Un uomo non piange mai | Senzaudio

Un uomo non piange mai di Faïza Guène

Nes­su­no rico­min­cia da zero, nem­me­no gli ara­bi che lo zero lo han­no inven­ta­to, que­sto dice­va mio padre”.

Men­tre affron­ta­vo la let­tu­ra mi sono inter­ro­ga­to spes­so sugli ste­reo­ti­pi. Sul moti­vo per cui a vol­te del­le veri­tà accla­ra­te assu­ma­no dei con­no­ta­ti nega­ti­vi. Soprat­tut­to quan­do una cul­tu­ra ne osser­va un’altra. Suc­ce­de a noi quan­do guar­dia­mo fuo­ri dal­la nostra fine­stra, suc­ce­de agli altri quan­do sbir­cia­no in casa nostra al calar del sole. E’ ine­vi­ta­bi­le ed è sem­pre sta­ta una fon­te di anti­pa­tie, di pro­ble­ma­ti­che di dif­fi­ci­le riso­lu­zio­ne. Spes­so ha dato il via a sen­ti­men­ti che sono sfo­cia­ti nel raz­zi­smo e nel vol­ga­re affos­sa­men­to degli altrui valo­ri cul­tu­ra­li. Io pen­so che quan­do un pae­se fati­ca a ragio­na­re in ter­mi­ni di cul­tu­ra, quan­do un pae­se fati­ca a capi­re di cosa è fat­ta la pro­pria cul­tu­ra abbia dif­fi­col­tà ad accet­ta­re le altre cul­tu­re, par­ta dagli ste­reo­ti­pi, dal­la deri­sio­ne e poi il resto. Ben più grave.

Tut­ti que­sti pen­sie­ri sono sca­tu­ri­ti dal­la let­tu­ra di “Un uomo non pian­ge mai” (un tito­lo che di per sé avreb­be l’anima del­lo ste­reo­ti­po) del­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ni alge­ri­ne Faï­za Guè­ne.

Il libro rac­con­ta una sto­ria dal pun­to di vista dell’unico figlio maschio di una fami­glia di immi­gra­ti alge­ri­ni. Attra­ver­so lo sguar­do di Mou­rad Chen­noun pos­sia­mo par­te­ci­pa­re alla vita di una fami­glia con un pie­de in Alge­ria e l’altro in Fran­cia. Con una figlia che pro­va ad eman­ci­par­si, a sfug­gi­re a tut­te le impo­si­zio­ni cul­tu­ra­li che la voglio­no, secon­do lei, gras­sa, bra­va a cuci­na­re e sot­to­mes­sa al mari­to. Abbia­mo un padre dedi­to all’accumulo com­pul­si­vo di qual­sia­si robac­cia gli capi­ti a tiro e una figlia, Mina, che inve­ce deci­de di segui­re le orme che la fami­glia ha trac­cia­to. Sopra a tut­ti, la madre. La madre con i suoi attac­chi di tachi­car­dia, iper­ten­sio­ne, emi­cra­nia e qual­sia­si altra malat­tia imma­gi­na­ria pos­sa ser­vi­re a insi­nua­re negli altri il sen­so di col­pa. Un per­so­nag­gio che a trat­ti fa sor­ri­de­re se non fos­se che le sue pres­sio­ni influen­za­no la vita dei figli. Dou­na la figlia eman­ci­pa­ta vie­ne espul­sa dal­la tri­bù come fos­se un cal­co­lo. Vie­ne dimen­ti­ca­ta fino a che, alla fine, qual­co­sa tira nuo­va­men­te le redi­ni del­la fami­glia e fa dire a Dou­na stes­sa: alla fine ha vin­to comun­que mamma.

Un libro in cui lo ste­reo­ti­po vie­ne caval­ca­to e svi­sce­ra­to, por­ta­to al gra­do di ana­li­si socia­le. Un libro affa­sci­nan­te nel­la sua sem­pli­ci­tà eppu­re tra­vol­gen­te per i temi che trat­ta. La secon­da pos­si­bi­li­tà, il man­te­nu­to dal­la bel­la ere­di­tie­ra, la pro­sti­tu­zio­ne, l’integrazione degli emi­gra­ti nel­le Ban­lieau e la spe­ran­za di esse­re qual­cu­no anche al di fuo­ri del­la cer­chia familiare.
In tut­to que­sto svet­ta la voce del nar­ra­to­re, quel Mou­rad che incon­tria­mo da bam­bi­no e lascia­mo da adul­to, sem­pre in pre­da al pani­co “Imo­dium, imo­dium, imo­dium” sem­pre con uno sguar­do al futu­ro e uno al pas­sa­to, sem­pre sull’orlo di esplo­de­re e dire, final­men­te, non ciò che ci si aspet­ta da lui, ma ciò che lui real­men­te pen­sa. Un per­so­nag­gio che illu­stra per­fet­ta­men­te la ten­sio­ne tra due cul­tu­re diver­se, la ten­sio­ne tra ciò che ci si aspet­ta­ta da una per­so­na (lo ste­reo­ti­po) e ciò che que­sta per­so­na è in gra­do di dare (la verità).

Da un anno a que­sta par­te l’unica cosa che si può dire de “Il Siren­te” è che ogni libro è miglio­re del precedente.
Otti­ma la tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Fede­ri­ca Pisto­no.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incendiaria”a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po de nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se, il libro è tra­dot­to in 26 lin­gue e ven­de oltre 400.000 copie. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. Faï­za Guè­ne è anche autri­ce di cor­to­me­trag­gi e documentari.

Recen­sio­ne di Gian­lui­gi Bodi Sen­zau­dio

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LA MECCAPHUKET

LA MECCAPHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ila­ria Vita­li, tra­dut­tri­ce di “La Mec­ca – Phu­ket”, nel­la pre­fa­zio­ne al libro di Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to di “un’arte di esse­re indo­ci­li”. Espres­sio­ne, secon­do noi, mol­to appro­pria­ta per­ché la pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to, Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni, per eman­ci­par­si sen­za tra­ge­die dal­le abi­tu­di­ni fol­klo­ri­sti­che e ipo­cri­te pre­sen­ti nel­la ban­lieue pari­gi­na, dovrà per for­za di cose tene­re a debi­ta distan­za tut­to quel­lo che, in fami­glia e nel suo giro di ami­ci­zie, sa di luo­go comu­ne, di taroc­ca­men­to e di caricaturale.

Tut­to faci­le in teo­ria, mol­to più dif­fi­ci­le nel­la pra­ti­ca; non fos­se altro che Fai­rouz e la sorel­la Kal­soum sono affe­zio­na­te ai loro geni­to­ri, di fat­to poco inte­gra­ti e tut­to­ra lega­ti a una cul­tu­ra a dir poco tra­di­zio­na­li­sta. Il padre, tan­to per dire, pas­sa gior­na­te inte­re pres­so del­le sad­da­ka (veglie fune­bri), che alla fami­glia “costa­no un occhio” (pp.106). Com­pren­si­bi­le allo­ra che le due sorel­le inten­da­no rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, nono­stan­te lo “hajj” degli immi­gra­ti si sia ormai impe­la­ga­to in pra­ti­che con­su­mi­sti­che – vedi la visci­da figu­ra del sig. Our­ghi­dour, tito­la­re di un’agenzia viag­gi –  alla stre­gua di una vacan­za a Phu­ket, nota loca­li­tà thai­lan­de­se e peren­ne ten­ta­zio­ne di Fai­rouz. Se i rispar­mi saran­no spe­si per la Mec­ca o per Phu­ket, sce­glien­do così tra due ver­sio­ni di con­su­mi­smo, lo sapre­mo solo al ter­mi­ne del rac­con­to. Più inte­res­san­te tut­to quel­lo che pre­ce­de, ovve­ro il sar­ca­smo di Fai­rouz, ali­men­ta­to dall’insofferenza, miti­ga­to dal­la com­pren­sio­ne, sem­pre alle pre­se con una fau­na che si agi­ta, nean­che trop­po dispe­ra­ta, tra due cul­tu­re: una situa­zio­ne che il più del­le vol­te lascia nel lim­bo gli immi­gra­ti di pri­ma e di secon­da generazione.

Que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne di indo­ci­li­tà, come ci ricor­da Ila­ria Vita­li, deve esse­re sta­ta una sfi­da mol­to com­ples­sa per un tra­dut­to­re, di fron­te alla lin­gua stra­ti­fi­ca­ta e usa­ta da Saphia Azzed­di­ne (e quin­di dal­la nuo­va gene­ra­zio­ne di fran­co-magre­bi­ni), tra “nuo­vi codi­ci sin­cre­ti­ci e poli­fo­ni­ci” (pp.xi), fra­nçais cas­sé e “argot des cités”. Il risul­ta­to è curio­so,  spes­so rive­la­to­re di quel “lim­bo”, gra­zie ad un pro­ce­de­re mol­to disin­vol­to e a momen­ti di schiet­ta iro­nia: “E visti i pro­gram­mi del­la TV fran­ce­se di oggi, un culo pote­va spun­ta­re dal nien­te, a qua­lun­que ora, anche la dome­ni­ca mat­ti­na sul 2 non era impos­si­bi­le. Quin­di, quan­do c’era mio padre, ci bec­ca­va­mo per for­za i cana­li maroc­chi­ni che pas­sa­va­no da una ricet­ta di cuci­na a un can­to cora­ni­co a una ricet­ta di cuci­na” (pp.33).

Un con­te­sto peri­fe­ri­co dove la tea­tra­li­tà ha un gran­de peso, nel qua­le gli ste­reo­ti­pi impaz­za­no e che pos­so­no diven­ta­re stru­men­ti per costrui­re nuo­ve per­so­na­li­tà: “Quan­do  ero pic­co­la, i miei ci obbli­ga­va­no a segui­re gli inse­gna­men­ti dell’onorevole Addel­ka­der Al-Islam, al seco­lo Didier Par­men­tier, con­ver­ti­to all’Islam dopo che le sue vacan­ze al Club Med di Kara­chi era­no sta­te accor­cia­te a cau­sa di un raid ame­ri­ca­no anda­to stor­to. Face­va il giro del­le ban­lieue tra­ve­sti­to da ara­bo puro­san­gue a salu­ta­va gli alun­ni con una mano sul cuo­re […] I suoi viag­gi sul­le mon­ta­gne del Cash­me­re face­va­no di lui un elet­to e lui ci gio­ca­va su per intes­se­re una leg­gen­da fab­bri­ca­ta comun­que su un gros­so malin­te­so” (pp.70).

Paro­le evi­den­te­men­te pie­ne di disin­can­to in un libro che pul­lu­la di per­so­nag­gi dal­le pro­spet­ti­ve mol­to limi­ta­te, nutri­te di mal­di­cen­ze e ste­reo­ti­pi. Qual­co­sa che si coglie fin dal­le pri­me righe del roman­zo: “Abi­ta­vo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il mas­si­mo che ti sen­ti­vi rispon­de­re. Oltre si sfio­ra­va il bla­sfe­mo. Non ci si avven­tu­ra­va mai. Per pau­ra che la gen­te dices­se che” (pp.5). Viste que­ste pre­mes­se si può com­pren­de­re come il ten­ta­ti­vo di Fai­rouz di coin­vol­ge­re geni­to­ri ed anche il fra­tel­lo Najiib, un ladrun­co­lo per­di­tem­po, ad un’esistenza meno con­ven­zio­na­le risul­ti un’impresa tita­ni­ca; soprat­tut­to quan­do l’integrazione, già com­pli­ca­ta per man­can­za di cul­tu­ra, o vie­ne rifiu­ta­ta in nome di usan­ze che da tem­po han­no per­du­to la loro ragion d’essere, oppu­re vie­ne sol­tan­to lam­bi­ta in vir­tù di atteg­gia­men­ti super­fi­cia­li e sul­la scor­ta del più avvi­len­te con­su­mi­smo. Così anche il cam­po del­la reli­gio­ne agli occhi di Fai­rouz diven­ta spec­chio di un cer­to modo di vive­re: “A quan­to pare, ci sono due modi di rap­por­tar­si a Dio qui sul­la ter­ra. Ci sono quel­li che chie­do­no per­do­no e quel­li che dico­no gra­zie” (pp.121). Paro­le che pre­ce­do­no la deci­sio­ne di come uti­liz­za­re i rispar­mi di Fai­rouz: se spen­der­li per il viag­gio alla Mec­ca oppu­re per la vacan­za a Phuket.

Saphia Azze­di­ne

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Ha tra­scor­so l’infanzia in Maroc­co e all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con il roman­zo “Con­fi­den­ces à Allah”, da cui sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to. Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce e regi­sta. Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le. In Ita­lia è sta­to tra­dot­to il suo roman­zo “Mon père est fem­me de ména­ge” (“Mio padre fa la don­na del­le puli­zie”, Giu­lio Per­ro­ne Edi­to­re 2011).

Saphia Azzed­di­ne, “La Mec­ca – Phu­ket”, Il Siren­te (col­la­na “Altria­ra­bi”), Fagna­no Alto 2016, pp.XII- 266. Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vitali.

di  Luca Meni­chet­tiLan­ke­nau­ta, giu­gno 2017
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La felicità è negli affetti: dialogo con Faïza Guène

Intervista a Faïza Guène per L’Indice dei libri del mese

di Fran­ce­sca Del Vecchio

«Mia madre sof­fri­va nel veder­mi solo. Mi cre­de­va, di vol­ta in vol­ta, pau­ro­so, affet­to da tur­be del­la per­so­na­li­tà, omo­ses­sua­le. Nul­la di tut­to que­sto. Ero solo. Pun­to. Me n’ero fat­to una ragio­ne. Riten­go che non aves­se mai rea­liz­za­to di esse­re la pri­ma respon­sa­bi­le di quel fatto»

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneMou­rad nasce a Niz­za, i suoi geni­to­ri sono alge­ri­ni emi­gra­ti in Fran­cia. Mode­sti per ran­go socia­le e per livel­lo cul­tu­ra­le. Sua madre, una don­na bona­ria­men­te inva­den­te e pro­tet­ti­va, gli tra­smet­te affet­to alla vec­chia manie­ra: rim­pin­zan­do­lo di cibo. E Mou­rad, che vor­reb­be eman­ci­par­si da quel­la con­di­zio­ne costruen­do­si un desti­no, vive nel ter­ro­re di diven­ta­re un ragaz­zot­to obe­so con i capel­li sale e pepe. Per soprav­vi­ve­re dovrà affran­car­si da una pesan­te sto­ria fami­lia­re che acco­mu­na mol­ti gio­va­ni di secon­da gene­ra­zio­ne.
Que­sta è la sto­ria rac­con­ta­ta da Faï­za Guè­ne in Un uomo non pian­ge mai, edi­to da Il Sirente.
Guè­ne, scrit­tri­ce fran­co-alge­ri­na di gran­de suc­ces­so cre­sciu­ta a Pan­tin (ban­lieue “incen­dia­ria” a nord-est di Pari­gi), ha debut­ta­to nel mon­do del­la let­te­ra­tu­ra a soli dician­no­ve anni, san­cen­do, già dal prin­ci­pio, il suo talen­to letterario.
È sta­ta ospi­te al Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn di Pra­to e al Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, in occa­sio­ne del qua­le è sta­ta rea­liz­za­ta que­sta intervista.

Cosa han­no in comu­ne Faï­za Guè­ne e il suo per­so­nag­gio, Mou­rad Chennoun?

Mou­rad vive tra due fuo­chi: il tra­di­zio­na­li­smo di sua madre Mina e l’innovazione di sua sorel­la mag­gio­re Dou­nia, bril­lan­te stu­den­tes­sa. Come Mou­rad anche io ho vis­su­to una fase a caval­lo tra la ripro­du­zio­ne dei valo­ri fami­lia­ri e la ten­sio­ne alla moder­ni­tà. Mou­rad incar­na per­fet­ta­men­te la via di mez­zo tra le due stra­de: un ragaz­zo che non nega le sue ori­gi­ni, ma che – facen­do suoi i valo­ri del pae­se ospi­tan­te – costrui­sce qual­co­sa di impor­tan­te per la sua vita.

Il desti­no di Mou­rad è nel­le sue mani: quan­to con­ta per lui e per gio­va­ni come lui l’autodeterminazione e la for­za di volontà?

Il mes­sag­gio che vole­vo far pas­sa­re è che, a pre­scin­de­re dall’origine socia­le e dal livel­lo cul­tu­ra­le, si può esse­re feli­ci solo se sia­mo riu­sci­ti a costrui­re dei lega­mi affet­ti­vi. Mou­rad è cer­to un per­so­nag­gio sin­go­la­re, dota­to di volon­tà e for­za d’animo, ma è vero anche che ha rice­vu­to tan­to amo­re e soste­gno dal­la sua fami­glia, nono­stan­te la mode­stia del padre e l’invadenza del­la madre. È diven­ta­to un inse­gnan­te, e que­sto è un tra­guar­do, pur­trop­po, non per tutti.

Il tuo libro è il rac­con­to di una sto­ria come ce ne sono tan­te: quan­to c’è di fin­zio­ne e quan­to di verità?

Di tut­ti i miei roman­zi que­sto è quel­lo in cui ho mes­so di più di me stes­sa. Ciò non vuol dire che que­sti avve­ni­men­ti si sia­no veri­fi­ca­ti real­men­te nel­la mia vita ma una base di veri­tà c’è: in par­ti­co­la­re il rap­por­to con il padre, l’importanza del patri­mo­nio sto­ri­co. La Fran­cia ha una dop­pia cul­tu­ra e dovreb­be far­ne tesoro.

«Con il pas­sa­re degli anni, la situa­zio­ne con Dou­nia peg­gio­ra­va. Il mon­do ester­no pul­lu­la­va di Julie Gué­rin, e i ten­ta­ti­vi dei miei geni­to­ri di trat­te­ne­re la figlia nel guscio sono tut­ti fal­li­ti. Le inti­mi­da­zio­ni e le puni­zio­ni non fun­zio­na­va­no più. Mia madre, pur così abi­le nel gio­co del­la col­pe­vo­liz­za­zio­ne, ha spa­ra­to tut­te le sue car­tuc­ce. La tachi­car­dia improv­vi­sa e l’ipertensione non cam­bia­va­no più nulla.
Abbia­mo per­du­to Dounia».

Quan­to l’esperienza di vita nel­le ban­lieues ti è sta­ta uti­le nel­la tua pro­du­zio­ne letteraria?

Come ogni scrit­to­re, l’ambiente cir­co­stan­te – fami­lia­re, socia­le, cul­tu­ra­le – influi­sce in modo piut­to­sto evi­den­te sul­la pro­pria let­te­ra­tu­ra. Nel mio caso non è la peri­fe­ria a dare sen­so alla scrit­tu­ra, ma la mia per­ce­zio­ne di que­sto ambien­te. Guar­da­re il mon­do con gli occhi del­la peri­fe­ria dà vita a un nuo­vo gene­re: una let­te­ra­tu­ra popo­la­re “nobi­le”, per­ché anche il per­so­nag­gio più ano­ni­mo può tra­sfor­mar­si in un eroe.

Hai pub­bli­ca­to il tuo pri­mo libro a dician­no­ve anni gra­zie al tuo pro­fes­so­re di fran­ce­se. Hai avu­to corag­gio. E for­tu­na. Cosa ha signi­fi­ca­to per te quel trampolino?

Io cre­do nel desti­no, ed è incre­di­bi­le per me ave­re avu­to que­sta oppor­tu­ni­tà, visto che come Mou­rad la mia con­di­zio­ne socia­le d’origine e il mio ambien­te non sup­por­ta­no que­sto tipo di per­cor­so. Se non aves­si avu­to que­sto incon­tro con il mio mae­stro, e non aves­si segui­to l’ambizione, non avrei mai visto il mio libro pubblicato.

Que­sto ulti­mo roman­zo è sicu­ra­men­te più matu­ro del pri­mo: per sti­le, per sto­ria. C’è qual­co­sa che rim­pian­gi del­la vec­chia Faï­za?

For­se la spen­sie­ra­tez­za dei miei dician­no­ve anni, e anche il mio ottimismo.

Come ha rispo­sto il pub­bli­co fran­ce­se al tuo libro?

Il pub­bli­co mi ha segui­to e ne sono mol­to feli­ce; i miei pri­mi let­to­ri sono anco­ra lì ad atten­der­mi. Per quan­to riguar­da la stam­pa, i gior­na­li­sti e la cri­ti­ca let­te­ra­ria, sono sod­di­sfat­ta che abbia­no rico­no­sciu­to in me una scrit­tri­ce a tut­ti gli effet­ti e non solo un “feno­me­no socia­le del­le periferie”.

Negli ulti­mi anni l’apertura dell’editoria euro­pea al roman­zo d’origine ara­ba ha por­ta­to a cono­sce­re impor­tan­ti auto­ri. Ma qual­che vol­ta capi­ta di imbat­ter­si in roman­zi di estre­ma­men­te ste­reo­ti­pa­ti e scrit­ti per com­pia­ce­re il pub­bli­co occi­den­ta­le. Cosa ne pensi?

Cre­do che in tut­ti i set­to­ri ci sia­no auto­ri ed edi­to­ri che scri­vo­no per pia­ce­re. Ma pen­so che il pub­bli­co non si lasci ingan­na­re e che l’autenticità fac­cia sem­pre la differenza.

I tuoi roman­zi sono sta­ti tra­dot­ti in ven­ti­sei lin­gue. Che rap­por­to hai con i tuoi libri tradotti?

È ogni vol­ta una bel­la sor­pre­sa per me. Ne sono affa­sci­na­ta per­ché sen­to che si trat­ta di un nuo­vo roman­zo. In un nuo­vo ambien­te, in una cul­tu­ra diver­sa. Ma gra­zie ai nume­ro­si incon­tri con i let­to­ri di tut­to il mon­do, ho capi­to che la let­te­ra­tu­ra è universale.

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Emozioni vietate in Maghreb

Il giovane Mourad un giorno decide di voler piangere

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Il Fat­to Quo­ti­dia­no di Fran­ce­sca Bellino

Per un’antica con­sue­tu­di­ne, ave­re momen­ti di debo­lez­za nel Magh­reb ara­bo-musul­ma­no è per­mes­so solo alle don­ne. Da qui l’espressione anco­ra dif­fu­sa Un uomo non pian­ge mai, scel­ta per il tito­lo del suo nuo­vo roman­zo dal­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ne alge­ri­ne Faï­za Guè­ne, nota per il bestsel­ler Kif kif doma­ni, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na con cui esor­dì nel 2004, tra­dot­to in 26 lin­gue. Alla base di quest’espressione c’è un’attitudine che affon­da in soli­de leg­gi tra­di­zio­na­li per cui un uomo può mostra­re for­za e corag­gio e man­te­ne­re digni­tà solo se non cede allo scon­for­to, sen­ti­men­to mes­so in discus­sio­ne dal pro­ta­go­ni­sta Mou­rad nato a Niz­za da fami­glia alge­ri­na, che nar­ra la sua ricer­ca d’identità. Sin da pic­co­lo i geni­to­ri gli ripe­to­no que­sta fra­se che lui rie­la­bo­ra insie­me a tan­ti sti­mo­li con­tra­stan­ti, trop­pi tan­to da pre­fe­ri­re i libri agli ami­ci. “Mia madre sof­fri­va nel veder­mi solo. Mi cre­de­va, di vol­ta in volt, pau­ro­so, affet­to da tur­be del­la per­so­na­li­tà, omo­ses­sua­le” rac­con­ta Mou­rad intro­du­cen­do la madre che ha, più del padre, un atteg­gia­men­to seve­ro che nasce da el keb­da, ter­mi­ne che signi­fi­ca “fega­to”, ma è indi­ca­to per indi­ca­re l’affetto del­le madri per i figli, quell’ “ecces­so di amo­re che fa pau­ra, che fini­sce per somi­glia­re a un regi­me dispo­ti­co” a cui è neces­sa­rio ribel­lar­si per cre­sce­re ed emanciparsi.

31 Mag­gio 2017

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Intervista alla scrittrice parigina Faïza Guène, autrice di “Un uomo non piange mai”

Una campagna elettorale all’insegna del sospetto

di Gui­do Cal­di­ron, “Il Mani­fe­sto”, 7 apri­le 2017

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneQuan­do, nel 2004, a soli 19 anni esor­dì con “Kif kif doma­ni”, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na, Faï­za Guè­ne fu subi­to ribat­tez­za­ta dal­la stam­pa fran­ce­se come la «Sagan des cités», in rife­ri­men­to all’autrice di “Bon­jour Tri­stes­se”. Tre­di­ci anni più tar­di, alcu­ni altri roman­zi alle spal­le che han­no con­tri­bui­to a ren­der­la una del­le inter­pre­ti del­la nuo­va let­te­ra­tu­ra tran­sal­pi­na, nata sem­pre più spes­so pro­prio tra i palaz­zo­ni di peri­fe­ria, la scrit­tri­ce, cre­sciu­ta nel­la cité dei Cour­til­liè­res, nel­la ban­lieue pari­gi­na di Pan­tin, pub­bli­ca il suo libro più matu­ro, “Un uomo non pian­ge mai”, il Siren­te (pp. 240, euro 15).

Una rifles­sio­ne, in par­te auto­bio­gra­fi­ca, sul tema del con­fron­to tra le gene­ra­zio­ni e le cul­tu­re osser­va­ta attra­ver­so le vicen­de del­la fami­glia di ori­gi­ne alge­ri­na degli Chen­noun, che l’autrice pre­sen­ta in que­sti gior­ni a Pra­to nell’ambito del Festi­val Medi­ter­ra­neo Downtown.

Oggi la Fran­cia va al voto, come ha vis­su­to que­sta cam­pa­gna elettorale?
Sono mol­to con­fu­sa, nel sen­so che ho l’impressione che la cam­pa­gna non sia sta­ta affat­to all’altezza del­le sfi­de e dei pro­ble­mi che dob­bia­mo affron­ta­re. L’ho tro­va­ta cini­ca e pes­si­ma, pres­so­ché pri­va di digni­tà, con un buon nume­ro di can­di­da­ti che si sono pre­sen­ta­ti mal­gra­do aves­se­ro dei pro­ble­mi seri con la giustizia.

Vote­rà lo stes­so? E con qua­le spi­ri­to, spe­cie di fron­te alla minac­cia rap­pre­sen­ta­ta da Mari­ne Le Pen?
Si, ed è chia­ro che non vote­rò per Mada­me Le Pen. Appar­ten­go alla gene­ra­zio­ne che ha vis­su­to il 2002 – quan­do Jean-Marie Le Pen arri­vò al bal­lot­tag­gio con­tro Chi­rac -, come uno shock e ricor­do benis­si­mo le mani­fe­sta­zio­ni e il sus­sul­to demo­cra­ti­co che scos­se il pae­se. Oggi, inve­ce, di fron­te al fat­to che l’estrema destra è arri­va­ta di nuo­vo al secon­do tur­no, la rea­zio­ne di un tem­po non si è più pro­dot­ta. Qua­si le per­so­ne si fos­se­ro abi­tua­te o ras­se­gna­te a que­sta even­tua­li­tà. La pos­si­bi­li­tà che il Fn pos­sa gui­da­re la Fran­cia è diven­ta­ta per cer­ti ver­si nor­ma­le, e per­ciò possibile.

Anche se ha sem­pre rifiu­ta­to di esse­re con­si­de­ra­ta un sim­bo­lo dei gio­va­ni del­le ban­lieue, cre­de che la cam­pa­gna per l’Eliseo abbia par­la­to anche agli abi­tan­ti dei quar­tie­ri popolari?
In effet­ti è sem­pre dif­fi­ci­le pen­sa­re di par­la­re a nome degli altri, però pos­so dire che ho la sen­sa­zio­ne che si con­si­de­ri­no que­ste “mino­ran­ze” del pae­se solo per addi­tar­le come un pro­ble­ma, per pre­sen­tar­le come i respon­sa­bi­li mag­gio­ri del­le dif­fi­col­tà che attra­ver­sa la nostra socie­tà. E la cam­pa­gna per le pre­si­den­zia­li ha con­fer­ma­to que­sta ten­den­za. Solo che que­sta vol­ta è sta­to soprat­tut­to l’Islam a fini­re nel miri­no di mol­ti poli­ti­ci. Anche se non si trat­ta di qual­co­sa di nuo­vo, negli ulti­mi mesi tut­to ciò si è fat­to sen­ti­re con anco­ra mag­gio­re vio­len­za. L’intera comu­ni­tà musul­ma­na è ormai guar­da­ta con sospetto.

Nel 2007, dopo la rivol­ta del­le ban­lieue e l’ascesa di Sar­ko­zy, ha con­tri­bui­to al volu­me col­let­ti­vo «Qui fait la Fran­ce?» che inten­de­va rea­gi­re pro­prio al mon­tan­te cli­ma iden­ti­ta­rio. Qua­le il bilan­cio ad oggi?
Mi dispia­ce mol­to, per­ché mi pia­ce­reb­be dire che le cose sono miglio­ra­te, ma pur­trop­po non è anda­ta così. E, guar­dan­do al cli­ma che mon­ta nel Pae­se, cre­do che non faran­no che peg­gio­ra­re ulte­rior­men­te. Die­ci anni fa in quel libro ci inter­ro­ga­va­mo pro­prio sul­la pos­si­bi­li­tà che un mag­gio­re acces­so alla cul­tu­ra e al sape­re dei gio­va­ni cre­sciu­ti nel­le ban­lieue e nel­le fami­glie popo­la­ri potes­se pro­dur­re un cam­bia­men­to rea­le, riav­vi­ci­na­re le per­so­ne e ren­de­re più giu­sta la socie­tà fran­ce­se. Nutri­va­mo anco­ra gran­di spe­ran­ze. Oggi inve­ce fac­cio dav­ve­ro fati­ca a capi­re dove sono fini­te tut­te quel­le ener­gie e quel­la voglia di rin­no­va­men­to. All’epoca era cer­to già per­ce­pi­bi­le una deri­va dema­go­gi­ca e xeno­fo­ba, solo che poi quei discor­si si sono fat­ti via via più spu­do­ra­ti e un nume­ro cre­scen­te di per­so­ne han­no comin­cia­to a con­si­de­rar­li come qual­co­sa di «nor­ma­le».

Lo scor­so anno, dopo che il suo com­pa­gno, in Fran­cia da 9 anni ma pri­vo di per­mes­so di sog­gior­no, era sta­to fer­ma­to e reclu­so con la minac­cia dell’espulsione, lei ha scrit­to un bre­ve testo inti­to­la­to «Le bruit des avions» dedi­ca­to al modo in cui sono trat­ta­ti i cosid­det­ti «clan­de­sti­ni».
Si, è sta­to un momen­to tal­men­te dif­fi­ci­le sul pia­no per­so­na­le che fac­cio per­fi­no fati­ca a ritor­na­re sul­la vicen­da. Ci ten­go però a dire che die­tro la defi­ni­zio­ne tutt’altro che neu­tra di «clan­de­sti­no» o di «sans-papiers» si nascon­de il ten­ta­ti­vo di nega­re l’umanità e la vita stes­sa di mol­tis­si­me per­so­ne. Tut­to rien­tra poi nel­la dif­fu­sa ipo­cri­sia che fa sì che que­ste per­so­ne che si vuo­le man­te­ne­re nell’«invisibilità», con­tri­bui­sca­no però in real­tà ogni anno per milio­ni di euro all’economia fran­ce­se. Pos­so­no esse­re sfrut­ta­ti dai dato­ri di lavo­ro anche se non han­no i docu­men­ti in tasca, ma se poi chie­do­no i loro dirit­ti, allo­ra scop­pia il pro­ble­ma. Una situa­zio­ne disgustosa.

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Ebe Pierini, “ItalNews” (25 aprile 2017)

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

L’indomita Fairouz in bilico tra tradizione ed emancipazione nella banlieue francese

di Ebe Pie­ri­ni, “Ital­News” (25 apri­le 2017)

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)Nel quar­tie­re la defi­ni­sco­no sfron­ta­ta. Lei si defi­ni­sce fie­ra e indo­mi­ta.

Non ero fie­ra di esse­re musul­ma­na, ma sem­mai musul­ma­na e fie­ra in generale.

Non è un’eroina moder­na la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo di Saphia Azze­di­neLa Mec­ca Phu­ket” (Il Siren­te). Fai­rouz è una ragaz­za nor­ma­le, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni che vive in una ban­lieue fran­ce­se. Una di quel­le che da alme­no un paio d’anni a que­sta par­te sono dive­nu­te famo­se per­chè da lì pro­ve­ni­va­no alcu­ni ter­ro­ri­sti isla­mi­ci e per­chè è lì che mag­gior­men­te si incan­cre­ni­sce la man­ca­ta inte­gra­zio­ne che a vol­te par­to­ri­sce l’estremismo.

La sua è una lot­ta quo­ti­dia­na con­tro la doci­li­tà, quel­la che le impor­reb­be la sua cul­tu­ra. In bili­co tra la voglia di eman­ci­par­si e l’amore per la sua fami­glia. Quel­lo stes­so amo­re che nutre ver­so i suoi geni­to­ri che la spin­ge a met­te­re da par­te dei sol­di, con la com­pli­ci­tà del­la sorel­la Kal­soum per rega­la­re loro l’hajj, il pel­le­gri­nag­gio isla­mi­co a La Mec­ca per­chè pos­sa­no final­men­te vede­re e toc­ca­re la Ka’ba e non esse­re più addi­ta­ti dai vici­ni in quan­to anco­ra non han­no ottem­pe­ra­to ad uno dei pila­stri dell’Islam.

Da un lato il sen­so del dove­re e del rispet­to e quel sal­va­da­na­io che si riem­pie. Dall’altro la voglia di eva­de­re, di rega­lar­si un sogno. Nel mez­zo c’è l’odore dei piat­ti tipi­ci maroc­chi­ni, c’è l’atmosfera del­le ban­lieue, c’è la dif­fi­col­tà degli immi­gra­ti di integrarsi.

Genia­le l’idea dell’autrice di sce­glie­re di attri­bui­re ai geni­to­ri un lin­guag­gio che è volu­ta­men­te un ibri­do tra il loro idio­ma ori­gi­na­rio e quel­lo del Pae­se che li ospi­ta. Così come è schiet­to, diret­to, sfron­ta­to, in alcu­ni momen­ti anche vol­ga­re il modo di espri­mer­si del­la pro­ta­go­ni­sta. Ma è esso stes­so ribel­lio­ne ad uno sche­ma, è esso stes­so una for­ma di indocilità.

Un roman­zo che ci costrin­ge ad inter­ro­gar­ci sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne che vivo­no in deter­mi­na­ti con­te­sti fami­glia­ri e reli­gio­si. “Sono pas­sa­te dal­la cor­da per sal­ta­re al fascia­to­io, sen­za pas­sa­re dal­la casel­la baci ruba­ti” sen­ten­zia con ama­rez­za Fai­rouz par­lan­do di tan­te ragaz­ze pro­ve­nien­ti da fami­glie di immi­gra­ti. Lei che scan­da­glia a fon­do anche il rap­por­to tra uomo e don­na. “Sia­mo l’una la metà dell’altro, ce la gio­chia­mo a metà e ci godia­mo il risul­ta­to a metà. Nel­le reli­gio­ni, le don­ne subi­va­no sem­pre di tut­to, come se Dio ce l’avesse per­so­nal­men­te con loro per qual­co­sa. Ma la mela e quel­la sto­riel­la che ne è deri­va­ta, può con­vin­ce­re all’inizio. Ma poi Walt Disney ha fat­to un sac­co di capo­la­vo­ri che tra­sfor­ma­no quel­la sto­ria in una boia­ta. Che cosa abbia­mo mai fat­to che non abbia­no fat­to anche gli uomi­ni, a par­te gene­ra­li in quan­de quan­ti­tà?” si chiede.

Una sto­ria che ruo­ta attor­no a que­sta col­let­ta per rega­la­re l’hajj ai geni­to­ri che si chiu­de con un fina­le inat­te­so. Uno sti­le flui­do e pia­ce­vo­le quel­lo del­la Azza­di­ne che dimo­stra in que­sto roman­zo di saper tra­sci­na­re il let­to­re dal­la pri­ma all’ultima pagi­na sen­za anno­ia­re mai.

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Faïza Guène ospite al Festival Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 maggio a Mediterraneo Downtown (5–6-7 Maggio)

In con­co­mi­tan­za con l’uscita del libro “Un uomo non pian­ge mai” l’autrice par­te­ci­pe­rà ad un incon­tro di pre­sen­ta­zio­ne il 6 mag­gio all’interno del Festi­val Medi­ter­ra­neo Downtown

Medi­ter­ra­neo Down­to­wn: dia­lo­ghi, cul­tu­re e socie­tà si ter­rà il pri­mo week end di mag­gio (5–6 e 7 mag­gio) e, que­sta vol­ta, si trat­te­rà di una paci­fi­ca e ani­ma­ta inva­sio­ne del cen­tro sto­ri­co di Prato.

Il quar­tier gene­ra­le dell’evento sarà il com­ples­so del­la Ex Cam­pol­mi, tra il Museo del Tes­su­to e la Biblio­te­ca Laz­ze­ri­ni, ma saran­no le stra­de, le piaz­ze, i tea­tri, i cine­ma, i musei e le libre­rie di tut­ta la cit­tà ad esse­re pro­ta­go­ni­sti di una mani­fe­sta­zio­ne che assu­me­rà i con­no­ta­ti di un festi­val popo­la­re, di una ope­ra­zio­ne cul­tu­ra­le e divul­ga­ti­va, con una offer­ta che spa­zie­rà tra incon­tri pub­bli­ci con testi­mo­nial auto­re­vo­li, arte con­tem­po­ra­nea, con­cer­ti, libri, cine­ma, atti­vi­tà per bam­bi­ni, incon­tri di gio­va­ni stu­den­ti, atti­vi­tà sportive.

Al cen­tro dei dibat­ti­ti del talk show e del­le pre­sen­ta­zio­ni di libri, ci saran­no come al soli­to i diritti, decli­na­ti sui “fem­mi­ni­smi”, dirit­ti del­le don­ne ed Lgb­ti nel Medi­ter­ra­neo, le eco­no­mie e le rela­zio­ni eco­no­mi­che soste­ni­bi­li, gio­va­ni e inno­va­ti­ve, la liber­tà di espres­sio­ne vista attra­ver­so i fumet­ti e la gra­phic novel e, natu­ral­men­te, le migra­zio­ni: affron­ta­te que­sta vol­ta da una pro­spet­ti­va par­ti­co­la­re ovve­ro, “quan­do la migrazio­ni bus­sa­no alla tua porta”.

Al Festi­val pres­so ex fab­bri­ca Cam­pol­mi, di fron­te al Museo del Tes­su­to tro­ve­re­te anche la libre­ria con tut­ti i tito­li del­le col­la­ne Altria­ra­bi e Altria­ra­bi Migran­te dell’editrice il Sirente. 

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneFaï­za Guè­ne pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po del nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. “Un uomo non pian­ge mai” è il suo ulti­mo libro e quel­lo a cui è più affezionata.

Rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la libertà.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, 400.000 copie ven­du­te, Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se contemporanea.»

 

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A breve “Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Un uomo non piange mai” a maggio in Libreria

Que­sto bel­lis­si­mo roman­zo ci dice mol­to di più sul­la vita di tut­ti i trat­ta­ti di socio­lo­gia e discor­si poli­ti­ciL’Express.

Una cro­na­ca sen­si­bi­le e diver­ten­te, un sot­ti­le ritrat­to di un’epoca, in cui tut­ti i para­me­tri di rife­ri­men­to sono in fran­tu­mi. “Un uomo non pian­ge mai” rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Nato a Niz­za da geni­to­ri alge­ri­ni, Mou­rad Chen­noun vor­reb­be costruir­si un desti­no. Il suo peg­gior incu­bo: diven­ta­re un vec­chio ragaz­zo obe­so con i capel­li sale e pepe, nutri­to da sua madre a base di olio di frit­tu­ra. Per evi­ta­re que­sto, dovrà eman­ci­par­si da una pesan­te sto­ria fami­lia­re. Ma è vera­men­te nel­la rot­tu­ra che diven­te­rà pie­na­men­te se stes­so? Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la libertà.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se contemporanea.»

Faï­za Guè­ne, née en 1985 à Bobi­gny, roman­ciè­re, scé­na­ri­ste et réa­li­sa­tri­ce fra­nçai­se.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incen­dia­ria” a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Gra­zie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kife Kife, demain, 2004). L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”.

Un uomo non pian­ge mai” di Faï­za Guè­ne è il V tito­lo del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te, che rac­co­glie le ope­re di gio­va­ni auto­ri euro­pei di ori­gi­ne ara­ba, soste­nu­ta dall’U.E. Tra­dot­to dal fran­ce­se da Fede­ri­ca Pisto­no, illu­stra­zio­ne di coper­ti­na di Pao­la Equi­zi. Nel­la stes­sa col­la­na: “L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re”, “I mira­co­li”, “il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”, “La Mec­ca-Phu­ket”.

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Mangialibri, 29 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Lisa Puzzella

Quan­do i signo­ri Mou­fa­kh­rou sono arri­va­ti in Fran­cia era­no entu­sia­sti e pie­ni di “voglia di inte­grar­si”, ma la real­tà li ha ben pre­sto con­vin­ti a rinun­cia­re. Que­sta scel­ta, secon­do la loro pri­mo­ge­ni­ta Fai­rouz è sta­ta prov­vi­den­zia­le per­chè la loro “fran­ce­siz­za­zio­ne” non sareb­be cer­ta­men­te sta­ta ben accol­ta dai cef­fi che popo­la­no i caser­mo­ni del­la peri­fe­ria in cui vivo­no. Un non luo­go dove le lin­gue dei ben­pen­san­ti sono instan­ca­bi­li, bat­to­no inde­fes­se la gran­cas­sa del­la mora­li­tà e del buon­co­stu­me. Una sor­ta di comi­ta­to di salu­te pub­bli­ca pre­sie­du­to dal­le beghi­ne di quar­tie­re si occu­pa del­la dif­fu­sio­ne del pet­te­go­lez­zo e del­la noti­fi­ca del­le cri­ti­che agli inte­res­sa­ti. Nul­la le può fer­ma­re, né ascen­so­ri rot­ti né i gru­gni­ti e sguar­di di disap­pro­va­zio­ne che Fai­rouz riser­va loro ogni qual vol­ta le osser­va scam­bia­re untuo­si e ipo­cri­ti con­ve­ne­vo­li con sua madre al mer­ca­to o men­tre sono assi­se a cena, invi­ta­te sapen­do già che cri­ti­che­ran­no tut­to, dal­la quan­ti­tà di gras­so di mon­to­ne lascia­to nel­la taji­ne al fat­to che i signo­ri Mou­fa­kh­rou non sono anco­ra haji, non han­no effet­tua­to il ritua­le pel­le­gri­nag­gio di puri­fi­ca­zio­ne a La Mec­ca. Pro­prio per sgra­va­re i geni­to­ri dal peso dell’onta, Fai­rouz e sua sorel­la Kal­soum deci­do­no di accol­lar­si l’onere di rag­gra­nel­la­re la som­ma neces­sa­ria al viag­gio, che con­se­gna­no scru­po­lo­sa­men­te in pic­co­le, suda­tis­si­me rate ad un untuo­so agen­te di viag­gi sui gene­ris. Ma alla por­ta accan­to alla sua occhieg­gia ammic­can­te una “vera” agen­zia di viag­gi che pro­po­ne i lus­su­reg­gian­ti sce­na­ri di Phu­ket e l’incanto dei suoi tramonti…

La Mecca-Phuket (S. Azzedine)La Mec­ca o Phu­ket? Taji­ne o pen­to­la a pres­sio­ne? I valo­ri deca­den­ti dell’occidente e l’edonismo prêt-à-por­ter o la spi­ri­tua­li­tà e la soli­di­tà dei valo­ri dei padri? Saphia Azzed­di­ne affron­ta il dilem­ma con l’originalità a cui ci ave­va abi­tua­to con i suoi pre­ce­den­ti libri Con­fes­sio­ni ad Allah e Mio padre fa la don­na del­le puli­zie. La Fai­rouz a cui l’autrice pre­sta il suo sguar­do iro­ni­co e disin­can­ta­to in La Mec­ca-Phu­ket è una ragaz­za deter­mi­na­ta ad emer­ge­re attra­ver­so lo stu­dio e il lavo­ro, deci­sa a incul­ca­re gli stes­si valo­ri nel­le sue sorel­le e in suo fra­tel­lo, a bot­te se neces­sa­rio. Ambi­sce alla clas­se ete­rea del­le pari­gi­ne, al loro sti­le non­cha­lant e non alla col­le­zio­ne di cine­se­rie che tan­to atti­ra le don­ne come sue madre. È lai­ca, col­ta, infor­ma­ta e non cede facil­men­te alle lusin­ghe degli arche­ti­pi cul­tu­ra­li; è insof­fe­ren­te ver­so usi e abi­tu­di­ni che i suoi con­na­zio­na­li han­no cri­stal­liz­za­to nel­la loro pic­co­la comu­ni­tà etni­ciz­za­ta, non vuol sen­tir par­la­re di matri­mo­nio anche se sua madre minac­cia di morir­le davan­ti ogni vol­ta che rifiu­ta l’idea di spo­sar­si per asse­con­da­re le con­ven­zio­ni. La Azzed­di­ne, che è arri­va­ta a Pari­gi a 9 anni al segui­to del­la sua fami­glia maroc­chi­na, apre una nuo­va pro­spet­ti­va sul­la ban­lieu, sui gio­va­ni che “si distrug­go­no il futu­ro per non dover­ci pen­sa­re più”, sul­le ipo­cri­sie dei geni­to­ri e la loro osti­na­ta ceci­tà ver­so i fal­li­men­ti dei figli. Non ci sono j’accuse né pie­ti­smi post­co­lo­nia­li­sti in que­sto testo, solo la dis­se­zio­ne chi­rur­gi­ca di un colos­sa­le fal­li­men­to le cui mace­rie sep­pel­li­sco­no ogni pos­si­bi­le buo­ni­smo: “[…] si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti”. La man­ca­ta inte­gra­zio­ne ha pro­dot­to una gene­ra­zio­ne che si dibat­te ner­vo­sa­men­te tra i vetu­sti valo­ri dei padri e mal­de­stri ten­ta­ti­vi di riget­tar­li per inte­grar­si, finen­do per cri­stal­liz­zar­si nel­la ripe­ti­zio­ne di atteg­gia­men­ti chau­vi­ni­sti e meschi­ni, fran­chouil­lards in una paro­la. Dico­to­mia che è iro­ni­ca­men­te ico­niz­za­ta dal pic­co­lo cameo che l’editore ha scel­to per la pri­ma pagi­na: taji­ne vs pen­to­la a pres­sio­ne. La Azzed­di­ne spruz­za vetrio­lo negli occhi dei let­to­ri, scri­ve di immi­gra­zio­ne come solo John Fan­te ave­va sapu­to fare. I suoi Mou­fa­kh­rou, come i Ban­di­ni, si dibat­to­no gof­fa­men­te tra orgo­glio e insi­cu­rez­za, mene­fre­ghi­smo e ipo­cri­ta osser­van­za del­le convenzioni.

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La Mecca-Phuket di Saphia Azzedine

di Gian­lui­gi Bodi per Sen­zau­dio

Quan­do ho ini­zia­to a leg­ge­re que­sto libro la pri­ma cosa che è affio­ra­ta sul­la pun­ta del­la lin­gua è sta­ta: che voce ori­gi­na­le ha que­sta narratrice!
Quan­do ho ter­mi­na­to il libro, in real­tà poche ore dopo visto che mi sono lascia­to tra­spor­ta­re dal­le pagi­ne, non ho potu­to che con­fer­ma­re quel­la pri­ma sen­sa­zio­ne qua­si istintuale.
Con “La Mec­ca-Phu­ket” Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to un libro dav­ve­ro mol­to inte­res­san­te in cui i per­so­nag­gi spic­ca­no per ori­gi­na­li­tà e i dia­lo­ghi dise­gna­no ogni vol­ta del­le para­bo­le sem­pre diverse.
Fai­rouz, la gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta di que­sto libro, ha un carat­te­re spi­go­lo­so e fati­ca a pie­gar­si alle tra­di­zio­ni con­so­li­da­te. Sem­pli­ce­men­te, ciò che è deci­so, per lei non ha inte­res­se. Si muo­ve su una linea sot­ti­le tra tra­di­zio­ni fami­lia­ri e voglia di inte­gra­zio­ne. Abi­ta nel­le Ban­lieu pari­gi­ne, vive la stes­sa vita che vivo­no tan­ti ragaz­zi nel­la sua con­di­zio­ne eppu­re la digni­tà che spriz­za dal­la sua per­so­na è acce­can­te. Sem­bra qua­si di veder­la affron­ta­re il pros­si­mo con lo sguar­do aguz­zo di chi non ha voglia di sot­to­sta­re a rego­le che non sen­te pro­prie. Attor­no a lei i geni­to­ri, anco­ra­ti ad un retag­gio ara­bo e con­vin­ti di non esse­re degni del­la cit­tà che li ospi­ta, con­vin­ti di meri­ta­re accon­di­scen­za e sop­por­ta­zio­ne. Fai­rouz inve­ce non è così. Lei por­ta avan­ti, pri­ma di tut­to, sé stes­sa. Non la pro­pria tra­di­zio­ne, non i retag­gi di un pas­sa­to che le sta stret­to. Lei non è ciò che gli altri voglio­no che lei sia. E’ digni­tà, intra­pren­den­za, intelligenza.
Ma la sua è una vita in bili­co tra valo­ri ere­di­ta­ti e valo­ri ai qua­li ten­de­re. Ed è per que­sto che la figlia devo­ta deci­de di rega­la­re un viag­gio alla Mec­ca ai geni­to­ri (assie­me alla sorel­la), men­tre la figlia che dovreb­be esse­re Fai­rouz per asse­con­da­re i pro­pri desi­de­ri deci­de di cam­bia­re le car­te in tavo­la. Ed è per que­sto che il rap­por­to con il fra­tel­lo è par­ti­co­la­re. Il fra­tel­lo sem­bra qua­si deci­de­re di esse­re lo ste­reo­ti­po che la gen­te si aspet­ta che sia. Scan­sa­fa­ti­che e dedi­to a fur­ta­rel­li che nem­me­no rie­sce a met­te­re in atto vista la sua inet­ti­tu­di­ne nel cam­po. Fai­rouz inve­ce, da den­tro, vede oltre, vede le qua­li­tà del fra­tel­lo, esi­ge che si smar­chi dal­la mac­chiet­ta che rischia di diventare.
Que­sto è un libro che fa riflet­te­re sull’integrazione da den­tro. Non è una mora­le cala­ta dall’alto. E’ qual­co­sa che pren­de vita lì dove la vita deve esse­re. Saphia Azzed­di­ne ha uti­liz­za­to una lin­gua viva, una lin­gua che nasce nel­le ban­lieu e met­te in comu­ni­ca­zio­ne la stra­da con i pia­ni alti. Una lin­gua fre­sca, se mi pas­sa­te il ter­mi­ne, in con­ti­nuo movimento.

Dav­ve­ro otti­ma la tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li. I libro com­por­ta del­le insi­die lin­qui­sti­che non di poco conto.

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Pas­sa l’infanzia in Maroc­co fino all’età di nove anni, quan­do si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia, a Fer­ney-Vol­tai­re. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con l’acclamato roman­zo Con­fi­den­ces à Allah, adat­ta­to a tea­tro (2009) e in fumet­to (2015). Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, a cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce (L’Italien, 2010) e regi­sta. Nel 2011 ha adat­ta­to per il gran­de scher­mo il suo secon­do roman­zo, Mon père est fem­me de ména­ge (2009). Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le, tema affron­ta­to con un’ironia graf­fian­te che si tin­ge a trat­ti di poesia.
6 Mar­zo 2017
Nel­la stes­sa collana:
Rodaan al Gali­di “l’Autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re
Abbas Khi­der “I mira­co­li
Sumia Suk­kar “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra
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Babelmed, 5 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Karim Metref

Nel­la sua col­la­na “Migran­te”, la casa edi­tri­ce Il Siren­te di Roma è usci­to un nuo­vo tito­lo “La Mec­ca-Phu­ketdel­la scrit­tri­ce Fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne.

La Mec­ca-Phu­ket è un rac­con­to lun­go che cer­ca di nar­ra­re le con­trad­di­zio­ni e il dilem­ma vis­su­to da una ragaz­za di ori­gi­ni maroc­chi­ne cre­sciu­ta in una ban­lieue pove­ra di Pari­gi. Dilem­ma vis­su­to in modo diver­so da mol­ti ragaz­zi del­le ban­lieues, spe­cie quel­li pro­ve­nien­ti dal­le ex colo­nie dell’impero fran­ce­se, divi­si tra una socie­tà d’adozione che li riget­ta e una fami­glia d’origine che li vuo­le tene­re attac­ca­ti a usi, costu­mi e valo­ri di ter­re che loro spes­so  han­no fre­quen­ta­to poco o nul­la. Usi, costu­mi e valo­ri dei qua­li han­no cono­scen­ze mol­to super­fi­cia­li e ste­reo­ti­pa­te. Ed è per que­sto che quan­do si arren­do­no al rifiu­to del­la socie­tà fran­ce­se e deci­do­no di diven­ta­re esat­ta­men­te quel­lo che la mag­gio­ran­za aspet­ta da loro, allo­ra diven­ta­no una cari­ca­tu­ra dell’arabo o ulti­ma­men­te del musul­ma­no. Dei veri e pro­pri ste­reo­ti­pi ambulanti.

La pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to Si chia­ma Fai­rouz Mou­fa­kh­rou ed è la pri­mo­ge­ni­ta di una cop­pia di maroc­chi­ni arri­va­ti in Fran­cia con tan­ta voglia di “inte­grar­si” e vive­re come i fran­ce­si. Ma ecco che il siste­ma colo­nia­le, impor­ta­to dall’Africa in metro­po­li insie­me a milio­ni di brac­cia a bas­so, dopo il secon­do con­flit­to mon­dia­le, gli respin­ge nel­le ban­lieue costrui­te per loro e li for­za a sta­re insie­me ai loro simili.

Un mec­ca­ni­smo che Ahmed Djou­der ha ben spie­ga­to in “Disin­te­gra­ti” : «Uno: ci colo­niz­za­te, ci stu­pra­te. Due: appro­fit­ta­te del­la nostra pover­tà per rico­strui­re il pae­se. Tre: ci rifiu­ta­te. Colo­niz­za­zio­ne (stu­pro), immi­gra­zio­ne (depor­ta­zio­ne) e disin­te­gra­zio­ne (disin­te­gra­zio­ne)». (Disin­te­gra­ti. Ahmed Djou­der; Mila­no; Il saggiatore,2007).

I geni­to­ri di Fai­rouz fan­no quel­lo che pos­so­no e soprat­tut­to quel­lo che san­no. Ma la fami­glia rima­ne sem­pre una “che abi­ta in un appar­ta­men­to dove bol­le sem­pre la pen­to­la a pres­sio­ne”. I fra­tel­li e sorel­le più pic­co­li si lascia­no tra­sci­na­re e diven­ta­no poco a poco dei per­fet­ti “ban­lieu­sards”, sgram­ma­ti­ca­ti, di poca cul­tu­ra, che vesto­no, male e che assu­mo­no in pie­no i sin­to­mi del­la loro emarginazione.

Fai­rouz inve­ce ha stu­dia­to. Ha visto la luce (o alme­no qual­co­sa che ci asso­mi­glia) e vuo­le tira­re i suoi dal­le tene­bre.  La pro­ta­go­ni­sta, in que­sto, asso­mi­glia mol­to all’autrice del libro Saphia Azzeddine.

Saphia Azzed­di­ne è nata nel 1979 in Maroc­co. Ci pas­sa la sua pri­ma infan­zia poi all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Lau­rea­ta in socio­lo­gia, oggi scri­ve, fa gior­na­li­smo e mon­ta spet­ta­co­li tea­tra­li ispi­ra­ti ai suoi lavo­ri. E’ una pic­co­la star del mon­do del­la cul­tu­ra pari­gi­no. Una star che cer­ca di smar­car­si dai ruo­li gene­ral­men­te riser­va­ti agli arti­sti e agli intel­let­tua­li “ara­bi” in Fran­cia:  “Fan­no sem­pre la par­te dei gua­sta­fe­ste, rab­bio­si dal san­gue cal­do, intel­let­tua­li con cui non si scher­za, lai­ci dema­go­ghi o rap­per analfabeti.”

In real­tà in que­sta descri­zio­ne Saphia/fairouz dimen­ti­ca una cate­go­ria: il comi­co-beur. “Beur”  è la paro­la “ara­be” rove­scia­ta in “ver­lan”, il lin­guag­gio del­le ban­lieues, e che si dan­no i ragaz­zi di ori­gi­ne nor­da­fri­ca­na. La figu­ra del comi­co-beur appa­re sul pal­co­sce­ni­co negli anni 80 con l’artista Smaïn Faï­rou­ze cono­sciu­to come “Smaïn”,(https://fr.wikipedia.org/wiki/Sma%C3%AFn). In segui­to la figu­ra del comi­co-beur fa scuo­la e si mol­ti­pli­ca con vari altri arti­sti tra cui il più cono­sciu­to è Dja­mal Deb­bou­ze (atto­re pre­sen­te in mol­te com­me­die fran­ce­si: “Il favo­lo­so mon­do di Amé­lie”, “Aste­rix e Obe­lix”… https://it.wikipedia.org/wiki/Jamel_Debbouze). Al pun­to che, come descrit­to nell’eccellente “Allah super­star” di YB (Allah super­star.  Y. B.  Tori­no : Einau­di, 2004), fare il comi­co-beur diven­ta come la legio­ne stra­nie­ra, come il cal­cio e come il Rap, una del­le poche pos­si­bi­li­tà di usci­re dal ghet­to, sen­za pas­sa­re per la criminalità.

Que­sta figu­ra fa scuo­la a tal pun­to che impre­gna non solo il mon­do del caba­ret ma anche il cine­ma, il tea­tro e poi anche la let­te­ra­tu­ra. Ed è in que­sta nic­chia di mer­ca­to che van­no ad iscri­ver­si i lavo­ri del­la Saphia Azzed­di­ne. Lei a dir il vero fa par­te di una nuo­va cate­go­ria, che però deri­va sem­pre da quel­la pri­ma, io la chia­me­rei lo “scrit­to­re-non-beur”.

Il comi­co-beur usa in pri­ma per­so­na il lin­guag­gio pove­ro e sgan­ghe­ra­to dei ragaz­zi del­le ban­lieue. Lo  scrit­to­re-non-beur, fa par­la­re in quel­la lin­gua quel­li che per lui sono “sfi­ga­ti” e poi rispon­de dan­do lezio­ni di lin­gua e di savoir-vivre in un fran­ce­se per­fet­to. Per dire: guar­da­te che io ho stu­dia­to. Lo scrit­to­re-non-beur insom­ma è una spe­cie di comi­co-beur che pas­sa il suo tem­po a dimo­stra­re che lui/lei non è un comico-beur.

E di fat­to Fai­rouz (e pro­ba­bil­men­te anche Saphia)  tro­va pate­ti­co e ver­go­gno­so tut­to quel­lo che riguar­da la vita del­la sua comu­ni­tà: i beurs-ban­lieu­sards. Sogna di usci­re dal­la sua peri­fe­ria, fare car­rie­ra (poco impor­ta come e dove), ave­re un sac­co di sol­di, con­su­ma­re veri pro­dot­ti di lus­so — e non le cian­fru­sa­glie e le mar­che taroc­ca­te che la sua fami­glia com­pra abbon­dan­te­men­te al mer­ca­to del quar­tie­re-, insom­ma diven­ta­re una “bour­ge” bianca.

Tipo  Jea­ne,

Jean­ne (…) ha una super­ba cuci­na color tor­to­ra e guscio d’uovo („,). Era un cli­ché sedu­cen­te. I capel­li, il look, il suo bim­bo, il suo appar­ta­men­to, mi ritro­va­vo davan­ti il più bel cli­ché del mon­do. Slan­cia­ta, capel­li vapo­ro­si, cavi­glie esi­li, vita sot­ti­le, pel­le di pesca e culo da nami­bia­na. Le sta­va bene tut­to (un tut­to fat­to di lino e cachemire)”

Ma lei rima­ne­va Fai­rouz. Fai­rouz Mou­fa­kh­rou per di più. Un nome da star liba­ne­se appe­san­ti­to però da un cogno­me di con­ta­di­ni del pro­fon­do sud Marocchino.

Fai­rouz Mou­fa­kh­rou fa tan­to ara­bo che cer­ca di ave­re un po’ di cul­tu­ra ascol­tan­do gran­de musi­ca, ma a dire la veri­tà pre­fe­ri­sce le gna­was e Cheb Kha­led, uno che va paz­zo per il sin­te­tiz­za­to­re cre­den­do che sia un pia­no­for­te e che pen­sa che sia bel­lo appen­de­re alle pare­ti dei tap­pe­ti con sopra dei leo­ni. Ecco che cosa sug­ge­ri­sce il mio nome, una sfi­ga­ta che abi­ta in un appar­ta­men­to dove non cam­bia­no mai l’aria e che è sta­ta cul­la­ta per tut­ta l’infanzia dal rumo­re del­la pen­to­la a pressione!”

Il sogno di Fai­rouz è però osta­co­la­to dal suo amo­re per la fami­glia e dal sen­so di dove­re che ha in quan­to pri­mo­ge­ni­ta di occu­par­si di tut­ti. Tut­ta una fami­glia di pove­rac­ci che sof­fre di mise­ria con­ge­ni­ta al segui­to non aiu­ta a fare stra­da nel­la spie­ta­ta socie­tà fran­ce­se. Ma ciò nono­stan­te lei non si tira indie­tro. Sogna di obbli­ga­re il fra­tel­lo e le sorel­le a par­la­re cor­ret­ta­men­te e di piaz­zar­li in buo­ne posi­zio­ni socio-pro­fes­sio­na­li. Per i geni­to­ri deci­de di rea­liz­za­re un sogno di lun­ga data: il pel­le­gri­nag­gio alla Mec­ca. Desi­de­rio non det­ta­to da qual­che par­ti­co­la­re devo­zio­ne reli­gio­sa o dal­la voglia di viag­gia­re, ma sem­pli­ce­men­te dal­le pres­sio­ni socia­li: se sei immi­gra­to in Fran­cia, con figli come si deve, allo­ra devi fare il pel­le­gri­nag­gio e aggiun­ge­re il pre­fis­so Hajj al tuo nome. Non puoi rima­ne­re un Moham­mad qua­lun­que ma devi -pro­prio devi- diven­ta­re Hajj Moham­mad. Se non lo sei sei un fal­li­to e basta. E Fai­rouz que­sto lo sa e non vuol far fare ai suoi geni­to­ri la figu­ra dei fal­li­ti pres­so i loro simi­li, essen­do loro già fal­li­ti per defi­ni­zio­ne per la socie­tà di maggioranza.

Loro vin­ce­va­no sen­za vole­re e io per­de­vo per dove­re. Al loro ritor­no, li avreb­be­ro ono­ra­ti con un pon­ti­fi­can­te hajj o haj­ja accan­to al nome. Final­men­te avreb­be­ro potu­to anda­re in giro a testa alta. In fin dei con­ti non c’era nient’altro che contasse.”

Con l’aiuto del­la sorel­la, e qual­che vol­ta del fra­tel­lo -un fan­nul­lo­ne che pas­sa il suo tem­po, con i suoi ami­ci, altri per­den­ti di peri­fe­ria, a sogna­re e com­bi­na­re pia­ni fal­li­men­ta­ri- Fai­ruz apre un con­to pres­so l’agenzia di viag­gi del Signor Oughi­dour spe­cia­liz­za­ta in pel­le­gri­nag­gi e poco a poco rac­col­go­no la som­ma neces­sa­ria per man­da­re i due anzia­ni alla “casa di Dio”.

Fai­rouz si arren­de quin­di non alla fede ma al con­su­mi­smo e all’ipocrisia reli­gio­sa di una socie­tà fran­co-magh­re­bi­na che non tie­ne del­le cul­tu­re d’origine e di quel­la fran­ce­se che gli aspet­ti più super­fi­cia­li: i sol­di, i beni di con­su­mo, le appa­ren­ze, il conformismo…

Ma men­tre fa il suo per­cor­so dai mil­le osta­co­li per rag­giun­ge­re la sostan­zio­sa som­ma neces­sa­ria per il pro­get­to, la vetri­na di un’altra agen­zia atti­ra la sua atten­zio­ne. Una agen­zia “nor­ma­le”, che ven­de pac­chet­ti vacan­za, eso­ti­smo pron­to al con­su­mo e abbron­za­tu­re garan­ti­te su spiag­ge da sogno: Phu­ket, la Mec­ca del­la socie­tà di con­su­mo, è in promozione!

Mano a mano che si svol­ge il rac­con­to, le cose diven­ta­no sem­pre più com­pli­ca­te e stres­san­ti per la pove­ra Fai­rouz. Non è faci­le da sola sal­va­re dal­la medio­cri­tà tut­ta una com­pa­gnia di per­so­ne che tut­to som­ma­to non voglio­no esse­re sal­va­te. E più il fra­tel­lo, le sorel­le e, soprat­tut­to, i geni­to­ri per­se­ve­ra­no sul­la “via sba­glia­ta” e più lei per­de entu­sia­smo per il pel­le­gri­nag­gio fin­to-reli­gio­so e si sen­te più attrat­ta dal pel­le­gri­nag­gio fin­to-lus­suo­so. A qua­le divi­ni­tà dell’avere e dell’apparire devol­ve­rà Fai­rouz il suo mode­sto obo­lo? Al dio vesti­to di gel­la­ba maroc­chi­na e con un rosa­rio in mano?  O a quel­lo in biki­ni e che nel­la mano tie­ne un cock­tail alla frutta?

Per saper­lo vi toc­ca leg­ge­re il leg­ge­ro ma diver­ten­te libro di Saphia Azzed­di­ne fino alla fine. Io non dico più nien­te. “Wal­la­la­dim”, come si dice nel­le banlieue.

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La Mecca-Phuket” di Saphia Azzedine, giovane franco-marocchina ritrae il suo ambiente con lucida ironia

di Cri­stia­na Mis­so­ri, ANSA­med, 13/02/2017

”L’ascensore era spes­so in pan­ne ma i chiac­chie­ric­ci tro­va­va­no sem­pre il modo di giron­zo­la­re da un pia­no all’altro. Di me dice­va­no che ero una sfron­ta­ta, di mia sorel­la che era una ragaz­za per bene e di mia madre che lascia­va trop­po gras­so nel taji­ne di mon­to­ne. Mio padre, tut­to som­ma­to, lo rispar­mia­va­no, anche se era l’unico di tut­to il palaz­zo a non esse­re anco­ra hajj, il che lo tor­men­ta­va. Per­ché i miei geni­to­ri ave­va­no un’unica osses­sio­ne: fare il pel­le­gri­nag­gio alla Mec­ca”. Il palaz­zo è quel­lo di una ban­lieue pari­gi­na, il rac­con­to, è quel­lo di Fai­rouz, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, che com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue origini.

Insie­me a una del­le sue sorel­le mino­ri, Kal­soum, deci­de di rag­gra­nel­la­re la som­ma neces­sa­ria per rega­la­re ai suoi geni­to­ri devo­ti il sogno di una vita: il hajj. A nar­ra­re la sua sto­ria, è Saphia Azzed­di­ne — gio­va­ne autri­ce fran­co-maroc­chi­na — che in La Mec­ca-Phu­ket (in usci­ta a fine feb­bra­io nel­le libre­rie per la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te de Il Siren­te, pp. 130 Euro 15), com­pie un affre­sco mol­to iro­ni­co, a trat­ti irri­ve­ren­te e diver­ten­te, di quel che acca­de nell’edificio in cui vive la sua protagonista.

Stret­ta fra la voglia di vive­re lai­ca­men­te le sue ori­gi­ni ara­bo-musul­ma­ne: ”ero quel­lo che si chia­ma comu­ne­men­te una musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no”, annun­cia Fai­rouz in una del­le pri­me pagi­ne del libro. ”Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei conti”.

Altret­tan­to luci­da quan­do descri­ve i difet­ti del­la sua comu­ni­tà di ori­gi­ne: ”Sem­bra che. Ho sen­ti­to dire che. Poi la gen­te dirà che. Ecco più o meno quel­lo che rovi­na le socie­tà ara­bo-musul­ma­ne in gene­ra­le e il mio palaz­zo in particolare. Abitavo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo (…). La mege­ra del nono ave­va rife­ri­to a mia madre (per il suo bene) quel che si dice­va nel­le alte sfe­re del palaz­zo. Una mac­chi­na nuo­va era pro­prio neces­sa­ria pri­ma di adem­pie­re a un dove­re isla­mi­co? Quel­le mal­di­cen­ze tor­men­ta­va­no i miei pove­ri geni­to­ri che fin­ge­va­no di fregarsene”.

Saphia Azzed­di­ne, nata ad Aga­dir nel 1979, ha all’attivo sei roman­zi. Da quel­lo di esor­dio, Con­fi­den­ces à Allah (2008) sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumetto.

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Arriva “La Mecca — Phuket”

La Mecca — Phuket”  in anteprima  al Festival del Libro di Firenze

 “La Mecca — Phuket” di Saphia Azzedine in anteprima per voi allo stand de il Sirente a Libro Aperto, Primo Festival del libro a Firenze (17 — 19 febbraio Fortezza da Basso, Firenze).

Per chi invece non passa per Firenze lo troverete a fine febbraio nelle migliori librerie.

Un libro per vin­ce­re qual­che ste­reo­ti­po sul mon­do ara­bo-isla­mi­co, con un’ironia graf­fian­te e un lin­guag­gio spez­za­to, tipi­co del miglio­re argot ban­lieu­sard, vi ritro­ve­re­te cata­pul­ta­ti nel­le ban­lieue pari­gi­ne, dove navi­gan­do tra intel­li­gen­za pra­ti­ca e stu­pi­di­tà teo­ri­ca, Fairouz, figlia d’immigrati maroc­chi­ni in Fran­cia, com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue ori­gi­ni. In modo ner­vo­so ma effi­ca­ce, saprà riap­pro­priar­si del­la sua vita, muo­ven­do­si tra quel che le ha tra­smes­so la fami­glia e quel­lo che si pro­fi­la all’orizzonte. All’orizzonte, oltre la Fran­cia, c’è la Mec­ca… ma dopo­tut­to, per­ché non Phuket?

Di pochi gior­ni fa la noti­zia di un paven­ta­to ritor­no del­lo spet­tro del­la vio­len­za nel­le ban­lieue, ecco cosa ne pen­sa Fai­rouz pro­ta­go­ni­sta del libro “La Mecca-Phuket”.

Cre­de­vo in Dio. Face­vo il rama­dan. non man­gia­vo maia­le. non beve­vo alcool. Ero ver­gi­ne. non spar­la­vo. Cioè, solo un po’. Ero quel­lo che si chia­ma comu­ne­men­te una musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no. Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua- men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei conti.

A vol­te, veni­va­no nel mio quar­tie­re squa­dre di gior­na­li­sti in cer­ca di scoop cir­con­da­ti da guar­die del cor­po per ren­de­re con­to del­la minac­cia isla­mi­co-inte­gra­li­sta-estre­mi­sta-oscu­ran­ti­sta-sala­fi­ta-waha­bi­ta, in sol­do­ni per inter­vi- sta­re qual­che coglio­ne con una tuni­ca bian­ca, igno­ran­do coscien­zio­sa­men­te dei ragaz­zi anco­ra sul­la ret­ta via ma che non avreb­be­ro tar­da­to a cede­re per non esse­re sta­ti appog­gia­ti da nes­su­no. Impe­di­vo a mio fra­tel­lo di pren­der­li a sas­sa­te con i suoi ami­ci quan­do li vede­va arri­va­re con l’aria fra­ter­na. Ma in real­tà gli impe­di­vo soprat­tut­to di far­si pren­de­re o di far casi­no, in modo che capis­se­ro che era trop­po veni­re a ser­vir­si a casa nostra e poi non divi­de­re alla fine del mese. Gli spac­cia­to­ri per­lo­me­no han­no la decen­za di far man­gia­re tut­to l’indotto, dal col­ti­va­to­re al palo. Dopo il loro repor­ta­ge abiet­to, ave­va­no la coscien­za tal­men­te spor­ca che si redi­me­va­no con un docu­men­ta­rio sdol­ci­na­to in secon­da sera­ta (“Dr. Hou­se” non si toc­ca, non scher­zia­mo) sui “ragaz­zi di ban­lieue che ce l’hanno fat­ta” e le “ragaz­ze di ori­gi­ne ara­ba che non si sottomettono”.

Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li, “La Mec­ca-Phu­ket” di Saphia Azzedine

 

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Jérôme Ruillier il 13 Novembre al Festival Nues — Nuvole dal Fronte

«Se ti chia­mi Moha­med» di Jérô­me Ruillier

Con­fron­ti, otto­bre 2015, arti­co­lo di Miche­le Lipori

Se ti chia­mi Moha­med è un fumet­to edi­to dal­la casa edi­tri­ce Il Siren­te (col­la­na «Altria­ra­bi») con il patro­ci­nio di Amne­sty inter­na­tio­nal Ita­lia. L’opera, nel­lo sti­le di un repor­ta­ge, rac­con­ta la sto­ria dell’immigrazione magh­re­bi­na in Fran­cia dal 1950 fino ai gior­ni nostri. Una sto­ria fat­ta di vite che si intrec­cia­no, di rac­con­ti di gio­va­ni uomi­ni che – da soli, all’inizio degli anni ’50 – han­no lascia­to i pro­pri pae­si d’origine (per­lo­più Alge­ria, Maroc­co e Tuni­sia) per tro­va­re for­tu­na in Fran­cia. Uomi­ni semia­nal­fa­be­ti, ma abba­stan­za robu­sti ed in salu­te per lavo­ra­re alla cate­na di mon­tag­gio del­la Renault e per far gira­re gli ingra­nag­gi del­la fio­ren­te indu­stria auto­mo­bi­li­sti­ca fran­ce­se. Nono­stan­te le dif­fi­col­tà di inte­gra­zio­ne, che han­no costret­to que­sta pri­ma gene­ra­zio­ne di immi­gra­ti a vive­re in lugu­bri dor­mi­to­ri e sem­pre sot­to stret­ta osser­van­za, è sta­to pos­si­bi­le fare del­la Fran­cia una nuo­va patria, dove costrui­re una famiglia.

Nel fumet­to la real­tà vie­ne affron­ta­ta nel­la sua com­ples­si­tà, ed infat­ti si evin­ce come anche le nuo­ve gene­ra­zio­ni non sia­no affat­to esen­ti dal­la discri­mi­na­zio­ne raz­zia­le, e – d’altra par­te – si descri­vo­no anche i deli­ca­ti pro­ces­si di ripen­sa­men­to e adat­ta­men­to del­la pro­pria iden­ti­tà cul­tu­ra­le, spe­cial­men­te sui temi dei dirit­ti di gene­re. Nato nel 1966 a Fort-Dau­phin in Mada­ga­scar, Jérô­me Ruil­lier ha stu­dia­to all’Institut d’Arts Déco­ra­tifs di Stra­sbur­go e ha scrit­to per­lo­più libri per ragaz­zi. Si è basa­to, per la crea­zio­ne di quest’opera, sul­la rac­col­ta di testi­mo­nian­ze del docu­men­ta­rio e del libro Mémoi­res d’immigrés di Yami­na Benguigui.

Ruil­lier, che è padre di una bam­bi­na por­ta­tri­ce di tri­so­mia 21 (cono­sciu­ta comu­ne­men­te come «sin­dro­me di Down») ha espli­ci­ta­to il modo in cui la sua espe­rien­za di padre sia sta­ta fon­da­men­ta­le per guar­da­re la vicen­da dell’immigrazione in modo cri­ti­co: «Mia figlia – ha det­to Ruil­lier – fa la stes­sa espe­rien­za degli immi­gra­ti: ha dif­fi­col­tà di inte­gra­zio­ne e si sen­te dif­fe­ren­te. La dif­fe­ren­za è il vero tema del mio libro. Quel­lo che mi inte­res­sa­va rac­con­ta­re era la pau­ra dell’Altro, del diver­so da sé». Se ti chia­mi Moha­med ha vin­to il dBD Award 2012 per il miglior fumet­to reportage.

 

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Prima si andava in galera, ora in televisione

Repubblica — 12 dicembre 2007   pagina 26   sezione: COMMENTI

Caro Augias, que­sta mia let­te­ra vuo­le esse­re una pic­co­la «bou­teil­le à la mer» lan­cia­ta alla memo­ria col­let­ti­va del­la socie­tà civi­le ita­lia­na, par­ten­do da un epi­so­dio avve­nu­to parec­chi anni fa, esat­ta­men­te nel luglio del 1971, a Roma. So che lei ama la Fran­cia e la cul­tu­ra fran­ce­se e sicu­ra­men­te si ricor­de­rà del caso di Pier­re Clè­men­ti incar­ce­ra­to per ben due anni nel car­ce­re di Regi­na Coe­li per un po’ di hasci­sc. A nul­la val­se­ro allo­ra le testi­mo­nian­ze di regi­sti come Paso­li­ni, Ber­to­luc­ci, Fel­li­ni. L’ atto­re che era al mas­si­mo del­la sua espres­sio­ne arti­sti­ca uscì dal­la reclu­sio­ne distrut­to nel cor­po e nell’ ani­ma. Cle­men­ti è mor­to nel 1999 a soli 59 anni. La rifles­sio­ne che vor­rei sol­le­va­re par­ten­do da un lon­ta­no e dram­ma­ti­co epi­so­dio è pro­prio que­sta: come è cam­bia­ta la socie­tà ita­lia­na in que­sti anni. Suc­ce­de ora che se ammaz­zi, stu­pri, ven­di pro­sti­tu­zio­ne, spac­ci dro­ga, non vai in pri­gio­ne ma sei invi­ta­to ai dibat­ti­ti tele­vi­si­vi, diven­ti una vedet­te, peg­gio: un model­lo da segui­re per le gio­va­ni gene­ra­zio­ni in un «can­ni­ba­li­smo media­ti­co» immon­do. Cosa è suc­ces­so? Cathy Mar­chand cathymarchand@hotmail.it Già, che cosa ci è suc­ces­so per pas­sa­re da un estre­mo all’ altro? Era­va­mo un pae­se dove le guar­die anda­va­no a mul­ta­re chi si bacia­va in mac­chi­na, sia­mo diven­ta­ti un pae­se di oltrag­gio­sa impu­di­ci­zia. Mora­le, inten­do, pri­ma che fisi­ca. L’ anda­men­to, alme­no in par­te, è gene­ra­le. Nata­sha Kam­push, la ragaz­za austria­ca tenu­ta pri­gio­nie­ra per anni da Wol­fgang Pri­klo­pil, oggi dician­no­ven­ne, si mostra in pose sedu­cen­ti nel suo sito web. Suo padre pren­de un com­pen­so per anda­re in tele­vi­sio­ne a rac­con­ta­re i guai suoi e del­la figlia. E’ la socie­tà del­lo spet­ta­co­lo che, come sem­pre, col­pi­sce di più i più fra­gi­li. Noi, per esem­pio. Anche se il feno­me­no è sta­to stu­dia­to, for­se non si sono anco­ra valu­ta­te tut­te le con­se­guen­ze del­la pes­si­ma peda­go­gia che il pic­co­lo scher­mo impar­ti­sce. Scu­san­do­mi con chi leg­ge vor­rei cita­re un caso che cono­sco di per­so­na e che mi pare esem­pla­re. Quan­do vent’ anni fa Rai­tre di Ange­lo Gugliel­mi deci­se di met­te­re in onda “Tele­fo­no gial­lo”, la con­se­gna obbli­ga­to­ria era che si trat­tas­se di casi chiu­si, delit­ti (pri­va­ti e pub­bli­ci) sì irri­sol­ti, ma archi­via­ti. Nel­la Rai di allo­ra non si rite­ne­va leci­to discu­te­re e svi­sce­ra­re casi nei qua­li le inda­gi­ni era­no anco­ra ai pri­mi pas­si date le cono­scen­ze di neces­si­tà incom­ple­te che il gior­na­li­smo ha. Oggi, come sap­pia­mo, que­sta rego­la non vale più. Del resto non c’ è più nem­me­no la ver­go­gna di non sape­re, sosti­tui­ta dal­la sfron­ta­tez­za, il rite­gno sul­le per­so­na­li mise­rie che ven­go­no anzi sban­die­ra­te per­ché fan­no ride­re; gen­te anche di nome è dispo­sta a far­si inon­da­re di pan­na o di acqua colo­ra­ta pur di sta­re qual­che minu­to davan­ti a una tele­ca­me­ra; non vale nem­me­no la pena di cita­re ciò che è emer­so con Val­let­to­po­li. Era­va­mo un pae­se arre­tra­to e bigot­to quan­do il pove­ro Clè­men­ti fini­va in gale­ra per qual­che gram­mo di fumo; for­se non sia­mo capa­ci di esse­re altro. — CORRADO AUGIAS c.augias@repubblica.it
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