio un pò audace qui che la censura è un problema reale. Ma la sua audacia ha fatto volare gli incassi nelle librerie egiziane.

Mentre la maggior parte dei titoli egiziani sono scritti in arabo classico, Khamissi mantiene la forma al minimo e impiega il dialetto egiziano colloquiale a tutti i dialoghi che si svolgono in taxi. In tal senso, il medium enfatizza il messaggio.

“La gente in strada o la gente [elegante] nei club, fa le stesse discussioni”, dice Khamissi, nel suo appartamento del Cairo. I dialoghi del libro intendono rappresentare un panorama della società egiziana nel 2006, spiega l’autore. “L’idea principale è quella di raccontare ciò che sono state le principali storie in Egitto nel corso del 2006 attraverso un eroe e questo eroe è un taxi driver.”

Mentre Ahmed potrebbe essere stato affascinante, i tassisti del Cairo sono un improbabile scelta per un simpatico personaggio. Dal punto di vista del passeggero, hanno la reputazione di essere avidi, si battono per le tariffe – tariffe che sono determinate dalla contrattazione – e sono selvaggi alla guida.

Per le donne, sedute accanto all’autista diventa spesso un invito al tassista per lasciare vagare le mani e per conversazioni suggestive. I luoghi comuni per i tassisti  sono materia da leggenda.

Ma Khamissi offre una visione più equilibrata dei tassisti. I dialoghi regalano delle sorprendenti critiche della società e del governo, oltre ad approfondimenti sulla vita media.

“C’è stato un grande dibattito in arabo [letterario]  nei circoli di impegno politico… si tratta di onde. Molti scrittori egiziani vedono se stessi come politicamente impegnati”, afferma Deborah Starr, un professore associato, che si è specializzato nella letteratura moderna araba presso la Cornell University Dipartimento di Studi sul Vicino Oriente.

Khamissi sembra a suo agio in questo genere di critica politica, anche se afferma che non era il suo obiettivo. In un passaggio, un taxi driver critica il presidente Hosni Mubarak, per nome, generalmente è una cosa che gli scrittori non fanno mai.

Mentre molte delle critiche riguardanti il governo in “Taxi” sono espresse privatamente tra gli egiziani, il dissenso è di solito vago e raro. Khamissi dice di non aver affrontato nessun contraccolpo a causa del libro, anche se un giornalista televisivo ha detto di essere stato avvertito dalla madre che aveva letto il libro, a non intervistare Khamissi.

“Si tratta di un articolata e divertente… critica” della società e della politica in Egitto, dice al  Cairo Press, Mark Linz, direttore dell’Università Americana, che pubblica ora una serie di libri di  letteratura araba in lingua inglese. ” è unico perché utilizza l’umorismo. Per delle questioni che gli egiziani tendono a prendere molto sul serio”.

Khamissi dice di non essere un’analista, ma molti dicono che la popolarità del libro viene dal fatto che “ognuno si ritrova nel libro [quando hanno letto il libro.] Ogni lettore ci legge la  propria esperienza.”

(traduzione di Chiarastella Campanelli)