«Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

Intervista Parla lo scrittore Ahmed Nàgi, condannato per oscenità e liberato dopo 11 mesi di carcere, ma ancora in attesa di giudizio

LA LETTURA | Il Cor­rie­re del­la Sera di Vivia­na Mazza

Sono il pri­mo scrit­to­re a fini­re in manet­te per un roman­zo nel­la sto­ria del siste­ma giu­di­zia­rio egi­zia­no», dice Ahmed Nàgi con voce paca­ta al tele­fo­no dal Cai­ro. Il 20 feb­bra­io 2016 l’autore tren­tu­nen­ne di “Vita: istru­zio­ni per l’uso”, edi­to in Ita­lia da Il Siren­te, è sta­to con­dan­na­to a due anni di pri­gio­ne per «oltrag­gio al pudo­re» a cau­sa del «con­te­nu­to ses­sua­le osce­no» del libro. La vicen­da ha fat­to scal­po­re in tut­to il mon­do, gli è sta­to con­fe­ri­to il Pre­mio Pen per la liber­tà di espres­sio­ne. Poi, a dicem­bre, la Cor­te di Cas­sa­zio­ne ha ordi­na­to la sua scar­ce­ra­zio­ne prov­vi­so­ria, ma il caso è anco­ra aper­to. Il 2 apri­le saprà se deve tor­na­re in prigione.
Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed Nàgi / Ayman Al ZorqaniIl libro, tut­to­ra in ven­di­ta in Egit­to, descri­ve il Cai­ro in un futu­ro disto­pi­co, in cui la metro­po­li è sta­ta distrut­ta — pira­mi­di inclu­se — da una cata­stro­fe natu­ra­le. Nel degra­do del­la cit­tà il pro­ta­go­ni­sta non può sor­ri­de­re né espri­mer­si, e alcol, ses­so, hashish sono rifu­gi illu­so­ri. «È un roman­zo sul­la vita dei gio­va­ni, sot­to le pres­sio­ni del­le auto­ri­tà e del­la cit­tà», spie­ga l’autore nel­la pri­ma inter­vi­sta a un gior­na­le ita­lia­no dopo il rila­scio. Scrit­ta duran­te la «sta­gna­zio­ne» dell’era Muba­rak, pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011, l’opera è sta­ta pub­bli­ca­ta nel 2014, dopo il gol­pe mili­ta­re con cui Al-Sisi ha rove­scia­to il pre­si­den­te Moham­med Mor­si. Ma il libro ave­va le car­te in rego­la: era sta­to appro­va­to dal­la censura.

Per­ché è sta­to arrestato?

«One­sta­men­te non lo so. Quan­do alcu­ni estrat­ti del libro sono usci­ti sul gior­na­le let­te­ra­rio “Akh­bar Al-Adab”, un avvo­ca­to di nome Hani Salah Taw­fik si è pre­sen­ta­to alla poli­zia, accu­san­do­mi di aver­gli pro­cu­ra­to alta pres­sio­ne e dolo­ri al pet­to tur­ban­do la sua idea di pudo­re. Il pro­cu­ra­to­re ha pre­sen­ta­to il caso in tri­bu­na­le. Nel pri­mo pro­ces­so sono sta­to giu­di­ca­to inno­cen­te, ma il pro­cu­ra­to­re ha fat­to ricor­so: la Cor­te d’appello mi ha con­dan­na­to. Ades­so la Cor­te di Cas­sa­zio­ne mi ha scar­ce­ra­to, ma mi han­no vie­ta­to di viag­gia­re. Spe­ro che l’udienza del 2 apri­le sia l’ultima. Ci sono tre pos­si­bi­li­tà: che il giu­di­ce mi repu­ti inno­cen­te; che mi riman­di in pri­gio­ne a scon­ta­re il resto del­la con­dan­na; o che ridu­ca la pena e, poi­ché ho già pas­sa­to 11 mesi den­tro, mi libe­ri. Gli avvo­ca­ti sono otti­mi­sti, ma io sono stan­co, voglio che tut­to que­sto abbia fine».

Lei è sta­to con­dan­na­to per oltrag­gio al pudo­re sul­la base dell’articolo 178 del codi­ce pena­le. Non c’era mai sta­ta una sen­ten­za simi­le in Egitto?

«Non era mai suc­ces­so. Nel 2009 lo scrit­to­re e fumet­ti­sta Mag­di Sha­fiei è sta­to accu­sa­to di osce­ni­tà per la gra­phic novel Metro (ma si dice che la sua vera col­pa fos­se aver cri­ti­ca­to Muba­rak per­ché vole­va tra­smet­te­re il pote­re al figlio, ndr): il giu­di­ce lo ha mul­ta­to. Una mul­ta era la cosa peg­gio­re che pote­va succederti».

Per­ché a lei è anda­ta diversamente?

«Per­ché l’Egitto oggi è un Pae­se in flut­tua­zio­ne, che gal­leg­gia appe­na. La situa­zio­ne lega­le non è chia­ra: la nuo­va Costi- tuzio­ne, appro­va­ta dal popo­lo nel 2014, vie­ta di incar­ce­ra­re qual­cu­no per ciò che scri­ve o dice, ma ci sono mol­te leg­gi che la con­trad­di­co­no, come quel­la per cui sono sta­to incri­mi­na­to, e i giu­di­ci han­no enor­me discre­zio­na­li­tà. Intan­to, le auto­ri­tà — il pre­si­den­te, l’esercito, la poli­zia — si fan­no la guer­ra per con­qui­sta­re più pote­re. Quan­do la mia vicen­da è ini­zia­ta, tre anni fa, c’era uno scon­tro fero­ce tra il sin­da­ca­to del­la stam­pa e la pro­cu­ra gene­ra­le, che ha ordi­na­to di apri­re tut­ti i casi con­tro i gior­na­li­sti, anche quel­li come il mio, che di soli­to non arri­va­no mai in tri­bu­na­le. Infat­ti oggi ci sono alme­no 25 repor­ter in pri­gio­ne. L’idea che mi sono fat­to è che il pro­cu­ra­to­re abbia visto un’opportunità per pre­sen­tar­si come custo­de del­la mora­le. Quan­do se la pren­do­no con chi scri­ve di poli­ti­ca, le auto­ri­tà san­no che l’opinione pub­bli­ca si schie­re­rà con gli impu­ta­ti. Ma han­no usa­to il mio caso per sug­ge­ri­re che i gior­na­li­sti voglio­no cor­rom­pe­re la mora­le, i bambini».

Nel­la pri­gio­ne di Tora, al Cai­ro, come è sta­to trattato?

«Ci per­met­te­va­no di usci­re dal­la cel­la solo per un’ora al gior­no, ma negli ulti­mi cin­que mesi per nien­te. Per cin­que mesi non ho visto il sole, pote­te imma­gi­na­re come influi­sca sul­la salu­te. Non ci sono rego­le, sei nel­le mani del­le guar­die car­ce­ra­rie e dei loro umo­ri: un gior­no accet­ta­no di far­ti arri­va­re dei libri, il gior­no dopo no. Tora è una spe­cie di cit­tà car­ce­ra­ria, con­tie­ne 25 pri­gio­ni. Nel­la mia sezio­ne c’erano alti fun­zio­na­ri con­dan­na­ti per cor­ru­zio­ne: tre giu­di­ci, un ex poli­ziot­to, un ex uffi­cia­le dell’esercito… In 60 in una cel­la di 6 metri per 30. E c’erano anche per­so­ne sot­to inchie­sta ma non con­dan­na­te: la leg­ge lo con­sen­te. Ho cono­sciu­to un uomo che, dopo 24 mesi den­tro, è sta­to dichia­ra­to inno­cen­te. Anche alcu­ni cri­mi­na­li ave­va­no let­to il mio libro: non è un bestsel­ler, sono rima­sto colpito».

In que­gli 11 mesi lei ha scrit­to un libro, nascon­den­do le pagi­ne per non far­se­le seque­stra­re. Di cosa si tratta?

«È un roman­zo sto­ri­co, ambien­ta­to nel XIX seco­lo, all’epoca del­la costru­zio­ne del Cana­le di Suez. Sca­va­re il cana­le era un’impresa basa­ta sul sogno di spo­sa­re lo spi­ri­to dell’Est e il cor­po dell’Ovest. Dove­va esse­re un modo per con­trol­la­re l’eco- nomia e il mer­ca­to e dif­fon­de­re i valo­ri del progresso».

Lo scri­ve in un momen­to in cui la situa­zio­ne eco­no­mi­ca in Egit­to è dram­ma­ti­ca. Si aspet­ta nuo­ve proteste?

«Secon­do i dati uffi­cia­li, l’inflazione è al 29%. Quat­tro mesi fa, la Ban­ca mon­dia­le ha chie­sto all’Egitto di smet­ter­la di con- trol­la­re il prez­zo del­la ster­li­na egi­zia­na e il valo­re è crol­la­to. Non abbia­mo il wel­fa­re come voi ita­lia­ni, ma c’è un siste­ma di sus­si­di gover­na­ti­vi per beni essen­zia­li come lo zuc­che­ro e il pane, che han­no prez­zi con­trol­la­ti. Ora l’Egitto è costret­to ad appli­ca­re i prez­zi di mer­ca­to, ma gli sti­pen­di non sono aumen­ta­ti. Lo zuc­che­ro non si tro­va, in un Pae­se in cui dipen­dia­mo da tre taz­ze di tè dol­cis­si­mo al gior­no per l’energia fisi­ca quo­ti­dia­na. Di recen­te ci sono sta­te pro­te­ste, ma non spe­ro che con­ti­nui­no, sareb­be un disa­stro per­ché la gen­te arrab­bia­ta non mani­fe­sta, va a pren­der­si il cibo nei nego­zi. Io non sono con­tra­rio al mer­ca­to libe­ro, ma i cam­bia­men­ti trop­po rapi­di stan­no distrug­gen­do la vita del­le per­so­ne. Non è solo un pro­ble­ma lega­to al regi­me, ma anche alle isti­tu­zio­ni occi­den­ta­li che impon­go­no que­sta agen­da eco­no­mi­ca. Ai lea­der euro­pei sta bene un Egit­to che gal­leg­gi, per­ché voglio­no tra­sfor­mar­lo in un posto di bloc­co per i migran­ti. Ai tem­pi di Muba­rak com­pra­va­mo tut­te le armi dagli Usa, ades­so abbia­mo acqui­sta­to due aerei dal­la Fran­cia, due sot­to­ma­ri­ni dal­la Ger­ma­nia. Per­ciò i lea­der euro­pei ado­ra­no Al- Sisi, e gli daran­no sol­di e armi qua­lun­que cosa fac­cia, pur­ché con­trol­li i migranti».

Lei cono­sce­va Giu­lio Rege­ni, il ricer­ca­to­re tor­tu­ra­to e ucci­so al Cairo?

«Voglio espri­me­re le mie con­do­glian­ze alla fami­glia di Giu­lio. L’ho incon­tra­to una vol­ta, a una festa, non abbia­mo par­la­to a lun­go, ma ho avu­to la sen­sa­zio­ne che fos­se nobi­le e gen­ti­le. Io sono un po’ cini­co, nichi­li­sta, ma ho pro­va­to ammi­ra­zio­ne per quel­lo che face­va. Era un acca­de­mi­co, ma non ambi­va solo a scri­ve­re una tesi, vole­va aiu­ta­re le per­so­ne che stu­dia­va a miglio­ra­re la loro vita».

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Giuseppe Iannozzi, 6 dicembre 2016

La distopia di Ahmed Nàgi fra George Orwell e Jonathan Lethem

Il 16 maggio 2016 PEN ha assegnato ad Ahmed Nàgi il PEN/Barbey Freedom to Write Award, riconoscendo la sua lotta di fronte alle avversità per il diritto alla libertà di espressione.

Chec­ché se ne dica, 1984 di Geor­ge Orwell, si sia d’accordo o no, ha dato il là a un nuo­vo modo di fare e di inten­de­re la Let­te­ra­tu­ra, la disto­pia socio-poli­ti­ca è così entra­ta a far par­te dell’immaginario col­let­ti­vo e, soprat­tut­to, ha for­ni­to a tan­ti e tan­ti scrit­to­ri il corag­gio di dir­si con­tro i regi­mi tota­li­ta­ri denun­cian­do l’invivibile pre­ca­rie­tà del pro­prio tem­po storico.

Ahmed Nàgi scri­ve Vita: istru­zio­ni per l’uso, è que­sto il tito­lo ita­lia­no del roman­zo Isti­kh­dam al-Hayat illu­stra­to da Ayman al-Zor­ka­ny e pub­bli­ca­to in Ita­lia da Il Siren­te nel­la col­la­na Altria­ra­bi. Il roman­zo si pre­sen­ta al let­to­re come una vera e pro­pria disto­pia in per­fet­to sti­le orwel­lia­no: una cata­stro­fe natu­ra­le ha sov­ver­ti­to l’ordine del Cai­ro, la vita non è più quel­la dei tem­pi pas­sa­ti, lun­go le stra­de si tra­sci­na­no dispe­ra­ti più mor­ti che vivi, le malat­tie imper­ver­sa­no e mie­to­no vit­ti­me a iosa. La tec­no­lo­gia, anch’essa, è sol più un ricor­do. Il cie­lo che copre il Cai­ro è vuo­to e all’orizzonte nes­su­na spe­ran­za. Cio­no­no­stan­te Bas­san tie­ne vivo un sogno, un sogno gran­de: la rico­stru­zio­ne del Cai­ro. Si ado­pe­ra insie­me alla Socie­tà degli Urba­ni­sti per­ché il sogno pos­sa un gior­no esse­re real­tà tan­gi­bi­le. Bas­san fa la cono­scen­za di Ihab Has­san, che ha un’idea per restau­ra­re la bel­lez­za e il ful­go­re che sem­bra­no esser sta­ti per sem­pre per­du­ti nel­le sab­bie del tempo.
Il Cai­ro è di fat­to un infer­no, una cloa­ca sot­to un cie­lo plum­beo, così lo imma­gi­na lo scrit­to­re e gior­na­li­sta egi­zia­no Ahmed Nàgi con­dan­na­to a due anni di car­ce­re per aver scrit­to e dato alle stam­pe que­sto lavo­ro disto­pi­co. Al pari di Orwell, Ahmed Nàgi descri­ve una socie­tà ridot­ta ai mini­mi ter­mi­ni: i sen­ti­men­ti sono vie­ta­ti, pro­va­re emo­zio­ni non è pos­si­bi­le per­ché l’ordine del­la repres­sio­ne vuo­le che tut­ti gli indi­vi­dui sia­no alli­nea­ti, vuo­ti e nell’anima e nel­la psiche.

Il lavo­ro di Nàgi è sta­to subi­to bol­la­to come “offe­sa alla pub­bli­ca mora­le”: per­ché? L’autore descri­ve, per som­mi capi in veri­tà, una sce­na di ses­so in una socie­tà dove i sen­ti­men­ti sono sta­ti abo­li­ti. Nel cor­so del sesto capi­to­lo un grup­pet­to di gio­va­ni sogna­no e sogna­no for­te: rol­la­no can­ne, ingol­la­no bir­ra e soprat­tut­to si lec­ca­no le pupil­le sognan­do l’amore. Non ci si lasci però ingan­na­re: la sce­na non con­tie­ne nes­sun ele­men­to real­men­te sca­bro­so, è difat­ti essa poi solo un espe­dien­te let­te­ra­rio vec­chio come il cuc­co per rida­re all’amore l’amore, null’altro che questo.

La vita: istru­zio­ne per l’uso
 di Ahmed Nàgi non è un roman­zo feti­ci­sta che par­la a spron bat­tu­to di ses­so pur non man­can­do di ritrar­re per­so­nag­gi quan­to­me­no biz­zar­ri, da vero e pro­prio bur­le­sque, que­sto è bene sot­to­li­near­lo, è inve­ce foto­gra­fia di una socie­tà sce­ve­ra­ta di vive­re la liber­tà, di ope­ra­re, sen­za costri­zio­ni e pres­sio­ni ester­ne, le sue pro­prie scel­te: la cit­tà pos­sie­de uomi­ni e don­ne, nes­su­no è padro­ne di nien­te e nes­su­no deve per­met­ter­si di cre­de­re nel libe­ro arbitrio.

Ahmed Nàgi non fa alcun accen­no ai fat­ti occor­si pri­ma e dopo la rivo­lu­zio­ne (2011), ma non è una dimen­ti­can­za la sua, è inve­ce una scel­ta pre­ci­sa come a voler sot­to­li­nea­re che nul­la è cam­bia­to vera­men­te dopo la desti­tu­zio­ne del tren­ten­na­le regi­me del Pre­si­den­te Hosni Muba­rak. Affin­ché il Cai­ro pos­sa esse­re una cit­tà viva per la vita, per i sen­ti­men­ti e la car­na­li­tà anche, c’è una sola pos­si­bi­li­tà e que­sta è rap­pre­sen­ta­ta da La Socie­tà degli Urba­ni­sti ret­ta dal­la maga Papri­ka. Il pro­get­to di Papri­ka, for­te del­la sua magia, è quel­lo di crea­re un nuo­vo cen­tro urba­no iper­tec­no­lo­gi­co: distrug­ge­re il Cai­ro affin­ché risor­ga diver­so, com­ple­ta­men­te nuo­vo. Nàgi dà così ini­zio a una vera e pro­pria disto­pia dai con­tor­ni inquie­tan­ti e non poco realistici.

Vita: istru­zio­ni per l’uso di Ahmed Nàgi è un per­fet­to roman­zo disto­pi­co, per­fet­to per­ché, con estre­ma sapien­za, l’autore fa sua la lezio­ne di Geor­ge Orwell e quel­la di Jona­than Lethem.

06/12/2016  Giu­sep­pe Iannozzi

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AHMED NÀGIVITA: ISTRUZIONI PER L’USO

A mag­gio 2016, duran­te il salo­ne del libro di Tori­no, sono pas­sa­to davan­ti allo stand del­le edi­zio­ni “Il siren­te”. Ho fat­to quat­tro chiac­chie­re con la per­so­na che in quel momen­to era allo stand (non farò nomi e cogno­mi ne tan­to­me­no dirò la sua man­sio­ne). Tra una paro­la e l’altra mi chie­de se mi pote­va inte­res­sa­re un pic­co­lo libri­ci­no. Era un estrat­to da un libro. L’estratto era impor­tan­te per­ché ripro­du­ce­va la par­te incri­mi­na­ta del libro, la par­te che ave­va por­ta­to alla con­dan­na dell’autore. Sono pas­sa­ti alcu­ni mesi, il libro è usci­to, io l’ho let­to e ho una cosa da dire: non leg­ge­te i libri per­ché gli auto­ri sono sta­ti impri­gio­na­ti, leg­ge­te­li per­ché vi potre­te ren­de­re con­to del­la pri­gio­ne che sta diven­tan­do il mondo.

Il libro in que­stio­ne è “Vita: istru­zio­ni per l’uso” di Ahmed Nàgi. Nell’edizioni Il Siren­te ci sono del­le illu­stra­zio­ni di Ayman Al Zor­qa­ni che fan­no da com­ple­men­to al libro e spes­so si intrec­cia­no con la narrazione.

Sia­mo in Egit­to, ver­reb­be qua­si da dire che stia­mo visi­tan­do una real­tà disto­pi­ca, se non fos­se che il nostro rap­por­to con l’Egitto tut­to pira­mi­di e sfin­gi è cam­bia­to irre­pa­ra­bil­men­te con la mor­te di Giu­lio Rege­ni. Non si trat­ta più di una meta turi­sti­ca per fami­glie anno­ia­te, si trat­ta di altro, di qual­co­sa che sale oscu­ro dal­la sab­bia. La male­di­zio­ne di Tutan­ka­men è rica­du­ta sugli abi­tan­ti stessi.

Ahmed Nàgi ci rac­con­ta, con una scrit­tu­ra diret­ta che non si abban­do­na ai com­pro­mes­si, un Egit­to fram­men­ta­to, mala­to e cini­co. Rac­con­ta una cit­tà, Il Cai­ro, dove le pas­sio­ni sono mar­ci­te, l’amore è un pic­co­lo pun­ti­no lon­ta­no, il pote­re e la poli­ti­ca han­no sovra­sta­to tut­to come una cola­ta di cemen­to. All’interno di que­sta cor­ni­ce venia­mo ad incon­tra­re per­so­nag­gi che fati­chia­mo a rico­no­sce­re come rea­li, ma che sfor­tu­na­ta­men­te (il più del­le vol­te) lo sono. Bas­sàm Bah­gat pro­ta­go­ni­sta del roman­zo e regi­sta di docu­men­ta­ri che han­no lo sco­po di rac­con­ta­re la cit­tà e sono spon­so­riz­za­ti dal­la “Socie­tà degli Urba­ni­sti.” Ihàb Has­san, un intel­let­tua­le mem­bro di que­sta fan­to­ma­ti­ca socie­tà che per nutrir­si spre­me pol­li semi­nu­di. Mona Mei, il lato sen­ti­men­ta­le amo­ro­so ed ero­ti­co e altri per­so­nag­gi che fan­no da corol­la­rio al protagonista.

Anche se, a dir­la tut­ta, la pro­ta­go­ni­sta prin­ci­pa­le è la cit­tà di Il Cai­ro. Una cit­tà distrut­ta da una cata­stro­fe. Una cit­tà moral­men­te in decli­no, dai costu­mi sco­stu­ma­ti che riflet­to­no l’abbandono del­le per­so­ne alla medio­cri­tà e al disprez­zo per il prossimo.

Il libro di Ahmed Nàgi non va let­to per­ché l’autore è rin­chiu­so in un car­ce­re per­ché ad un cre­ti­no qual­sia­si con un po’ di pote­re è venu­to mez­zo infar­to leg­gen­do una sce­na di ses­so espli­ci­to, que­sto libro va let­to per ren­der­si con­to di dove ci può por­ta­re la stra­da che abbia­mo intra­pre­so. Una stra­da in cui nul­la sem­bra ave­re più dav­ve­ro importanza.

Note­vo­le la tra­du­zio­ne di Eli­sa­bet­ta Ros­si e Fer­nan­da Fischione.

Un plau­so alla casa edi­tri­ce. Da quan­do ho cono­sciu­to “Il Siren­te” una lacu­na let­te­ra­ria si sta len­ta­men­te riem­pien­do. C’è anco­ra tan­ta stra­da da fare, ma un po’ alla vol­ta, seguen­do­li, con­to di riu­sci­re a col­mar­la del tutto.

Ahmed Nàgi è uno scrit­to­re e gior­na­li­sta egi­zia­no, col­la­bo­ra con nume­ro­se testa­te nazio­na­li inter­na­zio­na­li. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. Arre­sta­to nel Mar­zo 2016 e con­dan­na­to a due anni di pri­gio­ne dal tri­bu­na­le di Bulaq (Egit­to) per “offe­sa alla pub­bli­ca mora­le” a cau­sa del suo ulti­mo libro “Isti­kh­dam al-Hayat” (“Vita: istru­zio­ni per l’uso”). Per le nostre edi­zio­ni ha pub­bli­ca­to “Rogers e la via del dra­go divo­ra­to dal sole” (il Sirente, 2010).

Sen­zau­dio, Gian­lui­gi Bodi 10/11/2016

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MUTAZIONE EGIZIANA Un romanzo, due giovani autori

Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nagi e Ayman al Zorqani

Scrittura e disegno in un’opera di denuncia della restaurazione-metamorfosi in atto al Cairo. Ahmed Nàgi, il romanziere, è in carcere. Ayman al-Zorqani, l’illustratore, spiega perché: «Vogliono cittadini senz’anima e senza impegno politico e sociale».

A suo favo­re ci sono una for­te cam­pa­gna inter­na­zio­na­le con tan­to di peti­zio­ne sul­la piat­ta­for­ma Change.org e il pre­mio Bar­bey Free­dom to Wri­te che gli scrit­to­ri di Pen Inter­na­tio­nal asse­gna­no ogni anno a un col­le­ga che si è distin­to per aver dife­so il dirit­to di espres­sio­ne. La glo­ria però non l’ha sal­va­to e lo scrit­to­re egi­zia­no Ahmed Nàgi resta anco­ra in pri­gio­ne, dove sta scon­tan­do due anni di car­ce­re a cau­sa di alcu- ne sce­ne di ses­so descrit­te nel suo ulti­mo libro e rite­nu­te con­tra­rie alla pub­bli­ca morale.

Ope­ra a caval­lo tra il roman­zo tra­di­zio­na­le e quel­lo gra­fi­co, Isti­kh­dam al-Hayat (tra­dot­to in ita­lia­no da il Siren­te, come Vita: Istru­zio­ni per l’uso) è il secon­do libro di uno dei più rap­pre­sen­ta­ti­vi scrit­to­ri egi­zia­ni del­la nuo­va gene­ra­zio­ne. Quel­la di Nàgi (che in ita­lia­no ha già pub­bli­ca­to, nel 2010, Rogers e la Via del Dra­go divo­ra­to dal Sole) è non solo una del­le voci più ori­gi­na­li del­lo sce­na­rio let­te­ra­rio cai­ro­ta dei nostri gior­ni, ma anche una del­le più cri­ti­che del regi­me egi­zia­no. Non solo duran­te l’epoca di Hosni Muba­rak, ma anche dopo la restau­ra­zio­ne dei mili­ta­ri, coro­na­ta dall’elezione alla pre­si- den­za dell’ex gene­ra­le Abdel Fat­tah al-Sisi.

È anche per que­sto, oltre che per le com­ples­se vicis­si­tu­di­ni in cui si tro­va Nàgi a cau­sa del­la sua ope­ra, che a mobi­li­tar­si – con­tri­buen­do alla pub­bli­ca­zio­ne del­la ver­sio­ne in ita­lia­no – è sta­ta anche Amne­sty Inter­na­tio­nal, par­ti­co­lar­men­te pre- occu­pa­ta del­la deri­va auto­ri­ta­ria egi­zia­na. Un vor­ti­ce che ha por­ta­to, tra il gen­na­io e il feb­bra­io 2016, alla scom­par­sa, alla tor­tu­ra e alla mor­te del ricer­ca­to­re ita­lia­no Giu­lio Regeni.

«La tra­ge­dia di Giu­lio è solo la pun­ta dell’iceberg di un mec­ca­ni­smo repres­si­vo che non guar­da in fac­cia nes­su­no e cer­ca giu­sti­fi­ca­zio­ni in pri­mis secu­ri­ta­rie. Die­tro l’arresto di Naji si nascon­do­no moti­va­zio­ni ben diver­se rispet­to a quel­le pub­bli­ca­men­te dichia­ra­te. È sem­pre sta­ta una per­so­na invi­sa ai poten­ti. Col­pen­do lui, si vuo­le man­da­re un mes­sag­gio a tut­ti colo­ro che eser­ci­ta­no il loro dirit­to di espres­sio­ne sen­za far­si inti­mo­ri­re dal­le minac­ce del regi­me», dice a Nigri­zia Ayman al-Zor­qa­ni, coau­to­re, con le sue illu­stra­zio­ni, del libro di Nàgi. «Pro­ces­si come que­sti si tene­va­no già pri­ma del 2011 e la ripre­sa di que­sta pra­ti­ca mostra lo sta­to di salu­te del­la demo­cra­zia egi­zia­na», aggiun­ge Ayman, secon­do il qua­le il nome di Ahmed è solo l’ultimo nel­la lista degli scrit­to­ri che han­no paga­to a cau­sa di ciò che nar­ra­no attra­ver­so i pro­ta­go­ni­sti dei loro romanzi.

Il libro si apre con un’improvvisa cata­stro­fe natu­ra­le che cam­bia per sem­pre l’aspetto del Cai­ro. La sce­na ricor­da una tem­pe­sta di sab­bia che ha real­men­te scon­vol­to la capi­ta­le nel dicem­bre 2010 e l’intero roman­zo s’intreccia con la sto­ria dell’Egitto degli ulti­mi cin­que anni. C’è un lega­me con la rivo­lu­zio­ne egiziana?

Ahmed ha ini­zia­to a scri­ve­re que­sto libro pro­prio nel perio­do del­la tem­pe­sta che lo ave­va impres­sio­na­to per­ché gli ricor­da­va le descri­zio­ni sul­la fine del mon­do. Cer­ta­men­te c’è un lega­me con quan­to acca­du­to nel 2011, anno che ha mar­ca­to l’orizzonte tem­po­ra­le egi­zia­no. C’è un pri­ma e un dopo. La poli­ti­ca non è cam­bia­ta, ma tut­ti noi cit­ta­di­ni sì. La rivo­lu­zio­ne più impor­tan­te è sta­ta quel­la socia­le, alla qua­le ha con­tri­bui­to il cam­bia­men­to avve­nu­to all’interno di ognu­no di noi. E Nàgi que­sto cam­bia­men­to l’ha ben rap­pre­sen­ta­to nel pro­ta­go­ni­sta del libro, Bas­sem. Quan­do gli vie­ne chie­sto di rea­liz­za­re il pro­get­to del­la nuo­va metro­po­li, Bas­sem cam­bia pro­spet­ti­va e ini­zia a lavo­ra­re su un pro­get­to che met­te al cen­tro le esi­gen­ze del­la popolazione.

Il Cai­ro descrit­to in que­sto libro è una cit­tà tri­ste, spor­ca, pove­ra e vio­len­ta che non attrae i turi­sti che il gover­no spe­ra pos­sa­no tor­na­re nume­ro­si lun­go il Nilo. Que­sto sor­di­do rea­li­smo ha infa­sti­di­to qualcuno?

Ha infa­sti­di­to parec­chie per­so­ne. L’arte e la liber­tà di espres­sio­ne non pos­so­no però esse­re a ser­vi­zio degli slo­gan. C’è chi dall’alto vuo­le impor­re un’unica nar­ra­zio­ne del­la real­tà. E Nàgi è sta­to puni­to pro­prio per­ché que­sta visio­ne l’ha con­tra­sta­ta, pre­fe­ren­do usa­re altre chia­vi di lettura.

Nel­le visce­re del Cai­ro che voi descri­ve­te, bol­lo­no cose che cer­ca­no di esse­re tap­pa­te da quan­ti vivo­no nei pia­ni alti. Che uma­ni­tà le frequenta?

Sot­to l’immagine Cai­ro pati­na­ta che il gover­no vuo­le mostra­re al mon­do inte­ro ribol­le un’umanità mol­to diver­sa. La strut­tu­ra socia­le del Cai­ro è stra­ti­fi­ca­ta. Per quan­to vi sia la ten­den­za a uni­for­mar­si a un’immagine che vie­ne spes­so impo­sta dall’esterno, sono mol­te le istan­ze anti­con­for­mi­ste. Negli anni che han­no con­dot­to alla rivo­lu­zio­ne del 2011, le visce­re del Cai­ro sono sta­te ter­re­no fer­ti­le per la nasci­ta di quel movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio che è sta­to capa­ce di affron­ta­re un regi­me pluridecennale.

Ora però nei sot­ter­ra­nei del Cai­ro ras­se­gna­zio­ne e timo­re sem­bra­no pre­do­mi­na­re. È così o c’è dell’altro?

Que­sti sono cer­ta­men­te i sen­ti­men­ti domi­nan­ti, ma non sono gli uni­ci. Anzi, la vicen­da di Nàgi mostra che non tut­ti cedo­no alla pau­ra. C’è chi cer­ca di difen­de­re i pro­pri valo­ri per evi­ta­re che gli ven­ga­no sot­trat­ti del tut­to. Non è faci­le, ma se voglia­mo rima­ne­re uma­ni dob­bia­mo aggrap­par­ci a que­sta lot­ta. Altri­men­ti diven­te­re­mo altra cosa, ani­ma­li, come quel­li che han­no volu­to la restau­ra­zio­ne, uni­for­man­do­si alla nar­ra­zio­ne dominante.

Que­sta meta­mor­fo­si è par­te por­tan­te del libro. E la descri­zio­ne di esse­ri uma­ni in for­ma ani­ma­le è quel­la che attrae mag­gior­men­te anche la sua curio­si­tà gra­fi­ca. Perché?

Ahmed mi ha lascia­to ampia liber­tà di lavo­ra­re sul testo, ma mi sono sof­fer­ma­to par­ti­co­lar­men­te sui pas­sag­gi dedi­ca­ti agli ani­ma­li del Cai­ro, ovve­ro gli abi­tan­ti che affol­la­no la capi­ta­le egi­zia­na dei nostri gior­ni. Par­lia­mo di per­so­ne che sono sta­te for­gia­te dall’architettura, dal­la sto­ria, dal traf­fi­co del­la cit­tà nel­la qua­le vivo­no, anzi sopravvivono. Nel libro, Nàgi spie­ga come tut­ti que­sti fat­to­ri, ai qua­li si som­ma la pres­sio­ne del regi­me, rischia- no di ren­de­re gli esse­ri uma­ni figu­re più vici­ne agli ani­ma­li, per­ché senz’anima e sen­za impe­gno poli­ti­co e socia­le. Ho volu­to dare a mol­ti di loro un vol­to spa­ven­to­so, per­ché così sono. La spe­ran­za è che non tut­ti, in Egit­to, diven­tia­mo così.

Nigri­zia — Novem­bre 2016 — Azzur­ra Meringolo

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Il documentarista inquieto mette a nudo l’anima porno del Cairo

NARRATIVA EGIZIANA. AHMED NÀGI

Un giovane dal vorace appetito sessuale svela odi, frustrazioni, famiglie incestuose

La pri­ma doman­da è reto­ri­ca: è anco­ra pos­si­bi­le nel 2016 anda­re in gale­ra per un libro? La secon­da è ter­ra ter­ra: cosa ci sarà mai tra le pagi­ne di ‘Vita: istru­zio­ni per l’uso’ se è basta­ta la pub­bli­ca­zio­ne del suo VI capi­to­lo sul perio­di­co egi­zia­no Akh­bar al Adab per­ché otto mesi fa l’autore Ahmed Nàgi fos­se arre­sta­to e con­dan­na­to a due anni di car­ce­re con l’accusa di oltrag­gio al pudo­re? La rispo­sta a que­sto inter­ro­ga­ti­vo ci por­ta al vero moti­vo per cui leg­ge­re il roman­zo appe­na tra­dot­to in ita­lia­no dall’intraprendente edi­to­re il Siren­te. Per­chè al net­to del soste­gno dovu­to ai let­te­ra­ti imba­va­glia­ti, che a mar­zo ha visto il PEN attri­bui­re a Nàgi il pre­sti­gio­so pre­mio Bar­be­ry Free­dom to Wri­te, c’è la letteratura.

La sto­ria rac­con­ta­ta da Nàgi è come una serie di sca­to­le cine­si il cui valo­re cre­sce via via che la dimen­sio­ne dimi­nui­sce. Il pri­mo livel­lo riguar­da le vicen­de di Bas­sam Bah­gat, gio­va­ne docu­men­ta­ri­sta dal vora­ce appe­ti­to ses­sua­le che all’indomani di un esi­zia­le ter­re­mo­to vie­ne assun­to dal­la miste­rio­sa Socie­tà degli Urba­ni­sti per ripro­get­ta­re, e in real­tà distrug­ge­re, l’anima con­trad­di­to­ria, ma pro­prio per que­sto indo­mi­ta, del­la capi­ta­le egi­zia­na. Oltre Bas­sam però, c’è l’Egitto contemporaneo.

Descri­ven­do i mia­smi, gli umo­ri, le cica­tri­ci ester­ne e quel­le inti­me di una Cai­ro enor­me eppu­re clau­stro­fo­bi­ca, Nàgi ci sug­ge­ri­sce cos’è che, al net­to dei coi­ti, mastur­ba­zio­ni e full immer­sion alco­li­che tra nebu­lo­se di mari­jua­na, ha dav­ve­ro sca­te­na­to l’ira del regi­me con­tro di lui.

La musi­ca è mor­ta negli anni’70” dice a un trat­to Rim, l’amante di Bas­sam che fini­rà per cura­re la pro­pria depres­sio­ne votan­do­si a una nuo­va anni­chi­len­te illu­sio­ne in cui sdop­piar­si, con e sen­za hijab. “caz­za­te-repli­ca lui – Dov’è la tom­ba del­la musi­ca?” e lei “Guar­da il leta­ma­io che hai intorno”.

Chi ha ucci­so la musi­ca al Cai­ro lascian­do gli abi­tan­ti in un silen­zio sini­stro che è sin­to­mo di afa­sia, infan­ti­li­smo poli­ti­co, dispe­ra­to ona­ni­smo fisi­co e intel­let­tua­le? La rispo­sta è nel­le infi­ni­te allu­sio­ni di cui è fin trop­po infar­ci­to il romanzo.

C’è l’anima nera del­la cit­tà, epi­cen­tro del­la rivo­lu­zio­ne del 2011 ma anche tan­fo di ster­co e pira­mi­di di rifiu­ti, don­ne pin­gui rico­per­te da stra­ti di stof­fe nere e uomi­ni in peren­ne quan­to impro­dut­ti­va ecci­ta­zio­ne ses­sua­le, squal­li­di micro-bus all’arrembaggio degli incro­ci fata­li, odio, fru­stra­zio­ne, voglia di rival­sa sul­la Sto­ria, fol­li di Dio, trans, arti­sti, bam­bi­ni di stra­da, poli­ziot­ti con gli occhia­li neri, uomi­ni d’affari obe­si, stra­nie­ri in moto­ri­no in quar­tie­ri sele­zio­na­ti tipo Maa­di, fami­glie ince­stuo­se, inte­ri distret­ti che vivo­no con la cor­ren­te pre­le­va­ta abu­si­va­men­te dai lampioni.

C’è il Gene­ra­le, cari­ca in cui è rias­sun­ta l’identità stes­sa del pote­re, che “da quan­do è al timo­ne­ha pre­clu­so ai gio­va­ni l’accesso alla poli­ti­ca”. Ma ci sono anche loro, i “gio­va­ni agi­ta­ti tra fol­le pre­con­fe­zio­na­te”, l’ombra di quan­to furo­no i teme­ra­ri ragaz­zi di Tah­rir, pove­ri illu­si alla deri­va lad­do­ve non c’è più spa­zio per la ribel­lio­ne e “per­fi­no il caos si agi­ta in aree cir­co­scrit­te o entra nel­la cate­na di pro­du­zio­ne di un enor­me ingra­nag­gio che ope­ra per man­te­ne­re l’equilibrio”.

Ci sono i fana­ti­ci reli­gio­si, la cui pre­sen­za aleg­gia sull’intero roman­zo nel­le for­me più diver­se: il colo­re ver­de (come la natu­ra ma anche come l’Islam) che “non com­par­ve alla vigi­lia del­la tra­ge­dia ma mol­to pri­ma”, la gran­de mani­po­la­tri­ce papri­ka inten­zio­na­ta a devia­re il cor­so del Nilo che “ti aiu­te­rà a vede­re ciò che non si vede e a vede­re ciò che non esi­ste”, la stes­sa Socie­tà degli Urba­ni­sti il cui segre­to più impor­tan­te è “la moda­li­tà con cui tra­smet­te il sen­so di sicu­rez­za , l’avresti avver­ti­to men­tre uno di loro ti strin­ge­va la mano sol­le­van­do­ti il peso dal­le spal­le, come un bam­bi­no pic­co­lo che tro­na nel grem­bo mater­no”. E poi c’è la socie­tà civi­le, allea­ta con la poli­ti­ca e la reli­gio­ne per impe­di­re “che ven­ga a gal­la quan­to avvie­ne nel­le visce­re” del Cairo.

Non rispar­mia nes­su­no Nàgi nel roman­zo illu­stra­to dai fero­ci dise­gni di Ayman al Zor­qa­ni. E quan­do arri­vi al capi­to­lo VI, il cuo­re por­no­gra­fi­co del libro per cui uffi­cial­men­te l’autore è in cel­la, appa­re chia­ro che lì, come nel­le pagi­ne pre­ce­den­ti, la nudi­tà intol­le­ra­bi­le per il regi­me non è quel­la di Bas­sam e le sue aman­ti ma quel­la dell’Egitto con­tem­po­ra­neo, la reli­gio­ne eter­no oppio dei popo­li, il regi­me mili­ta­re stes­so. Il bam­bi­no dei vesti­ti nuo­vi dell’imperatore non avreb­be oggi alcu­na chan­ce al Cairo.

La Stampa/ Tut­to Libri di Fran­ce­sca Paci 22/10/2016

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Ormai Il Cairo è il regno dell’arbitrio”

L’INTERVISTA  Ayman al-Zur­qa­ny — Il dise­gna­to­re in Ita­lia per pre­sen­ta­re un libro mes­so all’indice

di Fran­ce­sca Bellino

Quan­do lo scrit­to­re e blog­ger egi­zia­no Ahmed Nàgi ha scrit­to “Vita: istru­zio­ni per l’uso” non pote­va imma­gi­na­re quan­to gli avreb­be con­di­zio­na­to la vita. L’ha scrit­to pri­ma del­le rivol­te del 2011 con la spe­ran­za di vede­re miglio­ra­re la con­di­zio­ne dei gio­va­ni del Cai­ro, ma la sua schiet­tez­za e il suo talen­to nar­ra­ti­vo sono sta­ti ripa­ga­ti con una con­dan­na del Tri­bu­na­le di Bulaq a due anni di car­ce­re per “offe­sa alla pub­bli­ca mora­le” per i rife­ri­men­ti espli­ci­ti a dro­ga, ses­so e alcool.

Insi­gni­to del Pre­mio Bar­bey Free­dom to Wri­te da Pen Inter­na­tio­nal e ora pub­bli­ca­to in Ita­lia da il Siren­te (tra­du­zio­ne dall’arabo di Eli­sa­bet­ta Ros­si e Fer­nan­da Fischio­ne), il roman­zo è arric­chi­to dal­le illu­stra­zio­ni del dise­gna­to­re Ayman al Zor­qa­ni venu­to in Ita­lia a pre­sen­ta­re il libro in assen­za del­lo scrittore.

Ayman, come sta Ahmed Nàgi?

Non pos­so anda­re a tro­var­lo. Pos­so­no entra­re in car­ce­re solo i paren­ti più stret­ti e gli avvo­ca­ti. Ci scri­via­mo let­te­re e rie­sco a veder­lo duran­te i pro­ces­si, da lon­ta­no. Fisi­ca­men­te non sta male, ma psi­co­lo­gi­ca­men­te sì. I car­ce­rie­ri non gli con­se­gna­no i libri. Non voglio­no dar­gli speranza.

Per­ché è sta­to arrestato?

E’ la pri­ma vol­ta che in Egit­to uno scrit­to­re vie­ne arre­sta­to per un suo testo. Un cit­ta­di­no lo ha denun­cia­to dopo aver let­to sul perio­di­co let­te­ra­rio Akbar el Adab un estrat­to del roman­zo usci­to due anni fa, soste­nen­do che il testo gli ave­va dato “un estre­mo sen­so di males­se­re”, dive­nu­to males­se­re di Sta­to mon­ta­to da un fun­zio­na­rio di poli­zia che pro­ba­bil­men­te vole­va sfrut­ta­re la situa­zio­ne. E così ha ingran­di­to la vicen­da. Ma al fon­do del­la vicen­da c’è un mec­ca­ni­smo inne­sca­to­si con l’arrivo di Al Sisi che ha cau­sa­to anche la mor­te di Giu­lio Regeni.

Ovve­ro?

Con Muba­rak nes­sun pic­co­lo fun­zio­na­rio avreb­be mai potu­to pren­de­re una tale ini­zia­ti­va. Si aspet­ta­va sem­pre un suo ordi­ne. Con Al Sisi, inve­ce, si è avvia­to un nuo­vo feno­me­no che è quel­lo del­le ini­zia­ti­ve dal bas­so, come è acca­du­to con la denun­cia di Nàgi. Ai tem­pi di Muba­rak nes­su­no stra­nie­ro sareb­be sta­to ucci­so e nes­su­no scrit­to­re arre­sta­to sen­za il suo volere.

Qua­li sono le novi­tà sul caso Regeni?

La ver­sio­ne che vie­ne rac­con­ta­ta è che una spia del regi­me ave­va chie­sto allo stu­den­te di aiu­tar­lo ad ave­re un pas­sa­por­to per l’Italia, ma in segui­to a diver­gen­ze l’informatore avreb­be accu­sa­to Rege­ni di esse­re una spia e lo avreb­be denun­cia­to a poli­ziot­ti di bas­so ran­go che, di loro ini­zia­ti­va, lo avreb­be­ro tor­tu­ra­to a morte.

Che cli­ma c’è in Egitto?

Di gran­de pau­ra. Anche chi non ha fat­to nul­la ed è alli­nea­to ai costu­mi tra­di­zio­na­li e con­ser­va­to­ri cai­ro­ti, quan­do incon­tra per stra­da un poli­ziot­to teme gli pos­sa acca­de­re qualcosa.

E gli arti­sti come vivono?

Nel con­stan­te con­tra­sto fra il desi­de­rio di espri­mer­ci e la voglia di dedi­ca­re tem­po alla nostra arte e il biso­gno di oppor­ci alla visio­ne con­ser­va­tri­ce.  Con Muba­rak c’era una liber­tà di espres­sio­ne di fac­cia­ta e dei limi­ti pre­ci­si da non supe­ra­re, quin­di mol­ta auto­cen­su­ra. In “Vita: istru­zio­ni per l’uso” Nàgi mostra le varie cit­tà con­te­nu­te nel Cai­ro, quel­la di super­fi­cie e quel­le sot­ter­ra­nee, la distru­zio­ne del­la metro­po­li e il vuo­to che ne rima­ne. Ma né io, né lui abbia­mo mai avu­to l’intenzione di dire come deve esse­re la Cai­ro del futuro.

Il Fat­to Quo­ti­dia­no 12/10/2016

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Esce in Italia Vita: istruzioni per l’uso Ma lo scrittore è in carcere in Egitto

Non è il primo caso di censura di un’opera letteraria, ma non era mai successo in Egitto che un autore venisse condannato a due anni di prigione per un romanzo

di Vivia­na Maz­za per il Cor­rie­re del­la Sera

Il roman­zo esce gio­ve­dì 6 otto­bre in Ita­lia. Ma l’autore, il tren­tu­nen­ne egi­zia­no Ahmed Nagi, al lan­cio (nei gior­ni pre­ce­den­ti a Roma) non c’era: è in pri­gio­ne. Il 20 feb­bra­io scor­so è sta­to con­dan­na­to a due anni di car­ce­re per «oltrag­gio al pudo­re» a cau­sa del «con­te­nu­to ses­sua­le osce­no». Non è il pri­mo caso di cen­su­ra di un’opera let­te­ra­ria in Egit­to, ma è il pri­mo caso di uno scrit­to­re arre­sta­to per il pro­prio libro.

Si inti­to­la Isti­kh­dam al-Hayat, tra­dot­to come Vita: istru­zio­ni per l’uso dal­la casa edi­tri­ce Il Siren­te. Rac­con­ta la real­tà socia­le del Cai­ro, imma­gi­nan­do un futu­ro disto­pi­co in cui la metro­po­li è sta­ta col­pi­ta da una ter­ri­bi­le cata­stro­fe natu­ra­le e una «Socie­tà degli Urba­ni­sti» vuo­le distrug­ger­ne l’architettura mil­le­na­ria per crea­re un cen­tro futu­ri­sti­co, gover­na­to dal­le mac­chi­ne e dal­la tec­no­lo­gia. Il capi­to­lo che ha mes­so nei guai lo scrit­to­re è il sesto. Vi si rac­con­ta di una sera­ta in cui il pro­ta­go­ni­sta ven­ti­treen­ne Bas­sam beve alcol, fuma hashish e fa ses­so. «Cosa fan­no i gio­va­ni di vent’anni al Cai­ro? — scri­ve l’autore in un pas­sag­gio — Lec­ca­no pupil­le, lec­ca­no fiche, suc­chia­no caz­zi, snif­fa­no pol­ve­re, ina­la­no hashish­mi­sto a son­ni­fe­ri? Fino a quan­do que­sto gene­re di feti­ci­smo con­ti­nue­rà a esse­re ecci­tan­te, inno­va­ti­vo e sti­mo­lan­te? Chi ora sie­de in que­sta stan­za, da gio­va­ne ha pro­va­to mol­te dro­ghe, sia ai tem­pi dell’università che dopo. Ma guar­da­li, sono come atol­li sepa­ra­ti, inca­pa­ci di dare un sen­so ai loro gior­ni sen­za sta­re assieme».

«Triste mentre Ahmed è in carcere»

In Ita­lia è venu­to il coau­to­re di Vita: istru­zio­ni per l’uso. «È tri­ste esse­re qui men­tre Ahmed è in pri­gio­ne», dice al Cor­rie­re Ayman Al Zor­qa­ni, che ha rea­liz­za­to illu­stra­zio­ni che si alter­na­no ai capi­to­li del roman­zo. Ave­va incon­tra­to Ahmed Nagi pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011, ed era rima­sto col­pi­to dal suo sti­le. «Par­la­va di poli­ti­ca in modo sar­ca­sti­co, e per que­sto era più effi­ca­ce, face­va arrab­bia­re le auto­ri­tà per­ché si face­va bef­fe di loro», spie­ga. Nagi si sta­va anche facen­do un nome: Vita, istru­zio­ni per l’uso è il suo secon­do roman­zo pub­bli­ca­to in Ita­lia, dopo l’esordio con Rogers e la Via del Dra­go divo­ra­to dal Sole (Il Siren­te, 2010). I due ave­va­no deci­so subi­to di col­la­bo­ra­re, ma dopo l’inizio del­la rivo­lu­zio­ne sospe­se­ro ogni cosa, per poi ripren­de­re a lavo­ra­re al roman­zo nel 2012.

La rivista di sinistra e il manager della Fratellanza

L’arresto di Nagi è in par­te il frut­to di con­ser­va­to­ri­smo socia­le ma anche di inet­ti­tu­di­ne e ven­det­te per­so­na­li. La sto­ria ce la rac­con­ta Al Zor­qa­ni, in una lun­ga con­ver­sa­zio­ne. Nagi lavo­ra­va per il perio­di­co cul­tu­ra­le Akh­bar Al Adab. Nel 2013, duran­te l’era del­la Fra­tel­lan­za Musul­ma­na, era­no sta­ti piaz­za­ti a capo dei gior­na­li uomi­ni fede­li ai nuo­vi gover­nan­ti. «I gior­na­li­sti di Akh­bar Al Adab sono di sini­stra e atei, men­tre il nuo­vo mana­ger, tale Mag­di Afi­fi, con­ser­va­to­re e reli­gio­so ten­ta­va di con­trol­la­re quel­lo che scri­ve­va­no». È sta­to in que­sto perio­do che uno dei capo­re­dat­to­ri ha pen­sa­to di pub­bli­ca­re un estrat­to del roman­zo al qua­le Nagi sta­va lavo­ran­do. «Ahmed gli ha con­se­gna­to tre capi­to­li tra cui sce­glie­re e poi è par­ti­to per un viag­gio già pre­vi­sto negli Sta­ti Uni­ti — con­ti­nua Al Zor­qa­ni —. Nel frat­tem­po, a metà del 2013 i Fra­tel­li Musul­ma­ni sono sta­ti rove­scia­ti, poi Al Sisi è diven­ta­to pre­si­den­te e ha sosti­tui­to tut­ti mana­ger dei gior­na­li con uomi­ni a lui fede­li. Ma si è dimen­ti­ca­to di Akh­bar Al Adab. E così que­sta è sta­ta l’età dell’oro per il perio­di­co». Infat­ti, «il mana­ger nomi­na­to dai Fra­tel­li Musul­ma­ni non vole­va esse­re epu­ra­to e per­de­re il lavo­ro e così resta­va zit­to, non inter­fe­ri­va con il gior­na­le. Ma quan­do il capi­to­lo sesto di Nagi è sta­to pub­bli­ca­to, c’è sta­to chi l’ha tro­va­to offen­si­vo, anche se il suo con­te­nu­to non è sen­za pre­ce­den­ti. E’ sta­to allo­ra che le auto­ri­tà han­no sco­per­to che Afi­fi era il mana­ger e l’hanno licen­zia­to in tronco».

La furia di Afifi

E allo­ra Afi­fi si è arrab­bia­to. «Ave­va sop­por­ta­to per quat­tro mesi un gior­na­le pie­no di paro­lac­ce e con­te­nu­ti immo­ra­li e sen­za Dio. Pen­sa­va alme­no di poter riu­sci­re a con­ser­va­re il posto — ci dice Al Zor­qa­ni —. A que­sto pun­to non pote­va oppor­si alla deci­sio­ne di Al Sisi, ma alme­no pote­va ven­di­car­si di quei miscre­den­ti. Così deve aver visto nel capi­to­lo del libro di Nagi una spe­cie di dono divi­no: gli per­met­te­va di col­pe­vo­liz­za­re la reda­zio­ne e anche di spin­ge­re il gover­no a esse­re più con­ser­va­to­re. Così è anda­to pres­so l’ordine dei gior­na­li­sti, ha denun­cia­to Akh­bar Al Adab affer­man­do che pub­bli­ca­va por­no­gra­fia, con­te­nu­ti vol­ga­ri e con­tra­ri all’Islam. Le auto­ri­tà han­no cer­ca­to di evi­ta­re che scop­pias­se un caso, non vole­va­no che Afi­fi appa­ris­se come un eroe, ma odia­va­no anche Ahmed e il suo lavo­ro. Quan­do è tor­na­to dagli Sta­ti Uni­ti lo han­no sospe­so, anche se non licen­zia­to. A lui non impor­ta­va. Nel frat­tem­po, abbia­mo com­ple­ta­to la gra­fi­ca e fat­to stam­pa­re il libro in Liba­no, poi la poli­zia doga­na­le egi­zia­na ha dato l’autorizzazione all’ingresso del­le mil­le copie e il roman­zo sta­va aven­do un discre­to suc­ces­so, ne ave­va­mo ven­du­te 900».

La nuova denuncia

Era pas­sa­to un anno, insom­ma, quan­do è arri­va­ta una nuo­va denun­cia, sta­vol­ta da par­te di un pri­va­to cit­ta­di­no, di nome Gha­ni Salah, che si è det­to tur­ba­to dai rife­ri­men­ti al ses­so con­te­nu­ti nel­lo stral­cio pub­bli­ca­to dal­la rivi­sta. Al Zor­qa­ni sospet­ta che l’istigatore fos­se il soli­to Afi­fi. Quel che è cer­to è che nes­su­no si aspet­ta­va che lo scrit­to­re potes­se esse­re arre­sta­to. «Non è la pri­ma vol­ta che la let­te­ra­tu­ra egi­zia­na con­tem­po­ra­nea pre­sen­ta per­so­nag­gi poco edi­fi­can­ti — scri­ve l’arabista Eli­sa­bet­ta Ros­si —: basti pen­sa­re per esem­pio a ‘Abdal­lah, pro­ta­go­ni­sta del roman­zo di Ahmad al-‘Aydi Esse­re ‘Abbas al-‘Abd… che beve alco­li­ci, fuma hashish e intrat­tie­ne rela­zio­ni libe­re con le ragaz­ze; la sua schi­zo­fre­nia lo por­ta a uno sta­dio di alie­na­zio­ne che lo dirot­ta ver­so un rap­por­to con­flit­tua­le con la socie­tà e la cit­tà in cui vive, Il Cai­ro». Cer­to, ci sono sta­ti libri proi­bi­ti in pas­sa­to in Egit­to, sot­to­li­nea Al Zor­qa­ni, sin da «L’Islam e le fon­da­men­ta del pote­re poli­ti­co» di Ali Abdel Raziq nel 1925 (che era in real­tà un libro con­tro il re Fuad) fino al gra­phic novel di Mag­di Sha­fiei ban­di­to nel 2007 per una sce­na d’amore (in real­tà dava fasti­dio il fat­to che cri­ti­cas­se il pre­si­den­te Muba­rak per­ché vole­va tra­smet­te­re il pote­re al figlio). «Ma non c’erano pre­ce­den­ti per l’arresto di Ahmed Nagi. E così lui aspet­ta­va al mas­si­mo una mul­ta, non cer­to il carcere».

La condanna

Le auto­ri­tà di poli­zia e poi il giu­di­ce in appel­lo han­no volu­to fare bel­la figu­ra, secon­do il dise­gna­to­re. Dopo il pro­scio­gli­men­to in pri­mo gra­do, «la pub­bli­ca accu­sa ha deci­so di tra­sfor­ma­re l’indignazione del pri­va­to cit­ta­di­no in indi­gna­zio­ne del­lo Sta­to», ha det­to all’Ansa Ric­car­do Nou­ry, por­ta­vo­ce di Amne­sty Inter­na­tio­nal Ita­lia che ha patro­ci­na­to il libro. A nul­la sono val­se le pro­te­ste di 700 intel­let­tua­li egi­zia­ni e il Pre­mio «Bar­bey Free­dom to Wri­te» con­fe­ri­to da «Pen» al gio­va­ne scrit­to­re. «Ahmed all’inizio pen­sa­va che i media potes­se­ro aiu­tar­lo», spie­ga Al Zor­qa­ni. «C’era sta­to un for­te movi­men­to in suo favo­re. Anche i con­ser­va­to­ri cui non pia­ce que­sto libro e che cre­do­no deb­ba esse­re proi­bi­to non pen­sa­no che lui deb­ba anda­re in prigione».

Prigioniero politico

Secon­do Al Zor­qa­ni, a un cer­to pun­to, Nagi è sta­to visto come un oppo­si­to­re poli­ti­co e ciò ren­de dif­fi­ci­le anche una ridu­zio­ne del­la pena. «Ci sono sta­te cele­bri­tà che in tv han­no det­to che que­sto non è l’Egitto in cui cre­do­no, han­no pre­sen­ta­to que­sto caso come una que­stio­ne per­so­na­le con­tro Al Sisi. E anche le auto­ri­tà lo stan­no trat­tan­do come un pri­gio­nie­ro poli­ti­co. Due set­ti­ma­ne fa, sono sta­ti gra­zia­ti alcu­ni cri­mi­na­li comu­ni, ma lui no, è rima­sto den­tro». Anche Amne­sty Inter­na­tio­nal sospet­ta che la col­pa di Nagi non sia­no sta­ti tan­to i det­ta­gli su ses­so e dro­ga spar­si nel libro, quan­to il rea­li­smo con cui descri­ve «una Cai­ro tri­ste, vio­len­ta, putri­da e cat­ti­va». «Per tut­to il tem­po che vivi o ti muo­vi den­tro al Cai­ro, sei costan­te­men­te deni­gra­to. Sei desti­na­to a incaz­zar­ti. Anche se impie­ghi tut­te le for­ze del­la Ter­ra non puoi cam­bia­re que­sto desti­no. Sei sog­get­to in ogni momen­to ai pet­te­go­lez­zi che ti arri­va­no da sopra e da sot­to, da destra e da sini­stra», riflet­te il pro­ta­go­ni­sta Bas­sam. «La rico­stru­zio­ne del Cai­ro e l’attenzione alla sua archi­tet­tu­ra sono dun­que tema­ti­che cen­tra­li del roman­zo», nota Eli­sa­bet­ta Ros­si che ha inter­vi­sta­to l’autore pri­ma dell’arresto. «L’intento del­la “Socie­tà degli Urba­ni­sti” non sem­bra così distan­te dal­la real­tà: pare qua­si rispon­de­re all’attuale e ambi­zio­so pro­get­to di Al Sisi di costrui­re, coi finan­zia­men­ti sau­di­ti, una moder­na capi­ta­le egi­zia­na nel cuo­re del deserto».

«Il processo» di Kafka (a fumetti)

Al Zor­qa­ni ci dice di aver visto l’amico un mese e mez­zo fa, l’ultima vol­ta. Era den­tro la gab­bia in cui ven­go­no tenu­ti gli impu­ta­ti in tri­bu­na­le. «Non ave­va un brut­to aspet­to, non sta male fisi­ca­men­te, ma è in uno sta­to di pani­co. So dal­la sua fidan­za­ta che non rie­sce a dor­mi­re. E’ in cel­la con altre 40 per­so­ne e vor­reb­be resta­re solo. La buo­na noti­zia è che è un car­ce­re per uomi­ni d’affari cor­rot­ti per­ciò non ci sono scon­tri e zuf­fe, ma non può nem­me­no anda­re in bagno sen­za un guar­dia­no». Al Zor­qa­ni gli ha man­da­to «Il pro­ces­so» di Kaf­ka in ara­bo e «Hush», il fumet­to di Jim Lee. «Quan­do vedo­no i dise­gni, le guar­die non fan­no pro­ble­mi. Pen­sa­no che i fumet­ti sia­no per bambini».

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Libri: in italiano ultimo libro Nàgi, ma lui è in carcere

(di Lucia­na Bor­sat­ti) (ANSA­med) — ROMA, 3 OTT — Una sedia vuo­ta per uno scrit­to­re che non c’è e che in Egit­to detie­ne anche il pri­ma­to di pri­mo auto­re fini­to in car­ce­re per il pro­prio libro. Era quel­la riser­va­ta ad Ahmed Nagi, auto­re di “Vita: istru­zio­ni per l’uso” (Il Siren­te, pp. 270, 18 euro), in un incon­tro ieri a Roma cui ha potu­to par­te­ci­pa­re solo il gra­fi­co Ayman Al Zor­qa­ni, che ha co-fir­ma­to il libro per le sue pro­vo­ca­to­rie illustrazioni.

Il 20 feb­bra­io scor­so Nàgi è sta­to con­dan­na­to a due anni di car­ce­re per ‘oltrag­gio al pudo­re’, dopo che un capi­to­lo del libro — già dato alle stam­pe — era sta­to pub­bli­ca­to su un perio­di­co let­te­ra­rio. Il pro­ces­so era nato dal­la denun­cia di un pri­va­to cit­ta­di­no che si era sen­ti­to tur­ba­to dai rife­ri­men­ti al ses­so fre­quen­ti in un rac­con­to pur pri­ma­ria­men­te incen­tra­to sul­la real­tà socia­le del Cai­ro — metro­po­li che, dopo una ter­ri­bi­le cata­stro­fe natu­ra­le, una “Socie­tà degli Urba­ni­sti”, vuo­le rico­strui­re cam­bian­do­la radicalmente.

Ma dopo il pro­scio­gli­men­to in pri­mo gra­do, “la pub­bli­ca accu­sa ha deci­so di tra­sfor­ma­re l’indignazione del pri­va­to cit­ta­di­no in indi­gna­zio­ne del­lo Sta­to — affer­ma Ric­car­do Nou­ry, por­ta­vo­ce di Amne­sty Inter­na­tio­nal Ita­lia che ha patro­ci­na­to il libro — facen­do scat­ta­re la con­dan­na”. Con­tro la qua­le a nul­la sono val­se le pro­te­ste di 700 intel­let­tua­li egi­zia­ni e il Pre­mio Bar­bey Free­dom to Wri­te con­fe­ri­to da Pen al gio­va­ne scrit­to­re. Tan­to da far pen­sa­re, sot­to­li­nea anco­ra Nou­ry, che la col­pa di Nagi non sia­no sta­ti tan­to i det­ta­gli su ses­so e dro­ga spar­si nel libro, quan­to il rea­li­smo con cui descri­ve “una Cai­ro tri­ste, vio­len­za, putri­da e cat­ti­va”: l’aver mostra­to cioè “l’immostrabile”. “E’ tri­ste esse­re qui con Ahmed in pri­gio­ne”, ha det­to Al Zor­qa­ni. Pare che Nàgi stia fisi­ca­men­te bene, ha aggiun­to, ma sia costret­to a subi­re “mol­te pres­sio­ni psicologiche”.

Il libro — scrit­to pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011 — “è una disce­sa tra le mil­le stra­ti­fi­ca­zio­ni del Cai­ro”, rac­con­ta il gra­fi­co, dove a lui è anda­to tra l’altro il com­pi­to di descri­ve­re con trat­ti impie­to­si “gli ani­ma­li” del­la metro­po­li, ste­reo­ti­pi di per­so­nag­gi che “cer­ca­no di ren­der­si accet­ta­bi­li”. Nagy, noto anche per esse­re sta­to uno dei pri­mi blog­ger egi­zia­ni, non è l’unico auto­re che ha visto la pro­pria ope­ra cen­su­ra­ta, me è sta­to appun­to il pri­mo a subi­re una con­dan­na in car­ce­re gli stes­si moti­vi. In que­sto modo le isti­tu­zio­ni dell’era del pre­si­den­te Sisi han­no volu­to dare “un mes­sag­gio” anche agli altri, sostie­ne il gio­va­ne dise­gna­to­re, e per que­sto dif­fi­cil­men­te potrà ave­re scon­ti di pena. Quan­to al con­sen­so socia­le di cui l’ex gene­ra­le gode, valu­ta Al Zor­qa­ni, è dimi­nui­to rispet­to all’epoca del suo inse­dia­men­to, cer­ta­men­te tra i gio­va­ni e anche per aver man­ca­to di incon­tra­re le aspet­ta­ti­ve di varie clas­si socia­li in cam­po eco­no­mi­co. Ma da qui a dire che non sareb­be ora in gra­do di vin­ce­re nuo­ve ele­zio­ni ce ne pas­sa: dipen­de da chi altro cor­re­reb­be per la cari­ca, lascia capi­re il gra­fi­co, e resta for­te tra gli egi­zia­ni il biso­gno di sta­bi­li­tà che Sisi ha incarnato.

Ma sul fron­te dei media il pano­ra­ma descrit­to da Al Zor­qa­ni è qua­si deser­ti­fi­ca­to: o sono schie­ra­ti con Sisi o sono la voce dei Fra­tel­li musul­ma­ni (estro­mes­si dal pote­re nel 2013, ndr).

Amplia­to inol­te lo spa­zio di mano­vra e di arbi­trio di cui il sin­go­lo appar­te­nen­te agli appa­ra­ti di sicu­rez­za può ora valer­si rispet­to al pas­sa­to: come a dire, spie­ga, che un caso come quel­lo di Giu­lio Rege­ni, tor­tu­ra­to e ucci­so da mani anco­ra igno­te, ai tem­pi dell’ex pre­si­den­te Muba­rak non sareb­be potu­to acca­de­re sen­za che i ver­ti­ci lo sapes­se­ro. (ANSA­med).

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Addio alla gioventù in Egitto

 

Ho visto per la pri­ma vol­ta il mostro nel 2005, al Cai­ro, in cen­tro, davan­ti al sin­da­ca­to dei gior­na­li­sti. Si era radu­na­ta una fol­la di gio­va­ni, ragaz­zi e ragaz­ze, che scan­di­va “kifa­ya!” (basta!). Il mostro è piom­ba­to giù dagli auto­mez­zi del­la poli­zia. Era in divi­sa mili­ta­re, ma anche camuf­fa­to in abi­ti civi­li, e pic­chia­va i dimo­stran­ti. I maschi veni­va­no tra­sci­na­ti sul sel­cia­to, alle fem­mi­ne veni­va­no strap­pa­ti i vesti­ti. È sta­to mol­to trau­ma­ti­co. Pen­sa­va­mo che fos­se la cosa peg­gio­re che il mostro potes­se far­ci.
Pen­sa­va­mo che con l’amore, e inco­rag­gian­do gli altri a veni­re con noi per stra­da, sarem­mo diven­ta­ti più nume­ro­si, che dal­le poche cen­ti­na­ia che era­va­mo sarem­mo diven­ta­ti cen­ti­na­ia di miglia­ia, for­se milio­ni. È così che avrem­mo scon­fit­to il mostro. I gio­va­ni sono inge­nui, han­no buo­ni sen­ti­men­ti e un cuo­re puro.
Ave­vo incon­tra­to la stes­sa inge­nui­tà cin­que anni pri­ma. Nel 2000 ero uno stu­den­te del liceo quan­do mi unii alle mani­fe­sta­zio­ni di soli­da­rie­tà degli stu­den­ti con la secon­da inti­fa­da, che era comin­cia­ta dopo due avve­ni­men­ti: il cri­mi­na­le di guer­ra e futu­ro pri­mo mini­stro israe­lia­no Ariel Sha­ron ave­va visi­ta­to la moschea di al Aqsa sca­te­nan­do la rivol­ta dei pale­sti­ne­si, e un ragaz­zo di 12 anni, Moham­med al Dur­rah, era mor­to tra le brac­cia di suo padre sot­to i col­pi dell’esercito israe­lia­no. I nostri inse­gnan­ti ci inco­rag­gia­va­no a mani­fe­sta­re, ma loro non lo face­va­no. Sfi­la­va­mo in pic­co­li grup­pi furi­bon­di chie­den­do liber­tà per la Pale­sti­na e giu­ran­do che non avrem­mo mai dimen­ti­ca­to Al Dur­rah. Le for­ze di sicu­rez­za ci auto­riz­za­ro­no ad apri­re i can­cel­li del­le scuo­le e dei licei, e a mani­fe­sta­re in grup­pi più nume­ro­si per­cor­ren­do le stra­de di Man­sou­ra, dove ho pas­sa­to gli anni dell’adolescenza.
I ragaz­zi­ni e gli stu­den­ti che mi cir­con­da­va­no era­no paz­zi di gio­ia per­ché ave­va­no otte­nu­to il dirit­to di gri­da­re. Per la pri­ma vol­ta si sen­ti­va­no libe­ri per stra­da. Quan­do i grup­pi di stu­den­ti in cor­teo s’incontravano si sor­ri­de­va­no in manie­ra un po’ sce­ma, come dei bam­bi­ni, e c’erano salu­ti e gran­di scam­bi di abbrac­ci un po’ trop­po tea­tra­li. A Man­sou­ra, come nel resto del pae­se, le scuo­le sono sepa­ra­te per gene­re. Era straor­di­na­rio vede­re ragaz­zi e ragaz­ze che si uni­va­no in que­ste mani­fe­sta­zio­ni, inve­ce del­le soli­te sce­ne di stu­den­ti che aspet­ta­va­no le ragaz­ze davan­ti alle scuo­le per rimor­chiar­le, mole­star­le o sta­re un po’ con loro. Ma la fol­la, le urla e l’entusiasmo, anche se era­no giu­sti­fi­ca­ti, mi tene­va­no lon­ta­no dal mio stes­so grup­po di ami­ci, per non par­la­re dell’ego improv­vi­sa­men­te gigan­te­sco di qual­che esse­re insi­gni­fi­can­te che s’improvvisava tribuno.

Ho sem­pre tro­va­to noio­sa la vita pub­bli­ca, come una serie di spet­ta­co­li tea­tra­li brut­ti ai qua­li sia­mo comun­que costret­ti a partecipare

Cin­que anni dopo mi ero lau­rea­to, e sape­vo che al regi­me di Hosni Muba­rak quel­le mani­fe­sta­zio­ni con­tro Israe­le era­no pia­ciu­te. Le ave­va soste­nu­te e ogni tan­to le ave­va addi­rit­tu­ra isti­ga­te. Muba­rak vole­va che le tele­ca­me­re fil­mas­se­ro le fol­le infu­ria­te men­tre bru­cia­va­no la ban­die­ra israe­lia­na per poter mostra­re quel­le imma­gi­ni e rivol­ger­si alle divi­ni­tà sul­le mon­ta­gne di Oslo e nel­le val­li di Washing­ton dicen­do: “Fin­ché io sarò qui con­trol­le­rò que­sti mostri e gli impe­di­rò di bru­cia­re tut­to”. Quan­do i cit­ta­di­ni han­no comin­cia­to a scen­de­re in piaz­za per pro­te­sta­re con­tro Muba­rak, le for­ze di sicu­rez­za era­no pron­te, e sic­co­me non ave­va­no di fron­te dei mostri (non anco­ra) han­no fat­to tut­to quel che pote­va­no per far­li diven­ta­re tali: li cir­con­da­va­no, strap­pa­va­no i vesti­ti alle ragaz­ze e aggre­di­va­no ses­sual­men­te i ragaz­zi. Ma inve­ce di diven­ta­re mostri, i mani­fe­stan­ti han­no pre­fe­ri­to entra­re in una logi­ca per­den­te, abbrac­cian­do la con­di­zio­ne di vit­ti­me.
Ho sem­pre tro­va­to noio­sa la vita pub­bli­ca, come una serie di spet­ta­co­li tea­tra­li brut­ti e sem­pre ugua­li ai qua­li sia­mo comun­que costret­ti a par­te­ci­pa­re: le ele­zio­ni, i limi­ti alla liber­tà in nome del­la reli­gio­ne e tut­te le altre buf­fo­na­te che tira­no in bal­lo l’idea di nazio­ne, c’invitano all’amore per la patria e ci spie­ga­no come mostrar­lo.
Ho cono­sciu­to altre per­so­ne a cui tut­to que­sto non pia­ce­va per nien­te. Abbia­mo deci­so di fab­bri­car­ci le nostre men­zo­gne su inter­net, una real­tà vir­tua­le che era fuo­ri dal con­trol­lo del­le auto­ri­tà e in con­tra­sto con il puz­zo di chiu­so dei nostri padri e dei loro vec­chi prin­cì­pi mora­li.
L’Egitto sta­va attra­ver­san­do tem­pi gran­dio­si. In tv tut­ti par­la­va­no dell’arrivo del­la demo­cra­zia. Noi, in un ango­lo cie­co del­lo sguar­do dell’autorità, c’inventavamo pic­co­li luo­ghi d’incontro dove orga­niz­za­re del­le feste, le nostre feste, e suo­na­re musi­ca vie­ta­ta alle radio e alle tele­vi­sio­ni sia pub­bli­che sia pri­va­te per­ché non par­la­va d’amore, di lun­ghe ciglia lan­guo­ro­se o di tene­rez­za. È duran­te una di que­ste feste che Alaa Abdel Fat­tah mi ha pro­po­sto di crea­re un sito che pren­des­se in giro quel­lo uffi­cia­le del pre­si­den­te. Ero inca­ri­ca­to di scri­ve­re i con­te­nu­ti. Face­va­mo gio­chi di que­sto tipo: ci chiu­de­va­mo nel­le nostre bol­le vir­tua­li per sbef­feg­gia­re il re nudo e deri­de­re i cor­ti­gia­ni che con­ti­nua­va­no a elo­gia­re i vesti­ti.
Ho cono­sciu­to la mia pri­ma moglie in un forum onli­ne di ammi­ra­to­ri del­la musi­ca di Moha­med Mou­nir. Era­va­mo ado­le­scen­ti, non ave­va­mo anco­ra diciot­to anni, e in die­ci anni spes­so tur­bo­len­ti abbia­mo vis­su­to l’amore, il matri­mo­nio e il divor­zio, un ciclo di vita com­ple­to. Altri si sono cono­sciu­ti nei forum e nei blog dei Fra­tel­li musul­ma­ni, dei Socia­li­sti rivo­lu­zio­na­ri, del club dei feti­ci­sti del pie­de, dei guer­rie­ri di Bin Laden o su Fata­kat, un blog per le casa­lin­ghe. Inter­net ci per­met­te­va di sta­re lon­ta­ni dai capel­li eter­na­men­te neri di Muba­rak. Era una nuo­va casa dove le per­so­ne con idee simi­li pote­va­no ritrovarsi.

Il tenue ron­zio del­le discus­sio­ni di que­sti grup­pi pian pia­no sta­va cre­scen­do e i vec­chi, con l’aiuto dei loro appa­rec­chi acu­sti­ci, se ne accor­se­ro. Deci­se­ro che quel bor­bot­tio veni­va da una gio­ven­tù occi­den­ta­liz­za­ta e inso­len­te. Non pren­de­va­no sul serio quel­le voci, for­se non le capi­va­no pro­prio. Il loro mes­sag­gio, comun­que, era chia­ro: “I vec­chi cada­ve­ri dovreb­be­ro lascia­re spa­zio a quel­li nuovi”.

I gio­va­ni han­no mol­ti trat­ti comu­ni: la pas­sio­ne, l’ipersensibilità e la foga

Gli zom­bi era­no dap­per­tut­to. C’erano il gene­ra­le zom­bi, lo sceic­co zom­bi, il pre­si­den­te zom­bi, l’imprenditore zom­bi, il par­ti­to di gover­no zom­bi, l’opposizione zom­bi, l’islamista mode­ra­to zom­bi e l’islamista radi­ca­le zom­bi. Quan­do sei gio­va­ne ogni zom­bi ti pro­po­ne di diven­ta­re anche tu uno zom­bi e di lasciar per­de­re l’idea­lismo del­la mora­le e dei sogni. Non ave­va­mo scel­ta, era­va­mo costret­ti a vive­re con loro, par­lar­gli, mostrar­ci affet­tuo­si. A vol­te, per pre­cau­zio­ne, elo­giar­li, diven­ta­re discre­ti e cam­mi­na­re tra loro, con le gam­be rigi­de, le brac­cia tese e lo sguar­do vuo­to. Quan­do ren­de­va­mo chia­ro il nostro disac­cor­do o rifiu­ta­va­mo di ingoz­zar­ci con quel­le caro­gne mar­ce che sono le idee di patria e di reli­gio­ne, gli zom­bi ci rispon­de­va­no con la tor­tu­ra, l’isolamento for­za­to o l’emarginazione.
“Dove­te vive­re come han­no vis­su­to i vostri padri”, dice­va­no gli zom­bi. Quel­la vita descrit­ta tan­to bene dal regi­sta Sha­di Abdel Salam nel film La mum­mia, del 1969: una vita da iene, con le ragaz­ze che cam­mi­na­no per stra­da con le spal­le cur­ve in avan­ti e il capo abbas­sa­to sen­za guar­da­re da nes­su­na par­te, né a destra né a sini­stra, mai. Devo­no lasciar­si rimor­chia­re e mole­sta­re sen­za lamen­tar­si, e quan­do rifiu­ta­no di sot­to­met­ter­si agli zom­bi le accu­sa­no di usa­re il loro fasci­no per atti­ra­re i cri­mi­na­li e sedur­li.
Quan­do sono comin­cia­te le mani­fe­sta­zio­ni con­tro la bru­ta­li­tà e le tor­tu­re del­la poli­zia, c’è chi s’è alza­to per accu­sa­re i mani­fe­stan­ti di insul­ta­re le for­ze dell’ordine. Ma le pro­te­ste han­no con­ti­nua­to a cre­sce­re di dimen­sio­ni e d’intensità e alla fine han­no comin­cia­to a chie­de­re la rimo­zio­ne del lea­der degli zom­bi, il gran mae­stro del­la tin­tu­ra per capel­li. Gli zom­bi allo­ra si sono riu­ni­ti per lan­cia­re un appel­lo ai gio­va­ni: “Cari fra­tel­li, fate come se fos­se vostro padre”.
I gio­va­ni han­no mol­ti trat­ti comu­ni: la pas­sio­ne, l’ipersensibilità e la foga. L’eccesso di sen­si­bi­li­tà può fare da car­bu­ran­te alla rivo­lu­zio­ne e far bat­te­re più for­te il san­gue nel­le vene del­le fol­le infu­ria­te, ma può anche susci­ta­re dei sen­ti­men­ti di com­pren­sio­ne, pie­tà e tene­rez­za. È pro­prio per que­sta sen­si­bi­li­tà che il perio­do dopo la rivo­lu­zio­ne è sta­to gui­da­to dal desi­de­rio di ria­bi­li­ta­re le vit­ti­me del­la repres­sio­ne e ven­di­ca­re la loro mor­te. Ma per que­sta stes­sa sen­si­bi­li­tà i figli non han­no ucci­so i loro padri zom­bi.
In mol­te imma­gi­ni del libro foto­gra­fi­co di Pau­li­ne Beu­gnies, Géné­ra­tion Tah­rir (Le Bec en l’Air 2016) si vedo­no acce­se con­ver­sa­zio­ni tra figlie e madri, tra gio­va­ni e vec­chi. Le foto non pos­so­no tra­smet­ter­ci il suo­no, il rumo­re del­le discus­sio­ni, gli urli del­le opi­nio­ni con­trap­po­ste. Ma ci mostra­no con estre­ma chia­rez­za l’immensa auto­ri­tà dei padri zom­bi e fino a che pun­to la gene­ra­zio­ne dei gio­va­ni resta pri­gio­nie­ra dei sen­timenti.
Cono­sce­vo mol­ti ragaz­zi e ragaz­ze che non han­no esi­ta­to a scen­de­re in stra­da, bru­cia­re pneu­ma­ti­ci e met­ter­si in pri­ma linea nel­la bat­ta­glia con­tro gli ele­men­ti cri­mi­na­li del­le for­ze di poli­zia. Ma appe­na il loro tele­fo­no squil­la­va, si appar­ta­va­no in un posto tran­quil­lo per rispon­de­re alla madre: “Sto bene, sono lon­ta­no dagli scon­tri”. Dove­va­no pen­sa­re che la ribel­lio­ne potes­se esi­ste­re in una real­tà paral­le­la, lon­ta­na dal­la vita fami­lia­re. Ho cono­sciu­to atti­vi­sti che si bat­te­va­no per i dirit­ti degli omo­ses­sua­li e non teme­va­no di sol­le­va­re la que­stio­ne in una socie­tà con­ser­va­tri­ce come quel­la egi­zia­na, che difen­de­va­no que­sti dirit­ti nel­le aule di tri­bu­na­le e davan­ti alla poli­zia, ma non riu­sci­va­no a tro­va­re il corag­gio di dichia­rar­si omo­ses­sua­li davan­ti ai geni­to­ri. Ho del­le ami­che che han­no con­ti­nua­to a mostra­re il dito medio alla poli­zia con la testa alta men­tre gli spa­ra­va­no del­le pal­lot­to­le di gom­ma, ma che pian­ge­va­no per le pres­sio­ni dei geni­to­ri e del­la socie­tà e per la dif­fi­col­tà di imma­gi­na­re un futu­ro che non pre­ve­des­se il matri­mo­nio, la mater­ni­tà o l’integrazione nel ciclo di pro­du­zio­ne degli zombi.

Il gene­ra­le non era par­ti­co­lar­men­te intel­li­gen­te, ma gli sceic­chi del Gol­fo lo soste­ne­va­no con entusiasmo

Que­sta esi­ta­zio­ne vigliac­ca spie­ga per­ché la nostra gene­ra­zio­ne ha sem­pre cer­ca­to una via di mez­zo, e alla fine è sta­ta pri­va­ta di tut­to dai suoi padri. “Acco­glie­te l’islam mode­ra­to, vota­te per Moham­med Mor­si”, ci han­no det­to i gio­va­ni isla­mi­sti. “L’islam è que­stio­ne d’identità, una bel­la reli­gio­ne del giu­sto mez­zo che può coe­si­ste­re con la demo­cra­zia. La nostra iden­ti­tà nazio­na­le non c’entra nien­te con la lai­ci­tà”. E poi sono tor­na­ti i vec­chi zom­bi, han­no det­to che non c’era nes­su­na dif­fe­ren­za tra i mili­tan­ti del­lo Sta­to isla­mi­co e noi. Era­va­mo fra­tel­li, dove­va­mo solo rag­giun­ger­li e com­bat­te­re al loro fian­co. Così i gio­va­ni demo­cra­ti­ci dell’élite urba­na si sono pre­ci­pi­ta­ti tra le brac­cia di un gover­no civi­le gui­da­to da un gene­ra­le dell’esercito. Ci han­no spie­ga­to che Al Sisi ave­va occhi che irra­dia­va­no calo­re e affet­to, e che avreb­be sal­va­to la patria facen­do diven­ta­re l’Egitto uno sta­to lai­co. Poi il gene­ra­le ha proi­bi­to ogni dibat­ti­to, ci ha tol­to la liber­tà di paro­la e ci ha sbat­tu­to in gale­ra. Quel­li che sono rima­sti fuo­ri sono fini­ti bru­cia­ti nel­le piaz­ze o davan­ti agli sta­di.
Il gene­ra­le non era par­ti­co­lar­men­te intel­li­gen­te, ma gli sceic­chi del Gol­fo lo soste­ne­va­no con entu­sia­smo, loro, i rap­pre­sen­tan­ti del­le divi­ni­tà occi­den­ta­li nel­la regio­ne. Così gli sceic­chi, gli zom­bi e il gene­ra­le han­no deci­so di toglie­re ai gio­va­ni anche lo spa­zio vir­tua­le. E su inter­net è arri­va­ta la cen­su­ra. Oggi basta un pic­co­lo tweet per fini­re in car­ce­re. Han­no spe­so cen­ti­na­ia di milio­ni per tra­sfor­ma­re la rete in un enor­me cen­tro com­mer­cia­le, con­trol­lan­do­ne il con­te­nu­to con l’aiuto di squa­dre che inva­do­no i social net­work e impon­go­no del­le nuo­ve mode. Se emer­ge la sto­ria di un nuo­vo caso di tor­tu­ra nel­le car­ce­ri egi­zia­ne, vie­ne rapi­da­men­te sepol­ta sot­to mon­ta­gne di post e di clic sull’ultima meta­mor­fo­si del sede­re di Kim Kar­da­shian.
Qual­che set­ti­ma­na fa ho comin­cia­to ad avver­ti­re un dolo­ret­to sor­do al testi­co­lo sini­stro. Il medi­co mi ha det­to che si trat­ta di vari­co­ce­le. Mi ha con­si­glia­to di non resta­re in pie­di trop­po a lun­go, di ridur­re i rap­por­ti ses­sua­li e di aste­ner­mi dal­le ere­zio­ni pro­lun­ga­te. Quan­do gli ho chie­sto la cau­sa del pro­ble­ma, si è limi­ta­to a rispon­de­re, sen­za alza­re gli occhi dal gior­na­le: “Di soli­to è ere­di­ta­rio. Ma anche invec­chia­re non aiu­ta”.
Nien­te più ere­zio­ni pro­lun­ga­te per la nostra gene­ra­zio­ne. Sia­mo disper­si in tut­to il mon­do. Alcu­ni sono in car­ce­re, altri in esi­lio. Altri anco­ra sono pron­ti ad anne­ga­re nel Medi­ter­ra­neo, o pun­ta­no a usci­re dall’inferno e rag­giun­ge­re il para­di­so costruen­do­si una sca­la di teste taglia­te che arri­va fino a dio. Quel­li che sono rima­sti han­no prov­ve­du­to ad assi­cu­rar­si un posto tra gli zom­bi. Appa­io­no in tele­vi­sio­ne come rap­pre­sen­tan­ti dei gio­va­ni, si scat­ta­no sel­fie con gene­ra­li zom­bi e sceic­chi zom­bi, e fan­no a gara per acca­par­rar­si le bri­cio­le lascia­te cade­re dagli emi­ri e dagli sceic­chi del Gol­fo.
Ora è arri­va­to il momen­to di docu­men­ta­re, regi­stra­re e archi­via­re quel che è suc­ces­so. E poi dob­bia­mo dire addio al nostro pas­sa­to e alla gio­ven­tù.
Dicia­mo addio ai nostri dolo­ri e ai nostri affan­ni. Cer­chia­mo, da den­tro, una nuo­va stra­da e una nuo­va rivo­lu­zio­ne. Il peri­co­lo più gran­de è quel­lo di abban­do­nar­si alla nostal­gia, alle vec­chie idee e ai vec­chi prin­cì­pi, di imma­gi­na­re che nel pas­sa­to esi­sta un’età dell’oro, un momen­to di purez­za da ritro­va­re. Il peri­co­lo più gran­de è vene­ra­re un’immagine. Qua­lun­que for­ma di vene­ra­zio­ne – del­la rivo­lu­zio­ne, dei mar­ti­ri o dei valo­ri supe­rio­ri del­le gran­di ideo­lo­gie – rischia di tra­sfor­mar­ti in uno zom­bi sen­za che tu nem­me­no te ne accorga.

(Tra­du­zio­ne di Giu­sep­pi­na Cavallo)

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Fresco di stampa “Cani sciolti” di Muhammad Aladdin

In libre­ria “Cani sciol­ti” dell’autore egi­zia­no Muham­med Alad­din trad. dall’arabo di Bar­ba­ra Benini

Una sto­ria illu­mi­nan­te sul­lo sta­to di salute

dell’attuale socie­tà egiziana”

Per gua­da­gnar­si da vive­re, Ahmed fa lo scrit­to­re di rac­con­ti por­no­gra­fi­ci. Ahmed ha due cari ami­ci: El-Loul, regi­sta tele­vi­si­vo e Abdal­lah, il suo ami­co d’infanzia, mene­fre­ghi­sta nei con­fron­ti del­la vita. Seguen­do le vite di que­sti tre per­so­nag­gi nel­le intri­ca­te e vocian­ti stra­de cai­ro­te, nei loca­li not­tur­ni, 
nel­le desert-roads lon­ta­ne dal­la gran­de metro­po­li, il let­to­re ha uno sguar­do su una par­te del­la popo­la­zio­ne egiziana:
i cosid­det­ti “cani sciol­ti”, gio­va­ni lon­ta­ni dal­la mora­le tra­di­zio­na­li­sta, libe­ri da ogni costri­zio­ne di natu­ra socia­le e abi­tua­ti a cavar­se­la in ogni situa­zio­ne. Sono i gio­va­ni ven­ti-tren­ten­ni che han­no dato vita alle pro­te­ste di piaz­za e anche quel­li che era­no in piaz­za al sol­do dei gover­ni, come tep­pi­sti e pic­chia­to­ri. Un ritrat­to rea­li­sti­co e tra­sver­sa­le dell’attuale socie­tà egiziana.

One of the six egyp­tian wri­ters you don’t know, but you should

The Millions.com

 

Muham­mad Alad­din (Il Cai­ro, 7 otto­bre 1979) è un auto­re egi­zia­no di roman­zi, rac­con­ti e sce­neg­gia­tu­re. Con­si­de­ra­to tra i più bril­lan­ti espo­nen­ti del­la nuo­va gene­ra­zio­ne di scrit­to­ri egi­zia­ni emer­gen­ti, ha pub­bli­ca­to la sua pri­ma rac­col­ta di rac­con­ti nel 2003 e ad oggi è auto­re di quat­tro roman­zi — Il Van­ge­lo di Ada­mo, Il tren­ta­due­si­mo gior­no, L’idolo, Il pie­de - e tre rac­col­te di rac­con­ti — L’altra riva, La vita segre­ta del Cit­ta­di­no M. e Gio­va­ne aman­te, Nuo­vo aman­te - sofi­sti­ca­ti affre­schi, spes­so dai toni noir, di una socie­tà invi­schia­ta in segre­ti e reti­cen­ze. “Cani sciol­ti” è il suo ulti­mo romanzo.

Cover desi­gned by Mag­dy El Sha­fee auto­re di Metro ed. il Sirente/collana Altriarabi

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Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

Arab­Press | Vener­dì 8 mag­gio 2015 | Clau­dia Negri­ni | Pas­sag­gi: “Taxi” di Kha­led al-Khamissi

Dal blog Mil­le e una pagi­na di Clau­dia Negrini

Que­sto pas­sag­gio è trat­to da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si ed è sta­to pub­bli­ca­to in lin­gua ori­gi­na­le nel 2007, ben pri­ma del­la Pri­ma­ve­ra Ara­ba e dell’avvento e cadu­ta dei Fra­tel­li Mus­sul­ma­ni, eppu­re mi ha affa­sci­na­to vede­re quan­to que­sto dia­lo­go sia sta­to profetico.

TASSISTA: Che Dio mi per­do­ni se non pre­go e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tut­to il gior­no! Pure il digiu­no duran­te in Rama­dan, un gior­no lo fac­cio e due no: non ci rie­sco a lavo­ra­re sen­za siga­ret­te! Eppu­re, vor­rei vede­re con tut­to il cuo­re i Fra­tel­li Musul­ma­ni sali­re al potere…e per­ché no? Dopo le par­la­men­ta­ri si è visto che la gen­te li vuole.

IO: Ma se pren­do­no il pote­re e ven­go­no a sape­re che tu non pre­ghi ti appen­de­ran­no per i piedi.

TASSISTA: Mac­ché, allo­ra in andrò a pre­ga­re in moschea, davan­ti a tut­ti quanti.

IO: Per­ché li vuoi al potere?

TASSISTA: E per­ché no?! Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fun­zio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti. Poi pro­vam­mo una via di mez­zo e alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha i mono­po­li, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to d’emergenza. E ci han­no fat­to diven­ta­re pure un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni? Chi lo sa, va a fini­re che funzionano.

IO: In fin dei con­ti vuoi fare solo una pro­va… al mas­si­mo puoi pro­va­re un pan­ta­lo­ne lar­go con una cami­cia stret­ta, ma pro­va­re col futu­ro del paese…

da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008

Taxi

Taxi

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La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro | La città del piacere

La rivi­sta di Ara­blit | 1 feb­bra­io 2011 | Ada Bar­ba­ro

 

Izzat al-Qamḥāwī, Madī­nat al-laḏḏah (La cit­tà del pia­ce­re), Hay’at quṣūr al-ṯaqāfah, al-Qāhi­rah 1997; secon­da edi­zio­ne Dār al-‘ayn, al-Qāhi­rah 2009, pp. 102.

città_del_piacere«Que­sto libro appar­tie­ne ad una scrit­tu­ra nuo­va e ad una visio­ne anco­ra più inno­va­ti­va, dove ori­gi­na­li­tà si mesco­la a moder­ni­tà, cul­tu­ra cela­ta dei sen­ti­men­ti a lin­gua moder­na e tra­boc­can­te; que­sto roman­zo rap­pre­sen­ta una voce for­te e ben distin­ta, che si accom­pa­gna ad altre voci nel pano­ra­ma let­te­ra­rio con­tem­po­ra­neo, fon­da­to su una scrit­tu­ra nuo­va e su pro­spet­ti­ve capa­ci di con­te­ne­re le ansie dell‟uomo e del rea­le, espres­se in modi dif­fe­ren­ti»(1).

Que­sto il giu­di­zio di Ğamāl al-Ġīṭānī, tra le voci più auto­re­vo­li del­la let­te­ra­tu­ra ara­ba con­tem­po­ra­nea, quan­do il roman­zo è appar­so la pri­ma vol­ta nel 1997, pub­bli­ca­to dal­la casa edi­tri­ce cai­ro­ta Hay’at Quṣūr al-Ṯaqāfah. Il testo è giun­to ad una secon­da ristam­pa nel 2009 ed è con­si­de­ra­to oggi una del­le espres­sio­ni più par­ti­co­la­ri del­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria egiziana.

L’autore, ‘Izzat al-Qamḥāwī, è un noto scrit­to­re e gior­na­li­sta: nel­la sua vasta pro­du­zio­ne let­te­ra­ria Madī­nat al-laḏḏah (La cit­tà del pia­ce­re) spic­ca per ori­gi­na­li­tà tan­to nel­lo sti­le che nel­le tema­ti­che affron­ta­te, per ricer­ca­tez­za lin­gui­sti­ca ed espres­si­vi­tà let­te­ra­ria. Il let­to­re ne rima­ne amma­lia­to e avvin­to, vit­ti­ma di quel­lo che, con una for­se non trop­po casua­le asso­nan­za dei temi, il cri­ti­co let­te­ra­rio fran­ce­se Roland Bar­thes ave­va teo­riz­za­to come “il pia­ce­re del testo”(2).

Pro­ta­go­ni­sta di que­sto roman­zo è una cit­tà fuo­ri dal tem­po e dal­lo spa­zio, moder­na rea­liz­za­zio­ne di una sor­ta di uto­pia, pla­sma­ta in fret­ta e furia da un abi­le archi­tet­to. Con­sa­cra­ta alla Dea del Pia­ce­re che qui ave­va costrui­to la sua roc­ca­for­te, que­sta loca­li­tà può, con le sue sem­bian­ze e il suo can­do­re, ingan­na­re i visi­ta­to­ri che si appre­sta­no a lasciar­si con­dur­re nei suoi sen­tie­ri. Non vi sono per­so­nag­gi par­ti­co­la­ri che resta­no impres­si nel­la men­te del let­to­re: gli abi­tan­ti sono del­le ombre, cat­tu­ra­te nel­la loro inti­ma essen­za. Vi è una feli­ci­tà mista a malin­co­nia che alber­ga nei cuo­ri di que­sti uomi­ni, dedi­ti alla pra­ti­ca del pia­ce­re, impri­gio­na­ti in cor­pi leg­ge­ri fat­ti di luce abbagliante.

L‟autore indul­ge in descri­zio­ni che sfio­ra­no la poe­sia per ren­de­re per­ce­pi­bi­li le sfu­ma­tu­re del­la vita di que­sto luo­go, dove non vi è tem­po per la tri­stez­za, poi­ché gli occhi non potran­no pian­ge­re, acce­ca­ti dai colo­ri dell‟arcobaleno che si riflet­to­no nei cri­stal­li del­le vetrine.

Ecco dun­que al-Qamḥāwī dispo­sto a rico­strui­re la sto­ria di que­sta cit­tà, tes­su­ta attra­ver­so riman­di ai rac­con­ti di anzia­ni, all‟intrecciarsi di miti, leg­gen­de e ver­si d‟ispirazione cora­ni­ca, che ren­do­no il testo quan­to mai sug­ge­sti­vo. Gli anzia­ni assi­cu­ra­no che la cit­tà del pia­ce­re fu costrui­ta dai ginn, la cui essen­za si mani­fe­sta nel­la razio­na­li­tà del­le costru­zio­ni. Nei libri di sto­ria si atte­sta che la cit­tà rima­se vuo­ta per set­tan­ta­mi­la anni, fino a quan­do la Dea del Pia­ce­re non vi sce­se per infon­de­re la sua bel­lez­za, pre­an­nun­cian­do una sua nuo­va appa­ri­zio­ne dopo un identico
arco tem­po­ra­le, quan­do il desi­de­rio sareb­be sta­to sul pun­to di dis­sol­ver­si tra gli abi­tan­ti. Sic­ché que­sti ulti­mi, amma­lia­ti dal­la bel­lez­za del­la dea, ne diven­ne­ro schiavi.

al-Qamḥāwī pro­va poi a ricer­ca­re le cau­se del­la gra­dua­le rovi­na di que­sta remo­ta loca­li­tà pie­na di sim­bo­li: in essa l‟autore recu­pe­ra la dimen­sio­ne mito­lo­gi­ca del labi­rin­to, sul­la cui costru­zio­ne si fon­do­no sto­rie diver­se. Secon­do la tra­di­zio­ne, un indo­vi­no pre­dis­se al sovra­no l‟imminente crol­lo del suo regno dovu­to ad un uomo e una don­na, dedi­ti ai pia­ce­ri dell‟amore. Fu allo­ra che il re, inti­mo­ri­to, ordi­nò la rea­liz­za­zio­ne di un deda­lo in cui rin­chiu­de­re i due aman­ti. Ma le leg­gen­de ripor­ta­te dall‟autore sono a tal pro­po­si­to con­tra­stan­ti. Alcu­ni ricor­da­no che fu un mini­stro, impie­to­si­to dal­la vicen­da dei due aman­ti, a far eri­ge­re il labi­rin­to, di modo che, lì rin­chiu­si, i due potes­se­ro vive­re sen­za pro­ble­mi; per altri anco­ra furo­no pro­prio i due aman­ti a rea­liz­za­re il labi­rin­to, per ser­ba­re la loro ani­ma; per
altri, infi­ne, fu la Dea del Pia­ce­re ad edi­fi­car­lo, quan­do si accor­se che la pro­pria bel­lez­za sca­te­na­va l‟invidia altrui. Que­sto intri­ca­to deda­lo di stra­de sem­bre­reb­be ave­re le stes­se carat­te­ri­sti­che del­la cit­tà: lì gli aman­ti con­ti­nue­reb­be­ro a vaga­re anco­ra oggi nel regno del pia­ce­re che in esso alber­ga. Intor­no a que­sta imma­gi­ne al-Qamḥāwī intrec­cia la sua sto­ria, dimen­ti­can­do la mito­lo­gi­ca pre­sen­za del labi­rin­to per buo­na par­te del­la nar­ra­zio­ne fino a quan­do, sul fini­re del libro, la voce nar­ran­te incon­tra un anzia­no uomo ormai impaz­zi­to a cau­sa del­le isti­tu­zio­ni di que­sto luo­go: sarà pro­prio l‟uomo a sve­la­re l‟ultimo lato nasco­sto di que­sta remo­ta loca­li­tà. E così la cit­tà, un tem­po impe­ne­tra­bi­le, è pron­ta ad esse­re con­ta­mi­na­ta dal fasci­no di due fol­li inven­zio­ni: le pata­ti­ne frit­te e la pepsi-cola.
Il roman­zo di al-Qamḥāwī si pone dun­que come una sor­ta di spe­ri­men­ta­zio­ne nel­la nar­ra­ti­va ara­ba con­tem­po­ra­nea: la dimen­sio­ne socia­le del testo è appa­ren­te­men­te cela­ta eppu­re, con una nar­ra­zio­ne che a trat­ti ha qua­si il sapo­re di una fia­ba, l‟autore affron­ta que­stio­ni piut­to­sto scot­tan­ti, lascian­do dive­ni­re que­sta cit­tà un luo­go in cui si con­den­sa­no i difet­ti e gli erro­ri dell‟uomo moderno.

Ada Bar­ba­ro

NOTE
1 Si veda a tal pro­po­si­to la pre­sen­ta­zio­ne fat­ta al testo di al-Qamḥāwī dal­la casa edi­tri­ce Dār
al-„Ayn quan­do l‟opera è sta­ta ristam­pa­ta nel 2009. Si riman­da al link www.elainpublishing.com
2 Roland Bar­thes, Varia­zio­ni sul­la scrit­tu­ra. Il pia­ce­re del testo, Einau­di, Tori­no 1999.

Paro­le chia­ve: Cit­tà del pia­ce­re — Let­te­ra­tu­ra araba -

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L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affri­ca | Vener­dì 23 mar­zo 2012 | Mari­sa Fois |

C’è un re, di cui si festeg­gia il com­plean­no e la noti­zia sul gior­na­le, in pri­ma pagi­na, a carat­te­ri cubi­ta­li, accom­pa­gna­ta da una foto­gra­fia a gran­dez­za natu­ra­le di Sua Mae­stà, ne offu­sca un’altra: “Don­na par­ti­ta e mai più tor­na­ta”.
Lì, in quel Pae­se non ben defi­ni­to, ma che ha carat­te­ri­sti­che ben pre­ci­se – auto­ri­ta­rio, ric­co, auto­re­fe­ren­zia­le – “non era mai suc­ces­so che una don­na fos­se usci­ta e non fos­se più tor­na­ta. L’uomo, inve­ce, pote­va par­ti­re e non tor­na­re per set­te anni e, solo dopo que­sto perio­do, la moglie ave­va il dirit­to di chie­de­re la sepa­ra­zio­ne”. La don­na scom­par­sa era un’archeologa e “ave­va una pas­sio­ne per la ricer­ca del­le mum­mie, una sor­ta di pas­sa­tem­po”, non indos­sa­va il velo, ama­va il suo lavo­ro, era eman­ci­pa­ta. Per­ché è spa­ri­ta? Qual­cu­no l’ha costret­ta o è sta­ta una libe­ra scel­ta? È dav­ve­ro scomparsa?
L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi è una sor­ta di gial­lo intro­spet­ti­vo, che rac­con­ta la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le non solo nei Pae­si auto­ri­ta­ri, ma, in una pro­spet­ti­va più ampia, in ogni socie­tà. For­se pro­prio que­sto ha spin­to l’autrice – scrit­tri­ce e psi­chia­tra, non­ché una tra le più note mili­tan­ti del fem­mi­ni­smo inter­na­zio­na­le –  a non uti­liz­za­re nomi, ma solo cate­go­rie (don­ne e uomi­ni ) in modo che l’immedesimazione potes­se risul­ta­re più sem­pli­ce. Don­ne sot­to­mes­se al lavo­ro, don­ne che lavo­ra­no anche e più degli uomi­ni ma sen­za uno sti­pen­dio, che vie­ne inve­ce paga­to all’uomo che sta al loro fian­co e con cui con­di­vi­do­no il let­to e la casa, a cui sono costret­te a dire sem­pre di sì. Don­ne omo­lo­ga­te.Don­ne domi­na­te socialmente, economicamente e cul­tu­ral­men­te. In più, le rela­zio­ni socia­li sono influen­za­te anche dal petro­lio e dal­la sua poten­za, che ridu­ce l’intero Pae­se in schia­vi­tù, dipen­den­te da una for­za ester­na onnipresente.
Il librousci­to in Egit­to nel 2001, è sta­to subi­to cen­su­ra­to con­dan­na­to dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tem­pi del petro­lio” è, infat­ti, una cri­ti­ca diret­ta a Muba­rak, allo­ra sal­da­men­te al pote­re, e al suo gover­no, for­te­men­te con­di­zio­na­to da inge­ren­ze ester­ne. Ma è anche una cri­ti­ca a chi ten­ta di can­cel­la­re la sto­ria (emble­ma­ti­co è il caso del­la tra­sfor­ma­zio­ne del­le sta­tue che rap­pre­sen­ta­no divi­ni­tà fem­mi­ni­li in divi­ni­tà maschi­li),  alla scar­sa col­la­bo­ra­zio­ne tra don­ne e alla loro pau­ra di anda­re con­tro quel­lo che riten­go­no un desti­no già scrit­to e immo­di­fi­ca­bi­le. La nar­ra­zio­ne è come un viag­gio oni­ri­co: l’archeologa alter­na momen­ti di veglia al sogno, qua­si per non esse­re assor­bi­ta da que­sta monar­chia del petro­lio.

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Ahmed Nagi: il cammello contro Internet nei giorni della protesta egiziana

| Fram­men­ti voca­li in MO:Israele e Pale­sti­na | Saba­to 12 feb­bra­io 2011 |

Ahmed Nagi, egi­zia­no, clas­se 1985, è scrit­to­re e blog­ger. Lavo­ra come redat­to­re per il set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio Akh­bàr el Adab. Ha scrit­to recen­te­men­te Bolgs From Post to Tweet, un reso­con­to del pano­ra­ma Inter­net in Egit­to e Rogers e la Via del Dra­go divo­ra­to dal sole (il Siren­te, 2010). Il suo blog si chia­ma Wasa Kha­ia­lak. In que­sto con­tri­bu­to Nagi rac­con­ta i pri­mi gior­ni del­le mani­fe­sta­zio­ni egi­zia­ne, viste cam­mi­nan­do per le stra­de de Il Cai­ro in pro­te­sta. [Men­tre que­sto pez­zo veni­va scrit­to Omar Sou­lei­man ha annun­cia­to che il Pre­si­den­te egi­zia­no Muba­rak ha lascia­to il pote­re ed è par­ti­to da Il Cai­ro in dire­zio­ne di Sharm el Sheik. Il pote­re è tem­po­ra­nea­men­te nel­le mani dell’esercito.]

Per­so­nal­men­te non ero né a favo­re né con­tra­rio, e quan­do su Face­book mi arri­vò l’invito a par­te­ci­pa­re alle mani­fe­sta­zio­ni del 25 gen­na­io, ave­vo clic­ca­to “for­se”. Le mani­fe­sta­zio­ni tut­to som­ma­to fan­no sem­pre bene: sono bel­le occa­sio­ni per riu­nir­si, e ulti­ma­men­te, in Egit­to spun­ta­va­no come fun­ghi. Pas­seg­gian­do in una qual­sia­si mat­ti­na­ta cai­ro­ta da via Qasr el-Aini a via Abd al-Kha­liq Thar­wat era impos­si­bi­le non imbat­ter­si in alme­no set­te tra mani­fe­sta­zio­ni e sit-in: ognu­no con le sue richie­ste spe­ci­fi­che. Nes­su­na ha mai por­ta­to risul­ta­ti e que­sto riem­pi­va il cuo­re di delu­sio­ne e di dispe­ra­zio­ne­Fin dal­la mat­ti­na il 25 gen­na­io sem­bra­va un gior­no diver­so. Segui­vo dall’ufficio le noti­zie sull’affluenza alle mani­fe­sta­zio­ni: ne sta­va­no scop­pian­do in diver­si gover­na­to­ra­ti diver­si e in varie zone del Cai­ro, al di là di ogni aspet­ta­ti­va. La sera, rag­giun­gen­do Piaz­za Tah­rir, mi tro­vai davan­ti una sce­na com­ple­ta­men­te diver­sa da tut­to quel­lo che ave­vo visto nel­la mia vita: nono­stan­te i lacri­mo­ge­ni e i pro­iet­ti­li di gom­ma, sem­bra­va che in quel­la piaz­za la gen­te stes­se viven­do i momen­ti più feli­ci del­la sua vita: c’erano ener­gie posi­ti­ve. In un gior­no sol­tan­to la spe­ran­za era cre­sciu­ta, si era radi­ca­ta come un albe­ro la cui cre­sci­ta non pote­va esse­re più fer­ma­ta. Mi imbat­tei in un gio­va­ne che vaga­va per le stra­de del cen­tro: «Scu­si, come pos­so arri­va­re a Piaz­za Tah­rir?». Era­va­mo a via Hoda Sha­ra­wi. Men­tre gli indi­ca­vo la piaz­za mi inter­rup­pe: «Ma ci sono anco­ra le mani­fe­sta­zio­ni o è fini­to tut­to?», «No no, ci sono anco­ra». Mi rispo­se di get­to: «È che non cono­sco nes­su­no… Ho rice­vu­to un invi­to su Face­book ed ecco­mi qui…»Sembrava che fos­se­ro deci­ne di miglia­ia di per­so­ne che ave­va­no rice­vu­to quell’invito, che tan­tis­si­mi aves­se­ro clic­ca­to “sì”, ma anche tut­ti quel­li che ave­va­no clic­ca­to “for­se” ave­va­no poi deci­so di scen­de­re in piazza.
Le mani­fe­sta­zio­ni si sus­se­gui­va­no, le for­ze dell’ordine arri­va­va­no da tut­ti i lati e, già dal gio­ve­dì not­te, l’aria de Il Cai­ro era satu­ra di lacri­mo­ge­ni “made in USA” (un rega­lo gene­ro­so da par­te degli Sta­ti Uni­ti, che gli egi­zia­ni non dimen­ti­che­ran­no mai). Ma i linea­men­ti del­la gen­te e lo spie­ga­men­to del­le for­ze dell’ordine ren­de­va­no chia­ro che l’indomani, vener­dì 28 gen­na­io, sareb­be sta­to dav­ve­ro “il gior­no del­la rabbia”Quando mi alzai il vener­dì mat­ti­na sco­prii che la rete dei tele­fo­ni cel­lu­la­ri era inter­rot­ta e che Inter­net era sta­to bloc­ca­to in tut­to l’Egitto. Il mes­sag­gio era chia­ro: il Gover­no sta­va per com­pie­re una strage.
Da via al-Saha­fa uscii ver­so via al-Galaa, in cui avan­za­va un cor­teo gigan­te­sco, pie­no di don­ne e bam­bi­ni. I dipen­den­ti dell’ospedale di al-Galaa lan­cia­va­no le masche­re ai mani­fe­stan­ti per aiu­tar­li a resi­ste­re ai lacrimogeni.
Appe­na rag­giun­gem­mo la fine del­la stra­da ini­ziò la cari­ca: ho visto coi miei occhi un uffi­cia­le che avan­za­va tra le file dei sol­da­ti per lan­cia­re da solo più di quin­di­ci lacrimogeni.
Ho visto coi miei occhi don­ne fug­gi­re coi loro figli.
Ho visto coi miei occhi bam­bi­ni rischia­re di soffocare.
Ho visto coi miei occhi un lacri­mo­ge­no col­pi­re il viso di una don­na sui trent’anni. Por­ta­va il velo ed è mor­ta sul colpo.
Fug­gim­mo dal gas, mi sen­ti­vo sof­fo­ca­re, sta­vo per per­de­re i sen­si. Mi get­tai nel­le stra­di­ne late­ra­li di Bulaq: accet­tai l’invito di mastro Hisham ed entrai nel­la sua offi­ci­na. A Bulaq ho visto il com­mis­sa­rio rila­scia­re ban­di­ti e per­so­ne con pre­ce­den­ti pena­li sol­tan­to per inti­mi­di­re gli abi­tan­ti del quar­tie­re. Ma ho visto anche la gen­te di Bulaq che li arre­sta­va, li pic­chia­va, li costrin­ge­va a indos­sa­re cami­cie da don­na e a gira­re per le stra­de coper­ti dall’onta di aver tra­di­to la gen­te del loro stes­so quar­tie­re. Sono rima­sto bloc­ca­to a Bulaq per cir­ca cin­que ore, men­tre il fra­cas­so del­le gra­na­te lacri­mo­ge­ne e dei pro­iet­ti­li si era fat­to mono­to­no. I rumo­ri si cal­ma­ro­no leg­ger­men­te alla noti­zia del copri­fuo­co e con l’arrivo dei pri­mi car­ri arma­ti. Usci­to da Bulaq, mi dires­si ver­so il cen­tro e poi ver­so piaz­za Tah­rir. Per la pri­ma vol­ta l’aria del Cai­ro ave­va un sapo­re diver­so. I car­ri arma­ti dell’esercito ini­zia­ro­no a dispie­gar­si al palaz­zo del­la radio e del­la tv egi­zia­na, cer­can­do di far­si stra­da ver­so Piaz­za Tah­rir, in cui era­no rima­sti gli ulti­mi uomi­ni del­le for­ze di poli­zia che spa­ra­va­no anco­ra con­tro i mani­fe­stan­ti pro­iet­ti­li, metal­li­ci di gom­ma, e lacri­mo­ge­ni. I nego­zi del­le vie secon­da­rie era­no qua­si tut­ti chiu­si e sui vol­ti del­la gen­te c’era la sor­pre­sa e un sor­ri­so feli­ce. Le stra­de del Cai­ro era­no per la pri­ma vol­ta libe­re, appar­te­ne­va­no a tut­ti. Il cel­lu­la­re non pren­de­va più, nes­sun tele­fo­no squil­la­va, nes­su­no chia­ma­va, ma tut­ti cor­re­va­no, fra­ter­niz­za­va­no e si soste­ne­va­no. Si allun­ga­va­no mani con bot­ti­glie di ace­to, bibi­te gas­sa­te e fet­te di cipol­la. Un momen­to sto­ri­co­Fac­cio anco­ra fati­ca a met­te­re ordi­ne nel­le vicen­de suc­ces­si­ve. Mi sem­bra che tut­to sia suc­ces­so in un gior­no sol­tan­to. I discor­si del Pre­si­den­te sono sem­pre ugua­li, si sus­se­guo­no noti­zie di dimis­sio­ni e nuo­vi inca­ri­chi, sem­pre ugua­li: fac­ce che spa­ri­sco­no per fare posto ad altre masche­re del­le stes­se per­so­ne, fol­le di mani­fe­stan­ti che afflui­sco­no a Piaz­za Tah­rir e in altri gover­na­to­ra­ti. Il regi­me sta gio­can­do le sue ulti­me car­te. Il Pre­si­den­te si affac­cia e per la pri­ma vol­ta: lo sen­tia­mo abban­do­na­re la sua super­bia e rife­rir­si a se stes­so dicen­do «Io» inve­ce di «Noi».
Si trat­ta del­lo stes­so Muba­rak che qual­che set­ti­ma­na fa, quan­do qual­cu­no dell’opposizione ave­vo chie­sto un pare­re a pro­po­si­to di pro­get­ti di rifor­ma, ave­va rispo­sto «lascia­te­li diver­ti­re». Ora, sep­pur par­li con un tono qua­si sup­pli­che­vo­le, con­ti­nua a soste­ne­re che «mori­rà su que­sta ter­ra», cioè che non inten­de dimet­ter­si. Ogni vol­ta che tor­ne­rà in tele­vi­sio­ne l’ira del­la gen­te aumen­te­rà, e si tor­ne­rà a manifestare.
Qual­che ora dopo il pri­mo discor­so del Pre­si­den­te, i suoi soste­ni­to­ri e gli uomi­ni del­le for­ze dell’ordine han­no cer­ca­to di entra­re nel­la piaz­za con la for­za, attac­can­do i mani­fe­stan­ti in sel­la a caval­li, cam­mel­li e muli. Non si trat­ta più di una bat­ta­glia poli­ti­ca: in gio­co c’è la dife­sa del­la civil­tà. L’immagine è chia­ra: sia­mo davan­ti a un regi­me dal­la men­ta­li­tà medie­va­le, che gover­na in nome di un capo­tri­bù. La disob­be­dien­za vie­ne con­si­de­ra­ta una for­ma di male­du­ca­zio­ne e i suoi soste­ni­to­ri caval­ca­no per le stra­de del­la cit­tà caval­li e cam­mel­li. Dall’altro lato ci sono inve­ce i gio­va­ni del nuo­vo Egit­to, espo­nen­ti di tut­to l’arcobaleno poli­ti­co, dai Fra­tel­li Musul­ma­ni alla sini­stra radi­ca­le, uni­ti da Inter­net e dai social net­work. Il cam­mel­lo e il caval­lo con­tro Inter­net e i cel­lu­la­ri, e in mez­zo l’esercito egi­zia­no, con­fu­so, ma comun­que insod­di­sfat­to dei com­por­ta­men­ti del regi­me, sen­za tut­ta­via poter dis­sen­ti­re col suo capo supre­mo, il Pre­si­den­teI miei geni­to­ri si sono incon­tra­ti, si sono inna­mo­ra­ti, si sono spo­sa­ti e poi mi han­no dato alla luce. Sono nato, ho impa­ra­to a cam­mi­na­re, mi sono spun­ta­ti la bar­ba e i baf­fi, mi sono lau­rea­to, i miei capel­li han­no comin­cia­to a cade­re, mi sono spo­sa­to e in tut­to ciò i capel­li di Muba­rak sono anco­ra neri!Il pro­di­gio mag­gio­re di Muba­rak, secon­do la pro­pa­gan­da del suo par­ti­to, è la “sta­bi­li­tà”. Sono sta­to testi­mo­ne, come tan­ti altri scrit­to­ri e intel­let­tua­li, di come il regi­me abbia dato pie­no soste­gno a valo­ri e idee anti­che, e di come abbia eser­ci­ta­to la cen­su­ra con­tro la crea­ti­vi­tà e le pub­bli­ca­zio­ni ori­gi­na­li, con la scu­sa del­la reli­gio­ne o del­la sal­va­guar­dia del­la sicu­rez­za nazio­na­le. Ero accan­to agli ami­ci che han­no per­so il lavo­ro per le loro posi­zio­ni, ero accan­to a Mag­dy el-Sha­fee quan­do il Gover­no ha cen­su­ra­to la pri­ma gra­phic novel in ara­bo, Metro, per i suoi rife­ri­men­ti alle figu­re del par­ti­to cor­rot­to di Muba­ra­kLa cor­ru­zio­ne del regi­me di Muba­rak non si è limi­ta­ta sol­tan­to alla dit­ta­tu­ra e all’economia, ma con l’aiuto del­la mostruo­sa mac­chi­na di pro­pa­gan­da che dif­fon­de­va deci­ne di men­zo­gne e di leg­gen­de ha col­pi­to l’infrastruttura cul­tu­ra­le e socia­le egi­zia­na. Quel­lo che più stu­pi­sce è che ades­so vedia­mo ripe­te­re le stes­se men­zo­gne sui media euro­pei, le ascol­tia­mo sul­la boc­ca di poli­ti­ci di rilie­vo, come la can­cel­lie­ra Mer­kel o Ber­lu­sco­ni, l’amico inti­mo di Muba­rak. Qua­li sono que­ste menzogne?

L’Egitto, come altri pae­si, deve rima­ne­re sot­to un regi­me dit­ta­to­ria­le per garan­ti­re che gli isla­mi­sti non arri­vi­no al potere.
È il con­tra­rio: la dit­ta­tu­ra è uno dei moti­vi alla base del­la dif­fu­sio­ne dei movi­men­ti ter­ro­ri­sti­ci e del ricor­so alla vio­len­za. Que­sto regi­me non è mai sta­to lai­co: sot­to Nas­ser gli isla­mi­sti sono sta­ti tor­tu­ra­ti nel­le pri­gio­ni; Sadat poi li ha usa­ti per ster­mi­na­re i movi­men­ti di sini­stra e i grup­pi libe­ra­li. Com­piu­ta que­sta mis­sio­ne, li ha man­da­ti in Afgha­ni­stan a com­bat­te­re con­tro l’Unione Sovie­ti­ca. Quan­do sono tor­na­ti li ha incar­ce­ra­ti, li ha tor­tu­ra­ti, sen­za avvia­re alcun ten­ta­ti­vo di dia­lo­go. Que­sto li ha por­ta­ti ad allon­ta­nar­si dal­le loro linee di pen­sie­ro e a fidar­si di pagliac­ci del cali­bro di Bin Laden o al-Zar­qa­wi. L’esistenza di un siste­ma demo­cra­ti­co è un dirit­to in qual­sia­si socie­tà ed è l’unico modo per­ché si avvii un dia­lo­go vero tra i diver­si grup­pi socia­li. La demo­cra­zia auten­ti­ca garan­ti­sce il pro­ces­so di inte­gra­zio­ne dei movi­men­ti isla­mi­sti all’interno di uno sta­to civi­le e moder­no. Tro­van­do cana­li veri di par­te­ci­pa­zio­ne al dia­lo­go socia­le e poli­ti­co nes­su­no avrà biso­gno di far­si esplo­de­re per­ché suo padre è sta­to ucci­so sot­to tor­tu­ra o per­ché suo fra­tel­lo è sta­to licenziato.
 
Il rapi­do pas­sag­gio da un siste­ma dit­ta­to­ria­le a uno demo­cra­ti­co può por­ta­re al caos.
Ho sen­ti­to la Mer­kel ripe­te­re que­sta favo­la. Mi ha stu­pi­to il fat­to che fos­se anche lo stes­so pre­te­sto usa­to da Muba­rak per rifiu­ta­re le dimis­sio­ni imme­dia­te. In real­tà quan­do il 28 gen­na­io la poli­zia ha abban­do­na­to le posi­zio­ni e si è riti­ra­ta, in poche ore gli egi­zia­ni si sono orga­niz­za­ti e in ogni quar­tie­re sono nati dei comi­ta­ti popo­la­ri. Negli ulti­mi gior­ni abbia­mo visto che il popo­lo egi­zia­no è sce­so per stra­da per sal­va­guar­da­re le sue pro­prie­tà, per diri­ge­re il traf­fi­co e per rac­co­glie­re la spaz­za­tu­ra, men­tre Muba­rak e il suo nuo­vo Pri­mo Mini­stro non sono capa­ci di nomi­na­re un Gover­no. Abbia­mo visto i musul­ma­ni fare da guar­dia alle chie­se, non c’è sta­ta alcu­na mole­stia ses­sua­le, abbia­mo visto disoc­cu­pa­ti fare la guar­dia a ban­che in cui si sono accu­mu­la­te le for­tu­ne di uomi­ni d’affari cor­rot­ti. Tut­to que­sto è avve­nu­to per­ché gli egi­zia­ni rifiu­ta­no il van­da­li­smo e il caos: sono un popo­lo attac­ca­to e alle isti­tu­zio­ni. La sen­si­bi­li­tà che ha mostra­to la socie­tà egi­zia­na è sta­ta una sor­pre­sa per tan­ti, me com­pre­so, e ci ha mostra­to che que­sta socie­tà è in gra­do di gestir­si sen­za biso­gno del­la custo­dia di un vec­chio gene­ra­le o dei con­si­gli dei lea­der poli­ti­ci europei.
La pre­sen­za di Muba­rak ras­si­cu­ra Israe­le e por­ta avan­ti il pro­ces­so di pace, garan­ten­do quin­di la sta­bi­li­tà in Medio Oriente.
La veri­tà è che in più di due set­ti­ma­ne di mani­fe­sta­zio­ni in tut­te le stra­de e le piaz­ze dell’Egitto non si è sen­ti­to nep­pu­re uno slo­gan reli­gio­so o osti­le a un qual­che pae­se del mon­do. Il regi­me di Muba­rak, che in pub­bli­co dichia­ra di soste­ne­re la pace, in real­tà soste­ne­va le poli­ti­che e le idee dell’odio nei con­fron­ti dell’altro, per poi dipin­ger­si come l’affidabile custo­de dei con­fi­ni e del­la sicu­rez­za del Pae­se. Il regi­me di Muba­rak ha tut­to l’interesse a man­te­ne­re inso­lu­ta la que­stio­ne pale­sti­ne­se, per­ché si trat­ta di una car­ta che può usa­re con ame­ri­ca­ni e euro­pei. Il popo­lo egi­zia­no, per le vite che ha paga­to, aspi­ra sol­tan­to alla pace: nes­su­no met­te in dub­bio l’esigenza di tro­va­re una solu­zio­ne alla cau­sa pale­sti­ne­se basa­ta sul­la legit­ti­mi­tà inter­na­zio­na­leIe­ri sera ha pio­vu­to sui mani­fe­stan­ti di Piaz­za Tah­rir. C’era un ragaz­zo che suo­na­va la chi­tar­ra e can­ta­va entu­sia­sta in mez­zo alla fol­la. Un altro pre­ga­va ver­so l’esterno del­la piaz­za. Una casa­lin­ga era sedu­ta sul mar­cia­pie­de e rac­con­ta­va una sto­ria ai suoi figli. Alcu­ne ragaz­ze si face­va­no le foto accan­to ai car­ri arma­ti. Un gio­va­ne medi­co cura­va le feri­te di un mani­fe­stan­te col­pi­to duran­te un attac­co dei delin­quen­ti di Muba­rak. C’erano gio­va­ni che par­la­va­no di crea­re un sito per docu­men­ta­re gli avve­ni­men­ti di Piaz­za Tah­rir. C’era la festa di matri­mo­nio di due ragaz­zi che han­no deci­so di spo­sar­si in piaz­za, in mez­zo ai mani­fe­stan­ti. C’era un pre­te che si pre­pa­ra­va a cele­bra­re la Mes­sa per l’anima dei mar­ti­ri del­la rivo­lu­zio­ne. C’erano alcu­ni arti­sti che dipin­ge­va­no sul mar­cia­pie­de. C’era un vec­chio che cam­mi­na­va gri­dan­do: «Io sono il popo­lo. E il popo­lo vuo­le la cadu­ta del regime».

Ma il Pre­si­den­te rifiu­ta di dimet­ter­si e i suoi capel­li sono anco­ra neri e lucidi.
A te la scel­ta. Sostie­ni la rivoluzione.

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mer­co­le­dì 9 feb­bra­io 2011 | Mat­teo Baldi |

Le noti­zie che arri­va­no dal Cai­ro in que­sti gior­ni, vio­len­te e con­fu­se, par­la­no di un popo­lo che sta pro­van­do a cam­bia­re le cose, a dispet­to dell’acquiescenza del resto del mon­do. Ma che ruo­lo han­no gli intel­let­tua­li, in una situa­zio­ne come quel­la attua­le? E qua­le voce? Ci sono spa­zi per espri­me­re dis­sen­so, in un pae­se come l’Egitto? E i libri, rac­con­ta­no (o han­no pre­vi­sto) quel che sta acca­den­do? Andia­mo a vedere. 

Il mon­do inte­ro dovreb­be esse­re orgo­glio­so dell’inerzia con cui ha assi­sti­to alla libe­ra­zio­ne del popo­lo egi­zia­no. Il regi­me di Muba­rak era soli­to nomi­na­re mala­vi­to­si e adot­ta­re un regi­me di poli­zia sel­vag­gio per soste­ne­re i mem­bri del suo par­la­men­to e sop­pri­me­re la nostra ani­ma più auten­ti­ca, l’anima del­la liber­tà. Ma noi ci stia­mo impegnando”.
Ci scri­ve dal suo blac­k­ber­ry, con ama­ris­si­ma iro­nia,  Mag­dy El Sha­fee, fumet­ti­sta con­dan­na­to l’anno scor­so in segui­to al pro­ces­so per osce­ni­tà che gli era sta­to inten­ta­to dal­lo Sta­to egi­zia­no. La sua gra­phic novel “Metro”, infat­ti (pub­bli­ca­ta in Ita­lia dal­le edi­zio­ni Il Siren­te), all’interno di una vicen­da di spio­nag­gio, mostra un uomo e una don­na inten­ti in un rap­por­to sessuale.I dise­gni sono sta­ti con­si­de­ra­ti por­no­gra­fi­ci, e quin­di offen­si­vi. Tut­te le copie distri­bui­te al Cai­ro sono sta­te riti­ra­te e distrut­te, e Mag­dy ha dovu­to paga­re un’ammenda sala­ta. Ma sarà dav­ve­ro sola­men­te una que­stio­ne di dise­gni immorali?
Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”, reci­ta la sen­ten­za emes­sa dal Trbu­na­le, e allo­ra si capi­sce for­se meglio cosa pos­sa aver dato tan­to fasti­dio alle auto­ri­tà, in un pae­se (e una cul­tu­ra) in cui il ses­so for­se non vie­ne osten­ta­to pub­bli­ca­men­te ma cer­to non è tabù nel­le con­ver­sa­zio­ni e non può esse­re l’unica ragio­ne per met­te­re all’indice un libro a fumetti.
El Sha­fee, però, non è l’unica vit­ti­ma di un regi­me che mostra un vol­to pre­sen­ta­bi­le sola­men­te al resto del mon­do, e cen­su­ra il dis­sen­so impo­nen­do un con­trol­lo rigi­do anche sul web.
Nei pri­mi gior­ni degli scon­tri, la rete in Egit­to ha subi­to un vero e pro­prio blac­kout, per impe­di­re che le noti­zie di quel che sta­va acca­den­do fil­tras­se­ro ver­so gli altri Pae­si, ma anche per far sen­ti­re più iso­la­ti i blog­ger e tut­ti que­gli egi­zia­ni che tro­va­no in inter­net una fine­stra sul mondo.
Ala ‘Al Aswa­ni, cele­bra­to auto­re di Palaz­zo Yacou­bian (Fel­tri­nel­li edi­zio­ni), pro­muo­ve da anni un salot­to let­te­ra­rio al Cai­ro, cit­tà nel­la qua­le svol­ge la pro­fes­sio­ne di den­ti­sta ed è un intel­let­tua­le cono­sciu­to e rispet­ta­to. L’espressione “salot­to let­te­ra­rio”, però evo­ca imme­dia­ta­men­te imma­gi­ni di con­ci­lian­ti sedu­te che si svol­go­no fra ape­ri­ti­vi e mol­lez­ze – appun­to – salottiere.
Nul­la di più lon­ta­no dal vero, però, nei pae­si in cui la liber­tà di stam­pa è limi­ta­ta, i dirit­ti del­le don­ne sono un argo­men­to pura­men­te acca­de­mi­co e tut­ti i gior­ni la cor­ru­zio­ne che per­mea l’apparato poli­ti­co e ammi­ni­stra­ti­vo del Pae­se vin­co­la ogni serio ten­ta­ti­vo di miglio­ra­re le con­di­zio­ni del­la società.
Ten­go anco­ra i miei semi­na­ri per discu­te­re di que­stio­ni cul­tu­ra­li. Li ten­go dal 1996.
L’ho fat­to anche nei caf­fè, pub­bli­ca­men­te. Nel 2004 il gover­no ha minac­cia­to il pro­prie­ta­rio del caf­fè all’interno del qua­le li tene­va­mo, e allo­ra ci sia­mo spo­sta­ti nel palaz­zo dove ha sede “Kifa­ya” (“Abba­stan­za”), movi­men­to poli­ti­co che rac­co­glie intel­let­tua­li di diver­sa estra­zio­ne”, spie­ga­va Al Aswa­ni in un’intervista rac­col­ta a mar­gi­ne del­la sua par­te­ci­pa­zio­ne alla scor­sa edi­zio­ne del Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, dove l’Egitto era il Pae­se ospite.

Altri scrit­to­ri sono Nawal Al Saa­da­wi, auto­re de L’amore ai tem­pi del petro­lio, Ahmed Nagy, auto­re di Rogers e Kha­led Al Kamis­si, auto­re di Taxi.
I tre libri, oltre al fat­to di esse­re pub­bli­ca­ti in Ita­lia dal­lo stes­so edi­to­re (Il siren­te), han­no in comu­ne la capa­ci­tà di descri­ve­re la socie­tà civi­le egi­zia­na coglien­do­ne al tem­po stes­so la vita­li­tà e le scle­ro­si. Nel caso di Al Kamis­si, ad esem­pio, il Cai­ro è un bru­li­chio inin­ter­rot­to di vita col­to dal fine­stri­no del taxi, e i taxi­sti stes­si sono un pre­ci­pi­ta­to d’Egitto, con il loro lamen­tar­si del­le isti­tu­zio­ni e del­la cor­ru­zio­ne che però non por­ta a nulla.
Rogers”, inve­ce, è ope­ra di un blog­ger segui­tis­si­mo, un’opera ispi­ra­ta addi­rit­tu­ra a “The wall” di Roger Waters. Dal­la sche­da dedi­ca­ta a Ahmed Nagy sul sito de Il siren­te: “… in Egit­to è mol­to noto come blog­ger, ma soprat­tut­to per esse­re uno dei più gio­va­ni redat­to­ri di Akh­bàr el Adab, il pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio diret­to da Gamàl al-Ghi­tà­ni. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. Il suo blog Wasa kha­ia­lak (Allar­ga la tua imma­gi­na­zio­ne), ini­zia­to nel 2005, par­la di socio­lo­gia, pop art, dirit­ti uma­ni e cul­tu­ra: “spe­ri­men­to un diver­so livel­lo di lin­guag­gi per avvi­ci­na­re la gen­te alla letteratura”.

Nawal Al Saa­da­wi, infi­ne, è una pio­nie­ra del fem­mi­ni­smo nel mon­do ara­bo. Scrit­tri­ce e psi­chia­tra, ha sor­ti­to gran­de influen­za sul­le gene­ra­zio­ni più gio­va­ni, pro­prio gra­zie ai suoi libri. Can­di­da­ta­si alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li nel 2004, ha anche pas­sa­to un perio­do in gale­ra duran­te la pre­si­den­za di Sadat, ed è sta­ta iscrit­ta nel­la lista degli obiet­ti­vi di un grup­po fon­da­men­ta­li­sta. L’amore ai tem­pi del petro­lio, sot­to le spo­glie di un roman­zo gial­lo, com­pie un’indagine sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne nei pae­si arabi, muovendo i suoi let­to­ri a una pre­sa di coscienza.
Altra scrit­tri­ce egi­zia­na è Gha­da Abdel Aal, autri­ce di un libro e un blog mol­to segui­to inti­to­la­ti Che il velo sia da spo­sa (pub­bli­ca­to in Ita­lia da Epo­ché). In Egit­to il libro ha cono­sciu­to tale e tan­ta noto­rie­tà che la tele­vi­sio­ne ne ha trat­to uno sce­neg­gia­to, inter­pre­ta­to nel ruo­lo del­la pro­ta­go­ni­sta da una del­le attri­ci più cele­bri del mon­do ara­bo. Ma la sto­ria di Bri­de, gio­va­ne don­na in cer­ca di un mari­to da spo­sa­re per amo­re, è anche la gal­le­ria di una serie di “tipi” che rias­su­mo­no mol­to bene carat­te­ri­sti­che e difet­ti degli uomi­ni cui una don­na “in età da mari­to” può ambi­re in Egit­to, e que­sta è la ragion per cui Gha­da, con il suo alter ego roman­ze­sco, si è gua­da­gna­ta il sopran­no­me di “Brid­get Jones” ara­ba (sopran­no­me che — va det­to — all’autrice non pia­ce per nul­la)… noi abbia­mo inter­vi­sta­to Gha­da Abdel Aal nei dif­fi­ci­li gior­ni del­le pro­te­ste e del­le mani­fe­sta­zio­ni per cac­cia­re il Pre­si­den­te Mubarak.

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L’amore ai tempi del petrolio

Vita | Lune­dì 31 gen­na­io 2011 | Lub­na Ammou­ne |

Visco­so e nero come il petro­lio. Sem­bre­reb­be que­sta la carat­te­ri­sti­ca pecu­lia­re di un amo­re pre­sen­ta­to nel libro di Nawal al-Sa’dawi, scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na, cono­sciu­ta a livel­lo inter­na­zio­na­le per la sua bat­ta­glia in nome dei dirit­ti del­le don­ne e del­la demo­cra­tiz­za­zio­ne nel mon­do ara­bo. In que­sto suo roman­zo, L’amore ai tem­pi del petro­lio, l’autrice per­cor­re una sto­ria den­sa di miste­ro di una don­na di cui non cono­scia­mo il nome. La pro­ta­go­ni­sta è un’archeologa che scom­pa­re sen­za lascia­re trac­cia. Il suo viag­gio, rea­le e allo stes­so tem­po visio­na­rio, si rive­la come il per­cor­so del­la men­te e del­la coscien­za di una don­na che vive in un regno auto­ri­ta­rio in cui tut­to ciò che por­ta il gene­re fem­mi­ni­le a inte­res­si che esu­la­no dal­la casa è sin­to­mo di una malat­tia psi­co­lo­gi­ca. È un mon­do in cui lumi­na­ri del­la Ter­ra non pos­so­no che esse­re uomi­ni, e dun­que è risa­pu­to, anche se taciu­to, il fat­to che ci sia­no sta­te fal­si­fi­ca­zio­ni sto­ri­che ine­ren­ti alla tra­sfor­ma­zio­ne del­le dee in dei, come quan­do Abu al Haul pre­se con la for­za il tro­no e ordi­nò che fos­se­ro rimos­si i seni da una sta­tua fem­mi­ni­le per­ché venis­se aggiun­ta la bar­ba. La ricer­ca­tri­ce scom­pa­re e dall’indomani si leg­ge la noti­zia sui gior­na­li, per­ché nes­su­na don­na ha mai osa­to abban­do­na­re casa e mari­to, disob­be­den­do alle rego­le, tan­to che la poli­zia si chie­de se sia una ribel­le o una don­na dal­la dub­bia mora­le. Men­tre il com­mis­sa­rio inter­ro­ga il mari­to del­la don­na scom­par­sa per far luce sul­le ragio­ni del­la fuga, l’archeologa ripen­sa al suo inna­mo­ra­men­to. Si chie­de se suo mari­to sia vera­men­te suo mari­to. Per­va­sa da que­sto dub­bio arri­va a cre­de­re che l’avesse spo­sa­ta for­se in sua assen­za, men­tre il con­trat­to era sta­to pre­pa­ra­to sen­za di lei, per­ché la don­na non è soli­ta par­te­ci­pa­re al pro­prio matri­mo­nio. L’universo maschi­le si allar­ga e com­pa­io­no altre figu­re, tra cui il dato­re di lavo­ro del­la pro­ta­go­ni­sta e l’uomo con cui deci­de di sta­re quan­do riap­pa­re e per il qua­le lascia il mari­to. Sem­bra­no qua­si mac­chie da cui la don­na si sen­te però inspie­ga­bil­men­te e istan­ta­nea­men­te attrat­ta, respin­ta e distac­ca­ta. La sua fuga potreb­be por­tar­la a ritro­va­re il suo orgo­glio, le sue aspi­ra­zio­ni e la sua dignità. Questo scat­to di auto­co­scien­za e di for­mi­da­bi­le intro­spe­zio­ne si riflet­te e si allar­ga ad altre figu­re fem­mi­ni­li che solo in quel momen­to capi­sco­no che “non sono meri­te­vo­li di un dirit­to che pren­do­no da mani che non sono loro” e che “han­no per­mes­so a loro stes­se del­le con­di­zio­ni che nem­me­no gli ani­ma­li accetterebbero”. Eppure l’archeologa con­ti­nua a strug­ger­si d’amore e non tro­va anco­ra un sen­so da con­fe­ri­re alla sua vita. Così, nel­la luce fio­ca di alcu­ne not­ti in cui il pro­get­to di scap­pa­re appa­re com­piu­to v’è qual­co­sa d’intralcio. Per­ché “fino a quan­do l’uomo avrà la capa­ci­tà di ride­re, la don­na non avrà desi­de­rio di scap­pa­re, alme­no non que­sta notte…”.

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Egitto, la rivolta prevista in un fumetto

Il 25 gen­na­io 2011 la socie­tà civi­le egi­zia­na mani­fe­sta per le stra­de dell’Egitto come mai si era visto negli ulti­mi 30 anni. In con­tem­po­ra­nea con le mani­fe­sta­zio­ni che stan­no scon­vol­gen­do il mon­do ara­bo, la casa edi­tri­ce “il Siren­te” pub­bli­ca il pri­mo gra­phic novel del mon­do ara­bo Metro” di Mag­dy El Sha­fee, che cata­pul­ta il let­to­re negli scon­tri tra poli­zia e mani­fe­stan­ti nel­le piaz­ze del Cai­ro e denun­cia le ingiu­sti­zie, la cor­ru­zio­ne, l’oppressione che il popo­lo egi­zia­no subi­sce ogni giorno. 

Roman­zo a fumet­ti, ambien­ta­to al Cai­ro, nel bel mez­zo dell’insicurezza che inve­ste la sfe­ra finan­zia­ria, ma non rispar­mia nean­che quel­la socia­le. Il pro­ta­go­ni­sta è il signor Shi­hab, un soft­ware desi­gner che, non riu­scen­do a paga­re il debi­to con­trat­to con uno stroz­zi­no, orga­niz­za una rapi­na in ban­ca per risol­ve­re defi­ni­ti­va­men­te i pro­ble­mi finan­zia­ri. Per rea­liz­za­re l’impresa si avvar­rà del­la com­pli­ci­tà dell’amico Musta­fà il qua­le lo lasce­rà a boc­ca asciut­ta e fug­gi­rà con la refurtiva.
“Metro” è un thril­ler, una sto­ria d’amore e un roman­zo poli­ti­co metro­po­li­ta­no che si ani­ma die­tro le quin­te e nei sot­te­ra­nei dell’affascinante e deca­den­te Cairo.

Oltre a “Metro” la casa edi­tri­ce il Siren­te ha pro­po­sto un affre­sco dell’Egitto con­tem­po­ra­neo attra­ver­so la sua let­te­ra­tu­ra più inno­va­ti­va: dal best-sel­ler Taxi” dell’autore Kha­led Al Kha­mis­si dove si rac­con­ta­no gli ulti­mi 30 anni di sto­ria egi­zia­na attra­ver­so le voci saga­ci dei tas­si­sti cai­ro­ti, ai sogni fan­ta­sti­ci dei gio­va­ni egi­zia­ni rac­con­ta­ti dal blog­ger Ahmed Nàgi nel suo “Rogers, pas­san­do per l’oppressione descrit­ta dal­la dis­si­den­te Nawal al-Sa’dawi nel suo ulti­mo lavo­ro “L’amore ai tem­pi del petro­lio.

Non ci basta­no i cam­bia­men­ti deci­si da Muba­rak – affer­ma Mag­dy El Sha­fee in un’intervista da piaz­za Tah­rir al Cai­ro, dove par­te­ci­pa alle mani­fe­sta­zio­ni – non ci basta la nomi­na di Omar Sulei­man come suo vice. Entram­be fan­no par­te del­lo stes­so gover­no di cor­rot­ti. Noi voglia­mo un cam­bia­men­to vero”. Il Cai­ro, 29 gen. — (Adnkronos/Aki)

L’anziano rai’s Hosni Muba­rak, con il suo siste­ma, ”ha ucci­so i sogni dei gio­va­ni egi­zia­ni: per il futu­ro voglia­mo piu’ sogni e meno cor­ru­zio­ne”, affer­ma Kha­led Al Kha­mis­si. Il Cai­ro, 29 gen. — (Adnkronos/Aki)

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Il blogger e scrittore ahmed nagi: nessuna forza politica controlla la rivolta egiziana

Nena News | Vener­dì 28 gen­na­io 2011 | Azzur­ra Merignolo |

Mol­ti movi­men­ti poli­ti­ci tra­di­zio­na­li stan­no ora cer­can­do di par­la­re a nome di que­sti dimo­stran­ti, ma non è affat­to giu­sto per­ché non li rappresentano.

Entu­sia­sti del par­zia­le suc­ces­so otte­nu­to nei gior­ni pre­ce­den­ti anche oggi miglia­ia di egi­zia­ni mani­fe­ste­ran­no in tut­to il pae­se,  gri­dan­do le loro richie­ste a un regi­me che imper­ter­ri­to non rispon­de.  “Il gover­no accen­de e spe­gne  a pia­ci­men­to l’accesso a Face­book  e le con­nes­sio­ni inter­net, spe­ran­do così di con­te­ne­re il pro­pa­gar­si  di una rivol­ta, nata e orga­niz­za­ta nel­la sfe­ra vir­tua­le” dice Ahmed Nagi, -  cele­bre blog­gers sin dai tem­pi di Kifa­ya, gior­na­li­sta, scrit­to­re di “Rogers”, ora tra­dot­to anche in ita­lia­no, e gio­va­ne redat­to­re di Akbar el Adab, il pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio diret­to da Gamal al- Ghi­ta­ni.  

Il gior­no del­la col­le­ra é sfo­cia­to in una som­mos­sa popo­la­re, cosa suc­ce­de­rà nei pros­si­mi gior­ni sul­le spon­de del Nilo?
Sin­ce­ra­men­te, non lo so, vor­rei poter­lo pre­di­re, ma nes­su­no può dire con esat­tez­za quel­lo che acca­drà nei pros­si­mi gior­ni. Le mani­fe­sta­zio­ni che sono ini­zia­te non sono con­trol­la­te da nes­su­na for­za poli­ti­ca. E’ anche que­sto quel­lo che ren­de que­sta som­mos­sa tan­to par­ti­co­la­re e, for­se, inci­si­va. Le per­so­ne che sono sce­se in stra­da in tut­to il pae­se sono cit­ta­di­ni ordi­na­ri, qua­lun­que. Que­sto non vuo­le però dire che non ci tro­via­mo davan­ti a un movi­men­to che è al cen­to per cen­to poli­ti­ca, ha riven­di­ca­zio­ni socio-poli­ti­che e lot­ta per la crea­zio­ne di un nuo­vo siste­ma politico.

Cosa faran­no i movi­men­ti poli­ti­ci che han­no dato soste­gno ai dimo­stran­ti, ma non han­no par­te­ci­pa­to diret­ta­men­te alle manifestazioni?
Mol­ti lea­der di que­sti movi­men­ti han­no di fat­to par­te­ci­pa­to alle dimo­stra­zio­ni, sono sce­si in stra­da per oppor­si al regi­me. Mol­ti movi­men­ti, i Fra­tel­li musul­ma­ni e il Tagam­mu (il par­ti­to comunista)per esem­pio, stan­no ora cer­can­do di par­la­re a nome di que­sti dimo­stran­ti, ma non è affat­to giu­sto per­ché non li rap­pre­sen­ta­no pie­na­men­te.  Anche se voles­se­ro pren­de­re il con­trol­lo sui mani­fe­stan­ti, non potreb­be­ro mai e poi mai riuscirci.

Come sta rea­gen­do il regi­me  a que­sto mon­ta­re di col­le­ra popolare?
Tut­to quel­lo che il gover­no sta facen­do per neu­tra­liz­za­re e disar­ma­re la sfe­ra vir­tua­le e’ un chia­ro indi­ca­to­re del­la pau­ra che i lea­der del regi­me stan­no pro­van­do. Anche le for­ze di poli­zia han­no pau­ra e si leg­ge il timo­re nei loro occhi. Il regi­me si tro­va a dover rispon­de­re a una situa­zio­ne che gli è sfug­gi­ta di mano e non ci è abi­tua­to.  La que­stio­ne si sta facen­do gros­sa. Io non ero anco­ra nato, ma chi è poco più gran­de di me mi rac­con­ta che sce­ne simi­li non si vede­va­no dal 1972.

Mol­tis­si­me per­so­ne, egi­zia­ne e non, in tut­to il mon­do han­no dato ori­gi­ni a mani­fe­sta­zio­ni  in soste­gno alla gior­na­ta del­la col­le­ra, que­sto sup­por­to può esse­re incisivo?
Tut­ti i media stan­no copren­do in manie­ra non ogget­ti­va gli avve­ni­men­ti che stan­no acca­den­do nel l pae­se. Facen­do così non fan­no che soste­ne­re indi­ret­ta­men­te il regi­me. Il gover­no è ter­ro­riz­za­to dall’evolversi degli even­ti, per que­sto ha deci­so imme­dia­ta­men­te di oscu­ra­re i social net­works attra­ver­so i qua­li gli atti­vi­sti sta­va­no por­tan­do avan­ti la loro ribel­lio­ne. Pri­ma ha spen­to twet­ter e poi il rais ha stac­ca­to la spi­na  a Face­book. In alcu­ni quar­tie­ri, Shu­bra per esem­pio, é sta­ta del tut­to taglia­ta la con­nes­sio­ne ad inter­net. Per que­sto moti­vo tut­to il soste­gno che pos­sia­mo rice­ve­re dall’esterno è mol­to uti­le alla nostra cau­sa e al pro­se­gui­men­to del­la sommossa.

Mar­te­dì sera Hila­ry Clin­ton  chie­sto al gover­no e ai mani­fe­stan­ti di usa­re mode­ra­zio­ne dicen­do­si con­vin­ta del­la sta­bi­li­tà del regi­me di Muba­rak e del­le sue inten­zio­ni di rispon­de­re alle richie­ste avan­za­te dal­la popo­la­zio­ne. Come sono sta­te inter­pre­ta­te le paro­le del segre­ta­rio di sta­to americano?
Tut­ti quel­li che era­no a Midan al Tah­rir  -piaz­za cen­tra­le del Cai­ro (ndr)- e han­no sapu­to cosa ave­va det­to il segre­ta­rio di sta­to ame­ri­ca­no han­no avu­to l’ennesima  con­fer­ma che gli Sta­ti Uni­ti sono dal­la par­te de regi­me  e voglio­no con­ti­nua­re a soste­ner­lo.  La poli­zia col­pi­va i mani­fe­stan­ti bom­bar­dan­do­li con lacri­mo­ge­ni e gli Sta­ti Uni­ti dico­no che il regi­me cer­ca di rispon­de­re alle nostre doman­de? E’ come se a lan­cia­re quei lacri­mo­ge­ni ci fos­se­ro sta­ti loro. Hila­ry Clin­ton può ora dire quel­lo che vuo­le, ma per gli egi­zia­ni il mes­sag­gio è mol­to chia­ro: ci sta­te bombardando.

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Rogers e la Via del Drago divorato dal Sole

| Nigri­zia | Dicem­bre 2010 |

«Bat­to con­tro il muro ma nes­su­no rispon­de. Urlo: “Ehi, c’è qual­cu­no?!”. Ma non ci sono por­te né fine­stre. “Ehi­là?!”». Se qual­cu­no annu­sas­se in que­ste righe odo­re di The Wall dei Pink Floyd, ebbe­ne, avreb­be visto giu­sto. È l’autore stes­so che ne «rac­co­man­da viva­men­te l’ascolto, nel cor­so del­la let­tu­ra». Il tito­lo stes­so vuo­le pro­ba­bil­men­te rie­cheg­gia­re il nome dell’autore dei testi del­la band, Roger Waters. Cita­zio­ni let­te­ra­li di The Wall ricor­ro­no da cima a fon­do in que­sto roman­zo che l’autore pre­fe­ri­sce chia­ma­re «gio­co». È, infat­ti, una sor­ta di qua­der­no di memo­rie, sen­za trop­po rispet­to per la cro­no­lo­gia, che potreb­be­ro esse­re rimon­ta­te, sen­za dan­no, in altro ordi­ne. Un «gio­co», for­se, anche per la sua ori­gi­ne: nato da un blog. I gio­va­ni blog­ger egi­zia­ni si sono rita­glia­ti una loro (con­tro­ver­sa) auto­re­vo­lez­za: da chi si fa con­dan­na­re per vio­la­zio­ne del­la cen­su­ra a chi – come è sta­to il caso anche per Gha­da Abdel Aal (Che il velo sia da spo­sa!, Epo­ché) – appro­da alla car­ta stam­pa­ta e scuo­te il mon­do let­te­ra­rio tra­di­zio­na­le. Impres­sio­ne per­so­na­le: Rogers appa­re come un gra­phic novel, para­dos­sal­men­te sen­za immagini.

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Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” alla settima edizione di Terra Futura, Fortezza da Basso, Firenze, 28–30 maggio 2010

 

 

 

 

| Dome­ni­ca 30 Mag­gio | Ore 11.00–12.00 | Stand COSPE |

Kha­led Al Kha­mis­si, “Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no”, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008
Let­tu­re trat­te dal libro “Taxi”, dedi­ca­to «alla vita che abi­ta nel­le paro­le del­la pove­ra gen­te», un viag­gio nel­la socio­lo­gia urba­na del­la capi­ta­le egi­zia­na attra­ver­so le voci dei tas­si­sti. Una rac­col­ta di sto­rie bre­vi che rac­con­ta­no sogni, avven­tu­re filo­so­fi­che, amo­ri, bugie, ricor­di e poli­ti­ca. I tas­si­sti egi­zia­ni sono degli ama­bi­li can­ta­sto­rie che, con disin­vol­tu­ra, con­du­co­no il let­to­re in un deda­lo di real­tà e poe­sia che è l’Egitto dei nostri giorni.
A cura di COSPE
Sarà pre­sen­te il tra­dut­to­re del libro ERNESTO PAGANO con JAMILA MASCAT, cura­tri­ce rubri­ca Ita­lie­ni di Internazionale

Ter­ra Futu­ra è una gran­de mostra-con­ve­gno strut­tu­ra­ta in un’area espo­si­ti­va, di anno in anno più ampia e arti­co­la­ta, e in un calen­da­rio di appun­ta­men­ti cul­tu­ra­li di alto spes­so­re, tra con­ve­gni, semi­na­ri, work­shop; e anco­ra labo­ra­to­ri e momen­ti di ani­ma­zio­ne e spettacolo.
Ter­ra Futu­ra vuo­le far cono­sce­re e pro­muo­ve­re tut­te le ini­zia­ti­ve che già spe­ri­men­ta­no e uti­liz­za­no model­li di rela­zio­ni e reti socia­li, di gover­no, di con­su­mo, pro­du­zio­ne, finan­za, com­mer­cio soste­ni­bi­li: pra­ti­che che, se adot­ta­te e dif­fu­se, con­tri­bui­reb­be­ro a garan­ti­re la sal­va­guar­dia dell’ambiente e del pia­ne­ta, e la tute­la dei dirit­ti del­le per­so­ne e dei popoli.
È un even­to inter­na­zio­na­le per­ché inten­de allar­ga­re e con­di­vi­de­re la dif­fu­sio­ne del­le buo­ne pra­ti­che a una dimen­sio­ne glo­ba­le; per­ché inter­na­zio­na­li sono i nume­ro­si mem­bri del suo comi­ta­to di garan­zia, la dimen­sio­ne dei temi trat­ta­ti e i rela­to­ri chia­ma­ti ad inter­ve­ni­re ai tavo­li di dibat­ti­to e di lavo­ro; infi­ne, per­ché lo sono i pro­get­ti e le espe­rien­ze pre­sen­ti o rap­pre­sen­ta­ti ampia­men­te nell’area espo­si­ti­va, che ospi­ta real­tà ita­lia­ne ed estere.
Nume­ro­si e impor­tan­ti i con­sen­si rac­col­ti negli anni. Oltre 87.000 i visi­ta­to­ri dell’edizione 2009, 600 le aree espo­si­ti­ve con più di 5000 enti rap­pre­sen­ta­ti; 250 ani­ma­zio­ni, 200 gli even­ti cul­tu­ra­li in calen­da­rio e 800 i rela­to­ri pre­sen­ti, fra esper­ti e testi­mo­ni di vari ambi­ti di livel­lo internazionale.

La set­ti­ma edi­zio­ne di Ter­ra Futu­ra si svol­ge­rà sem­pre alla For­tez­za da Bas­so, a Firen­ze, dal 28 al 30 mag­gio 2010.

ORARI:
vener­dì ore 9.00–20.00
saba­to ore 9.30–21.00 (even­ti e spet­ta­co­li fino alle ore 24.00)
dome­ni­ca ore 10.00–20.00

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Sul senso del tradimento

The Arab | Dome­ni­ca 24 mag­gio 2009 | Elea­nor Kilroy |

Con­ver­sa­zio­ne di Elea­nor Kil­roy, The Arab, con Nawal al Sa’dawi*

Nawal al Sa’dawi è sta­ta accu­sa­ta in Egit­to di aver tra­di­to il suo Pae­se, la sua reli­gio­ne e il suo sesso.
Nel libro “Cam­mi­na­re nel Fuo­co”, il suo lavo­ro auto­bio­gra­fi­co, la scrit­tri­ce nar­ra il trau­ma che col­pì il suo pri­mo mari­to, di ritor­no dal­la guer­ra del Cana­le di Suez nel 1956. Un trau­ma che, secon­do Nawal, ebbe ori­gi­ne nel sen­so di tra­di­men­to vis­su­to dall’uomo nel suo rap­por­to con la “san­ta tri­ni­tà”: Nazio­ne, Dio, Fede.
Ave­va fede nel gover­no egi­zia­no, quan­do que­sti ini­ziò ad arruo­la­re gli stu­den­ti naïfs ed idea­li­sti come lui, quan­do dice­va loro “Anda­te sul cana­le e com­bat­te­te”… I ragaz­zi anda­ro­no, fece­ro la guer­ra, quel­li che tor­na­ro­no furo­no arre­sta­ti ed esi­lia­ti. Mio mari­to ebbe un crol­lo psi­co­lo­gi­co, comin­ciò a pren­de­re dro­ga, diven­ne un drogato.”.
Nel­la sua ope­ra ricor­re con­ti­nua­men­te la nozio­ne di tra­di­men­to”, le ho det­to incon­tran­do­la, avan­zan­do l’ipotesi che la pri­ma cosa da respin­ge­re è innan­zi­tut­to l’idea che per “sen­tir­si tra­di­ti” si deb­ba pos­se­de­re una fede irra­zio­na­le. Sa’dawi mi ha cor­ret­ta: “Tal­vol­ta si trat­ta di inganno.”.
Chi ci leg­ge potreb­be tro­va­re nuo­ve liber­tà nel­la vul­ne­ra­bi­li­tà cono­sciu­ta di Nawal Sa’dawi; una vul­ne­ra­bi­li­tà pre­sen­te in tut­ta la sua scrit­tu­ra, tra­ver­sa­ta allo stes­so modo da pas­sio­ne e rab­bia, ma che può esse­re facil­men­te dimen­ti­ca­ta quan­do ci si tro­va di fron­te ad una per­so­na dura, e forte.
Sta­va lì, in pie­di, con le spal­le leg­ger­men­te cur­va­te, la sua pel­le color mar­ro­ne come il limo por­ta­to giù dal Nilo, i suoi capel­li color bian­co neve, fol­ti, lun­go tut­ta la testa…”, così Nawal scri­ve di se stes­sa nel capi­to­lo che apre “Cam­mi­na­re nel fuoco”.
Era il 1993, e la scrit­tri­ce era scap­pa­ta dal­la sua cit­tà nata­le, Cai­ro, dopo che il suo nome era com­par­so sul­la lista del­la mor­te di un movi­men­to fondamentalista.
Ades­so, 16 anni dopo, Nawal sta di fron­te a me, ed appa­re solo un po’ più curva.
L’autrice di mol­te ope­re, tra fic­tion e non, ha accet­ta­to un’intervista con il gior­na­le The Arab nel­la Libre­ria Hou­smans (a Lon­dra, ndt), spe­cia­liz­za­ta in “libri e perio­di­ci di idee radi­ca­li e poli­ti­ca progressista”.
Sul­la stam­pa, la scrit­tri­ce egi­zia­na è nor­mal­men­te defi­ni­ta “la più con­tro­ver­sa autri­ce fem­mi­ni­sta egi­zia­na”, ma io, inve­ce di per­cor­re­re que­sto trac­cia­to, ini­zio con il doman­dar­le cosa ren­de così radi­ca­li le sue idee e le sue azioni.
Atea, apo­sta­ta, paz­za, don­na che odia gli uomi­ni: gli ara­bi e tut­ti colo­ro che la cri­ti­ca­no non usa­no infat­ti mez­ze paro­le, e uti­liz­za­no qua­lun­que insul­to a dispo­si­zio­ne (anche “don­na che va con­tro il suo pro­prio ses­so”, in un libro omo­ni­mo di Geor­ges Tarabishi).
Lei rima­ne fer­ma e immo­bi­le, come davan­ti ai suoi per­so­nag­gi assas­si­ni, il dot­to­re, lo psi­chia­tra, lo scrit­to­re…, ben con­sa­pe­vo­le dei limi­ti che il cor­po e la men­te pos­so­no sopportare.
Nel capi­to­lo tito­la­to “Quel­lo che è sop­pres­so ritor­na sem­pre” di “Cam­mi­na­re nel fuo­co”, Nawal nar­ra come una gio­va­ne dot­to­res­sa di un vil­lag­gio, lei stes­sa, pro­vò ad impe­di­re che una pazien­te di 17 anni, Masou­da, venis­se riaf­fi­da­ta al mari­to, un uomo mol­to più anzia­no, che l’aveva vio­len­ta­ta per cin­que anni. Un ope­ra­to­re social’e del vil­lag­gio ordi­nò inve­ce alla ragaz­za di ritor­na­re a casa, denun­cian­do la Saa­da­wi alle Auto­ri­tà loca­li per­ché ave­va com­mes­so “un’azione di man­can­za di rispet­to per i valo­ri mora­li ed i costu­mi del­la nostra socie­tà” e per aver inci­ta­to “le don­ne a ribel­lar­si alla Leg­ge divi­na dell’Islam”.
Una set­ti­ma­na dopo Masou­da si lasciò soffocare.
Ci sono mol­te for­me di cru­del­tà — la stes­sa Sa’dawi par­la altro­ve di “stu­pro eco­no­mi­co” -, ma l’idea che la fedel­tà a ciò che è cono­sciu­to come inno­cua cre­den­za spi­ri­tua­le pre­val­ga sul­le nostre respon­sa­bi­li­tà ver­so la salu­te del cor­po e del­la men­te, è una del­le idee più peri­co­lo­se del gior­no d’oggi.
“Vivia­mo tut­ti sot­to una sola reli­gio­ne e una sola cul­tu­ra”, dice Nawal ai qua­ran­ta ascol­ta­to­ri arri­va­ti alla libre­ria per ascol­tar­la, “il Patriar­ca­to Capitalista”.
Poi vie­ne la doman­da che ho temu­to sin dall’inizio. Chie­de una gio­va­ne don­na: “Non pen­sa che la sua scrit­tu­ra inco­rag­gi chi è con­tro l’Islam, e sof­fi sul fuo­co dell’intolleranza con­tro gli immigrati?”.
Mol­ti intel­let­tua­li di sini­stra potreb­be­ro irri­tar­si per un’accusa impli­ci­ta come que­sta, ma non la Sa’dawi che rispon­de edu­ca­ta­men­te “Sono con­tro la paro­la tra­di­men­to. Abbia­mo per­so la capa­ci­tà di cri­ti­ca per­ché abbia­mo pau­ra di esse­re accu­sa­ti di tradimento.”.
La ragaz­za insi­ste, “guar­di il modo in cui le don­ne musul­ma­ne sono trat­ta­te in Fran­cia, si proi­bi­sce loro di indos­sa­re il velo.”.
Sa’dawi spie­ga, “…si può sfi­da­re il colo­nia­li­smo affi­dan­do­si solo al velo? Non sareb­be più impor­tan­te orga­niz­za­re i grup­pi degli immi­gra­ti e con­tra­sta­re le poli­ti­che gover­na­ti­ve discri­mi­na­to­rie? È chia­ro che non si può cri­ti­ca­re solo l’Islam, quan­do ciò avvie­ne sia­mo di fron­te ad un movi­men­to solo poli­ti­co…”., tut­te le reli­gio­ni o le ideo­lo­gie, per­si­no l’anti-imperialismo in alcu­ne del­le sue sfac­cet­ta­tu­re, chie­do­no sacri­fi­ci, sino al san­gue.
Non è comu­ne che una comu­ni­tà di appar­te­nen­za par­li di scrit­tri­ci che l’hanno descrit­ta in modo poco lusin­ghie­ro: pau­ro­sa di tra­di­re un’identità etni­ca o reli­gio­sa, si sen­te sot­to accu­sa a tal pun­to da sot­to­por­re la scrit­tri­ce alle cri­ti­che più ven­di­ca­ti­ve, ritraen­do­la come una traditrice.
Que­stio­ne di malin­te­si o di per­di­ta di vista del moti­vo per cui com­bat­to­no, la bra­va gen­te rima­ne così invo­lon­ta­ria­men­te imbri­glia­ta nel­le brut­te que­stio­ni poli­ti­che dell’identità.
In “Cam­mi­na­re nel Fuo­co”, appa­re chia­ro che la stes­sa Sa’dawi è fede­le ad un’idea: che il sin­go­lo indi­vi­duo, sia egli uomo o don­na, deb­ba pren­de­re coscien­za del suo cor­po e del­la sua vita. Una con­sa­pe­vo­lez­za mol­to più impor­tan­te di qual­sia­si que­stio­ne etni­ca, reli­gio­sa, di iden­ti­tà di gene­re e di affi­lia­zio­ne poli­ti­ca, per­ché l’unica cosa che ci uni­sce è il fat­to di essere.
“Sia­mo cre­sciu­ti in modo distor­to, men­tal­men­te e fisi­ca­men­te; loro non ci han­no solo taglia­to i nostri geni­ta­li, la socie­tà ha cir­con­ci­so i nostri cer­vel­li con la reli­gio­ne, la scien­za e la poli­ti­ca, in que­sto modo abbia­mo per­so la nostra abi­li­tà ad esse­re crea­ti­ve, ad ave­re un’ampia visio­ne di noi stes­se e del mondo..
In tut­ti i miei libri emer­ge chia­ra­men­te che sono una dot­to­res­sa, par­lo di pro­ble­mi fisi­ci, ma non solo; par­lo anche di eco­no­mia, reli­gio­ne, sto­ria, antro­po­lo­gia e poli­ti­ca. Sono una psi­chia­tra e par­lo di malat­tia mentale.
Tut­ti noi rice­via­mo cono­scen­ze fram­men­ta­te sul fisi­co e la men­te come enti­tà sepa­ra­te, ed anche que­sta è un’idea reli­gio­sa, la frat­tu­ra tra il cor­po e la men­te è una cosa total­men­te inna­tu­ra­le. Quan­do scri­vo, io scri­vo con entram­bi, il cor­po e la mente”..
È que­sta sen­si­bi­li­tà del fisi­co intrec­cia­ta alla vul­ne­ra­bi­li­tà del­la men­te che la spin­ge a cri­ti­ca­re aper­ta­men­te le accu­se dei col­le­ghi, le san­zio­ni del gover­no e le minac­ce di mor­te degli estre­mi­sti islamici.
Sem­pre in “Cam­mi­na­re nel fuo­co”, penul­ti­mo capi­to­lo “Una rivo­lu­zio­ne abor­ti­ta”, la scrit­tri­ce rac­con­ta di come, nell’estate del 1968, dopo che l’Egitto vie­ne scon­fit­to da Israe­le nel­la guer­ra del 1967, lei deci­da di far par­te di un grup­po di medi­ci volon­ta­ri invia­ti nei cam­pi dei pro­fu­ghi pale­sti­ne­si in Gior­da­nia. Una vol­ta lì, si spo­sta in ambu­lan­za per aiu­ta­re i feriti.
Una not­te l’ambulanza sal­va un com­bat­ten­te del­la guer­ri­glia seria­men­te feri­to. Tre mesi dopo, Nawal Sa’dawi lo vede cam­mi­na­re su una sedia a rotelle.
Ave­va per­so entram­be le gam­be ed un brac­cio, era solo un tron­co”.
Duran­te la sua ulti­ma not­te nel cam­po, va ad incon­tra­re il com­bat­ten­te, di nome Ghas­san, che la aspet­ta sul­la sua sedia a rotel­le, fuo­ri la ten­da. È mori­bon­do, par­la aper­ta­men­te alla “dot­to­res­sa”, le rac­con­ta i suoi desi­de­ri, vie­ne fuo­ri la sua con­sa­pe­vo­lez­za su come la socie­tà trat­ta i più deboli:
Tut­ti quei cor­pi lascia­ti nel­le ten­de, sono pove­ri ragaz­zi come me. Non han­no nul­la, solo i loro cor­pi. Ma in real­tà non pos­seg­go­no nean­che quel­li, i loro cor­pi appar­ten­go­no ai capi, feto­re di mor­te compreso.
Un gior­no la diri­gen­za ha deci­so di apri­re un fasci­co­lo su me, ero ormai con­si­de­ra­to un vete­ra­no han­di­cap­pa­to gra­ve, una sor­ta di men­di­can­te o non so cosa, dal momen­to che ho dovu­to rac­co­glie­re quel­lo che gli altri but­ta­va­no via per nutrir­mi. Solo se veni­va un’importante per­so­na­li­tà a far­ci visi­ta, ci radu­na­va­no tut­ti insie­me in un luo­go spaz­za­to e puli­to, con le ban­die­re e gli stri­scio­ni. Inve­ce di esse­re l’orgoglio del­la nostra Nazione…sono diven­ta­to un moti­vo di ver­go­gna, una mac­chia sul­la nostra repu­ta­zio­ne che dove­va esse­re occul­ta­ta o nasco­sta
.”.
Ghas­san rac­con­ta la sua sto­ria rivol­gen­do­si in pri­ma per­so­na all’ascoltatrice “don­na”:
la pri­ma paro­la d’insulto che hai ascol­ta­to nel­la tua vita è o non é sta­ta “mara”?… I miei nemi­ci han­no fat­to a pez­zi il mio cor­po, ma per me è sta­to meno dolo­ro­so di que­sto insul­to che gli altri mi han­no spu­ta­to addosso”.
La paro­la “mara” in ara­bo col­lo­quia­le signi­fi­ca “don­na” ma, a dif­fe­ren­za del ter­mi­ne clas­si­co “mara’a”, vie­ne uti­liz­za­ta in sen­so dispre­gia­ti­vo per defi­ni­re una don­na con­si­de­ra­ta inu­ti­le, un peso per la società.
Nel­la sua nar­ra­ti­va, Sa’dawi osser­va e regi­stra scru­po­lo­sa­men­te le feri­te fisi­che così come le diver­se mani­fe­sta­zio­ni del tor­men­to men­ta­le, assol­ve poche per­so­ne ma ne accu­sa tan­te: il Pote­re e colo­ro che, per igno­ran­za e ser­vi­li­smo, si sono resi com­pli­ci del­la sof­fe­ren­za del­le fasce più fra­gi­li del­le loro società.
Nel­la sua rela­zio­ne medi­ca su Masou­da, scri­ve che la sua gio­va­ne pazien­te ave­va ripor­ta­to gra­vi lesio­ni ana­li a cau­sa del­lo stu­pro ripe­tu­to da par­te di un uomo adul­to. Aggiun­ge che “la ragaz­za non ha tro­va­to alcu­na via d’uscita se non la malat­tia men­ta­le.”.
Chie­do alla scrit­tri­ce: come si può per­do­na­re chi, come nel caso di Masou­da, si appel­la alle leg­gi divi­ne per giu­sti­fi­ca­re la resti­tu­zio­ne del­la vit­ti­ma al suo aggressore?
Repli­ca,: “la mia rab­bia è sem­pre inca­na­la­ta nel­la scrit­tu­ra crea­ti­va, non sono una per­so­na adi­ra­ta tout court.”. “Sono una don­na sorridente,felice; mol­te per­so­ne quan­do mi incon­tra­no riman­go­no stu­pi­te per­ché pen­sa­va­no di tro­va­re una “fem­mi­ni­sta arrab­bia­ta”! Tut­te le mie rab­bie si river­sa­no nel mio lavo­ro, sono pub­bli­che, ed è un segno ester­no impor­tan­te per­ché mol­te don­ne han­no pau­ra di mostrar­le, que­ste rab­bie. Alcu­ne le diri­go­no ver­so se stes­se, svi­lup­pa­no depres­sio­ne e nevrosi.
La rab­bia è inve­ce un’emozione mol­to posi­ti­va, anche gli ani­ma­li si arrab­bia­no se stan­no lot­tan­do; alla ste­sa sana manie­ra, gli esse­ri uma­ni si arrab­bia­no quan­do ven­go­no pic­chia­ti, quan­do sono espo­sti all’oppressione o all’ingiustizia.
Il pun­to è come le don­ne usa­no la loro rab­bia, con­tro se stes­se? Con­tro il mari­to? Voglio­no ucci­der­lo inve­ce che divor­zia­re? Ma per­ché? Pri­ma divor­zio, e poi recla­mo la mia vita! Io sono con­tro l’omicidio, a meno che tu non ucci­da come il per­so­nag­gio Fir­daus. La don­na a Pun­to Zero, che difen­de la sua vita.
I miei scrit­ti sono una pro­te­sta con­tro Dio, la reli­gio­ne e la spi­ri­tua­li­tà, che non libe­ra le don­ne ma aumen­ta sol­tan­to la loro oppressione.”.
Nawal Sa’dawi ricor­da che quan­do era una bam­bi­na che anda­va a scuo­la, nell’Egitto a caval­lo tra gli Anni Trenta/Quaranta, le su due miglio­ri ami­che era­no una bam­bi­na ebrea ed una cristiana.
L’insegnante le sepa­rò per l’educazione reli­gio­sa, e in clas­se ven­ne det­to a cia­scu­na di stu­dia­re sul pro­prio Libro sacro; lei, inol­tre, ven­ne ammo­ni­ta a non toc­ca­re il cibo “spor­co” del­le altre. Nawal ricor­da di esse­re rima­sta scon­vol­ta, inca­pa­ce di capi­re il moti­vo per cui era sta­ta sepa­ra­ta dal­le sue ami­che. Da adul­ta, rac­con­ta ades­so, “ho pas­sa­to die­ci anni a stu­dia­re i Testi del­le prin­ci­pa­li reli­gio­ni, i libri che mala­men­te stru­men­ta­liz­za­ti pos­so­no por­ta­re gli uni ad odia­re gli altri, pie­ni di con­trad­di­zio­ni basa­te sull’idea del peccato…”.
“Abbia­mo rice­vu­to una cat­ti­va edu­ca­zio­ne a scuo­la e all’università, diven­tia­mo buo­ni stu­den­ti igno­ran­ti del mon­do; occor­re che cia­scu­no rimet­ta in discus­sio­ne il far­del­lo di istru­zio­ne che si por­ta dentro.”.
Nawal al Sa’dawi ci spro­na a fare più col­le­ga­men­ti: tra poli­ti­ca, clas­se, reli­gio­ne, vio­len­za ses­sua­le e dipen­den­za eco­no­mi­ca del­le don­ne; tra leg­gi che lega­liz­za­no lo stu­pro e guer­re neo-colo­nia­li; tra patriar­ca­to, mono­ga­mia, nome del padre e muti­la­zio­ni geni­ta­li femminili.
La sua ulti­ma novel­la, Zay­nab, è dedi­ca­ta e por­ta il nome del­la madre, ne rac­con­ta la vita, ma gli edi­to­ri ara­bi han­no avu­to trop­po pau­ra di pub­bli­car­lo: “Abbia­mo per­so il nostro sen­so comu­ne”, com­men­ta l’autrice con tristezza.
Zed Books ha recen­te­men­te ripub­bli­ca­to quat­tro libri di Nawal sl Sa’dawi, “Wal­king Throu­gh Fire”, “A Daughter of Isis”, “Cir­cling Song” e “Sear­ching”.

* Inter­vi­sta ori­gi­na­le pub­bli­ca­ta su “The Arab”, ripre­sa e invia­ta da “Women lin­ving under muslim laws”, tra­du­zio­ne per women a cura del­la redazione

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Regole? Neanche il tassametro

| il Gior­na­le | Vener­dì 12 dicem­bre 2008 |

Gui­da­no come mat­ti, usa­no le mani e non i sema­fo­ri per impor­si nel fol­le traf­fi­co del Cai­ro, e non han­no il tas­sa­me­tro. Ognu­no di loro ha una sto­ria da rac­con­ta­re, come nel best sel­ler di Kha­lid Al Kha­mis­si, «Taxi», che dipin­ge la cit­tà con­le paro­le dei suoi tassisti.

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On a Journey

AlSaudiArabia.com | Vener­dì 12 dicem­bre 2008 |

Taxi is the most recent novel to crea­te a stir on the Egyp­tian lite­ra­ry sce­ne. The book was the talk of the town when it was publi­shed in Janua­ry 2007 and within a few mon­ths, it had sold some 20,000 copies, an asto­ni­shing num­ber in a coun­try whe­re novels rare­ly sell more than 3,000 copies.
Various fac­tors have undoub­ted­ly con­tri­bu­ted to its suc­cess. Fir­st, the book is writ­ten in col­lo­quial Ara­bic which the ave­ra­ge Egyp­tian can easi­ly rela­te to; second, it addres­ses bur­ning issues pla­guing Egyp­tian socie­ty and final­ly, the form of the book resem­bles a col­lec­tion of new­spa­per arti­cles. Cri­tics have dub­bed this sty­le jour­na­li­stic fic­tion. Yet, the author, Kha­led Al Kha­mis­si, insists on the lite­ra­ry aspect of his work.
Taxi is basi­cal­ly a col­lec­tion of 58 short sto­ries and each sto­ry takes the form of a fic­tio­nal dia­lo­gue with one of Cai­ros 80,000 cab dri­vers. The author, Kha­led Al Kha­mis­si, clear­ly sta­tes that he has never recor­ded any­thing and that Taxi is not repor­ta­ge or jour­na­li­sm. Yet, he has writ­ten with such gusto, sin­ce­ri­ty and rea­li­sm that rea­ders take the­se fic­tio­nal dia­lo­gues as the real thing.
A num­ber of per­ti­nent issues are brought up by the taxi dri­vers. Edu­ca­tion is men­tio­ned on seve­ral occa­sions. During one encoun­ter, a cab­bie cri­ti­ci­zes free edu­ca­tion: I tell you, he cant wri­te his own name. You call that a school? Tha­ts what free edu­ca­tion brings you. Edu­ca­tion for eve­ryo­ne, sir, is a won­der­ful dream but, like many dreams, its gone, lea­ving only an illu­sion. On paper, edu­ca­tion is like water and air, com­pul­so­ry for eve­ryo­ne, but the rea­li­ty is that rich peo­ple get edu­ca­ted and work and make money, whi­le the poor dont get edu­ca­ted and dont get jobs and dont earn anything.
Spea­king on the same sub­ject, ano­ther dri­ver also agrees that chil­dren dont learn a thing in school. He belie­ves that the only mot­to nowa­days is Get smart, make money becau­se nine­ty per­cent of peo­ple live off busi­ness and not from any­thing else.
Egyp­tians, Cai­re­nes espe­cial­ly, are kno­wn for their sen­se of humor, but the­re are times when peo­ple are so hea­vi­ly loa­ded with pro­blems that they fall apart. In an emo­tio­nal encoun­ter with a dri­ver and his bro­ther, the author sho­ws us how acu­te finan­cial pro­blems crush poor peo­ple: I was sur­pri­sed to find that the man, in front of me next to the dri­ver, was silen­tly wee­ping. He was a bro­wn-skin­ned giant with a bushy mou­sta­che. The calm was as thick as his moustache…The only sound was the inter­mit­tent and irre­gu­lar brea­thing of the giant as he wept. In our socie­ty it is a rare enou­gh occur­ren­ce to see a man cry­ing. To see a giant from sou­thern Egypt cry­ing is some­thing you could put in the Guin­ness Book of Records, wri­tes Al Kha­mis­si.
The author, who he is also a pro­du­cer, film direc­tor and jour­na­li­st, stu­died poli­ti­cal scien­ce at the Sor­bon­ne. His inte­re­st in socio­lo­gy and anth­ro­po­lo­gy is very evi­dent in Taxi. In fact, many have read it as a work of urban anth­ro­po­lo­gy. Galal Amin, an eco­no­mi­st and socio­lo­gi­st at the Ame­ri­can Uni­ver­si­ty in Cai­ro descri­bes the book as an inno­va­ti­ve work that pain­ts an extre­me­ly tru­th­ful pic­tu­re of the sta­te of Egyp­tian socie­ty today as seen by an impor­tant social sector.
Kha­led Al Kha­mis­si has cho­sen to talk to taxi dri­vers becau­se they repre­sent one of the baro­me­ters of the unru­ly Egyp­tian street. They also come from all walks of life: Some are illi­te­ra­te and others hold masters degrees. But all of them have in com­mon a job which is phy­si­cal­ly exhau­sting and under­mi­nes their ner­vous systems.
Forei­gn rea­ders unfa­mi­liar with Egyp­tian poli­cies might not under­stand some of the issues addres­sed by the taxi dri­vers. Howe­ver, after rea­ding this live­ly series of dif­fe­rent dri­vers expe­rien­ces, it is pos­si­ble to under­stand how Egyp­tian poli­cies are affec­ting the lives of the poor. Taxi dri­vers all over the world and Egypt is no excep­tion meet an end­less mix of peo­ple. The­se dai­ly con­tac­ts give them a uni­que kno­w­led­ge of the socie­ty they live in. Throu­gh the con­ver­sa­tions they hold, they reflect an amal­gam of poin­ts of view which are most repre­sen­ta­ti­ve of the poor in Egyp­tian socie­ty. It must be said that often I see in the poli­ti­cal ana­ly­sis of some dri­vers a grea­ter depth than I find among a num­ber of poli­ti­cal ana­lysts who pon­ti­fi­ca­te far and wide. For the cul­tu­re of this nation comes to light throu­gh its sim­ple peo­ple, and the Egyp­tian peo­ple real­ly are a tea­cher to anyo­ne who wishes to learn, says Al Khamissi.
Toge­ther with The Yacou­bian Buil­ding by Alaa El Aswa­ni and Being Abbas El Abd by Ahmed El Aidy, Taxi has hel­ped revi­ve the habit of rea­ding in Egypt. More than just a series of con­ver­sa­tions, the novel offers a color­ful and rea­li­stic sli­ce of con­tem­po­ra­ry Egyp­tian life.

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Taxi – Khaled Al Khamissi

Lo Sci­roc­co | Lune­dì 1 giun­go 2009 |

Taxi get­ta il let­to­re diret­ta­men­te in mez­zo alle stra­de del Cai­ro, tra il chias­so, il cal­do e la fol­la. L’Auto­re ci ripor­ta le sue mil­le con­ver­sa­zio­ni con altret­tan­ti tas­si­sti. Ne esce una rac­col­ta di mini­sto­rie (una o due pagi­ne cia­scu­na) dal lin­guag­gio popo­la­re, dia­let­ta­le, sem­pli­ce e inci­si­vo. Tas­si­sti di tut­te le età rac­con­ta­no i pro­pri pro­ble­mi quo­ti­dia­ni all’Auto­re, sten­den­do un pre­ci­so ritrat­to del­la vita in Egit­to, di usi e costu­mi visti dal bas­so. Qual­cu­no si lan­cia in apprez­za­men­ti o recri­mi­na­zio­ni sui pre­si­den­ti pas­sa­ti e pre­sen­te, sul­la poli­ti­ca loca­le, ma anche inter­na­zio­na­le. C’è il pun­to di vista degli egi­zia­ni sul­la guer­ra in Iraq, in Israe­le, e in gene­ra­le sul­la situa­zio­ne poli­ti­ca del Medio Orien­te, ma anche quel­lo che pen­sa­no degli Sta­ti Uni­ti. Allo stes­so tem­po si mani­fe­sta la situa­zio­ne del popo­lo egi­zia­no, impo­ve­ri­to, disil­lu­so e stan­co: tas­si­sti costret­ti a lavo­ra­re gior­no e not­te; don­ne che pas­sa­no il tem­po a met­te­re e a toglie­re il velo a secon­da del­la desti­na­zio­ne; le gior­na­te per­se die­tro a una buro­cra­zia infi­ni­ta e alla cor­ru­zio­ne dila­gan­te e mani­fe­sta. La sezio­ne cen­tra­le di foto a colo­ri del Cai­ro e la map­pa del­la cit­tà immer­go­no anco­ra di più il let­to­re nell’atmosfera del­la capi­ta­le. Il risul­ta­to è mol­to pia­ce­vo­le. Per chi vuo­le cono­sce­re un pun­to di vista diver­so su egi­zia­ni in par­ti­co­la­re, e ara­bi in generale.

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L’amore ai tempi del petrolio

| LIBROMONDO | Vener­dì 13 novem­bre 2009 | Moni­ca Bian­chi La Foresti |

Il petro­lio “dono e male­di­zio­ne” è il pro­ta­go­ni­sta asso­lu­to di que­sto roman­zo. “Dono” per­ché ric­chez­za natu­ra­le ‘male­di­zio­ne’ per le con­se­guen­ze sul mon­do degli uomi­ni che vi ruo­ta intorno.
Le figu­re che si muo­vo su que­sto sfon­do si muo­vo­no come ombre stre­ma­te, abbru­ti­te dal­la situa­zio­ne di oppres­sio­ne e fati­ca. Inca­pa­ci di ragio­na­re sul­la assur­di­tà del­la pro­pria con­di­zio­ne. Solo una pic­co­la, sem­pli­ce don­na, impie­ga­ta di un uffi­cio archeo­lo­gi­co, chie­de una vacan­za dal suo lavo­ro, per “sod­di­sfa­re una sua curio­si­tà” (cosa che ver­rà poi defi­ni­ta dagli altri un “pas­sa­tem­po” cioè una cosa inutile).
Que­sta don­na par­te alla ricer­ca di even­tua­li resti archeo­lo­gi­ci del­la staua di una anti­ca dea por­tan­do uno scal­pel­lo nel­lo zai­no. Per­cor­re que­sto sce­na­rio cupo e deso­la­to, sof­fo­can­te, ma riu­sci­rà nell’intento!
La tra­ma è altret­tan­to oscu­ra e alla fine non si capi­sce esat­ta­men­te se que­sta dona fa ritor­no a casa, se vie­ne rag­giun­ta dal­le per­so­ne che la cer­ca­no o se incor­re in un altro desti­no. La gerar­chia del­la strut­tu­ra del roman­zo in que­sto pun­to sem­bra vacil­la­re (mari­to-poli­ziot­to­psi­co­lo­co-capo uffi­cio) ma soprat­tut­to la tra­ma si intrec­cia con le let­te­re di altre don­ne che ugual­men­te lascia­no a casa il fogliet­to “sono anda­ta in vacan­za”. Ecco pro­prio que­sto: anda­re in vacan­za, par­ti­re da don­ne sole, per per­cor­re­re un viag­gio di cono­scen­za, cre­sci­ta del­la pro­pria per­so­na met­te in moto le ener­gie di que­sto romanzo.
Lo sfon­do e i pre­sup­po­sti sono quel­li del­la socie­tà isla­mi­ca, ma mol­to si può rico­no­sce­re anche del­la nostra “libe­ra” socie­tà occidentale.
La let­tu­ra di que­sto libro è impe­gna­ti­va: un per­cor­so aspro in cui sogno e real­tà si con­fon­do­no in un mosai­co cata­stro­fi­co, livi­do, angosciante.

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Chiamatelo XXX Factor

D La Repub­bli­ca del­le don­ne n. 663 | Saba­to 19 set­tem­bre 2009 | Eli­sa Pierandrei |

Ahmed Nàgi. Blog­ger, 29 anni, Egit­to. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. È uno dei più gio­va­ni redat­to­ri di Akh­bar el Adab, pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le di cul­tu­ra. Sul suo blog, wasa kha­ia­lak (allar­ga l’immaginazione, shadow.manalaa.net), “spe­ri­men­to un diver­so livel­lo di lin­guag­gio, che mesco­la ara­bo col­lo­quia­le e clas­si­co per avvi­ci­na­re la gen­te alla let­te­ra­tu­ra”. Figlio di un pro­fes­sio­ni­sta di spic­co nel movi­men­to isla­mi­co dei Fra­tel­li Musul­ma­ni, è riu­sci­to a met­te­re da par­te le dif­fe­ren­ze ideo­lo­gi­che con il geni­to­re per un nuo­vo dia­lo­go. “Pen­sa­vo di lascia­re l’Egitto per New York. Ma ho visto i miei ami­ci là diven­ta­re mac­chi­ne. Lavo­ro, pale­stra, bere e ses­so nel week-end. Io voglio scri­ve­re”. In usci­ta a novem­bre in Ita­lia per il Siren­te c’è il suo roman­zo Rogers, viag­gio gio­vi­nez­za-vec­chia­ia con abban­do­no alla let­tu­ra, ascol­tan­do The Wall dei Pink Floyd.

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L’amore ai tempi del petrolio

L’Opinione del­le Liber­tà | Saba­to 17 otto­bre 2009 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Ci sono auto­ri la cui let­tu­ra rie­sce a far­ci imma­gi­na­re suo­ni, colo­ri, situa­zio­ni con par­ti­co­la­re viva­ci­tà. Ci sono auto­ri che rie­sco­no per­fi­no a evo­ca­re odo­ri (ave­te pre­sen­te l’inizio di quel capo­la­vo­ro del Nove­cen­to che è “Pro­fu­mo”, di Suskind?). Ma ci sono anche auto­ri che rie­sco­no a pro­iet­ta­re il let­to­re così den­tro al pro­prio volu­me, che si fini­sce col respi­rar­ne tutto.
Per me, que­sto aspet­to è sta­to asso­lu­ta­men­te scon­vol­gen­te nel leg­ge­re “L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi, edi­to nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na per i tipi del Siren­te lo scor­so mese di mar­zo, ed in ven­di­ta al prez­zo di 15 euro.
Il roman­zo si col­lo­ca a vari livel­li, ma sono soprat­tut­to la denun­cia socia­le su vasta sca­la e — para­dos­sal­men­te — la poe­sia vio­len­ta e visce­ra­le che la espri­me, i due aspet­ti dominanti.
L’autrice, una cele­bre psi­chia­tra egi­zia­na, è ben nota per il suo atti­vi­smo poli­ti­co che l’ha por­ta­ta a can­di­dar­si alle pri­me libe­re ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del pro­prio Pae­se. Come scrit­tri­ce ha pub­bli­ca­to sva­ria­ti roman­zi, che costi­tui­sco­no un ampio affre­sco del­la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le nel mon­do arabo.
Que­sto libro è sta­to cen­su­ra­to in Egit­to e riti­ra­to dal­la ven­di­ta su ordi­ne dell’autorità reli­gio­sa egi­zia­na Al Azhar. Tut­ta­via, il let­to­re che si aspet­tas­se un rife­ri­men­to diret­to all’Egitto o un’identificazione pre­ci­sa con un qual­sia­si altro pae­se ara­bo, reste­reb­be delu­so. L’ambientazione è vaga, oni­ri­ca: incu­bo o sogno, espres­sio­ni ambe­due di una real­tà che sfug­ge sem­pre o che, al con­tra­rio, è fin trop­po presente.
Per tut­to il libro tra­spa­re comun­que il gran­de attac­ca­men­to dell’autrice alle pro­prie ori­gi­ni — rive­la­to dal­la pro­fes­sio­ne del­la pro­ta­go­ni­sta, una don­na che svol­ge il lavo­ro di archeologa.
La tra­ma è sem­pli­ce ed esi­le. È la sto­ria di una don­na che, appun­to, un bel gior­no scom­pa­re lascian­do il mari­to per cer­ca­re di ritro­va­re le pro­prie idee, e che, quan­do tor­na, in real­tà ha una rela­zio­ne con un altro. Nel perio­do del­la sua scom­par­sa, men­tre la poli­zia la sta cer­can­do, la pro­ta­go­ni­sta si tro­va coin­vol­ta in un viag­gio osses­si­vo con­tras­se­gna­to dal petro­lio che inva­de tut­to: le sue par­ti­cel­le si posa­no sul­la pel­le, entra­no nel­le nari­ci, copro­no le pal­pe­bre, schian­ta­no, schiac­cia­no, annien­ta­no… le figu­re del roman­zo non han­no un nome, don­ne o uomi­ni che sia­no. Sono degli arche­ti­pi, meta­fo­re di
un mon­do in cui la don­na è stru­men­to di lavo­ro e fon­te di pia­ce­re, pur restan­do sen­za indi­vi­dua­li­tà: una mac­chi­na senz’anima, sen­za il dirit­to a pro­pri sen­ti­men­ti, sen­za la pos­si­bi­li­tà di espri­mer­si e fare sen­ti­re la pro­pria voce.
Cito un pas­sag­gio: “Que­sta don­na san­gui­na. Le don­ne ave­va­no neces­si­tà di san­gui­na­re, altri­men­ti il mon­do sareb­be rima­sto così e ogni cosa sareb­be fini­ta nel nul­la. Dob­bia­mo pren­de­re il san­gue fre­sco di que­sta don­na e por­tar­lo al mon­do morente”.
Il mes­sag­gio che Nawal al-Sa’dawi ci tra­smet­te è pro­prio que­sto. La real­tà fem­mi­ni­le non può pre­scin­de­re dal­la pro­pria con­di­zio­ne di sof­fe­ren­za, da cui non si è affran­ca­ta e, appa­ren­te­men­te, potreb­be non affran­car­si mai. E la risa­ta del maschio è il neces­sa­rio com­ple­men­to allo svol­gi­men­to di una vita che dovreb­be tro­va­re la pro­pria giu­sti­fi­ca­zio­ne nell’asservimento fun­zio­na­le ano­ni­mo (le par­ti­cel­le di petro­lio ci ren­do­no tut­ti ugua­li e indi­stin­gui­bi­li), una vita in cui schi­zo­fre­nia è l’etichetta che vie­ne appiop­pa­ta a chi — come la pro­ta­go­ni­sta — tro­va infi­ne il corag­gio di fare del­le scel­te diver­se e,
per­ciò stes­so, ribelli.

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Al Ghitani: Oggi c’è vera democrazia

Il Dena­ro | Mar­te­dì 28 luglio 2009 | Al-Ghi­ta­ni |

”In Egit­to, alme­no sul pia­no cul­tu­ra­le esi­ste una vera demo­cra­zia. Oggi, infat­ti, chi scri­ve puo’ cri­ti­ca­re libe­ra­men­te il pote­re. Sot­to Gamal Abd el-Nas­ser o duran­te il gover­no di Anwar al-Sadat, inve­ce, ver­ga­re una sola riga con­tro il regi­me pote­va costa­re la liber­tà”. La pen­sa cosi’ lo scrit­to­re egi­zia­no Gamal Al-Ghi­ta­ni, fon­da­to­re e diret­to­re dal 1993 del set­ti­ma­na­le Akh­bar al-Adab (Noti­zie let­te­ra­rie), una del­le rivi­ste let­te­ra­rie piu’ auto­re­vo­li del mon­do ara­bo, che ha lan­cia­to auto­ri noti anche in Occi­den­te come Ala Al-Aswa­ni (Palaz­zo Yacou­bian, 2006, Fel­tri­nel­li). Clas­se 1945, per­so­nag­gio polie­dri­co, Al-Ghi­ta­ni ini­zia come dise­gna­to­re di tap­pe­ti (oggi e’ con­si­de­ra­to uno dei mas­si­mi esper­ti), per poi diven­ta­re gior­na­li­sta del quo­ti­dia­no Akh­bar al-Yawm e segui­re come cor­ri­spon­den­te di guer­ra i con­flit­ti ara­bo-israe­lia­no (dal ’68 al ’73), liba­ne­se e ira­che­no-ira­nia­no. ”Il pano­ra­ma let­te­ra­rio egi­zia­no di que­sti anni — affer­ma — e’ mol­to cam­bia­to. Negli anni ’60 veni­va­mo arre­sta­ti, come lo fui io, tra il ’66 e il ’67, per ave­re cri­ti­ca­to il regi­me nas­se­ria­no”. I gio­va­ni auto­ri di oggi, pro­se­gue, han­no corag­gio, sono pro­li­fi­ci e han­no intro­dot­to nuo­vi sti­li. La let­te­ra­tu­ra, dice Al-Ghi­ta­ni, ha fat­to un bal­zo in avan­ti. ”Si par­la di ses­so e del­la situa­zio­ne socia­le in cui ver­sa il Pae­se, si rac­con­ta la peri­fe­ria e la vita nel­le cam­pa­gne”. Quel che man­ca, pero’, e’ la cri­ti­ca let­te­ra­ria, ”per­che’ il livel­lo cul­tu­ra­le del Pae­se e’ bas­so”. Al pari di Naghib Mah­fuz, che lo inco­rag­gio’ a intra­pren­de­re la stra­da del­la scrit­tu­ra, anche Gamal Al-Ghi­ta­ni e’ un ‘cro­ni­sta del Cai­ro’. A lui si deve l’introduzione del roman­zo sto­ri­co, di cui il libro-denun­cia con­tro la tiran­nia e l’oppressione ‘Zay­ni Bara­kat. Sto­ria del gran cen­so­re del­la cit­ta’ del Cai­ro’, e’ un esem­pio (1997, Giun­ti edi­to­re). Figu­ra pre­do­mi­nan­te nel pano­ra­ma let­te­ra­rio egi­zia­no, nes­sun auto­re egi­zia­no sem­bra pote­re supe­ra­re il para­go­ne con il pre­mio Nobel Mah­fouz. ”Scrit­to­ri come lui non ve ne sono, ma ne esi­sto­no di mol­to bra­vi”, fa nota­re Al-Ghi­ta­ni. ”Sono com­par­si — dice pero’ — tan­ti auto­ri leg­ge­ri, i cui libri, sup­por­ta­ti da una gran­de distri­bu­zio­ne, ma pri­vi di alcun valo­re let­te­ra­rio, diven­ta­no best-sel­ler”. Testi, sostie­ne, ”che dura­no quan­to un Klee­nex: come ‘Taxi’ di Kha­led Al Kha­mis­si (2008, Il Siren­te) o a ‘La pro­va del mie­le’ (2008, Fel­tri­nel­li) del­la siria­na Sal­wa al-Nei­mi”. Scrit­ti che ven­do­no mol­to bene anche in Occi­den­te. ”Al-Nei­mi — rimar­ca sar­ca­sti­co — ha avu­to una distri­bu­zio­ne piu’ impor­tan­te di Mah­fouz, ma que­sto non signi­fi­ca cer­to che scri­va come lui”.

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Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi

Popo­li | Agosto/Settembre 2009 | Fon­da­zio­ne Cul­tu­ra­le San Fedele |

Un vec­chio gior­na­li­sta ita­lia­no che ave­va gira­to il mon­do come invia­to spe­cia­le ama­va ripe­te­re: «Per cono­sce­re un Pae­se stra­nie­ro, è neces­sa­rio pren­de­re il taxi. I taxi­sti han­no il pol­so del­la socie­tà in cui vivo­no, cono­sco­no tut­ti e tut­to». Come il cro­ni­sta, l’A. di que­sto sag­gio ha scel­to le voci dei taxi­sti per rico­strui­re le fit­te tra­me del­la socie­tà del Cai­ro (Egit­to). Nel suo libro ha rac­col­to 58 sto­rie bre­vi dal­le qua­li emer­go­no i sogni, le pas­sio­ni, i ricor­di, le avven­tu­re dei cit­ta­di­ni del­la capi­ta­le egi­zia­na. Una sor­ta di affre­sco rea­liz­za­to con il taglio gior­na­li­sti­co di un repor­ta­ge. Il libro è uno dei più ven­du­ti non solo in Egit­to, ma nell’intero mon­do arabo.

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Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”

Cro­na­che da Thu­le | Mer­co­le­dì 29 luglio 2009 | Luca Rota |

Anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti, sogna­to­ri e fal­li­ti, taci­tur­ni e loqua­ci, chi rac­con­ta bar­zel­let­te e chi com­men­ta la situa­zio­ne in Iraq. E’ la varie­ga­ta gal­le­ria di tipi e per­so­nag­gi in cui capi­ta di imbat­ter­si salen­do su un taxi al Cai­ro, e le cui voci ven­go­no ora rac­col­te in un libro pub­bli­ca­to da poco in Egit­to e diven­ta­to pre­sto un suc­ces­so,“Taxi” (Con­ver­sa­zio­ni in tra­git­to), del gior­na­li­sta e regi­sta Kha­led al Kha­mis­si. Il libro rac­co­glie in 220 pagi­ne 58 rac­con­ti-mono­lo­go che han­no la voce degli auti­sti di taxi del Cai­ro: sto­rie trat­te dal­la real­tà, ma roman­za­te, e rac­con­ta­te in un lin­guag­gio col­lo­quia­le, che dif­fe­ri­sce mol­to dal­la lin­gua let­te­ra­ria usa­ta dal­la mag­gior par­te degli scrit­to­ri egi­zia­ni, e che for­se costi­tui­sce il segre­to del suc­ces­so di que­sto libro. Il volu­me, pub­bli­ca­to a ini­zio gen­na­io, dopo tre mesi ave­va già ven­du­to 20mila copie e ora è già sta­to ristam­pa­to tre vol­te. I tas­si­sti pro­ta­go­ni­sti di que­sto libro sono assai dif­fe­ren­ti, sogna­to­ri e filo­so­fi, miso­gi­ni e fana­ti­ci, con­trab­ban­die­ri e fal­li­ti, misti­ci e comi­ci con quell’ironia così par­ti­co­la­re dei cai­ro­ti magi­stral­men­te descrit­ta dal­lo scrit­to­re Albert Cos­se­ry, ma acco­mu­na­ti da uno stes­so desti­no: quel­lo di dover lot­ta­re quo­ti­dia­na­men­te per far­si stra­da, nel sen­so let­te­ra­le del­la paro­la, in un mon­do rumo­ro­so e cao­ti­co. Nei con­fron­ti di que­sta cate­go­ria spes­so poco ama­ta e stig­ma­tiz­za­ta dagli abi­tan­ti del Cai­ro, l’autore non nascon­de di nutri­re una par­ti­co­la­re sim­pa­tia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Kha­mis­si ricor­da quel­lo che spes­so i clien­ti di un taxi al Cai­ro dimen­ti­ca­no, ovve­ro che i tas­si­sti appar­ten­go­no per lo più a cate­go­rie socia­li tra le più bistrat­ta­te eco­no­mi­ca­men­te, i loro ner­vi sono mes­si alla pro­va dal caos del­le stra­de del Cai­ro, una metro­po­li bel­lis­si­ma ma inqui­na­ta e pol­ve­ro­sa for­mi­co­lan­te di oltre 16 milio­ni di abi­tan­ti, attra­ver­sa­ta ogni gior­no in tota­le da 22 milio­ni di per­so­ne, in mac­chi­na, auto­bus e metro­po­li­ta­na ma anche su car­ret­ti trai­na­ti da asi­ni e vespo­ni Piag­gio. Con un sot­to­fon­do peren­ne di clac­son e una sor­pren­den­te com­mi­stio­ne tra cit­tà, cam­pa­gna e deser­to. Lo descri­ve bene, l’autore, il loro infer­no: “E’ un mestie­re sfian­can­te, lo sta­re sem­pre sedu­ti in auto­mo­bi­li poco con­for­te­vo­li distrug­ge le loro colon­ne ver­te­bra­li, l’incessante rumo­re del­le stra­de del Cai­ro demo­li­sce il loro siste­ma ner­vo­so, i peren­ni imbot­ti­glia­men­ti li sfi­ni­sco­no ner­vo­sa­men­te e il cor­re­re die­tro il loro sosten­ta­men­to — cor­re­re nel sen­so let­te­ra­le del ter­mi­ne — elet­triz­za i loro cor­pi. Aggiun­ge­te a que­sto le trat­ta­ti­ve e le liti­ga­te con i clien­ti per il prez­zo da paga­re in assen­za di tachi­me­tri, e il tor­men­to dei poli­ziot­ti che li inse­guo­no…”. L’autore si sof­fer­ma anche sul­le loro rifles­sio­ni sul pro­prio Pae­se, i giu­di­zi sui diri­gen­ti, le cri­ti­che alla cor­ru­zio­ne dei poli­ziot­ti, le mol­te paro­le che qua­si tut­ti spen­do­no sul­la situa­zio­ne in Iraq e sull’America: ne risul­ta una sor­ta di docu­men­to sul­la vita quo­ti­dia­na del Cai­ro, com­po­sto da por­zio­ni di rea­le che non cor­ri­spon­do­no nè all’immagine mostra­ta ai turi­sti, nè a quel­la for­ni­ta dal­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria o cinematografica.

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Il prossimo faraone

Euro­pa | Lune­dì 24 luglio 2009 | Azzu­ra Meringolo |

C’è traf­fi­co al Cai­ro, sem­pre e ovun­que. I tas­si­sti, per intrat­te­ne­re i clien­ti spa­zien­ti­ti, rac­con­ta­no bar­zel­let­te. Sono tal­men­te tan­te che c’è chi, come Kha­led al Kha­mis­si, le ha rac­col­te e c’ha fat­to un libro.
Il tito­lo non pote­va esse­re che Taxi. Uno dei per­so­nag­gi più get­to­na­ti, nei rac­con­ti degli auti­sti, è la madre del pre­si­den­te egi­zia­no Hosni Muba­rak, mor­ta in un inci­den­te stra­da­le alla vene­ran­da età di 104 anni.
San­gue lon­ge­vo quel­lo che scor­re nel­le vene dell’ottantunenne lea­der egi­zia­no, che nel 2011, data nel­la qua­le sca­drà il suo enne­si­mo man­da­to, avrà taglia­to il tra­guar­do dei trent’anni al ver­ti­ce del­lo stato.
Nes­su­na leg­ge gli vie­te­reb­be di can­di­dar­si per la sesta vol­ta, ma Hosni pare comun­que affa­ti­ca­to. Tal­men­te affa­ti­ca­to che non è riu­sci­to nean­che ad anda­re ad acco­glie­re il pre­si­den­te Barack Oba­ma all’aeroporto del Cai­ro, quan­do l’inquilino del­la Casa Bian­ca ha visi­ta­to l’Egitto, lo scor­so giugno.
Secon­do indi­scre­zio­ni tra­pe­la­te dai media egi­zia­ni in que­sti gior­ni, Muba­rak, poi, si sareb­be sot­to­po­sto a un inter­ven­to alla schie­na, nel cor­so del­la recen­te visi­ta in Fran­cia. Una sor­ti­ta chi­rur­gi­ca camuf­fa­ta da visi­ta di sta­to, insomma.
La stan­chez­za e gli acciac­chi non han­no fat­to che rin­no­va­re il dibat­ti­to sul­la salu­te del capo del­lo sta­to, già scat­ta­to dopo la recen­te mor­te di suo nipo­te, il gio­va­ne figlio del pri­mo­ge­ni­to Alaa. Dopo il lut­to, il raìs era spro­fon­da­to nel­la tri­stez­za più cupa, sospen­den­do ogni atti­vi­tà per una ven­ti­na di gior­ni e por­tan­do in mol­ti a par­la­re del­la que­stio­ne del­la successione.
Da allo­ra le ipo­te­si si rin­cor­ro­no e c’è chi teme che qua­lo­ra la prov­vi­den­za pri­vas­se l’Egitto del­la sua sto­ri­ca gui­da, si cree­reb­be un vuo­to pericoloso.
Il dos­sier sul­la suc­ces­sio­ne a Muba­rak è sta­to a lun­go un tabù. È per que­sto moti­vo che sor­pren­de che sull’argomento, da poco, sia sta­to rea­liz­za­to anche un son­dag­gio. Se gli egi­zia­ni fos­se­ro chia­ma­ti a sce­glie­re il suc­ces­so­re del raìs, la sfi­da prin­ci­pa­le – così si pro­nun­cia­no i cit­ta­di­ni – sareb­be tra suo figlio Gamal (a lui il 21 per cen­to del­le pre­fe­ren­ze) e Ayman Nour, il noto dis­si­den­te libe­ra­le usci­to di recen­te dal car­ce­re (24 per cento).
Non c’è dub­bio che nel­le inten­zio­ni del clan Muba­rak, Gamal, attual­men­te ter­zo uomo più impor­tan­te del Par­ti­to nazio­na­le demo­cra­ti­co (la for­ma­zio­ne pre­si­den­zia­le), sia il can­di­da­to per eccel­len­za e da anni gli è sta­ta spia­na­ta la stra­da per poter giun­ge­re alla presidenza.
Ma ciò non signi­fi­ca che la pol­tro­na di Gamal sia scon­ta­ta. Secon­do Miche­le Dun­ne, esper­ta dell’Arab Reform Bul­let­tin, ci sareb­be­ro alme­no tre fat­to­ri a impe­di­re l’avvicendamento padre-figlio. Innan­zi­tut­to gli egi­zia­ni non accet­te­reb­be­ro volen­tie­ri l’idea stes­sa dell’ereditarietà. Cosa più pre­oc­cu­pan­te è che il ram­pol­lo non godreb­be del sup­por­to dei mili­ta­ri. Sareb­be infat­ti il pri­mo pre­si­den­te dell’Egitto post-monar­chi­co non usci­to dal­le fila dell’esercito e alcu­ni alti uffi­cia­li riter­reb­be­ro che Gamal non riu­sci­rà a sal­va­guar­da­re i loro inte­res­si e che non sia un lea­der abba­stan­za for­te da man­te­ne­re l’Egitto sta­bi­le e sicuro.
Sto­ria diver­sa quel­la di Ayman Nour, che nel 2004 ha fon­da­to il par­ti­to al Ghad (il doma­ni), una for­ma­zio­ne libe­ra­le e rifor­mi­sta atten­ta a con­ci­lia­re la sicu­rez­za con i dirit­ti uma­ni. Il regi­me si accor­ge pre­sto di lui e già nel 2005 lo sbat­te in car­ce­re, pri­ma di par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li dove ottie­ne un lusin­ghie­ro (per gli stan­dard egi­zia­ni) set­te per cen­to. Nel giro di qual­che set­ti­ma­na Nour vie­ne nuo­va­men­te incar­ce­ra­to con l’accusa di fro­de, ma non si arren­de e la scor­sa esta­te scri­ve a Barack Oba­ma, all’epoca can­di­da­to demo­cra­ti­co alla Casa Bian­ca, che pren­de a cuo­re la sua sto­ria. Quan­do gra­zie alle pres­sio­ni sta­tu­ni­ten­si vie­ne rila­scia­to, annun­cia la sua can­di­da­tu­ra alle pros­si­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li. Ma ciò gli costa una serie di per­se­cu­zio­ni e aggres­sio­ni da par­te del regi­me, che teme l’appeal che la sua sto­ria eser­ci­ta nel con­te­sto internazionale.
Ayman Nour, tut­ta­via, non spa­ven­ta trop­po il gio­va­ne Muba­rak, che deve piut­to­sto pre­oc­cu­par­si di Omar Sulei­man, capo dei ser­vi­zi di sicu­rez­za egi­zia­ni, descrit­to da Forei­gn Poli­cy come il più poten­te capo dell’intelligence nel con­te­sto medio­rien­ta­le. La sua popo­la­ri­tà non è comun­que alla stel­le, eppu­re Dalia Zia­da, cono­sciu­ta atti­vi­sta e blog­ger egi­zia­na, sot­to­li­nea che se il suo nome com­pa­re tra le ipo­te­si è per­ché la vera doman­da, irri­sol­ta, è la posi­zio­ne che le for­ze arma­te assu­me­ran­no sul­la successione.
E Sulei­man, dall’alto del­la sua cari­ca, potreb­be cala­re buo­ne car­te. In più può con­ta­re sul­la fidu­cia di Muba­rak (ha aiu­ta­to il pre­si­den­te a repri­me­re l’opposizione isla­mi­sta) e sul fat­to che è sta­to un media­to­re essen­zia­le nell’attivare cana­li di dia­lo­go tra Israe­le e Hamas, non­ché sul rispet­to che gli accor­da­no mol­ti mem­bri del par­ti­to di gover­no e altri espo­nen­ti del­le élite nazionali.
Tec­ni­ca­men­te però la sua posi­zio­ne non è semplice.
Qua­lo­ra Muba­rak libe­ras­se la pol­tro­na, ogni par­ti­to potreb­be pre­sen­ta­re alle pre­si­den­zia­li un solo can­di­da­to e visto che Gamal è il più papa­bi­le tra i ran­ghi del Par­ti­to nazio­na­le demo­cra­ti­co, Omar Sulei­man dovreb­be, se voles­se aspi­ra­re alla pre­si­den­za, cor­re­re come indipendente.
C’è infi­ne una quar­ta ipo­te­si, a com­pli­ca­re il qua­dro del­la suc­ces­sio­ne. Un’ipotesi che riguar­da la fra­tel­lan­za musul­ma­na (Ikh­wan). Il 17 per cen­to degli egi­zia­ni, infat­ti, si schie­ra a favo­re di Isam Arayn, espo­nen­te del movi­men­to isla­mi­co. Seb­be­ne la costi­tu­zio­ne vigen­te pre­clu­da la for­ma­zio­ne di qual­sia­si par­ti­to che si basi sul­la reli­gio­ne e quin­di impe­di­sca alla fra­tel­lan­za di com­pe­te­re a livel­lo elet­to­ra­le, le auto­ri­tà han­no alza­to la guar­dia e, come ha lascia­to inten­de­re il set­ti­ma­na­le Ahrah Heb­do, l’intensificazione del­la pres­sio­ne sui fra­tel­li musul­ma­ni – lo scor­so giu­gno alcu­ni degli uomi­ni più cono­sciu­ti dell’Ikhwan sono sta­ti arre­sta­ti – indur­reb­be a pen­sa­re che il regi­me vede in loro una temi­bi­le mina vagante.

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Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

Il Dena­ro n. 109 | Vener­dì 8 giu­gno 2007 |

Anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti, sogna­to­ri e fal­li­ti, taci­tur­ni e loqua­ci, chi rac­con­ta bar­zel­let­te e chi com­men­ta la situa­zio­ne in Iraq. E’ la varie­ga­ta gal­le­ria di tipi e per­so­nag­gi in cui capi­ta di imbat­ter­si salen­do su un taxi al Cai­ro, e le cui voci ven­go­no ora rac­col­te in un libro pub­bli­ca­to da poco in Egit­to e diven­ta­to pre­sto un suc­ces­so,“Taxi” (Con­ver­sa­zio­ni in tra­git­to), del gior­na­li­sta e regi­sta Kha­led al Kha­mis­si. Il libro rac­co­glie in 220 pagi­ne 58 rac­con­ti-mono­lo­go che han­no la voce degli auti­sti di taxi del Cai­ro: sto­rie trat­te dal­la real­tà, ma roman­za­te, e rac­con­ta­te in un lin­guag­gio col­lo­quia­le, che dif­fe­ri­sce mol­to dal­la lin­gua let­te­ra­ria usa­ta dal­la mag­gior par­te degli scrit­to­ri egi­zia­ni, e che for­se costi­tui­sce il segre­to del suc­ces­so di que­sto libro.
Il volu­me, pub­bli­ca­to a ini­zio gen­na­io, dopo tre mesi ave­va già ven­du­to 20mila copie e ora è già sta­to ristam­pa­to tre vol­te. I tas­si­sti pro­ta­go­ni­sti di que­sto libro sono assai dif­fe­ren­ti, sogna­to­ri e filo­so­fi, miso­gi­ni e fana­ti­ci, con­trab­ban­die­ri e fal­li­ti, misti­ci e comi­ci con quell’ironia così par­ti­co­la­re dei cai­ro­ti magi­stral­men­te descrit­ta dal­lo scrit­to­re Albert Cos­se­ry, ma acco­mu­na­ti da uno stes­so desti­no: quel­lo di dover lot­ta­re quo­ti­dia­na­men­te per far­si stra­da, nel sen­so let­te­ra­le del­la paro­la, in un mon­do rumo­ro­so e cao­ti­co. Nei con­fron­ti di que­sta cate­go­ria spes­so poco ama­ta e stig­ma­tiz­za­ta dagli abi­tan­ti del Cai­ro, l’autore non nascon­de di nutri­re una par­ti­co­la­re sim­pa­tia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Kha­mis­si ricor­da quel­lo che spes­so i clien­ti di un taxi al Cai­ro dimen­ti­ca­no, ovve­ro che i tas­si­sti appar­ten­go­no per lo più a cate­go­rie socia­li tra le più bistrat­ta­te eco­no­mi­ca­men­te, i loro ner­vi sono mes­si alla pro­va dal caos del­le stra­de del Cai­ro, una metro­po­li bel­lis­si­ma ma inqui­na­ta e pol­ve­ro­sa for­mi­co­lan­te di oltre 16 milio­ni di abi­tan­ti, attra­ver­sa­ta ogni gior­no in tota­le da 22 milio­ni di per­so­ne, in mac­chi­na, auto­bus e metro­po­li­ta­na ma anche su car­ret­ti trai­na­ti da asi­ni e vespo­ni Piag­gio. Con un sot­to­fon­do peren­ne di clac­son e una sor­pren­den­te com­mi­stio­ne tra cit­tà, cam­pa­gna e deser­to. Lo descri­ve bene, l’autore, il loro infer­no: “E’ un mestie­re sfian­can­te, lo sta­re sem­pre sedu­ti in auto­mo­bi­li poco con­for­te­vo­li distrug­ge le loro colon­ne ver­te­bra­li, l’incessante rumo­re del­le stra­de del Cai­ro demo­li­sce il loro siste­ma ner­vo­so, i peren­ni imbot­ti­glia­men­ti li sfi­ni­sco­no ner­vo­sa­men­te e il cor­re­re die­tro il loro sosten­ta­men­to — cor­re­re nel sen­so let­te­ra­le del ter­mi­ne — elet­triz­za i loro corpi.
Aggiun­ge­te a que­sto le trat­ta­ti­ve e le liti­ga­te con i clien­ti per il prez­zo da paga­re in assen­za di tachi­me­tri, e il tor­men­to dei poli­ziot­ti che li inse­guo­no…”. L’autore si sof­fer­ma anche sul­le loro rifles­sio­ni sul pro­prio Pae­se, i giu­di­zi sui diri­gen­ti, le cri­ti­che alla cor­ru­zio­ne dei poli­ziot­ti, le mol­te paro­le che qua­si tut­ti spen­do­no sul­la situa­zio­ne in Iraq e sull’America: ne risul­ta una sor­ta di docu­men­to sul­la vita quo­ti­dia­na del Cai­ro, com­po­sto da por­zio­ni di rea­le che non cor­ri­spon­do­no nè all’immagine mostra­ta ai turi­sti, nè a quel­la for­ni­ta dal­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria o cinematografica.

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L’Iran si sta laicizzando?

Il cuo­re del mon­do | Vener­dì 19 giu­gno 2009 | Ambro­gio |

L’Iran si sta laicizzando?
Non cre­do. Esi­ste una nuo­va gene­ra­zio­ne di musul­ma­ni che cre­sce e che alla mor­te di Kho­mei­ni (1989-ulti­ma fat­wa con­tro Sal­man Rush­die, auto­re dei Ver­si Sata­ni­ci) ave­va­no pochi anni o addi­rit­tu­ra non era­no nem­me­no nati.
A Kho­mei­ni, da qual­sia­si pun­to lo si voglia con­si­de­ra­re, non si può toglie­re che è sta­to con la sua vita il per­no cen­tra­le del­la radi­ca­li­tà dell’Islam in quel pae­se. Un per­so­nag­gio a suo modo irripetibile.
Per que­sto non leg­go nei fer­men­ti di que­sti gior­ni post-elet­to­ra­li in Iran una voglia di laicità.
Vedo sol­tan­to una voglia di Islam meno radicale.
Buo­no che ci sia.
Meno noti­zie in que­sto sen­so ci ven­go­no dal mon­do arabo/sunnita. Nei mesi scor­si una don­na era entra­ta per la pri­ma vol­ta come sot­to­se­gre­ta­rio all’istruzione(non ricor­do se in Ara­bia Sau­di­ta o negli Emi­ra­ti Ara­bi, ma mi sem­bra sia la pri­ma), segno mini­mo e cre­do solo di facciata.
Più peri­co­lo­so per il mon­do Occi­den­ta­le il gra­ni­ti­co mon­do Ara­bo Sunnita.
Ma non cre­do l’esultanza dei gio­ca­to­ri rivol­gen­do­si alla mec­ca influen­ze­rà il rap­por­to tra occi­den­te e L’Islam in generale.
Insom­ma era­no gio­ca­to­ri di pal­lo­ni, non sceicchi(al sol­do straniero)che inci­ta­no alla guer­ra santa.
L’Egitto?
Per chi voglia capi­re come fun­zio­na in Egit­to, tra Musul­ma­ni, Cop­ti ed altro, e dove noi andia­mo a rin­chiu­der­ci in quei recin­ti di vacan­za che è Sharm el Sheik, con­si­glio di leg­ge­re il libro di Kha­led Al Kha­mis­si, Taxi a cui alle­go un bre­ve copia e incol­la: “Si trat­ta di un arti­co­la­ta e diver­ten­te… cri­ti­ca” del­la socie­tà e del­la poli­ti­ca in Egit­to, dice al Cai­ro Press, Mark Linz, diret­to­re dell’Università Ame­ri­ca­na, che pub­bli­ca ora una serie di libri di let­te­ra­tu­ra ara­ba in lin­gua ingle­se. ” è uni­co per­ché uti­liz­za l’umorismo. Per del­le que­stio­ni che gli egi­zia­ni ten­do­no a pren­de­re mol­to sul serio”.
Kha­mis­si dice di non esse­re un’analista, ma mol­ti dico­no che la popo­la­ri­tà del libro vie­ne dal fat­to che “ognu­no si ritro­va nel libro [quan­do han­no let­to il libro.] Ogni let­to­re ci leg­ge la pro­pria esperienza.
L’autore è lo stes­so di cui par­la­vo nel tema pre­ce­den­te da Lei pro­po­sto e che ave­va para­go­na­to il discor­so di Oba­ma a Il Cai­ro qua­si fos­se un discor­so fat­to dal Papa.

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La fuga di una donna alla ricerca di sé stessa

Medi­ter­ra­nea Onli­ne | Lune­dì 1 giu­gno 2009 | Cri­sti­na Giu­di­ce |

Un pae­se gover­na­to dagli uomi­ni, un’atmosfera den­sa, nera e sof­fo­can­te in cui resta­re invi­schia­ti come nel petro­lio. Il nuo­vo roman­zo del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal el-Sa’dawy.

Visio­na­rio, schi­zo­fre­ni­co, oni­ri­co. Sono alcu­ni degli agget­ti­vi che si pos­so­no usa­re per descri­ve­re l’ultimo roman­zo di Nawal el-Sa’dawy, L’amore ai tem­pi del petro­lio, una nar­ra­zio­ne buia, liqui­da e visco­sa pro­prio come que­sto liqui­do, pre­sen­ta­ta a Roma dal­la casa edi­tri­ce “il Siren­te” come secon­do tito­lo del­la nuo­va e inte­res­san­te col­la­na “Altri arabi”.
La scrit­tri­ce egi­zia­na affron­ta in que­sto libro i temi che da sem­pre le sono cari, ma qui più che mai assu­me una pro­spet­ti­va pret­ta­men­te psi­chia­tri­ca che fa emer­ge­re la sua figu­ra di medi­co e di esper­ta degli intri­ca­ti mec­ca­ni­smi del­la men­te uma­na. In que­sto caso una men­te mala­ta, in pre­da ad una sor­ta di deli­rio cau­sa­to da con­di­zio­ni di vita socia­le e affet­ti­va che costrin­go­no la pro­ta­go­ni­sta ad una fuga dal­la real­tà in un’atmosfera allu­ci­na­ta di costan­te alter­nan­za fra sogno e veglia, i cui con­tor­ni si sfu­ma­no e si mesco­la­no tan­to da esse­re indistinguibili.
For­se pro­prio il back­ground da medi­co per­met­te alla el-Sa’dawy, come ad altri scrit­to­ri egi­zia­ni con­tem­po­ra­nei, di ave­re uno sguar­do qua­si cli­ni­co nei con­fron­ti del­la real­tà, come ha nota­to il gior­na­li­sta Pino Bla­so­ne, inter­ve­nu­to alla pre­sen­ta­zio­ne del libro: «Già Mah­fuz, con la sua for­te cri­ti­ca ver­so la socie­tà, era sta­to un vero mae­stro del nuo­vo rea­li­smo egi­zia­no, un filo­ne por­ta­to avan­ti dal­le ulti­me gene­ra­zio­ni di scrit­to­ri, soprat­tut­to dopo gli even­ti dell’11 set­tem­bre 2001».
Il rea­li­smo del­la el-Sa’dawy, teo­riz­za­to nel libro-inter­vi­sta Dis­si­den­za e scrit­tu­ra, tro­va pie­na rea­liz­za­zio­ne nel­le pagi­ne di que­sto roman­zo: la con­di­zio­ne del­la don­na e il suo rap­por­to con l’uomo, la rela­zio­ne fra cul­tu­ra e liber­tà, il desi­de­rio di abbat­te­re le bar­rie­re e i tabù impo­sti dal­la socie­tà e dal­la reli­gio­ne. Tut­to que­sto sen­za dimen­ti­ca­re le pro­prie radi­ci: in un con­te­sto in cui tut­to è ano­ni­mo, dai per­so­nag­gi ai luo­ghi, il richia­mo all’antica civil­tà egi­zia­na e alle sue divi­ni­tà è l’unico pun­to fer­mo, qua­si il faro ver­so cui diri­ger­si quan­do si è per­sa la rot­ta per ritro­va­re il pro­prio pas­sa­to ed esse­re così capa­ci di affron­ta­re il presente.
La pro­ta­go­ni­sta del roman­zo è un’archeologa che scap­pa dal­la trap­po­la del­la vita coniu­ga­le per anda­re alla ricer­ca del­le anti­che divi­ni­tà fem­mi­ni­li in una socie­tà domi­na­ta dagli uomi­ni e dove anche il solo pen­sa­re che esi­sta­no divi­ni­tà fem­mi­ni­li è con­si­de­ra­to un tabù. L’uomo è padro­ne indi­scus­so di tut­to e depo­si­ta­rio del sape­re asso­lu­to e la don­na vive il rap­por­to con lui come uno scon­tro con­ti­nuo. Come ha nota­to Lau­ra Pisa­no, docen­te di sto­ria del gior­na­li­smo all’università di Caglia­ri, «il mari­to appa­re qua­si sem­pre sot­to for­ma di una voce che dà ordi­ni, nasco­sto die­tro le pagi­ne di un gior­na­le, qua­si come se la stam­pa fos­se vis­su­ta come vero stru­men­to di pote­re». Il para­dos­so però è che colui che ha il pote­re incon­tra­sta­to nel pae­se, il re, è anal­fa­be­ta, men­tre la don­na, pur non essen­do padro­na nep­pu­re del pro­prio desti­no, è una ricer­ca­tri­ce. «Chie­de­re cul­tu­ra da par­te del­la don­na – secon­do la Pisa­no – signi­fi­ca infran­ge­re il mono­po­lio del pote­re e l’idea che la cul­tu­ra fos­se una col­pa, una tra­sgres­sio­ne e una devia­zio­ne, era pre­sen­te anche in Euro­pa, dove la don­na ha avu­to acces­so all’istruzione di alto livel­lo solo mol­to tardi».
«Il pro­ble­ma del libe­ro acces­so alla cul­tu­ra e alla libe­ra espres­sio­ne del­le idee in Egit­to è anco­ra pre­sen­te – ha ricor­da­to Pao­la Gar­giu­lo, del grup­po par­la­men­ta­re don­ne al Sena­to – for­se anche per que­sto le nuo­ve gene­ra­zio­ni, che nel pae­se costi­tui­sco­no la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne, cer­ca­no nuo­ve vie, in par­ti­co­la­re quel­la vir­tua­le. Mol­ti blog­ger sono però fini­ti in car­ce­re e anche la ragaz­za che su Face­book die­de ini­zio al tam tam del movi­men­to del 6 apri­le (per la pro­cla­ma­zio­ne del­lo scio­pe­ro gene­ra­le, fini­to pur­trop­po in un fia­sco sia nel 2008 che nel 2009, ndr) è fini­ta in car­ce­re. Anche il roman­zo a fumet­ti “Metro”, che cono­sce un enor­me suc­ces­so vir­tua­le sul­la rete, è sta­to seque­stra­to dal­le librerie.
Un esem­pio posi­ti­vo del rap­por­to fra scrit­tu­ra e pote­re – ha con­ti­nua­to la Gar­giu­lo – è inve­ce quel­lo del­la maroc­chi­na Rita el-Kha­yat che nel 1999 fu la pri­ma don­na nel mon­do ara­bo a scri­ve­re una let­te­ra al re del Maroc­co riguar­do la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le, il docu­men­to for­se più auda­ce, corag­gio­so e scon­ve­nien­te del seco­lo scor­so e che richia­mò l’attenzione del sovra­no su pro­ble­mi non pri­ma pre­si nel­la giu­sta considerazione».
Nel suo ten­ta­ti­vo di ribel­lar­si con­tro que­sto tipo di socie­tà però la pro­ta­go­ni­sta tro­va un osta­co­lo anche nel­le altre don­ne e qui sem­bra che si pos­sa intra­ve­de­re una sor­ta di cri­ti­ca, che non sareb­be nep­pu­re ingiu­sti­fi­ca­ta, nei con­fron­ti del­le don­ne ara­be, spes­so inca­pa­ci esse stes­se, a vol­te per pigri­zia e altre per pau­ra, di abbat­te­re quel­le bar­rie­re con­tro cui la el-Sa’dawy lot­ta da tempo.
«Per riu­sci­re ad infran­ge­re le bar­rie­re – ha det­to la Pisa­no – è neces­sa­rio il dia­lo­go fra le cul­tu­re, sia di tipo reli­gio­so che arti­sti­co, let­te­ra­rio e cul­tu­ra­le, con­tra­stan­do tut­to ciò che crea osta­co­li e sepa­ra­zio­ni. In que­sto sen­so le reli­gio­ni, usa­te in modo poli­ti­co, sono viste dal­la el-Sa’dawy come ele­men­to di sepa­ra­zio­ne nel loro crea­re odi, divi­sio­ni e ingiustizie».
L’autrice stes­sa, in un con­ve­gno a Roma qual­che set­ti­ma­na fa, dis­se: «Biso­gna rele­ga­re la reli­gio­ne nel­la sfe­ra pri­va­ta del­la vita e non dar­le spa­zio in quel­la pub­bli­ca. Per que­sto ben ven­ga­no ini­zia­ti­ve come quel­la del gover­no fran­ce­se, che ha proi­bi­to qual­sia­si esi­bi­zio­ne di segni reli­gio­si negli ambien­ti pub­bli­ci. La reli­gio­ne per mol­ti ver­si è diven­ta­ta un fat­to socia­le come in Egit­to, dove le ragaz­ze indos­sa­no il velo con jeans e magliet­te stret­tis­si­mi. La reli­gio­ne non è mora­li­tà, ma poli­ti­ca. Stu­dian­do le reli­gio­ni mi sono tro­va­ta di fron­te a due tipi di mora­le, una per gli uomi­ni e una per le don­ne, una per i ric­chi e una per i pove­ri e ho nota­to che la reli­gio­ne crea solo divi­sio­ni. Abbia­mo biso­gno di vive­re in un mon­do sen­za reli­gio­ne, sen­za che ciò signi­fi­chi vive­re sen­za mora­le. Al con­tra­rio, sarem­mo più uma­ni e, quin­di, più uni­ti fra di noi».
Il pro­ble­ma fem­mi­ni­le secon­do la scrit­tri­ce è, oltre che reli­gio­so, poli­ti­co: «Le don­ne sono sot­to­po­ste a for­ti pres­sio­ni in tut­to il mon­do, sia di tipo socia­le, che eco­no­mi­co e poli­ti­co, e sono ovun­que vit­ti­me dei siste­mi: in Afgha­ni­stan, dove il regi­me tale­ba­no è sta­to crea­to dai Bush, come in Ame­ri­ca, dove domi­na il fon­da­men­ta­li­smo cri­stia­no, come in Euro­pa, dove sono schia­ve del­le con­ven­zio­ni sociali».
Non aven­do dun­que nes­su­no a cui rivol­ger­si nel mon­do rea­le, la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo si rifu­gia sia nel ricor­do del­la sua infan­zia, dove domi­na la figu­ra del­la zia devo­ta all’Immacolata, figu­ra pre­sen­te nel­la tra­di­zio­ne cri­stia­na come in quel­la musul­ma­na, sia nel mon­do ance­stra­le e for­te­men­te sim­bo­li­co del­le anti­che divi­ni­tà fem­mi­ni­li, dove anche la sfin­ge, il cui nome in ara­bo, Abu el-Hol (padre del ter­ro­re), è maschi­le assu­me iden­ti­tà fem­mi­ni­le diven­tan­do Um el-Hol (madre del ter­ro­re). È così che in un libro in cui nes­sun per­so­nag­gio è iden­ti­fi­ca­to da un nome, solo le divi­ni­tà sono defi­ni­te, esat­ta­men­te come suc­ce­de­va in alcu­ni rac­con­ti di epo­ca farao­ni­ca, come ha ricor­da­to Ema­nue­le Ciam­pi­ni, esper­to di egit­to­lo­gia dell’università “Ca’ Fosca­ri” di Vene­zia. Sekh­met, dea leo­nes­sa, prin­ci­pio divi­no ter­ri­bi­le e por­ta­tri­ce di mor­te, diven­ta qua­si alter ego del­la pro­ta­go­ni­sta. Pro­prio come lei, infat­ti, era fug­gi­ta dall’Egitto dan­do ini­zio a stra­gi ter­ri­bi­li oltre i con­fi­ni del pae­se. Lo stes­so dio sole inter­ven­ne per argi­na­re la sua ira sen­za fre­ni e la dea fu ripor­ta­ta in Egit­to con l’inganno, da un grup­po di divi­ni­tà fra cui il “bra­vo compagno”.
Il rap­por­to con l’uomo insom­ma, se pur con­flit­tua­le, risul­ta qua­si neces­sa­rio e com­ple­men­ta­re alla figu­ra fem­mi­ni­le, come sem­bra sot­tin­ten­de­re anche la el-Sa’dawy nel­le ulti­me righe del romanzo:
«Ma quan­do lo sen­tì ride­re, rise anche lei.
La vita sem­brò miglio­re di quel­lo che era sta­ta in precedenza.
Fino a quan­do l’uomo avrà la capa­ci­tà di ride­re, la don­na non avrà desi­de­rio di scap­pa­re, alme­no non que­sta not­te. Con­ti­nue­rà a dor­mi­re e doma­ni ci pro­ve­rà di nuovo”».

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L’amore in Egitto, ai tempi del petrolio

Reset DOC | Mar­te­dì 2 giu­gno 2009 | Fran­ce­sca Giorgi |

Una don­na mori­ge­ra­ta, sem­pre ligia al pro­prio dove­re e rispet­to­sa del­le leg­gi; un’archeologa, spe­cia­liz­za­ta nel­la ricer­ca di sta­tue raf­fi­gu­ran­ti divi­ni­tà fem­mi­ni­li dell’antico Egit­to. Che un gior­no deci­de di fug­gi­re, di “pren­der­si una vacan­za” dal mari­to e dal lavo­ro, e fini­sce per spa­ri­re, facen­do per­de­re le pro­prie trac­ce agli altri e a se stes­sa. Da qui si dipa­na L’amore ai tem­pi del petro­lio (il Siren­te 2009, Euro 15,00), l’ultima fati­ca let­te­ra­ria del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal al-Sa’dawi, fra le pro­ta­go­ni­ste indi­scus­se del fem­mi­ni­smo ara­bo contemporaneo.

Medi­co e psi­chia­tra, al-Sa’dawi si bat­te da mol­ti anni nel suo pae­se e in tut­to il mon­do con­tro la dise­gua­glian­za di gene­re e con­tro la pra­ti­ca del­le muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li, di cui da bam­bi­na fu vit­ti­ma lei stes­sa. Per le sue pre­se di posi­zio­ne è sta­ta con­si­de­ra­ta a lun­go una per­so­na con­tro­ver­sa e peri­co­lo­sa dal gover­no egi­zia­no, incar­ce­ra­ta nel 1981, costret­ta a rinun­cia­re alla can­di­da­tu­ra alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del 2005. Dopo mol­ti roman­zi, sag­gi e rac­col­te di novel­le tra­dot­ti in 20 lin­gue, che le han­no fat­to vin­ce­re nume­ro­si pre­mi, L’amore ai tem­pi del petro­lio fu pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta in Egit­to nel 2001 e subi­to cen­su­ra­to dal­la mas­si­ma isti­tu­zio­ne reli­gio­sa del pae­se. In linea con la natu­ra bat­ta­glie­ra dell’autrice, il libro è infat­ti a tut­ti gli effet­ti una denun­cia con­tro la socie­tà patriar­ca­le, la segre­ga­zio­ne fem­mi­ni­le, la vio­len­za per­pe­tra­ta quo­ti­dia­na­men­te ai dan­ni del­le don­ne, la nega­zio­ne per loro di ogni dirit­to uma­no. E, seb­be­ne l’ambientazione del­la sto­ria sia vaga, i riman­di al pae­se nata­le dell’autrice sono mol­te­pli­ci, tali per­lo­me­no da por­ta­re alla censura.
Dopo la fuga, la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo – che non vie­ne mai chia­ma­ta per nome, a imper­so­na­re per­fet­ta­men­te l’intero uni­ver­so fem­mi­ni­le – si ritro­va improv­vi­sa­men­te in un oscu­ro “Regno del petro­lio” dove si stan­no pre­pa­ran­do i festeg­gia­men­ti per il com­plean­no del Re. La don­na vie­ne per­ciò seque­stra­ta, con­se­gna­ta nel­le mani di un uomo e costret­ta a lavo­ra­re all’estrazione del liqui­do, che impre­gna di sé e invi­schia tut­to il mon­do cir­co­stan­te. Nel­la fab­bri­ca le don­ne han­no il com­pi­to di tra­spor­ta­re i bari­li sul­la testa, sen­za dirit­to al risto­ro né al sala­rio. La don­na si tro­va così ulte­rior­men­te schia­viz­za­ta, a dover soste­ne­re il con­fron­to con le altre don­ne, che spes­so rido­no del­le sue dif­fi­col­tà nell’adattarsi alla nuo­va condizione.
Ma la fati­ca più gran­de è il rap­por­to con l’uomo che ha rice­vu­to il com­pi­to di tener­la pres­so di sé. La pro­ta­go­ni­sta non è mai sta­ta abi­tua­ta in pas­sa­to ad adem­pie­re alle man­sio­ni con­si­de­ra­te nor­mal­men­te fem­mi­ni­li, come la cuci­na, né a sod­di­sfa­re indi­scu­ti­bil­men­te le richie­ste maschi­li. Il rap­por­to con l’uomo – anche in que­sto caso sen­za nome – rap­pre­sen­ta per lei una ulte­rio­re regres­sio­ne, che la por­ta in un cer­to sen­so a per­de­re il sen­so del suo per­cor­so. Ave­va scel­to di fug­gi­re per rom­pe­re con un matri­mo­nio e una vita socia­le infe­li­ci, e inve­ce di miglio­ra­re la pro­pria situa­zio­ne si ritro­va anco­ra più degra­da­ta. Ma fra i due si crea poco a poco un lega­me, che la pro­ta­go­ni­sta non sa iden­ti­fi­ca­re se non con l’amore, ma che in real­tà è sem­pli­ce­men­te il rico­no­sci­men­to del­la reci­pro­ca digni­tà. E’ que­sto che l’autrice auspi­ca si crei fra tut­ti gli uomi­ni e tut­te le don­ne: che si smet­ta di con­si­de­ra­re gli altri esse­ri uma­ni come del­le pro­prie­tà, come mer­ce di scam­bio, o come ogget­to di pote­re. Che final­men­te ci si rico­no­sca ognu­no nel­la pro­pria per­so­na­le identità.
L’amore ai tem­pi del petro­lio è un per­cor­so del tut­to oni­ri­co all’interno di una vicen­da dai con­tor­ni sfu­ma­ti, in cui l’inizio e la fine si con­fon­do­no qua­si a dise­gna­re una cir­co­la­ri­tà degli even­ti. La scrit­tu­ra ricor­da il flus­so di coscien­za, in cui il tem­po per­de valo­re rispet­to all’urgenza dell’espressione dei pen­sie­ri. Ma il riman­do alla real­tà, ango­scio­so e cruen­to, non per­met­te mai al let­to­re di sol­le­va­re i pie­di da terra.

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Incontro con Nawal El Saadawi

| lorellavezza.it | Lorel­la Vezza |

Mol­to inte­res­san­te e coin­vol­gen­te la sera­ta di lune­dì 18 a Tori­no al Cir­co­lo dei Let­to­ri dove ho avu­to il pia­ce­re di cono­sce­re per­so­nal­men­te Nawal El Saa­da­wi. Sera­ta nel­la qua­le ha par­te­ci­pa­to la con­si­glie­ra regio­na­le del Pie­mon­te Maria­cri­sti­na Spi­no­sa, la coor­di­na­tri­ce del pro­get­to Auro­ra Sai­da Ahmed Ali e la socia fon­da­tri­ce di Uni­fem Ita­lia Maria Magna­ni Noya. Nata a Il Cai­ro, rap­pre­sen­ta l’Egitto ed è una del­la tan­te vit­ti­me di un Pae­se dove non è faci­le supe­ra­re pre­giu­di­zi e tabù lega­ti al gene­re fem­mi­ni­le. Dopo gli stu­di uni­ver­si­ta­ri, Nawal affian­ca la car­rie­ra di medi­co, psi­chia­tra, all’ atti­vi­smo poli­ti­co e alla “bat­ta­glia fem­mi­ni­sta”. Le sue bat­ta­glie la pro­cu­re­ran­no la con­dan­na al car­ce­re nel 1981 sot­to il regi­me di Sadat. Nume­ro­se sono le accu­se, anche recen­ti, di apo­sta­sia da par­te di isti­tu­zio­ni isla­mi­che come Al-Azhar, a cau­sa del con­te­nu­to pro­vo­ca­to­rio dei suoi scrit­ti: ses­sua­li­tà, discri­mi­na­zio­ne del­la don­na ara­ba e la sua subor­di­na­zio­ne alla socie­tà patriar­ca­le. Psi­chia­tra e scrit­tri­ce, attual­men­te vive negli Sta­ti Uni­ti dove inse­gna pres­so la Duke Uni­ver­si­ty, North Caro­li­na. Ha scrit­to nume­ro­si libri sul­la con­di­zio­ne del­la don­na nell’Islam, dedi­can­do par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla pra­ti­ca del­le muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li. Nawal El Saa­da­wi è una fem­mi­ni­sta (costret­ta a vive­re fuo­ri dall’Egitto), che mostra la sua com­bat­ti­vi­tà sin da quan­do era bam­bi­na e che usa le paro­le e la memo­ria “per ribel­lar­si ad una socie­tà in cui la nasci­ta di una fem­mi­na equi­va­le ad una sven­tu­ra”. Scrit­tri­ce pro­li­fi­ca – in que­sti gior­ni ha pre­sen­ta­to alla Fie­ra Inter­na­zio­na­le del Libro il suo ulti­mo scrit­to “L’amore ai tem­pi del petro­lio” – ha vin­to nume­ro­si pre­mi, tra cui, nel 2004, il Pre­mio Nord-Sud con­fe­ri­to­le dal Con­si­glio d’Europa per il corag­gio, l’intraprendenza e la fidu­cia nel futu­ro dei dirit­ti uma­ni. Da mol­tis­si­mi anni si bat­te per il rispet­to dei dirit­ti uma­ni e con­tro ogni for­ma di vio­len­za sul­le don­ne. Una don­na ecce­zio­na­le sem­pli­ce e cari­sma­ti­ca nel­lo stes­so tem­po. Gli occhi espri­mo­no la vita­li­tà di una ragaz­zi­na seb­be­ne abbia avu­to espe­rien­ze sicu­ra­men­te trau­ma­ti­che Ascol­tar­la è un pia­ce­re par­la con cal­ma e deter­mi­na­zio­ne le sue idee sono chia­ris­si­me. Spie­ga che in nes­su­na par­te del mon­do le don­ne sono vera­men­te libe­re, cre­do­no di esser­lo, ma anche nei pae­si più indu­stria­liz­za­ti del mon­do subi­sco­no del­le discri­mi­na­zio­ni e sono schia­ve del­la socie­tà. Fa un’analisi appro­fon­di­ta dei vari tipi di muti­la­zio­ni: sia fem­mi­ni­li che maschi­li, ma anche psi­co­lo­gi­che. Que­ste ulti­me mol­to più peri­co­lo­se e dif­fu­se. Ecco per­ché lei è, per esem­pio, com­ple­ta­men­te con­tra­ria al truc­co che vede come un velo post moder­no usa­to dal­le don­ne in manie­ra orgo­glio­sa per sot­to­li­nea­re il loro esse­re, sen­za capi­re però, che l’unica arma che han­no dav­ve­ro è il loro cer­vel­lo. Non rispar­mia nes­su­no con le sue invet­ti­ve, non le reli­gio­ni che secon­do lei non per­met­to­no la nasci­ta di una vera demo­cra­zia, non le don­ne al pote­re ma nem­me­no il suo Pae­se. Con­di­vi­do pie­na­men­te che l’intelligenza è l’arma più impor­tan­te che una don­na pos­sie­de per far­si vale e rispet­ta­re. Una don­na deter­mi­na­ta, intel­li­gen­te dif­fi­cil­men­te può esse­re igno­ra­ta. La cura dell’aspetto e il truc­co fan­no ormai par­te del nostro tem­po, l’importante è non esser­ne schia­ve e pun­ta­re esclu­si­va­men­te su que­sto. Nawal El Saa­da­wi: una don­na for­te, deter­mi­na­ta, pie­na di ener­gia un esem­pio per tut­te noi.

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Nawal al-Sa’dawi, “L’amore ai tempi del petrolio”

Nigri­zia | Mag­gio 2009 |

Un roman­zo dall’atmosfera sur­rea­le, con il petro­lio che le don­ne por­ta­no a bari­li sul­la testa inve­ce dell’acqua, con il petro­lio che esce dai loro seni inve­ce del lat­te per i loro pic­co­li… Una don­na, un’archeologa, è scom­par­sa di casa: nul­la di simi­le si è mai visto in que­sto pae­se inno­mi­na­to dove «Sua Mae­stà» è anal­fa­be­ta e que­sto è per lui «segno di distin­zio­ne»… Un sur­rea­li­smo però ben rea­li­sta nel­la sua poten­tew den­nun­cia del­la con­di­zio­ne del­la don­na, di cui si fa com­pli­ce la don­na stes­se, da par­te di una sto­ri­ca e radi­ca­le fem­mi­ni­sta egi­zia­na (la cui pre­sen­za è pre­vi­sta all’imminente Fie­ra del Libro di Tori­no, con l’Egitto pae­se ospi­te). L’introduzione, non di cir­co­stan­za, è di Lui­sa Mor­gan­ti­ni. il Siren­te, 2009, pp. 140, € 15,00.

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Torino. Domani apre la XXII Edizione della Fiera del libro

Daze­bao | Mer­co­le­dì 13 mag­gio 2009 | Gior­gia Mecca |

TORINO — Doma­ni al Lin­got­to  di  Tori­no si apri­rà la ven­ti­due­si­ma edi­zio­ne del­la Fie­ra Inter­na­zio­na­le del Libro, la più impor­tan­te mani­fe­sta­zio­ne ita­lia­na lega­ta alla cul­tu­ra e all’editoria.  Quest’anno saran­no pre­sen­ti ben 1400 edi­to­ri. “L’Io e gli altri”, ovve­ro la nostra indi­vi­dua­li­tà e il rap­por­to con gli altri, è il tema prin­ci­pa­le di que­sta atte­sa edizione.
Non è un caso che la scel­ta sia rica­du­ta in un argo­men­to così attua­le che si lega par­ti­co­lar­men­te alla cri­si d’identita a cui assi­stia­mo in que­sti anni, la fol­le iper­tro­fia dell’Io che ha can­cel­la­to la pre­sen­za degli altri. Il nostro Io è mala­to, disgre­ga­to e soprat­tut­to inca­pa­ce di rap­por­tar­si con gli altri. Gli altri sono sem­pre piu per­ce­pi­ti come diver­si e quin­di sim­bo­lo del Male.  Abbia­mo per­so il sen­so del­la comu­ni­tà e sia­mo inca­pa­ci di rico­no­scer­ci in un pro­get­to comune. Con que­sto mes­sag­gio la fie­ra del libro vuo­le esse­re un’occasione uni­ca per rico­no­sce­re l’altro e per usci­re dal­la nostra indi­vi­dua­li­tà mala­ta. Un Io mala­to por­ta neces­sa­ria­men­te a una sco­ie­tà malata.

Lucia­no Can­fo­ra, il cele­bre sto­ri­co dell’antichità che ter­rà una lec­tio magi­stra­lis sul cesa­ri­smo, affer­ma pro­prio que­sto: “la socie­tà è diven­ta­ta una som­ma di ato­mi, una mas­sa iner­te in ado­ra­zio­ne di un lea­der cari­sma­ti­co”. La Fie­ra del Libro diven­ta cos’ un’opportunità per usci­re dal guscio, come reci­ta lo slo­gan, e per ricrea­re una socie­tà basa­ta sull’aggregazione solidale.  
La rifles­sio­ne di quest’anno non par­ti­rà dal­la let­te­ra­tu­ra ben­sì dal­le neu­ro­scien­ze. I due impor­tan­ti bio­lo­gi  Edoar­do Boci­nel­li e Gia­co­mo Riz­zo­lat­ti spie­ghe­ràn­no come fun­zio­na il nostro cer­vel­lo, la sede depu­ta­ta dell’identità, poi si par­le­rà di psi­coa­na­li­si e del­la gran­di scuo­le del ven­te­si­mo seco­lo, da Freud Jung a Lacan.
Accan­to all’Io e alla sua cri­si la Fie­ra del libro trat­te­rà anche argo­men­ti di attua­li­tà attra­ver­so i nume­ro­si dibat­ti­ti che sono pre­vi­sti in que­sti gior­ni: Emma Boni­no e il figlio del­la gior­na­li­sta rus­sa Anna Poli­t­ko­v­ska­ja par­le­ran­no di dirit­ti uma­ni, Fau­sto Ber­ti­not­ti e Anto­nio di Pie­tro discu­te­ran­no sul­la cri­si del­la sini­stra ita­lia­na, Mario Dea­glio inve­ce par­le­rà del­la cri­si mon­dia­le e del­le pos­si­bi­li vie d’uscita.

Nono­stan­te la cri­si e i tagli alla cul­tu­ra la Fie­ra non ha rinun­cia­to a fare le cose in gran­de per dar lustro a que­sto appun­ta­men­to. L’elenco degli ospi­ti è lun­ghis­si­mo, saran­no pre­sen­ti i nomi piu noti del­la let­te­ra­tu­ra nazio­na­le e inter­na­zio­na­le, David Gross­man, Bjorn Lars­son, Umber­to Eco, Gior­gio Falet­ti, che pro­prio alla Fie­ra pre­sen­te­rà il suo  nuo­vo libro “Io sono Dio”, Mag­di Allam, Gian­ri­co Caro­fi­glio e mol­ti altri. Ma i piu atte­si sono il pre­mio Nobel tur­co Orhan Pamuk, che ritor­na alla Fie­ra del Libro dopo un’assenza duran­ta ben otto anni e Rita Levi Mon­tal­ci­ni. Il pae­se ospi­te di que­sta edi­zio­ne è L’Egitto, uno sta­to lega­to da uno straor­di­na­rio lega­me con il capo­luo­go piemontese.
In que­sti gior­ni, infat­ti, sono pre­sen­ti due mostre sull’Antico Egit­to, oltre alle espo­si­zio­ni per­ma­nen­ti al Museo Egi­zio e Tori­no ospi­te­rà 20 scrit­to­ri egi­zia­ni tra cui Nawal Al Saa­da­wi che ha scrit­to quest’anno “L’amore ai tem­pi del Petro­lio”.
In que­sto perio­do in cui l’attenzione è rivol­ta alla cri­si di un mon­do dove la sfre­na­ta glo­ba­liz­za­zio­ne rischia l’implosione su se stes­sa, la Fie­ra del Libro pre­fe­ri­sce foca­liz­za­re “in pri­mis” l’attenzione sul­le sin­go­le indi­vi­dua­li­tà che si cela­no den­tro ogni esse­re uma­no. Un pun­to di  par­ten­za fon­da­men­ta­le per ini­zia­re a com­pren­de­re qua­le futu­ro ci aspet­ta, ma soprat­tut­to qua­li stra­de inten­dia­mo per­cor­re­re, evi­tan­do le soli­tu­di­ni sociali.

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Dissidente per principio

il mani­fe­sto | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Giu­lia­no Bat­ti­ston |

LA LETTERATURA COME ISTINTO E DISOBBEDIENZA Chi scri­ve ha una dop­pia respon­sa­bi­li­tà, ver­so di sé e ver­so gli altri. L’analisi cri­ti­ca e la libe­ra­zio­ne del­la pro­pria crea­ti­vi­tà, per l’autrice egi­zia­na Nawal Al Saa­da­wi ospi­te del­la ven­ti­due­si­ma Fie­ra del libro di Tori­no, sono il pri­mo pas­so ver­so il rico­no­sci­men­to dell’altro.

Pri­ma anco­ra che nel 1944, a soli tre­di­ci anni, scri­ves­se il suo roman­zo d’esordio, Memo­rie di una bam­bi­na di nome Soad, pub­bli­ca­to mol­ti anni dopo, l’egiziana Nawal Al Saa­da­wi era soli­ta indi­riz­za­re del­le let­te­re a Dio, chie­den­do­gli che con­ce­des­se a suo fra­tel­lo il dop­pio dei dirit­ti, rispet­to a lei, «sol­tan­to per­ché lui era maschio». Fu in que­gli anni — rac­con­ta oggi — che la futu­ra autri­ce di Fir­daus (Giun­ti, nuo­va edi­zio­ne 2007) diven­ne fem­mi­ni­sta, e che il suo fem­mi­ni­smo si com­bi­nò con la rilut­tan­za ad accet­ta­re i pre­cet­ti di un Dio che «mi ave­va crea­to esse­re uma­no sol­tan­to a metà», come spie­ga in uno dei suoi testi auto­bio­gra­fi­ci, Una figlia di Isi­de (Nutri­men­ti, 2002).
Pro­prio com­bi­nan­do il fem­mi­ni­smo, inte­so come «rifiu­to di ogni for­ma di ingiu­sti­zia, in cie­lo e in ter­ra, nel­la fami­glia o nel­lo Sta­to», e una disob­be­dien­za pre­co­ce­men­te matu­ra­ta («ero mol­to disob­be­dien­te, lo sono sta­ta fin da quan­do ero una bam­bi­na», rac­con­ta in Dis­si­den­za e scrit­tu­ra, Spi­ra­li, 2008), è nato il per­cor­so di una del­le intel­let­tua­li del mon­do ara­bo più influen­ti e ascol­ta­te. Ma anche una del­le più temu­te da quan­ti — gover­ni e auto­ri­tà reli­gio­se di ogni cre­do — mal sop­por­ta­no il corag­gio di una don­na, medi­co, psi­chia­tra, scrit­tri­ce e atti­vi­sta, che alle denun­ce con­tro le muti­la­zio­ni geni­ta­li con­ti­nua ad affian­ca­re la cri­ti­ca alla «cli­to­ri­dec­to­mia pisco­lo­gi­ca impo­sta dal siste­ma patriar­ca­le e clas­si­sta» per­ché, sostie­ne, «ampu­ta­re l’immaginazione non è meno peri­co­lo­so che ampu­ta­re par­ti del corpo».
Un siste­ma che ha sem­pre cer­ca­to di osta­co­lar­la, cen­su­ran­do i suoi libri, chiu­den­do le rivi­ste da lei fon­da­te, incar­ce­ran­do­la, inclu­den­do il suo nome nel­le liste di mor­te dei fon­da­men­ta­li­sti, por­tan­do­la in tri­bu­na­le con l’accusa di apo­sta­sia. Fino­ra i ten­ta­ti­vi del­le auto­ri­tà poli­ti­co-reli­gio­se, cie­ca­men­te obbe­dien­ti alla leg­ge divi­na o ter­re­stre, non han­no però fat­to altro che accre­sce­re l’autorevolezza di que­sta don­na tena­ce, obbe­dien­te sol­tan­to all’istinto del­la bam­bi­na che era un tem­po, quan­do comin­ciò a disobbedire.
Abbia­mo incon­tra­to Nawal Al Saa­da­wi alla Fie­ra del libro di Tori­no, dove oggi alle 15 ter­rà una lezio­ne su Crea­ti­vi­tà e dis­si­den­za, affian­ca­ta da Isa­bel­la Came­ra d’Afflitto.
Nel suo ulti­mo roman­zo tra­dot­to in ita­lia­no, L’amore ai tem­pi del petro­lio (il Siren­te, 2009), il Re sta­bi­li­sce che «ogni don­na sor­pre­sa in pos­ses­so di car­ta e pen­na ver­rà pro­ces­sa­ta». Lei usa car­ta e pen­na da quan­do era bam­bi­na, e sin da allo­ra vie­ne “pro­ces­sa­ta”. Qual è sta­ta la sua “col­pa” prin­ci­pa­le? Disob­be­di­re a quan­ti riven­di­ca­no il pos­ses­so di una veri­tà esclu­si­va e inalterabile?
Non mi è mai pia­ciu­to il ver­bo obbe­di­re, e ciò che esso signi­fi­ca. L’obbedienza infat­ti riman­da imme­dia­ta­men­te ai pre­cet­ti poli­ti­ci o reli­gio­si: si deve obbe­di­re alle auto­ri­tà, a chi detie­ne il pote­re, al siste­ma poli­ti­co nel suo com­ples­so, a Dio. Inol­tre, l’obbedienza con­trad­di­ce ine­vi­ta­bil­men­te la crea­ti­vi­tà, per­ché esse­re crea­ti­vi signi­fi­ca innan­zi­tut­to disob­be­di­re ed eser­ci­ta­re le armi del­la cri­ti­ca. Come lei saprà, dal 1993 ten­go negli Sta­ti Uni­ti e non solo dei cor­si uni­ver­si­ta­ri dedi­ca­ti a “Dis­si­den­za e crea­ti­vi­tà”, nei qua­li cer­co di sol­le­ci­ta­re i miei stu­den­ti a svi­lup­pa­re una men­ta­li­tà cri­ti­ca, un atteg­gia­men­to sospet­to­so ver­so ogni auto­ri­tà, che sia Dio, il capo di Sta­to o chiun­que altro pre­su­ma di pos­se­de­re una veri­tà inal­te­ra­bi­le. L’analisi cri­ti­ca è il pri­mo pas­so ver­so la dis­si­den­za e la crea­ti­vi­tà, che sono due fac­ce del­la stes­sa medaglia.
Lei sostie­ne che la crea­ti­vi­tà sia lega­ta alla «capa­ci­tà di disfa­re ciò che l’educazione for­ma­le e infor­ma­le ci ha fat­to a par­ti­re dal­la fan­ciul­lez­za». Vuol dire che non ci può esse­re vera crea­ti­vi­tà — e dis­si­den­za — se non si supe­ra quel­la che defi­ni­sce come «fram­men­ta­zio­ne del­la conoscenza»?
Le por­to il mio esem­pio: ho stu­dia­to medi­ci­na, ma una medi­ci­na imper­mea­bi­le al resto del­le disci­pli­ne, sepa­ra­ta dal­la filo­so­fia, dal­la reli­gio­ne, dal­la poli­ti­ca, dall’economia. Così, sono diven­ta­ta un medi­co igno­ran­te di ciò che mi acca­de­va intor­no, pro­prio per­ché edu­ca­ta secon­do i cri­te­ri del­la fram­men­ta­zio­ne del­la cono­scen­za. La crea­ti­vi­tà, inve­ce, è lo sfor­zo vol­to a disfa­re que­sta fram­men­ta­zio­ne e a ricon­net­te­re tut­ti gli ambi­ti sepa­ra­ti. Che ci sia biso­gno di far­lo lo dimo­stra­no i fat­ti: mol­te del­le malat­tie deri­va­no dal­la pover­tà, e la pover­tà è una que­stio­ne essen­zial­men­te poli­ti­ca, per­ché nasce dal­le scel­te poli­ti­che che ren­do­no alcu­ni pove­ri e altri ric­chi. Per poter esse­re dei buo­ni dot­to­ri, per­ciò, occor­re “met­te­re insie­me” le disci­pli­ne in gene­re distin­te; e per poter esse­re degli scrit­to­ri crea­ti­vi occor­re supe­ra­re la fal­sa distin­zio­ne tra fic­tion e non fic­tion, tra nar­ra­ti­va e sag­gi­sti­ca o autobiografia.
La cor­ni­ce tema­ti­ca del­la Fie­ra del Libro di quest’anno è il rap­por­to “Io, gli altri”. In un sag­gio del 2001, lei scri­ve che la crea­ti­vi­tà «è la capa­ci­tà di esse­re se stes­si a dispet­to di ogni pres­sio­ne», ma anche «di riu­sci­re a guar­da­re se stes­si in rela­zio­ne agli altri». Inten­de dire che non si può otte­ne­re liber­tà per­so­na­le e fidu­cia in se stes­si sen­za respon­sa­bi­li­tà ver­so gli altri, sen­za una rela­zio­ne sé/altri che non sia com­pro­mes­sa dal­la ten­ta­zio­ne di domi­na­re l’altro?
Infat­ti, è pro­prio così. Sono sem­pre sta­ta con­vin­ta che liber­tà e respon­sa­bi­li­tà sia­no lega­te in modo indis­so­lu­bi­le, che l’una non si pos­sa dare sen­za l’altra. Io, per esem­pio, scri­vo per me stes­sa, per il pia­ce­re che ne rica­vo, per il biso­gno di affer­ma­re la mia liber­tà e per dare for­ma alla mia crea­ti­vi­tà, ma ten­go sem­pre in men­te la respon­sa­bi­li­tà del­la pub­bli­ca­zio­ne, ten­go in con­tro gli altri, i miei even­tua­li inter­lo­cu­to­ri, colo­ro ai qua­li desti­no ideal­men­te il mio lavo­ro. Non si trat­ta di una scrit­tu­ra chiu­sa in se stes­sa, ma di una scrit­tu­ra che si apre, costi­tu­ti­va­men­te, agli altri. La crea­ti­vi­tà abo­li­sce la divi­sio­ne tra sé e gli altri, e insie­me tut­te le dico­to­mie che abbia­mo ere­di­ta­to dal perio­do schia­vi­sti­co e che il siste­ma patriar­ca­le clas­si­sta ripro­du­ce: divino/umano, diavolo/dio, paradiso/terra, corpo/spirito, uomo/donna, conscio/inconscio, etc. Gra­zie alla scrit­tu­ra, que­ste dico­to­mie ven­go­no ricom­po­ste nell’individuo, che a sua vol­ta vie­ne ricol­lo­ca­to all’interno del­la socie­tà, nel­la rela­zio­ne con gli altri. Da qui nasce la dop­pia respon­sa­bi­li­tà di chi scri­ve: ver­so sé e ver­so gli altri.
«Sono diven­ta­ta una fem­mi­ni­sta quand’ero bam­bi­na, all’età di set­te anni», ha rac­con­ta­to una vol­ta. Ci spie­ga cosa inten­de quan­do sostie­ne che oggi le don­ne deb­ba­no affron­ta­re «un dop­pio assal­to», quel­lo del «con­su­mi­smo del libe­ro mer­ca­to» da una par­te e quel­lo del «fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e poli­ti­co» dall’altra?
Dicen­do che sono diven­ta­ta fem­mi­ni­sta a otto anni inten­do dire che ogni bam­bi­no è natu­ral­men­te crea­ti­vo, ed è con­sa­pe­vo­le del­le ingiu­sti­zie che pati­sce. Quan­do sono oppres­si o limi­ta­ti, i bam­bi­ni si rivol­ta­no, disob­be­di­sco­no, oppu­re, sem­pli­ce­men­te, han­no pau­ra. Ecco, per me fem­mi­ni­smo signi­fi­ca rifiu­ta­re di ave­re pau­ra, rifiu­ta­re ogni for­ma di ingiu­sti­zia, poli­ti­ca, reli­gio­sa, di clas­se, di gene­re. Per quan­to riguar­da il “dop­pio assal­to”, basta pen­sa­re alle don­ne ira­che­ne, a quel­le afgha­ne, alle pale­sti­ne­si, che oggi com­bat­to­no due bat­ta­glie: con­tro l’occupazione ame­ri­ca­na (o israe­lia­na), lega­ta al con­su­mi­smo degli Sta­ti Uni­ti e allo sfrut­ta­men­to del petro­lio, e quel­la con­tro il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so, inco­rag­gia­to pro­prio dagli ame­ri­ca­ni. Il siste­ma capi­ta­li­sta patriar­ca­le, clas­si­sta e raz­zi­sta, non solo si basa sull’ingiustizia, ripro­du­cen­do­la, ma ha biso­gno di Dio e del­la reli­gio­ne per legit­ti­mar­la. Suc­ce­de in Iraq, ma suc­ce­de in Egit­to, un pae­se eco­no­mi­ca­men­te colo­niz­za­to, in Afgha­ni­stan e in Pale­sti­na. Per que­sto, con­te­sto chi par­la di post-colo­nia­li­smo: vivia­mo inve­ce in un perio­do di neocolonialismo.
In un sag­gio del 2002 su Esi­lio e resi­sten­za scri­ve: «Da quan­do sono nata ho sen­ti­to di esse­re in esi­lio». Per poi aggiun­ge­re: «la scrit­tu­ra mi ha aiu­ta­ta a com­bat­te­re l’esilio e la sen­sa­zio­ne di esse­re “alie­na”». Cre­de che la scrit­tu­ra sia uno stru­men­to con cui pos­sia­mo abi­ta­re la nostra “casa esi­sten­zia­le”, anche se sia­mo lon­ta­ni da quel­la “mate­ria­le”?
Chi scri­ve ha una dop­pia respon­sa­bi­li­tà, ver­so di sé e ver­so gli altri. L’analisi cri­ti­ca e la libe­ra­zio­ne del­la pro­pria crea­ti­vi­tà, per l’autrice egi­zia­na Nawal Al Saa­da­wi ospi­te del­la ven­ti­due­si­ma Fie­ra del libro di Tori­no, sono il pri­mo pas­so ver­so il rico­no­sci­men­to dell’altro.
Cos’è la casa? Dov’è che ci sen­tia­mo pro­pria­men­te a casa? Non cer­to in una par­ti­co­la­re por­zio­ne di ter­ra, non, neces­sa­ria­men­te, nel luo­go in cui sia­mo nati. Sia­mo a casa quan­do sia­mo nel posto in cui tro­via­mo giu­sti­zia, uma­ni­tà, liber­tà e amo­re, e dove tro­via­mo per­so­ne che sen­to­no il biso­gno di que­ste cose e che si bat­to­no per ottenerle.
Se sia­mo sul “suo­lo patrio”, ma sia­mo minac­cia­ti, oppres­si, impri­gio­na­ti per­ché ci espri­mia­mo libe­ra­men­te, sia­mo for­se a casa? Men­tre se sia­mo lon­ta­ni dal luo­go dove sia­mo nati, ma ci sen­tia­mo in sin­to­nia con le per­so­ne intor­no a noi, come mi capi­ta con i miei stu­den­ti ame­ri­ca­ni, allo­ra pos­sia­mo dir­ci a casa. La crea­ti­vi­tà ha il pote­re straor­di­na­rio di sospen­de­re l’esilio, per­fi­no di abo­lir­lo. Ricor­do che quan­do ero in pri­gio­ne e riu­sci­vo a scri­ve­re, sen­ti­vo di esse­re altro­ve. Gra­zie alla scrit­tu­ra ero libe­ra. Nono­stan­te fos­si tra quat­tro mura.

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Fiera del libro 2009. Gli appuntamenti da non perdere a Torino

| Marie Clai­re | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Clau­dia Spadoni |

Un pae­se ospi­te (l’Egitto), un tema (Io, gli altri), cin­que gior­ni (14–18 mag­gio), più di mil­le case edi­tri­ci e tan­ti ospi­ti inter­na­zio­na­li: l’edizione nume­ro ven­ti­due del­la Fie­ra del Libro di Tori­no ha un car­tel­lo­ne ric­chis­si­mo. Leg­gi che ti pas­sa (la cri­si)? Chis­sà. Noi, intan­to, vi dia­mo qual­che consiglio.
Le sue lot­te per l’emancipazione fem­mi­ni­le l’hanno costret­ta in car­ce­re e in esi­lio (negli Sta­ti Uni­ti, dove fa la docen­te uni­ver­si­ta­ria). In patria Nawal Al Saa­da­wi è sta­ta spes­so cen­su­ra­ta, in Ita­lia Giun­ti ha pub­bli­ca­to il suo famo­so Woman at point zero (tra­dot­to come Fir­daus), men­tre nei tito­li de il Siren­te tro­va­te il roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio: sto­rie duris­si­me con pro­ta­go­ni­ste che cer­ca­no la liber­tà. A Tori­no la scrit­tri­ce par­le­rà di crea­ti­vi­tà e dis­si­den­za. Dipen­den­ze necessarie?
Saba­to 16 mag­gio, Sala Blu, ore 15:00

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Le donne in un Paese fondamentalista

| Il Tem­po | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Anto­nel­la Melilli |

Ini­zia con un piglio velo­ce, non pri­vo di vena­tu­re d’ironia che tra­spa­io­no dal­le con­get­tu­re cer­vel­lo­ti­che di uno psi­co­lo­go a pro­po­si­to del­la fuga di un’archeologa, deci­sa a sfi­da­re la puni­zio­ne del­la mor­te abban­do­nan­do casa e mari­to per anda­re alla ricer­ca del­le anti­che idee. 
«L’amore ai tem­pi del petro­lio», ulti­ma ope­ra del­la scrit­tri­ce e dis­si­den­te egi­zia­na Naval al’Sadawi, (Edi­tri­ce il Siren­te, pag.140) nel­la tra­du­zio­ne dall’arabo di Mari­ka Mac­co. Una scrit­tri­ce già insi­gni­ta di nume­ro­si pre­mi e nota per la deter­mi­na­zio­ne di un impe­gno poli­ti­co e uma­ni­ta­rio che l’ha vista nel 2004 can­di­dar­si alle pri­me libe­re ele­zio­ni del suo pae­se e che l’ha por­ta­ta dal 2007 alla Pre­si­den­za del Par­la­men­to Euro­peo. Un impe­gno che si coglie con for­za anche nel­le pagi­ne di que­sto bre­ve roman­zo, espres­sio­ne inci­si­va e poten­te dell’arretratezza di un Pae­se impre­ci­sa­to, impa­nia­to però nel­le tra­di­zio­ni di un fon­da­men­ta­li­smo ance­stra­le. Dove la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le, rego­la­ta da con­vin­zio­ni arcai­che e fero­ci, sem­bra con­su­stan­ziar­si nel pae­sag­gio stes­so in cui la pro­ta­go­ni­sta appro­da, popo­la­to di don­ne schiac­cia­te sot­to il peso di bari­li pan­ciu­ti di petro­lio e con­dan­na­te a una fati­ca di buoi cie­chi sen­za voce né diritti.

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Al Piccolo Apollo i diritti delle donne

Cor­rie­re del­la Sera | Gio­ve­dì 14 mag­gio 2009 | Car­lot­ta De Leo |

CRIMINI AMBIENTALI — I tre auto­ri-regi­sti, Esme­ral­da Cala­bria, Andra D’Ambrosio e Pep­pe Rug­gie­ro, saran­no pre­sen­ti gio­ve­dì 14 alle 20.30 alla pre­sen­ta­zio­ne di Biu­ti­ful caun­tri, un viag­gio tra le 1.200 disca­ri­che abu­si­ve di rifiu­ti tos­si­ci nasco­ste sot­to la ter­ra di Napo­li e din­tor­ni. Il docu­men­ta­rio (pre­mia­to come miglior docu­men­ta­rio usci­to in sala ai Nastri d’Argento del­lo scor­so anno) rac­con­ta le sto­rie di alle­va­to­ri che vedo­no mori­re le pro­prie peco­re per la dios­si­na e quel­la di un edu­ca­to­re che lot­ta con­tro i cri­mi­ni ambien­ta­li. Sul­lo sfon­do una camor­ra impren­di­tri­ce che usa camion e pale mec­ca­ni­che al posto del­le pisto­le. Dopo la pro­ie­zio­ne, ci sarà spa­zio anche per par­la­re dei pro­ble­mi del Lazio: in pro­gram­ma, infat­ti, l’incontro con Pao­lo Mon­da­ni, gior­na­li­sta auto­re dell’inchiesta sul­la disca­ri­ca di Mala­grot­ta “L’Oro di Roma” anda­ta in onda nel­la tra­smis­sio­ne Report.

NAWAL AL-SADAWI — Vener­dì 15 alle 20.30, il cine­ma di via Con­te Ver­de ospi­te­rà l’incontro con Nawal al-Sa’dawi, scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na, soste­ni­tri­ce dei dirit­ti del­le don­ne. La al-Sa’dawi, intel­let­tua­le lai­ca tra le più influen­ti del mon­do ara­bo, sarà in diret­ta video dal­la fie­ra del libro di Tori­no dove pre­sen­te­rà il suo ulti­mo roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio che rac­con­ta una sto­ria fan­ta­sti­ca ambien­ta­ta in un pae­se auto­ri­ta­rio. Un regno del petro­lio dove un’archeologa rom­pe un tabù, abban­do­nan­do il mari­to e ricom­pa­ren­do al fian­co di un altro uomo. Attra­ver­so i suoi nume­ro­si roman­zi, la scrit­tri­ce ha lan­cia­to aper­te pro­vo­ca­zio­ni alla socie­tà patriar­ca­le ara­ba e per que­sto ha paga­to con restri­zio­ni alla sua liber­tà per­so­na­le. Non a caso, “L’amore ai tem­pi del petro­lio” è sta­to tra­dot­to in 20 lin­gue, ma ha subi­to la cen­su­ra in Egit­to. All’intervista, segui­ran­no rea­ding, musi­ca e il dibat­ti­to con Rena­ta Pepi­cel­li (uni­ver­si­tà di Bologna).

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Quanto è difficile l’amore ai tempi del petrolio

Mina­re­ti | Mar­te­dì 12 mag­gio 2009 | Ima­ne Barmaki |

La scom­par­sa di per­so­ne era un fat­to nor­ma­le” ma non se si trat­ta­va di una don­na. In un regno del petro­lio un’archeologa scom­pa­re. La poli­zia che inda­ga si chie­de se fos­se una ribel­le o una don­na dal­la dub­bia mora­le, in un pae­se in cui nes­su­na don­na può pen­sa­re di abban­do­na­re il mari­to. Nes­su­no pero’ si fa cari­co di pen­sa­re alle sue sof­fe­ren­ze da don­na e al suo esse­re sof­fo­ca­ta dal­la per­so­na che le sta accan­to da anni.
L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal Al Sa’dawi (edi­zio­ni il Siren­te, 2009) è una sto­ria pie­na di intri­gi e miste­ri in cui nel­la men­te del­la pro­ta­go­ni­sta si con­fon­do­no e si fon­do­no figu­re maschi­li diver­se.  Quan­do lei riap­pa­re é con un altro uomo, figu­ra ver­so la qua­le pro­va un sen­so di attra­zio­ne ma allo stes­so momen­to repul­sio­ne, un uomo che la oppri­me usan­do pro­prio il petro­lio, il liqui­do nero del qua­le rima­ne pre­gio­nie­ra e al qua­le non rie­sce a fug­gi­re: «come una trap­po­la che bloc­ca tut­te le dire­zio­ni, bloc­ca l’uscita del­la ter­ra, se non quan­do é smos­sa a cau­sa del ter­re­mo­to, di un vul­ca­no in eru­zio­ne, o di una bom­ba duran­te la guerra.»
É un viag­gio nel­la men­te di una don­na ara­ba in un pae­se auto­ri­ta­rio in cui la pro­ta­go­ni­sta “Par­te alla ricer­ca del suo orgo­glio per­du­to. Ave­va l’orgoglio di un ani­ma­le che si impun­ta con le zam­pe e non vuo­le piú cam­mi­na­re. Lei non era una don­na né per la cuci­na né per il let­to, non cono­sce­va a memo­ria le can­zo­ni che le don­ne can­ta­va­no quan­do stan­no in bagno. Non capi­va nem­me­no la pas­sio­ne che pote­va susci­ta­re nel cuo­re del mari­to l’osservarla men­tre cuci­na­va il cavo­lo ripie­no. Inol­tre, non sbat­te­va le ciglia quan­do il dato­re di lavo­ro, o Sua Mae­stà, la guardavano”.
Un libro den­so di meta­fo­re e con­ti­nue allu­sio­ni alla rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la don­na sot­to­mes­sa, asser­vi­ta, oppres­sa dall’uomo che ha cer­ca­to di nega­re con gli anni il valo­re sto­ri­co del­la don­na. Un libro scioc­can­te in cui la don­na, sen­za dirit­ti né sen­ti­men­ti, può esse­re tran­quil­la­men­te sosti­tui­ta da una mac­chi­na tut­to­fa­re, in gra­do di cuci­na­re, puli­re, scrivere…
Sem­bra rispon­de­re per­fet­ta­men­te al gri­do di Badriyya Al Bishr, la gior­na­li­sta sau­di­ta che ave­va scrit­to su “Asharq Al Awsat” del  9 otto­bre 2005: “…Imma­gi­na di esse­re una don­na e di ave­re biso­gno dell’assenso del tuo guar­dia­no per tut­to. Non solo, come riten­go­no i dot­to­ri del­la leg­ge, per spo­sar­ti, ver­gi­ne ovvia­men­te, ma per tut­te le que­stio­ni che riguar­da­no la tua vita. Non puoi stu­dia­re sen­za il con­sen­so del tuo guar­dia­no, nem­me­no se sei arri­va­ta al dot­to­ra­to. Non puoi ave­re un impie­go, nè man­gia­re un boc­co­ne di pane sen­za il con­sen­so del tuo guardiano…”
La Al Sa’dawi par­la di don­ne in gene­ra­le e in par­ti­co­la­re di don­ne ara­be. “La con­tra­rie­tà alle don­ne è uni­ver­sa­le e non riguar­da solo il mon­do ara­bo. Pen­so al fron­te cri­stia­no, ai cosid­det­ti ‘valo­ri del­la fami­glia’ con dop­pio stan­dard; e poi il radi­ca­men­to dell’idea di ver­gi­ni­tà obbli­ga­to­ria, i cosid­det­ti ‘delit­ti d’onore’, le misti­fi­ca­zio­ni cul­tu­ra­li, le vio­len­ze fisi­che e psi­co­lo­gi­che…”, come ha det­to l’autrice in un’intervista al “Cor­rie­re del­la Sera” nel 2008.
L’amore ai tem­pi del petro­lio” è sta­to pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta al Cai­ro nel 2001, l’opera, insie­me a diver­si altri roman­zi del­la Al Sa‘dawi, è sta­ta cen­su­ra­ta dal­la mas­si­ma isti­tu­zio­ne reli­gio­sa egi­zia­na Al Azhar, che dopo pochi mesi dal­la pub­bli­ca­zio­ne ne ha ordi­na­to il riti­ro da tut­te le libre­rie egi­zia­ne. Ripub­bli­ca­ta poi a Lon­dra nel­lo stes­so anno. Al Sa’dawi é vin­ci­tri­ce di nume­ro­si pre­mi let­te­ra­ri. In Ita­lia ha pub­bli­ca­to “Dio muo­re sul­le rive del Nilo”, “Fir­daus. Sto­ria di una don­na egi­zia­na” e “Una figlia di Iside”.
L’8 dicem­bre 2004 si é  pre­sen­ta­ta come can­di­da­ta alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li in Egitto.

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Il Faraone e i Fratelli

AVVENIRE — 17/12/2008
di Fede­ri­ca Zoja 

I fon­da­men­ta­li­sti isla­mi­ci, ban­di­ti dal­la vita pub­bli­ca, gua­da­gna­no spa­zio. Il pugno duro di Mubarak

Due oppo­ste spin­te, due sfe­re di influen­za agli anti­po­di rischia­no di spac­ca­re in due l’Egitto. In mez­zo, 80 milio­ni di cit­tadini — di cui cir­ca 12 milio­ni di re­ligione cri­stia­na — impe­gna­ti, per la mag­gior par­te, a soprav­vi­ve­re alla cri­si eco­no­mi­ca che sta col­pen­do il Paese.
I poli che si spar­ti­sco­no il pote­re u­sano armi e tec­ni­che dif­fe­ren­ti. Da un lato, la Fra­tel­lan­za musul­ma­na, abi­tua­ta a nascon­der­si e ad agi­re die­tro le quin­te per­ché ban­di­ta uf­ficialmente dal­la vita pub­bli­ca, con­qui­sta ter­re­no là dove le auto­rità lati­ta­no: nei sin­da­ca­ti, nel­le as­sociazioni di cate­go­ria, negli ospe­dali, nel­le uni­ver­si­tà. Con una dif­fusione capil­la­re sul ter­ri­to­rio, i Fra­telli fan­no sen­ti­re la loro pre­sen­za e diven­ta­no pun­to di rife­ri­men­to per chi neces­si­ta di lavo­ro, assi­stenza sani­ta­ria, con­su­len­za giuri­dica, infor­ma­zio­ne e istruzione.
Dall’altra par­te del­la bar­ri­ca­ta, lo Sta­to – ormai sim­bio­ti­co con la fi­gura dell’ottantenne «farao­ne» Ho­sni Muba­rak, deci­so a can­di­dar­si anche alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del 2011 – rispon­de con durez­za: arre­sti, pro­ces­si per diret­tis­si­ma per i mem­bri del­la Fra­tel­lan­za, control­lo sul­le auto­ri­tà isla­mi­che attraver­so il mini­ste­ro degli Affa­ri Reli­gio­si (Awkaf).
A entram­bi gli schie­ra­men­ti, ciò che impor­ta è man­te­ne­re o conquista­re il pote­re. Nien­te di nuo­vo sot­to il sole, si potreb­be dire, se non fos­se che da tem­po le don­ne monakab­bate (inte­ra­men­te coper­te, in mo­do da lascia­re libe­ri solo gli occhi) non sono più una rari­tà in Egit­to. Né lo sono bar­be lun­ghe e zebiba
 (cal­lo che si for­ma sul­la fron­te dei fede­li che pre­ga­no con fre­quen­za e zelo, toc­can­do il suo­lo con la testa). L’islamizzazione egi­zia­na si nutre dei petro­dol­la­ri ara­bi, men­tre la di­nastia Muba­rak, satol­la di quel­li sta­tu­ni­ten­si, sem­bra per­de­re terreno.
Ma ci sono altre for­ze, all’interno del­la socie­tà, che lot­ta­no affin­ché l’Egitto non ven­ga sedot­to dal­le si­rene isla­mi­ste e recu­pe­ri, al con­trario, quel­la poli­fo­nia di fedi reli­giose e cul­tu­re che era un tem­po dif­fu­sa. Un plu­ra­li­smo che il regi­me lai­co del Par­ti­to nazio­na­le demo­cratico (Ndp) non ha sapu­to preservare.
Fra le bat­ta­glie che alcu­ni intellet­tuali egi­zia­ni stan­no cer­can­do di por­ta­re nel­le aule dell’Assemblea popo­la­re (la Came­ra bas­sa del Par­lamento, ndr) vi è quel­la per l’eli­minazione dal­le car­te di iden­ti­tà del­la dici­tu­ra ’musul­ma­no’, ’ebreo’ e ’cri­stia­no’, forie­ra di discrimina­zioni lun­go tut­ta l’esistenza di un cit­ta­di­no, in par­ti­co­la­re se non ap­partenente alla mag­gio­ran­za isla­mica domi­nan­te. Ne ha par­la­to recen­te­men­te in Ita­lia lo scrit­to­re Kha­led Al Kha­mis­si, auto­re del­la rac­col­ta di rac­con­ti ’Taxi’. La situa­zio­ne, ha denuncia­to Al Kha­mis­si, è peg­gio­ra­ta da quan­do, due anni fa, i docu­men­ti di iden­ti­tà sono diven­ta­ti elet­tro­ni­ci e l’appartenenza reli­gio­sa una que­stione di soft­ware: modi­fi­ca­re i da­ti o eli­mi­nar­li è ormai impos­si­bi­le, sal­vo rin­no­va­re il pro­gram­ma in u­so all’intera buro­cra­zia egiziana.
Tan­to per ren­de­re la vita anco­ra più com­pli­ca­ta, ver­reb­be da dire, a co­loro che desi­de­ra­no con­ver­tir­si op­pure pra­ti­ca­no una reli­gio­ne diver­sa dai tre mono­tei­smi, come ad e­sempio la mino­ran­za Baha’i. Per lo­ro, le alter­na­ti­ve sono entram­be in­giuste: vive­re in Egit­to sen­za docu­menti — e quin­di sen­za dirit­ti — op­pure rin­ne­ga­re la pro­pria iden­ti­tà religiosa.
Lo Sta­to abboz­za e non si sbilan­cia, ma lascia spe­ra­re nell’abolizio­ne del­la dici­tu­ra re­ligiosa alme­no dai nuo­vi passaporti.
Ma c’è anche chi ri­tiene che auto­ri­tà e Fra­tel­lan­za stia­no trat­tan­do le condi­zioni di una convi­venza paci­fi­ca: l’ap­poggio dei Fra­tel­li per la suc­ces­sio­ne di Gamal Muba­rak al «tro­no» del padre in cam­bio del via li­bera all’islamizza­zione del­la socie­tà. In que­sto sen­so si spie­ghe­reb­be il mes­sag­gio ap­parso di recen­te sul sito inter­net Ikh­wa­n­web (Fra­tel­li­web) in cui Mah­di Akef, gui­da supre­ma del mo­vimento, ha espres­so il suo soste­gno a Muba­rak junior a con­di­zio­ne che il padre si riti­ri dal­la vita politica.
Intan­to la socie­tà si irri­gi­di­sce nel pro­fon­do. Signi­fi­ca­ti­vi segna­li del cam­bia­men­to in cor­so si pos­so­no coglie­re ovun­que, ad esem­pio nel­l’annuncio affis­so sul­le vetri­ne di una nota pastic­ce­ria del Cai­ro: « Cer­ca­si com­mes­si uomi­ni, mu­sulmani cre­den­ti pra­ti­can­ti». Op­pure le scrit­te che accom­pa­gna­no la sta­gio­ne dei sal­di nei magaz­zi­ni del­la cate­na Tawhid u’ Nur (Mono­teismo e Luce), con­trol­la­ta dal­la Fra­tel­lan­za: «Gra­zie al favo­re di Al­lah i nostri prez­zi sono scontati».
E anco­ra, la sta­zio­ne fer­ro­via­ria di Ram­ses, sno­do cru­cia­le del Cai­ro, che si fa moschea all’ora del­la khut­ba (ser­mo­ne pub­bli­co del vener­dì, ndr). E la pre­ghie­ra col­let­ti­va, nei vago­ni del­la metro­po­li­ta­na, scan­dita dall’altoparlante cin­que vol­te al giorno.
Poi ci sono i segna­li poli­ti­ci, tan­to sfac­cia­ti quan­to dif­fi­ci­li da inter­pretare. Uno fra tut­ti: alle recen­ti e­lezioni sin­da­ca­li degli avvo­ca­ti, i Fra­tel­li han­no sban­die­ra­to la pro­pria pre­sen­za, rive­la­ta­si poi vin­cente, a fian­co dei can­di­da­ti libe­ra­li di Al Wafd (La dele­ga­zio­ne), Al Ka­rama (La Digni­tà) e degli indipen­denti. Sen­za teme­re ritorsioni.

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La riforma della scuola in Egitto (Italia?)

Estrat­to da 
TAXI. LE STRADE DEL CAIRO SI RACCONTANO
di KHALED AL KHAMISSI

Il tema dell’istruzione e del­le lezio­ni pri­va­te fa da ver­ti­ce alla pira­mi­de del­le pre­oc­cu­pa­zio­ni del cit­ta­di­no egi­zia­no. Nes­sun altro pro­ble­ma – eccet­to la manie­ra di sbar­ca­re il luna­rio – ne con­di­vi­de la vetta.
Le due que­stio­ni rap­pre­sen­ta­no il ful­cro dei pen­sie­ri del­la stra­gran­de mag­gio­ran­za del­le per­so­ne, per­ché quel­la egi­zia­na è la socie­tà del­la fami­glia per eccel­len­za e i bam­bi­ni riem­pio­no la fami­glia con schia­maz­zi, amo­re, spe­ran­za, pre­oc­cu­pa­zio­ne e, sen­za dub­bio, col pro­ble­ma dell’istruzione e del­le lezio­ni private.
A com­ple­ta­re il qua­dro astra­le, c’è il fat­to che ogni egi­zia­no cor­re die­tro al gua­da­gno per poi andar­lo a ripor­re nel­le mani dei pro­fes­so­ri pri­va­ti; e di lezio­ni pri­va­te ce ne sono quan­te le mar­che dei vesti­ti. Lezio­ni di ogni gene­re, con una gam­ma di prez­zi adat­ta­bi­li a ogni livel­lo e clas­se sociale.
Per­tan­to, una lezio­ne di mate­ma­ti­ca può costa­re 10 lire, così come può costar­ne cen­to; e se non puoi per­met­ter­ti di spen­der­ne nean­che die­ci, ci sono le clas­si di raf­for­za­men­to, le lezio­ni col­let­ti­ve, i cen­tri dopo­scuo­la… insom­ma, in fin dei con­ti è un busi­ness come un altro.
Ti baste­rà toc­ca­re il tasto dell’istruzione con qual­sia­si tas­si­sta padre di figli in età sco­la­re per veder­lo decol­la­re come un mis­si­le inar­re­sta­bi­le, nean­che pro­vas­se­ro a fer­mar­lo gli inge­gne­ri del­la NASA in persona.
Quel gior­no di set­tem­bre del 2005 ave­vo appe­na paga­to le ret­te sco­la­sti­che dei miei tre figli (le mani mi scot­ta­va­no anco­ra per quel salas­so) e, al solo seder­mi nel taxi, pre­met­ti on sul tasto istru­zio­ne… ed ecco che il tas­si­sta partiva:

TASSISTA  I miei figli mi faran­no veni­re un infar­to… l’unico maschio fa la sesta ele­men­ta­re e quan­to è vero Iddio man­co sa scri­ve­re il suo nome. A fine anno lo aiu­te­ran­no a copia­re e così pas­se­rà all’anno dopo, per­ché altri­men­ti la scuo­la va a fini­re nei casi­ni e quel­li del mini­ste­ro gli faran­no il ter­zo grado.
Poi c’ho due fem­mi­ne che van­no alle supe­rio­ri. Una fa la ter­za e un’altra la seconda.
Rin­gra­zian­do Dio le fem­mi­ne sono sve­glie… ma mi stan­no lascian­do in mutan­de con le lezio­ni pri­va­te. Pago per ognu­na 120 lire al mese… te lo imma­gi­ni? Ognu­na pren­de ripe­ti­zio­ni di tre mate­rie e ogni lezio­ne vie­ne 40 lire al mese. All’inferno con rac­co­man­da­ta espres­so devo­no anda­re! E quan­do cre­sce quell’altro genio di mio figlio Alber­ti­no, con le cer­vel­la da melo­ne che si ritro­va, di ripe­ti­zio­ni cen­to glie­ne dovrò pagare.
Lo sai come fun­zio­na a casa nostra? Eve­li­na, la più gran­de, dà le lezio­ni pri­va­te ad Alber­ti­no e si pren­de da me i sol­di per pagar­si le lezio­ni sue… e, secon­do te, non le devo inse­gna­re a gua­da­gnar­si la pagnot­ta coi suoi sforzi?
(riden­do) Ma, ovvia­men­te, a inse­gnar­gli non ci rie­sce per nien­te e da me si pren­de i sol­di, e basta.

IO  E in tut­to que­sto la scuo­la dove sta?

TASSISTA  La scuo­la? Vi dico che man­co il nome suo sa scri­ve­re e mi veni­te a dire la scuo­la? Ecco­la qua l’istruzione gra­tui­ta signo­re mio: non paghi? Non hai nien­te… il bel­lo è che pure il nien­te lo paghia­mo. Alle ele­men­ta­ri spen­dia­mo 40 lire per i libri e alle medie e supe­rio­ri ottan­ta. Se non paghi, nien­te libri. Que­sto è il sistema.
Pro­fes­sò, l’istruzione per tut­ti era uno di quei bei sogni anda­ti, che han­no lascia­to solo la for­ma e l’apparenza. Sul­la car­ta l’istruzione è come l’acqua e l’aria: un dirit­to per tut­ti quan­ti. Ma la veri­tà è che i ric­chi impa­ra­no, lavo­ra­no e gua­da­gna­no, men­tre i pove­ri non impa­ra­no, non lavo­ra­no e non gua­da­gna­no nien­te: but­ta­ti per stra­da come mon­dez­za… te li farò vede­re: nien­te lavo­ro né bottega.
Natu­ral­men­te con l’eccezione dei geni e, sicu­ra­men­te, il mio Alber­ti­no non rien­tra nel­la categoria.
Però che ci vole­te fare, io ci pro­vo lo stes­so. Pago le lezio­ni pri­va­te pure se sono un dispe­ra­to. Che pos­so fare di più?
E poi non si sa mai, va a fini­re che Nostro Signo­re fa il mira­co­lo e Alber­ti­no mi diven­ta un altro Zawil… che ne puoi sapere?

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Cairo Cabbies Gab About Back

BLOOMBERG — 11/09/2008
Inter­view by Daniel Williams

Even casual tra­ve­lers to Cai­ro soon learn one thing about the city: Its taxi dri­vers delight in gab­bing about poli­tics, reli­gion, the wea­ther, their fami­ly, your fami­ly, their inco­me, your sala­ry — wha­te­ver — whi­le you are cap­ti­ve in their cabs.

Kha­led Al Kha­mis­si, an Egyp­tian public-rela­tions agent and author, recoun­ts dozens of con­ver­sa­tions he’s had with chat­ty dri­vers in a book cal­led “Taxi,” a rol­ling por­trait of con­tem­po­ra­ry Cai­ro. For him, cab­bies are the city’s town criers.

Taxi dri­vers are always in the street, day and night,” Al Kha­mis­si says in an inter­view in his third-floor offi­ce loo­king onto a Cai­ro pla­za jam­med with cars and people.

They are the blood­stream of Cai­ro and express the who­le suf­fe­ring of socie­ty and the deter­mi­na­tion to over­co­me the pro­blems of sur­vi­val in Egypt.”

Fir­st publi­shed in Ara­bic last year and now avai­la­ble in English, “Taxi” recon­struc­ts from memo­ry 58 con­ver­sa­tions Al Kha­mis­si had with various drivers.

One cab­by from sou­thern Egypt talks about fleeing a fai­led govern­ment irri­ga­tion pro­ject. Ano­ther descri­bes how a vei­led woman strip­ped in his back seat, pee­ling off her mode­st garb on the way to her wai­tres­sing job. A third dreams of dri­ving to South Afri­ca for soccer’s 2010 World Cup.

One dri­ver talks to Al Khamissi’s daughter about por­no­gra­phy. And one young cab­by, enra­ged at his own pover­ty, sym­pa­thi­zes with sui­ci­de bom­bers and threa­tens to crash his car at the next intersection.

Moon­lighters

In their own way, the dri­vers express a matu­re under­stan­ding of Egypt. They live it eve­ry­day,” says Al Kha­mis­si, who reports that the Ara­bic edi­tion of his book has sold 60,000 copies, a bestsel­ler by Egyp­tian standards.

Moon­lighting cab­bies are com­mon, making the dri­vers a cross-sec­tion of socie­ty, he says. Owners sublea­se their cars to all comers: reti­rees, unem­ployed stu­den­ts, engi­neers and even, on rare occa­sions, women.

I have never met a dri­ver with a doc­to­ra­te, but I have met plen­ty who hold masters degrees,” the author says.

The book rings true. Thou­gh Al Kha­mis­si is a cri­tic of the govern­ment of Pre­si­dent Hosni Muba­rak, some of his dri­vers favor the 80-year-old lea­der. Com­plain­ts about bureau­cra­cy and cor­rup­tion are commonplace.

Al Khamissi’s timing was good: Taxis have come under offi­cial scru­ti­ny this year. The govern­ment orde­red the with­dra­wal of licen­ses from cabs older than 20 years under a rule that went into effect Aug. 1, thou­gh owners have three years to dump their old cars.

Orna­men­tal Meters

New regu­la­tions also make man­da­to­ry the use of meters, which Al Kha­mis­si descri­bes as inert orna­men­ts desi­gned “to tear the trou­sers of custo­mers who sit next to the dri­ver.” If my own expe­rien­ce is any gui­de, the meter rule has been igno­red. Nego­tia­tions, as always, are the norm.

The rules are meant to eli­mi­na­te cars with faul­ty bra­kes, bald tires and fuming exhausts, and the sta­te is offe­ring sub­si­di­zed loans to buy new vehi­cles. That sho­ws just how out of touch the govern­ment is, Al Kha­mis­si says.

Even with a sub­si­dy, he asks, “who can afford a new car?”

Taxi” has just a cou­ple of wea­k­nes­ses. For one thing, it could have used ful­ler descrip­tions of Cai­ro cabs, 80,000 of which roam the city of 17 mil­lion peo­ple, accor­ding to the Trans­por­ta­tion Ministry.

From outsi­de, most of the cars look ali­ke: two-toned black- and-whi­te Ladas or Fia­ts poc­ked with den­ts and mis­sing some or all of their fen­ders. Insi­de, the cars are feasts of idio­syn­cra­sies: Amu­le­ts, wor­ry beads and trin­ke­ts dan­gle from rear-view mir­rors abo­ve fur-cove­red dashboards.

Loud Prayers

Loud radios and CD players are ubi­qui­tous, with some Muslim dri­vers play­ing recor­ded Isla­mic prayers. In cabs ope­ra­ted by Cop­tic Chri­stians, pla­stic icons of sain­ts deco­ra­te the dash. At night, blin­king blue insi­de lights give the cabs a disco glow.

Ano­ther ele­ment mis­sing from Al Khamissi’s col­lec­tion is a typi­cal con­ver­sa­tion bet­ween a cab­bie and a forei­gn tou­ri­st, begin­ning with the que­stion, “Whe­re are you from?”

If the answer is the U.S., the con­ver­sa­tion will turn to prai­se for the friend­li­ness of Ame­ri­cans cou­pled with cri­ti­ci­sm of Pre­si­dent Geor­ge W. Bush’s forei­gn poli­cy and a que­ry about get­ting a U.S. visa and the ran­ge of salaries.

Being an Ame­ri­can who taxies around Cai­ro a lot, I’m fed up with discus­sing Iraq and U.S. tax laws whi­le stuck in Nile- length traf­fic jams. So I’ve taken to say­ing I’m from Bolivia.

That usual­ly works, thou­gh almo­st nothing can stop a Cai­ro cabby’s urge to chat if he’s deter­mi­ned. When I said “Boli­via” the other day, the dri­ver pau­sed for a beat and replied:

Ah, Bava­ria. Won­der­ful peo­ple. My bro­ther works in Munich. What are the chan­ces for a visa?”

None, I said. And can you plea­se turn down the prayers?

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Khaled El Khamissi, un autore itinerante

di Pacyn­the Sabri (da journalistescaire.blogspot.com, 10/12/2007)

Uno scrittore egiziano, al ritmo dei suoi brani originali da un taxi all’altro, immerge i suoi lettori nel cuore della società contemporanea del  Cairo.

Scri­ve­re è come bal­la­re, per ini­zia­re, biso­gna  pri­ma libe­rar­si e esse­re in armo­nia con se stes­si. “E ’ con que­ste paro­le che Kha­led-el-Kha­mis­si, auto­re di Taxi, defi­ni­sce il suo rap­por­to con una pas­sio­ne che sem­bra tra­smes­sa di padre in figlio. Uno scrit­to­re, ma anche un gior­na­li­sta, pro­dut­to­re e regi­sta, mol­ti­pli­ca le sue fun­zio­ni, pur rima­nen­do all’ascolto del­le per­so­ne alle qua­li si sen­te più vici­no: colo­ro che lot­ta­no per gua­da­gnar­si il pane. Nel suo libro, ha dipin­to que­sta clas­se attra­ver­so le loro paro­le det­te  con fidu­cia, o con un tono di pre­sa in giro. E il risul­ta­to è que­sto: un libro toc­can­te che per il pub­bli­co è come tabac­co. Que­sto padre di tre figli, non ha navi­ga­to in acque tran­quil­le pri­ma di rag­giun­ge­re ciò che egli chia­ma “l’esperienza più emo­zio­nan­te del­la sua vita.” Nato in una fami­glia di intel­let­tua­li e scrit­to­ri, rapi­da­men­te si sen­tì diver­so da suoi com­pa­gni, “una vol­ta, sono sta­to per­fi­no  con­vo­ca­to dal diret­to­re per ave­re emes­so un pare­re con­tra­rio dal mio inse­gnan­te a pro­po­si­to dell’accordo di pace con Israe­le “, dice, sor­ri­den­do ricor­dan­do­si di que­sto inci­den­te. Para­dos­sal­men­te, è a cau­sa del­la sua pre­sen­za alle sera­te let­te­ra­rie orga­niz­za­te dal non­no che non è riu­sci­to a svi­lup­pa­re velo­cemn­te il corag­gio di espri­mer­si: “che ave­va di nuo­vo da por­ta­re rispet­to alle ope­re dei suoi predecessori? “

Gli Egi­zia­ni han­no un pro­ble­ma di auto-censura”

Ma è pro­prio la sua sen­si­bi­li­tà esa­cer­ba­ta di fron­te a tut­to ciò che lo cir­con­da e  l’angoscia che ha tut­ta l’aria di tro­va­re sol­lie­vo solo  con la scrit­tu­ra  che ha fini­to per vin­ce­re i suoi dub­bi. Scri­ve per rom­pe­re le bar­rie­re e nel ten­ta­ti­vo di devia­re il rifles­so di auto-cen­su­ra, che secon­do lui è pro­prio di ogni  egi­zia­no. “sul­la ter­ra o su un altro pia­ne­ta, la pau­ra che vivia­mo ci spin­ge a cam­bia­re le paro­le che abbia­mo avu­to spon­ta­nea­men­te”, spie­ga. Que­sto fran­co­fo­no aman­te del­la liber­tà di espres­sio­ne rima­ne rilut­tan­te di fron­te la cie­ca ado­zio­ne del­le idee occi­den­ta­li, alcu­ne del­le qua­li sono inap­pli­ca­bi­li all’interno del­la socie­tà egi­zia­na. Pre­fe­ri­sce rima­ne­re in que­sta zona gri­gia tra due mon­di. Uno spa­zio dove è sicu­ro di muo­ver­si in tut­ta libertà.

(tra­du­zio­ne di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li)

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Taxi è più o meno una finzione giornalistica

ISBN 9788887847147 © il Sirente da Com­ple­te Reviews

Taxi è più o meno una fin­zio­ne gior­na­li­sti­ca, così Kha­led Al Kha­mis­si ci pre­sen­ta i cin­quan­tot­to incon­tri con i tas­si­sti del Cai­ro. C’è una sto­ria diver­sa ad ogni giro, così come diver­si sono i pro­ble­mi e le que­stio­ni sol­le­va­te (quel­le  simi­li sono descrit­te par­ten­do da diver­si pun­ti di vista). Non è così faci­le met­te­re insie­me una tale rac­col­ta, Kha­mis­si ha lavo­ra­to sodo per evi­ta­re ripe­ti­zio­ni e la mono­to­nia che sareb­be potu­ta deri­va­re, ma pro­ba­bil­men­te per alcu­ni potreb­be risul­ta­re un lavo­ro arte­fat­to, nono­stan­te tut­to nel­la sua suc­cin­ta pre­sen­ta­zio­ne — il crea­ti­vo Kha­mis­si sa man­te­ne­re  l’attenzione del let­to­re impe­gna­ta e in movimento.
Diver­si tas­si­sti men­zio­na­no la metà degli anni’90 come un pun­to di svol­ta, quan­do il gover­no cam­biò le leg­gi e fon­da­men­tal­men­te per­mi­se che qual­sia­si mac­chi­na potes­se esse­re tra­sfor­ma­ta in un taxi, que­sto ci por­ta a ciò che i tas­si­sti lamen­ta­no: l’eccessiva  offer­ta – più di 80000 solo al Cai­ro que­sto il nume­ro che vie­ne ripe­tu­ta­men­te citato.
Oggi gui­da­re un Taxi è diven­ta­to il com­mer­cio di colo­ro che non han­no un commercio. 
È una situa­zio­ne che si pre­sen­ta qua­si esclu­si­va­men­te al Cai­ro, di fat­to, Kha­mis­si non si sof­fer­ma trop­po sul­la varie­ga­ta sfac­ciet­ta­tu­ra dei tas­si­sti, che van­no dai ben istrui­ti ai gio­va­ni che non dovreb­be asso­lu­ta­men­te seder­si die­tro a un volan­te (Un tas­si­sta che non solo non cono­sce alcu­ne, ma gli sono pra­ti­ca­men­te sco­no­sciu­te qua­si tut­te le stra­de del Cairo …) .
Nel­la mag­gior par­te dei casi Kha­mis­si intra­pren­de una sor­ta di con­ver­sa­zio­ne con i vari tas­si­sti, e ascol­ta le loro opi­nio­ni su tut­to, dal­la poli­ti­ca alla reli­gio­ne, pas­san­do per l’educazione. In una pano­ra­mi­ca com­po­sta dal­le opi­nio­ni dell’uomo del­la stra­da (e da alcu­ne del­le moti­va­zio­ni alla base di que­ste opi­nio­ni), Taxi su alcu­ne tema­ti­che, come il coin­vol­gi­men­to anglo-ame­ri­ca­no in Iraq, riu­sl­ta uti­le: que­ste sono voci che non sono così faci­li da tro­va­re. Ma più inte­res­san­ti sono le denun­ce loca­li, che dan­no un’idea più pre­ci­sa del­la situa­zio­ne con­tem­po­ra­nea in Egitto.
Diver­se vol­te Kha­mis­si affer­ma che ci sono alcu­ne bat­tu­te che se aves­se tra­scrit­to sareb­be sta­to get­ta­to in car­ce­re imme­dia­ta­men­te — qual­co­sa che non è in gra­do di capi­re, dal momen­to che comun­que per le stra­de que­ste opi­nio­ni ven­go­no con­ti­nua­men­te sban­die­ra­te. Con­si­de­ra­to i com­men­ti sul lea­der egi­zia­no Hosni Muba­rak e il suo regi­me decre­pi­te (le pseu­do-ele­zio­ni far­sa, suf­fi­cien­ti per sod­di­sfa­re i desi­de­ri ame­ri­ca­ni di demo­cra­zia, ma che chia­ra­men­te la gen­te del posto vede come quel­le che real­men­te sono), è chia­ro che il mal­con­ten­to gene­ra­le con­tro il gover­no è mol­to elevato.
Taxi non è un neu­tra­le docu­men­ta­rio — Kha­mis­si ovvia­men­te ha una spe­cie di ordi­ne del gior­no — ma in que­sta pre­sen­ta­zio­ne non abbia­mo lo spa­zio per così tan­te spie­ga­zio­ni o per mol­to back­ground e così for­se i let­to­ri stra­nie­ri con poca fami­lia­ri­tà sul­le con­di­zio­ni poli­ti­che egi­zia­ne non pos­so­no capi­re alcu­ni dei pro­ble­mi ester­na­ti dai tas­si­sti. Nel  com­ples­so, è dif­fi­ci­le ave­re  una buo­na impres­sio­ne sul­le attua­li con­di­zio­ni egiziane. (……………)
Tra i prin­ci­pa­li pun­ti sot­to­li­nea­ti da Kha­mis­si c’è l’immenso costo dell’ ende­mi­ca cor­ru­zio­ne Egi­zia­na, ben illu­stra­ta da nume­ro­si aned­do­ti. La buro­cra­zia è un altro gros­so pro­ble­ma, e alcu­ni degli esem­pi sono rea­li­sti­ci e diver­ten­ti, come l’autista  che pole­miz­za con­tro le cin­tu­re di sicu­rez­za. Kha­mis­si ricor­da che le cin­tu­re di sicu­rez­za sono obbli­ga­to­rie in tut­to il mon­do — e sono, natu­ral­men­te, una sag­gia e rela­ti­va­men­te poco costo­sa misu­ra di sicu­rez­za. Ma si sco­pre che il gover­no egi­zia­no le ha clas­si­fi­ca­te come un bene di lus­so sui vei­co­li impor­ta­ti, e così per anni gli egi­zia­ni che impor­ta­va­no  auto dall’estero le han­no eli­mi­na­te per evi­ta­re di paga­re ulte­rio­ri tas­se doga­na­li (esat­ta­men­te come han­no rimos­so  altri acces­so­ri clas­si­fi­ca­ti come beni di lus­so, ad esem­pio l’aria con­di­zio­na­ta). Ora le cin­tu­re di sicu­rez­za sono diven­ta­te obbli­ga­to­rie, così i tas­si­sti han­no dovu­to riin­stal­lar­le — ad ecce­zio­ne, natu­ral­men­te, per il fat­to che le han­no instal­la­te solo per met­ter­le in mostra: in real­tà non fun­zio­na­no — un esem­pio di gran­de rilie­vo di ciò che il gover­no con­si­de­ra giu­sto, fal­len­do mise­ra­men­te sui risultati.
Ci sono alcu­ne sto­rie tri­sti — anche se in un pae­se in cui tut­ti sono sem­pre cro­ni­ca­men­te a cor­to di sol­di e gua­da­gna­no trop­po poco la mise­ria è data pra­ti­ca­men­te per scon­ta­ta — ma for­se la più depri­men­te è l’incontro del tas­si­sta che  spie­ga con entu­sia­smo per­chè pen­sa che i geni­to­ri che man­da­no i loro figli a scuo­la sono paz­zi. Con il costo del­le lezio­ni pri­va­te e nes­su­na spe­ran­za per il futu­ro anche per colo­ro che otten­go­no una buo­na istru­zio­ne i geni­to­ri dovreb­be­ro met­te­re da par­te tut­ti i sol­di che ave­vo da per­de­re per l’istruzione dei loro bam­bi­ni e dar­gli il dena­ro una vol­ta rag­giun­ti i 21 anni, così pos­so­no alme­no apri­re un pun­to ven­di­ta (o dare un accon­to per un taxi …). Fare dena­ro è ciò che con­ta, l’istruzione è inu­ti­le — e pur­trop­po il tas­si­sta  non è così lon­ta­no dal­la situa­zio­ne in Egit­to, dove i bam­bi­ni a scuo­la impa­ra­no a mala­pe­na a leg­ge­re: “L’unica cosa che si impa­ra a scuo­la è l’inno nazio­na­le e che cosa gli por­ta di buo­no que­sto? ” Se il siste­ma è tal­men­te cat­ti­vo che i geni­to­ri non san­no più cer­ca­re alter­na­ti­ve per garan­ti­re ai loro figli un’educazione ade­gua­ta, si capi­sce che il pae­se sta franando.
Kha­mis­si è sor­pren­den­te­men­te fran­co nel­la  sua con­dan­na, diret­ta e indi­ret­ta, al regi­me di Muba­rak, un gover­no che non è poi così tiran­ni­co, ma che con la sua popo­la­zio­ne ha sem­pli­ce­men­te fal­li­to su qua­si tut­ti gli aspet­ti. Que­sta rac­col­ta mostra come enor­mi poten­zia­li­tà van­no sprecatae.
Kha­mis­si, va un po’ trop­po oltre,  con la sua sim­pa­tia per la con­di­zio­ne dei taxi dri­ver, soste­nen­do che in nes­sun modo potran­no fare i sol­di ( è al 100% una cau­sa per­sa), que­sto è  natu­ral­men­te scioc­co. Ma per la mag­gior par­te, egli evi­ta di met­te­re il suo con­tri­bu­to, per­met­ten­do ai tas­si­sti di par­la­re per se stes­si, e anche se, ha la for­ma di un testo rivi­sto atten­ta­men­te per­met­te ai let­to­ri di arri­va­re (un po ‘di più) alle loro conclusioni.
Taxi è qua­si più simi­le a una  rac­col­ta gior­na­li­sti­ca che ad un’opera di nar­ra­ti­va — per esem­pio la si può imma­gi­na­re come la colon­na di un gior­na­le set­ti­ma­na­le — ma Kha­mis­si ha lavo­ra­to per met­te­re insie­me un’immagine più gran­de e ha fat­to un buon lavo­ro. Que­sta non è sem­pli­ce­men­te una serie di con­ver­sa­zio­ni, ma in real­tà ci offre una vasta fet­ta di vita con­tem­po­ra­nea egi­zia­na. E’ più un docu­men­ta­rio di inte­res­se crea­ti­vo, nel­le sue mol­te­pli­ci pro­spet­ti­ve dell’ uomo del­la stra­da offre qual­co­sa che dovreb­be esse­re di gran­de inte­res­se per colo­ro che desi­de­ra­no saper­ne di più sul­la vita in Medio Orien­te. Mira­bil­men­te mes­se a dispo­si­zio­ne di un pub­bli­co di lin­gua ingle­se — appe­na un anno dopo la pri­ma pub­bli­ca­zio­ne in lin­gua ara­ba — sem­bra anche mol­to attua­le. Utile.

(tra­du­zio­ne di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li)

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Al Cairo tassisti fittizi come se fossero reali

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Jona­than Wright (da Dai­ly News Egypt, 31 mar­zo 2007)

CAIRO: L’autore egi­zia­no Kha­led Al Kha­mis­si, in una rac­col­ta di rac­con­ti bre­vi sul­la capi­ta­le egi­zia­na, che è diven­ta­ta best-sel­ler, ha tra­sfor­ma­to una vec­chia tec­ni­ca usan­do se stesso.

Inve­ce di ave­re in pugno la cit­tà par­lan­do ai taxi dri­ver, Al Kha­mis­si ha com­po­sto 58 mono­lo­ghi inven­ta­ti suui taxi—drivers del Cai­ro, con tale con­vin­zio­ne e auten­ti­ca lin­gui­sti­ca che la mag­gior par­te dei let­to­ri li pren­do­no per veri.

Ma Al Kha­mis­si, gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re, vener­dì ha det­to in un’intervista a Reu­ters che nes­su­no dei tas­si­sti di “Taxi” è mai vera­men­te esistito.

Que­sto è un libro di gene­re let­te­ra­rio. Io non ho regi­stra­to nul­la. Non si trat­ta di repor­ta­ge o di gior­na­li­smo”, ha detto.

Sono tut­te sto­rie che mi sono ricor­da­to e ho recu­pe­ra­to quan­do sta­vo scri­ven­do. In mol­ti casi, qual­cu­no potreb­be dir­mi una paro­la e qual­cun altro potreb­be dir­mi qualcosa’altro e così via”, ha aggiunto.

Al Kha­mis­si, che ha stu­dia­to scien­ze poli­ti­che pres­so la Sor­bo­na di Pari­gi e ha un inte­res­se in socio­lo­gia e antro­po­lo­gia; ha det­to che le 220 pagi­ne che com­pon­go­no l’opera di fin­zio­ne han­no un valo­re per le per­so­ne a cui di soli­to nes­su­no da voce.

I tas­si­sti sono sogna­to­ri e filo­so­fi, miso­ge­ni e fana­ti­ci, con­trab­ban­die­ri e fal­li­ti, misti­ci e comi­ci. Tut­ti loro sono uomi­ni, che lot­ta­no per gua­da­gnar­si da vive­re in un cru­de­le, rumo­ro­so, cao­ti­co e mal­sa­no mondo.

Schiac­cia­ti da altre auto­mo­bi­li, sof­fo­ca­ti dai fumi e dal calo­re esti­vo, sopraf­fat­ti dai poli­ziot­ti cor­rot­ti, sovrac­ca­ri­chi di lavo­ro e sot­to­pa­ga­ti, par­la­no di qua­si di tut­to — poli­ti­ca, don­ne, film, viag­gi all’estero e il più del­le vol­te del loro disprez­zo per le autorità.

Il libro in Egit­to, da quan­do è usci­to il 5 gen­na­io 2007, ha ven­du­to 20000 copie- un nume­ro incre­di­bi­le in un pae­se in cui le ope­re di let­te­ra­tu­ra rara­men­te ven­do­no più di 3000 copie.

La quar­ta edi­zio­ne è sta­ta appe­na ristam­pa­ta e Al Kha­mis­si ha già incon­tra­to gli edi­to­ri stra­nie­ri per par­la­re di traduzioni.

Insie­me con i due ulti­mi roman­zi di Alaa El Aswa­ni, que­sti libri han­no con­tri­bui­to a rav­vi­va­re la let­tu­ra in Egit­to, dove mol­te fami­glie non han­no altri libri che il Corano.

Uno dei segre­ti del suc­ces­so di Al Kha­mis­si potreb­be esse­re che i suoi mono­lo­ghi sono tut­ti in Egi­zia­no, ric­co dia­let­to col­lo­quia­le, che è mol­to diver­so dal­la lin­gua let­te­ra­ria che gli scrit­to­ri in gene­re utilizzano.
Il libro ha rice­vu­to applau­si dal­la cri­ti­ca, la mag­gior par­te, da per­so­ne che han­no vis­su­to il libro come un lavo­ro di antro­po­lo­gia urbana.

Baheyya, un ano­ni­mo, ma influen­te blog­ger egi­zia­no, ha det­to: “Il libro par­la del­la resi­sten­za del­lo spi­ri­to uma­no, è una poten­te cro­na­ca del­la colos­sa­le lot­ta per la sopravvivenza”.

Docu­men­ta le disu­gua­glian­ze socia­li e ripor­ta fedel­men­te il pote­re pun­gen­te dei dia­lo­ghi quo­ti­dia­ni”, ha aggiunto.

Galal Amin, un eco­no­mi­sta e socio­lo­go che inse­gna pres­so l’Università Ame­ri­ca­na del Cai­ro, l’ha chia­ma­to “un lavo­ro inno­va­ti­vo che dipin­ge un qua­dro veri­tie­ro del­la situa­zio­ne del­la socie­tà egi­zia­na di oggi, come si è visto da par­te di un impor­tan­te set­to­re sociale”

Al Kha­mis­si ha det­to che è sta­to fede­le alla real­tà. “I mono­lo­ghi, a mio avvi­so, sono 100 per cen­to rea­li­sti­ci … Se scen­di e chie­di ad un taxi dri­ver una qual­sia­si del­le pro­ble­ma­ti­che tro­ve­re­sti che è esat­ta­men­te ciò che è scrit­to nel libro” ha detto.

Come il lavo­ro di El Aswa­ni, “Taxi” inclu­de una for­te dose anti-gover­na­ti­va, che riflet­te la pro­gres­si­va espan­sio­ne del­la liber­tà di espres­sio­ne in Egitto.

Ma Al Kha­mis­si dice che non ha cer­ca­to di impor­re ai suoi per­so­nag­gi la sua osti­li­tà nei con­fron­ti del governo.

Per­so­nal­men­te sono con­tro [l’ex pre­si­den­te] Anwar Sadat, ma tro­ve­re­te un tas­si­sta assouul­ta­men­te devo­to a lui”, ha detto.

Al Kha­mis­si ha dichia­ra­to che il suo pros­si­mo libro rac­con­te­rà le sto­rie degli egi­zia­ni che viag­gia­no all’estero per lavo­ro, o sono tor­na­ti dall’estero o han­no pro­va­to e non sono riu­sci­ti ad emigrare.

Fino­ra ho par­la­to con cir­ca 150 per­so­ne per il pros­si­mo libro”, ha detto.

(tra­du­zio­ne di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li)

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La cruda realtà sull’Egitto emerge dalle opinioni dei taxi-drivers

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Liz Sly (Chi­ca­go Tri­bu­ne)

Il libro com­po­sto da con­ver­sa­zio­ni in taxi è diven­ta­to un best-sel­ler che attra­ver­sa il paese.

CAIRO, EGITTO — Kha­lid al-Kha­mis­si ha sco­per­to qual­co­sa su cui i cor­ri­spon­den­ti stra­nie­ri han­no scher­za­to per lun­go tem­po – i tas­si­sti pos­so­no esse­re tra le miglio­ri fon­ti di ana­li­si di un paese.

Non è solo che sono facil­men­te arri­va­bi­li. I Taxi dri­ver incon­tra­no una vasta gam­ma di per­so­ne ogni gior­no, ascol­ta­no le noti­zie alla radio; visi­ta­no ogni ango­lo del­la loro comu­ni­tà e per la mag­gior par­te del tem­po sono anno­ia­ti, feli­ci di chiac­chie­ra­re con chiun­que entri nel loro taxi.

Si comin­cia con le cose ordi­na­rie, ma dopo 10 minu­ti comin­cia­no a rac­con­tar­ti cose che riflet­to­no real­men­te l’anima del­la socie­tà”, spie­ga Kha­mis­si, uno scien­zia­to poli­ti­co che ha stu­dia­to pres­so l’Università del Cai­ro e alla Sor­bo­na di Parigi.

C’è anche il fat­to­re dell’anonimato, che entra in gio­co nel­le socie­tà con regi­me auto­ri­ta­rio come l’Egitto. I tas­si­sti dan­no voce alle loro men­ti, fidu­cio­si che non riin­con­tre­ran­no di nuo­vo la stes­sa per­so­na e che le loro paro­le non potran­no mai ritor­cer­si con­tro di loro.

E così Kha­mis­si si è occu­pa­to del­le intui­zio­ni dei tas­si­sti che ha incon­tra­to al Cai­ro per scri­ve­re un libro, chia­ma­to Taxi, sul­la base di col­lo­qui con i suoi taxi-dri­vers in un perio­do di cir­ca un anno.

Il risul­ta­to è sta­to un ina­spet­ta­to best-sel­ler, ora alla sesta ristam­pa e con più di 60000 copie ven­du­te, un nume­ro ele­va­to rispet­to agli stan­dard egi­zia­ni. E ‘sta­to tra­dot­to in ingle­se. Spe­ra che il pros­si­mo anno ver­rà pub­bli­ca­to nel Regno Uni­to e negli Sta­ti Uniti.

Non è tan­to un libro sui tas­si­sti quan­to un ritrat­to del­la socie­tà egi­zia­na, come l’era del 79enne pre­si­den­te Hosni Muba­rak che si avvi­ci­na alla fine.

E ‘un libro sul­la micro­cri­mi­na­li­tà, le fru­stra­zio­ni quo­ti­dia­ne dei pove­ri lavo­ra­to­ri egi­zia­ni che vivo­no nel­la qua­si impra­ti­ca­bi­le metro­po­li del Cai­ro. È un libro per far­ti sen­ti­re in col­pa se hai mai pro­va­to a con­trat­ta­re sul­la tarif­fa di un taxi in un qual­sia­si pae­se povero.

I tas­si­sti di Khamissi’s cado­no sot­to il cor­rot­to auto­ri­ta­ri­smo dit­ta­to­ria­le, ma sono trop­po occu­pa­ti a cer­ca­re di gua­da­gnar­si da vive­re che non fan­no nul­la. Paga­no maz­zet­te ai poli­ziot­ti piut­to­sto che per­de­re gior­ni di gua­da­gno, intrap­po­la­ti nel labi­rin­to del­la buro­cra­zia Egi­zia­na, per paga­re una mul­ta. Si addor­men­ta­no al volan­te dopo aver lavo­ra­to 72 ore non-stop per paga­re le rate del­le loro auto.

Un tas­si­sta pian­ge per­ché non può per­met­ter­si l’operazione neces­sa­ria a far ces­sa­re il suo mal di schie­na, cau­sa­to dal suo lavo­ro al volante.

Kha­mis­si attri­bui­sce il suc­ces­so di Taxi alla luce che fa risplen­de­re sugli ango­li bui del­la socie­tà egi­zia­na. Lavo­ro arti­gia­na­le di 57 con­ver­sa­zio­ni con i tas­si­sti, il libro si pro­po­ne di tra­smet­te­re la cru­da veri­tà dell’Egitto, di cui di soli­to si par­la in privato.

Ho cer­ca­to di annul­la­re l’autocensura che ogni scrit­to­re egi­zia­no fa. In Egit­to vivia­mo la nostra vita in una gigan­te­sca auto-cen­su­ra”, ha det­to in un’intervista all’ uffi­cio Cai­ro­ta dell’impresa di inve­sti­men­ti dove lavora.

Diver­si redat­to­ri sono sta­ti recen­te­men­te con­dan­na­ti al car­ce­re per espri­me­re alcu­ne del­le opi­nio­ni espres­se dagli ano­ni­mi tas­si­sti di Kha­mis­si, ma Kha­mis­si non ha avu­to alcun pro­ble­ma con le autorità.

Il suo tas­si­sta deri­de il gover­no, rac­con­ta cru­de bar­zel­let­te per scre­di­ta­re il siste­ma. Uno dice che vor­reb­be vede­re i fuo­ri­leg­ge fon­da­men­ta­li­sti isla­mi­ci Fra­tel­li musul­ma­ni al pote­re, anche se non pre­ga o non va alla moschea. “Per­ché abbia­mo pro­va­to di tut­to”, egli spiega.

(tra­du­zio­ne di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li)

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Taxi

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Sasha Simic (da Socia­li­st Review, mar­zo 2008)

Cir­ca 80000 taxi gira­no per le stra­de del Cai­ro. Le mar­to­ria­te mac­chi­ne in bian­co e nero attra­ver­sa­no in modo cao­ti­co le stra­de del­la capi­ta­le Egi­zia­na, sono così onni­pre­sen­ti che è faci­le dimen­ti­ca­re che cia­scu­no di essi tra­spor­ta alme­no una sto­ria umana.

L’anno scor­so il gior­na­li­sta egi­zia­no Kha­led Al Kha­mis­si ha rac­col­to 58 con­ver­sa­zio­ni che ha avu­to con i tas­si­sti in un libro. Il risul­ta­to — Taxi — è sta­to un best-sel­ler imme­dia­to. E ‘un mera­vi­glio­so lavo­ro, che cat­tu­ra la lot­ta gior­na­lie­ra dei lavo­ra­to­ri nel moder­no Egit­to, attra­ver­so le loro stes­se parole.

I gover­nan­ti egi­zia­ni han­no abbrac­cia­to con entu­sia­smo il neo­li­be­ri­smo ren­den­do la vita mol­to più dif­fi­ci­le per la popo­la­zio­ne. I tas­si­sti di que­sto libro sono gio­va­ni e meno gio­va­ni, reli­gio­si e lai­ci, rap­pre­sen­tan­ti di diver­si grup­pi pro­ve­nien­ti da tut­ta la socie­tà egi­zia­na, ma ognu­no lot­ta per soprav­vi­ve­re nel­la sua “pesce man­gia pesce” società.

Sem­pli­ce­men­te cer­ca­re di rin­no­va­re la paten­te di gui­da diven­ta un incu­bo di buro­cra­zia e cor­ru­zio­ne che non tro­va in Kaf­ka un riva­le. La mag­gior par­te di loro odia il dit­ta­to­ria­le pre­si­den­te Hosni Muba­rak, e disprez­za i ric­chi egi­zia­ni. Mol­ti capi­sco­no che cosa le sfre­na­te for­ze del mer­ca­to han­no fat­to alla loro vita: “Sono come un pesce e il taxi è come un con­te­ni­to­re di pesce… E ‘vero io gui­do in giro per tut­to il gior­no, ma vedo solo la par­te inter­na del mio taxi, i miei limi­ti Sono le fine­stre del taxi. La Vita è una pri­gio­ne, che ter­mi­na nel­la tomba”.

(tra­du­zio­ne di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li)

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Le confessioni dei tassisti del Cairo

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Omay­ma Abdel-Latif (da Book Review, Forei­gn Poli­cy, settembre/ottobre 2007)

Nel mese di luglio, quat­tro mesi pri­ma del­la sua scom­par­sa, lo stu­dio­so Alain Rous­sil­lon espres­se pro­fon­da pre­oc­cu­pa­zio­ne per l’aumento del­le ten­sio­ni nel­la socie­tà egi­zia­na. Esse riflet­to­no il ritor­no del­la “que­stio­ne socia­le” nel­la poli­ti­ca egi­zia­na. La più gran­de minac­cia per il regi­me, ha sug­ge­ri­to, non è sta­ta la Fra­tel­lan­za musul­ma­na o di qual­sia­si altro grup­po di oppo­si­zio­ne, ma piut­to­sto l’atteggiamento del­la popo­la­zio­ne ver­so di essa. A giu­di­ca­re dai più di 200 sit-in, gli arre­sti, gli scio­pe­ri del­la fame, e le dimo­stra­zio­ni che si sono veri­fi­ca­te in tut­to il pae­se solo lo scor­so anno, gli egi­zia­ni espri­mo­no sem­pre più auten­ti­che rimo­stran­ze con­tro il loro governo.

Ma non avreb­be sen­so, la pau­ra o la rab­bia del­la mag­gior par­te degli egi­zia­ni che ascol­ta le élite poli­ti­che del pae­se par­la­re a semi­na­ri e salo­ni. Come in mol­ti pae­si di tut­to il Medio Orien­te, è la ” lin­gua del­la stra­da “, che spie­ga i modi in cui la mag­gio­ran­za degli egi­zia­ni pen­sa e si com­por­ta poli­ti­ca­men­te. For­te come sono nume­ri­ca­men­te, la mag­gio­ran­za dei cit­ta­di­ni del pae­se rap­pre­sen­ta un Egit­to la cui voce non è ascoltata.

Quin­di, Kha­led Al Kha­mis­si, uno scien­zia­to poli­ti­co egi­zia­no tra­sfor­ma­to­si in sce­neg­gia­to­re e gior­na­li­sta, ha mes­so in atto il modo di deci­fra­re gli atteg­gia­men­ti poli­ti­ci del­la per­so­na media sul­le stra­de ara­be, ha deci­so di par­la­re con le per­so­ne che pas­sa­no le loro gior­na­te alla gui­da: i tas­si­sti Del Cai­ro. Essi han­no il pri­vi­le­gio di mischiar­si con per­so­ne pro­ve­nien­ti da tut­to lo spet­tro socia­le, e in quan­to tali, le loro opi­nio­ni spes­so riflet­to­no il pen­sie­ro di al-gha­la­ba, un ter­mi­ne popo­la­re conia­to per rife­rir­si agli stra­ti più bas­si del­la socie­tà, colo­ro che vivo­no ai mar­gi­ni del­la poli­ti­ca e sono col­pi­ti da essa. Duran­te il suo anno di viag­gi qua­si esclu­si­va­men­te in taxi, Kha­mis­si è giun­to a cre­de­re che alcu­ni tas­si­sti offro­no un’analisi mol­to più pro­fon­da degli ana­li­sti poli­ti­ci, e che sono impor­tan­ti baro­me­tri degli umo­ri popo­la­ri e del­le rimo­stran­ze con­tro il governo.

Il risul­ta­to del­la sua ricer­ca è Taxi, un roman­zo pub­bli­ca­to a gen­na­io (2007) e diven­ta­to già un best-sel­ler, con oltre 35.000 copie ven­du­te in un pae­se in cui le 3000 copie sono con­si­de­ra­te come un suc­ces­so Ma inve­ce di tes­se­re insie­me un ben defi­ni­to intrec­cio nar­ra­ti­vo o un’avventura, Kha­mis­si ha pro­dot­to una serie di vignet­te di diver­se espe­rien­ze di tas­si­sti, nel ten­ta­ti­vo di cat­tu­ra­re l’immagine il più ampia pos­si­bi­le dell’altra fac­cia del­la poli­ti­ca egi­zia­na. Per que­sto moti­vo, e for­se anche per pro­teg­ge­re i carat­te­ri “iden­ti­tà”, i tas­si­sti che egli intro­du­ce in taxi sono figu­re com­po­si­te, pro­dot­ti fit­ti­zi del suo tem­po tra­scor­so a par­la­re di tut­to, dall’ eco­no­mia e edu­ca­zio­ne alla salu­te e la politica.

L’interesse Egi­zia­no per il libro non dovreb­be sor­pren­de­re. Anche se vi è sta­to un dif­fu­so lavo­ro acca­de­mi­co per ten­ta­re di capi­re “cosa è suc­ces­so agli egi­zia­ni,” il roman­zo di Kha­mis­si spic­ca. Il suo approc­cio impro­ba­bi­le, la luci­da pro­sa, e un raro spac­ca­to sul­la coscien­za popo­la­re ren­de Taxi for­se la più inte­res­san­te del­le ope­re che la cro­na­ca socia­le e le tra­sfor­ma­zio­ni poli­ti­che Egi­zia­ne han­no pro­dot­to nel cor­so degli ulti­mi cin­que decenni.

Natu­ral­men­te, è uti­le la sua scel­ta di docu­men­ta­re la “stra­da” in uno dei momen­ti più poli­ti­ca­men­te pie­ni del­la recen­te sto­ria egi­zia­na. Per la pri­ma vol­ta nel cor­so dei decen­ni, il dis­sen­so popo­la­re non è sta­to diret­to prin­ci­pal­men­te con­tro Israe­le o gli Sta­ti Uni­ti, ma con­tro un avver­sa­rio inter­no-lo sta­to, la sicu­rez­za e i siste­mi che con­trol­la­no i cen­tri ner­vo­si del regi­me. Dall’ apri­le 2005 al mar­zo 2006, Kha­mis­si ha guar­da­to la stra­da emer­ge­re come cen­tro del­la sce­na poli­ti­ca, da pro­te­ste anti-regi­me, dimo­stra­zio­ni, ele­zio­ni, e aber­ran­ti sce­ne di vio­len­za com­mes­se con­tro i manifestanti.

Ave­va una fron­ta­le, più esat­ta­men­te, vista da die­tro le quin­te del­le rea­zio­ni egi­zia­ne al pri­mo movi­men­to indi­pen­den­te di pro­te­sta che sfi­da­va il regi­me del Pre­si­den­te Hosni Muba­rak. Biso­gna­va segui­re Una serie di even­ti poli­ti­ci, com­pre­so il pae­se alle pri­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li, con ben nove can­di­da­ti che con­cor­re­va­no al posto di pre­si­den­te. (Non che que­sto abbia fat­to qual­che dif­fe­ren­za.) Poi sono arri­va­te le ele­zio­ni par­la­men­ta­ri in cui la Fra­tel­lan­za musul­ma­na ha vin­to 88 seg­gi, dopo dure, vio­len­te bat­ta­glie e misfat­ti del par­ti­to al pote­re. L’anno ha visto anche la stra­da diven­ta­re il cuo­re del­la bat­ta­glia tra i gio­va­ni soste­ni­to­ri di Muba­rak e i suoi oppositori.

E in tut­to que­sto Kha­mis­si guar­da­va e ascol­ta­va i tas­si­sti, che sono spes­so inse­gnan­ti, ragio­nie­ri, avvo­ca­ti di for­ma­zio­ne, ma il cui pae­se non è in gra­do di offri­re un lavo­ro adat­to alla loro istru­zio­ne. Indi­gna­ti dall’ auste­ri­tà eco­no­mi­ca e gui­da­ti dal mal­con­ten­to del­le clas­si infe­rio­ri impo­ve­ri­te, i tas­si­sti stan­zia­ti nel loro pic­co­lo spa­zio pub­bli­co per sfo­ga­re la loro rab­bia e fru­stra­zio­ne con­tro il gover­no e agli stra­nie­ri che ade­ri­sco­no a simi­li rimo­stran­ze. La genia­li­tà di Taxi è che coglie il pun­to in cui il taxi ces­sa di esse­re solo un mez­zo di tra­spor­to e diven­ta inve­ce uno spa­zio di dibat­ti­to e di scam­bio, in un momen­to in cui tut­ti gli altri spa­zi pub­bli­ci, tra cui la stes­sa stra­da, era­no diven­ta­ti inac­ces­si­bi­li sot­to la Bru­ta­le for­za del­la poli­zia di Stato.

Nel mez­zo di que­sta tumul­tuo­sa atmo­sfe­ra, Kha­mis­si ha lan­cia­to gran­di intui­zio­ni nel­la schi­zo­fre­ni­ca rela­zio­ne tra gli egi­zia­ni e lo sta­to. Vi è allo stes­so tem­po un disprez­zo pro­fon­da­men­te radi­ca­to per l’autorità, ma anche una schiac­cian­te pau­ra che li bloc­ca a ribel­lar­si con­tro di essa. Alcu­ne teo­rie data­no que­sto con­flit­to indie­tro nel tem­po, al tem­po dei farao­ni, rile­van­do che l’Egitto è sem­pre sta­to un for­te sta­to inter­ven­ti­sta, e gli egi­zia­ni han­no qua­si reli­gio­sa­men­te temu­to e ado­ra­to la sua auto­ri­tà dagli albo­ri del pae­se. Kha­mis­si ricrea un inci­den­te che riflet­te que­sto rap­por­to ambi­va­len­te attra­ver­so un tas­si­sta che insul­ta il Mini­ste­ro degli inter­ni, sim­bo­lo di oppres­sio­ne per mol­ti, ma allo stes­so tem­po dice che lo rispetta.

In un altro epi­so­dio, Kha­mis­si offre una sem­pli­ce rispo­sta sul moti­vo per cui gli egi­zia­ni non ade­ri­sco­no alle pro­te­ste di piaz­za, nono­stan­te la loro sof­fe­ren­za e la mise­ria. ” ora Tut­to ha per­so il suo signi­fi­ca­to “, dice un auti­sta. “Due­cen­to per­so­ne sono cir­con­da­te da due mila uffi­cia­li di leva.” Anche se, come dice Kha­mis­si, la per­ce­zio­ne popo­la­re del gover­no è che “è debo­le, cor­rot­to, e ter­ro­riz­zan­te. Se ci si sof­fia sopra, cade a pez­zi “, dico­no diver­si tas­si­sti. Ma se que­sta è la per­ce­zio­ne domi­nan­te, per­ché non si uni­sco­no con­tro di essa? Spie­gan­do la cro­ni­ca apa­tia poli­ti­ca degli Egi­zia­ni, un tas­si­sta com­men­ta: “Il pro­ble­ma è che in noi egi­zia­ni, il gover­no ha pian­ta­to i semi del­la pau­ra di mori­re di fame. Que­sto ci fa pen­sa­re solo a noi stes­si, e la nostra uni­ca pre­oc­cu­pa­zio­ne è come far qua­dra­re il bilan­cio. ” Stia­mo viven­do una men­zo­gna, e il ruo­lo del gover­no è quel­lo di assi­cu­rar­si Che noi con­ti­nuia­mo a crederci. ”

Tra i tas­si­sti a cui da voce Kha­mis­si, la que­stio­ne eco­no­mi­ca resta in gran par­te il vero mal di testa- con sti­pen­di che sono appe­na suf­fi­cien­ti per le neces­si­tà di base e le varia­zio­ni dei prez­zi sono una rou­ti­ne quo­ti­dia­na. I tas­si­sti dan­no la col­pa al gover­no, che pen­sa solo ai “ric­chi turi­sti”. “Il pia­no rea­le del gover­no è di far­ci usci­re dal pae­se. Ma se lo fac­cia­mo, non avrà nes­su­no da imbro­glia­re e da deru­ba­re. “Non esat­ta­men­te il tipo di real­tà che si può ave­re da salo­ni o dagi incon­tri di rifles­sio­ne sul­la demo­cra­tiz­za­zio­ne in Medio Orien­te al Cairo.

Que­sto è esat­ta­men­te il moti­vo per cui Kha­mis­si ha col­pi­to. Più di tut­to, i suoi rac­con­ti sug­ge­ri­sco­no che vi è un gran­de magaz­zi­no socia­le di rab­bia e fru­stra­zio­ne con­tro lo sta­tus quo. La tri­ste real­tà è che, se la rap­pre­sen­ta­zio­ne del Cai­ro di Kha­mis­si è vera, vi sono scar­se pro­ba­bi­li­tà che la loro scon­ten­tez­za sia pre­sto tra­sfor­ma­ta in una for­za per il cam­bia­men­to di una socie­tà, il cui svi­lup­po è sta­to bloc­ca­to per tan­to tempo.

Omay­ma Abdel-Latif è coor­di­na­to­re di pro­get­ti pres­so il Car­ne­gie Endo­w­ment for Inter­na­tio­nal Peace’s Midd­le east Cen­ter a Beirut.

(tra­du­zio­ne di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li)

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