Le Vine: ecco come cambia la geografia del petrolio

Media Due­mi­la | Saba­to 8 dicem­bre 2012 | Reda­zio­ne |

Lo svi­lup­po di fon­ti alter­na­ti­ve come aspi­ra­zio­ne ad uno sti­le di vita più soste­ni­bi­le e non come ine­vi­ta­bi­le sur­ro­ga­to dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li. La sco­per­ta di nuo­ve riser­ve di idro­car­bu­ri in Pae­si fino­ra ai mar­gi­ni spo­sta il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che ener­ge­ti­che pubbliche.

Entu­sia­smi e timo­ri susci­ta­ti dal­le nuo­ve sco­per­te di idro­car­bu­ri. Il dibat­ti­to sul­le fon­ti alter­na­ti­ve. Gli equi­li­bri geo­po­li­ti­ci in Asia e nel Vec­chio Con­ti­nen­te e lo svi­lup­po dei pro­get­ti del­le gran­di arte­rie del gas. Ste­ve Le Vine, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord Ame­ri­ca, ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archiviato?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista 
cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscura.

Questo boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di sviluppo?

Questo boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di 
biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspira.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der 
rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra Ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio concreto?

In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra Ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi 
 pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli stati.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to un degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness profittevole?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te umanitaria.
La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in 
 Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Bolivia?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­la agen­zie di rating!
L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Continente?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te  di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad 
 abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più  con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to 
  vereb­be seria­men­te ridimensionata.


Rispetto a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la glo­ria” ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pianeta?

C’e’ sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò  rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que  dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia   Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta  poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afghanistan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre  alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.

Originariamente il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co  non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to . E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10 miliar­di di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Penso che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP,  pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri,  abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to 
  que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se  rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro  sul tavo­lo.   Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una  pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decennio.

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La geografia del petrolio vista da uno scrittore

MIT Tech­no­lo­gy Review | Mar­te­dì 30 otto­bre 2012 | Rita Kirby |

Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord America,ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archiviato?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscura.

Que­sto boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di sviluppo?
Que­sto boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspira.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio concreto?
In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli stati.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to uno degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness profittevole?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te umanitaria.

La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Bolivia?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­le agen­zie di rating!

L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Continente?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to ver­reb­be seria­men­te ridimensionata.

Rispet­to a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la gloria”,ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pianeta?
C’è sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afghanistan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.
Ori­gi­na­ria­men­te il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to. E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10miliardi di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Pen­so che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP, pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri, abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro sul tavo­lo. Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decennio.

Chi è Ste­ve LeVi­ne Scrit­to­re, gior­na­li­sta e blog­ger, LeVi­ne, attual­men­te risie­de a Washing­ton, D.C., dove segue la geo­po­li­ti­ca dell’energia per la rivi­sta Forei­gn Poli­cy, che ospi­ta il suo blog “The Oil and the Glo­ry”. Per 11 anni, a par­ti­re da due set­ti­ma­ne dopo il crol­lo dell’Unione Sovie­ti­ca fino al 2003, ha vis­su­to tra l’Asia Cen­tra­le e il Cau­ca­so. È sta­to cor­ri­spon­den­te per The Wall Street Jour­nal per la regio­ne del­le otto nazio­ni e pri­ma anco­ra per The New York Times. Tra il 1988 e il 1991, LeVi­ne è sta­to cor­ri­spon­den­te di New­sweek per il Paki­stan e l’Afghanistan, men­tre dal 1985 al 1988 è sta­to cor­ri­spon­den­te dal­le Filip­pi­ne per New­sday. Ha pub­bli­ca­to due libri: The Oil and the Glo­ry (2007), che rac­con­ta vicen­de di bat­ta­glie alla con­qui­sta di for­tu­na, glo­ria e pote­re sul Mar Caspio; e Putin’s Laby­rinth (2008), la sto­ria del­la Rus­sia rac­con­ta­ta attra­ver­so la vita e la mor­te di sei per­so­nag­gi, di cui nel 2009 è sta­ta pub­bli­ca­ta una ver­sio­ne aggior­na­ta in edi­zio­ne in bros­su­ra da Ran­dom House.

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Ogni petrolio ha il suo picco

spensierata.mente | Mer­co­le­dì 18 luglio 2012 |  |

Come direb­be Totò, “ogni pic­co ha il suo petro­lio” . Ho let­to ulti­ma­men­te vari inter­ven­ti sul pic­co del petro­lio, che non esi­ste­reb­be più, o sareb­be un’idea supe­ra­ta e altre ame­ni­tà. A me pare che non si valu­ti­no le cose da un pun­to di vista mol­to sem­pli­ce: in natu­ra tut­te le risor­se sono limi­ta­te e che lo voglia­mo o no le minie­re e i gia­ci­men­ti con il tem­po si esau­ri­sco­no. Tut­to il resto sono scioc­chez­ze. Oppu­re si par­la d’altro, mischian­do petro­lio natu­ra­le, gas natu­ra­le, car­bo­ne, mer­ca­to del­le mate­rie pri­me, petro­lio e gas otte­nu­ti dal­la frat­tu­ra­zio­ne del­le roc­ce di sci­sto, in un miscu­glio insensato.

Tut­to nasce da “C’ERAVAMO SBAGLIATI SUL PICCO DEL PETROLIO” (www.comedonchisciotte.org) di Geor­ge Monbiot.
” I fat­ti sono cam­bia­ti, ora dob­bia­mo cam­bia­re anche noi. Nel cor­so degli ulti­mi die­ci anni un’improbabile coa­li­zio­ne di geo­lo­gi, tri­vel­la­to­ri di petro­lio, ban­chie­ri, stra­te­ghi mili­ta­ri e ambien­ta­li­sti ci han­no pre­det­to che il pic­co del petro­lio – il decli­no del­le for­ni­tu­re mon­dia­li – era imminente.

Il Pic­co del Petro­lio non è avve­nu­to, ed è impro­ba­bi­le che acca­da per mol­to tem­po ancora.

Un rap­por­to dell’esperto petro­li­fe­ro Leo­nar­do Mau­ge­ri, pub­bli­ca­to dall’Università di Har­vard, for­ni­sce pro­ve incon­fu­ta­bi­li che è appe­na ini­zia­to un nuo­vo boom del petrolio.”

E pro­se­gue mischian­do dati riguar­dan­ti il brent clas­si­co con quel­lo “inno­va­ti­vo” pro­dot­to con il fracking.

Fa chia­rez­za sul pun­to U. Bar­di in “ABBASTANZA PETROLIO PER FRIGGERCI TUTTI” (www.comedonchisciotte.org)


“Geor­ge Mon­biot … Si sba­glia sul pic­co di petro­lio, ma ha ragio­ne sul­la sua con­clu­sio­ne fina­le: ci sono abba­stan­za com­bu­sti­bi­li fos­si­li per frig­ger­ci tutti.

il vero erro­re fat­to da Mon­biot è sta­to quel­lo di aver dato ecces­si­va impor­tan­za al pic­co del petro­lio per il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co. Fino ad ora le stra­va­gan­ze sul­la pro­du­zio­ne di petro­lio non han­no influen­za di mol­to l’andamento del­le emis­sio­ni di gas ser­ra. Ades­so anche se la pro­du­zio­ne di greg­gio è sta­zio­na­ria da diver­si anni, le emis­sio­ni di ani­dri­de car­bo­ni­ca con­ti­nua­no ad aumen­ta­re.

Que­sto è quel­lo che ci si aspet­ta: il petro­lio è solo una del­le fon­ti di CO2 in ecces­so nell’ atmo­sfe­ra e il costo sem­pre mag­gio­re per estrar­lo sta spin­gen­do l’ indu­stria ad un uti­liz­zo di car­bu­ran­ti spor­chi. In altre paro­le, stia­mo assi­sten­do ad una ten­den­za all’ uti­liz­zo di car­bu­ran­ti che rila­scia­no sem­pre più CO2 per la soli­ta ener­gia prodotta”

 
Al di la del­le tesi ambien­ta­li­ste sull’aumento di ani­dri­de car­bo­ni­ca, il cui con­tri­bu­to secon­do me è meno impor­tan­te del sem­pli­ce vapo­re acqueo, sul pic­co del petro­lio Bar­di ha ragione.
Basta fare un ragio­na­men­to ordi­na­to, e si vedrà, al di la dei dati veri­tie­ri o meno, che il pic­co del petro­lio esi­ste, come esi­ste quel­lo del gas o del car­bo­ne ecc. Il pic­co del­la pro­du­zio­ne di petro­lio si misu­ra gia­ci­men­to per gia­ci­men­to, tipo­lo­gia per tipo­lo­gia, e poi si som­ma­no i vari contributi.
Il pri­mo esem­pio, il più cla­mo­ro­so pic­co petro­li­fe­ro di un gia­ci­men­to impor­tan­te tra­di­zio­na­le, con con­se­guen­te esau­ri­men­to del­lo stes­so, fu quel­lo di Baku, capi­ta­le dell’Azerbaigian, un tem­po repub­bli­ca sovie­ti­ca rus­sa, oggi indi­pen­den­te. Attual­men­te sono anco­ra pre­sen­ti nel­la regio­ne poz­zi petro­li­fe­ri in mare. Quel­li ter­re­stri si sono esau­ri­ti da tempo.

A par­ti­re dal 1873 Baku assi­stet­te al boom petro­li­fe­ro che die­de un for­te impul­so al suo svi­lup­po urba­ni­sti­co e indu­stria­le, dan­do vita al distret­to noto come la Cit­tà Nera. In un bre­ve las­so di tem­po la cit­tà vide la fio­ri­tu­ra di rap­pre­sen­tan­ze e dele­ga­zio­ni di com­pa­gnie pro­ve­nien­ti da ogni ango­lo del mon­do: sviz­ze­ri, ingle­si, ita­lia­ni, fran­ce­si, bel­gi, tede­schi e per­si­no americani.

A Baku, nel 1848, ven­ne effet­tua­ta la pri­ma tri­vel­la­zio­ne al mon­do, lo sfrut­ta­men­to eco­no­mi­co dei gia­ci­men­ti ini­ziò nel 1872 e all’inizio del XX seco­lo l’area petro­li­fe­ra di Baku era la più gran­de del mon­do, se ne rica­va­va oltre la metà del con­su­mo mon­dia­le. Alla fine del XX seco­lo i gia­ci­men­ti ter­re­stri si esau­ri­ro­no e si pas­sò allo sfrut­ta­men­to dei gia­ci­men­ti marini.”

it.wikipedia.org )

Il pic­co di estra­zio­ne del petro­lio dei gia­ci­men­ti ter­re­stri a Baku avven­ne pro­ba­bil­men­te nel 1941, quan­do ven­ne­ro estrat­ti 125 milio­ni di bari­li da par­te dei sovie­ti­ci. L’intenzione di Hitler nel­la secon­da guer­ra mon­dia­le era di occu­pa­re Baku per rifor­ni­re i suoi mez­zi mili­ta­ri e pro­se­gui­re la guerra.

“Nel 1940 Baku era la gem­ma dell’industria petro­li­fe­ra sovie­ti­ca e il petro­lio aze­ro rap­pre­sen­ta­va il 72 % del petro­lio estrat­to nell’Unione Sovie­ti­ca, con il qua­le veni­va­no rifor­ni­te le linee del fronte.
Il pia­no di Hitler era quel­lo di pren­de­re Mai­kop (Rus­sia) e Groz­ny (Cece­nia ) ma soprat­tut­to Baku osses­sio­na­to dall’idea del petro­lio e dei rifor­ni­men­ti che pote­va­no ave­re un peso deci­si­vo sull’esito del­la guer­ra, con il Petro­lio cau­ca­si­co e le fat­to­rie Ucrai­ne l’ impe­ro nazi­sta avreb­be potu­to esse­re auto­suf­fi­cien­te.Il pia­no dell’operazione fu chia­ma­to Edel­weiss e non pia­ni­fi­ca­va nes­sun bom­bar­da­men­to su Baku per non dan­neg­gia­re i poz­zi petroliferi

In ogni caso sen­za il petro­lio del Cau­ca­so in pri­mis di Baku il siste­ma mili­ta­re, indu­stria­le e agri­co­lo sovie­ti­co sareb­be collassato.

Nel luglio 1942 i tede­schi pre­se­ro Rostov poi Mai­kop ma il petro­lio che pote­va esse­re dispo­ni­bi­le era poco visto che i rus­si in riti­ra­ta distrus­se­ro poz­zi e appa­rec­chia­tu­re, l’ avan­za­ta tede­sca pro­se­gui fino al Mon­te Elbrus il pun­to più alto del Cau­ca­so e il 25 set­tem­bre 1942 fu deci­sa come data dell’attacco defi­ni­ti­vo di Baku.

For­tu­na­ta­men­te ciò non avven­ne mai… La cor­sa si fer­mò con la defi­ni­ti­va scon­fit­ta di Sta­lin­gra­do e Baku non fu mai attaccata.”
(jenaplissken.tumblr.com)Quan­do finì la secon­da guer­ra mon­dia­le, la mano­mis­sio­ne dei poz­zi duran­te il con­flit­to, li rese inu­ti­liz­za­bi­li. Inol­tre non era­no più pro­dut­ti­vi, era­no sta­ti sfrut­ta­ti fino all’ultima goc­cia, alme­no con i meto­di estrat­ti­vi di allora.

“Car­cas­se di vec­chi impian­ti petro­li­fe­ri, nere per l’invecchiamento e l’uso, si sta­glia­va­no silen­zio­sa­men­te sull’orizzonte”  (Il petro­lio e la glo­ria. — Di Ste­ve LeVi­ne books.google.it)
I leg­gen­da­ri gia­ci­men­ti di Baku, che ne ave­va­no fat­to la for­tu­na dal­la fine dell’ottocento, era­no esauriti.
Nel 1947, le tri­vel­la­zio­ni ripre­se­ro pio­nie­ri­sti­ca­men­te nel Mar Caspio, ma il petro­lio di Baku non ebbe più l’importanza per l’URSS e il mon­do che ebbe fino alla secon­da guer­ra mondiale.
Il pic­co di petro­lio dei gia­ci­men­ti di Baku, fu quel­lo che si mani­fe­stò con più dram­ma­ti­ci­tà, a cau­sa del­la guer­ra, ma è un fat­to che tut­ti i gia­ci­men­ti si esau­ri­sco­no pri­ma o poi. E’ sba­glia­to mischia­re le car­te come ha fat­to Man­biot. Anche i gia­ci­men­ti petro­li­fe­ri e del gas col­ti­va­ti con la frat­tu­ra­zio­ne degli sci­sti avran­no un loro ciclo di estra­zio­ne e pri­ma o poi si esau­ri­ran­no. La pro­du­zio­ne dei gia­ci­men­ti tra­di­zio­na­li, è già sta­ta pro­lun­ga­ta uti­liz­zan­do tec­ni­che estrat­ti­ve sem­pre più inno­va­ti­ve e costose.
E il pun­to è pro­prio que­sto. Il petro­lio si esau­ri­sce non quan­do fini­sce vera­men­te, ma quan­do diven­ta ecces­si­va­men­te costo­so estrar­lo. Il van­tag­gio del frac­king è quel­lo di esse­re una tec­ni­ca non ecces­si­va­men­te one­ro­sa, meno di quel­la uti­liz­za­ta per “lava­re” le sab­bie bituminose.
Quin­di il pic­co com­ples­si­vo non può mai esse­re pre­vi­sto in modo pre­ci­so, poi­chè può sem­pre soprag­giun­ge­re una nuo­va tec­ni­ca che per­met­te di pro­dur­re nuo­vi tipi di greg­gio. La pre­vi­sio­ne va attua­liz­za­ta al momen­to in cui vie­ne fat­ta e dipen­de dal­le tec­ni­che estrat­ti­ve di quel momento.
Cer­to chi pen­sa­va che con il pic­co del petro­lio tra­di­zio­na­le si arri­vas­se rapi­da­men­te al suo esau­ri­men­to, rimar­rà delu­so. Il petro­lio è un com­bu­sti­bi­le, un tem­po eco­no­mi­co, con­te­nen­te all’85% car­bo­nio. Ma que­sto ele­men­to chi­mi­co che lo ren­de com­bu­sti­bi­le, è pre­sen­te sul­la Ter­ra sot­to diver­se for­me. La mag­gior riser­va di car­bo­nio ter­re­stre non si tro­va nell’atmosfera, e nem­me­no nei gia­ci­men­ti di idro­car­bu­ri, ma nel­le roc­ce cal­ca­ree deri­va­te dai gusci di miliar­di di micror­ga­ni­smi mari­ni che depo­si­tan­do­si si sono cemen­ta­ti in milio­ni di anni. Se si doves­se tro­va­re in futu­ro una tec­ni­ca per estrar­re il car­bo­nio da que­ste roc­ce, altro che pic­co del petrolio…
Uno degli arti­co­li più ridi­co­li sul pic­co del petro­lio, in con­te­sta­zio­ne a Man­biot, è quel­lo scrit­to da C. Sta­gna­ro, su www.chicago-blog.it, il qua­le sostie­ne che:
“… la dispo­ni­bi­li­tà fisi­ca di greg­gio è una varia­bi­le rile­van­te ma non è né l’unica varia­bi­le né quel­la più impor­tan­te. Ciò che gui­da il pro­ces­so è infat­ti il siste­ma dei prez­zi. Se, stan­te un cer­to livel­lo del­la doman­da, la quan­ti­tà dispo­ni­bi­le di petro­lio a quei prez­zi dimi­nui­sce, i prez­zi sali­ran­no. Ciò non sarà pri­vo di con­se­guen­ze: da un lato i con­su­ma­to­ri mode­re­ran­no la pro­pria doman­da, dall’altro i pro­dut­to­ri tro­ve­ran­no eco­no­mi­co pro­dur­re da altre risor­se e inve­sti­re in ricer­ca per sco­prir­ne di nuo­ve “E’ l’idea clas­si­ca del­la teo­ria libe­ri­sta che si basa su beni e risor­se infi­ni­te. E’ come dire che la dina­mi­ca del­lo scam­bio di Sar­chia­po­nidipen­de uni­ca­men­te dal­la for­ma­zio­ne del prez­zo in un mer­ca­to di doman­da ed offer­ta, e non dal fat­to che il Sar­chia­po­ne esi­sta veramente.
Le risor­se natu­ra­li sono fini­te, il loro esau­ri­men­to segue sem­pre lo stes­so sche­ma. Ridur­re il tut­to a doman­da e offer­ta mi pare una sem­pli­fi­ca­zio­ne ecces­si­va. Non sono fon­da­men­ta­li qui le tec­ni­che eco­no­mi­che, ma le tec­ni­che estrat­ti­ve, sen­za le qua­li non si va da nes­su­na parte.
Comun­que, la situa­zio­ne di cri­si mon­dia­le, con­tri­bui­sce al rispar­mio di petro­lio e degli altri idro­car­bu­ri, e quin­di ad un pro­lun­ga­men­to del­le pre­vi­sio­ne sul­la loro estin­zio­ne. Cre­do che dovre­mo fare anco­ra i con­ti con le emis­sio­ni inqui­nan­ti degli idro­car­bu­ri per mol­to tem­po. Sul­le fon­ti alter­na­ti­ve, anche a cau­sa del­la cri­si, non si fan­no più inve­sti­men­ti, si con­ti­nue­rà per­tan­to a bru­cia­re petro­lio, gas e car­bo­ne. A meno che uno shock pro­vo­ca­to da una guer­ra in Medio Orien­te non fac­cia aumen­ta­re nuo­va­men­te il prez­zo del brent.
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Il labirinto di Putin” Il rilancio politico di stampo zarista

L’Opinione del­le Liber­tà | Mer­co­le­dì 23 mar­zo 2011 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Poco pri­ma del­la mez­za­not­te del 1 novem­bre 2006, Ale­xan­der Lit­vi­nen­ko, un ex agen­te dell’intelligence rus­sa che vive­va in esi­lio poli­ti­co a Lon­dra, si sve­gliò che sta­va pro­prio male. Nel giro di qual­che gior­no, una spa­ven­to­sa foto­gra­fia del suo cor­po ema­cia­to in un let­to d’ospedale scioc­cò il mondo.
Tre set­ti­ma­ne più tar­di era dece­du­to per avve­le­na­men­to da polo­nio-210, un iso­to­po radioat­ti­vo che secon­do gli inve­sti­ga­to­ri era sta­to ver­sa­to di nasco­sto in una bevan­da”.
A vol­te medio­cri scrit­to­ri di gial­li inven­ta­no le tra­me più astru­se per cer­ca­re di coin­vol­ge­re emo­ti­va­men­te i pro­pri lettori.
Ma quan­do le tra­me e gli intri­ghi sono cro­na­ca e sto­ria, la loro pre­sa sul­la pub­bli­ca opi­nio­ne è imme­dia­ta ed ha una por­ta­ta asso­lu­ta­men­te dirom­pen­te. Cer­to è, però, che por­ta­re alla luce del sole cer­te vicen­de impli­ca la neces­si­tà di un gran­dis­si­mo corag­gio, oltre che basar­si su una cono­scen­za appro­fon­di­ta e di pri­ma mano del­le real­tà su cui si pre­ten­de di fare chiarezza.
Se poi que­ste carat­te­ri­sti­che si spo­sa­no con una gran­de abi­li­tà nel tene­re la pen­na in mano, il risul­ta­to è asso­lu­ta­men­te avvin­cen­te. E que­sto è pro­prio il caso del libro di Ste­ve LeVi­neIl labi­rin­to di Putin: spie, omi­ci­di e il cuo­re nero del­la nuo­va Rus­sia”, pub­bli­ca­to in ita­lia­no dal Siren­te a fine set­tem­bre 2010 (l’edizione ori­gi­na­le in ingle­se è appar­sa nel 2008) nel­la col­la­na “Inchie­ste”, dove già era appar­so il suo volu­me “Il petro­lio e la glo­ria”, e di cui vi abbia­mo appe­na pro­po­sto l’incipit pre­po­ten­te ed efficacissimo.
Il libro si apre e chiu­de con l’assassinio di Liv­ti­nen­ko, ucci­so nel novem­bre 2006 attra­ver­so una con­ta­mi­na­zio­ne di polo­nio 210; e ana­liz­za in det­ta­glio una lun­ga serie di altri impro­ba­bi­li e fan­ta­sio­si omi­ci­di poli­ti­ci o di stra­ne inet­ti­tu­di­ni nell’affrontare cri­si poli­ti­che particolari.
Nell’ordine i più signi­fi­ca­ti­vi sono: Niko­lai Kho­khlov, la stra­ge di Nord-Ost, Paul Kleb­ni­kov, Anna Poli­to­v­ska­ya, Nata­lia Este­mi­ro­va. I per­so­nag­gi che entra­no in que­sto dram­ma sono loro, le vit­ti­me illu­stri di un gio­co al mas­sa­cro, insie­me ad altre per­so­na­li­tà di pri­mo pia­no, tra cui ovvia­men­te Vla­di­mir Putin, Dmi­tri Med­ve­dev, ma soprat­tut­to quel Boris Bere­zo­v­sky che ave­va fat­to e disfat­to le for­tu­ne di mol­ti uomi­ni poli­ti­ci rus­si e che tirò fuo­ri dal nul­la Putin: ma sta­vol­ta ave­va sba­glia­to i cal­co­li, e nel con­tra­sto con quest’ultimo è sta­to poi costret­to a rifu­giar­si nel pro­prio dora­to esi­lio a Lon­dra, da dove ha con­ti­nua­to e con­ti­nua ad ani­ma­re e spon­so­riz­za­re eco­no­mi­ca­men­te l’opposizione a Putin ed al “puti­ni­smo”.
Non è un caso che Liv­ti­nen­ko, scap­pa­to dal­la Rus­sia sei anni pri­ma del­la sua pre­ma­tu­ra mor­te, fos­se sul suo libro paga. Le moti­va­zio­ni che por­ta­no LeVi­ne a scri­ve­re que­sta inchie­sta affon­da­no le pro­prie radi­ci nel­la sua mis­sio­ne pro­fes­sio­na­le di gior­na­li­sta da sem­pre inte­res­sa­to a stu­dia­re gli intrec­ci tra il pote­re deri­va­to dal­la pro­du­zio­ne e distri­bu­zio­ne del petro­lio e le vicen­de poli­ti­che mon­dia­li, non­ché dal­la pro­pria emo­ti­vi­tà per­so­na­le, ed in par­ti­co­la­re dal­la com­mo­zio­ne susci­ta­ta in lui dal­la mor­te del col­le­ga del Wall Street Jour­nal ed ami­co, Daniel Pearl, rapi­to ed ucci­so in Afgha­ni­stan nel 2002.
In real­tà LeVi­ne cer­che­rà di dimo­stra­re l’esistenza di un filo sot­ti­le e infran­gi­bi­le che lega insie­me tut­ta una serie di stra­ni casi di cro­na­ca nera svol­ti­si in Rus­sia. La chia­ve di let­tu­ra che egli ci pro­po­ne fa rab­bri­vi­di­re, anche se non costi­tui­sce cer­ta­men­te una sor­pre­sa per chi si inte­res­si di sto­ria russa.
Infat­ti tra­di­zio­nal­men­te la Rus­sia ha sem­pre ripro­dot­to un model­lo di com­por­ta­men­to ugua­le a se stes­so: fino a che que­sta ha costi­tui­to un moti­vo di inte­res­se fon­da­men­ta­le nel­la stra­te­gia del­le comu­ni­ca­zio­ni pla­ne­ta­rie, ha sem­pre per­se­gui­to l’espansione ver­so il mare (fos­se que­sto il Paci­fi­co ad est, o il Medi­ter­ra­neo a sud – con tut­to quel che ne con­se­gue quan­to a coin­vol­gi­men­to nel­le que­stio­ni dei Balcani).
Quan­do poi la que­stio­ne del­le comu­ni­ca­zio­ni marit­ti­me e quin­di del­lo sboc­co sugli stret­ti sem­bra­va supe­ra­ta dal­lo svi­lup­po tec­no­lo­gi­co, si è impo­sto un altro pro­ble­ma: quel­lo del con­trol­lo del­le vie del petro­lio e del meta­no. Per otte­ne­re que­sti sco­pi, gli zar pri­ma, i dit­ta­to­ri sovie­ti­ci poi, e ades­so – secon­do l’analisi di LeVi­ne – Putin, non han­no esi­ta­to a ricor­re­re all’omicidio e per­fi­no alla stra­ge di stato.
E ci sono più modi di agi­re: sia atti­va­men­te, sia –come LeVi­ne riba­di­sce – pas­si­va­men­te. Infat­ti anche gli “erro­ri” nel gesti­re le cri­si, quan­do si ripe­to­no, non pos­so­no più esse­re con­si­de­ra­ti casua­li, ma evi­den­te­men­te entra­no a far par­te di una stra­te­gia che ha il solo sco­po di fare per­se­gui­re al gover­no quel che que­sto si propone.
E’ mol­to inte­res­san­te sco­pri­re le moti­va­zio­ni che sot­to­stan­no a cer­te scel­te. Infat­ti, come LeVi­ne rico­strui­sce attra­ver­so un pazien­te lavo­ro di inter­vi­ste, con­fron­ti tra dati, libri, testi­mo­nian­ze, rico­stru­zio­ne di fat­ti, etc etc, dopo la cadu­ta di Gor­ba­cev in Rus­sia si assi­ste ad un perio­do di caos e di cadu­ta del­la sicu­rez­za per­so­na­le a livel­li mai sta­ti tan­to bas­si (se non tor­nan­do indie­tro nel tem­po alle lot­te dei boia­ri dei tem­pi di Ivan Groz­nyj – quel­lo che noi chia­mia­mo “Ivan il Ter­ri­bi­le”); ma poi l’arrivo al pote­re di Vla­di­mir Putin pone fine a que­sta situa­zio­ne, per­ché rien­tra nel­la visio­ne di quest’ultimo lo sco­po di resti­tui­re alla Rus­sia il suo ruo­lo di stel­la di pri­ma gran­dez­za nel­la poli­ti­ca mondiale.
E que­sto signi­fi­ca intan­to garan­ti­re uno sti­le di vita più con­so­no ad una rin­no­va­ta gran­de poten­za. Ma Putin, secon­do LeVi­ne, nel cer­ca­re di cen­tra­re il pro­prio obiet­ti­vo, non ha alter­na­ti­ve che spaz­za­re via qual­sia­si tipo di oppo­si­zio­ne che pos­sa inde­bo­li­re l’immagine del pro­prio Pae­se all’estero.
Così chi si oppo­ne deve spa­ri­re. Cer­to, lo si fa pre­va­len­te­men­te all’interno degli stes­si con­fi­ni rus­si, dove poi si può garan­ti­re la coper­tu­ra a chi ope­ra gli assas­si­nii. E il modo scel­to per ope­ra­re è fan­ta­sio­so, ed ha lo sco­po di non con­sen­ti­re mai di risa­li­re ai veri mandanti.
Bere­zo­v­sky, che da anni vive in esi­lio in Gran Bre­ta­gna, ha dovu­to usci­re dal pro­prio Pae­se come con­se­guen­za del suc­ces­so dell’ascesa di Putin, che egli stes­so ave­va cal­deg­gia­to e favo­ri­to in tut­ti i modi. LeVi­ne ana­liz­za le mano­vre che han­no por­ta­to al pote­re l’apparatcik del KGB dagli occhi di ghiac­cio, sman­tel­lan­do il mito di un Putin gran­de agen­te segre­to assur­to al pote­re pro­prio in vir­tù di sue per­so­na­li capa­ci­tà ed infor­ma­zio­ni; Putin fu ini­zial­men­te scel­to per­ché appa­ren­te­men­te tut­to d’un pez­zo nell’amore e nel­la fedel­tà al ser­vi­zio del pro­prio Pae­se (e, quin­di, secon­do Bere­zo­v­sky, abba­stan­za sem­pli­ce da con­vin­ce­re a sta­re dal­la pro­pria parte).
Allo stes­so modo, ter­mi­na­to il secon­do man­da­to pre­si­den­zia­le, Putin ha fat­to sce­glie­re Med­ve­dev, per­ché costui non pre­sen­te­reb­be quel­le carat­te­ri­sti­che di deci­sio­ni­smo che potreb­be­ro far­ne un nuo­vo auto­cra­te. Putin stes­so, però, nel frat­tem­po, è riu­sci­to a sor­pre­sa a sosti­tui­re alle idee di Bere­zo­v­sky i pro­pri sco­pi, ser­ven­do a modo suo l’idea del ritor­no del­la Gran­de Madre Rus­sia sul pal­co­sce­ni­co internazionale.
La Rus­sia di Putin oggi navi­ga tra vio­len­za e cul­tu­ra di mor­te, e l’ipocrisia di sta­to può con­sen­ti­re a Meve­dev di depre­ca­re la mor­te del­la Este­mi­ro­va e dichia­ra­re che si cer­ca atti­va­men­te l’assassino, ma a distan­za di un anno dall’esecuzione del­la pala­di­na dei dirit­ti uma­ni dell’organizzazione “Memo­rial” (ben atti­va ai tem­pi di Eltzin, e tri­ste­men­te svuo­ta­ta di ogni slan­cio a distan­za di pochi anni) nes­sun risul­ta­to è segui­to, per­ché il con­trol­lo degli Inter­ni e degli appa­ra­ti di sicu­rez­za mili­ta­ri resta sal­da­men­te nel­le mani di quel­lo stes­so Putin che ha chia­ra­men­te ingag­gia­to un nuo­vo brac­cio di fer­ro con l’Occidente e sta velo­ce­men­te ripor­tan­do la Rus­sia ver­so i ben noti siste­mi sovie­ti­ci con la sola esclu­sio­ne del ripri­sti­no di un siste­ma di visti per i viag­gi – per­ché tor­na­re alle limi­ta­zio­ni sui movi­men­ti dei rus­si all’estero gli coste­reb­be trop­po in ter­mi­ni di popo­la­ri­tà, e non può per­met­ter­se­lo nean­che lui.
Con mol­ta luci­di­tà, LeVi­ne ci indi­ca anche i pun­ti in cui le pro­prie con­vin­zio­ni per­so­na­li quan­to al coin­vol­gi­men­to di Putin in cer­te vicen­de non incon­tra­no l’accordo di altri stu­dio­si, sto­ri­ci, o per­so­nag­gi diret­ta­men­te coin­vol­ti nei fat­ti esa­mi­na­ti in que­sto suo libro. Resta il fat­to che il rit­mo incal­zan­te degli avve­ni­men­ti, la rico­stru­zio­ne di momen­ti di gran­de ten­sio­ne (qua­le l’attentato al Tea­tro Dubro­v­ka o la tri­stis­si­ma sto­ria del­la stra­ge di Beslan, in Osse­zia, nel 2004), la cita­zio­ne pre­ci­sa di testi­mo­ni e docu­men­ti ren­do­no la let­tu­ra di que­sta inchie­sta un avvin­cen­te “must” per chiun­que inten­da affron­ta­re l’esame del­la poli­ti­ca est-ove­st e le sue pro­spet­ti­ve in que­sto scor­cio di nuo­vo millennio.
Anche se, pur­trop­po, la con­clu­sio­ne che se ne trae, è che il lupo per­de il pelo, ma non il vizio. E, come lo stes­so LeVi­ne con­clu­de nel­la sua post­fa­zio­ne al libro, data­ta 16 luglio 2010, è che “le dichia­ra­zio­ni rese e le inda­gi­ni ordi­na­te da Med­ve­dev non han­no rap­pre­sen­ta­to una rot­tu­ra con­vin­cen­te con il lun­go passato”.

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Il labirinto di Putin” di Steve LeVine

Man­gia­li­bri | Mer­co­le­dì 19 gen­na­io 2011 | Sara Cama­io­ra |

Novem­bre 2006, Ale­xan­der Liv­ti­nen­ko è una ex spia del KGB, in esi­lio poli­ti­co a Lon­dra da sei anni, for­te­men­te cri­ti­co nei con­fron­ti del pre­mier rus­so Putin: dopo aver incon­tra­to il ric­co uomo d’affari Ale­kan­dre Lugo­voi e l’amico Akh­med Zakayev e aver cena­to fuo­ri con la moglie  e il figlio, tor­na a casa lamen­tan­do dolo­ri addo­mi­na­li, nau­sea e vomi­to. Sarà l’inizio dell’agonia da avve­le­na­men­to per polo­nio che lo con­dur­rà alla mor­te. 23 otto­bre 2002, tea­tro Dubro­v­ka di Mosca: è in sce­na il secon­do atto del musi­cal “Nord Ost” quan­do irrom­pe nell’edificio un com­man­do di ter­ro­ri­sti cece­ni, pron­ti a met­te­re sot­to seque­stro il tea­tro in cam­bio del­la con­clu­sio­ne del­la san­gui­no­sa guer­ra in atto nel loro pae­se ad ope­ra del­la Rus­sia di Putin. Inter­vie­ne anche la gior­na­li­sta Anna Poli­t­ko­v­ska­ya, il cui desti­no è tri­ste­men­te famo­so, all’epoca cro­ni­sta del­la Nova­ya Gaze­ta e uni­co inter­lo­cu­to­re ammes­so dal lea­der del grup­po arma­to cece­no, pre­ce­den­do l’imprevedibile rea­zio­ne del gover­no rus­so: all’interno del tea­tro vie­ne pom­pa­to del Fen­ta­nyl, un poten­te oppia­ceo in gra­do di addor­men­ta­re i pre­sen­ti, nell’edificio, per per­met­te­re alle for­ze spe­cia­li nazio­na­li di fare irru­zio­ne. Secon­do sti­me uffi­cia­li 39 dei ter­ro­ri­sti furo­no ucci­si da agen­ti rus­si insie­me assie­me a oltre 100 ostag­gi. L’esercizio del pote­re di Putin vide anche un acca­ni­men­to ver­so chi accu­mu­lò ingen­ti patri­mo­ni duran­te l’era Eltsin: è il caso del magna­te del petro­lio Mikhail Kho­dor­ko­v­sky con­dan­na­to ad otto anni di pri­gio­ne men­tre la sua com­pa­gnia ven­ne statalizzata…
Sem­bra­no rac­con­ti degni di un cupo noir o peg­gio anco­ra di un thril­ler sen­za lie­to fine: sono inve­ce sto­rie dal­la Rus­sia di Putin, rac­con­ta­te con pre­ci­sio­ne gior­na­li­sti­ca da un esper­to repor­ter come l’americano Ste­ve LaVi­ne, a lun­go cor­ri­spon­den­te dall’ex Unio­ne Sovie­ti­ca per sva­ria­te testa­te. Il suo libro rac­con­ta la “mor­te in Rus­sia”: come alla mor­te sia data in un cer­to sen­so poca impor­tan­za, o come chi vive, chi lavo­ra, chi fa infor­ma­zio­ne in Rus­sia sia total­men­te assue­fat­to a tra­ge­die tal­vol­ta dal­la por­ta­ta epo­ca­le, come quel­la del tea­tro Dubro­v­ka, che ha visto una rea­zio­ne gover­na­ti­va impro­po­ni­bi­le per ogni demo­cra­zia che si rispet­ti o che si riten­ga tale. È attra­ver­so que­ste vicen­de che nel let­to­re pren­de for­ma una nuo­va idea del­la Rus­sia e del­le for­ze che si stan­no muo­ven­do in Occi­den­te. L’immaginario raf­fi­gu­ra­to, a trat­ti apo­ca­lit­ti­co, si basa su testi­mo­nian­ze  e fat­ti con­cre­ti, su cui il gior­na­li­sta si può appog­gia­re for­nen­do un qua­dro tan­to vero­si­mi­le quan­to avvi­len­te. C’è poca ana­li­si poli­ti­ca ma non era que­sto pro­ba­bil­men­te l’obiettivo dell’autore: era piut­to­sto far riflet­te­re attra­ver­so l’esposizione dei fat­ti rea­li, arri­van­do a even­tua­li con­clu­sio­ni solo a par­ti­re dal dato con­cre­to. E le con­clu­sio­ni spa­ven­ta­no, non poco.

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È ancora l’unico che abbiamo

Cir­co­lo Paso­li­ni Pavia | Saba­to 5 set­tem­bre 2009 | Ire­ne Campari |

Par­lia­mo del petro­lio, altri­men­ti si rischia di capi­re poco del­le poli­ti­che nuclea­ri. In libre­ria ci sono diver­si sag­gi che trat­ta­no l’argomento, da Ste­ve LeVi­ne, Il petro­lio e la glo­ria, edi­zio­ni il Siren­te, e The the epic que­st for oil, money and power di Daniel Yer­gin, pre­mio Puli­tzer per quel sag­gio del 1991, tra­dot­to in ita­lia­no con il tito­lo Il pre­mio nel 1996 e ora non più in cata­lo­go. Quest’anno l’autore lo ha aggior­na­to. “Forei­gn Poli­cy” ha pro­po­sto un suo arti­co­lo il 24 ago­sto scor­so dal tito­lo: “It’s still the one”. E’ ancor l’unico. Meri­to­ria­men­te “Il Sole 24 ore” lo ha tra­dot­to. Le posi­zio­ni cir­ca il petro­lio, il suo ruo­lo e quan­to dure­rà sono all’ordine del gior­no. Sono appar­si in que­ste ore sul­la stam­pa inter­na­zio­na­le arti­co­li in cui si sot­to­li­nea­va l’ormai avvio del petro­lio ver­so il tra­mon­to. Se si doves­se appli­ca­re la teo­ria dei Cicli di Kon­dra­tiev, nel 2025 si dovreb­be arri­va­re alla satu­ra­zio­ne del macro­si­ste­ma (tra­spor­ti e indu­stria) ret­to da que­sta fon­te ener­ge­ti­ca e neces­sa­ria­men­te il mon­do pro­dut­ti­vo dovreb­be esse­re pron­to ad adat­tar­si. La guer­ra quin­di tra il nuclea­re, fis­sio­ne o fusio­ne fred­da, le ener­gie ver­di e rin­no­va­bi­li avreb­be poco più di 15 anni di tem­po per le doglie (ricon­ver­sio­ne del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sta com­pre­sa e con­flit­ti geo­po­li­ti­ci maga­ri spac­cia­ti per “etni­ci”) dopo­di­chè dovreb­be par­to­ri­re. Di segui­to è l’articolo di Yergin.

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Il petrolio e la gloria, tutto inizò nel Mar Caspio

| AGI | Saba­to 8 ago­sto 2009 | Anto­nio Luca­ro­ni |

Nel 13esimo seco­lo Mar­co Polo nar­ra di cam­mel­lie­ri che espor­ta­va­no petro­lio da Baku, la capi­ta­le dell’Azerbaigian, nel­la zona del Mar Caspio, una regio­ne al cen­tro di con­te­se etni­che e bel­li­che gia’ dai tem­pi di Ales­san­dro il Gran­de. Un greg­gio den­so, odo­ro­so, non raf­fi­na­to, espor­ta­to in tut­to il Medi­ter­ra­neo, fino a Bagh­dad, per esse­re usa­to come mez­zo di illu­mi­na­zio­ne e come bal­sa­mo. Un “oro nero” che in quel­la loca­li­ta’ era ed e’ par­ti­co­lar­men­te abbon­dan­te, fino al pun­to di sgor­ga­re natu­ral­men­te dal ter­re­no. Da quel momen­to il petro­lio entra pre­po­ten­te­men­te nel­la sto­ria dell’uomo, mar­chian­do­ne ine­lu­di­bil­men­te lo svi­lup­po eco­no­mi­co. E quell’area geo­gra­fi­ca, il Mar Caspio, diven­ta il cro­giuo­lo di pul­sio­ni di gran­dez­za e di volon­ta’ di domi­nio ma anche di gran­di aspi­ra­zio­ni di pro­gres­so e di cre­sci­ta. La sto­ria del petro­lio del Caspio, e piu’ in gene­ra­le del­la zona del Cau­ca­so, ha le sue ori­gi­ni nel dician­no­ve­si­mo seco­lo. La “feb­bre del Caspio” era comin­cia­ta gia’ al tem­po degli Zar; quan­do si sca­va­ro­no i pri­mi poz­zi di petro­lio vici­no a Baku, nel­la regio­ne dell’Azerbajan, e da quel momen­to fasi di ric­chez­za e pro­spe­ri­ta’ si alter­na­no a depres­sio­ne e pover­ta’. Ma quel­la regio­ne diven­ta anche uno sce­na­rio sul qua­le si con­fron­ta­no e spes­so si scon­tra­no, gli inte­res­si e le aspet­ta­ti­ve del­le gran­di poten­ze inter­na­zio­na­li: un cam­po da gio­co dove tut­ti i col­pi sono ammes­si. E’ que­sto il gran­de affre­sco che vie­ne trat­teg­gia­to dal libro di Ste­ve LeVi­neIl petro­lio e la glo­ria. La cor­sa al domi­nio e alle ric­chez­ze del­la regio­ne del Mar Caspio”, edi­zio­ni ‘il Siren­te’. Un excur­sus sto­ri­co, quel­lo di LeVi­ne, che arri­va fino ai gior­ni scor­si, scrit­to con gran­de atten­zio­ne ai per­so­nag­gi, alle sto­rie avven­tu­ro­se che han­no carat­te­riz­za­to, negli anni, il con­fron­to tra le Nazio­ni per il con­trol­lo dell’oro nero. Una bat­ta­glia con­dot­ta spes­so in modo spre­giu­di­ca­to, carat­te­riz­za­to da un cli­ma da spy-sto­ry di ini­zio seco­lo, poi da ‘guer­ra fred­da’, infi­ne dall’ingresso sul­la sce­na del mon­do dell’alta finan­za e del­le super­po­ten­ze economiche.
Un libro avvin­cen­te, che squar­cia il velo su un mon­do duro e sen­za scru­po­li e che mostra — guar­dan­do con una len­te d’ingrandimento le vicen­de lega­te al Mar Caspio — quan­to la ricer­ca del petro­lio e, ancor di piu’, i ten­ta­ti­vi di appro­priar­se­ne, abbia­no influen­za­to il desti­no dell’umanita’. In que­sto sen­so LeVi­ne sfrut­ta la sua for­ma­zio­ne pro­fes­sio­na­le — gior­na­li­sta di lun­go cor­so che ha lavo­ra­to pro­prio in quel­le zone — per rico­strui­re, come in un gial­lo, la sce­na del delit­to, i pro­ta­go­ni­sti, i retro­sce­na e i segre­ti che muo­vo­no i tan­ti ‘atto­ri’ di que­sto libro, a meta’ stra­da fra l’inchiesta e il roman­zo. For­se l’unico appun­to che si puo’ muo­ve­re, e’ che l’autore pro­po­ne una visio­ne ‘anglo­cen­tri­ca’ dell’intera vicen­da, met­ten­do sul­lo scac­chie­re il ruo­lo del­la Gran Bre­ta­gna, degli Sta­ti Uni­ti e di una Rus­sia all’affannosa ricon­qui­sta di un ruo­lo da super­po­ten­za sfrut­tan­do le risor­se ener­ge­ti­che. Nel libro, insom­ma, man­ca un po’ il ruo­lo eser­ci­ta­to dagli altri Pae­si gran­di pro­dut­to­ri di petro­lio, o dai gran­di Pae­si con­su­ma­to­ri di ener­gia — come la Cina e l’India, la cui immen­sa doman­da di petro­lio e gas modi­fi­ca e modi­fi­che­ra’ sem­pre di piu’ il mer­ca­to dell’energia — o, anco­ra, dagli outsi­der che, tut­ta­via, ave­va­no capi­to le poten­zia­li­ta’ di sfrut­ta­men­to di quel­la regio­ne. E’ il caso di Enri­co Mat­tei che fin dagli Anni ’50 — attra­ver­so l’Agip — ave­va allac­cia­to rap­por­ti e sot­to­scrit­to con­trat­ti con l’allora Urss. E non a caso l’autore con­clu­de la sua ope­ra con un espli­ci­to richia­mo — che sa un po’ di nostal­gia o di visio­ne sche­ma­ti­ca del mon­do — al ‘duel­lo’ Rus­sia-Usa per il domi­nio poli­ti­co ed economico.

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Titusville, la città-fantasma che inventò l’oro nero

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 26 luglio 2009 | Vit­to­rio Zucconi |

TITUSVILLE (Penn­syl­va­nia). Tut­to quel­lo che resta del fiot­to che alla­gò la Ter­ra è un’ ampol­li­na di liqui­do scu­ro, espo­sta ai fede­li die­tro una vetri­na, come la reli­quia di un san­to. «Petro­lio», mi addi­ta sen­za toc­ca­re l’ ampol­la la signo­ra Zol­li, diret­tri­cee sacer­do­tes­sa di que­sto tem­pio-museo costrui­to fra le quie­te col­li­ne del­la Penn­syl­va­nia, accan­to a un bosco di lari­ci e di cer­vi, esat­ta­men­te sopra il ter­re­no dal qua­le, il 27 ago­sto del 1859, un avven­tu­rie­ro che si face­va chia­ma­re «colon­nel­lo» fece sgor­ga­re il greg­gio dal­la ter­ra per­fo­ra­ta. E lan­ciò, sen­za nep­pu­re ren­der­se­ne con­to, quel­la rivo­lu­zio­ne e quel­la indu­stria che oggi muo­vo­no il pia­ne­ta Ter­ra e che lo stan­no asfis­sian­do. Se nell’ Inghil­ter­ra del car­bo­ne e del vapo­re comin­ciò la rivo­lu­zio­ne indu­stria­le, fu da qui, dal­la ter­ra che un tem­po appar­te­ne­va alle sei nazio­ni degli Iro­che­si che rac­co­glie­va­no col cuc­chiai­no il «suc­co del­le roc­ce» in super­fi­cie per usar­lo come medi­ci­na­le, che si avviò quel­la caro­va­na di bari­li, oleo­dot­ti, petro­lie­re, raf­fi­ne­rie, sta­zio­ni di ser­vi­zio, cate­ne di mon­tag­gio e armi che rag­giun­go­no sei miliar­di di esse­ri uma­ni, pove­ri o ric­chi, ovun­que un sac­chet­to di pla­sti­ca arri­vi. ( segue dal­la coper­ti­na) Eppu­re luo­go meno trion­fa­le, meno pom­po­so, più timi­do, con la scon­tro­si­tà del­la Penn­syl­va­nia che Michael Cimi­no rac­con­tò nel suo Cac­cia­to­re, potreb­be esse­re imma­gi­na­to di que­sta lan­gui­da cit­ta­di­na di sei­mi­la­quat­tro­cen­to abi­tan­ti, mol­ti dei qua­li stu­den­ti in un cam­pus del­la Uni­ver­si­tà di Pitt­sbur­gh. Un vil­lag­gio qual­sia­si, nel «gran­de ovun­que ame­ri­ca­no», che sta nasco­sto tra le infi­ni­te val­li degli anti­chis­si­mi mon­ti Appa­la­chia­ni, la spi­na di roc­cia logo­ra­ta dal­le ere geo­lo­gi­che fra l’ Ala­ba­ma e Ter­ra­no­va. Iro­ni­ca­men­te, per il Pae­se che inven­tò l’ indu­stria del petro­lio, nes­su­na auto­stra­da lo rag­giun­ge, nes­sun vian­dan­te lo attra­ver­sa se non smar­ri­sce la stra­da, e rari turi­sti tran­si­ta­no avan­ti e indie­tro lun­go una Main Street rima­sta intrap­po­la­ta nel tem­po, dove non ti sor­pren­de­reb­be vede­re Super­man bam­bi­no sul­la Ford Model­lo T del padre. Sol­tan­to per­ché io sono l’ uni­co pas­seg­ge­ro, e visi­bil­men­te adul­to, sul fin­to tran­vai­no turi­sti­co che offre per cin­que dol­la­ri il giro del­la cit­tà, la gui­da mi addi­ta, con pudo­re, un palaz­zet­to di mat­to­ni ros­si a tre pia­ni che negli anni del­la “cor­sa al petro­lio” era il più viva­ce e fre­quen­ta­to bor­del­lo del­la con­tea. E oggi ospi­ta, per pura coin­ci­den­za, un nego­zio di abi­ti da spo­sa che quel­le pove­re ragaz­ze di fine Otto­cen­to costret­te ad amples­si feti­di coni tra­pa­na­to­ri del petro­lio avreb­be­ro sogna­to inva­no. Tut­to quel­lo che rima­ne del fiot­to che sgor­gò dal cam­po dove ora sor­ge il museo è appe­na abba­stan­za greg­gio per ali­men­ta­re la ripro­du­zio­ne (auten­ti­ca, come si dice qui) del­la pri­ma tri­vel­la del fin­to colon­nel­lo Edwin Dra­ke, un seco­lo e mez­zo fa, e per mostra­re ai visi­ta­to­ri del­le scuo­le come fun­zio­na l’ estra­zio­ne del petro­lio che non c’ è più. Se Titu­svil­le, bat­tez­za­ta con il nome del fon­da­to­re, non è diven­ta­ta una cit­tà fan­ta­sma come le cit­tà mine­ra­rie del C o l o r a d o , d e l Klon­di­ke, del­la Cali­for­nia quan­do le vene auri­fe­re si esau­ri­ro­no, è per il cam­pus uni­ver­si­ta­rio e per la pre­sen­za di una fab­bri­ca di pla­sti­ca, ali­men­ta­ta con il petro­lio impor­ta­to dall’ Ara­bia Sau­di­ta. Due motel a una stel­li­na, l’ imman­ca­bi­le gran­de magaz­zi­no di ciar­pa­me made in Cina, il Wal Mart, quat­tro saloo­ne una doz­zi­na di risto­ran­ti alla svel­ta sono tut­to quel­lo che rima­ne di una sco­per­ta che avreb­be pro­dot­to, cen­to­cin­quan­ta anni più tar­di, una ric­chez­za mon­dia­le da mil­le­tre­cen­to miliar­di di dol­la­ri annui per le nazio­ni pro­dut­tri­ci di petro­lio. E che qui, nel­la ter­ra spom­pa­ta, è un ricor­do. Il petro­lio greg­gio, per chi non lo aves­se mai visto da vici­no, è una cosa che fa schi­fo, come è ovvio che sia un distil­la­to di putre­fa­zio­ni orga­ni­che mil­le­na­rie. Ma qui non si avver­te più nell’ aria quell’ odo­re di cor­ru­zio­ne sul­fu­rea che mi rima­se per sem­pre nel­le nari­ci dai gior­ni del­la Pri­ma guer­ra del Gol­fo, quan­do Sad­dam Hus­sein nel feb­bra­io del 1991 alla­gò il Kuwait per la rab­bia di aver­lo per­du­to. Sono ormai solo i nomi dei pae­si e dei luo­ghi che si attra­ver­sa­no nel labi­rin­to degli Appa­la­chia­ni per rag­giun­ge­re Titu­svil­le da Pitt­sbur­gh che ricor­da­no che cosa esplo­se qui, nomi come Oil City, Pitho­le (il buco del poz­zo, oggi vil­lag­gio fan­ta­sma) e Oil Creek, il tor­ren­te del petro­lio, nel qua­le anco­ra affio­ra­no stria­tu­re lumi­ne­scen­ti di greg­gio. Alla metà dell’ Otto­cen­to, quan­do arri­vò il “colon­nel­lo” Dra­ke, che si era attri­bui­to il gra­do fasul­lo, il feto­re di petro­lio era pun­gen­te. Furo­no quell’ odo­re, la tra­di­zio­ne dei nati­vi che lo scuc­chia­ia­va­no dal­le poz­zan­ghe­re e il traf­fi­co dei pochi bari­lot­ti usa­ti per accen­de­re i lumi a petro­lio ad atti­ra­re il “colon­nel­lo” e a spin­ger­lo a chie­de­re i dirit­ti di esplo­ra­zio­ne al pro­prie­ta­rio dei ter­re­ni, che nep­pu­re imma­gi­na­va di esse­re sedu­to sopra il futu­ro del mon­do. Dra­ke arri­vò a Titu­svil­le quan­do il pae­se era un gru­mo di caset­te di legno attor­no a un “tra­ding post”, un empo­rio per il com­mer­cio con gli india­ni del­la vici­na val­le dell’ Ohio, con una bor­sa di pel­le, un cam­bio di mutan­do­ni, due­mi­la dol­la­ri in con­tan­ti otte­nu­ti da finan­zia­to­ri di Wall Street e lo spaz­zo­li­no da den­ti con le seto­li­ne logo­re che la bades­sa del tem­pio, la signo­ra Zol­li, figlia di gene­ra­zio­ni di immi­gra­ti ita­lia­ni pio­vu­ti sul­la Penn­syl­va­nia, mi mostra com­pia­ciu­ta. Ai geo­lo­gi, come agli abi­tan­ti ori­gi­na­li degli Appa­la­chia­ni, la pre­sen­za di petro­lio nel sot­to­suo­lo era evidente,e la naf­ta, da esso deri­va­ta, era cono­sciu­ta all’ uma­ni­tà da seco­li, pro­ba­bil­men­te par­te del­la ine­stin­gui­bi­le misce­la infer­na­le che le navi di Bisan­zio lan­cia­va­no sul­le flot­te nemi­che, il fuo­co gre­co. Ma quan­do, dopo ripe­tu­ti fori nel­la ter­ra, e debi­ti per rifi­nan­zia­re la ricer­ca, il pri­mo “gusher”, il pri­mo fiot­to uscì dal pra­ti­cel­lo fan­go­so, la sua intui­zio­ne non fu la mate­ria oleo­sa suc­chia­ta ai sedi­men­ti lascia­ti dall’ ocea­no tie­pi­do che ave­va inon­da­to que­sta val­le per milio­ni di anni. Fu nel­la visio­ne del­la doman­da insa­zia­bi­le che il mon­do avreb­be svi­lup­pa­to per quel­la schi­fez­za maleo­len­tee fino ad allo­ra qua­si inu­ti­le, per­ché il petro­lio in quel 1859 era una solu­zio­ne alla ricer­ca di un pro­ble­ma. Un car­bu­ran­te sen­za un moto­re. Man­ca­va­no anco­ra dicias­set­te anni alla mes­sa a pun­to del pri­mo moto­re a quat­tro tem­pi e a com­bu­stio­ne inter­na, crea­to da Daim­ler, Otto e May­bach nel­la lon­ta­nis­si­ma Ger­ma­nia. E decen­ni alla sco­per­ta del­la supe­rio­ri­tà del moto­re die­sel sul­le cal­da­ie a car­bo­ne per le navi da bat­ta­glia, insa­zia­bi­li divo­ra­tri­ci di naf­ta. Ma qual­cun altro, anche meglio del fin­to colon­nel­lo, ave­va capi­to qua­le inim­ma­gi­na­bi­le ric­chez­za la sua tri­vel­la in Penn­syl­va­nia ave­va stap­pa­to. Il suo nome era John D. Roc­ke­fel­ler, pic­co­lo com­mer­cian­te di Cle­ve­land, che die­ci anni dopo la sco­per­ta del gia­ci­men­to nel cuo­re dei mon­ti del­la Penn­syl­va­nia già si era impa­dro­ni­to del con­trol­lo dell’ ottan­ta per cen­to di tut­te le raf­fi­ne­rie del­la regio­ne, neces­sa­rie per tra­sfor­ma­re il bro­do nero in car­bu­ran­ti, con la sua Stan­dard Oil. La rea­zio­ne a cate­na che avreb­be tra­vol­to l’ inte­ro pia­ne­ta era par­ti­ta. In tre anni, le cata­pec­chie di Titu­svil­le sareb­be­ro cre­sciu­te per ospi­ta­re quin­di­ci­mi­la per­so­ne, il dop­pio di oggi, die­ci­mi­la nel­la vici­na Pitho­le, ven­ti­mi­laa Oil City, con tra­lic­ci fit­ti come oggi i lari­ci e i piop­pi che han­no mise­ri­cor­dio­sa­men­te rico­per­to e risa­na­to la ter­ra tra­sfor­ma­ta in fan­go dal­le ruo­te dei car­ri e dagli zoc­co­li dei caval­li F che tra­spor­ta­va­no le bot­ti. Poz­zi e tri­vel­le spun­ta­ro­no a caso, sen­za rego­le o nor­me di sicu­rez­za, comei cer­ca­to­ri d’ oro coni pen­to­li­ni nel Klon­di­ke, tal­men­te vici­ni e fit­ti da sca­te­na­re incen­di ed esplo­sio­ni che in un solo gior­no avreb­be­ro ince­ne­ri­to ottan­ta per­so­ne, cre­ma­te e rac­col­te in una fos­sa comu­ne sen­za cro­cio nomi. Sgor­ga­ro­no mar­che di lubri­fi­can­ti e car­bu­ran­ti desti­na­te a stam­par­si sul­le pare­ti di ogni gara­ge, Qua­ker Oil, dal­la set­ta di quac­che­ri che qui era­no emi­gra­ti, Penn­zoil, Ken­dall, Suno­co, e la più cele­bre, la Exxon, par­to­ri­ta dal­la Stan­dard Oil dei Rockefeller,a sua vol­ta figlia del­la Penn­syl­va­nia Rock Oil Com­pa­ny. Titu­svil­le era diven­ta­ta la cit­tà del fan­go, dove era più fati­co­so estrar­re i car­ri dal­la ter­ra col­lo­sa che estrar­re il petro­lio. Una vam­pa­ta che, come quel­la che con­su­mò la vita di ottan­ta uomi­ni, comin­ciòa spe­gner­si nei pri­mi anni del Ven­te­si­mo seco­lo, quan­do un ocea­no incom­pa­ra­bil­men­te più vasto e faci­le da estrar­re fu sco­per­to sot­to la pra­te­ria del Texas. Il regno di Titu­svil­le, i suoi son­tuo­si bor­del­li e saloon, le fon­de­rie che era­no spun­ta­te nel­le val­li ver­gi­ni degli altri fiu­mi vici­ni, il Mono­ga­he­la, il fiu­me del­la luna, l’ Ohio, l’ Alle­ghe­ny, conob­be­ro una secon­da, fulig­gi­no­sa pri­ma­ve­ra nel­la Secon­da guer­ra mon­dia­le, quan­do si dis­san­gua­ro­no per ali­men­ta­re la mobi­li­ta­zio­ne bel­li­ca. Men­tre Detroit era l’ arse­na­le del­la demo­cra­zia, Titu­svil­le e la sua regio­ne for­ni­va­no il car­bu­ran­te per far fun­zio­na­re le mac­chi­ne da guer­ra. Oggi il “juras­sic park” del­la rivo­lu­zio­ne nera sta esau­sto, come se il par­to di quel­la mostruo­si­tà l’ aves­se sfian­ca­to. I sedi­ci­mi­la poz­zi anco­ra atti­vi in que­ste val­li pro­du­co­no 4.027 bari­li al gior­no, appe­na un cuc­chia­io di “olio di roc­cia” rispet­to agli otto milio­ni di bari­li pom­pa­ti — ogni gior­no — sol­tan­to dai deser­ti d’ Ara­bia. Resta, sot­to l’ occhio affet­tuo­so del­la signo­ra Zol­li, la reli­quia di un san­to che li ha sedot­ti e abban­do­na­ti. Il tran­vai­no per turi­sti che non ci sono fun­zio­na a bat­te­rie elet­tri­che, per non inqui­na­re la cit­tà fos­si­le di un com­bu­sti­bi­le fossile.

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Sole, atomo, idrogeno Cosa c’ è dopo Big Oil

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 26 luglio 2009 | Mau­ri­zio Ricci |

L’ossessione del mon­do per il petro­lio non è irra­gio­ne­vo­le. Al con­tra­rio, è asso­lu­ta­men­te ragio­ne­vo­le: nien­te con­tie­ne così tan­to in così poco. Un solo litro di ben­zi­na vale 9 kilo­wat­to­re di ener­gia, il 30 per cen­to in più di un litro (per dire) di bio­e­ta­no­lo. Non c’ è da stu­pir­se­ne: quel litro di ben­zi­na è figlio di 25 ton­nel­la­te di anti­che pian­te, lascia­te a cuo­ce­re nel sot­to­suo­lo per deci­ne di milio­ni di anni, fino a diven­ta­re petro­lio. L’ uomo, per ora, non è in gra­do di repli­ca­re un simi­le con­cen­tra­to di ener­gia, pron­ta­men­te usa­bi­le e tra­spor­ta­bi­le. Peral­tro, ci vor­ran­no oltre qua­rant’ anni, dal­la pri­ma tri­vel­la­zio­ne del colon­nel­lo Dra­ke, per­ché il mon­do si ren­da con­to del­la por­ta­ta rivo­lu­zio­na­ria di quel­la sco­per­ta. Alla fine dell’ Otto­cen­to, il petro­lio, oltre che per le ulti­me lam­pa­de pre-Edi­son, veni­va usa­to sem­pre più per le pri­me auto­mo­bi­li, ma in con­cor­ren­za con un ven­ta­glio di altri car­bu­ran­ti. All’ Expo di Pari­gi del 1900, Rudolf Die­sel esi­bì, con orgo­glio, il pri­mo moto­re, appun­to, die­sel. Che fun­zio­na­va, però, a noc­cio­li­ne: il car­bu­ran­te era olio di ara­chi­di. In quel momen­to, in tut­ti gli Sta­ti Uni­ti, c’ era­no com­ples­si­va­men­te quin­di­ci­mi­la auto­mo­bi­li. ( segue dal­la coper­ti­na) Tut­to cam­bia, solo pochi mesi dopo: il 10 gen­na­io 1901, l’ ex capi­ta­no del­la mari­na austria­ca Antho­ny Lucas, esper­to di minie­re di sale, tro­va il petro­lio sot­to la col­li­na di Spind­le­top, nel Texas orien­ta­le. Spind­le­top non è il pri­mo poz­zo. Ma è il pri­mo mega­poz­zo. Fino ad allo­ra, i gia­ci­men­ti pro­du­ce­va­no, in media, fra i 300 e i 1000 bari­li al gior­no. Spind­le­top ne spu­ta 110mila al gior­no. Una eru­zio­ne imma­ne: il più gros­so pro­ble­ma per Lucas fu capi­re come con­te­ne­re quel get­to che sta­va inon­dan­do etta­ri e etta­ri di ter­re­no. Era la dimo­stra­zio­ne che il petro­lio era una fon­te d’ ener­gia abbon­dan­te e facil­men­te dispo­ni­bi­le. Pre­sto, la rivo­lu­zio­ne sareb­be diven­ta­ta mon­dia­le. Nel 1908, l’ Anglo Per­sian Oil Com­pa­ny (poi Bp) tro­va in Iran alle pen­di­ci dei mon­ti Zagros, un gia­ci­men­to con riser­ve per un miliar­do e mez­zo di bari­li, cam­bian­do, di col­po, la sto­ria del Medio Orien­te. Ma la rivo­lu­zio­ne anco­ra non è com­piu­ta: gli inge­gne­ri devo­no aggiu­sta­re il gio­va­ne moto­re a scop­pio per poter uti­liz­za­re la ben­zi­na inve­ce di un altro (e più costo­so) distil­la­to del petro­lio, il kero­se­ne. Solo nel 1919, chiu­sa la Pri­ma guer­ra mon­dia­le, nel­le 667mila auto in cir­co­la­zio­ne negli Usa il nume­ro di quel­le a ben­zi­na supe­re­rà quel­le a kerosene.E biso­gne­rà aspet­ta­re la fine del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le per­ché il petro­lio inva­da il mon­do. A que­sto pun­to, infat­ti, i pas­sag­gi chia­ve, nel roman­zo dell’ oro nero, sono due. Il pri­mo avvie­ne nei deser­ti dell’ Ara­bia sau­di­ta, dove la Stan­dard Oil (poi insie­me alla Texa­co) tro­va un ocea­no di petro­lio. È vici­no alla super­fi­cie, vici­no al mare. Estrar­lo costa pochi spic­cio­li: due dol­la­ri a bari­le. L’ ener­gia a prez­zi strac­cia­ti diven­ta il vola­no di un impo­nen­te svi­lup­po eco­no­mi­co, che le auto sem­pre più gran­die poten­ti sim­bo­leg­gia­no ai quat­tro ango­li del mon­do indu­stria­liz­za­to. Atten­zio­ne, però: l’ equa­zio­ne petro­lio ugua­le auto è sba­glia­ta. Solo il 50 per cen­to dell’ oro nero vie­ne bru­cia­to nei tra­spor­ti. Guar­da­te que­sta lista: micro­chip, tele­fo­ni, deter­si­vi per lava­piat­ti, piat­ti infran­gi­bi­li, sci, len­ti a con­tat­to, ane­ste­ti­ci, car­te di cre­di­to, ombrel­li, den­ti­fri­ci, val­vo­le car­dia­che, para­ca­du­te e si potreb­be con­ti­nua­rea lun­go. Sono tut­ti deri­va­ti del petro­lio. Il secon­do pas­sag­gio chia­ve è l’ inven­zio­ne del­la pla­sti­ca. Non ci muo­via­mo solo con il petro­lio. Ci nuo­tia­mo den­tro: il petro­lio è tut­to intor­no a noi (nel caso del­le val­vo­le car­dia­che, anche den­tro). Far­ne a meno sarà dolo­ro­so e dif­fi­ci­le. Ce ne sia­mo resi con­to, una pri­ma vol­ta, negli anni Set­tan­ta, quan­do l’ embar­go dell’ Opec (i pae­si pro­dut­to­ri) lo rese scar­soe costo­so. E, anco­ra di più, negli ulti­mi anni, con il prez­zo del bari­le in asce­sa, appa­ren­te­men­te, irre­fre­na­bi­le. Cosaè suc­ces­so? Di fat­to nes­su­no nega che sia fini­ta l’ era del petro­lio faci­le, abbon­dan­te e poco caro. Ma sul per­ché esi­sto­no due inter­pre­ta­zio­ni. La pri­ma è poli­ti­ca. Il petro­lio c’ è, e in quan­ti­tà ade­gua­te, pec­ca­to che sia nei posti sba­glia­ti. Nel 1954, con un col­po di Sta­to, la Bp riu­scì a rove­scia­re la nazio­na­liz­za­zio­ne del petro­lio ira­nia­no, ma, negli anni Ottan­ta, quan­do a nazio­na­liz­za­re furo­no i sau­di­ti e poi tut­ti i pae­si del Gol­fo Per­si­co, le mul­ti­na­zio­na­li si riti­ra­ro­no in buon ordi­ne. Oggi, il gros­so del petro­lio rima­sto nel sot­to­suo­lo è di pro­prie­tà di com­pa­gnie nazio­na­li che, dico­no i soste­ni­to­ri di que­sta tesi, non inve­sto­no nel­la ricer­ca di nuo­vi poz­zi e han­no di fat­to inte­res­se a tener­si stret­ta, fin­ché dura, que­sta fon­te di ric­chez­za. La secon­da inter­pre­ta­zio­ne è geo­lo­gi­ca. Qui, la data cru­cia­le nonè il 1980e la nazio­na­liz­za­zio­ne del petro­lio sau­di­ta, ma die­ci anni pri­ma, nel 1971, quan­do la pro­du­zio­ne ame­ri­ca­na di petro­lio ha rag­giun­to il suo pic­co e ha ini­zia­to ine­so­ra­bil­men­te a scen­de­re, tra­sfor­man­do gli Usa nei mag­gio­ri impor­ta­to­ri di petro­lio al mon­do. Lo stes­so pro­ces­so, dico­no que­sti geo­lo­gi, è desti­na­to a ripe­ter­si via via in tut­to il mon­do. Il petro­lio diven­te­rà sem­pre di meno, sem­pre più dif­fi­ci­le e costo­so (sot­to la ban­chi­sa arti­ca, in fon­do all’ ocea­no) da estrar­re. Da due anni a que­sta par­te è lo schie­ra­men­to dei geo­lo­gi che gua­da­gna con­sen­si. Gli orga­ni­smi inter­na­zio­na­li rive­do­no al ribas­so le sti­me sul­la dispo­ni­bi­li­tà di petro­lio nei pros­si­mi decen­ni. Gli uomi­ni del­le mul­ti­na­zio­na­li sono anche più bru­schi: Cri­sto­phe de Mar­ge­rie, boss del­la Total, uno dei gran­di di Big Oil, ha det­to recen­te­men­te che «il mon­do non riu­sci­rà mai a pro­dur­re più di 89 milio­ni di bari­li al gior­no». Oggi, sia­mo già a 85 milio­ni. E poi? La rivo­lu­zio­ne del colon­nel­lo Dra­ke e del capi­ta­no Lucas l’ abbia­mo bru­cia­ta in cen­to­cin­quant’ anni. Nes­su­no sa se il futu­ro sarà il sole, l’ ato­mo o l’ idro­ge­no. L’ era del dopo-petro­lio si apre con mol­te doman­de e poche risposte.

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Perché nel labirinto di Zar Vlad la sola parola d’ordine è “Bespredel”

Il Foglio | Dome­ni­ca 12 otto­bre 2008 | Amy Rosenthal |

La Rus­sia è sem­pre la Rus­sia, con un lato oscu­ro tol­le­ra­to dal­la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne”. Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta di Busi­ness Week e cor­ri­spon­den­te in Rus­sia, Asia cen­tra­le e Cau­ca­so per oltre un decen­nio del Wall Street Jour­nal e New York Times, ha appe­na scrit­to un libro sul “labi­rin­to di Putin” – “Putin’s Laby­rinth: Spies, Mur­der, and the Dark Heart of the New Rus­sia” (Ran­dom Hou­se, 2008) – in cui arri­va alla con­clu­sio­ne che lo zar Vlad, ex pre­si­den­te e attua­le pre­mier a Mosca, abbia ere­di­ta­to una ter­ra nel­la mor­sa di una sto­ria bru­ta­le che mostra pochi segni di affie­vo­li­men­to. Il mot­to nazio­na­le rus­so – dice al Foglio – “è ‘bespre­del’, che signi­fi­ca ‘sen­za limi­ti’, o ‘tut­to pas­sa’. E’ ‘il con­ti­nuum rus­so’, che in par­te si rife­ri­sce all’indifferenza del­la clas­se diri­gen­te tra­di­zio­na­le nei con­fron­ti del­la vita e del­la mor­te del popo­lo”. Secon­do LeVi­ne i col­le­ga­men­ti tra vec­chia e nuo­va Rus­sia sono tan­tis­si­mi. “Sot­to gli zar e nel perio­do sovie­ti­co lo sta­to deci­de­va chi dove­va vive­re e chi mori­re. Con Boris Eltsin lo sta­to ha smes­so di ucci­de­re i suoi cit­ta­di­ni e gli assas­si­ni si sono river­sa­ti nel­le stra­de. Con Putin la situa­zio­ne è un ibri­do”. Resta il man­tra “tut­to pas­sa”, appli­ca­to al per­se­gui­men­to di un inte­res­se: “Quan­do nel 2002 otto­cen­to rus­si furo­no pre­si in ostag­gio in un tea­tro mosco­vi­ta da 41 ter­ro­ri­sti cece­ni, Putin ordi­nò di usa­re i gas e mori­ro­no anche 129 ostag­gi. Per­ché la prio­ri­tà di Putin era ucci­de­re i ter­ro­ri­sti, non sal­va­re gli ostag­gi”. Secon­do LeVi­ne l’attacco alla Geor­gia è in linea con la tra­di­zio­ne rus­sa di con­trol­lo sul­le ex Repub­bli­che sovie­ti­che, e anche di alcu­ni pae­si dell’Europa orien­ta­le o cen­tra­le. “Putin e Med­ve­dev si sono dife­si con for­za soste­nen­do di dover cac­cia­re i geor­gia­ni dal­la regio­ne sepa­ra­ti­sta. Ma quan­do i sol­da­ti e i car­ri arma­ti rus­si han­no scon­fi­na­to in ter­ri­to­rio geor­gia­no, han­no bom­bar­da­to Poti e pre­so anche l’Abkhazia, era la vec­chia Rus­sia all’opera”. Cosa c’è in gio­co per l’Europa e gli Sta­ti Uni­ti in que­sto con­flit­to? “Per entram­bi ora il cam­po è aper­to a cri­si stra­te­gi­che deter­mi­nan­ti”, dice LeVi­ne. “Un attac­co come quel­lo del­la Nato alla Ser­bia di Milo­se­vic non potreb­be più acca­de­re nel­le cir­co­stan­ze attua­li. Alcu­ni pae­si dell’Europa sono inti­mo­ri­ti, o han­no pre­so bar­bi­tu­ri­ci, comun­que van­no a let­to con Putin. Cre­do che Mosca influen­zi a diver­si livel­li tut­ti gli sta­ti del cor­ri­do­io ener­ge­ti­co fra est e ove­st, ma anche Fran­cia, Ger­ma­nia e Ita­lia. Con loro ora la Rus­sia è in una posi­zio­ne con­trat­tua­le più for­te di pri­ma: è ben chia­ro ades­so che Mosca è pron­ta ad arri­va­re qua­si ovun­que per rag­giun­ge­re i suoi scopi”.
LeVi­ne ha scrit­to che “il tal­lo­ne d’Achille rus­so è il petro­lio” e ha sot­to­li­nea­to come gli Sta­ti Uni­ti e i loro allea­ti potreb­be­ro gio­ca­re sul­la vul­ne­ra­bi­li­tà rus­sa, anco­ra più pale­se in que­sti gior­ni di cri­si mon­dia­le, in cui la Bor­sa di Mosca ha paga­to fin da subi­to tan­tis­si­mo. “Per gua­da­gna­re il rispet­to del­la Rus­sia – spie­ga LeVi­ne – non ser­ve la reto­ri­ca, ma i fat­ti. Appar­te­ne­re o no al Wto o al G8 non smuo­ve­rà Mosca di un mil­li­me­tro. La giu­gu­la­re rus­sa è la sua indu­stria ener­ge­ti­ca: minac­cia la sua stra­te­gia in quel cam­po e otter­rai la sua atten­zio­ne. Come negli anni Novan­ta, quan­do Mosca non ha potu­to fer­ma­re la costru­zio­ne dell’oleodotto Baku-Tbi­li­si-Cey­han, che la bypas­sa­va”. Lo sto­ri­co Richard Pipes nel 2007 dis­se al Foglio che “l’occidente non deve illu­der­si sul­la pos­si­bi­li­tà di far col­la­bo­ra­re la Rus­sia”, e mol­ti gover­ni occi­den­ta­li comin­cia­no a con­vin­cer­si di quest’idea. “L’occidente – ribat­te LeVi­ne – può impor­re un dia­lo­go su temi che la Rus­sia con­si­de­ra di pro­prio inte­res­se. I trat­ta­ti per il con­trol­lo bila­te­ra­le del­le armi, ad esem­pio, sono pos­si­bi­li. Ma Pipes ha ragio­ne: la Rus­sia agi­rà come meglio cre­de. Putin è un avver­sa­rio for­mi­da­bi­le, per­se­gue sol­tan­to quel­lo che cre­de esse­re l’interesse rus­so”. Il pre­si­den­te Dmi­tri Med­ve­dev ha riba­di­to che “non ha pau­ra di nien­te, nem­me­no del­la Guer­ra fred­da”, anche se poi su cer­ti dos­sier – come quel­lo afgha­no – ha con­ti­nua­to la sua col­la­bo­ra­zio­ne. Per LeVi­ne non c’è il peri­co­lo di una nuo­va Guer­ra fred­da, o alme­no non di una ana­lo­ga all’originale. “Potreb­be esse­re regionale,ma non glo­ba­le: non è alla por­ta­ta del­la Rus­sia. Pen­so che ci sia­no spe­ran­ze per il pae­se, in ter­mi­ni di demo­cra­zia, ma i gover­ni occi­den­ta­li devo­no restar­ne fuo­ri. Non han­no alcun tipo di impat­to”. Intan­to i 200 pea­ce­kee­per euro­pei sono arri­va­ti nel­la zona cusci­net­to tra Geor­gia e Osse­zia del sud, dove è comin­cia­to il riti­ro del­le trup­pe rus­se, come con­cor­da­to nel pia­no sigla­to dal capo del Crem­li­no con il capo dell’Eliseo, Nico­las Sar­ko­zy. Il 15 otto­bre si tie­ne un incon­tro tra Euro­pa e Rus­sia, che nel­le inten­zio­ni dove­va esse­re deci­si­vo per il futu­ro del­le rela­zio­ni ma che già a oggi pare poco inci­si­vo. “Si è visto nel­la sto­ria recen­te – con­clu­de scet­ti­co LeVi­ne – quan­to pos­sa­no esse­re effi­ca­ci gli osser­va­to­ri europei”.

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Il “broker canaglia” del mercato del petrolio

La Repub­bli­ca | Saba­to 4 luglio 2009 | Enri­co Franceschini |

LONDRA - Israe­le sta­va attac­can­do l’Iran? Era scop­pia­ta la guer­ra in Ame­ri­ca Lati­na? C’era sta­to un gol­pe a Mosca? Un atten­ta­to in Iraq? O maga­ri, Dio non voglia, una nuo­va azio­ne di al Qae­da, un altro 11 set­tem­bre? I tra­ders del­la City che com­pra­no e ven­do­no petro­lio sui mer­ca­ti inter­na­zio­na­li, mar­te­dì scor­so, si tele­fo­na­va­no fre­ne­ti­ca­men­te ponen­do doman­de di que­sto gene­re, nel ten­ta­ti­vo di spie­gar­si cosa sta­va suc­ce­den­do. Sol­tan­to un qual­che ter­re­mo­to geo­po­li­ti­co, evi­den­te­men­te non anco­ra dif­fu­so da tele­vi­sio­ni e agen­zie di stam­pa, pote­va giu­sti­fi­ca­re l’improvvisa asce­sa del prez­zo del greg­gio. In un’ora, l’”oro nero” era sali­to da 71 a 73,5 dol­la­ri a bari­le, il livel­lo più alto dell’anno. In ses­san­ta minu­ti, con­trat­ti a ter­mi­ne per 16 milio­ni di bari­li di petro­lio, i “futu­res” come si chia­ma­no in ger­go, ave­va­no cam­bia­to di mano: l’equivalente del dop­pio del­la pro­du­zio­ne quo­ti­dia­na dell’Arabia Sau­di­ta, mag­gio­re pro­dut­to­re di petro­lio al mon­do. Mol­to più dei tra­di­zio­na­li 500 mila bari­li nor­mal­men­te ogget­to di com­pra­ven­di­ta a quell’ora del­la gior­na­ta. Cosa c’era sotto?
Ora si sco­pre che la geo­po­li­ti­ca non c’entrava nul­la. La cau­sa dell’impennata del greg­gio era un “bro­ker cana­glia” lon­di­ne­se. La sua iden­ti­tà è sta­ta rive­la­ta ieri dal Finan­cial Times: si chia­ma Ste­ve Per­kins, lavo­ra per la Pvm Oil Asso­cia­tes, più gran­de com­pa­gnia di bro­ke­ra­ge petro­li­fe­ro non quo­ta­ta in Bor­sa, ha fama di ope­ra­to­re esper­to e ben con­si­de­ra­to dai col­le­ghi. Ma a un cer­to pun­to, mar­te­dì, ha comin­cia­to a com­pie­re “ope­ra­zio­ni non auto­riz­za­te”, piaz­zan­do mas­sic­ce pun­ta­te sul mer­ca­to dei “futu­res”. Da solo è sta­to respon­sa­bi­le di metà dell’attività inso­li­ta, e il resto del movi­men­to è avve­nu­to per­ché altri bro­ker gli sono anda­ti die­tro, pur sen­za com­pren­de­re la ragio­ne di quan­to sta­va avve­nen­do. Quan­do la Pvm ha capi­to che die­tro il boom di con­trat­ta­zio­ni c’era qual­co­sa di ille­ci­to, ha dovu­to inter­rom­pe­re le con­trat­ta­zio­ni e denun­cia­re il fat­to alle auto­ri­tà, suben­do una note­vo­le per­di­ta: 10 milio­ni di dol­la­ri, bru­cia­ti dai truc­chi di una “cana­glia”, in meno di ses­san­ta minuti.
Per­ché Per­kins lo abbia fat­to, rima­ne per ora un miste­ro. La Pvm non par­la. Lui nem­me­no. Anzi, nem­me­no si sa dove sia. Ma in atte­sa che la Finan­cial Ser­vi­ces Autho­ri­ty, l’organismo che con­trol­la il set­to­re finan­zia­rio bri­tan­ni­co, ren­da noti i risul­ta­ti del­la sua inda­gi­ne, non è dif­fi­ci­le imma­gi­na­re che il “bro­ker cana­glia” aves­se orche­stra­to un com­plot­to per favo­ri­re qual­che gros­so spe­cu­la­to­re e rica­var­ci a sua vol­ta una bel­la per­cen­tua­le. Non è il pri­mo, né cer­to sarà l’ultimo, a com­pie­re impre­se simi­li. Non sem­pre il moven­te è il pro­fit­to. Appe­na il mese scor­so un altro tra­der del petro­lio, che lavo­ra­va nel­la sede di Lon­dra del­la Mor­gan Stan­ley, è sta­to licen­zia­to per ave­re nasco­sto ai suoi boss le per­di­te che ave­va accu­mu­la­to con ope­ra­zio­ni fat­te sot­to l’effetto dell’alcol: era tor­na­to in uffi­cio, dopo una pau­sa per il lunch dura­ta tre ore, ubria­co fra­di­cio. Più spes­so, vin­ci­te o per­di­te sono il frut­to di una ten­ta­ta truf­fa. A par­ti­re da Nick Lee­son, il bro­ker ingle­se che pro­vo­cò il col­las­so di una del­le più vec­chie ban­che di inve­sti­men­ti bri­tan­ni­che, la Barings, per­den­do un miliar­do e mez­zo di ster­li­ne dal suo uffi­cio di Sin­ga­po­re: dove lui finì in car­ce­re, men­tre la ban­ca, o quel che ne resta­va, veni­va ven­du­ta per una ster­li­na nomi­na­le a una con­cor­ren­te olan­de­se. L’ironia del­la sor­te, nel caso del “bro­ker cana­glia” di mar­te­dì scor­so, è che il pre­si­den­te del­la Pmv è uno dei più spie­ta­ti cri­ti­ci del­le spe­cu­la­zio­ni ecces­si­ve sul mer­ca­to del greg­gio, da lui sopran­no­mi­na­to “il casi­nò elet­tro­ni­co del petro­lio”. Un crou­pier sta­va por­tan­do­gli via la cas­sa sot­to il suo naso e lui non si era accor­to di niente. 

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Perché non si produce più petrolio

Pino Buon­gior­no The Glo­ba­li­st | Vener­dì 6 giu­gno 2008 | Pino Buongiorno |

Flash dal mon­do del petro­lio. A San Pao­lo del Bra­si­le la com­pa­gnia sta­ta­le Petro­bras annun­cia di aver sco­per­to un immen­so gia­ci­men­to di greg­gio a 7mila metri di pro­fon­di­tà, nel baci­no San­tos, con un poten­zia­le, tut­to da veri­fi­ca­re, di 33 miliar­di di bari­li. Tan­to quan­to baste­reb­be per fare entra­re il Bra­si­le nel club dei 10 mag­gio­ri espor­ta­to­ri di ener­gia al mondo. 
Cam­bia­mo con­ti­nen­te ed andia­mo in Afri­ca. A Poin­te Noi­re, in Con­go, l’amministratore dele­ga­to dell’Eni Pao­lo Sca­ro­ni fir­ma un accor­do con il gover­no di Braz­za­vil­le per rica­va­re oli non con­ven­zio­na­li dal­lo sfrut­ta­men­to del­le sab­bie bitu­mi­no­se in un’area di 1790 chi­lo­me­tri quadrati. 
Men­tre in una sola set­ti­ma­na acca­de tut­to que­sto, a Pari­gi l’Agenzia inter­na­zio­na­le dell’energia (Aie) fa tra­pe­la­re i pri­mi risul­ta­ti-shock di una ricer­ca su 400 fra i mega­de­po­si­ti mon­dia­li di oro nero. Gli esper­ti dell’Aie sono allar­mi­sti per­ché pre­ve­do­no che la futu­ra offer­ta di petro­lio si ridur­rà note­vol­men­te. Con­tro gli attua­li 87 milio­ni di bari­li con­su­ma­ti ogni gior­no ne occor­re­reb­be­ro 116 milio­ni nel 2030 per soste­ne­re la doman­da mon­dia­le, spin­ta soprat­tut­to dal­la cre­sci­ta di Cina e India. Inve­ce l’invecchiamento pro­gres­si­vo dei poz­zi e la dimi­nu­zio­ne degli inve­sti­men­ti pro­dur­ran­no non più di 100 milio­ni di barili. 
L’ultimo flash è scat­ta­to a Washing­ton, dove i depu­ta­ti e i sena­to­ri met­to­no quo­ti­dia­na­men­te sul­la gri­glia i boss di “Big Oil” (i quat­tro colos­si mon­dia­li del petro­lio). Li accu­sa­no di rea­liz­za­re pro­fit­ti smi­su­ra­ti a sca­pi­to degli auto­mo­bi­li­sti e di spen­de­re trop­po poco per lo svi­lup­po di nuo­vi gia­ci­men­ti e soprat­tut­to per la ricer­ca di fon­ti di ener­gia alter­na­ti­ve. Il più ber­sa­glia­to è il pre­si­den­te e ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to di Exxon Mobil, Rex Til­ler­son, che l’anno scor­so ha fat­to con­qui­sta­re alla sua mul­ti­na­zio­na­le un record mai rag­giun­to nel­la sto­ria del capi­ta­li­smo: 40,6 miliar­di di uti­li. Per nul­la inti­mo­ri­to dal­la con­tem­po­ra­nea ribel­lio­ne dei discen­den­ti del­la fami­glia Roc­ke­fel­ler, fra i mag­gio­ri azio­ni­sti, che chie­do­no “una svol­ta ver­de”, Til­ler­son con­trat­tac­ca e pun­ta l’indice con­tro lo stes­so Geor­ge W. Bush per­ché è anda­to a Riad a chie­de­re al monar­ca sau­di­ta di pom­pa­re più greg­gio quan­do inve­ce avreb­be dovu­to fare di più per aumen­ta­re la pro­du­zio­ne in Ame­ri­ca, in par­ti­co­la­re, al lar­go del­le coste del­la Flo­ri­da e del­la California. 
“Sia­mo al momen­to del­la veri­tà soprat­tut­to per le com­pa­gnie petro­li­fe­re” spie­ga a “Pano­ra­maSte­ve LeVi­ne, uno dei prin­ci­pa­li ana­li­sti del set­to­re, auto­re del bestsel­ler “The Oil and the Glo­ry”, dedi­ca­to al “Gran­de gio­co” del petro­lio nel Cau­ca­so, che sarà pre­sto pub­bli­ca­to anche in Ita­lia. “C’è in que­sto momen­to una gran­de ansia e con­tem­po­ra­nea­men­te un cer­to entu­sia­smo per sco­pri­re poz­zi fino­ra ine­splo­ra­ti e anche risor­se non con­ven­zio­na­li, come il petro­lio pesan­te del baci­no dell’Orinoco in Vene­zue­la e le sab­bie bitu­mi­no­se del­la pro­vin­cia di Alber­ta, in Cana­da, e del Con­go. Ma la cor­sa vera e pro­pria non è anco­ra scat­ta­ta. Ini­zie­rà solo quan­do le com­pa­gnie capi­ran­no a qua­li nuo­vi con­di­zio­ni dovran­no trat­ta­re con i gran­di pae­si pro­dut­to­ri di petro­lio e di gas natu­ra­le, come l’Arabia Sau­di­ta, il Bra­si­le e la Russia”. 
Di cer­to, spie­ga­no gli esper­ti, stia­mo pagan­do i 20 anni di ben­zi­na a bas­so costo che han­no fre­na­to, se non bloc­ca­to del tut­to, l’esplorazione e l’estrazione del petro­lio, per­ché non ne vale­va la pena. Oggi gli alti prez­zi (con il petro­lio che potreb­be rag­giun­ge­re i 150 dol­la­ri al bari­le già quest’estate e i 200 dol­la­ri l’anno pros­si­mo, secon­do un recen­te rap­por­to di Gold­man Sachs) dovreb­be­ro spin­ge­re in sen­so con­tra­rio. Ma non è sem­pre così. E’ vero che l’Arabia Sau­di­ta ha pro­mes­so di inve­sti­re 129 miliar­di di dol­la­ri in pro­get­ti di espan­sio­ne nei pros­si­mi cin­que anni, a comin­cia­re dal­lo sfrut­ta­men­to del cam­po petro­li­fe­ro di Khu­rais, con l’obiettivo, già alla fine del pros­si­mo anno, di aumen­ta­re la pro­du­zio­ne quo­ti­dia­na fino a 12 milio­ni di bari­li. Ma è altret­tan­to incon­te­sta­bi­le il trend gene­ra­le che si sta affer­man­do fra i pae­si pro­dut­to­ri, i qua­li han­no il con­trol­lo del 90 per cen­to del­le riser­ve mon­dia­li: è il nazio­na­li­smo ener­ge­ti­co. La Rus­sia è in pri­ma fila nel soste­ne­re la neces­si­tà di man­te­ne­re alti i prez­zi anche a costo di sacri­fi­ca­re le sco­per­te di nuo­vi gia­ci­men­ti o di evi­ta­re il decli­no dei vec­chi. E quan­do non sono le stra­te­gie poli­ti­che del Crem­li­no a det­ta­re la poli­ti­ca ener­ge­ti­ca mon­dia­le s’impongono le ten­sio­ni geo­po­li­ti­che. Suc­ce­de in Iraq, il secon­do pae­se al mon­do per riser­ve pro­va­te, dove le ban­de sun­ni­te e scii­te fan­no a gara a bru­cia­re i poz­zi e a mina­re gli oleo­dot­ti. Acca­de in Iran, para­liz­za­to dal­le san­zio­ni inter­na­zio­na­li per i pro­get­ti sul­la bom­ba ato­mi­ca. Per non par­la­re dal­la Nige­ria, infe­sta­ta dal­la guer­ri­glia. Nel con­ti­nen­te lati­no-ame­ri­ca­no è il Vene­zue­la a non poter espri­me­re tut­te le sue poten­zia­li­tà a cau­sa del “boli­va­ri­smo” di Hugo Cha­vez, che allon­ta­na i gran­di inve­sti­to­ri internazionali. 
Quan­to al restan­te 10 per cen­to gesti­to dal­le ex set­te sorel­le, anche qui l’offerta non rie­sce a pareg­gia­re la doman­da. “L’esplorazione è cer­ta­men­te ripar­ti­ta con gran­de vigo­re. Alcu­ni impor­tan­ti suc­ces­si sono già visi­bi­li in Afri­ca e in Sud Ame­ri­ca” assi­cu­ra a “Pano­ra­ma” Clau­dio Descal­zi, il vice­di­ret­to­re gene­ra­le del­la pro­du­zio­ne di Eni. “Ma dob­bia­mo anche scon­ta­re la rigi­di­tà del siste­ma indu­stria­le: è limi­ta­ta la dispo­ni­bi­li­tà di piat­ta­for­me, di mez­zi nava­li, di can­tie­ri, di accia­ie­rie e, non ulti­ma, di per­so­na­le specializzato”. 
Tut­to que­sto com­por­ta un aumen­to ver­ti­gi­no­so dei costi per la costru­zio­ne dei nuo­vi impian­ti petro­li­fe­ri e per la tec­no­lo­gia neces­sa­ria finen­do per ritar­da­re qua­si tut­ti i pro­get­ti più impor­tan­ti., come Kasha­gan. Gli ana­li­sti del Cera, uno dei mag­gio­ri cen­tri di ricer­ca del set­to­re, han­no fat­to un po’ di con­ti e sono arri­va­ti alla con­clu­sio­ne che, “se nel 2000 un qual­sia­si pez­zo di equi­pag­gia­men­to costa­va 100 dol­la­ri, oggi ne costa 210”. 
In buo­na sostan­za, alme­no nel bre­ve e nel medio perio­do, la que­stio­ne non è “la fine del petro­lio”, ma la sua pro­du­zio­ne lar­ga­men­te insuf­fi­cien­te. Per dir­la con le paro­le di John Watson, uno dei capi di Che­vron, “il pro­ble­ma dell’oro nero non è sot­to la super­fi­cie, ma al di sopra”.

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Di là del Mar Caspio

Il petro­lio è al cen­tro dei prin­ci­pa­li intri­ghi planetari. Eldorado ed infer­no, il Mar Caspio in que­sto sen­so è sem­pre appar­so remo­to, osti­le, instabile.

A lun­go, ha ten­ta­to il mon­do (ingle­si, ame­ri­ca­ni, rus­si, per­si­no cine­si) con le sue gran­di riser­ve petro­li­fe­re. Ma gli stra­nie­ri, bloc­ca­ti dal siste­ma chiu­so dell’Unione Sovie­ti­ca, non vi pote­ro­no arri­va­re. Poi l’Unione Sovie­ti­ca crol­lò, e nel­la regio­ne ini­ziò una cor­sa fre­ne­ti­ca su vasta sca­la. Insie­me ai petro­lie­ri, si accal­ca­ro­no nel Caspio i rap­pre­sen­tan­ti dei prin­ci­pa­li Pae­si del mon­do in cer­ca di una quo­ta dei tren­ta miliar­di di bari­li di riser­ve petro­li­fe­re cer­te che era­no in gio­co, e ini­ziò una tesa bat­ta­glia geo­po­li­ti­ca. I prin­ci­pa­li com­pe­ti­to­ri era­no Mosca e Washing­ton – la pri­ma cer­can­do di man­te­ne­re il con­trol­lo sui suoi Sta­ti satel­li­te, la secon­da inten­ta a far slog­gia­re la Rus­sia a bene­fi­cio dell’Occidente.
Il petro­lio e la glo­ria” è un libro di Ste­ve LeVi­ne (Edi­tri­ce il Siren­te,  20 Euro) in cui tut­to ciò è ben raccontato. LeVine ha lavo­ra­to nel­la regio­ne per il Wall Street Jour­nal, il New York Times e il New­sweek, ed è ligio alla gran­de scuo­la ame­ri­ca­na del gior­na­li­smo d’investigazione.  Egli sve­la le miste­rio­se mano­vre dei gigan­ti ener­ge­ti­ci mon­dia­li per ave­re una par­te nei ric­chi gia­ci­men­ti kaza­ki e aze­ri, men­tre le super­po­ten­ze cer­ca­no di otte­ne­re un pun­to di appog­gio stra­te­gi­co nel­la regio­ne e di osta­co­lar­si a vicen­da. Al cuo­re del­la sto­ria c’è la gara per costrui­re e gesti­re oleo­dot­ti che esca­no dall’isolata regio­ne, la chia­ve per con­trol­la­re il Caspio e il suo petrolio.
Il BTC, l’ oleo­dot­to per il petro­lio che fu costrui­to, il più lun­go al mon­do (1.750 chi­lo­me­tri, di cui oltre 300 attra­ver­so la Geor­gia), è sta­to uno dei più gran­di trion­fi in poli­ti­ca este­ra di Washing­ton. Mol­ti i per­so­nag­gi di que­sta saga caspia­na. Per esem­pio,  il “ com­pe­ti­tor” James Gif­fen, un affa­ri­sta ame­ri­ca­no che è sta­to anche il “fac­cen­die­re” a livel­lo poli­ti­co del­le com­pa­gnie petro­li­fe­re ansio­se di fare affa­ri nel Caspio e l’intermediario per il pre­si­den­te e i mini­stri del Kaza­ki­stan; o John Deuss, l’ostentato com­mer­cian­te olan­de­se di petro­lio che vin­se mol­to ma per­se ancor di più; Hei­dar Aliyev, l’ ex capo del Kgb aze­ro, diven­ta­to pre­si­den­te,  e spes­so — secon­do LeVi­ne — frain­te­so: ma, secon­do me, il suo è giu­di­zio partigiano.
LeVi­ne affer­ma che il pre­si­den­te aze­ro “tra­sce­se il suo pas­sa­to di mem­bro del Polit­bu­ro sovie­ti­co e fu la men­te diret­ti­va di un pro­get­to per allen­ta­re il con­trol­lo rus­so sul­le sue ex colo­nie nel­la regio­ne del Caspio”. In que­sta cor­ni­ce tro­va­no il loro posto fur­fan­ti, cana­glie e avven­tu­rie­ri d’ ogni gene­re gui­da­ti dall’irresistibile richia­mo di ric­chez­ze incal­co­la­bi­li e dal­la pos­si­bi­le “ulti­ma fron­tie­ra” dell’era dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li. Non man­ca­no gli inter­ro­ga­ti­vi geo­po­li­ti­ci che ruo­ta­no attor­no alla ric­chez­za petro­li­fe­ra del Caspio, se la Rus­sia pos­sa esse­re un allea­to affi­da­bi­le e un part­ner com­mer­cia­le dell’Occidente, e cosa signi­fi­chi l’ingresso di Washing­ton in que­sta regio­ne cao­ti­ca ma impor­tan­te per la sua sta­bi­li­tà a lun­go termine.

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Cina e Russia. Sfida aperta alle 5 sorelle

La Stam­pa | Lune­dì 19 novem­bre 2007 | Mau­ri­zio Molinari |

I gigan­ti ener­ge­ti­ci di Pechi­no e Mosca pon­go­no sfi­de mol­to diver­se ma ugual­men­te serie ai con­cor­ren­ti d’Occidente.

È una del­le bar­zel­let­te più di moda ad Alma Aty, in Kaza­kh­stan, a sve­la­re cosa sta avve­nen­do sul mer­ca­to del greg­gio: «In cit­tà c’è una pic­co­la dele­ga­zio­ne cine­se, sono die­ci­mi­la». A rac­con­ta­re l’aneddoto è Evan Fei­gen­baum, brac­cio destro del Segre­ta­rio di Sta­to Con­do­leez­za Rice sull’Asia Cen­tra­le e vete­ra­no del­le guer­re com­mer­cia­li per il con­trol­lo del­le risor­se ener­ge­ti­che. Fei­gen­baum rac­con­ta la bar­zel­let­ta al «Coun­cil on Forei­gn Rela­tions» per­ché la ritie­ne veri­tie­ra: «Dal Mar Caspio all’Estremo Orien­te i cine­si sono all’offensiva, costrui­sco­no, acqui­sta­no, esplo­ra­no, inve­sto­no e spen­do­no una gran­de quan­ti­tà di dana­ro e di risor­se uma­ne». Lo slan­cio del­la Repub­bli­ca popo­la­re sul mer­ca­to ener­ge­ti­co nasce dal­la neces­si­tà di impor­ta­re la metà del fab­bi­so­gno nazio­na­le ed è rias­sun­to dai nomi di tre gigan­ti: Chi­na Natio­nal Petro­leum Cor­po­ra­tion (Cnpc), Chi­na Natio­nal Off­sho­re Oil Cor­po­ra­tion (Cnooc) e Sinopec.

«Han­no ruo­li e com­pi­ti diver­si — spie­ga Edward Mor­se, ana­li­sta di greg­gio di fama mon­dia­le, in for­za a Leh­man Bro­thers — per­ché Cnpc è il gigan­te pub­bli­co mag­gior pro­dut­to­re di car­bu­ran­te e Cnooc esplo­ra i gia­ci­men­ti off-sho­re in Cina men­tre Sino­pec va aggres­si­va­men­te alla ricer­ca di nuo­vi mer­ca­ti all’estero». Sijin Chang è l’analista di Eura­sia Group che segue 24 ore su 24 le mos­se dei tre colos­si e assi­cu­ra che «fan­no una dura con­cor­ren­za alle gran­di com­pa­gnie occi­den­ta­li» per due ragio­ni. Pri­mo: «Dispon­go­no di sol­di pub­bli­ci in gran­de quan­ti­tà e non lesi­na­no a spen­der­li». Secon­do: «Su indi­ca­zio­ne del gover­no sfrut­ta­no le aree di cri­si per inse­diar­si». Gli esem­pi più lam­pan­ti ven­go­no dal Sudan, dove Sino­pec ha qua­si un mono­po­lio sul­le estra­zio­ni, e il Turk­me­ni­stan, dove sem­pre Sino­pec ha sigla­to un con­trat­to tren­ten­na­le per la rea­liz­za­zio­ne di un mega oleo­dot­to desti­na­to a por­ta­re gas e car­bu­ran­te ver­so Orien­te. «Pechi­no gio­ca duro nel­la gran­de par­ti­ta degli oleo­dot­ti — assi­cu­ra Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta del Wall Street Jour­nal auto­re del libro «The Oil and the Glo­ry» — pun­ta a sigla­re in Kaza­kh­stan un con­trat­to simi­le a quel­lo turk­me­no, per ali­men­tar­si via ter­ra sen­za dover pas­sa­re per la Rus­sia o per il Gol­fo Persico».
Ma non è tut­to. Robin West, pre­si­den­te di PFC Ener­gy Inc. e fra i più ascol­ta­ti esper­ti di ener­gia in Ame­ri­ca, spie­ga che «la for­za dei cine­si è nel fat­to che han­no mana­ger aggres­si­vi, gesti­sco­no le azien­de pub­bli­che come se fos­se­ro pri­va­te e sono in gra­do di sfrut­ta­re a loro van­tag­gio le rego­le del­la con­cor­ren­za meglio di mol­te com­pa­gnie occi­den­ta­li». Pro­prio a que­sto meto­do «aggres­si­vo e com­pe­ti­ti­vo» West attri­bui­sce il suc­ces­so di Petro­Chi­na, di pro­prie­tà sta­ta­le, che toc­can­do un valo­re di mer­ca­to di un tri­lio­ne di dol­la­ri ha sca­val­ca­to la riva­le ame­ri­ca­na Exxon­Mo­bil — fer­ma a 488 miliar­di di dol­la­ri — diven­tan­do que­sto mese la pri­ma azien­da del mon­do per capi­ta­le azio­na­rio. «La sfi­da cine­se alle Cin­que Sorel­le — aggiun­ge West rife­ren­do­si alle mag­gio­ri com­pa­gnie petro­li­fe­re occi­den­ta­li — è mol­to simi­le a quel­le che si pre­pa­ra­no in India e Bra­si­le, gio­ca­no alle nostre stes­se rego­le ed han­no otti­mi mana­ger ma con più dena­ro sul piatto».
Se que­sto avvie­ne è anche per­ché le Cin­que Sorel­le — Exxon­Mo­bil, Royal Dutch Shell, Bri­tish Petro­leum, Che­vron e Cono­co­Phil­lips — gesti­sco­no diver­sa­men­te i pro­fit­ti: un recen­te stu­dio del Baker Insti­tu­te del­la Rice Uni­ver­si­ty atte­sta che spen­do­no sem­pre di meno in esplo­ra­zio­ni, ceden­do ter­re­no ai riva­li di altre nazio­ni che «sono dun­que meglio posi­zio­na­ti per lo sfrut­ta­men­to dei nuo­vi gia­ci­men­ti». I mono­po­li non-occi­den­ta­li «rap­pre­sen­ta­no i tito­la­ri dei pri­mi die­ci gia­ci­men­ti del mon­do men­tre Exxon­Mo­bil, BP, Che­vron, Royal Dutch e Shell sono rispet­ti­va­men­te al 14°, 17°, 19° e 25° posto» spie­ga Amy Myers Jaf­fe, auto­re del rap­por­to del Baker Insti­tu­te. «Se le Cin­que Sorel­le spen­do­no meno per l’esplorazione — osser­va Mor­se — è per­ché per loro ora­mai la finan­za con­ta più dell’estrazione e gli azio­ni­sti più dei tri­vel­la­to­ri, desti­na­no le risor­se ad ope­ra­zio­ni di mer­ca­to tese a raf­for­za­re pro­fit­ti più che a rischia­re capi­ta­li in nuo­ve aree».
Quan­do si dice «mono­po­li» Mor­se, West, LeVi­ne e Jaf­fe pen­sa­no subi­to alla Rus­sia di Vla­di­mir Putin. «La sfi­da rus­sa è diver­sa da quel­la cine­se per­ché non è di mer­ca­to ben­sì si basa sul­la gestio­ne qua­si mono­po­li­sti­ca del­le immen­se risor­se nazio­na­li» spie­ga West, secon­do cui «l’unica manie­ra per rispon­de­re è veni­re a pat­ti, cede­re quo­te di mer­ca­to inter­na­zio­na­le per aver­ne in cam­bio den­tro la Rus­sia». Ale­xan­der Kli­ment è l’analista rus­so di pun­ta di Eura­sia Group e leg­ge così la map­pa ener­ge­ti­ca: «Rosneft è pro­ba­bil­men­te la più gran­de azien­da petro­li­fe­ra del mon­do così come Gaz­prom ha pochi riva­li sul gas, entram­be sono ema­na­zio­ne del pote­re poli­ti­co e ten­go­no sot­to con­trol­lo le risor­se nazio­na­li». Men­tre l’asso nel­la mani­ca del Crem­li­no «è Lukoil»: sul­la car­ta pri­va­ta ma in real­tà sot­to il con­trol­lo di Putin, ha il com­pi­to di «esplo­ra­re nuo­vi mer­ca­ti» inse­dian­do­si «lì dove l’Occidente non vuo­le o non può», a comin­cia­re dall’Iran di Mah­mud Ahmadinejad.
«Ma chi doves­se pen­sa­re che Lukoil si fer­me­rà alle zone di cri­si sba­glia — aggiun­ge Car­ter Page, respon­sa­bi­le dell’Energia per Mer­rill Lynch — per­ché la loro ambi­zio­ne è por­ta­re la con­cor­ren­za sui mer­ca­ti nor­da­me­ri­ca­no ed euro­peo, come già sta avve­nen­do». Basta con­ta­re i distri­bu­to­ri Lukoil a New York per accor­ger­se­ne. Se l’aggressività di cine­si e rus­si è il tema del gior­no per gli ana­li­sti petro­li­fe­ri ame­ri­ca­ni è anche vero che nes­su­no vede in que­sti nuo­vi gigan­ti dei rea­li con­cor­ren­ti sul pia­no del­la tec­no­lo­gia. «Su inno­va­zio­ne e svi­lup­po né i rus­si né i cine­si sono in gra­do di sfi­da­re le Cin­que Sorel­le — con­cor­da­no Mor­se e West — la tec­no­lo­gia resta il loro tal­lo­ne d’Achille». Qua­li che sia­no le pros­si­me pun­ta­te del­la sfi­da ener­ge­ti­ca Car­ter Page ha pochi dub­bi su quan­to sta avve­nen­do: «È l’energia il vero gio­co del pote­re mondiale».

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Dal Caucaso all’Asia centrale, gas e petrolio nel «Grande Gioco»

| Le Mon­de Diplo­ma­ti­que | Giu­gno 2007 | Régis Genté (*) |

Il ver­ti­ce di metà mag­gio tra l’Unione euro­pea e la Rus­sia si è are­na­to in par­ti­co­la­re sul­la que­stio­ne del­la coo­pe­ra­zio­ne ener­ge­ti­ca: l’Unione, che impor­ta dal­la Rus­sia il quar­to del pro­prio con­su­mo di petro­lio e di gas, si pre­oc­cu­pa dell’accresciuto pote­re di Mosca in que­sto cam­po. L’accordo con­clu­so, il 12 mag­gio, dal pre­si­den­te rus­so Vla­di­mir Putin con i suoi omo­lo­ghi turk­me­no e kaza­ko, con­fer­ma un rove­scia­men­to di ten­den­za: a lun­go mes­so sul­la difen­si­va dal­la poli­ti­ca di aggi­ra­men­to degli oleo­dot­ti e dei gasdot­ti, impo­sta dal­le gran­di poten­ze, Mosca ha ripre­so l’offensiva.

Il nuo­vo «Gran­de Gio­co» ha rag­giun­to il cul­mi­ne. Con in più, que­sta vol­ta, al cen­tro del gio­co, il petro­lio e il gas. Ma la doman­da di idro­car­bu­ri non spie­ga da sola la bat­ta­glia tra le gran­di poten­ze che inten­do­no impos­ses­sar­si dei gia­ci­men­ti del­le ex repub­bli­che sovie­ti­che dell’Asia cen­tra­le e del Cau­ca­so, sfug­gi­te al domi­nio di Mosca con il crol­lo dell’Urss nel 1991. L’oro nero e l’oro gri­gio sono anche lo stru­men­to di una lot­ta di influen­za in vista del con­trol­lo del cen­tro del con­ti­nen­te eura­sia­ti­co. Per inter­po­ste major petro­li­fe­re, gli oleo­dot­ti sono le lun­ghe cor­de che con­sen­to­no alle gran­di poten­ze di anco­ra­re al pro­prio siste­ma geo­stra­te­gi­co i nuo­vi otto sta­ti indi­pen­den­ti (Nei) del­la regio­ne (1). Nel XIX seco­lo, il «Gran­de Gio­co», un’espressione diven­ta­ta leg­gen­da­ria con Kim, il roman­zo di Rudyard Kipling, allu­de­va alla lot­ta d’influenza tra gran­di poten­ze, in mol­ti aspet­ti simi­le a quel­la odier­na. All’epoca, la posta in gio­co era­no le cosid­det­te «Indie», il gio­iel­lo del­la coro­na bri­tan­ni­ca ambi­to dal­la Rus­sia impe­ria­le (2). La lot­ta si pro­tras­se per un seco­lo e si con­clu­se nel 1907, quan­do Lon­dra e San Pie­tro­bur­go tro­va­ro­no un accor­do per la sud­di­vi­sio­ne del­le loro zone d’influenza, con la crea­zio­ne di uno sta­to tam­po­ne tra di loro, l’Afghanistan (3). Que­sto accor­do ha ret­to fino al 1991. Oggi, seb­be­ne sia­no cam­bia­ti i meto­di e le idee che gui­da­no le gran­di poten­ze, e i pro­ta­go­ni­sti non sia­no gli stes­si, l’obiettivo ulti­mo per­ma­ne. Si trat­ta di colo­niz­za­re, in un modo o nell’altro, l’Asia cen­tra­le per neu­tra­liz­zar­si a vicenda.
Cer­to il gas e il petro­lio sono ricer­ca­ti in quan­to tali, ma anche come stru­men­to di influen­za, spie­ga Murat­bek Ima­na­liev, un ex diplo­ma­ti­co kir­ghi­zo (e in pas­sa­to sovie­ti­co), che pre­sie­de l’Institute for Public Poli­cy a Bich­tek (Kir­ghi­zi­stan). Subi­to dopo il crol­lo dell’Urss, i Nei vedo­no nel petro­lio un mez­zo per rim­pol­pa­re il bilan­cio e raf­for­za­re l’indipendenza nei con­fron­ti di Mosca. Alla fine degli anni 80, l’impresa ame­ri­ca­na Che­vron met­te gli occhi sul gia­ci­men­to di Ten­guiz, tra i più gran­di del mon­do, a ove­st del Kaza­ki­stan. La Che­vron ne acqui­sta il 50% nel 1993. Sull’altra riva del Mar Caspio, il pre­si­den­te aze­ro Guei­dar Aliev fir­ma, nel 1994, il «con­trat­to del seco­lo» con socie­tà petro­li­fe­re stra­nie­re, per lo sfrut­ta­men­to del cam­po Aze­ri-Chi­rag-Gune­shli. La Rus­sia è furi­bon­da: il petro­lio del Caspio le sfug­ge. Essa oppo­ne a Baku la man­can­za di sta­tu­to giu­ri­di­co del mar Caspio, di cui non si sa se sia un mare o un lago. Mosca si era illu­sa che le cose sareb­be­ro anda­te meglio con Aliev piut­to­sto che con il suo pre­de­ces­so­re, il pri­mo pre­si­den­te dell’Azerbaigian indi­pen­den­te, il nazio­na­li­sta anti-rus­so Albull­faz Elt­chi­bey, rove­scia­to da un gol­pe nel giu­gno 1993, pochi gior­ni pri­ma del­la fir­ma di impor­tan­ti con­trat­ti con alcu­ne major anglo­sas­so­ni. Fine cono­sci­to­re dei mec­ca­ni­smi del siste­ma sovie­ti­co, Guei­dar Aliev, ex gene­ra­le del Kgb ed ex mem­bro del Polit­bu­ro, trat­ta in segre­to con i petro­lie­ri rus­si per tro­va­re un ter­re­no di accor­do con Mosca: Lukoil ottie­ne il 10% del con­sor­zio Azeri-Chirag-Guneshli.
È l’inizio del­la lot­ta tra Est e Ove­st per impa­dro­nir­si dei gia­ci­men­ti del­la regio­ne. Negli anni ’90, per giu­sti­fi­ca­re la pene­tra­zio­ne nel baci­no del mar Caspio, gli Sta­ti uni­ti gon­fia­no le sti­me del­le riser­ve di idro­car­bu­ri di quest’area. Par­la­no di 243 miliar­di di bari­li di petro­lio. Poco meno dell’Arabia sau­di­ta! Oggi si valu­ta­no ragio­ne­vol­men­te que­ste riser­ve a cir­ca 50 miliar­di di bari­li di petro­lio e 9,1 tri­lio­ni di metri cubi di gas, ossia dal 4 al 5% del­le riser­ve mon­dia­li. Se gli Sta­ti uni­ti si sono ser­vi­ti di que­sto gros­so bluff, è per­ché «essi vole­va­no ad ogni costo costrui­re il Btc (l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan).
Han­no pro­va­to di tut­to… per ten­ta­re di impe­di­re l’estensione dell’influenza rus­sa, di osta­co­lar­la. Non so quan­to sapes­se­ro di esa­ge­ra­re», dice Ste­ve Levi­ne, gior­na­li­sta ame­ri­ca­no spe­cia­li­sta di que­sti pro­ble­mi fin dai pri­mi anni ’90 (4). Que­sto gio­co d’influenza s’imballa. Appro­fit­tan­do del­la «guer­ra con­tro il ter­ro­ri­smo» in Afgha­ni­stan dopo gli atten­ta­ti dell’11 set­tem­bre, i mili­ta­ri ame­ri­ca­ni si inse­dia­no nel­la ex-Urss. Con la bene­di­zio­ne di una Rus­sia inde­bo­li­ta. Washing­ton inse­dia le sue basi nel Kir­ghi­zi­stan e nell’Uzbekistan, pro­met­ten­do di lascia­re que­sti pae­si appe­na sareb­be sta­ta sra­di­ca­ta la can­cre­na isla­mi­sta. «Bush si è ser­vi­to di que­sto impe­gno mili­ta­re mas­sic­cio nell’Asia cen­tra­le per sug­gel­la­re la vit­to­ria del­la Guer­ra fred­da con­tro la Rus­sia, argi­na­re l’influenza cine­se e man­te­ne­re il nodo scor­so­io intor­no all’Iran», dice Lutz Kle­ve­man, ex cor­ri­spon­den­te di guer­ra (5). Inol­tre Washing­ton svol­ge un ruo­lo deter­mi­nan­te nel­le rivo­lu­zio­ni colo­ra­te in Geor­gia (nel 2003), in Ucrai­na (2004) e nel Kir­ghi­zi­stan (2005) che sono altret­tan­ti pesan­ti scac­chi per Mosca (6). Scon­vol­ti da que­sti rove­scia­men­ti di pote­re in serie, alcu­ni auto­cra­ti del­la regio­ne vol­ta­no le spal­le all’America e si riav­vi­ci­na­no alle Rus­sia o alla Cina. Infat­ti il gio­co si è com­pli­ca­to negli ulti­mi anni man mano che Pechi­no si intro­met­te­va negli affa­ri dell’Asia cen­tra­le e che l’Europa, in segui­to alla guer­ra del gas tra Rus­sia e Ucrai­na del gen­na­io 2006, acce­le­ra­va i suoi pro­get­ti di cap­ta­zio­ne dell’oro gri­gio caspi­co. Petro­lio, sicu­rez­za, lot­ta d’influenza e bat­ta­glie ideo­lo­gi­che: biso­gna pun­ta­re su tut­ti i fron­ti per cavar­se­la in que­sto «Gran­de Gio­co». Ini­zial­men­te, la Rus­sia è chia­ra­men­te in van­tag­gio in que­sto brac­cio di fer­ro: nel 1991, con­trol­la tut­ti gli oleo­dot­ti che con­sen­to­no ai Nei di tra­spor­ta­re i loro idro­car­bu­ri. Ma gli appa­rat­chi­ki diven­ta­ti pre­si­den­ti si sfor­za­no di non met­te­re tut­te le loro uova nel panie­re rus­so. Dopo la cadu­ta dell’Urss, ven­go­no costrui­ti una mez­za doz­zi­na di oleo­dot­ti che non attra­ver­sa­no il ter­ri­to­rio del gran­de fra­tel­lo: Mosca per­de così par­te del suo peso poli­ti­co ed eco­no­mi­co. Un tem­po scon­vol­ta dal­la pre­sen­za mili­ta­re ame­ri­ca­na e dal­la serie di «rivo­lu­zio­ni colo­ra­te», Mosca si raf­for­za nei pae­si vici­ni L’esempio del Turk­me­ni­stan è emble­ma­ti­co del­le rela­zio­ni del­la Rus­sia con i ter­ri­to­ri del suo anti­co domi­nio: dei 50 miliar­di di metri cubi di gas pro­dot­ti nel 2006 nel Turk­me­ni­stan, 40 sono sta­ti ven­du­ti alla Rus­sia. Scel­ta obbli­ga­ta. A par­te un pic­co­lo gasdot­to inau­gu­ra­to nel 1997, che lo col­le­ga all’Iran, il Turk­me­ni­stan dispo­ne solo del Sac-4, un oleo­dot­to che arri­va in Rus­sia. Una cate­na vera e propria.
E, nell’aprile 2003, il pre­si­den­te rus­so Vla­di­mir Putin è in gra­do di costrin­ge­re il suo omo­lo­go turk­me­no Sapar­mu­rad Nia­zov (scom­par­so alla fine del 2006) a fir­ma­re un con­trat­to di 25 anni per 80 miliar­di di metri cubi all’anno, ven­du­ti al prez­zo ridi­co­lo di 44 dollari/1000 m3. Ben pre­sto Ach­kha­bad cer­ca di rimet­te­re in que­stio­ne que­ste con­di­zio­ni e bloc­ca le con­se­gne. Nell’inverno 2005 Mosca si ras­se­gna a paga­re 65 dollari/1000 m3 per­ché il gas turk­me­no è indi­spen­sa­bi­le in par­ti­co­la­re per rifor­ni­re a bas­so prez­zo la popo­la­zio­ne rus­sa. Nel set­tem­bre 2006, Gaz­prom va oltre e fir­ma un con­trat­to con Ach­kha­bad impe­gnan­do­si, per il perio­do 2007–2009, a paga­re 100 dollari/1000 m3. Que­sto per­ché, cin­que mesi pri­ma, in apri­le, il dit­ta­to­re scom­par­so ave­va fir­ma­to con il pre­si­den­te cine­se Hu Jin­tao un docu­men­to che impe­gna­va il Turk­me­ni­stan a for­ni­re alla Cina, per una dura­ta di trent’anni, 30 miliar­di di metri cubi di gas natu­ra­le ogni anno, a par­ti­re dal 2009, e a costrui­re un gasdot­to lun­go 2000 chi­lo­me­tri. Que­sto spie­ga pro­ba­bil­men­te per­ché Gaz­prom ha dovu­to alza­re le sue tarif­fe. For­se Ach­kha­bad vuo­le anco­ra alza­re il prez­zo? Dopo la sua pri­ma visi­ta uffi­cia­le a Mosca in veste di pre­si­den­te, Gur­ban­gu­ly Ber­dy­mu­kham­me­dov invi­ta Che­vron a par­te­ci­pa­re allo svi­lup­po del set­to­re ener­ge­ti­co turk­me­no. Mai il suo pre­de­ces­so­re ave­va osa­to fare simi­le pro­po­sta a una major inter­na­zio­na­le. Peral­tro il pre­si­den­te non respin­ge le pro­po­ste euro­pee riguar­dan­ti il cor­ri­do­io trans­ca­spi­co. E’ pos­si­bi­le che minac­ci di far entra­re gli occi­den­ta­li nel suo gio­co per spin­ge­re Gaz­prom ad accet­ta­re un prez­zo più alto — infat­ti all’Europa chie­de più di 250 dollari/1000 m3. Eppu­re Putin ave­va pro­po­sto di restau­ra­re il SAC-4 e di costrui­re un altro gasdot­to che col­le­gas­se i due pae­si. «La Rus­sia vuo­le mostra­re ai turk­me­ni che è pron­ta a fare mol­to per loro. Mosca spe­ra di dis­sua­der­li dal trat­ta­re con i cine­si e gli occi­den­ta­li», osser­va il gior­na­li­sta rus­so Arka­dy Dub­nov. «La bat­ta­glia che Mosca deve con­dur­re con­tro il Turk­me­ni­stan dimo­stra che la Rus­sia non è più onni­po­ten­te nel­le ex repub­bli­che sovie­ti­che e che ciò che pre­va­le oggi è il prag­ma­ti­smo eco­no­mi­co di Putin e del­la sua cer­chia», con­clu­de que­sto esper­to del­la Comu­ni­tà degli Sta­ti indi­pen­den­ti (Cei). Il 12 mag­gio scor­so duran­te una visi­ta di una set­ti­ma­na in Asia Cen­tra­le, Vla­di­mir Putin ha fir­ma­to con i suoi omo­lo­ghi turk­me­no e kaza­co un accor­do per l’ammodernamento del gasdot­to Cac-4 e la costru­zio­ne di un altro tubo, desti­na­ti a tra­spor­ta­re il gas del Turk­me­ni­stan in Rus­sia. È in gran fret­ta che il pre­si­den­te rus­so è arri­va­to a Turk­men­ba­chi per strap­pa­re que­sto accor­do, pro­prio men­tre un ana­lo­go ver­ti­ce con­cor­ren­te era orga­niz­za­to nel­lo stes­so perio­do a Cra­co­via, in Polo­nia. Là sva­ria­ti pae­si situa­ti ai mar­gi­ni del­la Rus­sia spe­ra­va­no di lan­cia­re oleo­dot­ti osti­li. Il pre­si­den­te kaza­co ha per­fi­no dovu­to rinun­cia­re a recar­vi­si per acco­glie­re Putin. Come è riu­sci­ta la Rus­sia a rag­giun­ge­re i pro­pri fini? Essa sem­bra ave­re argo­men­ti che ne fan­no anco­ra e sen­za dub­bio per un lun­go perio­do, la più poten­te del­le gran­di poten­ze in Asia cen­tra­le. Pechi­no e Bru­xel­les han­no di che pre­oc­cu­par­si per i per i loro pro­get­ti di approv­vi­gio­na­men­to in Asia centrale.
Il meto­do rus­so ha l’inconveniente di esse­re spes­so bru­ta­le. Per que­sto, nel 2005, la cri­si del gas tra Mosca e Kiev è sta­ta sof­fer­ta dagli euro­pei (7). Lo spet­tro dell’interruzione del­le for­ni­tu­re aleg­gia­va sul vec­chio con­ti­nen­te che impor­ta un quar­to del suo gas dal­la Russia.
Tut­ta­via, sdram­ma­tiz­za Jérô­me Guil­let, auto­re di uno stu­dio sul­le guer­re del gas del 2006, que­ste cri­si sono «lo spec­chio del­le lot­te che si tra­ma­no nel­le quin­te tra fazio­ni poten­ti all’interno del Crem­li­no o in Ucrai­na, più che l’effetto di un uso deli­be­ra­to dell’arma ener­ge­ti­ca» (8).
Pri­mo pro­dut­to­re mon­dia­le di gas e secon­do di petro­lio, la Rus­sia ha ritro­va­to la tran­quil­li­tà finan­zia­ria e pren­de ini­zia­ti­ve strategiche.
Il 15 mar­zo scor­so, ha fir­ma­to un accor­do con la Bul­ga­ria e la Gre­cia per la costru­zio­ne dell’oleodotto Bur­gas-Ale­xan­drou­po­li (Bap). Un vero con­cor­ren­te per il Btc e, meglio anco­ra, il pri­mo che lo sta­to rus­so con­trol­li sul ter­ri­to­rio euro­peo. Pari­men­ti, da alcu­ni mesi, il grez­zo scor­re lun­go i 1.760 chi­lo­me­tri del Btc come il gas nel Baku-Tbi­lis­si-Erzu­rum (Bte). L’arteria vita­le dell’influenza occi­den­ta­le nel­la ex-Urss fun­zio­na e pro­du­ce i pri­mi effet­ti poli­ti­ci. Da quest’anno, la Geor­gia sem­bra dipen­de­re un po’ meno dal gas rus­so, men­tre un anno fa, non pote­va impor­tar­ne altro. Gli aumen­ti cla­mo­ro­si impo­sti dal­la Rus­sia — in due anni, il gas è pas­sa­to da 55 a 230 dollari/1000 m3. — han­no col­pi­to l’economia geor­gia­na meno di quan­to Mosca si aspet­tas­se. Le quan­ti­tà for­ni­te dal Bte a tito­lo di royal­ty, e dal­la Tur­chia, che cede a prez­zo di affe­zio­ne la par­te di gas che le spet­ta per que­sto gasdot­to, han­no per­mes­so alla Geor­gia di com­por­re un prez­zo medio accet­ta­bi­le (9). Peg­gio anco­ra per Mosca: il ten­ta­ti­vo di impor­re all’Azerbaigian un aumen­to dei prez­zi nel­la stes­sa misu­ra, nel­la spe­ran­za che col­pi­sca di riman­do le for­ni­tu­re desti­na­te a T’bilisi, ha for­te­men­te irri­ta­to il pre­si­den­te Ilham Aliev. «Que­sto pro­va che il Btc (come il Bte) rap­pre­sen­ta sen­za dub­bio la più gran­de vit­to­ria ame­ri­ca­na in poli­ti­ca inter­na­zio­na­le negli ulti­mi quin­di­ci anni. Un suc­ces­so in fat­to di “con­tain­ment” del­la Rus­sia e di soste­gno all’indipendenza del­le repub­bli­che cau­ca­si­che», sostie­ne Ste­ve Levi­ne. Que­sti oleo­dot­ti offro­no agli Sta­ti uni­ti e all’Europa la pos­si­bi­li­tà di lan­cia­re due pro­get­ti per diver­si­fi­ca­re le loro fon­ti di approv­vi­gio­na­men­to e attrar­re nel­la loro cer­chia poli­ti­ca i Nei del­la regio­ne. Il pri­mo, il Kaza­kh­stan Caspian Trans­por­ta­tion System (Kcts), desti­na­to a con­vo­glia­re il petro­lio del gia­ci­men­to di Kacha­gan, il più gran­de sco­per­to nel mon­do negli ulti­mi trent’anni. La pro­du­zio­ne deve ini­zia­re alla fine del 2010, e gli azio­ni­sti del con­sor­zio inca­ri­ca­to del­lo sfrut­ta­men­to di que­sto gia­ci­men­to, com­po­sto da gran­di majors occi­den­ta­li (10), si pro­pon­go­no di tra­spor­ta­re da 1,2 a 1,5 milio­ni di bari­li al gior­no lun­go un iti­ne­ra­rio sud-ove­st che attra­ver­se­rà il mar Caspio.
Impos­si­bi­le far pas­sa­re l’oleodotto sot­to il mare a cau­sa dell’opposizione dei rus­si e degli ira­nia­ni: una flot­ta di petro­lie­re farà la spo­la tra il Kaza­ki­stan e l’Azerbaigian, dove un nuo­vo ter­mi­nal petro­li­fe­ro col­le­ghe­rà il «siste­ma» al Btc. Que­sto, gra­zie ad alcu­ne sta­zio­ni di pom­pag­gio sup­ple­men­ta­ri e all’uso di pro­dot­ti desti­na­ti a dina­miz­za­re il pas­sag­gio dell’olio nel­le tuba­tu­re, dovreb­be ave­re un aumen­to del­la capa­ci­tà da 1 a 1,8 milio­ni di bari­li al gior­no. Il secon­do pro­get­to riguar­da l’«oro gri­gio» ed è per ora appe­na abboz­za­to: si trat­ta del «cor­ri­do­io trans­ca­spi­co», desti­na­to a rifor­ni­re l’Europa di gas kaza­ko e turk­me­no. «Par­lia­mo di “cor­ri­do­io” e non di gasdot­to — pre­ci­sa Faou­zi Ben­sa­ra, con­si­glie­re per l’energia alla Com­mis­sio­ne euro­pea — Pro­po­nia­mo di avvia­re una rifles­sio­ne su solu­zio­ni tec­no­lo­gi­che alter­na­ti­ve, come inco­rag­gia­re inve­sti­men­ti per la pro­du­zio­ne di gas natu­ra­le lique­fat­to nel Turk­me­ni­stan, ad esem­pio, il qua­le potreb­be in segui­to esse­re tra­spor­ta­to via nave fino a Baku». L’Unione euro­pea non vuo­le esse­re pro­ta­go­ni­sta del «gran­de gio­co», pre­ci­sa que­sto alto fun­zio­na­rio: «L’Ue è moti­va­ta solo dal suo biso­gno. Pre­sto ci occor­re­ran­no da 120 a 150 miliar­di di metri cubi di gas all’anno.
Il nostro obiet­ti­vo è tro­va­re que­sti volu­mi sup­ple­men­ta­ri e diver­si­fi­ca­re le nostre fon­ti di approv­vi­gio­na­men­to. Nient’altro. Indi­vi­due­re­mo solu­zio­ni che saran­no com­ple­men­ta­ri a quel­le che già esistono».
In com­pen­so, un altro gran­de pipe­li­ne stra­te­gi­co pro­mos­so da Washing­ton ha scar­se pos­si­bi­li­tà di attua­zio­ne: si trat­ta del Tapi (Turk­me­ni­stan-Afgha­ni­stan-Paki­stan-India), il famo­so gasdot­to che gli Sta­ti uni­ti, con la socie­tà petro­li­fe­ra ame­ri­ca­na Uno­cal, si ripro­met­te­va­no di costrui­re con i tali­ban nel­la secon­da metà degli anni ’90. «Que­sto pro­get­to com­por­ta trop­pi incon­ve­nien­ti, riguar­dan­ti la sicu­rez­za, con il ritor­no dei tali­ban in Afghanistan.
Peral­tro, mol­ti esper­ti riten­go­no che le riser­ve del Turk­me­ni­stan non sia­no sta­te cor­ret­ta­men­te valu­ta­te», dice il pro­fes­so­re Ajay Kumar Pat­nalk, spe­cia­li­sta del­la Rus­sia e dell’Asia cen­tra­le all’università Jawa­har­lal Neh­ru, a New Delhi.
Washing­ton difen­de­va il Tapi, sia per iso­la­re l’Iran, sia per inde­bo­li­re la Rus­sia nell’Asia cen­tra­le. Ormai, gli Sta­ti uni­ti inten­do­no inte­gra­re l’Afghanistan tra i pae­si vici­ni e allo stes­so tem­po for­nir­gli risor­se per riscal­da­re le sue popo­la­zio­ni e rilan­cia­re la sua eco­no­mia, come pegno del­la sua sta­bi­li­tà. In que­sto sen­so, nel 2005, il dipar­ti­men­to di sta­to ame­ri­ca­no ha rior­ga­niz­za­to la sua divi­sio­ne Asia del Sud fon­den­do­la con la divi­sio­ne Asia cen­tra­le, per age­vo­la­re le rela­zio­ni a tut­ti i livel­li in quest’area desi­gna­ta come «Gran­de Asia centrale».
L’energia costi­tui­sce uno dei vet­to­ri essen­zia­li del­le rela­zio­ni inter­ne nel­la regio­ne. Sono quin­di nati diver­si pro­get­ti di cen­tra­li idroe­let­tri­che, ad esem­pio nel Tagi­ki­stan, desti­na­ti ad ali­men­ta­re il Nord afgha­no. Ma l’idea nel suo insie­me non va avan­ti. New Delhi in par­ti­co­la­re, si sen­te lon­ta­na dall’Asia cen­tra­le ed esi­ta a diven­ta­re par­te inte­gran­te del Tapi. Sareb­be più attrat­ta dal pro­get­to di gasdot­to Iran-Paki­stan-India (Ipi), pro­po­sto da Teh­ran, seb­be­ne l’Iran-Libya Sanc­tions Act (Ilsa) — median­te il qua­le Washing­ton puni­sce ogni impre­sa che inve­sta nel petro­lio o il gas di que­sti pae­si — vie­ta a New Delhi di fare il pas­so. «L’Iran è il gran­de per­den­te del nuo­vo “gran­de gio­co”. Non solo gli oleo­dot­ti aggi­ra­no il suo ter­ri­to­rio, ma nes­su­no può inve­sti­re in Iran — rile­va Moham­med Reza-Dja­li­li, spe­cia­li­sta ira­nia­no del­le rela­zio­ni inter­na­zio­na­li dell’Asia cen­tra­le — . Ma sono pro­prio gli inve­sti­men­ti che man­ca­no in que­sto pae­se. Le sue instal­la­zio­ni risal­go­no agli anni 1970, sic­ché l’Iran è costret­to a impor­ta­re il 40% del­la sua ben­zi­na. Non ha potu­to esplo­ra­re la sua par­te del mar Caspio e il suo enor­me poten­zia­le di gas solo par­zial­men­te sfrut­ta­to». Peral­tro è para­dos­sa­le che il «Gran­de Gio­co» esclu­da Teh­ran, men­tre i pro­dut­to­ri di idro­car­bu­ri nell’Asia cen­tra­le sogna­no una via meri­dio­na­le: «Può esse­re meno caro e piut­to­sto sem­pli­ce sul pia­no tec­ni­co — spie­ga Arnaud Breuil­lac, diret­to­re Total per l’Europa cen­tra­le e l’Asia con­ti­nen­ta­le. Sia­mo in una logi­ca di diver­si­fi­ca­zio­ne del­le nostre vie di espor­ta­zio­ne. In que­sto qua­dro, abb­bia­mo pre­so un’opzione sul­la via sud, tan­to più che la regio­ne di con­su­mo più vici­na al mar Caspio è il nord Iran». Que­sto spie­ga per­ché il riav­vi­ci­na­men­to con l’Organizzazione di coo­pe­ra­zio­ne di Shan­ghai (Ocs) (11) rap­pre­sen­ti in que­sto con­te­sto, secon­do Reza-Dja­li­li, «un sal­va­gen­te del­la poli­ti­ca ira­nia­na nell’Asia cen­tra­le. Per que­sto tra­mi­te, Teh­ran può intrec­cia­re lega­mi con l’Asia, in par­ti­co­la­re con la Cina, e raf­for­zar­si nel suo brac­cio di fer­ro con gli Sta­ti uni­ti». Da par­te sua, la Cina — spie­ga Thier­ry Kell­ner, spe­cia­li­sta del­la Cina e dell’Asia cen­tra­le — per­se­gue tre obiet­ti­vi in que­sto «Gran­de Gio­co»: «La sua sicu­rez­za, in par­ti­co­la­re nel­la pro­vin­cia tur­co­fo­na del­lo Xin­jiang, che fian­cheg­gia l’Asia cen­tra­le; la coo­pe­ra­zio­ne con i vici­ni, per impe­di­re che un’altra gran­de poten­za diven­ti trop­po poten­te nel­lo spa­zio cen­tro-asia­ti­co; infi­ne l’approvvigionamento ener­ge­ti­co». I nume­ro­si acqui­sti di dirit­ti di estra­zio­ne petro­li­fe­ra di Pechi­no in Asia cen­tra­le, da alcu­ni anni, han­no fat­to cor­re­re mol­to inchio­stro. Nel dicem­bre 2005, la Cina inau­gu­ra­va addi­rit­tu­ra un oleo­dot­to che col­le­ga Atas­su, nel Kaza­kh­stan, ad Ala­chan­ku, nel­lo Xin­jiang. «Il pri­mo con­trat­to petro­li­fe­ro fir­ma­to da Pechi­no nell’Asia cen­tra­le risa­le al 1997 — rile­va Kell­ner. La Cina lavo­ra sul lun­go ter­mi­ne. Ha sapu­to costrui­re basi soli­de nell’Asia cen­tra­le, e oggi que­sta poli­ti­ca paga».
Que­sta fre­ne­sia di acqui­sti non rispon­de sol­tan­to alla richie­sta di idro­car­bu­ri in un pae­se che ha una cre­sci­ta annua del 10%. Secon­do Kell­ner, tra­du­ce anche la sua visio­ne geo­po­li­ti­ca: «La Cina non vede le cose in ter­mi­ni di mer­ca­to, seb­be­ne l’offerta e la richie­sta di petro­lio sia­no glo­ba­liz­za­te. Per garan­ti­re la pro­pria sicu­rez­za ener­ge­ti­ca, si offre gia­ci­men­ti e oleo­dot­ti che ne assi­cu­ra­no l’approvvigionamento diret­to, ma che sono mol­to costo­si. Men­tre è essen­zia­le che offer­ta e doman­da si equi­li­bri­no a livel­lo mon­dia­le per man­te­ne­re i prezzi.
Nel suo stes­so inte­res­se, Pechi­no dovreb­be piut­to­sto con­tri­bui­re a que­sto equi­li­brio sen­za neces­sa­ria­men­te pen­sa­re ai pro­pri approv­vi­gio­na­men­ti diretti».
Le ex repub­bli­che sovie­ti­che sfrut­ta­no la con­cor­ren­za tra le gran­di poten­ze per con­so­li­da­re la pro­pria indi­pen­den­za eco­no­mi­ca e poli­ti­ca Inve­sti­re nell’Asia cen­tra­le signi­fi­ca anche, per i cine­si, la pos­si­bi­li­tà di inse­rir­si negli affa­ri del­la regio­ne per con­tri­bui­re alla sua sicu­rez­za — così dico­no. Pechi­no si impe­gna nell’Ocs per fede­ra­re gli sta­ti mem­bri sui temi pre­di­let­ti, come la lot­ta con­tro il ter­ro­ri­smo o la coo­pe­ra­zio­ne eco­no­mi­ca ed ener­ge­ti­ca. Di più, l’organizzazione for­ma un bloc­co in gra­do di crea­re una for­te soli­da­rie­tà in caso di desta­bi­liz­za­zio­ne del­la regio­ne, o di accre­sciu­ta influen­za degli Sta­ti uni­ti che potreb­be­ro arri­va­re al pun­to di minac­cia­re i pote­ri costi­tui­ti. L’ondata di «rivo­lu­zio­ni colo­ra­te» nel­lo spa­zio ex-sovie­ti­co a par­ti­re dal 2003 ha così por­ta­to l’organizzazione a pren­de­re una posi­zio­ne più net­ta con­tro Washing­ton. Nel luglio 2005, ad esem­pio, i suoi sei mem­bri soste­ne­va­no Tash­kent nel­la sua esi­gen­za di chiu­de­re la base mili­ta­re aerea ame­ri­ca­na di Kar­shi-Kha­na­bad, aper­ta nel qua­dro dell’operazione in Afgha­ni­stan. In effet­ti, non esi­ste più nes­sun Gl sul suo­lo uzbe­ko. In real­tà, il «gran­de gio­co» con­vie­ne alle repub­bli­che d’Asia cen­tra­le e del Cau­ca­so che pun­ta­no sul­la con­cor­ren­za tra le gran­di potenze.
Diven­ta­no un po’ più indi­pen­den­ti, in quan­to pos­so­no dire di «no» a una di que­ste gran­di poten­ze per rivol­ger­si a un’altra gran­de capitale.
Il che spes­so signi­fi­ca soprat­tut­to sce­glie­re la pro­pria dipendenza.
Men­tre il Kaza­ki­stan apre la sua eco­no­mia al mon­do, l’Uzbekistan la chiu­de, e men­tre la Geor­gia pun­ta fino in fon­do sul­la car­ta ame­ri­ca­na, il Turk­me­ni­stan con­ser­va una pro­fon­da sfi­du­cia nei con­fron­ti di Washington.
Al di là di que­ste dif­fe­ren­ze, il «gran­de gio­co» con­sen­te loro di esse­re meno costret­te a segui­re la stra­da impo­sta da una del­le poten­ze domi­nan­ti. Ad esem­pio, se il discor­so demo­cra­ti­co dell’Occidente com­pro­met­te gli inte­res­si dei diri­gen­ti cen­tro-asia­ti­ci o cau­ca­si­ci, essi pos­so­no comun­que vol­tar­gli le spal­le, visto che né Pechi­no né Mosca sono mol­to rigo­ro­si in mate­ria. A dire il vero, nem­me­no Washing­ton o Bru­xel­les lo sono sistematicamente.
Gli impe­ra­ti­vi stra­te­gi­ci li por­ta­no spes­so a rele­ga­re i dirit­ti del­la per­so­na in secon­do pia­no, cosa che discre­di­ta note­vol­men­te i valo­ri cosid­det­ti «occi­den­ta­li», nei qua­li i pote­ri del­la regio­ne non vedo­no altro che un’arma ideo­lo­gi­ca. Dopo il 2003, per met­te­re a tace­re le cri­ti­che, i loro diri­gen­ti per­fe­zio­na­no, mese dopo mese, un discor­so sul loro modo «orien­ta­le», di costrui­re la demo­cra­zia a casa pro­pria. Nel frat­tem­po, la cor­ru­zio­ne regna in que­sto «gran­de gio­co»: la man­na del petro­lio e del gas, anche se si trat­ta di ric­chez­ze nazio­na­li, sfug­ge in gran par­te al con­trol­lo demo­cra­ti­co degli abi­tan­ti di que­sti paesi.

note:
* Gior­na­li­sta indi­pen­den­te, Bishek (Kir­ghi­zi­stan)
(1) Si leg­ga Vic­ken Che­te­rian, «Il “Gran­de Gio­co” del petro­lio in Trans­cau­ca­sia» e «L’Asia cen­tra­le, retro­via ame­ri­ca­na», Le Mon­de diplomatique/il mani­fe­sto, rispet­ti­va­men­te otto­bre 1997 e feb­bra­io 2003.
(2) La teo­ria del­lo Hear­tland si deve al bri­tan­ni­co Hal­ford John Mac­kin­der (1861–1947). Padre del­la geo­po­li­ti­ca con­tem­po­ra­nea, egli con­ce­pi­va il pia­ne­ta come un insie­me che gira intor­no al con­ti­nen­te eura­sia­ti­co, lo Hear­tland. Per domi­na­re il mon­do, occor­re domi­na­re que­sto «per­no geo­gra­fi­co del mon­do». Mac­kin­der rite­ne­va che la Rus­sia, padro­na dell’Heartland a cau­sa del­la sua posi­zio­ne geo­gra­fi­ca, pos­se­des­se una supe­rio­ri­tà stra­te­gi­ca sul­la Gran Bre­ta­gna, poten­za marittima.
(3) Sul «gran­de gio­co», cfr. Peter Hop­kirk, The Great Game, On Secret Ser­vi­ce in Cen­tral Asia, Oxford Uni­ver­si­ty Press, New York, 1991.
Per un bre­ve rias­sun­to, cfr. Boris Eisen­baum, Guer­res en Asie centrale.
Lut­tes d’influences, pétro­le, isla­mi­sme et mafias, 1850–2004, Gras­set, Pari­gi, 2005.
(4) Egli pub­bli­che­rà il pros­si­mo otto­bre un libro inti­to­la­to The Oil and the Glo­ry: The Pur­suit of Empi­re and For­tu­ne on the Caspian Sea, Ran­dom Hou­se, New York, 2007.
(5) «Oil and the New “Great Game”», The Nation, New York, 16 feb­bra­io 2004.
(6) Si leg­ga Vic­ken Che­te­rian, «Le stra­ne rivo­lu­zio­ni che avven­go­no all’Est», Le Mon­de diplomatique/il mani­fe­sto, otto­bre 2005.
(7) Si leg­ga Vic­ken Che­te­rian, «La rivo­lu­zio­ne aran­cio­ne si sco­lo­ra», Le Mon­de diplomatique/il mani­fe­sto, set­tem­bre 2006.
(8) Jérô­me Guil­let, «Gaz­prom, par­te­nai­re pré­vi­si­bi­le: reli­re les cri­ses éner­gé­ti­ques Rus­sie-Ukrai­ne et Rus­sie-Bela­rus», Rus­sie, Nei­Vi­sions, n° 18 Ifri, mar­zo 2007. Per una visio­ne oppo­sta, cfr. Chri­sto­phe-Ale­xan­dre Pail­lard, «Gasprom: mode d’emploi pour un sui­ci­de éner­gé­ti­que», Rus­sie, Nei Visions, n° 17 Ifri, mar­zo 2007.
(9) Cfr. «La Géor­gie ten­te de rédui­re sa dépen­dan­ce éner­gé­ti­que vis-à-vis de la Rus­sie», Bul­le­tin de l’industrie pétro­liè­re, Pari­gi, 8 feb­bra­io 2007.
(10) Gli azio­ni­sti di Agip Kco sono Eni (18,52%), Exxon­Mo­bil (18,52%); Shell (18,52%), Cono­co­Phil­lips (9,26%), la socie­tà nazio­na­le petro­li­fe­ra kaza­ka Kaz­Mu­nay­Gas (8,33%), Inpex (8,33%).
(11) L’Ocs è sta­ta crea­ta nel 1996 con la deno­mi­na­zio­ne di «grup­po di Shan­ghai». Com­pren­de oggi sei Sta­ti mem­bri (Cina, Kaza­kh­stan, Kir­ghi­zi­stan, Uzbe­ki­stan, Rus­sia, Tagi­ki­stan) e quat­tro osser­va­to­ri (India, Iran, Mon­go­lia, Paki­stan). Que­sto ulti­mo sta­tu­to di osser­va­to­re è sta­to nega­to agli Sta­ti uniti.

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L’Oriente e l’Occidente si contendono l’oro nero

San Fran­ci­sco Chro­ni­cle | Dome­ni­ca 9 dicem­bre 2007 | Kel­ly McEvers |

In 1859, a reti­red rail­way con­duc­tor named Edwin Dra­ke struck oil in a tiny Penn­syl­va­nia town cal­led Titu­svil­le. Back then, cru­de was refi­ned for use in kero­se­ne lamps. Soon, the Dra­ke Well was pum­ping hun­dreds of thou­sands of bar­rels of oil. The Petro­leum Age was under way.
Yet few Ame­ri­cans know that a deca­de befo­re this ama­zing disco­ve­ry, the world’s fir­st com­mer­cial oil well had alrea­dy been plum­bed on a penin­su­la far from Penn­syl­va­nia, a penin­su­la who­se name means “pla­ce of sal­ty waters” — a hook of land that juts into the bri­ny Caspian Sea.
Land­loc­ked by Iran, Turk­me­ni­stan, Kaza­kh­stan, Rus­sia, Azer­bai­jan — names that Ame­ri­cans the­se days might asso­cia­te with an abun­dan­ce of natu­ral resour­ces — the Caspian Sea is actual­ly a lake, but one that hap­pens to blan­ket some of the world’s lar­ge­st oil and gas fields.
To spend time in any of the­se coun­tries, four of which once belon­ged to the Soviet Union, is to see the names such as Che­vron and BP embla­zo­ned on eve­ry­thing from sta­tio­ne­ry to ship­ping con­tai­ners and to won­der, how did Western com­pa­nies get here?
Ste­ve LeVi­ne, an ener­gy cor­re­spon­dent for the Wall Street Jour­nal who cove­red the Caspian region from 1992 to 2003, answers this que­stion in sur­pri­sing detail in “The Oil and the Glo­ry.” Chan­ce mee­tings on pla­nes, Con­nec­ti­cut man­sions, CIA debrie­fings, Carib­bean yacht crui­ses, Gul­fstream jets — all the­se are set pie­ces in LeVine’s account of how, long befo­re it was offi­cial poli­cy, Western oil­men “instinc­ti­ve­ly gra­sped the essen­ce of déten­te” with the Evil Empi­re, and found ways to open it up for business.
Oil dea­lings bet­ween the West and Soviet Union star­ted as far back as 1928, when Jose­ph Sta­lin laun­ched a five-year plan to revi­ve Soviet indu­stry and “una­ba­shed­ly employed Ame­ri­cans and Euro­peans” to deve­lop the oil fields off the Caspian Sea.
Later, after World War II, when the Allies’ rela­tion­ship with Sta­lin sou­red and the Cold War began, it took midd­le­men, such as a flam­boyant Tur­kish Arme­nian emi­gre in Boston and his pro­te­ge, a wily Cali­for­nia social clim­ber, to open doors for Western oil­men in an other­wi­se clo­sed Soviet Union.
That Cali­for­nian was Jim Gif­fen, who gol­fed and glad-han­ded his way to a job as chief advi­ser to Che­vron, which even­tual­ly signed a momen­tous deal to drill and mana­ge day-to-day ope­ra­tions at a “super­giant” oil field cal­led Ten­giz, just off Kaza­kh­stan in the Caspian Sea — and keep 20 per­cent of the profits.
Gif­fen see­med to know all the right hands to sha­ke in late 1980s Moscow, espe­cial­ly after Soviet Pre­si­dent Mikhail Gor­ba­chev lega­li­zed joint ven­tu­res with the West, and later in Kaza­kh­stan, when it and other repu­blics gai­ned inde­pen­den­ce and were able to nego­tia­te oil deals on their own.
Throu­ghout that hea­dy, chao­tic time, Gif­fen had a par­ti­cu­lar abi­li­ty to make it appear as if his pro­po­sals for Ame­ri­can com­pa­nies to exploit Soviet oil fields had the bles­sing of Washing­ton. The domi­nant fea­tu­re in Giffen’s New York offi­ce, LeVi­ne wri­tes, was pho­to­gra­phs of Gif­fen with key players in the U.S. govern­ment and big oil, inclu­ding one of Con­do­leez­za Rice, who then was on Chevron’s board of directors.
Yet even Gif­fen couldn’t have pre­dic­ted how swif­tly the Soviet Union would col­lap­se — or how fier­ce­ly his allies in Moscow would try to thwart Western ven­tu­res in the new­ly inde­pen­dent, post-Soviet republics.
The Che­vron-Ten­giz deal in Kaza­kh­stan, for instan­ce, got much more com­pli­ca­ted when the com­pa­ny was for­ced to trans­port its cru­de throu­gh old, small Soviet pipe­li­nes, whe­re high-qua­li­ty Ten­giz oil had to mix with a blend of lower-qua­li­ty Rus­sian cru­de, and Rus­sia char­ged high tariffs for the privilege.
So began a poli­cy shift in the Uni­ted Sta­tes — away from ope­ning up to the enti­re post-Soviet region in favor of exploi­ting Caspian oil whi­le con­tai­ning Rus­sia. But this poli­cy shift did not come easi­ly, LeVi­ne reports, espe­cial­ly given the influen­ce over then-Pre­si­dent Bill Clin­ton of his long­ti­me friend and depu­ty secre­ta­ry of sta­te, Stro­be Tal­bott, who belie­ved that the awa­ke­ning giant, Rus­sia, must be appea­sed at all costs.
Even­tual­ly, thou­gh, mid­le­vel players in the admi­ni­stra­tion were able to make the case that it was in America’s inte­re­st to sup­port an oil pipe­li­ne from East to West that cir­cum­ven­ted Rus­sia, and archri­val Iran. The plan was to start the pipe­li­ne at the Caspian, tra­vel over the moun­tains of new­ly inde­pen­dent Geor­gia and end at the Tur­kish port of Cey­han, on the Medi­ter­ra­nean Sea.
LeVi­ne meti­cu­lou­sly recoun­ts the pro­cess of get­ting this pipe­li­ne built — a pro­cess that span­ned more than a deca­de and seve­ral admi­ni­stra­tions in a han­d­ful of coun­tries — pain­ting a rare pic­tu­re of how a few deter­mi­ned poli­cy­ma­kers can alter the geo­po­li­ti­cal map.
That level of detail seems gra­tui­tous the few times LeVi­ne talks to town­speo­ple in the­se far-flung repu­blics, peo­ple without indoor plum­bing who gai­ned lit­tle from the oil boom. The­se pas­sa­ges seem too quick and too for­ced, as does a chap­ter on a fai­led Uno­cal plan to build a pipe­li­ne across Afgha­ni­stan. The only real scoop here is that the com­pa­ny bought and instal­led a fax machi­ne for the Taliban.
Other­wi­se, “The Oil and the Glo­ry” is a fine, grip­ping read, one that takes us to a once-for­bid­den land, and sho­ws us how many others have gone befo­re us — and prospered.

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Il petrolio e la gloria di Steve LeVine

Con­de Nast Port­fo­lio | Novem­bre 2007 | Andy Young |

The Caspian Sea region’s oil was com­mer­cia­li­zed in 1886, when Zey­na­lab­din Tagiyev—known as the Azer­bai­ja­ni Eunuch Maker—struck a gusher that spewed more cru­de into the sea than all the world’s func­tio­nal wells were pro­du­cing at the time. As LeVine’s enga­ging account details, the area has sin­ce been disco­ve­red, plun­de­red, and for­got­ten time and again. But now, with the ope­ning of the Baku-Cey­han pipe­li­ne in spring 2006, the Caspian may well be the key to our ener­gy inde­pen­den­ce from the Midd­le East. A for­mer Wall Street Jour­nal wri­ter, LeVi­ne brings this all ali­ve by intro­du­cing us to regio­nal strong­men, Ame­ri­can fixers, Western oil-com­pa­ny exe­cu­ti­ves, and sha­dy ener­gy tra­ders who, sin­ce the brea­kup of the Soviet empi­re, have jostled for Cen­tral Asia’s enor­mous oil pri­ze whi­le Mother Rus­sia looms mena­cin­gly in the back­ground. The deft poli­ti­cal por­trait of this stra­te­gic, vola­ti­le area makes the book essen­tial rea­ding, but it’s LeVine’s fine wri­ting that makes it a pleasure.

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La corsa al petrolio nel Mar Caspio

Busi­nes­sWeek | Lune­dì 12 novem­bre 2007 | Stan­ley Reed |

The disin­te­gra­tion of the Soviet Union in the ear­ly 1990s unlea­shed a modern-day Klon­di­ke in the bleak but oil-soa­ked region around the Caspian Sea. Sto­ries of how com­pa­nies such as Che­vron (CVX ) and Exxon­Mo­bil (XOM ) gai­ned access to the huge oil fields of Kaza­kh­stan and Azer­bai­jan have lea­ked out in dribs and drabs, but now Ste­ve LeVi­ne has gathe­red the who­le Wild East tale in one can­ny and enter­tai­ning book, The Oil and the Glo­ry: The Pur­suit of Empi­re and For­tu­ne on the Caspian Sea.
LeVi­ne, who spent many years in Rus­sia and its nei­gh­bors as a cor­re­spon­dent for The Wall Street Jour­nal and other publi­ca­tions, has fil­led his volu­me with intri­guing, some­ti­mes daun­ting cha­rac­ters. Lud­vig Nobel, a 19th cen­tu­ry entre­pre­neur and mem­ber of the famed Swe­dish fami­ly, orga­ni­zed the Caspian oil tra­de much as John D. Roc­ke­fel­ler did the U.S. busi­ness. Zey­na­lab­din Tagiyev, an Aze­ri oil baron of the 1880s, once orde­red ser­van­ts to castra­te a rival for his wife’s affec­tions. Marat Mana­fov, Azerbaijan’s oil nego­tia­tor during the 1990s, shook up mee­tings by poin­ting a pistol at Western oil executives.
More impor­tant, the book zooms in on the dubious prac­ti­ces, intri­gue, and poli­ti­cal arm-twi­sting that can be a key part of deals in deve­lo­ping nations, whe­re ever more of the oil busi­ness takes pla­ce. In Kaza­kh­stan in the 1990s, lar­ge sums from oil com­pa­nies alle­ged­ly ended up in the Swiss bank accoun­ts of the country’s Pre­si­dent. At the same time, in Azer­bai­jan, a $230 mil­lion “signing bonus” paid by a con­sor­tium of Western com­pa­nies was almo­st instan­tly disper­sed “to off­sho­re accoun­ts in coun­tries with lax ban­king laws,” accor­ding to a Penn­zoil offi­cial quo­ted by LeVine.
LeVi­ne also under­sco­res the inten­se­ly poli­ti­cal natu­re of oil. Both Rus­sia and the U.S. employed govern­ment muscle to influen­ce which com­pa­nies gai­ned access to Caspian coun­tries’ reser­ves and the rou­tes throu­gh which it would be expor­ted. Al Gore tried to use his Vice-Pre­si­den­tial clout in Chevron’s favor again­st the mave­rick Dutch oil tra­der John Deuss. Deuss, play­ing a cle­ver but ulti­ma­te­ly losing game, was try­ing to par­lay the bac­king of the Sul­tan of Oman into a lock on the vital pipe­li­ne rou­te out of Kazakhstan.
Much less inte­re­sting than such cha­rac­ters, in LeVine’s tel­ling, are the oil com­pa­ny exe­cu­ti­ves, who are bur­de­ned both by a sen­se of enti­tle­ment and a tin ear for local poli­tics. BP’s John Bro­w­ne, then head of the company’s explo­ra­tion and pro­duc­tion, did impress his Kaza­kh hosts by gul­ping down a local delicacy—a sheep’s eye. But, says LeVi­ne, Che­vron CEO Ken­neth Derr “lite­ral­ly tur­ned his back” on Kaza­kh­stan Pre­si­dent Nur­sul­tan Nazar­bayev when he asked for help in buil­ding a soc­cer sta­dium for his new capi­tal, Asta­na. Nazar­bayev, who­se oil Derr cove­ted, “was sui­ta­bly flab­ber­ga­sted and insulted.”
A key figu­re in much of the Caspian intri­gue was one James H. Gif­fen, the son of a Stock­ton (Calif.) haber­da­sher who beca­me a player in the hard-to-pene­tra­te world of U.S.-Soviet tra­de. In the mid-1980s, Gif­fen con­vin­ced Soviet lea­der Mikhail Gor­ba­chev that U.S. busi­ness could help cure his country’s ailing eco­no­my. The apex of Giffen’s career: the deal he bro­ke­red giving Che­vron exclu­si­ve rights to Kazakhstan’s Ten­giz, a gem of an oil field that is pro­ba­bly among the world’s 10 lar­ge­st. In return, says LeVi­ne, Gif­fen got 7.5 cen­ts on each bar­rel Che­vron pro­du­ced, poten­tial­ly tens of mil­lions of dollars.
For years Gif­fen, a fre­quent sour­ce for Busi­nes­sWeek repor­ters, master­ful­ly jug­gled dif­fe­rent inte­rests, inclu­ding the Kaza­khs, the oil com­pa­nies, and the CIA. He and Nazar­bayev “some­ti­mes retrea­ted into the coun­try­si­de for days at a time, accom­pa­nied by young Kaza­kh women and well sup­plied with whi­skey.” But his influen­ce waned, and in 2003 he was arre­sted at New York’s John F. Ken­ne­dy Inter­na­tio­nal Air­port on char­ges of fun­ne­ling $77 mil­lion in bri­bes from U.S. oil com­pa­nies to Nazar­bayev and other Kaza­kh insiders.
He still awai­ts trial, insi­sting that he had been, in LeVine’s words, “a U.S. agent in Kazakhstan…in one of the most stra­te­gic regions in the world.” Wha­te­ver hap­pens to him, the spot is sure to spa­wn other outra­geous cha­rac­ters to take his place.

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Il petrolio e la gloria. La corsa all’impero e alla fortuna del Mar Caspio di Steve LeVine

 | Registan.net | Dome­ni­ca 21 otto­bre 2007 | Joshua Foust |

For well over a cen­tu­ry, the Caspian basin has been “the next big thing” for ener­gy, a poten­tial­ly weal­thy region crip­pled only by its inac­ces­si­bi­li­ty. This was the result of tech­no­lo­gy in the nine­teenth cen­tu­ry, when oil was expor­ted on mule­back, and later ideo­lo­gy, when the Bol­she­viks sei­zed Western asse­ts, and the Sovie­ts later denied wester­ners access only until they despe­ra­te­ly nee­ded cash. Sin­ce “The Fall,” the mad scram­ble for the region’s oil and gas has rea­ched a fever pitch, resul­ting in the destruc­tion of seve­ral lar­ge com­pa­nies, the acqui­si­tion of others, and an incre­di­ble degree of poli­ti­cal and com­mer­cial back-dea­ling and betrayal.
This sto­ry, which most only know in a gene­ral sen­se (if at all), is the sto­ry LeVi­ne lays out. The pri­ma­ry author of a blog which shares its name with his book, LeVi­ne was a regio­nal cor­re­spon­dent for the New York Times and the Alma­ty bureau chief for the Wall Street Jour­nal. Such a posi­tion gave him key access to many of the players he describes—from the hila­riou­sly pom­pous midd­le­men like James Gif­fen to heads of sta­te like Nur­sul­tan Nazarbayev—and a bra­cing, spell­bin­ding nar­ra­ti­ve full of intri­gue to tie toge­ther an incre­di­bly com­plex story.
Whi­le the broa­de­st stro­kes of this sto­ry aren’t espe­cial­ly new (regu­lar rea­ders of most blogs or news accoun­ts of Cen­tral Asia won’t find world-alte­ring sur­pri­ses), LeVi­ne adds value by not only pla­cing the cur­rent geo­po­li­ti­cal wran­gle in a broad histo­ri­cal con­text, but by offe­ring deep insights into what each of the players was thin­king, as well as all of the mes­sy back room nego­tia­tions that crea­ted the modern Caspian. This is whe­re his access as a jour­na­li­st real­ly comes out to shi­ne: he had the bene­fit of col­lec­ting inter­views and notes over more than a deca­de, all of which allo­wed him to craft what could be a defi­ni­ti­ve histo­ry not just of the strug­gle for Caspian oil, but of the men who strug­gled for it. New cha­rac­ters, mostly if not always unheard of pop in and out of the sto­ry, some­ti­mes chan­ging it but always adding intri­gue. For exam­ple, the erra­tic beha­vior of Aze­ri nego­tia­tor Marat Mana­fov, remem­be­red mostly for dra­wing a pistol on oil exe­cu­ti­ves at a posh hotel, was mind-bog­gling to read, espe­cial­ly in such a serious con­text and with such huge stakes.
Much like Ste­ve Coll’s master­pie­ce on the CIA-al-Qae­da strug­gle throu­ghout the 80s and 90s, this insi­der access is incre­di­bly valua­ble, but only gets you so far: at some point, the rea­li­za­tion sets in that this is everyone’s per­so­nal inter­pre­ta­tion and spin of what hap­pe­ned and what they were thin­king. Whi­le it’s true that this the case of most histo­ries, the relian­ce on per­so­na­li­ty lea­ves big gaps that I wish could be fil­led in, most espe­cial­ly what was hap­pe­ning on the Rus­sian side. We learn a great deal about what the Clin­ton Whi­te Hou­se was thin­king (and inter­nal­ly deba­ting) during the mad rush of the 90s, much of what the major oil exe­cu­ti­ves were up to, and even a sur­pri­sing amount of the nor­mal­ly hyper-pri­va­te midd­le­men. The­re is keen insight into what the Aze­ris and Kaza­khs were try­ing to get. But the cove­ra­ge of Rus­sia felt odd­ly flat.
This isn’t much of a criticism—there are only so many peo­ple one can talk to, even over a deca­de, espe­cial­ly on a sub­ject as inten­se­ly sen­si­ti­ve (and espe­cial­ly so in Rus­sia) as oil rights and explo­ra­tion and poli­tics. But whi­le such an exer­ci­se gains one an incre­di­ble glimp­se into how the oil indu­stry ope­ra­tes, and more impor­tan­tly how it plays into natio­nal and inter­na­tio­nal poli­tics, it can only go so far.
Indeed, whi­le this is a glo­rious histo­ry writ­ten in the vein of Hopkirk’s The Great Game, it is short on ana­ly­sis. Whi­le LeVi­ne rai­ses appro­pria­te and trou­bling questions—such as Russia’s relia­bi­li­ty as an hone­st bro­ker or tra­ding part­ner, and whe­ther America’s self-inser­tion into the region will be for good or ill—there’s not much here to help in answe­ring them.
The histo­ry, howe­ver, is indeed glo­rious. I found the ope­ning sec­tion, in which LeVi­ne details the fir­st Baku boom a cen­tu­ry ago, of incre­di­ble inte­re­st. Asi­de from the gau­dy exces­ses of the ori­gi­nal barons (the cur­rent ones are more discreet in how they blow mil­lions on luxu­ry), what was most stri­king was the incre­di­ble waste. This was some­thing even the con­tem­po­ra­ry Euro­peans, such as the descen­dan­ts of Alfred Nobel (who not only were the pri­ma­ry deve­lo­pers in Baku, but also inven­ted the modern oil tan­ker), found shoc­king. Wells would be tap­ped and left as gushers, spewing untold amoun­ts of wealth into the air and then into the ground, making eve­ry­thing a sou­py, use­less, toxic mess. This hor­ren­dous waste and pol­lu­tion, unfor­tu­na­te­ly, con­ti­nued throu­gh the Soviet era, right to the 1985 Ten­giz blo­wout that bur­ned for over a year. 85 miles away, 700-ft tall column of fla­me was visi­ble, and appa­ren­tly it was so hot water boi­led from near­ly 200 feet away.
There’s ano­ther untold sto­ry the­re, one perhaps wor­thy of fol­low up: the unbe­lie­va­ble envi­ron­men­tal dama­ge the Sovie­ts wrought, in Cen­tral Asia (mostly Kaza­kh­stan, as the Aral Sea, Semi­pa­la­tin­sk, and Ten­giz disa­sters may indi­ca­te), but across the enti­re USSR. Oil is a mes­say, dan­ge­rous industry—that much eve­ryo­ne can agree to (and the bat­tle over pre­ser­ving the wild­li­fe refu­ges off Sakha­lin speak to some long-over­due push back again­st rec­kless explo­ra­tion). But so is com­mu­ni­sm, both in the hun­dred mil­lion peo­ple sacri­fi­ced to its ideo­lo­gy last cen­tu­ry and the con­ti­nued lega­cy of the scars its land bears. LeVine’s book is an impor­tant part of this sto­ry, and is so well writ­ten it is worth rea­ding even if one has no inte­re­st on the sub­ject. But it is only a part of a much gran­der, and sad­der, story.

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