Una vita quotidiana all’inferno, intervista a Selma Dabbagh

Intervista alla scrittrice palestinese Selma Dabbagh, a Roma, ospite del Salone dell’editoria sociale, con il romanzo «Fuori da Gaza», uscito per editrice il Sirente

«Non ho avu­to biso­gno di trar­re ispi­ra­zio­ne dal­la sto­ria del­la mia fami­glia per dar vita ai Muja­hed, i pro­ta­go­ni­sti del roman­zo, per­ché ci sono espe­rien­ze dolo­ro­se come l’esilio che appar­ten­go­no a tut­te le fami­glie pale­sti­ne­si. Mio non­no veni­va da Jaf­fa, finì in pri­gio­ne più vol­te e rischiò di esse­re assas­si­na­to a cau­sa del suo impe­gno poli­ti­co. Deci­se di andar­se­ne dopo il 1948 quan­do mio padre fu col­pi­to da una gra­na­ta lan­cia­ta da un grup­po para­mi­li­ta­re ebrai­co. Fini­ro­no pri­ma in Siria, quin­di in Kuwait e infi­ne in Gran Bre­ta­gna, dove mio padre conob­be mia madre che è ingle­se. Però la Pale­sti­na non ha mai lascia­to la nostra casa, abbia­mo sem­pre par­te­ci­pa­to a mani­fe­sta­zio­ni, fat­to par­te di Ong e nel­la mia fami­glia allar­ga­ta ci sono sta­ti dei mem­bri dell’Olp».

Nata in Sco­zia nel 1970, dopo aver vis­su­to tra l’Europa e il Medio­rien­te Sel­ma Dab­ba­gh si è sta­bi­li­ta a Lon­dra dove alter­na la sua atti­vi­tà di avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni e il suo soste­gno ai movi­men­ti di soli­da­rie­tà con i pale­sti­ne­si, al suo lavo­ro di scrit­tri­ce. Suoi rac­con­ti sono com­par­si in diver­se rac­col­te, uno è sta­to adat­ta­to per la radio dal­la Bbc, men­tre Fuo­ri da Gaza, pub­bli­ca­to nel­la col­la­na Altria­ra­bi del Siren­te (tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni, pp. 184, euro 15) è sta­to nomi­na­to libro dell’anno dal Guar­dian nel 2012.

Nel roman­zo è descrit­ta la vita quo­ti­dia­na di una fami­glia pale­sti­ne­se nell’inferno di Gaza, dove gio­va­ni che come Rashid e sua sorel­la Iman, che cer­che­ran­no anche di costruir­si una vita lon­ta­no dal­la guer­ra, tra il Gol­fo e Lon­dra, vedo­no le pro­prie esi­sten­ze stret­te tra i bom­bar­da­men­ti israe­lia­ni e il cre­sce­re del fon­da­men­ta­li­smo isla­mi­co. Un roman­zo che, oltre alla clau­stro­fo­bia di una cit­tà e di un mon­do sot­to asse­dio, evo­ca il desi­de­rio di liber­tà che scuo­te le nuo­ve gene­ra­zio­ni del­le socie­tà medio­rien­ta­li e che ha già ali­men­ta­to le «pri­ma­ve­re ara­be».

Il suo roman­zo sem­bra costrui­to sul­la dia­let­ti­ca che vivo­no i gio­va­ni pale­sti­ne­si che ne sono pro­ta­go­ni­sti tra il voler resta­re per lot­ta­re e le spin­te a fug­gi­re per inse­gui­re le pro­prie aspi­ra­zio­ni. Cosa resta dell’individuo e dei suoi desi­de­ri in una simi­le situa­zio­ne?
È alla ten­sio­ne tra que­sti due sen­ti­men­ti che riman­da l’idea stes­sa del libro: l’essere pron­ti a dare la pro­pria vita per la cau­sa o scap­pa­re da quei luo­ghi. Fin dal tito­lo ingle­se, Out of It, ho cer­ca­to di tene­re insie­me le due dimen­sio­ne di que­sto «fuo­ri»: da un posto fisi­co come da una dimen­sio­ne men­ta­le, o coscien­za poli­ti­ca se si vuo­le. Si trat­ta di un’esplorazione dei diver­si fat­to­ri che han­no fino a oggi spin­to le per­so­ne a rima­ne­re o ad andar­se­ne, a oppor­si al con­te­sto poli­ti­co in cui vivo­no o a disto­glie­re sem­pli­ce­men­te lo sguar­do da tut­to ciò.
In que­sto sen­so, lo spa­zio con­ces­so alla pro­pria indi­vi­dua­li­tà e ai pro­pri desi­de­ri è un tema impor­tan­tis­si­mo. Ricor­do di aver par­te­ci­pa­to a un matri­mo­nio di una fami­glia di Gaza che si svol­ge­va in Gior­da­nia subi­to dopo che gli israe­lia­ni ave­va­no ini­zia­to a bom­bar­da­re la Stri­scia. Un gio­va­ne pre­sen­te scop­piò in lacri­me, in real­tà per­ché si era lascia­to con la fidan­za­ta, e sua sorel­la si rivol­se a lui in modo bru­sco, chie­den­do­gli per­ché faces­se così e per­ché inve­ce non pian­ge­va per il suo popo­lo. Per i pale­sti­ne­si, la sen­sa­zio­ne di non poter inda­ga­re que­sto spa­zio inte­rio­re è spes­so mol­to con­cre­ta.

Ambien­ta­re il libro soprat­tut­to a Gaza ha reso espli­ci­to que­sto con­flit­to che è anche di natu­ra inte­rio­re?
Ho scel­to Gaza per­ché espri­me in modo estre­mo la situa­zio­ne che vivo­no però tut­ti i pale­sti­ne­si. Vole­vo esplo­ra­re il modo in cui il con­te­sto, poli­ti­co, la guer­ra, la vio­len­za, incom­be sul mon­do inte­rio­re di cia­scu­no. Non sta­vo cer­can­do di descri­ve­re Gaza in modo spe­ci­fi­co, quan­to piut­to­sto rac­con­ta­re lo sta­to di guer­ra, di asse­dio, la pres­sio­ne eser­ci­ta­ta sugli indi­vi­dui. Que­sta pres­sio­ne che vivo­no i per­so­nag­gi, i con­flit­ti e le ten­sio­ni in cui sono immer­si, del resto sono stru­men­ti essen­zia­li per un roman­zie­re.

Se gli inter­ro­ga­ti­vi che lo attra­ver­sa­no riguar­da­no gli indi­vi­dui, nel suo libro pre­va­le la dimen­sio­ne cora­le. Lo imma­gi­na come fos­se il roman­zo di un popo­lo?
Spe­ro che que­sto sia il risul­ta­to. Vole­vo cer­ca­re di cat­tu­ra­re diver­se dimen­sio­ni del­la vita pale­sti­ne­se che negli ulti­mi 70 anni si è fat­ta sem­pre più diver­si­fi­ca­ta. I pale­sti­ne­si sono disper­si a livel­lo inter­na­zio­na­le, si sono adat­ta­ti e ope­ra­no in diver­si pae­si e cul­tu­re. Ho scrit­to la mia tesi su tut­ti i meto­di, lega­li o meno, attra­ver­so i qua­li sono sta­ti sepa­ra­ti e divi­si. Mi sono chie­sta che cosa li legas­se anco­ra, mal­gra­do que­sta sepa­ra­zio­ne, e ho deci­so che a far­lo sia la con­sa­pe­vo­lez­za di un’ingiustizia irri­sol­ta. E ognu­no dei per­so­nag­gi del roman­zo ha una rela­zio­ne emo­ti­va diver­sa con que­sto sen­so di ingiu­sti­zia.

Dal­la madre dei pro­ta­go­ni­sti, già atti­va nel Fron­te popo­la­re, a Lana, la moglie di Sabri, uno dei figli, che face­va poli­ti­ca fin da ragaz­zi­na, fino a Iman che appa­re qua­si ten­ta­ta dal mes­sag­gio degli isla­mi­sti, quel­la che lei rac­con­ta è anche, se non soprat­tut­to, una sto­ria di don­ne…
Sareb­be sta­to dif­fi­ci­le non far­lo. Le don­ne sono sta­te coin­vol­te in ogni fase del­la lot­ta pale­sti­ne­se, fin dal­la rivol­ta ara­ba del 1936. Figu­re fem­mi­ni­li sono pre­sen­ti in tut­te le diver­se onda­te del movi­men­to, a par­ti­re da da quel perio­do. E anco­ra oggi. Non si può scri­ve­re que­sta sto­ria sen­za par­la­re del loro ruo­lo e coin­vol­gi­men­to in tut­to ciò.

inter­vi­sta di Gui­do Cal­di­ron per il Mani­fe­sto

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Intervista alla scrittrice parigina Faïza Guène, autrice di “Un uomo non piange mai”

Una campagna elettorale all’insegna del sospetto

di Gui­do Cal­di­ron, “Il Mani­fe­sto”, 7 apri­le 2017

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneQuan­do, nel 2004, a soli 19 anni esor­dì con “Kif kif doma­ni”, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na, Faï­za Guè­ne fu subi­to ribat­tez­za­ta dal­la stam­pa fran­ce­se come la «Sagan des cités», in rife­ri­men­to all’autrice di “Bon­jour Tri­stes­se”. Tre­di­ci anni più tar­di, alcu­ni altri roman­zi alle spal­le che han­no con­tri­bui­to a ren­der­la una del­le inter­pre­ti del­la nuo­va let­te­ra­tu­ra tran­sal­pi­na, nata sem­pre più spes­so pro­prio tra i palaz­zo­ni di peri­fe­ria, la scrit­tri­ce, cre­sciu­ta nel­la cité dei Cour­til­liè­res, nel­la ban­lieue pari­gi­na di Pan­tin, pub­bli­ca il suo libro più matu­ro, “Un uomo non pian­ge mai”, il Siren­te (pp. 240, euro 15).

Una rifles­sio­ne, in par­te auto­bio­gra­fi­ca, sul tema del con­fron­to tra le gene­ra­zio­ni e le cul­tu­re osser­va­ta attra­ver­so le vicen­de del­la fami­glia di ori­gi­ne alge­ri­na degli Chen­noun, che l’autrice pre­sen­ta in que­sti gior­ni a Pra­to nell’ambito del Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn.

Oggi la Fran­cia va al voto, come ha vis­su­to que­sta cam­pa­gna elet­to­ra­le?
Sono mol­to con­fu­sa, nel sen­so che ho l’impressione che la cam­pa­gna non sia sta­ta affat­to all’altezza del­le sfi­de e dei pro­ble­mi che dob­bia­mo affron­ta­re. L’ho tro­va­ta cini­ca e pes­si­ma, pres­so­ché pri­va di digni­tà, con un buon nume­ro di can­di­da­ti che si sono pre­sen­ta­ti mal­gra­do aves­se­ro dei pro­ble­mi seri con la giu­sti­zia.

Vote­rà lo stes­so? E con qua­le spi­ri­to, spe­cie di fron­te alla minac­cia rap­pre­sen­ta­ta da Mari­ne Le Pen?
Si, ed è chia­ro che non vote­rò per Mada­me Le Pen. Appar­ten­go alla gene­ra­zio­ne che ha vis­su­to il 2002 – quan­do Jean-Marie Le Pen arri­vò al bal­lot­tag­gio con­tro Chi­rac -, come uno shock e ricor­do benis­si­mo le mani­fe­sta­zio­ni e il sus­sul­to demo­cra­ti­co che scos­se il pae­se. Oggi, inve­ce, di fron­te al fat­to che l’estrema destra è arri­va­ta di nuo­vo al secon­do tur­no, la rea­zio­ne di un tem­po non si è più pro­dot­ta. Qua­si le per­so­ne si fos­se­ro abi­tua­te o ras­se­gna­te a que­sta even­tua­li­tà. La pos­si­bi­li­tà che il Fn pos­sa gui­da­re la Fran­cia è diven­ta­ta per cer­ti ver­si nor­ma­le, e per­ciò pos­si­bi­le.

Anche se ha sem­pre rifiu­ta­to di esse­re con­si­de­ra­ta un sim­bo­lo dei gio­va­ni del­le ban­lieue, cre­de che la cam­pa­gna per l’Eliseo abbia par­la­to anche agli abi­tan­ti dei quar­tie­ri popo­la­ri?
In effet­ti è sem­pre dif­fi­ci­le pen­sa­re di par­la­re a nome degli altri, però pos­so dire che ho la sen­sa­zio­ne che si con­si­de­ri­no que­ste “mino­ran­ze” del pae­se solo per addi­tar­le come un pro­ble­ma, per pre­sen­tar­le come i respon­sa­bi­li mag­gio­ri del­le dif­fi­col­tà che attra­ver­sa la nostra socie­tà. E la cam­pa­gna per le pre­si­den­zia­li ha con­fer­ma­to que­sta ten­den­za. Solo che que­sta vol­ta è sta­to soprat­tut­to l’Islam a fini­re nel miri­no di mol­ti poli­ti­ci. Anche se non si trat­ta di qual­co­sa di nuo­vo, negli ulti­mi mesi tut­to ciò si è fat­to sen­ti­re con anco­ra mag­gio­re vio­len­za. L’intera comu­ni­tà musul­ma­na è ormai guar­da­ta con sospet­to.

Nel 2007, dopo la rivol­ta del­le ban­lieue e l’ascesa di Sar­ko­zy, ha con­tri­bui­to al volu­me col­let­ti­vo «Qui fait la Fran­ce?» che inten­de­va rea­gi­re pro­prio al mon­tan­te cli­ma iden­ti­ta­rio. Qua­le il bilan­cio ad oggi?
Mi dispia­ce mol­to, per­ché mi pia­ce­reb­be dire che le cose sono miglio­ra­te, ma pur­trop­po non è anda­ta così. E, guar­dan­do al cli­ma che mon­ta nel Pae­se, cre­do che non faran­no che peg­gio­ra­re ulte­rior­men­te. Die­ci anni fa in quel libro ci inter­ro­ga­va­mo pro­prio sul­la pos­si­bi­li­tà che un mag­gio­re acces­so alla cul­tu­ra e al sape­re dei gio­va­ni cre­sciu­ti nel­le ban­lieue e nel­le fami­glie popo­la­ri potes­se pro­dur­re un cam­bia­men­to rea­le, riav­vi­ci­na­re le per­so­ne e ren­de­re più giu­sta la socie­tà fran­ce­se. Nutri­va­mo anco­ra gran­di spe­ran­ze. Oggi inve­ce fac­cio dav­ve­ro fati­ca a capi­re dove sono fini­te tut­te quel­le ener­gie e quel­la voglia di rin­no­va­men­to. All’epoca era cer­to già per­ce­pi­bi­le una deri­va dema­go­gi­ca e xeno­fo­ba, solo che poi quei discor­si si sono fat­ti via via più spu­do­ra­ti e un nume­ro cre­scen­te di per­so­ne han­no comin­cia­to a con­si­de­rar­li come qual­co­sa di «nor­ma­le».

Lo scor­so anno, dopo che il suo com­pa­gno, in Fran­cia da 9 anni ma pri­vo di per­mes­so di sog­gior­no, era sta­to fer­ma­to e reclu­so con la minac­cia dell’espulsione, lei ha scrit­to un bre­ve testo inti­to­la­to «Le bruit des avions» dedi­ca­to al modo in cui sono trat­ta­ti i cosid­det­ti «clan­de­sti­ni».
Si, è sta­to un momen­to tal­men­te dif­fi­ci­le sul pia­no per­so­na­le che fac­cio per­fi­no fati­ca a ritor­na­re sul­la vicen­da. Ci ten­go però a dire che die­tro la defi­ni­zio­ne tutt’altro che neu­tra di «clan­de­sti­no» o di «sans-papiers» si nascon­de il ten­ta­ti­vo di nega­re l’umanità e la vita stes­sa di mol­tis­si­me per­so­ne. Tut­to rien­tra poi nel­la dif­fu­sa ipo­cri­sia che fa sì che que­ste per­so­ne che si vuo­le man­te­ne­re nell’«invisibilità», con­tri­bui­sca­no però in real­tà ogni anno per milio­ni di euro all’economia fran­ce­se. Pos­so­no esse­re sfrut­ta­ti dai dato­ri di lavo­ro anche se non han­no i docu­men­ti in tasca, ma se poi chie­do­no i loro dirit­ti, allo­ra scop­pia il pro­ble­ma. Una situa­zio­ne disgu­sto­sa.

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Recensione di “NonnaDiciannove e il segreto del sovietico”, Alias-Supplemento de Il Manifesto, 3 maggio 2015, di Giorgio De Marchis.

 

Pagine da 20150503alias2 (00)DALLANGOLA
Spa­zi di tem­po in un roman­zo di Ond­ja­ki, coe­ta­neo del­la pro­pria nazio­ne libe­ra­ta

di GIORGIO DE MARCHIS
La Luan­da degli anni ottan­ta era la capi­ta­le di una nazio­ne appe­na emer­sa da oltre un decen­nio di guer­re di  deco­lo­niz­za­zio­ne e imme­dia­ta­men­te spro­fon­da­ta in una san­gui­no­sa guer­ra civi­le, la cui con­clu­sio­ne sareb­be arri­va­ta solo nel 2002. Con­di­zio­ni di vita, quin­di, ine­vi­ta­bil­men­te pre­ca­rie per gli abi­tan­ti del­la cit­tà che l’ultimo roman­zo pub­bli­ca­to in Ita­lia dell’angolano Ond­ja­ki lascia intui­re, fil­tran­do­le però attra­ver­so lo sguar­do incan­ta­to di un grup­po di bam­bi­ni che tut­to vedo­no attra­ver­so i nin­ja e le arti mar­zia­li dei film di Jac­kie Chan. In Non­na­Di­cian­no­ve e il segre­to del sovie­ti­co (Il Siren­te, pp. 160, e 15,00), le deva­sta­zio­ni del con­flit­to si con­fon­do­no, infat­ti, con i disa­stri  pro­vo­ca­ti da God­zil­la, men­tre le bat­tu­te di Tri­ni­tà e di «quel cic­cio­ne di Bud Spen­cer bar­bu­to» si sovrap­pon­go­no alle paro­le d’ordine del­la rivo­lu­zio­ne socia­li­sta. Del resto, nato nel 1977, Ond­ja­ki è pra­ti­ca­men­te coe­ta­neo del­la pro­pria nazio­ne e que­sta con­di­zio­ne bio­gra­fi­ca fa sì che i suoi pri­mi ricor­di abbia­no come sfon­do gli ini­zia­li e dif­fi­ci­li pas­si di una nazio­ne allo­ra nascen­te. Non è un caso, quin­di, che l’infanzia assu­ma un ruo­lo cen­tra­le nell’opera di que­sto scrit­to­re e ha ragio­ne Livia Apa – che tra­du­ce il roman­zo e ne fir­ma una pre­fa­zio­ne, men­tre la post­fa­zio­ne è affi­da­ta a Bep­pi Chiup­pa­ni – quan­do affer­ma come, nell’universo nar­ra­ti­vo del più inte­res­san­te espo­nen­te del­la gene­ra­zio­ne appar­sa dopo l’indipendenza, si col­ga per meto­ni­mia un ritrat­to del suo gio­va­ne pae­se, così come per Luan­di­no Viei­ra (l’inevitabile pun­to di rife­ri­men­to per la scrit­tu­ra di Ond­ja­ki) la real­tà dei mus­se­que lo era sta­ta del­la vio­len­za colo­nia­le.
Nel roman­zo si muo­vo­no medi­ci cuba­ni, ope­rai sovie­ti­ci impe­gna­ti nel­la costru­zio­ne dell’imponente mau­so­leo del pre­si­den­te Ago­sti­n­ho Neto e tut­ti gli straor­di­na­ri abi­tan­ti di Pra­ia­Do­Bi­spo, già noti ai let­to­ri di Ond­ja­ki: l’irascibile Signor­Tuar­les con il suo imman­ca­bi­le kala­sh­ni­kov, la figlia Char­li­ta, l’unica in fami­glia ad ave­re gli occhia­li con cui guar­da­re la tele­no­ve­la, Don­na­Li­bâ­nia e il suo leg­gen­da­rio dol­ce di bana­na, Spu­ma­Del­Ma­re con il suo coc­co­dril­lo. E in que­ste pagi­ne si con­fer­ma come un luo­go pos­sa esse­re cono­sciu­to, ama­to e ricrea­to in due modi: uno let­te­ra­to e  con­scio – in Non­na­Di­cian­no­ve e il segre­to del sovie­ti­co Ond­ja­ki dia­lo­ga anche con Ana Pau­la Tava­res, Manuel Rui e Ruy Duar­te de Car­va­lho –, l’altro, vis­su­to, imme­dia­to e incon­scio. Le con­si­de­ra­zio­ni sul sen­so del luo­go, espres­se in
altre lati­tu­di­ni da Sea­mus Hea­ney, val­go­no, dun­que, anche per Ond­ja­ki e per la Pra­ia­Do­Bi­spo del­la sua infan­zia. Come ricor­da, del resto, la poe­tes­sa Ana Pau­la Tava­res nel­la let­te­ra all’autore che chiu­de il volu­me, «Tut­ti noi sia­mo di un luo­go, come di una infan­zia… e per esse­re di un luo­go e di una infan­zia, biso­gna scri­ver­la, ci han­no inse­gna­to gli anti­chi, da Pla­to­ne a Non­na­Ca­ta­ri­na, e non ci sono ver­si, sem­bra, o pro­sa raf­fi­na­ta che pos­sa fis­sa­re il gesto e la paro­la ugua­le a quel­la di quan­ti han­no vis­su­to, sono pas­sa­ti da lì, ne han­no ascol­ta­to i suo­ni, toc­ca­to il mare. Solo così la paro­la può sor­ge­re così con­for­me alle rego­le del dire e così fede­le alle nor­me del luo­go». Pra­ia­Do­Bi­spo è, quin­di, in fon­do un «quar­tie­re fat­to di pol­ve­re e gio­chi anti­chi» da pro­teg­ge­re dal­la dina­mi­te dei sovie­ti­ci; ma è anche un tem­po da sal­va­guar­da­re per­ché, come con­fi­da al nipo­te Non­naA­gnet­te, meglio cono­sciu­ta come Non­na­Di­cian­no­ve, ogni pas­sa­to è sem­pre, pri­ma di tut­to, un luo­go. Un luo­go maga­ri lon­ta­no, ma comun­que den­tro ai nostri ricor­di.

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Amore e morte a Johannesburg

Il Mani­fe­sto | Mar­te­dì 1 novem­bre 2011 | Maria Pao­la Guar­duc­ci |

Pha­swa­ne Mpe, «Ben­ve­nu­ti a Hill­brow». Duro, imper­fet­to e appas­sio­na­to, il roman­zo di Mpe uni­sce uno sti­le visio­na­rio e a trat­ti can­zo­na­to­rio alle ambien­ta­zio­ni da rea­li­smo socia­le tipi­che del­la let­te­ra­tu­ra suda­fri­ca­na

Scom­par­so nel 2004 a soli 34 anni, Pha­swa­ne Mpe era un pro­met­ten­te scrit­to­re suda­fri­ca­no che, al pari del coe­ta­neo Sel­lo Dui­ker, mor­to sui­ci­da appe­na un mese dopo Mpe, è diven­ta­to emble­ma tra­gi­co del­le dif­fi­col­tà nel­le qua­li dimo­ra­no le nuo­ve gene­ra­zio­ni del pae­se. Mpe e Dui­ker (ma anche Yvon­ne Vera, scom­par­sa qua­ran­ten­ne nel 2005 nel con­fi­nan­te Zim­ba­b­we) sono sta­ti scon­fit­ti da mali noti, Aids e depres­sio­ne, ai qua­li il Suda­fri­ca non ha offer­to sino­ra rispo­ste con­cre­te e stra­de per­cor­ri­bi­li, pre­fe­ren­do ad esse la via imme­dia­ta del pre­giu­di­zio e dell’isolamento. Que­sti auto­ri lascia­no in ere­di­tà poche ope­re, ma fol­go­ran­ti e luci­de, in cui espon­go­no, talo­ra per­si­no con iro­nia, quel­la stes­sa sof­fe­ren­za che ha segna­to il loro vis­su­to.

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Dissidente per principio

il mani­fe­sto | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Giu­lia­no Bat­ti­ston |

LA LETTERATURA COME ISTINTO E DISOBBEDIENZA Chi scri­ve ha una dop­pia respon­sa­bi­li­tà, ver­so di sé e ver­so gli altri. L’analisi cri­ti­ca e la libe­ra­zio­ne del­la pro­pria crea­ti­vi­tà, per l’autrice egi­zia­na Nawal Al Saa­da­wi ospi­te del­la ven­ti­due­si­ma Fie­ra del libro di Tori­no, sono il pri­mo pas­so ver­so il rico­no­sci­men­to dell’altro.

Pri­ma anco­ra che nel 1944, a soli tre­di­ci anni, scri­ves­se il suo roman­zo d’esordio, Memo­rie di una bam­bi­na di nome Soad, pub­bli­ca­to mol­ti anni dopo, l’egiziana Nawal Al Saa­da­wi era soli­ta indi­riz­za­re del­le let­te­re a Dio, chie­den­do­gli che con­ce­des­se a suo fra­tel­lo il dop­pio dei dirit­ti, rispet­to a lei, «sol­tan­to per­ché lui era maschio». Fu in que­gli anni — rac­con­ta oggi — che la futu­ra autri­ce di Fir­daus (Giun­ti, nuo­va edi­zio­ne 2007) diven­ne fem­mi­ni­sta, e che il suo fem­mi­ni­smo si com­bi­nò con la rilut­tan­za ad accet­ta­re i pre­cet­ti di un Dio che «mi ave­va crea­to esse­re uma­no sol­tan­to a metà», come spie­ga in uno dei suoi testi auto­bio­gra­fi­ci, Una figlia di Isi­de (Nutri­men­ti, 2002).
Pro­prio com­bi­nan­do il fem­mi­ni­smo, inte­so come «rifiu­to di ogni for­ma di ingiu­sti­zia, in cie­lo e in ter­ra, nel­la fami­glia o nel­lo Sta­to», e una disob­be­dien­za pre­co­ce­men­te matu­ra­ta («ero mol­to disob­be­dien­te, lo sono sta­ta fin da quan­do ero una bam­bi­na», rac­con­ta in Dis­si­den­za e scrit­tu­ra, Spi­ra­li, 2008), è nato il per­cor­so di una del­le intel­let­tua­li del mon­do ara­bo più influen­ti e ascol­ta­te. Ma anche una del­le più temu­te da quan­ti — gover­ni e auto­ri­tà reli­gio­se di ogni cre­do — mal sop­por­ta­no il corag­gio di una don­na, medi­co, psi­chia­tra, scrit­tri­ce e atti­vi­sta, che alle denun­ce con­tro le muti­la­zio­ni geni­ta­li con­ti­nua ad affian­ca­re la cri­ti­ca alla «cli­to­ri­dec­to­mia pisco­lo­gi­ca impo­sta dal siste­ma patriar­ca­le e clas­si­sta» per­ché, sostie­ne, «ampu­ta­re l’immaginazione non è meno peri­co­lo­so che ampu­ta­re par­ti del cor­po».
Un siste­ma che ha sem­pre cer­ca­to di osta­co­lar­la, cen­su­ran­do i suoi libri, chiu­den­do le rivi­ste da lei fon­da­te, incar­ce­ran­do­la, inclu­den­do il suo nome nel­le liste di mor­te dei fon­da­men­ta­li­sti, por­tan­do­la in tri­bu­na­le con l’accusa di apo­sta­sia. Fino­ra i ten­ta­ti­vi del­le auto­ri­tà poli­ti­co-reli­gio­se, cie­ca­men­te obbe­dien­ti alla leg­ge divi­na o ter­re­stre, non han­no però fat­to altro che accre­sce­re l’autorevolezza di que­sta don­na tena­ce, obbe­dien­te sol­tan­to all’istinto del­la bam­bi­na che era un tem­po, quan­do comin­ciò a disob­be­di­re.
Abbia­mo incon­tra­to Nawal Al Saa­da­wi alla Fie­ra del libro di Tori­no, dove oggi alle 15 ter­rà una lezio­ne su Crea­ti­vi­tà e dis­si­den­za, affian­ca­ta da Isa­bel­la Came­ra d’Afflitto.
Nel suo ulti­mo roman­zo tra­dot­to in ita­lia­no, L’amore ai tem­pi del petro­lio (il Siren­te, 2009), il Re sta­bi­li­sce che «ogni don­na sor­pre­sa in pos­ses­so di car­ta e pen­na ver­rà pro­ces­sa­ta». Lei usa car­ta e pen­na da quan­do era bam­bi­na, e sin da allo­ra vie­ne “pro­ces­sa­ta”. Qual è sta­ta la sua “col­pa” prin­ci­pa­le? Disob­be­di­re a quan­ti riven­di­ca­no il pos­ses­so di una veri­tà esclu­si­va e inal­te­ra­bi­le?
Non mi è mai pia­ciu­to il ver­bo obbe­di­re, e ciò che esso signi­fi­ca. L’obbedienza infat­ti riman­da imme­dia­ta­men­te ai pre­cet­ti poli­ti­ci o reli­gio­si: si deve obbe­di­re alle auto­ri­tà, a chi detie­ne il pote­re, al siste­ma poli­ti­co nel suo com­ples­so, a Dio. Inol­tre, l’obbedienza con­trad­di­ce ine­vi­ta­bil­men­te la crea­ti­vi­tà, per­ché esse­re crea­ti­vi signi­fi­ca innan­zi­tut­to disob­be­di­re ed eser­ci­ta­re le armi del­la cri­ti­ca. Come lei saprà, dal 1993 ten­go negli Sta­ti Uni­ti e non solo dei cor­si uni­ver­si­ta­ri dedi­ca­ti a “Dis­si­den­za e crea­ti­vi­tà”, nei qua­li cer­co di sol­le­ci­ta­re i miei stu­den­ti a svi­lup­pa­re una men­ta­li­tà cri­ti­ca, un atteg­gia­men­to sospet­to­so ver­so ogni auto­ri­tà, che sia Dio, il capo di Sta­to o chiun­que altro pre­su­ma di pos­se­de­re una veri­tà inal­te­ra­bi­le. L’analisi cri­ti­ca è il pri­mo pas­so ver­so la dis­si­den­za e la crea­ti­vi­tà, che sono due fac­ce del­la stes­sa meda­glia.
Lei sostie­ne che la crea­ti­vi­tà sia lega­ta alla «capa­ci­tà di disfa­re ciò che l’educazione for­ma­le e infor­ma­le ci ha fat­to a par­ti­re dal­la fan­ciul­lez­za». Vuol dire che non ci può esse­re vera crea­ti­vi­tà — e dis­si­den­za — se non si supe­ra quel­la che defi­ni­sce come «fram­men­ta­zio­ne del­la cono­scen­za»?
Le por­to il mio esem­pio: ho stu­dia­to medi­ci­na, ma una medi­ci­na imper­mea­bi­le al resto del­le disci­pli­ne, sepa­ra­ta dal­la filo­so­fia, dal­la reli­gio­ne, dal­la poli­ti­ca, dall’economia. Così, sono diven­ta­ta un medi­co igno­ran­te di ciò che mi acca­de­va intor­no, pro­prio per­ché edu­ca­ta secon­do i cri­te­ri del­la fram­men­ta­zio­ne del­la cono­scen­za. La crea­ti­vi­tà, inve­ce, è lo sfor­zo vol­to a disfa­re que­sta fram­men­ta­zio­ne e a ricon­net­te­re tut­ti gli ambi­ti sepa­ra­ti. Che ci sia biso­gno di far­lo lo dimo­stra­no i fat­ti: mol­te del­le malat­tie deri­va­no dal­la pover­tà, e la pover­tà è una que­stio­ne essen­zial­men­te poli­ti­ca, per­ché nasce dal­le scel­te poli­ti­che che ren­do­no alcu­ni pove­ri e altri ric­chi. Per poter esse­re dei buo­ni dot­to­ri, per­ciò, occor­re “met­te­re insie­me” le disci­pli­ne in gene­re distin­te; e per poter esse­re degli scrit­to­ri crea­ti­vi occor­re supe­ra­re la fal­sa distin­zio­ne tra fic­tion e non fic­tion, tra nar­ra­ti­va e sag­gi­sti­ca o auto­bio­gra­fia.
La cor­ni­ce tema­ti­ca del­la Fie­ra del Libro di quest’anno è il rap­por­to “Io, gli altri”. In un sag­gio del 2001, lei scri­ve che la crea­ti­vi­tà «è la capa­ci­tà di esse­re se stes­si a dispet­to di ogni pres­sio­ne», ma anche «di riu­sci­re a guar­da­re se stes­si in rela­zio­ne agli altri». Inten­de dire che non si può otte­ne­re liber­tà per­so­na­le e fidu­cia in se stes­si sen­za respon­sa­bi­li­tà ver­so gli altri, sen­za una rela­zio­ne sé/altri che non sia com­pro­mes­sa dal­la ten­ta­zio­ne di domi­na­re l’altro?
Infat­ti, è pro­prio così. Sono sem­pre sta­ta con­vin­ta che liber­tà e respon­sa­bi­li­tà sia­no lega­te in modo indis­so­lu­bi­le, che l’una non si pos­sa dare sen­za l’altra. Io, per esem­pio, scri­vo per me stes­sa, per il pia­ce­re che ne rica­vo, per il biso­gno di affer­ma­re la mia liber­tà e per dare for­ma alla mia crea­ti­vi­tà, ma ten­go sem­pre in men­te la respon­sa­bi­li­tà del­la pub­bli­ca­zio­ne, ten­go in con­tro gli altri, i miei even­tua­li inter­lo­cu­to­ri, colo­ro ai qua­li desti­no ideal­men­te il mio lavo­ro. Non si trat­ta di una scrit­tu­ra chiu­sa in se stes­sa, ma di una scrit­tu­ra che si apre, costi­tu­ti­va­men­te, agli altri. La crea­ti­vi­tà abo­li­sce la divi­sio­ne tra sé e gli altri, e insie­me tut­te le dico­to­mie che abbia­mo ere­di­ta­to dal perio­do schia­vi­sti­co e che il siste­ma patriar­ca­le clas­si­sta ripro­du­ce: divino/umano, diavolo/dio, paradiso/terra, corpo/spirito, uomo/donna, conscio/inconscio, etc. Gra­zie alla scrit­tu­ra, que­ste dico­to­mie ven­go­no ricom­po­ste nell’individuo, che a sua vol­ta vie­ne ricol­lo­ca­to all’interno del­la socie­tà, nel­la rela­zio­ne con gli altri. Da qui nasce la dop­pia respon­sa­bi­li­tà di chi scri­ve: ver­so sé e ver­so gli altri.
«Sono diven­ta­ta una fem­mi­ni­sta quand’ero bam­bi­na, all’età di set­te anni», ha rac­con­ta­to una vol­ta. Ci spie­ga cosa inten­de quan­do sostie­ne che oggi le don­ne deb­ba­no affron­ta­re «un dop­pio assal­to», quel­lo del «con­su­mi­smo del libe­ro mer­ca­to» da una par­te e quel­lo del «fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e poli­ti­co» dall’altra?
Dicen­do che sono diven­ta­ta fem­mi­ni­sta a otto anni inten­do dire che ogni bam­bi­no è natu­ral­men­te crea­ti­vo, ed è con­sa­pe­vo­le del­le ingiu­sti­zie che pati­sce. Quan­do sono oppres­si o limi­ta­ti, i bam­bi­ni si rivol­ta­no, disob­be­di­sco­no, oppu­re, sem­pli­ce­men­te, han­no pau­ra. Ecco, per me fem­mi­ni­smo signi­fi­ca rifiu­ta­re di ave­re pau­ra, rifiu­ta­re ogni for­ma di ingiu­sti­zia, poli­ti­ca, reli­gio­sa, di clas­se, di gene­re. Per quan­to riguar­da il “dop­pio assal­to”, basta pen­sa­re alle don­ne ira­che­ne, a quel­le afgha­ne, alle pale­sti­ne­si, che oggi com­bat­to­no due bat­ta­glie: con­tro l’occupazione ame­ri­ca­na (o israe­lia­na), lega­ta al con­su­mi­smo degli Sta­ti Uni­ti e allo sfrut­ta­men­to del petro­lio, e quel­la con­tro il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so, inco­rag­gia­to pro­prio dagli ame­ri­ca­ni. Il siste­ma capi­ta­li­sta patriar­ca­le, clas­si­sta e raz­zi­sta, non solo si basa sull’ingiustizia, ripro­du­cen­do­la, ma ha biso­gno di Dio e del­la reli­gio­ne per legit­ti­mar­la. Suc­ce­de in Iraq, ma suc­ce­de in Egit­to, un pae­se eco­no­mi­ca­men­te colo­niz­za­to, in Afgha­ni­stan e in Pale­sti­na. Per que­sto, con­te­sto chi par­la di post-colo­nia­li­smo: vivia­mo inve­ce in un perio­do di neo­co­lo­nia­li­smo.
In un sag­gio del 2002 su Esi­lio e resi­sten­za scri­ve: «Da quan­do sono nata ho sen­ti­to di esse­re in esi­lio». Per poi aggiun­ge­re: «la scrit­tu­ra mi ha aiu­ta­ta a com­bat­te­re l’esilio e la sen­sa­zio­ne di esse­re “alie­na”». Cre­de che la scrit­tu­ra sia uno stru­men­to con cui pos­sia­mo abi­ta­re la nostra “casa esi­sten­zia­le”, anche se sia­mo lon­ta­ni da quel­la “mate­ria­le”?
Chi scri­ve ha una dop­pia respon­sa­bi­li­tà, ver­so di sé e ver­so gli altri. L’analisi cri­ti­ca e la libe­ra­zio­ne del­la pro­pria crea­ti­vi­tà, per l’autrice egi­zia­na Nawal Al Saa­da­wi ospi­te del­la ven­ti­due­si­ma Fie­ra del libro di Tori­no, sono il pri­mo pas­so ver­so il rico­no­sci­men­to dell’altro.
Cos’è la casa? Dov’è che ci sen­tia­mo pro­pria­men­te a casa? Non cer­to in una par­ti­co­la­re por­zio­ne di ter­ra, non, neces­sa­ria­men­te, nel luo­go in cui sia­mo nati. Sia­mo a casa quan­do sia­mo nel posto in cui tro­via­mo giu­sti­zia, uma­ni­tà, liber­tà e amo­re, e dove tro­via­mo per­so­ne che sen­to­no il biso­gno di que­ste cose e che si bat­to­no per otte­ner­le.
Se sia­mo sul “suo­lo patrio”, ma sia­mo minac­cia­ti, oppres­si, impri­gio­na­ti per­ché ci espri­mia­mo libe­ra­men­te, sia­mo for­se a casa? Men­tre se sia­mo lon­ta­ni dal luo­go dove sia­mo nati, ma ci sen­tia­mo in sin­to­nia con le per­so­ne intor­no a noi, come mi capi­ta con i miei stu­den­ti ame­ri­ca­ni, allo­ra pos­sia­mo dir­ci a casa. La crea­ti­vi­tà ha il pote­re straor­di­na­rio di sospen­de­re l’esilio, per­fi­no di abo­lir­lo. Ricor­do che quan­do ero in pri­gio­ne e riu­sci­vo a scri­ve­re, sen­ti­vo di esse­re altro­ve. Gra­zie alla scrit­tu­ra ero libe­ra. Nono­stan­te fos­si tra quat­tro mura.

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Khaled Al Khamissi racconta Il Cairo. Oggi alla Fiera della piccola e media editoria

IL MANIFESTO — 07/12/2008
di Giu­lia­no Bat­ti­ston

Gior­na­li­sta, sce­neg­gia­to­re e pro­dut­to­re cine­ma­to­gra­fi­co con alle spal­le stu­di di Scien­ze poli­ti­che al Cai­ro e alla Sor­bo­na, Kha­led Al Kha­mis­si dal 2007 è anche uno degli scrit­to­ri più let­ti dal pub­bli­co egi­zia­no, di cui ha con­qui­sta­to l’attenzione con una rac­col­ta di sto­rie in cui le voci dei tas­si­sti cai­ro­ti diven­ta­no un fil­tro attra­ver­so il qua­le riflet­te­re — a vol­te ama­ra­men­te, più spes­so cau­sti­ca­men­te — sui pro­ble­mi del­la socie­tà egi­zia­na, sof­fo­ca­ta da un pote­re asfis­sian­te e bru­ta­le e «abi­tua­ta a non ave­re voce». Abbia­mo rivol­to qual­che doman­da a Kha­led Al Kha­mis­si, che oggi a Roma alle 14 pres­so la Fie­ra del­la pic­co­la e media edi­to­ria pre­sen­ta il suo libro, Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (Il Siren­te, pp.191, euro 15) — insie­me al tra­dut­to­re Erne­sto Paga­no, a Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li e a Igia­ba Sce­go.
Secon­do la cele­bre defi­ni­zio­ne di Sten­d­hal, il roman­zo è uno spec­chio por­ta­to lun­go una stra­da; lei inve­ce sem­bra usa­re i taxi cai­ro­ti come uno spec­chio per riflet­te­re le vicen­de del­la socie­tà egi­zia­na. Ci spie­ga le ragio­ni del­la sua scel­ta?
Non è sta­ta una scel­ta del tut­to con­sa­pe­vo­le: al pro­ces­so del­la scrit­tu­ra con­tri­bui­sco­no mol­ti ele­men­ti, e alcu­ni di que­sti non sono di ordi­ne razio­na­le. Comun­que, vole­vo par­la­re innan­zi­tut­to del­le stra­de, poi­ché tut­te le stra­de sono for­te­men­te rap­pre­sen­ta­ti­ve del­la socie­tà e ne riflet­to­no le pul­sa­zio­ni più inti­me, e solo in un secon­do momen­to ho scel­to i tas­si­sti, colo­ro che ascol­ta­no e rac­con­ta­no le sto­rie del­le per­so­ne che abi­ta­no le stra­de. Inol­tre, anche se per gran par­te del­la mia vita ho stu­dia­to scien­ze poli­ti­che e ho let­to le ana­li­si di esper­ti e pro­fes­so­ri, non ho mai smes­so di ascol­ta­re le discus­sio­ni di quan­ti non sono mai entra­ti nel­le aule uni­ver­si­ta­rie. Da que­ste discus­sio­ni ho impa­ra­to che la poli­ti­ca, dopo tut­to, è una que­stio­ne mol­to sem­pli­ce: pos­sia­mo man­gia­re o no? Pos­sia­mo edu­ca­re i nostri figli o no? Pos­sia­mo respi­ra­re aria puli­ta o no? E in caso nega­ti­vo, per­ché? Mi sem­bra che nel­le stra­de ci sia la rispo­sta a que­sto per­ché. Gli egi­zia­ni, da mil­len­ni oppres­si da gover­ni che usa­no il pugno di fer­ro, temo­no senz’altro l’oppressione, ma allo stes­so tem­po han­no svi­lup­pa­to un for­te sen­so dell’umorismo, che si tra­du­ce nel­la capa­ci­tà di far­si bef­fe del­la stu­pi­di­tà di chi gover­na. In que­sto modo sono riu­sci­ti a sta­bi­li­re una distan­za tra loro e il pote­re. E solo la distan­za por­ta alla com­pren­sio­ne.
Il pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to «Quan­do Muba­rak va a pas­seg­gio» è un tas­si­sta «che all’inizio ave­va ado­ra­to il Cai­ro, poi l’aveva ama­ta, poi ave­va comin­cia­to a pro­va­re nei suoi con­fron­ti sen­ti­men­ti con­tra­stan­ti. Poi: l’aveva odia­ta e ades­so ne sen­te ripu­gnan­za». Nel suo caso, qua­li sen­ti­men­ti la lega­no al Cai­ro?
Sono nato negli anni Ses­san­ta, e pos­so assi­cu­rar­le che da allo­ra ho assi­sti­to con i miei occhi a un degra­do pro­gres­si­vo e costan­te, che ha inve­sti­to ogni aspet­to del­la vita del­la cit­tà. Tut­ta­via, rima­ne una cit­tà estre­ma­men­te for­te, dota­ta di risor­se ina­spet­ta­te. Dopo tut­to nes­su­no può nascon­de­re che si trat­ti di un museo a cie­lo aper­to, che rac­co­glie testi­mo­nian­ze archi­tet­to­ni­che risa­len­ti ad alme­no sei­mi­la anni fa e che attra­ver­sa­no il perio­do cop­to, isla­mi­co, moder­no e via dicen­do. A fron­te di que­sto straor­di­na­rio aspet­to sto­ri­co-archi­tet­to­ni­co rima­ne una cit­tà in cui metà del­la popo­la­zio­ne vive in con­di­zio­ni di emer­gen­za, sen­za i ser­vi­zi essen­zia­li. E gli abi­tan­ti con­ti­nua­no a cre­sce­re: nel 1900 era­no cir­ca sei­cen­to­mi­la, nel 1950 due milio­ni e mez­zo. Oggi sia­mo diciot­to milio­ni, e arri­ve­re­mo pre­sto a ven­ti. Si può imma­gi­na­re dove andre­mo a fini­re, con il gover­no che ci ritro­via­mo.
L’«Angelo nero», pro­ta­go­ni­sta dell’ultimo rac­con­to, un tas­si­sta venu­to da Assuan, sem­bra tro­va­re la pro­pria, per­so­na­le, feli­ci­tà nel­la cura che riser­va al giar­di­no di fron­te casa. Vuol for­se dire che in Egit­to feli­ci­tà e sod­di­sfa­zio­ne pos­so­no dar­si solo nel­la sfe­ra pri­va­ta, men­tre quel­la pub­bli­ca, sof­fo­ca­ta dal pote­re, non offre oppor­tu­ni­tà di «rea­liz­za­zio­ne»?
È pro­prio così. Oggi gli egi­zia­ni non fan­no par­te di un pro­get­to col­let­ti­vo, e l’Egitto è un pae­se pri­vo di pro­get­tua­li­tà socia­le, eco­no­mi­ca, cul­tu­ra­le. È come se vives­si­mo cia­scu­no nel­la pro­pria iso­la. Dal momen­to che i pon­ti adi­bi­ti a col­le­ga­re le iso­le tra di loro sono sta­ti abbat­tu­ti, l’unica cosa che ci è con­ces­sa per soprav­vi­ve­re più digni­to­sa­men­te è ren­de­re la nostra iso­la un po’ miglio­re. La gen­te si sfor­za di tro­va­re una dimen­sio­ne col­let­ti­va, un pro­get­to socia­le di cui pos­sa sen­tir­si par­te, ma si accor­ge pre­sto che non esi­ste alcun pro­get­to: veri par­ti­ti poli­ti­ci e movi­men­ti socia­li poli­ti­ca­men­te effi­ca­ci non ci sono. Tut­ta­via, negli ulti­mi due anni abbia­mo assi­sti­to ad alcu­ne mani­fe­sta­zio­ni dei lavo­ra­to­ri che han­no rap­pre­sen­ta­to un vero movi­men­to socia­le, e que­sto i deve far­ci spe­ra­re. Cre­do che con­ti­nue­ran­no anche in futu­ro.

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IL MANIFESTO — 03/10/2008
di Cri­sti­na Pic­ci­no

«Non è tem­po di abbas­sar­ci ma di esse­re pron­ti a can­ta­re la nostra nota più bel­la». Que­sta fra­se rac­con­ta bene Jonas Mekas, ci dice del­la sua pas­sio­ne per la musi­ca, l’altro gran­de amo­re insie­me al cine­ma, con l’accordeon che si por­ta die­tro ovun­que in giro per il mon­do. E dell’energia di que­sto genia­le arti­sta, oggi ottan­ta­seien­ne (è nato nel 1922 a Seme­ni­skiai, in Litua­nia) , capa­ce di suo­na­re per gli ami­ci alle ore del­la not­te più stram­pa­la­te sen­za mai dire che è tem­po di dor­mi­re. Jonas Mekas sarà uno dei pro­ta­go­ni­sti al pros­si­mo Luc­ca film festi­val (10–18), pic­co­la e assai agguer­ri­ta zona libe­ra dell’immaginario, di quel­le che oggi in Ita­lia è sem­pre più dif­fi­ci­le fare con le sma­nie di «tap­pe­ti ros­si» — o come si dice «red car­pet» — e le cen­su­re pre­ven­ti­ve che fioc­ca­no da ogni par­te. Nell’intervista che apre il cata­lo­go, una con­ver­sa­zio­ne tra Mekas e Pip Cho­do­rov, anche lui regi­sta, idea­to­re di una magni­fi­ca col­la­na di home-video, la pari­gi­na Re: voir , leg­gia­mo in una doman­da sul New Ame­ri­can Cine­ma, al qua­le Mekas ha par­te­ci­pa­to, come del resto tut­ta la sce­na del­la ricer­ca più spe­ri­men­ta­le: « Vedo il New Ame­ri­can Cine­ma come un gio­va­ne albe­ro, una per­so­na gio­va­ne, di quin­di­ci o dicias­set­te anni, mol­to ribel­le e che non si fida dei geni­to­ri. Poi que­sta per­so­na cre­sce, arri­va ai qua­ran­ta, cin­quan­ta, sessant’anni, ma nell’armadio ha anco­ra ogget­ti e ricor­di di quan­do ave­va die­ci anni … Il cine­ma di oggi negli Sta­ti uni­ti ha incor­po­ra­to come in ogni altro luo­go le con­qui­ste lin­gui­sti­che, tema­ti­che, tec­no­lo­gi­che, lin­gui­sti­che degli anni Ses­san­ta, ed è com­ple­ta­men­te da qual­che altra par­te… Lo stes­so vale per me anche se qua­lun­que cosa fac­cia ora ini­zia mol­to, mol­to tem­po fa …». Mekas in Litua­nia è tor­na­to solo poco tem­po fa, arri­vò in Ame­ri­ca con i mol­ti pro­fu­ghi del­la secon­da guer­ra mon­dia­le da un cam­po di con­cen­tra­men­to insie­me al fra­tel­lo Adol­fas, e litua­no era anche Maciu­nas, tra i fon­da­to­ri di Flu­xus, movi­men­to di cui Mekas è sta­to tra i pro­ta­go­ni­sti … Sono mol­te sto­rie ma la cosa più bel­la è che Mekas con­ti­nua a stu­pi­re, pur lavo­ran­do spes­so con mate­ria­li del­la sua vita, anche pas­sa­ta, quei dia­ri fil­ma­ti in diver­si for­ma­ti che rac­con­ta­no un tem­po, un’utopia, for­se qual­co­sa di più. E insie­me c’è la sua capa­ci­tà di esse­re nel pre­sen­te, coi più gio­va­ni, ragaz­zi che cre­sco­no al suo cine­ma, al Film Archi­ve, la sala che cura nell’East Vil­la­ge new­yor­ke­se, e che in que­sta rela­zio­ne e scam­bio di espe­rien­ze, con­qui­sta­no una sen­si­bi­li­tà spe­cia­le (è uno dei mas­si­mi difet­ti del nostro cine­ma l’incapacità di guar­da­re alla ricer­ca e alla spe­ri­men­ta­zio­ne). Mekas apri­rà con Birth of a nation (’97) il festi­val, cen­tos­ses­san­ta ritrat­ti — «schiz­zi» li defi­ni­sce — di film­ma­ker indi­pen­den­ti, d’avanguardia e atti­vi­sti fra il ’55 e il ’95. Il tito­lo è per­ché il cine­ma indi­pen­den­te — come dice Mekas — è in sé stes­so una nazio­ne. Ci sarà anche una mostra, alla Fon­da­zio­ne Rag­ghian­ti, coi suoi lavo­ri. Mekas però non è il solo ospi­te. Gli omag­gi ina­nel­la­no i nomi di Sha­ne Mea­do­ws e di Kiyo­shi Kuro­sa­wa, e soprat­tut­to un omag­gio a Pier­re Cle­men­ti, atto­re, regi­sta, ispi­ra­to­re del Ses­san­tot­to ita­lia­no, spes­so Ber­nar­do Ber­to­luc­ci ha rac­con­ta­to che era lui a por­ta­re le inven­zio­ni del Mag­gio fran­ce­se a Roma quan­do gira­va­no Part­ner . Sarà anche per que­sto che Cle­men­ti nell’Italia che ama­va finì in gale­ra con un’accusa di dro­ga, sicu­ra­men­te mon­ta­ta, e ci restò anni aspet­tan­do un giu­di­zio che non arri­va­va mai. Scris­se di quei gior­ni ter­ri­bi­li e assur­di in un bel libro che il festi­val ripro­po­ne ( Pen­sie­ri dal car­ce­re , nell’edizione fran­ce­se Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels , Gal­li­mard). A ricor­dar­lo ci saran­no il figlio, Bal­tha­zar, gli ami­ci come Marc’o con cui Cle­men­ti ave­va gira­to Les Ido­les , Pier­re Kal­fon, Fran­co Bro­ca­ni (e ave­re la pos­si­bi­li­tà di ascol­tar­li tut­ti insie­me è di per sé un’occasione magi­ca). Si vedran­no i film di Cle­men­ti cinea­sta, mol­to dif­fi­cil­men­te frui­bi­li in Ita­lia, come Visa de Cen­su­re n. X (1967) , quel­li come atto­re ( Necro­po­lis di Bro­ca­ni, Por­ci­le , Les Ido­les ) ma soprat­tut­to una serie di fil­ma­ti ine­di­ti che il festi­val ha recu­pe­ra­to gra­zie al lavo­ro del labo­ra­to­rio di restau­ro dell’università di Udi­ne e del Dams di Gori­zia. Mostra­no il set di Les Ido­les o una vacan­za a Posi­ta­no in cui c’è anche Phi­lip­pe Gar­rel. Sono imma­gi­ni per­so­na­lis­si­me, qua­si degli home movie, dove però scor­re ugual­men­te il sen­so di un’epoca.

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