Le Vine: ecco come cambia la geografia del petrolio

Media Due­mi­la | Saba­to 8 dicem­bre 2012 | Reda­zio­ne |

Lo svi­lup­po di fon­ti alter­na­ti­ve come aspi­ra­zio­ne ad uno sti­le di vita più soste­ni­bi­le e non come ine­vi­ta­bi­le sur­ro­ga­to dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li. La sco­per­ta di nuo­ve riser­ve di idro­car­bu­ri in Pae­si fino­ra ai mar­gi­ni spo­sta il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che ener­ge­ti­che pub­bli­che.

Entu­sia­smi e timo­ri susci­ta­ti dal­le nuo­ve sco­per­te di idro­car­bu­ri. Il dibat­ti­to sul­le fon­ti alter­na­ti­ve. Gli equi­li­bri geo­po­li­ti­ci in Asia e nel Vec­chio Con­ti­nen­te e lo svi­lup­po dei pro­get­ti del­le gran­di arte­rie del gas. Ste­ve Le Vine, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord Ame­ri­ca, ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archi­via­to?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista 
cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscura.

Questo boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di sviluppo?

Questo boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di 
biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspira.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der 
rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra Ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio concreto?

In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra Ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi 
 pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli stati.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to un degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness pro­fit­te­vo­le?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te uma­ni­ta­ria.
La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in 
 Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Boli­via?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­la agen­zie di rating!
L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Con­ti­nen­te?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te  di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad 
 abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più  con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to 
  vereb­be seria­men­te ridimensionata.


Rispetto a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la glo­ria” ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pianeta?

C’e’ sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò  rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que  dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia   Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta  poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afghanistan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre  alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.

Originariamente il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co  non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to . E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10 miliar­di di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Penso che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP,  pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri,  abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to 
  que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se  rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro  sul tavo­lo.   Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una  pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decen­nio.

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La geografia del petrolio vista da uno scrittore

MIT Tech­no­lo­gy Review | Mar­te­dì 30 otto­bre 2012 | Rita Kir­by |

Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord America,ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archi­via­to?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscu­ra.

Que­sto boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di svi­lup­po?
Que­sto boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspi­ra.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio con­cre­to?
In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli sta­ti.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to uno degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness pro­fit­te­vo­le?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te uma­ni­ta­ria.

La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Boli­via?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­le agen­zie di rating!

L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Con­ti­nen­te?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to ver­reb­be seria­men­te ridi­men­sio­na­ta.

Rispet­to a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la gloria”,ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pia­ne­ta?
C’è sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afgha­ni­stan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.
Ori­gi­na­ria­men­te il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to. E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10miliardi di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabuc­co.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Pen­so che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP, pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri, abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro sul tavo­lo. Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decen­nio.

Chi è Ste­ve LeVi­ne Scrit­to­re, gior­na­li­sta e blog­ger, LeVi­ne, attual­men­te risie­de a Washing­ton, D.C., dove segue la geo­po­li­ti­ca dell’energia per la rivi­sta Forei­gn Poli­cy, che ospi­ta il suo blog “The Oil and the Glo­ry”. Per 11 anni, a par­ti­re da due set­ti­ma­ne dopo il crol­lo dell’Unione Sovie­ti­ca fino al 2003, ha vis­su­to tra l’Asia Cen­tra­le e il Cau­ca­so. È sta­to cor­ri­spon­den­te per The Wall Street Jour­nal per la regio­ne del­le otto nazio­ni e pri­ma anco­ra per The New York Times. Tra il 1988 e il 1991, LeVi­ne è sta­to cor­ri­spon­den­te di New­sweek per il Paki­stan e l’Afghanistan, men­tre dal 1985 al 1988 è sta­to cor­ri­spon­den­te dal­le Filip­pi­ne per New­sday. Ha pub­bli­ca­to due libri: The Oil and the Glo­ry (2007), che rac­con­ta vicen­de di bat­ta­glie alla con­qui­sta di for­tu­na, glo­ria e pote­re sul Mar Caspio; e Putin’s Laby­rinth (2008), la sto­ria del­la Rus­sia rac­con­ta­ta attra­ver­so la vita e la mor­te di sei per­so­nag­gi, di cui nel 2009 è sta­ta pub­bli­ca­ta una ver­sio­ne aggior­na­ta in edi­zio­ne in bros­su­ra da Ran­dom Hou­se.

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Ogni petrolio ha il suo picco

spensierata.mente | Mer­co­le­dì 18 luglio 2012 |  |

Come direb­be Totò, “ogni pic­co ha il suo petro­lio” . Ho let­to ulti­ma­men­te vari inter­ven­ti sul pic­co del petro­lio, che non esi­ste­reb­be più, o sareb­be un’idea supe­ra­ta e altre ame­ni­tà. A me pare che non si valu­ti­no le cose da un pun­to di vista mol­to sem­pli­ce: in natu­ra tut­te le risor­se sono limi­ta­te e che lo voglia­mo o no le minie­re e i gia­ci­men­ti con il tem­po si esau­ri­sco­no. Tut­to il resto sono scioc­chez­ze. Oppu­re si par­la d’altro, mischian­do petro­lio natu­ra­le, gas natu­ra­le, car­bo­ne, mer­ca­to del­le mate­rie pri­me, petro­lio e gas otte­nu­ti dal­la frat­tu­ra­zio­ne del­le roc­ce di sci­sto, in un miscu­glio insen­sa­to.

Tut­to nasce da “C’ERAVAMO SBAGLIATI SUL PICCO DEL PETROLIO” (www.comedonchisciotte.org) di Geor­ge Mon­biot.
” I fat­ti sono cam­bia­ti, ora dob­bia­mo cam­bia­re anche noi. Nel cor­so degli ulti­mi die­ci anni un’improbabile coa­li­zio­ne di geo­lo­gi, tri­vel­la­to­ri di petro­lio, ban­chie­ri, stra­te­ghi mili­ta­ri e ambien­ta­li­sti ci han­no pre­det­to che il pic­co del petro­lio – il decli­no del­le for­ni­tu­re mon­dia­li – era immi­nen­te.

Il Pic­co del Petro­lio non è avve­nu­to, ed è impro­ba­bi­le che acca­da per mol­to tem­po anco­ra.

Un rap­por­to dell’esperto petro­li­fe­ro Leo­nar­do Mau­ge­ri, pub­bli­ca­to dall’Università di Har­vard, for­ni­sce pro­ve incon­fu­ta­bi­li che è appe­na ini­zia­to un nuo­vo boom del petro­lio.”

E pro­se­gue mischian­do dati riguar­dan­ti il brent clas­si­co con quel­lo “inno­va­ti­vo” pro­dot­to con il frac­king.

Fa chia­rez­za sul pun­to U. Bar­di in “ABBASTANZA PETROLIO PER FRIGGERCI TUTTI” (www.comedonchisciotte.org)


“Geor­ge Mon­biot … Si sba­glia sul pic­co di petro­lio, ma ha ragio­ne sul­la sua con­clu­sio­ne fina­le: ci sono abba­stan­za com­bu­sti­bi­li fos­si­li per frig­ger­ci tut­ti.

il vero erro­re fat­to da Mon­biot è sta­to quel­lo di aver dato ecces­si­va impor­tan­za al pic­co del petro­lio per il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co. Fino ad ora le stra­va­gan­ze sul­la pro­du­zio­ne di petro­lio non han­no influen­za di mol­to l’andamento del­le emis­sio­ni di gas ser­ra. Ades­so anche se la pro­du­zio­ne di greg­gio è sta­zio­na­ria da diver­si anni, le emis­sio­ni di ani­dri­de car­bo­ni­ca con­ti­nua­no ad aumen­ta­re.

Que­sto è quel­lo che ci si aspet­ta: il petro­lio è solo una del­le fon­ti di CO2 in ecces­so nell’ atmo­sfe­ra e il costo sem­pre mag­gio­re per estrar­lo sta spin­gen­do l’ indu­stria ad un uti­liz­zo di car­bu­ran­ti spor­chi. In altre paro­le, stia­mo assi­sten­do ad una ten­den­za all’ uti­liz­zo di car­bu­ran­ti che rila­scia­no sem­pre più CO2 per la soli­ta ener­gia pro­dot­ta”

 
Al di la del­le tesi ambien­ta­li­ste sull’aumento di ani­dri­de car­bo­ni­ca, il cui con­tri­bu­to secon­do me è meno impor­tan­te del sem­pli­ce vapo­re acqueo, sul pic­co del petro­lio Bar­di ha ragio­ne.
Basta fare un ragio­na­men­to ordi­na­to, e si vedrà, al di la dei dati veri­tie­ri o meno, che il pic­co del petro­lio esi­ste, come esi­ste quel­lo del gas o del car­bo­ne ecc. Il pic­co del­la pro­du­zio­ne di petro­lio si misu­ra gia­ci­men­to per gia­ci­men­to, tipo­lo­gia per tipo­lo­gia, e poi si som­ma­no i vari con­tri­bu­ti.
Il pri­mo esem­pio, il più cla­mo­ro­so pic­co petro­li­fe­ro di un gia­ci­men­to impor­tan­te tra­di­zio­na­le, con con­se­guen­te esau­ri­men­to del­lo stes­so, fu quel­lo di Baku, capi­ta­le dell’Azerbaigian, un tem­po repub­bli­ca sovie­ti­ca rus­sa, oggi indi­pen­den­te. Attual­men­te sono anco­ra pre­sen­ti nel­la regio­ne poz­zi petro­li­fe­ri in mare. Quel­li ter­re­stri si sono esau­ri­ti da tem­po.

A par­ti­re dal 1873 Baku assi­stet­te al boom petro­li­fe­ro che die­de un for­te impul­so al suo svi­lup­po urba­ni­sti­co e indu­stria­le, dan­do vita al distret­to noto come la Cit­tà Nera. In un bre­ve las­so di tem­po la cit­tà vide la fio­ri­tu­ra di rap­pre­sen­tan­ze e dele­ga­zio­ni di com­pa­gnie pro­ve­nien­ti da ogni ango­lo del mon­do: sviz­ze­ri, ingle­si, ita­lia­ni, fran­ce­si, bel­gi, tede­schi e per­si­no ame­ri­ca­ni.

A Baku, nel 1848, ven­ne effet­tua­ta la pri­ma tri­vel­la­zio­ne al mon­do, lo sfrut­ta­men­to eco­no­mi­co dei gia­ci­men­ti ini­ziò nel 1872 e all’inizio del XX seco­lo l’area petro­li­fe­ra di Baku era la più gran­de del mon­do, se ne rica­va­va oltre la metà del con­su­mo mon­dia­le. Alla fine del XX seco­lo i gia­ci­men­ti ter­re­stri si esau­ri­ro­no e si pas­sò allo sfrut­ta­men­to dei gia­ci­men­ti mari­ni.”

it.wikipedia.org )

Il pic­co di estra­zio­ne del petro­lio dei gia­ci­men­ti ter­re­stri a Baku avven­ne pro­ba­bil­men­te nel 1941, quan­do ven­ne­ro estrat­ti 125 milio­ni di bari­li da par­te dei sovie­ti­ci. L’intenzione di Hitler nel­la secon­da guer­ra mon­dia­le era di occu­pa­re Baku per rifor­ni­re i suoi mez­zi mili­ta­ri e pro­se­gui­re la guer­ra.

“Nel 1940 Baku era la gem­ma dell’industria petro­li­fe­ra sovie­ti­ca e il petro­lio aze­ro rap­pre­sen­ta­va il 72 % del petro­lio estrat­to nell’Unione Sovie­ti­ca, con il qua­le veni­va­no rifor­ni­te le linee del fron­te.
Il pia­no di Hitler era quel­lo di pren­de­re Mai­kop (Rus­sia) e Groz­ny (Cece­nia ) ma soprat­tut­to Baku osses­sio­na­to dall’idea del petro­lio e dei rifor­ni­men­ti che pote­va­no ave­re un peso deci­si­vo sull’esito del­la guer­ra, con il Petro­lio cau­ca­si­co e le fat­to­rie Ucrai­ne l’ impe­ro nazi­sta avreb­be potu­to esse­re auto­suf­fi­cien­te.Il pia­no dell’operazione fu chia­ma­to Edel­weiss e non pia­ni­fi­ca­va nes­sun bom­bar­da­men­to su Baku per non dan­neg­gia­re i poz­zi petro­li­fe­ri

In ogni caso sen­za il petro­lio del Cau­ca­so in pri­mis di Baku il siste­ma mili­ta­re, indu­stria­le e agri­co­lo sovie­ti­co sareb­be col­las­sa­to.

Nel luglio 1942 i tede­schi pre­se­ro Rostov poi Mai­kop ma il petro­lio che pote­va esse­re dispo­ni­bi­le era poco visto che i rus­si in riti­ra­ta distrus­se­ro poz­zi e appa­rec­chia­tu­re, l’ avan­za­ta tede­sca pro­se­gui fino al Mon­te Elbrus il pun­to più alto del Cau­ca­so e il 25 set­tem­bre 1942 fu deci­sa come data dell’attacco defi­ni­ti­vo di Baku.

For­tu­na­ta­men­te ciò non avven­ne mai… La cor­sa si fer­mò con la defi­ni­ti­va scon­fit­ta di Sta­lin­gra­do e Baku non fu mai attac­ca­ta.”
(jenaplissken.tumblr.com)Quan­do finì la secon­da guer­ra mon­dia­le, la mano­mis­sio­ne dei poz­zi duran­te il con­flit­to, li rese inu­ti­liz­za­bi­li. Inol­tre non era­no più pro­dut­ti­vi, era­no sta­ti sfrut­ta­ti fino all’ultima goc­cia, alme­no con i meto­di estrat­ti­vi di allo­ra.

“Car­cas­se di vec­chi impian­ti petro­li­fe­ri, nere per l’invecchiamento e l’uso, si sta­glia­va­no silen­zio­sa­men­te sull’orizzonte”  (Il petro­lio e la glo­ria. — Di Ste­ve LeVi­ne books.google.it)
I leg­gen­da­ri gia­ci­men­ti di Baku, che ne ave­va­no fat­to la for­tu­na dal­la fine dell’ottocento, era­no esau­ri­ti.
Nel 1947, le tri­vel­la­zio­ni ripre­se­ro pio­nie­ri­sti­ca­men­te nel Mar Caspio, ma il petro­lio di Baku non ebbe più l’importanza per l’URSS e il mon­do che ebbe fino alla secon­da guer­ra mon­dia­le.
Il pic­co di petro­lio dei gia­ci­men­ti di Baku, fu quel­lo che si mani­fe­stò con più dram­ma­ti­ci­tà, a cau­sa del­la guer­ra, ma è un fat­to che tut­ti i gia­ci­men­ti si esau­ri­sco­no pri­ma o poi. E’ sba­glia­to mischia­re le car­te come ha fat­to Man­biot. Anche i gia­ci­men­ti petro­li­fe­ri e del gas col­ti­va­ti con la frat­tu­ra­zio­ne degli sci­sti avran­no un loro ciclo di estra­zio­ne e pri­ma o poi si esau­ri­ran­no. La pro­du­zio­ne dei gia­ci­men­ti tra­di­zio­na­li, è già sta­ta pro­lun­ga­ta uti­liz­zan­do tec­ni­che estrat­ti­ve sem­pre più inno­va­ti­ve e costo­se.
E il pun­to è pro­prio que­sto. Il petro­lio si esau­ri­sce non quan­do fini­sce vera­men­te, ma quan­do diven­ta ecces­si­va­men­te costo­so estrar­lo. Il van­tag­gio del frac­king è quel­lo di esse­re una tec­ni­ca non ecces­si­va­men­te one­ro­sa, meno di quel­la uti­liz­za­ta per “lava­re” le sab­bie bitu­mi­no­se.
Quin­di il pic­co com­ples­si­vo non può mai esse­re pre­vi­sto in modo pre­ci­so, poi­chè può sem­pre soprag­giun­ge­re una nuo­va tec­ni­ca che per­met­te di pro­dur­re nuo­vi tipi di greg­gio. La pre­vi­sio­ne va attua­liz­za­ta al momen­to in cui vie­ne fat­ta e dipen­de dal­le tec­ni­che estrat­ti­ve di quel momen­to.
Cer­to chi pen­sa­va che con il pic­co del petro­lio tra­di­zio­na­le si arri­vas­se rapi­da­men­te al suo esau­ri­men­to, rimar­rà delu­so. Il petro­lio è un com­bu­sti­bi­le, un tem­po eco­no­mi­co, con­te­nen­te all’85% car­bo­nio. Ma que­sto ele­men­to chi­mi­co che lo ren­de com­bu­sti­bi­le, è pre­sen­te sul­la Ter­ra sot­to diver­se for­me. La mag­gior riser­va di car­bo­nio ter­re­stre non si tro­va nell’atmosfera, e nem­me­no nei gia­ci­men­ti di idro­car­bu­ri, ma nel­le roc­ce cal­ca­ree deri­va­te dai gusci di miliar­di di micror­ga­ni­smi mari­ni che depo­si­tan­do­si si sono cemen­ta­ti in milio­ni di anni. Se si doves­se tro­va­re in futu­ro una tec­ni­ca per estrar­re il car­bo­nio da que­ste roc­ce, altro che pic­co del petro­lio…
Uno degli arti­co­li più ridi­co­li sul pic­co del petro­lio, in con­te­sta­zio­ne a Man­biot, è quel­lo scrit­to da C. Sta­gna­ro, su www.chicago-blog.it, il qua­le sostie­ne che:
“… la dispo­ni­bi­li­tà fisi­ca di greg­gio è una varia­bi­le rile­van­te ma non è né l’unica varia­bi­le né quel­la più impor­tan­te. Ciò che gui­da il pro­ces­so è infat­ti il siste­ma dei prez­zi. Se, stan­te un cer­to livel­lo del­la doman­da, la quan­ti­tà dispo­ni­bi­le di petro­lio a quei prez­zi dimi­nui­sce, i prez­zi sali­ran­no. Ciò non sarà pri­vo di con­se­guen­ze: da un lato i con­su­ma­to­ri mode­re­ran­no la pro­pria doman­da, dall’altro i pro­dut­to­ri tro­ve­ran­no eco­no­mi­co pro­dur­re da altre risor­se e inve­sti­re in ricer­ca per sco­prir­ne di nuo­ve “E’ l’idea clas­si­ca del­la teo­ria libe­ri­sta che si basa su beni e risor­se infi­ni­te. E’ come dire che la dina­mi­ca del­lo scam­bio di Sar­chia­po­nidipen­de uni­ca­men­te dal­la for­ma­zio­ne del prez­zo in un mer­ca­to di doman­da ed offer­ta, e non dal fat­to che il Sar­chia­po­ne esi­sta vera­men­te.
Le risor­se natu­ra­li sono fini­te, il loro esau­ri­men­to segue sem­pre lo stes­so sche­ma. Ridur­re il tut­to a doman­da e offer­ta mi pare una sem­pli­fi­ca­zio­ne ecces­si­va. Non sono fon­da­men­ta­li qui le tec­ni­che eco­no­mi­che, ma le tec­ni­che estrat­ti­ve, sen­za le qua­li non si va da nes­su­na par­te.
Comun­que, la situa­zio­ne di cri­si mon­dia­le, con­tri­bui­sce al rispar­mio di petro­lio e degli altri idro­car­bu­ri, e quin­di ad un pro­lun­ga­men­to del­le pre­vi­sio­ne sul­la loro estin­zio­ne. Cre­do che dovre­mo fare anco­ra i con­ti con le emis­sio­ni inqui­nan­ti degli idro­car­bu­ri per mol­to tem­po. Sul­le fon­ti alter­na­ti­ve, anche a cau­sa del­la cri­si, non si fan­no più inve­sti­men­ti, si con­ti­nue­rà per­tan­to a bru­cia­re petro­lio, gas e car­bo­ne. A meno che uno shock pro­vo­ca­to da una guer­ra in Medio Orien­te non fac­cia aumen­ta­re nuo­va­men­te il prez­zo del brent.
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È ancora l’unico che abbiamo

Cir­co­lo Paso­li­ni Pavia | Saba­to 5 set­tem­bre 2009 | Ire­ne Cam­pa­ri |

Par­lia­mo del petro­lio, altri­men­ti si rischia di capi­re poco del­le poli­ti­che nuclea­ri. In libre­ria ci sono diver­si sag­gi che trat­ta­no l’argomento, da Ste­ve LeVi­ne, Il petro­lio e la glo­ria, edi­zio­ni il Siren­te, e The the epic que­st for oil, money and power di Daniel Yer­gin, pre­mio Puli­tzer per quel sag­gio del 1991, tra­dot­to in ita­lia­no con il tito­lo Il pre­mio nel 1996 e ora non più in cata­lo­go. Quest’anno l’autore lo ha aggior­na­to. “Forei­gn Poli­cy” ha pro­po­sto un suo arti­co­lo il 24 ago­sto scor­so dal tito­lo: “It’s still the one”. E’ ancor l’unico. Meri­to­ria­men­te “Il Sole 24 ore” lo ha tra­dot­to. Le posi­zio­ni cir­ca il petro­lio, il suo ruo­lo e quan­to dure­rà sono all’ordine del gior­no. Sono appar­si in que­ste ore sul­la stam­pa inter­na­zio­na­le arti­co­li in cui si sot­to­li­nea­va l’ormai avvio del petro­lio ver­so il tra­mon­to. Se si doves­se appli­ca­re la teo­ria dei Cicli di Kon­dra­tiev, nel 2025 si dovreb­be arri­va­re alla satu­ra­zio­ne del macro­si­ste­ma (tra­spor­ti e indu­stria) ret­to da que­sta fon­te ener­ge­ti­ca e neces­sa­ria­men­te il mon­do pro­dut­ti­vo dovreb­be esse­re pron­to ad adat­tar­si. La guer­ra quin­di tra il nuclea­re, fis­sio­ne o fusio­ne fred­da, le ener­gie ver­di e rin­no­va­bi­li avreb­be poco più di 15 anni di tem­po per le doglie (ricon­ver­sio­ne del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sta com­pre­sa e con­flit­ti geo­po­li­ti­ci maga­ri spac­cia­ti per “etni­ci”) dopo­di­chè dovreb­be par­to­ri­re. Di segui­to è l’articolo di Yer­gin.

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Il petrolio e la gloria, tutto inizò nel Mar Caspio

| AGI | Saba­to 8 ago­sto 2009 | Anto­nio Luca­ro­ni |

Nel 13esimo seco­lo Mar­co Polo nar­ra di cam­mel­lie­ri che espor­ta­va­no petro­lio da Baku, la capi­ta­le dell’Azerbaigian, nel­la zona del Mar Caspio, una regio­ne al cen­tro di con­te­se etni­che e bel­li­che gia’ dai tem­pi di Ales­san­dro il Gran­de. Un greg­gio den­so, odo­ro­so, non raf­fi­na­to, espor­ta­to in tut­to il Medi­ter­ra­neo, fino a Bagh­dad, per esse­re usa­to come mez­zo di illu­mi­na­zio­ne e come bal­sa­mo. Un “oro nero” che in quel­la loca­li­ta’ era ed e’ par­ti­co­lar­men­te abbon­dan­te, fino al pun­to di sgor­ga­re natu­ral­men­te dal ter­re­no. Da quel momen­to il petro­lio entra pre­po­ten­te­men­te nel­la sto­ria dell’uomo, mar­chian­do­ne ine­lu­di­bil­men­te lo svi­lup­po eco­no­mi­co. E quell’area geo­gra­fi­ca, il Mar Caspio, diven­ta il cro­giuo­lo di pul­sio­ni di gran­dez­za e di volon­ta’ di domi­nio ma anche di gran­di aspi­ra­zio­ni di pro­gres­so e di cre­sci­ta. La sto­ria del petro­lio del Caspio, e piu’ in gene­ra­le del­la zona del Cau­ca­so, ha le sue ori­gi­ni nel dician­no­ve­si­mo seco­lo. La “feb­bre del Caspio” era comin­cia­ta gia’ al tem­po degli Zar; quan­do si sca­va­ro­no i pri­mi poz­zi di petro­lio vici­no a Baku, nel­la regio­ne dell’Azerbajan, e da quel momen­to fasi di ric­chez­za e pro­spe­ri­ta’ si alter­na­no a depres­sio­ne e pover­ta’. Ma quel­la regio­ne diven­ta anche uno sce­na­rio sul qua­le si con­fron­ta­no e spes­so si scon­tra­no, gli inte­res­si e le aspet­ta­ti­ve del­le gran­di poten­ze inter­na­zio­na­li: un cam­po da gio­co dove tut­ti i col­pi sono ammes­si. E’ que­sto il gran­de affre­sco che vie­ne trat­teg­gia­to dal libro di Ste­ve LeVi­neIl petro­lio e la glo­ria. La cor­sa al domi­nio e alle ric­chez­ze del­la regio­ne del Mar Caspio”, edi­zio­ni ‘il Siren­te’. Un excur­sus sto­ri­co, quel­lo di LeVi­ne, che arri­va fino ai gior­ni scor­si, scrit­to con gran­de atten­zio­ne ai per­so­nag­gi, alle sto­rie avven­tu­ro­se che han­no carat­te­riz­za­to, negli anni, il con­fron­to tra le Nazio­ni per il con­trol­lo dell’oro nero. Una bat­ta­glia con­dot­ta spes­so in modo spre­giu­di­ca­to, carat­te­riz­za­to da un cli­ma da spy-sto­ry di ini­zio seco­lo, poi da ‘guer­ra fred­da’, infi­ne dall’ingresso sul­la sce­na del mon­do dell’alta finan­za e del­le super­po­ten­ze eco­no­mi­che.
Un libro avvin­cen­te, che squar­cia il velo su un mon­do duro e sen­za scru­po­li e che mostra — guar­dan­do con una len­te d’ingrandimento le vicen­de lega­te al Mar Caspio — quan­to la ricer­ca del petro­lio e, ancor di piu’, i ten­ta­ti­vi di appro­priar­se­ne, abbia­no influen­za­to il desti­no dell’umanita’. In que­sto sen­so LeVi­ne sfrut­ta la sua for­ma­zio­ne pro­fes­sio­na­le — gior­na­li­sta di lun­go cor­so che ha lavo­ra­to pro­prio in quel­le zone — per rico­strui­re, come in un gial­lo, la sce­na del delit­to, i pro­ta­go­ni­sti, i retro­sce­na e i segre­ti che muo­vo­no i tan­ti ‘atto­ri’ di que­sto libro, a meta’ stra­da fra l’inchiesta e il roman­zo. For­se l’unico appun­to che si puo’ muo­ve­re, e’ che l’autore pro­po­ne una visio­ne ‘anglo­cen­tri­ca’ dell’intera vicen­da, met­ten­do sul­lo scac­chie­re il ruo­lo del­la Gran Bre­ta­gna, degli Sta­ti Uni­ti e di una Rus­sia all’affannosa ricon­qui­sta di un ruo­lo da super­po­ten­za sfrut­tan­do le risor­se ener­ge­ti­che. Nel libro, insom­ma, man­ca un po’ il ruo­lo eser­ci­ta­to dagli altri Pae­si gran­di pro­dut­to­ri di petro­lio, o dai gran­di Pae­si con­su­ma­to­ri di ener­gia — come la Cina e l’India, la cui immen­sa doman­da di petro­lio e gas modi­fi­ca e modi­fi­che­ra’ sem­pre di piu’ il mer­ca­to dell’energia — o, anco­ra, dagli outsi­der che, tut­ta­via, ave­va­no capi­to le poten­zia­li­ta’ di sfrut­ta­men­to di quel­la regio­ne. E’ il caso di Enri­co Mat­tei che fin dagli Anni ’50 — attra­ver­so l’Agip — ave­va allac­cia­to rap­por­ti e sot­to­scrit­to con­trat­ti con l’allora Urss. E non a caso l’autore con­clu­de la sua ope­ra con un espli­ci­to richia­mo — che sa un po’ di nostal­gia o di visio­ne sche­ma­ti­ca del mon­do — al ‘duel­lo’ Rus­sia-Usa per il domi­nio poli­ti­co ed eco­no­mi­co.

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Titusville, la città-fantasma che inventò l’oro nero

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 26 luglio 2009 | Vit­to­rio Zuc­co­ni |

TITUSVILLE (Penn­syl­va­nia). Tut­to quel­lo che resta del fiot­to che alla­gò la Ter­ra è un’ ampol­li­na di liqui­do scu­ro, espo­sta ai fede­li die­tro una vetri­na, come la reli­quia di un san­to. «Petro­lio», mi addi­ta sen­za toc­ca­re l’ ampol­la la signo­ra Zol­li, diret­tri­cee sacer­do­tes­sa di que­sto tem­pio-museo costrui­to fra le quie­te col­li­ne del­la Penn­syl­va­nia, accan­to a un bosco di lari­ci e di cer­vi, esat­ta­men­te sopra il ter­re­no dal qua­le, il 27 ago­sto del 1859, un avven­tu­rie­ro che si face­va chia­ma­re «colon­nel­lo» fece sgor­ga­re il greg­gio dal­la ter­ra per­fo­ra­ta. E lan­ciò, sen­za nep­pu­re ren­der­se­ne con­to, quel­la rivo­lu­zio­ne e quel­la indu­stria che oggi muo­vo­no il pia­ne­ta Ter­ra e che lo stan­no asfis­sian­do. Se nell’ Inghil­ter­ra del car­bo­ne e del vapo­re comin­ciò la rivo­lu­zio­ne indu­stria­le, fu da qui, dal­la ter­ra che un tem­po appar­te­ne­va alle sei nazio­ni degli Iro­che­si che rac­co­glie­va­no col cuc­chiai­no il «suc­co del­le roc­ce» in super­fi­cie per usar­lo come medi­ci­na­le, che si avviò quel­la caro­va­na di bari­li, oleo­dot­ti, petro­lie­re, raf­fi­ne­rie, sta­zio­ni di ser­vi­zio, cate­ne di mon­tag­gio e armi che rag­giun­go­no sei miliar­di di esse­ri uma­ni, pove­ri o ric­chi, ovun­que un sac­chet­to di pla­sti­ca arri­vi. ( segue dal­la coper­ti­na) Eppu­re luo­go meno trion­fa­le, meno pom­po­so, più timi­do, con la scon­tro­si­tà del­la Penn­syl­va­nia che Michael Cimi­no rac­con­tò nel suo Cac­cia­to­re, potreb­be esse­re imma­gi­na­to di que­sta lan­gui­da cit­ta­di­na di sei­mi­la­quat­tro­cen­to abi­tan­ti, mol­ti dei qua­li stu­den­ti in un cam­pus del­la Uni­ver­si­tà di Pitt­sbur­gh. Un vil­lag­gio qual­sia­si, nel «gran­de ovun­que ame­ri­ca­no», che sta nasco­sto tra le infi­ni­te val­li degli anti­chis­si­mi mon­ti Appa­la­chia­ni, la spi­na di roc­cia logo­ra­ta dal­le ere geo­lo­gi­che fra l’ Ala­ba­ma e Ter­ra­no­va. Iro­ni­ca­men­te, per il Pae­se che inven­tò l’ indu­stria del petro­lio, nes­su­na auto­stra­da lo rag­giun­ge, nes­sun vian­dan­te lo attra­ver­sa se non smar­ri­sce la stra­da, e rari turi­sti tran­si­ta­no avan­ti e indie­tro lun­go una Main Street rima­sta intrap­po­la­ta nel tem­po, dove non ti sor­pren­de­reb­be vede­re Super­man bam­bi­no sul­la Ford Model­lo T del padre. Sol­tan­to per­ché io sono l’ uni­co pas­seg­ge­ro, e visi­bil­men­te adul­to, sul fin­to tran­vai­no turi­sti­co che offre per cin­que dol­la­ri il giro del­la cit­tà, la gui­da mi addi­ta, con pudo­re, un palaz­zet­to di mat­to­ni ros­si a tre pia­ni che negli anni del­la “cor­sa al petro­lio” era il più viva­ce e fre­quen­ta­to bor­del­lo del­la con­tea. E oggi ospi­ta, per pura coin­ci­den­za, un nego­zio di abi­ti da spo­sa che quel­le pove­re ragaz­ze di fine Otto­cen­to costret­te ad amples­si feti­di coni tra­pa­na­to­ri del petro­lio avreb­be­ro sogna­to inva­no. Tut­to quel­lo che rima­ne del fiot­to che sgor­gò dal cam­po dove ora sor­ge il museo è appe­na abba­stan­za greg­gio per ali­men­ta­re la ripro­du­zio­ne (auten­ti­ca, come si dice qui) del­la pri­ma tri­vel­la del fin­to colon­nel­lo Edwin Dra­ke, un seco­lo e mez­zo fa, e per mostra­re ai visi­ta­to­ri del­le scuo­le come fun­zio­na l’ estra­zio­ne del petro­lio che non c’ è più. Se Titu­svil­le, bat­tez­za­ta con il nome del fon­da­to­re, non è diven­ta­ta una cit­tà fan­ta­sma come le cit­tà mine­ra­rie del C o l o r a d o , d e l Klon­di­ke, del­la Cali­for­nia quan­do le vene auri­fe­re si esau­ri­ro­no, è per il cam­pus uni­ver­si­ta­rio e per la pre­sen­za di una fab­bri­ca di pla­sti­ca, ali­men­ta­ta con il petro­lio impor­ta­to dall’ Ara­bia Sau­di­ta. Due motel a una stel­li­na, l’ imman­ca­bi­le gran­de magaz­zi­no di ciar­pa­me made in Cina, il Wal Mart, quat­tro saloo­ne una doz­zi­na di risto­ran­ti alla svel­ta sono tut­to quel­lo che rima­ne di una sco­per­ta che avreb­be pro­dot­to, cen­to­cin­quan­ta anni più tar­di, una ric­chez­za mon­dia­le da mil­le­tre­cen­to miliar­di di dol­la­ri annui per le nazio­ni pro­dut­tri­ci di petro­lio. E che qui, nel­la ter­ra spom­pa­ta, è un ricor­do. Il petro­lio greg­gio, per chi non lo aves­se mai visto da vici­no, è una cosa che fa schi­fo, come è ovvio che sia un distil­la­to di putre­fa­zio­ni orga­ni­che mil­le­na­rie. Ma qui non si avver­te più nell’ aria quell’ odo­re di cor­ru­zio­ne sul­fu­rea che mi rima­se per sem­pre nel­le nari­ci dai gior­ni del­la Pri­ma guer­ra del Gol­fo, quan­do Sad­dam Hus­sein nel feb­bra­io del 1991 alla­gò il Kuwait per la rab­bia di aver­lo per­du­to. Sono ormai solo i nomi dei pae­si e dei luo­ghi che si attra­ver­sa­no nel labi­rin­to degli Appa­la­chia­ni per rag­giun­ge­re Titu­svil­le da Pitt­sbur­gh che ricor­da­no che cosa esplo­se qui, nomi come Oil City, Pitho­le (il buco del poz­zo, oggi vil­lag­gio fan­ta­sma) e Oil Creek, il tor­ren­te del petro­lio, nel qua­le anco­ra affio­ra­no stria­tu­re lumi­ne­scen­ti di greg­gio. Alla metà dell’ Otto­cen­to, quan­do arri­vò il “colon­nel­lo” Dra­ke, che si era attri­bui­to il gra­do fasul­lo, il feto­re di petro­lio era pun­gen­te. Furo­no quell’ odo­re, la tra­di­zio­ne dei nati­vi che lo scuc­chia­ia­va­no dal­le poz­zan­ghe­re e il traf­fi­co dei pochi bari­lot­ti usa­ti per accen­de­re i lumi a petro­lio ad atti­ra­re il “colon­nel­lo” e a spin­ger­lo a chie­de­re i dirit­ti di esplo­ra­zio­ne al pro­prie­ta­rio dei ter­re­ni, che nep­pu­re imma­gi­na­va di esse­re sedu­to sopra il futu­ro del mon­do. Dra­ke arri­vò a Titu­svil­le quan­do il pae­se era un gru­mo di caset­te di legno attor­no a un “tra­ding post”, un empo­rio per il com­mer­cio con gli india­ni del­la vici­na val­le dell’ Ohio, con una bor­sa di pel­le, un cam­bio di mutan­do­ni, due­mi­la dol­la­ri in con­tan­ti otte­nu­ti da finan­zia­to­ri di Wall Street e lo spaz­zo­li­no da den­ti con le seto­li­ne logo­re che la bades­sa del tem­pio, la signo­ra Zol­li, figlia di gene­ra­zio­ni di immi­gra­ti ita­lia­ni pio­vu­ti sul­la Penn­syl­va­nia, mi mostra com­pia­ciu­ta. Ai geo­lo­gi, come agli abi­tan­ti ori­gi­na­li degli Appa­la­chia­ni, la pre­sen­za di petro­lio nel sot­to­suo­lo era evidente,e la naf­ta, da esso deri­va­ta, era cono­sciu­ta all’ uma­ni­tà da seco­li, pro­ba­bil­men­te par­te del­la ine­stin­gui­bi­le misce­la infer­na­le che le navi di Bisan­zio lan­cia­va­no sul­le flot­te nemi­che, il fuo­co gre­co. Ma quan­do, dopo ripe­tu­ti fori nel­la ter­ra, e debi­ti per rifi­nan­zia­re la ricer­ca, il pri­mo “gusher”, il pri­mo fiot­to uscì dal pra­ti­cel­lo fan­go­so, la sua intui­zio­ne non fu la mate­ria oleo­sa suc­chia­ta ai sedi­men­ti lascia­ti dall’ ocea­no tie­pi­do che ave­va inon­da­to que­sta val­le per milio­ni di anni. Fu nel­la visio­ne del­la doman­da insa­zia­bi­le che il mon­do avreb­be svi­lup­pa­to per quel­la schi­fez­za maleo­len­tee fino ad allo­ra qua­si inu­ti­le, per­ché il petro­lio in quel 1859 era una solu­zio­ne alla ricer­ca di un pro­ble­ma. Un car­bu­ran­te sen­za un moto­re. Man­ca­va­no anco­ra dicias­set­te anni alla mes­sa a pun­to del pri­mo moto­re a quat­tro tem­pi e a com­bu­stio­ne inter­na, crea­to da Daim­ler, Otto e May­bach nel­la lon­ta­nis­si­ma Ger­ma­nia. E decen­ni alla sco­per­ta del­la supe­rio­ri­tà del moto­re die­sel sul­le cal­da­ie a car­bo­ne per le navi da bat­ta­glia, insa­zia­bi­li divo­ra­tri­ci di naf­ta. Ma qual­cun altro, anche meglio del fin­to colon­nel­lo, ave­va capi­to qua­le inim­ma­gi­na­bi­le ric­chez­za la sua tri­vel­la in Penn­syl­va­nia ave­va stap­pa­to. Il suo nome era John D. Roc­ke­fel­ler, pic­co­lo com­mer­cian­te di Cle­ve­land, che die­ci anni dopo la sco­per­ta del gia­ci­men­to nel cuo­re dei mon­ti del­la Penn­syl­va­nia già si era impa­dro­ni­to del con­trol­lo dell’ ottan­ta per cen­to di tut­te le raf­fi­ne­rie del­la regio­ne, neces­sa­rie per tra­sfor­ma­re il bro­do nero in car­bu­ran­ti, con la sua Stan­dard Oil. La rea­zio­ne a cate­na che avreb­be tra­vol­to l’ inte­ro pia­ne­ta era par­ti­ta. In tre anni, le cata­pec­chie di Titu­svil­le sareb­be­ro cre­sciu­te per ospi­ta­re quin­di­ci­mi­la per­so­ne, il dop­pio di oggi, die­ci­mi­la nel­la vici­na Pitho­le, ven­ti­mi­laa Oil City, con tra­lic­ci fit­ti come oggi i lari­ci e i piop­pi che han­no mise­ri­cor­dio­sa­men­te rico­per­to e risa­na­to la ter­ra tra­sfor­ma­ta in fan­go dal­le ruo­te dei car­ri e dagli zoc­co­li dei caval­li F che tra­spor­ta­va­no le bot­ti. Poz­zi e tri­vel­le spun­ta­ro­no a caso, sen­za rego­le o nor­me di sicu­rez­za, comei cer­ca­to­ri d’ oro coni pen­to­li­ni nel Klon­di­ke, tal­men­te vici­ni e fit­ti da sca­te­na­re incen­di ed esplo­sio­ni che in un solo gior­no avreb­be­ro ince­ne­ri­to ottan­ta per­so­ne, cre­ma­te e rac­col­te in una fos­sa comu­ne sen­za cro­cio nomi. Sgor­ga­ro­no mar­che di lubri­fi­can­ti e car­bu­ran­ti desti­na­te a stam­par­si sul­le pare­ti di ogni gara­ge, Qua­ker Oil, dal­la set­ta di quac­che­ri che qui era­no emi­gra­ti, Penn­zoil, Ken­dall, Suno­co, e la più cele­bre, la Exxon, par­to­ri­ta dal­la Stan­dard Oil dei Rockefeller,a sua vol­ta figlia del­la Penn­syl­va­nia Rock Oil Com­pa­ny. Titu­svil­le era diven­ta­ta la cit­tà del fan­go, dove era più fati­co­so estrar­re i car­ri dal­la ter­ra col­lo­sa che estrar­re il petro­lio. Una vam­pa­ta che, come quel­la che con­su­mò la vita di ottan­ta uomi­ni, comin­ciòa spe­gner­si nei pri­mi anni del Ven­te­si­mo seco­lo, quan­do un ocea­no incom­pa­ra­bil­men­te più vasto e faci­le da estrar­re fu sco­per­to sot­to la pra­te­ria del Texas. Il regno di Titu­svil­le, i suoi son­tuo­si bor­del­li e saloon, le fon­de­rie che era­no spun­ta­te nel­le val­li ver­gi­ni degli altri fiu­mi vici­ni, il Mono­ga­he­la, il fiu­me del­la luna, l’ Ohio, l’ Alle­ghe­ny, conob­be­ro una secon­da, fulig­gi­no­sa pri­ma­ve­ra nel­la Secon­da guer­ra mon­dia­le, quan­do si dis­san­gua­ro­no per ali­men­ta­re la mobi­li­ta­zio­ne bel­li­ca. Men­tre Detroit era l’ arse­na­le del­la demo­cra­zia, Titu­svil­le e la sua regio­ne for­ni­va­no il car­bu­ran­te per far fun­zio­na­re le mac­chi­ne da guer­ra. Oggi il “juras­sic park” del­la rivo­lu­zio­ne nera sta esau­sto, come se il par­to di quel­la mostruo­si­tà l’ aves­se sfian­ca­to. I sedi­ci­mi­la poz­zi anco­ra atti­vi in que­ste val­li pro­du­co­no 4.027 bari­li al gior­no, appe­na un cuc­chia­io di “olio di roc­cia” rispet­to agli otto milio­ni di bari­li pom­pa­ti — ogni gior­no — sol­tan­to dai deser­ti d’ Ara­bia. Resta, sot­to l’ occhio affet­tuo­so del­la signo­ra Zol­li, la reli­quia di un san­to che li ha sedot­ti e abban­do­na­ti. Il tran­vai­no per turi­sti che non ci sono fun­zio­na a bat­te­rie elet­tri­che, per non inqui­na­re la cit­tà fos­si­le di un com­bu­sti­bi­le fos­si­le.

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Sole, atomo, idrogeno Cosa c’ è dopo Big Oil

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 26 luglio 2009 | Mau­ri­zio Ric­ci |

L’ossessione del mon­do per il petro­lio non è irra­gio­ne­vo­le. Al con­tra­rio, è asso­lu­ta­men­te ragio­ne­vo­le: nien­te con­tie­ne così tan­to in così poco. Un solo litro di ben­zi­na vale 9 kilo­wat­to­re di ener­gia, il 30 per cen­to in più di un litro (per dire) di bio­e­ta­no­lo. Non c’ è da stu­pir­se­ne: quel litro di ben­zi­na è figlio di 25 ton­nel­la­te di anti­che pian­te, lascia­te a cuo­ce­re nel sot­to­suo­lo per deci­ne di milio­ni di anni, fino a diven­ta­re petro­lio. L’ uomo, per ora, non è in gra­do di repli­ca­re un simi­le con­cen­tra­to di ener­gia, pron­ta­men­te usa­bi­le e tra­spor­ta­bi­le. Peral­tro, ci vor­ran­no oltre qua­rant’ anni, dal­la pri­ma tri­vel­la­zio­ne del colon­nel­lo Dra­ke, per­ché il mon­do si ren­da con­to del­la por­ta­ta rivo­lu­zio­na­ria di quel­la sco­per­ta. Alla fine dell’ Otto­cen­to, il petro­lio, oltre che per le ulti­me lam­pa­de pre-Edi­son, veni­va usa­to sem­pre più per le pri­me auto­mo­bi­li, ma in con­cor­ren­za con un ven­ta­glio di altri car­bu­ran­ti. All’ Expo di Pari­gi del 1900, Rudolf Die­sel esi­bì, con orgo­glio, il pri­mo moto­re, appun­to, die­sel. Che fun­zio­na­va, però, a noc­cio­li­ne: il car­bu­ran­te era olio di ara­chi­di. In quel momen­to, in tut­ti gli Sta­ti Uni­ti, c’ era­no com­ples­si­va­men­te quin­di­ci­mi­la auto­mo­bi­li. ( segue dal­la coper­ti­na) Tut­to cam­bia, solo pochi mesi dopo: il 10 gen­na­io 1901, l’ ex capi­ta­no del­la mari­na austria­ca Antho­ny Lucas, esper­to di minie­re di sale, tro­va il petro­lio sot­to la col­li­na di Spind­le­top, nel Texas orien­ta­le. Spind­le­top non è il pri­mo poz­zo. Ma è il pri­mo mega­poz­zo. Fino ad allo­ra, i gia­ci­men­ti pro­du­ce­va­no, in media, fra i 300 e i 1000 bari­li al gior­no. Spind­le­top ne spu­ta 110mila al gior­no. Una eru­zio­ne imma­ne: il più gros­so pro­ble­ma per Lucas fu capi­re come con­te­ne­re quel get­to che sta­va inon­dan­do etta­ri e etta­ri di ter­re­no. Era la dimo­stra­zio­ne che il petro­lio era una fon­te d’ ener­gia abbon­dan­te e facil­men­te dispo­ni­bi­le. Pre­sto, la rivo­lu­zio­ne sareb­be diven­ta­ta mon­dia­le. Nel 1908, l’ Anglo Per­sian Oil Com­pa­ny (poi Bp) tro­va in Iran alle pen­di­ci dei mon­ti Zagros, un gia­ci­men­to con riser­ve per un miliar­do e mez­zo di bari­li, cam­bian­do, di col­po, la sto­ria del Medio Orien­te. Ma la rivo­lu­zio­ne anco­ra non è com­piu­ta: gli inge­gne­ri devo­no aggiu­sta­re il gio­va­ne moto­re a scop­pio per poter uti­liz­za­re la ben­zi­na inve­ce di un altro (e più costo­so) distil­la­to del petro­lio, il kero­se­ne. Solo nel 1919, chiu­sa la Pri­ma guer­ra mon­dia­le, nel­le 667mila auto in cir­co­la­zio­ne negli Usa il nume­ro di quel­le a ben­zi­na supe­re­rà quel­le a kerosene.E biso­gne­rà aspet­ta­re la fine del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le per­ché il petro­lio inva­da il mon­do. A que­sto pun­to, infat­ti, i pas­sag­gi chia­ve, nel roman­zo dell’ oro nero, sono due. Il pri­mo avvie­ne nei deser­ti dell’ Ara­bia sau­di­ta, dove la Stan­dard Oil (poi insie­me alla Texa­co) tro­va un ocea­no di petro­lio. È vici­no alla super­fi­cie, vici­no al mare. Estrar­lo costa pochi spic­cio­li: due dol­la­ri a bari­le. L’ ener­gia a prez­zi strac­cia­ti diven­ta il vola­no di un impo­nen­te svi­lup­po eco­no­mi­co, che le auto sem­pre più gran­die poten­ti sim­bo­leg­gia­no ai quat­tro ango­li del mon­do indu­stria­liz­za­to. Atten­zio­ne, però: l’ equa­zio­ne petro­lio ugua­le auto è sba­glia­ta. Solo il 50 per cen­to dell’ oro nero vie­ne bru­cia­to nei tra­spor­ti. Guar­da­te que­sta lista: micro­chip, tele­fo­ni, deter­si­vi per lava­piat­ti, piat­ti infran­gi­bi­li, sci, len­ti a con­tat­to, ane­ste­ti­ci, car­te di cre­di­to, ombrel­li, den­ti­fri­ci, val­vo­le car­dia­che, para­ca­du­te e si potreb­be con­ti­nua­rea lun­go. Sono tut­ti deri­va­ti del petro­lio. Il secon­do pas­sag­gio chia­ve è l’ inven­zio­ne del­la pla­sti­ca. Non ci muo­via­mo solo con il petro­lio. Ci nuo­tia­mo den­tro: il petro­lio è tut­to intor­no a noi (nel caso del­le val­vo­le car­dia­che, anche den­tro). Far­ne a meno sarà dolo­ro­so e dif­fi­ci­le. Ce ne sia­mo resi con­to, una pri­ma vol­ta, negli anni Set­tan­ta, quan­do l’ embar­go dell’ Opec (i pae­si pro­dut­to­ri) lo rese scar­soe costo­so. E, anco­ra di più, negli ulti­mi anni, con il prez­zo del bari­le in asce­sa, appa­ren­te­men­te, irre­fre­na­bi­le. Cosaè suc­ces­so? Di fat­to nes­su­no nega che sia fini­ta l’ era del petro­lio faci­le, abbon­dan­te e poco caro. Ma sul per­ché esi­sto­no due inter­pre­ta­zio­ni. La pri­ma è poli­ti­ca. Il petro­lio c’ è, e in quan­ti­tà ade­gua­te, pec­ca­to che sia nei posti sba­glia­ti. Nel 1954, con un col­po di Sta­to, la Bp riu­scì a rove­scia­re la nazio­na­liz­za­zio­ne del petro­lio ira­nia­no, ma, negli anni Ottan­ta, quan­do a nazio­na­liz­za­re furo­no i sau­di­ti e poi tut­ti i pae­si del Gol­fo Per­si­co, le mul­ti­na­zio­na­li si riti­ra­ro­no in buon ordi­ne. Oggi, il gros­so del petro­lio rima­sto nel sot­to­suo­lo è di pro­prie­tà di com­pa­gnie nazio­na­li che, dico­no i soste­ni­to­ri di que­sta tesi, non inve­sto­no nel­la ricer­ca di nuo­vi poz­zi e han­no di fat­to inte­res­se a tener­si stret­ta, fin­ché dura, que­sta fon­te di ric­chez­za. La secon­da inter­pre­ta­zio­ne è geo­lo­gi­ca. Qui, la data cru­cia­le nonè il 1980e la nazio­na­liz­za­zio­ne del petro­lio sau­di­ta, ma die­ci anni pri­ma, nel 1971, quan­do la pro­du­zio­ne ame­ri­ca­na di petro­lio ha rag­giun­to il suo pic­co e ha ini­zia­to ine­so­ra­bil­men­te a scen­de­re, tra­sfor­man­do gli Usa nei mag­gio­ri impor­ta­to­ri di petro­lio al mon­do. Lo stes­so pro­ces­so, dico­no que­sti geo­lo­gi, è desti­na­to a ripe­ter­si via via in tut­to il mon­do. Il petro­lio diven­te­rà sem­pre di meno, sem­pre più dif­fi­ci­le e costo­so (sot­to la ban­chi­sa arti­ca, in fon­do all’ ocea­no) da estrar­re. Da due anni a que­sta par­te è lo schie­ra­men­to dei geo­lo­gi che gua­da­gna con­sen­si. Gli orga­ni­smi inter­na­zio­na­li rive­do­no al ribas­so le sti­me sul­la dispo­ni­bi­li­tà di petro­lio nei pros­si­mi decen­ni. Gli uomi­ni del­le mul­ti­na­zio­na­li sono anche più bru­schi: Cri­sto­phe de Mar­ge­rie, boss del­la Total, uno dei gran­di di Big Oil, ha det­to recen­te­men­te che «il mon­do non riu­sci­rà mai a pro­dur­re più di 89 milio­ni di bari­li al gior­no». Oggi, sia­mo già a 85 milio­ni. E poi? La rivo­lu­zio­ne del colon­nel­lo Dra­ke e del capi­ta­no Lucas l’ abbia­mo bru­cia­ta in cen­to­cin­quant’ anni. Nes­su­no sa se il futu­ro sarà il sole, l’ ato­mo o l’ idro­ge­no. L’ era del dopo-petro­lio si apre con mol­te doman­de e poche rispo­ste.

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Perché nel labirinto di Zar Vlad la sola parola d’ordine è “Bespredel”

Il Foglio | Dome­ni­ca 12 otto­bre 2008 | Amy Rosen­thal |

La Rus­sia è sem­pre la Rus­sia, con un lato oscu­ro tol­le­ra­to dal­la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne”. Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta di Busi­ness Week e cor­ri­spon­den­te in Rus­sia, Asia cen­tra­le e Cau­ca­so per oltre un decen­nio del Wall Street Jour­nal e New York Times, ha appe­na scrit­to un libro sul “labi­rin­to di Putin” – “Putin’s Laby­rinth: Spies, Mur­der, and the Dark Heart of the New Rus­sia” (Ran­dom Hou­se, 2008) – in cui arri­va alla con­clu­sio­ne che lo zar Vlad, ex pre­si­den­te e attua­le pre­mier a Mosca, abbia ere­di­ta­to una ter­ra nel­la mor­sa di una sto­ria bru­ta­le che mostra pochi segni di affie­vo­li­men­to. Il mot­to nazio­na­le rus­so – dice al Foglio – “è ‘bespre­del’, che signi­fi­ca ‘sen­za limi­ti’, o ‘tut­to pas­sa’. E’ ‘il con­ti­nuum rus­so’, che in par­te si rife­ri­sce all’indifferenza del­la clas­se diri­gen­te tra­di­zio­na­le nei con­fron­ti del­la vita e del­la mor­te del popo­lo”. Secon­do LeVi­ne i col­le­ga­men­ti tra vec­chia e nuo­va Rus­sia sono tan­tis­si­mi. “Sot­to gli zar e nel perio­do sovie­ti­co lo sta­to deci­de­va chi dove­va vive­re e chi mori­re. Con Boris Eltsin lo sta­to ha smes­so di ucci­de­re i suoi cit­ta­di­ni e gli assas­si­ni si sono river­sa­ti nel­le stra­de. Con Putin la situa­zio­ne è un ibri­do”. Resta il man­tra “tut­to pas­sa”, appli­ca­to al per­se­gui­men­to di un inte­res­se: “Quan­do nel 2002 otto­cen­to rus­si furo­no pre­si in ostag­gio in un tea­tro mosco­vi­ta da 41 ter­ro­ri­sti cece­ni, Putin ordi­nò di usa­re i gas e mori­ro­no anche 129 ostag­gi. Per­ché la prio­ri­tà di Putin era ucci­de­re i ter­ro­ri­sti, non sal­va­re gli ostag­gi”. Secon­do LeVi­ne l’attacco alla Geor­gia è in linea con la tra­di­zio­ne rus­sa di con­trol­lo sul­le ex Repub­bli­che sovie­ti­che, e anche di alcu­ni pae­si dell’Europa orien­ta­le o cen­tra­le. “Putin e Med­ve­dev si sono dife­si con for­za soste­nen­do di dover cac­cia­re i geor­gia­ni dal­la regio­ne sepa­ra­ti­sta. Ma quan­do i sol­da­ti e i car­ri arma­ti rus­si han­no scon­fi­na­to in ter­ri­to­rio geor­gia­no, han­no bom­bar­da­to Poti e pre­so anche l’Abkhazia, era la vec­chia Rus­sia all’opera”. Cosa c’è in gio­co per l’Europa e gli Sta­ti Uni­ti in que­sto con­flit­to? “Per entram­bi ora il cam­po è aper­to a cri­si stra­te­gi­che deter­mi­nan­ti”, dice LeVi­ne. “Un attac­co come quel­lo del­la Nato alla Ser­bia di Milo­se­vic non potreb­be più acca­de­re nel­le cir­co­stan­ze attua­li. Alcu­ni pae­si dell’Europa sono inti­mo­ri­ti, o han­no pre­so bar­bi­tu­ri­ci, comun­que van­no a let­to con Putin. Cre­do che Mosca influen­zi a diver­si livel­li tut­ti gli sta­ti del cor­ri­do­io ener­ge­ti­co fra est e ove­st, ma anche Fran­cia, Ger­ma­nia e Ita­lia. Con loro ora la Rus­sia è in una posi­zio­ne con­trat­tua­le più for­te di pri­ma: è ben chia­ro ades­so che Mosca è pron­ta ad arri­va­re qua­si ovun­que per rag­giun­ge­re i suoi sco­pi”.
LeVi­ne ha scrit­to che “il tal­lo­ne d’Achille rus­so è il petro­lio” e ha sot­to­li­nea­to come gli Sta­ti Uni­ti e i loro allea­ti potreb­be­ro gio­ca­re sul­la vul­ne­ra­bi­li­tà rus­sa, anco­ra più pale­se in que­sti gior­ni di cri­si mon­dia­le, in cui la Bor­sa di Mosca ha paga­to fin da subi­to tan­tis­si­mo. “Per gua­da­gna­re il rispet­to del­la Rus­sia – spie­ga LeVi­ne – non ser­ve la reto­ri­ca, ma i fat­ti. Appar­te­ne­re o no al Wto o al G8 non smuo­ve­rà Mosca di un mil­li­me­tro. La giu­gu­la­re rus­sa è la sua indu­stria ener­ge­ti­ca: minac­cia la sua stra­te­gia in quel cam­po e otter­rai la sua atten­zio­ne. Come negli anni Novan­ta, quan­do Mosca non ha potu­to fer­ma­re la costru­zio­ne dell’oleodotto Baku-Tbi­li­si-Cey­han, che la bypas­sa­va”. Lo sto­ri­co Richard Pipes nel 2007 dis­se al Foglio che “l’occidente non deve illu­der­si sul­la pos­si­bi­li­tà di far col­la­bo­ra­re la Rus­sia”, e mol­ti gover­ni occi­den­ta­li comin­cia­no a con­vin­cer­si di quest’idea. “L’occidente – ribat­te LeVi­ne – può impor­re un dia­lo­go su temi che la Rus­sia con­si­de­ra di pro­prio inte­res­se. I trat­ta­ti per il con­trol­lo bila­te­ra­le del­le armi, ad esem­pio, sono pos­si­bi­li. Ma Pipes ha ragio­ne: la Rus­sia agi­rà come meglio cre­de. Putin è un avver­sa­rio for­mi­da­bi­le, per­se­gue sol­tan­to quel­lo che cre­de esse­re l’interesse rus­so”. Il pre­si­den­te Dmi­tri Med­ve­dev ha riba­di­to che “non ha pau­ra di nien­te, nem­me­no del­la Guer­ra fred­da”, anche se poi su cer­ti dos­sier – come quel­lo afgha­no – ha con­ti­nua­to la sua col­la­bo­ra­zio­ne. Per LeVi­ne non c’è il peri­co­lo di una nuo­va Guer­ra fred­da, o alme­no non di una ana­lo­ga all’originale. “Potreb­be esse­re regionale,ma non glo­ba­le: non è alla por­ta­ta del­la Rus­sia. Pen­so che ci sia­no spe­ran­ze per il pae­se, in ter­mi­ni di demo­cra­zia, ma i gover­ni occi­den­ta­li devo­no restar­ne fuo­ri. Non han­no alcun tipo di impat­to”. Intan­to i 200 pea­ce­kee­per euro­pei sono arri­va­ti nel­la zona cusci­net­to tra Geor­gia e Osse­zia del sud, dove è comin­cia­to il riti­ro del­le trup­pe rus­se, come con­cor­da­to nel pia­no sigla­to dal capo del Crem­li­no con il capo dell’Eliseo, Nico­las Sar­ko­zy. Il 15 otto­bre si tie­ne un incon­tro tra Euro­pa e Rus­sia, che nel­le inten­zio­ni dove­va esse­re deci­si­vo per il futu­ro del­le rela­zio­ni ma che già a oggi pare poco inci­si­vo. “Si è visto nel­la sto­ria recen­te – con­clu­de scet­ti­co LeVi­ne – quan­to pos­sa­no esse­re effi­ca­ci gli osser­va­to­ri euro­pei”.

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