Le Vine: ecco come cambia la geografia del petrolio

Media Due­mi­la | Saba­to 8 dicem­bre 2012 | Reda­zio­ne |

Lo svi­lup­po di fon­ti alter­na­ti­ve come aspi­ra­zio­ne ad uno sti­le di vita più soste­ni­bi­le e non come ine­vi­ta­bi­le sur­ro­ga­to dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li. La sco­per­ta di nuo­ve riser­ve di idro­car­bu­ri in Pae­si fino­ra ai mar­gi­ni spo­sta il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che ener­ge­ti­che pubbliche.

Entu­sia­smi e timo­ri susci­ta­ti dal­le nuo­ve sco­per­te di idro­car­bu­ri. Il dibat­ti­to sul­le fon­ti alter­na­ti­ve. Gli equi­li­bri geo­po­li­ti­ci in Asia e nel Vec­chio Con­ti­nen­te e lo svi­lup­po dei pro­get­ti del­le gran­di arte­rie del gas. Ste­ve Le Vine, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord Ame­ri­ca, ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archiviato?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista 
cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscura.

Questo boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di sviluppo?

Questo boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di 
biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspira.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der 
rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra Ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio concreto?

In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra Ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi 
 pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli stati.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to un degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness profittevole?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te umanitaria.
La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in 
 Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Bolivia?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­la agen­zie di rating!
L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Continente?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te  di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad 
 abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più  con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to 
  vereb­be seria­men­te ridimensionata.


Rispetto a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la glo­ria” ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pianeta?

C’e’ sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò  rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que  dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia   Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta  poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afghanistan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre  alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.

Originariamente il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co  non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to . E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10 miliar­di di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Penso che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP,  pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri,  abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to 
  que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se  rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro  sul tavo­lo.   Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una  pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decennio.

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La geografia del petrolio vista da uno scrittore

MIT Tech­no­lo­gy Review | Mar­te­dì 30 otto­bre 2012 | Rita Kirby |

Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord America,ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archiviato?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscura.

Que­sto boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di sviluppo?
Que­sto boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspira.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio concreto?
In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli stati.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to uno degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness profittevole?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te umanitaria.

La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Bolivia?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­le agen­zie di rating!

L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Continente?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to ver­reb­be seria­men­te ridimensionata.

Rispet­to a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la gloria”,ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pianeta?
C’è sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afghanistan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.
Ori­gi­na­ria­men­te il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to. E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10miliardi di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Pen­so che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP, pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri, abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro sul tavo­lo. Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decennio.

Chi è Ste­ve LeVi­ne Scrit­to­re, gior­na­li­sta e blog­ger, LeVi­ne, attual­men­te risie­de a Washing­ton, D.C., dove segue la geo­po­li­ti­ca dell’energia per la rivi­sta Forei­gn Poli­cy, che ospi­ta il suo blog “The Oil and the Glo­ry”. Per 11 anni, a par­ti­re da due set­ti­ma­ne dopo il crol­lo dell’Unione Sovie­ti­ca fino al 2003, ha vis­su­to tra l’Asia Cen­tra­le e il Cau­ca­so. È sta­to cor­ri­spon­den­te per The Wall Street Jour­nal per la regio­ne del­le otto nazio­ni e pri­ma anco­ra per The New York Times. Tra il 1988 e il 1991, LeVi­ne è sta­to cor­ri­spon­den­te di New­sweek per il Paki­stan e l’Afghanistan, men­tre dal 1985 al 1988 è sta­to cor­ri­spon­den­te dal­le Filip­pi­ne per New­sday. Ha pub­bli­ca­to due libri: The Oil and the Glo­ry (2007), che rac­con­ta vicen­de di bat­ta­glie alla con­qui­sta di for­tu­na, glo­ria e pote­re sul Mar Caspio; e Putin’s Laby­rinth (2008), la sto­ria del­la Rus­sia rac­con­ta­ta attra­ver­so la vita e la mor­te di sei per­so­nag­gi, di cui nel 2009 è sta­ta pub­bli­ca­ta una ver­sio­ne aggior­na­ta in edi­zio­ne in bros­su­ra da Ran­dom House.

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Ogni petrolio ha il suo picco

spensierata.mente | Mer­co­le­dì 18 luglio 2012 |  |

Come direb­be Totò, “ogni pic­co ha il suo petro­lio” . Ho let­to ulti­ma­men­te vari inter­ven­ti sul pic­co del petro­lio, che non esi­ste­reb­be più, o sareb­be un’idea supe­ra­ta e altre ame­ni­tà. A me pare che non si valu­ti­no le cose da un pun­to di vista mol­to sem­pli­ce: in natu­ra tut­te le risor­se sono limi­ta­te e che lo voglia­mo o no le minie­re e i gia­ci­men­ti con il tem­po si esau­ri­sco­no. Tut­to il resto sono scioc­chez­ze. Oppu­re si par­la d’altro, mischian­do petro­lio natu­ra­le, gas natu­ra­le, car­bo­ne, mer­ca­to del­le mate­rie pri­me, petro­lio e gas otte­nu­ti dal­la frat­tu­ra­zio­ne del­le roc­ce di sci­sto, in un miscu­glio insensato.

Tut­to nasce da “C’ERAVAMO SBAGLIATI SUL PICCO DEL PETROLIO” (www.comedonchisciotte.org) di Geor­ge Monbiot.
” I fat­ti sono cam­bia­ti, ora dob­bia­mo cam­bia­re anche noi. Nel cor­so degli ulti­mi die­ci anni un’improbabile coa­li­zio­ne di geo­lo­gi, tri­vel­la­to­ri di petro­lio, ban­chie­ri, stra­te­ghi mili­ta­ri e ambien­ta­li­sti ci han­no pre­det­to che il pic­co del petro­lio – il decli­no del­le for­ni­tu­re mon­dia­li – era imminente.

Il Pic­co del Petro­lio non è avve­nu­to, ed è impro­ba­bi­le che acca­da per mol­to tem­po ancora.

Un rap­por­to dell’esperto petro­li­fe­ro Leo­nar­do Mau­ge­ri, pub­bli­ca­to dall’Università di Har­vard, for­ni­sce pro­ve incon­fu­ta­bi­li che è appe­na ini­zia­to un nuo­vo boom del petrolio.”

E pro­se­gue mischian­do dati riguar­dan­ti il brent clas­si­co con quel­lo “inno­va­ti­vo” pro­dot­to con il fracking.

Fa chia­rez­za sul pun­to U. Bar­di in “ABBASTANZA PETROLIO PER FRIGGERCI TUTTI” (www.comedonchisciotte.org)


“Geor­ge Mon­biot … Si sba­glia sul pic­co di petro­lio, ma ha ragio­ne sul­la sua con­clu­sio­ne fina­le: ci sono abba­stan­za com­bu­sti­bi­li fos­si­li per frig­ger­ci tutti.

il vero erro­re fat­to da Mon­biot è sta­to quel­lo di aver dato ecces­si­va impor­tan­za al pic­co del petro­lio per il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co. Fino ad ora le stra­va­gan­ze sul­la pro­du­zio­ne di petro­lio non han­no influen­za di mol­to l’andamento del­le emis­sio­ni di gas ser­ra. Ades­so anche se la pro­du­zio­ne di greg­gio è sta­zio­na­ria da diver­si anni, le emis­sio­ni di ani­dri­de car­bo­ni­ca con­ti­nua­no ad aumen­ta­re.

Que­sto è quel­lo che ci si aspet­ta: il petro­lio è solo una del­le fon­ti di CO2 in ecces­so nell’ atmo­sfe­ra e il costo sem­pre mag­gio­re per estrar­lo sta spin­gen­do l’ indu­stria ad un uti­liz­zo di car­bu­ran­ti spor­chi. In altre paro­le, stia­mo assi­sten­do ad una ten­den­za all’ uti­liz­zo di car­bu­ran­ti che rila­scia­no sem­pre più CO2 per la soli­ta ener­gia prodotta”

 
Al di la del­le tesi ambien­ta­li­ste sull’aumento di ani­dri­de car­bo­ni­ca, il cui con­tri­bu­to secon­do me è meno impor­tan­te del sem­pli­ce vapo­re acqueo, sul pic­co del petro­lio Bar­di ha ragione.
Basta fare un ragio­na­men­to ordi­na­to, e si vedrà, al di la dei dati veri­tie­ri o meno, che il pic­co del petro­lio esi­ste, come esi­ste quel­lo del gas o del car­bo­ne ecc. Il pic­co del­la pro­du­zio­ne di petro­lio si misu­ra gia­ci­men­to per gia­ci­men­to, tipo­lo­gia per tipo­lo­gia, e poi si som­ma­no i vari contributi.
Il pri­mo esem­pio, il più cla­mo­ro­so pic­co petro­li­fe­ro di un gia­ci­men­to impor­tan­te tra­di­zio­na­le, con con­se­guen­te esau­ri­men­to del­lo stes­so, fu quel­lo di Baku, capi­ta­le dell’Azerbaigian, un tem­po repub­bli­ca sovie­ti­ca rus­sa, oggi indi­pen­den­te. Attual­men­te sono anco­ra pre­sen­ti nel­la regio­ne poz­zi petro­li­fe­ri in mare. Quel­li ter­re­stri si sono esau­ri­ti da tempo.

A par­ti­re dal 1873 Baku assi­stet­te al boom petro­li­fe­ro che die­de un for­te impul­so al suo svi­lup­po urba­ni­sti­co e indu­stria­le, dan­do vita al distret­to noto come la Cit­tà Nera. In un bre­ve las­so di tem­po la cit­tà vide la fio­ri­tu­ra di rap­pre­sen­tan­ze e dele­ga­zio­ni di com­pa­gnie pro­ve­nien­ti da ogni ango­lo del mon­do: sviz­ze­ri, ingle­si, ita­lia­ni, fran­ce­si, bel­gi, tede­schi e per­si­no americani.

A Baku, nel 1848, ven­ne effet­tua­ta la pri­ma tri­vel­la­zio­ne al mon­do, lo sfrut­ta­men­to eco­no­mi­co dei gia­ci­men­ti ini­ziò nel 1872 e all’inizio del XX seco­lo l’area petro­li­fe­ra di Baku era la più gran­de del mon­do, se ne rica­va­va oltre la metà del con­su­mo mon­dia­le. Alla fine del XX seco­lo i gia­ci­men­ti ter­re­stri si esau­ri­ro­no e si pas­sò allo sfrut­ta­men­to dei gia­ci­men­ti marini.”

it.wikipedia.org )

Il pic­co di estra­zio­ne del petro­lio dei gia­ci­men­ti ter­re­stri a Baku avven­ne pro­ba­bil­men­te nel 1941, quan­do ven­ne­ro estrat­ti 125 milio­ni di bari­li da par­te dei sovie­ti­ci. L’intenzione di Hitler nel­la secon­da guer­ra mon­dia­le era di occu­pa­re Baku per rifor­ni­re i suoi mez­zi mili­ta­ri e pro­se­gui­re la guerra.

“Nel 1940 Baku era la gem­ma dell’industria petro­li­fe­ra sovie­ti­ca e il petro­lio aze­ro rap­pre­sen­ta­va il 72 % del petro­lio estrat­to nell’Unione Sovie­ti­ca, con il qua­le veni­va­no rifor­ni­te le linee del fronte.
Il pia­no di Hitler era quel­lo di pren­de­re Mai­kop (Rus­sia) e Groz­ny (Cece­nia ) ma soprat­tut­to Baku osses­sio­na­to dall’idea del petro­lio e dei rifor­ni­men­ti che pote­va­no ave­re un peso deci­si­vo sull’esito del­la guer­ra, con il Petro­lio cau­ca­si­co e le fat­to­rie Ucrai­ne l’ impe­ro nazi­sta avreb­be potu­to esse­re auto­suf­fi­cien­te.Il pia­no dell’operazione fu chia­ma­to Edel­weiss e non pia­ni­fi­ca­va nes­sun bom­bar­da­men­to su Baku per non dan­neg­gia­re i poz­zi petroliferi

In ogni caso sen­za il petro­lio del Cau­ca­so in pri­mis di Baku il siste­ma mili­ta­re, indu­stria­le e agri­co­lo sovie­ti­co sareb­be collassato.

Nel luglio 1942 i tede­schi pre­se­ro Rostov poi Mai­kop ma il petro­lio che pote­va esse­re dispo­ni­bi­le era poco visto che i rus­si in riti­ra­ta distrus­se­ro poz­zi e appa­rec­chia­tu­re, l’ avan­za­ta tede­sca pro­se­gui fino al Mon­te Elbrus il pun­to più alto del Cau­ca­so e il 25 set­tem­bre 1942 fu deci­sa come data dell’attacco defi­ni­ti­vo di Baku.

For­tu­na­ta­men­te ciò non avven­ne mai… La cor­sa si fer­mò con la defi­ni­ti­va scon­fit­ta di Sta­lin­gra­do e Baku non fu mai attaccata.”
(jenaplissken.tumblr.com)Quan­do finì la secon­da guer­ra mon­dia­le, la mano­mis­sio­ne dei poz­zi duran­te il con­flit­to, li rese inu­ti­liz­za­bi­li. Inol­tre non era­no più pro­dut­ti­vi, era­no sta­ti sfrut­ta­ti fino all’ultima goc­cia, alme­no con i meto­di estrat­ti­vi di allora.

“Car­cas­se di vec­chi impian­ti petro­li­fe­ri, nere per l’invecchiamento e l’uso, si sta­glia­va­no silen­zio­sa­men­te sull’orizzonte”  (Il petro­lio e la glo­ria. — Di Ste­ve LeVi­ne books.google.it)
I leg­gen­da­ri gia­ci­men­ti di Baku, che ne ave­va­no fat­to la for­tu­na dal­la fine dell’ottocento, era­no esauriti.
Nel 1947, le tri­vel­la­zio­ni ripre­se­ro pio­nie­ri­sti­ca­men­te nel Mar Caspio, ma il petro­lio di Baku non ebbe più l’importanza per l’URSS e il mon­do che ebbe fino alla secon­da guer­ra mondiale.
Il pic­co di petro­lio dei gia­ci­men­ti di Baku, fu quel­lo che si mani­fe­stò con più dram­ma­ti­ci­tà, a cau­sa del­la guer­ra, ma è un fat­to che tut­ti i gia­ci­men­ti si esau­ri­sco­no pri­ma o poi. E’ sba­glia­to mischia­re le car­te come ha fat­to Man­biot. Anche i gia­ci­men­ti petro­li­fe­ri e del gas col­ti­va­ti con la frat­tu­ra­zio­ne degli sci­sti avran­no un loro ciclo di estra­zio­ne e pri­ma o poi si esau­ri­ran­no. La pro­du­zio­ne dei gia­ci­men­ti tra­di­zio­na­li, è già sta­ta pro­lun­ga­ta uti­liz­zan­do tec­ni­che estrat­ti­ve sem­pre più inno­va­ti­ve e costose.
E il pun­to è pro­prio que­sto. Il petro­lio si esau­ri­sce non quan­do fini­sce vera­men­te, ma quan­do diven­ta ecces­si­va­men­te costo­so estrar­lo. Il van­tag­gio del frac­king è quel­lo di esse­re una tec­ni­ca non ecces­si­va­men­te one­ro­sa, meno di quel­la uti­liz­za­ta per “lava­re” le sab­bie bituminose.
Quin­di il pic­co com­ples­si­vo non può mai esse­re pre­vi­sto in modo pre­ci­so, poi­chè può sem­pre soprag­giun­ge­re una nuo­va tec­ni­ca che per­met­te di pro­dur­re nuo­vi tipi di greg­gio. La pre­vi­sio­ne va attua­liz­za­ta al momen­to in cui vie­ne fat­ta e dipen­de dal­le tec­ni­che estrat­ti­ve di quel momento.
Cer­to chi pen­sa­va che con il pic­co del petro­lio tra­di­zio­na­le si arri­vas­se rapi­da­men­te al suo esau­ri­men­to, rimar­rà delu­so. Il petro­lio è un com­bu­sti­bi­le, un tem­po eco­no­mi­co, con­te­nen­te all’85% car­bo­nio. Ma que­sto ele­men­to chi­mi­co che lo ren­de com­bu­sti­bi­le, è pre­sen­te sul­la Ter­ra sot­to diver­se for­me. La mag­gior riser­va di car­bo­nio ter­re­stre non si tro­va nell’atmosfera, e nem­me­no nei gia­ci­men­ti di idro­car­bu­ri, ma nel­le roc­ce cal­ca­ree deri­va­te dai gusci di miliar­di di micror­ga­ni­smi mari­ni che depo­si­tan­do­si si sono cemen­ta­ti in milio­ni di anni. Se si doves­se tro­va­re in futu­ro una tec­ni­ca per estrar­re il car­bo­nio da que­ste roc­ce, altro che pic­co del petrolio…
Uno degli arti­co­li più ridi­co­li sul pic­co del petro­lio, in con­te­sta­zio­ne a Man­biot, è quel­lo scrit­to da C. Sta­gna­ro, su www.chicago-blog.it, il qua­le sostie­ne che:
“… la dispo­ni­bi­li­tà fisi­ca di greg­gio è una varia­bi­le rile­van­te ma non è né l’unica varia­bi­le né quel­la più impor­tan­te. Ciò che gui­da il pro­ces­so è infat­ti il siste­ma dei prez­zi. Se, stan­te un cer­to livel­lo del­la doman­da, la quan­ti­tà dispo­ni­bi­le di petro­lio a quei prez­zi dimi­nui­sce, i prez­zi sali­ran­no. Ciò non sarà pri­vo di con­se­guen­ze: da un lato i con­su­ma­to­ri mode­re­ran­no la pro­pria doman­da, dall’altro i pro­dut­to­ri tro­ve­ran­no eco­no­mi­co pro­dur­re da altre risor­se e inve­sti­re in ricer­ca per sco­prir­ne di nuo­ve “E’ l’idea clas­si­ca del­la teo­ria libe­ri­sta che si basa su beni e risor­se infi­ni­te. E’ come dire che la dina­mi­ca del­lo scam­bio di Sar­chia­po­nidipen­de uni­ca­men­te dal­la for­ma­zio­ne del prez­zo in un mer­ca­to di doman­da ed offer­ta, e non dal fat­to che il Sar­chia­po­ne esi­sta veramente.
Le risor­se natu­ra­li sono fini­te, il loro esau­ri­men­to segue sem­pre lo stes­so sche­ma. Ridur­re il tut­to a doman­da e offer­ta mi pare una sem­pli­fi­ca­zio­ne ecces­si­va. Non sono fon­da­men­ta­li qui le tec­ni­che eco­no­mi­che, ma le tec­ni­che estrat­ti­ve, sen­za le qua­li non si va da nes­su­na parte.
Comun­que, la situa­zio­ne di cri­si mon­dia­le, con­tri­bui­sce al rispar­mio di petro­lio e degli altri idro­car­bu­ri, e quin­di ad un pro­lun­ga­men­to del­le pre­vi­sio­ne sul­la loro estin­zio­ne. Cre­do che dovre­mo fare anco­ra i con­ti con le emis­sio­ni inqui­nan­ti degli idro­car­bu­ri per mol­to tem­po. Sul­le fon­ti alter­na­ti­ve, anche a cau­sa del­la cri­si, non si fan­no più inve­sti­men­ti, si con­ti­nue­rà per­tan­to a bru­cia­re petro­lio, gas e car­bo­ne. A meno che uno shock pro­vo­ca­to da una guer­ra in Medio Orien­te non fac­cia aumen­ta­re nuo­va­men­te il prez­zo del brent.
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L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affri­ca | Vener­dì 23 mar­zo 2012 | Mari­sa Fois |

C’è un re, di cui si festeg­gia il com­plean­no e la noti­zia sul gior­na­le, in pri­ma pagi­na, a carat­te­ri cubi­ta­li, accom­pa­gna­ta da una foto­gra­fia a gran­dez­za natu­ra­le di Sua Mae­stà, ne offu­sca un’altra: “Don­na par­ti­ta e mai più tor­na­ta”.
Lì, in quel Pae­se non ben defi­ni­to, ma che ha carat­te­ri­sti­che ben pre­ci­se – auto­ri­ta­rio, ric­co, auto­re­fe­ren­zia­le – “non era mai suc­ces­so che una don­na fos­se usci­ta e non fos­se più tor­na­ta. L’uomo, inve­ce, pote­va par­ti­re e non tor­na­re per set­te anni e, solo dopo que­sto perio­do, la moglie ave­va il dirit­to di chie­de­re la sepa­ra­zio­ne”. La don­na scom­par­sa era un’archeologa e “ave­va una pas­sio­ne per la ricer­ca del­le mum­mie, una sor­ta di pas­sa­tem­po”, non indos­sa­va il velo, ama­va il suo lavo­ro, era eman­ci­pa­ta. Per­ché è spa­ri­ta? Qual­cu­no l’ha costret­ta o è sta­ta una libe­ra scel­ta? È dav­ve­ro scomparsa?
L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi è una sor­ta di gial­lo intro­spet­ti­vo, che rac­con­ta la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le non solo nei Pae­si auto­ri­ta­ri, ma, in una pro­spet­ti­va più ampia, in ogni socie­tà. For­se pro­prio que­sto ha spin­to l’autrice – scrit­tri­ce e psi­chia­tra, non­ché una tra le più note mili­tan­ti del fem­mi­ni­smo inter­na­zio­na­le –  a non uti­liz­za­re nomi, ma solo cate­go­rie (don­ne e uomi­ni ) in modo che l’immedesimazione potes­se risul­ta­re più sem­pli­ce. Don­ne sot­to­mes­se al lavo­ro, don­ne che lavo­ra­no anche e più degli uomi­ni ma sen­za uno sti­pen­dio, che vie­ne inve­ce paga­to all’uomo che sta al loro fian­co e con cui con­di­vi­do­no il let­to e la casa, a cui sono costret­te a dire sem­pre di sì. Don­ne omo­lo­ga­te.Don­ne domi­na­te socialmente, economicamente e cul­tu­ral­men­te. In più, le rela­zio­ni socia­li sono influen­za­te anche dal petro­lio e dal­la sua poten­za, che ridu­ce l’intero Pae­se in schia­vi­tù, dipen­den­te da una for­za ester­na onnipresente.
Il librousci­to in Egit­to nel 2001, è sta­to subi­to cen­su­ra­to con­dan­na­to dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tem­pi del petro­lio” è, infat­ti, una cri­ti­ca diret­ta a Muba­rak, allo­ra sal­da­men­te al pote­re, e al suo gover­no, for­te­men­te con­di­zio­na­to da inge­ren­ze ester­ne. Ma è anche una cri­ti­ca a chi ten­ta di can­cel­la­re la sto­ria (emble­ma­ti­co è il caso del­la tra­sfor­ma­zio­ne del­le sta­tue che rap­pre­sen­ta­no divi­ni­tà fem­mi­ni­li in divi­ni­tà maschi­li),  alla scar­sa col­la­bo­ra­zio­ne tra don­ne e alla loro pau­ra di anda­re con­tro quel­lo che riten­go­no un desti­no già scrit­to e immo­di­fi­ca­bi­le. La nar­ra­zio­ne è come un viag­gio oni­ri­co: l’archeologa alter­na momen­ti di veglia al sogno, qua­si per non esse­re assor­bi­ta da que­sta monar­chia del petro­lio.

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Il labirinto di Putin” Il rilancio politico di stampo zarista

L’Opinione del­le Liber­tà | Mer­co­le­dì 23 mar­zo 2011 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Poco pri­ma del­la mez­za­not­te del 1 novem­bre 2006, Ale­xan­der Lit­vi­nen­ko, un ex agen­te dell’intelligence rus­sa che vive­va in esi­lio poli­ti­co a Lon­dra, si sve­gliò che sta­va pro­prio male. Nel giro di qual­che gior­no, una spa­ven­to­sa foto­gra­fia del suo cor­po ema­cia­to in un let­to d’ospedale scioc­cò il mondo.
Tre set­ti­ma­ne più tar­di era dece­du­to per avve­le­na­men­to da polo­nio-210, un iso­to­po radioat­ti­vo che secon­do gli inve­sti­ga­to­ri era sta­to ver­sa­to di nasco­sto in una bevan­da”.
A vol­te medio­cri scrit­to­ri di gial­li inven­ta­no le tra­me più astru­se per cer­ca­re di coin­vol­ge­re emo­ti­va­men­te i pro­pri lettori.
Ma quan­do le tra­me e gli intri­ghi sono cro­na­ca e sto­ria, la loro pre­sa sul­la pub­bli­ca opi­nio­ne è imme­dia­ta ed ha una por­ta­ta asso­lu­ta­men­te dirom­pen­te. Cer­to è, però, che por­ta­re alla luce del sole cer­te vicen­de impli­ca la neces­si­tà di un gran­dis­si­mo corag­gio, oltre che basar­si su una cono­scen­za appro­fon­di­ta e di pri­ma mano del­le real­tà su cui si pre­ten­de di fare chiarezza.
Se poi que­ste carat­te­ri­sti­che si spo­sa­no con una gran­de abi­li­tà nel tene­re la pen­na in mano, il risul­ta­to è asso­lu­ta­men­te avvin­cen­te. E que­sto è pro­prio il caso del libro di Ste­ve LeVi­neIl labi­rin­to di Putin: spie, omi­ci­di e il cuo­re nero del­la nuo­va Rus­sia”, pub­bli­ca­to in ita­lia­no dal Siren­te a fine set­tem­bre 2010 (l’edizione ori­gi­na­le in ingle­se è appar­sa nel 2008) nel­la col­la­na “Inchie­ste”, dove già era appar­so il suo volu­me “Il petro­lio e la glo­ria”, e di cui vi abbia­mo appe­na pro­po­sto l’incipit pre­po­ten­te ed efficacissimo.
Il libro si apre e chiu­de con l’assassinio di Liv­ti­nen­ko, ucci­so nel novem­bre 2006 attra­ver­so una con­ta­mi­na­zio­ne di polo­nio 210; e ana­liz­za in det­ta­glio una lun­ga serie di altri impro­ba­bi­li e fan­ta­sio­si omi­ci­di poli­ti­ci o di stra­ne inet­ti­tu­di­ni nell’affrontare cri­si poli­ti­che particolari.
Nell’ordine i più signi­fi­ca­ti­vi sono: Niko­lai Kho­khlov, la stra­ge di Nord-Ost, Paul Kleb­ni­kov, Anna Poli­to­v­ska­ya, Nata­lia Este­mi­ro­va. I per­so­nag­gi che entra­no in que­sto dram­ma sono loro, le vit­ti­me illu­stri di un gio­co al mas­sa­cro, insie­me ad altre per­so­na­li­tà di pri­mo pia­no, tra cui ovvia­men­te Vla­di­mir Putin, Dmi­tri Med­ve­dev, ma soprat­tut­to quel Boris Bere­zo­v­sky che ave­va fat­to e disfat­to le for­tu­ne di mol­ti uomi­ni poli­ti­ci rus­si e che tirò fuo­ri dal nul­la Putin: ma sta­vol­ta ave­va sba­glia­to i cal­co­li, e nel con­tra­sto con quest’ultimo è sta­to poi costret­to a rifu­giar­si nel pro­prio dora­to esi­lio a Lon­dra, da dove ha con­ti­nua­to e con­ti­nua ad ani­ma­re e spon­so­riz­za­re eco­no­mi­ca­men­te l’opposizione a Putin ed al “puti­ni­smo”.
Non è un caso che Liv­ti­nen­ko, scap­pa­to dal­la Rus­sia sei anni pri­ma del­la sua pre­ma­tu­ra mor­te, fos­se sul suo libro paga. Le moti­va­zio­ni che por­ta­no LeVi­ne a scri­ve­re que­sta inchie­sta affon­da­no le pro­prie radi­ci nel­la sua mis­sio­ne pro­fes­sio­na­le di gior­na­li­sta da sem­pre inte­res­sa­to a stu­dia­re gli intrec­ci tra il pote­re deri­va­to dal­la pro­du­zio­ne e distri­bu­zio­ne del petro­lio e le vicen­de poli­ti­che mon­dia­li, non­ché dal­la pro­pria emo­ti­vi­tà per­so­na­le, ed in par­ti­co­la­re dal­la com­mo­zio­ne susci­ta­ta in lui dal­la mor­te del col­le­ga del Wall Street Jour­nal ed ami­co, Daniel Pearl, rapi­to ed ucci­so in Afgha­ni­stan nel 2002.
In real­tà LeVi­ne cer­che­rà di dimo­stra­re l’esistenza di un filo sot­ti­le e infran­gi­bi­le che lega insie­me tut­ta una serie di stra­ni casi di cro­na­ca nera svol­ti­si in Rus­sia. La chia­ve di let­tu­ra che egli ci pro­po­ne fa rab­bri­vi­di­re, anche se non costi­tui­sce cer­ta­men­te una sor­pre­sa per chi si inte­res­si di sto­ria russa.
Infat­ti tra­di­zio­nal­men­te la Rus­sia ha sem­pre ripro­dot­to un model­lo di com­por­ta­men­to ugua­le a se stes­so: fino a che que­sta ha costi­tui­to un moti­vo di inte­res­se fon­da­men­ta­le nel­la stra­te­gia del­le comu­ni­ca­zio­ni pla­ne­ta­rie, ha sem­pre per­se­gui­to l’espansione ver­so il mare (fos­se que­sto il Paci­fi­co ad est, o il Medi­ter­ra­neo a sud – con tut­to quel che ne con­se­gue quan­to a coin­vol­gi­men­to nel­le que­stio­ni dei Balcani).
Quan­do poi la que­stio­ne del­le comu­ni­ca­zio­ni marit­ti­me e quin­di del­lo sboc­co sugli stret­ti sem­bra­va supe­ra­ta dal­lo svi­lup­po tec­no­lo­gi­co, si è impo­sto un altro pro­ble­ma: quel­lo del con­trol­lo del­le vie del petro­lio e del meta­no. Per otte­ne­re que­sti sco­pi, gli zar pri­ma, i dit­ta­to­ri sovie­ti­ci poi, e ades­so – secon­do l’analisi di LeVi­ne – Putin, non han­no esi­ta­to a ricor­re­re all’omicidio e per­fi­no alla stra­ge di stato.
E ci sono più modi di agi­re: sia atti­va­men­te, sia –come LeVi­ne riba­di­sce – pas­si­va­men­te. Infat­ti anche gli “erro­ri” nel gesti­re le cri­si, quan­do si ripe­to­no, non pos­so­no più esse­re con­si­de­ra­ti casua­li, ma evi­den­te­men­te entra­no a far par­te di una stra­te­gia che ha il solo sco­po di fare per­se­gui­re al gover­no quel che que­sto si propone.
E’ mol­to inte­res­san­te sco­pri­re le moti­va­zio­ni che sot­to­stan­no a cer­te scel­te. Infat­ti, come LeVi­ne rico­strui­sce attra­ver­so un pazien­te lavo­ro di inter­vi­ste, con­fron­ti tra dati, libri, testi­mo­nian­ze, rico­stru­zio­ne di fat­ti, etc etc, dopo la cadu­ta di Gor­ba­cev in Rus­sia si assi­ste ad un perio­do di caos e di cadu­ta del­la sicu­rez­za per­so­na­le a livel­li mai sta­ti tan­to bas­si (se non tor­nan­do indie­tro nel tem­po alle lot­te dei boia­ri dei tem­pi di Ivan Groz­nyj – quel­lo che noi chia­mia­mo “Ivan il Ter­ri­bi­le”); ma poi l’arrivo al pote­re di Vla­di­mir Putin pone fine a que­sta situa­zio­ne, per­ché rien­tra nel­la visio­ne di quest’ultimo lo sco­po di resti­tui­re alla Rus­sia il suo ruo­lo di stel­la di pri­ma gran­dez­za nel­la poli­ti­ca mondiale.
E que­sto signi­fi­ca intan­to garan­ti­re uno sti­le di vita più con­so­no ad una rin­no­va­ta gran­de poten­za. Ma Putin, secon­do LeVi­ne, nel cer­ca­re di cen­tra­re il pro­prio obiet­ti­vo, non ha alter­na­ti­ve che spaz­za­re via qual­sia­si tipo di oppo­si­zio­ne che pos­sa inde­bo­li­re l’immagine del pro­prio Pae­se all’estero.
Così chi si oppo­ne deve spa­ri­re. Cer­to, lo si fa pre­va­len­te­men­te all’interno degli stes­si con­fi­ni rus­si, dove poi si può garan­ti­re la coper­tu­ra a chi ope­ra gli assas­si­nii. E il modo scel­to per ope­ra­re è fan­ta­sio­so, ed ha lo sco­po di non con­sen­ti­re mai di risa­li­re ai veri mandanti.
Bere­zo­v­sky, che da anni vive in esi­lio in Gran Bre­ta­gna, ha dovu­to usci­re dal pro­prio Pae­se come con­se­guen­za del suc­ces­so dell’ascesa di Putin, che egli stes­so ave­va cal­deg­gia­to e favo­ri­to in tut­ti i modi. LeVi­ne ana­liz­za le mano­vre che han­no por­ta­to al pote­re l’apparatcik del KGB dagli occhi di ghiac­cio, sman­tel­lan­do il mito di un Putin gran­de agen­te segre­to assur­to al pote­re pro­prio in vir­tù di sue per­so­na­li capa­ci­tà ed infor­ma­zio­ni; Putin fu ini­zial­men­te scel­to per­ché appa­ren­te­men­te tut­to d’un pez­zo nell’amore e nel­la fedel­tà al ser­vi­zio del pro­prio Pae­se (e, quin­di, secon­do Bere­zo­v­sky, abba­stan­za sem­pli­ce da con­vin­ce­re a sta­re dal­la pro­pria parte).
Allo stes­so modo, ter­mi­na­to il secon­do man­da­to pre­si­den­zia­le, Putin ha fat­to sce­glie­re Med­ve­dev, per­ché costui non pre­sen­te­reb­be quel­le carat­te­ri­sti­che di deci­sio­ni­smo che potreb­be­ro far­ne un nuo­vo auto­cra­te. Putin stes­so, però, nel frat­tem­po, è riu­sci­to a sor­pre­sa a sosti­tui­re alle idee di Bere­zo­v­sky i pro­pri sco­pi, ser­ven­do a modo suo l’idea del ritor­no del­la Gran­de Madre Rus­sia sul pal­co­sce­ni­co internazionale.
La Rus­sia di Putin oggi navi­ga tra vio­len­za e cul­tu­ra di mor­te, e l’ipocrisia di sta­to può con­sen­ti­re a Meve­dev di depre­ca­re la mor­te del­la Este­mi­ro­va e dichia­ra­re che si cer­ca atti­va­men­te l’assassino, ma a distan­za di un anno dall’esecuzione del­la pala­di­na dei dirit­ti uma­ni dell’organizzazione “Memo­rial” (ben atti­va ai tem­pi di Eltzin, e tri­ste­men­te svuo­ta­ta di ogni slan­cio a distan­za di pochi anni) nes­sun risul­ta­to è segui­to, per­ché il con­trol­lo degli Inter­ni e degli appa­ra­ti di sicu­rez­za mili­ta­ri resta sal­da­men­te nel­le mani di quel­lo stes­so Putin che ha chia­ra­men­te ingag­gia­to un nuo­vo brac­cio di fer­ro con l’Occidente e sta velo­ce­men­te ripor­tan­do la Rus­sia ver­so i ben noti siste­mi sovie­ti­ci con la sola esclu­sio­ne del ripri­sti­no di un siste­ma di visti per i viag­gi – per­ché tor­na­re alle limi­ta­zio­ni sui movi­men­ti dei rus­si all’estero gli coste­reb­be trop­po in ter­mi­ni di popo­la­ri­tà, e non può per­met­ter­se­lo nean­che lui.
Con mol­ta luci­di­tà, LeVi­ne ci indi­ca anche i pun­ti in cui le pro­prie con­vin­zio­ni per­so­na­li quan­to al coin­vol­gi­men­to di Putin in cer­te vicen­de non incon­tra­no l’accordo di altri stu­dio­si, sto­ri­ci, o per­so­nag­gi diret­ta­men­te coin­vol­ti nei fat­ti esa­mi­na­ti in que­sto suo libro. Resta il fat­to che il rit­mo incal­zan­te degli avve­ni­men­ti, la rico­stru­zio­ne di momen­ti di gran­de ten­sio­ne (qua­le l’attentato al Tea­tro Dubro­v­ka o la tri­stis­si­ma sto­ria del­la stra­ge di Beslan, in Osse­zia, nel 2004), la cita­zio­ne pre­ci­sa di testi­mo­ni e docu­men­ti ren­do­no la let­tu­ra di que­sta inchie­sta un avvin­cen­te “must” per chiun­que inten­da affron­ta­re l’esame del­la poli­ti­ca est-ove­st e le sue pro­spet­ti­ve in que­sto scor­cio di nuo­vo millennio.
Anche se, pur­trop­po, la con­clu­sio­ne che se ne trae, è che il lupo per­de il pelo, ma non il vizio. E, come lo stes­so LeVi­ne con­clu­de nel­la sua post­fa­zio­ne al libro, data­ta 16 luglio 2010, è che “le dichia­ra­zio­ni rese e le inda­gi­ni ordi­na­te da Med­ve­dev non han­no rap­pre­sen­ta­to una rot­tu­ra con­vin­cen­te con il lun­go passato”.

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mer­co­le­dì 9 feb­bra­io 2011 | Mat­teo Baldi |

Le noti­zie che arri­va­no dal Cai­ro in que­sti gior­ni, vio­len­te e con­fu­se, par­la­no di un popo­lo che sta pro­van­do a cam­bia­re le cose, a dispet­to dell’acquiescenza del resto del mon­do. Ma che ruo­lo han­no gli intel­let­tua­li, in una situa­zio­ne come quel­la attua­le? E qua­le voce? Ci sono spa­zi per espri­me­re dis­sen­so, in un pae­se come l’Egitto? E i libri, rac­con­ta­no (o han­no pre­vi­sto) quel che sta acca­den­do? Andia­mo a vedere. 

Il mon­do inte­ro dovreb­be esse­re orgo­glio­so dell’inerzia con cui ha assi­sti­to alla libe­ra­zio­ne del popo­lo egi­zia­no. Il regi­me di Muba­rak era soli­to nomi­na­re mala­vi­to­si e adot­ta­re un regi­me di poli­zia sel­vag­gio per soste­ne­re i mem­bri del suo par­la­men­to e sop­pri­me­re la nostra ani­ma più auten­ti­ca, l’anima del­la liber­tà. Ma noi ci stia­mo impegnando”.
Ci scri­ve dal suo blac­k­ber­ry, con ama­ris­si­ma iro­nia,  Mag­dy El Sha­fee, fumet­ti­sta con­dan­na­to l’anno scor­so in segui­to al pro­ces­so per osce­ni­tà che gli era sta­to inten­ta­to dal­lo Sta­to egi­zia­no. La sua gra­phic novel “Metro”, infat­ti (pub­bli­ca­ta in Ita­lia dal­le edi­zio­ni Il Siren­te), all’interno di una vicen­da di spio­nag­gio, mostra un uomo e una don­na inten­ti in un rap­por­to sessuale.I dise­gni sono sta­ti con­si­de­ra­ti por­no­gra­fi­ci, e quin­di offen­si­vi. Tut­te le copie distri­bui­te al Cai­ro sono sta­te riti­ra­te e distrut­te, e Mag­dy ha dovu­to paga­re un’ammenda sala­ta. Ma sarà dav­ve­ro sola­men­te una que­stio­ne di dise­gni immorali?
Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”, reci­ta la sen­ten­za emes­sa dal Trbu­na­le, e allo­ra si capi­sce for­se meglio cosa pos­sa aver dato tan­to fasti­dio alle auto­ri­tà, in un pae­se (e una cul­tu­ra) in cui il ses­so for­se non vie­ne osten­ta­to pub­bli­ca­men­te ma cer­to non è tabù nel­le con­ver­sa­zio­ni e non può esse­re l’unica ragio­ne per met­te­re all’indice un libro a fumetti.
El Sha­fee, però, non è l’unica vit­ti­ma di un regi­me che mostra un vol­to pre­sen­ta­bi­le sola­men­te al resto del mon­do, e cen­su­ra il dis­sen­so impo­nen­do un con­trol­lo rigi­do anche sul web.
Nei pri­mi gior­ni degli scon­tri, la rete in Egit­to ha subi­to un vero e pro­prio blac­kout, per impe­di­re che le noti­zie di quel che sta­va acca­den­do fil­tras­se­ro ver­so gli altri Pae­si, ma anche per far sen­ti­re più iso­la­ti i blog­ger e tut­ti que­gli egi­zia­ni che tro­va­no in inter­net una fine­stra sul mondo.
Ala ‘Al Aswa­ni, cele­bra­to auto­re di Palaz­zo Yacou­bian (Fel­tri­nel­li edi­zio­ni), pro­muo­ve da anni un salot­to let­te­ra­rio al Cai­ro, cit­tà nel­la qua­le svol­ge la pro­fes­sio­ne di den­ti­sta ed è un intel­let­tua­le cono­sciu­to e rispet­ta­to. L’espressione “salot­to let­te­ra­rio”, però evo­ca imme­dia­ta­men­te imma­gi­ni di con­ci­lian­ti sedu­te che si svol­go­no fra ape­ri­ti­vi e mol­lez­ze – appun­to – salottiere.
Nul­la di più lon­ta­no dal vero, però, nei pae­si in cui la liber­tà di stam­pa è limi­ta­ta, i dirit­ti del­le don­ne sono un argo­men­to pura­men­te acca­de­mi­co e tut­ti i gior­ni la cor­ru­zio­ne che per­mea l’apparato poli­ti­co e ammi­ni­stra­ti­vo del Pae­se vin­co­la ogni serio ten­ta­ti­vo di miglio­ra­re le con­di­zio­ni del­la società.
Ten­go anco­ra i miei semi­na­ri per discu­te­re di que­stio­ni cul­tu­ra­li. Li ten­go dal 1996.
L’ho fat­to anche nei caf­fè, pub­bli­ca­men­te. Nel 2004 il gover­no ha minac­cia­to il pro­prie­ta­rio del caf­fè all’interno del qua­le li tene­va­mo, e allo­ra ci sia­mo spo­sta­ti nel palaz­zo dove ha sede “Kifa­ya” (“Abba­stan­za”), movi­men­to poli­ti­co che rac­co­glie intel­let­tua­li di diver­sa estra­zio­ne”, spie­ga­va Al Aswa­ni in un’intervista rac­col­ta a mar­gi­ne del­la sua par­te­ci­pa­zio­ne alla scor­sa edi­zio­ne del Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, dove l’Egitto era il Pae­se ospite.

Altri scrit­to­ri sono Nawal Al Saa­da­wi, auto­re de L’amore ai tem­pi del petro­lio, Ahmed Nagy, auto­re di Rogers e Kha­led Al Kamis­si, auto­re di Taxi.
I tre libri, oltre al fat­to di esse­re pub­bli­ca­ti in Ita­lia dal­lo stes­so edi­to­re (Il siren­te), han­no in comu­ne la capa­ci­tà di descri­ve­re la socie­tà civi­le egi­zia­na coglien­do­ne al tem­po stes­so la vita­li­tà e le scle­ro­si. Nel caso di Al Kamis­si, ad esem­pio, il Cai­ro è un bru­li­chio inin­ter­rot­to di vita col­to dal fine­stri­no del taxi, e i taxi­sti stes­si sono un pre­ci­pi­ta­to d’Egitto, con il loro lamen­tar­si del­le isti­tu­zio­ni e del­la cor­ru­zio­ne che però non por­ta a nulla.
Rogers”, inve­ce, è ope­ra di un blog­ger segui­tis­si­mo, un’opera ispi­ra­ta addi­rit­tu­ra a “The wall” di Roger Waters. Dal­la sche­da dedi­ca­ta a Ahmed Nagy sul sito de Il siren­te: “… in Egit­to è mol­to noto come blog­ger, ma soprat­tut­to per esse­re uno dei più gio­va­ni redat­to­ri di Akh­bàr el Adab, il pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio diret­to da Gamàl al-Ghi­tà­ni. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. Il suo blog Wasa kha­ia­lak (Allar­ga la tua imma­gi­na­zio­ne), ini­zia­to nel 2005, par­la di socio­lo­gia, pop art, dirit­ti uma­ni e cul­tu­ra: “spe­ri­men­to un diver­so livel­lo di lin­guag­gi per avvi­ci­na­re la gen­te alla letteratura”.

Nawal Al Saa­da­wi, infi­ne, è una pio­nie­ra del fem­mi­ni­smo nel mon­do ara­bo. Scrit­tri­ce e psi­chia­tra, ha sor­ti­to gran­de influen­za sul­le gene­ra­zio­ni più gio­va­ni, pro­prio gra­zie ai suoi libri. Can­di­da­ta­si alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li nel 2004, ha anche pas­sa­to un perio­do in gale­ra duran­te la pre­si­den­za di Sadat, ed è sta­ta iscrit­ta nel­la lista degli obiet­ti­vi di un grup­po fon­da­men­ta­li­sta. L’amore ai tem­pi del petro­lio, sot­to le spo­glie di un roman­zo gial­lo, com­pie un’indagine sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne nei pae­si arabi, muovendo i suoi let­to­ri a una pre­sa di coscienza.
Altra scrit­tri­ce egi­zia­na è Gha­da Abdel Aal, autri­ce di un libro e un blog mol­to segui­to inti­to­la­ti Che il velo sia da spo­sa (pub­bli­ca­to in Ita­lia da Epo­ché). In Egit­to il libro ha cono­sciu­to tale e tan­ta noto­rie­tà che la tele­vi­sio­ne ne ha trat­to uno sce­neg­gia­to, inter­pre­ta­to nel ruo­lo del­la pro­ta­go­ni­sta da una del­le attri­ci più cele­bri del mon­do ara­bo. Ma la sto­ria di Bri­de, gio­va­ne don­na in cer­ca di un mari­to da spo­sa­re per amo­re, è anche la gal­le­ria di una serie di “tipi” che rias­su­mo­no mol­to bene carat­te­ri­sti­che e difet­ti degli uomi­ni cui una don­na “in età da mari­to” può ambi­re in Egit­to, e que­sta è la ragion per cui Gha­da, con il suo alter ego roman­ze­sco, si è gua­da­gna­ta il sopran­no­me di “Brid­get Jones” ara­ba (sopran­no­me che — va det­to — all’autrice non pia­ce per nul­la)… noi abbia­mo inter­vi­sta­to Gha­da Abdel Aal nei dif­fi­ci­li gior­ni del­le pro­te­ste e del­le mani­fe­sta­zio­ni per cac­cia­re il Pre­si­den­te Mubarak.

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L’amore ai tempi del petrolio

Vita | Lune­dì 31 gen­na­io 2011 | Lub­na Ammou­ne |

Visco­so e nero come il petro­lio. Sem­bre­reb­be que­sta la carat­te­ri­sti­ca pecu­lia­re di un amo­re pre­sen­ta­to nel libro di Nawal al-Sa’dawi, scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na, cono­sciu­ta a livel­lo inter­na­zio­na­le per la sua bat­ta­glia in nome dei dirit­ti del­le don­ne e del­la demo­cra­tiz­za­zio­ne nel mon­do ara­bo. In que­sto suo roman­zo, L’amore ai tem­pi del petro­lio, l’autrice per­cor­re una sto­ria den­sa di miste­ro di una don­na di cui non cono­scia­mo il nome. La pro­ta­go­ni­sta è un’archeologa che scom­pa­re sen­za lascia­re trac­cia. Il suo viag­gio, rea­le e allo stes­so tem­po visio­na­rio, si rive­la come il per­cor­so del­la men­te e del­la coscien­za di una don­na che vive in un regno auto­ri­ta­rio in cui tut­to ciò che por­ta il gene­re fem­mi­ni­le a inte­res­si che esu­la­no dal­la casa è sin­to­mo di una malat­tia psi­co­lo­gi­ca. È un mon­do in cui lumi­na­ri del­la Ter­ra non pos­so­no che esse­re uomi­ni, e dun­que è risa­pu­to, anche se taciu­to, il fat­to che ci sia­no sta­te fal­si­fi­ca­zio­ni sto­ri­che ine­ren­ti alla tra­sfor­ma­zio­ne del­le dee in dei, come quan­do Abu al Haul pre­se con la for­za il tro­no e ordi­nò che fos­se­ro rimos­si i seni da una sta­tua fem­mi­ni­le per­ché venis­se aggiun­ta la bar­ba. La ricer­ca­tri­ce scom­pa­re e dall’indomani si leg­ge la noti­zia sui gior­na­li, per­ché nes­su­na don­na ha mai osa­to abban­do­na­re casa e mari­to, disob­be­den­do alle rego­le, tan­to che la poli­zia s