Metro, il fumetto censurato in Egitto

Gari­wo | Saba­to 25 dicem­bre 2010 |

Il fumet­to di Mag­dy El Sha­fee vie­ne pub­bli­ca­to al Cai­ro nel 2008, stam­pa­to in poche miglia­ia di copie imme­dia­ta­men­te cen­su­ra­te. Metro è la pri­ma gra­phic novel del Pae­se e rac­con­ta la real­tà egi­zia­na uti­liz­zan­do il dia­let­to, la lin­gua par­la­ta dal­la gen­te in un con­te­sto dove metà del­la popo­la­zio­ne è semi-anal­fa­be­ta. A fine novem­bre usci­rà anche in Ita­lia con la case edi­tri­ce il Siren­te.
Il fumet­to descri­ve la vita fre­ne­ti­ca di una capi­ta­le afri­ca­na dove le fer­ma­te del­la metro­po­li­ta­na sono inti­to­la­te a uomi­ni sim­bo­lo del­la sto­ria egi­zia­na. Nel 2008 per imma­gi­ni e con­te­nu­ti trop­po spin­ti l’autore e l’editore sono sta­ti con­dan­na­ti alla distru­zio­ne di tut­te le copie del volume.

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Il fumetto che denuda il regime del Faraone

Euro­pa | Mar­te­dì 14 dicem­bre 2010 | Tizia­na Bar­ruc­ci |

In Egit­to un gio­va­ne blog­ger e dise­gna­to­re fini­sce in tri­bu­na­le per le sue stri­sce irri­ve­ren­ti nei con­fron­ti del gover­no. Seque­stra­to il suo libro Metro

«Le per­so­ne vivo­no come ane­ste­tiz­za­te, non c’è nien­te che le col­pi­sca. Per quan­te cose pos­sa­no vede­re, alla fine diran­no sem­pre: fra­tel­lo, que­sto è pur sem­pre il mio pae­se». Ha qual­co­sa che potrem­mo con­di­vi­de­re anche noi ita­lia­ni l’amara rifles­sio­ne dell’ingegnere Shi­hab, pro­ta­go­ni­sta del pri­mo gra­phic novel egi­zia­no “Metro”, scrit­to in ara­bo dall’esordiente Mag­dy el Sha­fee e usci­to da qual­che gior­no anche nel­le nostre libre­rie (edi­zio­ne il Siren­te, 15,00 euro).
Metro” è la sto­ria di un gio­va­ne inge­gne­re capa­ce e intel­li­gen­te, ma schiac­cia­to da una real­tà sen­za mobi­li­tà socia­le e sen­za meri­to­cra­zia. Un gio­va­ne che vuo­le scap­pa­re da quel­la «trap­po­la aper­ta, in cui sia­mo rin­chiu­si solo per­ché nes­su­no ha mai pro­va­to a usci­re». Ma è anche la sto­ria d’amore con la bel­la e rivo­lu­zio­na­ria gior­na­li­sta Dina, la sto­ria di un omi­ci­dio, di un fur­to miliar­da­rio, di una mani­fe­sta­zio­ne repres­sa nel san­gue, di Musta­fa e di suo fra­tel­lo Wael, costret­to dal­la pover­tà a diven­ta­re un pic­chia­to­re del regi­me. Pro­prio il regi­me, con la cor­ru­zio­ne poli­ti­ca, l’oppressione e gli intri­ghi nasco­sti, diven­ta l’altro pro­ta­go­ni­sta di un intrec­cio che si svi­lup­pa nel­la cao­ti­ca Cairo.
Sul­lo sfon­do, la linea del­la metro­po­li­ta­na, con le fer­ma­te dedi­ca­te ai pre­si­den­ti egiziani.
Una sto­ria accat­ti­van­te che trae la sua grin­ta anche dal lin­guag­gio usa­to: i dia­lo­ghi sono scrit­ti in “ammeya” il dia­let­to egi­zia­no, e quin­di anco­ra più vici­ni alle stra­de del­la capi­ta­le. I dise­gni in bian­co e nero rac­con­ta­no più di tan­te paro­le il moder­no pae­se del­le pira­mi­di. Il trat­to, ini­zial­men­te ben deci­so, diven­ta pro­gres­si­va­men­te sfu­ma­to, a sim­bo­leg­gia­re una cit­tà in dis­so­lu­zio­ne che mol­ti non vor­reb­be­ro rac­con­ta­re: a pochi gior­ni dal­la sua pub­bli­ca­zio­ne il fumet­to è sta­to infat­ti riti­ra­to dal­la ven­di­ta e oggi in Egit­to è impos­si­bi­le tro­var­lo. Una sce­na di ses­so, ma soprat­tut­to dei con­te­nu­ti rite­nu­ti poli­ti­ca­men­te scor­ret­ti gli sono costa­ti un pro­ces­so e una con­dan­na pecu­nia­ria pesan­te. Nel ver­ba­le di denun­cia si leg­ge che alcu­ni per­so­nag­gi di “Metro” pos­so­no ras­so­mi­glia­re a uomi­ni poli­ti­ci esi­sten­ti. Pec­ca­to che quan­do l’avvocato di el Sha­fee ha chie­sto duran­te l’udienza, di qua­li poli­ti­ci si trat­tas­se, l’ufficiale è rima­sto in silen­zio: trop­po peri­co­lo­so fare i nomi per davvero.
El Sha­fee è un blog­ger che ama dise­gna­re e ama la liber­tà. Ini­zia a col­la­bo­ra­re con il quo­ti­dia­no indi­pen­den­te el Dostur e pub­bli­ca alcu­ne stri­sce di suc­ces­so. Nel frat­tem­po, assie­me ad altri egi­zia­ni desi­de­ro­si di giu­sti­zia, usa inter­net e le mani­fe­sta­zio­ni per fare oppo­si­zio­ne al regi­me. Fino a quan­do deci­de che la sto­ria dell’Egitto con­tem­po­ra­neo deve esse­re rac­con­ta­ta. Alla sua manie­ra, attra­ver­so i dise­gni. Vede la luce “Metro”. È la pri­ma­ve­ra del 2008, il fumet­to è sta­to pub­bli­ca­to da nean­che un mese e la poli­zia fa irru­zio­ne nel­la sede del­la casa edi­tri­ce Mala­meh. Vor­reb­be par­la­re con l’editore Muham­med Shar­qa­wi, che però è già nel­le car­ce­ri del raìs con l’accusa di aver fomen­ta­to lo scio­pe­ro del 6 apri­le, con­tro il caro­vi­ta e i sala­ri da fame.
Anche l’autore el Sha­fee è ricer­ca­to, non sa cosa fare. Potreb­be scap­pa­re, ma poi segue il con­si­glio del­la moglie e si pre­sen­ta alla poli­zia. «In quel­le ore mia moglie mi ha det­to qual­co­sa che ricor­de­rò per sem­pre – rac­con­ta – costi­tui­sci­ti, e se sarai incar­ce­ra­to io sarò anco­ra più fie­ra di te».
Oggi el Sha­fee è un uomo libe­ro. A Roma, assie­me al suo tra­dut­to­re Erne­sto Paga­no, che lo ha sco­per­to qua­si per caso, ha pre­sen­ta­to il suo fumet­to. Gra­zie a “Metro” oggi sap­pia­mo qual­co­sa in più dell’Egitto, il nostro pri­mo part­ner eco­no­mi­co al di là del Mediterraneo.
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Metro Madgy El Shafee

Zigu­li­ne | Saba­to 11 dicem­bre 2010 | Valen­ti­na A. |

Oggi vi pre­sen­tia­mo Metro, una gra­fic novel dell’autore egi­zia­no Mag­dy El Sha­fee. Metro è sta­to pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta in Egit­to nel 2009 e dopo soli tre mesi è sta­ta riti­ra­ta ogni copia dal­le libre­rie per osce­ni­tà e sce­ne vio­len­te. Qual­che gior­no fa si è svol­ta a Roma la pre­sen­ta­zio­ne dell’edizione ita­lia­na del roman­zo e l’autore ha rac­con­ta­to al pub­bli­co pre­sen­te le vicis­si­tu­di­ni del suo Metro. L’unicità di que­sto roman­zo è quel­la di esse­re la pri­ma gra­fic novel del mon­do ara­bo,  nata in un pae­se in cui non esi­ste una vera tra­di­zio­ne fumet­ti­sti­ca. Pro­ta­go­ni­sta del roman­zo è Shi­hab, un soft­ware desi­gner che, non riu­scen­do a paga­re il debi­to con­trat­to con uno stroz­zi­no, orga­niz­za una rapi­na in ban­ca per risol­ve­re defi­ni­ti­va­men­te i suoi pro­ble­mi finan­zia­ri. Per rea­liz­za­re l’impresa si avvar­rà del­la com­pli­ci­tà dell’amico Musta­fa il qua­le lo lasce­rà a boc­ca asciut­ta e fug­gi­rà con la refur­ti­va. Sul­lo sfon­do di que­sta vicen­da scor­re Il Cai­ro, con i suoi rumo­ri e in par­ti­co­la­re con quel­li di una mani­fe­sta­zio­ne di lavo­ra­to­ri avve­nu­ta il 6 apri­le 2008, che ha dato vita ad un movi­men­to di pro­te­sta gio­va­ni­le, dif­fu­so in rete attra­ver­so i nume­ro­si blog atti­vi nel pae­se. Nei dise­gni si sro­to­la­no gli avve­ni­men­ti egi­zia­ni degli ulti­mi anni, caden­za­ti, dal­le fer­ma­te del­la metro che por­ta­no il nome dei pre­si­den­ti egi­zia­ni Nas­ser, Sadat e Muba­rak. Metro è un thril­ler, una sto­ria d’amore e un roman­zo poli­ti­co metro­po­li­ta­no che si ani­ma die­tro le quin­te e nei sot­ter­ra­nei dell’affascinante e deca­den­te Il Cai­ro. Buo­na lettura.

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Metro” la graphic novel che fa paura al potere egiziano

| Libe­ra­zio­ne | Vener­dì 10 dicem­bre 2010 | Gui­do Cal­di­ron |

Il dise­gna­to­re Mag­di El Sha­fee pre­sen­ta in que­sti gior­ni in Ita­lia la sua opera.
Nell’Egitto di Muba­rak anche i fumet­ti fan­no pau­ra. il regi­me che pro­prio in que­sti gior­ni ha dato una nuo­va pro­va del­la sua resi­sten­za a pro­ce­de­re nel­la dire­zio­ne di una demo­cra­tiz­za­zio­ne del­le isti­tu­zio­ni e del­la socie­tà, esclu­den­do dal voto per le ele­zio­ni poli­ti­che gran par­te dell’opposizione, è sce­so in guer­ra con­tro una gra­phic novel met­ten­do in moto la mac­chi­na del­la cen­su­ra e del­la repressione.
Que­sto alme­no è quan­to acca­du­to a Mag­dy El Sha­fee, un gio­va­ne dise­gna­to­re che si è tra­sfor­ma­to in uno degli auto­ri più apprez­za­ti del pae­se. Nato al Cai­ro nel 1972, El Sha­fee ha debut­ta­to nel fumet­to in occ­ca­sio­ne del Comic Work­shop Egypt che si è svol­to nel­la capi­ta­le egi­zia­na nel 2001 e ha pub­bli­ca­to nel 2008 la gra­phic novel Metro, oggi tra­dot­ta nel nostro pae­se nell’ambito del­la col­la­na “Altria­ra­bi” dell’editrice il Siren­te (pp. 80, euro 15,00), che gli è costa­ta parec­chi guai con la giu­sti­zia del suo paese.
Il fumet­to, un cru­do thril­ler metro­po­li­ta­no che alter­na in un livi­do bian­co e nero trat­ti raf­fi­na­ti qua­si foto­gra­fi­ci a schiz­zi volu­ta­men­te spor­chi e stra­da­io­li, rac­con­ta la sto­ria di She­hab, un gio­va­ne pro­gram­ma­to­re di com­pu­ter che si lascia coin­vol­ge­re da un poli­ti­co cor­rot­to in una rapi­na, pro­po­nen­do anche una rifles­sio­ne sul­le tra­sfor­ma­zio­ni cono­sciu­te dal­la socie­tà egi­zia­na, rias­sun­te sim­bo­li­ca­men­te nel­le sta­zio­ni del­la metro­po­li­ta­na cai­ro­ta che por­ta­no il nome dei lead­wer e dei pre­si­den­ti che si sono suc­ce­du­ti nell’ultimo mez­zo seco­lo: da Nas­ser a Muba­rak pas­san­do per Sadat.
Con l’accusa di uti­liz­za­re un lin­guag­gio “trop­po spin­to”, Metro è sta­to dap­pri­ma riti­ra­to dal­la ven­di­ta, quin­di il suo auto­re ha dovu­to subi­re un pro­ces­so: Mag­dy El Sha­fee è così com­par­so il 4 apri­le 2008 davan­ti al Tri­bu­na­le del Cai­ro; accan­to a lui, sul ban­co degli impu­ta­ti, il suo edi­to­re, Moha­med Shar­qa­wi. Alla fine il dise­gna­to­re è sta­to con­dan­na­to a paga­re una mul­ta e tut­te le copie in cir­co­la­zio­ne del­la gra­phic novel sono sta­te distrut­te. «Il moti­vo uffi­cia­le – spie­ga El Sha­fee – è che la poli­zia mora­le ha tro­va­to il lin­guag­gio usa­to nel fumet­to trop­po spin­to. Tut­ta­via basta pas­seg­gia­re in Piaz­za Ram­ses al Cai­ro per ren­der­si con­to che il lin­guag­gio quo­ti­dia­no egi­zia­no sia ben più spin­to. La real­tà è che il rife­ri­men­to alla per­so­na del poli­ti­co cor­rot­to non è visto come pura­men­te casua­le…». «L’aministrazione nazio­na­le e reli­gio­sa egi­zia­na non han­no la cul­tu­ra del dibat­ti­to –- spie­ga anco­ra il dise­gna­to­re –: quan­do una cosa non gli pia­ce esi­go­no la cen­su­ra immediata».
Mag­dy el Sha­fee, che in que­sti gior­ni è nel nostro pae­se per pre­sen­ta­re la sua ope­ra, dopo aver par­te­ci­pa­to all’inizio del mese al Festi­val del fumet­to Medi­ter­ra­neo, il Nues, che si è svol­to a Caglia­ri —  que­sta sera alle 20,30 sarà all’Oblomov di via Mace­ra­ta 58, nel quar­tie­re del Pigne­to a Roma — rac­con­ta come abbia sem­pre ama­to «i fumet­ti come mez­zo di espres­sio­ne, non solo come dise­gno. Da bam­bi­no Super­man e Tin­tin era­no le mie let­tu­re idea­li e quan­do, all’età di 15–16 anni, ho let­to una sto­ria di Hugo Pratt è sta­ta per me una mera­vi­glio­sa sor­pre­sa: l’eroe del fumet­to non dove­va esse­re per for­za un model­lo pie­no di vir­tù… Così deci­si che non sarei diven­ta­to un bra­vo pit­to­re e che avrei fat­to di tut­to per diven­ta­re inve­ce un fumettista».

 

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Metro, di Magdy el-Shafee

| Arabismo.it | Vener­dì 10 dicem­bre 2010 | Ales­san­dra Fab­bret­ti |

Mag­dy el-Sha­fee, al suo esor­dio nel mon­do del­la let­te­ra­tu­ra impe­gna­ta e d’avanguardia, stu­pi­sce il mon­do ara­bo – e non solo- con una crea­zio­ne tan­to ori­gi­na­le quan­to affa­sci­nan­te: Metro. Il pri­mo gra­phic novel mai rea­liz­za­to nel mon­do ara­bo, edi­to in Ita­lia da il Siren­te, ci lan­cia all’inseguimento cao­ti­co di per­so­nag­gi, even­ti e situa­zio­ni che ci par­la­no di una cit­tà bor­der line tra vec­chio e moder­no, tra le affol­la­te e rumo­ro­se stra­de del Cai­ro, anche quel­le sot­ter­ra­nee del­la metro­po­li­ta­na, in cui i nomi del­le fer­ma­te lan­cia­no un chia­ro mes­sag­gio: Saad Zaa­ghloul, Nas­ser, Sadat e Mubarak.
Shi­bab, il pro­ta­go­ni­sta, è un bril­lan­te infor­ma­ti­co che spe­ra di rag­giun­ge­re sol­di e suc­ces­so attra­ver­so i suoi pro­gram­mi: non ha fat­to i con­ti però con la real­tà in cui vive, e il suo sogno dege­ne­ra pre­sto in un incu­bo. Debi­ti, minac­ce e per­si­no un cre­di­to­re par­ti­co­lar­men­te agguer­ri­to che gli lan­cia con­tro suoi sca­gnoz­zi diven­ta­no refrain del­la sua vita quo­ti­dia­na. L’impossibilità di usci­re dal­la trap­po­la in cui è cadu­to — e le cui fila sono tes­su­te dal­la stes­sa socie­tà egi­zia­na, pro­fon­da­men­te cor­rot­ta e clien­te­li­sti­ca- lo per­sua­de a rapi­na­re una ban­ca. Ma i guai non fini­sco­no cer­to qui: delit­ti, inse­gui­men­ti, tra­di­men­ti e mani­fe­sta­zio­ni deci­sa­men­te movi­men­ta­te rit­ma­no la secon­da par­te del­la sto­ria, che si con­clu­de­rà con un fina­le non bel­lo, ma sicu­ra­men­te sere­no, in cui è pos­si­bi­le intra­ve­de­re un fle­bi­le bar­lu­me di speranza.
Inter­vi­sta­to duran­te la pri­ma roma­na del libro orga­niz­za­ta dall’Associazione Cul­tu­ra­le Ara­bi­smo nell’ambito del­la ras­se­gna Ara­bi­smo al Caf­fè, lo scor­so 7 dicem­bre, Mag­dy rac­con­ta la sua gra­dua­le evo­lu­zio­ne da ano­ni­mo far­ma­ci­sta a vignet­ti­sta impe­gna­to. Dopo aver fre­quen­ta­to un semi­na­rio sul fumet­to alla Ame­ri­can Uni­ver­si­ty nel 2001, Mag­dy entra in con­tat­to col quo­ti­dia­no indi­pen­den­te Dustur e ini­zia a pub­bli­ca­re stri­sce di sati­ra poli­ti­ca. Metro arri­ve­rà solo nel 2008. Pro­fon­da­men­te influen­za­to dai model­li occi­den­ta­li qua­li Super­man e Cor­to Mal­te­se, il trat­to di que­sto pro­met­ten­te dise­gna­to­re è rapi­do, deci­so e fram­men­ta­to: come la socie­tà cai­ro­ta sta len­ta­men­te per­den­do spe­ran­ze e voglia di com­bat­te­re, così sul­le tavo­le di Metro i per­so­nag­gi sono rap­pre­sen­ta­ti a metà, in modo solo par­zial­men­te ben defi­ni­to. Quel poco che l’autore lascia assag­gia­re del­la sua arte per­met­te di nota­re una cer­ta sicu­rez­za, ma il resto, ossia le par­ti sgra­na­te o con­fu­se, rive­la­no mol­to di un altro pro­ta­go­ni­sta di que­sto lavo­ro: il Cai­ro, con le sue mol­te­pli­ci con­trad­di­zio­ni che sgre­to­la­no il tes­su­to socia­le e le rela­zio­ni tra gli indi­vi­dui. Pro­prio a cau­sa del­la sin­ce­ri­tà con cui Mag­dy el-Sha­fee cri­ti­ca il modus ope­ran­di di poli­ti­ci e poli­ziot­ti in Egit­to, ha subì­to una con­dan­na mol­to pesan­te da par­te di un tri­bu­na­le che lo ha mul­ta­to e ha dispo­sto la distru­zio­ne di tut­te le copie del libro.

Mag­dy, pen­si che il regi­me si sen­ta minac­cia­to da ope­re come la tua?” chie­dia­mo all’autore nel cor­so del nostro incontro.
“No, non cre­do sia esat­to par­la­re di minac­cia” rispon­de el-Sha­fee. “L’arte, qua­lun­que sia il cana­le che scel­ga per espri­mer­si, sia esso la let­te­ra­tu­ra, la pit­tu­ra, la musi­ca e per­si­no il fumet­to, non vuo­le mai minac­cia­re, ben­sì rac­con­ta­re qual­co­sa. Non si pone mai come obbiet­ti­vo di ribal­ta­re le cose. Se poi ci rie­sce, è un altro discorso.”

Il tuo rac­con­to rical­ca un po’ i fat­ti del 6 apri­le. La gen­te allo­ra subì una scos­sa, fu un pun­to di svol­ta per la costru­zio­ne del­la con­sa­pe­vo­lez­za col­let­ti­va: non sei d’accordo? Per­ché nel tuo libro accu­si le per­so­ne di esse­re “ane­ste­tiz­za­te” agli even­ti che le circondano?”
I fat­ti del 6 apri­le sono sta­ti un momen­to mol­to impor­tan­te per l’Egitto, soprat­tut­to per le gran­di metro­po­li come il Cai­ro ed Ales­san­dria, ma la stra­da ver­so la con­sa­pe­vo­lez­za pie­na è mol­to lun­ga. Cre­do che man­chi anco­ra mol­to, ed è dif­fi­ci­le fare una pre­vi­sio­ne esatta.”

Pub­bli­can­do que­sto libro non hai temu­to di met­te­re in qual­che modo in peri­co­lo la tua famiglia?”
Ricor­do anco­ra il gior­no in cui arri­vò la con­vo­ca­zio­ne da par­te del­la que­stu­ra. Io natu­ral­men­te ero mol­to agi­ta­to e teme­vo che mi avreb­be­ro fer­ma­to. Fu allo­ra che mia moglie mi guar­dò drit­to negli occhi e mi dis­se che mi avreb­be accom­pa­gna­to, e aggiun­se che se mi aves­se­ro arre­sta­to, in quel momen­to lei si sareb­be sen­ti­ta la moglie più fie­ra e orgo­glio­sa d’Egitto, e mi sareb­be rima­sta accan­to in ogni caso.”

Nel roman­zo, Dina è la gio­va­ne gior­na­li­sta che par­te­ci­pa con entu­sia­smo a tut­te le mani­fe­sta­zio­ni di pro­te­sta men­tre Shi­hab è più disil­lu­so, le evi­ta e cer­ca di con­vin­ce­re l’amica a non anda­re. Tu con qua­le dei tuoi pro­ta­go­ni­sti stai?”
Con Dina, natu­ral­men­te. È vero che le mani­fe­sta­zio­ni sono peri­co­lo­se e si rischia mol­to, ma lo con­si­de­ro un modo per far par­la­re la gen­te, per espri­mer­si con­tro quel­lo che non pia­ce. Anche se for­se non ser­vo­no a cam­bia­re le cose, non smet­te­rò mai di crederci.”

Di fron­te a Metro anche gli altri pae­si del mon­do ara­bo han­no rea­gi­to come l’Egitto?”
No, non tut­ti, devo ammet­te­re che ha susci­ta­to gran­de inte­res­se, e vari pae­si lo han­no stam­pa­to e dif­fu­so con entu­sia­smo. Tra que­sti soprat­tut­to Qatar e Liba­no. Que­sto fat­to mi ha mol­to col­pi­to e rallegrato.”

Dopo i guai che hai pas­sa­to a cau­sa di Metro, ti sei sco­rag­gia­to oppu­re sei pron­to a scri­ve­re e dise­gna­re ancora?”
Se Dio vuo­le, con­ti­nue­rò il mio lavo­ro. Non mi sen­to sco­rag­gia­to, anzi è il con­tra­rio. Per­ciò ripren­de­rò pre­sto a disegnare.”

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Si chiama ”Metro”, la prima contestatissima graphic novel

Radio3Mondo | Mer­co­le­dì 8 dicem­bre 2010 | a cura di Cri­stia­na Castellotti |

Si chia­ma ”Metro”, la pri­ma con­te­sta­tis­si­ma gra­phic novel del gio­va­ne fumet­ti­sta egi­zia­no. Per le imma­gi­ni con­te­nu­te, con­si­de­ra­te trop­po spin­te, auto­re e edi­to­re sono sta­ti pro­ces­sa­ti e con­dan­na­ti alla distru­zio­ne di tut­te le copie del volu­me. Come fun­zio­na la cen­su­ra in Egit­to? Lo chie­dia­mo a  Mag­di El Sha­fee, auto­re di Metro, il Siren­te.

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Magdy El-Shafee a Nues, fumetti per il Mediterraneo

afNews | Mer­co­le­dì 8 dicem­bre 2010 | Gat­to Zeneise |

Ospi­te in que­sti gior­ni a Caglia­ri nell’ambito del III. festi­val inter­na­zio­na­le Nues-fumet­ti e car­to­ni nel  Medi­ter­ra­neo (www.nues.it), tra gli altri c’ anche  il discus­so auto­re egi­zia­no Mag­dy El-Sha­fee, del cui pro­ces­so in patria con­tro la sua gra­phic novel ‘METRO ave­va­mo già accen­na­to in post pre­ce­den­ti. Accu­sa­to dal­le auto­ri­tà di uti­liz­za­re un lin­guag­gio ‘osce­no’ (e addi­rit­tu­ra bla­sfe­mo(!), che nel 2010 è anco­ra un otti­mo espe­dien­te per scre­di­ta­re le persone…non solo in Egit­to!), in real­tà il fumet­to in que­stio­ne avreb­be la vera col­pa di get­ta­re uno sguar­do impie­to­so sull’attuale socie­tà egi­zia­na, tra disoc­cu­pa­zio­ne e cor­ru­zio­ne, cini­smo e dis­so­lu­zio­ne dei costumi…insomma, tut­to il mon­do è pae­se, giu­sto? L’editore di El-Sha­fee fu vit­ti­ma anche di inti­mi­da­zio­ni e pestag­gi da par­te del­la poli­zia, e dopo mol­ti rin­vii dovu­ti all’inaspettata sol­le­va­zio­ne popo­la­re e intel­let­tua­le lèva­ta­si in tut­to il mon­do a favo­re dell’opera (effi­ca­cis­si­mo l’appello via web dell’autore, capa­ce di sen­si­bi­liz­za­re l’opinione pub­bli­ca pri­ma che i cen­so­ri potes­se­ro ten­ta­re di ‘oscu­ra­re’ la vicen­da) il pro­ces­so si è con­clu­so con la con­dan­na alla distru­zio­ne di tut­te le copie dell’opera e al paga­men­to di una mul­ta di 5000 lire egi­zia­ne (700 euro ca.); ma ormai l’enorme richia­mo susci­ta­to in tut­to il mon­do dal­la gra­phic novel ne con­sen­ti­rà la tra­du­zio­ne e la pub­bli­ca­zio­ne anche negli USA e in Euro­pa. In un’intervista l’autore però dichia­ra di voler con­ti­nua­re a lavo­ra­re nel suo Pae­se, spe­ran­do che l’attenzione otte­nu­ta sul tema del­la liber­tà d’espressione por­ti ad un mag­gio­re dibat­ti­to e con­fron­to sul­le pro­ble­ma­ti­che socia­li che appa­io­no nel fumet­to, e che fan­no comun­que par­te del­la nor­ma­le evo­lu­zio­ne di qual­sia­si socie­tà. El-Sha­fee desi­de­ra tor­na­re ai pro­prio pro­get­ti, non limi­ta­ti al gene­re ‘di denun­cia’ pur se sem­pre ani­ma­ti da un sin­ce­ro desi­de­rio di rin­no­va­men­to, tra cui una sor­ta di sto­ria dell’Egitto attra­ver­so le don­ne incon­tra­re e ama­te nel­la sua vita. Maa­zel tov!!!

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Nues 2010 ospita Magdy El Shafee

Medi­ter­ra­neo | Mar­te­dì 7 dicem­bre 2010 | Sabi­no Pignataro |

Arti­sta, auto­re di fumet­ti ed illu­stra­to­re egi­zia­no. Aman­te dell’arte in gene­ra­le e del fumet­to in par­ti­co­la­re, ha comin­cia­to uffi­cial­men­te la sua car­rie­ra di fumet­ti­sta nel 2001, in occa­sio­ne del Comic Work­shop Egypt, tenu­to­si pres­so l’Università Ame­ri­ca­na del Cai­ro. Si è inse­ri­to nel filo­ne nar­ra­ti­vo del rea­li­smo socia­le, ambien­tan­do le sue ope­re nei luo­ghi più tra­di­zio­na­li del Cai­ro e descri­ven­do gli aspet­ti del­la vita popo­la­re cai­ro­ta per affron­ta­re i temi cal­di dell’Egitto: poli­ti­ca, eco­no­mia, sani­tà, istru­zio­ne e povertà.
Nel 2008, con le edi­zio­ni Dar Merif, pub­bli­ca Metro, una gra­phic-novel che rac­con­ta la sto­ria di Shi­hab, un gio­va­ne ed esper­to pro­gram­ma­to­re di com­pu­ter che, non poten­do paga­re un debi­to con­trat­to con un usu­ra­io, si lascia tra­sci­na­re da un poli­ti­co cor­rot­to in una rapi­na in banca.
Metro è diven­ta­ta un caso cla­mo­ro­so, quan­do il Gover­no ne ha ordi­na­to la con­fi­sca dal­le libre­rie e ha aper­to un pro­ces­so nei con­fron­ti dell’autore e del suo edi­to­re, accu­sa­ti di usa­re un lin­guag­gio trop­po spin­to. In real­tà, la cen­su­ra riguar­da più in gene­ra­le i con­te­nu­ti dell’opera, che pro­po­ne un’aperta cri­ti­ca socia­le, rap­pre­sen­tan­do il recen­te movi­men­to demo­cra­ti­co egi­zia­no e descri­ven­do le gra­vi con­se­guen­ze di qual­sia­si atti­vi­smo poli­ti­co. Infat­ti, alla fine, il pro­ces­so si è con­clu­so con la con­dan­na alla distru­zio­ne di tut­te le copie dell’opera e al paga­men­to di una mul­ta di 5.000 lire egi­zia­ne (cir­ca 700 euro).

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El Shafee il vignettista più censurato d’Egitto

| Il Gior­na­le | Mar­te­dì 7 dicem­bre 2010 | Mat­teo Sacchi |

Lui si chia­ma Mag­dy El Sha­fee e appe­na ha mes­so pie­de in Ita­lia (ospi­te ieri di pun­ta di Nues, il Festi­val inter­na­zio­na­le del fumet­to Medi­ter­ra­neo orga­niz­za­to da Bepi Vigna) ha det­to: «È un’emozione gran­dis­si­ma esse­re nel­la ter­ra che ha dato i nata­li ai miei mae­stri, Milo Mana­ra, Dino Bat­ta­glia, Hugo Pratt, Eleu­te­ri Ser­pie­ri». E anche noi dovrem­mo esse­re ono­ra­ti di aver­lo qui, per­ché anche se a mol­ti ita­lia­ni il suo nome non dice mol­to, è uno dei fumet­ti­sti più bra­vi di tut­to il Medio orien­te. E anche uno dei più corag­gio­si visto che i suoi fumet­ti sono fini­ti pesan­te­men­te sot­to il tiro del­la cen­su­ra egi­zia­na. Infat­ti al Cai­ro, sua cit­tà nata­le, non si tro­va una sola copia (a meno che non sia clan­de­sti­na) del­la sua pri­ma gra­phic novel, Metro. Il moti­vo? Que­sto lavo­ro pub­bli­ca­to nel 2008 rac­con­ta­va con piglio fero­ce e rea­li­sti­co la vita sot­ter­ra­nea del­la capi­ta­le di Muba­rak, denun­cian­do­ne le ingiu­sti­zie socia­li e met­ten­do il dito nel­la pia­ga del dispo­ti­smo del pote­re poli­ti­co (che carat­te­riz­za mol­ti sta­ti ara­bi). Ecco­ne in sol­do­ni la tra­ma. Il pro­ta­go­ni­sta è Shi­hab, soft­ware desi­gner che, com­pli­ce la cri­si eco­no­mi­ca, non può paga­re un debi­to con­trat­to con uno stroz­zi­no e che orga­niz­za una rapi­na in ban­ca per risol­ve­re defi­ni­ti­va­men­te i suoi pro­ble­mi finan­zia­ri. Per rea­liz­za­re l’impresa cri­mi­na­le si avvar­rà di un ami­co: Musta­fà. Quel­lo però lo tra­di­sce e fug­ge con tut­ta la refur­ti­va. Shi­hab si tro­va così in un vor­ti­ce di cor­ru­zio­ne poli­ti­ca e finan­zia­ria, tro­van­do l’unica con­so­la­zio­ne, mol­to car­na­le, nel­la gior­na­li­sta Dina. Una tra­ma che per un fumet­to occi­den­ta­le non ha nul­la di sca­bro­so ma che a El Sha­fee e al suo edi­to­re, Moha­med Shar­qa­wi, è costa­ta un pro­ces­so e la con­dan­na alla distru­zio­ne di tut­te le copie per alcu­ne imma­gi­ni con­si­de­ra­te por­no­gra­fi­che e per­so­nag­gi trop­po rispon­den­ti alle carat­te­ri­sti­che di rea­li uomi­ni poli­ti­ci. Il fumet­to ha avu­to però gran­de suc­ces­so in Euro­pa e in Ita­lia è sta­to pub­bli­ca­to dal pic­co­lo edi­to­re il Siren­te. El Sha­fee ne è feli­ce ma dice: «Non pen­sa­vo di sol­le­va­re un tale vespa­io, ma cen­su­ra e con­dan­na a par­te, mi ha mol­to rin­cuo­ra­to la soli­da­rie­tà rice­vu­ta… mi ha spin­to a resta­re nel mio Pae­se». Tan­to che del pro­ces­so subi­to ricor­da soprat­tut­to que­sto: «Mi è rima­sta impres­sa un’immagine di quel­la gior­na­ta: il vol­to stu­pi­to del giu­di­ce, per­so­na peral­tro edu­ca­ta e gen­ti­le, di fron­te a tut­ta quel­la fol­la venu­ta a soste­ner­mi. Era come se il desi­de­rio di liber­tà del­le per­so­ne riu­scis­se a scon­fig­ge­re anche la censura».

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Magdy, graphic novel contro il potere

| La Nuo­va Sar­de­gna | Mar­te­dì 7 dicem­bre 2010 | Spettacolo |

«E’ un’emozione gran­dis­si­ma esse­re nel­la ter­ra che ha dato i nata­li ai miei mae­stri, Milo Mana­ra, Dino Bat­ta­glia, Hugo Pratt, Eleu­te­ri Ser­pie­ri». E’ per la pri­ma vol­ta in Ita­lia Mag­dy El Sha­fee, il fumet­ti­sta egi­zia­no cen­su­ra­tis­si­mo dal gover­no di Muba­rak.  In Egit­to non si tro­va una sola copia del­la sua pri­ma gra­phic novel egi­zia­na, «Metro». Ambien­ta­ta in una Cai­ro sot­ter­ra­nea, denun­cia le ingiu­sti­zie e sve­la la natu­ra dispo­ti­ca del pote­re. Lui e il suo edi­to­re, Moha­med Shar­qa­wi, sono sta­ti pro­ces­sa­ti e con­dan­na­ti alla distru­zio­ne di tut­te le copie per alcu­ne imma­gi­ni con­si­de­ra­te por­no­gra­fi­che e per­so­nag­gi trop­po rispon­den­ti a rea­li uomi­ni poli­ti­ci. Il suo viag­gio è par­ti­to dal «Nues», il Festi­val inter­na­zio­na­le del fumet­to Medi­ter­ra­neo orga­niz­za­to dal vignet­ti­sta Bepi Vigna. Al pub­bli­co ha pre­sen­ta­to l’edizione ita­lia­na del «Roman­zo a fumet­ti» edi­ta da il Siren­te. «Non pen­sa­vo di sol­le­va­re un tale vespa­io, ma cen­su­ra e con­dan­na a par­te, mi ha mol­to rin­cuo­ra­to la soli­da­rie­tà rice­vu­ta, intel­let­tua­li, blog­ger, gen­te del popo­lo e don­ne in pri­ma linea, mi ha spin­to a resta­re nel mio pae­se. Soste­gno e atte­sta­ti di sti­ma sono giun­ti anche da altri Pae­si di cul­tu­ra ara­ba, Kuwait, Emi­ra­ti, Pae­si del Gol­fo, Liba­no. Sono gra­to all’Italia che lo ha tra­dot­to e ai tan­ti che ne han­no par­la­to nei blog e siti inter­net». Nel suo blog «For glo­bal Voi­ce» una sua soste­ni­tri­ce ha scrit­to: «se resti indif­fe­ren­te di fron­te a chi subi­sce un’ingiustizia, se doma­ni capi­ta a te nes­su­no inter­vie­ne». Un mes­sag­gio for­te che ha scos­so le coscien­ze di tan­ti. Tan­to che una marea di per­so­ne con la loro pre­sen­za in tri­bu­na­le al Cai­ro ha volu­to testi­mo­niar­gli soli­da­rie­tà. «Mi è rima­sta impres­sa un’immagine di quel­la gior­na­ta: il vol­to stu­pi­to del giu­di­ce, per­so­na peral­tro edu­ca­ta e gen­ti­le, di fron­te a tut­ta quel­la fol­la. Era come se il desi­de­rio di liber­tà del­le per­so­ne riu­scis­se a scon­fig­ge­re anche la censura». Per il futu­ro Mag­dy ha un sogno. «Mi pia­ce­reb­be che l’Egitto non bal­zas­se alle cro­na­che inter­na­zio­na­li sem­pre con sto­rie di pos­si­bi­li bro­gli alle ele­zio­ni. Vor­rei che i nostri gover­na­ti non si acca­nis­se­ro sem­pre con la repres­sio­ne e pen­sas­se­ro al benes­se­re dei cit­ta­di­ni. Per­chè l’Egitto libe­ro signi­fi­ca soprat­tut­to far emer­ge­re le miglio­ri qua­li­tà degli egi­zia­ni. Un gran­de popo­lo di per­so­ne crea­ti­ve e con la pace nel cuo­re». Scher­zan­do sul caso Ruby, pre­sun­ta nipo­te di Muba­rak ha ipo­tiz­za­to una stri­scia con Muba­rak che chia­ma il pre­mier. «Bra­vo, sei sta­to in gam­ba, hai vin­to il pri­mo round. Ora per il secon­do devi pre­pa­ra­re tuo figlio»

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Fumetti pericolosi

| Cen­tro Stu­di Afri­ca­ni in Sar­de­gna | Lune­dì 6 dicem­bre 2010 | Mar­cel­la Dal­la Cia e Filip­po Petrucci |

Metro è la In Euro­pa dia­mo tut­to sem­pre per scon­ta­to: liber­tà di paro­la, di scrit­tu­ra, di dise­gno. E inve­ce que­sti sono dirit­ti che in qual­che modo sia­mo riu­sci­ti nel cor­so dei seco­li a otte­ne­re. C’è chi deve anco­ra soste­ne­re que­ste lot­te e si ritro­va a far­lo pro­prio per un dise­gno. Il 4 dicem­bre a Caglia­ri, nel cor­so di “Nues, Festi­val inter­na­zio­na­le di fumet­ti e car­to­ni nel Medi­ter­ra­neo”, Mag­dy El Sha­fee ha pre­sen­ta­to il suo Metro, un gra­phic novel ambien­ta­to al Il Cai­ro, il pri­mo roman­zo gra­fi­co egi­zia­no, con­dan­na­to in patria per­ché “con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sti­ti”. In real­tà ha sem­pli­ce­men­te qual­che nudo, ma il pro­ble­ma è soprat­tut­to che descri­ve la vita del­la capi­ta­le egi­zia­na, con dise­gni e testi con­si­de­ra­ti trop­po rea­li­sti­ci e fin trop­po cri­ti­ci per la dit­ta­tu­ra di Mubarak.
Metro arri­va oggi in Ita­lia, pub­bli­ca­to dal­le edi­zio­ni il Siren­te dopo una fuga­ce appa­ri­zio­ne in Egit­to: fuga­ce per­ché è sta­to riti­ra­to pochi mesi dopo la sua pub­bli­ca­zio­ne e tut­te le copie sono sta­te pri­ma seque­stra­te e poi distrut­te. Il pro­ces­so ha impe­gna­to l’autore e l’editore per due anni, dal 2008 e si è risol­to solo di recen­te con una mul­ta pesan­te ma for­tu­na­ta­men­te sen­za con­dan­ne alla galera.
L’edizione ita­lia­na è la pri­ma a vede­re la luce dopo il ten­ta­ti­vo di stam­pa in Egit­to (pre­sto sarà dispo­ni­bi­le anche una ver­sio­ne ingle­se): gra­zie alla fede­le tra­du­zio­ne di Erne­sto Paga­no, che ha vis­su­to diver­si anni al Cai­ro, si per­ce­pi­sce come il libro fos­se in ori­gi­ne scrit­to secon­do due regi­stri, l’arabo clas­si­co, con­si­de­ra­to auli­co, e lo slang del­la strada.
Mal­gra­do tut­ti i pro­ble­mi che ha dovu­to affron­ta­re Mag­dy El Sha­fee è sor­ri­den­te e disponibile.
Non si nega, con­fron­ta la pro­pria ope­ra con quel­la di altret­tan­ti col­le­ghi che ani­ma­no la sce­na del fumet­to in Egit­to e nel Vici­no e Medio  Orien­te, por­ta degli esem­pi di vita vis­su­ta e di incon­tri, di un pae­se in cui c’è anco­ra tan­to da costrui­re e lo si vuo­le fare insieme.
La voglia è quel­la di rac­con­ta­re la pro­pria ope­ra, mostra­re il suo lavo­ro, le tavo­le che par­la­no de Il Cai­ro, dell’umanità che vi si muo­ve e che appa­re mol­to simi­le a quel­la del­le altre metro­po­li mon­dia­li e mol­to lon­ta­na dagli ste­reo­ti­pi tra­di­zio­na­li. Rac­con­ta­re sto­rie, libe­ra­men­te, sen­za aver pau­ra di ritro­var­si un gior­no in car­ce­re per­ché si è scrit­to troppo.

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Fumetti: censurato al Cairo, ora rivincita in Italia

| ANSA­med | Lune­dì 6 dicem­bre 2010 | Maria Gra­zia Mari­lot­ti |

”E’ un’emozione gran­dis­si­ma esse­re nel­la ter­ra che ha dato i nata­li ai miei mae­stri, Milo Mana­ra, Dino Bat­ta­glia, Hugo Pratt, Eleu­te­ri Ser­pie­ri”. E’ per la pri­ma vol­ta in Ita­lia Mag­dy El Sha­fee, il fumet­ti­sta egi­zia­no cen­su­ra­tis­si­mo dal gover­no di Muba­rak. In Egit­to non si tro­va una sola copia del­la sua pri­ma gra­phic novel egi­zia­na, Metro.
Ambien­ta­ta in una Cai­ro sot­ter­ra­nea, denun­cia le ingiu­sti­zie e sve­la la natu­ra dispo­ti­ca del pote­re. Lui e il suo edi­to­re, Moha­med Shar­qa­wi, sono sta­ti pro­ces­sa­ti e con­dan­na­ti alla distru­zio­ne di tut­te le copie per alcu­ne imma­gi­ni con­si­de­ra­te por­no­gra­fi­che e per­so­nag­gi trop­po rispon­den­ti a rea­li uomi­ni politici.
Il suo viag­gio e’ par­ti­to da Caglia­ri, ospi­te di pun­ta di Nues, il Festi­val inter­na­zio­na­le del fumet­to Medi­ter­ra­neo orga­niz­za­to dal vignet­ti­sta sar­do Bepi Vigna. Al pub­bli­co ha pre­sen­ta­to l’edizione ita­lia­na del ”Roman­zo a fumet­ti” edi­ta da il Siren­te. ”Non pen­sa­vo di sol­le­va­re un tale vespa­io, ma cen­su­ra e con­dan­na a par­te, mi ha mol­to rin­cuo­ra­to la soli­da­rie­ta’ rice­vu­ta, intel­let­tua­li, blog­ger, gen­te del popo­lo e don­ne in pri­ma linea, mi ha spin­to a resta­re nel mio pae­se — rac­con­ta l’autore all’ANSA men­tre pas­seg­gia per la Mari­na, sto­ri­co quar­tie­re caglia­ri­ta­no — Soste­gno e atte­sta­ti di sti­ma sono giun­ti anche da altri Pae­si di cul­tu­ra ara­ba, Kuwait, Emi­ra­ti, Pae­si del Gol­fo, Liba­no. Sono gra­to all’Italia che lo ha tra­dot­to e ai tan­ti che ne han­no par­la­to nei blog e siti inter­net”. Nel suo blog ‘For glo­bal Voi­ce’ una sua soste­ni­tri­ce ha scrit­to: ”se resti indif­fe­ren­te di fron­te a chi subi­sce un’ingiustizia, se doma­ni capi­ta a te nes­su­no inter­vie­ne”. Un mes­sag­gio for­te che ha scos­so le coscien­ze di tan­ti. Tan­to che una marea di per­so­ne con la loro pre­sen­za in tri­bu­na­le al Cai­ro ha volu­to testi­mo­niar­gli soli­da­rie­ta’. ”Mi è rima­sta impres­sa un’immagine di quel­la gior­na­ta: il vol­to stu­pi­to del giu­di­ce, per­so­na peral­tro edu­ca­ta e gen­ti­le, di fron­te a tut­ta quel­la fol­la. Era come se il desi­de­rio di liber­ta’ del­le per­so­ne riu­scis­se a scon­fig­ge­re anche la censura”.
Ha tan­ti sogni Mag­dy, ma quel­lo che vor­reb­be vede­re rea­liz­za­to per pri­mo e’ sve­gliar­si un gior­no e tro­var­si in un Pae­se dove non cam­peg­gi piu’ l’immagine di Muba­rak come il sim­bo­lo dell’Egitto, un Pae­se con meno cor­ru­zio­ne e ingiustizie.
”Mi pia­ce­reb­be che l’Egitto non bal­zas­se alle cro­na­che inter­na­zio­na­li sem­pre con sto­rie di pos­si­bi­li bro­gli alle ele­zio­ni. Vor­rei che i nostri gover­na­ti non si acca­nis­se­ro sem­pre con la repres­sio­ne e pen­sas­se­ro al benes­se­re dei cit­ta­di­ni. Per­che’ l’Egitto libe­ro signi­fi­ca soprat­tut­to far emer­ge­re le miglio­ri qua­li­ta’ degli egi­zia­ni. Un gran­de popo­lo di per­so­ne crea­ti­ve e con la pace nel cuo­re”. Duran­te l’intervista ha scher­za­to sul­la vicen­da di Ruby, pre­sun­ta nipo­te di Muba­rak: ”imma­gi­no una stri­scia con Muba­rak che chia­ma al tele­fo­no Ber­lu­sco­ni. ‘Pron­to Sil­vio, bra­vo, sei sta­to in gam­ba, hai vin­to il pri­mo round. Ora per il secon­do devi pre­pa­ra­re tuo figlio Piersilvio”.

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Rogers e la Via del Drago divorato dal Sole

| Nigri­zia | Dicem­bre 2010 |

«Bat­to con­tro il muro ma nes­su­no rispon­de. Urlo: “Ehi, c’è qual­cu­no?!”. Ma non ci sono por­te né fine­stre. “Ehi­là?!”». Se qual­cu­no annu­sas­se in que­ste righe odo­re di The Wall dei Pink Floyd, ebbe­ne, avreb­be visto giu­sto. È l’autore stes­so che ne «rac­co­man­da viva­men­te l’ascolto, nel cor­so del­la let­tu­ra». Il tito­lo stes­so vuo­le pro­ba­bil­men­te rie­cheg­gia­re il nome dell’autore dei testi del­la band, Roger Waters. Cita­zio­ni let­te­ra­li di The Wall ricor­ro­no da cima a fon­do in que­sto roman­zo che l’autore pre­fe­ri­sce chia­ma­re «gio­co». È, infat­ti, una sor­ta di qua­der­no di memo­rie, sen­za trop­po rispet­to per la cro­no­lo­gia, che potreb­be­ro esse­re rimon­ta­te, sen­za dan­no, in altro ordi­ne. Un «gio­co», for­se, anche per la sua ori­gi­ne: nato da un blog. I gio­va­ni blog­ger egi­zia­ni si sono rita­glia­ti una loro (con­tro­ver­sa) auto­re­vo­lez­za: da chi si fa con­dan­na­re per vio­la­zio­ne del­la cen­su­ra a chi – come è sta­to il caso anche per Gha­da Abdel Aal (Che il velo sia da spo­sa!, Epo­ché) – appro­da alla car­ta stam­pa­ta e scuo­te il mon­do let­te­ra­rio tra­di­zio­na­le. Impres­sio­ne per­so­na­le: Rogers appa­re come un gra­phic novel, para­dos­sal­men­te sen­za immagini.

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Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” alla settima edizione di Terra Futura, Fortezza da Basso, Firenze, 28–30 maggio 2010

 

 

 

 

| Dome­ni­ca 30 Mag­gio | Ore 11.00–12.00 | Stand COSPE |

Kha­led Al Kha­mis­si, “Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no”, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008
Let­tu­re trat­te dal libro “Taxi”, dedi­ca­to «alla vita che abi­ta nel­le paro­le del­la pove­ra gen­te», un viag­gio nel­la socio­lo­gia urba­na del­la capi­ta­le egi­zia­na attra­ver­so le voci dei tas­si­sti. Una rac­col­ta di sto­rie bre­vi che rac­con­ta­no sogni, avven­tu­re filo­so­fi­che, amo­ri, bugie, ricor­di e poli­ti­ca. I tas­si­sti egi­zia­ni sono degli ama­bi­li can­ta­sto­rie che, con disin­vol­tu­ra, con­du­co­no il let­to­re in un deda­lo di real­tà e poe­sia che è l’Egitto dei nostri giorni.
A cura di COSPE
Sarà pre­sen­te il tra­dut­to­re del libro ERNESTO PAGANO con JAMILA MASCAT, cura­tri­ce rubri­ca Ita­lie­ni di Internazionale

Ter­ra Futu­ra è una gran­de mostra-con­ve­gno strut­tu­ra­ta in un’area espo­si­ti­va, di anno in anno più ampia e arti­co­la­ta, e in un calen­da­rio di appun­ta­men­ti cul­tu­ra­li di alto spes­so­re, tra con­ve­gni, semi­na­ri, work­shop; e anco­ra labo­ra­to­ri e momen­ti di ani­ma­zio­ne e spettacolo.
Ter­ra Futu­ra vuo­le far cono­sce­re e pro­muo­ve­re tut­te le ini­zia­ti­ve che già spe­ri­men­ta­no e uti­liz­za­no model­li di rela­zio­ni e reti socia­li, di gover­no, di con­su­mo, pro­du­zio­ne, finan­za, com­mer­cio soste­ni­bi­li: pra­ti­che che, se adot­ta­te e dif­fu­se, con­tri­bui­reb­be­ro a garan­ti­re la sal­va­guar­dia dell’ambiente e del pia­ne­ta, e la tute­la dei dirit­ti del­le per­so­ne e dei popoli.
È un even­to inter­na­zio­na­le per­ché inten­de allar­ga­re e con­di­vi­de­re la dif­fu­sio­ne del­le buo­ne pra­ti­che a una dimen­sio­ne glo­ba­le; per­ché inter­na­zio­na­li sono i nume­ro­si mem­bri del suo comi­ta­to di garan­zia, la dimen­sio­ne dei temi trat­ta­ti e i rela­to­ri chia­ma­ti ad inter­ve­ni­re ai tavo­li di dibat­ti­to e di lavo­ro; infi­ne, per­ché lo sono i pro­get­ti e le espe­rien­ze pre­sen­ti o rap­pre­sen­ta­ti ampia­men­te nell’area espo­si­ti­va, che ospi­ta real­tà ita­lia­ne ed estere.
Nume­ro­si e impor­tan­ti i con­sen­si rac­col­ti negli anni. Oltre 87.000 i visi­ta­to­ri dell’edizione 2009, 600 le aree espo­si­ti­ve con più di 5000 enti rap­pre­sen­ta­ti; 250 ani­ma­zio­ni, 200 gli even­ti cul­tu­ra­li in calen­da­rio e 800 i rela­to­ri pre­sen­ti, fra esper­ti e testi­mo­ni di vari ambi­ti di livel­lo internazionale.

La set­ti­ma edi­zio­ne di Ter­ra Futu­ra si svol­ge­rà sem­pre alla For­tez­za da Bas­so, a Firen­ze, dal 28 al 30 mag­gio 2010.

ORARI:
vener­dì ore 9.00–20.00
saba­to ore 9.30–21.00 (even­ti e spet­ta­co­li fino alle ore 24.00)
dome­ni­ca ore 10.00–20.00

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Giovane, urbano e ribelle. Il nuovo romanzo arabo

| Libe­ra­zio­ne | Dome­ni­ca 4 apri­le 2010 | Gu.Ga. |

«Lo sai? Io ho un gran­de sogno. Vivo per quel sogno. (…) Lo sai qual è il mio sogno? Che io, dopo quat­tro anni, pren­do un taxi tut­to per me e gui­do fino al Sud Afri­ca per anda­re a vede­re la Cop­pa del Mon­do. Met­to insie­me una pia­stra dopo l’altra per quat­tro anni e poi par­to alla sco­per­ta del con­ti­nen­te africano».
Ben­ve­nu­ti al Cai­ro, la cit­tà dei tas­si­sti. Sui “tas­si­na­ri” del­la capi­ta­le egi­zia­na cir­co­la­no leg­gen­de, per­fi­no il loro nume­ro non è cer­to, si è svi­lup­pa­to un vero e pro­prio gene­re musi­ca­le e è cre­sciu­ta una nuo­va nar­ra­zio­ne metro­po­li­ta­na. Sfrec­cian­do, o per meglio dire spo­stan­do­si pazien­te­men­te da un ingor­go all’altro, i taxi egi­zia­ni rap­pre­sen­ta­no però tut­ta la viva­ci­tà del­le nuo­ve socie­tà ara­be, deci­sa­men­te in cor­sa ver­so il futu­ro. Un’emergenza cul­tu­ra­le che nel nostro pae­se han­no col­to tra gli altri alcu­ni edi­to­ri che han­no deci­so di con­sa­cra­re buo­na par­te del pro­prio lavo­ro e del­le pro­prie atten­zio­ni a quan­to di inte­res­san­te vie­ne pro­dot­to nel­la spon­da meri­dio­na­le del Medi­ter­ra­neo. Come la col­la­na Altria­ra­bi dell’Edi­tri­ce il Siren­te che ha pub­bli­ca­to nel 2008 Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (pp. 192, euro 15,00) di Kha­led Al Kha­mis­si, bestsel­ler egi­zia­no con­sa­cra­to al mito dei tas­si­sti, ma anche L’amore ai tem­pi del petro­lio (pp. 140, euro 15,00) di Nawal al-Sa’-dawi, una del­le più note e cele­bra­te scrit­tri­ci e fem­mi­ni­ste egi­zia­ne. O come le edi­zio­ni Epo­ché, che van­ta­no un ric­co cata­lo­go dedi­ca­to in gran par­te alla nar­ra­ti­va dell’Africa sub-saha­ria­na ma dove tro­va­no spa­zio anche diver­si tito­li pro­ve­nien­ti dai pae­si ara­bi. E’ il caso di Che il velo sia da spo­sa! (pp. 204, euro 15,00) dell’egiziana Gha­da Abdel Aal che rac­con­ta le peri­pe­zie di una gio­va­ne don­na “a cac­cia di mari­to”. O del­la rac­col­ta postu­ma del gran­de poe­ta pale­sti­ne­se Mah­mud Dar­wish, scom­par­so due anni fa, Come fio­ri di man­dor­lo o più lon­ta­no (pp. 148, euro 13,50), usci­ta da qual­che giorno.
Gha­da Abdel Aal ha trent’anni, fa la far­ma­ci­sta al Cai­ro e alla base del suo libro c’è il blog che ave­va lan­cia­to qual­che anno fa, inti­to­la­to “Voglio spo­sar­mi”, dove ave­va anno­ta­to minu­zio­sa­men­te, e sen­za rispar­mia­re iro­nia, il pro­fi­lo dei suoi pre­ten­den­ti e la pres­sio­ne del­la fami­glia per­ché lei tro­vas­se un mari­to. Quel suo dia­rio onli­ne ave­va rac­col­to un tale suc­ces­so da spin­ge­re una case edi­tri­ce cai­ro­ta a chie­der­le di tra­sfor­mar­lo in un rac­con­to. Che il velo sia da spo­sa! resti­tui­sce ora tut­ta la fre­schez­za e il gusto per il para­dos­so che han­no fat­to par­la­re di que­sta gio­va­ne egi­zia­na come del­la “Brid­get Jones del mon­do ara­bo”: « Pren­de­te una pen­na e un bloc-notes, per­ché sto per lan­ciar­vi una sfi­da impor­tan­te: Elen­ca­te cin­que aspet­ti in comu­me tra zia Shu­kriyya e al Qae­da. (…) Pri­mo: entram­bi — sia che li appro­via­te o che li bia­si­mia­te (e, per inci­so, se è pos­si­bi­le che qual­cu­no appro­vi al Qae­da, zia Shu­kriyya pro­prio no, è impen­sa­bi­le!) — com­pio­no azio­ni che han­no come risul­ta­to fina­le esplo­sio­ni, distru­zio­ne e di soli­to anche spar­gi­men­to di sangue».
Kha­led Al Kha­mis­si, clas­se 1962, è sta­to a lun­go gior­na­li­sta pri­ma di dedi­car­si soprat­tut­to alla let­te­ra­tu­ra. In Taxi ha rac­col­to aned­do­ti e sto­rie ascol­ta­te dai tas­si­ti del Cai­ro tra il 2005 e il 2006 che com­pon­go­no una sor­ta di foto­gra­fia dell’Egitto di oggi, visto che, come spie­ga l’autore, «costo­ro deten­go­no un’ampia cono­scen­za del­la socie­tà, per­ché la vivo­no con­cre­ta­men­te sul­la stra­da». Anche in que­sto caso il rac­con­to del­la nuo­va real­tà del mon­do ara­bo pas­sa per l’ironia: «Mol­to spes­so mi capi­ta di anda­re con tas­si­sti che non cono­sco­no bene i per­cor­si né i nomi del­le stra­de… tut­ta­via, que­sto qui si fre­gia­va dell’onore di non cono­sce­re nes­su­na stra­da eccet­to, natu­ral­men­te, quel­la di casa sua».

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Sul senso del tradimento

The Arab | Dome­ni­ca 24 mag­gio 2009 | Elea­nor Kilroy |

Con­ver­sa­zio­ne di Elea­nor Kil­roy, The Arab, con Nawal al Sa’dawi*

Nawal al Sa’dawi è sta­ta accu­sa­ta in Egit­to di aver tra­di­to il suo Pae­se, la sua reli­gio­ne e il suo sesso.
Nel libro “Cam­mi­na­re nel Fuo­co”, il suo lavo­ro auto­bio­gra­fi­co, la scrit­tri­ce nar­ra il trau­ma che col­pì il suo pri­mo mari­to, di ritor­no dal­la guer­ra del Cana­le di Suez nel 1956. Un trau­ma che, secon­do Nawal, ebbe ori­gi­ne nel sen­so di tra­di­men­to vis­su­to dall’uomo nel suo rap­por­to con la “san­ta tri­ni­tà”: Nazio­ne, Dio, Fede.
Ave­va fede nel gover­no egi­zia­no, quan­do que­sti ini­ziò ad arruo­la­re gli stu­den­ti naïfs ed idea­li­sti come lui, quan­do dice­va loro “Anda­te sul cana­le e com­bat­te­te”… I ragaz­zi anda­ro­no, fece­ro la guer­ra, quel­li che tor­na­ro­no furo­no arre­sta­ti ed esi­lia­ti. Mio mari­to ebbe un crol­lo psi­co­lo­gi­co, comin­ciò a pren­de­re dro­ga, diven­ne un drogato.”.
Nel­la sua ope­ra ricor­re con­ti­nua­men­te la nozio­ne di tra­di­men­to”, le ho det­to incon­tran­do­la, avan­zan­do l’ipotesi che la pri­ma cosa da respin­ge­re è innan­zi­tut­to l’idea che per “sen­tir­si tra­di­ti” si deb­ba pos­se­de­re una fede irra­zio­na­le. Sa’dawi mi ha cor­ret­ta: “Tal­vol­ta si trat­ta di inganno.”.
Chi ci leg­ge potreb­be tro­va­re nuo­ve liber­tà nel­la vul­ne­ra­bi­li­tà cono­sciu­ta di Nawal Sa’dawi; una vul­ne­ra­bi­li­tà pre­sen­te in tut­ta la sua scrit­tu­ra, tra­ver­sa­ta allo stes­so modo da pas­sio­ne e rab­bia, ma che può esse­re facil­men­te dimen­ti­ca­ta quan­do ci si tro­va di fron­te ad una per­so­na dura, e forte.
Sta­va lì, in pie­di, con le spal­le leg­ger­men­te cur­va­te, la sua pel­le color mar­ro­ne come il limo por­ta­to giù dal Nilo, i suoi capel­li color bian­co neve, fol­ti, lun­go tut­ta la testa…”, così Nawal scri­ve di se stes­sa nel capi­to­lo che apre “Cam­mi­na­re nel fuoco”.
Era il 1993, e la scrit­tri­ce era scap­pa­ta dal­la sua cit­tà nata­le, Cai­ro, dopo che il suo nome era com­par­so sul­la lista del­la mor­te di un movi­men­to fondamentalista.
Ades­so, 16 anni dopo, Nawal sta di fron­te a me, ed appa­re solo un po’ più curva.
L’autrice di mol­te ope­re, tra fic­tion e non, ha accet­ta­to un’intervista con il gior­na­le The Arab nel­la Libre­ria Hou­smans (a Lon­dra, ndt), spe­cia­liz­za­ta in “libri e perio­di­ci di idee radi­ca­li e poli­ti­ca progressista”.
Sul­la stam­pa, la scrit­tri­ce egi­zia­na è nor­mal­men­te defi­ni­ta “la più con­tro­ver­sa autri­ce fem­mi­ni­sta egi­zia­na”, ma io, inve­ce di per­cor­re­re que­sto trac­cia­to, ini­zio con il doman­dar­le cosa ren­de così radi­ca­li le sue idee e le sue azioni.
Atea, apo­sta­ta, paz­za, don­na che odia gli uomi­ni: gli ara­bi e tut­ti colo­ro che la cri­ti­ca­no non usa­no infat­ti mez­ze paro­le, e uti­liz­za­no qua­lun­que insul­to a dispo­si­zio­ne (anche “don­na che va con­tro il suo pro­prio ses­so”, in un libro omo­ni­mo di Geor­ges Tarabishi).
Lei rima­ne fer­ma e immo­bi­le, come davan­ti ai suoi per­so­nag­gi assas­si­ni, il dot­to­re, lo psi­chia­tra, lo scrit­to­re…, ben con­sa­pe­vo­le dei limi­ti che il cor­po e la men­te pos­so­no sopportare.
Nel capi­to­lo tito­la­to “Quel­lo che è sop­pres­so ritor­na sem­pre” di “Cam­mi­na­re nel fuo­co”, Nawal nar­ra come una gio­va­ne dot­to­res­sa di un vil­lag­gio, lei stes­sa, pro­vò ad impe­di­re che una pazien­te di 17 anni, Masou­da, venis­se riaf­fi­da­ta al mari­to, un uomo mol­to più anzia­no, che l’aveva vio­len­ta­ta per cin­que anni. Un ope­ra­to­re social’e del vil­lag­gio ordi­nò inve­ce alla ragaz­za di ritor­na­re a casa, denun­cian­do la Saa­da­wi alle Auto­ri­tà loca­li per­ché ave­va com­mes­so “un’azione di man­can­za di rispet­to per i valo­ri mora­li ed i costu­mi del­la nostra socie­tà” e per aver inci­ta­to “le don­ne a ribel­lar­si alla Leg­ge divi­na dell’Islam”.
Una set­ti­ma­na dopo Masou­da si lasciò soffocare.
Ci sono mol­te for­me di cru­del­tà — la stes­sa Sa’dawi par­la altro­ve di “stu­pro eco­no­mi­co” -, ma l’idea che la fedel­tà a ciò che è cono­sciu­to come inno­cua cre­den­za spi­ri­tua­le pre­val­ga sul­le nostre respon­sa­bi­li­tà ver­so la salu­te del cor­po e del­la men­te, è una del­le idee più peri­co­lo­se del gior­no d’oggi.
“Vivia­mo tut­ti sot­to una sola reli­gio­ne e una sola cul­tu­ra”, dice Nawal ai qua­ran­ta ascol­ta­to­ri arri­va­ti alla libre­ria per ascol­tar­la, “il Patriar­ca­to Capitalista”.
Poi vie­ne la doman­da che ho temu­to sin dall’inizio. Chie­de una gio­va­ne don­na: “Non pen­sa che la sua scrit­tu­ra inco­rag­gi chi è con­tro l’Islam, e sof­fi sul fuo­co dell’intolleranza con­tro gli immigrati?”.
Mol­ti intel­let­tua­li di sini­stra potreb­be­ro irri­tar­si per un’accusa impli­ci­ta come que­sta, ma non la Sa’dawi che rispon­de edu­ca­ta­men­te “Sono con­tro la paro­la tra­di­men­to. Abbia­mo per­so la capa­ci­tà di cri­ti­ca per­ché abbia­mo pau­ra di esse­re accu­sa­ti di tradimento.”.
La ragaz­za insi­ste, “guar­di il modo in cui le don­ne musul­ma­ne sono trat­ta­te in Fran­cia, si proi­bi­sce loro di indos­sa­re il velo.”.
Sa’dawi spie­ga, “…si può sfi­da­re il colo­nia­li­smo affi­dan­do­si solo al velo? Non sareb­be più impor­tan­te orga­niz­za­re i grup­pi degli immi­gra­ti e con­tra­sta­re le poli­ti­che gover­na­ti­ve discri­mi­na­to­rie? È chia­ro che non si può cri­ti­ca­re solo l’Islam, quan­do ciò avvie­ne sia­mo di fron­te ad un movi­men­to solo poli­ti­co…”., tut­te le reli­gio­ni o le ideo­lo­gie, per­si­no l’anti-imperialismo in alcu­ne del­le sue sfac­cet­ta­tu­re, chie­do­no sacri­fi­ci, sino al san­gue.
Non è comu­ne che una comu­ni­tà di appar­te­nen­za par­li di scrit­tri­ci che l’hanno descrit­ta in modo poco lusin­ghie­ro: pau­ro­sa di tra­di­re un’identità etni­ca o reli­gio­sa, si sen­te sot­to accu­sa a tal pun­to da sot­to­por­re la scrit­tri­ce alle cri­ti­che più ven­di­ca­ti­ve, ritraen­do­la come una traditrice.
Que­stio­ne di malin­te­si o di per­di­ta di vista del moti­vo per cui com­bat­to­no, la bra­va gen­te rima­ne così invo­lon­ta­ria­men­te imbri­glia­ta nel­le brut­te que­stio­ni poli­ti­che dell’identità.
In “Cam­mi­na­re nel Fuo­co”, appa­re chia­ro che la stes­sa Sa’dawi è fede­le ad un’idea: che il sin­go­lo indi­vi­duo, sia egli uomo o don­na, deb­ba pren­de­re coscien­za del suo cor­po e del­la sua vita. Una con­sa­pe­vo­lez­za mol­to più impor­tan­te di qual­sia­si que­stio­ne etni­ca, reli­gio­sa, di iden­ti­tà di gene­re e di affi­lia­zio­ne poli­ti­ca, per­ché l’unica cosa che ci uni­sce è il fat­to di essere.
“Sia­mo cre­sciu­ti in modo distor­to, men­tal­men­te e fisi­ca­men­te; loro non ci han­no solo taglia­to i nostri geni­ta­li, la socie­tà ha cir­con­ci­so i nostri cer­vel­li con la reli­gio­ne, la scien­za e la poli­ti­ca, in que­sto modo abbia­mo per­so la nostra abi­li­tà ad esse­re crea­ti­ve, ad ave­re un’ampia visio­ne di noi stes­se e del mondo..
In tut­ti i miei libri emer­ge chia­ra­men­te che sono una dot­to­res­sa, par­lo di pro­ble­mi fisi­ci, ma non solo; par­lo anche di eco­no­mia, reli­gio­ne, sto­ria, antro­po­lo­gia e poli­ti­ca. Sono una psi­chia­tra e par­lo di malat­tia mentale.
Tut­ti noi rice­via­mo cono­scen­ze fram­men­ta­te sul fisi­co e la men­te come enti­tà sepa­ra­te, ed anche que­sta è un’idea reli­gio­sa, la frat­tu­ra tra il cor­po e la men­te è una cosa total­men­te inna­tu­ra­le. Quan­do scri­vo, io scri­vo con entram­bi, il cor­po e la mente”..
È que­sta sen­si­bi­li­tà del fisi­co intrec­cia­ta alla vul­ne­ra­bi­li­tà del­la men­te che la spin­ge a cri­ti­ca­re aper­ta­men­te le accu­se dei col­le­ghi, le san­zio­ni del gover­no e le minac­ce di mor­te degli estre­mi­sti islamici.
Sem­pre in “Cam­mi­na­re nel fuo­co”, penul­ti­mo capi­to­lo “Una rivo­lu­zio­ne abor­ti­ta”, la scrit­tri­ce rac­con­ta di come, nell’estate del 1968, dopo che l’Egitto vie­ne scon­fit­to da Israe­le nel­la guer­ra del 1967, lei deci­da di far par­te di un grup­po di medi­ci volon­ta­ri invia­ti nei cam­pi dei pro­fu­ghi pale­sti­ne­si in Gior­da­nia. Una vol­ta lì, si spo­sta in ambu­lan­za per aiu­ta­re i feriti.
Una not­te l’ambulanza sal­va un com­bat­ten­te del­la guer­ri­glia seria­men­te feri­to. Tre mesi dopo, Nawal Sa’dawi lo vede cam­mi­na­re su una sedia a rotelle.
Ave­va per­so entram­be le gam­be ed un brac­cio, era solo un tron­co”.
Duran­te la sua ulti­ma not­te nel cam­po, va ad incon­tra­re il com­bat­ten­te, di nome Ghas­san, che la aspet­ta sul­la sua sedia a rotel­le, fuo­ri la ten­da. È mori­bon­do, par­la aper­ta­men­te alla “dot­to­res­sa”, le rac­con­ta i suoi desi­de­ri, vie­ne fuo­ri la sua con­sa­pe­vo­lez­za su come la socie­tà trat­ta i più deboli:
Tut­ti quei cor­pi lascia­ti nel­le ten­de, sono pove­ri ragaz­zi come me. Non han­no nul­la, solo i loro cor­pi. Ma in real­tà non pos­seg­go­no nean­che quel­li, i loro cor­pi appar­ten­go­no ai capi, feto­re di mor­te compreso.
Un gior­no la diri­gen­za ha deci­so di apri­re un fasci­co­lo su me, ero ormai con­si­de­ra­to un vete­ra­no han­di­cap­pa­to gra­ve, una sor­ta di men­di­can­te o non so cosa, dal momen­to che ho dovu­to rac­co­glie­re quel­lo che gli altri but­ta­va­no via per nutrir­mi. Solo se veni­va un’importante per­so­na­li­tà a far­ci visi­ta, ci radu­na­va­no tut­ti insie­me in un luo­go spaz­za­to e puli­to, con le ban­die­re e gli stri­scio­ni. Inve­ce di esse­re l’orgoglio del­la nostra Nazione…sono diven­ta­to un moti­vo di ver­go­gna, una mac­chia sul­la nostra repu­ta­zio­ne che dove­va esse­re occul­ta­ta o nasco­sta
.”.
Ghas­san rac­con­ta la sua sto­ria rivol­gen­do­si in pri­ma per­so­na all’ascoltatrice “don­na”:
la pri­ma paro­la d’insulto che hai ascol­ta­to nel­la tua vita è o non é sta­ta “mara”?… I miei nemi­ci han­no fat­to a pez­zi il mio cor­po, ma per me è sta­to meno dolo­ro­so di que­sto insul­to che gli altri mi han­no spu­ta­to addosso”.
La paro­la “mara” in ara­bo col­lo­quia­le signi­fi­ca “don­na” ma, a dif­fe­ren­za del ter­mi­ne clas­si­co “mara’a”, vie­ne uti­liz­za­ta in sen­so dispre­gia­ti­vo per defi­ni­re una don­na con­si­de­ra­ta inu­ti­le, un peso per la società.
Nel­la sua nar­ra­ti­va, Sa’dawi osser­va e regi­stra scru­po­lo­sa­men­te le feri­te fisi­che così come le diver­se mani­fe­sta­zio­ni del tor­men­to men­ta­le, assol­ve poche per­so­ne ma ne accu­sa tan­te: il Pote­re e colo­ro che, per igno­ran­za e ser­vi­li­smo, si sono resi com­pli­ci del­la sof­fe­ren­za del­le fasce più fra­gi­li del­le loro società.
Nel­la sua rela­zio­ne medi­ca su Masou­da, scri­ve che la sua gio­va­ne pazien­te ave­va ripor­ta­to gra­vi lesio­ni ana­li a cau­sa del­lo stu­pro ripe­tu­to da par­te di un uomo adul­to. Aggiun­ge che “la ragaz­za non ha tro­va­to alcu­na via d’uscita se non la malat­tia men­ta­le.”.
Chie­do alla scrit­tri­ce: come si può per­do­na­re chi, come nel caso di Masou­da, si appel­la alle leg­gi divi­ne per giu­sti­fi­ca­re la resti­tu­zio­ne del­la vit­ti­ma al suo aggressore?
Repli­ca,: “la mia rab­bia è sem­pre inca­na­la­ta nel­la scrit­tu­ra crea­ti­va, non sono una per­so­na adi­ra­ta tout court.”. “Sono una don­na sorridente,felice; mol­te per­so­ne quan­do mi incon­tra­no riman­go­no stu­pi­te per­ché pen­sa­va­no di tro­va­re una “fem­mi­ni­sta arrab­bia­ta”! Tut­te le mie rab­bie si river­sa­no nel mio lavo­ro, sono pub­bli­che, ed è un segno ester­no impor­tan­te per­ché mol­te don­ne han­no pau­ra di mostrar­le, que­ste rab­bie. Alcu­ne le diri­go­no ver­so se stes­se, svi­lup­pa­no depres­sio­ne e nevrosi.
La rab­bia è inve­ce un’emozione mol­to posi­ti­va, anche gli ani­ma­li si arrab­bia­no se stan­no lot­tan­do; alla ste­sa sana manie­ra, gli esse­ri uma­ni si arrab­bia­no quan­do ven­go­no pic­chia­ti, quan­do sono espo­sti all’oppressione o all’ingiustizia.
Il pun­to è come le don­ne usa­no la loro rab­bia, con­tro se stes­se? Con­tro il mari­to? Voglio­no ucci­der­lo inve­ce che divor­zia­re? Ma per­ché? Pri­ma divor­zio, e poi recla­mo la mia vita! Io sono con­tro l’omicidio, a meno che tu non ucci­da come il per­so­nag­gio Fir­daus. La don­na a Pun­to Zero, che difen­de la sua vita.
I miei scrit­ti sono una pro­te­sta con­tro Dio, la reli­gio­ne e la spi­ri­tua­li­tà, che non libe­ra le don­ne ma aumen­ta sol­tan­to la loro oppressione.”.
Nawal Sa’dawi ricor­da che quan­do era una bam­bi­na che anda­va a scuo­la, nell’Egitto a caval­lo tra gli Anni Trenta/Quaranta, le su due miglio­ri ami­che era­no una bam­bi­na ebrea ed una cristiana.
L’insegnante le sepa­rò per l’educazione reli­gio­sa, e in clas­se ven­ne det­to a cia­scu­na di stu­dia­re sul pro­prio Libro sacro; lei, inol­tre, ven­ne ammo­ni­ta a non toc­ca­re il cibo “spor­co” del­le altre. Nawal ricor­da di esse­re rima­sta scon­vol­ta, inca­pa­ce di capi­re il moti­vo per cui era sta­ta sepa­ra­ta dal­le sue ami­che. Da adul­ta, rac­con­ta ades­so, “ho pas­sa­to die­ci anni a stu­dia­re i Testi del­le prin­ci­pa­li reli­gio­ni, i libri che mala­men­te stru­men­ta­liz­za­ti pos­so­no por­ta­re gli uni ad odia­re gli altri, pie­ni di con­trad­di­zio­ni basa­te sull’idea del peccato…”.
“Abbia­mo rice­vu­to una cat­ti­va edu­ca­zio­ne a scuo­la e all’università, diven­tia­mo buo­ni stu­den­ti igno­ran­ti del mon­do; occor­re che cia­scu­no rimet­ta in discus­sio­ne il far­del­lo di istru­zio­ne che si por­ta dentro.”.
Nawal al Sa’dawi ci spro­na a fare più col­le­ga­men­ti: tra poli­ti­ca, clas­se, reli­gio­ne, vio­len­za ses­sua­le e dipen­den­za eco­no­mi­ca del­le don­ne; tra leg­gi che lega­liz­za­no lo stu­pro e guer­re neo-colo­nia­li; tra patriar­ca­to, mono­ga­mia, nome del padre e muti­la­zio­ni geni­ta­li femminili.
La sua ulti­ma novel­la, Zay­nab, è dedi­ca­ta e por­ta il nome del­la madre, ne rac­con­ta la vita, ma gli edi­to­ri ara­bi han­no avu­to trop­po pau­ra di pub­bli­car­lo: “Abbia­mo per­so il nostro sen­so comu­ne”, com­men­ta l’autrice con tristezza.
Zed Books ha recen­te­men­te ripub­bli­ca­to quat­tro libri di Nawal sl Sa’dawi, “Wal­king Throu­gh Fire”, “A Daughter of Isis”, “Cir­cling Song” e “Sear­ching”.

* Inter­vi­sta ori­gi­na­le pub­bli­ca­ta su “The Arab”, ripre­sa e invia­ta da “Women lin­ving under muslim laws”, tra­du­zio­ne per women a cura del­la redazione

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Regole? Neanche il tassametro

| il Gior­na­le | Vener­dì 12 dicem­bre 2008 |

Gui­da­no come mat­ti, usa­no le mani e non i sema­fo­ri per impor­si nel fol­le traf­fi­co del Cai­ro, e non han­no il tas­sa­me­tro. Ognu­no di loro ha una sto­ria da rac­con­ta­re, come nel best sel­ler di Kha­lid Al Kha­mis­si, «Taxi», che dipin­ge la cit­tà con­le paro­le dei suoi tassisti.

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On a Journey

AlSaudiArabia.com | Vener­dì 12 dicem­bre 2008 |

Taxi is the most recent novel to crea­te a stir on the Egyp­tian lite­ra­ry sce­ne. The book was the talk of the town when it was publi­shed in Janua­ry 2007 and within a few mon­ths, it had sold some 20,000 copies, an asto­ni­shing num­ber in a coun­try whe­re novels rare­ly sell more than 3,000 copies.
Various fac­tors have undoub­ted­ly con­tri­bu­ted to its suc­cess. Fir­st, the book is writ­ten in col­lo­quial Ara­bic which the ave­ra­ge Egyp­tian can easi­ly rela­te to; second, it addres­ses bur­ning issues pla­guing Egyp­tian socie­ty and final­ly, the form of the book resem­bles a col­lec­tion of new­spa­per arti­cles. Cri­tics have dub­bed this sty­le jour­na­li­stic fic­tion. Yet, the author, Kha­led Al Kha­mis­si, insists on the lite­ra­ry aspect of his work.
Taxi is basi­cal­ly a col­lec­tion of 58 short sto­ries and each sto­ry takes the form of a fic­tio­nal dia­lo­gue with one of Cai­ros 80,000 cab dri­vers. The author, Kha­led Al Kha­mis­si, clear­ly sta­tes that he has never recor­ded any­thing and that Taxi is not repor­ta­ge or jour­na­li­sm. Yet, he has writ­ten with such gusto, sin­ce­ri­ty and rea­li­sm that rea­ders take the­se fic­tio­nal dia­lo­gues as the real thing.
A num­ber of per­ti­nent issues are brought up by the taxi dri­vers. Edu­ca­tion is men­tio­ned on seve­ral occa­sions. During one encoun­ter, a cab­bie cri­ti­ci­zes free edu­ca­tion: I tell you, he cant wri­te his own name. You call that a school? Tha­ts what free edu­ca­tion brings you. Edu­ca­tion for eve­ryo­ne, sir, is a won­der­ful dream but, like many dreams, its gone, lea­ving only an illu­sion. On paper, edu­ca­tion is like water and air, com­pul­so­ry for eve­ryo­ne, but the rea­li­ty is that rich peo­ple get edu­ca­ted and work and make money, whi­le the poor dont get edu­ca­ted and dont get jobs and dont earn anything.
Spea­king on the same sub­ject, ano­ther dri­ver also agrees that chil­dren dont learn a thing in school. He belie­ves that the only mot­to nowa­days is Get smart, make money becau­se nine­ty per­cent of peo­ple live off busi­ness and not from any­thing else.
Egyp­tians, Cai­re­nes espe­cial­ly, are kno­wn for their sen­se of humor, but the­re are times when peo­ple are so hea­vi­ly loa­ded with pro­blems that they fall apart. In an emo­tio­nal encoun­ter with a dri­ver and his bro­ther, the author sho­ws us how acu­te finan­cial pro­blems crush poor peo­ple: I was sur­pri­sed to find that the man, in front of me next to the dri­ver, was silen­tly wee­ping. He was a bro­wn-skin­ned giant with a bushy mou­sta­che. The calm was as thick as his moustache…The only sound was the inter­mit­tent and irre­gu­lar brea­thing of the giant as he wept. In our socie­ty it is a rare enou­gh occur­ren­ce to see a man cry­ing. To see a giant from sou­thern Egypt cry­ing is some­thing you could put in the Guin­ness Book of Records, wri­tes Al Kha­mis­si.
The author, who he is also a pro­du­cer, film direc­tor and jour­na­li­st, stu­died poli­ti­cal scien­ce at the Sor­bon­ne. His inte­re­st in socio­lo­gy and anth­ro­po­lo­gy is very evi­dent in Taxi. In fact, many have read it as a work of urban anth­ro­po­lo­gy. Galal Amin, an eco­no­mi­st and socio­lo­gi­st at the Ame­ri­can Uni­ver­si­ty in Cai­ro descri­bes the book as an inno­va­ti­ve work that pain­ts an extre­me­ly tru­th­ful pic­tu­re of the sta­te of Egyp­tian socie­ty today as seen by an impor­tant social sector.
Kha­led Al Kha­mis­si has cho­sen to talk to taxi dri­vers becau­se they repre­sent one of the baro­me­ters of the unru­ly Egyp­tian street. They also come from all walks of life: Some are illi­te­ra­te and others hold masters degrees. But all of them have in com­mon a job which is phy­si­cal­ly exhau­sting and under­mi­nes their ner­vous systems.
Forei­gn rea­ders unfa­mi­liar with Egyp­tian poli­cies might not under­stand some of the issues addres­sed by the taxi dri­vers. Howe­ver, after rea­ding this live­ly series of dif­fe­rent dri­vers expe­rien­ces, it is pos­si­ble to under­stand how Egyp­tian poli­cies are affec­ting the lives of the poor. Taxi dri­vers all over the world and Egypt is no excep­tion meet an end­less mix of peo­ple. The­se dai­ly con­tac­ts give them a uni­que kno­w­led­ge of the socie­ty they live in. Throu­gh the con­ver­sa­tions they hold, they reflect an amal­gam of poin­ts of view which are most repre­sen­ta­ti­ve of the poor in Egyp­tian socie­ty. It must be said that often I see in the poli­ti­cal ana­ly­sis of some dri­vers a grea­ter depth than I find among a num­ber of poli­ti­cal ana­lysts who pon­ti­fi­ca­te far and wide. For the cul­tu­re of this nation comes to light throu­gh its sim­ple peo­ple, and the Egyp­tian peo­ple real­ly are a tea­cher to anyo­ne who wishes to learn, says Al Khamissi.
Toge­ther with The Yacou­bian Buil­ding by Alaa El Aswa­ni and Being Abbas El Abd by Ahmed El Aidy, Taxi has hel­ped revi­ve the habit of rea­ding in Egypt. More than just a series of con­ver­sa­tions, the novel offers a color­ful and rea­li­stic sli­ce of con­tem­po­ra­ry Egyp­tian life.

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Taxi – Khaled Al Khamissi

Lo Sci­roc­co | Lune­dì 1 giun­go 2009 |

Taxi get­ta il let­to­re diret­ta­men­te in mez­zo alle stra­de del Cai­ro, tra il chias­so, il cal­do e la fol­la. L’Auto­re ci ripor­ta le sue mil­le con­ver­sa­zio­ni con altret­tan­ti tas­si­sti. Ne esce una rac­col­ta di mini­sto­rie (una o due pagi­ne cia­scu­na) dal lin­guag­gio popo­la­re, dia­let­ta­le, sem­pli­ce e inci­si­vo. Tas­si­sti di tut­te le età rac­con­ta­no i pro­pri pro­ble­mi quo­ti­dia­ni all’Auto­re, sten­den­do un pre­ci­so ritrat­to del­la vita in Egit­to, di usi e costu­mi visti dal bas­so. Qual­cu­no si lan­cia in apprez­za­men­ti o recri­mi­na­zio­ni sui pre­si­den­ti pas­sa­ti e pre­sen­te, sul­la poli­ti­ca loca­le, ma anche inter­na­zio­na­le. C’è il pun­to di vista degli egi­zia­ni sul­la guer­ra in Iraq, in Israe­le, e in gene­ra­le sul­la situa­zio­ne poli­ti­ca del Medio Orien­te, ma anche quel­lo che pen­sa­no degli Sta­ti Uni­ti. Allo stes­so tem­po si mani­fe­sta la situa­zio­ne del popo­lo egi­zia­no, impo­ve­ri­to, disil­lu­so e stan­co: tas­si­sti costret­ti a lavo­ra­re gior­no e not­te; don­ne che pas­sa­no il tem­po a met­te­re e a toglie­re il velo a secon­da del­la desti­na­zio­ne; le gior­na­te per­se die­tro a una buro­cra­zia infi­ni­ta e alla cor­ru­zio­ne dila­gan­te e mani­fe­sta. La sezio­ne cen­tra­le di foto a colo­ri del Cai­ro e la map­pa del­la cit­tà immer­go­no anco­ra di più il let­to­re nell’atmosfera del­la capi­ta­le. Il risul­ta­to è mol­to pia­ce­vo­le. Per chi vuo­le cono­sce­re un pun­to di vista diver­so su egi­zia­ni in par­ti­co­la­re, e ara­bi in generale.

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L’amore ai tempi del petrolio

| LIBROMONDO | Vener­dì 13 novem­bre 2009 | Moni­ca Bian­chi La Foresti |

Il petro­lio “dono e male­di­zio­ne” è il pro­ta­go­ni­sta asso­lu­to di que­sto roman­zo. “Dono” per­ché ric­chez­za natu­ra­le ‘male­di­zio­ne’ per le con­se­guen­ze sul mon­do degli uomi­ni che vi ruo­ta intorno.
Le figu­re che si muo­vo su que­sto sfon­do si muo­vo­no come ombre stre­ma­te, abbru­ti­te dal­la situa­zio­ne di oppres­sio­ne e fati­ca. Inca­pa­ci di ragio­na­re sul­la assur­di­tà del­la pro­pria con­di­zio­ne. Solo una pic­co­la, sem­pli­ce don­na, impie­ga­ta di un uffi­cio archeo­lo­gi­co, chie­de una vacan­za dal suo lavo­ro, per “sod­di­sfa­re una sua curio­si­tà” (cosa che ver­rà poi defi­ni­ta dagli altri un “pas­sa­tem­po” cioè una cosa inutile).
Que­sta don­na par­te alla ricer­ca di even­tua­li resti archeo­lo­gi­ci del­la staua di una anti­ca dea por­tan­do uno scal­pel­lo nel­lo zai­no. Per­cor­re que­sto sce­na­rio cupo e deso­la­to, sof­fo­can­te, ma riu­sci­rà nell’intento!
La tra­ma è altret­tan­to oscu­ra e alla fine non si capi­sce esat­ta­men­te se que­sta dona fa ritor­no a casa, se vie­ne rag­giun­ta dal­le per­so­ne che la cer­ca­no o se incor­re in un altro desti­no. La gerar­chia del­la strut­tu­ra del roman­zo in que­sto pun­to sem­bra vacil­la­re (mari­to-poli­ziot­to­psi­co­lo­co-capo uffi­cio) ma soprat­tut­to la tra­ma si intrec­cia con le let­te­re di altre don­ne che ugual­men­te lascia­no a casa il fogliet­to “sono anda­ta in vacan­za”. Ecco pro­prio que­sto: anda­re in vacan­za, par­ti­re da don­ne sole, per per­cor­re­re un viag­gio di cono­scen­za, cre­sci­ta del­la pro­pria per­so­na met­te in moto le ener­gie di que­sto romanzo.
Lo sfon­do e i pre­sup­po­sti sono quel­li del­la socie­tà isla­mi­ca, ma mol­to si può rico­no­sce­re anche del­la nostra “libe­ra” socie­tà occidentale.
La let­tu­ra di que­sto libro è impe­gna­ti­va: un per­cor­so aspro in cui sogno e real­tà si con­fon­do­no in un mosai­co cata­stro­fi­co, livi­do, angosciante.

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Chiamatelo XXX Factor

D La Repub­bli­ca del­le don­ne n. 663 | Saba­to 19 set­tem­bre 2009 | Eli­sa Pierandrei |

Ahmed Nàgi. Blog­ger, 29 anni, Egit­to. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. È uno dei più gio­va­ni redat­to­ri di Akh­bar el Adab, pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le di cul­tu­ra. Sul suo blog, wasa kha­ia­lak (allar­ga l’immaginazione, shadow.manalaa.net), “spe­ri­men­to un diver­so livel­lo di lin­guag­gio, che mesco­la ara­bo col­lo­quia­le e clas­si­co per avvi­ci­na­re la gen­te alla let­te­ra­tu­ra”. Figlio di un pro­fes­sio­ni­sta di spic­co nel movi­men­to isla­mi­co dei Fra­tel­li Musul­ma­ni, è riu­sci­to a met­te­re da par­te le dif­fe­ren­ze ideo­lo­gi­che con il geni­to­re per un nuo­vo dia­lo­go. “Pen­sa­vo di lascia­re l’Egitto per New York. Ma ho visto i miei ami­ci là diven­ta­re mac­chi­ne. Lavo­ro, pale­stra, bere e ses­so nel week-end. Io voglio scri­ve­re”. In usci­ta a novem­bre in Ita­lia per il Siren­te c’è il suo roman­zo Rogers, viag­gio gio­vi­nez­za-vec­chia­ia con abban­do­no alla let­tu­ra, ascol­tan­do The Wall dei Pink Floyd.

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L’amore ai tempi del petrolio

L’Opinione del­le Liber­tà | Saba­to 17 otto­bre 2009 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Ci sono auto­ri la cui let­tu­ra rie­sce a far­ci imma­gi­na­re suo­ni, colo­ri, situa­zio­ni con par­ti­co­la­re viva­ci­tà. Ci sono auto­ri che rie­sco­no per­fi­no a evo­ca­re odo­ri (ave­te pre­sen­te l’inizio di quel capo­la­vo­ro del Nove­cen­to che è “Pro­fu­mo”, di Suskind?). Ma ci sono anche auto­ri che rie­sco­no a pro­iet­ta­re il let­to­re così den­tro al pro­prio volu­me, che si fini­sce col respi­rar­ne tutto.
Per me, que­sto aspet­to è sta­to asso­lu­ta­men­te scon­vol­gen­te nel leg­ge­re “L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi, edi­to nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na per i tipi del Siren­te lo scor­so mese di mar­zo, ed in ven­di­ta al prez­zo di 15 euro.
Il roman­zo si col­lo­ca a vari livel­li, ma sono soprat­tut­to la denun­cia socia­le su vasta sca­la e — para­dos­sal­men­te — la poe­sia vio­len­ta e visce­ra­le che la espri­me, i due aspet­ti dominanti.
L’autrice, una cele­bre psi­chia­tra egi­zia­na, è ben nota per il suo atti­vi­smo poli­ti­co che l’ha por­ta­ta a can­di­dar­si alle pri­me libe­re ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del pro­prio Pae­se. Come scrit­tri­ce ha pub­bli­ca­to sva­ria­ti roman­zi, che costi­tui­sco­no un ampio affre­sco del­la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le nel mon­do arabo.
Que­sto libro è sta­to cen­su­ra­to in Egit­to e riti­ra­to dal­la ven­di­ta su ordi­ne dell’autorità reli­gio­sa egi­zia­na Al Azhar. Tut­ta­via, il let­to­re che si aspet­tas­se un rife­ri­men­to diret­to all’Egitto o un’identificazione pre­ci­sa con un qual­sia­si altro pae­se ara­bo, reste­reb­be delu­so. L’ambientazione è vaga, oni­ri­ca: incu­bo o sogno, espres­sio­ni ambe­due di una real­tà che sfug­ge sem­pre o che, al con­tra­rio, è fin trop­po presente.
Per tut­to il libro tra­spa­re comun­que il gran­de attac­ca­men­to dell’autrice alle pro­prie ori­gi­ni — rive­la­to dal­la pro­fes­sio­ne del­la pro­ta­go­ni­sta, una don­na che svol­ge il lavo­ro di archeologa.
La tra­ma è sem­pli­ce ed esi­le. È la sto­ria di una don­na che, appun­to, un bel gior­no scom­pa­re lascian­do il mari­to per cer­ca­re di ritro­va­re le pro­prie idee, e che, quan­do tor­na, in real­tà ha una rela­zio­ne con un altro. Nel perio­do del­la sua scom­par­sa, men­tre la poli­zia la sta cer­can­do, la pro­ta­go­ni­sta si tro­va coin­vol­ta in un viag­gio osses­si­vo con­tras­se­gna­to dal petro­lio che inva­de tut­to: le sue par­ti­cel­le si posa­no sul­la pel­le, entra­no nel­le nari­ci, copro­no le pal­pe­bre, schian­ta­no, schiac­cia­no, annien­ta­no… le figu­re del roman­zo non han­no un nome, don­ne o uomi­ni che sia­no. Sono degli arche­ti­pi, meta­fo­re di
un mon­do in cui la don­na è stru­men­to di lavo­ro e fon­te di pia­ce­re, pur restan­do sen­za indi­vi­dua­li­tà: una mac­chi­na senz’anima, sen­za il dirit­to a pro­pri sen­ti­men­ti, sen­za la pos­si­bi­li­tà di espri­mer­si e fare sen­ti­re la pro­pria voce.
Cito un pas­sag­gio: “Que­sta don­na san­gui­na. Le don­ne ave­va­no neces­si­tà di san­gui­na­re, altri­men­ti il mon­do sareb­be rima­sto così e ogni cosa sareb­be fini­ta nel nul­la. Dob­bia­mo pren­de­re il san­gue fre­sco di que­sta don­na e por­tar­lo al mon­do morente”.
Il mes­sag­gio che Nawal al-Sa’dawi ci tra­smet­te è pro­prio que­sto. La real­tà fem­mi­ni­le non può pre­scin­de­re dal­la pro­pria con­di­zio­ne di sof­fe­ren­za, da cui non si è affran­ca­ta e, appa­ren­te­men­te, potreb­be non affran­car­si mai. E la risa­ta del maschio è il neces­sa­rio com­ple­men­to allo svol­gi­men­to di una vita che dovreb­be tro­va­re la pro­pria giu­sti­fi­ca­zio­ne nell’asservimento fun­zio­na­le ano­ni­mo (le par­ti­cel­le di petro­lio ci ren­do­no tut­ti ugua­li e indi­stin­gui­bi­li), una vita in cui schi­zo­fre­nia è l’etichetta che vie­ne appiop­pa­ta a chi — come la pro­ta­go­ni­sta — tro­va infi­ne il corag­gio di fare del­le scel­te diver­se e,
per­ciò stes­so, ribelli.

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Al Ghitani: Oggi c’è vera democrazia

Il Dena­ro | Mar­te­dì 28 luglio 2009 | Al-Ghi­ta­ni |

”In Egit­to, alme­no sul pia­no cul­tu­ra­le esi­ste una vera demo­cra­zia. Oggi, infat­ti, chi scri­ve puo’ cri­ti­ca­re libe­ra­men­te il pote­re. Sot­to Gamal Abd el-Nas­ser o duran­te il gover­no di Anwar al-Sadat, inve­ce, ver­ga­re una sola riga con­tro il regi­me pote­va costa­re la liber­tà”. La pen­sa cosi’ lo scrit­to­re egi­zia­no Gamal Al-Ghi­ta­ni, fon­da­to­re e diret­to­re dal 1993 del set­ti­ma­na­le Akh­bar al-Adab (Noti­zie let­te­ra­rie), una del­le rivi­ste let­te­ra­rie piu’ auto­re­vo­li del mon­do ara­bo, che ha lan­cia­to auto­ri noti anche in Occi­den­te come Ala Al-Aswa­ni (Palaz­zo Yacou­bian, 2006, Fel­tri­nel­li). Clas­se 1945, per­so­nag­gio polie­dri­co, Al-Ghi­ta­ni ini­zia come dise­gna­to­re di tap­pe­ti (oggi e’ con­si­de­ra­to uno dei mas­si­mi esper­ti), per poi diven­ta­re gior­na­li­sta del quo­ti­dia­no Akh­bar al-Yawm e segui­re come cor­ri­spon­den­te di guer­ra i con­flit­ti ara­bo-israe­lia­no (dal ’68 al ’73), liba­ne­se e ira­che­no-ira­nia­no. ”Il pano­ra­ma let­te­ra­rio egi­zia­no di que­sti anni — affer­ma — e’ mol­to cam­bia­to. Negli anni ’60 veni­va­mo arre­sta­ti, come lo fui io, tra il ’66 e il ’67, per ave­re cri­ti­ca­to il regi­me nas­se­ria­no”. I gio­va­ni auto­ri di oggi, pro­se­gue, han­no corag­gio, sono pro­li­fi­ci e han­no intro­dot­to nuo­vi sti­li. La let­te­ra­tu­ra, dice Al-Ghi­ta­ni, ha fat­to un bal­zo in avan­ti. ”Si par­la di ses­so e del­la situa­zio­ne socia­le in cui ver­sa il Pae­se, si rac­con­ta la peri­fe­ria e la vita nel­le cam­pa­gne”. Quel che man­ca, pero’, e’ la cri­ti­ca let­te­ra­ria, ”per­che’ il livel­lo cul­tu­ra­le del Pae­se e’ bas­so”. Al pari di Naghib Mah­fuz, che lo inco­rag­gio’ a intra­pren­de­re la stra­da del­la scrit­tu­ra, anche Gamal Al-Ghi­ta­ni e’ un ‘cro­ni­sta del Cai­ro’. A lui si deve l’introduzione del roman­zo sto­ri­co, di cui il libro-denun­cia con­tro la tiran­nia e l’oppressione ‘Zay­ni Bara­kat. Sto­ria del gran cen­so­re del­la cit­ta’ del Cai­ro’, e’ un esem­pio (1997, Giun­ti edi­to­re). Figu­ra pre­do­mi­nan­te nel pano­ra­ma let­te­ra­rio egi­zia­no, nes­sun auto­re egi­zia­no sem­bra pote­re supe­ra­re il para­go­ne con il pre­mio Nobel Mah­fouz. ”Scrit­to­ri come lui non ve ne sono, ma ne esi­sto­no di mol­to bra­vi”, fa nota­re Al-Ghi­ta­ni. ”Sono com­par­si — dice pero’ — tan­ti auto­ri leg­ge­ri, i cui libri, sup­por­ta­ti da una gran­de distri­bu­zio­ne, ma pri­vi di alcun valo­re let­te­ra­rio, diven­ta­no best-sel­ler”. Testi, sostie­ne, ”che dura­no quan­to un Klee­nex: come ‘Taxi’ di Kha­led Al Kha­mis­si (2008, Il Siren­te) o a ‘La pro­va del mie­le’ (2008, Fel­tri­nel­li) del­la siria­na Sal­wa al-Nei­mi”. Scrit­ti che ven­do­no mol­to bene anche in Occi­den­te. ”Al-Nei­mi — rimar­ca sar­ca­sti­co — ha avu­to una distri­bu­zio­ne piu’ impor­tan­te di Mah­fouz, ma que­sto non signi­fi­ca cer­to che scri­va come lui”.

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Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi

Popo­li | Agosto/Settembre 2009 | Fon­da­zio­ne Cul­tu­ra­le San Fedele |

Un vec­chio gior­na­li­sta ita­lia­no che ave­va gira­to il mon­do come invia­to spe­cia­le ama­va ripe­te­re: «Per cono­sce­re un Pae­se stra­nie­ro, è neces­sa­rio pren­de­re il taxi. I taxi­sti han­no il pol­so del­la socie­tà in cui vivo­no, cono­sco­no tut­ti e tut­to». Come il cro­ni­sta, l’A. di que­sto sag­gio ha scel­to le voci dei taxi­sti per rico­strui­re le fit­te tra­me del­la socie­tà del Cai­ro (Egit­to). Nel suo libro ha rac­col­to 58 sto­rie bre­vi dal­le qua­li emer­go­no i sogni, le pas­sio­ni, i ricor­di, le avven­tu­re dei cit­ta­di­ni del­la capi­ta­le egi­zia­na. Una sor­ta di affre­sco rea­liz­za­to con il taglio gior­na­li­sti­co di un repor­ta­ge. Il libro è uno dei più ven­du­ti non solo in Egit­to, ma nell’intero mon­do arabo.

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Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”

Cro­na­che da Thu­le | Mer­co­le­dì 29 luglio 2009 | Luca Rota |

Anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti, sogna­to­ri e fal­li­ti, taci­tur­ni e loqua­ci, chi rac­con­ta bar­zel­let­te e chi com­men­ta la situa­zio­ne in Iraq. E’ la varie­ga­ta gal­le­ria di tipi e per­so­nag­gi in cui capi­ta di imbat­ter­si salen­do su un taxi al Cai­ro, e le cui voci ven­go­no ora rac­col­te in un libro pub­bli­ca­to da poco in Egit­to e diven­ta­to pre­sto un suc­ces­so,“Taxi” (Con­ver­sa­zio­ni in tra­git­to), del gior­na­li­sta e regi­sta Kha­led al Kha­mis­si. Il libro rac­co­glie in 220 pagi­ne 58 rac­con­ti-mono­lo­go che han­no la voce degli auti­sti di taxi del Cai­ro: sto­rie trat­te dal­la real­tà, ma roman­za­te, e rac­con­ta­te in un lin­guag­gio col­lo­quia­le, che dif­fe­ri­sce mol­to dal­la lin­gua let­te­ra­ria usa­ta dal­la mag­gior par­te degli scrit­to­ri egi­zia­ni, e che for­se costi­tui­sce il segre­to del suc­ces­so di que­sto libro. Il volu­me, pub­bli­ca­to a ini­zio gen­na­io, dopo tre mesi ave­va già ven­du­to 20mila copie e ora è già sta­to ristam­pa­to tre vol­te. I tas­si­sti pro­ta­go­ni­sti di que­sto libro sono assai dif­fe­ren­ti, sogna­to­ri e filo­so­fi, miso­gi­ni e fana­ti­ci, con­trab­ban­die­ri e fal­li­ti, misti­ci e comi­ci con quell’ironia così par­ti­co­la­re dei cai­ro­ti magi­stral­men­te descrit­ta dal­lo scrit­to­re Albert Cos­se­ry, ma acco­mu­na­ti da uno stes­so desti­no: quel­lo di dover lot­ta­re quo­ti­dia­na­men­te per far­si stra­da, nel sen­so let­te­ra­le del­la paro­la, in un mon­do rumo­ro­so e cao­ti­co. Nei con­fron­ti di que­sta cate­go­ria spes­so poco ama­ta e stig­ma­tiz­za­ta dagli abi­tan­ti del Cai­ro, l’autore non nascon­de di nutri­re una par­ti­co­la­re sim­pa­tia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Kha­mis­si ricor­da quel­lo che spes­so i clien­ti di un taxi al Cai­ro dimen­ti­ca­no, ovve­ro che i tas­si­sti appar­ten­go­no per lo più a cate­go­rie socia­li tra le più bistrat­ta­te eco­no­mi­ca­men­te, i loro ner­vi sono mes­si alla pro­va dal caos del­le stra­de del Cai­ro, una metro­po­li bel­lis­si­ma ma inqui­na­ta e pol­ve­ro­sa for­mi­co­lan­te di oltre 16 milio­ni di abi­tan­ti, attra­ver­sa­ta ogni gior­no in tota­le da 22 milio­ni di per­so­ne, in mac­chi­na, auto­bus e metro­po­li­ta­na ma anche su car­ret­ti trai­na­ti da asi­ni e vespo­ni Piag­gio. Con un sot­to­fon­do peren­ne di clac­son e una sor­pren­den­te com­mi­stio­ne tra cit­tà, cam­pa­gna e deser­to. Lo descri­ve bene, l’autore, il loro infer­no: “E’ un mestie­re sfian­can­te, lo sta­re sem­pre sedu­ti in auto­mo­bi­li poco con­for­te­vo­li distrug­ge le loro colon­ne ver­te­bra­li, l’incessante rumo­re del­le stra­de del Cai­ro demo­li­sce il loro siste­ma ner­vo­so, i peren­ni imbot­ti­glia­men­ti li sfi­ni­sco­no ner­vo­sa­men­te e il cor­re­re die­tro il loro sosten­ta­men­to — cor­re­re nel sen­so let­te­ra­le del ter­mi­ne — elet­triz­za i loro cor­pi. Aggiun­ge­te a que­sto le trat­ta­ti­ve e le liti­ga­te con i clien­ti per il prez­zo da paga­re in assen­za di tachi­me­tri, e il tor­men­to dei poli­ziot­ti che li inse­guo­no…”. L’autore si sof­fer­ma anche sul­le loro rifles­sio­ni sul pro­prio Pae­se, i giu­di­zi sui diri­gen­ti, le cri­ti­che alla cor­ru­zio­ne dei poli­ziot­ti, le mol­te paro­le che qua­si tut­ti spen­do­no sul­la situa­zio­ne in Iraq e sull’America: ne risul­ta una sor­ta di docu­men­to sul­la vita quo­ti­dia­na del Cai­ro, com­po­sto da por­zio­ni di rea­le che non cor­ri­spon­do­no nè all’immagine mostra­ta ai turi­sti, nè a quel­la for­ni­ta dal­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria o cinematografica.

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Il prossimo faraone

Euro­pa | Lune­dì 24 luglio 2009 | Azzu­ra Meringolo |

C’è traf­fi­co al Cai­ro, sem­pre e ovun­que. I tas­si­sti, per intrat­te­ne­re i clien­ti spa­zien­ti­ti, rac­con­ta­no bar­zel­let­te. Sono tal­men­te tan­te che c’è chi, come Kha­led al Kha­mis­si, le ha rac­col­te e c’ha fat­to un libro.
Il tito­lo non pote­va esse­re che Taxi. Uno dei per­so­nag­gi più get­to­na­ti, nei rac­con­ti degli auti­sti, è la madre del pre­si­den­te egi­zia­no Hosni Muba­rak, mor­ta in un inci­den­te stra­da­le alla vene­ran­da età di 104 anni.
San­gue lon­ge­vo quel­lo che scor­re nel­le vene dell’ottantunenne lea­der egi­zia­no, che nel 2011, data nel­la qua­le sca­drà il suo enne­si­mo man­da­to, avrà taglia­to il tra­guar­do dei trent’anni al ver­ti­ce del­lo stato.
Nes­su­na leg­ge gli vie­te­reb­be di can­di­dar­si per la sesta vol­ta, ma Hosni pare comun­que affa­ti­ca­to. Tal­men­te affa­ti­ca­to che non è riu­sci­to nean­che ad anda­re ad acco­glie­re il pre­si­den­te Barack Oba­ma all’aeroporto del Cai­ro, quan­do l’inquilino del­la Casa Bian­ca ha visi­ta­to l’Egitto, lo scor­so giugno.
Secon­do indi­scre­zio­ni tra­pe­la­te dai media egi­zia­ni in que­sti gior­ni, Muba­rak, poi, si sareb­be sot­to­po­sto a un inter­ven­to alla schie­na, nel cor­so del­la recen­te visi­ta in Fran­cia. Una sor­ti­ta chi­rur­gi­ca camuf­fa­ta da visi­ta di sta­to, insomma.
La stan­chez­za e gli acciac­chi non han­no fat­to che rin­no­va­re il dibat­ti­to sul­la salu­te del capo del­lo sta­to, già scat­ta­to dopo la recen­te mor­te di suo nipo­te, il gio­va­ne figlio del pri­mo­ge­ni­to Alaa. Dopo il lut­to, il raìs era spro­fon­da­to nel­la tri­stez­za più cupa, sospen­den­do ogni atti­vi­tà per una ven­ti­na di gior­ni e por­tan­do in mol­ti a par­la­re del­la que­stio­ne del­la successione.
Da allo­ra le ipo­te­si si rin­cor­ro­no e c’è chi teme che qua­lo­ra la prov­vi­den­za pri­vas­se l’Egitto del­la sua sto­ri­ca gui­da, si cree­reb­be un vuo­to pericoloso.
Il dos­sier sul­la suc­ces­sio­ne a Muba­rak è sta­to a lun­go un tabù. È per que­sto moti­vo che sor­pren­de che sull’argomento, da poco, sia sta­to rea­liz­za­to anche un son­dag­gio. Se gli egi­zia­ni fos­se­ro chia­ma­ti a sce­glie­re il suc­ces­so­re del raìs, la sfi­da prin­ci­pa­le – così si pro­nun­cia­no i cit­ta­di­ni – sareb­be tra suo figlio Gamal (a lui il 21 per cen­to del­le pre­fe­ren­ze) e Ayman Nour, il noto dis­si­den­te libe­ra­le usci­to di recen­te dal car­ce­re (24 per cento).
Non c’è dub­bio che nel­le inten­zio­ni del clan Muba­rak, Gamal, attual­men­te ter­zo uomo più impor­tan­te del Par­ti­to nazio­na­le demo­cra­ti­co (la for­ma­zio­ne pre­si­den­zia­le), sia il can­di­da­to per eccel­len­za e da anni gli è sta­ta spia­na­ta la stra­da per poter giun­ge­re alla presidenza.
Ma ciò non signi­fi­ca che la pol­tro­na di Gamal sia scon­ta­ta. Secon­do Miche­le Dun­ne, esper­ta dell’Arab Reform Bul­let­tin, ci sareb­be­ro alme­no tre fat­to­ri a impe­di­re l’avvicendamento padre-figlio. Innan­zi­tut­to gli egi­zia­ni non accet­te­reb­be­ro volen­tie­ri l’idea stes­sa dell’ereditarietà. Cosa più pre­oc­cu­pan­te è che il ram­pol­lo non godreb­be del sup­por­to dei mili­ta­ri. Sareb­be infat­ti il pri­mo pre­si­den­te dell’Egitto post-monar­chi­co non usci­to dal­le fila dell’esercito e alcu­ni alti uffi­cia­li riter­reb­be­ro che Gamal non riu­sci­rà a sal­va­guar­da­re i loro inte­res­si e che non sia un lea­der abba­stan­za for­te da man­te­ne­re l’Egitto sta­bi­le e sicuro.
Sto­ria diver­sa quel­la di Ayman Nour, che nel 2004 ha fon­da­to il par­ti­to al Ghad (il doma­ni), una for­ma­zio­ne libe­ra­le e rifor­mi­sta atten­ta a con­ci­lia­re la sicu­rez­za con i dirit­ti uma­ni. Il regi­me si accor­ge pre­sto di lui e già nel 2005 lo sbat­te in car­ce­re, pri­ma di par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li dove ottie­ne un lusin­ghie­ro (per gli stan­dard egi­zia­ni) set­te per cen­to. Nel giro di qual­che set­ti­ma­na Nour vie­ne nuo­va­men­te incar­ce­ra­to con l’accusa di fro­de, ma non si arren­de e la scor­sa esta­te scri­ve a Barack Oba­ma, all’epoca can­di­da­to demo­cra­ti­co alla Casa Bian­ca, che pren­de a cuo­re la sua sto­ria. Quan­do gra­zie alle pres­sio­ni sta­tu­ni­ten­si vie­ne rila­scia­to, annun­cia la sua can­di­da­tu­ra alle pros­si­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li. Ma ciò gli costa una serie di per­se­cu­zio­ni e aggres­sio­ni da par­te del regi­me, che teme l’appeal che la sua sto­ria eser­ci­ta nel con­te­sto internazionale.
Ayman Nour, tut­ta­via, non spa­ven­ta trop­po il gio­va­ne Muba­rak, che deve piut­to­sto pre­oc­cu­par­si di Omar Sulei­man, capo dei ser­vi­zi di sicu­rez­za egi­zia­ni, descrit­to da Forei­gn Poli­cy come il più poten­te capo dell’intelligence nel con­te­sto medio­rien­ta­le. La sua popo­la­ri­tà non è comun­que alla stel­le, eppu­re Dalia Zia­da, cono­sciu­ta atti­vi­sta e blog­ger egi­zia­na, sot­to­li­nea che se il suo nome com­pa­re tra le ipo­te­si è per­ché la vera doman­da, irri­sol­ta, è la posi­zio­ne che le for­ze arma­te assu­me­ran­no sul­la successione.
E Sulei­man, dall’alto del­la sua cari­ca, potreb­be cala­re buo­ne car­te. In più può con­ta­re sul­la fidu­cia di Muba­rak (ha aiu­ta­to il pre­si­den­te a repri­me­re l’opposizione isla­mi­sta) e sul fat­to che è sta­to un media­to­re essen­zia­le nell’attivare cana­li di dia­lo­go tra Israe­le e Hamas, non­ché sul rispet­to che gli accor­da­no mol­ti mem­bri del par­ti­to di gover­no e altri espo­nen­ti del­le élite nazionali.
Tec­ni­ca­men­te però la sua posi­zio­ne non è semplice.
Qua­lo­ra Muba­rak libe­ras­se la pol­tro­na, ogni par­ti­to potreb­be pre­sen­ta­re alle pre­si­den­zia­li un solo can­di­da­to e visto che Gamal è il più papa­bi­le tra i ran­ghi del Par­ti­to nazio­na­le demo­cra­ti­co, Omar Sulei­man dovreb­be, se voles­se aspi­ra­re alla pre­si­den­za, cor­re­re come indipendente.
C’è infi­ne una quar­ta ipo­te­si, a com­pli­ca­re il qua­dro del­la suc­ces­sio­ne. Un’ipotesi che riguar­da la fra­tel­lan­za musul­ma­na (Ikh­wan). Il 17 per cen­to degli egi­zia­ni, infat­ti, si schie­ra a favo­re di Isam Arayn, espo­nen­te del movi­men­to isla­mi­co. Seb­be­ne la costi­tu­zio­ne vigen­te pre­clu­da la for­ma­zio­ne di qual­sia­si par­ti­to che si basi sul­la reli­gio­ne e quin­di impe­di­sca alla fra­tel­lan­za di com­pe­te­re a livel­lo elet­to­ra­le, le auto­ri­tà han­no alza­to la guar­dia e, come ha lascia­to inten­de­re il set­ti­ma­na­le Ahrah Heb­do, l’intensificazione del­la pres­sio­ne sui fra­tel­li musul­ma­ni – lo scor­so giu­gno alcu­ni degli uomi­ni più cono­sciu­ti dell’Ikhwan sono sta­ti arre­sta­ti – indur­reb­be a pen­sa­re che il regi­me vede in loro una temi­bi­le mina vagante.

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Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

Il Dena­ro n. 109 | Vener­dì 8 giu­gno 2007 |

Anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti, sogna­to­ri e fal­li­ti, taci­tur­ni e loqua­ci, chi rac­con­ta bar­zel­let­te e chi com­men­ta la situa­zio­ne in Iraq. E’ la varie­ga­ta gal­le­ria di tipi e per­so­nag­gi in cui capi­ta di imbat­ter­si salen­do su un taxi al Cai­ro, e le cui voci ven­go­no ora rac­col­te in un libro pub­bli­ca­to da poco in Egit­to e diven­ta­to pre­sto un suc­ces­so,“Taxi” (Con­ver­sa­zio­ni in tra­git­to), del gior­na­li­sta e regi­sta Kha­led al Kha­mis­si. Il libro rac­co­glie in 220 pagi­ne 58 rac­con­ti-mono­lo­go che han­no la voce degli auti­sti di taxi del Cai­ro: sto­rie trat­te dal­la real­tà, ma roman­za­te, e rac­con­ta­te in un lin­guag­gio col­lo­quia­le, che dif­fe­ri­sce mol­to dal­la lin­gua let­te­ra­ria usa­ta dal­la mag­gior par­te degli scrit­to­ri egi­zia­ni, e che for­se costi­tui­sce il segre­to del suc­ces­so di que­sto libro.
Il volu­me, pub­bli­ca­to a ini­zio gen­na­io, dopo tre mesi ave­va già ven­du­to 20mila copie e ora è già sta­to ristam­pa­to tre vol­te. I tas­si­sti pro­ta­go­ni­sti di que­sto libro sono assai dif­fe­ren­ti, sogna­to­ri e filo­so­fi, miso­gi­ni e fana­ti­ci, con­trab­ban­die­ri e fal­li­ti, misti­ci e comi­ci con quell’ironia così par­ti­co­la­re dei cai­ro­ti magi­stral­men­te descrit­ta dal­lo scrit­to­re Albert Cos­se­ry, ma acco­mu­na­ti da uno stes­so desti­no: quel­lo di dover lot­ta­re quo­ti­dia­na­men­te per far­si stra­da, nel sen­so let­te­ra­le del­la paro­la, in un mon­do rumo­ro­so e cao­ti­co. Nei con­fron­ti di que­sta cate­go­ria spes­so poco ama­ta e stig­ma­tiz­za­ta dagli abi­tan­ti del Cai­ro, l’autore non nascon­de di nutri­re una par­ti­co­la­re sim­pa­tia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Kha­mis­si ricor­da quel­lo che spes­so i clien­ti di un taxi al Cai­ro dimen­ti­ca­no, ovve­ro che i tas­si­sti appar­ten­go­no per lo più a cate­go­rie socia­li tra le più bistrat­ta­te eco­no­mi­ca­men­te, i loro ner­vi sono mes­si alla pro­va dal caos del­le stra­de del Cai­ro, una metro­po­li bel­lis­si­ma ma inqui­na­ta e pol­ve­ro­sa for­mi­co­lan­te di oltre 16 milio­ni di abi­tan­ti, attra­ver­sa­ta ogni gior­no in tota­le da 22 milio­ni di per­so­ne, in mac­chi­na, auto­bus e metro­po­li­ta­na ma anche su car­ret­ti trai­na­ti da asi­ni e vespo­ni Piag­gio. Con un sot­to­fon­do peren­ne di clac­son e una sor­pren­den­te com­mi­stio­ne tra cit­tà, cam­pa­gna e deser­to. Lo descri­ve bene, l’autore, il loro infer­no: “E’ un mestie­re sfian­can­te, lo sta­re sem­pre sedu­ti in auto­mo­bi­li poco con­for­te­vo­li distrug­ge le loro colon­ne ver­te­bra­li, l’incessante rumo­re del­le stra­de del Cai­ro demo­li­sce il loro siste­ma ner­vo­so, i peren­ni imbot­ti­glia­men­ti li sfi­ni­sco­no ner­vo­sa­men­te e il cor­re­re die­tro il loro sosten­ta­men­to — cor­re­re nel sen­so let­te­ra­le del ter­mi­ne — elet­triz­za i loro corpi.
Aggiun­ge­te a que­sto le trat­ta­ti­ve e le liti­ga­te con i clien­ti per il prez­zo da paga­re in assen­za di tachi­me­tri, e il tor­men­to dei poli­ziot­ti che li inse­guo­no…”. L’autore si sof­fer­ma anche sul­le loro rifles­sio­ni sul pro­prio Pae­se, i giu­di­zi sui diri­gen­ti, le cri­ti­che alla cor­ru­zio­ne dei poli­ziot­ti, le mol­te paro­le che qua­si tut­ti spen­do­no sul­la situa­zio­ne in Iraq e sull’America: ne risul­ta una sor­ta di docu­men­to sul­la vita quo­ti­dia­na del Cai­ro, com­po­sto da por­zio­ni di rea­le che non cor­ri­spon­do­no nè all’immagine mostra­ta ai turi­sti, nè a quel­la for­ni­ta dal­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria o cinematografica.

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L’Iran si sta laicizzando?

Il cuo­re del mon­do | Vener­dì 19 giu­gno 2009 | Ambro­gio |

L’Iran si sta laicizzando?
Non cre­do. Esi­ste una nuo­va gene­ra­zio­ne di musul­ma­ni che cre­sce e che alla mor­te di Kho­mei­ni (1989-ulti­ma fat­wa con­tro Sal­man Rush­die, auto­re dei Ver­si Sata­ni­ci) ave­va­no pochi anni o addi­rit­tu­ra non era­no nem­me­no nati.
A Kho­mei­ni, da qual­sia­si pun­to lo si voglia con­si­de­ra­re, non si può toglie­re che è sta­to con la sua vita il per­no cen­tra­le del­la radi­ca­li­tà dell’Islam in quel pae­se. Un per­so­nag­gio a suo modo irripetibile.
Per que­sto non leg­go nei fer­men­ti di que­sti gior­ni post-elet­to­ra­li in Iran una voglia di laicità.
Vedo sol­tan­to una voglia di Islam meno radicale.
Buo­no che ci sia.
Meno noti­zie in que­sto sen­so ci ven­go­no dal mon­do arabo/sunnita. Nei mesi scor­si una don­na era entra­ta per la pri­ma vol­ta come sot­to­se­gre­ta­rio all’istruzione(non ricor­do se in Ara­bia Sau­di­ta o negli Emi­ra­ti Ara­bi, ma mi sem­bra sia la pri­ma), segno mini­mo e cre­do solo di facciata.
Più peri­co­lo­so per il mon­do Occi­den­ta­le il gra­ni­ti­co mon­do Ara­bo Sunnita.
Ma non cre­do l’esultanza dei gio­ca­to­ri rivol­gen­do­si alla mec­ca influen­ze­rà il rap­por­to tra occi­den­te e L’Islam in generale.
Insom­ma era­no gio­ca­to­ri di pal­lo­ni, non sceicchi(al sol­do straniero)che inci­ta­no alla guer­ra santa.
L’Egitto?
Per chi voglia capi­re come fun­zio­na in Egit­to, tra Musul­ma­ni, Cop­ti ed altro, e dove noi andia­mo a rin­chiu­der­ci in quei recin­ti di vacan­za che è Sharm el Sheik, con­si­glio di leg­ge­re il libro di Kha­led Al Kha­mis­si, Taxi a cui alle­go un bre­ve copia e incol­la: “Si trat­ta di un arti­co­la­ta e diver­ten­te… cri­ti­ca” del­la socie­tà e del­la poli­ti­ca in Egit­to, dice al Cai­ro Press, Mark Linz, diret­to­re dell’Università Ame­ri­ca­na, che pub­bli­ca ora una serie di libri di let­te­ra­tu­ra ara­ba in lin­gua ingle­se. ” è uni­co per­ché uti­liz­za l’umorismo. Per del­le que­stio­ni che gli egi­zia­ni ten­do­no a pren­de­re mol­to sul serio”.
Kha­mis­si dice di non esse­re un’analista, ma mol­ti dico­no che la popo­la­ri­tà del libro vie­ne dal fat­to che “ognu­no si ritro­va nel libro [quan­do han­no let­to il libro.] Ogni let­to­re ci leg­ge la pro­pria esperienza.
L’autore è lo stes­so di cui par­la­vo nel tema pre­ce­den­te da Lei pro­po­sto e che ave­va para­go­na­to il discor­so di Oba­ma a Il Cai­ro qua­si fos­se un discor­so fat­to dal Papa.

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Prima di addormentarmi ho finito di leggere “Taxi” di Khaled Al Khamissi

Lizzie’s cof­fe­shop | Mar­te­dì 21 luglio 2009 | auc­klan­der­girl |

pri­ma di addor­men­tar­mi ho fini­to di leg­ge­re “Taxi” di Kha­led Al Kha­mis­si, una rac­col­ta di bre­vi sto­rie ambien­ta­te al Cai­ro da tas­si­sti, che rac­con­ta­no delu­sio­ni, spe­ran­ze, amo­ri, intri­ghi sul Pae­se e che rap­pre­sen­ta­no un vero e pro­prio trat­ta­to di socio­lo­gia urba­na . Pec­ca­to che per moti­vi di sicu­rez­za l’autore si sia auto cen­su­ra­to e pec­ca­to pure non esse­re sta­ta in gra­do di leg­ge­re la ver­sio­ne ori­gi­na­le del libro in ara­bo (anche se le ver­sio­ni ingle­si ed ita­lia­na han­no reso bene il concetto..uno spac­ca­to di vita quo­ti­dia­na in un Pae­se dove sem­bra sia pos­si­bi­le tro­va­re sod­di­sfa­zio­ni nel­la sfe­ra pri­va­ta, visto che le isti­tu­zio­ni son indif­fe­ren­ti a qual­sia­si cosa).
In alcu­ni pun­ti tra­gi­co, in altre comi­co, ma sen­za dubbio…intrigante 🙂

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Francesca Sassoli, “Affaritaliani.it” (19 giugno 2009)

METRO di Magdy El Shafee

Con “Metro”, Magdy El Shafee crea la prima graphic novel araba. E subito si scatena la censura

Fran­ce­sca Sas­so­li, “Affaritaliani.it” (19 giu­gno 2009)

Metro (Magdy El Shafee)Lo abbia­mo visto anche in que­sti gior­ni in Iran. La cen­su­ra si è abbat­tu­ta sui gior­na­li­sti, sui siti inter­net, sul­le “pen­ne” mode­ra­te del Pae­se, sugli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri di Tehe­ran e i loro pro­fes­so­ri. Per­ché più di ogni gesto sono la paro­la scrit­ta, l’analisi intel­li­gen­te, lo stu­dio appro­fon­di­to di un pro­ble­ma, la pro­te­sta pen­sa­ta con­tro chi toglie voce e liber­tà al popo­lo a nuo­ce­re ai poten­ti e – soprat­tut­to – ai pre­po­ten­ti. Ed è così che un’opera asciut­ta, effi­ca­ce, appas­sio­nan­te e sof­fer­ta diven­ta un’arma da spun­ta­re e i suoi crea­to­ri rischia­no gros­so: l’egiziana “Metro” può con­si­de­rar­si la pri­ma gra­phic novel in lin­gua ara­ba e rac­con­ta le vicen­de di un gio­va­ne pro­gram­ma­to­re infor­ma­ti­co, She­hab, coin­vol­to in una rapi­na da un poli­ti­co cor­rot­to. Il tema era trop­po scot­tan­te e sco­mo­do per le auto­ri­tà del Cai­ro che ne han­no con­fi­sca­to fino all’ultima copia e arre­sta­to l’editore Moha­med Shar­qa­wi, tito­la­re del­la Dar Mala­meh, che poi ha accu­sa­to la poli­zia di aver­lo torturato.
No, non è una novel­la scrit­ta da un cro­na­chi­sta medie­va­le che nar­ra le disav­ven­tu­re di un can­ta­sto­rie sco­mo­do a un poten­te feu­da­ta­rio! E’ un fat­to tri­ste­men­te contemporaneo.
Il caso è scop­pia­to ad apri­le scor­so, discus­so in Ita­lia duran­te Car­toons on the Bay e fat­to ogget­to di una peti­zio­ne da par­te del quo­ti­dia­no on line Agen­da­Co­mu­ni­ca­zio­ne sul qua­le è pos­si­bi­le tro­va­re i link per la peti­zio­ne pro-Metro: l’illustratore e intel­let­tua­le egi­zia­no Mag­dy El Sha­fee deve rispon­de­re dell’accusa di aver usa­to un lin­guag­gio scon­cio, ma la vera accu­sa è la cri­ti­ca sen­za veli con­tro il gover­no e la cor­ru­zio­ne. Intan­to si è affac­cia­to alla Rete e sul social net­work face­book ha det­to la sua veri­tà, pre­gan­do di esse­re soste­nu­to, cer­can­do ami­ci e soste­ni­to­ri in tut­to il mon­do, ai qua­li chie­de di scri­ve­re la fra­se:  “NO for metro con­fi­sca­tion and trial, Sup­port free­dom of arts and expres­sion” sul social net­work o sui blog (come que­sto, que­sto e questo).
Il 18 luglio 2009, dopo una serie di rin­vii, una cor­te egi­zia­na dovreb­be emet­te­re il ver­det­to. Mag­dy El Sha­fee rischia due anni di car­ce­re. Lui, la sua veri­tà,  l’ha rac­con­ta­ta in un’intervista a un sito francese.
Come mol­ti egi­zia­ni, Shi­hab ha dei debi­ti. E, sen­za sol­di non potrà rim­bor­sar­li. Minac­cia­to dai cre­di­to­ri, il gio­va­ne infor­ma­ti­co, un bel gior­no, deci­de di pun­ta­re una ban­ca. Quan­do il suo com­pli­ce esi­ta, lo ras­si­cu­ra: “In que­sto pae­se ci sono i pove­ri che van­no in pri­gio­ne, e tu sarai ric­co!” Così comin­cia il “Metro”, un fumet­to-thril­ler pub­bli­ca­to a feb­bra­io 2008 in Egit­to, ma riti­ra­to dal­le ven­di­te due mesi più tar­di dal­le “bri­ga­te del vizio”, il dipar­ti­men­to del­la poli­zia egi­zia­na che si occu­pa di affa­ri di pro­sti­tu­zio­ne. In cau­sa, due vignet­te dove si vede una don­na nuda ed alcu­ni insul­ti vol­ga­ri, come quel­li che sen­tia­mo per le stra­de del Cai­ro tut­ti i giorni.

Una cri­ti­ca del regime.
“L’ufficiale che ha inter­ro­ga­to Moha­med Al Shar­qa­wi, l’editore, gli ha fat­to del­le doman­de sul con­te­nu­to poli­ti­co del libro,  pri­ma di veni­re alla sua pre­sun­ta osce­ni­tà”, spie­ga Ham­dy El Has­siou­ty, uno degli avvo­ca­ti del libro . Die­tro l’accusa for­ma­le di “com­pro­met­te­re la mora­li­tà pub­bli­ca”, l’egiziano sem­bra l’obiettivo di una viru­len­ta cri­ti­ca del regi­me espres­so dal Mag­dy Al Sha­fee, l’autore del ‘Metro’. Quan­do Shi­hab, il per­so­nag­gio prin­ci­pa­le, entra in ban­ca a pren­de­re il bot­ti­no, un poli­ti­co disonesto/losco/sospetto  si fa dare una vali­gia pie­na di sol­di. Pro­po­ne un’affare a Shi­hab: se  rima­ne in silen­zio su ciò che ha visto, non sarà perseguito.
Un altro epi­so­dio mostra degli oppo­si­to­ri al regi­me, aggre­di­ti al momen­to di una mani­fe­sta­zio­ne, ritrac­cian­do un avve­ni­men­to rea­le avve­nu­to al Cai­ro il 25 mag­gio 2006. ” Un cugi­no dell’eroe gli rac­con­ta che un depu­ta­to li ha paga­ti, lui ed i suoi ami­ci, per mole­sta­re le don­ne che mani­fe­sta­va­no” ‚spie­ga Moha­med Al Shar­qa­wi, l’editore. Lui stes­so atti­vi­sta è sta­to arre­sta­to più vol­te e tor­tu­ra­to. “Quel­lo che dice sul ‘Metro’ è già sta­to det­to nei libri, ma il pote­re ha capi­to che il fumet­to era più acces­si­bi­le al gran­de pub­bli­co e quin­di, più peri­co­lo­so per lui”.
A 48 anni l’autore, Mag­dy Al Sha­fee, non nascon­de di aver volu­to ritra­scri­ve­re uno “spi­ri­to di rivol­ta”. Duran­te tut­to l’albo, il “Metro” è para­go­na­to a una trap­po­la nel­la qua­le gli uomi­ni sono rin­chiu­si, sen­za sape­re che esi­ste una via d’uscita. Una meta­fo­ra abba­stan­za chia­ra dell’oppressione poli­ti­ca. Con il suo trat­to ner­vo­so, Al Sha­fee è un inno­va­to­re anche sul pia­no arti­sti­co. Da prin­ci­pio intro­du­cen­do un gene­re: in Egit­to, fin’ora, il fumet­to non esi­ste­va nei nego­zi per bam­bi­ni o sot­to­for­ma di roman­zo a pun­ta­te nei giornali.

Eroe disil­lu­so.
Un lustra­scar­pe che per­de la vista, un diret­to­re di ban­ca osse­quio­so, una “non­na” inquie­ta per suo nipo­te… Mag­dy Al Sha­fee eccel­le nel­la pit­tu­ra dei per­so­nag­gi del­la stra­da egi­zia­na, incro­cian­do le influen­ze. “Arri­van­do in Fran­cia per i miei stu­di, sono rima­sto affa­sci­na­to da Char­lie Heb­do. Ho ripor­ta­to degli esem­pla­ri qui doman­dan­do­mi come adat­ta­re que­sto tono all’Egitto”, rac­con­ta l’autore, che lavo­ra peral­tro in un’azienda far­ma­ceu­ti­ca. Il suo eroe, Shi­hab, bel muso da giu­sti­zie­re socia­le disil­lu­so, fa pen­sa­re a Cor­to Mal­te­se. “Quel­lo che mi pia­ce negli eroi di Hugo Pratt, è che non sono ste­reo­ti­pi, han­no più volti”.
Quan­do Al Sha­fee ha comin­cia­to a imma­gi­na­re “Metro” ave­va 5 anni; Golo, auto­re di fumet­ti fran­ce­si tra­pian­ta­to in Egit­to, è sta­to il suo men­to­re. “Mi ha fat­to capi­re come impri­me­re un rit­mo ad un album, come crea­re un atmo­sfe­ra sena for­za­ta­men­te pas­sa­re da un dise­gno trop­po comlicato.”
Qua­lun­que sia il ver­det­to del 18 luglio, “Metro” avrà segna­to l’atto di nasci­ta del fumet­to egiziano.

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La fuga di una donna alla ricerca di sé stessa

Medi­ter­ra­nea Onli­ne | Lune­dì 1 giu­gno 2009 | Cri­sti­na Giu­di­ce |

Un pae­se gover­na­to dagli uomi­ni, un’atmosfera den­sa, nera e sof­fo­can­te in cui resta­re invi­schia­ti come nel petro­lio. Il nuo­vo roman­zo del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal el-Sa’dawy.

Visio­na­rio, schi­zo­fre­ni­co, oni­ri­co. Sono alcu­ni degli agget­ti­vi che si pos­so­no usa­re per descri­ve­re l’ultimo roman­zo di Nawal el-Sa’dawy, L’amore ai tem­pi del petro­lio, una nar­ra­zio­ne buia, liqui­da e visco­sa pro­prio come que­sto liqui­do, pre­sen­ta­ta a Roma dal­la casa edi­tri­ce “il Siren­te” come secon­do tito­lo del­la nuo­va e inte­res­san­te col­la­na “Altri arabi”.
La scrit­tri­ce egi­zia­na affron­ta in que­sto libro i temi che da sem­pre le sono cari, ma qui più che mai assu­me una pro­spet­ti­va pret­ta­men­te psi­chia­tri­ca che fa emer­ge­re la sua figu­ra di medi­co e di esper­ta degli intri­ca­ti mec­ca­ni­smi del­la men­te uma­na. In que­sto caso una men­te mala­ta, in pre­da ad una sor­ta di deli­rio cau­sa­to da con­di­zio­ni di vita socia­le e affet­ti­va che costrin­go­no la pro­ta­go­ni­sta ad una fuga dal­la real­tà in un’atmosfera allu­ci­na­ta di costan­te alter­nan­za fra sogno e veglia, i cui con­tor­ni si sfu­ma­no e si mesco­la­no tan­to da esse­re indistinguibili.
For­se pro­prio il back­ground da medi­co per­met­te alla el-Sa’dawy, come ad altri scrit­to­ri egi­zia­ni con­tem­po­ra­nei, di ave­re uno sguar­do qua­si cli­ni­co nei con­fron­ti del­la real­tà, come ha nota­to il gior­na­li­sta Pino Bla­so­ne, inter­ve­nu­to alla pre­sen­ta­zio­ne del libro: «Già Mah­fuz, con la sua for­te cri­ti­ca ver­so la socie­tà, era sta­to un vero mae­stro del nuo­vo rea­li­smo egi­zia­no, un filo­ne por­ta­to avan­ti dal­le ulti­me gene­ra­zio­ni di scrit­to­ri, soprat­tut­to dopo gli even­ti dell’11 set­tem­bre 2001».
Il rea­li­smo del­la el-Sa’dawy, teo­riz­za­to nel libro-inter­vi­sta Dis­si­den­za e scrit­tu­ra, tro­va pie­na rea­liz­za­zio­ne nel­le pagi­ne di que­sto roman­zo: la con­di­zio­ne del­la don­na e il suo rap­por­to con l’uomo, la rela­zio­ne fra cul­tu­ra e liber­tà, il desi­de­rio di abbat­te­re le bar­rie­re e i tabù impo­sti dal­la socie­tà e dal­la reli­gio­ne. Tut­to que­sto sen­za dimen­ti­ca­re le pro­prie radi­ci: in un con­te­sto in cui tut­to è ano­ni­mo, dai per­so­nag­gi ai luo­ghi, il richia­mo all’antica civil­tà egi­zia­na e alle sue divi­ni­tà è l’unico pun­to fer­mo, qua­si il faro ver­so cui diri­ger­si quan­do si è per­sa la rot­ta per ritro­va­re il pro­prio pas­sa­to ed esse­re così capa­ci di affron­ta­re il presente.
La pro­ta­go­ni­sta del roman­zo è un’archeologa che scap­pa dal­la trap­po­la del­la vita coniu­ga­le per anda­re alla ricer­ca del­le anti­che divi­ni­tà fem­mi­ni­li in una socie­tà domi­na­ta dagli uomi­ni e dove anche il solo pen­sa­re che esi­sta­no divi­ni­tà fem­mi­ni­li è con­si­de­ra­to un tabù. L’uomo è padro­ne indi­scus­so di tut­to e depo­si­ta­rio del sape­re asso­lu­to e la don­na vive il rap­por­to con lui come uno scon­tro con­ti­nuo. Come ha nota­to Lau­ra Pisa­no, docen­te di sto­ria del gior­na­li­smo all’università di Caglia­ri, «il mari­to appa­re qua­si sem­pre sot­to for­ma di una voce che dà ordi­ni, nasco­sto die­tro le pagi­ne di un gior­na­le, qua­si come se la stam­pa fos­se vis­su­ta come vero stru­men­to di pote­re». Il para­dos­so però è che colui che ha il pote­re incon­tra­sta­to nel pae­se, il re, è anal­fa­be­ta, men­tre la don­na, pur non essen­do padro­na nep­pu­re del pro­prio desti­no, è una ricer­ca­tri­ce. «Chie­de­re cul­tu­ra da par­te del­la don­na – secon­do la Pisa­no – signi­fi­ca infran­ge­re il mono­po­lio del pote­re e l’idea che la cul­tu­ra fos­se una col­pa, una tra­sgres­sio­ne e una devia­zio­ne, era pre­sen­te anche in Euro­pa, dove la don­na ha avu­to acces­so all’istruzione di alto livel­lo solo mol­to tardi».
«Il pro­ble­ma del libe­ro acces­so alla cul­tu­ra e alla libe­ra espres­sio­ne del­le idee in Egit­to è anco­ra pre­sen­te – ha ricor­da­to Pao­la Gar­giu­lo, del grup­po par­la­men­ta­re don­ne al Sena­to – for­se anche per que­sto le nuo­ve gene­ra­zio­ni, che nel pae­se costi­tui­sco­no la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne, cer­ca­no nuo­ve vie, in par­ti­co­la­re quel­la vir­tua­le. Mol­ti blog­ger sono però fini­ti in car­ce­re e anche la ragaz­za che su Face­book die­de ini­zio al tam tam del movi­men­to del 6 apri­le (per la pro­cla­ma­zio­ne del­lo scio­pe­ro gene­ra­le, fini­to pur­trop­po in un fia­sco sia nel 2008 che nel 2009, ndr) è fini­ta in car­ce­re. Anche il roman­zo a fumet­ti “Metro”, che cono­sce un enor­me suc­ces­so vir­tua­le sul­la rete, è sta­to seque­stra­to dal­le librerie.
Un esem­pio posi­ti­vo del rap­por­to fra scrit­tu­ra e pote­re – ha con­ti­nua­to la Gar­giu­lo – è inve­ce quel­lo del­la maroc­chi­na Rita el-Kha­yat che nel 1999 fu la pri­ma don­na nel mon­do ara­bo a scri­ve­re una let­te­ra al re del Maroc­co riguar­do la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le, il docu­men­to for­se più auda­ce, corag­gio­so e scon­ve­nien­te del seco­lo scor­so e che richia­mò l’attenzione del sovra­no su pro­ble­mi non pri­ma pre­si nel­la giu­sta considerazione».
Nel suo ten­ta­ti­vo di ribel­lar­si con­tro que­sto tipo di socie­tà però la pro­ta­go­ni­sta tro­va un osta­co­lo anche nel­le altre don­ne e qui sem­bra che si pos­sa intra­ve­de­re una sor­ta di cri­ti­ca, che non sareb­be nep­pu­re ingiu­sti­fi­ca­ta, nei con­fron­ti del­le don­ne ara­be, spes­so inca­pa­ci esse stes­se, a vol­te per pigri­zia e altre per pau­ra, di abbat­te­re quel­le bar­rie­re con­tro cui la el-Sa’dawy lot­ta da tempo.
«Per riu­sci­re ad infran­ge­re le bar­rie­re – ha det­to la Pisa­no – è neces­sa­rio il dia­lo­go fra le cul­tu­re, sia di tipo reli­gio­so che arti­sti­co, let­te­ra­rio e cul­tu­ra­le, con­tra­stan­do tut­to ciò che crea osta­co­li e sepa­ra­zio­ni. In que­sto sen­so le reli­gio­ni, usa­te in modo poli­ti­co, sono viste dal­la el-Sa’dawy come ele­men­to di sepa­ra­zio­ne nel loro crea­re odi, divi­sio­ni e ingiustizie».
L’autrice stes­sa, in un con­ve­gno a Roma qual­che set­ti­ma­na fa, dis­se: «Biso­gna rele­ga­re la reli­gio­ne nel­la sfe­ra pri­va­ta del­la vita e non dar­le spa­zio in quel­la pub­bli­ca. Per que­sto ben ven­ga­no ini­zia­ti­ve come quel­la del gover­no fran­ce­se, che ha proi­bi­to qual­sia­si esi­bi­zio­ne di segni reli­gio­si negli ambien­ti pub­bli­ci. La reli­gio­ne per mol­ti ver­si è diven­ta­ta un fat­to socia­le come in Egit­to, dove le ragaz­ze indos­sa­no il velo con jeans e magliet­te stret­tis­si­mi. La reli­gio­ne non è mora­li­tà, ma poli­ti­ca. Stu­dian­do le reli­gio­ni mi sono tro­va­ta di fron­te a due tipi di mora­le, una per gli uomi­ni e una per le don­ne, una per i ric­chi e una per i pove­ri e ho nota­to che la reli­gio­ne crea solo divi­sio­ni. Abbia­mo biso­gno di vive­re in un mon­do sen­za reli­gio­ne, sen­za che ciò signi­fi­chi vive­re sen­za mora­le. Al con­tra­rio, sarem­mo più uma­ni e, quin­di, più uni­ti fra di noi».
Il pro­ble­ma fem­mi­ni­le secon­do la scrit­tri­ce è, oltre che reli­gio­so, poli­ti­co: «Le don­ne sono sot­to­po­ste a for­ti pres­sio­ni in tut­to il mon­do, sia di tipo socia­le, che eco­no­mi­co e poli­ti­co, e sono ovun­que vit­ti­me dei siste­mi: in Afgha­ni­stan, dove il regi­me tale­ba­no è sta­to crea­to dai Bush, come in Ame­ri­ca, dove domi­na il fon­da­men­ta­li­smo cri­stia­no, come in Euro­pa, dove sono schia­ve del­le con­ven­zio­ni sociali».
Non aven­do dun­que nes­su­no a cui rivol­ger­si nel mon­do rea­le, la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo si rifu­gia sia nel ricor­do del­la sua infan­zia, dove domi­na la figu­ra del­la zia devo­ta all’Immacolata, figu­ra pre­sen­te nel­la tra­di­zio­ne cri­stia­na come in quel­la musul­ma­na, sia nel mon­do ance­stra­le e for­te­men­te sim­bo­li­co del­le anti­che divi­ni­tà fem­mi­ni­li, dove anche la sfin­ge, il cui nome in ara­bo, Abu el-Hol (padre del ter­ro­re), è maschi­le assu­me iden­ti­tà fem­mi­ni­le diven­tan­do Um el-Hol (madre del ter­ro­re). È così che in un libro in cui nes­sun per­so­nag­gio è iden­ti­fi­ca­to da un nome, solo le divi­ni­tà sono defi­ni­te, esat­ta­men­te come suc­ce­de­va in alcu­ni rac­con­ti di epo­ca farao­ni­ca, come ha ricor­da­to Ema­nue­le Ciam­pi­ni, esper­to di egit­to­lo­gia dell’università “Ca’ Fosca­ri” di Vene­zia. Sekh­met, dea leo­nes­sa, prin­ci­pio divi­no ter­ri­bi­le e por­ta­tri­ce di mor­te, diven­ta qua­si alter ego del­la pro­ta­go­ni­sta. Pro­prio come lei, infat­ti, era fug­gi­ta dall’Egitto dan­do ini­zio a stra­gi ter­ri­bi­li oltre i con­fi­ni del pae­se. Lo stes­so dio sole inter­ven­ne per argi­na­re la sua ira sen­za fre­ni e la dea fu ripor­ta­ta in Egit­to con l’inganno, da un grup­po di divi­ni­tà fra cui il “bra­vo compagno”.
Il rap­por­to con l’uomo insom­ma, se pur con­flit­tua­le, risul­ta qua­si neces­sa­rio e com­ple­men­ta­re alla figu­ra fem­mi­ni­le, come sem­bra sot­tin­ten­de­re anche la el-Sa’dawy nel­le ulti­me righe del romanzo:
«Ma quan­do lo sen­tì ride­re, rise anche lei.
La vita sem­brò miglio­re di quel­lo che era sta­ta in precedenza.
Fino a quan­do l’uomo avrà la capa­ci­tà di ride­re, la don­na non avrà desi­de­rio di scap­pa­re, alme­no non que­sta not­te. Con­ti­nue­rà a dor­mi­re e doma­ni ci pro­ve­rà di nuovo”».

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DIARIO EGIZIANO/3 — Un premio per il sermone dell’anno

La Stam­pa | Vener­dì 5 giu­gno 2009 | Kha­led Al Kha­mis­si |

Una pic­co­la pro­te­sta di cin­que per­so­ne ha avu­to luo­go al Cai­ro pri­ma che Oba­ma pro­nun­cias­se il suo discor­so all’Universita’. E’ curio­so il fat­to che la poli­zia abbia accon­sen­ti­to loro di avvi­ci­nar­si all’ateneo, men­tre tut­te le stra­de era­no sbar­ra­te. Come han­no potu­to? La rispo­sta e’ sem­pli­ce, era­no ame­ri­ca­ni: era­no venu­ti da Gaza per mani­fe­sta­re e atti­ra­re l’attenzione di Oba­ma sul­la tra­ge­dia pale­sti­ne­se. Oba­ma ha dife­so eroi­ca­men­te i dirit­ti del popo­lo pale­sti­ne­se: devo esser­ne con­ten­to. Ha uti­liz­za­to un lin­guag­gio idea­li­sta par­lan­do di un futu­ro pros­si­mo in cui noi attue­re­mo la visio­ne di Dio qui sul­la ter­ra viven­do in pace e armo­nia in un mon­do sen­za armi nuclea­ri, dove il sol­da­to Usa tor­ne­ra’ in patria e ogni uccel­lo vivra’ nel suo nido feli­ce, nel suo sta­to. Oba­ma ha chie­sto ai gio­va­ni di non resta­re pri­gio­nie­ri del pas­sa­to, di for­gia­re un futu­ro dove regni la pace e con que­sto — cre­do — ha chie­sto di dimen­ti­ca­re la sto­ria dell’umanita’ per rivol­ger­si al mon­do fan­ta­sti­co di Disney­land. Ha cita­to ver­si del Cora­no, del Tal­mud, del­la Bib­bia. Ha par­la­to come se vives­si­mo pri­ma del Rina­sci­men­to citan­do le reli­gio­ni e non le nazio­ni moder­ne. E’ venu­to nel mon­do ara­bo per par­la­re ai musul­ma­ni e non agli ara­bi, come se qui non esi­stes­se­ro altre reli­gio­ni, oppu­re for­ma­zio­ni lai­che che risal­go­no ai pri­mi anni del seco­lo scor­so. Nel 1919 scop­pio’ in Egit­to una rivo­lu­zio­ne per l’indipendenza il cui mot­to era «la fede e’ per Dio e la patria per tut­ti», e i cui lea­der edi­fi­ca­ro­no l’Universita’ del Cai­ro nel 1908. Cen­to anni dopo in quell’Universita’ e’ venu­to un pre­si­den­te ame­ri­ca­no a par­lar­ci di fede per tut­ti e di una patria che non c’e’. Oba­ma ha esor­di­to con una serie di lodi e poi ha fis­sa­to alcu­ni pun­ti noda­li: pri­mo, il ter­ro­ri­smo, la cui ori­gi­ne e’ da indi­vi­dua­re in Al Qae­da e nei Tale­ban, sen­za men­zio­na­re chi li ha crea­ti, arma­ti e finan­zia­ti. Non ha spie­ga­to che gli Usa, duran­te il loro scon­tro con l’Urss in Afgha­ni­stan, crea­ro­no Al Qae­da e i Tale­ban e finan­zia­ro­no i movi­men­ti isla­mi­sti in tut­to il mon­do ara­bo per com­bat­te­re il comu­ni­smo e impe­di­re l’avanzata del lai­ci­smo ara­bo. Secon­do, ha par­la­to del­la tra­ge­dia pale­sti­ne­se ma non ha men­zio­na­to chi eser­ci­ta la tor­tu­ra con­tro quel popo­lo. Ter­zo, ha det­to di voler bloc­ca­re la cor­sa agli arma­men­ti in Medio Orien­te, dicen­do che impe­di­ra’ all’Iran di ave­re l’atomica, sen­za accen­na­re al fat­to che nell’agone c’e’ un solo com­pe­ti­to­re: Israe­le. Quar­to, la demo­cra­zia. Qui ha assi­cu­ra­to i regi­mi auto­cra­ti­ci ara­bi che non si intro­met­te­ra’ nei loro affa­ri. Quin­to, la liber­ta’ reli­gio­sa accen­nan­do alle dispu­te fra sun­ni­ti e scii­ti in Iraq, sen­za chie­de­re scu­sa per quel­lo che gli Usa han­no fat­to per divi­de­re il popo­lo ira­che­no e tan­to meno per il loro ruo­lo nel redi­ge­re una Costi­tu­zio­ne che divi­de e ali­men­ta le divi­sio­ni del pae­se alla stre­gua del­la Fran­cia all’epoca dell’occupazione del Liba­no. L’Iraq infat­ti sol­tan­to dopo l’occupazione Usa ha assi­sti­to a un con­flit­to fra sun­ni­ti e scii­ti, cosa mai suc­ces­sa nei tem­pi moder­ni. Il Pre­si­den­te ha insi­sti­to sul con­cet­to di fra­tel­lan­za e sul­la divi­sio­ne del­le respon­sa­bi­li­ta’ per poter costrui­re un futu­ro miglio­re: tut­ti sono rima­sti entu­sia­sti del­le sue paro­le e han­no tan­to applau­di­to e sor­ri­so. Oba­ma e’ riu­sci­to ad accon­ten­ta­re tut­ti. Cre­do che il suo discor­so ver­ra’ con­si­de­ra­to il miglior ser­mo­ne reli­gio­so di quest’anno, inshal­lah. *Scrit­to­re del Cai­ro, auto­re di «Taxi» (Edi­to in Ita­lia da il Siren­te)

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DIARIO EGIZIANO/2 — ”Lo sapete? Hanno preso gli studenti”

La Stam­pa | Gio­ve­dì 4 giu­gno 2009 | Kha­led Al Kha­mis­si |

Un ami­co mi ha tele­fo­na­to l’altro gior­no dicen­do che men­tre sta­va guar­dan­do la tv ha sen­ti­to bat­te­re vio­len­te­men­te alla por­ta. «Chi e’? », chie­de. «Poli­zia — fa una voce impe­rio­sa — voglia­mo i docu­men­ti di tut­ti quel­li che abi­ta­no in que­sta casa». Sia­mo alla vigi­lia del­la visi­ta di Oba­ma e il mio ami­co vive vici­no all’Universita’ del Cai­ro dove il Pre­si­den­te par­le­ra’. Eppu­re quell’appartamento non da’ sui luo­ghi cru­cia­li, da li’ e’ impos­si­bi­le com­pie­re alcun atten­ta­to. La stes­sa cosa e’ acca­du­ta ai suoi vici­ni. Men­tre mi rac­con­ta­va­no quel­la sto­ria, sta­vo gui­dan­do ver­so l’aeroporto del Cai­ro per anda­re a pren­de­re un mio cugi­no. Appe­na arri­vo, la poli­zia mi fer­ma e mi chie­de la car­ta d’identita’. E’ la pri­ma vol­ta in vita mia, dopo tan­ti su e giu’ all’aeroporto. Non so per­che’ gli agen­ti sia­no cosi’ osses­sio­na­ti dal con­trol­lo dei docu­men­ti. Il gior­no dopo, sono sedu­to al caf­fe’ in un vico­lo stret­to del cen­tro. Le sedie arri­va­no fino in mez­zo alla stra­da. Ordi­no un car­ca­de’. Vici­no a me, si discu­te ani­ma­ta­men­te sul­la visi­ta del Pre­si­den­te ame­ri­ca­no. «Ave­te sen­ti­to? — chie­de un tale — han­no arre­sta­to due­cen­to stu­den­ti dell’Universita’ teo­lo­gi­ca di Al Azhar. Qua­si tut­ti dell’Asia cen­tra­le o rus­si. Nes­su­no sa dove li abbia­no por­ta­ti. E que­sto solo per­che’ Oba­ma visi­te­ra’ la loro facol­ta’». Qual­cu­no spie­ga che l’ospite ha aggiun­to al suo pro­gram­ma una tap­pa in Ara­bia Sau­di­ta. Il vici­no fa una bat­tu­ta: «Sup­pon­go che il gover­no egi­zia­no abbia rifiu­ta­to di paga­re i costi del viag­gio, cosi’ l’Arabia Sau­di­ta come al soli­to ha dovu­to met­te­re mano al por­ta­fo­glio». Poi il discor­so si fa serio. Uno dice che i sau­di­ti da quan­do non ci sono piu’ i Bush, padre e figlio, si sen­to­no orfa­ni. «Riad e’ furio­sa, per­che’ Oba­ma rivol­ge il suo mes­sag­gio al mon­do isla­mi­co dal Cai­ro, cosi’ han­no fat­to pres­sio­ni per ave­re il Pre­si­den­te anche a casa loro». Un gio­va­ne che sta fuman­do il nar­ghi­le’ dice di esse­re orgo­glio­so che Oba­ma abbia scel­to l’Egitto. «E’ chia­ro — dice — che il nostro pre­sti­gio e’ alle stel­le, sia­mo il piu’ impor­tan­te pae­se musul­ma­no». Un vec­chio scuo­te la testa: «Esse­re il miglio­re o il peg­gio­re dipen­de dal­le con­di­zio­ni rea­li e non dal giu­di­zio degli altri. Sia­mo ormai un Pae­se fuo­ri gara, come lo era la Cina all’inizio del seco­lo scor­so. La visi­ta non rimet­te­ra’ in moto la nostra sgan­ghe­ra­ta mac­chi­na: dob­bia­mo far­lo da soli». Inter­vie­ne una don­na sedu­ta al mio fian­co che sta aspi­ran­do il fumo dal­la pipa ad acqua: «Oba­ma e’ sol­tan­to un abi­le chi­rur­go pla­sti­co. Va in giro per miglio­ra­re il vol­to bru­ta­le dell’America nel mon­do che Bush ha detur­pa­to. Eh si’, e’ pro­prio un abi­le chi­rur­go pla­sti­co». Anche il came­rie­re, che ha appe­na por­ta­to una taz­za di te’, vuo­le dire la sua: «Chie­do una sola cosa a Oba­ma: che risol­va una vol­ta per tut­te la cri­si medio­rien­ta­le. Se lo faces­se diven­te­reb­be il miglio­re Pre­si­den­te nel­la sto­ria ame­ri­ca­na. Pec­ca­to che non ho mai visto un poli­ti­co man­te­ne­re la paro­la». Poi si lan­cia: «E’ vero che in cam­pa­gna elet­to­ra­le ave­va pro­mes­so di fare a meno del petro­lio nel giro di die­ci anni? Se lo faces­se Israe­le per­de­reb­be la sua impor­tan­za stra­te­gi­ca e l’intero Medio Orien­te diven­te­reb­be una sca­to­la vuo­ta. Non si sacri­fi­che­ra’ mai piu’ un popo­lo per il petro­lio, come e’ suc­ces­so agli Ira­che­ni. Ci lasce­ran­no final­men­te in pace». La ragaz­za che fuma il nar­ghi­le’ sbot­ta: «Viva Oba­ma il chi­rur­go pla­sti­co. Il piu’ bell’uomo d’America». Ma se il Pre­si­den­te ame­ri­ca­no inten­de dav­ve­ro inven­ta­re un’alternativa al petro­lio, potreb­be tro­va­re anche un’alternativa alla visi­ta al Cai­ro. Maga­ri par­lan­do al mon­do isla­mi­co dagli Sta­ti Uni­ti. Intan­to non cam­bie­reb­be nien­te e noi ci evi­te­rem­mo tut­ti que­sti fasti­dio­si con­trol­li di poli­zia. *Scrit­to­re del Cai­ro, auto­re di «Taxi» (Edi­to in Ita­lia da il Siren­te)

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DIARIO EGIZIANO/1 — Almeno dove passa lui puliscono

La Stam­pa | Mer­co­le­dì 3 giu­gno 2009 | Kha­led Al Kha­mis­si |

La visi­ta di Oba­ma ci por­te­ra’ qual­che bene­fi­cio? Per­so­nal­men­te non cre­do. I van­tag­gi, in teo­ria, dovreb­be­ro esse­re due. Pri­mo, risol­ve­re la que­stio­ne pale­sti­ne­se, e in que­sto caso cre­do che mia zia Bahia, abi­lis­si­ma in cuci­na, sia mol­to piu’ bra­va del pre­si­den­te. Secon­do, Oba­ma potreb­be donar­ci un po’ del­la ric­chez­za dell’America per ren­de­re la nostra vita meno gra­ma. Anche in que­sto caso cre­do che fal­li­ra’, per il sem­pli­ce fat­to che sia­mo gia’ un pae­se ric­co seb­be­ne meta’ di noi viva­no sot­to il livel­lo di pover­ta’. Se l’America donas­se tut­ti i suoi sol­di all’Egitto i ric­chi del nostro pae­se diver­reb­be­ro piu’ ric­chi e i pove­ri piu’ pove­ri, quin­di non ci sara’ nes­sun miglio­ra­men­to. Que­sta e’ anche la con­se­guen­za del­la poli­ti­ca impo­sta da Washing­ton all’Egitto dal 1974, dopo l’alleanza volu­ta da Sadat. All’Universita’ del Cai­ro han­no cosi’ luci­da­to la cupo­la dell’aula magna da far­la diven­ta­re piu’ bril­lan­te di un piat­to di por­cel­la­na nuo­vo di fab­bri­ca. La’ il pre­si­den­te Oba­ma ter­ra’ il suo discor­so il 4 giu­gno. Tut­ti gli egi­zia­ni sogna­no che il cor­teo dell’illustre ospi­te pas­si per le stra­de del loro rio­ne, in modo che le auto­ri­ta’ puli­sca­no anche il loro quar­tie­re come acca­de in mol­te zone, per evi­ta­re che l’ospite non cada in depres­sio­ne alla vista di tan­ta spor­ci­zia per le stra­de. A par­te i bene­fi­ci del­la puli­zia, ci sono alcu­ni incon­ve­nien­ti dovu­ti ai pre­pa­ra­ti­vi del­la visi­ta. L’Universita’, per esem­pio, e’ sta­ta tra­sfor­ma­ta in una for­tez­za. Oba­ma arri­va pro­prio duran­te il perio­do degli esa­mi di fine anno. Alcu­ne facol­ta’ han­no dovu­to rin­viar­li. Gli stu­den­ti di Let­te­re han­no chie­sto il mas­si­mo dei voti in nome del prin­ci­pio di reci­pro­ci­ta’. Sosten­go­no che, in cir­co­stan­ze nor­ma­li, se aves­se­ro man­ca­to l’appello del 4 giu­gno, sareb­be­ro sta­ti boc­cia­ti. Ma visto che e’ lo Sta­to a man­da­re a mon­te gli esa­mi, tut­ti dovreb­be­ro esse­re pro­mos­si auto­ma­ti­ca­men­te. Un let­to­re di un gior­na­le loca­le ha sug­ge­ri­to agli appa­ra­ti di sicu­rez­za di dare il via pro­prio quel gior­no a gran­di sal­di (con scon­ti fino al 90 per cen­to). In tal caso i com­mer­cian­ti dovreb­be­ro esse­re risar­ci­ti dal mini­ste­ro dell’Interno per le per­di­te subi­te. Cosi’, ha spie­ga­to il let­to­re, il gover­no sara’ sicu­ro che il popo­lo non orga­niz­ze­ra’ pro­te­ste. La gen­te si chie­de se il pro­to­col­lo esen­te­ra’ Oba­ma (e il suo nutri­to segui­to) dal­le misu­re di con­trol­lo sani­ta­rio all’aeroporto: gli stra­nie­ri che arri­va­no in Egit­to sono sot­to­po­sti a un test sull’influenza sui­na. Si dice che una per­so­na del segui­to abbia con­trat­to il mor­bo del H1N1 quan­do era con lui a Cit­ta’ del Mes­si­co, lo scor­so apri­le. Oba­ma avra’ una dele­ga­zio­ne di un miglia­io di per­so­ne, lo sostie­ne il tam tam dei caf­fe’ del Cai­ro. Per­che’ ha por­ta­to con se’ cosi’ tan­to per­so­na­le? Affron­te­ra’ nel suo discor­so argo­men­ti come i dirit­ti uma­ni, la demo­cra­zia, i dirit­ti del­la mino­ran­za cop­ta? In ogni caso, sap­pia­mo che sono sol­tan­to espe­dien­ti reto­ri­ci. Dav­ve­ro la cosa piu’ impor­tan­te e’ che il cor­teo di Oba­ma pas­si per la mia stra­da. *Scrit­to­re del Cai­ro, auto­re di «Taxi» (Edi­to in Ita­lia da il Siren­te)

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L’amore in Egitto, ai tempi del petrolio

Reset DOC | Mar­te­dì 2 giu­gno 2009 | Fran­ce­sca Giorgi |

Una don­na mori­ge­ra­ta, sem­pre ligia al pro­prio dove­re e rispet­to­sa del­le leg­gi; un’archeologa, spe­cia­liz­za­ta nel­la ricer­ca di sta­tue raf­fi­gu­ran­ti divi­ni­tà fem­mi­ni­li dell’antico Egit­to. Che un gior­no deci­de di fug­gi­re, di “pren­der­si una vacan­za” dal mari­to e dal lavo­ro, e fini­sce per spa­ri­re, facen­do per­de­re le pro­prie trac­ce agli altri e a se stes­sa. Da qui si dipa­na L’amore ai tem­pi del petro­lio (il Siren­te 2009, Euro 15,00), l’ultima fati­ca let­te­ra­ria del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal al-Sa’dawi, fra le pro­ta­go­ni­ste indi­scus­se del fem­mi­ni­smo ara­bo contemporaneo.

Medi­co e psi­chia­tra, al-Sa’dawi si bat­te da mol­ti anni nel suo pae­se e in tut­to il mon­do con­tro la dise­gua­glian­za di gene­re e con­tro la pra­ti­ca del­le muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li, di cui da bam­bi­na fu vit­ti­ma lei stes­sa. Per le sue pre­se di posi­zio­ne è sta­ta con­si­de­ra­ta a lun­go una per­so­na con­tro­ver­sa e peri­co­lo­sa dal gover­no egi­zia­no, incar­ce­ra­ta nel 1981, costret­ta a rinun­cia­re alla can­di­da­tu­ra alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del 2005. Dopo mol­ti roman­zi, sag­gi e rac­col­te di novel­le tra­dot­ti in 20 lin­gue, che le han­no fat­to vin­ce­re nume­ro­si pre­mi, L’amore ai tem­pi del petro­lio fu pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta in Egit­to nel 2001 e subi­to cen­su­ra­to dal­la mas­si­ma isti­tu­zio­ne reli­gio­sa del pae­se. In linea con la natu­ra bat­ta­glie­ra dell’autrice, il libro è infat­ti a tut­ti gli effet­ti una denun­cia con­tro la socie­tà patriar­ca­le, la segre­ga­zio­ne fem­mi­ni­le, la vio­len­za per­pe­tra­ta quo­ti­dia­na­men­te ai dan­ni del­le don­ne, la nega­zio­ne per loro di ogni dirit­to uma­no. E, seb­be­ne l’ambientazione del­la sto­ria sia vaga, i riman­di al pae­se nata­le dell’autrice sono mol­te­pli­ci, tali per­lo­me­no da por­ta­re alla censura.
Dopo la fuga, la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo – che non vie­ne mai chia­ma­ta per nome, a imper­so­na­re per­fet­ta­men­te l’intero uni­ver­so fem­mi­ni­le – si ritro­va improv­vi­sa­men­te in un oscu­ro “Regno del petro­lio” dove si stan­no pre­pa­ran­do i festeg­gia­men­ti per il com­plean­no del Re. La don­na vie­ne per­ciò seque­stra­ta, con­se­gna­ta nel­le mani di un uomo e costret­ta a lavo­ra­re all’estrazione del liqui­do, che impre­gna di sé e invi­schia tut­to il mon­do cir­co­stan­te. Nel­la fab­bri­ca le don­ne han­no il com­pi­to di tra­spor­ta­re i bari­li sul­la testa, sen­za dirit­to al risto­ro né al sala­rio. La don­na si tro­va così ulte­rior­men­te schia­viz­za­ta, a dover soste­ne­re il con­fron­to con le altre don­ne, che spes­so rido­no del­le sue dif­fi­col­tà nell’adattarsi alla nuo­va condizione.
Ma la fati­ca più gran­de è il rap­por­to con l’uomo che ha rice­vu­to il com­pi­to di tener­la pres­so di sé. La pro­ta­go­ni­sta non è mai sta­ta abi­tua­ta in pas­sa­to ad adem­pie­re alle man­sio­ni con­si­de­ra­te nor­mal­men­te fem­mi­ni­li, come la cuci­na, né a sod­di­sfa­re indi­scu­ti­bil­men­te le richie­ste maschi­li. Il rap­por­to con l’uomo – anche in que­sto caso sen­za nome – rap­pre­sen­ta per lei una ulte­rio­re regres­sio­ne, che la por­ta in un cer­to sen­so a per­de­re il sen­so del suo per­cor­so. Ave­va scel­to di fug­gi­re per rom­pe­re con un matri­mo­nio e una vita socia­le infe­li­ci, e inve­ce di miglio­ra­re la pro­pria situa­zio­ne si ritro­va anco­ra più degra­da­ta. Ma fra i due si crea poco a poco un lega­me, che la pro­ta­go­ni­sta non sa iden­ti­fi­ca­re se non con l’amore, ma che in real­tà è sem­pli­ce­men­te il rico­no­sci­men­to del­la reci­pro­ca digni­tà. E’ que­sto che l’autrice auspi­ca si crei fra tut­ti gli uomi­ni e tut­te le don­ne: che si smet­ta di con­si­de­ra­re gli altri esse­ri uma­ni come del­le pro­prie­tà, come mer­ce di scam­bio, o come ogget­to di pote­re. Che final­men­te ci si rico­no­sca ognu­no nel­la pro­pria per­so­na­le identità.
L’amore ai tem­pi del petro­lio è un per­cor­so del tut­to oni­ri­co all’interno di una vicen­da dai con­tor­ni sfu­ma­ti, in cui l’inizio e la fine si con­fon­do­no qua­si a dise­gna­re una cir­co­la­ri­tà degli even­ti. La scrit­tu­ra ricor­da il flus­so di coscien­za, in cui il tem­po per­de valo­re rispet­to all’urgenza dell’espressione dei pen­sie­ri. Ma il riman­do alla real­tà, ango­scio­so e cruen­to, non per­met­te mai al let­to­re di sol­le­va­re i pie­di da terra.

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Gli scrittori

La Repub­bli­ca | Vener­dì 5 giu­gno 2009 | Fran­ce­sca Cafer­ri |

Moh­sin Hamid: “Un uomo sin­ce­ro” QUELLO che mi ha dav­ve­ro impres­sio­na­to nel discor­so di Oba­ma è sta­ta la sin­ce­ri­tà che ho visto quan­do dice­va di vole­re rela­zio­ni diver­se da quel­le che ci sono sta­te fino­ra fra gli Sta­ti Uni­ti e i musul­ma­ni. La ten­sio­ne fon­da­men­ta­le che vedo in Oba­ma è quel­la fra un uomo sin­ce­ro, quan­do dice di voler cam­bia­re le cose, e il pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti, che inve­ce ha la respon­sa­bi­li­tà di difen­de­re gli inte­res­si ame­ri­ca­ni. Cer­ca un equi­li­brio fra que­ste due for­ze: se riu­sci­rà a tro­var­lo ce lo dirà sol­tan­to il tem­po. Mari­na Nemat: “Basta estre­mi­smi” HO APPREZZATO soprat­tut­to il pas­sag­gio in cui Oba­ma ha det­to che dob­bia­mo affron­ta­re l’ estre­mi­smo in ogni sua for­ma. Inol­tre è sta­to mol­to impor­tan­te il fat­to che abbia ammes­so che la rea­zio­ne degli Sta­ti Uni­ti all’ 11 set­tem­bre è sta­ta illo­gi­ca e che li ha por­ta­ti ad allon­ta­nar­si dai pro­pri idea­li e dal­la pro­te­zio­ne dei dirit­ti uma­ni. E infi­ne mi è pia­ciu­to che abbia mes­so l’ accen­to sul­la liber­tà di reli­gio­ne, sui dirit­ti del­le don­ne e sull’ impor­tan­za del­la non pro­li­fe­ra­zio­ne nuclea­re: nes­sun pae­se dovreb­be ave­re armi nuclea­ri. Fati­ma Mer­nis­si: “Una rivo­lu­zio­ne” IL SUO discor­so è una rivo­lu­zio­ne per­ché ha iden­ti­fi­ca­to la reli­gio­ne con la pace, e ha invi­ta­to a rispet­ta­re gli altri anche se non li cono­sci. Sem­pli­ce­men­te incre­di­bi­le fino a poco tem­po fa. È bel­lo sen­ti­re un pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti che non par­la solo in ter­mi­ni di mer­ci: oggi mi pare che nes­su­no si curi più di pro­dur­re amo­re, inve­ce che odio. Eppu­re è un bene pre­zio­so, che ci vuo­le mol­to a far cre­sce­re. Se la socie­tà smet­tes­se di con­cen­trar­si sul­la pau­ra e pen­sas­se a tra­smet­te­re amo­re, sta­rem­mo tut­ti meglio. Kha­led Al Kha­mis­si: “Trop­pa reli­gio­ne” SONO mol­to delu­so: Oba­ma ha scel­to di usa­re lo stes­so lin­guag­gio reli­gio­so di Bush. Non sa che l’ uni­ver­si­tà del Cai­ro è sta­ta fon­da­ta da scrit­to­ri e intel­let­tua­li lai­ci? Ha par­la­to a me come musul­ma­no: ma io sono pri­ma di tut­to un egi­zia­no, un lai­co, un ara­bo. E poi ha par­la­to in modo mol­to irrea­li­sti­co, il bene e il male. Lavo­ra­re insie­me è bene. Il ter­ro­ri­smo è male. Ma que­ste divi­sio­ni non esi­sto­no nel­la real­tà: in ognu­no di noi c’ è il bene e c’ è il male. Sì, lo ammet­to: il mio giu­di­zio glo­ba­le è nega­ti­vo. DAVANTI ALLA TV Dall’ alto in bas­so, il discor­so di Oba­ma segui­to in tele­vi­sio­ne a Tira­na, a Gaza City da alcu­ni mili­tan­ti di Hamas e da una fami­glia di Calcutta.

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Incontro con Nawal El Saadawi

| lorellavezza.it | Lorel­la Vezza |

Mol­to inte­res­san­te e coin­vol­gen­te la sera­ta di lune­dì 18 a Tori­no al Cir­co­lo dei Let­to­ri dove ho avu­to il pia­ce­re di cono­sce­re per­so­nal­men­te Nawal El Saa­da­wi. Sera­ta nel­la qua­le ha par­te­ci­pa­to la con­si­glie­ra regio­na­le del Pie­mon­te Maria­cri­sti­na Spi­no­sa, la coor­di­na­tri­ce del pro­get­to Auro­ra Sai­da Ahmed Ali e la socia fon­da­tri­ce di Uni­fem Ita­lia Maria Magna­ni Noya. Nata a Il Cai­ro, rap­pre­sen­ta l’Egitto ed è una del­la tan­te vit­ti­me di un Pae­se dove non è faci­le supe­ra­re pre­giu­di­zi e tabù lega­ti al gene­re fem­mi­ni­le. Dopo gli stu­di uni­ver­si­ta­ri, Nawal affian­ca la car­rie­ra di medi­co, psi­chia­tra, all’ atti­vi­smo poli­ti­co e alla “bat­ta­glia fem­mi­ni­sta”. Le sue bat­ta­glie la pro­cu­re­ran­no la con­dan­na al car­ce­re nel 1981 sot­to il regi­me di Sadat. Nume­ro­se sono le accu­se, anche recen­ti, di apo­sta­sia da par­te di isti­tu­zio­ni isla­mi­che come Al-Azhar, a cau­sa del con­te­nu­to pro­vo­ca­to­rio dei suoi scrit­ti: ses­sua­li­tà, discri­mi­na­zio­ne del­la don­na ara­ba e la sua subor­di­na­zio­ne alla socie­tà patriar­ca­le. Psi­chia­tra e scrit­tri­ce, attual­men­te vive negli Sta­ti Uni­ti dove inse­gna pres­so la Duke Uni­ver­si­ty, North Caro­li­na. Ha scrit­to nume­ro­si libri sul­la con­di­zio­ne del­la don­na nell’Islam, dedi­can­do par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla pra­ti­ca del­le muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li. Nawal El Saa­da­wi è una fem­mi­ni­sta (costret­ta a vive­re fuo­ri dall’Egitto), che mostra la sua com­bat­ti­vi­tà sin da quan­do era bam­bi­na e che usa le paro­le e la memo­ria “per ribel­lar­si ad una socie­tà in cui la nasci­ta di una fem­mi­na equi­va­le ad una sven­tu­ra”. Scrit­tri­ce pro­li­fi­ca – in que­sti gior­ni ha pre­sen­ta­to alla Fie­ra Inter­na­zio­na­le del Libro il suo ulti­mo scrit­to “L’amore ai tem­pi del petro­lio” – ha vin­to nume­ro­si pre­mi, tra cui, nel 2004, il Pre­mio Nord-Sud con­fe­ri­to­le dal Con­si­glio d’Europa per il corag­gio, l’intraprendenza e la fidu­cia nel futu­ro dei dirit­ti uma­ni. Da mol­tis­si­mi anni si bat­te per il rispet­to dei dirit­ti uma­ni e con­tro ogni for­ma di vio­len­za sul­le don­ne. Una don­na ecce­zio­na­le sem­pli­ce e cari­sma­ti­ca nel­lo stes­so tem­po. Gli occhi espri­mo­no la vita­li­tà di una ragaz­zi­na seb­be­ne abbia avu­to espe­rien­ze sicu­ra­men­te trau­ma­ti­che Ascol­tar­la è un pia­ce­re par­la con cal­ma e deter­mi­na­zio­ne le sue idee sono chia­ris­si­me. Spie­ga che in nes­su­na par­te del mon­do le don­ne sono vera­men­te libe­re, cre­do­no di esser­lo, ma anche nei pae­si più indu­stria­liz­za­ti del mon­do subi­sco­no del­le discri­mi­na­zio­ni e sono schia­ve del­la socie­tà. Fa un’analisi appro­fon­di­ta dei vari tipi di muti­la­zio­ni: sia fem­mi­ni­li che maschi­li, ma anche psi­co­lo­gi­che. Que­ste ulti­me mol­to più peri­co­lo­se e dif­fu­se. Ecco per­ché lei è, per esem­pio, com­ple­ta­men­te con­tra­ria al truc­co che vede come un velo post moder­no usa­to dal­le don­ne in manie­ra orgo­glio­sa per sot­to­li­nea­re il loro esse­re, sen­za capi­re però, che l’unica arma che han­no dav­ve­ro è il loro cer­vel­lo. Non rispar­mia nes­su­no con le sue invet­ti­ve, non le reli­gio­ni che secon­do lei non per­met­to­no la nasci­ta di una vera demo­cra­zia, non le don­ne al pote­re ma nem­me­no il suo Pae­se. Con­di­vi­do pie­na­men­te che l’intelligenza è l’arma più impor­tan­te che una don­na pos­sie­de per far­si vale e rispet­ta­re. Una don­na deter­mi­na­ta, intel­li­gen­te dif­fi­cil­men­te può esse­re igno­ra­ta. La cura dell’aspetto e il truc­co fan­no ormai par­te del nostro tem­po, l’importante è non esser­ne schia­ve e pun­ta­re esclu­si­va­men­te su que­sto. Nawal El Saa­da­wi: una don­na for­te, deter­mi­na­ta, pie­na di ener­gia un esem­pio per tut­te noi.

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Nawal al-Sa’dawi, “L’amore ai tempi del petrolio”

Nigri­zia | Mag­gio 2009 |

Un roman­zo dall’atmosfera sur­rea­le, con il petro­lio che le don­ne por­ta­no a bari­li sul­la testa inve­ce dell’acqua, con il petro­lio che esce dai loro seni inve­ce del lat­te per i loro pic­co­li… Una don­na, un’archeologa, è scom­par­sa di casa: nul­la di simi­le si è mai visto in que­sto pae­se inno­mi­na­to dove «Sua Mae­stà» è anal­fa­be­ta e que­sto è per lui «segno di distin­zio­ne»… Un sur­rea­li­smo però ben rea­li­sta nel­la sua poten­tew den­nun­cia del­la con­di­zio­ne del­la don­na, di cui si fa com­pli­ce la don­na stes­se, da par­te di una sto­ri­ca e radi­ca­le fem­mi­ni­sta egi­zia­na (la cui pre­sen­za è pre­vi­sta all’imminente Fie­ra del Libro di Tori­no, con l’Egitto pae­se ospi­te). L’introduzione, non di cir­co­stan­za, è di Lui­sa Mor­gan­ti­ni. il Siren­te, 2009, pp. 140, € 15,00.

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Khaled al-Kamissi (1962), TAXI

| L’Indice dei libri del mese | Mag­gio 2009, n. 5 | Eli­sa­bet­ta Bar­tu­li |

A pat­to di non con­si­der­lar­lo un roman­zo, Taxi è un libro magni­fi­co. Kha­led al-Kamis­si (gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re cine­ma­to­gra­fi­co) vi ha rac­col­to cin­quan­tot­to sbo­bi­na­tu­re fit­ti­zie di altret­tan­ti dia­lo­ghi e mono­lo­ghi con/di tas­si­sti egi­zia­ni, rac­col­ti tra l’aprile del 2005 e il mar­zo del 2006. A fare da cor­ni­ce alle voci che si rac­con­ta­no, alcu­ne bre­vi con­si­de­ra­zio­ni dell’autore stes­so, infa­ti­ca­bi­le frui­to­re, come tut­ti gli egi­zia­ni, del­le vec­chie, scal­ca­gna­te auto bian­che e nere che per­cor­ro­no le vie del Cai­ro ven­ti­quat­tro­re su ven­ti­quat­tro. Gio­va­nis­si­mi o mol­to anzia­ni, istrui­ti o qua­si anal­fa­be­ti, qua­si tut­ti con un pas­sa­to di migra­zio­ne alle spal­le, tut­ti obe­ra­ti di debi­ti e sfrut­ta­ti da qual­cu­no (gover­no, pro­prie­ta­rio dell’auto o poli­ziot­to di tur­no), i taxi­sti offro­no uno spac­ca­to rea­li­sti­co di una cit­tà che, si dice, ha ormai supe­ra­to i ven­ti milio­ni di abi­tan­ti. Chiun­que abbia visi­ta­to Il Cai­ro non può non rico­no­sce­re l’inarrestabile loque­la di una clas­se lavo­ra­tri­ce che non cono­sce ora­ri o tur­ni, la curio­si­tà, la saga­cia, la rab­bia e, tal­vol­ta, la male­du­ca­zio­ne, di uomi­ni che vivo­no la mag­gior par­te del­la loro vita den­tro un’automobile e han­no come uni­co sva­go il rap­por­to con il clien­te. Dal momen­to del­la sua pub­bli­ca­zio­ne in ori­gi­na­le, al Cai­ro il libro non ha mai ces­sa­to di esse­re ven­du­to e dibat­tu­to, segno incon­fu­ta­bi­le di un vero inte­res­se egi­zia­no per “quel­lo che tut­ti san­no e nes­su­no dice”, gra­zie anche e soprat­tut­to alla par­ti­co­la­re gra­de­vo­lez­za di una scrit­tu­ra che ripor­ta fedel­men­te dia­let­to e accen­ti del­la lin­gua par­la­ta. Ope­ra­zio­ne, quest’ultima, che non risul­ta appie­no nel­la ver­sio­ne ita­lia­na come, del resto, in quel­la inglese.

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Vecchi, sporchi e pericolosi si fermano i taxi del Cairo

La Repub­bli­ca | Vener­dì 22 mag­gio 2009 | Fran­ce­sca Cafer­ri |

La bat­ta­glia per le stra­de del Cai­ro è comin­cia­ta. E pro­met­te di esse­re lun­ga, rumo­ro­sa, tra­sgres­si­va. Non è la soli­ta lot­ta per la soprav­vi­ven­za nel traf­fi­co di una del­le metro­po­li più cao­ti­che del mon­do, né tan­to­me­no il quo­ti­dia­no brac­cio di fer­ro fra chi infran­ge le rego­le del­la stra­da e chi cer­ca di far­le rispet­ta­re. L’ ulti­ma guer­ra che si è sca­te­na­ta sui via­li e nei vico­li del­la capi­ta­le egi­zia­na l’ han­no dichia­ra­ta i tas­si­sti al gover­no: ogget­to del con­ten­de­re la diret­ti­va con la qua­le le auto­ri­tà han­no sta­bi­li­to che entro tre anni tut­ti i taxi egi­zia­ni più vec­chi di 25 anni dovran­no obbli­ga­to­ria­men­te esse­re rim­piaz­za­ti con auto più nuo­ve. «Ridur­re l’ inqui­na­men­to e il nume­ro di inci­den­ti sono prio­ri­tà non più riman­da­bi­li», è la linea del mini­ste­ro dell’ Inter­no, che pro­met­te di ripu­li­re le stra­de egi­zia­ne entro il 2011da Dacia 1300 rome­ne, Fiat 1300, Peu­geot 504 e Sha­hins tur­che. Il prov­ve­di­men­to riguar­da miglia­ia di taxi (40mila nel­la sola Cai­ro), ma per il momen­to solo cin­que­mi­la tas­si­sti han­no dimo­stra­to inte­res­se a cam­bia­re macchina.A chi rot­ta­me­rà il vec­chio mezzo,i pro­dut­to­ri garan­ti­ran­no uno scon­to fra le 2000 e le 5000 ster­li­ne egi­zia­ne (fra 270 e i 670 euro cir­ca) sull’ acqui­sto di un’ auto nuo­va, le ban­che mutui a tas­si favo­re­vo­li e il mini­ste­ro dei tra­spor­ti un finan­zia­men­to men­si­le e l’ asse­gna­zio­ne di una cam­pa­gna pub­bli­ci­ta­ria da espor­re sul­le por­tie­re: i pro­ven­ti andran­no diret­ta­men­te al pro­prie­ta­rio del­la mac­chi­na. Qual­che set­ti­ma­na fa le pri­me auto nuo­ve sono arri­va­te, i tas­si­sti han­no capi­to che la leg­ge, alme­no in que­sta pri­ma fase, non sareb­be rima­sta sul­la car­ta e per que­sto han­no comin­cia­to a pro­te­sta­re. Walid, impie­ga­to pub­bli­co e — come secon­do lavo­ro — tas­si­staè sta­to frai pri­mia par­la­re con i gior­na­li­sti: «Gua­da­gno 1000 ster­li­ne al mese gui­dan­do ed è il dop­pio di quan­to pren­do in uffi­cio. Non cam­bie­rò la mia mac­chi­na a meno che non mi for­zi­no». «Lo sta­to dell’ auto dipen­de dal pro­prie­ta­rio e dall’ auti­sta, non dall’ anno di pro­du­zio­ne. La mia è degli anni ’ 70 ma è in un con­di­zio­ni miglio­ri di mol­te vet­tu­re nuo­ve», ha insi­sti­to con i cro­ni­sti del set­ti­ma­na­le Al Ahram un altro tas­si­sta, Ahmed Sayed. A pri­ma vista il gover­no non sem­bra inten­zio­na­to a fer­mar­si. «I fre­ni sono qua­si distrut­ti. Le ruo­te pos­so­no stac­car­si. Que­ste auto pro­vo­ca­no un gros­so nume­ro di inci­den­ti», ha det­to com­men­tan­do le pole­mi­che Sha­rif Gomaa, del mini­ste­ro dell’ Inter­no. Ma un esper­to del­la vita dei taxi cai­ro­ti come Kha­led al Kha­mis­si ritie­ne che anco­ra una vol­ta la rifor­ma non pas­se­rà. «Non per­ché non sia una buo­na idea — spie­ga — ma per­ché, come spes­so acca­de, l’ appli­ca­zio­ne è pes­si­ma. Le auto fra cui i tas­si­sti pos­so­no sce­glie­re per acce­de­re ai finan­zia­men­ti sono model­li cari e vec­chi, come la Lada rus­sa. Tut­ti san­no che nel giro di due anni que­sta mac­chi­na sarà rot­ta e inqui­ne­rà tan­to quan­to le quel­le che han­no 30 anni». Al Kha­mis­si sa di cosa par­la: nel 2007 il suo pri­mo libro — “Taxi, le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no”, sto­rie ed aned­do­ti sul­la vita quo­ti­dia­na nel­la capi­ta­le egi­zia­na vista attra­ver­so i fine­stri­ni — ven­det­te cen­ti­na­ia di miglia­ia di copie e fu ristam­pa­to set­te vol­te. «È come pro­va­re a met­te­re il truc­co sul viso di un mor­to per far­lo sem­bra­re più bel­lo — iro­niz­za l’ auto­re — il gover­no vuo­le miglio­ra­re l’ aspet­to del Cai­ro. E cosa fa? Pro­po­ne model­li sca­den­ti e costo­si. E come pen­sa­no che i tas­si­sti pos­sa­no pagar­le? Non pos­so­no cer­to aumen­ta­re i costi del­le cor­se, che sono già trop­po care per gli egi­zia­ni». Cosa fare allo­ra? Al Kha­mis­si non ha la sfe­ra per vede­re il futu­ro, ma vive al Cai­ro da anni ed è cer­to che que­sta rifor­ma, come tan­te di quel­le che l’ han­no pre­ce­du­ta, affon­de­rà pre­sto: «Que­sto è l’ Egit­to — con­clu­de — le rego­le che val­go­no per altri pae­si qui non fun­zio­na­no mai».

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Torino. Domani apre la XXII Edizione della Fiera del libro

Daze­bao | Mer­co­le­dì 13 mag­gio 2009 | Gior­gia Mecca |

TORINO — Doma­ni al Lin­got­to  di  Tori­no si apri­rà la ven­ti­due­si­ma edi­zio­ne del­la Fie­ra Inter­na­zio­na­le del Libro, la più impor­tan­te mani­fe­sta­zio­ne ita­lia­na lega­ta alla cul­tu­ra e all’editoria.  Quest’anno saran­no pre­sen­ti ben 1400 edi­to­ri. “L’Io e gli altri”, ovve­ro la nostra indi­vi­dua­li­tà e il rap­por­to con gli altri, è il tema prin­ci­pa­le di que­sta atte­sa edizione.
Non è un caso che la scel­ta sia rica­du­ta in un argo­men­to così attua­le che si lega par­ti­co­lar­men­te alla cri­si d’identita a cui assi­stia­mo in que­sti anni, la fol­le iper­tro­fia dell’Io che ha can­cel­la­to la pre­sen­za degli altri. Il nostro Io è mala­to, disgre­ga­to e soprat­tut­to inca­pa­ce di rap­por­tar­si con gli altri. Gli altri sono sem­pre piu per­ce­pi­ti come diver­si e quin­di sim­bo­lo del Male.  Abbia­mo per­so il sen­so del­la comu­ni­tà e sia­mo inca­pa­ci di rico­no­scer­ci in un pro­get­to comune. Con que­sto mes­sag­gio la fie­ra del libro vuo­le esse­re un’occasione uni­ca per rico­no­sce­re l’altro e per usci­re dal­la nostra indi­vi­dua­li­tà mala­ta. Un Io mala­to por­ta neces­sa­ria­men­te a una sco­ie­tà malata.

Lucia­no Can­fo­ra, il cele­bre sto­ri­co dell’antichità che ter­rà una lec­tio magi­stra­lis sul cesa­ri­smo, affer­ma pro­prio que­sto: “la socie­tà è diven­ta­ta una som­ma di ato­mi, una mas­sa iner­te in ado­ra­zio­ne di un lea­der cari­sma­ti­co”. La Fie­ra del Libro diven­ta cos’ un’opportunità per usci­re dal guscio, come reci­ta lo slo­gan, e per ricrea­re una socie­tà basa­ta sull’aggregazione solidale.  
La rifles­sio­ne di quest’anno non par­ti­rà dal­la let­te­ra­tu­ra ben­sì dal­le neu­ro­scien­ze. I due impor­tan­ti bio­lo­gi  Edoar­do Boci­nel­li e Gia­co­mo Riz­zo­lat­ti spie­ghe­ràn­no come fun­zio­na il nostro cer­vel­lo, la sede depu­ta­ta dell’identità, poi si par­le­rà di psi­coa­na­li­si e del­la gran­di scuo­le del ven­te­si­mo seco­lo, da Freud Jung a Lacan.
Accan­to all’Io e alla sua cri­si la Fie­ra del libro trat­te­rà anche argo­men­ti di attua­li­tà attra­ver­so i nume­ro­si dibat­ti­ti che sono pre­vi­sti in que­sti gior­ni: Emma Boni­no e il figlio del­la gior­na­li­sta rus­sa Anna Poli­t­ko­v­ska­ja par­le­ran­no di dirit­ti uma­ni, Fau­sto Ber­ti­not­ti e Anto­nio di Pie­tro discu­te­ran­no sul­la cri­si del­la sini­stra ita­lia­na, Mario Dea­glio inve­ce par­le­rà del­la cri­si mon­dia­le e del­le pos­si­bi­li vie d’uscita.

Nono­stan­te la cri­si e i tagli alla cul­tu­ra la Fie­ra non ha rinun­cia­to a fare le cose in gran­de per dar lustro a que­sto appun­ta­men­to. L’elenco degli ospi­ti è lun­ghis­si­mo, saran­no pre­sen­ti i nomi piu noti del­la let­te­ra­tu­ra nazio­na­le e inter­na­zio­na­le, David Gross­man, Bjorn Lars­son, Umber­to Eco, Gior­gio Falet­ti, che pro­prio alla Fie­ra pre­sen­te­rà il suo  nuo­vo libro “Io sono Dio”, Mag­di Allam, Gian­ri­co Caro­fi­glio e mol­ti altri. Ma i piu atte­si sono il pre­mio Nobel tur­co Orhan Pamuk, che ritor­na alla Fie­ra del Libro dopo un’assenza duran­ta ben otto anni e Rita Levi Mon­tal­ci­ni. Il pae­se ospi­te di que­sta edi­zio­ne è L’Egitto, uno sta­to lega­to da uno straor­di­na­rio lega­me con il capo­luo­go piemontese.
In que­sti gior­ni, infat­ti, sono pre­sen­ti due mostre sull’Antico Egit­to, oltre alle espo­si­zio­ni per­ma­nen­ti al Museo Egi­zio e Tori­no ospi­te­rà 20 scrit­to­ri egi­zia­ni tra cui Nawal Al Saa­da­wi che ha scrit­to quest’anno “L’amore ai tem­pi del Petro­lio”.
In que­sto perio­do in cui l’attenzione è rivol­ta alla cri­si di un mon­do dove la sfre­na­ta glo­ba­liz­za­zio­ne rischia l’implosione su se stes­sa, la Fie­ra del Libro pre­fe­ri­sce foca­liz­za­re “in pri­mis” l’attenzione sul­le sin­go­le indi­vi­dua­li­tà che si cela­no den­tro ogni esse­re uma­no. Un pun­to di  par­ten­za fon­da­men­ta­le per ini­zia­re a com­pren­de­re qua­le futu­ro ci aspet­ta, ma soprat­tut­to qua­li stra­de inten­dia­mo per­cor­re­re, evi­tan­do le soli­tu­di­ni sociali.

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Dissidente per principio

il mani­fe­sto | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Giu­lia­no Bat­ti­ston |

LA LETTERATURA COME ISTINTO E DISOBBEDIENZA Chi scri­ve ha una dop­pia respon­sa­bi­li­tà, ver­so di sé e ver­so gli altri. L’analisi cri­ti­ca e la libe­ra­zio­ne del­la pro­pria crea­ti­vi­tà, per l’autrice egi­zia­na Nawal Al Saa­da­wi ospi­te del­la ven­ti­due­si­ma Fie­ra del libro di Tori­no, sono il pri­mo pas­so ver­so il rico­no­sci­men­to dell’altro.

Pri­ma anco­ra che nel 1944, a soli tre­di­ci anni, scri­ves­se il suo roman­zo d’esordio, Memo­rie di una bam­bi­na di nome Soad, pub­bli­ca­to mol­ti anni dopo, l’egiziana Nawal Al Saa­da­wi era soli­ta indi­riz­za­re del­le let­te­re a Dio, chie­den­do­gli che con­ce­des­se a suo fra­tel­lo il dop­pio dei dirit­ti, rispet­to a lei, «sol­tan­to per­ché lui era maschio». Fu in que­gli anni — rac­con­ta oggi — che la futu­ra autri­ce di Fir­daus (Giun­ti, nuo­va edi­zio­ne 2007) diven­ne fem­mi­ni­sta, e che il suo fem­mi­ni­smo si com­bi­nò con la rilut­tan­za ad accet­ta­re i pre­cet­ti di un Dio che «mi ave­va crea­to esse­re uma­no sol­tan­to a metà», come spie­ga in uno dei suoi testi auto­bio­gra­fi­ci, Una figlia di Isi­de (Nutri­men­ti, 2002).
Pro­prio com­bi­nan­do il fem­mi­ni­smo, inte­so come «rifiu­to di ogni for­ma di ingiu­sti­zia, in cie­lo e in ter­ra, nel­la fami­glia o nel­lo Sta­to», e una disob­be­dien­za pre­co­ce­men­te matu­ra­ta («ero mol­to disob­be­dien­te, lo sono sta­ta fin da quan­do ero una bam­bi­na», rac­con­ta in Dis­si­den­za e scrit­tu­ra, Spi­ra­li, 2008), è nato il per­cor­so di una del­le intel­let­tua­li del mon­do ara­bo più influen­ti e ascol­ta­te. Ma anche una del­le più temu­te da quan­ti — gover­ni e auto­ri­tà reli­gio­se di ogni cre­do — mal sop­por­ta­no il corag­gio di una don­na, medi­co, psi­chia­tra, scrit­tri­ce e atti­vi­sta, che alle denun­ce con­tro le muti­la­zio­ni geni­ta­li con­ti­nua ad affian­ca­re la cri­ti­ca alla «cli­to­ri­dec­to­mia pisco­lo­gi­ca impo­sta dal siste­ma patriar­ca­le e clas­si­sta» per­ché, sostie­ne, «ampu­ta­re l’immaginazione non è meno peri­co­lo­so che ampu­ta­re par­ti del corpo».
Un siste­ma che ha sem­pre cer­ca­to di osta­co­lar­la, cen­su­ran­do i suoi libri, chiu­den­do le rivi­ste da lei fon­da­te, incar­ce­ran­do­la, inclu­den­do il suo nome nel­le liste di mor­te dei fon­da­men­ta­li­sti, por­tan­do­la in tri­bu­na­le con l’accusa di apo­sta­sia. Fino­ra i ten­ta­ti­vi del­le auto­ri­tà poli­ti­co-reli­gio­se, cie­ca­men­te obbe­dien­ti alla leg­ge divi­na o ter­re­stre, non han­no però fat­to altro che accre­sce­re l’autorevolezza di que­sta don­na tena­ce, obbe­dien­te sol­tan­to all’istinto del­la bam­bi­na che era un tem­po, quan­do comin­ciò a disobbedire.
Abbia­mo incon­tra­to Nawal Al Saa­da­wi alla Fie­ra del libro di Tori­no, dove oggi alle 15 ter­rà una lezio­ne su Crea­ti­vi­tà e dis­si­den­za, affian­ca­ta da Isa­bel­la Came­ra d’Afflitto.
Nel suo ulti­mo roman­zo tra­dot­to in ita­lia­no, L’amore ai tem­pi del petro­lio (il Siren­te, 2009), il Re sta­bi­li­sce che «ogni don­na sor­pre­sa in pos­ses­so di car­ta e pen­na ver­rà pro­ces­sa­ta». Lei usa car­ta e pen­na da quan­do era bam­bi­na, e sin da allo­ra vie­ne “pro­ces­sa­ta”. Qual è sta­ta la sua “col­pa” prin­ci­pa­le? Disob­be­di­re a quan­ti riven­di­ca­no il pos­ses­so di una veri­tà esclu­si­va e inalterabile?
Non mi è mai pia­ciu­to il ver­bo obbe­di­re, e ciò che esso signi­fi­ca. L’obbedienza infat­ti riman­da imme­dia­ta­men­te ai pre­cet­ti poli­ti­ci o reli­gio­si: si deve obbe­di­re alle auto­ri­tà, a chi detie­ne il pote­re, al siste­ma poli­ti­co nel suo com­ples­so, a Dio. Inol­tre, l’obbedienza con­trad­di­ce ine­vi­ta­bil­men­te la crea­ti­vi­tà, per­ché esse­re crea­ti­vi signi­fi­ca innan­zi­tut­to disob­be­di­re ed eser­ci­ta­re le armi del­la cri­ti­ca. Come lei saprà, dal 1993 ten­go negli Sta­ti Uni­ti e non solo dei cor­si uni­ver­si­ta­ri dedi­ca­ti a “Dis­si­den­za e crea­ti­vi­tà”, nei qua­li cer­co di sol­le­ci­ta­re i miei stu­den­ti a svi­lup­pa­re una men­ta­li­tà cri­ti­ca, un atteg­gia­men­to sospet­to­so ver­so ogni auto­ri­tà, che sia Dio, il capo di Sta­to o chiun­que altro pre­su­ma di pos­se­de­re una veri­tà inal­te­ra­bi­le. L’analisi cri­ti­ca è il pri­mo pas­so ver­so la dis­si­den­za e la crea­ti­vi­tà, che sono due fac­ce del­la stes­sa medaglia.
Lei sostie­ne che la crea­ti­vi­tà sia lega­ta alla «capa­ci­tà di disfa­re ciò che l’educazione for­ma­le e infor­ma­le ci ha fat­to a par­ti­re dal­la fan­ciul­lez­za». Vuol dire che non ci può esse­re vera crea­ti­vi­tà — e dis­si­den­za — se non si supe­ra quel­la che defi­ni­sce come «fram­men­ta­zio­ne del­la conoscenza»?
Le por­to il mio esem­pio: ho stu­dia­to medi­ci­na, ma una medi­ci­na imper­mea­bi­le al resto del­le disci­pli­ne, sepa­ra­ta dal­la filo­so­fia, dal­la reli­gio­ne, dal­la poli­ti­ca, dall’economia. Così, sono diven­ta­ta un medi­co igno­ran­te di ciò che mi acca­de­va intor­no, pro­prio per­ché edu­ca­ta secon­do i cri­te­ri del­la fram­men­ta­zio­ne del­la cono­scen­za. La crea­ti­vi­tà, inve­ce, è lo sfor­zo vol­to a disfa­re que­sta fram­men­ta­zio­ne e a ricon­net­te­re tut­ti gli ambi­ti sepa­ra­ti. Che ci sia biso­gno di far­lo lo dimo­stra­no i fat­ti: mol­te del­le malat­tie deri­va­no dal­la pover­tà, e la pover­tà è una que­stio­ne essen­zial­men­te poli­ti­ca, per­ché nasce dal­le scel­te poli­ti­che che ren­do­no alcu­ni pove­ri e altri ric­chi. Per poter esse­re dei buo­ni dot­to­ri, per­ciò, occor­re “met­te­re insie­me” le disci­pli­ne in gene­re distin­te; e per poter esse­re degli scrit­to­ri crea­ti­vi occor­re supe­ra­re la fal­sa distin­zio­ne tra fic­tion e non fic­tion, tra nar­ra­ti­va e sag­gi­sti­ca o autobiografia.
La cor­ni­ce tema­ti­ca del­la Fie­ra del Libro di quest’anno è il rap­por­to “Io, gli altri”. In un sag­gio del 2001, lei scri­ve che la crea­ti­vi­tà «è la capa­ci­tà di esse­re se stes­si a dispet­to di ogni pres­sio­ne», ma anche «di riu­sci­re a guar­da­re se stes­si in rela­zio­ne agli altri». Inten­de dire che non si può otte­ne­re liber­tà per­so­na­le e fidu­cia in se stes­si sen­za respon­sa­bi­li­tà ver­so gli altri, sen­za una rela­zio­ne sé/altri che non sia com­pro­mes­sa dal­la ten­ta­zio­ne di domi­na­re l’altro?
Infat­ti, è pro­prio così. Sono sem­pre sta­ta con­vin­ta che liber­tà e respon­sa­bi­li­tà sia­no lega­te in modo indis­so­lu­bi­le, che l’una non si pos­sa dare sen­za l’altra. Io, per esem­pio, scri­vo per me stes­sa, per il pia­ce­re che ne rica­vo, per il biso­gno di affer­ma­re la mia liber­tà e per dare for­ma alla mia crea­ti­vi­tà, ma ten­go sem­pre in men­te la respon­sa­bi­li­tà del­la pub­bli­ca­zio­ne, ten­go in con­tro gli altri, i miei even­tua­li inter­lo­cu­to­ri, colo­ro ai qua­li desti­no ideal­men­te il mio lavo­ro. Non si trat­ta di una scrit­tu­ra chiu­sa in se stes­sa, ma di una scrit­tu­ra che si apre, costi­tu­ti­va­men­te, agli altri. La crea­ti­vi­tà abo­li­sce la divi­sio­ne tra sé e gli altri, e insie­me tut­te le dico­to­mie che abbia­mo ere­di­ta­to dal perio­do schia­vi­sti­co e che il siste­ma patriar­ca­le clas­si­sta ripro­du­ce: divino/umano, diavolo/dio, paradiso/terra, corpo/spirito, uomo/donna, conscio/inconscio, etc. Gra­zie alla scrit­tu­ra, que­ste dico­to­mie ven­go­no ricom­po­ste nell’individuo, che a sua vol­ta vie­ne ricol­lo­ca­to all’interno del­la socie­tà, nel­la rela­zio­ne con gli altri. Da qui nasce la dop­pia respon­sa­bi­li­tà di chi scri­ve: ver­so sé e ver­so gli altri.
«Sono diven­ta­ta una fem­mi­ni­sta quand’ero bam­bi­na, all’età di set­te anni», ha rac­con­ta­to una vol­ta. Ci spie­ga cosa inten­de quan­do sostie­ne che oggi le don­ne deb­ba­no affron­ta­re «un dop­pio assal­to», quel­lo del «con­su­mi­smo del libe­ro mer­ca­to» da una par­te e quel­lo del «fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e poli­ti­co» dall’altra?
Dicen­do che sono diven­ta­ta fem­mi­ni­sta a otto anni inten­do dire che ogni bam­bi­no è natu­ral­men­te crea­ti­vo, ed è con­sa­pe­vo­le del­le ingiu­sti­zie che pati­sce. Quan­do sono oppres­si o limi­ta­ti, i bam­bi­ni si rivol­ta­no, disob­be­di­sco­no, oppu­re, sem­pli­ce­men­te, han­no pau­ra. Ecco, per me fem­mi­ni­smo signi­fi­ca rifiu­ta­re di ave­re pau­ra, rifiu­ta­re ogni for­ma di ingiu­sti­zia, poli­ti­ca, reli­gio­sa, di clas­se, di gene­re. Per quan­to riguar­da il “dop­pio assal­to”, basta pen­sa­re alle don­ne ira­che­ne, a quel­le afgha­ne, alle pale­sti­ne­si, che oggi com­bat­to­no due bat­ta­glie: con­tro l’occupazione ame­ri­ca­na (o israe­lia­na), lega­ta al con­su­mi­smo degli Sta­ti Uni­ti e allo sfrut­ta­men­to del petro­lio, e quel­la con­tro il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so, inco­rag­gia­to pro­prio dagli ame­ri­ca­ni. Il siste­ma capi­ta­li­sta patriar­ca­le, clas­si­sta e raz­zi­sta, non solo si basa sull’ingiustizia, ripro­du­cen­do­la, ma ha biso­gno di Dio e del­la reli­gio­ne per legit­ti­mar­la. Suc­ce­de in Iraq, ma suc­ce­de in Egit­to, un pae­se eco­no­mi­ca­men­te colo­niz­za­to, in Afgha­ni­stan e in Pale­sti­na. Per que­sto, con­te­sto chi par­la di post-colo­nia­li­smo: vivia­mo inve­ce in un perio­do di neocolonialismo.
In un sag­gio del 2002 su Esi­lio e resi­sten­za scri­ve: «Da quan­do sono nata ho sen­ti­to di esse­re in esi­lio». Per poi aggiun­ge­re: «la scrit­tu­ra mi ha aiu­ta­ta a com­bat­te­re l’esilio e la sen­sa­zio­ne di esse­re “alie­na”». Cre­de che la scrit­tu­ra sia uno stru­men­to con cui pos­sia­mo abi­ta­re la nostra “casa esi­sten­zia­le”, anche se sia­mo lon­ta­ni da quel­la “mate­ria­le”?
Chi scri­ve ha una dop­pia respon­sa­bi­li­tà, ver­so di sé e ver­so gli altri. L’analisi cri­ti­ca e la libe­ra­zio­ne del­la pro­pria crea­ti­vi­tà, per l’autrice egi­zia­na Nawal Al Saa­da­wi ospi­te del­la ven­ti­due­si­ma Fie­ra del libro di Tori­no, sono il pri­mo pas­so ver­so il rico­no­sci­men­to dell’altro.
Cos’è la casa? Dov’è che ci sen­tia­mo pro­pria­men­te a casa? Non cer­to in una par­ti­co­la­re por­zio­ne di ter­ra, non, neces­sa­ria­men­te, nel luo­go in cui sia­mo nati. Sia­mo a casa quan­do sia­mo nel posto in cui tro­via­mo giu­sti­zia, uma­ni­tà, liber­tà e amo­re, e dove tro­via­mo per­so­ne che sen­to­no il biso­gno di que­ste cose e che si bat­to­no per ottenerle.
Se sia­mo sul “suo­lo patrio”, ma sia­mo minac­cia­ti, oppres­si, impri­gio­na­ti per­ché ci espri­mia­mo libe­ra­men­te, sia­mo for­se a casa? Men­tre se sia­mo lon­ta­ni dal luo­go dove sia­mo nati, ma ci sen­tia­mo in sin­to­nia con le per­so­ne intor­no a noi, come mi capi­ta con i miei stu­den­ti ame­ri­ca­ni, allo­ra pos­sia­mo dir­ci a casa. La crea­ti­vi­tà ha il pote­re straor­di­na­rio di sospen­de­re l’esilio, per­fi­no di abo­lir­lo. Ricor­do che quan­do ero in pri­gio­ne e riu­sci­vo a scri­ve­re, sen­ti­vo di esse­re altro­ve. Gra­zie alla scrit­tu­ra ero libe­ra. Nono­stan­te fos­si tra quat­tro mura.

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Fiera del libro 2009. Gli appuntamenti da non perdere a Torino

| Marie Clai­re | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Clau­dia Spadoni |

Un pae­se ospi­te (l’Egitto), un tema (Io, gli altri), cin­que gior­ni (14–18 mag­gio), più di mil­le case edi­tri­ci e tan­ti ospi­ti inter­na­zio­na­li: l’edizione nume­ro ven­ti­due del­la Fie­ra del Libro di Tori­no ha un car­tel­lo­ne ric­chis­si­mo. Leg­gi che ti pas­sa (la cri­si)? Chis­sà. Noi, intan­to, vi dia­mo qual­che consiglio.
Le sue lot­te per l’emancipazione fem­mi­ni­le l’hanno costret­ta in car­ce­re e in esi­lio (negli Sta­ti Uni­ti, dove fa la docen­te uni­ver­si­ta­ria). In patria Nawal Al Saa­da­wi è sta­ta spes­so cen­su­ra­ta, in Ita­lia Giun­ti ha pub­bli­ca­to il suo famo­so Woman at point zero (tra­dot­to come Fir­daus), men­tre nei tito­li de il Siren­te tro­va­te il roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio: sto­rie duris­si­me con pro­ta­go­ni­ste che cer­ca­no la liber­tà. A Tori­no la scrit­tri­ce par­le­rà di crea­ti­vi­tà e dis­si­den­za. Dipen­den­ze necessarie?
Saba­to 16 mag­gio, Sala Blu, ore 15:00

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Le donne in un Paese fondamentalista

| Il Tem­po | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Anto­nel­la Melilli |

Ini­zia con un piglio velo­ce, non pri­vo di vena­tu­re d’ironia che tra­spa­io­no dal­le con­get­tu­re cer­vel­lo­ti­che di uno psi­co­lo­go a pro­po­si­to del­la fuga di un’archeologa, deci­sa a sfi­da­re la puni­zio­ne del­la mor­te abban­do­nan­do casa e mari­to per anda­re alla ricer­ca del­le anti­che idee. 
«L’amore ai tem­pi del petro­lio», ulti­ma ope­ra del­la scrit­tri­ce e dis­si­den­te egi­zia­na Naval al’Sadawi, (Edi­tri­ce il Siren­te, pag.140) nel­la tra­du­zio­ne dall’arabo di Mari­ka Mac­co. Una scrit­tri­ce già insi­gni­ta di nume­ro­si pre­mi e nota per la deter­mi­na­zio­ne di un impe­gno poli­ti­co e uma­ni­ta­rio che l’ha vista nel 2004 can­di­dar­si alle pri­me libe­re ele­zio­ni del suo pae­se e che l’ha por­ta­ta dal 2007 alla Pre­si­den­za del Par­la­men­to Euro­peo. Un impe­gno che si coglie con for­za anche nel­le pagi­ne di que­sto bre­ve roman­zo, espres­sio­ne inci­si­va e poten­te dell’arretratezza di un Pae­se impre­ci­sa­to, impa­nia­to però nel­le tra­di­zio­ni di un fon­da­men­ta­li­smo ance­stra­le. Dove la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le, rego­la­ta da con­vin­zio­ni arcai­che e fero­ci, sem­bra con­su­stan­ziar­si nel pae­sag­gio stes­so in cui la pro­ta­go­ni­sta appro­da, popo­la­to di don­ne schiac­cia­te sot­to il peso di bari­li pan­ciu­ti di petro­lio e con­dan­na­te a una fati­ca di buoi cie­chi sen­za voce né diritti.

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Un romanzo inedito del Nobel Mahfuz

| La Repub­bli­ca | Saba­to 9 mag­gio 2009 | S.N. |

LA LETTERATURA egi­zia­na ospi­te alla Fie­ra del Libro di Tori­no non è solo Naguib Mah­fuz, il magni­fi­co Nobel scom­par­so nel 2006 e di cui comun­que a Tori­no sarà pre­sen­ta­to il roman­zo ine­di­to Autun­no egi­zia­no pub­bli­ca­to dal­la New­ton Comp­ton. ’ Ala Al-Aswa­ni, che inter­vi­stia­mo qui accan­to, ha avu­to in Ita­liae nel mon­do un suc­ces­so spe­cia­le, 4 milio­ni di copie ven­du­te nel mon­do. Gamal al-Ghi­ta­ni, Sunal­lah Ibra­him, Baha Taher, la gene­ra­zio­ne degli anni Ses­san­ta, con­ti­nua­no a esse­re pro­dut­ti­vi, e, così come Muham­mad al-Busa­ti o Sulay­man Fayyad, rac­con­ta­no la socie­tà, tan­to quel­la sofi­sti­ca­ta del Cai­ro quan­to quel­la dell’ entro­ter­ra rura­le. La nar­ra­ti­va lascia pochi aspet­ti sco­per­ti, e guar­da anche all’ estre­mi­smo, come del resto fa lo stes­so Al-Aswa­ni. Se Edward al-Khar­rat riper­cor­re la bel­le époque cosmo­po­li­ta di un tem­po, una pat­tu­glia di don­ne, come Sal­wa Bakr, Ahdaf Soueif, Lati­fa Zayyat, Nawal Saa­da­wi o la più gio­va­ne Miral Taha­wi, si sono dedi­ca­te e si dedi­ca­no a per­so­nag­gi che affron­ta­no con corag­gio la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le. Ci sono anche scrit­to­ri con­si­de­ra­ti mini­ma­li­sti, Ahmed Ala­j­di fra tut­ti, con il suo disa­gio ver­so l’ incom­ben­za dei miti ame­ri­ca­ni o come Kha­led Al Kha­mis­si, che con Taxi, attra­ver­so la vita quo­ti­dia­na di un tas­si­sta, leg­ge con iro­nia i males­se­ri di oggi.

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Al Piccolo Apollo i diritti delle donne

Cor­rie­re del­la Sera | Gio­ve­dì 14 mag­gio 2009 | Car­lot­ta De Leo |

CRIMINI AMBIENTALI — I tre auto­ri-regi­sti, Esme­ral­da Cala­bria, Andra D’Ambrosio e Pep­pe Rug­gie­ro, saran­no pre­sen­ti gio­ve­dì 14 alle 20.30 alla pre­sen­ta­zio­ne di Biu­ti­ful caun­tri, un viag­gio tra le 1.200 disca­ri­che abu­si­ve di rifiu­ti tos­si­ci nasco­ste sot­to la ter­ra di Napo­li e din­tor­ni. Il docu­men­ta­rio (pre­mia­to come miglior docu­men­ta­rio usci­to in sala ai Nastri d’Argento del­lo scor­so anno) rac­con­ta le sto­rie di alle­va­to­ri che vedo­no mori­re le pro­prie peco­re per la dios­si­na e quel­la di un edu­ca­to­re che lot­ta con­tro i cri­mi­ni ambien­ta­li. Sul­lo sfon­do una camor­ra impren­di­tri­ce che usa camion e pale mec­ca­ni­che al posto del­le pisto­le. Dopo la pro­ie­zio­ne, ci sarà spa­zio anche per par­la­re dei pro­ble­mi del Lazio: in pro­gram­ma, infat­ti, l’incontro con Pao­lo Mon­da­ni, gior­na­li­sta auto­re dell’inchiesta sul­la disca­ri­ca di Mala­grot­ta “L’Oro di Roma” anda­ta in onda nel­la tra­smis­sio­ne Report.

NAWAL AL-SADAWI — Vener­dì 15 alle 20.30, il cine­ma di via Con­te Ver­de ospi­te­rà l’incontro con Nawal al-Sa’dawi, scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na, soste­ni­tri­ce dei dirit­ti del­le don­ne. La al-Sa’dawi, intel­let­tua­le lai­ca tra le più influen­ti del mon­do ara­bo, sarà in diret­ta video dal­la fie­ra del libro di Tori­no dove pre­sen­te­rà il suo ulti­mo roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio che rac­con­ta una sto­ria fan­ta­sti­ca ambien­ta­ta in un pae­se auto­ri­ta­rio. Un regno del petro­lio dove un’archeologa rom­pe un tabù, abban­do­nan­do il mari­to e ricom­pa­ren­do al fian­co di un altro uomo. Attra­ver­so i suoi nume­ro­si roman­zi, la scrit­tri­ce ha lan­cia­to aper­te pro­vo­ca­zio­ni alla socie­tà patriar­ca­le ara­ba e per que­sto ha paga­to con restri­zio­ni alla sua liber­tà per­so­na­le. Non a caso, “L’amore ai tem­pi del petro­lio” è sta­to tra­dot­to in 20 lin­gue, ma ha subi­to la cen­su­ra in Egit­to. All’intervista, segui­ran­no rea­ding, musi­ca e il dibat­ti­to con Rena­ta Pepi­cel­li (uni­ver­si­tà di Bologna).

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