Il labirinto di Putin” Il rilancio politico di stampo zarista

L’Opinione del­le Liber­tà | Mer­co­le­dì 23 mar­zo 2011 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Poco pri­ma del­la mez­za­not­te del 1 novem­bre 2006, Ale­xan­der Lit­vi­nen­ko, un ex agen­te dell’intelligence rus­sa che vive­va in esi­lio poli­ti­co a Lon­dra, si sve­gliò che sta­va pro­prio male. Nel giro di qual­che gior­no, una spa­ven­to­sa foto­gra­fia del suo cor­po ema­cia­to in un let­to d’ospedale scioc­cò il mon­do.
Tre set­ti­ma­ne più tar­di era dece­du­to per avve­le­na­men­to da polo­nio-210, un iso­to­po radioat­ti­vo che secon­do gli inve­sti­ga­to­ri era sta­to ver­sa­to di nasco­sto in una bevan­da”.
A vol­te medio­cri scrit­to­ri di gial­li inven­ta­no le tra­me più astru­se per cer­ca­re di coin­vol­ge­re emo­ti­va­men­te i pro­pri let­to­ri.
Ma quan­do le tra­me e gli intri­ghi sono cro­na­ca e sto­ria, la loro pre­sa sul­la pub­bli­ca opi­nio­ne è imme­dia­ta ed ha una por­ta­ta asso­lu­ta­men­te dirom­pen­te. Cer­to è, però, che por­ta­re alla luce del sole cer­te vicen­de impli­ca la neces­si­tà di un gran­dis­si­mo corag­gio, oltre che basar­si su una cono­scen­za appro­fon­di­ta e di pri­ma mano del­le real­tà su cui si pre­ten­de di fare chia­rez­za.
Se poi que­ste carat­te­ri­sti­che si spo­sa­no con una gran­de abi­li­tà nel tene­re la pen­na in mano, il risul­ta­to è asso­lu­ta­men­te avvin­cen­te. E que­sto è pro­prio il caso del libro di Ste­ve LeVi­neIl labi­rin­to di Putin: spie, omi­ci­di e il cuo­re nero del­la nuo­va Rus­sia”, pub­bli­ca­to in ita­lia­no dal Siren­te a fine set­tem­bre 2010 (l’edizione ori­gi­na­le in ingle­se è appar­sa nel 2008) nel­la col­la­na “Inchie­ste”, dove già era appar­so il suo volu­me “Il petro­lio e la glo­ria”, e di cui vi abbia­mo appe­na pro­po­sto l’incipit pre­po­ten­te ed effi­ca­cis­si­mo.
Il libro si apre e chiu­de con l’assassinio di Liv­ti­nen­ko, ucci­so nel novem­bre 2006 attra­ver­so una con­ta­mi­na­zio­ne di polo­nio 210; e ana­liz­za in det­ta­glio una lun­ga serie di altri impro­ba­bi­li e fan­ta­sio­si omi­ci­di poli­ti­ci o di stra­ne inet­ti­tu­di­ni nell’affrontare cri­si poli­ti­che par­ti­co­la­ri.
Nell’ordine i più signi­fi­ca­ti­vi sono: Niko­lai Kho­khlov, la stra­ge di Nord-Ost, Paul Kleb­ni­kov, Anna Poli­to­v­ska­ya, Nata­lia Este­mi­ro­va. I per­so­nag­gi che entra­no in que­sto dram­ma sono loro, le vit­ti­me illu­stri di un gio­co al mas­sa­cro, insie­me ad altre per­so­na­li­tà di pri­mo pia­no, tra cui ovvia­men­te Vla­di­mir Putin, Dmi­tri Med­ve­dev, ma soprat­tut­to quel Boris Bere­zo­v­sky che ave­va fat­to e disfat­to le for­tu­ne di mol­ti uomi­ni poli­ti­ci rus­si e che tirò fuo­ri dal nul­la Putin: ma sta­vol­ta ave­va sba­glia­to i cal­co­li, e nel con­tra­sto con quest’ultimo è sta­to poi costret­to a rifu­giar­si nel pro­prio dora­to esi­lio a Lon­dra, da dove ha con­ti­nua­to e con­ti­nua ad ani­ma­re e spon­so­riz­za­re eco­no­mi­ca­men­te l’opposizione a Putin ed al “puti­ni­smo”.
Non è un caso che Liv­ti­nen­ko, scap­pa­to dal­la Rus­sia sei anni pri­ma del­la sua pre­ma­tu­ra mor­te, fos­se sul suo libro paga. Le moti­va­zio­ni che por­ta­no LeVi­ne a scri­ve­re que­sta inchie­sta affon­da­no le pro­prie radi­ci nel­la sua mis­sio­ne pro­fes­sio­na­le di gior­na­li­sta da sem­pre inte­res­sa­to a stu­dia­re gli intrec­ci tra il pote­re deri­va­to dal­la pro­du­zio­ne e distri­bu­zio­ne del petro­lio e le vicen­de poli­ti­che mon­dia­li, non­ché dal­la pro­pria emo­ti­vi­tà per­so­na­le, ed in par­ti­co­la­re dal­la com­mo­zio­ne susci­ta­ta in lui dal­la mor­te del col­le­ga del Wall Street Jour­nal ed ami­co, Daniel Pearl, rapi­to ed ucci­so in Afgha­ni­stan nel 2002.
In real­tà LeVi­ne cer­che­rà di dimo­stra­re l’esistenza di un filo sot­ti­le e infran­gi­bi­le che lega insie­me tut­ta una serie di stra­ni casi di cro­na­ca nera svol­ti­si in Rus­sia. La chia­ve di let­tu­ra che egli ci pro­po­ne fa rab­bri­vi­di­re, anche se non costi­tui­sce cer­ta­men­te una sor­pre­sa per chi si inte­res­si di sto­ria rus­sa.
Infat­ti tra­di­zio­nal­men­te la Rus­sia ha sem­pre ripro­dot­to un model­lo di com­por­ta­men­to ugua­le a se stes­so: fino a che que­sta ha costi­tui­to un moti­vo di inte­res­se fon­da­men­ta­le nel­la stra­te­gia del­le comu­ni­ca­zio­ni pla­ne­ta­rie, ha sem­pre per­se­gui­to l’espansione ver­so il mare (fos­se que­sto il Paci­fi­co ad est, o il Medi­ter­ra­neo a sud – con tut­to quel che ne con­se­gue quan­to a coin­vol­gi­men­to nel­le que­stio­ni dei Bal­ca­ni).
Quan­do poi la que­stio­ne del­le comu­ni­ca­zio­ni marit­ti­me e quin­di del­lo sboc­co sugli stret­ti sem­bra­va supe­ra­ta dal­lo svi­lup­po tec­no­lo­gi­co, si è impo­sto un altro pro­ble­ma: quel­lo del con­trol­lo del­le vie del petro­lio e del meta­no. Per otte­ne­re que­sti sco­pi, gli zar pri­ma, i dit­ta­to­ri sovie­ti­ci poi, e ades­so – secon­do l’analisi di LeVi­ne – Putin, non han­no esi­ta­to a ricor­re­re all’omicidio e per­fi­no alla stra­ge di sta­to.
E ci sono più modi di agi­re: sia atti­va­men­te, sia –come LeVi­ne riba­di­sce – pas­si­va­men­te. Infat­ti anche gli “erro­ri” nel gesti­re le cri­si, quan­do si ripe­to­no, non pos­so­no più esse­re con­si­de­ra­ti casua­li, ma evi­den­te­men­te entra­no a far par­te di una stra­te­gia che ha il solo sco­po di fare per­se­gui­re al gover­no quel che que­sto si pro­po­ne.
E’ mol­to inte­res­san­te sco­pri­re le moti­va­zio­ni che sot­to­stan­no a cer­te scel­te. Infat­ti, come LeVi­ne rico­strui­sce attra­ver­so un pazien­te lavo­ro di inter­vi­ste, con­fron­ti tra dati, libri, testi­mo­nian­ze, rico­stru­zio­ne di fat­ti, etc etc, dopo la cadu­ta di Gor­ba­cev in Rus­sia si assi­ste ad un perio­do di caos e di cadu­ta del­la sicu­rez­za per­so­na­le a livel­li mai sta­ti tan­to bas­si (se non tor­nan­do indie­tro nel tem­po alle lot­te dei boia­ri dei tem­pi di Ivan Groz­nyj – quel­lo che noi chia­mia­mo “Ivan il Ter­ri­bi­le”); ma poi l’arrivo al pote­re di Vla­di­mir Putin pone fine a que­sta situa­zio­ne, per­ché rien­tra nel­la visio­ne di quest’ultimo lo sco­po di resti­tui­re alla Rus­sia il suo ruo­lo di stel­la di pri­ma gran­dez­za nel­la poli­ti­ca mon­dia­le.
E que­sto signi­fi­ca intan­to garan­ti­re uno sti­le di vita più con­so­no ad una rin­no­va­ta gran­de poten­za. Ma Putin, secon­do LeVi­ne, nel cer­ca­re di cen­tra­re il pro­prio obiet­ti­vo, non ha alter­na­ti­ve che spaz­za­re via qual­sia­si tipo di oppo­si­zio­ne che pos­sa inde­bo­li­re l’immagine del pro­prio Pae­se all’estero.
Così chi si oppo­ne deve spa­ri­re. Cer­to, lo si fa pre­va­len­te­men­te all’interno degli stes­si con­fi­ni rus­si, dove poi si può garan­ti­re la coper­tu­ra a chi ope­ra gli assas­si­nii. E il modo scel­to per ope­ra­re è fan­ta­sio­so, ed ha lo sco­po di non con­sen­ti­re mai di risa­li­re ai veri man­dan­ti.
Bere­zo­v­sky, che da anni vive in esi­lio in Gran Bre­ta­gna, ha dovu­to usci­re dal pro­prio Pae­se come con­se­guen­za del suc­ces­so dell’ascesa di Putin, che egli stes­so ave­va cal­deg­gia­to e favo­ri­to in tut­ti i modi. LeVi­ne ana­liz­za le mano­vre che han­no por­ta­to al pote­re l’apparatcik del KGB dagli occhi di ghiac­cio, sman­tel­lan­do il mito di un Putin gran­de agen­te segre­to assur­to al pote­re pro­prio in vir­tù di sue per­so­na­li capa­ci­tà ed infor­ma­zio­ni; Putin fu ini­zial­men­te scel­to per­ché appa­ren­te­men­te tut­to d’un pez­zo nell’amore e nel­la fedel­tà al ser­vi­zio del pro­prio Pae­se (e, quin­di, secon­do Bere­zo­v­sky, abba­stan­za sem­pli­ce da con­vin­ce­re a sta­re dal­la pro­pria par­te).
Allo stes­so modo, ter­mi­na­to il secon­do man­da­to pre­si­den­zia­le, Putin ha fat­to sce­glie­re Med­ve­dev, per­ché costui non pre­sen­te­reb­be quel­le carat­te­ri­sti­che di deci­sio­ni­smo che potreb­be­ro far­ne un nuo­vo auto­cra­te. Putin stes­so, però, nel frat­tem­po, è riu­sci­to a sor­pre­sa a sosti­tui­re alle idee di Bere­zo­v­sky i pro­pri sco­pi, ser­ven­do a modo suo l’idea del ritor­no del­la Gran­de Madre Rus­sia sul pal­co­sce­ni­co inter­na­zio­na­le.
La Rus­sia di Putin oggi navi­ga tra vio­len­za e cul­tu­ra di mor­te, e l’ipocrisia di sta­to può con­sen­ti­re a Meve­dev di depre­ca­re la mor­te del­la Este­mi­ro­va e dichia­ra­re che si cer­ca atti­va­men­te l’assassino, ma a distan­za di un anno dall’esecuzione del­la pala­di­na dei dirit­ti uma­ni dell’organizzazione “Memo­rial” (ben atti­va ai tem­pi di Eltzin, e tri­ste­men­te svuo­ta­ta di ogni slan­cio a distan­za di pochi anni) nes­sun risul­ta­to è segui­to, per­ché il con­trol­lo degli Inter­ni e degli appa­ra­ti di sicu­rez­za mili­ta­ri resta sal­da­men­te nel­le mani di quel­lo stes­so Putin che ha chia­ra­men­te ingag­gia­to un nuo­vo brac­cio di fer­ro con l’Occidente e sta velo­ce­men­te ripor­tan­do la Rus­sia ver­so i ben noti siste­mi sovie­ti­ci con la sola esclu­sio­ne del ripri­sti­no di un siste­ma di visti per i viag­gi – per­ché tor­na­re alle limi­ta­zio­ni sui movi­men­ti dei rus­si all’estero gli coste­reb­be trop­po in ter­mi­ni di popo­la­ri­tà, e non può per­met­ter­se­lo nean­che lui.
Con mol­ta luci­di­tà, LeVi­ne ci indi­ca anche i pun­ti in cui le pro­prie con­vin­zio­ni per­so­na­li quan­to al coin­vol­gi­men­to di Putin in cer­te vicen­de non incon­tra­no l’accordo di altri stu­dio­si, sto­ri­ci, o per­so­nag­gi diret­ta­men­te coin­vol­ti nei fat­ti esa­mi­na­ti in que­sto suo libro. Resta il fat­to che il rit­mo incal­zan­te degli avve­ni­men­ti, la rico­stru­zio­ne di momen­ti di gran­de ten­sio­ne (qua­le l’attentato al Tea­tro Dubro­v­ka o la tri­stis­si­ma sto­ria del­la stra­ge di Beslan, in Osse­zia, nel 2004), la cita­zio­ne pre­ci­sa di testi­mo­ni e docu­men­ti ren­do­no la let­tu­ra di que­sta inchie­sta un avvin­cen­te “must” per chiun­que inten­da affron­ta­re l’esame del­la poli­ti­ca est-ove­st e le sue pro­spet­ti­ve in que­sto scor­cio di nuo­vo mil­len­nio.
Anche se, pur­trop­po, la con­clu­sio­ne che se ne trae, è che il lupo per­de il pelo, ma non il vizio. E, come lo stes­so LeVi­ne con­clu­de nel­la sua post­fa­zio­ne al libro, data­ta 16 luglio 2010, è che “le dichia­ra­zio­ni rese e le inda­gi­ni ordi­na­te da Med­ve­dev non han­no rap­pre­sen­ta­to una rot­tu­ra con­vin­cen­te con il lun­go pas­sa­to”.

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Il labirinto di Putin” di Steve LeVine

Man­gia­li­bri | Mer­co­le­dì 19 gen­na­io 2011 | Sara Cama­io­ra |

Novem­bre 2006, Ale­xan­der Liv­ti­nen­ko è una ex spia del KGB, in esi­lio poli­ti­co a Lon­dra da sei anni, for­te­men­te cri­ti­co nei con­fron­ti del pre­mier rus­so Putin: dopo aver incon­tra­to il ric­co uomo d’affari Ale­kan­dre Lugo­voi e l’amico Akh­med Zakayev e aver cena­to fuo­ri con la moglie  e il figlio, tor­na a casa lamen­tan­do dolo­ri addo­mi­na­li, nau­sea e vomi­to. Sarà l’inizio dell’agonia da avve­le­na­men­to per polo­nio che lo con­dur­rà alla mor­te. 23 otto­bre 2002, tea­tro Dubro­v­ka di Mosca: è in sce­na il secon­do atto del musi­cal “Nord Ost” quan­do irrom­pe nell’edificio un com­man­do di ter­ro­ri­sti cece­ni, pron­ti a met­te­re sot­to seque­stro il tea­tro in cam­bio del­la con­clu­sio­ne del­la san­gui­no­sa guer­ra in atto nel loro pae­se ad ope­ra del­la Rus­sia di Putin. Inter­vie­ne anche la gior­na­li­sta Anna Poli­t­ko­v­ska­ya, il cui desti­no è tri­ste­men­te famo­so, all’epoca cro­ni­sta del­la Nova­ya Gaze­ta e uni­co inter­lo­cu­to­re ammes­so dal lea­der del grup­po arma­to cece­no, pre­ce­den­do l’imprevedibile rea­zio­ne del gover­no rus­so: all’interno del tea­tro vie­ne pom­pa­to del Fen­ta­nyl, un poten­te oppia­ceo in gra­do di addor­men­ta­re i pre­sen­ti, nell’edificio, per per­met­te­re alle for­ze spe­cia­li nazio­na­li di fare irru­zio­ne. Secon­do sti­me uffi­cia­li 39 dei ter­ro­ri­sti furo­no ucci­si da agen­ti rus­si insie­me assie­me a oltre 100 ostag­gi. L’esercizio del pote­re di Putin vide anche un acca­ni­men­to ver­so chi accu­mu­lò ingen­ti patri­mo­ni duran­te l’era Eltsin: è il caso del magna­te del petro­lio Mikhail Kho­dor­ko­v­sky con­dan­na­to ad otto anni di pri­gio­ne men­tre la sua com­pa­gnia ven­ne sta­ta­liz­za­ta…
Sem­bra­no rac­con­ti degni di un cupo noir o peg­gio anco­ra di un thril­ler sen­za lie­to fine: sono inve­ce sto­rie dal­la Rus­sia di Putin, rac­con­ta­te con pre­ci­sio­ne gior­na­li­sti­ca da un esper­to repor­ter come l’americano Ste­ve LaVi­ne, a lun­go cor­ri­spon­den­te dall’ex Unio­ne Sovie­ti­ca per sva­ria­te testa­te. Il suo libro rac­con­ta la “mor­te in Rus­sia”: come alla mor­te sia data in un cer­to sen­so poca impor­tan­za, o come chi vive, chi lavo­ra, chi fa infor­ma­zio­ne in Rus­sia sia total­men­te assue­fat­to a tra­ge­die tal­vol­ta dal­la por­ta­ta epo­ca­le, come quel­la del tea­tro Dubro­v­ka, che ha visto una rea­zio­ne gover­na­ti­va impro­po­ni­bi­le per ogni demo­cra­zia che si rispet­ti o che si riten­ga tale. È attra­ver­so que­ste vicen­de che nel let­to­re pren­de for­ma una nuo­va idea del­la Rus­sia e del­le for­ze che si stan­no muo­ven­do in Occi­den­te. L’immaginario raf­fi­gu­ra­to, a trat­ti apo­ca­lit­ti­co, si basa su testi­mo­nian­ze  e fat­ti con­cre­ti, su cui il gior­na­li­sta si può appog­gia­re for­nen­do un qua­dro tan­to vero­si­mi­le quan­to avvi­len­te. C’è poca ana­li­si poli­ti­ca ma non era que­sto pro­ba­bil­men­te l’obiettivo dell’autore: era piut­to­sto far riflet­te­re attra­ver­so l’esposizione dei fat­ti rea­li, arri­van­do a even­tua­li con­clu­sio­ni solo a par­ti­re dal dato con­cre­to. E le con­clu­sio­ni spa­ven­ta­no, non poco.

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Il petrolio e la gloria, tutto inizò nel Mar Caspio

| AGI | Saba­to 8 ago­sto 2009 | Anto­nio Luca­ro­ni |

Nel 13esimo seco­lo Mar­co Polo nar­ra di cam­mel­lie­ri che espor­ta­va­no petro­lio da Baku, la capi­ta­le dell’Azerbaigian, nel­la zona del Mar Caspio, una regio­ne al cen­tro di con­te­se etni­che e bel­li­che gia’ dai tem­pi di Ales­san­dro il Gran­de. Un greg­gio den­so, odo­ro­so, non raf­fi­na­to, espor­ta­to in tut­to il Medi­ter­ra­neo, fino a Bagh­dad, per esse­re usa­to come mez­zo di illu­mi­na­zio­ne e come bal­sa­mo. Un “oro nero” che in quel­la loca­li­ta’ era ed e’ par­ti­co­lar­men­te abbon­dan­te, fino al pun­to di sgor­ga­re natu­ral­men­te dal ter­re­no. Da quel momen­to il petro­lio entra pre­po­ten­te­men­te nel­la sto­ria dell’uomo, mar­chian­do­ne ine­lu­di­bil­men­te lo svi­lup­po eco­no­mi­co. E quell’area geo­gra­fi­ca, il Mar Caspio, diven­ta il cro­giuo­lo di pul­sio­ni di gran­dez­za e di volon­ta’ di domi­nio ma anche di gran­di aspi­ra­zio­ni di pro­gres­so e di cre­sci­ta. La sto­ria del petro­lio del Caspio, e piu’ in gene­ra­le del­la zona del Cau­ca­so, ha le sue ori­gi­ni nel dician­no­ve­si­mo seco­lo. La “feb­bre del Caspio” era comin­cia­ta gia’ al tem­po degli Zar; quan­do si sca­va­ro­no i pri­mi poz­zi di petro­lio vici­no a Baku, nel­la regio­ne dell’Azerbajan, e da quel momen­to fasi di ric­chez­za e pro­spe­ri­ta’ si alter­na­no a depres­sio­ne e pover­ta’. Ma quel­la regio­ne diven­ta anche uno sce­na­rio sul qua­le si con­fron­ta­no e spes­so si scon­tra­no, gli inte­res­si e le aspet­ta­ti­ve del­le gran­di poten­ze inter­na­zio­na­li: un cam­po da gio­co dove tut­ti i col­pi sono ammes­si. E’ que­sto il gran­de affre­sco che vie­ne trat­teg­gia­to dal libro di Ste­ve LeVi­neIl petro­lio e la glo­ria. La cor­sa al domi­nio e alle ric­chez­ze del­la regio­ne del Mar Caspio”, edi­zio­ni ‘il Siren­te’. Un excur­sus sto­ri­co, quel­lo di LeVi­ne, che arri­va fino ai gior­ni scor­si, scrit­to con gran­de atten­zio­ne ai per­so­nag­gi, alle sto­rie avven­tu­ro­se che han­no carat­te­riz­za­to, negli anni, il con­fron­to tra le Nazio­ni per il con­trol­lo dell’oro nero. Una bat­ta­glia con­dot­ta spes­so in modo spre­giu­di­ca­to, carat­te­riz­za­to da un cli­ma da spy-sto­ry di ini­zio seco­lo, poi da ‘guer­ra fred­da’, infi­ne dall’ingresso sul­la sce­na del mon­do dell’alta finan­za e del­le super­po­ten­ze eco­no­mi­che.
Un libro avvin­cen­te, che squar­cia il velo su un mon­do duro e sen­za scru­po­li e che mostra — guar­dan­do con una len­te d’ingrandimento le vicen­de lega­te al Mar Caspio — quan­to la ricer­ca del petro­lio e, ancor di piu’, i ten­ta­ti­vi di appro­priar­se­ne, abbia­no influen­za­to il desti­no dell’umanita’. In que­sto sen­so LeVi­ne sfrut­ta la sua for­ma­zio­ne pro­fes­sio­na­le — gior­na­li­sta di lun­go cor­so che ha lavo­ra­to pro­prio in quel­le zone — per rico­strui­re, come in un gial­lo, la sce­na del delit­to, i pro­ta­go­ni­sti, i retro­sce­na e i segre­ti che muo­vo­no i tan­ti ‘atto­ri’ di que­sto libro, a meta’ stra­da fra l’inchiesta e il roman­zo. For­se l’unico appun­to che si puo’ muo­ve­re, e’ che l’autore pro­po­ne una visio­ne ‘anglo­cen­tri­ca’ dell’intera vicen­da, met­ten­do sul­lo scac­chie­re il ruo­lo del­la Gran Bre­ta­gna, degli Sta­ti Uni­ti e di una Rus­sia all’affannosa ricon­qui­sta di un ruo­lo da super­po­ten­za sfrut­tan­do le risor­se ener­ge­ti­che. Nel libro, insom­ma, man­ca un po’ il ruo­lo eser­ci­ta­to dagli altri Pae­si gran­di pro­dut­to­ri di petro­lio, o dai gran­di Pae­si con­su­ma­to­ri di ener­gia — come la Cina e l’India, la cui immen­sa doman­da di petro­lio e gas modi­fi­ca e modi­fi­che­ra’ sem­pre di piu’ il mer­ca­to dell’energia — o, anco­ra, dagli outsi­der che, tut­ta­via, ave­va­no capi­to le poten­zia­li­ta’ di sfrut­ta­men­to di quel­la regio­ne. E’ il caso di Enri­co Mat­tei che fin dagli Anni ’50 — attra­ver­so l’Agip — ave­va allac­cia­to rap­por­ti e sot­to­scrit­to con­trat­ti con l’allora Urss. E non a caso l’autore con­clu­de la sua ope­ra con un espli­ci­to richia­mo — che sa un po’ di nostal­gia o di visio­ne sche­ma­ti­ca del mon­do — al ‘duel­lo’ Rus­sia-Usa per il domi­nio poli­ti­co ed eco­no­mi­co.

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Titusville, la città-fantasma che inventò l’oro nero

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 26 luglio 2009 | Vit­to­rio Zuc­co­ni |

TITUSVILLE (Penn­syl­va­nia). Tut­to quel­lo che resta del fiot­to che alla­gò la Ter­ra è un’ ampol­li­na di liqui­do scu­ro, espo­sta ai fede­li die­tro una vetri­na, come la reli­quia di un san­to. «Petro­lio», mi addi­ta sen­za toc­ca­re l’ ampol­la la signo­ra Zol­li, diret­tri­cee sacer­do­tes­sa di que­sto tem­pio-museo costrui­to fra le quie­te col­li­ne del­la Penn­syl­va­nia, accan­to a un bosco di lari­ci e di cer­vi, esat­ta­men­te sopra il ter­re­no dal qua­le, il 27 ago­sto del 1859, un avven­tu­rie­ro che si face­va chia­ma­re «colon­nel­lo» fece sgor­ga­re il greg­gio dal­la ter­ra per­fo­ra­ta. E lan­ciò, sen­za nep­pu­re ren­der­se­ne con­to, quel­la rivo­lu­zio­ne e quel­la indu­stria che oggi muo­vo­no il pia­ne­ta Ter­ra e che lo stan­no asfis­sian­do. Se nell’ Inghil­ter­ra del car­bo­ne e del vapo­re comin­ciò la rivo­lu­zio­ne indu­stria­le, fu da qui, dal­la ter­ra che un tem­po appar­te­ne­va alle sei nazio­ni degli Iro­che­si che rac­co­glie­va­no col cuc­chiai­no il «suc­co del­le roc­ce» in super­fi­cie per usar­lo come medi­ci­na­le, che si avviò quel­la caro­va­na di bari­li, oleo­dot­ti, petro­lie­re, raf­fi­ne­rie, sta­zio­ni di ser­vi­zio, cate­ne di mon­tag­gio e armi che rag­giun­go­no sei miliar­di di esse­ri uma­ni, pove­ri o ric­chi, ovun­que un sac­chet­to di pla­sti­ca arri­vi. ( segue dal­la coper­ti­na) Eppu­re luo­go meno trion­fa­le, meno pom­po­so, più timi­do, con la scon­tro­si­tà del­la Penn­syl­va­nia che Michael Cimi­no rac­con­tò nel suo Cac­cia­to­re, potreb­be esse­re imma­gi­na­to di que­sta lan­gui­da cit­ta­di­na di sei­mi­la­quat­tro­cen­to abi­tan­ti, mol­ti dei qua­li stu­den­ti in un cam­pus del­la Uni­ver­si­tà di Pitt­sbur­gh. Un vil­lag­gio qual­sia­si, nel «gran­de ovun­que ame­ri­ca­no», che sta nasco­sto tra le infi­ni­te val­li degli anti­chis­si­mi mon­ti Appa­la­chia­ni, la spi­na di roc­cia logo­ra­ta dal­le ere geo­lo­gi­che fra l’ Ala­ba­ma e Ter­ra­no­va. Iro­ni­ca­men­te, per il Pae­se che inven­tò l’ indu­stria del petro­lio, nes­su­na auto­stra­da lo rag­giun­ge, nes­sun vian­dan­te lo attra­ver­sa se non smar­ri­sce la stra­da, e rari turi­sti tran­si­ta­no avan­ti e indie­tro lun­go una Main Street rima­sta intrap­po­la­ta nel tem­po, dove non ti sor­pren­de­reb­be vede­re Super­man bam­bi­no sul­la Ford Model­lo T del padre. Sol­tan­to per­ché io sono l’ uni­co pas­seg­ge­ro, e visi­bil­men­te adul­to, sul fin­to tran­vai­no turi­sti­co che offre per cin­que dol­la­ri il giro del­la cit­tà, la gui­da mi addi­ta, con pudo­re, un palaz­zet­to di mat­to­ni ros­si a tre pia­ni che negli anni del­la “cor­sa al petro­lio” era il più viva­ce e fre­quen­ta­to bor­del­lo del­la con­tea. E oggi ospi­ta, per pura coin­ci­den­za, un nego­zio di abi­ti da spo­sa che quel­le pove­re ragaz­ze di fine Otto­cen­to costret­te ad amples­si feti­di coni tra­pa­na­to­ri del petro­lio avreb­be­ro sogna­to inva­no. Tut­to quel­lo che rima­ne del fiot­to che sgor­gò dal cam­po dove ora sor­ge il museo è appe­na abba­stan­za greg­gio per ali­men­ta­re la ripro­du­zio­ne (auten­ti­ca, come si dice qui) del­la pri­ma tri­vel­la del fin­to colon­nel­lo Edwin Dra­ke, un seco­lo e mez­zo fa, e per mostra­re ai visi­ta­to­ri del­le scuo­le come fun­zio­na l’ estra­zio­ne del petro­lio che non c’ è più. Se Titu­svil­le, bat­tez­za­ta con il nome del fon­da­to­re, non è diven­ta­ta una cit­tà fan­ta­sma come le cit­tà mine­ra­rie del C o l o r a d o , d e l Klon­di­ke, del­la Cali­for­nia quan­do le vene auri­fe­re si esau­ri­ro­no, è per il cam­pus uni­ver­si­ta­rio e per la pre­sen­za di una fab­bri­ca di pla­sti­ca, ali­men­ta­ta con il petro­lio impor­ta­to dall’ Ara­bia Sau­di­ta. Due motel a una stel­li­na, l’ imman­ca­bi­le gran­de magaz­zi­no di ciar­pa­me made in Cina, il Wal Mart, quat­tro saloo­ne una doz­zi­na di risto­ran­ti alla svel­ta sono tut­to quel­lo che rima­ne di una sco­per­ta che avreb­be pro­dot­to, cen­to­cin­quan­ta anni più tar­di, una ric­chez­za mon­dia­le da mil­le­tre­cen­to miliar­di di dol­la­ri annui per le nazio­ni pro­dut­tri­ci di petro­lio. E che qui, nel­la ter­ra spom­pa­ta, è un ricor­do. Il petro­lio greg­gio, per chi non lo aves­se mai visto da vici­no, è una cosa che fa schi­fo, come è ovvio che sia un distil­la­to di putre­fa­zio­ni orga­ni­che mil­le­na­rie. Ma qui non si avver­te più nell’ aria quell’ odo­re di cor­ru­zio­ne sul­fu­rea che mi rima­se per sem­pre nel­le nari­ci dai gior­ni del­la Pri­ma guer­ra del Gol­fo, quan­do Sad­dam Hus­sein nel feb­bra­io del 1991 alla­gò il Kuwait per la rab­bia di aver­lo per­du­to. Sono ormai solo i nomi dei pae­si e dei luo­ghi che si attra­ver­sa­no nel labi­rin­to degli Appa­la­chia­ni per rag­giun­ge­re Titu­svil­le da Pitt­sbur­gh che ricor­da­no che cosa esplo­se qui, nomi come Oil City, Pitho­le (il buco del poz­zo, oggi vil­lag­gio fan­ta­sma) e Oil Creek, il tor­ren­te del petro­lio, nel qua­le anco­ra affio­ra­no stria­tu­re lumi­ne­scen­ti di greg­gio. Alla metà dell’ Otto­cen­to, quan­do arri­vò il “colon­nel­lo” Dra­ke, che si era attri­bui­to il gra­do fasul­lo, il feto­re di petro­lio era pun­gen­te. Furo­no quell’ odo­re, la tra­di­zio­ne dei nati­vi che lo scuc­chia­ia­va­no dal­le poz­zan­ghe­re e il traf­fi­co dei pochi bari­lot­ti usa­ti per accen­de­re i lumi a petro­lio ad atti­ra­re il “colon­nel­lo” e a spin­ger­lo a chie­de­re i dirit­ti di esplo­ra­zio­ne al pro­prie­ta­rio dei ter­re­ni, che nep­pu­re imma­gi­na­va di esse­re sedu­to sopra il futu­ro del mon­do. Dra­ke arri­vò a Titu­svil­le quan­do il pae­se era un gru­mo di caset­te di legno attor­no a un “tra­ding post”, un empo­rio per il com­mer­cio con gli india­ni del­la vici­na val­le dell’ Ohio, con una bor­sa di pel­le, un cam­bio di mutan­do­ni, due­mi­la dol­la­ri in con­tan­ti otte­nu­ti da finan­zia­to­ri di Wall Street e lo spaz­zo­li­no da den­ti con le seto­li­ne logo­re che la bades­sa del tem­pio, la signo­ra Zol­li, figlia di gene­ra­zio­ni di immi­gra­ti ita­lia­ni pio­vu­ti sul­la Penn­syl­va­nia, mi mostra com­pia­ciu­ta. Ai geo­lo­gi, come agli abi­tan­ti ori­gi­na­li degli Appa­la­chia­ni, la pre­sen­za di petro­lio nel sot­to­suo­lo era evidente,e la naf­ta, da esso deri­va­ta, era cono­sciu­ta all’ uma­ni­tà da seco­li, pro­ba­bil­men­te par­te del­la ine­stin­gui­bi­le misce­la infer­na­le che le navi di Bisan­zio lan­cia­va­no sul­le flot­te nemi­che, il fuo­co gre­co. Ma quan­do, dopo ripe­tu­ti fori nel­la ter­ra, e debi­ti per rifi­nan­zia­re la ricer­ca, il pri­mo “gusher”, il pri­mo fiot­to uscì dal pra­ti­cel­lo fan­go­so, la sua intui­zio­ne non fu la mate­ria oleo­sa suc­chia­ta ai sedi­men­ti lascia­ti dall’ ocea­no tie­pi­do che ave­va inon­da­to que­sta val­le per milio­ni di anni. Fu nel­la visio­ne del­la doman­da insa­zia­bi­le che il mon­do avreb­be svi­lup­pa­to per quel­la schi­fez­za maleo­len­tee fino ad allo­ra qua­si inu­ti­le, per­ché il petro­lio in quel 1859 era una solu­zio­ne alla ricer­ca di un pro­ble­ma. Un car­bu­ran­te sen­za un moto­re. Man­ca­va­no anco­ra dicias­set­te anni alla mes­sa a pun­to del pri­mo moto­re a quat­tro tem­pi e a com­bu­stio­ne inter­na, crea­to da Daim­ler, Otto e May­bach nel­la lon­ta­nis­si­ma Ger­ma­nia. E decen­ni alla sco­per­ta del­la supe­rio­ri­tà del moto­re die­sel sul­le cal­da­ie a car­bo­ne per le navi da bat­ta­glia, insa­zia­bi­li divo­ra­tri­ci di naf­ta. Ma qual­cun altro, anche meglio del fin­to colon­nel­lo, ave­va capi­to qua­le inim­ma­gi­na­bi­le ric­chez­za la sua tri­vel­la in Penn­syl­va­nia ave­va stap­pa­to. Il suo nome era John D. Roc­ke­fel­ler, pic­co­lo com­mer­cian­te di Cle­ve­land, che die­ci anni dopo la sco­per­ta del gia­ci­men­to nel cuo­re dei mon­ti del­la Penn­syl­va­nia già si era impa­dro­ni­to del con­trol­lo dell’ ottan­ta per cen­to di tut­te le raf­fi­ne­rie del­la regio­ne, neces­sa­rie per tra­sfor­ma­re il bro­do nero in car­bu­ran­ti, con la sua Stan­dard Oil. La rea­zio­ne a cate­na che avreb­be tra­vol­to l’ inte­ro pia­ne­ta era par­ti­ta. In tre anni, le cata­pec­chie di Titu­svil­le sareb­be­ro cre­sciu­te per ospi­ta­re quin­di­ci­mi­la per­so­ne, il dop­pio di oggi, die­ci­mi­la nel­la vici­na Pitho­le, ven­ti­mi­laa Oil City, con tra­lic­ci fit­ti come oggi i lari­ci e i piop­pi che han­no mise­ri­cor­dio­sa­men­te rico­per­to e risa­na­to la ter­ra tra­sfor­ma­ta in fan­go dal­le ruo­te dei car­ri e dagli zoc­co­li dei caval­li F che tra­spor­ta­va­no le bot­ti. Poz­zi e tri­vel­le spun­ta­ro­no a caso, sen­za rego­le o nor­me di sicu­rez­za, comei cer­ca­to­ri d’ oro coni pen­to­li­ni nel Klon­di­ke, tal­men­te vici­ni e fit­ti da sca­te­na­re incen­di ed esplo­sio­ni che in un solo gior­no avreb­be­ro ince­ne­ri­to ottan­ta per­so­ne, cre­ma­te e rac­col­te in una fos­sa comu­ne sen­za cro­cio nomi. Sgor­ga­ro­no mar­che di lubri­fi­can­ti e car­bu­ran­ti desti­na­te a stam­par­si sul­le pare­ti di ogni gara­ge, Qua­ker Oil, dal­la set­ta di quac­che­ri che qui era­no emi­gra­ti, Penn­zoil, Ken­dall, Suno­co, e la più cele­bre, la Exxon, par­to­ri­ta dal­la Stan­dard Oil dei Rockefeller,a sua vol­ta figlia del­la Penn­syl­va­nia Rock Oil Com­pa­ny. Titu­svil­le era diven­ta­ta la cit­tà del fan­go, dove era più fati­co­so estrar­re i car­ri dal­la ter­ra col­lo­sa che estrar­re il petro­lio. Una vam­pa­ta che, come quel­la che con­su­mò la vita di ottan­ta uomi­ni, comin­ciòa spe­gner­si nei pri­mi anni del Ven­te­si­mo seco­lo, quan­do un ocea­no incom­pa­ra­bil­men­te più vasto e faci­le da estrar­re fu sco­per­to sot­to la pra­te­ria del Texas. Il regno di Titu­svil­le, i suoi son­tuo­si bor­del­li e saloon, le fon­de­rie che era­no spun­ta­te nel­le val­li ver­gi­ni degli altri fiu­mi vici­ni, il Mono­ga­he­la, il fiu­me del­la luna, l’ Ohio, l’ Alle­ghe­ny, conob­be­ro una secon­da, fulig­gi­no­sa pri­ma­ve­ra nel­la Secon­da guer­ra mon­dia­le, quan­do si dis­san­gua­ro­no per ali­men­ta­re la mobi­li­ta­zio­ne bel­li­ca. Men­tre Detroit era l’ arse­na­le del­la demo­cra­zia, Titu­svil­le e la sua regio­ne for­ni­va­no il car­bu­ran­te per far fun­zio­na­re le mac­chi­ne da guer­ra. Oggi il “juras­sic park” del­la rivo­lu­zio­ne nera sta esau­sto, come se il par­to di quel­la mostruo­si­tà l’ aves­se sfian­ca­to. I sedi­ci­mi­la poz­zi anco­ra atti­vi in que­ste val­li pro­du­co­no 4.027 bari­li al gior­no, appe­na un cuc­chia­io di “olio di roc­cia” rispet­to agli otto milio­ni di bari­li pom­pa­ti — ogni gior­no — sol­tan­to dai deser­ti d’ Ara­bia. Resta, sot­to l’ occhio affet­tuo­so del­la signo­ra Zol­li, la reli­quia di un san­to che li ha sedot­ti e abban­do­na­ti. Il tran­vai­no per turi­sti che non ci sono fun­zio­na a bat­te­rie elet­tri­che, per non inqui­na­re la cit­tà fos­si­le di un com­bu­sti­bi­le fos­si­le.

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Sole, atomo, idrogeno Cosa c’ è dopo Big Oil

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 26 luglio 2009 | Mau­ri­zio Ric­ci |

L’ossessione del mon­do per il petro­lio non è irra­gio­ne­vo­le. Al con­tra­rio, è asso­lu­ta­men­te ragio­ne­vo­le: nien­te con­tie­ne così tan­to in così poco. Un solo litro di ben­zi­na vale 9 kilo­wat­to­re di ener­gia, il 30 per cen­to in più di un litro (per dire) di bio­e­ta­no­lo. Non c’ è da stu­pir­se­ne: quel litro di ben­zi­na è figlio di 25 ton­nel­la­te di anti­che pian­te, lascia­te a cuo­ce­re nel sot­to­suo­lo per deci­ne di milio­ni di anni, fino a diven­ta­re petro­lio. L’ uomo, per ora, non è in gra­do di repli­ca­re un simi­le con­cen­tra­to di ener­gia, pron­ta­men­te usa­bi­le e tra­spor­ta­bi­le. Peral­tro, ci vor­ran­no oltre qua­rant’ anni, dal­la pri­ma tri­vel­la­zio­ne del colon­nel­lo Dra­ke, per­ché il mon­do si ren­da con­to del­la por­ta­ta rivo­lu­zio­na­ria di quel­la sco­per­ta. Alla fine dell’ Otto­cen­to, il petro­lio, oltre che per le ulti­me lam­pa­de pre-Edi­son, veni­va usa­to sem­pre più per le pri­me auto­mo­bi­li, ma in con­cor­ren­za con un ven­ta­glio di altri car­bu­ran­ti. All’ Expo di Pari­gi del 1900, Rudolf Die­sel esi­bì, con orgo­glio, il pri­mo moto­re, appun­to, die­sel. Che fun­zio­na­va, però, a noc­cio­li­ne: il car­bu­ran­te era olio di ara­chi­di. In quel momen­to, in tut­ti gli Sta­ti Uni­ti, c’ era­no com­ples­si­va­men­te quin­di­ci­mi­la auto­mo­bi­li. ( segue dal­la coper­ti­na) Tut­to cam­bia, solo pochi mesi dopo: il 10 gen­na­io 1901, l’ ex capi­ta­no del­la mari­na austria­ca Antho­ny Lucas, esper­to di minie­re di sale, tro­va il petro­lio sot­to la col­li­na di Spind­le­top, nel Texas orien­ta­le. Spind­le­top non è il pri­mo poz­zo. Ma è il pri­mo mega­poz­zo. Fino ad allo­ra, i gia­ci­men­ti pro­du­ce­va­no, in media, fra i 300 e i 1000 bari­li al gior­no. Spind­le­top ne spu­ta 110mila al gior­no. Una eru­zio­ne imma­ne: il più gros­so pro­ble­ma per Lucas fu capi­re come con­te­ne­re quel get­to che sta­va inon­dan­do etta­ri e etta­ri di ter­re­no. Era la dimo­stra­zio­ne che il petro­lio era una fon­te d’ ener­gia abbon­dan­te e facil­men­te dispo­ni­bi­le. Pre­sto, la rivo­lu­zio­ne sareb­be diven­ta­ta mon­dia­le. Nel 1908, l’ Anglo Per­sian Oil Com­pa­ny (poi Bp) tro­va in Iran alle pen­di­ci dei mon­ti Zagros, un gia­ci­men­to con riser­ve per un miliar­do e mez­zo di bari­li, cam­bian­do, di col­po, la sto­ria del Medio Orien­te. Ma la rivo­lu­zio­ne anco­ra non è com­piu­ta: gli inge­gne­ri devo­no aggiu­sta­re il gio­va­ne moto­re a scop­pio per poter uti­liz­za­re la ben­zi­na inve­ce di un altro (e più costo­so) distil­la­to del petro­lio, il kero­se­ne. Solo nel 1919, chiu­sa la Pri­ma guer­ra mon­dia­le, nel­le 667mila auto in cir­co­la­zio­ne negli Usa il nume­ro di quel­le a ben­zi­na supe­re­rà quel­le a kerosene.E biso­gne­rà aspet­ta­re la fine del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le per­ché il petro­lio inva­da il mon­do. A que­sto pun­to, infat­ti, i pas­sag­gi chia­ve, nel roman­zo dell’ oro nero, sono due. Il pri­mo avvie­ne nei deser­ti dell’ Ara­bia sau­di­ta, dove la Stan­dard Oil (poi insie­me alla Texa­co) tro­va un ocea­no di petro­lio. È vici­no alla super­fi­cie, vici­no al mare. Estrar­lo costa pochi spic­cio­li: due dol­la­ri a bari­le. L’ ener­gia a prez­zi strac­cia­ti diven­ta il vola­no di un impo­nen­te svi­lup­po eco­no­mi­co, che le auto sem­pre più gran­die poten­ti sim­bo­leg­gia­no ai quat­tro ango­li del mon­do indu­stria­liz­za­to. Atten­zio­ne, però: l’ equa­zio­ne petro­lio ugua­le auto è sba­glia­ta. Solo il 50 per cen­to dell’ oro nero vie­ne bru­cia­to nei tra­spor­ti. Guar­da­te que­sta lista: micro­chip, tele­fo­ni, deter­si­vi per lava­piat­ti, piat­ti infran­gi­bi­li, sci, len­ti a con­tat­to, ane­ste­ti­ci, car­te di cre­di­to, ombrel­li, den­ti­fri­ci, val­vo­le car­dia­che, para­ca­du­te e si potreb­be con­ti­nua­rea lun­go. Sono tut­ti deri­va­ti del petro­lio. Il secon­do pas­sag­gio chia­ve è l’ inven­zio­ne del­la pla­sti­ca. Non ci muo­via­mo solo con il petro­lio. Ci nuo­tia­mo den­tro: il petro­lio è tut­to intor­no a noi (nel caso del­le val­vo­le car­dia­che, anche den­tro). Far­ne a meno sarà dolo­ro­so e dif­fi­ci­le. Ce ne sia­mo resi con­to, una pri­ma vol­ta, negli anni Set­tan­ta, quan­do l’ embar­go dell’ Opec (i pae­si pro­dut­to­ri) lo rese scar­soe costo­so. E, anco­ra di più, negli ulti­mi anni, con il prez­zo del bari­le in asce­sa, appa­ren­te­men­te, irre­fre­na­bi­le. Cosaè suc­ces­so? Di fat­to nes­su­no nega che sia fini­ta l’ era del petro­lio faci­le, abbon­dan­te e poco caro. Ma sul per­ché esi­sto­no due inter­pre­ta­zio­ni. La pri­ma è poli­ti­ca. Il petro­lio c’ è, e in quan­ti­tà ade­gua­te, pec­ca­to che sia nei posti sba­glia­ti. Nel 1954, con un col­po di Sta­to, la Bp riu­scì a rove­scia­re la nazio­na­liz­za­zio­ne del petro­lio ira­nia­no, ma, negli anni Ottan­ta, quan­do a nazio­na­liz­za­re furo­no i sau­di­ti e poi tut­ti i pae­si del Gol­fo Per­si­co, le mul­ti­na­zio­na­li si riti­ra­ro­no in buon ordi­ne. Oggi, il gros­so del petro­lio rima­sto nel sot­to­suo­lo è di pro­prie­tà di com­pa­gnie nazio­na­li che, dico­no i soste­ni­to­ri di que­sta tesi, non inve­sto­no nel­la ricer­ca di nuo­vi poz­zi e han­no di fat­to inte­res­se a tener­si stret­ta, fin­ché dura, que­sta fon­te di ric­chez­za. La secon­da inter­pre­ta­zio­ne è geo­lo­gi­ca. Qui, la data cru­cia­le nonè il 1980e la nazio­na­liz­za­zio­ne del petro­lio sau­di­ta, ma die­ci anni pri­ma, nel 1971, quan­do la pro­du­zio­ne ame­ri­ca­na di petro­lio ha rag­giun­to il suo pic­co e ha ini­zia­to ine­so­ra­bil­men­te a scen­de­re, tra­sfor­man­do gli Usa nei mag­gio­ri impor­ta­to­ri di petro­lio al mon­do. Lo stes­so pro­ces­so, dico­no que­sti geo­lo­gi, è desti­na­to a ripe­ter­si via via in tut­to il mon­do. Il petro­lio diven­te­rà sem­pre di meno, sem­pre più dif­fi­ci­le e costo­so (sot­to la ban­chi­sa arti­ca, in fon­do all’ ocea­no) da estrar­re. Da due anni a que­sta par­te è lo schie­ra­men­to dei geo­lo­gi che gua­da­gna con­sen­si. Gli orga­ni­smi inter­na­zio­na­li rive­do­no al ribas­so le sti­me sul­la dispo­ni­bi­li­tà di petro­lio nei pros­si­mi decen­ni. Gli uomi­ni del­le mul­ti­na­zio­na­li sono anche più bru­schi: Cri­sto­phe de Mar­ge­rie, boss del­la Total, uno dei gran­di di Big Oil, ha det­to recen­te­men­te che «il mon­do non riu­sci­rà mai a pro­dur­re più di 89 milio­ni di bari­li al gior­no». Oggi, sia­mo già a 85 milio­ni. E poi? La rivo­lu­zio­ne del colon­nel­lo Dra­ke e del capi­ta­no Lucas l’ abbia­mo bru­cia­ta in cen­to­cin­quant’ anni. Nes­su­no sa se il futu­ro sarà il sole, l’ ato­mo o l’ idro­ge­no. L’ era del dopo-petro­lio si apre con mol­te doman­de e poche rispo­ste.

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Perché nel labirinto di Zar Vlad la sola parola d’ordine è “Bespredel”

Il Foglio | Dome­ni­ca 12 otto­bre 2008 | Amy Rosen­thal |

La Rus­sia è sem­pre la Rus­sia, con un lato oscu­ro tol­le­ra­to dal­la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne”. Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta di Busi­ness Week e cor­ri­spon­den­te in Rus­sia, Asia cen­tra­le e Cau­ca­so per oltre un decen­nio del Wall Street Jour­nal e New York Times, ha appe­na scrit­to un libro sul “labi­rin­to di Putin” – “Putin’s Laby­rinth: Spies, Mur­der, and the Dark Heart of the New Rus­sia” (Ran­dom Hou­se, 2008) – in cui arri­va alla con­clu­sio­ne che lo zar Vlad, ex pre­si­den­te e attua­le pre­mier a Mosca, abbia ere­di­ta­to una ter­ra nel­la mor­sa di una sto­ria bru­ta­le che mostra pochi segni di affie­vo­li­men­to. Il mot­to nazio­na­le rus­so – dice al Foglio – “è ‘bespre­del’, che signi­fi­ca ‘sen­za limi­ti’, o ‘tut­to pas­sa’. E’ ‘il con­ti­nuum rus­so’, che in par­te si rife­ri­sce all’indifferenza del­la clas­se diri­gen­te tra­di­zio­na­le nei con­fron­ti del­la vita e del­la mor­te del popo­lo”. Secon­do LeVi­ne i col­le­ga­men­ti tra vec­chia e nuo­va Rus­sia sono tan­tis­si­mi. “Sot­to gli zar e nel perio­do sovie­ti­co lo sta­to deci­de­va chi dove­va vive­re e chi mori­re. Con Boris Eltsin lo sta­to ha smes­so di ucci­de­re i suoi cit­ta­di­ni e gli assas­si­ni si sono river­sa­ti nel­le stra­de. Con Putin la situa­zio­ne è un ibri­do”. Resta il man­tra “tut­to pas­sa”, appli­ca­to al per­se­gui­men­to di un inte­res­se: “Quan­do nel 2002 otto­cen­to rus­si furo­no pre­si in ostag­gio in un tea­tro mosco­vi­ta da 41 ter­ro­ri­sti cece­ni, Putin ordi­nò di usa­re i gas e mori­ro­no anche 129 ostag­gi. Per­ché la prio­ri­tà di Putin era ucci­de­re i ter­ro­ri­sti, non sal­va­re gli ostag­gi”. Secon­do LeVi­ne l’attacco alla Geor­gia è in linea con la tra­di­zio­ne rus­sa di con­trol­lo sul­le ex Repub­bli­che sovie­ti­che, e anche di alcu­ni pae­si dell’Europa orien­ta­le o cen­tra­le. “Putin e Med­ve­dev si sono dife­si con for­za soste­nen­do di dover cac­cia­re i geor­gia­ni dal­la regio­ne sepa­ra­ti­sta. Ma quan­do i sol­da­ti e i car­ri arma­ti rus­si han­no scon­fi­na­to in ter­ri­to­rio geor­gia­no, han­no bom­bar­da­to Poti e pre­so anche l’Abkhazia, era la vec­chia Rus­sia all’opera”. Cosa c’è in gio­co per l’Europa e gli Sta­ti Uni­ti in que­sto con­flit­to? “Per entram­bi ora il cam­po è aper­to a cri­si stra­te­gi­che deter­mi­nan­ti”, dice LeVi­ne. “Un attac­co come quel­lo del­la Nato alla Ser­bia di Milo­se­vic non potreb­be più acca­de­re nel­le cir­co­stan­ze attua­li. Alcu­ni pae­si dell’Europa sono inti­mo­ri­ti, o han­no pre­so bar­bi­tu­ri­ci, comun­que van­no a let­to con Putin. Cre­do che Mosca influen­zi a diver­si livel­li tut­ti gli sta­ti del cor­ri­do­io ener­ge­ti­co fra est e ove­st, ma anche Fran­cia, Ger­ma­nia e Ita­lia. Con loro ora la Rus­sia è in una posi­zio­ne con­trat­tua­le più for­te di pri­ma: è ben chia­ro ades­so che Mosca è pron­ta ad arri­va­re qua­si ovun­que per rag­giun­ge­re i suoi sco­pi”.
LeVi­ne ha scrit­to che “il tal­lo­ne d’Achille rus­so è il petro­lio” e ha sot­to­li­nea­to come gli Sta­ti Uni­ti e i loro allea­ti potreb­be­ro gio­ca­re sul­la vul­ne­ra­bi­li­tà rus­sa, anco­ra più pale­se in que­sti gior­ni di cri­si mon­dia­le, in cui la Bor­sa di Mosca ha paga­to fin da subi­to tan­tis­si­mo. “Per gua­da­gna­re il rispet­to del­la Rus­sia – spie­ga LeVi­ne – non ser­ve la reto­ri­ca, ma i fat­ti. Appar­te­ne­re o no al Wto o al G8 non smuo­ve­rà Mosca di un mil­li­me­tro. La giu­gu­la­re rus­sa è la sua indu­stria ener­ge­ti­ca: minac­cia la sua stra­te­gia in quel cam­po e otter­rai la sua atten­zio­ne. Come negli anni Novan­ta, quan­do Mosca non ha potu­to fer­ma­re la costru­zio­ne dell’oleodotto Baku-Tbi­li­si-Cey­han, che la bypas­sa­va”. Lo sto­ri­co Richard Pipes nel 2007 dis­se al Foglio che “l’occidente non deve illu­der­si sul­la pos­si­bi­li­tà di far col­la­bo­ra­re la Rus­sia”, e mol­ti gover­ni occi­den­ta­li comin­cia­no a con­vin­cer­si di quest’idea. “L’occidente – ribat­te LeVi­ne – può impor­re un dia­lo­go su temi che la Rus­sia con­si­de­ra di pro­prio inte­res­se. I trat­ta­ti per il con­trol­lo bila­te­ra­le del­le armi, ad esem­pio, sono pos­si­bi­li. Ma Pipes ha ragio­ne: la Rus­sia agi­rà come meglio cre­de. Putin è un avver­sa­rio for­mi­da­bi­le, per­se­gue sol­tan­to quel­lo che cre­de esse­re l’interesse rus­so”. Il pre­si­den­te Dmi­tri Med­ve­dev ha riba­di­to che “non ha pau­ra di nien­te, nem­me­no del­la Guer­ra fred­da”, anche se poi su cer­ti dos­sier – come quel­lo afgha­no – ha con­ti­nua­to la sua col­la­bo­ra­zio­ne. Per LeVi­ne non c’è il peri­co­lo di una nuo­va Guer­ra fred­da, o alme­no non di una ana­lo­ga all’originale. “Potreb­be esse­re regionale,ma non glo­ba­le: non è alla por­ta­ta del­la Rus­sia. Pen­so che ci sia­no spe­ran­ze per il pae­se, in ter­mi­ni di demo­cra­zia, ma i gover­ni occi­den­ta­li devo­no restar­ne fuo­ri. Non han­no alcun tipo di impat­to”. Intan­to i 200 pea­ce­kee­per euro­pei sono arri­va­ti nel­la zona cusci­net­to tra Geor­gia e Osse­zia del sud, dove è comin­cia­to il riti­ro del­le trup­pe rus­se, come con­cor­da­to nel pia­no sigla­to dal capo del Crem­li­no con il capo dell’Eliseo, Nico­las Sar­ko­zy. Il 15 otto­bre si tie­ne un incon­tro tra Euro­pa e Rus­sia, che nel­le inten­zio­ni dove­va esse­re deci­si­vo per il futu­ro del­le rela­zio­ni ma che già a oggi pare poco inci­si­vo. “Si è visto nel­la sto­ria recen­te – con­clu­de scet­ti­co LeVi­ne – quan­to pos­sa­no esse­re effi­ca­ci gli osser­va­to­ri euro­pei”.

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