Un uomo non piange mai | Senzaudio

Un uomo non piange mai di Faïza Guène

Nes­su­no rico­min­cia da zero, nem­me­no gli ara­bi che lo zero lo han­no inven­ta­to, que­sto dice­va mio padre”.

Men­tre affron­ta­vo la let­tu­ra mi sono inter­ro­ga­to spes­so sugli ste­reo­ti­pi. Sul moti­vo per cui a vol­te del­le veri­tà accla­ra­te assu­ma­no dei con­no­ta­ti nega­ti­vi. Soprat­tut­to quan­do una cul­tu­ra ne osser­va un’altra. Suc­ce­de a noi quan­do guar­dia­mo fuo­ri dal­la nostra fine­stra, suc­ce­de agli altri quan­do sbir­cia­no in casa nostra al calar del sole. E’ ine­vi­ta­bi­le ed è sem­pre sta­ta una fon­te di anti­pa­tie, di pro­ble­ma­ti­che di dif­fi­ci­le riso­lu­zio­ne. Spes­so ha dato il via a sen­ti­men­ti che sono sfo­cia­ti nel raz­zi­smo e nel vol­ga­re affos­sa­men­to degli altrui valo­ri cul­tu­ra­li. Io pen­so che quan­do un pae­se fati­ca a ragio­na­re in ter­mi­ni di cul­tu­ra, quan­do un pae­se fati­ca a capi­re di cosa è fat­ta la pro­pria cul­tu­ra abbia dif­fi­col­tà ad accet­ta­re le altre cul­tu­re, par­ta dagli ste­reo­ti­pi, dal­la deri­sio­ne e poi il resto. Ben più gra­ve.

Tut­ti que­sti pen­sie­ri sono sca­tu­ri­ti dal­la let­tu­ra di “Un uomo non pian­ge mai” (un tito­lo che di per sé avreb­be l’anima del­lo ste­reo­ti­po) del­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ni alge­ri­ne Faï­za Guè­ne.

Il libro rac­con­ta una sto­ria dal pun­to di vista dell’unico figlio maschio di una fami­glia di immi­gra­ti alge­ri­ni. Attra­ver­so lo sguar­do di Mou­rad Chen­noun pos­sia­mo par­te­ci­pa­re alla vita di una fami­glia con un pie­de in Alge­ria e l’altro in Fran­cia. Con una figlia che pro­va ad eman­ci­par­si, a sfug­gi­re a tut­te le impo­si­zio­ni cul­tu­ra­li che la voglio­no, secon­do lei, gras­sa, bra­va a cuci­na­re e sot­to­mes­sa al mari­to. Abbia­mo un padre dedi­to all’accumulo com­pul­si­vo di qual­sia­si robac­cia gli capi­ti a tiro e una figlia, Mina, che inve­ce deci­de di segui­re le orme che la fami­glia ha trac­cia­to. Sopra a tut­ti, la madre. La madre con i suoi attac­chi di tachi­car­dia, iper­ten­sio­ne, emi­cra­nia e qual­sia­si altra malat­tia imma­gi­na­ria pos­sa ser­vi­re a insi­nua­re negli altri il sen­so di col­pa. Un per­so­nag­gio che a trat­ti fa sor­ri­de­re se non fos­se che le sue pres­sio­ni influen­za­no la vita dei figli. Dou­na la figlia eman­ci­pa­ta vie­ne espul­sa dal­la tri­bù come fos­se un cal­co­lo. Vie­ne dimen­ti­ca­ta fino a che, alla fine, qual­co­sa tira nuo­va­men­te le redi­ni del­la fami­glia e fa dire a Dou­na stes­sa: alla fine ha vin­to comun­que mam­ma.

Un libro in cui lo ste­reo­ti­po vie­ne caval­ca­to e svi­sce­ra­to, por­ta­to al gra­do di ana­li­si socia­le. Un libro affa­sci­nan­te nel­la sua sem­pli­ci­tà eppu­re tra­vol­gen­te per i temi che trat­ta. La secon­da pos­si­bi­li­tà, il man­te­nu­to dal­la bel­la ere­di­tie­ra, la pro­sti­tu­zio­ne, l’integrazione degli emi­gra­ti nel­le Ban­lieau e la spe­ran­za di esse­re qual­cu­no anche al di fuo­ri del­la cer­chia fami­lia­re.
In tut­to que­sto svet­ta la voce del nar­ra­to­re, quel Mou­rad che incon­tria­mo da bam­bi­no e lascia­mo da adul­to, sem­pre in pre­da al pani­co “Imo­dium, imo­dium, imo­dium” sem­pre con uno sguar­do al futu­ro e uno al pas­sa­to, sem­pre sull’orlo di esplo­de­re e dire, final­men­te, non ciò che ci si aspet­ta da lui, ma ciò che lui real­men­te pen­sa. Un per­so­nag­gio che illu­stra per­fet­ta­men­te la ten­sio­ne tra due cul­tu­re diver­se, la ten­sio­ne tra ciò che ci si aspet­ta­ta da una per­so­na (lo ste­reo­ti­po) e ciò che que­sta per­so­na è in gra­do di dare (la veri­tà).

Da un anno a que­sta par­te l’unica cosa che si può dire de “Il Siren­te” è che ogni libro è miglio­re del pre­ce­den­te.
Otti­ma la tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Fede­ri­ca Pisto­no.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incendiaria”a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po de nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se, il libro è tra­dot­to in 26 lin­gue e ven­de oltre 400.000 copie. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. Faï­za Guè­ne è anche autri­ce di cor­to­me­trag­gi e docu­men­ta­ri.

Recen­sio­ne di Gian­lui­gi Bodi Sen­zau­dio

0

LA MECCAPHUKET

LA MECCAPHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ila­ria Vita­li, tra­dut­tri­ce di “La Mec­ca – Phu­ket”, nel­la pre­fa­zio­ne al libro di Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to di “un’arte di esse­re indo­ci­li”. Espres­sio­ne, secon­do noi, mol­to appro­pria­ta per­ché la pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to, Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni, per eman­ci­par­si sen­za tra­ge­die dal­le abi­tu­di­ni fol­klo­ri­sti­che e ipo­cri­te pre­sen­ti nel­la ban­lieue pari­gi­na, dovrà per for­za di cose tene­re a debi­ta distan­za tut­to quel­lo che, in fami­glia e nel suo giro di ami­ci­zie, sa di luo­go comu­ne, di taroc­ca­men­to e di cari­ca­tu­ra­le.

Tut­to faci­le in teo­ria, mol­to più dif­fi­ci­le nel­la pra­ti­ca; non fos­se altro che Fai­rouz e la sorel­la Kal­soum sono affe­zio­na­te ai loro geni­to­ri, di fat­to poco inte­gra­ti e tut­to­ra lega­ti a una cul­tu­ra a dir poco tra­di­zio­na­li­sta. Il padre, tan­to per dire, pas­sa gior­na­te inte­re pres­so del­le sad­da­ka (veglie fune­bri), che alla fami­glia “costa­no un occhio” (pp.106). Com­pren­si­bi­le allo­ra che le due sorel­le inten­da­no rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, nono­stan­te lo “hajj” degli immi­gra­ti si sia ormai impe­la­ga­to in pra­ti­che con­su­mi­sti­che – vedi la visci­da figu­ra del sig. Our­ghi­dour, tito­la­re di un’agenzia viag­gi –  alla stre­gua di una vacan­za a Phu­ket, nota loca­li­tà thai­lan­de­se e peren­ne ten­ta­zio­ne di Fai­rouz. Se i rispar­mi saran­no spe­si per la Mec­ca o per Phu­ket, sce­glien­do così tra due ver­sio­ni di con­su­mi­smo, lo sapre­mo solo al ter­mi­ne del rac­con­to. Più inte­res­san­te tut­to quel­lo che pre­ce­de, ovve­ro il sar­ca­smo di Fai­rouz, ali­men­ta­to dall’insofferenza, miti­ga­to dal­la com­pren­sio­ne, sem­pre alle pre­se con una fau­na che si agi­ta, nean­che trop­po dispe­ra­ta, tra due cul­tu­re: una situa­zio­ne che il più del­le vol­te lascia nel lim­bo gli immi­gra­ti di pri­ma e di secon­da gene­ra­zio­ne.

Que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne di indo­ci­li­tà, come ci ricor­da Ila­ria Vita­li, deve esse­re sta­ta una sfi­da mol­to com­ples­sa per un tra­dut­to­re, di fron­te alla lin­gua stra­ti­fi­ca­ta e usa­ta da Saphia Azzed­di­ne (e quin­di dal­la nuo­va gene­ra­zio­ne di fran­co-magre­bi­ni), tra “nuo­vi codi­ci sin­cre­ti­ci e poli­fo­ni­ci” (pp.xi), fra­nçais cas­sé e “argot des cités”. Il risul­ta­to è curio­so,  spes­so rive­la­to­re di quel “lim­bo”, gra­zie ad un pro­ce­de­re mol­to disin­vol­to e a momen­ti di schiet­ta iro­nia: “E visti i pro­gram­mi del­la TV fran­ce­se di oggi, un culo pote­va spun­ta­re dal nien­te, a qua­lun­que ora, anche la dome­ni­ca mat­ti­na sul 2 non era impos­si­bi­le. Quin­di, quan­do c’era mio padre, ci bec­ca­va­mo per for­za i cana­li maroc­chi­ni che pas­sa­va­no da una ricet­ta di cuci­na a un can­to cora­ni­co a una ricet­ta di cuci­na” (pp.33).

Un con­te­sto peri­fe­ri­co dove la tea­tra­li­tà ha un gran­de peso, nel qua­le gli ste­reo­ti­pi impaz­za­no e che pos­so­no diven­ta­re stru­men­ti per costrui­re nuo­ve per­so­na­li­tà: “Quan­do  ero pic­co­la, i miei ci obbli­ga­va­no a segui­re gli inse­gna­men­ti dell’onorevole Addel­ka­der Al-Islam, al seco­lo Didier Par­men­tier, con­ver­ti­to all’Islam dopo che le sue vacan­ze al Club Med di Kara­chi era­no sta­te accor­cia­te a cau­sa di un raid ame­ri­ca­no anda­to stor­to. Face­va il giro del­le ban­lieue tra­ve­sti­to da ara­bo puro­san­gue a salu­ta­va gli alun­ni con una mano sul cuo­re […] I suoi viag­gi sul­le mon­ta­gne del Cash­me­re face­va­no di lui un elet­to e lui ci gio­ca­va su per intes­se­re una leg­gen­da fab­bri­ca­ta comun­que su un gros­so malin­te­so” (pp.70).

Paro­le evi­den­te­men­te pie­ne di disin­can­to in un libro che pul­lu­la di per­so­nag­gi dal­le pro­spet­ti­ve mol­to limi­ta­te, nutri­te di mal­di­cen­ze e ste­reo­ti­pi. Qual­co­sa che si coglie fin dal­le pri­me righe del roman­zo: “Abi­ta­vo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il mas­si­mo che ti sen­ti­vi rispon­de­re. Oltre si sfio­ra­va il bla­sfe­mo. Non ci si avven­tu­ra­va mai. Per pau­ra che la gen­te dices­se che” (pp.5). Viste que­ste pre­mes­se si può com­pren­de­re come il ten­ta­ti­vo di Fai­rouz di coin­vol­ge­re geni­to­ri ed anche il fra­tel­lo Najiib, un ladrun­co­lo per­di­tem­po, ad un’esistenza meno con­ven­zio­na­le risul­ti un’impresa tita­ni­ca; soprat­tut­to quan­do l’integrazione, già com­pli­ca­ta per man­can­za di cul­tu­ra, o vie­ne rifiu­ta­ta in nome di usan­ze che da tem­po han­no per­du­to la loro ragion d’essere, oppu­re vie­ne sol­tan­to lam­bi­ta in vir­tù di atteg­gia­men­ti super­fi­cia­li e sul­la scor­ta del più avvi­len­te con­su­mi­smo. Così anche il cam­po del­la reli­gio­ne agli occhi di Fai­rouz diven­ta spec­chio di un cer­to modo di vive­re: “A quan­to pare, ci sono due modi di rap­por­tar­si a Dio qui sul­la ter­ra. Ci sono quel­li che chie­do­no per­do­no e quel­li che dico­no gra­zie” (pp.121). Paro­le che pre­ce­do­no la deci­sio­ne di come uti­liz­za­re i rispar­mi di Fai­rouz: se spen­der­li per il viag­gio alla Mec­ca oppu­re per la vacan­za a Phu­ket.

Saphia Azze­di­ne

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Ha tra­scor­so l’infanzia in Maroc­co e all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con il roman­zo “Con­fi­den­ces à Allah”, da cui sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to. Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce e regi­sta. Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le. In Ita­lia è sta­to tra­dot­to il suo roman­zo “Mon père est fem­me de ména­ge” (“Mio padre fa la don­na del­le puli­zie”, Giu­lio Per­ro­ne Edi­to­re 2011).

Saphia Azzed­di­ne, “La Mec­ca – Phu­ket”, Il Siren­te (col­la­na “Altria­ra­bi”), Fagna­no Alto 2016, pp.XII- 266. Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li.

di  Luca Meni­chet­tiLan­ke­nau­ta, giu­gno 2017
0

La felicità è negli affetti: dialogo con Faïza Guène

Intervista a Faïza Guène per L’Indice dei libri del mese

di Fran­ce­sca Del Vec­chio

«Mia madre sof­fri­va nel veder­mi solo. Mi cre­de­va, di vol­ta in vol­ta, pau­ro­so, affet­to da tur­be del­la per­so­na­li­tà, omo­ses­sua­le. Nul­la di tut­to que­sto. Ero solo. Pun­to. Me n’ero fat­to una ragio­ne. Riten­go che non aves­se mai rea­liz­za­to di esse­re la pri­ma respon­sa­bi­le di quel fat­to»

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneMou­rad nasce a Niz­za, i suoi geni­to­ri sono alge­ri­ni emi­gra­ti in Fran­cia. Mode­sti per ran­go socia­le e per livel­lo cul­tu­ra­le. Sua madre, una don­na bona­ria­men­te inva­den­te e pro­tet­ti­va, gli tra­smet­te affet­to alla vec­chia manie­ra: rim­pin­zan­do­lo di cibo. E Mou­rad, che vor­reb­be eman­ci­par­si da quel­la con­di­zio­ne costruen­do­si un desti­no, vive nel ter­ro­re di diven­ta­re un ragaz­zot­to obe­so con i capel­li sale e pepe. Per soprav­vi­ve­re dovrà affran­car­si da una pesan­te sto­ria fami­lia­re che acco­mu­na mol­ti gio­va­ni di secon­da gene­ra­zio­ne.
Que­sta è la sto­ria rac­con­ta­ta da Faï­za Guè­ne in Un uomo non pian­ge mai, edi­to da Il Siren­te.
Guè­ne, scrit­tri­ce fran­co-alge­ri­na di gran­de suc­ces­so cre­sciu­ta a Pan­tin (ban­lieue “incen­dia­ria” a nord-est di Pari­gi), ha debut­ta­to nel mon­do del­la let­te­ra­tu­ra a soli dician­no­ve anni, san­cen­do, già dal prin­ci­pio, il suo talen­to let­te­ra­rio.
È sta­ta ospi­te al Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn di Pra­to e al Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, in occa­sio­ne del qua­le è sta­ta rea­liz­za­ta que­sta inter­vi­sta.

Cosa han­no in comu­ne Faï­za Guè­ne e il suo per­so­nag­gio, Mou­rad Chen­noun?

Mou­rad vive tra due fuo­chi: il tra­di­zio­na­li­smo di sua madre Mina e l’innovazione di sua sorel­la mag­gio­re Dou­nia, bril­lan­te stu­den­tes­sa. Come Mou­rad anche io ho vis­su­to una fase a caval­lo tra la ripro­du­zio­ne dei valo­ri fami­lia­ri e la ten­sio­ne alla moder­ni­tà. Mou­rad incar­na per­fet­ta­men­te la via di mez­zo tra le due stra­de: un ragaz­zo che non nega le sue ori­gi­ni, ma che – facen­do suoi i valo­ri del pae­se ospi­tan­te – costrui­sce qual­co­sa di impor­tan­te per la sua vita.

Il desti­no di Mou­rad è nel­le sue mani: quan­to con­ta per lui e per gio­va­ni come lui l’autodeterminazione e la for­za di volon­tà?

Il mes­sag­gio che vole­vo far pas­sa­re è che, a pre­scin­de­re dall’origine socia­le e dal livel­lo cul­tu­ra­le, si può esse­re feli­ci solo se sia­mo riu­sci­ti a costrui­re dei lega­mi affet­ti­vi. Mou­rad è cer­to un per­so­nag­gio sin­go­la­re, dota­to di volon­tà e for­za d’animo, ma è vero anche che ha rice­vu­to tan­to amo­re e soste­gno dal­la sua fami­glia, nono­stan­te la mode­stia del padre e l’invadenza del­la madre. È diven­ta­to un inse­gnan­te, e que­sto è un tra­guar­do, pur­trop­po, non per tut­ti.

Il tuo libro è il rac­con­to di una sto­ria come ce ne sono tan­te: quan­to c’è di fin­zio­ne e quan­to di veri­tà?

Di tut­ti i miei roman­zi que­sto è quel­lo in cui ho mes­so di più di me stes­sa. Ciò non vuol dire che que­sti avve­ni­men­ti si sia­no veri­fi­ca­ti real­men­te nel­la mia vita ma una base di veri­tà c’è: in par­ti­co­la­re il rap­por­to con il padre, l’importanza del patri­mo­nio sto­ri­co. La Fran­cia ha una dop­pia cul­tu­ra e dovreb­be far­ne teso­ro.

«Con il pas­sa­re degli anni, la situa­zio­ne con Dou­nia peg­gio­ra­va. Il mon­do ester­no pul­lu­la­va di Julie Gué­rin, e i ten­ta­ti­vi dei miei geni­to­ri di trat­te­ne­re la figlia nel guscio sono tut­ti fal­li­ti. Le inti­mi­da­zio­ni e le puni­zio­ni non fun­zio­na­va­no più. Mia madre, pur così abi­le nel gio­co del­la col­pe­vo­liz­za­zio­ne, ha spa­ra­to tut­te le sue car­tuc­ce. La tachi­car­dia improv­vi­sa e l’ipertensione non cam­bia­va­no più nul­la.
Abbia­mo per­du­to Dou­nia».

Quan­to l’esperienza di vita nel­le ban­lieues ti è sta­ta uti­le nel­la tua pro­du­zio­ne let­te­ra­ria?

Come ogni scrit­to­re, l’ambiente cir­co­stan­te – fami­lia­re, socia­le, cul­tu­ra­le – influi­sce in modo piut­to­sto evi­den­te sul­la pro­pria let­te­ra­tu­ra. Nel mio caso non è la peri­fe­ria a dare sen­so alla scrit­tu­ra, ma la mia per­ce­zio­ne di que­sto ambien­te. Guar­da­re il mon­do con gli occhi del­la peri­fe­ria dà vita a un nuo­vo gene­re: una let­te­ra­tu­ra popo­la­re “nobi­le”, per­ché anche il per­so­nag­gio più ano­ni­mo può tra­sfor­mar­si in un eroe.

Hai pub­bli­ca­to il tuo pri­mo libro a dician­no­ve anni gra­zie al tuo pro­fes­so­re di fran­ce­se. Hai avu­to corag­gio. E for­tu­na. Cosa ha signi­fi­ca­to per te quel tram­po­li­no?

Io cre­do nel desti­no, ed è incre­di­bi­le per me ave­re avu­to que­sta oppor­tu­ni­tà, visto che come Mou­rad la mia con­di­zio­ne socia­le d’origine e il mio ambien­te non sup­por­ta­no que­sto tipo di per­cor­so. Se non aves­si avu­to que­sto incon­tro con il mio mae­stro, e non aves­si segui­to l’ambizione, non avrei mai visto il mio libro pub­bli­ca­to.

Que­sto ulti­mo roman­zo è sicu­ra­men­te più matu­ro del pri­mo: per sti­le, per sto­ria. C’è qual­co­sa che rim­pian­gi del­la vec­chia Faï­za?

For­se la spen­sie­ra­tez­za dei miei dician­no­ve anni, e anche il mio otti­mi­smo.

Come ha rispo­sto il pub­bli­co fran­ce­se al tuo libro?

Il pub­bli­co mi ha segui­to e ne sono mol­to feli­ce; i miei pri­mi let­to­ri sono anco­ra lì ad atten­der­mi. Per quan­to riguar­da la stam­pa, i gior­na­li­sti e la cri­ti­ca let­te­ra­ria, sono sod­di­sfat­ta che abbia­no rico­no­sciu­to in me una scrit­tri­ce a tut­ti gli effet­ti e non solo un “feno­me­no socia­le del­le peri­fe­rie”.

Negli ulti­mi anni l’apertura dell’editoria euro­pea al roman­zo d’origine ara­ba ha por­ta­to a cono­sce­re impor­tan­ti auto­ri. Ma qual­che vol­ta capi­ta di imbat­ter­si in roman­zi di estre­ma­men­te ste­reo­ti­pa­ti e scrit­ti per com­pia­ce­re il pub­bli­co occi­den­ta­le. Cosa ne pen­si?

Cre­do che in tut­ti i set­to­ri ci sia­no auto­ri ed edi­to­ri che scri­vo­no per pia­ce­re. Ma pen­so che il pub­bli­co non si lasci ingan­na­re e che l’autenticità fac­cia sem­pre la dif­fe­ren­za.

I tuoi roman­zi sono sta­ti tra­dot­ti in ven­ti­sei lin­gue. Che rap­por­to hai con i tuoi libri tra­dot­ti?

È ogni vol­ta una bel­la sor­pre­sa per me. Ne sono affa­sci­na­ta per­ché sen­to che si trat­ta di un nuo­vo roman­zo. In un nuo­vo ambien­te, in una cul­tu­ra diver­sa. Ma gra­zie ai nume­ro­si incon­tri con i let­to­ri di tut­to il mon­do, ho capi­to che la let­te­ra­tu­ra è uni­ver­sa­le.

0

Emozioni vietate in Maghreb

Il giovane Mourad un giorno decide di voler piangere

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Il Fat­to Quo­ti­dia­no di Fran­ce­sca Bel­li­no

Per un’antica con­sue­tu­di­ne, ave­re momen­ti di debo­lez­za nel Magh­reb ara­bo-musul­ma­no è per­mes­so solo alle don­ne. Da qui l’espressione anco­ra dif­fu­sa Un uomo non pian­ge mai, scel­ta per il tito­lo del suo nuo­vo roman­zo dal­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ne alge­ri­ne Faï­za Guè­ne, nota per il bestsel­ler Kif kif doma­ni, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na con cui esor­dì nel 2004, tra­dot­to in 26 lin­gue. Alla base di quest’espressione c’è un’attitudine che affon­da in soli­de leg­gi tra­di­zio­na­li per cui un uomo può mostra­re for­za e corag­gio e man­te­ne­re digni­tà solo se non cede allo scon­for­to, sen­ti­men­to mes­so in discus­sio­ne dal pro­ta­go­ni­sta Mou­rad nato a Niz­za da fami­glia alge­ri­na, che nar­ra la sua ricer­ca d’identità. Sin da pic­co­lo i geni­to­ri gli ripe­to­no que­sta fra­se che lui rie­la­bo­ra insie­me a tan­ti sti­mo­li con­tra­stan­ti, trop­pi tan­to da pre­fe­ri­re i libri agli ami­ci. “Mia madre sof­fri­va nel veder­mi solo. Mi cre­de­va, di vol­ta in volt, pau­ro­so, affet­to da tur­be del­la per­so­na­li­tà, omo­ses­sua­le” rac­con­ta Mou­rad intro­du­cen­do la madre che ha, più del padre, un atteg­gia­men­to seve­ro che nasce da el keb­da, ter­mi­ne che signi­fi­ca “fega­to”, ma è indi­ca­to per indi­ca­re l’affetto del­le madri per i figli, quell’ “ecces­so di amo­re che fa pau­ra, che fini­sce per somi­glia­re a un regi­me dispo­ti­co” a cui è neces­sa­rio ribel­lar­si per cre­sce­re ed eman­ci­par­si.

31 Mag­gio 2017

0

Intervista alla scrittrice parigina Faïza Guène, autrice di “Un uomo non piange mai”

Una campagna elettorale all’insegna del sospetto

di Gui­do Cal­di­ron, “Il Mani­fe­sto”, 7 apri­le 2017

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneQuan­do, nel 2004, a soli 19 anni esor­dì con “Kif kif doma­ni”, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na, Faï­za Guè­ne fu subi­to ribat­tez­za­ta dal­la stam­pa fran­ce­se come la «Sagan des cités», in rife­ri­men­to all’autrice di “Bon­jour Tri­stes­se”. Tre­di­ci anni più tar­di, alcu­ni altri roman­zi alle spal­le che han­no con­tri­bui­to a ren­der­la una del­le inter­pre­ti del­la nuo­va let­te­ra­tu­ra tran­sal­pi­na, nata sem­pre più spes­so pro­prio tra i palaz­zo­ni di peri­fe­ria, la scrit­tri­ce, cre­sciu­ta nel­la cité dei Cour­til­liè­res, nel­la ban­lieue pari­gi­na di Pan­tin, pub­bli­ca il suo libro più matu­ro, “Un uomo non pian­ge mai”, il Siren­te (pp. 240, euro 15).

Una rifles­sio­ne, in par­te auto­bio­gra­fi­ca, sul tema del con­fron­to tra le gene­ra­zio­ni e le cul­tu­re osser­va­ta attra­ver­so le vicen­de del­la fami­glia di ori­gi­ne alge­ri­na degli Chen­noun, che l’autrice pre­sen­ta in que­sti gior­ni a Pra­to nell’ambito del Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn.

Oggi la Fran­cia va al voto, come ha vis­su­to que­sta cam­pa­gna elet­to­ra­le?
Sono mol­to con­fu­sa, nel sen­so che ho l’impressione che la cam­pa­gna non sia sta­ta affat­to all’altezza del­le sfi­de e dei pro­ble­mi che dob­bia­mo affron­ta­re. L’ho tro­va­ta cini­ca e pes­si­ma, pres­so­ché pri­va di digni­tà, con un buon nume­ro di can­di­da­ti che si sono pre­sen­ta­ti mal­gra­do aves­se­ro dei pro­ble­mi seri con la giu­sti­zia.

Vote­rà lo stes­so? E con qua­le spi­ri­to, spe­cie di fron­te alla minac­cia rap­pre­sen­ta­ta da Mari­ne Le Pen?
Si, ed è chia­ro che non vote­rò per Mada­me Le Pen. Appar­ten­go alla gene­ra­zio­ne che ha vis­su­to il 2002 – quan­do Jean-Marie Le Pen arri­vò al bal­lot­tag­gio con­tro Chi­rac -, come uno shock e ricor­do benis­si­mo le mani­fe­sta­zio­ni e il sus­sul­to demo­cra­ti­co che scos­se il pae­se. Oggi, inve­ce, di fron­te al fat­to che l’estrema destra è arri­va­ta di nuo­vo al secon­do tur­no, la rea­zio­ne di un tem­po non si è più pro­dot­ta. Qua­si le per­so­ne si fos­se­ro abi­tua­te o ras­se­gna­te a que­sta even­tua­li­tà. La pos­si­bi­li­tà che il Fn pos­sa gui­da­re la Fran­cia è diven­ta­ta per cer­ti ver­si nor­ma­le, e per­ciò pos­si­bi­le.

Anche se ha sem­pre rifiu­ta­to di esse­re con­si­de­ra­ta un sim­bo­lo dei gio­va­ni del­le ban­lieue, cre­de che la cam­pa­gna per l’Eliseo abbia par­la­to anche agli abi­tan­ti dei quar­tie­ri popo­la­ri?
In effet­ti è sem­pre dif­fi­ci­le pen­sa­re di par­la­re a nome degli altri, però pos­so dire che ho la sen­sa­zio­ne che si con­si­de­ri­no que­ste “mino­ran­ze” del pae­se solo per addi­tar­le come un pro­ble­ma, per pre­sen­tar­le come i respon­sa­bi­li mag­gio­ri del­le dif­fi­col­tà che attra­ver­sa la nostra socie­tà. E la cam­pa­gna per le pre­si­den­zia­li ha con­fer­ma­to que­sta ten­den­za. Solo che que­sta vol­ta è sta­to soprat­tut­to l’Islam a fini­re nel miri­no di mol­ti poli­ti­ci. Anche se non si trat­ta di qual­co­sa di nuo­vo, negli ulti­mi mesi tut­to ciò si è fat­to sen­ti­re con anco­ra mag­gio­re vio­len­za. L’intera comu­ni­tà musul­ma­na è ormai guar­da­ta con sospet­to.

Nel 2007, dopo la rivol­ta del­le ban­lieue e l’ascesa di Sar­ko­zy, ha con­tri­bui­to al volu­me col­let­ti­vo «Qui fait la Fran­ce?» che inten­de­va rea­gi­re pro­prio al mon­tan­te cli­ma iden­ti­ta­rio. Qua­le il bilan­cio ad oggi?
Mi dispia­ce mol­to, per­ché mi pia­ce­reb­be dire che le cose sono miglio­ra­te, ma pur­trop­po non è anda­ta così. E, guar­dan­do al cli­ma che mon­ta nel Pae­se, cre­do che non faran­no che peg­gio­ra­re ulte­rior­men­te. Die­ci anni fa in quel libro ci inter­ro­ga­va­mo pro­prio sul­la pos­si­bi­li­tà che un mag­gio­re acces­so alla cul­tu­ra e al sape­re dei gio­va­ni cre­sciu­ti nel­le ban­lieue e nel­le fami­glie popo­la­ri potes­se pro­dur­re un cam­bia­men­to rea­le, riav­vi­ci­na­re le per­so­ne e ren­de­re più giu­sta la socie­tà fran­ce­se. Nutri­va­mo anco­ra gran­di spe­ran­ze. Oggi inve­ce fac­cio dav­ve­ro fati­ca a capi­re dove sono fini­te tut­te quel­le ener­gie e quel­la voglia di rin­no­va­men­to. All’epoca era cer­to già per­ce­pi­bi­le una deri­va dema­go­gi­ca e xeno­fo­ba, solo che poi quei discor­si si sono fat­ti via via più spu­do­ra­ti e un nume­ro cre­scen­te di per­so­ne han­no comin­cia­to a con­si­de­rar­li come qual­co­sa di «nor­ma­le».

Lo scor­so anno, dopo che il suo com­pa­gno, in Fran­cia da 9 anni ma pri­vo di per­mes­so di sog­gior­no, era sta­to fer­ma­to e reclu­so con la minac­cia dell’espulsione, lei ha scrit­to un bre­ve testo inti­to­la­to «Le bruit des avions» dedi­ca­to al modo in cui sono trat­ta­ti i cosid­det­ti «clan­de­sti­ni».
Si, è sta­to un momen­to tal­men­te dif­fi­ci­le sul pia­no per­so­na­le che fac­cio per­fi­no fati­ca a ritor­na­re sul­la vicen­da. Ci ten­go però a dire che die­tro la defi­ni­zio­ne tutt’altro che neu­tra di «clan­de­sti­no» o di «sans-papiers» si nascon­de il ten­ta­ti­vo di nega­re l’umanità e la vita stes­sa di mol­tis­si­me per­so­ne. Tut­to rien­tra poi nel­la dif­fu­sa ipo­cri­sia che fa sì che que­ste per­so­ne che si vuo­le man­te­ne­re nell’«invisibilità», con­tri­bui­sca­no però in real­tà ogni anno per milio­ni di euro all’economia fran­ce­se. Pos­so­no esse­re sfrut­ta­ti dai dato­ri di lavo­ro anche se non han­no i docu­men­ti in tasca, ma se poi chie­do­no i loro dirit­ti, allo­ra scop­pia il pro­ble­ma. Una situa­zio­ne disgu­sto­sa.

0

Ebe Pierini, “ItalNews” (25 aprile 2017)

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

L’indomita Fairouz in bilico tra tradizione ed emancipazione nella banlieue francese

di Ebe Pie­ri­ni, “Ital­News” (25 apri­le 2017)

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)Nel quar­tie­re la defi­ni­sco­no sfron­ta­ta. Lei si defi­ni­sce fie­ra e indo­mi­ta.

Non ero fie­ra di esse­re musul­ma­na, ma sem­mai musul­ma­na e fie­ra in gene­ra­le.

Non è un’eroina moder­na la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo di Saphia Azze­di­neLa Mec­ca Phu­ket” (Il Siren­te). Fai­rouz è una ragaz­za nor­ma­le, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni che vive in una ban­lieue fran­ce­se. Una di quel­le che da alme­no un paio d’anni a que­sta par­te sono dive­nu­te famo­se per­chè da lì pro­ve­ni­va­no alcu­ni ter­ro­ri­sti isla­mi­ci e per­chè è lì che mag­gior­men­te si incan­cre­ni­sce la man­ca­ta inte­gra­zio­ne che a vol­te par­to­ri­sce l’estremismo.

La sua è una lot­ta quo­ti­dia­na con­tro la doci­li­tà, quel­la che le impor­reb­be la sua cul­tu­ra. In bili­co tra la voglia di eman­ci­par­si e l’amore per la sua fami­glia. Quel­lo stes­so amo­re che nutre ver­so i suoi geni­to­ri che la spin­ge a met­te­re da par­te dei sol­di, con la com­pli­ci­tà del­la sorel­la Kal­soum per rega­la­re loro l’hajj, il pel­le­gri­nag­gio isla­mi­co a La Mec­ca per­chè pos­sa­no final­men­te vede­re e toc­ca­re la Ka’ba e non esse­re più addi­ta­ti dai vici­ni in quan­to anco­ra non han­no ottem­pe­ra­to ad uno dei pila­stri dell’Islam.

Da un lato il sen­so del dove­re e del rispet­to e quel sal­va­da­na­io che si riem­pie. Dall’altro la voglia di eva­de­re, di rega­lar­si un sogno. Nel mez­zo c’è l’odore dei piat­ti tipi­ci maroc­chi­ni, c’è l’atmosfera del­le ban­lieue, c’è la dif­fi­col­tà degli immi­gra­ti di inte­grar­si.

Genia­le l’idea dell’autrice di sce­glie­re di attri­bui­re ai geni­to­ri un lin­guag­gio che è volu­ta­men­te un ibri­do tra il loro idio­ma ori­gi­na­rio e quel­lo del Pae­se che li ospi­ta. Così come è schiet­to, diret­to, sfron­ta­to, in alcu­ni momen­ti anche vol­ga­re il modo di espri­mer­si del­la pro­ta­go­ni­sta. Ma è esso stes­so ribel­lio­ne ad uno sche­ma, è esso stes­so una for­ma di indo­ci­li­tà.

Un roman­zo che ci costrin­ge ad inter­ro­gar­ci sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne che vivo­no in deter­mi­na­ti con­te­sti fami­glia­ri e reli­gio­si. “Sono pas­sa­te dal­la cor­da per sal­ta­re al fascia­to­io, sen­za pas­sa­re dal­la casel­la baci ruba­ti” sen­ten­zia con ama­rez­za Fai­rouz par­lan­do di tan­te ragaz­ze pro­ve­nien­ti da fami­glie di immi­gra­ti. Lei che scan­da­glia a fon­do anche il rap­por­to tra uomo e don­na. “Sia­mo l’una la metà dell’altro, ce la gio­chia­mo a metà e ci godia­mo il risul­ta­to a metà. Nel­le reli­gio­ni, le don­ne subi­va­no sem­pre di tut­to, come se Dio ce l’avesse per­so­nal­men­te con loro per qual­co­sa. Ma la mela e quel­la sto­riel­la che ne è deri­va­ta, può con­vin­ce­re all’inizio. Ma poi Walt Disney ha fat­to un sac­co di capo­la­vo­ri che tra­sfor­ma­no quel­la sto­ria in una boia­ta. Che cosa abbia­mo mai fat­to che non abbia­no fat­to anche gli uomi­ni, a par­te gene­ra­li in quan­de quan­ti­tà?” si chie­de.

Una sto­ria che ruo­ta attor­no a que­sta col­let­ta per rega­la­re l’hajj ai geni­to­ri che si chiu­de con un fina­le inat­te­so. Uno sti­le flui­do e pia­ce­vo­le quel­lo del­la Azza­di­ne che dimo­stra in que­sto roman­zo di saper tra­sci­na­re il let­to­re dal­la pri­ma all’ultima pagi­na sen­za anno­ia­re mai.

0

Faïza Guène ospite al Festival Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 maggio a Mediterraneo Downtown (5–6-7 Maggio)

In con­co­mi­tan­za con l’uscita del libro “Un uomo non pian­ge mai” l’autrice par­te­ci­pe­rà ad un incon­tro di pre­sen­ta­zio­ne il 6 mag­gio all’interno del Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn

Medi­ter­ra­neo Down­to­wn: dia­lo­ghi, cul­tu­re e socie­tà si ter­rà il pri­mo week end di mag­gio (5–6 e 7 mag­gio) e, que­sta vol­ta, si trat­te­rà di una paci­fi­ca e ani­ma­ta inva­sio­ne del cen­tro sto­ri­co di Pra­to.

Il quar­tier gene­ra­le dell’evento sarà il com­ples­so del­la Ex Cam­pol­mi, tra il Museo del Tes­su­to e la Biblio­te­ca Laz­ze­ri­ni, ma saran­no le stra­de, le piaz­ze, i tea­tri, i cine­ma, i musei e le libre­rie di tut­ta la cit­tà ad esse­re pro­ta­go­ni­sti di una mani­fe­sta­zio­ne che assu­me­rà i con­no­ta­ti di un festi­val popo­la­re, di una ope­ra­zio­ne cul­tu­ra­le e divul­ga­ti­va, con una offer­ta che spa­zie­rà tra incon­tri pub­bli­ci con testi­mo­nial auto­re­vo­li, arte con­tem­po­ra­nea, con­cer­ti, libri, cine­ma, atti­vi­tà per bam­bi­ni, incon­tri di gio­va­ni stu­den­ti, atti­vi­tà spor­ti­ve.

Al cen­tro dei dibat­ti­ti del talk show e del­le pre­sen­ta­zio­ni di libri, ci saran­no come al soli­to i diritti, decli­na­ti sui “fem­mi­ni­smi”, dirit­ti del­le don­ne ed Lgb­ti nel Medi­ter­ra­neo, le eco­no­mie e le rela­zio­ni eco­no­mi­che soste­ni­bi­li, gio­va­ni e inno­va­ti­ve, la liber­tà di espres­sio­ne vista attra­ver­so i fumet­ti e la gra­phic novel e, natu­ral­men­te, le migra­zio­ni: affron­ta­te que­sta vol­ta da una pro­spet­ti­va par­ti­co­la­re ovve­ro, “quan­do la migrazio­ni bus­sa­no alla tua por­ta”.

Al Festi­val pres­so ex fab­bri­ca Cam­pol­mi, di fron­te al Museo del Tes­su­to tro­ve­re­te anche la libre­ria con tut­ti i tito­li del­le col­la­ne Altria­ra­bi e Altria­ra­bi Migran­te dell’editrice il Siren­te. 

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneFaï­za Guè­ne pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po del nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. “Un uomo non pian­ge mai” è il suo ulti­mo libro e quel­lo a cui è più affe­zio­na­ta.

Rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la liber­tà.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, 400.000 copie ven­du­te, Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se con­tem­po­ra­nea.»

 

0
Pagina 1 del 3 123