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Un uomo non piange mai | Senzaudio

Un uomo non piange mai di Faïza Guène

“Nessuno ricomincia da zero, nemmeno gli arabi che lo zero lo hanno inventato, questo diceva mio padre”.

Mentre affrontavo la lettura mi sono interrogato spesso sugli stereotipi. Sul motivo per cui a volte delle verità acclarate assumano dei connotati negativi. Soprattutto quando una cultura ne osserva un’altra. Succede a noi quando guardiamo fuori dalla nostra finestra, succede agli altri quando sbirciano in casa nostra al calar del sole. E’ inevitabile ed è sempre stata una fonte di antipatie, di problematiche di difficile risoluzione. Spesso ha dato il via a sentimenti che sono sfociati nel razzismo e nel volgare affossamento degli altrui valori culturali. Io penso che quando un paese fatica a ragionare in termini di cultura, quando un paese fatica a capire di cosa è fatta la propria cultura abbia difficoltà ad accettare le altre culture, parta dagli stereotipi, dalla derisione e poi il resto. Ben più grave.

Tutti questi pensieri sono scaturiti dalla lettura di “Un uomo non piange mai” (un titolo che di per sé avrebbe l’anima dello stereotipo) della scrittrice francese di origini algerine Faïza Guène.

Il libro racconta una storia dal punto di vista dell’unico figlio maschio di una famiglia di immigrati algerini. Attraverso lo sguardo di Mourad Chennoun possiamo partecipare alla vita di una famiglia con un piede in Algeria e l’altro in Francia. Con una figlia che prova ad emanciparsi, a sfuggire a tutte le imposizioni culturali che la vogliono, secondo lei, grassa, brava a cucinare e sottomessa al marito. Abbiamo un padre dedito all’accumulo compulsivo di qualsiasi robaccia gli capiti a tiro e una figlia, Mina, che invece decide di seguire le orme che la famiglia ha tracciato. Sopra a tutti, la madre. La madre con i suoi attacchi di tachicardia, ipertensione, emicrania e qualsiasi altra malattia immaginaria possa servire a insinuare negli altri il senso di colpa. Un personaggio che a tratti fa sorridere se non fosse che le sue pressioni influenzano la vita dei figli. Douna la figlia emancipata viene espulsa dalla tribù come fosse un calcolo. Viene dimenticata fino a che, alla fine, qualcosa tira nuovamente le redini della famiglia e fa dire a Douna stessa: alla fine ha vinto comunque mamma.

Un libro in cui lo stereotipo viene cavalcato e sviscerato, portato al grado di analisi sociale. Un libro affascinante nella sua semplicità eppure travolgente per i temi che tratta. La seconda possibilità, il mantenuto dalla bella ereditiera, la prostituzione, l’integrazione degli emigrati nelle Banlieau e la speranza di essere qualcuno anche al di fuori della cerchia familiare.
In tutto questo svetta la voce del narratore, quel Mourad che incontriamo da bambino e lasciamo da adulto, sempre in preda al panico “Imodium, imodium, imodium” sempre con uno sguardo al futuro e uno al passato, sempre sull’orlo di esplodere e dire, finalmente, non ciò che ci si aspetta da lui, ma ciò che lui realmente pensa. Un personaggio che illustra perfettamente la tensione tra due culture diverse, la tensione tra ciò che ci si aspettata da una persona (lo stereotipo) e ciò che questa persona è in grado di dare (la verità).

Da un anno a questa parte l’unica cosa che si può dire de “Il Sirente” è che ogni libro è migliore del precedente.
Ottima la traduzione dal francese di Federica Pistono.

Faïza Guène nasce nel 1985 a Bobigny, in Francia, da genitori di origine algerina, e cresce a Pantin, nella banlieue “incendiaria”a nord-est di Parigi, dove conosce la realtà del sottobosco urbano che spinge poveri e immigrati all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del professore di Francese che la segue al liceo, Faïza pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kiffe Kiffe, demain, 2004). Accolto come il prototipo de nuovo romanzo “sociale” francese, il libro è tradotto in 26 lingue e vende oltre 400.000 copie. L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”. Faïza Guène è anche autrice di cortometraggi e documentari.

Recensione di Gianluigi Bodi Senzaudio

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LA MECCA – PHUKET

LA MECCA – PHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ilaria Vitali, traduttrice di “La Mecca – Phuket”, nella prefazione al libro di Saphia Azzeddine ha scritto di “un’arte di essere indocili”. Espressione, secondo noi, molto appropriata perché la protagonista del racconto, Fairouz Moufakhrou, figlia di immigrati marocchini, per emanciparsi senza tragedie dalle abitudini folkloristiche e ipocrite presenti nella banlieue parigina, dovrà per forza di cose tenere a debita distanza tutto quello che, in famiglia e nel suo giro di amicizie, sa di luogo comune, di taroccamento e di caricaturale.

Tutto facile in teoria, molto più difficile nella pratica; non fosse altro che Fairouz e la sorella Kalsoum sono affezionate ai loro genitori, di fatto poco integrati e tuttora legati a una cultura a dir poco tradizionalista. Il padre, tanto per dire, passa giornate intere presso delle saddaka (veglie funebri), che alla famiglia “costano un occhio” (pp.106). Comprensibile allora che le due sorelle intendano regalare loro un viaggio alla Mecca, nonostante lo “hajj” degli immigrati si sia ormai impelagato in pratiche consumistiche – vedi la viscida figura del sig. Ourghidour, titolare di un’agenzia viaggi –  alla stregua di una vacanza a Phuket, nota località thailandese e perenne tentazione di Fairouz. Se i risparmi saranno spesi per la Mecca o per Phuket, scegliendo così tra due versioni di consumismo, lo sapremo solo al termine del racconto. Più interessante tutto quello che precede, ovvero il sarcasmo di Fairouz, alimentato dall’insofferenza, mitigato dalla comprensione, sempre alle prese con una fauna che si agita, neanche troppo disperata, tra due culture: una situazione che il più delle volte lascia nel limbo gli immigrati di prima e di seconda generazione.

Questa rappresentazione di indocilità, come ci ricorda Ilaria Vitali, deve essere stata una sfida molto complessa per un traduttore, di fronte alla lingua stratificata e usata da Saphia Azzeddine (e quindi dalla nuova generazione di franco-magrebini), tra “nuovi codici sincretici e polifonici” (pp.xi), français cassé e “argot des cités”. Il risultato è curioso,  spesso rivelatore di quel “limbo”, grazie ad un procedere molto disinvolto e a momenti di schietta ironia: “E visti i programmi della TV francese di oggi, un culo poteva spuntare dal niente, a qualunque ora, anche la domenica mattina sul 2 non era impossibile. Quindi, quando c’era mio padre, ci beccavamo per forza i canali marocchini che passavano da una ricetta di cucina a un canto coranico a una ricetta di cucina” (pp.33).

Un contesto periferico dove la teatralità ha un grande peso, nel quale gli stereotipi impazzano e che possono diventare strumenti per costruire nuove personalità: “Quando  ero piccola, i miei ci obbligavano a seguire gli insegnamenti dell’onorevole Addelkader Al-Islam, al secolo Didier Parmentier, convertito all’Islam dopo che le sue vacanze al Club Med di Karachi erano state accorciate a causa di un raid americano andato storto. Faceva il giro delle banlieue travestito da arabo purosangue a salutava gli alunni con una mano sul cuore […] I suoi viaggi sulle montagne del Cashmere facevano di lui un eletto e lui ci giocava su per intessere una leggenda fabbricata comunque su un grosso malinteso” (pp.70).

Parole evidentemente piene di disincanto in un libro che pullula di personaggi dalle prospettive molto limitate, nutrite di maldicenze e stereotipi. Qualcosa che si coglie fin dalle prime righe del romanzo: “Abitavo in un casermone in cui i pettegolezzi facevano da fondamenta e il cemento da cervello. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il massimo che ti sentivi rispondere. Oltre si sfiorava il blasfemo. Non ci si avventurava mai. Per paura che la gente dicesse che” (pp.5). Viste queste premesse si può comprendere come il tentativo di Fairouz di coinvolgere genitori ed anche il fratello Najiib, un ladruncolo perditempo, ad un’esistenza meno convenzionale risulti un’impresa titanica; soprattutto quando l’integrazione, già complicata per mancanza di cultura, o viene rifiutata in nome di usanze che da tempo hanno perduto la loro ragion d’essere, oppure viene soltanto lambita in virtù di atteggiamenti superficiali e sulla scorta del più avvilente consumismo. Così anche il campo della religione agli occhi di Fairouz diventa specchio di un certo modo di vivere: “A quanto pare, ci sono due modi di rapportarsi a Dio qui sulla terra. Ci sono quelli che chiedono perdono e quelli che dicono grazie” (pp.121). Parole che precedono la decisione di come utilizzare i risparmi di Fairouz: se spenderli per il viaggio alla Mecca oppure per la vacanza a Phuket.

Saphia Azzedine

Saphia Azzeddine è nata ad Agadir nel 1979. Ha trascorso l’infanzia in Marocco e all’età di nove anni si trasferisce con la famiglia in Francia. Dopo la laurea in sociologia, si dedica prima al giornalismo, poi alla scrittura. Esordisce nel 2008 con il romanzo “Confidences à Allah”, da cui sono stati tratti una pièce teatrale e un fumetto. Il successo le permette di continuare la carriera di scrittrice, cui affianca esperienze di attrice e regista. Ha oggi all’attivo sei romanzi, incentrati sulla questione dell’identità femminile. In Italia è stato tradotto il suo romanzo “Mon père est femme de ménage” (“Mio padre fa la donna delle pulizie”, Giulio Perrone Editore 2011).

Saphia Azzeddine, “La Mecca – Phuket”, Il Sirente (collana “Altriarabi”), Fagnano Alto 2016, pp.XII- 266. Traduzione dal francese di Ilaria Vitali.

di  Luca MenichettiLankenauta, giugno 2017
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La felicità è negli affetti: dialogo con Faïza Guène

Intervista a Faïza Guène per L’Indice dei libri del mese

di Francesca Del Vecchio

«Mia madre soffriva nel vedermi solo. Mi credeva, di volta in volta, pauroso, affetto da turbe della personalità, omosessuale. Nulla di tutto questo. Ero solo. Punto. Me n’ero fatto una ragione. Ritengo che non avesse mai realizzato di essere la prima responsabile di quel fatto»

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneMourad nasce a Nizza, i suoi genitori sono algerini emigrati in Francia. Modesti per rango sociale e per livello culturale. Sua madre, una donna bonariamente invadente e protettiva, gli trasmette affetto alla vecchia maniera: rimpinzandolo di cibo. E Mourad, che vorrebbe emanciparsi da quella condizione costruendosi un destino, vive nel terrore di diventare un ragazzotto obeso con i capelli sale e pepe. Per sopravvivere dovrà affrancarsi da una pesante storia familiare che accomuna molti giovani di seconda generazione.
Questa è la storia raccontata da Faïza Guène in Un uomo non piange mai, edito da Il Sirente.
Guène, scrittrice franco-algerina di grande successo cresciuta a Pantin (banlieue “incendiaria” a nord-est di Parigi), ha debuttato nel mondo della letteratura a soli diciannove anni, sancendo, già dal principio, il suo talento letterario.
È stata ospite al Festival Mediterraneo Downtown di Prato e al Salone Internazionale del Libro di Torino, in occasione del quale è stata realizzata questa intervista.

Cosa hanno in comune Faïza Guène e il suo personaggio, Mourad Chennoun?

Mourad vive tra due fuochi: il tradizionalismo di sua madre Mina e l’innovazione di sua sorella maggiore Dounia, brillante studentessa. Come Mourad anche io ho vissuto una fase a cavallo tra la riproduzione dei valori familiari e la tensione alla modernità. Mourad incarna perfettamente la via di mezzo tra le due strade: un ragazzo che non nega le sue origini, ma che – facendo suoi i valori del paese ospitante – costruisce qualcosa di importante per la sua vita.

Il destino di Mourad è nelle sue mani: quanto conta per lui e per giovani come lui l’autodeterminazione e la forza di volontà?

Il messaggio che volevo far passare è che, a prescindere dall’origine sociale e dal livello culturale, si può essere felici solo se siamo riusciti a costruire dei legami affettivi. Mourad è certo un personaggio singolare, dotato di volontà e forza d’animo, ma è vero anche che ha ricevuto tanto amore e sostegno dalla sua famiglia, nonostante la modestia del padre e l’invadenza della madre. È diventato un insegnante, e questo è un traguardo, purtroppo, non per tutti.

Il tuo libro è il racconto di una storia come ce ne sono tante: quanto c’è di finzione e quanto di verità?

Di tutti i miei romanzi questo è quello in cui ho messo di più di me stessa. Ciò non vuol dire che questi avvenimenti si siano verificati realmente nella mia vita ma una base di verità c’è: in particolare il rapporto con il padre, l’importanza del patrimonio storico. La Francia ha una doppia cultura e dovrebbe farne tesoro.

«Con il passare degli anni, la situazione con Dounia peggiorava. Il mondo esterno pullulava di Julie Guérin, e i tentativi dei miei genitori di trattenere la figlia nel guscio sono tutti falliti. Le intimidazioni e le punizioni non funzionavano più. Mia madre, pur così abile nel gioco della colpevolizzazione, ha sparato tutte le sue cartucce. La tachicardia improvvisa e l’ipertensione non cambiavano più nulla.
Abbiamo perduto Dounia».

Quanto l’esperienza di vita nelle banlieues ti è stata utile nella tua produzione letteraria?

Come ogni scrittore, l’ambiente circostante – familiare, sociale, culturale – influisce in modo piuttosto evidente sulla propria letteratura. Nel mio caso non è la periferia a dare senso alla scrittura, ma la mia percezione di questo ambiente. Guardare il mondo con gli occhi della periferia dà vita a un nuovo genere: una letteratura popolare “nobile”, perché anche il personaggio più anonimo può trasformarsi in un eroe.

Hai pubblicato il tuo primo libro a diciannove anni grazie al tuo professore di francese. Hai avuto coraggio. E fortuna. Cosa ha significato per te quel trampolino?

Io credo nel destino, ed è incredibile per me avere avuto questa opportunità, visto che come Mourad la mia condizione sociale d’origine e il mio ambiente non supportano questo tipo di percorso. Se non avessi avuto questo incontro con il mio maestro, e non avessi seguito l’ambizione, non avrei mai visto il mio libro pubblicato.

Questo ultimo romanzo è sicuramente più maturo del primo: per stile, per storia. C’è qualcosa che rimpiangi della vecchia Faïza?

Forse la spensieratezza dei miei diciannove anni, e anche il mio ottimismo.

Come ha risposto il pubblico francese al tuo libro?

Il pubblico mi ha seguito e ne sono molto felice; i miei primi lettori sono ancora lì ad attendermi. Per quanto riguarda la stampa, i giornalisti e la critica letteraria, sono soddisfatta che abbiano riconosciuto in me una scrittrice a tutti gli effetti e non solo un “fenomeno sociale delle periferie”.

Negli ultimi anni l’apertura dell’editoria europea al romanzo d’origine araba ha portato a conoscere importanti autori. Ma qualche volta capita di imbattersi in romanzi di estremamente stereotipati e scritti per compiacere il pubblico occidentale. Cosa ne pensi?

Credo che in tutti i settori ci siano autori ed editori che scrivono per piacere. Ma penso che il pubblico non si lasci ingannare e che l’autenticità faccia sempre la differenza.

I tuoi romanzi sono stati tradotti in ventisei lingue. Che rapporto hai con i tuoi libri tradotti?

È ogni volta una bella sorpresa per me. Ne sono affascinata perché sento che si tratta di un nuovo romanzo. In un nuovo ambiente, in una cultura diversa. Ma grazie ai numerosi incontri con i lettori di tutto il mondo, ho capito che la letteratura è universale.

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Emozioni vietate in Maghreb

Il giovane Mourad un giorno decide di voler piangere

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Il Fatto Quotidiano di Francesca Bellino

Per un’antica consuetudine, avere momenti di debolezza nel Maghreb arabo-musulmano è permesso solo alle donne. Da qui l’espressione ancora diffusa Un uomo non piange mai, scelta per il titolo del suo nuovo romanzo dalla scrittrice francese di origine algerine Faïza Guène, nota per il bestseller Kif kif domani, diario semiserio di un’adolescente della banlieue parigina con cui esordì nel 2004, tradotto in 26 lingue. Alla base di quest’espressione c’è un’attitudine che affonda in solide leggi tradizionali per cui un uomo può mostrare forza e coraggio e mantenere dignità solo se non cede allo sconforto, sentimento messo in discussione dal protagonista Mourad nato a Nizza da famiglia algerina, che narra la sua ricerca d’identità. Sin da piccolo i genitori gli ripetono questa frase che lui rielabora insieme a tanti stimoli contrastanti, troppi tanto da preferire i libri agli amici. “Mia madre soffriva nel vedermi solo. Mi credeva, di volta in volt, pauroso, affetto da turbe della personalità, omosessuale” racconta Mourad introducendo la madre che ha, più del padre, un atteggiamento severo che nasce da el kebda, termine che significa “fegato”, ma è indicato per indicare l’affetto delle madri per i figli, quell’ “eccesso di amore che fa paura, che finisce per somigliare a un regime dispotico” a cui è necessario ribellarsi per crescere ed emanciparsi.

31 Maggio 2017

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Intervista alla scrittrice parigina Faïza Guène, autrice di “Un uomo non piange mai”

Una campagna elettorale all’insegna del sospetto

di Guido Caldiron, “Il Manifesto”, 7 aprile 2017

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneQuando, nel 2004, a soli 19 anni esordì con “Kif kif domani”, diario semiserio di un’adolescente della banlieue parigina, Faïza Guène fu subito ribattezzata dalla stampa francese come la «Sagan des cités», in riferimento all’autrice di “Bonjour Tristesse”. Tredici anni più tardi, alcuni altri romanzi alle spalle che hanno contribuito a renderla una delle interpreti della nuova letteratura transalpina, nata sempre più spesso proprio tra i palazzoni di periferia, la scrittrice, cresciuta nella cité dei Courtillières, nella banlieue parigina di Pantin, pubblica il suo libro più maturo, “Un uomo non piange mai”, il Sirente (pp. 240, euro 15).

Una riflessione, in parte autobiografica, sul tema del confronto tra le generazioni e le culture osservata attraverso le vicende della famiglia di origine algerina degli Chennoun, che l’autrice presenta in questi giorni a Prato nell’ambito del Festival Mediterraneo Downtown.

Oggi la Francia va al voto, come ha vissuto questa campagna elettorale?
Sono molto confusa, nel senso che ho l’impressione che la campagna non sia stata affatto all’altezza delle sfide e dei problemi che dobbiamo affrontare. L’ho trovata cinica e pessima, pressoché priva di dignità, con un buon numero di candidati che si sono presentati malgrado avessero dei problemi seri con la giustizia.

Voterà lo stesso? E con quale spirito, specie di fronte alla minaccia rappresentata da Marine Le Pen?
Si, ed è chiaro che non voterò per Madame Le Pen. Appartengo alla generazione che ha vissuto il 2002 – quando Jean-Marie Le Pen arrivò al ballottaggio contro Chirac -, come uno shock e ricordo benissimo le manifestazioni e il sussulto democratico che scosse il paese. Oggi, invece, di fronte al fatto che l’estrema destra è arrivata di nuovo al secondo turno, la reazione di un tempo non si è più prodotta. Quasi le persone si fossero abituate o rassegnate a questa eventualità. La possibilità che il Fn possa guidare la Francia è diventata per certi versi normale, e perciò possibile.

Anche se ha sempre rifiutato di essere considerata un simbolo dei giovani delle banlieue, crede che la campagna per l’Eliseo abbia parlato anche agli abitanti dei quartieri popolari?
In effetti è sempre difficile pensare di parlare a nome degli altri, però posso dire che ho la sensazione che si considerino queste “minoranze” del paese solo per additarle come un problema, per presentarle come i responsabili maggiori delle difficoltà che attraversa la nostra società. E la campagna per le presidenziali ha confermato questa tendenza. Solo che questa volta è stato soprattutto l’Islam a finire nel mirino di molti politici. Anche se non si tratta di qualcosa di nuovo, negli ultimi mesi tutto ciò si è fatto sentire con ancora maggiore violenza. L’intera comunità musulmana è ormai guardata con sospetto.

Nel 2007, dopo la rivolta delle banlieue e l’ascesa di Sarkozy, ha contribuito al volume collettivo «Qui fait la France?» che intendeva reagire proprio al montante clima identitario. Quale il bilancio ad oggi?
Mi dispiace molto, perché mi piacerebbe dire che le cose sono migliorate, ma purtroppo non è andata così. E, guardando al clima che monta nel Paese, credo che non faranno che peggiorare ulteriormente. Dieci anni fa in quel libro ci interrogavamo proprio sulla possibilità che un maggiore accesso alla cultura e al sapere dei giovani cresciuti nelle banlieue e nelle famiglie popolari potesse produrre un cambiamento reale, riavvicinare le persone e rendere più giusta la società francese. Nutrivamo ancora grandi speranze. Oggi invece faccio davvero fatica a capire dove sono finite tutte quelle energie e quella voglia di rinnovamento. All’epoca era certo già percepibile una deriva demagogica e xenofoba, solo che poi quei discorsi si sono fatti via via più spudorati e un numero crescente di persone hanno cominciato a considerarli come qualcosa di «normale».

Lo scorso anno, dopo che il suo compagno, in Francia da 9 anni ma privo di permesso di soggiorno, era stato fermato e recluso con la minaccia dell’espulsione, lei ha scritto un breve testo intitolato «Le bruit des avions» dedicato al modo in cui sono trattati i cosiddetti «clandestini».
Si, è stato un momento talmente difficile sul piano personale che faccio perfino fatica a ritornare sulla vicenda. Ci tengo però a dire che dietro la definizione tutt’altro che neutra di «clandestino» o di «sans-papiers» si nasconde il tentativo di negare l’umanità e la vita stessa di moltissime persone. Tutto rientra poi nella diffusa ipocrisia che fa sì che queste persone che si vuole mantenere nell’«invisibilità», contribuiscano però in realtà ogni anno per milioni di euro all’economia francese. Possono essere sfruttati dai datori di lavoro anche se non hanno i documenti in tasca, ma se poi chiedono i loro diritti, allora scoppia il problema. Una situazione disgustosa.

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Ebe Pierini, “ItalNews” (25 aprile 2017)

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

L’indomita Fairouz in bilico tra tradizione ed emancipazione nella banlieue francese

di Ebe Pierini, “ItalNews” (25 aprile 2017)

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)Nel quartiere la definiscono sfrontata. Lei si definisce fiera e indomita.

Non ero fiera di essere musulmana, ma semmai musulmana e fiera in generale.

Non è un’eroina moderna la protagonista del romanzo di Saphia AzzedineLa Mecca Phuket” (Il Sirente). Fairouz è una ragazza normale, figlia di immigrati marocchini che vive in una banlieue francese. Una di quelle che da almeno un paio d’anni a questa parte sono divenute famose perchè da lì provenivano alcuni terroristi islamici e perchè è lì che maggiormente si incancrenisce la mancata integrazione che a volte partorisce l’estremismo.

La sua è una lotta quotidiana contro la docilità, quella che le imporrebbe la sua cultura. In bilico tra la voglia di emanciparsi e l’amore per la sua famiglia. Quello stesso amore che nutre verso i suoi genitori che la spinge a mettere da parte dei soldi, con la complicità della sorella Kalsoum per regalare loro l’hajj, il pellegrinaggio islamico a La Mecca perchè possano finalmente vedere e toccare la Ka’ba e non essere più additati dai vicini in quanto ancora non hanno ottemperato ad uno dei pilastri dell’Islam.

Da un lato il senso del dovere e del rispetto e quel salvadanaio che si riempie. Dall’altro la voglia di evadere, di regalarsi un sogno. Nel mezzo c’è l’odore dei piatti tipici marocchini, c’è l’atmosfera delle banlieue, c’è la difficoltà degli immigrati di integrarsi.

Geniale l’idea dell’autrice di scegliere di attribuire ai genitori un linguaggio che è volutamente un ibrido tra il loro idioma originario e quello del Paese che li ospita. Così come è schietto, diretto, sfrontato, in alcuni momenti anche volgare il modo di esprimersi della protagonista. Ma è esso stesso ribellione ad uno schema, è esso stesso una forma di indocilità.

Un romanzo che ci costringe ad interrogarci sulla condizione delle donne che vivono in determinati contesti famigliari e religiosi. “Sono passate dalla corda per saltare al fasciatoio, senza passare dalla casella baci rubati” sentenzia con amarezza Fairouz parlando di tante ragazze provenienti da famiglie di immigrati. Lei che scandaglia a fondo anche il rapporto tra uomo e donna. “Siamo l’una la metà dell’altro, ce la giochiamo a metà e ci godiamo il risultato a metà. Nelle religioni, le donne subivano sempre di tutto, come se Dio ce l’avesse personalmente con loro per qualcosa. Ma la mela e quella storiella che ne è derivata, può convincere all’inizio. Ma poi Walt Disney ha fatto un sacco di capolavori che trasformano quella storia in una boiata. Che cosa abbiamo mai fatto che non abbiano fatto anche gli uomini, a parte generali in quande quantità?” si chiede.

Una storia che ruota attorno a questa colletta per regalare l’hajj ai genitori che si chiude con un finale inatteso. Uno stile fluido e piacevole quello della Azzadine che dimostra in questo romanzo di saper trascinare il lettore dalla prima all’ultima pagina senza annoiare mai.

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Faïza Guène ospite al Festival Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 maggio a Mediterraneo Downtown (5-6-7 Maggio)

In concomitanza con l’uscita del libro “Un uomo non piange mai” l’autrice parteciperà ad un incontro di presentazione il 6 maggio all’interno del Festival Mediterraneo Downtown

Mediterraneo Downtown: dialoghi, culture e società si terrà il primo week end di maggio (5-6 e 7 maggio) e, questa volta, si tratterà di una pacifica e animata invasione del centro storico di Prato.

Il quartier generale dell’evento sarà il complesso della Ex Campolmi, tra il Museo del Tessuto e la Biblioteca Lazzerini, ma saranno le strade, le piazze, i teatri, i cinema, i musei e le librerie di tutta la città ad essere protagonisti di una manifestazione che assumerà i connotati di un festival popolare, di una operazione culturale e divulgativa, con una offerta che spazierà tra incontri pubblici con testimonial autorevoli, arte contemporanea, concerti, libri, cinema, attività per bambini, incontri di giovani studenti, attività sportive.

Al centro dei dibattiti del talk show e delle presentazioni di libri, ci saranno come al solito i diritti, declinati sui “femminismi”, diritti delle donne ed Lgbti nel Mediterraneo, le economie e le relazioni economiche sostenibili, giovani e innovative, la libertà di espressione vista attraverso i fumetti e la graphic novel e, naturalmente, le migrazioni: affrontate questa volta da una prospettiva particolare ovvero, “quando la migrazioni bussano alla tua porta”.

Al Festival presso ex fabbrica Campolmi, di fronte al Museo del Tessuto troverete anche la libreria con tutti i titoli delle collane Altriarabi e Altriarabi Migrante dell’editrice il Sirente. 

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneFaïza Guène pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kiffe Kiffe, demain, 2004). Accolto come il prototipo del nuovo romanzo “sociale” francese. L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”. “Un uomo non piange mai” è il suo ultimo libro e quello a cui è più affezionata.

Racconta con garbo e sensibilità la storia di una famiglia algerina emigrata in Francia. Senza giudizio e senza durezza, Faïza Guène si interroga sulla tradizione familiare e sulla questione della libertà.

«Tradotta in 26 lingue, 400.000 copie vendute, Faïza Guène si è imposta come una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea.»

 

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A breve “Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

“Un uomo non piange mai” a maggio in Libreria

Questo bellissimo romanzo ci dice molto di più sulla vita di tutti i trattati di sociologia e discorsi politiciL’Express.

Una cronaca sensibile e divertente, un sottile ritratto di un’epoca, in cui tutti i parametri di riferimento sono in frantumi. “Un uomo non piange mai” racconta con garbo e sensibilità la storia di una famiglia algerina emigrata in Francia. Nato a Nizza da genitori algerini, Mourad Chennoun vorrebbe costruirsi un destino. Il suo peggior incubo: diventare un vecchio ragazzo obeso con i capelli sale e pepe, nutrito da sua madre a base di olio di frittura. Per evitare questo, dovrà emanciparsi da una pesante storia familiare. Ma è veramente nella rottura che diventerà pienamente se stesso? Senza giudizio e senza durezza, Faïza Guène si interroga sulla tradizione familiare e sulla questione della libertà.

«Tradotta in 26 lingue, Faïza Guène si è imposta come una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea.»

Faïza Guène, née en 1985 à Bobigny, romancière, scénariste et réalisatrice française.

Faïza Guène nasce nel 1985 a Bobigny, in Francia, da genitori di origine algerina, e cresce a Pantin, nella banlieue “incendiaria” a nord-est di Parigi, dove conosce la realtà del sottobosco urbano che spinge poveri e immigrati all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del professore di Francese che la segue al liceo, Faïza pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kife Kife, demain, 2004). L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”.

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène è il V titolo della collana Altriarabi Migrante, che raccoglie le opere di giovani autori europei di origine araba, sostenuta dall’U.E. Tradotto dal francese da Federica Pistono, illustrazione di copertina di Paola Equizi. Nella stessa collana: “L’autistico e il piccione viaggiatore“, “I miracoli“, “il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra“, “La Mecca-Phuket“.

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Mangialibri, 29 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Lisa Puzzella

Quando i signori Moufakhrou sono arrivati in Francia erano entusiasti e pieni di “voglia di integrarsi”, ma la realtà li ha ben presto convinti a rinunciare. Questa scelta, secondo la loro primogenita Fairouz è stata provvidenziale perchè la loro “francesizzazione” non sarebbe certamente stata ben accolta dai ceffi che popolano i casermoni della periferia in cui vivono. Un non luogo dove le lingue dei benpensanti sono instancabili, battono indefesse la grancassa della moralità e del buoncostume. Una sorta di comitato di salute pubblica presieduto dalle beghine di quartiere si occupa della diffusione del pettegolezzo e della notifica delle critiche agli interessati. Nulla le può fermare, né ascensori rotti né i grugniti e sguardi di disapprovazione che Fairouz riserva loro ogni qual volta le osserva scambiare untuosi e ipocriti convenevoli con sua madre al mercato o mentre sono assise a cena, invitate sapendo già che criticheranno tutto, dalla quantità di grasso di montone lasciato nella tajine al fatto che i signori Moufakhrou non sono ancora haji, non hanno effettuato il rituale pellegrinaggio di purificazione a La Mecca. Proprio per sgravare i genitori dal peso dell’onta, Fairouz e sua sorella Kalsoum decidono di accollarsi l’onere di raggranellare la somma necessaria al viaggio, che consegnano scrupolosamente in piccole, sudatissime rate ad un untuoso agente di viaggi sui generis. Ma alla porta accanto alla sua occhieggia ammiccante una “vera” agenzia di viaggi che propone i lussureggianti scenari di Phuket e l’incanto dei suoi tramonti…

La Mecca-Phuket (S. Azzedine)La Mecca o Phuket? Tajine o pentola a pressione? I valori decadenti dell’occidente e l’edonismo prêt-à-porter o la spiritualità e la solidità dei valori dei padri? Saphia Azzeddine affronta il dilemma con l’originalità a cui ci aveva abituato con i suoi precedenti libri Confessioni ad Allah e Mio padre fa la donna delle pulizie. La Fairouz a cui l’autrice presta il suo sguardo ironico e disincantato in La Mecca-Phuket è una ragazza determinata ad emergere attraverso lo studio e il lavoro, decisa a inculcare gli stessi valori nelle sue sorelle e in suo fratello, a botte se necessario. Ambisce alla classe eterea delle parigine, al loro stile nonchalant e non alla collezione di cineserie che tanto attira le donne come sue madre. È laica, colta, informata e non cede facilmente alle lusinghe degli archetipi culturali; è insofferente verso usi e abitudini che i suoi connazionali hanno cristallizzato nella loro piccola comunità etnicizzata, non vuol sentir parlare di matrimonio anche se sua madre minaccia di morirle davanti ogni volta che rifiuta l’idea di sposarsi per assecondare le convenzioni. La Azzeddine, che è arrivata a Parigi a 9 anni al seguito della sua famiglia marocchina, apre una nuova prospettiva sulla banlieu, sui giovani che “si distruggono il futuro per non doverci pensare più”, sulle ipocrisie dei genitori e la loro ostinata cecità verso i fallimenti dei figli. Non ci sono j’accuse né pietismi postcolonialisti in questo testo, solo la dissezione chirurgica di un colossale fallimento le cui macerie seppelliscono ogni possibile buonismo: “[…] si ha l’impressione che oggi i musulmani rompano le palle, sempre, continuamente e a tutti quanti. Quando non bruciano le macchine bruciano le donne, quando non sono le donne sono le sinagoghe e quando non sono le sinagoghe se la prendono con le chiese, i musei e i neonati. Ma Dio è misericordioso, la Francia molto clemente e il musulmano abbastanza filosofo, in fin dei conti”. La mancata integrazione ha prodotto una generazione che si dibatte nervosamente tra i vetusti valori dei padri e maldestri tentativi di rigettarli per integrarsi, finendo per cristallizzarsi nella ripetizione di atteggiamenti chauvinisti e meschini, franchouillards in una parola. Dicotomia che è ironicamente iconizzata dal piccolo cameo che l’editore ha scelto per la prima pagina: tajine vs pentola a pressione. La Azzeddine spruzza vetriolo negli occhi dei lettori, scrive di immigrazione come solo John Fante aveva saputo fare. I suoi Moufakhrou, come i Bandini, si dibattono goffamente tra orgoglio e insicurezza, menefreghismo e ipocrita osservanza delle convenzioni.

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La Mecca-Phuket di Saphia Azzedine

di Gianluigi Bodi per Senzaudio

Quando ho iniziato a leggere questo libro la prima cosa che è affiorata sulla punta della lingua è stata: che voce originale ha questa narratrice!
Quando ho terminato il libro, in realtà poche ore dopo visto che mi sono lasciato trasportare dalle pagine, non ho potuto che confermare quella prima sensazione quasi istintuale.
Con “La Mecca-Phuket” Saphia Azzeddine ha scritto un libro davvero molto interessante in cui i personaggi spiccano per originalità e i dialoghi disegnano ogni volta delle parabole sempre diverse.
Fairouz, la giovane protagonista di questo libro, ha un carattere spigoloso e fatica a piegarsi alle tradizioni consolidate. Semplicemente, ciò che è deciso, per lei non ha interesse. Si muove su una linea sottile tra tradizioni familiari e voglia di integrazione. Abita nelle Banlieu parigine, vive la stessa vita che vivono tanti ragazzi nella sua condizione eppure la dignità che sprizza dalla sua persona è accecante. Sembra quasi di vederla affrontare il prossimo con lo sguardo aguzzo di chi non ha voglia di sottostare a regole che non sente proprie. Attorno a lei i genitori, ancorati ad un retaggio arabo e convinti di non essere degni della città che li ospita, convinti di meritare accondiscenza e sopportazione. Fairouz invece non è così. Lei porta avanti, prima di tutto, sé stessa. Non la propria tradizione, non i retaggi di un passato che le sta stretto. Lei non è ciò che gli altri vogliono che lei sia. E’ dignità, intraprendenza, intelligenza.
Ma la sua è una vita in bilico tra valori ereditati e valori ai quali tendere. Ed è per questo che la figlia devota decide di regalare un viaggio alla Mecca ai genitori (assieme alla sorella), mentre la figlia che dovrebbe essere Fairouz per assecondare i propri desideri decide di cambiare le carte in tavola. Ed è per questo che il rapporto con il fratello è particolare. Il fratello sembra quasi decidere di essere lo stereotipo che la gente si aspetta che sia. Scansafatiche e dedito a furtarelli che nemmeno riesce a mettere in atto vista la sua inettitudine nel campo. Fairouz invece, da dentro, vede oltre, vede le qualità del fratello, esige che si smarchi dalla macchietta che rischia di diventare.
Questo è un libro che fa riflettere sull’integrazione da dentro. Non è una morale calata dall’alto. E’ qualcosa che prende vita lì dove la vita deve essere. Saphia Azzeddine ha utilizzato una lingua viva, una lingua che nasce nelle banlieu e mette in comunicazione la strada con i piani alti. Una lingua fresca, se mi passate il termine, in continuo movimento.

Davvero ottima la traduzione dal francese di Ilaria Vitali. I libro comporta delle insidie linquistiche non di poco conto.

Saphia Azzeddine è nata ad Agadir nel 1979. Passa l’infanzia in Marocco fino all’età di nove anni, quando si trasferisce con la famiglia in Francia, a Ferney-Voltaire. Dopo la laurea in sociologia, si dedica prima al giornalismo, poi alla scrittura. Esordisce nel 2008 con l’acclamato romanzo Confidences à Allah, adattato a teatro (2009) e in fumetto (2015). Il successo le permette di continuare la carriera di scrittrice, a cui affianca esperienze di attrice (L’Italien, 2010) e regista. Nel 2011 ha adattato per il grande schermo il suo secondo romanzo, Mon père est femme de ménage (2009). Ha oggi all’attivo sei romanzi, incentrati sulla questione dell’identità femminile, tema affrontato con un’ironia graffiante che si tinge a tratti di poesia.
6 Marzo 2017
Nella stessa collana:
Rodaan al Galidi “l’Autistico e il piccione viaggiatore
Abbas Khider “I miracoli
Sumia Sukkar “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra
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Babelmed, 5 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Karim Metref

Nella sua collana “Migrante”, la casa editrice Il Sirente di Roma è uscito un nuovo titolo “La Mecca-Phuketdella scrittrice Franco-marocchina Saphia Azzeddine.

La Mecca-Phuket è un racconto lungo che cerca di narrare le contraddizioni e il dilemma vissuto da una ragazza di origini marocchine cresciuta in una banlieue povera di Parigi. Dilemma vissuto in modo diverso da molti ragazzi delle banlieues, specie quelli provenienti dalle ex colonie dell’impero francese, divisi tra una società d’adozione che li rigetta e una famiglia d’origine che li vuole tenere attaccati a usi, costumi e valori di terre che loro spesso  hanno frequentato poco o nulla. Usi, costumi e valori dei quali hanno conoscenze molto superficiali e stereotipate. Ed è per questo che quando si arrendono al rifiuto della società francese e decidono di diventare esattamente quello che la maggioranza aspetta da loro, allora diventano una caricatura dell’arabo o ultimamente del musulmano. Dei veri e propri stereotipi ambulanti.

La protagonista del racconto Si chiama Fairouz Moufakhrou ed è la primogenita di una coppia di marocchini arrivati in Francia con tanta voglia di “integrarsi” e vivere come i francesi. Ma ecco che il sistema coloniale, importato dall’Africa in metropoli insieme a milioni di braccia a basso, dopo il secondo conflitto mondiale, gli respinge nelle banlieue costruite per loro e li forza a stare insieme ai loro simili.

Un meccanismo che Ahmed Djouder ha ben spiegato in “Disintegrati” : «Uno: ci colonizzate, ci stuprate. Due: approfittate della nostra povertà per ricostruire il paese. Tre: ci rifiutate. Colonizzazione (stupro), immigrazione (deportazione) e disintegrazione (disintegrazione)». (Disintegrati. Ahmed Djouder; Milano; Il saggiatore,2007).

I genitori di Fairouz fanno quello che possono e soprattutto quello che sanno. Ma la famiglia rimane sempre una “che abita in un appartamento dove bolle sempre la pentola a pressione”. I fratelli e sorelle più piccoli si lasciano trascinare e diventano poco a poco dei perfetti “banlieusards”, sgrammaticati, di poca cultura, che vestono, male e che assumono in pieno i sintomi della loro emarginazione.

Fairouz invece ha studiato. Ha visto la luce (o almeno qualcosa che ci assomiglia) e vuole tirare i suoi dalle tenebre.  La protagonista, in questo, assomiglia molto all’autrice del libro Saphia Azzeddine.

Saphia Azzeddine è nata nel 1979 in Marocco. Ci passa la sua prima infanzia poi all’età di nove anni si trasferisce con la famiglia in Francia. Laureata in sociologia, oggi scrive, fa giornalismo e monta spettacoli teatrali ispirati ai suoi lavori. E’ una piccola star del mondo della cultura parigino. Una star che cerca di smarcarsi dai ruoli generalmente riservati agli artisti e agli intellettuali “arabi” in Francia:  “Fanno sempre la parte dei guastafeste, rabbiosi dal sangue caldo, intellettuali con cui non si scherza, laici demagoghi o rapper analfabeti.”

In realtà in questa descrizione Saphia/fairouz dimentica una categoria: il comico-beur. “Beur”  è la parola “arabe” rovesciata in “verlan”, il linguaggio delle banlieues, e che si danno i ragazzi di origine nordafricana. La figura del comico-beur appare sul palcoscenico negli anni 80 con l’artista Smaïn Faïrouze conosciuto come “Smaïn”,(https://fr.wikipedia.org/wiki/Sma%C3%AFn). In seguito la figura del comico-beur fa scuola e si moltiplica con vari altri artisti tra cui il più conosciuto è Djamal Debbouze (attore presente in molte commedie francesi: “Il favoloso mondo di Amélie”, “Asterix e Obelix”… https://it.wikipedia.org/wiki/Jamel_Debbouze). Al punto che, come descritto nell’eccellente “Allah superstar” di YB (Allah superstar.  Y. B.  Torino : Einaudi, 2004), fare il comico-beur diventa come la legione straniera, come il calcio e come il Rap, una delle poche possibilità di uscire dal ghetto, senza passare per la criminalità.

Questa figura fa scuola a tal punto che impregna non solo il mondo del cabaret ma anche il cinema, il teatro e poi anche la letteratura. Ed è in questa nicchia di mercato che vanno ad iscriversi i lavori della Saphia Azzeddine. Lei a dir il vero fa parte di una nuova categoria, che però deriva sempre da quella prima, io la chiamerei lo “scrittore-non-beur”.

Il comico-beur usa in prima persona il linguaggio povero e sgangherato dei ragazzi delle banlieue. Lo  scrittore-non-beur, fa parlare in quella lingua quelli che per lui sono “sfigati” e poi risponde dando lezioni di lingua e di savoir-vivre in un francese perfetto. Per dire: guardate che io ho studiato. Lo scrittore-non-beur insomma è una specie di comico-beur che passa il suo tempo a dimostrare che lui/lei non è un comico-beur.

E di fatto Fairouz (e probabilmente anche Saphia)  trova patetico e vergognoso tutto quello che riguarda la vita della sua comunità: i beurs-banlieusards. Sogna di uscire dalla sua periferia, fare carriera (poco importa come e dove), avere un sacco di soldi, consumare veri prodotti di lusso – e non le cianfrusaglie e le marche taroccate che la sua famiglia compra abbondantemente al mercato del quartiere-, insomma diventare una “bourge” bianca.

Tipo  Jeane,

Jeanne (…) ha una superba cucina color tortora e guscio d’uovo (,,,). Era un cliché seducente. I capelli, il look, il suo bimbo, il suo appartamento, mi ritrovavo davanti il più bel cliché del mondo. Slanciata, capelli vaporosi, caviglie esili, vita sottile, pelle di pesca e culo da namibiana. Le stava bene tutto (un tutto fatto di lino e cachemire)”

Ma lei rimaneva Fairouz. Fairouz Moufakhrou per di più. Un nome da star libanese appesantito però da un cognome di contadini del profondo sud Marocchino.

“Fairouz Moufakhrou fa tanto arabo che cerca di avere un po’ di cultura ascoltando grande musica, ma a dire la verità preferisce le gnawas e Cheb Khaled, uno che va pazzo per il sintetizzatore credendo che sia un pianoforte e che pensa che sia bello appendere alle pareti dei tappeti con sopra dei leoni. Ecco che cosa suggerisce il mio nome, una sfigata che abita in un appartamento dove non cambiano mai l’aria e che è stata cullata per tutta l’infanzia dal rumore della pentola a pressione!”

Il sogno di Fairouz è però ostacolato dal suo amore per la famiglia e dal senso di dovere che ha in quanto primogenita di occuparsi di tutti. Tutta una famiglia di poveracci che soffre di miseria congenita al seguito non aiuta a fare strada nella spietata società francese. Ma ciò nonostante lei non si tira indietro. Sogna di obbligare il fratello e le sorelle a parlare correttamente e di piazzarli in buone posizioni socio-professionali. Per i genitori decide di realizzare un sogno di lunga data: il pellegrinaggio alla Mecca. Desiderio non dettato da qualche particolare devozione religiosa o dalla voglia di viaggiare, ma semplicemente dalle pressioni sociali: se sei immigrato in Francia, con figli come si deve, allora devi fare il pellegrinaggio e aggiungere il prefisso Hajj al tuo nome. Non puoi rimanere un Mohammad qualunque ma devi -proprio devi- diventare Hajj Mohammad. Se non lo sei sei un fallito e basta. E Fairouz questo lo sa e non vuol far fare ai suoi genitori la figura dei falliti presso i loro simili, essendo loro già falliti per definizione per la società di maggioranza.

“Loro vincevano senza volere e io perdevo per dovere. Al loro ritorno, li avrebbero onorati con un pontificante hajj o hajja accanto al nome. Finalmente avrebbero potuto andare in giro a testa alta. In fin dei conti non c’era nient’altro che contasse.”

Con l’aiuto della sorella, e qualche volta del fratello -un fannullone che passa il suo tempo, con i suoi amici, altri perdenti di periferia, a sognare e combinare piani fallimentari- Fairuz apre un conto presso l’agenzia di viaggi del Signor Oughidour specializzata in pellegrinaggi e poco a poco raccolgono la somma necessaria per mandare i due anziani alla “casa di Dio”.

Fairouz si arrende quindi non alla fede ma al consumismo e all’ipocrisia religiosa di una società franco-maghrebina che non tiene delle culture d’origine e di quella francese che gli aspetti più superficiali: i soldi, i beni di consumo, le apparenze, il conformismo…

Ma mentre fa il suo percorso dai mille ostacoli per raggiungere la sostanziosa somma necessaria per il progetto, la vetrina di un’altra agenzia attira la sua attenzione. Una agenzia “normale”, che vende pacchetti vacanza, esotismo pronto al consumo e abbronzature garantite su spiagge da sogno: Phuket, la Mecca della società di consumo, è in promozione!

Mano a mano che si svolge il racconto, le cose diventano sempre più complicate e stressanti per la povera Fairouz. Non è facile da sola salvare dalla mediocrità tutta una compagnia di persone che tutto sommato non vogliono essere salvate. E più il fratello, le sorelle e, soprattutto, i genitori perseverano sulla “via sbagliata” e più lei perde entusiasmo per il pellegrinaggio finto-religioso e si sente più attratta dal pellegrinaggio finto-lussuoso. A quale divinità dell’avere e dell’apparire devolverà Fairouz il suo modesto obolo? Al dio vestito di gellaba marocchina e con un rosario in mano?  O a quello in bikini e che nella mano tiene un cocktail alla frutta?

Per saperlo vi tocca leggere il leggero ma divertente libro di Saphia Azzeddine fino alla fine. Io non dico più niente. “Wallaladim”, come si dice nelle banlieue.

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“La Mecca-Phuket” di Saphia Azzedine, giovane franco-marocchina ritrae il suo ambiente con lucida ironia

di Cristiana Missori, ANSAmed, 13/02/2017

”L’ascensore era spesso in panne ma i chiacchiericci trovavano sempre il modo di gironzolare da un piano all’altro. Di me dicevano che ero una sfrontata, di mia sorella che era una ragazza per bene e di mia madre che lasciava troppo grasso nel tajine di montone. Mio padre, tutto sommato, lo risparmiavano, anche se era l’unico di tutto il palazzo a non essere ancora hajj, il che lo tormentava. Perché i miei genitori avevano un’unica ossessione: fare il pellegrinaggio alla Mecca”. Il palazzo è quello di una banlieue parigina, il racconto, è quello di Fairouz, figlia di immigrati marocchini in Francia, che combatte ostinatamente contro se stessa per emanciparsi dalle sue origini.

Insieme a una delle sue sorelle minori, Kalsoum, decide di raggranellare la somma necessaria per regalare ai suoi genitori devoti il sogno di una vita: il hajj. A narrare la sua storia, è Saphia Azzeddine – giovane autrice franco-marocchina – che in La Mecca-Phuket (in uscita a fine febbraio nelle librerie per la collana Altriarabi Migrante de Il Sirente, pp. 130 Euro 15), compie un affresco molto ironico, a tratti irriverente e divertente, di quel che accade nell’edificio in cui vive la sua protagonista.

Stretta fra la voglia di vivere laicamente le sue origini arabo-musulmane: ”ero quello che si chiama comunemente una musulmana laica, che non rompe le palle a nessuno”, annuncia Fairouz in una delle prime pagine del libro. ”Ci tengo a precisarlo, perché visti da lontano si ha l’impressione che oggi i musulmani rompano le palle, sempre, continuamente e a tutti quanti. Quando non bruciano le macchine, bruciano le donne, quando non sono le donne, sono le sinagoghe e quando non sono le sinagoghe, se la prendono con le chiese, i musei e i neonati. Ma Dio è misericordioso, la Francia molto clemente e il musulmano abbastanza filosofo, in fin dei conti”.

Altrettanto lucida quando descrive i difetti della sua comunità di origine: ”Sembra che. Ho sentito dire che. Poi la gente dirà che. Ecco più o meno quello che rovina le società arabo-musulmane in generale e il mio palazzo in particolare. Abitavo in un casermone in cui i pettegolezzi facevano da fondamenta e il cemento da cervello (…). La megera del nono aveva riferito a mia madre (per il suo bene) quel che si diceva nelle alte sfere del palazzo. Una macchina nuova era proprio necessaria prima di adempiere a un dovere islamico? Quelle maldicenze tormentavano i miei poveri genitori che fingevano di fregarsene”.

Saphia Azzeddine, nata ad Agadir nel 1979, ha all’attivo sei romanzi. Da quello di esordio, Confidences à Allah (2008) sono stati tratti una pièce teatrale e un fumetto.

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Arriva “La Mecca – Phuket”

“La Mecca – Phuket”  in anteprima  al Festival del Libro di Firenze

 “La Mecca – Phuket” di Saphia Azzedine in anteprima per voi allo stand de il Sirente a Libro Aperto, Primo Festival del libro a Firenze (17 – 19 febbraio Fortezza da Basso, Firenze).

Per chi invece non passa per Firenze lo troverete a fine febbraio nelle migliori librerie.

Un libro per vincere qualche stereotipo sul mondo arabo-islamico, con un’ironia graffiante e un linguaggio spezzato, tipico del migliore argot banlieusard, vi ritroverete catapultati nelle banlieue parigine, dove navigando tra intelligenza pratica e stupidità teorica, Fairouz, figlia d’immigrati marocchini in Francia, combatte ostinatamente contro se stessa per emanciparsi dalle sue origini. In modo nervoso ma efficace, saprà riappropriarsi della sua vita, muovendosi tra quel che le ha trasmesso la famiglia e quello che si profila all’orizzonte. All’orizzonte, oltre la Francia, c’è la Mecca… ma dopotutto, perché non Phuket?

Di pochi giorni fa la notizia di un paventato ritorno dello spettro della violenza nelle banlieue, ecco cosa ne pensa Fairouz protagonista del libro “La Mecca-Phuket”.

Credevo in Dio. Facevo il ramadan. non mangiavo maiale. non bevevo alcool. Ero vergine. non sparlavo. Cioè, solo un po’. Ero quello che si chiama comunemente una musulmana laica, che non rompe le palle a nessuno. Ci tengo a precisarlo, perché visti da lontano si ha l’impressione che oggi i musulmani rompano le palle, sempre, continua- mente e a tutti quanti. Quando non bruciano le macchine, bruciano le donne, quando non sono le donne, sono le sinagoghe e quando non sono le sinagoghe, se la prendono con le chiese, i musei e i neonati. Ma Dio è misericordioso, la Francia molto clemente e il musulmano abbastanza filosofo, in fin dei conti.

A volte, venivano nel mio quartiere squadre di giornalisti in cerca di scoop circondati da guardie del corpo per rendere conto della minaccia islamico-integralista-estremista-oscurantista-salafita-wahabita, in soldoni per intervi- stare qualche coglione con una tunica bianca, ignorando coscienziosamente dei ragazzi ancora sulla retta via ma che non avrebbero tardato a cedere per non essere stati appoggiati da nessuno. Impedivo a mio fratello di prenderli a sassate con i suoi amici quando li vedeva arrivare con l’aria fraterna. Ma in realtà gli impedivo soprattutto di farsi prendere o di far casino, in modo che capissero che era troppo venire a servirsi a casa nostra e poi non dividere alla fine del mese. Gli spacciatori perlomeno hanno la decenza di far mangiare tutto l’indotto, dal coltivatore al palo. Dopo il loro reportage abietto, avevano la coscienza talmente sporca che si redimevano con un documentario sdolcinato in seconda serata (“Dr. House” non si tocca, non scherziamo) sui “ragazzi di banlieue che ce l’hanno fatta” e le “ragazze di origine araba che non si sottomettono”.

Traduzione dal francese di Ilaria Vitali, “La Mecca-Phuket” di Saphia Azzedine

 

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Jérôme Ruillier il 13 Novembre al Festival Nues – Nuvole dal Fronte

«Se ti chiami Mohamed» di Jérôme Ruillier

Confronti, ottobre 2015, articolo di Michele Lipori

Se ti chiami Mohamed è un fumetto edito dalla casa editrice Il Sirente (collana «Altriarabi») con il patrocinio di Amnesty international Italia. L’opera, nello stile di un reportage, racconta la storia dell’immigrazione maghrebina in Francia dal 1950 fino ai giorni nostri. Una storia fatta di vite che si intrecciano, di racconti di giovani uomini che – da soli, all’inizio degli anni ’50 – hanno lasciato i propri paesi d’origine (perlopiù Algeria, Marocco e Tunisia) per trovare fortuna in Francia. Uomini semianalfabeti, ma abbastanza robusti ed in salute per lavorare alla catena di montaggio della Renault e per far girare gli ingranaggi della fiorente industria automobilistica francese. Nonostante le difficoltà di integrazione, che hanno costretto questa prima generazione di immigrati a vivere in lugubri dormitori e sempre sotto stretta osservanza, è stato possibile fare della Francia una nuova patria, dove costruire una famiglia.

Nel fumetto la realtà viene affrontata nella sua complessità, ed infatti si evince come anche le nuove generazioni non siano affatto esenti dalla discriminazione razziale, e – d’altra parte – si descrivono anche i delicati processi di ripensamento e adattamento della propria identità culturale, specialmente sui temi dei diritti di genere. Nato nel 1966 a Fort-Dauphin in Madagascar, Jérôme Ruillier ha studiato all’Institut d’Arts Décoratifs di Strasburgo e ha scritto perlopiù libri per ragazzi. Si è basato, per la creazione di quest’opera, sulla raccolta di testimonianze del documentario e del libro Mémoires d’immigrés di Yamina Benguigui.

Ruillier, che è padre di una bambina portatrice di trisomia 21 (conosciuta comunemente come «sindrome di Down») ha esplicitato il modo in cui la sua esperienza di padre sia stata fondamentale per guardare la vicenda dell’immigrazione in modo critico: «Mia figlia – ha detto Ruillier – fa la stessa esperienza degli immigrati: ha difficoltà di integrazione e si sente differente. La differenza è il vero tema del mio libro. Quello che mi interessava raccontare era la paura dell’Altro, del diverso da sé». Se ti chiami Mohamed ha vinto il dBD Award 2012 per il miglior fumetto reportage.

 

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Prima si andava in galera, ora in televisione

Repubblica — 12 dicembre 2007   pagina 26   sezione: COMMENTI

Caro Augias, questa mia lettera vuole essere una piccola «bouteille à la mer» lanciata alla memoria collettiva della società civile italiana, partendo da un episodio avvenuto parecchi anni fa, esattamente nel luglio del 1971, a Roma. So che lei ama la Francia e la cultura francese e sicuramente si ricorderà del caso di Pierre Clèmenti incarcerato per ben due anni nel carcere di Regina Coeli per un po’ di hascisc. A nulla valsero allora le testimonianze di registi come Pasolini, Bertolucci, Fellini. L’ attore che era al massimo della sua espressione artistica uscì dalla reclusione distrutto nel corpo e nell’ anima. Clementi è morto nel 1999 a soli 59 anni. La riflessione che vorrei sollevare partendo da un lontano e drammatico episodio è proprio questa: come è cambiata la società italiana in questi anni. Succede ora che se ammazzi, stupri, vendi prostituzione, spacci droga, non vai in prigione ma sei invitato ai dibattiti televisivi, diventi una vedette, peggio: un modello da seguire per le giovani generazioni in un «cannibalismo mediatico» immondo. Cosa è successo? Cathy Marchand cathymarchand@hotmail.it Già, che cosa ci è successo per passare da un estremo all’ altro? Eravamo un paese dove le guardie andavano a multare chi si baciava in macchina, siamo diventati un paese di oltraggiosa impudicizia. Morale, intendo, prima che fisica. L’ andamento, almeno in parte, è generale. Natasha Kampush, la ragazza austriaca tenuta prigioniera per anni da Wolfgang Priklopil, oggi diciannovenne, si mostra in pose seducenti nel suo sito web. Suo padre prende un compenso per andare in televisione a raccontare i guai suoi e della figlia. E’ la società dello spettacolo che, come sempre, colpisce di più i più fragili. Noi, per esempio. Anche se il fenomeno è stato studiato, forse non si sono ancora valutate tutte le conseguenze della pessima pedagogia che il piccolo schermo impartisce. Scusandomi con chi legge vorrei citare un caso che conosco di persona e che mi pare esemplare. Quando vent’ anni fa Raitre di Angelo Guglielmi decise di mettere in onda “Telefono giallo”, la consegna obbligatoria era che si trattasse di casi chiusi, delitti (privati e pubblici) sì irrisolti, ma archiviati. Nella Rai di allora non si riteneva lecito discutere e sviscerare casi nei quali le indagini erano ancora ai primi passi date le conoscenze di necessità incomplete che il giornalismo ha. Oggi, come sappiamo, questa regola non vale più. Del resto non c’ è più nemmeno la vergogna di non sapere, sostituita dalla sfrontatezza, il ritegno sulle personali miserie che vengono anzi sbandierate perché fanno ridere; gente anche di nome è disposta a farsi inondare di panna o di acqua colorata pur di stare qualche minuto davanti a una telecamera; non vale nemmeno la pena di citare ciò che è emerso con Vallettopoli. Eravamo un paese arretrato e bigotto quando il povero Clèmenti finiva in galera per qualche grammo di fumo; forse non siamo capaci di essere altro. – CORRADO AUGIAS c.augias@repubblica.it