Un uomo non piange mai | Senzaudio

Un uomo non piange mai di Faïza Guène

“Nessuno ricomincia da zero, nemmeno gli arabi che lo zero lo hanno inventato, questo diceva mio padre”.

Mentre affrontavo la lettura mi sono interrogato spesso sugli stereotipi. Sul motivo per cui a volte delle verità acclarate assumano dei connotati negativi. Soprattutto quando una cultura ne osserva un’altra. Succede a noi quando guardiamo fuori dalla nostra finestra, succede agli altri quando sbirciano in casa nostra al calar del sole. E’ inevitabile ed è sempre stata una fonte di antipatie, di problematiche di difficile risoluzione. Spesso ha dato il via a sentimenti che sono sfociati nel razzismo e nel volgare affossamento degli altrui valori culturali. Io penso che quando un paese fatica a ragionare in termini di cultura, quando un paese fatica a capire di cosa è fatta la propria cultura abbia difficoltà ad accettare le altre culture, parta dagli stereotipi, dalla derisione e poi il resto. Ben più grave.

Tutti questi pensieri sono scaturiti dalla lettura di “Un uomo non piange mai” (un titolo che di per sé avrebbe l’anima dello stereotipo) della scrittrice francese di origini algerine Faïza Guène.

Il libro racconta una storia dal punto di vista dell’unico figlio maschio di una famiglia di immigrati algerini. Attraverso lo sguardo di Mourad Chennoun possiamo partecipare alla vita di una famiglia con un piede in Algeria e l’altro in Francia. Con una figlia che prova ad emanciparsi, a sfuggire a tutte le imposizioni culturali che la vogliono, secondo lei, grassa, brava a cucinare e sottomessa al marito. Abbiamo un padre dedito all’accumulo compulsivo di qualsiasi robaccia gli capiti a tiro e una figlia, Mina, che invece decide di seguire le orme che la famiglia ha tracciato. Sopra a tutti, la madre. La madre con i suoi attacchi di tachicardia, ipertensione, emicrania e qualsiasi altra malattia immaginaria possa servire a insinuare negli altri il senso di colpa. Un personaggio che a tratti fa sorridere se non fosse che le sue pressioni influenzano la vita dei figli. Douna la figlia emancipata viene espulsa dalla tribù come fosse un calcolo. Viene dimenticata fino a che, alla fine, qualcosa tira nuovamente le redini della famiglia e fa dire a Douna stessa: alla fine ha vinto comunque mamma.

Un libro in cui lo stereotipo viene cavalcato e sviscerato, portato al grado di analisi sociale. Un libro affascinante nella sua semplicità eppure travolgente per i temi che tratta. La seconda possibilità, il mantenuto dalla bella ereditiera, la prostituzione, l’integrazione degli emigrati nelle Banlieau e la speranza di essere qualcuno anche al di fuori della cerchia familiare.
In tutto questo svetta la voce del narratore, quel Mourad che incontriamo da bambino e lasciamo da adulto, sempre in preda al panico “Imodium, imodium, imodium” sempre con uno sguardo al futuro e uno al passato, sempre sull’orlo di esplodere e dire, finalmente, non ciò che ci si aspetta da lui, ma ciò che lui realmente pensa. Un personaggio che illustra perfettamente la tensione tra due culture diverse, la tensione tra ciò che ci si aspettata da una persona (lo stereotipo) e ciò che questa persona è in grado di dare (la verità).

Da un anno a questa parte l’unica cosa che si può dire de “Il Sirente” è che ogni libro è migliore del precedente.
Ottima la traduzione dal francese di Federica Pistono.

Faïza Guène nasce nel 1985 a Bobigny, in Francia, da genitori di origine algerina, e cresce a Pantin, nella banlieue “incendiaria”a nord-est di Parigi, dove conosce la realtà del sottobosco urbano che spinge poveri e immigrati all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del professore di Francese che la segue al liceo, Faïza pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kiffe Kiffe, demain, 2004). Accolto come il prototipo de nuovo romanzo “sociale” francese, il libro è tradotto in 26 lingue e vende oltre 400.000 copie. L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”. Faïza Guène è anche autrice di cortometraggi e documentari.

Recensione di Gianluigi Bodi Senzaudio

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LA MECCA – PHUKET

LA MECCA – PHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ilaria Vitali, traduttrice di “La Mecca – Phuket”, nella prefazione al libro di Saphia Azzeddine ha scritto di “un’arte di essere indocili”. Espressione, secondo noi, molto appropriata perché la protagonista del racconto, Fairouz Moufakhrou, figlia di immigrati marocchini, per emanciparsi senza tragedie dalle abitudini folkloristiche e ipocrite presenti nella banlieue parigina, dovrà per forza di cose tenere a debita distanza tutto quello che, in famiglia e nel suo giro di amicizie, sa di luogo comune, di taroccamento e di caricaturale.

Tutto facile in teoria, molto più difficile nella pratica; non fosse altro che Fairouz e la sorella Kalsoum sono affezionate ai loro genitori, di fatto poco integrati e tuttora legati a una cultura a dir poco tradizionalista. Il padre, tanto per dire, passa giornate intere presso delle saddaka (veglie funebri), che alla famiglia “costano un occhio” (pp.106). Comprensibile allora che le due sorelle intendano regalare loro un viaggio alla Mecca, nonostante lo “hajj” degli immigrati si sia ormai impelagato in pratiche consumistiche – vedi la viscida figura del sig. Ourghidour, titolare di un’agenzia viaggi –  alla stregua di una vacanza a Phuket, nota località thailandese e perenne tentazione di Fairouz. Se i risparmi saranno spesi per la Mecca o per Phuket, scegliendo così tra due versioni di consumismo, lo sapremo solo al termine del racconto. Più interessante tutto quello che precede, ovvero il sarcasmo di Fairouz, alimentato dall’insofferenza, mitigato dalla comprensione, sempre alle prese con una fauna che si agita, neanche troppo disperata, tra due culture: una situazione che il più delle volte lascia nel limbo gli immigrati di prima e di seconda generazione.

Questa rappresentazione di indocilità, come ci ricorda Ilaria Vitali, deve essere stata una sfida molto complessa per un traduttore, di fronte alla lingua stratificata e usata da Saphia Azzeddine (e quindi dalla nuova generazione di franco-magrebini), tra “nuovi codici sincretici e polifonici” (pp.xi), français cassé e “argot des cités”. Il risultato è curioso,  spesso rivelatore di quel “limbo”, grazie ad un procedere molto disinvolto e a momenti di schietta ironia: “E visti i programmi della TV francese di oggi, un culo poteva spuntare dal niente, a qualunque ora, anche la domenica mattina sul 2 non era impossibile. Quindi, quando c’era mio padre, ci beccavamo per forza i canali marocchini che passavano da una ricetta di cucina a un canto coranico a una ricetta di cucina” (pp.33).

Un contesto periferico dove la teatralità ha un grande peso, nel quale gli stereotipi impazzano e che possono diventare strumenti per costruire nuove personalità: “Quando  ero piccola, i miei ci obbligavano a seguire gli insegnamenti dell’onorevole Addelkader Al-Islam, al secolo Didier Parmentier, convertito all’Islam dopo che le sue vacanze al Club Med di Karachi erano state accorciate a causa di un raid americano andato storto. Faceva il giro delle banlieue travestito da arabo purosangue a salutava gli alunni con una mano sul cuore […] I suoi viaggi sulle montagne del Cashmere facevano di lui un eletto e lui ci giocava su per intessere una leggenda fabbricata comunque su un grosso malinteso” (pp.70).

Parole evidentemente piene di disincanto in un libro che pullula di personaggi dalle prospettive molto limitate, nutrite di maldicenze e stereotipi. Qualcosa che si coglie fin dalle prime righe del romanzo: “Abitavo in un casermone in cui i pettegolezzi facevano da fondamenta e il cemento da cervello. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il massimo che ti sentivi rispondere. Oltre si sfiorava il blasfemo. Non ci si avventurava mai. Per paura che la gente dicesse che” (pp.5). Viste queste premesse si può comprendere come il tentativo di Fairouz di coinvolgere genitori ed anche il fratello Najiib, un ladruncolo perditempo, ad un’esistenza meno convenzionale risulti un’impresa titanica; soprattutto quando l’integrazione, già complicata per mancanza di cultura, o viene rifiutata in nome di usanze che da tempo hanno perduto la loro ragion d’essere, oppure viene soltanto lambita in virtù di atteggiamenti superficiali e sulla scorta del più avvilente consumismo. Così anche il campo della religione agli occhi di Fairouz diventa specchio di un certo modo di vivere: “A quanto pare, ci sono due modi di rapportarsi a Dio qui sulla terra. Ci sono quelli che chiedono perdono e quelli che dicono grazie” (pp.121). Parole che precedono la decisione di come utilizzare i risparmi di Fairouz: se spenderli per il viaggio alla Mecca oppure per la vacanza a Phuket.

Saphia Azzedine

Saphia Azzeddine è nata ad Agadir nel 1979. Ha trascorso l’infanzia in Marocco e all’età di nove anni si trasferisce con la famiglia in Francia. Dopo la laurea in sociologia, si dedica prima al giornalismo, poi alla scrittura. Esordisce nel 2008 con il romanzo “Confidences à Allah”, da cui sono stati tratti una pièce teatrale e un fumetto. Il successo le permette di continuare la carriera di scrittrice, cui affianca esperienze di attrice e regista. Ha oggi all’attivo sei romanzi, incentrati sulla questione dell’identità femminile. In Italia è stato tradotto il suo romanzo “Mon père est femme de ménage” (“Mio padre fa la donna delle pulizie”, Giulio Perrone Editore 2011).

Saphia Azzeddine, “La Mecca – Phuket”, Il Sirente (collana “Altriarabi”), Fagnano Alto 2016, pp.XII- 266. Traduzione dal francese di Ilaria Vitali.

di  Luca MenichettiLankenauta, giugno 2017
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La felicità è negli affetti: dialogo con Faïza Guène

Intervista a Faïza Guène per L’Indice dei libri del mese

di Francesca Del Vecchio

«Mia madre soffriva nel vedermi solo. Mi credeva, di volta in volta, pauroso, affetto da turbe della personalità, omosessuale. Nulla di tutto questo. Ero solo. Punto. Me n’ero fatto una ragione. Ritengo che non avesse mai realizzato di essere la prima responsabile di quel fatto»

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneMourad nasce a Nizza, i suoi genitori sono algerini emigrati in Francia. Modesti per rango sociale e per livello culturale. Sua madre, una donna bonariamente invadente e protettiva, gli trasmette affetto alla vecchia maniera: rimpinzandolo di cibo. E Mourad, che vorrebbe emanciparsi da quella condizione costruendosi un destino, vive nel terrore di diventare un ragazzotto obeso con i capelli sale e pepe. Per sopravvivere dovrà affrancarsi da una pesante storia familiare che accomuna molti giovani di seconda generazione.
Questa è la storia raccontata da Faïza Guène in Un uomo non piange mai, edito da Il Sirente.
Guène, scrittrice franco-algerina di grande successo cresciuta a Pantin (banlieue “incendiaria” a nord-est di Parigi), ha debuttato nel mondo della letteratura a soli diciannove anni, sancendo, già dal principio, il suo talento letterario.
È stata ospite al Festival Mediterraneo Downtown di Prato e al Salone Internazionale del Libro di Torino, in occasione del quale è stata realizzata questa intervista.

Cosa hanno in comune Faïza Guène e il suo personaggio, Mourad Chennoun?

Mourad vive tra due fuochi: il tradizionalismo di sua madre Mina e l’innovazione di sua sorella maggiore Dounia, brillante studentessa. Come Mourad anche io ho vissuto una fase a cavallo tra la riproduzione dei valori familiari e la tensione alla modernità. Mourad incarna perfettamente la via di mezzo tra le due strade: un ragazzo che non nega le sue origini, ma che – facendo suoi i valori del paese ospitante – costruisce qualcosa di importante per la sua vita.

Il destino di Mourad è nelle sue mani: quanto conta per lui e per giovani come lui l’autodeterminazione e la forza di volontà?

Il messaggio che volevo far passare è che, a prescindere dall’origine sociale e dal livello culturale, si può essere felici solo se siamo riusciti a costruire dei legami affettivi. Mourad è certo un personaggio singolare, dotato di volontà e forza d’animo, ma è vero anche che ha ricevuto tanto amore e sostegno dalla sua famiglia, nonostante la modestia del padre e l’invadenza della madre. È diventato un insegnante, e questo è un traguardo, purtroppo, non per tutti.

Il tuo libro è il racconto di una storia come ce ne sono tante: quanto c’è di finzione e quanto di verità?

Di tutti i miei romanzi questo è quello in cui ho messo di più di me stessa. Ciò non vuol dire che questi avvenimenti si siano verificati realmente nella mia vita ma una base di verità c’è: in particolare il rapporto con il padre, l’importanza del patrimonio storico. La Francia ha una doppia cultura e dovrebbe farne tesoro.

«Con il passare degli anni, la situazione con Dounia peggiorava. Il mondo esterno pullulava di Julie Guérin, e i tentativi dei miei genitori di trattenere la figlia nel guscio sono tutti falliti. Le intimidazioni e le punizioni non funzionavano più. Mia madre, pur così abile nel gioco della colpevolizzazione, ha sparato tutte le sue cartucce. La tachicardia improvvisa e l’ipertensione non cambiavano più nulla.
Abbiamo perduto Dounia».

Quanto l’esperienza di vita nelle banlieues ti è stata utile nella tua produzione letteraria?

Come ogni scrittore, l’ambiente circostante – familiare, sociale, culturale – influisce in modo piuttosto evidente sulla propria letteratura. Nel mio caso non è la periferia a dare senso alla scrittura, ma la mia percezione di questo ambiente. Guardare il mondo con gli occhi della periferia dà vita a un nuovo genere: una letteratura popolare “nobile”, perché anche il personaggio più anonimo può trasformarsi in un eroe.

Hai pubblicato il tuo primo libro a diciannove anni grazie al tuo professore di francese. Hai avuto coraggio. E fortuna. Cosa ha significato per te quel trampolino?

Io credo nel destino, ed è incredibile per me avere avuto questa opportunità, visto che come Mourad la mia condizione sociale d’origine e il mio ambiente non supportano questo tipo di percorso. Se non avessi avuto questo incontro con il mio maestro, e non avessi seguito l’ambizione, non avrei mai visto il mio libro pubblicato.

Questo ultimo romanzo è sicuramente più maturo del primo: per stile, per storia. C’è qualcosa che rimpiangi della vecchia Faïza?

Forse la spensieratezza dei miei diciannove anni, e anche il mio ottimismo.

Come ha risposto il pubblico francese al tuo libro?

Il pubblico mi ha seguito e ne sono molto felice; i miei primi lettori sono ancora lì ad attendermi. Per quanto riguarda la stampa, i giornalisti e la critica letteraria, sono soddisfatta che abbiano riconosciuto in me una scrittrice a tutti gli effetti e non solo un “fenomeno sociale delle periferie”.

Negli ultimi anni l’apertura dell’editoria europea al romanzo d’origine araba ha portato a conoscere importanti autori. Ma qualche volta capita di imbattersi in romanzi di estremamente stereotipati e scritti per compiacere il pubblico occidentale. Cosa ne pensi?

Credo che in tutti i settori ci siano autori ed editori che scrivono per piacere. Ma penso che il pubblico non si lasci ingannare e che l’autenticità faccia sempre la differenza.

I tuoi romanzi sono stati tradotti in ventisei lingue. Che rapporto hai con i tuoi libri tradotti?

È ogni volta una bella sorpresa per me. Ne sono affascinata perché sento che si tratta di un nuovo romanzo. In un nuovo ambiente, in una cultura diversa. Ma grazie ai numerosi incontri con i lettori di tutto il mondo, ho capito che la letteratura è universale.

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Emozioni vietate in Maghreb

Il giovane Mourad un giorno decide di voler piangere

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Il Fatto Quotidiano di Francesca Bellino

Per un’antica consuetudine, avere momenti di debolezza nel Maghreb arabo-musulmano è permesso solo alle donne. Da qui l’espressione ancora diffusa Un uomo non piange mai, scelta per il titolo del suo nuovo romanzo dalla scrittrice francese di origine algerine Faïza Guène, nota per il bestseller Kif kif domani, diario semiserio di un’adolescente della banlieue parigina con cui esordì nel 2004, tradotto in 26 lingue. Alla base di quest’espressione c’è un’attitudine che affonda in solide leggi tradizionali per cui un uomo può mostrare forza e coraggio e mantenere dignità solo se non cede allo sconforto, sentimento messo in discussione dal protagonista Mourad nato a Nizza da famiglia algerina, che narra la sua ricerca d’identità. Sin da piccolo i genitori gli ripetono questa frase che lui rielabora insieme a tanti stimoli contrastanti, troppi tanto da preferire i libri agli amici. “Mia madre soffriva nel vedermi solo. Mi credeva, di volta in volt, pauroso, affetto da turbe della personalità, omosessuale” racconta Mourad introducendo la madre che ha, più del padre, un atteggiamento severo che nasce da el kebda, termine che significa “fegato”, ma è indicato per indicare l’affetto delle madri per i figli, quell’ “eccesso di amore che fa paura, che finisce per somigliare a un regime dispotico” a cui è necessario ribellarsi per crescere ed emanciparsi.

31 Maggio 2017

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Intervista alla scrittrice parigina Faïza Guène, autrice di “Un uomo non piange mai”

Una campagna elettorale all’insegna del sospetto

di Guido Caldiron, “Il Manifesto”, 7 aprile 2017

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneQuando, nel 2004, a soli 19 anni esordì con “Kif kif domani”, diario semiserio di un’adolescente della banlieue parigina, Faïza Guène fu subito ribattezzata dalla stampa francese come la «Sagan des cités», in riferimento all’autrice di “Bonjour Tristesse”. Tredici anni più tardi, alcuni altri romanzi alle spalle che hanno contribuito a renderla una delle interpreti della nuova letteratura transalpina, nata sempre più spesso proprio tra i palazzoni di periferia, la scrittrice, cresciuta nella cité dei Courtillières, nella banlieue parigina di Pantin, pubblica il suo libro più maturo, “Un uomo non piange mai”, il Sirente (pp. 240, euro 15).

Una riflessione, in parte autobiografica, sul tema del confronto tra le generazioni e le culture osservata attraverso le vicende della famiglia di origine algerina degli Chennoun, che l’autrice presenta in questi giorni a Prato nell’ambito del Festival Mediterraneo Downtown.

Oggi la Francia va al voto, come ha vissuto questa campagna elettorale?
Sono molto confusa, nel senso che ho l’impressione che la campagna non sia stata affatto all’altezza delle sfide e dei problemi che dobbiamo affrontare. L’ho trovata cinica e pessima, pressoché priva di dignità, con un buon numero di candidati che si sono presentati malgrado avessero dei problemi seri con la giustizia.

Voterà lo stesso? E con quale spirito, specie di fronte alla minaccia rappresentata da Marine Le Pen?
Si, ed è chiaro che non voterò per Madame Le Pen. Appartengo alla generazione che ha vissuto il 2002 – quando Jean-Marie Le Pen arrivò al ballottaggio contro Chirac -, come uno shock e ricordo benissimo le manifestazioni e il sussulto democratico che scosse il paese. Oggi, invece, di fronte al fatto che l’estrema destra è arrivata di nuovo al secondo turno, la reazione di un tempo non si è più prodotta. Quasi le persone si fossero abituate o rassegnate a questa eventualità. La possibilità che il Fn possa guidare la Francia è diventata per certi versi normale, e perciò possibile.

Anche se ha sempre rifiutato di essere considerata un simbolo dei giovani delle banlieue, crede che la campagna per l’Eliseo abbia parlato anche agli abitanti dei quartieri popolari?
In effetti è sempre difficile pensare di parlare a nome degli altri, però posso dire che ho la sensazione che si considerino queste “minoranze” del paese solo per additarle come un problema, per presentarle come i responsabili maggiori delle difficoltà che attraversa la nostra società. E la campagna per le presidenziali ha confermato questa tendenza. Solo che questa volta è stato soprattutto l’Islam a finire nel mirino di molti politici. Anche se non si tratta di qualcosa di nuovo, negli ultimi mesi tutto ciò si è fatto sentire con ancora maggiore violenza. L’intera comunità musulmana è ormai guardata con sospetto.

Nel 2007, dopo la rivolta delle banlieue e l’ascesa di Sarkozy, ha contribuito al volume collettivo «Qui fait la France?» che intendeva reagire proprio al montante clima identitario. Quale il bilancio ad oggi?
Mi dispiace molto, perché mi piacerebbe dire che le cose sono migliorate, ma purtroppo non è andata così. E, guardando al clima che monta nel Paese, credo che non faranno che peggiorare ulteriormente. Dieci anni fa in quel libro ci interrogavamo proprio sulla possibilità che un maggiore accesso alla cultura e al sapere dei giovani cresciuti nelle banlieue e nelle famiglie popolari potesse produrre un cambiamento reale, riavvicinare le persone e rendere più giusta la società francese. Nutrivamo ancora grandi speranze. Oggi invece faccio davvero fatica a capire dove sono finite tutte quelle energie e quella voglia di rinnovamento. All’epoca era certo già percepibile una deriva demagogica e xenofoba, solo che poi quei discorsi si sono fatti via via più spudorati e un numero crescente di persone hanno cominciato a considerarli come qualcosa di «normale».

Lo scorso anno, dopo che il suo compagno, in Francia da 9 anni ma privo di permesso di soggiorno, era stato fermato e recluso con la minaccia dell’espulsione, lei ha scritto un breve testo intitolato «Le bruit des avions» dedicato al modo in cui sono trattati i cosiddetti «clandestini».
Si, è stato un momento talmente difficile sul piano personale che faccio perfino fatica a ritornare sulla vicenda. Ci tengo però a dire che dietro la definizione tutt’altro che neutra di «clandestino» o di «sans-papiers» si nasconde il tentativo di negare l’umanità e la vita stessa di moltissime persone. Tutto rientra poi nella diffusa ipocrisia che fa sì che queste persone che si vuole mantenere nell’«invisibilità», contribuiscano però in realtà ogni anno per milioni di euro all’economia francese. Possono essere sfruttati dai datori di lavoro anche se non hanno i documenti in tasca, ma se poi chiedono i loro diritti, allora scoppia il problema. Una situazione disgustosa.

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Ebe Pierini, “ItalNews”, 25 aprile 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

L’indomita Fairouz in bilico tra tradizione ed emancipazione nella banlieue francese

di Ebe Pierini, “ItalNews”, 25 aprile 2017

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)Nel quartiere la definiscono sfrontata. Lei si definisce fiera e indomita.

Non ero fiera di essere musulmana, ma semmai musulmana e fiera in generale.

Non è un’eroina moderna la protagonista del romanzo di Saphia AzzedineLa Mecca Phuket” (Il Sirente). Fairouz è una ragazza normale, figlia di immigrati marocchini che vive in una banlieue francese. Una di quelle che da almeno un paio d’anni a questa parte sono divenute famose perchè da lì provenivano alcuni terroristi islamici e perchè è lì che maggiormente si incancrenisce la mancata integrazione che a volte partorisce l’estremismo.

La sua è una lotta quotidiana contro la docilità, quella che le imporrebbe la sua cultura. In bilico tra la voglia di emanciparsi e l’amore per la sua famiglia. Quello stesso amore che nutre verso i suoi genitori che la spinge a mettere da parte dei soldi, con la complicità della sorella Kalsoum per regalare loro l’hajj, il pellegrinaggio islamico a La Mecca perchè possano finalmente vedere e toccare la Ka’ba e non essere più additati dai vicini in quanto ancora non hanno ottemperato ad uno dei pilastri dell’Islam.

Da un lato il senso del dovere e del rispetto e quel salvadanaio che si riempie. Dall’altro la voglia di evadere, di regalarsi un sogno. Nel mezzo c’è l’odore dei piatti tipici marocchini, c’è l’atmosfera delle banlieue, c’è la difficoltà degli immigrati di integrarsi.

Geniale l’idea dell’autrice di scegliere di attribuire ai genitori un linguaggio che è volutamente un ibrido tra il loro idioma originario e quello del Paese che li ospita. Così come è schietto, diretto, sfrontato, in alcuni momenti anche volgare il modo di esprimersi della protagonista. Ma è esso stesso ribellione ad uno schema, è esso stesso una forma di indocilità.

Un romanzo che ci costringe ad interrogarci sulla condizione delle donne che vivono in determinati contesti famigliari e religiosi. “Sono passate dalla corda per saltare al fasciatoio, senza passare dalla casella baci rubati” sentenzia con amarezza Fairouz parlando di tante ragazze provenienti da famiglie di immigrati. Lei che scandaglia a fondo anche il rapporto tra uomo e donna. “Siamo l’una la metà dell’altro, ce la giochiamo a metà e ci godiamo il risultato a metà. Nelle religioni, le donne subivano sempre di tutto, come se Dio ce l’avesse personalmente con loro per qualcosa. Ma la mela e quella storiella che ne è derivata, può convincere all’inizio. Ma poi Walt Disney ha fatto un sacco di capolavori che trasformano quella storia in una boiata. Che cosa abbiamo mai fatto che non abbiano fatto anche gli uomini, a parte generali in quande quantità?” si chiede.

Una storia che ruota attorno a questa colletta per regalare l’hajj ai genitori che si chiude con un finale inatteso. Uno stile fluido e piacevole quello della Azzadine che dimostra in questo romanzo di saper trascinare il lettore dalla prima all’ultima pagina senza annoiare mai.

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Faïza Guène ospite al Festival Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 maggio a Mediterraneo Downtown (5-6-7 Maggio)

In concomitanza con l’uscita del libro “Un uomo non piange mai” l’autrice parteciperà ad un incontro di presentazione il 6 maggio all’interno del Festival Mediterraneo Downtown

Mediterraneo Downtown: dialoghi, culture e società si terrà il primo week end di maggio (5-6 e 7 maggio) e, questa volta, si tratterà di una pacifica e animata invasione del centro storico di Prato.

Il quartier generale dell’evento sarà il complesso della Ex Campolmi, tra il Museo del Tessuto e la Biblioteca Lazzerini, ma saranno le strade, le piazze, i teatri, i cinema, i musei e le librerie di tutta la città ad essere protagonisti di una manifestazione che assumerà i connotati di un festival popolare, di una operazione culturale e divulgativa, con una offerta che spazierà tra incontri pubblici con testimonial autorevoli, arte contemporanea, concerti, libri, cinema, attività per bambini, incontri di giovani studenti, attività sportive.

Al centro dei dibattiti del talk show e delle presentazioni di libri, ci saranno come al solito i diritti, declinati sui “femminismi”, diritti delle donne ed Lgbti nel Mediterraneo, le economie e le relazioni economiche sostenibili, giovani e innovative, la libertà di espressione vista attraverso i fumetti e la graphic novel e, naturalmente, le migrazioni: affrontate questa volta da una prospettiva particolare ovvero, “quando la migrazioni bussano alla tua porta”.

Al Festival presso ex fabbrica Campolmi, di fronte al Museo del Tessuto troverete anche la libreria con tutti i titoli delle collane Altriarabi e Altriarabi Migrante dell’editrice il Sirente. 

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneFaïza Guène pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kiffe Kiffe, demain, 2004). Accolto come il prototipo del nuovo romanzo “sociale” francese. L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”. “Un uomo non piange mai” è il suo ultimo libro e quello a cui è più affezionata.

Racconta con garbo e sensibilità la storia di una famiglia algerina emigrata in Francia. Senza giudizio e senza durezza, Faïza Guène si interroga sulla tradizione familiare e sulla questione della libertà.

«Tradotta in 26 lingue, 400.000 copie vendute, Faïza Guène si è imposta come una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea.»

 

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