L’illusione degli ucraini sul nazismo durò solo qualche settimana”

| La Stam­pa | Gio­ve­dì 13 mar­zo 2014 | Mas­si­mi­lia­no Di Pasquale |

Gio­van­na Bro­gi Ber­coff, pro­fes­so­re di sla­vi­sti­ca all’Università di Mila­no, inter­vie­ne sul tema del­le poli­ti­che di rus­si­fi­ca­zio­ne dell’Ucraina Orien­ta­le intra­pre­se dal­la Rus­sia zari­sta dopo la sto­ri­ca bat­ta­glia di Pol­ta­va del 1709: “Da allo­ra resi­sto­no mol­ti pregiudizi”
Gio­van­na Bro­gi Ber­coff, pro­fes­so­re ordi­na­rio di sla­vi­sti­ca pres­so l’Università di Mila­no, diret­tri­ce del­la rivi­sta Stu­di Sla­vi­sti­ci e pre­si­den­te dell’AISU (Asso­cia­zio­ne Ita­lia­na di Stu­di Ucrai­ni­sti­ci), par­la del­la gra­ve cri­si tra Rus­sia e Ucrai­na e aiu­ta a inqua­dra­re le com­ples­se vicen­de di que­ste set­ti­ma­ne in un’ottica sto­ri­co-cul­tu­ra­le in cui gran­de peso han­no avu­to le poli­ti­che di rus­si­fi­ca­zio­ne dell’Ucraina Orien­ta­le intra­pre­se dal­la Rus­sia zari­sta dopo la sto­ri­ca bat­ta­glia di Pol­ta­va del 1709.   Con­ti­nua a leggere →
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La verruca sul naso di Putin

| The Post Inter­na­zio­na­le | Saba­to 8 mar­zo 2014 | Mas­si­mi­lia­no Di Pasquale |

L’opinione dell’autore di “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne. Viag­gi nell’Europa sconosciuta”

È sta­to l’economista rus­so Andrei Illa­rio­nov, ex con­si­glie­re di Putin cadu­to in disgra­zia per aver cri­ti­ca­to la guer­ra del gas volu­ta dal Crem­li­no nel 2006 con­tro l’Ucraina aran­cio­ne di Vik­tor Yush­chen­ko, ad anti­ci­pa­re più di un mese fa alla tivù Hro­mad­ske TV lo sce­na­rio cui si sta assi­sten­do in que­sti gior­ni in Crimea.

Se, come ave­va dichia­ra­to Illa­rio­nov, l’allora pre­si­den­te Yanu­ko­vych non fos­se riu­sci­to a fer­ma­re con la for­za la pro­te­sta di piaz­za, allo­ra i rus­si sareb­be­ro inter­ve­nu­ti diret­ta­men­te con i car­ri arma­ti. Lo sche­ma sareb­be sta­to quel­lo già visto in Geor­gia nel 2008. Mili­zie rus­se avreb­be­ro cer­ca­to di pro­vo­ca­re un inci­den­te ad hoc con­tro un cit­ta­di­no di pas­sa­por­to rus­so, avreb­be­ro poi incol­pa­to dell’accaduto l’esercito ucrai­no e, con la scu­sa di pro­teg­ge­re la popo­la­zio­ne rus­sa del­la Cri­mea, avreb­be­ro quin­di inva­so la peni­so­la ucraina.

In Osse­zia del Sud nell’agosto del 2008 l’allora pre­si­den­te Mikheil Saa­ka­sh­vi­li, ordi­nan­do al suo eser­ci­to di inter­ve­ni­re per por­re fine ai bom­bar­da­men­ti di vil­lag­gi geor­gia­ni da par­te del­le for­ze sepa­ra­ti­ste osse­te, offrì infat­ti il pre­te­sto ai car­ri arma­ti rus­si per inva­de­re la Geor­gia. Oggi, a meno di una set­ti­ma­na dal­la desti­tu­zio­ne di Yanu­ko­vych del 22 feb­bra­io e dal­la nasci­ta di un ese­cu­ti­vo ad inte­rim pre­sie­du­to dal pre­mier Arse­niy Yatse­nyuk e dal pre­si­den­te Olek­san­der Tur­chi­nov, Putin ha già invia­to il pri­mo con­tin­gen­te mili­ta­re in Cri­mea, peni­so­la che dal 1954 fa par­te dell’Ucraina, vio­lan­do la sovra­ni­tà ter­ri­to­ria­le del paese.

Moti­va­zio­ne uffi­cia­le, di quel­la che Kiev ha defi­ni­to una gra­ve pro­vo­ca­zio­ne e il pre­lu­dio a un pos­si­bi­le con­flit­to arma­to tra Rus­sia e Ucrai­na, “sta­bi­liz­za­re la situa­zio­ne in Cri­mea e uti­liz­za­re tut­te le pos­si­bi­li­tà dispo­ni­bi­li per pro­teg­ge­re la popo­la­zio­ne rus­sa loca­le da ille­ga­li­tà e vio­len­za”. L’attività diplo­ma­ti­ca inter­na­zio­na­le – in par­ti­co­la­re la dura rea­zio­ne del pre­si­den­te sta­tu­ni­ten­se Oba­ma che ha deli­be­ra­to san­zio­ni eco­no­mi­che nei con­fron­ti di Mosca, il boi­cot­tag­gio del G8 di Sochi e l’interruzione di tut­ti i lega­mi mili­ta­ri con il Crem­li­no inclu­se le eser­ci­ta­zio­ni e le riu­nio­ni bila­te­ra­li – ha scon­giu­ra­to per ora lo scop­pio di una guerra.

Cio­no­no­stan­te a Sim­fe­ro­po­li, il par­la­men­to del­la Repub­bli­ca Auto­no­ma Cri­mea, di con­cer­to con le auto­ri­tà rus­se, sen­za inter­pel­la­re la Rada di Kiev, ha già indet­to per il 16 mar­zo un refe­ren­dum per chie­de­re la seces­sio­ne dall’Ucraina e l’annessione alla Fede­ra­zio­ne Rus­sa. A nul­la sono val­se le sco­mu­ni­che espres­se vener­dì 7 mar­zo dal Con­si­glio straor­di­na­rio dei 28 capi di sta­to e di Gover­no del­la Ue e dagli Sta­ti Uni­ti che han­no defi­ni­to ille­git­ti­ma la con­sul­ta­zio­ne. La cri­si di que­sti gior­ni tra i due pae­si, la più gra­ve nell’area post sovie­ti­ca dal crol­lo dell’URSS, nasce dal suc­ces­so di Euro­mai­dan, la rivol­ta popo­la­re che ha scon­fit­to il regi­me di Yanu­ko­vych, il qua­le nel­le ulti­me set­ti­ma­ne ave­va assun­to un vol­to san­gui­na­rio con l’uccisione di un cen­ti­na­io di manifestanti.

Le dimo­stra­zio­ni di Piaz­za dei mesi scor­si — che, pur aven­do come epi­cen­tro Kiev, han­no inte­res­sa­to tut­ta l’Ucraina — sem­bre­reb­be­ro testi­mo­nia­re la volon­tà degli ucrai­ni di lasciar­si alle spal­le l’epoca post-sovie­ti­ca e di apri­re una nuo­va fase: quel­la del­la rige­ne­ra­zio­ne mora­le. Que­sto ambi­zio­so ten­ta­ti­vo deve fare i con­ti al momen­to con due que­stio­ni: in pri­mis, la volon­tà di Mosca di osta­co­la­re un pro­get­to che, se vit­to­rio­so, por­reb­be la paro­la fine sull’Unione Euroa­sia­ti­ca e for­ni­reb­be lin­fa vita­le anche all’opposizione demo­cra­ti­ca rus­sa; in secon­do luo­go, le dif­fi­col­tà inter­ne lega­te alla situa­zio­ne eco­no­mi­ca del paese.

Affin­ché l’Ucraina pos­sa vin­ce­re que­sta sfi­da occor­re che Euro­pa, Cana­da e Sta­ti Uni­ti la sosten­ga­no finan­zia­ria­men­te con un pia­no mira­to di pre­sti­ti e inve­sti­men­ti, e che la Comu­ni­tà Inter­na­zio­na­le garan­ti­sca con ogni mez­zo la sua inte­gra­li­tà ter­ri­to­ria­le ottem­pe­ran­do al memo­ran­dum di Buda­pe­st. Con quell’accordo, fir­ma­to il 5 dicem­bre 1994 nel­la capi­ta­le unghe­re­se, l’Ucraina cede­va il suo arse­na­le nuclea­re in cam­bio del­la garan­zia del­la tute­la del­la sua sovra­ni­tà e sicu­rez­za da par­te di Gran Bre­ta­gna, Rus­sia e Sta­ti Uniti.

Se il Crem­li­no riu­scis­se infat­ti a crea­re un’enclave sepa­ra­ti­sta in Cri­mea, ciò potreb­be inne­sca­re peri­co­lo­si effet­ti domi­no nell’est del pae­se. E quel­la che è sta­ta fino­ra la rivo­lu­zio­ne di un popo­lo con­tro un regi­me cor­rot­to potreb­be tra­sfor­mar­si in una vera e pro­pria guer­ra civi­le qua­lo­ra l’opera di desta­bi­liz­za­zio­ne del­la Rus­sia, attra­ver­so pro­vo­ca­zio­ni mili­ta­ri e disin­for­ma­zio­ne media­ti­ca, aves­se suc­ces­so. Nel perio­do del­la pre­si­den­za Putin, il giro di vite sul­la stam­pa indi­pen­den­te ha favo­ri­to il pro­gres­si­vo ritor­no a meto­di di pro­pa­gan­da neo-sovie­ti­ca in linea con una lun­ga tra­di­zio­ne di mani­po­la­zio­ni e distor­sio­ni del­la realtà.

Non è un caso che da qual­che gior­no, pro­prio nel­la Cri­mea occu­pa­ta, le reti tele­vi­si­ve ucrai­ne Cana­le 5 e 1+1 sia­no sta­te oscu­ra­te, sosti­tui­te da cana­li rus­si. La mac­chi­na ben olia­ta del­la disin­for­ma­ci­ja ha favo­ri­to la dif­fu­sio­ne di noti­zie fal­se come quel­la che dipin­ge i mani­fe­stan­ti del Mai­dan come fasci­sti e anti­se­mi­ti, o quel­la secon­do cui il nuo­vo gover­no ad inte­rim avreb­be nega­to agli ucrai­ni il dirit­to di par­la­re russo.

L’Ucraina è in mano a estre­mi­sti e fasci­sti. Chie­dia­mo aiu­to ai fra­tel­li rus­si per­ché ci ven­ga­no a libe­ra­re”. La roz­zez­za di cer­te mani­po­la­zio­ni fareb­be sor­ri­de­re se non fos­se che la situa­zio­ne in Cri­mea, che rischia di esten­der­si a tut­to il pae­se, è dav­ve­ro dram­ma­ti­ca. La ver­ru­ca sul naso del­la Rus­sia – così Pote­m­kin chia­ma­va la Cri­mea – è tor­na­ta a fare male. Augu­ria­mo­ci non sia il pre­lu­dio a una Nuo­va Guer­ra Fred­da che sof­fo­chi nel san­gue le aspi­ra­zio­ni di liber­tà, pace e demo­cra­zia del popo­lo ucraino.

L’autore, Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, è mem­bro dell’AISU, Asso­cia­zio­ne Ita­lia­na di Stu­di Ucrai­ni. Auto­re di “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne. Viag­gi nell’Europa sco­no­sciu­ta” (Il Siren­te). Lo scor­so 5 Feb­bra­io 2014 è sta­to rela­to­re alla tavo­la roton­da ‘Ucrai­na Quo Vadis?’ orga­niz­za­ta dall’ISPI.

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UCRAINA: Cosa sta succedendo a Kiev? Intervista a Max Di Pasquale

| East Jour­nal | Saba­to 22 feb­bra­io 2014 | Pie­tro Rizzi |

Cosa sta suc­ce­den­do a Kyiv ed in Ucrai­na? Qua­li pro­spet­ti­ve? Ne abbia­mo par­la­to con Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, esper­to di Ucrai­na, auto­re di Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne e col­la­bo­ra­to­re di East­Jour­nal. Con­ti­nua a leggere →

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Ucraina, nazisti o nazionalisti? Viaggio nell’arcipelago del radicalismo

| La Stam­pa | Saba­to 22 feb­bra­io 2014 | Anna Zafesova |

A 55 anni dal­la mor­te Ste­pan Ban­de­ra con­ti­nua a spac­ca­re il Pae­se.  Per i rus­si è un ammi­ra­to­re di Hitler che sta ispi­ran­do i manifestanti

Tra l’infinità di sim­bo­li e ban­die­re che som­mer­go­no il Mai­dan ogni tan­to fa capo­li­no il ritrat­to di un uomo dal­la alta fron­te stem­pia­ta, i trat­ti sot­ti­li e lo sguar­do infuo­ca­to. Per mol­ti è un vol­to sco­no­sciu­to, per altri un’icona, per altri anco­ra la pro­va che a muo­ve­re la pro­te­sta ucrai­na sono le for­ze più oscu­re del­la sua sto­ria. 55 anni dopo la sua mor­te, avve­le­na­to da uno spray al cia­nu­ro spruz­za­to da un agen­te del Kgb in pie­na Mona­co, Ste­pan Ban­de­ra, lea­der dei nazio­na­li­sti ucrai­ni, con­ti­nua a spac­ca­re in due il suo Pae­se. Per i rus­si, e per alcu­ni com­men­ta­to­ri occi­den­ta­li, la sua pre­sen­za in for­ma di ritrat­to è il segno che sul Mai­dan si con­su­ma una ven­det­ta sto­ri­ca con­tro la Rus­sia, e che i mili­tan­ti del­la piaz­za che oggi rie­su­ma­no la sua imma­gi­ne sono “nazi­sti”. Con­ti­nua a leggere →

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Ucraina terra di confine: un libro per scoprire l’Europa sconosciuta

| Cor­so Ita­lia News | Vener­dì 21 feb­bra­io 2014 |  |

Gli even­ti ucrai­ni di que­sti gior­ni riem­pio­no di appren­sio­ne noi e i nume­ro­si cit­ta­di­ni ucrai­ni resi­den­ti in Cam­pa­nia. La situa­zio­ne è anco­ra cri­ti­ca, in atte­sa che il pri­mo mini­stro Yanu­ko­vic, per­so­nag­gio che si è dimo­stra­to inaf­fi­da­bi­le, accet­ti e dia pro­va di un rea­le accor­do per ripor­ta­re la calma.
L’Ucraina, non dimen­ti­chia­mo­lo, è il più gran­de Sta­to euro­peo per esten­sio­ne (se si esclu­de la Rus­sia), la cui iden­ti­tà – euro­pea o asia­ti­ca – è sem­pre in discus­sio­ne. Con qua­si cin­quan­ta milio­ni di abi­tan­ti, ric­co di risor­se anche natu­ra­li, l’Ucraina si tro­va geo­po­li­ti­ca­men­te in una posi­zio­ne deli­ca­tis­si­ma tra l’area di influen­za euro­pea e quel­la rus­sa. Con­ti­nua a leggere →

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Ve la do io la vera Ucraina

| Il Mes­sag­ge­ro | Lune­dì 13 gen­na­io 2013 | Eli­sa­bet­ta Marsigli |

Il fasci­no per una ter­ra lon­ta­na può rima­ne­re un sogno, ma per Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le si è tra­sfor­ma­to in real­tà. Foto­gior­na­li­sta e scrit­to­re free­lan­ce, Di Pasqua­le ha fat­to dell’Ucraina una vera pas­sio­ne e, dopo aver scrit­to di poli­ti­ca inter­na­zio­na­le e cul­tu­ra su diver­si quo­ti­dia­ni nazio­na­li, nel 2007, gra­zie all’intervista con l’allora Pre­si­den­te ucrai­no Vik­tor Yush­chen­ko, ini­zia un appro­fon­di­men­to cul­tu­ra­le e socia­le del pae­se dei cosacchi.
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Colazione con Massimiliano Di Pasquale, fotogiornalista esperto di Ucraina

Alibion­li­ne | Gio­ve­dì 12 dicem­bre 2013 |  |

Ukraï­na tse Ukraï­na!” L’Ucraina è Ucrai­na! Ricor­da­te il sim­pa­ti­co spot che a metà degli anni Novan­ta recla­miz­za­va il nuo­vo atlan­te geo­gra­fi­co ven­du­to a fasci­co­li set­ti­ma­na­li con Il Cor­rie­re del­la Sera? Al cosmo­nau­ta atter­ra­to in mez­zo al suo pol­la­io, la con­ta­di­na ucrai­na tene­va una rapi­da lezio­ne di geo­gra­fia per aggior­nar­lo degli epo­ca­li cam­bia­men­ti avve­nu­ti duran­te la sua mis­sio­ne nel­lo spa­zio. “Ne sono suc­ces­se di cose negli ulti­mi anni” dice­va lo spea­ker. E non han­no smes­so di suc­ce­de­re, vien da dire osser­van­do (da lon­ta­no) quan­to sta acca­den­do in que­ste set­ti­ma­ne a Kiev, capi­ta­le dell’Ucraina. Con­ti­nua a leggere →

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Prima delle badanti, c’era Hollywood — L’Ucraina segreta dai cosacchi alla Ceka

La Stam­pa | Mer­co­le­dì 25 novem­bre 2013 | Anna Zafesova |

Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le scri­ve il pri­mo rac­con­to in ita­lia­no di una ter­ra vici­na quan­to sco­no­sciu­ta: “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne” è un dia­rio di viag­gio che fa par­la­re i ricor­di e le sto­rie del­le per­so­ne incon­tra­te. Con­ti­nua a leggere →

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2012 — libri dell’anno, libri mancati, libri sbagliati, libri recuperati…

Por­to Fran­co | Vener­dì 28 dicem­bre 2012 | Gian­fran­co Franchi |

Un fran­co 2012. Libri dell’anno:

  1. Umber­to Rober­to, “Roma Capta. Il Sac­co del­la cit­tà dai Gal­li ai Lan­zi­che­nec­chi”, Later­za. Un gran­de libro di sto­ria, scrit­to per rac­con­tare che l’eternità di Roma è ter­mi­nata da un pez­zo. È fini­to tut­to nel­la metà del V seco­lo dopo Cri­sto: nel san­gue e nel­la mise­ria. Rober­to ha piz­zi­cato uno dei veri rimos­si del­la nostra cul­tura: l’ammissione del­la lon­tana mor­te di Roma, spo­gliata di tut­to, tra­dita e abbandonata.
  2. Ema­nuele Tre­vi, “Qual­cosa di scrit­to”, Pon­te alle Gra­zie. Uno stra­no e sedu­cente anfi­bio, metà tri­buto a Paso­lini, metà memoir, metà roman­zo ini­zia­tico, metà gran­de sag­gio su “Petro­lio”. Un libro vera­mente potente.
  3. Tom­maso Gia­gni, “L’estraneo”, Einau­di. Un esor­dio tosto e pro­met­tente: un libro intri­so di Zeit­geist; una lea­le rap­pre­sen­ta­zione del degra­do e del col­lasso del­la civil­tà roma­na moder­na, a uno sbuf­fo dagli anni Zero.
  4. Jean Eche­noz, “Lam­pi”, Adel­phi. Gran­de ope­ra d’arte. Bio­gra­fia liri­ca e ispi­rata del misco­no­sciuto e talen­tuoso Niko­la Tesla, spi­rito sla­vo e nobi­le, gene­roso e mez­zo mat­to. Un vero libro adelphi.
  5. Jáchym Topol, “L’officina del dia­volo”, Zan­do­nai. Grot­te­sco, cini­co, ori­gi­nale: roman­zo del bor­go di Tere­zín, del mar­ti­rio del­la civil­tà e del­la veri­tà per mano dei tota­li­ta­ri­smi, del­la spe­cu­la­zione sui genocidi.
  6. Colet­te, “Pri­gioni e para­disi”, Del Vec­chio. Inspe­rata, riu­scita pri­ma edi­zione ita­liana di que­sto libro di fram­menti e pro­se bre­vi del­la scrit­trice fran­cese. Una lezio­ne di sti­le, di let­te­ra­rietà e di sensualità.
  7. Vasi­le Ernu, “Gli ulti­mi ere­tici dell’impero”, Hac­ca. Fasci­nosa inte­gra­zione dell’opera pri­ma del­lo scrit­tore e filo­sofo rume­no, “Nato in Urss”, è una medi­ta­zione sul socia­li­smo sovie­tico, sui gulag, sul­la liber­tà d’espressione, sul futu­ro del­la civil­tà. Mol­to coraggioso.
  8. Mas­si­mi­liano Di Pasqua­le, “Ucrai­na ter­ra di fron­tiera”, Il Siren­te. È il libro di una vita: un intel­li­gente e con­sa­pe­vole atto d’amore di un let­te­rato ita­liano appas­sio­nato di cul­tura ucrai­na – vero pon­te pop tra l’Italia e l’Ucraina. For­se l’unico.
  9. Die­go Zan­del, “Esse­re Bob Lang”, Hac­ca. Spiaz­zante roman­zo meta­let­te­ra­rio del­lo scrit­tore fiu­ma­no-roma­no Die­go Zan­del, filel­leno, let­tore for­te, ere­de di Ful­vio Tomiz­za. Diver­tis­se­ment mol­to snob.
  10. Watt Maga­zine, nume­ro zero.cinque. Per­ché è for­se la mas­sima espres­sione dell’arte di Mau­ri­zio Cec­cato: pri­ma di esse­re libro-rivi­sta, rac­colta di rac­conti illu­strata o rac­colta di illu­stra­zioni rac­con­tate, Watt è un Cec­cato. E Cec­cato è il massimo.

Libro più sba­gliato dell’anno: Tom­maso Pin­cio, “Pulp Roma”, Il Sag­gia­tore. Il pri­mo libro com­ple­ta­mente sba­gliato di Tom­maso Pin­cio: impro­ba­bile, mar­gi­nale, male assem­blato: inde­gno di lui. Un erro­re inat­teso. È pro­prio brutto.

Capo­la­voro man­cato: Ema­nuel Car­rère, “Limo­nov”, Adel­phi. Bio­gra­fia roman­zata di uno scrit­tore che ave­va già roman­zato la sua vita in tut­ti i suoi (mol­ti) libri, sin dagli esor­di, pote­va esse­re una gran­de sati­ra di Limo­nov, e dei Limo­nov, e una poten­te lezio­ne di sto­ria rus­sa con­tem­po­ra­nea, con incur­sioni nel­le orgo­gliose feri­te dei Bal­cani, à la Bab­si Jones: inve­ce Car­rère si è pre­so mol­to sul serio, for­te for­se del­la con­sa­pe­vo­lezza che Limo­nov, in Euro­pa, è vera­mente sco­no­sciuto. E così ha sba­gliato libro. Que­sto è un buon libro, ma è per i tan­ti neo­fiti di Limo­nov. Per tut­ti gli altri, è un discre­to bigna­mi, con qual­che impro­ba­bile deri­va ombe­li­cale car­rèra.

Let­ture rin­viate: 1. Filip­po Tue­na, “Stra­nieri alla ter­ra” [Nutri­menti, 2012]. La ragio­ne è che pun­to all’operaomnia, entro due anni. 2. John Chee­ver, “Rac­conti” [Fel­tri­nelli, 2012]. Stes­so discor­so, ma vor­rei comun­que leg­gerlo pri­ma in lin­gua ori­gi­nale. 3. John Edward Wil­liams, “Sto­ner” [Fazi, 2012]. Imma­gino pos­sa pia­cermi mol­to, ma non è il perio­do giu­sto. Maga­ri tra qual­che anno.

Sito let­te­ra­rio dell’annoFla­nerìhttp://www.flaneri.com/ – sem­pre intel­li­gente, par­ti­co­lar­mente ordi­nato, pia­ce­vol­mente fron­tale, piut­to­sto equi­li­brato: pra­ti­ca­mente uno dei pochi siti let­te­rari ita­liani cre­di­bili, in asso­luto. One­sta­mente, una del­le pochis­sime nuo­ve pro­po­ste degne di nota, in quest’ultimo trien­nio cao­tico, fiac­co e mol­to cial­trone. Tifo Flanerì.

Altre cose fran­che.  Recu­peri [ita­liani] dell’anno. 1. Ful­vio Tomiz­za, “Il sogno dal­mata”, Mon­da­dori, 2001. 2. Bab­si Jones, “Sap­piano le mie paro­le di san­gue”, Riz­zoli, 2007. 3. Ful­vio Tomiz­za, “Mate­rada”, Mon­da­dori, 1960. 4. Tom­maso Pin­cio, “Hotel a zero stel­le”, Later­za, 2011. 5. Orne­la Vorp­si, “Il pae­se dove non si muo­re mai”, Einau­di, 2005.

Recu­peri [stra­nieri] dell’anno. 1. Patrick Lei­gh Fer­mor, “Mani”, Adel­phi, 2006. 2. Dimi­tri Obo­len­sky, “Il com­mo­n­wealth bizan­tino”, Later­za, 1974. 3. Dra­gan Veli­kić, “Via Pola”, Zan­do­nai, 2009. 4. Robert Man­tran [a cura di], “Sto­ria dell’impero otto­mano”, Argo, 2000. 5. Ago­stino Per­tusi [a cura di], “La cadu­ta di Costan­ti­no­poli”, Fon­da­zione Val­la, 1976. 6. Nicho­las Valen­tine Ria­sa­no­v­sky, “Sto­ria del­la Rus­sia”, Bom­piani, 7. David Foster Wal­lace, “Il ten­nis come espe­rienza reli­giosa”, oggi in Einau­di, 2012.

Let­tura cri­tica fon­da­men­tale, in asso­luto: “Nar­ra­tori degli Anni Zero” di Andrea Cor­tel­lessa, Pon­te Sisto, 2012, 650 pagi­ne. E via andare.

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Ucraina terra di confine. Intervista a Massimiliano Di Pasquale

Wel­fa­re Cre­mo­na Net­work | Lune­dì 25 giu­gno 2012 | Ales­san­dra Boga |

Poco l’Europa occi­den­ta­le sa dell’Ucraina, que­sta repub­bli­ca dell’ex URSS, che tra l’altro è il più gran­de Pae­se d’Europa per esten­sio­ne geo­gra­fi­ca; ma Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, clas­se 1969, foto­re­por­ter e scrit­to­re pesa­re­se, nel suo “dia­rio di viag­gio”Ucrai­na. Ter­ra di con­fi­ne, edi­to da Il Siren­te, ci dà un qua­dro com­ples­si­vo e affa­sci­nan­te di que­sta ter­ra anco­ra pri­gio­nie­ra ai nostri occhi del gri­gio­re post-sovie­ti­co, e che tut­ta­via è ric­ca di vita, sto­ria e di cul­tu­ra pro­prie, che il comu­ni­smo ha cer­ca­to di assi­mi­la­re e soffocare.

Allo­ra, Mas­si­mi­lia­no, par­tia­mo dal tito­lo del tuo libro: per­ché la defi­ni­zio­ne dell’Ucraina come “ter­ra di confine”?

Pre­mes­so che non è mai faci­le sce­glie­re il tito­lo di un libro, visto che dovreb­be sin­te­tiz­za­re i tan­ti temi trat­ta­ti al suo inter­no, riten­go che Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne. Viag­gi nell’Europa sco­no­sciu­ta enfa­tiz­zi due con­cet­ti che mi stan­no par­ti­co­lar­men­te a cuo­re per­ché costi­tui­sco­no un filo ros­so che uni­sce tut­ti i capi­to­li. Il pri­mo è l’idea che l’Ucraina è tut­to­ra una ter­ra di con­fi­ne dato che al suo inter­no si incontrano/scontrano cul­tu­re diver­se e visio­ni geo­po­li­ti­che con­tra­stan­ti. L’eterno oscil­la­re tra Est e Ove­st, tra Rus­sia e UE, che ha carat­te­riz­za­to sto­ri­ca­men­te que­sta ter­ra e con­ti­nua a carat­te­riz­zar­la anco­ra oggi dice di un pae­se sicu­ra­men­te euro­peo, per­ché euro­pee sono le sue radi­ci, ma di “con­fi­ne”. Il secon­do è che nono­stan­te l’Ucraina sia il pae­se più este­so dell’Europa mol­te per­so­ne anco­ra la con­fon­do­no con la Rus­sia o la asso­cia­no a una ste­reo­ti­pa­ta imma­gi­ne di gri­gio­re post-sovie­ti­co. Il libro nasce anche per com­bat­te­re que­sti stereotipi.

Che chie­sa è quel­la bel­lis­si­ma dal­le cupo­le dora­te ritrat­ta sul­la coper­ti­na del libro?

È la Chie­sa di San­ta Cate­ri­na di Cher­ni­hiv, cit­tà a cir­ca 100 km da Kyiv. Fu fon­da­ta da un colon­nel­lo cosac­co nel 18° seco­lo in segno di gra­ti­tu­di­ne per la vit­to­ria con­se­gui­ta con­tro i Tur­chi. Sor­ge sot­to il Val, la cit­ta­del­la che costi­tui­va il nucleo cen­tra­le dell’antica Cher­ni­hiv. Le sue cin­que cupo­le dora­te, che luc­ci­ca­no in lon­ta­nan­za, dan­no il ben­ve­nu­to a chi arri­va qui venen­do dal­la capitale.

Cos’è rima­sto dell’epoca comu­ni­sta in Ucrai­na, e puoi dir­ci se gli ucrai­ni si sen­to­no vici­ni all’Occidente?

Sono tan­te le ere­di­tà dell’epoca comu­ni­sta che gra­va­no tut­to­ra sull’Ucraina. Alcu­ne di carat­te­re pura­men­te este­ti­co, come gli edi­fi­ci in sti­le costrut­ti­vi­sta o le sta­tue di Lenin pre­sen­ti nell’Ucraina cen­tra­le e orien­ta­le, altre più pro­fon­de, di carat­te­re antro­po­lo­gi­co che con­ti­nua­no a per­mea­re la men­ta­li­tà di mol­te per­so­ne, rap­pre­sen­tan­do a tut­ti gli effet­ti un fre­no all’emancipazione e alla moder­niz­za­zio­ne del pae­se. Ciò det­to, la coscien­za euro­pea e il sen­so di appar­te­nen­za al mon­do occi­den­ta­le si stan­no sem­pre più dif­fon­den­do nel­le cit­tà dell’Ovest di ascen­den­za polac­co-litua­na-asbur­gi­ca e più in gene­ra­le, un po’ in tut­to il pae­se, tra le nuo­ve generazioni.

Una del­le cit­tà più carat­te­ri­sti­che dell’Ucraina è Leo­po­li: per­ché è cosi importante?

Leo­po­li è for­se l’unica cit­tà in cui la tran­si­zio­ne dall’Ucraina post-sovie­ti­ca all’Ucraina euro­pea è già avve­nu­ta. Pro­va ne è l’efficienza dei ser­vi­zi che non ha egua­li nel resto del pae­se. Ovvia­men­te ci sono del­le pre­ci­se moti­va­zio­ni di ordi­ne sto­ri­co-cul­tu­ra­le che spie­ga­no que­sta ‘ecce­zio­na­le diver­si­tà’. In pri­mis la lega­cypolac­co-asbur­gi­ca e l’impermeabilità o qua­si — imper­mea­bi­li­tà del­la Gali­zia al pro­ces­so di rus­si­fi­ca­zio­ne-sovie­tiz­za­zio­ne, che ha inte­res­sa­to que­sta regio­ne nel secon­do dopo­guer­ra. Come scri­vo in un pas­so del libro “chi si avven­tu­ras­se a Lviv alla ricer­ca di scam­po­li di Unio­ne Sovie­ti­ca rimar­reb­be pro­fon­da­men­te deluso”.

Qua­li cul­tu­re e popo­la­zio­ni han­no con­vis­su­to nei seco­li in Ucraina?

Dav­ve­ro tan­te: arme­ni, gre­ci, rus­si, ser­bi, tata­ri, ebrei… Sto­ri­ca­men­te si par­te dagli Sci­ti, popo­la­zio­ne noma­de pre­cri­stia­na del­la step­pa tra il Don e il Dni­pro fino ad arri­va­re alle comu­ni­tà ita­lia­ne di Kerch in Cri­mea nell’800. Leo­po­li, Odes­sa e Cher­ni­v­tsi sono for­se le cit­tà più rap­pre­sen­ta­ti­ve di que­sto ecce­zio­na­le mel­ting pot. Pro­prio a Cher­ni­v­tsi, dove tra l’altro nac­que­ro gli scrit­to­ri Gre­gor Von Rez­zo­ri e Paul Celan, anco­ra oggi con­vi­vo­no ben ses­san­ta­cin­que diver­se nazionalità!

Qua­li sono i per­so­nag­gi sto­ri­ci e del­la cul­tu­ra più rap­pre­sen­ta­ti­vi dell’Ucraina e di cui anche l’Europa è debitrice?

L’Ucraina è un pae­se com­ples­so e stra­ti­fi­ca­to con una gran­de tra­di­zio­ne cul­tu­ra­le per cui non è faci­le rispon­de­re a que­sta doman­da. Se limi­tia­mo il discor­so solo agli intel­let­tua­li di lin­gua e cul­tu­ra ucrai­na farei tre nomi su tut­ti: Taras Shev­chen­ko, Ivan Franko e Lesya Ukray­in­ka. Ciò che li acco­mu­na, pur nel­la diver­si­tà dei per­cor­si, è l’avere fat­to cono­sce­re attra­ver­so la let­te­ra­tu­ra il loro pae­se, cer­can­do di anco­rar­lo alle avan­guar­die cul­tu­ra­li dell’epoca. Taras Shev­chen­ko, poe­ta ed eroe nazio­na­le, è una­ni­me­men­te con­si­de­ra­to uno degli espo­nen­ti più auto­re­vo­li del roman­ti­ci­smo europeo.

Cos’è sta­ta la tra­ge­dia dell’Holodomor?

Nel ter­ri­bi­le bien­nio 1932–1933 l’Ucraina – come testi­mo­nia­no anche i dispac­ci invia­ti a Roma da Ser­gio Gra­de­ni­go, con­so­le ita­lia­no nell’allora capi­ta­le Khar­kiv – fu col­pi­ta da una ‘care­stia arti­fi­cia­le’ pia­ni­fi­ca­ta dal regi­me sta­li­ni­sta per col­let­ti­viz­za­re le cam­pa­gne ster­mi­nan­do i kula­ki (pic­co­li pro­prie­ta­ri ter­rie­ri) e l’intellighenzia nazio­na­le. Il ter­mi­ne ucrai­no Holo­do­mor, che signi­fi­ca mor­te per fame, è com­po­sto di due paro­le holod – care­stia, fame – e mory­ty – ucci­de­re. Que­sto vero e pro­prio geno­ci­dio, occul­ta­to anche gra­zie alla com­pli­ci­tà dell’Occidente, ven­ne alla luce solo cinquant’anni più tar­di per la pres­san­te ope­ra di sen­si­bi­liz­za­zio­ne del­la Dia­spo­ra ucrai­na. Nel 1986, con l’uscita del libro The Har­ve­st of Sor­row del­lo sto­ri­co ame­ri­ca­no Robert Con­que­st, il gran­de pub­bli­co e le cer­chie gover­na­ti­ve occi­den­ta­li ven­ne­ro a cono­scen­za di que­sta ter­ri­bi­le tragedia.

In Ucrai­na è avve­nu­to un altro ster­mi­nio sco­no­sciu­to, il “geno­ci­dio dei Tata­ri”: di che cosa si tratta?

Quel­la dei tata­ri, così come quel­la che ave­va inte­res­sa­to due anni pri­ma, nel 1942, la comu­ni­tà ita­lia­na di Kerch, è una del­le tan­te tra­ge­die sco­no­sciu­te del­lo sta­li­ni­smo. Con il decre­to n. GKO5859 fir­ma­to da Josif Sta­lin l’11 mag­gio 1944 – un docu­men­to riser­va­to venu­to alla luce recen­te­men­te dall’archivio del KGB – il dit­ta­to­re geor­gia­no dà ini­zio alla secon­da fase del­la puli­zia etni­ca del­la Cri­mea. I meto­di usa­ti sono più o meno gli stes­si adot­ta­ti undi­ci anni pri­ma nei con­fron­ti dei con­ta­di­ni ucrai­ni duran­te la Gran­de Care­stia del ’32-’33. L’unica dif­fe­ren­za rispet­to al Holo­do­mor è la rapi­di­tà con cui si con­su­ma que­sta secon­da tra­ge­dia. Nel cor­so di un solo gior­no, il 18 mag­gio 1944, sen­za alcun pre­av­vi­so, don­ne, bam­bi­ni e anzia­ni ven­go­no get­ta­ti fuo­ri dal­le loro dimo­re, cari­ca­ti su dei camion e con­dot­ti alla più vici­na sta­zio­ne fer­ro­via­ria. Acca­ta­sta­ti come bestie den­tro vago­ni mer­ci, sono spe­di­ti in Asia Cen­tra­le, sugli Ura­li e nel­le aree più remo­te dell’URSS. Qua­si la metà dei depor­ta­ti – si par­la di cifre intor­no al 46% – non giun­ge­rà mai a desti­na­zio­ne. Fal­ci­dia­ti da fame, sete e malat­tie, mori­ran­no lun­go il tragitto.

Com’è nata la Rivo­lu­zio­ne Arancione?

La Rivo­lu­zio­ne Aran­cio­ne nasce come rispo­sta ai bro­gli elet­to­ra­li nel­le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del novem­bre 2004, in cui si con­fron­ta­va­no il can­di­da­to dell’opposizione Vik­tor Yush­chen­ko e l’attuale pre­si­den­te Vik­tor Yanu­ko­vych, spon­so­riz­za­to dal Crem­li­no e dal pre­si­den­te uscen­te Leo­nid Kuch­ma. Sul Mai­dan Neza­le­zh­no­sti di Kyiv una popo­la­zio­ne com­po­si­ta, fat­ta di stu­den­ti, pro­fes­sio­ni­sti, pre­ti unia­ti e orto­dos­si, mani­fe­sta­va paci­fi­ca­men­te per la demo­cra­zia chie­den­do la ripe­ti­zio­ne del voto. Il 3 dicem­bre la Cor­te Supre­ma Ucrai­na accol­se la tesi del can­di­da­to dell’opposizione Yush­chen­ko e annul­lò la con­sul­ta­zio­ne del 21 novem­bre ordi­nan­do la ripe­ti­zio­ne del bal­lot­tag­gio per il 26 dicem­bre. Yush­chen­ko vin­se, fu elet­to Pre­si­den­te e si aprì una nuo­va sta­gio­ne cari­ca di aspet­ta­ti­ve in par­te pur­trop­po disattese.

Per­ché a tuo avvi­so la sta­gio­ne aran­cio­ne non ha pro­dot­to i cam­bia­men­ti che la gen­te si aspettava?

Le moti­va­zio­ni alla base del par­zia­le fal­li­men­to del­la Rivo­lu­zio­ne Aran­cio­ne, dico par­zia­le per­ché comun­que quel­la sta­gio­ne è sta­ta carat­te­riz­za­ta da liber­tà di stam­pa, plu­ra­li­smo ed ele­zio­ni tra­spa­ren­ti – è ovvia­men­te ogget­to di dispu­te e stu­di tra gli storici.
Sicu­ra­men­te Vik­tor Yush­chen­ko si è rive­la­to un pre­si­den­te debo­le, che non  è riu­sci­to a impri­me­re il neces­sa­rio cam­bio di mar­cia per rige­ne­ra­re moral­men­te ed eco­no­mi­ca­men­te il Paese.
Doves­si evi­den­zia­re tre cau­se su tut­te cite­rei l’accesa riva­li­tà con l’ex allea­ta Yulia Tymo­shen­ko, il peri­me­tro  costi­tu­zio­na­le, volu­to dall’ex Pre­si­den­te Kuch­ma come con­di­tio sine qua non per la ripe­ti­zio­ne del voto, che ha limi­ta­to for­te­men­te i pote­ri di Yush­chen­ko una vol­ta in cari­ca e last but not lea­st l’incapacità del Pre­si­den­te di sce­glier­si con­si­glie­ri lea­li e capaci.

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I luoghi di Schulz

L’indice di libri del mese | Saba­to 1 dicem­bre 2012 | Dona­tel­la Sas­so |

La pas­sio­ne per un luo­go, per una lin­gua, per un’atmosfera sospe­sa fra sapo­ri e colo­ri nasce come un’amicizia e for­se anche come un amo­re. Un incon­tro pro­pi­zio, che non si esau­ri­sce nel­lo spa­zio di qual­che sug­ge­stio­ne, ma che impo­ne a gran voce di esse­re appro­fon­di­to, inve­sti­ga­to, com­pre­so. Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, foto­gior­na­li­sta e scrit­to­re free­lan­ce, viag­gia per la pri­ma vol­ta in Ucrai­na nel 2004. È la curio­si­tà a chia­mar­lo, ma sarà solo l’inizio di nume­ro­se altre spe­di­zio­ni in ter­ra di con­fi­ne, per­ché Ucrai­na signi­fi­ca pro­prio que­sto: con­fi­ne. Ter­ra di mez­zo e di con­qui­sta, con­te­sa tra Rus­sia, regno di Polo­nia, gran­du­ca­to di Litua­nia, impe­ri asbur­gi­co e sovie­ti­co, è spes­so sta­ta con­fu­sa, attri­bui­ta ad altri mon­di e ad altri desti­ni nazio­na­li. Che Gogol’ e Bul­ga­kov sia­no ori­gi­na­ri di li non è dato uni­ver­sal­men­te acqui­si­to, che in Ucrai­na non si par­li solo il rus­so, ma anche l’ucraino, idio­ma auto­no­mo più simi­le alle lin­gue sla­ve del Sud che al rus­so, non sem­pre si rammenta.

Ed è pro­prio su que­sto equi­vo­co di inde­ter­mi­na­tez­za che si sono gio­ca­te, in pas­sa­to come oggi, riven­di­ca­zio­ni di auto­no­mia e pre­te­se ege­mo­ni­che pro­ve­nien­ti da lon­ta­no. La rivo­lu­zio­ne aran­cio­ne del 2004 con la vit­to­ria di Yush­chen­ko ave­va indot­to a pen­sa­re a una demo­cra­tiz­za­zio­ne del pae­se e a un avvi­ci­na­men­to all’Europa e alle sue isti­tu­zio­ni. La Spe­ran­za è dura­ta poco, il pre­si­den­te è sta­to sop­pian­ta­to da Yanu­ko­vych, allea­to del­la Rus­sia di Putin è gran­de scon­fit­to nel 2004, che alle ele­zio­ni del 2010 ha con­qui­sta­to il pote­re con­su­man­do le pro­prie rivin­ci­te. In pri­mo luo­go con il pro­ces­so per abu­so di pote­re e la con­dan­na all’ex pre­mier Yulia Tymo­shen­ko, un pro­ces­so defi­ni­to a livel­lo loca­le e inter­na­zio­na­le “poli­ti­co”, pri­vo di garan­zie e con gra­vi vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni. Di Pasqua­le trat­ta anche di que­sto, ma non offre ne un sag­gio di sto­ria, ne una rifles­sio­ne poli­ti­ca. Le sue sono impres­sio­ni di viag­gio, ricer­che e sco­per­te che si scam­bia­no cro­no­lo­gi­ca­men­te l’ordine di appa­ri­zio­ne, incon­tri fuga­ci e lun­ghe inter­vi­ste con scrit­to­ri, gior­na­li­sti e impren­di­to­ri, not­ti in hotel fati­scen­ti, ma fasci­no­si, viag­gi in mar­sh­ru­t­ky, mini­bus per il tra­spor­to pub­bli­co, len­ti e obso­le­ti. Ogni capi­to­lo è dedi­ca­to a una cit­tà, da ove­st ver­so est e ritor­no. Ne esce il ritrat­to di un pae­se amma­lian­te: alle archi­tet­tu­re mit­te­leu­ro­pee di Leo­po­li si alter­na­no le gri­gie peri­fe­rie nel per­fet­to sti­le del rea­li­smo socia­li­sta, Bru­no Schulz e Vasi­ly Gross­man mostra­no i luo­ghi del­le loro scrit­tu­re, le note gastro­no­mi­che san­no di Orien­te, le cupo­le del­le chie­se orto­dos­se sono dorate.

Come in altri pae­si dell’ex Unio­ne Sovie­ti­ca, anche qui le con­trap­po­si­zio­ni poli­ti­che e cul­tu­ra­li si muo­vo­no spes­so sui recu­pe­ro o sull’occultamento di avve­ni­men­ti sto­ri­ci, miti fon­da­to­ri ed eroi con­te­si. E l’Ucraina gron­da sto­ria da ogni zol­la di ter­ra. Di Pasqua­le rie­vo­ca i movi­men­ti auto­no­mi­sti dell’Ottocento, la tra­ge­dia del­lo Holo­do­mor, la care­stia indot­ta da Sta­lin negli anni tren­ta, le occu­pa­zio­ni nazi­sta e sovie­ti­ca, la Shoah, Cher­no­byl. L’Ucraina è tut­to que­sto: dolo­re, pote­ri for­ti con­cen­tra­ti in poche mani, pover­tà dif­fu­sa, ma soprat­tut­to ter­ra da sco­pri­re, estre­mo lem­bo d’Europa che chie­de di esse­re riconosciuto.

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Ucraina, Terra di Confine. Viaggi nell’Europa Sconosciuta” di Massimiliano Di Pasquale

Ucrai­na Cisal­pi­na (con l’accento sul­la i) | Mer­co­le­dì, 24 otto­bre 2012 | Gabrie­le Papalia |

Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne o Ucrai­ne ter­re di confine? 

Que­sto è ciò che mi è venu­to in men­te finen­do il bel libro di Mas­si­mi­lia­no Di Pasquale.
Un libro che è reso­con­to di viag­gio, dichia­ra­zio­ne di amo­re e di spe­ran­za ver­so il pae­se “male­det­to dal­la step­pa”: un’opera che sve­la real­tà, vite e desti­ni ine­di­ti all’interno di quel pae­se cono­sciu­to ad occi­den­te come Ucraina.
Chi pen­sa all’Ucraina in gene­re ha in men­te la Rus­sia, facen­do un para­go­ne ine­sat­to e fuor­vian­te ma ine­vi­ta­bi­le, dato che in que­sto modo il pae­se ci è sem­pre sta­to rap­pre­sen­ta­to dal­la tele­vi­sio­ne gene­ra­li­sta e dall’istruzione obbligatoria.
E que­sto ha fat­to appa­ri­re l’Ucraina come un eter­no sta­to peri­fe­ri­co, una ter­ra “appar­te­nen­te al con­fi­ne” rus­so, una por­zio­ne geo­gra­fi­ca senz’anima con qual­che cit­tà famo­sa per­ché orbi­tan­te intor­no al mon­do dei gran­di russi.

Ma che pae­se è l’Ucraina? 

Ce lo rac­con­ta Di Pasqua­le con i suoi appun­ti trac­cia­ti nel cor­so di que­sti anni a bor­do di mash­ru­t­ke sgan­ghe­ra­te (i miti­ci pul­mi­ni che fan­no da taxi nei pae­si dell’ex URSS), tre­ni che per l’atmosfera ricor­da­no tem­pi anda­ti (solo per noi occi­den­ta­li) con gen­te acco­glien­te e talo­ra impre­ve­di­bi­le, in hotel dal gusto mit­tleu­ro­peo dell’Ucraina occi­den­ta­le fino agli alber­ghi più inspe­ra­ti e “squal­li­da­men­te subli­mi” diDni­pro­pe­tro­v­sk e qual­che altra cit­tà che puz­za di car­bo­ne e acciaio.
Per chi ha visi­ta­to que­sti posti — ma anche per chi non lo ha mai fat­to — sem­bre­rà di entra­re nel vivo del­la sce­na di que­sti rac­con­ti di viaggio.

Dopo la let­tu­ra di “Ucrai­na Ter­ra di Con­fi­ne”, a mol­ti ver­rà voglia di visi­ta­re que­sto pae­se; i pro­fa­ni si stu­pi­ran­no di quan­ta cul­tu­ra, civil­tà, bel­lez­za e pro­fon­di­tà sia par­te inte­gran­te del popo­lo ucrai­no. Ma anche di quan­te tra­ge­die e di quan­ti desti­ni di vita sia­no sta­ti dimen­ti­ca­ti, oppor­tu­na­men­te cela­ti all’Europa e talo­ra anche all’Ucraina stes­sa da par­te dell’ingombrante e par­zia­le pro­pa­gan­da russa.

Ucrai­na ter­ra di con­fi­ni: soprat­tut­to mentali 

L’Ucraina è Euro­pa ma per alcu­ni è anco­ra trop­po lon­ta­na, trop­po ine­splo­ra­ta, trop­po “ma una vol­ta que­sta par­te del mon­do appar­te­ne­va all’Unione Sovie­ti­ca”: geo­gra­fi­ca­men­te con­qui­sta­ta con vio­len­za dai rus­si — lo si dovreb­be ammet­te­re sen­za dif­fi­col­tà al gior­no d’oggi — que­sto con­fi­ne men­ta­le di equi­pa­ra­re Rus­si e Ucrai­na, non è anco­ra sta­to superato.
E allo­ra leg­gen­do e medi­tan­do intor­no a que­sto pae­se, ci si pone del­le doman­de anche sul­la pro­pria iden­ti­tà: che cos’è Euro­pa, dov’è il con­fi­ne? Dove ini­zia e quan­do fini­sce? Che cos’è che deter­mi­na il ter­ri­to­rio comu­ne tra noi e l’Ucraina?
L’autore impli­ci­ta­men­te ci dà la rispo­sta por­tan­do alla cono­scen­za, per chi è digiu­no di que­sti luo­ghi, che un tem­po Lviv fu anche Leo­po­li e Lem­berg sot­to il domi­nio asbur­gi­co, e ita­lia­ni e arme­ni era­no soli­ti visi­ta­re e abi­ta­re que­ste ter­re; che cit­tà comeLutsk e Kamya­ne­ts Podil­sky gode­va­no del Dirit­to di Mag­de­bur­go ma anche del­la bene­di­zio­ne del Pon­te­fi­ce di Roma e per seco­li ter­ri­to­rio con­te­so tra regnan­ti polac­chi all’ultima fron­tie­ra col nemi­co ottomano.
Per­man­go­no però mol­te cose in Ucrai­na che non appa­io­no “euro­pee” e han­no più il gusto misti­co estre­mi­sta che, in alcu­ni casi, con­trad­di­stin­gue cer­ti modi di pen­sa­re sla­vo orientali: dal movi­men­to di Asgar­da, effi­ca­ce­men­te ripor­ta­to dall’autore, all’uso inu­til­men­te auto­ri­ta­rio del­le isti­tu­zio­ni gover­na­ti­ve e dei por­ti­nai degli alber­ghi ai pro­cla­mi con­ti­nui che ogni cosa è “nasha” (nostra): nasha piva (nostra bir­ra), nasha Ucrai­nanasha stra­nà (nostro pae­se).
E però a Lviv non si respi­ra l’aria auto­ri­ta­ria di Mosca ma nem­me­no a Done­tsk.
Done­tsk non si sen­te Rus­sia e que­sto è riba­di­to da Di Pasqua­le, seb­be­ne i lega­mi tra que­sta cit­tà del Don­bas e la Fede­ra­zio­ne Rus­sa sia­no tra­di­zio­nal­men­te e cul­tu­ral­men­te mol­to stretti.
Ucrai­na come con­fi­ne tra due real­tà ed enti­tà cul­tu­ra­li (una occi­den­ta­le, mit­tleu­ro­pea e l’altra rus­sa e orto­dos­sa): è un pae­se ibri­do, come un colo­re mischia­to che par­te da colo­ri puri e si dis­sol­ve in sfu­ma­tu­re del tut­to particolari.
A que­sto è dovu­to l’innegabile fasci­no di que­sto pae­se: di non esse­re mono­to­no e predeterminato.
Si rischia il mani­co­mio ad affron­ta­re tema­ti­che iden­ti­ta­rie su que­sto pae­se ma senz’altro si può dire che Mas­si­mi­lia­no abbia col­to il pun­to essen­zia­le del­la que­stio­ne iden­ti­ta­ria di que­sto popolo:

il popo­lo ucrai­no è “con­ta­mi­na­to” nel bene e nel male 

Ucrai­na ter­ra inva­sa, ter­ra di con­vi­ven­za paci­fi­ca ma anche di mas­sa­cri, ter­ra libe­ra­ta e da libe­ra­re, ter­ra inqui­na­ta dal nuclea­re e dal­le fab­bri­che del suo lato orientale.
Una con­ta­mi­na­zio­ne chia­ra e resa evi­den­te nel­le pagi­ne del libro attra­ver­so diver­si aspet­ti su cui l’autore si foca­liz­za: la let­te­ra­tu­ra, l’architettura e le etnie che in que­sta ter­ra abi­ta­no, han­no abi­ta­to il suo­lo ucrai­no e l’hanno inde­le­bil­men­te condizionato.
Ebrei, tede­schi, arme­ni, ucrai­ni, polac­chi, unghe­re­si, sci­ti, rus­si, tata­ri, geno­ve­si, cau­ca­si­ci: tut­ti a loro modo han­no con­tri­bui­to alla for­ma­zio­ne di quel­lo che è il più gran­de pae­se di Euro­pa per esten­sio­ne geografica.
Di Pasqua­le ren­de ono­re alle vit­ti­me del disa­stro di Chor­no­byl, l’ultima (e male­det­ta) con­ta­mi­na­zio­ne di que­sta ter­ra, il lasci­to più ter­ri­bi­le che l’URSS abbia mai potu­to trasmetterci.

Crea­zio­ne che risve­glia dall’oblio e che ci avvi­ci­na a un popolo.

Chi è digiu­no del­la sto­ria di que­sto pae­se tro­ve­rà modo di com­pren­de­re meglio il com­ples­sis­si­mo mosai­co di cui si com­po­ne que­sta terra.
Il libro di Di Pasqua­le è anche un modo per non dimen­ti­ca­re le tra­ge­die del popo­lo ucrai­no (e lo fa sapien­te­men­te, in modo da non incor­re­re nel rischio di raf­fi­gu­ra­re l’Ucraina come un pae­se vit­ti­mi­sta che si pian­ge sem­pre addos­so e par­la solo del­le sue disgrazie).
Tra le tra­ge­die del pas­sa­to di cui si par­la – e che è comun­que d’obbligo citar­le —  non c’è sola­men­te quel­la del popo­lo ucrai­no (holo­do­mor) e del popo­lo ebrai­co ma anche quel­la dei tata­ri e degli ita­lia­ni di Cri­mea avve­nu­ta ai tem­pi di Stalin.
Anche la Cri­mea, infat­ti, è Ucrai­na e con­fi­ne dell’Europa soprat­tut­to per un moti­vo: si pos­so­no trat­ta­re le tema­ti­che del­la depor­ta­zio­ne dei tata­ri e degli ita­lia­ni di Cri­mea dal momen­to in cui la peni­so­la è con­trol­la­ta e gesti­ta da Kiev e non da Mosca.
Dif­fi­cil­men­te sareb­be­ro sta­te pos­si­bi­li del­le inda­gi­ni così appro­fon­di­te se la Cri­mea al gior­no d’oggi fos­se appar­te­nu­ta ai rus­si (a loro è dovu­ta la con­qui­sta di que­sta peni­so­la, un tem­po appar­te­nu­ta ai Khan di Cri­mea), assai poco incli­ni ai mea culpa.
Vie­ne ripor­ta­to anche come la peni­so­la resta con­te­sa tra una dia­spo­ra riap­pro­pria­ta­si del­la sua patria e una par­te di Rus­sia di stam­po bel­li­ci­sta che la rivor­reb­be ter­ri­to­rio colo­nia­le pan­rus­so (nasha).
La pre­sen­za del popo­lo ucrai­no e la pro­prie­tà odier­na del­la peni­so­la a Kiev, for­tu­na­ta­men­te, non per­met­te la rea­liz­za­zio­ne di que­sta scemenza.

Un omag­gio all’ucrainicità 

Di Pasqua­le non nascon­de le sue pas­sio­ni nel­la nar­ra­zio­ne: la giu­sta atten­zio­ne dedi­ca­ta alle bel­le ragaz­ze del luo­go, il suo inte­res­se per il fol­clo­re e i costu­mi del­la gen­te loca­le, lo stra­no gusto este­ti­co — da me con­di­vi­so — per le orro­ri­fi­che archi­tet­tu­re sovie­ti­che di mol­te città.
Con la sua pre­di­le­zio­ne per il mon­do del­la let­te­ra­tu­ra poi, vie­ne resa giu­sti­zia a poe­ti ed intel­let­tua­li nazio­na­li come Ivan Franko, Anna Ahma­to­va, Lesya Ukray­in­ka, Taras Shev­chen­ko e altri auto­ri impor­tan­ti ma a noi poco cono­sciu­ti (uno su tut­ti l’ebreo Bru­no Schulz).
Ven­go­no esa­mi­na­ti in modo del tut­to par­ti­co­la­re i luo­ghi sacri dell’ortodossia come ilavra di Pochay­iv e Kyiv (Kiev) e a que­ste tema­ti­che impe­gna­te ci sono sem­pre degli age­vo­li inter­mez­zi in cui l’autore fa le sue con­si­de­ra­zio­ni, suda, si irri­ta per i prez­zi esa­ge­ra­ti dei taxi e con­trat­ta o si ripo­sa assa­po­ran­do i gusto­si ed eccel­len­ti cibi ucrai­ni, tata­ri e georgiani.
Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le ha reso omag­gio e ono­re, con il suo libro, al popo­lo ucrai­no ma anche a noi ita­lia­ni: agli ucrai­ni ha dato una car­ta in mano per esse­re capi­ti e rispet­ta­ti, ad esse­re con­si­de­ra­ti come un popo­lo di una nazio­ne a tut­ti gli effet­ti, con una loro sto­ria, una loro lin­gua e una loro pecu­lia­re visio­ne del mon­do distin­ta dai vici­ni di casa (sia­no essi rus­si, polac­chi o rumeni).
Così poco si è volu­to far sape­re di que­sta par­te del mon­do in cui è l’Ucraina che ogni pub­bli­ca­zio­ne divul­ga­ti­va, per la nostra socie­tà, è come una man­na dal cie­lo per tut­ti noi.
Agli ita­lia­ni, inve­ce, con que­sta pub­bli­ca­zio­ne vie­ne data la pos­si­bi­li­tà di usci­re dai soli­ti luo­ghi comu­ni che su que­sto pae­se abbon­da­no e sono sem­pre gli stes­si (inu­ti­le elen­car­li, il let­to­re gli ha già nel­la sua testa).
Con­si­glio a tut­ti que­sta let­tu­ra per com­pren­de­re meglio l’Ucraina, un pae­se che ha gran­dis­si­ma impor­tan­za per l’Europa tut­ta: dal pun­to di vista cul­tu­ra­le non­ché geo­po­li­ti­co (e quest’ultimo pun­to è assai chia­ri­to da Di Pasqua­le in alcu­ne sezio­ni dedi­ca­te alla poli­ti­ca ucrai­na contemporanea).
Quel­lo che però mi affa­sci­na di più dell’opera del gior­na­li­sta pesa­re­se è come, in modo diver­ten­te, intel­li­gen­te e appas­sio­nan­te, sia sta­to in gra­do di por­ta­re a far com­pren­de­re al let­to­re cosa signi­fi­chi tro­var­si in una ter­ra irri­sol­ta che è al tem­po stes­so un con­fi­ne cul­tu­ra­le e territoriale.
l’Ucraina con­tie­ne due ani­me ma vuo­le esse­re un uni­ta e indi­pen­den­te in una Euro­pa rispet­to­sa e che tute­li la sua calei­do­sco­pi­ca sovra­ni­tà e iden­ti­tà nazio­na­le: occi­den­ta­le, cat­to­li­ca, mid­de­leu­ro­pea, sla­va orien­ta­le, orto­dos­sa, ucrai­no­fo­na, rus­so­fo­na, tata­ra, ungherese…..

Mi fer­mo qui, sareb­be inu­ti­le con­ti­nua­re: a voi il pia­ce­re di assa­po­ra­re la let­tu­ra di que­sto mera­vi­glio­so e indi­spen­sa­bi­le libro per una più age­vo­le com­pren­sio­ne di que­sto gran­de e intri­ca­to pae­se che è l’Ucraina!

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Ucraina terra di confine”, il nuovo viaggio di Massimiliano Di Pasquale

| affaritaliani.it | Vener­dì 14 set­tem­bre 2012 |

Leg­gen­do Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne. Viag­gi nell’Europa sco­no­sciu­ta di Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le – scri­ve Oxa­na Pachlo­v­ska, docen­te di Ucrai­ni­sti­ca all’Università “La Sapien­za” di Roma – mi veni­va­no sem­pre in men­te cer­te figu­re sto­ri­che più o meno note degli instan­ca­bi­li viag­gia­to­ri ita­lia­ni gra­zie ai qua­li noi abbia­mo reso­con­ti affa­sci­nan­ti dell’Est euro­peo o dell’Asia. In quei rac­con­ti di diver­si Mar­co Polo degni di miglior for­tu­na ci pote­va­no esse­re ine­sat­tez­ze o incom­ple­tez­ze, ma non man­ca­va mai la volon­tà sin­ce­ra di capi­re l’Altro, di instau­ra­re con lui un dialogo.

Lo spi­ri­to che infor­ma Di Pasqua­le – che fa pro­pria la lezio­ne di gran­di nar­ra­to­ri di viag­gio come Chat­win, Kapuś­ciń­ski e Ter­za­ni – scri­ve anco­ra Pachlo­v­ska è quel­lo di “un Mar­co Polo moder­niz­za­to che non man­ca mai di stu­pir­ci in que­sta sua ope­ra disin­vol­ta e accat­ti­van­te, sem­pre lon­ta­na come non mai dal­la bana­li­tà di tan­te gui­de turi­sti­che che van­no per la maggiore”.

Il testo, intri­so di riman­di let­te­ra­ri, di discor­si con per­so­nag­gi noti e ano­ni­mi, di inter­vi­ste e mere chiac­chie­re coi pas­san­ti, è un pat­ch­work fasci­no­so capa­ce di resti­tui­re la cifra ’sin­co­pa­ta’ di un pae­se polie­dri­co e dal­le infi­ni­te sfac­cet­ta­tu­re. L’Ucraina rac­con­ta­ta dall’autore in un libro impre­zio­si­to da un inser­to foto­gra­fi­co di ben 16 pagi­ne cura­to dal­lo stes­so Di Pasqua­le, è un pae­se nuo­vo e dina­mi­co che tra acce­le­ra­zio­ne e fer­ma­te, stop and go, sta cer­can­do, non sen­za dif­fi­col­tà, di lasciar­si alle spal­le la pati­na bru­mo­sa del post-tota­li­ta­ri­smo per diven­ta­re sog­get­to del­la Storia.

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Ucraina terra di confine”: guida elegante e snob, firmata Max Di Pasquale [Il Sirente, 2012]

Tisca­li Social News | Lune­dì 25 giu­gno 2012 | Gian­fran­co Fran­chi |

Si par­la di Ucrai­na, da qual­che anno a que­sta par­te, addi­rit­tu­ra al di qua del­le Alpi, nel nostro infe­li­ce, pre­sun­tuo­so bel­pae­se; tut­to è comin­cia­to con un vec­chio spot, cre­do del Cor­rie­re del­la Sera, in cui un’astronave cade­va pro­prio sul ter­ri­to­rio d’una del­le nazio­ni nate dal­la disgre­ga­zio­ne dell’impero sovie­ti­co – appa­ri­va una vec­chia con­ta­di­na che inse­gna­va a dire “Ucrai­na” non sol­tan­to agli astro­nau­ti rus­si, ma agli ita­lia­ni al gran com­ple­to. Da que­sta pri­ma, robu­sta [si fa per dire] aper­tu­ra noial­tri ita­lia­ni abbia­mo dedi­ca­to pro­gres­si­vo, cre­scen­te spa­zio ai cal­cia­to­ri ucrai­ni [Shev­chen­ko in pri­mis], alle pit­to­re­sche pro­te­ste nude del­le neo­fem­mi­ni­ste ucrai­ne, le cele­ber­ri­me Femen, al colo­re del­la rivo­lu­zio­ne demo­cra­ti­ca di qual­che anno fa [“aran­cio­ne”], sco­pren­do en pas­sant, con negli­gen­za com­pli­ce, una depor­ta­zio­ne d’una popo­la­zio­ne ita­lia­na di Cri­mea [va da sé, per mano socia­li­sta, intel­li­gen­za sta­li­ni­sta] e for­se qual­che memo­ria degli anni bel­li di Feo­do­sia, vale a dire del­la Caf­fa geno­ve­se. Vie­ne a que­sto pun­to a col­ma­re le nostre carat­te­ri­sti­che lacu­ne tri­co­lo­ri un sag­gio del gior­na­li­sta e scrit­to­re mar­chi­gia­no Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, clas­se 1969: “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne”, pub­bli­ca­to dai tipi del Siren­te nel­la pri­ma­ve­ra 2012, è una gui­da intel­li­gen­te, snob e appas­sio­nan­te. È una gui­da che vie­ne a par­lar­ci di una ter­ra dal­la sto­ria com­ples­sa, mul­tiet­ni­ca e mul­ti­cul­tu­ra­le, bene­det­ta da un buon nume­ro di let­te­ra­ti di fama inter­na­zio­na­le, di gran­de rile­van­za stra­te­gi­ca nel con­cer­to euro­peo; è un libro che ci alfa­be­tiz­za a dove­re sul­la que­stio­ne Tymošen­ko, sen­si­bi­liz­zan­do­ci da ogni pun­to di vista, e ammo­nen­do­ci sull’opportunità di non sot­to­va­lu­tar­ne le impli­ca­zio­ni; è un sag­gio che rac­con­ta quan­to ter­ri­bi­le sia la nega­zio­ne o la ridu­zio­ne del­la memo­ria del geno­ci­dio degli ucrai­ni per mano socia­li­sta sovie­ti­ca, l’Holo­do­mor, e quan­to roman­ti­ca sia la memo­ria dell’antico regno dei Rus’ di Kiev, gran­de ami­co di Costan­ti­no­po­li; è un gran­de atto d’amore di un let­te­ra­to ita­lia­no appas­sio­na­to di cul­tu­ra ucrai­na – vero pon­te pop tra l’Italia e l’Ucraina. For­se l’unico sin qui emer­so a un cer­to livello.

Ucrai­na. Ter­ra di con­fi­ne”, come osser­va la docen­te di ucrai­ni­sti­ca Oxa­na Pachlo­v­ska, nel­la post­fa­zio­ne, è un libro che lascia gran­de spa­zio alle remi­ni­scen­ze e agli aned­do­ti let­te­ra­ri, pre­fe­ren­do sem­pre rivol­ger­si a un pub­bli­co com­pe­ten­te, dis­se­mi­nan­do con ele­gan­za omag­gi e rife­ri­men­ti a Gogol, al gali­zia­no asbur­gi­co Jose­ph Roth, a Sta­ni­slaw Lem, a Bru­no Schulz, a Michail Bul­ga­kov, a Gre­gor von Rez­zo­ri e a von Sacher-Masoch. Ma si sco­pro­no figu­re pro­ba­bil­men­te meno note, da que­ste par­ti, come Ivan Franko, arte­fi­ce del rin­no­va­men­to let­te­ra­rio ucrai­no di tar­do Otto­cen­to – in suo ono­re la cit­tà di Sta­ny­sla­viv è diven­ta­ta Iva­no-Frank­i­v­sk – e fau­to­re d’un’Ucraina libe­ra e demo­cra­ti­ca, nemi­ca del mar­xi­smo: mar­xi­smo che quel gran­de ave­va già sta­na­to: “reli­gio­ne dog­ma­ti­ca fon­da­ta sull’odio e la lot­ta di clas­se”, scri­ve­va, ben pri­ma del­la car­ne­fi­ci­na sovie­ti­ca del Nove­cen­to. Oppu­re, si sco­pro­no figu­re come Taras Shev­chen­ko, poe­ta ed eroe nazio­na­le ucrai­no, mor­to a Pie­tro­bur­go nel 1861; si trat­ta di un ere­de del­la tra­di­zio­ne dei Kob­zar, spie­ga Di Pasqua­le, vale a dire i “miti­ci can­ta­sto­rie ucrai­ni”. Ed è uno che ha sapu­to dire “lot­ta­te e vin­ce­re­te” non solo all’Ucraina, ma alla Polo­nia, alla Let­to­nia, all’Estonia, alla Litua­nia, alla Mol­do­va, ai popo­li del Cau­ca­so e dell’Asia, agli stes­si Rus­si [p. 101]. Un ribel­le demo­cra­ti­co e anti­cle­ri­ca­le – nemi­co dell’imperialismo rus­so, ami­co del popolo.

Ho tro­va­to bel­le e ispi­ra­te le pagi­ne sul­le cit­tà di Leo­po­li e Kyiv (Kyev), su Seba­sto­po­li, Odes­sa e Yal­ta; roman­ti­che le note sul “Robin Hood dei Car­pa­zi”, Olek­sa Dov­bush, già omag­gia­to da una novel­la di von Sacher-Masoch; mici­dia­li le note sul­le Asgar­da, e sul­la rea­le nazio­na­li­tà del­le Amaz­zo­ni; equi­li­bra­te e tri­sti le pagi­ne sul­la Shoah, e sul disa­stro nuclea­re di Cher­no­byl [già: è in Ucrai­na, non in Rus­sia], e one­ste e luci­de le epi­so­di­che pun­zec­chia­te anti­so­vie­ti­che, fon­da­te su argo­men­ta­zio­ni serie e su una docu­men­ta­zio­ne tosta. Tor­ne­rò sen­za dub­bio a con­sul­ta­re que­sto testo. Muo­vo un’ovvia cri­ti­ca: man­ca un’indice dei nomi – ciò è incom­pren­si­bi­le, e sba­glia­to – e un’altra, for­se meno ovvia; vale a dire che ogni tan­to ho sof­fer­to un po’ che qual­che capi­to­lo fos­se sta­to scrit­to cin­que o sei anni fa, e altri inve­ce più di recen­te. S’è trat­ta­to d’un cor­to­cir­cui­to comun­que non fasti­dio­so – sol­tan­to, ovvia­men­te, perio­di­ca­men­te sensibile.

Spe­ria­mo dav­ve­ro che a par­ti­re da que­sto sag­gio in tan­ti s’avvicinino con altro entu­sia­smo a que­sta ter­ra di fron­tie­ra [“u-krayi-na” è un’etimo che non tra­di­sce, accen­na l’autore a pagi­na 217], accan­to­nan­do per­ples­si­tà e pre­giu­di­zi sul gri­gio­re ere­di­ta­to dal­la vec­chia Urss: la coper­ti­na, con quel­la bel­la Chie­sa di San­ta Cate­ri­na di Cher­ni­hiv, è una veri­di­ca pro­mes­sa di ele­gan­za, cul­tu­ra e viva­ci­tà. Dimen­ti­ca­vo – mol­to ben fat­to l’inserto fotografico.

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Perché non si produce più petrolio

Pino Buon­gior­no The Glo­ba­li­st | Vener­dì 6 giu­gno 2008 | Pino Buongiorno |

Flash dal mon­do del petro­lio. A San Pao­lo del Bra­si­le la com­pa­gnia sta­ta­le Petro­bras annun­cia di aver sco­per­to un immen­so gia­ci­men­to di greg­gio a 7mila metri di pro­fon­di­tà, nel baci­no San­tos, con un poten­zia­le, tut­to da veri­fi­ca­re, di 33 miliar­di di bari­li. Tan­to quan­to baste­reb­be per fare entra­re il Bra­si­le nel club dei 10 mag­gio­ri espor­ta­to­ri di ener­gia al mondo. 
Cam­bia­mo con­ti­nen­te ed andia­mo in Afri­ca. A Poin­te Noi­re, in Con­go, l’amministratore dele­ga­to dell’Eni Pao­lo Sca­ro­ni fir­ma un accor­do con il gover­no di Braz­za­vil­le per rica­va­re oli non con­ven­zio­na­li dal­lo sfrut­ta­men­to del­le sab­bie bitu­mi­no­se in un’area di 1790 chi­lo­me­tri quadrati. 
Men­tre in una sola set­ti­ma­na acca­de tut­to que­sto, a Pari­gi l’Agenzia inter­na­zio­na­le dell’energia (Aie) fa tra­pe­la­re i pri­mi risul­ta­ti-shock di una ricer­ca su 400 fra i mega­de­po­si­ti mon­dia­li di oro nero. Gli esper­ti dell’Aie sono allar­mi­sti per­ché pre­ve­do­no che la futu­ra offer­ta di petro­lio si ridur­rà note­vol­men­te. Con­tro gli attua­li 87 milio­ni di bari­li con­su­ma­ti ogni gior­no ne occor­re­reb­be­ro 116 milio­ni nel 2030 per soste­ne­re la doman­da mon­dia­le, spin­ta soprat­tut­to dal­la cre­sci­ta di Cina e India. Inve­ce l’invecchiamento pro­gres­si­vo dei poz­zi e la dimi­nu­zio­ne degli inve­sti­men­ti pro­dur­ran­no non più di 100 milio­ni di barili. 
L’ultimo flash è scat­ta­to a Washing­ton, dove i depu­ta­ti e i sena­to­ri met­to­no quo­ti­dia­na­men­te sul­la gri­glia i boss di “Big Oil” (i quat­tro colos­si mon­dia­li del petro­lio). Li accu­sa­no di rea­liz­za­re pro­fit­ti smi­su­ra­ti a sca­pi­to degli auto­mo­bi­li­sti e di spen­de­re trop­po poco per lo svi­lup­po di nuo­vi gia­ci­men­ti e soprat­tut­to per la ricer­ca di fon­ti di ener­gia alter­na­ti­ve. Il più ber­sa­glia­to è il pre­si­den­te e ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to di Exxon Mobil, Rex Til­ler­son, che l’anno scor­so ha fat­to con­qui­sta­re alla sua mul­ti­na­zio­na­le un record mai rag­giun­to nel­la sto­ria del capi­ta­li­smo: 40,6 miliar­di di uti­li. Per nul­la inti­mo­ri­to dal­la con­tem­po­ra­nea ribel­lio­ne dei discen­den­ti del­la fami­glia Roc­ke­fel­ler, fra i mag­gio­ri azio­ni­sti, che chie­do­no “una svol­ta ver­de”, Til­ler­son con­trat­tac­ca e pun­ta l’indice con­tro lo stes­so Geor­ge W. Bush per­ché è anda­to a Riad a chie­de­re al monar­ca sau­di­ta di pom­pa­re più greg­gio quan­do inve­ce avreb­be dovu­to fare di più per aumen­ta­re la pro­du­zio­ne in Ame­ri­ca, in par­ti­co­la­re, al lar­go del­le coste del­la Flo­ri­da e del­la California. 
“Sia­mo al momen­to del­la veri­tà soprat­tut­to per le com­pa­gnie petro­li­fe­re” spie­ga a “Pano­ra­maSte­ve LeVi­ne, uno dei prin­ci­pa­li ana­li­sti del set­to­re, auto­re del bestsel­ler “The Oil and the Glo­ry”, dedi­ca­to al “Gran­de gio­co” del petro­lio nel Cau­ca­so, che sarà pre­sto pub­bli­ca­to anche in Ita­lia. “C’è in que­sto momen­to una gran­de ansia e con­tem­po­ra­nea­men­te un cer­to entu­sia­smo per sco­pri­re poz­zi fino­ra ine­splo­ra­ti e anche risor­se non con­ven­zio­na­li, come il petro­lio pesan­te del baci­no dell’Orinoco in Vene­zue­la e le sab­bie bitu­mi­no­se del­la pro­vin­cia di Alber­ta, in Cana­da, e del Con­go. Ma la cor­sa vera e pro­pria non è anco­ra scat­ta­ta. Ini­zie­rà solo quan­do le com­pa­gnie capi­ran­no a qua­li nuo­vi con­di­zio­ni dovran­no trat­ta­re con i gran­di pae­si pro­dut­to­ri di petro­lio e di gas natu­ra­le, come l’Arabia Sau­di­ta, il Bra­si­le e la Russia”. 
Di cer­to, spie­ga­no gli esper­ti, stia­mo pagan­do i 20 anni di ben­zi­na a bas­so costo che han­no fre­na­to, se non bloc­ca­to del tut­to, l’esplorazione e l’estrazione del petro­lio, per­ché non ne vale­va la pena. Oggi gli alti prez­zi (con il petro­lio che potreb­be rag­giun­ge­re i 150 dol­la­ri al bari­le già quest’estate e i 200 dol­la­ri l’anno pros­si­mo, secon­do un recen­te rap­por­to di Gold­man Sachs) dovreb­be­ro spin­ge­re in sen­so con­tra­rio. Ma non è sem­pre così. E’ vero che l’Arabia Sau­di­ta ha pro­mes­so di inve­sti­re 129 miliar­di di dol­la­ri in pro­get­ti di espan­sio­ne nei pros­si­mi cin­que anni, a comin­cia­re dal­lo sfrut­ta­men­to del cam­po petro­li­fe­ro di Khu­rais, con l’obiettivo, già alla fine del pros­si­mo anno, di aumen­ta­re la pro­du­zio­ne quo­ti­dia­na fino a 12 milio­ni di bari­li. Ma è altret­tan­to incon­te­sta­bi­le il trend gene­ra­le che si sta affer­man­do fra i pae­si pro­dut­to­ri, i qua­li han­no il con­trol­lo del 90 per cen­to del­le riser­ve mon­dia­li: è il nazio­na­li­smo ener­ge­ti­co. La Rus­sia è in pri­ma fila nel soste­ne­re la neces­si­tà di man­te­ne­re alti i prez­zi anche a costo di sacri­fi­ca­re le sco­per­te di nuo­vi gia­ci­men­ti o di evi­ta­re il decli­no dei vec­chi. E quan­do non sono le stra­te­gie poli­ti­che del Crem­li­no a det­ta­re la poli­ti­ca ener­ge­ti­ca mon­dia­le s’impongono le ten­sio­ni geo­po­li­ti­che. Suc­ce­de in Iraq, il secon­do pae­se al mon­do per riser­ve pro­va­te, dove le ban­de sun­ni­te e scii­te fan­no a gara a bru­cia­re i poz­zi e a mina­re gli oleo­dot­ti. Acca­de in Iran, para­liz­za­to dal­le san­zio­ni inter­na­zio­na­li per i pro­get­ti sul­la bom­ba ato­mi­ca. Per non par­la­re dal­la Nige­ria, infe­sta­ta dal­la guer­ri­glia. Nel con­ti­nen­te lati­no-ame­ri­ca­no è il Vene­zue­la a non poter espri­me­re tut­te le sue poten­zia­li­tà a cau­sa del “boli­va­ri­smo” di Hugo Cha­vez, che allon­ta­na i gran­di inve­sti­to­ri internazionali. 
Quan­to al restan­te 10 per cen­to gesti­to dal­le ex set­te sorel­le, anche qui l’offerta non rie­sce a pareg­gia­re la doman­da. “L’esplorazione è cer­ta­men­te ripar­ti­ta con gran­de vigo­re. Alcu­ni impor­tan­ti suc­ces­si sono già visi­bi­li in Afri­ca e in Sud Ame­ri­ca” assi­cu­ra a “Pano­ra­ma” Clau­dio Descal­zi, il vice­di­ret­to­re gene­ra­le del­la pro­du­zio­ne di Eni. “Ma dob­bia­mo anche scon­ta­re la rigi­di­tà del siste­ma indu­stria­le: è limi­ta­ta la dispo­ni­bi­li­tà di piat­ta­for­me, di mez­zi nava­li, di can­tie­ri, di accia­ie­rie e, non ulti­ma, di per­so­na­le specializzato”. 
Tut­to que­sto com­por­ta un aumen­to ver­ti­gi­no­so dei costi per la costru­zio­ne dei nuo­vi impian­ti petro­li­fe­ri e per la tec­no­lo­gia neces­sa­ria finen­do per ritar­da­re qua­si tut­ti i pro­get­ti più impor­tan­ti., come Kasha­gan. Gli ana­li­sti del Cera, uno dei mag­gio­ri cen­tri di ricer­ca del set­to­re, han­no fat­to un po’ di con­ti e sono arri­va­ti alla con­clu­sio­ne che, “se nel 2000 un qual­sia­si pez­zo di equi­pag­gia­men­to costa­va 100 dol­la­ri, oggi ne costa 210”. 
In buo­na sostan­za, alme­no nel bre­ve e nel medio perio­do, la que­stio­ne non è “la fine del petro­lio”, ma la sua pro­du­zio­ne lar­ga­men­te insuf­fi­cien­te. Per dir­la con le paro­le di John Watson, uno dei capi di Che­vron, “il pro­ble­ma dell’oro nero non è sot­to la super­fi­cie, ma al di sopra”.

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Di là del Mar Caspio

Il petro­lio è al cen­tro dei prin­ci­pa­li intri­ghi planetari. Eldorado ed infer­no, il Mar Caspio in que­sto sen­so è sem­pre appar­so remo­to, osti­le, instabile.

A lun­go, ha ten­ta­to il mon­do (ingle­si, ame­ri­ca­ni, rus­si, per­si­no cine­si) con le sue gran­di riser­ve petro­li­fe­re. Ma gli stra­nie­ri, bloc­ca­ti dal siste­ma chiu­so dell’Unione Sovie­ti­ca, non vi pote­ro­no arri­va­re. Poi l’Unione Sovie­ti­ca crol­lò, e nel­la regio­ne ini­ziò una cor­sa fre­ne­ti­ca su vasta sca­la. Insie­me ai petro­lie­ri, si accal­ca­ro­no nel Caspio i rap­pre­sen­tan­ti dei prin­ci­pa­li Pae­si del mon­do in cer­ca di una quo­ta dei tren­ta miliar­di di bari­li di riser­ve petro­li­fe­re cer­te che era­no in gio­co, e ini­ziò una tesa bat­ta­glia geo­po­li­ti­ca. I prin­ci­pa­li com­pe­ti­to­ri era­no Mosca e Washing­ton – la pri­ma cer­can­do di man­te­ne­re il con­trol­lo sui suoi Sta­ti satel­li­te, la secon­da inten­ta a far slog­gia­re la Rus­sia a bene­fi­cio dell’Occidente.
Il petro­lio e la glo­ria” è un libro di Ste­ve LeVi­ne (Edi­tri­ce il Siren­te,  20 Euro) in cui tut­to ciò è ben raccontato. LeVine ha lavo­ra­to nel­la regio­ne per il Wall Street Jour­nal, il New York Times e il New­sweek, ed è ligio alla gran­de scuo­la ame­ri­ca­na del gior­na­li­smo d’investigazione.  Egli sve­la le miste­rio­se mano­vre dei gigan­ti ener­ge­ti­ci mon­dia­li per ave­re una par­te nei ric­chi gia­ci­men­ti kaza­ki e aze­ri, men­tre le super­po­ten­ze cer­ca­no di otte­ne­re un pun­to di appog­gio stra­te­gi­co nel­la regio­ne e di osta­co­lar­si a vicen­da. Al cuo­re del­la sto­ria c’è la gara per costrui­re e gesti­re oleo­dot­ti che esca­no dall’isolata regio­ne, la chia­ve per con­trol­la­re il Caspio e il suo petrolio.
Il BTC, l’ oleo­dot­to per il petro­lio che fu costrui­to, il più lun­go al mon­do (1.750 chi­lo­me­tri, di cui oltre 300 attra­ver­so la Geor­gia), è sta­to uno dei più gran­di trion­fi in poli­ti­ca este­ra di Washing­ton. Mol­ti i per­so­nag­gi di que­sta saga caspia­na. Per esem­pio,  il “ com­pe­ti­tor” James Gif­fen, un affa­ri­sta ame­ri­ca­no che è sta­to anche il “fac­cen­die­re” a livel­lo poli­ti­co del­le com­pa­gnie petro­li­fe­re ansio­se di fare affa­ri nel Caspio e l’intermediario per il pre­si­den­te e i mini­stri del Kaza­ki­stan; o John Deuss, l’ostentato com­mer­cian­te olan­de­se di petro­lio che vin­se mol­to ma per­se ancor di più; Hei­dar Aliyev, l’ ex capo del Kgb aze­ro, diven­ta­to pre­si­den­te,  e spes­so — secon­do LeVi­ne — frain­te­so: ma, secon­do me, il suo è giu­di­zio partigiano.
LeVi­ne affer­ma che il pre­si­den­te aze­ro “tra­sce­se il suo pas­sa­to di mem­bro del Polit­bu­ro sovie­ti­co e fu la men­te diret­ti­va di un pro­get­to per allen­ta­re il con­trol­lo rus­so sul­le sue ex colo­nie nel­la regio­ne del Caspio”. In que­sta cor­ni­ce tro­va­no il loro posto fur­fan­ti, cana­glie e avven­tu­rie­ri d’ ogni gene­re gui­da­ti dall’irresistibile richia­mo di ric­chez­ze incal­co­la­bi­li e dal­la pos­si­bi­le “ulti­ma fron­tie­ra” dell’era dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li. Non man­ca­no gli inter­ro­ga­ti­vi geo­po­li­ti­ci che ruo­ta­no attor­no alla ric­chez­za petro­li­fe­ra del Caspio, se la Rus­sia pos­sa esse­re un allea­to affi­da­bi­le e un part­ner com­mer­cia­le dell’Occidente, e cosa signi­fi­chi l’ingresso di Washing­ton in que­sta regio­ne cao­ti­ca ma impor­tan­te per la sua sta­bi­li­tà a lun­go termine.

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Cina e Russia. Sfida aperta alle 5 sorelle

La Stam­pa | Lune­dì 19 novem­bre 2007 | Mau­ri­zio Molinari |

I gigan­ti ener­ge­ti­ci di Pechi­no e Mosca pon­go­no sfi­de mol­to diver­se ma ugual­men­te serie ai con­cor­ren­ti d’Occidente.

È una del­le bar­zel­let­te più di moda ad Alma Aty, in Kaza­kh­stan, a sve­la­re cosa sta avve­nen­do sul mer­ca­to del greg­gio: «In cit­tà c’è una pic­co­la dele­ga­zio­ne cine­se, sono die­ci­mi­la». A rac­con­ta­re l’aneddoto è Evan Fei­gen­baum, brac­cio destro del Segre­ta­rio di Sta­to Con­do­leez­za Rice sull’Asia Cen­tra­le e vete­ra­no del­le guer­re com­mer­cia­li per il con­trol­lo del­le risor­se ener­ge­ti­che. Fei­gen­baum rac­con­ta la bar­zel­let­ta al «Coun­cil on Forei­gn Rela­tions» per­ché la ritie­ne veri­tie­ra: «Dal Mar Caspio all’Estremo Orien­te i cine­si sono all’offensiva, costrui­sco­no, acqui­sta­no, esplo­ra­no, inve­sto­no e spen­do­no una gran­de quan­ti­tà di dana­ro e di risor­se uma­ne». Lo slan­cio del­la Repub­bli­ca popo­la­re sul mer­ca­to ener­ge­ti­co nasce dal­la neces­si­tà di impor­ta­re la metà del fab­bi­so­gno nazio­na­le ed è rias­sun­to dai nomi di tre gigan­ti: Chi­na Natio­nal Petro­leum Cor­po­ra­tion (Cnpc), Chi­na Natio­nal Off­sho­re Oil Cor­po­ra­tion (Cnooc) e Sinopec.

«Han­no ruo­li e com­pi­ti diver­si — spie­ga Edward Mor­se, ana­li­sta di greg­gio di fama mon­dia­le, in for­za a Leh­man Bro­thers — per­ché Cnpc è il gigan­te pub­bli­co mag­gior pro­dut­to­re di car­bu­ran­te e Cnooc esplo­ra i gia­ci­men­ti off-sho­re in Cina men­tre Sino­pec va aggres­si­va­men­te alla ricer­ca di nuo­vi mer­ca­ti all’estero». Sijin Chang è l’analista di Eura­sia Group che segue 24 ore su 24 le mos­se dei tre colos­si e assi­cu­ra che «fan­no una dura con­cor­ren­za alle gran­di com­pa­gnie occi­den­ta­li» per due ragio­ni. Pri­mo: «Dispon­go­no di sol­di pub­bli­ci in gran­de quan­ti­tà e non lesi­na­no a spen­der­li». Secon­do: «Su indi­ca­zio­ne del gover­no sfrut­ta­no le aree di cri­si per inse­diar­si». Gli esem­pi più lam­pan­ti ven­go­no dal Sudan, dove Sino­pec ha qua­si un mono­po­lio sul­le estra­zio­ni, e il Turk­me­ni­stan, dove sem­pre Sino­pec ha sigla­to un con­trat­to tren­ten­na­le per la rea­liz­za­zio­ne di un mega oleo­dot­to desti­na­to a por­ta­re gas e car­bu­ran­te ver­so Orien­te. «Pechi­no gio­ca duro nel­la gran­de par­ti­ta degli oleo­dot­ti — assi­cu­ra Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta del Wall Street Jour­nal auto­re del libro «The Oil and the Glo­ry» — pun­ta a sigla­re in Kaza­kh­stan un con­trat­to simi­le a quel­lo turk­me­no, per ali­men­tar­si via ter­ra sen­za dover pas­sa­re per la Rus­sia o per il Gol­fo Persico».
Ma non è tut­to. Robin West, pre­si­den­te di PFC Ener­gy Inc. e fra i più ascol­ta­ti esper­ti di ener­gia in Ame­ri­ca, spie­ga che «la for­za dei cine­si è nel fat­to che han­no mana­ger aggres­si­vi, gesti­sco­no le azien­de pub­bli­che come se fos­se­ro pri­va­te e sono in gra­do di sfrut­ta­re a loro van­tag­gio le rego­le del­la con­cor­ren­za meglio di mol­te com­pa­gnie occi­den­ta­li». Pro­prio a que­sto meto­do «aggres­si­vo e com­pe­ti­ti­vo» West attri­bui­sce il suc­ces­so di Petro­Chi­na, di pro­prie­tà sta­ta­le, che toc­can­do un valo­re di mer­ca­to di un tri­lio­ne di dol­la­ri ha sca­val­ca­to la riva­le ame­ri­ca­na Exxon­Mo­bil — fer­ma a 488 miliar­di di dol­la­ri — diven­tan­do que­sto mese la pri­ma azien­da del mon­do per capi­ta­le azio­na­rio. «La sfi­da cine­se alle Cin­que Sorel­le — aggiun­ge West rife­ren­do­si alle mag­gio­ri com­pa­gnie petro­li­fe­re occi­den­ta­li — è mol­to simi­le a quel­le che si pre­pa­ra­no in India e Bra­si­le, gio­ca­no alle nostre stes­se rego­le ed han­no otti­mi mana­ger ma con più dena­ro sul piatto».
Se que­sto avvie­ne è anche per­ché le Cin­que Sorel­le — Exxon­Mo­bil, Royal Dutch Shell, Bri­tish Petro­leum, Che­vron e Cono­co­Phil­lips — gesti­sco­no diver­sa­men­te i pro­fit­ti: un recen­te stu­dio del Baker Insti­tu­te del­la Rice Uni­ver­si­ty atte­sta che spen­do­no sem­pre di meno in esplo­ra­zio­ni, ceden­do ter­re­no ai riva­li di altre nazio­ni che «sono dun­que meglio posi­zio­na­ti per lo sfrut­ta­men­to dei nuo­vi gia­ci­men­ti». I mono­po­li non-occi­den­ta­li «rap­pre­sen­ta­no i tito­la­ri dei pri­mi die­ci gia­ci­men­ti del mon­do men­tre Exxon­Mo­bil, BP, Che­vron, Royal Dutch e Shell sono rispet­ti­va­men­te al 14°, 17°, 19° e 25° posto» spie­ga Amy Myers Jaf­fe, auto­re del rap­por­to del Baker Insti­tu­te. «Se le Cin­que Sorel­le spen­do­no meno per l’esplorazione — osser­va Mor­se — è per­ché per loro ora­mai la finan­za con­ta più dell’estrazione e gli azio­ni­sti più dei tri­vel­la­to­ri, desti­na­no le risor­se ad ope­ra­zio­ni di mer­ca­to tese a raf­for­za­re pro­fit­ti più che a rischia­re capi­ta­li in nuo­ve aree».
Quan­do si dice «mono­po­li» Mor­se, West, LeVi­ne e Jaf­fe pen­sa­no subi­to alla Rus­sia di Vla­di­mir Putin. «La sfi­da rus­sa è diver­sa da quel­la cine­se per­ché non è di mer­ca­to ben­sì si basa sul­la gestio­ne qua­si mono­po­li­sti­ca del­le immen­se risor­se nazio­na­li» spie­ga West, secon­do cui «l’unica manie­ra per rispon­de­re è veni­re a pat­ti, cede­re quo­te di mer­ca­to inter­na­zio­na­le per aver­ne in cam­bio den­tro la Rus­sia». Ale­xan­der Kli­ment è l’analista rus­so di pun­ta di Eura­sia Group e leg­ge così la map­pa ener­ge­ti­ca: «Rosneft è pro­ba­bil­men­te la più gran­de azien­da petro­li­fe­ra del mon­do così come Gaz­prom ha pochi riva­li sul gas, entram­be sono ema­na­zio­ne del pote­re poli­ti­co e ten­go­no sot­to con­trol­lo le risor­se nazio­na­li». Men­tre l’asso nel­la mani­ca del Crem­li­no «è Lukoil»: sul­la car­ta pri­va­ta ma in real­tà sot­to il con­trol­lo di Putin, ha il com­pi­to di «esplo­ra­re nuo­vi mer­ca­ti» inse­dian­do­si «lì dove l’Occidente non vuo­le o non può», a comin­cia­re dall’Iran di Mah­mud Ahmadinejad.
«Ma chi doves­se pen­sa­re che Lukoil si fer­me­rà alle zone di cri­si sba­glia — aggiun­ge Car­ter Page, respon­sa­bi­le dell’Energia per Mer­rill Lynch — per­ché la loro ambi­zio­ne è por­ta­re la con­cor­ren­za sui mer­ca­ti nor­da­me­ri­ca­no ed euro­peo, come già sta avve­nen­do». Basta con­ta­re i distri­bu­to­ri Lukoil a New York per accor­ger­se­ne. Se l’aggressività di cine­si e rus­si è il tema del gior­no per gli ana­li­sti petro­li­fe­ri ame­ri­ca­ni è anche vero che nes­su­no vede in que­sti nuo­vi gigan­ti dei rea­li con­cor­ren­ti sul pia­no del­la tec­no­lo­gia. «Su inno­va­zio­ne e svi­lup­po né i rus­si né i cine­si sono in gra­do di sfi­da­re le Cin­que Sorel­le — con­cor­da­no Mor­se e West — la tec­no­lo­gia resta il loro tal­lo­ne d’Achille». Qua­li che sia­no le pros­si­me pun­ta­te del­la sfi­da ener­ge­ti­ca Car­ter Page ha pochi dub­bi su quan­to sta avve­nen­do: «È l’energia il vero gio­co del pote­re mondiale».

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Dal Caucaso all’Asia centrale, gas e petrolio nel «Grande Gioco»

| Le Mon­de Diplo­ma­ti­que | Giu­gno 2007 | Régis Genté (*) |

Il ver­ti­ce di metà mag­gio tra l’Unione euro­pea e la Rus­sia si è are­na­to in par­ti­co­la­re sul­la que­stio­ne del­la coo­pe­ra­zio­ne ener­ge­ti­ca: l’Unione, che impor­ta dal­la Rus­sia il quar­to del pro­prio con­su­mo di petro­lio e di gas, si pre­oc­cu­pa dell’accresciuto pote­re di Mosca in que­sto cam­po. L’accordo con­clu­so, il 12 mag­gio, dal pre­si­den­te rus­so Vla­di­mir Putin con i suoi omo­lo­ghi turk­me­no e kaza­ko, con­fer­ma un rove­scia­men­to di ten­den­za: a lun­go mes­so sul­la difen­si­va dal­la poli­ti­ca di aggi­ra­men­to degli oleo­dot­ti e dei gasdot­ti, impo­sta dal­le gran­di poten­ze, Mosca ha ripre­so l’offensiva.

Il nuo­vo «Gran­de Gio­co» ha rag­giun­to il cul­mi­ne. Con in più, que­sta vol­ta, al cen­tro del gio­co, il petro­lio e il gas. Ma la doman­da di idro­car­bu­ri non spie­ga da sola la bat­ta­glia tra le gran­di poten­ze che inten­do­no impos­ses­sar­si dei gia­ci­men­ti del­le ex repub­bli­che sovie­ti­che dell’Asia cen­tra­le e del Cau­ca­so, sfug­gi­te al domi­nio di Mosca con il crol­lo dell’Urss nel 1991. L’oro nero e l’oro gri­gio sono anche lo stru­men­to di una lot­ta di influen­za in vista del con­trol­lo del cen­tro del con­ti­nen­te eura­sia­ti­co. Per inter­po­ste major petro­li­fe­re, gli oleo­dot­ti sono le lun­ghe cor­de che con­sen­to­no alle gran­di poten­ze di anco­ra­re al pro­prio siste­ma geo­stra­te­gi­co i nuo­vi otto sta­ti indi­pen­den­ti (Nei) del­la regio­ne (1). Nel XIX seco­lo, il «Gran­de Gio­co», un’espressione diven­ta­ta leg­gen­da­ria con Kim, il roman­zo di Rudyard Kipling, allu­de­va alla lot­ta d’influenza tra gran­di poten­ze, in mol­ti aspet­ti simi­le a quel­la odier­na. All’epoca, la posta in gio­co era­no le cosid­det­te «Indie», il gio­iel­lo del­la coro­na bri­tan­ni­ca ambi­to dal­la Rus­sia impe­ria­le (2). La lot­ta si pro­tras­se per un seco­lo e si con­clu­se nel 1907, quan­do Lon­dra e San Pie­tro­bur­go tro­va­ro­no un accor­do per la sud­di­vi­sio­ne del­le loro zone d’influenza, con la crea­zio­ne di uno sta­to tam­po­ne tra di loro, l’Afghanistan (3). Que­sto accor­do ha ret­to fino al 1991. Oggi, seb­be­ne sia­no cam­bia­ti i meto­di e le idee che gui­da­no le gran­di poten­ze, e i pro­ta­go­ni­sti non sia­no gli stes­si, l’obiettivo ulti­mo per­ma­ne. Si trat­ta di colo­niz­za­re, in un modo o nell’altro, l’Asia cen­tra­le per neu­tra­liz­zar­si a vicenda.
Cer­to il gas e il petro­lio sono ricer­ca­ti in quan­to tali, ma anche come stru­men­to di influen­za, spie­ga Murat­bek Ima­na­liev, un ex diplo­ma­ti­co kir­ghi­zo (e in pas­sa­to sovie­ti­co), che pre­sie­de l’Institute for Public Poli­cy a Bich­tek (Kir­ghi­zi­stan). Subi­to dopo il crol­lo dell’Urss, i Nei vedo­no nel petro­lio un mez­zo per rim­pol­pa­re il bilan­cio e raf­for­za­re l’indipendenza nei con­fron­ti di Mosca. Alla fine degli anni 80, l’impresa ame­ri­ca­na Che­vron met­te gli occhi sul gia­ci­men­to di Ten­guiz, tra i più gran­di del mon­do, a ove­st del Kaza­ki­stan. La Che­vron ne acqui­sta il 50% nel 1993. Sull’altra riva del Mar Caspio, il pre­si­den­te aze­ro Guei­dar Aliev fir­ma, nel 1994, il «con­trat­to del seco­lo» con socie­tà petro­li­fe­re stra­nie­re, per lo sfrut­ta­men­to del cam­po Aze­ri-Chi­rag-Gune­shli. La Rus­sia è furi­bon­da: il petro­lio del Caspio le sfug­ge. Essa oppo­ne a Baku la man­can­za di sta­tu­to giu­ri­di­co del mar Caspio, di cui non si sa se sia un mare o un lago. Mosca si era illu­sa che le cose sareb­be­ro anda­te meglio con Aliev piut­to­sto che con il suo pre­de­ces­so­re, il pri­mo pre­si­den­te dell’Azerbaigian indi­pen­den­te, il nazio­na­li­sta anti-rus­so Albull­faz Elt­chi­bey, rove­scia­to da un gol­pe nel giu­gno 1993, pochi gior­ni pri­ma del­la fir­ma di impor­tan­ti con­trat­ti con alcu­ne major anglo­sas­so­ni. Fine cono­sci­to­re dei mec­ca­ni­smi del siste­ma sovie­ti­co, Guei­dar Aliev, ex gene­ra­le del Kgb ed ex mem­bro del Polit­bu­ro, trat­ta in segre­to con i petro­lie­ri rus­si per tro­va­re un ter­re­no di accor­do con Mosca: Lukoil ottie­ne il 10% del con­sor­zio Azeri-Chirag-Guneshli.
È l’inizio del­la lot­ta tra Est e Ove­st per impa­dro­nir­si dei gia­ci­men­ti del­la regio­ne. Negli anni ’90, per giu­sti­fi­ca­re la pene­tra­zio­ne nel baci­no del mar Caspio, gli Sta­ti uni­ti gon­fia­no le sti­me del­le riser­ve di idro­car­bu­ri di quest’area. Par­la­no di 243 miliar­di di bari­li di petro­lio. Poco meno dell’Arabia sau­di­ta! Oggi si valu­ta­no ragio­ne­vol­men­te que­ste riser­ve a cir­ca 50 miliar­di di bari­li di petro­lio e 9,1 tri­lio­ni di metri cubi di gas, ossia dal 4 al 5% del­le riser­ve mon­dia­li. Se gli Sta­ti uni­ti si sono ser­vi­ti di que­sto gros­so bluff, è per­ché «essi vole­va­no ad ogni costo costrui­re il Btc (l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan).
Han­no pro­va­to di tut­to… per ten­ta­re di impe­di­re l’estensione dell’influenza rus­sa, di osta­co­lar­la. Non so quan­to sapes­se­ro di esa­ge­ra­re», dice Ste­ve Levi­ne, gior­na­li­sta ame­ri­ca­no spe­cia­li­sta di que­sti pro­ble­mi fin dai pri­mi anni ’90 (4). Que­sto gio­co d’influenza s’imballa. Appro­fit­tan­do del­la «guer­ra con­tro il ter­ro­ri­smo» in Afgha­ni­stan dopo gli atten­ta­ti dell’11 set­tem­bre, i mili­ta­ri ame­ri­ca­ni si inse­dia­no nel­la ex-Urss. Con la bene­di­zio­ne di una Rus­sia inde­bo­li­ta. Washing­ton inse­dia le sue basi nel Kir­ghi­zi­stan e nell’Uzbekistan, pro­met­ten­do di lascia­re que­sti pae­si appe­na sareb­be sta­ta sra­di­ca­ta la can­cre­na isla­mi­sta. «Bush si è ser­vi­to di que­sto impe­gno mili­ta­re mas­sic­cio nell’Asia cen­tra­le per sug­gel­la­re la vit­to­ria del­la Guer­ra fred­da con­tro la Rus­sia, argi­na­re l’influenza cine­se e man­te­ne­re il nodo scor­so­io intor­no all’Iran», dice Lutz Kle­ve­man, ex cor­ri­spon­den­te di guer­ra (5). Inol­tre Washing­ton svol­ge un ruo­lo deter­mi­nan­te nel­le rivo­lu­zio­ni colo­ra­te in Geor­gia (nel 2003), in Ucrai­na (2004) e nel Kir­ghi­zi­stan (2005) che sono altret­tan­ti pesan­ti scac­chi per Mosca (6). Scon­vol­ti da que­sti rove­scia­men­ti di pote­re in serie, alcu­ni auto­cra­ti del­la regio­ne vol­ta­no le spal­le all’America e si riav­vi­ci­na­no alle Rus­sia o alla Cina. Infat­ti il gio­co si è com­pli­ca­to negli ulti­mi anni man mano che Pechi­no si intro­met­te­va negli affa­ri dell’Asia cen­tra­le e che l’Europa, in segui­to alla guer­ra del gas tra Rus­sia e Ucrai­na del gen­na­io 2006, acce­le­ra­va i suoi pro­get­ti di cap­ta­zio­ne dell’oro gri­gio caspi­co. Petro­lio, sicu­rez­za, lot­ta d’influenza e bat­ta­glie ideo­lo­gi­che: biso­gna pun­ta­re su tut­ti i fron­ti per cavar­se­la in que­sto «Gran­de Gio­co». Ini­zial­men­te, la Rus­sia è chia­ra­men­te in van­tag­gio in que­sto brac­cio di fer­ro: nel 1991, con­trol­la tut­ti gli oleo­dot­ti che con­sen­to­no ai Nei di tra­spor­ta­re i loro idro­car­bu­ri. Ma gli appa­rat­chi­ki diven­ta­ti pre­si­den­ti si sfor­za­no di non met­te­re tut­te le loro uova nel panie­re rus­so. Dopo la cadu­ta dell’Urss, ven­go­no costrui­ti una mez­za doz­zi­na di oleo­dot­ti che non attra­ver­sa­no il ter­ri­to­rio del gran­de fra­tel­lo: Mosca per­de così par­te del suo peso poli­ti­co ed eco­no­mi­co. Un tem­po scon­vol­ta dal­la pre­sen­za mili­ta­re ame­ri­ca­na e dal­la serie di «rivo­lu­zio­ni colo­ra­te», Mosca si raf­for­za nei pae­si vici­ni L’esempio del Turk­me­ni­stan è emble­ma­ti­co del­le rela­zio­ni del­la Rus­sia con i ter­ri­to­ri del suo anti­co domi­nio: dei 50 miliar­di di metri cubi di gas pro­dot­ti nel 2006 nel Turk­me­ni­stan, 40 sono sta­ti ven­du­ti alla Rus­sia. Scel­ta obbli­ga­ta. A par­te un pic­co­lo gasdot­to inau­gu­ra­to nel 1997, che lo col­le­ga all’Iran, il Turk­me­ni­stan dispo­ne solo del Sac-4, un oleo­dot­to che arri­va in Rus­sia. Una cate­na vera e propria.
E, nell’aprile 2003, il pre­si­den­te rus­so Vla­di­mir Putin è in gra­do di costrin­ge­re il suo omo­lo­go turk­me­no Sapar­mu­rad Nia­zov (scom­par­so alla fine del 2006) a fir­ma­re un con­trat­to di 25 anni per 80 miliar­di di metri cubi all’anno, ven­du­ti al prez­zo ridi­co­lo di 44 dollari/1000 m3. Ben pre­sto Ach­kha­bad cer­ca di rimet­te­re in que­stio­ne que­ste con­di­zio­ni e bloc­ca le con­se­gne. Nell’inverno 2005 Mosca si ras­se­gna a paga­re 65 dollari/1000 m3 per­ché il gas turk­me­no è indi­spen­sa­bi­le in par­ti­co­la­re per rifor­ni­re a bas­so prez­zo la popo­la­zio­ne rus­sa. Nel set­tem­bre 2006, Gaz­prom va oltre e fir­ma un con­trat­to con Ach­kha­bad impe­gnan­do­si, per il perio­do 2007–2009, a paga­re 100 dollari/1000 m3. Que­sto per­ché, cin­que mesi pri­ma, in apri­le, il dit­ta­to­re scom­par­so ave­va fir­ma­to con il pre­si­den­te cine­se Hu Jin­tao un docu­men­to che impe­gna­va il Turk­me­ni­stan a for­ni­re alla Cina, per una dura­ta di trent’anni, 30 miliar­di di metri cubi di gas natu­ra­le ogni anno, a par­ti­re dal 2009, e a costrui­re un gasdot­to lun­go 2000 chi­lo­me­tri. Que­sto spie­ga pro­ba­bil­men­te per­ché Gaz­prom ha dovu­to alza­re le sue tarif­fe. For­se Ach­kha­bad vuo­le anco­ra alza­re il prez­zo? Dopo la sua pri­ma visi­ta uffi­cia­le a Mosca in veste di pre­si­den­te, Gur­ban­gu­ly Ber­dy­mu­kham­me­dov invi­ta Che­vron a par­te­ci­pa­re allo svi­lup­po del set­to­re ener­ge­ti­co turk­me­no. Mai il suo pre­de­ces­so­re ave­va osa­to fare simi­le pro­po­sta a una major inter­na­zio­na­le. Peral­tro il pre­si­den­te non respin­ge le pro­po­ste euro­pee riguar­dan­ti il cor­ri­do­io trans­ca­spi­co. E’ pos­si­bi­le che minac­ci di far entra­re gli occi­den­ta­li nel suo gio­co per spin­ge­re Gaz­prom ad accet­ta­re un prez­zo più alto — infat­ti all’Europa chie­de più di 250 dollari/1000 m3. Eppu­re Putin ave­va pro­po­sto di restau­ra­re il SAC-4 e di costrui­re un altro gasdot­to che col­le­gas­se i due pae­si. «La Rus­sia vuo­le mostra­re ai turk­me­ni che è pron­ta a fare mol­to per loro. Mosca spe­ra di dis­sua­der­li dal trat­ta­re con i cine­si e gli occi­den­ta­li», osser­va il gior­na­li­sta rus­so Arka­dy Dub­nov. «La bat­ta­glia che Mosca deve con­dur­re con­tro il Turk­me­ni­stan dimo­stra che la Rus­sia non è più onni­po­ten­te nel­le ex repub­bli­che sovie­ti­che e che ciò che pre­va­le oggi è il prag­ma­ti­smo eco­no­mi­co di Putin e del­la sua cer­chia», con­clu­de que­sto esper­to del­la Comu­ni­tà degli Sta­ti indi­pen­den­ti (Cei). Il 12 mag­gio scor­so duran­te una visi­ta di una set­ti­ma­na in Asia Cen­tra­le, Vla­di­mir Putin ha fir­ma­to con i suoi omo­lo­ghi turk­me­no e kaza­co un accor­do per l’ammodernamento del gasdot­to Cac-4 e la costru­zio­ne di un altro tubo, desti­na­ti a tra­spor­ta­re il gas del Turk­me­ni­stan in Rus­sia. È in gran fret­ta che il pre­si­den­te rus­so è arri­va­to a Turk­men­ba­chi per strap­pa­re que­sto accor­do, pro­prio men­tre un ana­lo­go ver­ti­ce con­cor­ren­te era orga­niz­za­to nel­lo stes­so perio­do a Cra­co­via, in Polo­nia. Là sva­ria­ti pae­si situa­ti ai mar­gi­ni del­la Rus­sia spe­ra­va­no di lan­cia­re oleo­dot­ti osti­li. Il pre­si­den­te kaza­co ha per­fi­no dovu­to rinun­cia­re a recar­vi­si per acco­glie­re Putin. Come è riu­sci­ta la Rus­sia a rag­giun­ge­re i pro­pri fini? Essa sem­bra ave­re argo­men­ti che ne fan­no anco­ra e sen­za dub­bio per un lun­go perio­do, la più poten­te del­le gran­di poten­ze in Asia cen­tra­le. Pechi­no e Bru­xel­les han­no di che pre­oc­cu­par­si per i per i loro pro­get­ti di approv­vi­gio­na­men­to in Asia centrale.
Il meto­do rus­so ha l’inconveniente di esse­re spes­so bru­ta­le. Per que­sto, nel 2005, la cri­si del gas tra Mosca e Kiev è sta­ta sof­fer­ta dagli euro­pei (7). Lo spet­tro dell’interruzione del­le for­ni­tu­re aleg­gia­va sul vec­chio con­ti­nen­te che impor­ta un quar­to del suo gas dal­la Russia.
Tut­ta­via, sdram­ma­tiz­za Jérô­me Guil­let, auto­re di uno stu­dio sul­le guer­re del gas del 2006, que­ste cri­si sono «lo spec­chio del­le lot­te che si tra­ma­no nel­le quin­te tra fazio­ni poten­ti all’interno del Crem­li­no o in Ucrai­na, più che l’effetto di un uso deli­be­ra­to dell’arma ener­ge­ti­ca» (8).
Pri­mo pro­dut­to­re mon­dia­le di gas e secon­do di petro­lio, la Rus­sia ha ritro­va­to la tran­quil­li­tà finan­zia­ria e pren­de ini­zia­ti­ve strategiche.
Il 15 mar­zo scor­so, ha fir­ma­to un accor­do con la Bul­ga­ria e la Gre­cia per la costru­zio­ne dell’oleodotto Bur­gas-Ale­xan­drou­po­li (Bap). Un vero con­cor­ren­te per il Btc e, meglio anco­ra, il pri­mo che lo sta­to rus­so con­trol­li sul ter­ri­to­rio euro­peo. Pari­men­ti, da alcu­ni mesi, il grez­zo scor­re lun­go i 1.760 chi­lo­me­tri del Btc come il gas nel Baku-Tbi­lis­si-Erzu­rum (Bte). L’arteria vita­le dell’influenza occi­den­ta­le nel­la ex-Urss fun­zio­na e pro­du­ce i pri­mi effet­ti poli­ti­ci. Da quest’anno, la Geor­gia sem­bra dipen­de­re un po’ meno dal gas rus­so, men­tre un anno fa, non pote­va impor­tar­ne altro. Gli aumen­ti cla­mo­ro­si impo­sti dal­la Rus­sia — in due anni, il gas è pas­sa­to da 55 a 230 dollari/1000 m3. — han­no col­pi­to l’economia geor­gia­na meno di quan­to Mosca si aspet­tas­se. Le quan­ti­tà for­ni­te dal Bte a tito­lo di royal­ty, e dal­la Tur­chia, che cede a prez­zo di affe­zio­ne la par­te di gas che le spet­ta per que­sto gasdot­to, han­no per­mes­so alla Geor­gia di com­por­re un prez­zo medio accet­ta­bi­le (9). Peg­gio anco­ra per Mosca: il ten­ta­ti­vo di impor­re all’Azerbaigian un aumen­to dei prez­zi nel­la stes­sa misu­ra, nel­la spe­ran­za che col­pi­sca di riman­do le for­ni­tu­re desti­na­te a T’bilisi, ha for­te­men­te irri­ta­to il pre­si­den­te Ilham Aliev. «Que­sto pro­va che il Btc (come il Bte) rap­pre­sen­ta sen­za dub­bio la più gran­de vit­to­ria ame­ri­ca­na in poli­ti­ca inter­na­zio­na­le negli ulti­mi quin­di­ci anni. Un suc­ces­so in fat­to di “con­tain­ment” del­la Rus­sia e di soste­gno all’indipendenza del­le repub­bli­che cau­ca­si­che», sostie­ne Ste­ve Levi­ne. Que­sti oleo­dot­ti offro­no agli Sta­ti uni­ti e all’Europa la pos­si­bi­li­tà di lan­cia­re due pro­get­ti per diver­si­fi­ca­re le loro fon­ti di approv­vi­gio­na­men­to e attrar­re nel­la loro cer­chia poli­ti­ca i Nei del­la regio­ne. Il pri­mo, il Kaza­kh­stan Caspian Trans­por­ta­tion System (Kcts), desti­na­to a con­vo­glia­re il petro­lio del gia­ci­men­to di Kacha­gan, il più gran­de sco­per­to nel mon­do negli ulti­mi trent’anni. La pro­du­zio­ne deve ini­zia­re alla fine del 2010, e gli azio­ni­sti del con­sor­zio inca­ri­ca­to del­lo sfrut­ta­men­to di que­sto gia­ci­men­to, com­po­sto da gran­di majors occi­den­ta­li (10), si pro­pon­go­no di tra­spor­ta­re da 1,2 a 1,5 milio­ni di bari­li al gior­no lun­go un iti­ne­ra­rio sud-ove­st che attra­ver­se­rà il mar Caspio.
Impos­si­bi­le far pas­sa­re l’oleodotto sot­to il mare a cau­sa dell’opposizione dei rus­si e degli ira­nia­ni: una flot­ta di petro­lie­re farà la spo­la tra il Kaza­ki­stan e l’Azerbaigian, dove un nuo­vo ter­mi­nal petro­li­fe­ro col­le­ghe­rà il «siste­ma» al Btc. Que­sto, gra­zie ad alcu­ne sta­zio­ni di pom­pag­gio sup­ple­men­ta­ri e all’uso di pro­dot­ti desti­na­ti a dina­miz­za­re il pas­sag­gio dell’olio nel­le tuba­tu­re, dovreb­be ave­re un aumen­to del­la capa­ci­tà da 1 a 1,8 milio­ni di bari­li al gior­no. Il secon­do pro­get­to riguar­da l’«oro gri­gio» ed è per ora appe­na abboz­za­to: si trat­ta del «cor­ri­do­io trans­ca­spi­co», desti­na­to a rifor­ni­re l’Europa di gas kaza­ko e turk­me­no. «Par­lia­mo di “cor­ri­do­io” e non di gasdot­to — pre­ci­sa Faou­zi Ben­sa­ra, con­si­glie­re per l’energia alla Com­mis­sio­ne euro­pea — Pro­po­nia­mo di avvia­re una rifles­sio­ne su solu­zio­ni tec­no­lo­gi­che alter­na­ti­ve, come inco­rag­gia­re inve­sti­men­ti per la pro­du­zio­ne di gas natu­ra­le lique­fat­to nel Turk­me­ni­stan, ad esem­pio, il qua­le potreb­be in segui­to esse­re tra­spor­ta­to via nave fino a Baku». L’Unione euro­pea non vuo­le esse­re pro­ta­go­ni­sta del «gran­de gio­co», pre­ci­sa que­sto alto fun­zio­na­rio: «L’Ue è moti­va­ta solo dal suo biso­gno. Pre­sto ci occor­re­ran­no da 120 a 150 miliar­di di metri cubi di gas all’anno.
Il nostro obiet­ti­vo è tro­va­re que­sti volu­mi sup­ple­men­ta­ri e diver­si­fi­ca­re le nostre fon­ti di approv­vi­gio­na­men­to. Nient’altro. Indi­vi­due­re­mo solu­zio­ni che saran­no com­ple­men­ta­ri a quel­le che già esistono».
In com­pen­so, un altro gran­de pipe­li­ne stra­te­gi­co pro­mos­so da Washing­ton ha scar­se pos­si­bi­li­tà di attua­zio­ne: si trat­ta del Tapi (Turk­me­ni­stan-Afgha­ni­stan-Paki­stan-India), il famo­so gasdot­to che gli Sta­ti uni­ti, con la socie­tà petro­li­fe­ra ame­ri­ca­na Uno­cal, si ripro­met­te­va­no di costrui­re con i tali­ban nel­la secon­da metà degli anni ’90. «Que­sto pro­get­to com­por­ta trop­pi incon­ve­nien­ti, riguar­dan­ti la sicu­rez­za, con il ritor­no dei tali­ban in Afghanistan.
Peral­tro, mol­ti esper­ti riten­go­no che le riser­ve del Turk­me­ni­stan non sia­no sta­te cor­ret­ta­men­te valu­ta­te», dice il pro­fes­so­re Ajay Kumar Pat­nalk, spe­cia­li­sta del­la Rus­sia e dell’Asia cen­tra­le all’università Jawa­har­lal Neh­ru, a New Delhi.
Washing­ton difen­de­va il Tapi, sia per iso­la­re l’Iran, sia per inde­bo­li­re la Rus­sia nell’Asia cen­tra­le. Ormai, gli Sta­ti uni­ti inten­do­no inte­gra­re l’Afghanistan tra i pae­si vici­ni e allo stes­so tem­po for­nir­gli risor­se per riscal­da­re le sue popo­la­zio­ni e rilan­cia­re la sua eco­no­mia, come pegno del­la sua sta­bi­li­tà. In que­sto sen­so, nel 2005, il dipar­ti­men­to di sta­to ame­ri­ca­no ha rior­ga­niz­za­to la sua divi­sio­ne Asia del Sud fon­den­do­la con la divi­sio­ne Asia cen­tra­le, per age­vo­la­re le rela­zio­ni a tut­ti i livel­li in quest’area desi­gna­ta come «Gran­de Asia centrale».
L’energia costi­tui­sce uno dei vet­to­ri essen­zia­li del­le rela­zio­ni inter­ne nel­la regio­ne. Sono quin­di nati diver­si pro­get­ti di cen­tra­li idroe­let­tri­che, ad esem­pio nel Tagi­ki­stan, desti­na­ti ad ali­men­ta­re il Nord afgha­no. Ma l’idea nel suo insie­me non va avan­ti. New Delhi in par­ti­co­la­re, si sen­te lon­ta­na dall’Asia cen­tra­le ed esi­ta a diven­ta­re par­te inte­gran­te del Tapi. Sareb­be più attrat­ta dal pro­get­to di gasdot­to Iran-Paki­stan-India (Ipi), pro­po­sto da Teh­ran, seb­be­ne l’Iran-Libya Sanc­tions Act (Ilsa) — median­te il qua­le Washing­ton puni­sce ogni impre­sa che inve­sta nel petro­lio o il gas di que­sti pae­si — vie­ta a New Delhi di fare il pas­so. «L’Iran è il gran­de per­den­te del nuo­vo “gran­de gio­co”. Non solo gli oleo­dot­ti aggi­ra­no il suo ter­ri­to­rio, ma nes­su­no può inve­sti­re in Iran — rile­va Moham­med Reza-Dja­li­li, spe­cia­li­sta ira­nia­no del­le rela­zio­ni inter­na­zio­na­li dell’Asia cen­tra­le — . Ma sono pro­prio gli inve­sti­men­ti che man­ca­no in que­sto pae­se. Le sue instal­la­zio­ni risal­go­no agli anni 1970, sic­ché l’Iran è costret­to a impor­ta­re il 40% del­la sua ben­zi­na. Non ha potu­to esplo­ra­re la sua par­te del mar Caspio e il suo enor­me poten­zia­le di gas solo par­zial­men­te sfrut­ta­to». Peral­tro è para­dos­sa­le che il «Gran­de Gio­co» esclu­da Teh­ran, men­tre i pro­dut­to­ri di idro­car­bu­ri nell’Asia cen­tra­le sogna­no una via meri­dio­na­le: «Può esse­re meno caro e piut­to­sto sem­pli­ce sul pia­no tec­ni­co — spie­ga Arnaud Breuil­lac, diret­to­re Total per l’Europa cen­tra­le e l’Asia con­ti­nen­ta­le. Sia­mo in una logi­ca di diver­si­fi­ca­zio­ne del­le nostre vie di espor­ta­zio­ne. In que­sto qua­dro, abb­bia­mo pre­so un’opzione sul­la via sud, tan­to più che la regio­ne di con­su­mo più vici­na al mar Caspio è il nord Iran». Que­sto spie­ga per­ché il riav­vi­ci­na­men­to con l’Organizzazione di coo­pe­ra­zio­ne di Shan­ghai (Ocs) (11) rap­pre­sen­ti in que­sto con­te­sto, secon­do Reza-Dja­li­li, «un sal­va­gen­te del­la poli­ti­ca ira­nia­na nell’Asia cen­tra­le. Per que­sto tra­mi­te, Teh­ran può intrec­cia­re lega­mi con l’Asia, in par­ti­co­la­re con la Cina, e raf­for­zar­si nel suo brac­cio di fer­ro con gli Sta­ti uni­ti». Da par­te sua, la Cina — spie­ga Thier­ry Kell­ner, spe­cia­li­sta del­la Cina e dell’Asia cen­tra­le — per­se­gue tre obiet­ti­vi in que­sto «Gran­de Gio­co»: «La sua sicu­rez­za, in par­ti­co­la­re nel­la pro­vin­cia tur­co­fo­na del­lo Xin­jiang, che fian­cheg­gia l’Asia cen­tra­le; la coo­pe­ra­zio­ne con i vici­ni, per impe­di­re che un’altra gran­de poten­za diven­ti trop­po poten­te nel­lo spa­zio cen­tro-asia­ti­co; infi­ne l’approvvigionamento ener­ge­ti­co». I nume­ro­si acqui­sti di dirit­ti di estra­zio­ne petro­li­fe­ra di Pechi­no in Asia cen­tra­le, da alcu­ni anni, han­no fat­to cor­re­re mol­to inchio­stro. Nel dicem­bre 2005, la Cina inau­gu­ra­va addi­rit­tu­ra un oleo­dot­to che col­le­ga Atas­su, nel Kaza­kh­stan, ad Ala­chan­ku, nel­lo Xin­jiang. «Il pri­mo con­trat­to petro­li­fe­ro fir­ma­to da Pechi­no nell’Asia cen­tra­le risa­le al 1997 — rile­va Kell­ner. La Cina lavo­ra sul lun­go ter­mi­ne. Ha sapu­to costrui­re basi soli­de nell’Asia cen­tra­le, e oggi que­sta poli­ti­ca paga».
Que­sta fre­ne­sia di acqui­sti non rispon­de sol­tan­to alla richie­sta di idro­car­bu­ri in un pae­se che ha una cre­sci­ta annua del 10%. Secon­do Kell­ner, tra­du­ce anche la sua visio­ne geo­po­li­ti­ca: «La Cina non vede le cose in ter­mi­ni di mer­ca­to, seb­be­ne l’offerta e la richie­sta di petro­lio sia­no glo­ba­liz­za­te. Per garan­ti­re la pro­pria sicu­rez­za ener­ge­ti­ca, si offre gia­ci­men­ti e oleo­dot­ti che ne assi­cu­ra­no l’approvvigionamento diret­to, ma che sono mol­to costo­si. Men­tre è essen­zia­le che offer­ta e doman­da si equi­li­bri­no a livel­lo mon­dia­le per man­te­ne­re i prezzi.
Nel suo stes­so inte­res­se, Pechi­no dovreb­be piut­to­sto con­tri­bui­re a que­sto equi­li­brio sen­za neces­sa­ria­men­te pen­sa­re ai pro­pri approv­vi­gio­na­men­ti diretti».
Le ex repub­bli­che sovie­ti­che sfrut­ta­no la con­cor­ren­za tra le gran­di poten­ze per con­so­li­da­re la pro­pria indi­pen­den­za eco­no­mi­ca e poli­ti­ca Inve­sti­re nell’Asia cen­tra­le signi­fi­ca anche, per i cine­si, la pos­si­bi­li­tà di inse­rir­si negli affa­ri del­la regio­ne per con­tri­bui­re alla sua sicu­rez­za — così dico­no. Pechi­no si impe­gna nell’Ocs per fede­ra­re gli sta­ti mem­bri sui temi pre­di­let­ti, come la lot­ta con­tro il ter­ro­ri­smo o la coo­pe­ra­zio­ne eco­no­mi­ca ed ener­ge­ti­ca. Di più, l’organizzazione for­ma un bloc­co in gra­do di crea­re una for­te soli­da­rie­tà in caso di desta­bi­liz­za­zio­ne del­la regio­ne, o di accre­sciu­ta influen­za degli Sta­ti uni­ti che potreb­be­ro arri­va­re al pun­to di minac­cia­re i pote­ri costi­tui­ti. L’ondata di «rivo­lu­zio­ni colo­ra­te» nel­lo spa­zio ex-sovie­ti­co a par­ti­re dal 2003 ha così por­ta­to l’organizzazione a pren­de­re una posi­zio­ne più net­ta con­tro Washing­ton. Nel luglio 2005, ad esem­pio, i suoi sei mem­bri soste­ne­va­no Tash­kent nel­la sua esi­gen­za di chiu­de­re la base mili­ta­re aerea ame­ri­ca­na di Kar­shi-Kha­na­bad, aper­ta nel qua­dro dell’operazione in Afgha­ni­stan. In effet­ti, non esi­ste più nes­sun Gl sul suo­lo uzbe­ko. In real­tà, il «gran­de gio­co» con­vie­ne alle repub­bli­che d’Asia cen­tra­le e del Cau­ca­so che pun­ta­no sul­la con­cor­ren­za tra le gran­di potenze.
Diven­ta­no un po’ più indi­pen­den­ti, in quan­to pos­so­no dire di «no» a una di que­ste gran­di poten­ze per rivol­ger­si a un’altra gran­de capitale.
Il che spes­so signi­fi­ca soprat­tut­to sce­glie­re la pro­pria dipendenza.
Men­tre il Kaza­ki­stan apre la sua eco­no­mia al mon­do, l’Uzbekistan la chiu­de, e men­tre la Geor­gia pun­ta fino in fon­do sul­la car­ta ame­ri­ca­na, il Turk­me­ni­stan con­ser­va una pro­fon­da sfi­du­cia nei con­fron­ti di Washington.
Al di là di que­ste dif­fe­ren­ze, il «gran­de gio­co» con­sen­te loro di esse­re meno costret­te a segui­re la stra­da impo­sta da una del­le poten­ze domi­nan­ti. Ad esem­pio, se il discor­so demo­cra­ti­co dell’Occidente com­pro­met­te gli inte­res­si dei diri­gen­ti cen­tro-asia­ti­ci o cau­ca­si­ci, essi pos­so­no comun­que vol­tar­gli le spal­le, visto che né Pechi­no né Mosca sono mol­to rigo­ro­si in mate­ria. A dire il vero, nem­me­no Washing­ton o Bru­xel­les lo sono sistematicamente.
Gli impe­ra­ti­vi stra­te­gi­ci li por­ta­no spes­so a rele­ga­re i dirit­ti del­la per­so­na in secon­do pia­no, cosa che discre­di­ta note­vol­men­te i valo­ri cosid­det­ti «occi­den­ta­li», nei qua­li i pote­ri del­la regio­ne non vedo­no altro che un’arma ideo­lo­gi­ca. Dopo il 2003, per met­te­re a tace­re le cri­ti­che, i loro diri­gen­ti per­fe­zio­na­no, mese dopo mese, un discor­so sul loro modo «orien­ta­le», di costrui­re la demo­cra­zia a casa pro­pria. Nel frat­tem­po, la cor­ru­zio­ne regna in que­sto «gran­de gio­co»: la man­na del petro­lio e del gas, anche se si trat­ta di ric­chez­ze nazio­na­li, sfug­ge in gran par­te al con­trol­lo demo­cra­ti­co degli abi­tan­ti di que­sti paesi.

note:
* Gior­na­li­sta indi­pen­den­te, Bishek (Kir­ghi­zi­stan)
(1) Si leg­ga Vic­ken Che­te­rian, «Il “Gran­de Gio­co” del petro­lio in Trans­cau­ca­sia» e «L’Asia cen­tra­le, retro­via ame­ri­ca­na», Le Mon­de diplomatique/il mani­fe­sto, rispet­ti­va­men­te otto­bre 1997 e feb­bra­io 2003.
(2) La teo­ria del­lo Hear­tland si deve al bri­tan­ni­co Hal­ford John Mac­kin­der (1861–1947). Padre del­la geo­po­li­ti­ca con­tem­po­ra­nea, egli con­ce­pi­va il pia­ne­ta come un insie­me che gira intor­no al con­ti­nen­te eura­sia­ti­co, lo Hear­tland. Per domi­na­re il mon­do, occor­re domi­na­re que­sto «per­no geo­gra­fi­co del mon­do». Mac­kin­der rite­ne­va che la Rus­sia, padro­na dell’Heartland a cau­sa del­la sua posi­zio­ne geo­gra­fi­ca, pos­se­des­se una supe­rio­ri­tà stra­te­gi­ca sul­la Gran Bre­ta­gna, poten­za marittima.
(3) Sul «gran­de gio­co», cfr. Peter Hop­kirk, The Great Game, On Secret Ser­vi­ce in Cen­tral Asia, Oxford Uni­ver­si­ty Press, New York, 1991.
Per un bre­ve rias­sun­to, cfr. Boris Eisen­baum, Guer­res en Asie centrale.
Lut­tes d’influences, pétro­le, isla­mi­sme et mafias, 1850–2004, Gras­set, Pari­gi, 2005.
(4) Egli pub­bli­che­rà il pros­si­mo otto­bre un libro inti­to­la­to The Oil and the Glo­ry: The Pur­suit of Empi­re and For­tu­ne on the Caspian Sea, Ran­dom Hou­se, New York, 2007.
(5) «Oil and the New “Great Game”», The Nation, New York, 16 feb­bra­io 2004.
(6) Si leg­ga Vic­ken Che­te­rian, «Le stra­ne rivo­lu­zio­ni che avven­go­no all’Est», Le Mon­de diplomatique/il mani­fe­sto, otto­bre 2005.
(7) Si leg­ga Vic­ken Che­te­rian, «La rivo­lu­zio­ne aran­cio­ne si sco­lo­ra», Le Mon­de diplomatique/il mani­fe­sto, set­tem­bre 2006.
(8) Jérô­me Guil­let, «Gaz­prom, par­te­nai­re pré­vi­si­bi­le: reli­re les cri­ses éner­gé­ti­ques Rus­sie-Ukrai­ne et Rus­sie-Bela­rus», Rus­sie, Nei­Vi­sions, n° 18 Ifri, mar­zo 2007. Per una visio­ne oppo­sta, cfr. Chri­sto­phe-Ale­xan­dre Pail­lard, «Gasprom: mode d’emploi pour un sui­ci­de éner­gé­ti­que», Rus­sie, Nei Visions, n° 17 Ifri, mar­zo 2007.
(9) Cfr. «La Géor­gie ten­te de rédui­re sa dépen­dan­ce éner­gé­ti­que vis-à-vis de la Rus­sie», Bul­le­tin de l’industrie pétro­liè­re, Pari­gi, 8 feb­bra­io 2007.
(10) Gli azio­ni­sti di Agip Kco sono Eni (18,52%), Exxon­Mo­bil (18,52%); Shell (18,52%), Cono­co­Phil­lips (9,26%), la socie­tà nazio­na­le petro­li­fe­ra kaza­ka Kaz­Mu­nay­Gas (8,33%), Inpex (8,33%).
(11) L’Ocs è sta­ta crea­ta nel 1996 con la deno­mi­na­zio­ne di «grup­po di Shan­ghai». Com­pren­de oggi sei Sta­ti mem­bri (Cina, Kaza­kh­stan, Kir­ghi­zi­stan, Uzbe­ki­stan, Rus­sia, Tagi­ki­stan) e quat­tro osser­va­to­ri (India, Iran, Mon­go­lia, Paki­stan). Que­sto ulti­mo sta­tu­to di osser­va­to­re è sta­to nega­to agli Sta­ti uniti.

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L’Oriente e l’Occidente si contendono l’oro nero

San Fran­ci­sco Chro­ni­cle | Dome­ni­ca 9 dicem­bre 2007 | Kel­ly McEvers |

In 1859, a reti­red rail­way con­duc­tor named Edwin Dra­ke struck oil in a tiny Penn­syl­va­nia town cal­led Titu­svil­le. Back then, cru­de was refi­ned for use in kero­se­ne lamps. Soon, the Dra­ke Well was pum­ping hun­dreds of thou­sands of bar­rels of oil. The Petro­leum Age was under way.
Yet few Ame­ri­cans know that a deca­de befo­re this ama­zing disco­ve­ry, the world’s fir­st com­mer­cial oil well had alrea­dy been plum­bed on a penin­su­la far from Penn­syl­va­nia, a penin­su­la who­se name means “pla­ce of sal­ty waters” — a hook of land that juts into the bri­ny Caspian Sea.
Land­loc­ked by Iran, Turk­me­ni­stan, Kaza­kh­stan, Rus­sia, Azer­bai­jan — names that Ame­ri­cans the­se days might asso­cia­te with an abun­dan­ce of natu­ral resour­ces — the Caspian Sea is actual­ly a lake, but one that hap­pens to blan­ket some of the world’s lar­ge­st oil and gas fields.
To spend time in any of the­se coun­tries, four of which once belon­ged to the Soviet Union, is to see the names such as Che­vron and BP embla­zo­ned on eve­ry­thing from sta­tio­ne­ry to ship­ping con­tai­ners and to won­der, how did Western com­pa­nies get here?
Ste­ve LeVi­ne, an ener­gy cor­re­spon­dent for the Wall Street Jour­nal who cove­red the Caspian region from 1992 to 2003, answers this que­stion in sur­pri­sing detail in “The Oil and the Glo­ry.” Chan­ce mee­tings on pla­nes, Con­nec­ti­cut man­sions, CIA debrie­fings, Carib­bean yacht crui­ses, Gul­fstream jets — all the­se are set pie­ces in LeVine’s account of how, long befo­re it was offi­cial poli­cy, Western oil­men “instinc­ti­ve­ly gra­sped the essen­ce of déten­te” with the Evil Empi­re, and found ways to open it up for business.
Oil dea­lings bet­ween the West and Soviet Union star­ted as far back as 1928, when Jose­ph Sta­lin laun­ched a five-year plan to revi­ve Soviet indu­stry and “una­ba­shed­ly employed Ame­ri­cans and Euro­peans” to deve­lop the oil fields off the Caspian Sea.
Later, after World War II, when the Allies’ rela­tion­ship with Sta­lin sou­red and the Cold War began, it took midd­le­men, such as a flam­boyant Tur­kish Arme­nian emi­gre in Boston and his pro­te­ge, a wily Cali­for­nia social clim­ber, to open doors for Western oil­men in an other­wi­se clo­sed Soviet Union.
That Cali­for­nian was Jim Gif­fen, who gol­fed and glad-han­ded his way to a job as chief advi­ser to Che­vron, which even­tual­ly signed a momen­tous deal to drill and mana­ge day-to-day ope­ra­tions at a “super­giant” oil field cal­led Ten­giz, just off Kaza­kh­stan in the Caspian Sea — and keep 20 per­cent of the profits.
Gif­fen see­med to know all the right hands to sha­ke in late 1980s Moscow, espe­cial­ly after Soviet Pre­si­dent Mikhail Gor­ba­chev lega­li­zed joint ven­tu­res with the West, and later in Kaza­kh­stan, when it and other repu­blics gai­ned inde­pen­den­ce and were able to nego­tia­te oil deals on their own.
Throu­ghout that hea­dy, chao­tic time, Gif­fen had a par­ti­cu­lar abi­li­ty to make it appear as if his pro­po­sals for Ame­ri­can com­pa­nies to exploit Soviet oil fields had the bles­sing of Washing­ton. The domi­nant fea­tu­re in Giffen’s New York offi­ce, LeVi­ne wri­tes, was pho­to­gra­phs of Gif­fen with key players in the U.S. govern­ment and big oil, inclu­ding one of Con­do­leez­za Rice, who then was on Chevron’s board of directors.
Yet even Gif­fen couldn’t have pre­dic­ted how swif­tly the Soviet Union would col­lap­se — or how fier­ce­ly his allies in Moscow would try to thwart Western ven­tu­res in the new­ly inde­pen­dent, post-Soviet republics.
The Che­vron-Ten­giz deal in Kaza­kh­stan, for instan­ce, got much more com­pli­ca­ted when the com­pa­ny was for­ced to trans­port its cru­de throu­gh old, small Soviet pipe­li­nes, whe­re high-qua­li­ty Ten­giz oil had to mix with a blend of lower-qua­li­ty Rus­sian cru­de, and Rus­sia char­ged high tariffs for the privilege.
So began a poli­cy shift in the Uni­ted Sta­tes — away from ope­ning up to the enti­re post-Soviet region in favor of exploi­ting Caspian oil whi­le con­tai­ning Rus­sia. But this poli­cy shift did not come easi­ly, LeVi­ne reports, espe­cial­ly given the influen­ce over then-Pre­si­dent Bill Clin­ton of his long­ti­me friend and depu­ty secre­ta­ry of sta­te, Stro­be Tal­bott, who belie­ved that the awa­ke­ning giant, Rus­sia, must be appea­sed at all costs.
Even­tual­ly, thou­gh, mid­le­vel players in the admi­ni­stra­tion were able to make the case that it was in America’s inte­re­st to sup­port an oil pipe­li­ne from East to West that cir­cum­ven­ted Rus­sia, and archri­val Iran. The plan was to start the pipe­li­ne at the Caspian, tra­vel over the moun­tains of new­ly inde­pen­dent Geor­gia and end at the Tur­kish port of Cey­han, on the Medi­ter­ra­nean Sea.
LeVi­ne meti­cu­lou­sly recoun­ts the pro­cess of get­ting this pipe­li­ne built — a pro­cess that span­ned more than a deca­de and seve­ral admi­ni­stra­tions in a han­d­ful of coun­tries — pain­ting a rare pic­tu­re of how a few deter­mi­ned poli­cy­ma­kers can alter the geo­po­li­ti­cal map.
That level of detail seems gra­tui­tous the few times LeVi­ne talks to town­speo­ple in the­se far-flung repu­blics, peo­ple without indoor plum­bing who gai­ned lit­tle from the oil boom. The­se pas­sa­ges seem too quick and too for­ced, as does a chap­ter on a fai­led Uno­cal plan to build a pipe­li­ne across Afgha­ni­stan. The only real scoop here is that the com­pa­ny bought and instal­led a fax machi­ne for the Taliban.
Other­wi­se, “The Oil and the Glo­ry” is a fine, grip­ping read, one that takes us to a once-for­bid­den land, and sho­ws us how many others have gone befo­re us — and prospered.

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Il petrolio e la gloria di Steve LeVine

Con­de Nast Port­fo­lio | Novem­bre 2007 | Andy Young |

The Caspian Sea region’s oil was com­mer­cia­li­zed in 1886, when Zey­na­lab­din Tagiyev—known as the Azer­bai­ja­ni Eunuch Maker—struck a gusher that spewed more cru­de into the sea than all the world’s func­tio­nal wells were pro­du­cing at the time. As LeVine’s enga­ging account details, the area has sin­ce been disco­ve­red, plun­de­red, and for­got­ten time and again. But now, with the ope­ning of the Baku-Cey­han pipe­li­ne in spring 2006, the Caspian may well be the key to our ener­gy inde­pen­den­ce from the Midd­le East. A for­mer Wall Street Jour­nal wri­ter, LeVi­ne brings this all ali­ve by intro­du­cing us to regio­nal strong­men, Ame­ri­can fixers, Western oil-com­pa­ny exe­cu­ti­ves, and sha­dy ener­gy tra­ders who, sin­ce the brea­kup of the Soviet empi­re, have jostled for Cen­tral Asia’s enor­mous oil pri­ze whi­le Mother Rus­sia looms mena­cin­gly in the back­ground. The deft poli­ti­cal por­trait of this stra­te­gic, vola­ti­le area makes the book essen­tial rea­ding, but it’s LeVine’s fine wri­ting that makes it a pleasure.

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Il petrolio e la gloria. La corsa al dominio e alle ricchezze della regione del Mar Caspio

Forei­gn Affairs | Novembre/Dicembre 2007 | Robert Legvold |

Hard­ly any topic has been more chewed over in recent years than the poli­tics of Caspian Sea oil and gas. But behind the repor­ted head but­ting of govern­men­ts, the play-by-play over pipe­li­nes, and an end­less stream of aca­de­mic con­fe­ren­ces, a bare-knuc­kle, swa­sh­buc­kling dra­ma has pit­ched and rol­led, with oil­men vying for a share of the­se riches. LeVi­ne, a cor­re­spon­dent for The Wall Street Jour­nal, has done due dili­gen­ce in fra­ming both the histo­ri­cal and the con­tem­po­ra­ry poli­ti­cal set­tings, but the treat is in the roi­ling tale of the gam­bles, bra­va­do, and maneu­ve­ring of the deal­ma­kers. James Gif­fen, the impre­sa­rio of Kazakhstan’s oil sur­ge, now under indict­ment in U.S. court, plays a cen­tral role, but the­re are many others in the cast. Like a good sce­na­ri­st, LeVi­ne deve­lops the cha­rac­ters for each seg­ment befo­re pro­cee­ding with the plot. For peo­ple who liked Michael Dou­glas in Wall Street, here is an even more sub­tle and com­plex movie script.

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La corsa al petrolio nel Mar Caspio

Busi­nes­sWeek | Lune­dì 12 novem­bre 2007 | Stan­ley Reed |

The disin­te­gra­tion of the Soviet Union in the ear­ly 1990s unlea­shed a modern-day Klon­di­ke in the bleak but oil-soa­ked region around the Caspian Sea. Sto­ries of how com­pa­nies such as Che­vron (CVX ) and Exxon­Mo­bil (XOM ) gai­ned access to the huge oil fields of Kaza­kh­stan and Azer­bai­jan have lea­ked out in dribs and drabs, but now Ste­ve LeVi­ne has gathe­red the who­le Wild East tale in one can­ny and enter­tai­ning book, The Oil and the Glo­ry: The Pur­suit of Empi­re and For­tu­ne on the Caspian Sea.
LeVi­ne, who spent many years in Rus­sia and its nei­gh­bors as a cor­re­spon­dent for The Wall Street Jour­nal and other publi­ca­tions, has fil­led his volu­me with intri­guing, some­ti­mes daun­ting cha­rac­ters. Lud­vig Nobel, a 19th cen­tu­ry entre­pre­neur and mem­ber of the famed Swe­dish fami­ly, orga­ni­zed the Caspian oil tra­de much as John D. Roc­ke­fel­ler did the U.S. busi­ness. Zey­na­lab­din Tagiyev, an Aze­ri oil baron of the 1880s, once orde­red ser­van­ts to castra­te a rival for his wife’s affec­tions. Marat Mana­fov, Azerbaijan’s oil nego­tia­tor during the 1990s, shook up mee­tings by poin­ting a pistol at Western oil executives.
More impor­tant, the book zooms in on the dubious prac­ti­ces, intri­gue, and poli­ti­cal arm-twi­sting that can be a key part of deals in deve­lo­ping nations, whe­re ever more of the oil busi­ness takes pla­ce. In Kaza­kh­stan in the 1990s, lar­ge sums from oil com­pa­nies alle­ged­ly ended up in the Swiss bank accoun­ts of the country’s Pre­si­dent. At the same time, in Azer­bai­jan, a $230 mil­lion “signing bonus” paid by a con­sor­tium of Western com­pa­nies was almo­st instan­tly disper­sed “to off­sho­re accoun­ts in coun­tries with lax ban­king laws,” accor­ding to a Penn­zoil offi­cial quo­ted by LeVine.
LeVi­ne also under­sco­res the inten­se­ly poli­ti­cal natu­re of oil. Both Rus­sia and the U.S. employed govern­ment muscle to influen­ce which com­pa­nies gai­ned access to Caspian coun­tries’ reser­ves and the rou­tes throu­gh which it would be expor­ted. Al Gore tried to use his Vice-Pre­si­den­tial clout in Chevron’s favor again­st the mave­rick Dutch oil tra­der John Deuss. Deuss, play­ing a cle­ver but ulti­ma­te­ly losing game, was try­ing to par­lay the bac­king of the Sul­tan of Oman into a lock on the vital pipe­li­ne rou­te out of Kazakhstan.
Much less inte­re­sting than such cha­rac­ters, in LeVine’s tel­ling, are the oil com­pa­ny exe­cu­ti­ves, who are bur­de­ned both by a sen­se of enti­tle­ment and a tin ear for local poli­tics. BP’s John Bro­w­ne, then head of the company’s explo­ra­tion and pro­duc­tion, did impress his Kaza­kh hosts by gul­ping down a local delicacy—a sheep’s eye. But, says LeVi­ne, Che­vron CEO Ken­neth Derr “lite­ral­ly tur­ned his back” on Kaza­kh­stan Pre­si­dent Nur­sul­tan Nazar­bayev when he asked for help in buil­ding a soc­cer sta­dium for his new capi­tal, Asta­na. Nazar­bayev, who­se oil Derr cove­ted, “was sui­ta­bly flab­ber­ga­sted and insulted.”
A key figu­re in much of the Caspian intri­gue was one James H. Gif­fen, the son of a Stock­ton (Calif.) haber­da­sher who beca­me a player in the hard-to-pene­tra­te world of U.S.-Soviet tra­de. In the mid-1980s, Gif­fen con­vin­ced Soviet lea­der Mikhail Gor­ba­chev that U.S. busi­ness could help cure his country’s ailing eco­no­my. The apex of Giffen’s career: the deal he bro­ke­red giving Che­vron exclu­si­ve rights to Kazakhstan’s Ten­giz, a gem of an oil field that is pro­ba­bly among the world’s 10 lar­ge­st. In return, says LeVi­ne, Gif­fen got 7.5 cen­ts on each bar­rel Che­vron pro­du­ced, poten­tial­ly tens of mil­lions of dollars.
For years Gif­fen, a fre­quent sour­ce for Busi­nes­sWeek repor­ters, master­ful­ly jug­gled dif­fe­rent inte­rests, inclu­ding the Kaza­khs, the oil com­pa­nies, and the CIA. He and Nazar­bayev “some­ti­mes retrea­ted into the coun­try­si­de for days at a time, accom­pa­nied by young Kaza­kh women and well sup­plied with whi­skey.” But his influen­ce waned, and in 2003 he was arre­sted at New York’s John F. Ken­ne­dy Inter­na­tio­nal Air­port on char­ges of fun­ne­ling $77 mil­lion in bri­bes from U.S. oil com­pa­nies to Nazar­bayev and other Kaza­kh insiders.
He still awai­ts trial, insi­sting that he had been, in LeVine’s words, “a U.S. agent in Kazakhstan…in one of the most stra­te­gic regions in the world.” Wha­te­ver hap­pens to him, the spot is sure to spa­wn other outra­geous cha­rac­ters to take his place.

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Il petrolio e la gloria. La corsa all’impero e alla fortuna del Mar Caspio di Steve LeVine

 | Registan.net | Dome­ni­ca 21 otto­bre 2007 | Joshua Foust |

For well over a cen­tu­ry, the Caspian basin has been “the next big thing” for ener­gy, a poten­tial­ly weal­thy region crip­pled only by its inac­ces­si­bi­li­ty. This was the result of tech­no­lo­gy in the nine­teenth cen­tu­ry, when oil was expor­ted on mule­back, and later ideo­lo­gy, when the Bol­she­viks sei­zed Western asse­ts, and the Sovie­ts later denied wester­ners access only until they despe­ra­te­ly nee­ded cash. Sin­ce “The Fall,” the mad scram­ble for the region’s oil and gas has rea­ched a fever pitch, resul­ting in the destruc­tion of seve­ral lar­ge com­pa­nies, the acqui­si­tion of others, and an incre­di­ble degree of poli­ti­cal and com­mer­cial back-dea­ling and betrayal.
This sto­ry, which most only know in a gene­ral sen­se (if at all), is the sto­ry LeVi­ne lays out. The pri­ma­ry author of a blog which shares its name with his book, LeVi­ne was a regio­nal cor­re­spon­dent for the New York Times and the Alma­ty bureau chief for the Wall Street Jour­nal. Such a posi­tion gave him key access to many of the players he describes—from the hila­riou­sly pom­pous midd­le­men like James Gif­fen to heads of sta­te like Nur­sul­tan Nazarbayev—and a bra­cing, spell­bin­ding nar­ra­ti­ve full of intri­gue to tie toge­ther an incre­di­bly com­plex story.
Whi­le the broa­de­st stro­kes of this sto­ry aren’t espe­cial­ly new (regu­lar rea­ders of most blogs or news accoun­ts of Cen­tral Asia won’t find world-alte­ring sur­pri­ses), LeVi­ne adds value by not only pla­cing the cur­rent geo­po­li­ti­cal wran­gle in a broad histo­ri­cal con­text, but by offe­ring deep insights into what each of the players was thin­king, as well as all of the mes­sy back room nego­tia­tions that crea­ted the modern Caspian. This is whe­re his access as a jour­na­li­st real­ly comes out to shi­ne: he had the bene­fit of col­lec­ting inter­views and notes over more than a deca­de, all of which allo­wed him to craft what could be a defi­ni­ti­ve histo­ry not just of the strug­gle for Caspian oil, but of the men who strug­gled for it. New cha­rac­ters, mostly if not always unheard of pop in and out of the sto­ry, some­ti­mes chan­ging it but always adding intri­gue. For exam­ple, the erra­tic beha­vior of Aze­ri nego­tia­tor Marat Mana­fov, remem­be­red mostly for dra­wing a pistol on oil exe­cu­ti­ves at a posh hotel, was mind-bog­gling to read, espe­cial­ly in such a serious con­text and with such huge stakes.
Much like Ste­ve Coll’s master­pie­ce on the CIA-al-Qae­da strug­gle throu­ghout the 80s and 90s, this insi­der access is incre­di­bly valua­ble, but only gets you so far: at some point, the rea­li­za­tion sets in that this is everyone’s per­so­nal inter­pre­ta­tion and spin of what hap­pe­ned and what they were thin­king. Whi­le it’s true that this the case of most histo­ries, the relian­ce on per­so­na­li­ty lea­ves big gaps that I wish could be fil­led in, most espe­cial­ly what was hap­pe­ning on the Rus­sian side. We learn a great deal about what the Clin­ton Whi­te Hou­se was thin­king (and inter­nal­ly deba­ting) during the mad rush of the 90s, much of what the major oil exe­cu­ti­ves were up to, and even a sur­pri­sing amount of the nor­mal­ly hyper-pri­va­te midd­le­men. The­re is keen insight into what the Aze­ris and Kaza­khs were try­ing to get. But the cove­ra­ge of Rus­sia felt odd­ly flat.
This isn’t much of a criticism—there are only so many peo­ple one can talk to, even over a deca­de, espe­cial­ly on a sub­ject as inten­se­ly sen­si­ti­ve (and espe­cial­ly so in Rus­sia) as oil rights and explo­ra­tion and poli­tics. But whi­le such an exer­ci­se gains one an incre­di­ble glimp­se into how the oil indu­stry ope­ra­tes, and more impor­tan­tly how it plays into natio­nal and inter­na­tio­nal poli­tics, it can only go so far.
Indeed, whi­le this is a glo­rious histo­ry writ­ten in the vein of Hopkirk’s The Great Game, it is short on ana­ly­sis. Whi­le LeVi­ne rai­ses appro­pria­te and trou­bling questions—such as Russia’s relia­bi­li­ty as an hone­st bro­ker or tra­ding part­ner, and whe­ther America’s self-inser­tion into the region will be for good or ill—there’s not much here to help in answe­ring them.
The histo­ry, howe­ver, is indeed glo­rious. I found the ope­ning sec­tion, in which LeVi­ne details the fir­st Baku boom a cen­tu­ry ago, of incre­di­ble inte­re­st. Asi­de from the gau­dy exces­ses of the ori­gi­nal barons (the cur­rent ones are more discreet in how they blow mil­lions on luxu­ry), what was most stri­king was the incre­di­ble waste. This was some­thing even the con­tem­po­ra­ry Euro­peans, such as the descen­dan­ts of Alfred Nobel (who not only were the pri­ma­ry deve­lo­pers in Baku, but also inven­ted the modern oil tan­ker), found shoc­king. Wells would be tap­ped and left as gushers, spewing untold amoun­ts of wealth into the air and then into the ground, making eve­ry­thing a sou­py, use­less, toxic mess. This hor­ren­dous waste and pol­lu­tion, unfor­tu­na­te­ly, con­ti­nued throu­gh the Soviet era, right to the 1985 Ten­giz blo­wout that bur­ned for over a year. 85 miles away, 700-ft tall column of fla­me was visi­ble, and appa­ren­tly it was so hot water boi­led from near­ly 200 feet away.
There’s ano­ther untold sto­ry the­re, one perhaps wor­thy of fol­low up: the unbe­lie­va­ble envi­ron­men­tal dama­ge the Sovie­ts wrought, in Cen­tral Asia (mostly Kaza­kh­stan, as the Aral Sea, Semi­pa­la­tin­sk, and Ten­giz disa­sters may indi­ca­te), but across the enti­re USSR. Oil is a mes­say, dan­ge­rous industry—that much eve­ryo­ne can agree to (and the bat­tle over pre­ser­ving the wild­li­fe refu­ges off Sakha­lin speak to some long-over­due push back again­st rec­kless explo­ra­tion). But so is com­mu­ni­sm, both in the hun­dred mil­lion peo­ple sacri­fi­ced to its ideo­lo­gy last cen­tu­ry and the con­ti­nued lega­cy of the scars its land bears. LeVine’s book is an impor­tant part of this sto­ry, and is so well writ­ten it is worth rea­ding even if one has no inte­re­st on the sub­ject. But it is only a part of a much gran­der, and sad­der, story.

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Steve LeVine

Ste­ve LeVi­ne è sta­to in Asia Cen­tra­le e nel Cau­ca­so per 11 anni — a par­ti­re da due set­ti­ma­ne dopo il crol­lo sovie­ti­co del 2003.

È sta­to cor­ri­spon­den­te del The Wall Street Jour­nal per la regio­ne del­le otto-nazio­ni e pri­ma anco­ra per il New York Times.

Dal 1988 al 1991 è sta­to cor­ri­spon­den­te del New­sweek in Paki­stan e Afgha­ni­stan. Pri­ma di ciò, ha coper­to le Filip­pi­ne per il New­sday dal 1985 al 1988. Ha lavo­ra­to sul petro­lio con lo staff del The Wall Street Jour­nal dal gen­na­io 2007.
Attual­men­te sta scri­ven­do un nuo­vo libro sul­la Rus­sia che, tra le altre cose, cer­ca di spie­ga­re la serie di omi­ci­di di alto profilo.
LeVi­ne è spo­sa­to con Nuril­da Nur­ly­baye­va e insie­me han­no due figlie.

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Nel vortice del petrolio

Panorama.it | Gio­ve­dì 24 Gen­na­io 2008 | Pino Buongiorno |

Sono poten­ti. Sono cele­bri. Ma quest’anno sono anche ter­ri­bil­men­te ansio­si. I 2.450 par­te­ci­pan­ti all’annuale appun­ta­men­to del World eco­no­mic forum di Davos, sul­le Alpi sviz­ze­re, dal 23 al 27 gen­na­io, san­no che è ini­zia­to un anno di straor­di­na­rie incer­tez­ze poli­ti­che ed eco­no­mi­che, come mai negli ulti­mi due decenni.
Pri­ma di par­ti­re per la «Magi­ca mon­ta­gna» tan­to cara a Tho­mas Mann, i capi di sta­to e di gover­no, gli impren­di­to­ri del­le mul­ti­na­zio­na­li, gli acca­de­mi­ci e gli scien­zia­ti di fama han­no rice­vu­to un volu­mi­no­so rap­por­to inti­to­la­to «Rischi 2008». Il livel­lo di allar­me, segna­la­to dai 100 top mana­ger ed esper­ti inter­vi­sta­ti, è altis­si­mo sia per i timo­ri cre­scen­ti di un’imminente sta­gna­zio­ne ame­ri­ca­na ed euro­pea sia per il vuo­to poli­ti­co che si è venu­to a crea­re nell’anno del­le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li in Rus­sia e in Ame­ri­ca. «È un futu­ro di sfi­de ecce­zio­na­li» avver­te Klaus Sch­wab, il fon­da­to­re del World eco­no­mic forum. «Ma anche di oppor­tu­ni­tà per dimo­stra­re le capa­ci­tà di leadership».
In soli 12 mesi il pia­ne­ta è cam­bia­to pro­fon­da­men­te. L’anno scor­so si discu­te­va di cam­bia­men­to del cli­ma. L’agenda poli­ti­ca del 2008 rimet­te al pri­mo pun­to la sicu­rez­za del­le fon­ti ener­ge­ti­che, come all’inizio degli anni Ottan­ta. La poli­ti­ca este­ra ame­ri­ca­na ha sem­pre avu­to come prin­ci­pio gui­da quel­lo di evi­ta­re che altre nazio­ni potes­se­ro usa­re l’oro nero per far avan­za­re le pro­prie pre­te­se ege­mo­ni­che. Dun­que, petro­lio acces­si­bi­le per tut­ti, a prez­zi di mer­ca­to. Ma diver­si muta­men­ti nel rap­por­to doman­da-offer­ta ora minac­cia­no que­sto sistema.
Il gap ten­de a ridur­si, la pro­du­zio­ne è ai mas­si­mi livel­li e i con­su­mi, soprat­tut­to negli Sta­ti Uni­ti e in Asia, cre­sco­no espo­nen­zial­men­te: dagli 87 miliar­di di bari­li attua­li ai 110 miliar­di fra una deci­na di anni.
Nell’era dei 100 dol­la­ri al bari­le, la fati­di­ca soglia toc­ca­ta il 2 gen­na­io scor­so, i pae­si pro­dut­to­ri festeg­gia­no una pro­spe­ri­tà sen­za pre­ce­den­ti: 700 miliar­di di dol­la­ri in più solo nel 2007. La con­se­guen­za fin trop­po ovvia è che alcu­ni di essi, Rus­sia in par­ti­co­la­re (ma anche Vene­zue­la), voglio­no gio­ca­re un ruo­lo poli­ti­co assai più incisivo.
Nel­lo stes­so tem­po la sete di petro­lio scuo­te i pae­si con­su­ma­to­ri (Usa, Unio­ne Euro­pea, Giap­po­ne, India e Cina), che si lan­cia­no in una cac­cia spa­smo­di­ca all’ultima goc­cia di greg­gio, facen­do veni­re meno le vec­chie allean­ze e sna­tu­ran­do le rego­le del mercato.
Ter­zo: le gran­di com­pa­gnie petro­li­fe­re per­do­no pro­gres­si­va­men­te ter­re­no nei pae­si pro­dut­to­ri. Devo­no affron­ta­re un peri­co­lo­so «nazio­na­li­smo del­le risor­se» che por­ta a uti­liz­za­re l’energia come arma poli­ti­ca pri­vi­le­gia­ta. Sono doman­de fin trop­po reto­ri­che quel­le che si pone un recen­te rap­por­to del Natio­nal petro­leum coun­cil ame­ri­ca­no: «La com­pe­ti­ti­vi­tà per le risor­se sem­pre più scar­se sfo­ce­rà in con­flit­ti poli­ti­ci e anche mili­ta­ri fra le mag­gio­ri potenze?».
E anco­ra: «Gli accor­di bila­te­ra­li fra le nazio­ni diven­te­ran­no comu­ni, nel momen­to in cui i gover­ni ten­ta­no di assi­cu­rar­si i pro­dot­ti ener­ge­ti­ci al di fuo­ri dei tra­di­zio­na­li mec­ca­ni­smi di mer­ca­to?». La real­tà, al di là del­le pre­vi­sio­ni più fosche, è che l’ordine mon­dia­le è sta­to scon­vol­to. La super­po­ten­za ame­ri­ca­na non det­ta più leg­ge da sola e soprat­tut­to non ha più l’influenza di una vol­ta. Quan­do Geor­ge W. Bush arri­vò alla Casa Bian­ca, nel gen­na­io 2001, il bari­le costa­va 30 dol­la­ri. Quan­do ini­ziò il secon­do man­da­to, nel gen­na­io 2005, era sali­to a 48 dol­la­ri, fino ai 100,1 dol­la­ri del 2 gen­na­io: una cre­sci­ta com­ples­si­va di qua­si il 230 per cen­to. Lo shock negli Sta­ti Uni­ti, ubria­chi di ben­zi­na a bas­so prez­zo, è sta­to ter­ri­bi­le, tan­to da bloc­ca­re la cre­sci­ta, assie­me alla cri­si del cre­di­to, al crol­lo del mer­ca­to immo­bi­lia­re e alla sva­lu­ta­zio­ne del dollaro.
Scen­do­no gli Sta­ti Uni­ti, avan­za­no nuo­vi pro­ta­go­ni­sti. Oggi il mon­do si può defi­ni­re mul­ti­po­la­re. La Cina, il secon­do pae­se con­su­ma­to­re di ener­gia, si è mes­sa a com­pe­te­re sul­le rot­te del petro­lio, tra­sfor­man­do­si in una poten­za qua­si neo­co­lo­nia­le in Afri­ca e in Sud Ame­ri­ca. Per pro­teg­ge­re i con­trat­ti nei nuo­vi mer­ca­ti dei pae­si emer­gen­ti il gover­no di Pechi­no ha deci­so di uti­liz­za­re la for­za nava­le e aerea.
Secon­do un rap­por­to del Pen­ta­go­no, la Cina sta addi­rit­tu­ra costruen­do una flot­ta di cin­que nuo­vi sot­to­ma­ri­ni nuclea­ri inter­con­ti­nen­ta­li, dota­ti di mis­si­li balistici.
Anco­ra più sor­pren­den­te è la resur­re­zio­ne del­la Rus­sia nel cor­so degli ulti­mi 18 mesi. «Il Crem­li­no ha sco­per­to che nel 21° seco­lo è più faci­le mar­cia­re attra­ver­so l’Europa facen­do busi­ness piut­to­sto che con l’Armata ros­sa» dichia­ra a Pano­ra­ma Ste­ve Levi­ne, uno dei mag­gio­ri esper­ti del­la nuo­va geo­po­li­ti­ca dell’energia, auto­re del recen­te best-sel­ler Oil and Glo­ry. «È un’altra dimen­sio­ne nel­lo spo­sta­men­to del cen­tro di gra­vi­tà per quan­to riguar­da l’influenza glo­ba­le ver­so est».
Nel­le dichia­ra­zio­ni uffi­cia­li Sta­ti Uni­ti e Unio­ne Euro­pea si oppon­go­no ai pia­ni rus­si di costru­zio­ne dei nuo­vi gasdot­ti. Eppu­re, chie­de Levi­ne, «chi sono i part­ner del­la Rus­sia in que­sti progetti?
Ger­ma­nia e Ita­lia. Il Crem­li­no usa la for­za o la per­sua­sio­ne, a secon­da degli inter­lo­cu­to­ri, per con­vin­ce­re socie­tà come Eni, Basf ed E.On a coo­pe­ra­re sia nei pro­gram­mi del South Stream sia in quel­li del North Stream. È il prez­zo da paga­re per ave­re acces­so ai gia­ci­men­ti di gas natu­ra­le russo».
Dopo aver ono­ra­to tut­ti i debi­ti, il gover­no rus­so ha aumen­ta­to il bud­get fede­ra­le di 10 vol­te dal 1999, ha accu­mu­la­to riser­ve in oro e in mone­te for­ti pari a 425 miliar­di di dol­la­ri e ha crea­to un fon­do di sta­bi­liz­za­zio­ne di 150 miliar­di di dol­la­ri. Il risul­ta­to è che il pre­si­den­te Vla­di­mir Putin e il suo pro­ba­bi­le suc­ces­so­re Dmi­tri Med­ve­dev sono in gra­do oggi di recla­ma­re il ritor­no alla pro­pria sfe­ra d’influenza del­le ex repub­bli­che sovietiche.
Non solo, han­no la for­za per resi­ste­re al nuo­vo siste­ma di dife­sa mis­si­li­sti­co volu­to da Washing­ton nell’Europa orien­ta­le e per affron­ta­re in pie­na auto­no­mia que­stio­ni sca­bro­se come il nuclea­re ira­nia­no e l’indipendenza del Kosovo.
Anche il vene­zue­la­no Hugo Chá­vez usa l’improvvisa ric­chez­za per allar­ga­re il suo rag­gio d’azione soprat­tut­to in Ame­ri­ca Lati­na, dove può con­ta­re su allea­ti fede­li in Boli­via, Nica­ra­gua e per­si­no in Argen­ti­na. A Bue­nos Aires è esplo­so nel­le scor­se set­ti­ma­ne uno scan­da­lo poli­ti­co per i pre­sun­ti finan­zia­men­ti elar­gi­ti da Chá­vez alla cam­pa­gna elet­to­ra­le del­la vin­ci­tri­ce Cri­sti­na Kirchner.
All’improvviso, gra­zie ai 13 miliar­di di bari­li del mega­gia­ci­men­to di Kasha­gan, dove ha un ruo­lo chia­ve l’Eni, il Kaza­kh­stan rin­no­va il «Gran­de gio­co» nell’Asia cen­tra­le pre­ten­den­do il ruo­lo di arbi­tro. Rus­sia, Cina, Sta­ti Uni­ti e Unio­ne Euro­pea cor­teg­gia­no il pre­si­den­te Nur­sul­tan Nazar­ba­iev e si con­ten­do­no gli oleo­dot­ti. L’autocrate di Asta­na è abi­le ad accon­ten­ta­re ora una super­po­ten­za ora l’altra, man­te­nen­do sem­pre in equi­li­brio la bilan­cia del pote­re, ma badan­do a pro­teg­ge­re i pro­pri interessi.
Per chiu­de­re il con­ten­zio­so sul­lo sfrut­ta­men­to di Kasha­gan, sol­le­va­to l’estate scor­sa, Nazar­ba­iev ha otte­nu­to un bonus di 4,5 miliar­di di dol­la­ri per i ritar­di nel­la pro­du­zio­ne e ha fat­to tra­sfe­ri­re l’8,5 per cen­to dell’intero pro­get­to alla socie­tà petro­li­fe­ra di sta­to Kaz­Mu­nai­gaz, mes­sa sul­lo stes­so pia­no del­le sorel­le occi­den­ta­li maggiori.
Anche la Tur­chia, cen­tro nevral­gi­co per il pas­sag­gio del­le petro­lie­re e degli oleo­dot­ti, ritor­na agli anti­chi splen­do­ri sul pal­co­sce­ni­co inter­na­zio­na­le, coc­co­la­ta da mol­te diplo­ma­zie, pri­me fra tut­te quel­le ame­ri­ca­na e italiana.
In que­sta nuo­va geo­po­li­ti­ca gui­da­ta dal bari­le di greg­gio c’è chi non si accon­ten­ta solo di con­ta­re di più, ma fa shop­ping stra­te­gi­co in giro per il mondo.
È il caso dell’Arabia Sau­di­ta e degli Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti. «Que­sti pae­si pro­dut­to­ri voglio­no un posto al tavo­lo dell’alta finan­za» spie­ga Ste­ve Levi­ne.
Un recen­te dos­sier del­la socie­tà di con­su­len­ze McKin­sey sti­ma che gli inve­sti­to­ri ara­bi del Gol­fo han­no ora in mano un immen­so teso­ro di pro­prie­tà spar­se in tut­to il pia­ne­ta per com­ples­si­vi 3,8 milio­ni di miliar­di. La sola Abu Dha­bi invest­ment autho­ri­ty, che ha asset sti­ma­ti attor­no ai 900 miliar­di di dol­la­ri, ha oggi la stes­sa for­za finan­zia­ria del­la Ban­ca del Giap­po­ne. Per sal­va­re il colos­so ame­ri­ca­no Citi­group sono dovu­ti inter­ve­ni­re sia il fon­do di inve­sti­men­ti sta­ta­li dell’emirato di Abu Dha­bi sia il prin­ci­pe e miliar­da­rio sau­di­ta Alwa­leed bin Talal.
I petro­dol­la­ri (sem­pre più petroeu­ro) com­pra­no tut­to: influen­za poli­ti­ca e gran­di impre­se. Il dena­ro dell’energia alte­ra così i vec­chi equi­li­bri, ma non ne inven­ta di nuo­vi. Di cer­to il mon­do si com­pli­ca come negli anni del­la guer­ra fred­da. Basta osser­va­re quel­lo che sta suc­ce­den­do oggi nel Mare Arti­co. Rus­sia, Cana­da, Nor­ve­gia, Dani­mar­ca e Sta­ti Uni­ti recla­ma­no la sovra­ni­tà sui fon­da­li del Polo Nord per poter sfrut­ta­re le immen­se risor­se sot­to­ma­ri­ne. E, tan­to per non per­de­re tem­po, la Rus­sia il 2 ago­sto 2007 ha pen­sa­to bene di anti­ci­pa­re le poten­ze riva­li e di pian­ta­re la sua ban­die­ra a 4.200 metri di profondità.

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Riciclaggio: nove miliardi di $ lavati nel software

 | Ita­lia­sve­glia­ti | Lune­dì 23 apri­le 2007 | Fran­ce­sco Man­ga­scià |

In accor­do con il Times News net­work, die­ci busi­ness­men india­ni assie­me ai loro com­pli­ci euro­pei, si son pre­si gio­co del­la giu­sti­zia, con l’aiuto del­la Fir­st Curaçao Inter­na­tio­nal Bank, nono­stan­te que­sta fos­se sta­ta inter­det­ta nel Set­tem­bre del 2006, per le evi­den­ze espo­ste dal­le auto­ri­tà del Regno Uni­to, gra­zie anche all’aiuto degli inve­sti­ga­to­ri olan­de­si, che pro­va­va­no la sua com­pli­ci­tà nell’aiutare uomi­ni d’affari euro­pei e india­ni, a rici­cla­re il dena­ro spor­co di uomi­ni di affa­ri euro­pei e indiani.
Il per­cor­so del dena­ro, ha rive­la­to agli inve­sti­ga­to­ri che que­sta ban­ca, ha spo­sta­to il dena­ro rici­clan­do­lo in diver­se ban­che in tut­to il mon­do, inclu­sa la Uni­ted Bank of Swi­tzer­land, UBS.
Men­tre l’interdizione rice­vu­ta obbli­ga­va la Fir­st Curaçao Inter­na­tio­nal Bank a sospen­de­re i suoi affa­ri in occi­den­te, la stes­sa segui­ta­va ad ope­ra­re a Ban­ga­lo­re, sot­to la coper­tu­ra del­la Tran­sworld ICT Solu­tions Pvt Ltd, un ope­ra­zio­ne di soft­ware, di pro­prie­tà di un olan­de­se John Deuss, che casual­men­te era uno dei diret­to­ri del­la  Fir­st Curaçao Inter­na­tio­nal Bank.
Quan­do gli inve­sti­ga­to­ri india­ni, han­no seque­stra­to il ser­ver del­la Tran­sworld ICT, han­no sco­per­to che que­sta socie­tà di soft­ware era solo la foglia di fico, che dove­va copri­re ogni ope­ra­zio­ne di riciclaggio.
Que­sta asso­cia­zio­ne a delin­que­re tran­sa­zio­na­le, ha fino ad ora ope­ra­to rici­clan­do il dena­ro spor­co all’interno di socie­tà che ope­ra­no all’interno del mon­do del soft­ware; secon­do fon­ti atten­di­bi­lis­si­me, in pochi mesi attra­ver­so que­ste ope­ra­zio­ni  sono sta­ti rici­cla­ti 9 miliar­di di $.
La stam­pa ita­lia­na da un po’ di tem­po, lustri, non si può cer­ta­men­te defi­ni­re una stam­pa dina­mi­ca, ma tace­re anche ades­so su cer­ti con­su­len­ti e cer­te ami­ci­zie, signi­fi­ca esse­re anche conniventi.

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