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Le Vine: ecco come cambia la geografia del petrolio

Media Duemila | Sabato 8 dicembre 2012 | Redazione |

Lo sviluppo di fonti alternative come aspirazione ad uno stile di vita più sostenibile e non come inevitabile surrogato dei combustibili fossili. La scoperta di nuove riserve di idrocarburi in Paesi finora ai margini sposta il dibattito sulle politiche energetiche pubbliche.

Entusiasmi e timori suscitati dalle nuove scoperte di idrocarburi. Il dibattito sulle fonti alternative. Gli equilibri geopolitici in Asia e nel Vecchio Continente e lo sviluppo dei progetti delle grandi arterie del gas. Steve Le Vine, giornalista e autore del best seller “The Oil and the Glory”, spiega come sta cambiando la geografia globale dell’energia.

La produzione di petrolio e gas sta vivendo un nuovo boom e non solo in Nord America, ma anche in regioni del mondo che potrebbero apparire sorprendenti: dall’Africa al Sud America, fino all’Artico. Il dibattito sul peak oil può quindi considerasi archiviato?
Il dibattito sul peak oil potrà considerarsi chiuso nel momento in cui le stime sulla produzione si materializzeranno. Per ora sembra proprio che si sia proiettati verso un prolungato periodo di scoperte di nuove riserve in posti sorprendenti come il Suriname (Guyana Olandese), la Guyana Francese o il Kenia, oltre ai già noti volumi disponibili in Canada, negli Stati Uniti e in Brasile. Da questo punto di vista 
certamente direi che non stiamo più andando verso una selva oscura.

Questo boom garantirà accesso all’energia a un numero sempre maggiore di persone anche nei Paesi produttori in via di sviluppo?

Questo boom garantirà a tutti un maggior accesso all’energia, ma pone anche nuove questioni. Il precedente scenario si fondava sul fatto che le risorse tradizionali erano destinate a esaurirsi e quindi 
bisognava sviluppare fonti alternative. Ora invece sappiamo che il petrolio e il gas non stanno per finire ma forse vogliamo comunque, per scelta, sviluppare fonti alternative. Il dibattito sulle politiche pubbliche per l’energia si è spostato e, a mio avviso, in una direzione che guarda molto più avanti e che è incentrata sullo stile di vita a cui si aspira.

Lei ha sottolineato come questa nuova “abbondanza abbia scatenato timori oltre che entusiasmi, considerando la lunga e sordida storia dell’Africa come preda di cacciatori di risorse e vittima di leader 
rapaci” anche se gli eventi più recenti, compresa la Primavera Araba, hanno mostrato “l’interesse dei produttori” verso politiche per il petrolio “più trasparenti”. Può fare qualche esempio concreto?

In Libia, ad esempio, la Primavera Araba ha mostrato come le popolazioni degli stati del petrolio non solo siano molto interessate alla loro forma di governo, ma sanno anche agire per determinarla. Allo stesso modo la forma di governo negli stati del petrolio interessa molto alle compagnie che operano su orizzonti di 30 o 40 anni e dunque devono poter contare sul rispetto dei contratti e sulle relazioni con chi 
 prende le decisioni. Gli attentati e l’instabilità in Kenia e in Nigeria dovrebbero ad esempio suonare come campanelli d’allarme per le compagnie che operano in quegli stati.

Dare elettricità a 1,3 miliardi di persone che ora non ne hanno, viene considerato un degli elementi cardine per uno sviluppo sostenibile. È solo una questione umanitaria o può essere anche un business profittevole?
Le grandi opere di beneficenza, perseguite da personaggi come Bill Gates, stanno facendo da apripista in questa direzione. L’elettrificazione di un Paese può essere nell’interesse geopolitico e macroeconomico e non è dunque una questione meramente umanitaria.
La volontà di utilizzare le proprie risorse per garantire un maggiore accesso all’energia manifestata da alcuni paesi in via di sviluppo, giustifica secondo lei decisioni come la nazionalizzazione della YPF in 
 Argentina o delle reti elettriche in Bolivia?
Il presidente argentino Cristina Fernández potrà anche sentirsi giustificata da interessi domestici per le sue mosse su YPF e Repsol, ma è rischioso perché spaventa gli altri investitori nel Paese e tutti i potenziali investitori, per non parlare della agenzie di rating!
L’enorme potenziale di petrolio e gas in Mozambico, in una posizione geografica favorevole anche per le esportazioni verso l’Europa, può ridimensionare il ruolo della Russia nel mercato dell’energia del Vecchio Continente?
Questa è la principale implicazione geopolitica delle ingenti scoperte  di gas in Mozambico. Già la rivoluzione dello shale gas in USA ha scosso l’equazione sui prezzi in Europa con Gazprom costretta ad 
 abbassare le quotazioni dell’oro blu in alcuni paesi. Se il gas del Mozambico dovesse riversarsi in Europa in modo cospicuo, ci sarebbe più  concorrenza sui prezzi e la capacità di leverage di Gazprom sul mercato 
  verebbe seriamente ridimensionata.


Rispetto a quando è uscito il suo famoso libro “The Oil and the Glory: the pursuit of empire and fortune on the Caspian Sea” (“Il petrolio e la gloria” ndr) nel 2007, com’è cambiato il ruolo del Caspio nella lotta epocale per il controllo dell’oro nero del pianeta?

C’e’ stato certamente un cambiamento per l’area del Caspio: da ruolo centrale nella grande geopolitica a ruolo secondario per una lotta che si sta estinguendo. Le attuali tensioni Est-Ovest sul fronte delle pipeline in Europa hanno le loro radici nella strategia diplomatica americana degli anni Novanta quando l’obiettivo era di allentare la presa della Russia sull’Asia Centrale e sul Caucaso. All’epoca ciò  rappresentava un pilastro della politica estera Usa. Una delle due gambe di questa politica era rappresentata dal gasdotto Baku-Ceyhan, divenuto operativo nel 2006. La seconda gamba, la Trans-Caspian pipeline, dal Turkmenistan all’Europa, non si è invece mai materializzata e dubito che lo sarà, almeno entro la fine di questo decennio. Il progetto si è infatti trasformato nel Nabucco, una versione molto più corta che dovrebbe partire non in Turkmenistan ma in Iraq, in Kurdistan o comunque  dove vi sia gas sufficiente da giustificare la costruzione. L’Asia   Centrale rimarrebbe così isolata rispetto all’Occidente e attratta verso l’Est , verso la Cina. Così staccata  politicamente, l’unico interesse di Washington per il Caspio al momento è legato al fatto che si tratta di una rotta di transito per le forniture belliche in Afghanistan.

In questo scenario come giudica il progetto South Stream? Molti osservatori lo considerano il gasdotto più fattibile perché, oltre  alla Russia, coinvolge i principali player del Vecchio Continente ed ora, con la designazione del socialdemocratico tedesco Henning Voscherau alla presidenza, potrebbe guadagnarsi lo status di progetto strategico in seno all’Ue.

Originariamente il South Stream è nato come risposta alternativa al Nabucco e all’Ucraina da parte della Russia. Penso che se il Nabucco  non si materializzasse e le tensioni con l’Ucraina venissero meno, Vladimir Putin lascerebbe tranquillamente morire il progetto . E ciò potrebbe ancora accadere: ci si chiede perché Putin voglia spendere 10 miliardi di dollari per la costruzione di questo gasdotto. C’è poi il fattore Cina. Se venisse siglato un accordo con Pechino, South Stream morirebbe . Ma di certo, anche per le ragioni sottolineate nella domanda, Putin sembra determinato a portare avanti il progetto indipendentemente dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabucco l’Ue ha annunciato una decisione finale il prossimo anno. Se il progetto venisse realizzato, secondo lei, sarebbe destinato a competere con il Gasdotto Europeo del Sud-Est (SEEP) o potrebbe fondersi con il Tanap?
Penso che assisteremo ad una combinazione tra il gasdotto SEEP sostenuto da BP e un connettore meridionale. Il fatto che BP,  proprietaria dei principali asset azeri,  abbia pubblicamente sostenuto 
  questa linea, la dice lunga. Nella remota possibilità che venisse  raggiunto un accordo sul nucleare con l’Iran tutte le ipotesi sarebbero  sul tavolo.   Potrebbe sembrare strano, ma se mi si chiede di fare una  previsione, io insisto sul fatto che il Nabucco non si materializzerà almeno fino alla fine del decennio.

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La geografia del petrolio vista da uno scrittore

MIT Technology Review | Martedì 30 ottobre 2012 | Rita Kirby |

Steve LeVine, giornalista e autore del best seller “The Oil and the Glory”, spiega come sta cambiando la geografia globale dell’energia.

La produzione di petrolio e gas sta vivendo un nuovo boom e non solo in Nord America,ma anche in regioni del mondo che potrebbero apparire sorprendenti: dall’Africa al Sud America, fino all’Artico. Il dibattito sul peak oil può quindi considerasi archiviato?
Il dibattito sul peak oil potrà considerarsi chiuso nel momento in cui le stime sulla produzione si materializzeranno. Per ora sembra proprio che si sia proiettati verso un prolungato periodo di scoperte di nuove riserve in posti sorprendenti come il Suriname (Guyana Olandese), la Guyana Francese o il Kenia, oltre ai già noti volumi disponibili in Canada, negli Stati Uniti e in Brasile. Da questo punto di vista certamente direi che non stiamo più andando verso una selva oscura.

Questo boom garantirà accesso all’energia a un numero sempre maggiore di persone anche nei Paesi produttori in via di sviluppo?
Questo boom garantirà a tutti un maggior accesso all’energia, ma pone anche nuove questioni. Il precedente scenario si fondava sul fatto che le risorse tradizionali erano destinate a esaurirsi e quindi bisognava sviluppare fonti alternative. Ora invece sappiamo che il petrolio e il gas non stanno per finire ma forse vogliamo comunque, per scelta, sviluppare fonti alternative. Il dibattito sulle politiche pubbliche per l’energia si è spostato e, a mio avviso, in una direzione che guarda molto più avanti e che è incentrata sullo stile di vita a cui si aspira.

Lei ha sottolineato come questa nuova “abbondanza abbia scatenato timori oltre che entusiasmi, considerando la lunga e sordida storia dell’Africa come preda di cacciatori di risorse e vittima di leader rapaci” anche se gli eventi più recenti, compresa la Primavera araba, hanno mostrato “l’interesse dei produttori” verso politiche per il petrolio “più trasparenti”. Può fare qualche esempio concreto?
In Libia, ad esempio, la Primavera araba ha mostrato come le popolazioni degli stati del petrolio non solo siano molto interessate alla loro forma di governo, ma sanno anche agire per determinarla. Allo stesso modo la forma di governo negli stati del petrolio interessa molto alle compagnie che operano su orizzonti di 30 o 40 anni e dunque devono poter contare sul rispetto dei contratti e sulle relazioni con chi prende le decisioni. Gli attentati e l’instabilità in Kenia e in Nigeria dovrebbero ad esempio suonare come campanelli d’allarme per le compagnie che operano in quegli stati.

Dare elettricità a 1,3 miliardi di persone che ora non ne hanno, viene considerato uno degli elementi cardine per uno sviluppo sostenibile. È solo una questione umanitaria o può essere anche un business profittevole?
Le grandi opere di beneficenza, perseguite da personaggi come Bill Gates, stanno facendo da apripista in questa direzione. L’elettrificazione di un Paese può essere nell’interesse geopolitico e macroeconomico e non è dunque una questione meramente umanitaria.

La volontà di utilizzare le proprie risorse per garantire un maggiore accesso all’energia manifestata da alcuni paesi in via di sviluppo, giustifica secondo lei decisioni come la nazionalizzazione della YPF in Argentina o delle reti elettriche in Bolivia?
Il presidente argentino Cristina Fernández potrà anche sentirsi giustificata da interessi domestici per le sue mosse su YPF e Repsol, ma è rischioso perché spaventa gli altri investitori nel Paese e tutti i potenziali investitori, per non parlare delle agenzie di rating!

L’enorme potenziale di petrolio e gas in Mozambico, in una posizione geografica favorevole anche per le esportazioni verso l’Europa, può ridimensionare il ruolo della Russia nel mercato dell’energia del Vecchio Continente?
Questa è la principale implicazione geopolitica delle ingenti scoperte di gas in Mozambico. Già la rivoluzione dello shale gas in USA ha scosso l’equazione sui prezzi in Europa con Gazprom costretta ad abbassare le quotazioni dell’oro blu in alcuni paesi. Se il gas del Mozambico dovesse riversarsi in Europa in modo cospicuo, ci sarebbe più concorrenza sui prezzi e la capacità di leverage di Gazprom sul mercato verrebbe seriamente ridimensionata.

Rispetto a quando è uscito il suo famoso libro “The Oil and the Glory: the pursuit of empire and fortune on the Caspian Sea” (“Il petrolio e la gloria”,ndr) nel 2007, com’è cambiato il ruolo del Caspio nella lotta epocale per il controllo dell’oro nero del pianeta?
C’è stato certamente un cambiamento per l’area del Caspio: da ruolo centrale nella grande geopolitica a ruolo secondario per una lotta che si sta estinguendo. Le attuali tensioni Est-Ovest sul fronte delle pipeline in Europa hanno le loro radici nella strategia diplomatica americana degli anni Novanta quando l’obiettivo era di allentare la presa della Russia sull’Asia Centrale e sul Caucaso. All’epoca ciò rappresentava un pilastro della politica estera Usa. Una delle due gambe di questa politica era rappresentata dal gasdotto Baku-Ceyhan, divenuto operativo nel 2006. La seconda gamba, la Trans-Caspian pipeline, dal Turkmenistan all’Europa, non si è invece mai materializzata e dubito che lo sarà, almeno entro la fine di questo decennio. Il progetto si è infatti trasformato nel Nabucco, una versione molto più corta che dovrebbe partire non in Turkmenistan ma in Iraq, in Kurdistan o comunque dove vi sia gas sufficiente da giustificare la costruzione. L’Asia Centrale rimarrebbe così isolata rispetto all’Occidente e attratta verso l’Est , verso la Cina. Così staccata politicamente, l’unico interesse di Washington per il Caspio al momento è legato al fatto che si tratta di una rotta di transito per le forniture belliche in Afghanistan.

In questo scenario come giudica il progetto South Stream? Molti osservatori lo considerano il gasdotto più fattibile perché, oltre alla Russia, coinvolge i principali player del Vecchio Continente ed ora, con la designazione del socialdemocratico tedesco Henning Voscherau alla presidenza, potrebbe guadagnarsi lo status di progetto strategico in seno all’Ue.
Originariamente il South Stream è nato come risposta alternativa al Nabucco e all’Ucraina da parte della Russia. Penso che se il Nabucco non si materializzasse e le tensioni con l’Ucraina venissero meno, Vladimir Putin lascerebbe tranquillamente morire il progetto. E ciò potrebbe ancora accadere: ci si chiede perché Putin voglia spendere 10miliardi di dollari per la costruzione di questo gasdotto. C’è poi il fattore Cina. Se venisse siglato un accordo con Pechino, South Stream morirebbe . Ma di certo, anche per le ragioni sottolineate nella domanda, Putin sembra determinato a portare avanti il progetto indipendentemente dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabucco l’Ue ha annunciato una decisione finale il prossimo anno. Se il progetto venisse realizzato, secondo lei, sarebbe destinato a competere con il Gasdotto Europeo del Sud-Est (SEEP) o potrebbe fondersi con il Tanap?
Penso che assisteremo ad una combinazione tra il gasdotto SEEP sostenuto da BP e un connettore meridionale. Il fatto che BP, proprietaria dei principali asset azeri, abbia pubblicamente sostenuto questa linea, la dice lunga. Nella remota possibilità che venisse raggiunto un accordo sul nucleare con l’Iran tutte le ipotesi sarebbero sul tavolo. Potrebbe sembrare strano, ma se mi si chiede di fare una previsione, io insisto sul fatto che il Nabucco non si materializzerà almeno fino alla fine del decennio.

Chi è Steve LeVine Scrittore, giornalista e blogger, LeVine, attualmente risiede a Washington, D.C., dove segue la geopolitica dell’energia per la rivista Foreign Policy, che ospita il suo blog “The Oil and the Glory”. Per 11 anni, a partire da due settimane dopo il crollo dell’Unione Sovietica fino al 2003, ha vissuto tra l’Asia Centrale e il Caucaso. È stato corrispondente per The Wall Street Journal per la regione delle otto nazioni e prima ancora per The New York Times. Tra il 1988 e il 1991, LeVine è stato corrispondente di Newsweek per il Pakistan e l’Afghanistan, mentre dal 1985 al 1988 è stato corrispondente dalle Filippine per Newsday. Ha pubblicato due libri: The Oil and the Glory (2007), che racconta vicende di battaglie alla conquista di fortuna, gloria e potere sul Mar Caspio; e Putin’s Labyrinth (2008), la storia della Russia raccontata attraverso la vita e la morte di sei personaggi, di cui nel 2009 è stata pubblicata una versione aggiornata in edizione in brossura da Random House.

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Ogni petrolio ha il suo picco

spensierata.mente | Mercoledì 18 luglio 2012 |  |

Come direbbe Totò, “ogni picco ha il suo petrolio” . Ho letto ultimamente vari interventi sul picco del petrolio, che non esisterebbe più, o sarebbe un’idea superata e altre amenità. A me pare che non si valutino le cose da un punto di vista molto semplice: in natura tutte le risorse sono limitate e che lo vogliamo o no le miniere e i giacimenti con il tempo si esauriscono. Tutto il resto sono sciocchezze. Oppure si parla d’altro, mischiando petrolio naturale, gas naturale, carbone, mercato delle materie prime, petrolio e gas ottenuti dalla fratturazione delle rocce di scisto, in un miscuglio insensato.

Tutto nasce da “C’ERAVAMO SBAGLIATI SUL PICCO DEL PETROLIO” (www.comedonchisciotte.org) di George Monbiot.
” I fatti sono cambiati, ora dobbiamo cambiare anche noi. Nel corso degli ultimi dieci anni un’improbabile coalizione di geologi, trivellatori di petrolio, banchieri, strateghi militari e ambientalisti ci hanno predetto che il picco del petrolio – il declino delle forniture mondiali – era imminente.

Il Picco del Petrolio non è avvenuto, ed è improbabile che accada per molto tempo ancora.

Un rapporto dell’esperto petrolifero Leonardo Maugeri, pubblicato dall’Università di Harvard, fornisce prove inconfutabili che è appena iniziato un nuovo boom del petrolio.”

E prosegue mischiando dati riguardanti il brent classico con quello “innovativo” prodotto con il fracking.

Fa chiarezza sul punto U. Bardi in “ABBASTANZA PETROLIO PER FRIGGERCI TUTTI” (www.comedonchisciotte.org)


“George Monbiot … Si sbaglia sul picco di petrolio, ma ha ragione sulla sua conclusione finale: ci sono abbastanza combustibili fossili per friggerci tutti.

il vero errore fatto da Monbiot è stato quello di aver dato eccessiva importanza al picco del petrolio per il cambiamento climatico. Fino ad ora le stravaganze sulla produzione di petrolio non hanno influenza di molto l’andamento delle emissioni di gas serra. Adesso anche se la produzione di greggio è stazionaria da diversi anni, le emissioni di anidride carbonica continuano ad aumentare.

Questo è quello che ci si aspetta: il petrolio è solo una delle fonti di CO2 in eccesso nell’ atmosfera e il costo sempre maggiore per estrarlo sta spingendo l’ industria ad un utilizzo di carburanti sporchi. In altre parole, stiamo assistendo ad una tendenza all’ utilizzo di carburanti che rilasciano sempre più CO2 per la solita energia prodotta”

 
Al di la delle tesi ambientaliste sull’aumento di anidride carbonica, il cui contributo secondo me è meno importante del semplice vapore acqueo, sul picco del petrolio Bardi ha ragione.

Basta fare un ragionamento ordinato, e si vedrà, al di la dei dati veritieri o meno, che il picco del petrolio esiste, come esiste quello del gas o del carbone ecc. Il picco della produzione di petrolio si misura giacimento per giacimento, tipologia per tipologia, e poi si sommano i vari contributi.

Il primo esempio, il più clamoroso picco petrolifero di un giacimento importante tradizionale, con conseguente esaurimento dello stesso, fu quello di Baku, capitale dell’Azerbaigian, un tempo repubblica sovietica russa, oggi indipendente. Attualmente sono ancora presenti nella regione pozzi petroliferi in mare. Quelli terrestri si sono esauriti da tempo.

“A partire dal 1873 Baku assistette al boom petrolifero che diede un forte impulso al suo sviluppo urbanistico e industriale, dando vita al distretto noto come la Città Nera. In un breve lasso di tempo la città vide la fioritura di rappresentanze e delegazioni di compagnie provenienti da ogni angolo del mondo: svizzeri, inglesi, italiani, francesi, belgi, tedeschi e persino americani.

A Baku, nel 1848, venne effettuata la prima trivellazione al mondo, lo sfruttamento economico dei giacimenti iniziò nel 1872 e all’inizio del XX secolo l’area petrolifera di Baku era la più grande del mondo, se ne ricavava oltre la metà del consumo mondiale. Alla fine del XX secolo i giacimenti terrestri si esaurirono e si passò allo sfruttamento dei giacimenti marini.”

it.wikipedia.org )

Il picco di estrazione del petrolio dei giacimenti terrestri a Baku avvenne probabilmente nel 1941, quando vennero estratti 125 milioni di barili da parte dei sovietici. L’intenzione di Hitler nella seconda guerra mondiale era di occupare Baku per rifornire i suoi mezzi militari e proseguire la guerra.

“Nel 1940 Baku era la gemma dell’industria petrolifera sovietica e il petrolio azero rappresentava il 72 % del petrolio estratto nell’Unione Sovietica, con il quale venivano rifornite le linee del fronte.

Il piano di Hitler era quello di prendere Maikop (Russia) e Grozny (Cecenia ) ma soprattutto Baku ossessionato dall’idea del petrolio e dei rifornimenti che potevano avere un peso decisivo sull’esito della guerra, con il Petrolio caucasico e le fattorie Ucraine l’ impero nazista avrebbe potuto essere autosufficiente.Il piano dell’operazione fu chiamato Edelweiss e non pianificava nessun bombardamento su Baku per non danneggiare i pozzi petroliferi

In ogni caso senza il petrolio del Caucaso in primis di Baku il sistema militare, industriale e agricolo sovietico sarebbe collassato.

Nel luglio 1942 i tedeschi presero Rostov poi Maikop ma il petrolio che poteva essere disponibile era poco visto che i russi in ritirata distrussero pozzi e apparecchiature, l’ avanzata tedesca prosegui fino al Monte Elbrus il punto più alto del Caucaso e il 25 settembre 1942 fu decisa come data dell’attacco definitivo di Baku.

Fortunatamente ciò non avvenne mai… La corsa si fermò con la definitiva sconfitta di Stalingrado e Baku non fu mai attaccata.”
(jenaplissken.tumblr.com)Quando finì la seconda guerra mondiale, la manomissione dei pozzi durante il conflitto, li rese inutilizzabili. Inoltre non erano più produttivi, erano stati sfruttati fino all’ultima goccia, almeno con i metodi estrattivi di allora.

“Carcasse di vecchi impianti petroliferi, nere per l’invecchiamento e l’uso, si stagliavano silenziosamente sull’orizzonte”  (Il petrolio e la gloria. – Di Steve LeVine books.google.it)
I leggendari giacimenti di Baku, che ne avevano fatto la fortuna dalla fine dell’ottocento, erano esauriti.
Nel 1947, le trivellazioni ripresero pionieristicamente nel Mar Caspio, ma il petrolio di Baku non ebbe più l’importanza per l’URSS e il mondo che ebbe fino alla seconda guerra mondiale.
Il picco di petrolio dei giacimenti di Baku, fu quello che si manifestò con più drammaticità, a causa della guerra, ma è un fatto che tutti i giacimenti si esauriscono prima o poi. E’ sbagliato mischiare le carte come ha fatto Manbiot. Anche i giacimenti petroliferi e del gas coltivati con la fratturazione degli scisti avranno un loro ciclo di estrazione e prima o poi si esauriranno. La produzione dei giacimenti tradizionali, è già stata prolungata utilizzando tecniche estrattive sempre più innovative e costose.
E il punto è proprio questo. Il petrolio si esaurisce non quando finisce veramente, ma quando diventa eccessivamente costoso estrarlo. Il vantaggio del fracking è quello di essere una tecnica non eccessivamente onerosa, meno di quella utilizzata per “lavare” le sabbie bituminose.
Quindi il picco complessivo non può mai essere previsto in modo preciso, poichè può sempre sopraggiungere una nuova tecnica che permette di produrre nuovi tipi di greggio. La previsione va attualizzata al momento in cui viene fatta e dipende dalle tecniche estrattive di quel momento.
Certo chi pensava che con il picco del petrolio tradizionale si arrivasse rapidamente al suo esaurimento, rimarrà deluso. Il petrolio è un combustibile, un tempo economico, contenente all’85% carbonio. Ma questo elemento chimico che lo rende combustibile, è presente sulla Terra sotto diverse forme. La maggior riserva di carbonio terrestre non si trova nell’atmosfera, e nemmeno nei giacimenti di idrocarburi, ma nelle rocce calcaree derivate dai gusci di miliardi di microrganismi marini che depositandosi si sono cementati in milioni di anni. Se si dovesse trovare in futuro una tecnica per estrarre il carbonio da queste rocce, altro che picco del petrolio…

Uno degli articoli più ridicoli sul picco del petrolio, in contestazione a Manbiot, è quello scritto da C. Stagnaro, su www.chicago-blog.it, il quale sostiene che:
“… la disponibilità fisica di greggio è una variabile rilevante ma non è né l’unica variabile né quella più importante. Ciò che guida il processo è infatti il sistema dei prezzi. Se, stante un certo livello della domanda, la quantità disponibile di petrolio a quei prezzi diminuisce, i prezzi saliranno. Ciò non sarà privo di conseguenze: da un lato i consumatori modereranno la propria domanda, dall’altro i produttori troveranno economico produrre da altre risorse e investire in ricerca per scoprirne di nuove “E’ l’idea classica della teoria liberista che si basa su beni e risorse infinite. E’ come dire che la dinamica dello scambio di Sarchiaponidipende unicamente dalla formazione del prezzo in un mercato di domanda ed offerta, e non dal fatto che il Sarchiapone esista veramente.

Le risorse naturali sono finite, il loro esaurimento segue sempre lo stesso schema. Ridurre il tutto a domanda e offerta mi pare una semplificazione eccessiva. Non sono fondamentali qui le tecniche economiche, ma le tecniche estrattive, senza le quali non si va da nessuna parte.
Comunque, la situazione di crisi mondiale, contribuisce al risparmio di petrolio e degli altri idrocarburi, e quindi ad un prolungamento delle previsione sulla loro estinzione. Credo che dovremo fare ancora i conti con le emissioni inquinanti degli idrocarburi per molto tempo. Sulle fonti alternative, anche a causa della crisi, non si fanno più investimenti, si continuerà pertanto a bruciare petrolio, gas e carbone. A meno che uno shock provocato da una guerra in Medio Oriente non faccia aumentare nuovamente il prezzo del brent.
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“L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affrica | Venerdì 23 marzo 2012 | Marisa Fois |

C’è un re, di cui si festeggia il compleanno e la notizia sul giornale, in prima pagina, a caratteri cubitali, accompagnata da una fotografia a grandezza naturale di Sua Maestà, ne offusca un’altra: “Donna partita e mai più tornata”.
Lì, in quel Paese non ben definito, ma che ha caratteristiche ben precise – autoritario, ricco, autoreferenziale – “non era mai successo che una donna fosse uscita e non fosse più tornata. L’uomo, invece, poteva partire e non tornare per sette anni e, solo dopo questo periodo, la moglie aveva il diritto di chiedere la separazione”. La donna scomparsa era un’archeologa e “aveva una passione per la ricerca delle mummie, una sorta di passatempo”, non indossava il velo, amava il suo lavoro, era emancipata. Perché è sparita? Qualcuno l’ha costretta o è stata una libera scelta? È davvero scomparsa?
L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi è una sorta di giallo introspettivo, che racconta la condizione femminile non solo nei Paesi autoritari, ma, in una prospettiva più ampia, in ogni società. Forse proprio questo ha spinto l’autrice – scrittrice e psichiatra, nonché una tra le più note militanti del femminismo internazionale –  a non utilizzare nomi, ma solo categorie (donne e uomini ) in modo che l’immedesimazione potesse risultare più semplice. Donne sottomesse al lavoro, donne che lavorano anche e più degli uomini ma senza uno stipendio, che viene invece pagato all’uomo che sta al loro fianco e con cui condividono il letto e la casa, a cui sono costrette a dire sempre di sì. Donne omologate.Donne dominate socialmente, economicamente e culturalmente. In più, le relazioni sociali sono influenzate anche dal petrolio e dalla sua potenza, che riduce l’intero Paese in schiavitù, dipendente da una forza esterna onnipresente.
Il librouscito in Egitto nel 2001, è stato subito censurato condannato dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tempi del petrolio” è, infatti, una critica diretta a Mubarak, allora saldamente al potere, e al suo governo, fortemente condizionato da ingerenze esterne. Ma è anche una critica a chi tenta di cancellare la storia (emblematico è il caso della trasformazione delle statue che rappresentano divinità femminili in divinità maschili),  alla scarsa collaborazione tra donne e alla loro paura di andare contro quello che ritengono un destino già scritto e immodificabile. La narrazione è come un viaggio onirico: l’archeologa alterna momenti di veglia al sogno, quasi per non essere assorbita da questa monarchia del petrolio.

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“Il labirinto di Putin” Il rilancio politico di stampo zarista

L’Opinione delle Libertà | Mercoledì 23 marzo 2011 | Maria Antonietta Fontana |

“Poco prima della mezzanotte del 1 novembre 2006, Alexander Litvinenko, un ex agente dell’intelligence russa che viveva in esilio politico a Londra, si svegliò che stava proprio male. Nel giro di qualche giorno, una spaventosa fotografia del suo corpo emaciato in un letto d’ospedale scioccò il mondo.
Tre settimane più tardi era deceduto per avvelenamento da polonio-210, un isotopo radioattivo che secondo gli investigatori era stato versato di nascosto in una bevanda”.
A volte mediocri scrittori di gialli inventano le trame più astruse per cercare di coinvolgere emotivamente i propri lettori.
Ma quando le trame e gli intrighi sono cronaca e storia, la loro presa sulla pubblica opinione è immediata ed ha una portata assolutamente dirompente. Certo è, però, che portare alla luce del sole certe vicende implica la necessità di un grandissimo coraggio, oltre che basarsi su una conoscenza approfondita e di prima mano delle realtà su cui si pretende di fare chiarezza.
Se poi queste caratteristiche si sposano con una grande abilità nel tenere la penna in mano, il risultato è assolutamente avvincente. E questo è proprio il caso del libro di Steve LeVineIl labirinto di Putin: spie, omicidi e il cuore nero della nuova Russia”, pubblicato in italiano dal Sirente a fine settembre 2010 (l’edizione originale in inglese è apparsa nel 2008) nella collana “Inchieste”, dove già era apparso il suo volume “Il petrolio e la gloria”, e di cui vi abbiamo appena proposto l’incipit prepotente ed efficacissimo.
Il libro si apre e chiude con l’assassinio di Livtinenko, ucciso nel novembre 2006 attraverso una contaminazione di polonio 210; e analizza in dettaglio una lunga serie di altri improbabili e fantasiosi omicidi politici o di strane inettitudini nell’affrontare crisi politiche particolari.
Nell’ordine i più significativi sono: Nikolai Khokhlov, la strage di Nord-Ost, Paul Klebnikov, Anna Politovskaya, Natalia Estemirova. I personaggi che entrano in questo dramma sono loro, le vittime illustri di un gioco al massacro, insieme ad altre personalità di primo piano, tra cui ovviamente Vladimir Putin, Dmitri Medvedev, ma soprattutto quel Boris Berezovsky che aveva fatto e disfatto le fortune di molti uomini politici russi e che tirò fuori dal nulla Putin: ma stavolta aveva sbagliato i calcoli, e nel contrasto con quest’ultimo è stato poi costretto a rifugiarsi nel proprio dorato esilio a Londra, da dove ha continuato e continua ad animare e sponsorizzare economicamente l’opposizione a Putin ed al “putinismo”.
Non è un caso che Livtinenko, scappato dalla Russia sei anni prima della sua prematura morte, fosse sul suo libro paga. Le motivazioni che portano LeVine a scrivere questa inchiesta affondano le proprie radici nella sua missione professionale di giornalista da sempre interessato a studiare gli intrecci tra il potere derivato dalla produzione e distribuzione del petrolio e le vicende politiche mondiali, nonché dalla propria emotività personale, ed in particolare dalla commozione suscitata in lui dalla morte del collega del Wall Street Journal ed amico, Daniel Pearl, rapito ed ucciso in Afghanistan nel 2002.
In realtà LeVine cercherà di dimostrare l’esistenza di un filo sottile e infrangibile che lega insieme tutta una serie di strani casi di cronaca nera svoltisi in Russia. La chiave di lettura che egli ci propone fa rabbrividire, anche se non costituisce certamente una sorpresa per chi si interessi di storia russa.
Infatti tradizionalmente la Russia ha sempre riprodotto un modello di comportamento uguale a se stesso: fino a che questa ha costituito un motivo di interesse fondamentale nella strategia delle comunicazioni planetarie, ha sempre perseguito l’espansione verso il mare (fosse questo il Pacifico ad est, o il Mediterraneo a sud – con tutto quel che ne consegue quanto a coinvolgimento nelle questioni dei Balcani).
Quando poi la questione delle comunicazioni marittime e quindi dello sbocco sugli stretti sembrava superata dallo sviluppo tecnologico, si è imposto un altro problema: quello del controllo delle vie del petrolio e del metano. Per ottenere questi scopi, gli zar prima, i dittatori sovietici poi, e adesso – secondo l’analisi di LeVine – Putin, non hanno esitato a ricorrere all’omicidio e perfino alla strage di stato.
E ci sono più modi di agire: sia attivamente, sia –come LeVine ribadisce – passivamente. Infatti anche gli “errori” nel gestire le crisi, quando si ripetono, non possono più essere considerati casuali, ma evidentemente entrano a far parte di una strategia che ha il solo scopo di fare perseguire al governo quel che questo si propone.
E’ molto interessante scoprire le motivazioni che sottostanno a certe scelte. Infatti, come LeVine ricostruisce attraverso un paziente lavoro di interviste, confronti tra dati, libri, testimonianze, ricostruzione di fatti, etc etc, dopo la caduta di Gorbacev in Russia si assiste ad un periodo di caos e di caduta della sicurezza personale a livelli mai stati tanto bassi (se non tornando indietro nel tempo alle lotte dei boiari dei tempi di Ivan Groznyj – quello che noi chiamiamo “Ivan il Terribile”); ma poi l’arrivo al potere di Vladimir Putin pone fine a questa situazione, perché rientra nella visione di quest’ultimo lo scopo di restituire alla Russia il suo ruolo di stella di prima grandezza nella politica mondiale.
E questo significa intanto garantire uno stile di vita più consono ad una rinnovata grande potenza. Ma Putin, secondo LeVine, nel cercare di centrare il proprio obiettivo, non ha alternative che spazzare via qualsiasi tipo di opposizione che possa indebolire l’immagine del proprio Paese all’estero.
Così chi si oppone deve sparire. Certo, lo si fa prevalentemente all’interno degli stessi confini russi, dove poi si può garantire la copertura a chi opera gli assassinii. E il modo scelto per operare è fantasioso, ed ha lo scopo di non consentire mai di risalire ai veri mandanti.
Berezovsky, che da anni vive in esilio in Gran Bretagna, ha dovuto uscire dal proprio Paese come conseguenza del successo dell’ascesa di Putin, che egli stesso aveva caldeggiato e favorito in tutti i modi. LeVine analizza le manovre che hanno portato al potere l’apparatcik del KGB dagli occhi di ghiaccio, smantellando il mito di un Putin grande agente segreto assurto al potere proprio in virtù di sue personali capacità ed informazioni; Putin fu inizialmente scelto perché apparentemente tutto d’un pezzo nell’amore e nella fedeltà al servizio del proprio Paese (e, quindi, secondo Berezovsky, abbastanza semplice da convincere a stare dalla propria parte).
Allo stesso modo, terminato il secondo mandato presidenziale, Putin ha fatto scegliere Medvedev, perché costui non presenterebbe quelle caratteristiche di decisionismo che potrebbero farne un nuovo autocrate. Putin stesso, però, nel frattempo, è riuscito a sorpresa a sostituire alle idee di Berezovsky i propri scopi, servendo a modo suo l’idea del ritorno della Grande Madre Russia sul palcoscenico internazionale.
La Russia di Putin oggi naviga tra violenza e cultura di morte, e l’ipocrisia di stato può consentire a Mevedev di deprecare la morte della Estemirova e dichiarare che si cerca attivamente l’assassino, ma a distanza di un anno dall’esecuzione della paladina dei diritti umani dell’organizzazione “Memorial” (ben attiva ai tempi di Eltzin, e tristemente svuotata di ogni slancio a distanza di pochi anni) nessun risultato è seguito, perché il controllo degli Interni e degli apparati di sicurezza militari resta saldamente nelle mani di quello stesso Putin che ha chiaramente ingaggiato un nuovo braccio di ferro con l’Occidente e sta velocemente riportando la Russia verso i ben noti sistemi sovietici con la sola esclusione del ripristino di un sistema di visti per i viaggi – perché tornare alle limitazioni sui movimenti dei russi all’estero gli costerebbe troppo in termini di popolarità, e non può permetterselo neanche lui.
Con molta lucidità, LeVine ci indica anche i punti in cui le proprie convinzioni personali quanto al coinvolgimento di Putin in certe vicende non incontrano l’accordo di altri studiosi, storici, o personaggi direttamente coinvolti nei fatti esaminati in questo suo libro. Resta il fatto che il ritmo incalzante degli avvenimenti, la ricostruzione di momenti di grande tensione (quale l’attentato al Teatro Dubrovka o la tristissima storia della strage di Beslan, in Ossezia, nel 2004), la citazione precisa di testimoni e documenti rendono la lettura di questa inchiesta un avvincente “must” per chiunque intenda affrontare l’esame della politica est-ovest e le sue prospettive in questo scorcio di nuovo millennio.
Anche se, purtroppo, la conclusione che se ne trae, è che il lupo perde il pelo, ma non il vizio. E, come lo stesso LeVine conclude nella sua postfazione al libro, datata 16 luglio 2010, è che “le dichiarazioni rese e le indagini ordinate da Medvedev non hanno rappresentato una rottura convincente con il lungo passato”.

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mercoledì 9 febbraio 2011 | Matteo Baldi |

Le notizie che arrivano dal Cairo in questi giorni, violente e confuse, parlano di un popolo che sta provando a cambiare le cose, a dispetto dell’acquiescenza del resto del mondo. Ma che ruolo hanno gli intellettuali, in una situazione come quella attuale? E quale voce? Ci sono spazi per esprimere dissenso, in un paese come l’Egitto? E i libri, raccontano (o hanno previsto) quel che sta accadendo? Andiamo a vedere.

“Il mondo intero dovrebbe essere orgoglioso dell’inerzia con cui ha assistito alla liberazione del popolo egiziano. Il regime di Mubarak era solito nominare malavitosi e adottare un regime di polizia selvaggio per sostenere i membri del suo parlamento e sopprimere la nostra anima più autentica, l’anima della libertà. Ma noi ci stiamo impegnando”.
Ci scrive dal suo blackberry, con amarissima ironia,  Magdy El Shafee, fumettista condannato l’anno scorso in seguito al processo per oscenità che gli era stato intentato dallo Stato egiziano. La sua graphic novel “Metro”, infatti (pubblicata in Italia dalle edizioni Il Sirente), all’interno di una vicenda di spionaggio, mostra un uomo e una donna intenti in un rapporto sessuale.I disegni sono stati considerati pornografici, e quindi offensivi. Tutte le copie distribuite al Cairo sono state ritirate e distrutte, e Magdy ha dovuto pagare un’ammenda salata. Ma sarà davvero solamente una questione di disegni immorali?
Questo libro contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”, recita la sentenza emessa dal Trbunale, e allora si capisce forse meglio cosa possa aver dato tanto fastidio alle autorità, in un paese (e una cultura) in cui il sesso forse non viene ostentato pubblicamente ma certo non è tabù nelle conversazioni e non può essere l’unica ragione per mettere all’indice un libro a fumetti.
El Shafee, però, non è l’unica vittima di un regime che mostra un volto presentabile solamente al resto del mondo, e censura il dissenso imponendo un controllo rigido anche sul web.
Nei primi giorni degli scontri, la rete in Egitto ha subito un vero e proprio blackout, per impedire che le notizie di quel che stava accadendo filtrassero verso gli altri Paesi, ma anche per far sentire più isolati i blogger e tutti quegli egiziani che trovano in internet una finestra sul mondo.
Ala ‘Al Aswani, celebrato autore di Palazzo Yacoubian (Feltrinelli edizioni), promuove da anni un salotto letterario al Cairo, città nella quale svolge la professione di dentista ed è un intellettuale conosciuto e rispettato. L’espressione “salotto letterario”, però evoca immediatamente immagini di concilianti sedute che si svolgono fra aperitivi e mollezze – appunto – salottiere.
Nulla di più lontano dal vero, però, nei paesi in cui la libertà di stampa è limitata, i diritti delle donne sono un argomento puramente accademico e tutti i giorni la corruzione che permea l’apparato politico e amministrativo del Paese vincola ogni serio tentativo di migliorare le condizioni della società.
Tengo ancora i miei seminari per discutere di questioni culturali. Li tengo dal 1996.
L’ho fatto anche nei caffè, pubblicamente. Nel 2004 il governo ha minacciato il proprietario del caffè all’interno del quale li tenevamo, e allora ci siamo spostati nel palazzo dove ha sede “Kifaya” (“Abbastanza”), movimento politico che raccoglie intellettuali di diversa estrazione”, spiegava Al Aswani in un’intervista raccolta a margine della sua partecipazione alla scorsa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dove l’Egitto era il Paese ospite.

Altri scrittori sono Nawal Al Saadawi, autore de L’amore ai tempi del petrolio, Ahmed Nagy, autore di Rogers e Khaled Al Kamissi, autore di Taxi.
I tre libri, oltre al fatto di essere pubblicati in Italia dallo stesso editore (Il sirente), hanno in comune la capacità di descrivere la società civile egiziana cogliendone al tempo stesso la vitalità e le sclerosi. Nel caso di Al Kamissi, ad esempio, il Cairo è un brulichio ininterrotto di vita colto dal finestrino del taxi, e i taxisti stessi sono un precipitato d’Egitto, con il loro lamentarsi delle istituzioni e della corruzione che però non porta a nulla.
Rogers“, invece, è opera di un blogger seguitissimo, un’opera ispirata addirittura a “The wall” di Roger Waters. Dalla scheda dedicata a Ahmed Nagy sul sito de Il sirente: “… in Egitto è molto noto come blogger, ma soprattutto per essere uno dei più giovani redattori di Akhbàr el Adab, il prestigioso settimanale letterario diretto da Gamàl al-Ghitàni. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. Il suo blog Wasa khaialak (Allarga la tua immaginazione), iniziato nel 2005, parla di sociologia, pop art, diritti umani e cultura: “sperimento un diverso livello di linguaggi per avvicinare la gente alla letteratura”.

Nawal Al Saadawi, infine, è una pioniera del femminismo nel mondo arabo. Scrittrice e psichiatra, ha sortito grande influenza sulle generazioni più giovani, proprio grazie ai suoi libri. Candidatasi alle elezioni presidenziali nel 2004, ha anche passato un periodo in galera durante la presidenza di Sadat, ed è stata iscritta nella lista degli obiettivi di un gruppo fondamentalista. L’amore ai tempi del petrolio, sotto le spoglie di un romanzo giallo, compie un’indagine sulla condizione delle donne nei paesi arabi, muovendo i suoi lettori a una presa di coscienza.
Altra scrittrice egiziana è Ghada Abdel Aal, autrice di un libro e un blog molto seguito intitolati Che il velo sia da sposa (pubblicato in Italia da Epoché). In Egitto il libro ha conosciuto tale e tanta notorietà che la televisione ne ha tratto uno sceneggiato, interpretato nel ruolo della protagonista da una delle attrici più celebri del mondo arabo. Ma la storia di Bride, giovane donna in cerca di un marito da sposare per amore, è anche la galleria di una serie di “tipi” che riassumono molto bene caratteristiche e difetti degli uomini cui una donna “in età da marito” può ambire in Egitto, e questa è la ragion per cui Ghada, con il suo alter ego romanzesco, si è guadagnata il soprannome di “Bridget Jones” araba (soprannome che – va detto – all’autrice non piace per nulla)… noi abbiamo intervistato Ghada Abdel Aal nei difficili giorni delle proteste e delle manifestazioni per cacciare il Presidente Mubarak.

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L’amore ai tempi del petrolio

Vita | Lunedì 31 gennaio 2011 | Lubna Ammoune |

Viscoso e nero come il petrolio. Sembrerebbe questa la caratteristica peculiare di un amore presentato nel libro di Nawal al-Sa’dawi, scrittrice e psichiatra egiziana, conosciuta a livello internazionale per la sua battaglia in nome dei diritti delle donne e della democratizzazione nel mondo arabo. In questo suo romanzo, L’amore ai tempi del petrolio, l’autrice percorre una storia densa di mistero di una donna di cui non conosciamo il nome. La protagonista è un’archeologa che scompare senza lasciare traccia. Il suo viaggio, reale e allo stesso tempo visionario, si rivela come il percorso della mente e della coscienza di una donna che vive in un regno autoritario in cui tutto ciò che porta il genere femminile a interessi che esulano dalla casa è sintomo di una malattia psicologica. È un mondo in cui luminari della Terra non possono che essere uomini, e dunque è risaputo, anche se taciuto, il fatto che ci siano state falsificazioni storiche inerenti alla trasformazione delle dee in dei, come quando Abu al Haul prese con la forza il trono e ordinò che fossero rimossi i seni da una statua femminile perché venisse aggiunta la barba. La ricercatrice scompare e dall’indomani si legge la notizia sui giornali, perché nessuna donna ha mai osato abbandonare casa e marito, disobbedendo alle regole, tanto che la polizia si chiede se sia una ribelle o una donna dalla dubbia morale. Mentre il commissario interroga il marito della donna scomparsa per far luce sulle ragioni della fuga, l’archeologa ripensa al suo innamoramento. Si chiede se suo marito sia veramente suo marito. Pervasa da questo dubbio arriva a credere che l’avesse sposata forse in sua assenza, mentre il contratto era stato preparato senza di lei, perché la donna non è solita partecipare al proprio matrimonio. L’universo maschile si allarga e compaiono altre figure, tra cui il datore di lavoro della protagonista e l’uomo con cui decide di stare quando riappare e per il quale lascia il marito. Sembrano quasi macchie da cui la donna si sente però inspiegabilmente e istantaneamente attratta, respinta e distaccata. La sua fuga potrebbe portarla a ritrovare il suo orgoglio, le sue aspirazioni e la sua dignità. Questo scatto di autocoscienza e di formidabile introspezione si riflette e si allarga ad altre figure femminili che solo in quel momento capiscono che “non sono meritevoli di un diritto che prendono da mani che non sono loro” e che “hanno permesso a loro stesse delle condizioni che nemmeno gli animali accetterebbero”. Eppure l’archeologa continua a struggersi d’amore e non trova ancora un senso da conferire alla sua vita. Così, nella luce fioca di alcune notti in cui il progetto di scappare appare compiuto v’è qualcosa d’intralcio. Perché “fino a quando l’uomo avrà la capacità di ridere, la donna non avrà desiderio di scappare, almeno non questa notte…”.

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“Il labirinto di Putin” di Steve LeVine

Mangialibri | Mercoledì 19 gennaio 2011 | Sara Camaiora |

Novembre 2006, Alexander Livtinenko è una ex spia del KGB, in esilio politico a Londra da sei anni, fortemente critico nei confronti del premier russo Putin: dopo aver incontrato il ricco uomo d’affari Alekandre Lugovoi e l’amico Akhmed Zakayev e aver cenato fuori con la moglie  e il figlio, torna a casa lamentando dolori addominali, nausea e vomito. Sarà l’inizio dell’agonia da avvelenamento per polonio che lo condurrà alla morte. 23 ottobre 2002, teatro Dubrovka di Mosca: è in scena il secondo atto del musical “Nord Ost” quando irrompe nell’edificio un commando di terroristi ceceni, pronti a mettere sotto sequestro il teatro in cambio della conclusione della sanguinosa guerra in atto nel loro paese ad opera della Russia di Putin. Interviene anche la giornalista Anna Politkovskaya, il cui destino è tristemente famoso, all’epoca cronista della Novaya Gazeta e unico interlocutore ammesso dal leader del gruppo armato ceceno, precedendo l’imprevedibile reazione del governo russo: all’interno del teatro viene pompato del Fentanyl, un potente oppiaceo in grado di addormentare i presenti, nell’edificio, per permettere alle forze speciali nazionali di fare irruzione. Secondo stime ufficiali 39 dei terroristi furono uccisi da agenti russi insieme assieme a oltre 100 ostaggi. L’esercizio del potere di Putin vide anche un accanimento verso chi accumulò ingenti patrimoni durante l’era Eltsin: è il caso del magnate del petrolio Mikhail Khodorkovsky condannato ad otto anni di prigione mentre la sua compagnia venne statalizzata…
Sembrano racconti degni di un cupo noir o peggio ancora di un thriller senza lieto fine: sono invece storie dalla Russia di Putin, raccontate con precisione giornalistica da un esperto reporter come l’americano Steve LaVine, a lungo corrispondente dall’ex Unione Sovietica per svariate testate. Il suo libro racconta la “morte in Russia”: come alla morte sia data in un certo senso poca importanza, o come chi vive, chi lavora, chi fa informazione in Russia sia totalmente assuefatto a tragedie talvolta dalla portata epocale, come quella del teatro Dubrovka, che ha visto una reazione governativa improponibile per ogni democrazia che si rispetti o che si ritenga tale. È attraverso queste vicende che nel lettore prende forma una nuova idea della Russia e delle forze che si stanno muovendo in Occidente. L’immaginario raffigurato, a tratti apocalittico, si basa su testimonianze  e fatti concreti, su cui il giornalista si può appoggiare fornendo un quadro tanto verosimile quanto avvilente. C’è poca analisi politica ma non era questo probabilmente l’obiettivo dell’autore: era piuttosto far riflettere attraverso l’esposizione dei fatti reali, arrivando a eventuali conclusioni solo a partire dal dato concreto. E le conclusioni spaventano, non poco.

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Sul senso del tradimento

The Arab | Domenica 24 maggio 2009 | Eleanor Kilroy |

Conversazione di Eleanor Kilroy, The Arab, con Nawal al Sa’dawi*

Nawal al Sa’dawi è stata accusata in Egitto di aver tradito il suo Paese, la sua religione e il suo sesso.
Nel libro “Camminare nel Fuoco”, il suo lavoro autobiografico, la scrittrice narra il trauma che colpì il suo primo marito, di ritorno dalla guerra del Canale di Suez nel 1956. Un trauma che, secondo Nawal, ebbe origine nel senso di tradimento vissuto dall’uomo nel suo rapporto con la “santa trinità”: Nazione, Dio, Fede.
“Aveva fede nel governo egiziano, quando questi iniziò ad arruolare gli studenti naïfs ed idealisti come lui, quando diceva loro “Andate sul canale e combattete”… I ragazzi andarono, fecero la guerra, quelli che tornarono furono arrestati ed esiliati. Mio marito ebbe un crollo psicologico, cominciò a prendere droga, divenne un drogato.”.
“Nella sua opera ricorre continuamente la nozione di tradimento”, le ho detto incontrandola, avanzando l’ipotesi che la prima cosa da respingere è innanzitutto l’idea che per “sentirsi traditi” si debba possedere una fede irrazionale. Sa’dawi mi ha corretta: “Talvolta si tratta di inganno.”.
Chi ci legge potrebbe trovare nuove libertà nella vulnerabilità conosciuta di Nawal Sa’dawi; una vulnerabilità presente in tutta la sua scrittura, traversata allo stesso modo da passione e rabbia, ma che può essere facilmente dimenticata quando ci si trova di fronte ad una persona dura, e forte.
Stava lì, in piedi, con le spalle leggermente curvate, la sua pelle color marrone come il limo portato giù dal Nilo, i suoi capelli color bianco neve, folti, lungo tutta la testa…”, così Nawal scrive di se stessa nel capitolo che apre “Camminare nel fuoco”.
Era il 1993, e la scrittrice era scappata dalla sua città natale, Cairo, dopo che il suo nome era comparso sulla lista della morte di un movimento fondamentalista.
Adesso, 16 anni dopo, Nawal sta di fronte a me, ed appare solo un po’ più curva.
L’autrice di molte opere, tra fiction e non, ha accettato un’intervista con il giornale The Arab nella Libreria Housmans (a Londra, ndt), specializzata in “libri e periodici di idee radicali e politica progressista”.
Sulla stampa, la scrittrice egiziana è normalmente definita “la più controversa autrice femminista egiziana”, ma io, invece di percorrere questo tracciato, inizio con il domandarle cosa rende così radicali le sue idee e le sue azioni.
Atea, apostata, pazza, donna che odia gli uomini: gli arabi e tutti coloro che la criticano non usano infatti mezze parole, e utilizzano qualunque insulto a disposizione (anche “donna che va contro il suo proprio sesso”, in un libro omonimo di Georges Tarabishi).
Lei rimane ferma e immobile, come davanti ai suoi personaggi assassini, il dottore, lo psichiatra, lo scrittore…, ben consapevole dei limiti che il corpo e la mente possono sopportare.
Nel capitolo titolato “Quello che è soppresso ritorna sempre” di “Camminare nel fuoco”, Nawal narra come una giovane dottoressa di un villaggio, lei stessa, provò ad impedire che una paziente di 17 anni, Masouda, venisse riaffidata al marito, un uomo molto più anziano, che l’aveva violentata per cinque anni. Un operatore social’e del villaggio ordinò invece alla ragazza di ritornare a casa, denunciando la Saadawi alle Autorità locali perché aveva commesso “un’azione di mancanza di rispetto per i valori morali ed i costumi della nostra società” e per aver incitato “le donne a ribellarsi alla Legge divina dell’Islam”.
Una settimana dopo Masouda si lasciò soffocare.
Ci sono molte forme di crudeltà – la stessa Sa’dawi parla altrove di “stupro economico” -, ma l’idea che la fedeltà a ciò che è conosciuto come innocua credenza spirituale prevalga sulle nostre responsabilità verso la salute del corpo e della mente, è una delle idee più pericolose del giorno d’oggi.
“Viviamo tutti sotto una sola religione e una sola cultura”, dice Nawal ai quaranta ascoltatori arrivati alla libreria per ascoltarla, “il Patriarcato Capitalista”.
Poi viene la domanda che ho temuto sin dall’inizio. Chiede una giovane donna: “Non pensa che la sua scrittura incoraggi chi è contro l’Islam, e soffi sul fuoco dell’intolleranza contro gli immigrati?”.
Molti intellettuali di sinistra potrebbero irritarsi per un’accusa implicita come questa, ma non la Sa’dawi che risponde educatamente “Sono contro la parola tradimento. Abbiamo perso la capacità di critica perché abbiamo paura di essere accusati di tradimento.”.
La ragazza insiste, “guardi il modo in cui le donne musulmane sono trattate in Francia, si proibisce loro di indossare il velo.”.
Sa’dawi spiega, “…si può sfidare il colonialismo affidandosi solo al velo? Non sarebbe più importante organizzare i gruppi degli immigrati e contrastare le politiche governative discriminatorie? È chiaro che non si può criticare solo l’Islam, quando ciò avviene siamo di fronte ad un movimento solo politico…”., tutte le religioni o le ideologie, persino l’anti-imperialismo in alcune delle sue sfaccettature, chiedono sacrifici, sino al sangue.
Non è comune che una comunità di appartenenza parli di scrittrici che l’hanno descritta in modo poco lusinghiero: paurosa di tradire un’identità etnica o religiosa, si sente sotto accusa a tal punto da sottoporre la scrittrice alle critiche più vendicative, ritraendola come una traditrice.
Questione di malintesi o di perdita di vista del motivo per cui combattono, la brava gente rimane così involontariamente imbrigliata nelle brutte questioni politiche dell’identità.
In “Camminare nel Fuoco”, appare chiaro che la stessa Sa’dawi è fedele ad un’idea: che il singolo individuo, sia egli uomo o donna, debba prendere coscienza del suo corpo e della sua vita. Una consapevolezza molto più importante di qualsiasi questione etnica, religiosa, di identità di genere e di affiliazione politica, perché l’unica cosa che ci unisce è il fatto di essere.
“Siamo cresciuti in modo distorto, mentalmente e fisicamente; loro non ci hanno solo tagliato i nostri genitali, la società ha circonciso i nostri cervelli con la religione, la scienza e la politica, in questo modo abbiamo perso la nostra abilità ad essere creative, ad avere un’ampia visione di noi stesse e del mondo..
In tutti i miei libri emerge chiaramente che sono una dottoressa, parlo di problemi fisici, ma non solo; parlo anche di economia, religione, storia, antropologia e politica. Sono una psichiatra e parlo di malattia mentale.
Tutti noi riceviamo conoscenze frammentate sul fisico e la mente come entità separate, ed anche questa è un’idea religiosa, la frattura tra il corpo e la mente è una cosa totalmente innaturale. Quando scrivo, io scrivo con entrambi, il corpo e la mente”..
È questa sensibilità del fisico intrecciata alla vulnerabilità della mente che la spinge a criticare apertamente le accuse dei colleghi, le sanzioni del governo e le minacce di morte degli estremisti islamici.
Sempre in “Camminare nel fuoco”, penultimo capitolo “Una rivoluzione abortita”, la scrittrice racconta di come, nell’estate del 1968, dopo che l’Egitto viene sconfitto da Israele nella guerra del 1967, lei decida di far parte di un gruppo di medici volontari inviati nei campi dei profughi palestinesi in Giordania. Una volta lì, si sposta in ambulanza per aiutare i feriti.
Una notte l’ambulanza salva un combattente della guerriglia seriamente ferito. Tre mesi dopo, Nawal Sa’dawi lo vede camminare su una sedia a rotelle.
Aveva perso entrambe le gambe ed un braccio, era solo un tronco”.
Durante la sua ultima notte nel campo, va ad incontrare il combattente, di nome Ghassan, che la aspetta sulla sua sedia a rotelle, fuori la tenda. È moribondo, parla apertamente alla “dottoressa”, le racconta i suoi desideri, viene fuori la sua consapevolezza su come la società tratta i più deboli:
Tutti quei corpi lasciati nelle tende, sono poveri ragazzi come me. Non hanno nulla, solo i loro corpi. Ma in realtà non posseggono neanche quelli, i loro corpi appartengono ai capi, fetore di morte compreso.
Un giorno la dirigenza ha deciso di aprire un fascicolo su me, ero ormai considerato un veterano handicappato grave, una sorta di mendicante o non so cosa, dal momento che ho dovuto raccogliere quello che gli altri buttavano via per nutrirmi. Solo se veniva un’importante personalità a farci visita, ci radunavano tutti insieme in un luogo spazzato e pulito, con le bandiere e gli striscioni. Invece di essere l’orgoglio della nostra Nazione…sono diventato un motivo di vergogna, una macchia sulla nostra reputazione che doveva essere occultata o nascosta
.”.
Ghassan racconta la sua storia rivolgendosi in prima persona all’ascoltatrice “donna”:
la prima parola d’insulto che hai ascoltato nella tua vita è o non é stata “mara”?… I miei nemici hanno fatto a pezzi il mio corpo, ma per me è stato meno doloroso di questo insulto che gli altri mi hanno sputato addosso”.
La parola “mara” in arabo colloquiale significa “donna” ma, a differenza del termine classico “mara’a”, viene utilizzata in senso dispregiativo per definire una donna considerata inutile, un peso per la società.
Nella sua narrativa, Sa’dawi osserva e registra scrupolosamente le ferite fisiche così come le diverse manifestazioni del tormento mentale, assolve poche persone ma ne accusa tante: il Potere e coloro che, per ignoranza e servilismo, si sono resi complici della sofferenza delle fasce più fragili delle loro società.
Nella sua relazione medica su Masouda, scrive che la sua giovane paziente aveva riportato gravi lesioni anali a causa dello stupro ripetuto da parte di un uomo adulto. Aggiunge che “la ragazza non ha trovato alcuna via d’uscita se non la malattia mentale.”.
Chiedo alla scrittrice: come si può perdonare chi, come nel caso di Masouda, si appella alle leggi divine per giustificare la restituzione della vittima al suo aggressore?
Replica,: “la mia rabbia è sempre incanalata nella scrittura creativa, non sono una persona adirata tout court.”. “Sono una donna sorridente,felice; molte persone quando mi incontrano rimangono stupite perché pensavano di trovare una “femminista arrabbiata”! Tutte le mie rabbie si riversano nel mio lavoro, sono pubbliche, ed è un segno esterno importante perché molte donne hanno paura di mostrarle, queste rabbie. Alcune le dirigono verso se stesse, sviluppano depressione e nevrosi.
La rabbia è invece un’emozione molto positiva, anche gli animali si arrabbiano se stanno lottando; alla stesa sana maniera, gli esseri umani si arrabbiano quando vengono picchiati, quando sono esposti all’oppressione o all’ingiustizia.
Il punto è come le donne usano la loro rabbia, contro se stesse? Contro il marito? Vogliono ucciderlo invece che divorziare? Ma perché? Prima divorzio, e poi reclamo la mia vita! Io sono contro l’omicidio, a meno che tu non uccida come il personaggio Firdaus. La donna a Punto Zero, che difende la sua vita.
I miei scritti sono una protesta contro Dio, la religione e la spiritualità, che non libera le donne ma aumenta soltanto la loro oppressione.”.
Nawal Sa’dawi ricorda che quando era una bambina che andava a scuola, nell’Egitto a cavallo tra gli Anni Trenta/Quaranta, le su due migliori amiche erano una bambina ebrea ed una cristiana.
L’insegnante le separò per l’educazione religiosa, e in classe venne detto a ciascuna di studiare sul proprio Libro sacro; lei, inoltre, venne ammonita a non toccare il cibo “sporco” delle altre. Nawal ricorda di essere rimasta sconvolta, incapace di capire il motivo per cui era stata separata dalle sue amiche. Da adulta, racconta adesso, “ho passato dieci anni a studiare i Testi delle principali religioni, i libri che malamente strumentalizzati possono portare gli uni ad odiare gli altri, pieni di contraddizioni basate sull’idea del peccato…”.
“Abbiamo ricevuto una cattiva educazione a scuola e all’università, diventiamo buoni studenti ignoranti del mondo; occorre che ciascuno rimetta in discussione il fardello di istruzione che si porta dentro.”.
Nawal al Sa’dawi ci sprona a fare più collegamenti: tra politica, classe, religione, violenza sessuale e dipendenza economica delle donne; tra leggi che legalizzano lo stupro e guerre neo-coloniali; tra patriarcato, monogamia, nome del padre e mutilazioni genitali femminili.
La sua ultima novella, Zaynab, è dedicata e porta il nome della madre, ne racconta la vita, ma gli editori arabi hanno avuto troppo paura di pubblicarlo: “Abbiamo perso il nostro senso comune”, commenta l’autrice con tristezza.
Zed Books ha recentemente ripubblicato quattro libri di Nawal sl Sa’dawi, “Walking Through Fire”, “A Daughter of Isis”, “Circling Song” e “Searching”.

* Intervista originale pubblicata su “The Arab”, ripresa e inviata da “Women linving under muslim laws”, traduzione per women a cura della redazione

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L’amore ai tempi del petrolio

| LIBROMONDO | Venerdì 13 novembre 2009 | Monica Bianchi La Foresti |

Il petrolio “dono e maledizione” è il protagonista assoluto di questo romanzo. “Dono” perché ricchezza naturale ‘maledizione’ per le conseguenze sul mondo degli uomini che vi ruota intorno.
Le figure che si muovo su questo sfondo si muovono come ombre stremate, abbrutite dalla situazione di oppressione e fatica. Incapaci di ragionare sulla assurdità della propria condizione. Solo una piccola, semplice donna, impiegata di un ufficio archeologico, chiede una vacanza dal suo lavoro, per “soddisfare una sua curiosità” (cosa che verrà poi definita dagli altri un “passatempo” cioè una cosa inutile).
Questa donna parte alla ricerca di eventuali resti archeologici della staua di una antica dea portando uno scalpello nello zaino. Percorre questo scenario cupo e desolato, soffocante, ma riuscirà nell’intento!
La trama è altrettanto oscura e alla fine non si capisce esattamente se questa dona fa ritorno a casa, se viene raggiunta dalle persone che la cercano o se incorre in un altro destino. La gerarchia della struttura del romanzo in questo punto sembra vacillare (marito-poliziottopsicoloco-capo ufficio) ma soprattutto la trama si intreccia con le lettere di altre donne che ugualmente lasciano a casa il foglietto “sono andata in vacanza”. Ecco proprio questo: andare in vacanza, partire da donne sole, per percorrere un viaggio di conoscenza, crescita della propria persona mette in moto le energie di questo romanzo.
Lo sfondo e i presupposti sono quelli della società islamica, ma molto si può riconoscere anche della nostra “libera” società occidentale.
La lettura di questo libro è impegnativa: un percorso aspro in cui sogno e realtà si confondono in un mosaico catastrofico, livido, angosciante.

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L’amore ai tempi del petrolio

L’Opinione delle Libertà | Sabato 17 ottobre 2009 | Maria Antonietta Fontana |

Ci sono autori la cui lettura riesce a farci immaginare suoni, colori, situazioni con particolare vivacità. Ci sono autori che riescono perfino a evocare odori (avete presente l’inizio di quel capolavoro del Novecento che è “Profumo”, di Suskind?). Ma ci sono anche autori che riescono a proiettare il lettore così dentro al proprio volume, che si finisce col respirarne tutto.
Per me, questo aspetto è stato assolutamente sconvolgente nel leggere “L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi, edito nella traduzione italiana per i tipi del Sirente lo scorso mese di marzo, ed in vendita al prezzo di 15 euro.
Il romanzo si colloca a vari livelli, ma sono soprattutto la denuncia sociale su vasta scala e – paradossalmente – la poesia violenta e viscerale che la esprime, i due aspetti dominanti.
L’autrice, una celebre psichiatra egiziana, è ben nota per il suo attivismo politico che l’ha portata a candidarsi alle prime libere elezioni presidenziali del proprio Paese. Come scrittrice ha pubblicato svariati romanzi, che costituiscono un ampio affresco della condizione femminile nel mondo arabo.
Questo libro è stato censurato in Egitto e ritirato dalla vendita su ordine dell’autorità religiosa egiziana Al Azhar. Tuttavia, il lettore che si aspettasse un riferimento diretto all’Egitto o un’identificazione precisa con un qualsiasi altro paese arabo, resterebbe deluso. L’ambientazione è vaga, onirica: incubo o sogno, espressioni ambedue di una realtà che sfugge sempre o che, al contrario, è fin troppo presente.
Per tutto il libro traspare comunque il grande attaccamento dell’autrice alle proprie origini – rivelato dalla professione della protagonista, una donna che svolge il lavoro di archeologa.
La trama è semplice ed esile. È la storia di una donna che, appunto, un bel giorno scompare lasciando il marito per cercare di ritrovare le proprie idee, e che, quando torna, in realtà ha una relazione con un altro. Nel periodo della sua scomparsa, mentre la polizia la sta cercando, la protagonista si trova coinvolta in un viaggio ossessivo contrassegnato dal petrolio che invade tutto: le sue particelle si posano sulla pelle, entrano nelle narici, coprono le palpebre, schiantano, schiacciano, annientano… le figure del romanzo non hanno un nome, donne o uomini che siano. Sono degli archetipi, metafore di
un mondo in cui la donna è strumento di lavoro e fonte di piacere, pur restando senza individualità: una macchina senz’anima, senza il diritto a propri sentimenti, senza la possibilità di esprimersi e fare sentire la propria voce.
Cito un passaggio: “Questa donna sanguina. Le donne avevano necessità di sanguinare, altrimenti il mondo sarebbe rimasto così e ogni cosa sarebbe finita nel nulla. Dobbiamo prendere il sangue fresco di questa donna e portarlo al mondo morente”.
Il messaggio che Nawal al-Sa’dawi ci trasmette è proprio questo. La realtà femminile non può prescindere dalla propria condizione di sofferenza, da cui non si è affrancata e, apparentemente, potrebbe non affrancarsi mai. E la risata del maschio è il necessario complemento allo svolgimento di una vita che dovrebbe trovare la propria giustificazione nell’asservimento funzionale anonimo (le particelle di petrolio ci rendono tutti uguali e indistinguibili), una vita in cui schizofrenia è l’etichetta che viene appioppata a chi – come la protagonista – trova infine il coraggio di fare delle scelte diverse e,
perciò stesso, ribelli.

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È ancora l’unico che abbiamo

Circolo Pasolini Pavia | Sabato 5 settembre 2009 | Irene Campari |

Parliamo del petrolio, altrimenti si rischia di capire poco delle politiche nucleari. In libreria ci sono diversi saggi che trattano l’argomento, da Steve LeVine, Il petrolio e la gloria, edizioni il Sirente, e The the epic quest for oil, money and power di Daniel Yergin, premio Pulitzer per quel saggio del 1991, tradotto in italiano con il titolo Il premio nel 1996 e ora non più in catalogo. Quest’anno l’autore lo ha aggiornato. “Foreign Policy” ha proposto un suo articolo il 24 agosto scorso dal titolo: “It’s still the one”. E’ ancor l’unico. Meritoriamente “Il Sole 24 ore” lo ha tradotto. Le posizioni circa il petrolio, il suo ruolo e quanto durerà sono all’ordine del giorno. Sono apparsi in queste ore sulla stampa internazionale articoli in cui si sottolineava l’ormai avvio del petrolio verso il tramonto. Se si dovesse applicare la teoria dei Cicli di Kondratiev, nel 2025 si dovrebbe arrivare alla saturazione del macrosistema (trasporti e industria) retto da questa fonte energetica e necessariamente il mondo produttivo dovrebbe essere pronto ad adattarsi. La guerra quindi tra il nucleare, fissione o fusione fredda, le energie verdi e rinnovabili avrebbe poco più di 15 anni di tempo per le doglie (riconversione della produzione capitalista compresa e conflitti geopolitici magari spacciati per “etnici”) dopodichè dovrebbe partorire. Di seguito è l’articolo di Yergin.

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Il petrolio e la gloria, tutto inizò nel Mar Caspio

| AGI | Sabato 8 agosto 2009 | Antonio Lucaroni |

Nel 13esimo secolo Marco Polo narra di cammellieri che esportavano petrolio da Baku, la capitale dell’Azerbaigian, nella zona del Mar Caspio, una regione al centro di contese etniche e belliche gia’ dai tempi di Alessandro il Grande. Un greggio denso, odoroso, non raffinato, esportato in tutto il Mediterraneo, fino a Baghdad, per essere usato come mezzo di illuminazione e come balsamo. Un “oro nero” che in quella localita’ era ed e’ particolarmente abbondante, fino al punto di sgorgare naturalmente dal terreno. Da quel momento il petrolio entra prepotentemente nella storia dell’uomo, marchiandone ineludibilmente lo sviluppo economico. E quell’area geografica, il Mar Caspio, diventa il crogiuolo di pulsioni di grandezza e di volonta’ di dominio ma anche di grandi aspirazioni di progresso e di crescita. La storia del petrolio del Caspio, e piu’ in generale della zona del Caucaso, ha le sue origini nel diciannovesimo secolo. La “febbre del Caspio” era cominciata gia’ al tempo degli Zar; quando si scavarono i primi pozzi di petrolio vicino a Baku, nella regione dell’Azerbajan, e da quel momento fasi di ricchezza e prosperita’ si alternano a depressione e poverta’. Ma quella regione diventa anche uno scenario sul quale si confrontano e spesso si scontrano, gli interessi e le aspettative delle grandi potenze internazionali: un campo da gioco dove tutti i colpi sono ammessi. E’ questo il grande affresco che viene tratteggiato dal libro di Steve LeVineIl petrolio e la gloria. La corsa al dominio e alle ricchezze della regione del Mar Caspio“, edizioni ‘il Sirente‘. Un excursus storico, quello di LeVine, che arriva fino ai giorni scorsi, scritto con grande attenzione ai personaggi, alle storie avventurose che hanno caratterizzato, negli anni, il confronto tra le Nazioni per il controllo dell’oro nero. Una battaglia condotta spesso in modo spregiudicato, caratterizzato da un clima da spy-story di inizio secolo, poi da ‘guerra fredda’, infine dall’ingresso sulla scena del mondo dell’alta finanza e delle superpotenze economiche.
Un libro avvincente, che squarcia il velo su un mondo duro e senza scrupoli e che mostra – guardando con una lente d’ingrandimento le vicende legate al Mar Caspio – quanto la ricerca del petrolio e, ancor di piu’, i tentativi di appropriarsene, abbiano influenzato il destino dell’umanita’. In questo senso LeVine sfrutta la sua formazione professionale – giornalista di lungo corso che ha lavorato proprio in quelle zone – per ricostruire, come in un giallo, la scena del delitto, i protagonisti, i retroscena e i segreti che muovono i tanti ‘attori’ di questo libro, a meta’ strada fra l’inchiesta e il romanzo. Forse l’unico appunto che si puo’ muovere, e’ che l’autore propone una visione ‘anglocentrica’ dell’intera vicenda, mettendo sullo scacchiere il ruolo della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e di una Russia all’affannosa riconquista di un ruolo da superpotenza sfruttando le risorse energetiche. Nel libro, insomma, manca un po’ il ruolo esercitato dagli altri Paesi grandi produttori di petrolio, o dai grandi Paesi consumatori di energia – come la Cina e l’India, la cui immensa domanda di petrolio e gas modifica e modifichera’ sempre di piu’ il mercato dell’energia – o, ancora, dagli outsider che, tuttavia, avevano capito le potenzialita’ di sfruttamento di quella regione. E’ il caso di Enrico Mattei che fin dagli Anni ’50 – attraverso l’Agip – aveva allacciato rapporti e sottoscritto contratti con l’allora Urss. E non a caso l’autore conclude la sua opera con un esplicito richiamo – che sa un po’ di nostalgia o di visione schematica del mondo – al ‘duello’ Russia-Usa per il dominio politico ed economico.

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Titusville, la città-fantasma che inventò l’oro nero

La Repubblica | Domenica 26 luglio 2009 | Vittorio Zucconi |

TITUSVILLE (Pennsylvania). Tutto quello che resta del fiotto che allagò la Terra è un’ ampollina di liquido scuro, esposta ai fedeli dietro una vetrina, come la reliquia di un santo. «Petrolio», mi addita senza toccare l’ ampolla la signora Zolli, direttricee sacerdotessa di questo tempio-museo costruito fra le quiete colline della Pennsylvania, accanto a un bosco di larici e di cervi, esattamente sopra il terreno dal quale, il 27 agosto del 1859, un avventuriero che si faceva chiamare «colonnello» fece sgorgare il greggio dalla terra perforata. E lanciò, senza neppure rendersene conto, quella rivoluzione e quella industria che oggi muovono il pianeta Terra e che lo stanno asfissiando. Se nell’ Inghilterra del carbone e del vapore cominciò la rivoluzione industriale, fu da qui, dalla terra che un tempo apparteneva alle sei nazioni degli Irochesi che raccoglievano col cucchiaino il «succo delle rocce» in superficie per usarlo come medicinale, che si avviò quella carovana di barili, oleodotti, petroliere, raffinerie, stazioni di servizio, catene di montaggio e armi che raggiungono sei miliardi di esseri umani, poveri o ricchi, ovunque un sacchetto di plastica arrivi. ( segue dalla copertina) Eppure luogo meno trionfale, meno pomposo, più timido, con la scontrosità della Pennsylvania che Michael Cimino raccontò nel suo Cacciatore, potrebbe essere immaginato di questa languida cittadina di seimilaquattrocento abitanti, molti dei quali studenti in un campus della Università di Pittsburgh. Un villaggio qualsiasi, nel «grande ovunque americano», che sta nascosto tra le infinite valli degli antichissimi monti Appalachiani, la spina di roccia logorata dalle ere geologiche fra l’ Alabama e Terranova. Ironicamente, per il Paese che inventò l’ industria del petrolio, nessuna autostrada lo raggiunge, nessun viandante lo attraversa se non smarrisce la strada, e rari turisti transitano avanti e indietro lungo una Main Street rimasta intrappolata nel tempo, dove non ti sorprenderebbe vedere Superman bambino sulla Ford Modello T del padre. Soltanto perché io sono l’ unico passeggero, e visibilmente adulto, sul finto tranvaino turistico che offre per cinque dollari il giro della città, la guida mi addita, con pudore, un palazzetto di mattoni rossi a tre piani che negli anni della “corsa al petrolio” era il più vivace e frequentato bordello della contea. E oggi ospita, per pura coincidenza, un negozio di abiti da sposa che quelle povere ragazze di fine Ottocento costrette ad amplessi fetidi coni trapanatori del petrolio avrebbero sognato invano. Tutto quello che rimane del fiotto che sgorgò dal campo dove ora sorge il museo è appena abbastanza greggio per alimentare la riproduzione (autentica, come si dice qui) della prima trivella del finto colonnello Edwin Drake, un secolo e mezzo fa, e per mostrare ai visitatori delle scuole come funziona l’ estrazione del petrolio che non c’ è più. Se Titusville, battezzata con il nome del fondatore, non è diventata una città fantasma come le città minerarie del C o l o r a d o , d e l Klondike, della California quando le vene aurifere si esaurirono, è per il campus universitario e per la presenza di una fabbrica di plastica, alimentata con il petrolio importato dall’ Arabia Saudita. Due motel a una stellina, l’ immancabile grande magazzino di ciarpame made in Cina, il Wal Mart, quattro saloone una dozzina di ristoranti alla svelta sono tutto quello che rimane di una scoperta che avrebbe prodotto, centocinquanta anni più tardi, una ricchezza mondiale da milletrecento miliardi di dollari annui per le nazioni produttrici di petrolio. E che qui, nella terra spompata, è un ricordo. Il petrolio greggio, per chi non lo avesse mai visto da vicino, è una cosa che fa schifo, come è ovvio che sia un distillato di putrefazioni organiche millenarie. Ma qui non si avverte più nell’ aria quell’ odore di corruzione sulfurea che mi rimase per sempre nelle narici dai giorni della Prima guerra del Golfo, quando Saddam Hussein nel febbraio del 1991 allagò il Kuwait per la rabbia di averlo perduto. Sono ormai solo i nomi dei paesi e dei luoghi che si attraversano nel labirinto degli Appalachiani per raggiungere Titusville da Pittsburgh che ricordano che cosa esplose qui, nomi come Oil City, Pithole (il buco del pozzo, oggi villaggio fantasma) e Oil Creek, il torrente del petrolio, nel quale ancora affiorano striature luminescenti di greggio. Alla metà dell’ Ottocento, quando arrivò il “colonnello” Drake, che si era attribuito il grado fasullo, il fetore di petrolio era pungente. Furono quell’ odore, la tradizione dei nativi che lo scucchiaiavano dalle pozzanghere e il traffico dei pochi barilotti usati per accendere i lumi a petrolio ad attirare il “colonnello” e a spingerlo a chiedere i diritti di esplorazione al proprietario dei terreni, che neppure immaginava di essere seduto sopra il futuro del mondo. Drake arrivò a Titusville quando il paese era un grumo di casette di legno attorno a un “trading post”, un emporio per il commercio con gli indiani della vicina valle dell’ Ohio, con una borsa di pelle, un cambio di mutandoni, duemila dollari in contanti ottenuti da finanziatori di Wall Street e lo spazzolino da denti con le setoline logore che la badessa del tempio, la signora Zolli, figlia di generazioni di immigrati italiani piovuti sulla Pennsylvania, mi mostra compiaciuta. Ai geologi, come agli abitanti originali degli Appalachiani, la presenza di petrolio nel sottosuolo era evidente,e la nafta, da esso derivata, era conosciuta all’ umanità da secoli, probabilmente parte della inestinguibile miscela infernale che le navi di Bisanzio lanciavano sulle flotte nemiche, il fuoco greco. Ma quando, dopo ripetuti fori nella terra, e debiti per rifinanziare la ricerca, il primo “gusher”, il primo fiotto uscì dal praticello fangoso, la sua intuizione non fu la materia oleosa succhiata ai sedimenti lasciati dall’ oceano tiepido che aveva inondato questa valle per milioni di anni. Fu nella visione della domanda insaziabile che il mondo avrebbe sviluppato per quella schifezza maleolentee fino ad allora quasi inutile, perché il petrolio in quel 1859 era una soluzione alla ricerca di un problema. Un carburante senza un motore. Mancavano ancora diciassette anni alla messa a punto del primo motore a quattro tempi e a combustione interna, creato da Daimler, Otto e Maybach nella lontanissima Germania. E decenni alla scoperta della superiorità del motore diesel sulle caldaie a carbone per le navi da battaglia, insaziabili divoratrici di nafta. Ma qualcun altro, anche meglio del finto colonnello, aveva capito quale inimmaginabile ricchezza la sua trivella in Pennsylvania aveva stappato. Il suo nome era John D. Rockefeller, piccolo commerciante di Cleveland, che dieci anni dopo la scoperta del giacimento nel cuore dei monti della Pennsylvania già si era impadronito del controllo dell’ ottanta per cento di tutte le raffinerie della regione, necessarie per trasformare il brodo nero in carburanti, con la sua Standard Oil. La reazione a catena che avrebbe travolto l’ intero pianeta era partita. In tre anni, le catapecchie di Titusville sarebbero cresciute per ospitare quindicimila persone, il doppio di oggi, diecimila nella vicina Pithole, ventimilaa Oil City, con tralicci fitti come oggi i larici e i pioppi che hanno misericordiosamente ricoperto e risanato la terra trasformata in fango dalle ruote dei carri e dagli zoccoli dei cavalli F che trasportavano le botti. Pozzi e trivelle spuntarono a caso, senza regole o norme di sicurezza, comei cercatori d’ oro coni pentolini nel Klondike, talmente vicini e fitti da scatenare incendi ed esplosioni che in un solo giorno avrebbero incenerito ottanta persone, cremate e raccolte in una fossa comune senza crocio nomi. Sgorgarono marche di lubrificanti e carburanti destinate a stamparsi sulle pareti di ogni garage, Quaker Oil, dalla setta di quaccheri che qui erano emigrati, Pennzoil, Kendall, Sunoco, e la più celebre, la Exxon, partorita dalla Standard Oil dei Rockefeller,a sua volta figlia della Pennsylvania Rock Oil Company. Titusville era diventata la città del fango, dove era più faticoso estrarre i carri dalla terra collosa che estrarre il petrolio. Una vampata che, come quella che consumò la vita di ottanta uomini, cominciòa spegnersi nei primi anni del Ventesimo secolo, quando un oceano incomparabilmente più vasto e facile da estrarre fu scoperto sotto la prateria del Texas. Il regno di Titusville, i suoi sontuosi bordelli e saloon, le fonderie che erano spuntate nelle valli vergini degli altri fiumi vicini, il Monogahela, il fiume della luna, l’ Ohio, l’ Allegheny, conobbero una seconda, fuligginosa primavera nella Seconda guerra mondiale, quando si dissanguarono per alimentare la mobilitazione bellica. Mentre Detroit era l’ arsenale della democrazia, Titusville e la sua regione fornivano il carburante per far funzionare le macchine da guerra. Oggi il “jurassic park” della rivoluzione nera sta esausto, come se il parto di quella mostruosità l’ avesse sfiancato. I sedicimila pozzi ancora attivi in queste valli producono 4.027 barili al giorno, appena un cucchiaio di “olio di roccia” rispetto agli otto milioni di barili pompati – ogni giorno – soltanto dai deserti d’ Arabia. Resta, sotto l’ occhio affettuoso della signora Zolli, la reliquia di un santo che li ha sedotti e abbandonati. Il tranvaino per turisti che non ci sono funziona a batterie elettriche, per non inquinare la città fossile di un combustibile fossile.

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Sole, atomo, idrogeno Cosa c’ è dopo Big Oil

La Repubblica | Domenica 26 luglio 2009 | Maurizio Ricci |

L’ossessione del mondo per il petrolio non è irragionevole. Al contrario, è assolutamente ragionevole: niente contiene così tanto in così poco. Un solo litro di benzina vale 9 kilowattore di energia, il 30 per cento in più di un litro (per dire) di bioetanolo. Non c’ è da stupirsene: quel litro di benzina è figlio di 25 tonnellate di antiche piante, lasciate a cuocere nel sottosuolo per decine di milioni di anni, fino a diventare petrolio. L’ uomo, per ora, non è in grado di replicare un simile concentrato di energia, prontamente usabile e trasportabile. Peraltro, ci vorranno oltre quarant’ anni, dalla prima trivellazione del colonnello Drake, perché il mondo si renda conto della portata rivoluzionaria di quella scoperta. Alla fine dell’ Ottocento, il petrolio, oltre che per le ultime lampade pre-Edison, veniva usato sempre più per le prime automobili, ma in concorrenza con un ventaglio di altri carburanti. All’ Expo di Parigi del 1900, Rudolf Diesel esibì, con orgoglio, il primo motore, appunto, diesel. Che funzionava, però, a noccioline: il carburante era olio di arachidi. In quel momento, in tutti gli Stati Uniti, c’ erano complessivamente quindicimila automobili. ( segue dalla copertina) Tutto cambia, solo pochi mesi dopo: il 10 gennaio 1901, l’ ex capitano della marina austriaca Anthony Lucas, esperto di miniere di sale, trova il petrolio sotto la collina di Spindletop, nel Texas orientale. Spindletop non è il primo pozzo. Ma è il primo megapozzo. Fino ad allora, i giacimenti producevano, in media, fra i 300 e i 1000 barili al giorno. Spindletop ne sputa 110mila al giorno. Una eruzione immane: il più grosso problema per Lucas fu capire come contenere quel getto che stava inondando ettari e ettari di terreno. Era la dimostrazione che il petrolio era una fonte d’ energia abbondante e facilmente disponibile. Presto, la rivoluzione sarebbe diventata mondiale. Nel 1908, l’ Anglo Persian Oil Company (poi Bp) trova in Iran alle pendici dei monti Zagros, un giacimento con riserve per un miliardo e mezzo di barili, cambiando, di colpo, la storia del Medio Oriente. Ma la rivoluzione ancora non è compiuta: gli ingegneri devono aggiustare il giovane motore a scoppio per poter utilizzare la benzina invece di un altro (e più costoso) distillato del petrolio, il kerosene. Solo nel 1919, chiusa la Prima guerra mondiale, nelle 667mila auto in circolazione negli Usa il numero di quelle a benzina supererà quelle a kerosene.E bisognerà aspettare la fine della Seconda guerra mondiale perché il petrolio invada il mondo. A questo punto, infatti, i passaggi chiave, nel romanzo dell’ oro nero, sono due. Il primo avviene nei deserti dell’ Arabia saudita, dove la Standard Oil (poi insieme alla Texaco) trova un oceano di petrolio. È vicino alla superficie, vicino al mare. Estrarlo costa pochi spiccioli: due dollari a barile. L’ energia a prezzi stracciati diventa il volano di un imponente sviluppo economico, che le auto sempre più grandie potenti simboleggiano ai quattro angoli del mondo industrializzato. Attenzione, però: l’ equazione petrolio uguale auto è sbagliata. Solo il 50 per cento dell’ oro nero viene bruciato nei trasporti. Guardate questa lista: microchip, telefoni, detersivi per lavapiatti, piatti infrangibili, sci, lenti a contatto, anestetici, carte di credito, ombrelli, dentifrici, valvole cardiache, paracadute e si potrebbe continuarea lungo. Sono tutti derivati del petrolio. Il secondo passaggio chiave è l’ invenzione della plastica. Non ci muoviamo solo con il petrolio. Ci nuotiamo dentro: il petrolio è tutto intorno a noi (nel caso delle valvole cardiache, anche dentro). Farne a meno sarà doloroso e difficile. Ce ne siamo resi conto, una prima volta, negli anni Settanta, quando l’ embargo dell’ Opec (i paesi produttori) lo rese scarsoe costoso. E, ancora di più, negli ultimi anni, con il prezzo del barile in ascesa, apparentemente, irrefrenabile. Cosaè successo? Di fatto nessuno nega che sia finita l’ era del petrolio facile, abbondante e poco caro. Ma sul perché esistono due interpretazioni. La prima è politica. Il petrolio c’ è, e in quantità adeguate, peccato che sia nei posti sbagliati. Nel 1954, con un colpo di Stato, la Bp riuscì a rovesciare la nazionalizzazione del petrolio iraniano, ma, negli anni Ottanta, quando a nazionalizzare furono i sauditi e poi tutti i paesi del Golfo Persico, le multinazionali si ritirarono in buon ordine. Oggi, il grosso del petrolio rimasto nel sottosuolo è di proprietà di compagnie nazionali che, dicono i sostenitori di questa tesi, non investono nella ricerca di nuovi pozzi e hanno di fatto interesse a tenersi stretta, finché dura, questa fonte di ricchezza. La seconda interpretazione è geologica. Qui, la data cruciale nonè il 1980e la nazionalizzazione del petrolio saudita, ma dieci anni prima, nel 1971, quando la produzione americana di petrolio ha raggiunto il suo picco e ha iniziato inesorabilmente a scendere, trasformando gli Usa nei maggiori importatori di petrolio al mondo. Lo stesso processo, dicono questi geologi, è destinato a ripetersi via via in tutto il mondo. Il petrolio diventerà sempre di meno, sempre più difficile e costoso (sotto la banchisa artica, in fondo all’ oceano) da estrarre. Da due anni a questa parte è lo schieramento dei geologi che guadagna consensi. Gli organismi internazionali rivedono al ribasso le stime sulla disponibilità di petrolio nei prossimi decenni. Gli uomini delle multinazionali sono anche più bruschi: Cristophe de Margerie, boss della Total, uno dei grandi di Big Oil, ha detto recentemente che «il mondo non riuscirà mai a produrre più di 89 milioni di barili al giorno». Oggi, siamo già a 85 milioni. E poi? La rivoluzione del colonnello Drake e del capitano Lucas l’ abbiamo bruciata in centocinquant’ anni. Nessuno sa se il futuro sarà il sole, l’ atomo o l’ idrogeno. L’ era del dopo-petrolio si apre con molte domande e poche risposte.

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Perché nel labirinto di Zar Vlad la sola parola d’ordine è “Bespredel”

Il Foglio | Domenica 12 ottobre 2008 | Amy Rosenthal |

La Russia è sempre la Russia, con un lato oscuro tollerato dalla maggioranza della popolazione”. Steve LeVine, giornalista di Business Week e corrispondente in Russia, Asia centrale e Caucaso per oltre un decennio del Wall Street Journal e New York Times, ha appena scritto un libro sul “labirinto di Putin” – “Putin’s Labyrinth: Spies, Murder, and the Dark Heart of the New Russia” (Random House, 2008) – in cui arriva alla conclusione che lo zar Vlad, ex presidente e attuale premier a Mosca, abbia ereditato una terra nella morsa di una storia brutale che mostra pochi segni di affievolimento. Il motto nazionale russo – dice al Foglio – “è ‘bespredel’, che significa ‘senza limiti’, o ‘tutto passa’. E’ ‘il continuum russo’, che in parte si riferisce all’indifferenza della classe dirigente tradizionale nei confronti della vita e della morte del popolo”. Secondo LeVine i collegamenti tra vecchia e nuova Russia sono tantissimi. “Sotto gli zar e nel periodo sovietico lo stato decideva chi doveva vivere e chi morire. Con Boris Eltsin lo stato ha smesso di uccidere i suoi cittadini e gli assassini si sono riversati nelle strade. Con Putin la situazione è un ibrido”. Resta il mantra “tutto passa”, applicato al perseguimento di un interesse: “Quando nel 2002 ottocento russi furono presi in ostaggio in un teatro moscovita da 41 terroristi ceceni, Putin ordinò di usare i gas e morirono anche 129 ostaggi. Perché la priorità di Putin era uccidere i terroristi, non salvare gli ostaggi”. Secondo LeVine l’attacco alla Georgia è in linea con la tradizione russa di controllo sulle ex Repubbliche sovietiche, e anche di alcuni paesi dell’Europa orientale o centrale. “Putin e Medvedev si sono difesi con forza sostenendo di dover cacciare i georgiani dalla regione separatista. Ma quando i soldati e i carri armati russi hanno sconfinato in territorio georgiano, hanno bombardato Poti e preso anche l’Abkhazia, era la vecchia Russia all’opera”. Cosa c’è in gioco per l’Europa e gli Stati Uniti in questo conflitto? “Per entrambi ora il campo è aperto a crisi strategiche determinanti”, dice LeVine. “Un attacco come quello della Nato alla Serbia di Milosevic non potrebbe più accadere nelle circostanze attuali. Alcuni paesi dell’Europa sono intimoriti, o hanno preso barbiturici, comunque vanno a letto con Putin. Credo che Mosca influenzi a diversi livelli tutti gli stati del corridoio energetico fra est e ovest, ma anche Francia, Germania e Italia. Con loro ora la Russia è in una posizione contrattuale più forte di prima: è ben chiaro adesso che Mosca è pronta ad arrivare quasi ovunque per raggiungere i suoi scopi”.
LeVine ha scritto che “il tallone d’Achille russo è il petrolio” e ha sottolineato come gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero giocare sulla vulnerabilità russa, ancora più palese in questi giorni di crisi mondiale, in cui la Borsa di Mosca ha pagato fin da subito tantissimo. “Per guadagnare il rispetto della Russia – spiega LeVine – non serve la retorica, ma i fatti. Appartenere o no al Wto o al G8 non smuoverà Mosca di un millimetro. La giugulare russa è la sua industria energetica: minaccia la sua strategia in quel campo e otterrai la sua attenzione. Come negli anni Novanta, quando Mosca non ha potuto fermare la costruzione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che la bypassava”. Lo storico Richard Pipes nel 2007 disse al Foglio che “l’occidente non deve illudersi sulla possibilità di far collaborare la Russia”, e molti governi occidentali cominciano a convincersi di quest’idea. “L’occidente – ribatte LeVine – può imporre un dialogo su temi che la Russia considera di proprio interesse. I trattati per il controllo bilaterale delle armi, ad esempio, sono possibili. Ma Pipes ha ragione: la Russia agirà come meglio crede. Putin è un avversario formidabile, persegue soltanto quello che crede essere l’interesse russo”. Il presidente Dmitri Medvedev ha ribadito che “non ha paura di niente, nemmeno della Guerra fredda”, anche se poi su certi dossier – come quello afghano – ha continuato la sua collaborazione. Per LeVine non c’è il pericolo di una nuova Guerra fredda, o almeno non di una analoga all’originale. “Potrebbe essere regionale,ma non globale: non è alla portata della Russia. Penso che ci siano speranze per il paese, in termini di democrazia, ma i governi occidentali devono restarne fuori. Non hanno alcun tipo di impatto”. Intanto i 200 peacekeeper europei sono arrivati nella zona cuscinetto tra Georgia e Ossezia del sud, dove è cominciato il ritiro delle truppe russe, come concordato nel piano siglato dal capo del Cremlino con il capo dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy. Il 15 ottobre si tiene un incontro tra Europa e Russia, che nelle intenzioni doveva essere decisivo per il futuro delle relazioni ma che già a oggi pare poco incisivo. “Si è visto nella storia recente – conclude scettico LeVine – quanto possano essere efficaci gli osservatori europei”.

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Il “broker canaglia” del mercato del petrolio

La Repubblica | Sabato 4 luglio 2009 | Enrico Franceschini |

LONDRA – Israele stava attaccando l’Iran? Era scoppiata la guerra in America Latina? C’era stato un golpe a Mosca? Un attentato in Iraq? O magari, Dio non voglia, una nuova azione di al Qaeda, un altro 11 settembre? I traders della City che comprano e vendono petrolio sui mercati internazionali, martedì scorso, si telefonavano freneticamente ponendo domande di questo genere, nel tentativo di spiegarsi cosa stava succedendo. Soltanto un qualche terremoto geopolitico, evidentemente non ancora diffuso da televisioni e agenzie di stampa, poteva giustificare l’improvvisa ascesa del prezzo del greggio. In un’ora, l'”oro nero” era salito da 71 a 73,5 dollari a barile, il livello più alto dell’anno. In sessanta minuti, contratti a termine per 16 milioni di barili di petrolio, i “futures” come si chiamano in gergo, avevano cambiato di mano: l’equivalente del doppio della produzione quotidiana dell’Arabia Saudita, maggiore produttore di petrolio al mondo. Molto più dei tradizionali 500 mila barili normalmente oggetto di compravendita a quell’ora della giornata. Cosa c’era sotto?
Ora si scopre che la geopolitica non c’entrava nulla. La causa dell’impennata del greggio era un “broker canaglia” londinese. La sua identità è stata rivelata ieri dal Financial Times: si chiama Steve Perkins, lavora per la Pvm Oil Associates, più grande compagnia di brokerage petrolifero non quotata in Borsa, ha fama di operatore esperto e ben considerato dai colleghi. Ma a un certo punto, martedì, ha cominciato a compiere “operazioni non autorizzate”, piazzando massicce puntate sul mercato dei “futures”. Da solo è stato responsabile di metà dell’attività insolita, e il resto del movimento è avvenuto perché altri broker gli sono andati dietro, pur senza comprendere la ragione di quanto stava avvenendo. Quando la Pvm ha capito che dietro il boom di contrattazioni c’era qualcosa di illecito, ha dovuto interrompere le contrattazioni e denunciare il fatto alle autorità, subendo una notevole perdita: 10 milioni di dollari, bruciati dai trucchi di una “canaglia”, in meno di sessanta minuti.
Perché Perkins lo abbia fatto, rimane per ora un mistero. La Pvm non parla. Lui nemmeno. Anzi, nemmeno si sa dove sia. Ma in attesa che la Financial Services Authority, l’organismo che controlla il settore finanziario britannico, renda noti i risultati della sua indagine, non è difficile immaginare che il “broker canaglia” avesse orchestrato un complotto per favorire qualche grosso speculatore e ricavarci a sua volta una bella percentuale. Non è il primo, né certo sarà l’ultimo, a compiere imprese simili. Non sempre il movente è il profitto. Appena il mese scorso un altro trader del petrolio, che lavorava nella sede di Londra della Morgan Stanley, è stato licenziato per avere nascosto ai suoi boss le perdite che aveva accumulato con operazioni fatte sotto l’effetto dell’alcol: era tornato in ufficio, dopo una pausa per il lunch durata tre ore, ubriaco fradicio. Più spesso, vincite o perdite sono il frutto di una tentata truffa. A partire da Nick Leeson, il broker inglese che provocò il collasso di una delle più vecchie banche di investimenti britanniche, la Barings, perdendo un miliardo e mezzo di sterline dal suo ufficio di Singapore: dove lui finì in carcere, mentre la banca, o quel che ne restava, veniva venduta per una sterlina nominale a una concorrente olandese. L’ironia della sorte, nel caso del “broker canaglia” di martedì scorso, è che il presidente della Pmv è uno dei più spietati critici delle speculazioni eccessive sul mercato del greggio, da lui soprannominato “il casinò elettronico del petrolio”. Un croupier stava portandogli via la cassa sotto il suo naso e lui non si era accorto di niente.

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Perché non si produce più petrolio

Pino Buongiorno The Globalist | Venerdì 6 giugno 2008 | Pino Buongiorno |

Flash dal mondo del petrolio. A San Paolo del Brasile la compagnia statale Petrobras annuncia di aver scoperto un immenso giacimento di greggio a 7mila metri di profondità, nel bacino Santos, con un potenziale, tutto da verificare, di 33 miliardi di barili. Tanto quanto basterebbe per fare entrare il Brasile nel club dei 10 maggiori esportatori di energia al mondo. 
Cambiamo continente ed andiamo in Africa. A Pointe Noire, in Congo, l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni firma un accordo con il governo di Brazzaville per ricavare oli non convenzionali dallo sfruttamento delle sabbie bituminose in un’area di 1790 chilometri quadrati. 
Mentre in una sola settimana accade tutto questo, a Parigi l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) fa trapelare i primi risultati-shock di una ricerca su 400 fra i megadepositi mondiali di oro nero. Gli esperti dell’Aie sono allarmisti perché prevedono che la futura offerta di petrolio si ridurrà notevolmente. Contro gli attuali 87 milioni di barili consumati ogni giorno ne occorrerebbero 116 milioni nel 2030 per sostenere la domanda mondiale, spinta soprattutto dalla crescita di Cina e India. Invece l’invecchiamento progressivo dei pozzi e la diminuzione degli investimenti produrranno non più di 100 milioni di barili. 
L’ultimo flash è scattato a Washington, dove i deputati e i senatori mettono quotidianamente sulla griglia i boss di “Big Oil” (i quattro colossi mondiali del petrolio). Li accusano di realizzare profitti smisurati a scapito degli automobilisti e di spendere troppo poco per lo sviluppo di nuovi giacimenti e soprattutto per la ricerca di fonti di energia alternative. Il più bersagliato è il presidente e amministratore delegato di Exxon Mobil, Rex Tillerson, che l’anno scorso ha fatto conquistare alla sua multinazionale un record mai raggiunto nella storia del capitalismo: 40,6 miliardi di utili. Per nulla intimorito dalla contemporanea ribellione dei discendenti della famiglia Rockefeller, fra i maggiori azionisti, che chiedono “una svolta verde”, Tillerson contrattacca e punta l’indice contro lo stesso George W. Bush perché è andato a Riad a chiedere al monarca saudita di pompare più greggio quando invece avrebbe dovuto fare di più per aumentare la produzione in America, in particolare, al largo delle coste della Florida e della California. 
“Siamo al momento della verità soprattutto per le compagnie petrolifere” spiega a “PanoramaSteve LeVine, uno dei principali analisti del settore, autore del bestseller “The Oil and the Glory”, dedicato al “Grande gioco” del petrolio nel Caucaso, che sarà presto pubblicato anche in Italia. “C’è in questo momento una grande ansia e contemporaneamente un certo entusiasmo per scoprire pozzi finora inesplorati e anche risorse non convenzionali, come il petrolio pesante del bacino dell’Orinoco in Venezuela e le sabbie bituminose della provincia di Alberta, in Canada, e del Congo. Ma la corsa vera e propria non è ancora scattata. Inizierà solo quando le compagnie capiranno a quali nuovi condizioni dovranno trattare con i grandi paesi produttori di petrolio e di gas naturale, come l’Arabia Saudita, il Brasile e la Russia”. 
Di certo, spiegano gli esperti, stiamo pagando i 20 anni di benzina a basso costo che hanno frenato, se non bloccato del tutto, l’esplorazione e l’estrazione del petrolio, perché non ne valeva la pena. Oggi gli alti prezzi (con il petrolio che potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile già quest’estate e i 200 dollari l’anno prossimo, secondo un recente rapporto di Goldman Sachs) dovrebbero spingere in senso contrario. Ma non è sempre così. E’ vero che l’Arabia Saudita ha promesso di investire 129 miliardi di dollari in progetti di espansione nei prossimi cinque anni, a cominciare dallo sfruttamento del campo petrolifero di Khurais, con l’obiettivo, già alla fine del prossimo anno, di aumentare la produzione quotidiana fino a 12 milioni di barili. Ma è altrettanto incontestabile il trend generale che si sta affermando fra i paesi produttori, i quali hanno il controllo del 90 per cento delle riserve mondiali: è il nazionalismo energetico. La Russia è in prima fila nel sostenere la necessità di mantenere alti i prezzi anche a costo di sacrificare le scoperte di nuovi giacimenti o di evitare il declino dei vecchi. E quando non sono le strategie politiche del Cremlino a dettare la politica energetica mondiale s’impongono le tensioni geopolitiche. Succede in Iraq, il secondo paese al mondo per riserve provate, dove le bande sunnite e sciite fanno a gara a bruciare i pozzi e a minare gli oleodotti. Accade in Iran, paralizzato dalle sanzioni internazionali per i progetti sulla bomba atomica. Per non parlare dalla Nigeria, infestata dalla guerriglia. Nel continente latino-americano è il Venezuela a non poter esprimere tutte le sue potenzialità a causa del “bolivarismo” di Hugo Chavez, che allontana i grandi investitori internazionali. 
Quanto al restante 10 per cento gestito dalle ex sette sorelle, anche qui l’offerta non riesce a pareggiare la domanda. “L’esplorazione è certamente ripartita con grande vigore. Alcuni importanti successi sono già visibili in Africa e in Sud America” assicura a “Panorama” Claudio Descalzi, il vicedirettore generale della produzione di Eni. “Ma dobbiamo anche scontare la rigidità del sistema industriale: è limitata la disponibilità di piattaforme, di mezzi navali, di cantieri, di acciaierie e, non ultima, di personale specializzato”. 
Tutto questo comporta un aumento vertiginoso dei costi per la costruzione dei nuovi impianti petroliferi e per la tecnologia necessaria finendo per ritardare quasi tutti i progetti più importanti., come Kashagan. Gli analisti del Cera, uno dei maggiori centri di ricerca del settore, hanno fatto un po’ di conti e sono arrivati alla conclusione che, “se nel 2000 un qualsiasi pezzo di equipaggiamento costava 100 dollari, oggi ne costa 210”. 
In buona sostanza, almeno nel breve e nel medio periodo, la questione non è “la fine del petrolio”, ma la sua produzione largamente insufficiente. Per dirla con le parole di John Watson, uno dei capi di Chevron, “il problema dell’oro nero non è sotto la superficie, ma al di sopra”.

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La fuga di una donna alla ricerca di sé stessa

Mediterranea Online | Lunedì 1 giugno 2009 | Cristina Giudice |

Un paese governato dagli uomini, un’atmosfera densa, nera e soffocante in cui restare invischiati come nel petrolio. Il nuovo romanzo della scrittrice egiziana Nawal el-Sa’dawy.

Visionario, schizofrenico, onirico. Sono alcuni degli aggettivi che si possono usare per descrivere l’ultimo romanzo di Nawal el-Sa’dawy, L’amore ai tempi del petrolio, una narrazione buia, liquida e viscosa proprio come questo liquido, presentata a Roma dalla casa editrice “il Sirente” come secondo titolo della nuova e interessante collana “Altri arabi”.
La scrittrice egiziana affronta in questo libro i temi che da sempre le sono cari, ma qui più che mai assume una prospettiva prettamente psichiatrica che fa emergere la sua figura di medico e di esperta degli intricati meccanismi della mente umana. In questo caso una mente malata, in preda ad una sorta di delirio causato da condizioni di vita sociale e affettiva che costringono la protagonista ad una fuga dalla realtà in un’atmosfera allucinata di costante alternanza fra sogno e veglia, i cui contorni si sfumano e si mescolano tanto da essere indistinguibili.
Forse proprio il background da medico permette alla el-Sa’dawy, come ad altri scrittori egiziani contemporanei, di avere uno sguardo quasi clinico nei confronti della realtà, come ha notato il giornalista Pino Blasone, intervenuto alla presentazione del libro: «Già Mahfuz, con la sua forte critica verso la società, era stato un vero maestro del nuovo realismo egiziano, un filone portato avanti dalle ultime generazioni di scrittori, soprattutto dopo gli eventi dell’11 settembre 2001».
Il realismo della el-Sa’dawy, teorizzato nel libro-intervista Dissidenza e scrittura, trova piena realizzazione nelle pagine di questo romanzo: la condizione della donna e il suo rapporto con l’uomo, la relazione fra cultura e libertà, il desiderio di abbattere le barriere e i tabù imposti dalla società e dalla religione. Tutto questo senza dimenticare le proprie radici: in un contesto in cui tutto è anonimo, dai personaggi ai luoghi, il richiamo all’antica civiltà egiziana e alle sue divinità è l’unico punto fermo, quasi il faro verso cui dirigersi quando si è persa la rotta per ritrovare il proprio passato ed essere così capaci di affrontare il presente.
La protagonista del romanzo è un’archeologa che scappa dalla trappola della vita coniugale per andare alla ricerca delle antiche divinità femminili in una società dominata dagli uomini e dove anche il solo pensare che esistano divinità femminili è considerato un tabù. L’uomo è padrone indiscusso di tutto e depositario del sapere assoluto e la donna vive il rapporto con lui come uno scontro continuo. Come ha notato Laura Pisano, docente di storia del giornalismo all’università di Cagliari, «il marito appare quasi sempre sotto forma di una voce che dà ordini, nascosto dietro le pagine di un giornale, quasi come se la stampa fosse vissuta come vero strumento di potere». Il paradosso però è che colui che ha il potere incontrastato nel paese, il re, è analfabeta, mentre la donna, pur non essendo padrona neppure del proprio destino, è una ricercatrice. «Chiedere cultura da parte della donna – secondo la Pisano – significa infrangere il monopolio del potere e l’idea che la cultura fosse una colpa, una trasgressione e una deviazione, era presente anche in Europa, dove la donna ha avuto accesso all’istruzione di alto livello solo molto tardi».
«Il problema del libero accesso alla cultura e alla libera espressione delle idee in Egitto è ancora presente – ha ricordato Paola Gargiulo, del gruppo parlamentare donne al Senato – forse anche per questo le nuove generazioni, che nel paese costituiscono la maggioranza della popolazione, cercano nuove vie, in particolare quella virtuale. Molti blogger sono però finiti in carcere e anche la ragazza che su Facebook diede inizio al tam tam del movimento del 6 aprile (per la proclamazione dello sciopero generale, finito purtroppo in un fiasco sia nel 2008 che nel 2009, ndr) è finita in carcere. Anche il romanzo a fumetti “Metro”, che conosce un enorme successo virtuale sulla rete, è stato sequestrato dalle librerie.
Un esempio positivo del rapporto fra scrittura e potere – ha continuato la Gargiulo – è invece quello della marocchina Rita el-Khayat che nel 1999 fu la prima donna nel mondo arabo a scrivere una lettera al re del Marocco riguardo la condizione femminile, il documento forse più audace, coraggioso e sconveniente del secolo scorso e che richiamò l’attenzione del sovrano su problemi non prima presi nella giusta considerazione».
Nel suo tentativo di ribellarsi contro questo tipo di società però la protagonista trova un ostacolo anche nelle altre donne e qui sembra che si possa intravedere una sorta di critica, che non sarebbe neppure ingiustificata, nei confronti delle donne arabe, spesso incapaci esse stesse, a volte per pigrizia e altre per paura, di abbattere quelle barriere contro cui la el-Sa’dawy lotta da tempo.
«Per riuscire ad infrangere le barriere – ha detto la Pisano – è necessario il dialogo fra le culture, sia di tipo religioso che artistico, letterario e culturale, contrastando tutto ciò che crea ostacoli e separazioni. In questo senso le religioni, usate in modo politico, sono viste dalla el-Sa’dawy come elemento di separazione nel loro creare odi, divisioni e ingiustizie».
L’autrice stessa, in un convegno a Roma qualche settimana fa, disse: «Bisogna relegare la religione nella sfera privata della vita e non darle spazio in quella pubblica. Per questo ben vengano iniziative come quella del governo francese, che ha proibito qualsiasi esibizione di segni religiosi negli ambienti pubblici. La religione per molti versi è diventata un fatto sociale come in Egitto, dove le ragazze indossano il velo con jeans e magliette strettissimi. La religione non è moralità, ma politica. Studiando le religioni mi sono trovata di fronte a due tipi di morale, una per gli uomini e una per le donne, una per i ricchi e una per i poveri e ho notato che la religione crea solo divisioni. Abbiamo bisogno di vivere in un mondo senza religione, senza che ciò significhi vivere senza morale. Al contrario, saremmo più umani e, quindi, più uniti fra di noi».
Il problema femminile secondo la scrittrice è, oltre che religioso, politico: «Le donne sono sottoposte a forti pressioni in tutto il mondo, sia di tipo sociale, che economico e politico, e sono ovunque vittime dei sistemi: in Afghanistan, dove il regime talebano è stato creato dai Bush, come in America, dove domina il fondamentalismo cristiano, come in Europa, dove sono schiave delle convenzioni sociali».
Non avendo dunque nessuno a cui rivolgersi nel mondo reale, la protagonista del romanzo si rifugia sia nel ricordo della sua infanzia, dove domina la figura della zia devota all’Immacolata, figura presente nella tradizione cristiana come in quella musulmana, sia nel mondo ancestrale e fortemente simbolico delle antiche divinità femminili, dove anche la sfinge, il cui nome in arabo, Abu el-Hol (padre del terrore), è maschile assume identità femminile diventando Um el-Hol (madre del terrore). È così che in un libro in cui nessun personaggio è identificato da un nome, solo le divinità sono definite, esattamente come succedeva in alcuni racconti di epoca faraonica, come ha ricordato Emanuele Ciampini, esperto di egittologia dell’università “Ca’ Foscari” di Venezia. Sekhmet, dea leonessa, principio divino terribile e portatrice di morte, diventa quasi alter ego della protagonista. Proprio come lei, infatti, era fuggita dall’Egitto dando inizio a stragi terribili oltre i confini del paese. Lo stesso dio sole intervenne per arginare la sua ira senza freni e la dea fu riportata in Egitto con l’inganno, da un gruppo di divinità fra cui il “bravo compagno”.
Il rapporto con l’uomo insomma, se pur conflittuale, risulta quasi necessario e complementare alla figura femminile, come sembra sottintendere anche la el-Sa’dawy nelle ultime righe del romanzo:
«Ma quando lo sentì ridere, rise anche lei.
La vita sembrò migliore di quello che era stata in precedenza.
“Fino a quando l’uomo avrà la capacità di ridere, la donna non avrà desiderio di scappare, almeno non questa notte. Continuerà a dormire e domani ci proverà di nuovo”».

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L’amore in Egitto, ai tempi del petrolio

Reset DOC | Martedì 2 giugno 2009 | Francesca Giorgi |

Una donna morigerata, sempre ligia al proprio dovere e rispettosa delle leggi; un’archeologa, specializzata nella ricerca di statue raffiguranti divinità femminili dell’antico Egitto. Che un giorno decide di fuggire, di “prendersi una vacanza” dal marito e dal lavoro, e finisce per sparire, facendo perdere le proprie tracce agli altri e a se stessa. Da qui si dipana L’amore ai tempi del petrolio (il Sirente 2009, Euro 15,00), l’ultima fatica letteraria della scrittrice egiziana Nawal al-Sa’dawi, fra le protagoniste indiscusse del femminismo arabo contemporaneo.

Medico e psichiatra, al-Sa’dawi si batte da molti anni nel suo paese e in tutto il mondo contro la diseguaglianza di genere e contro la pratica delle mutilazioni genitali femminili, di cui da bambina fu vittima lei stessa. Per le sue prese di posizione è stata considerata a lungo una persona controversa e pericolosa dal governo egiziano, incarcerata nel 1981, costretta a rinunciare alla candidatura alle elezioni presidenziali del 2005. Dopo molti romanzi, saggi e raccolte di novelle tradotti in 20 lingue, che le hanno fatto vincere numerosi premi, L’amore ai tempi del petrolio fu pubblicato per la prima volta in Egitto nel 2001 e subito censurato dalla massima istituzione religiosa del paese. In linea con la natura battagliera dell’autrice, il libro è infatti a tutti gli effetti una denuncia contro la società patriarcale, la segregazione femminile, la violenza perpetrata quotidianamente ai danni delle donne, la negazione per loro di ogni diritto umano. E, sebbene l’ambientazione della storia sia vaga, i rimandi al paese natale dell’autrice sono molteplici, tali perlomeno da portare alla censura.
Dopo la fuga, la protagonista del romanzo – che non viene mai chiamata per nome, a impersonare perfettamente l’intero universo femminile – si ritrova improvvisamente in un oscuro “Regno del petrolio” dove si stanno preparando i festeggiamenti per il compleanno del Re. La donna viene perciò sequestrata, consegnata nelle mani di un uomo e costretta a lavorare all’estrazione del liquido, che impregna di sé e invischia tutto il mondo circostante. Nella fabbrica le donne hanno il compito di trasportare i barili sulla testa, senza diritto al ristoro né al salario. La donna si trova così ulteriormente schiavizzata, a dover sostenere il confronto con le altre donne, che spesso ridono delle sue difficoltà nell’adattarsi alla nuova condizione.
Ma la fatica più grande è il rapporto con l’uomo che ha ricevuto il compito di tenerla presso di sé. La protagonista non è mai stata abituata in passato ad adempiere alle mansioni considerate normalmente femminili, come la cucina, né a soddisfare indiscutibilmente le richieste maschili. Il rapporto con l’uomo – anche in questo caso senza nome – rappresenta per lei una ulteriore regressione, che la porta in un certo senso a perdere il senso del suo percorso. Aveva scelto di fuggire per rompere con un matrimonio e una vita sociale infelici, e invece di migliorare la propria situazione si ritrova ancora più degradata. Ma fra i due si crea poco a poco un legame, che la protagonista non sa identificare se non con l’amore, ma che in realtà è semplicemente il riconoscimento della reciproca dignità. E’ questo che l’autrice auspica si crei fra tutti gli uomini e tutte le donne: che si smetta di considerare gli altri esseri umani come delle proprietà, come merce di scambio, o come oggetto di potere. Che finalmente ci si riconosca ognuno nella propria personale identità.
L’amore ai tempi del petrolio è un percorso del tutto onirico all’interno di una vicenda dai contorni sfumati, in cui l’inizio e la fine si confondono quasi a disegnare una circolarità degli eventi. La scrittura ricorda il flusso di coscienza, in cui il tempo perde valore rispetto all’urgenza dell’espressione dei pensieri. Ma il rimando alla realtà, angoscioso e cruento, non permette mai al lettore di sollevare i piedi da terra.

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Incontro con Nawal El Saadawi

| lorellavezza.it | Lorella Vezza |

Molto interessante e coinvolgente la serata di lunedì 18 a Torino al Circolo dei Lettori dove ho avuto il piacere di conoscere personalmente Nawal El Saadawi. Serata nella quale ha partecipato la consigliera regionale del Piemonte Mariacristina Spinosa, la coordinatrice del progetto Aurora Saida Ahmed Ali e la socia fondatrice di Unifem Italia Maria Magnani Noya. Nata a Il Cairo, rappresenta l’Egitto ed è una della tante vittime di un Paese dove non è facile superare pregiudizi e tabù legati al genere femminile. Dopo gli studi universitari, Nawal affianca la carriera di medico, psichiatra, all’ attivismo politico e alla “battaglia femminista”. Le sue battaglie la procureranno la condanna al carcere nel 1981 sotto il regime di Sadat. Numerose sono le accuse, anche recenti, di apostasia da parte di istituzioni islamiche come Al-Azhar, a causa del contenuto provocatorio dei suoi scritti: sessualità, discriminazione della donna araba e la sua subordinazione alla società patriarcale. Psichiatra e scrittrice, attualmente vive negli Stati Uniti dove insegna presso la Duke University, North Carolina. Ha scritto numerosi libri sulla condizione della donna nell’Islam, dedicando particolare attenzione alla pratica delle mutilazioni genitali femminili. Nawal El Saadawi è una femminista (costretta a vivere fuori dall’Egitto), che mostra la sua combattività sin da quando era bambina e che usa le parole e la memoria “per ribellarsi ad una società in cui la nascita di una femmina equivale ad una sventura”. Scrittrice prolifica – in questi giorni ha presentato alla Fiera Internazionale del Libro il suo ultimo scritto “L’amore ai tempi del petrolio” – ha vinto numerosi premi, tra cui, nel 2004, il Premio Nord-Sud conferitole dal Consiglio d’Europa per il coraggio, l’intraprendenza e la fiducia nel futuro dei diritti umani. Da moltissimi anni si batte per il rispetto dei diritti umani e contro ogni forma di violenza sulle donne. Una donna eccezionale semplice e carismatica nello stesso tempo. Gli occhi esprimono la vitalità di una ragazzina sebbene abbia avuto esperienze sicuramente traumatiche Ascoltarla è un piacere parla con calma e determinazione le sue idee sono chiarissime. Spiega che in nessuna parte del mondo le donne sono veramente libere, credono di esserlo, ma anche nei paesi più industrializzati del mondo subiscono delle discriminazioni e sono schiave della società. Fa un’analisi approfondita dei vari tipi di mutilazioni: sia femminili che maschili, ma anche psicologiche. Queste ultime molto più pericolose e diffuse. Ecco perché lei è, per esempio, completamente contraria al trucco che vede come un velo post moderno usato dalle donne in maniera orgogliosa per sottolineare il loro essere, senza capire però, che l’unica arma che hanno davvero è il loro cervello. Non risparmia nessuno con le sue invettive, non le religioni che secondo lei non permettono la nascita di una vera democrazia, non le donne al potere ma nemmeno il suo Paese. Condivido pienamente che l’intelligenza è l’arma più importante che una donna possiede per farsi vale e rispettare. Una donna determinata, intelligente difficilmente può essere ignorata. La cura dell’aspetto e il trucco fanno ormai parte del nostro tempo, l’importante è non esserne schiave e puntare esclusivamente su questo. Nawal El Saadawi: una donna forte, determinata, piena di energia un esempio per tutte noi.

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Di là del Mar Caspio

Il petrolio è al centro dei principali intrighi planetari. Eldorado ed inferno, il Mar Caspio in questo senso è sempre apparso remoto, ostile, instabile.

A lungo, ha tentato il mondo (inglesi, americani, russi, persino cinesi) con le sue grandi riserve petrolifere. Ma gli stranieri, bloccati dal sistema chiuso dell’Unione Sovietica, non vi poterono arrivare. Poi l’Unione Sovietica crollò, e nella regione iniziò una corsa frenetica su vasta scala. Insieme ai petrolieri, si accalcarono nel Caspio i rappresentanti dei principali Paesi del mondo in cerca di una quota dei trenta miliardi di barili di riserve petrolifere certe che erano in gioco, e iniziò una tesa battaglia geopolitica. I principali competitori erano Mosca e Washington – la prima cercando di mantenere il controllo sui suoi Stati satellite, la seconda intenta a far sloggiare la Russia a beneficio dell’Occidente.
Il petrolio e la gloria” è un libro di Steve LeVine (Editrice il Sirente,  20 Euro) in cui tutto ciò è ben raccontato. LeVine ha lavorato nella regione per il Wall Street Journal, il New York Times e il Newsweek, ed è ligio alla grande scuola americana del giornalismo d’investigazione.  Egli svela le misteriose manovre dei giganti energetici mondiali per avere una parte nei ricchi giacimenti kazaki e azeri, mentre le superpotenze cercano di ottenere un punto di appoggio strategico nella regione e di ostacolarsi a vicenda. Al cuore della storia c’è la gara per costruire e gestire oleodotti che escano dall’isolata regione, la chiave per controllare il Caspio e il suo petrolio.
Il BTC, l’ oleodotto per il petrolio che fu costruito, il più lungo al mondo (1.750 chilometri, di cui oltre 300 attraverso la Georgia), è stato uno dei più grandi trionfi in politica estera di Washington. Molti i personaggi di questa saga caspiana. Per esempio,  il “ competitor” James Giffen, un affarista americano che è stato anche il “faccendiere” a livello politico delle compagnie petrolifere ansiose di fare affari nel Caspio e l’intermediario per il presidente e i ministri del Kazakistan; o John Deuss, l’ostentato commerciante olandese di petrolio che vinse molto ma perse ancor di più; Heidar Aliyev, l’ ex capo del Kgb azero, diventato presidente,  e spesso — secondo LeVine — frainteso: ma, secondo me, il suo è giudizio partigiano.
LeVine afferma che il presidente azero “trascese il suo passato di membro del Politburo sovietico e fu la mente direttiva di un progetto per allentare il controllo russo sulle sue ex colonie nella regione del Caspio”. In questa cornice trovano il loro posto furfanti, canaglie e avventurieri d’ ogni genere guidati dall’irresistibile richiamo di ricchezze incalcolabili e dalla possibile “ultima frontiera” dell’era dei combustibili fossili. Non mancano gli interrogativi geopolitici che ruotano attorno alla ricchezza petrolifera del Caspio, se la Russia possa essere un alleato affidabile e un partner commerciale dell’Occidente, e cosa significhi l’ingresso di Washington in questa regione caotica ma importante per la sua stabilità a lungo termine.

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Cina e Russia. Sfida aperta alle 5 sorelle

La Stampa | Lunedì 19 novembre 2007 | Maurizio Molinari |

I giganti energetici di Pechino e Mosca pongono sfide molto diverse ma ugualmente serie ai concorrenti d’Occidente.

È una delle barzellette più di moda ad Alma Aty, in Kazakhstan, a svelare cosa sta avvenendo sul mercato del greggio: «In città c’è una piccola delegazione cinese, sono diecimila». A raccontare l’aneddoto è Evan Feigenbaum, braccio destro del Segretario di Stato Condoleezza Rice sull’Asia Centrale e veterano delle guerre commerciali per il controllo delle risorse energetiche. Feigenbaum racconta la barzelletta al «Council on Foreign Relations» perché la ritiene veritiera: «Dal Mar Caspio all’Estremo Oriente i cinesi sono all’offensiva, costruiscono, acquistano, esplorano, investono e spendono una grande quantità di danaro e di risorse umane». Lo slancio della Repubblica popolare sul mercato energetico nasce dalla necessità di importare la metà del fabbisogno nazionale ed è riassunto dai nomi di tre giganti: China National Petroleum Corporation (Cnpc), China National Offshore Oil Corporation (Cnooc) e Sinopec.

«Hanno ruoli e compiti diversi – spiega Edward Morse, analista di greggio di fama mondiale, in forza a Lehman Brothers – perché Cnpc è il gigante pubblico maggior produttore di carburante e Cnooc esplora i giacimenti off-shore in Cina mentre Sinopec va aggressivamente alla ricerca di nuovi mercati all’estero». Sijin Chang è l’analista di Eurasia Group che segue 24 ore su 24 le mosse dei tre colossi e assicura che «fanno una dura concorrenza alle grandi compagnie occidentali» per due ragioni. Primo: «Dispongono di soldi pubblici in grande quantità e non lesinano a spenderli». Secondo: «Su indicazione del governo sfruttano le aree di crisi per insediarsi». Gli esempi più lampanti vengono dal Sudan, dove Sinopec ha quasi un monopolio sulle estrazioni, e il Turkmenistan, dove sempre Sinopec ha siglato un contratto trentennale per la realizzazione di un mega oleodotto destinato a portare gas e carburante verso Oriente. «Pechino gioca duro nella grande partita degli oleodotti – assicura Steve LeVine, giornalista del Wall Street Journal autore del libro «The Oil and the Glory» – punta a siglare in Kazakhstan un contratto simile a quello turkmeno, per alimentarsi via terra senza dover passare per la Russia o per il Golfo Persico».
Ma non è tutto. Robin West, presidente di PFC Energy Inc. e fra i più ascoltati esperti di energia in America, spiega che «la forza dei cinesi è nel fatto che hanno manager aggressivi, gestiscono le aziende pubbliche come se fossero private e sono in grado di sfruttare a loro vantaggio le regole della concorrenza meglio di molte compagnie occidentali». Proprio a questo metodo «aggressivo e competitivo» West attribuisce il successo di PetroChina, di proprietà statale, che toccando un valore di mercato di un trilione di dollari ha scavalcato la rivale americana ExxonMobil – ferma a 488 miliardi di dollari – diventando questo mese la prima azienda del mondo per capitale azionario. «La sfida cinese alle Cinque Sorelle – aggiunge West riferendosi alle maggiori compagnie petrolifere occidentali – è molto simile a quelle che si preparano in India e Brasile, giocano alle nostre stesse regole ed hanno ottimi manager ma con più denaro sul piatto».
Se questo avviene è anche perché le Cinque Sorelle – ExxonMobil, Royal Dutch Shell, British Petroleum, Chevron e ConocoPhillips – gestiscono diversamente i profitti: un recente studio del Baker Institute della Rice University attesta che spendono sempre di meno in esplorazioni, cedendo terreno ai rivali di altre nazioni che «sono dunque meglio posizionati per lo sfruttamento dei nuovi giacimenti». I monopoli non-occidentali «rappresentano i titolari dei primi dieci giacimenti del mondo mentre ExxonMobil, BP, Chevron, Royal Dutch e Shell sono rispettivamente al 14°, 17°, 19° e 25° posto» spiega Amy Myers Jaffe, autore del rapporto del Baker Institute. «Se le Cinque Sorelle spendono meno per l’esplorazione – osserva Morse – è perché per loro oramai la finanza conta più dell’estrazione e gli azionisti più dei trivellatori, destinano le risorse ad operazioni di mercato tese a rafforzare profitti più che a rischiare capitali in nuove aree».
Quando si dice «monopoli» Morse, West, LeVine e Jaffe pensano subito alla Russia di Vladimir Putin. «La sfida russa è diversa da quella cinese perché non è di mercato bensì si basa sulla gestione quasi monopolistica delle immense risorse nazionali» spiega West, secondo cui «l’unica maniera per rispondere è venire a patti, cedere quote di mercato internazionale per averne in cambio dentro la Russia». Alexander Kliment è l’analista russo di punta di Eurasia Group e legge così la mappa energetica: «Rosneft è probabilmente la più grande azienda petrolifera del mondo così come Gazprom ha pochi rivali sul gas, entrambe sono emanazione del potere politico e tengono sotto controllo le risorse nazionali». Mentre l’asso nella manica del Cremlino «è Lukoil»: sulla carta privata ma in realtà sotto il controllo di Putin, ha il compito di «esplorare nuovi mercati» insediandosi «lì dove l’Occidente non vuole o non può», a cominciare dall’Iran di Mahmud Ahmadinejad.
«Ma chi dovesse pensare che Lukoil si fermerà alle zone di crisi sbaglia – aggiunge Carter Page, responsabile dell’Energia per Merrill Lynch – perché la loro ambizione è portare la concorrenza sui mercati nordamericano ed europeo, come già sta avvenendo». Basta contare i distributori Lukoil a New York per accorgersene. Se l’aggressività di cinesi e russi è il tema del giorno per gli analisti petroliferi americani è anche vero che nessuno vede in questi nuovi giganti dei reali concorrenti sul piano della tecnologia. «Su innovazione e sviluppo né i russi né i cinesi sono in grado di sfidare le Cinque Sorelle – concordano Morse e West – la tecnologia resta il loro tallone d’Achille». Quali che siano le prossime puntate della sfida energetica Carter Page ha pochi dubbi su quanto sta avvenendo: «È l’energia il vero gioco del potere mondiale».

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Dal Caucaso all’Asia centrale, gas e petrolio nel «Grande Gioco»

| Le Monde Diplomatique | Giugno 2007 | Régis Genté (*) |

Il vertice di metà maggio tra l’Unione europea e la Russia si è arenato in particolare sulla questione della cooperazione energetica: l’Unione, che importa dalla Russia il quarto del proprio consumo di petrolio e di gas, si preoccupa dell’accresciuto potere di Mosca in questo campo. L’accordo concluso, il 12 maggio, dal presidente russo Vladimir Putin con i suoi omologhi turkmeno e kazako, conferma un rovesciamento di tendenza: a lungo messo sulla difensiva dalla politica di aggiramento degli oleodotti e dei gasdotti, imposta dalle grandi potenze, Mosca ha ripreso l’offensiva.

Il nuovo «Grande Gioco» ha raggiunto il culmine. Con in più, questa volta, al centro del gioco, il petrolio e il gas. Ma la domanda di idrocarburi non spiega da sola la battaglia tra le grandi potenze che intendono impossessarsi dei giacimenti delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e del Caucaso, sfuggite al dominio di Mosca con il crollo dell’Urss nel 1991. L’oro nero e l’oro grigio sono anche lo strumento di una lotta di influenza in vista del controllo del centro del continente eurasiatico. Per interposte major petrolifere, gli oleodotti sono le lunghe corde che consentono alle grandi potenze di ancorare al proprio sistema geostrategico i nuovi otto stati indipendenti (Nei) della regione (1). Nel XIX secolo, il «Grande Gioco», un’espressione diventata leggendaria con Kim, il romanzo di Rudyard Kipling, alludeva alla lotta d’influenza tra grandi potenze, in molti aspetti simile a quella odierna. All’epoca, la posta in gioco erano le cosiddette «Indie», il gioiello della corona britannica ambito dalla Russia imperiale (2). La lotta si protrasse per un secolo e si concluse nel 1907, quando Londra e San Pietroburgo trovarono un accordo per la suddivisione delle loro zone d’influenza, con la creazione di uno stato tampone tra di loro, l’Afghanistan (3). Questo accordo ha retto fino al 1991. Oggi, sebbene siano cambiati i metodi e le idee che guidano le grandi potenze, e i protagonisti non siano gli stessi, l’obiettivo ultimo permane. Si tratta di colonizzare, in un modo o nell’altro, l’Asia centrale per neutralizzarsi a vicenda.
Certo il gas e il petrolio sono ricercati in quanto tali, ma anche come strumento di influenza, spiega Muratbek Imanaliev, un ex diplomatico kirghizo (e in passato sovietico), che presiede l’Institute for Public Policy a Bichtek (Kirghizistan). Subito dopo il crollo dell’Urss, i Nei vedono nel petrolio un mezzo per rimpolpare il bilancio e rafforzare l’indipendenza nei confronti di Mosca. Alla fine degli anni 80, l’impresa americana Chevron mette gli occhi sul giacimento di Tenguiz, tra i più grandi del mondo, a ovest del Kazakistan. La Chevron ne acquista il 50% nel 1993. Sull’altra riva del Mar Caspio, il presidente azero Gueidar Aliev firma, nel 1994, il «contratto del secolo» con società petrolifere straniere, per lo sfruttamento del campo Azeri-Chirag-Guneshli. La Russia è furibonda: il petrolio del Caspio le sfugge. Essa oppone a Baku la mancanza di statuto giuridico del mar Caspio, di cui non si sa se sia un mare o un lago. Mosca si era illusa che le cose sarebbero andate meglio con Aliev piuttosto che con il suo predecessore, il primo presidente dell’Azerbaigian indipendente, il nazionalista anti-russo Albullfaz Eltchibey, rovesciato da un golpe nel giugno 1993, pochi giorni prima della firma di importanti contratti con alcune major anglosassoni. Fine conoscitore dei meccanismi del sistema sovietico, Gueidar Aliev, ex generale del Kgb ed ex membro del Politburo, tratta in segreto con i petrolieri russi per trovare un terreno di accordo con Mosca: Lukoil ottiene il 10% del consorzio Azeri-Chirag-Guneshli.
È l’inizio della lotta tra Est e Ovest per impadronirsi dei giacimenti della regione. Negli anni ’90, per giustificare la penetrazione nel bacino del mar Caspio, gli Stati uniti gonfiano le stime delle riserve di idrocarburi di quest’area. Parlano di 243 miliardi di barili di petrolio. Poco meno dell’Arabia saudita! Oggi si valutano ragionevolmente queste riserve a circa 50 miliardi di barili di petrolio e 9,1 trilioni di metri cubi di gas, ossia dal 4 al 5% delle riserve mondiali. Se gli Stati uniti si sono serviti di questo grosso bluff, è perché «essi volevano ad ogni costo costruire il Btc (l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan).
Hanno provato di tutto… per tentare di impedire l’estensione dell’influenza russa, di ostacolarla. Non so quanto sapessero di esagerare», dice Steve Levine, giornalista americano specialista di questi problemi fin dai primi anni ’90 (4). Questo gioco d’influenza s’imballa. Approfittando della «guerra contro il terrorismo» in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre, i militari americani si insediano nella ex-Urss. Con la benedizione di una Russia indebolita. Washington insedia le sue basi nel Kirghizistan e nell’Uzbekistan, promettendo di lasciare questi paesi appena sarebbe stata sradicata la cancrena islamista. «Bush si è servito di questo impegno militare massiccio nell’Asia centrale per suggellare la vittoria della Guerra fredda contro la Russia, arginare l’influenza cinese e mantenere il nodo scorsoio intorno all’Iran», dice Lutz Kleveman, ex corrispondente di guerra (5). Inoltre Washington svolge un ruolo determinante nelle rivoluzioni colorate in Georgia (nel 2003), in Ucraina (2004) e nel Kirghizistan (2005) che sono altrettanti pesanti scacchi per Mosca (6). Sconvolti da questi rovesciamenti di potere in serie, alcuni autocrati della regione voltano le spalle all’America e si riavvicinano alle Russia o alla Cina. Infatti il gioco si è complicato negli ultimi anni man mano che Pechino si intrometteva negli affari dell’Asia centrale e che l’Europa, in seguito alla guerra del gas tra Russia e Ucraina del gennaio 2006, accelerava i suoi progetti di captazione dell’oro grigio caspico. Petrolio, sicurezza, lotta d’influenza e battaglie ideologiche: bisogna puntare su tutti i fronti per cavarsela in questo «Grande Gioco». Inizialmente, la Russia è chiaramente in vantaggio in questo braccio di ferro: nel 1991, controlla tutti gli oleodotti che consentono ai Nei di trasportare i loro idrocarburi. Ma gli apparatchiki diventati presidenti si sforzano di non mettere tutte le loro uova nel paniere russo. Dopo la caduta dell’Urss, vengono costruiti una mezza dozzina di oleodotti che non attraversano il territorio del grande fratello: Mosca perde così parte del suo peso politico ed economico. Un tempo sconvolta dalla presenza militare americana e dalla serie di «rivoluzioni colorate», Mosca si rafforza nei paesi vicini L’esempio del Turkmenistan è emblematico delle relazioni della Russia con i territori del suo antico dominio: dei 50 miliardi di metri cubi di gas prodotti nel 2006 nel Turkmenistan, 40 sono stati venduti alla Russia. Scelta obbligata. A parte un piccolo gasdotto inaugurato nel 1997, che lo collega all’Iran, il Turkmenistan dispone solo del Sac-4, un oleodotto che arriva in Russia. Una catena vera e propria.
E, nell’aprile 2003, il presidente russo Vladimir Putin è in grado di costringere il suo omologo turkmeno Saparmurad Niazov (scomparso alla fine del 2006) a firmare un contratto di 25 anni per 80 miliardi di metri cubi all’anno, venduti al prezzo ridicolo di 44 dollari/1000 m3. Ben presto Achkhabad cerca di rimettere in questione queste condizioni e blocca le consegne. Nell’inverno 2005 Mosca si rassegna a pagare 65 dollari/1000 m3 perché il gas turkmeno è indispensabile in particolare per rifornire a basso prezzo la popolazione russa. Nel settembre 2006, Gazprom va oltre e firma un contratto con Achkhabad impegnandosi, per il periodo 2007-2009, a pagare 100 dollari/1000 m3. Questo perché, cinque mesi prima, in aprile, il dittatore scomparso aveva firmato con il presidente cinese Hu Jintao un documento che impegnava il Turkmenistan a fornire alla Cina, per una durata di trent’anni, 30 miliardi di metri cubi di gas naturale ogni anno, a partire dal 2009, e a costruire un gasdotto lungo 2000 chilometri. Questo spiega probabilmente perché Gazprom ha dovuto alzare le sue tariffe. Forse Achkhabad vuole ancora alzare il prezzo? Dopo la sua prima visita ufficiale a Mosca in veste di presidente, Gurbanguly Berdymukhammedov invita Chevron a partecipare allo sviluppo del settore energetico turkmeno. Mai il suo predecessore aveva osato fare simile proposta a una major internazionale. Peraltro il presidente non respinge le proposte europee riguardanti il corridoio transcaspico. E’ possibile che minacci di far entrare gli occidentali nel suo gioco per spingere Gazprom ad accettare un prezzo più alto – infatti all’Europa chiede più di 250 dollari/1000 m3. Eppure Putin aveva proposto di restaurare il SAC-4 e di costruire un altro gasdotto che collegasse i due paesi. «La Russia vuole mostrare ai turkmeni che è pronta a fare molto per loro. Mosca spera di dissuaderli dal trattare con i cinesi e gli occidentali», osserva il giornalista russo Arkady Dubnov. «La battaglia che Mosca deve condurre contro il Turkmenistan dimostra che la Russia non è più onnipotente nelle ex repubbliche sovietiche e che ciò che prevale oggi è il pragmatismo economico di Putin e della sua cerchia», conclude questo esperto della Comunità degli Stati indipendenti (Cei). Il 12 maggio scorso durante una visita di una settimana in Asia Centrale, Vladimir Putin ha firmato con i suoi omologhi turkmeno e kazaco un accordo per l’ammodernamento del gasdotto Cac-4 e la costruzione di un altro tubo, destinati a trasportare il gas del Turkmenistan in Russia. È in gran fretta che il presidente russo è arrivato a Turkmenbachi per strappare questo accordo, proprio mentre un analogo vertice concorrente era organizzato nello stesso periodo a Cracovia, in Polonia. Là svariati paesi situati ai margini della Russia speravano di lanciare oleodotti ostili. Il presidente kazaco ha perfino dovuto rinunciare a recarvisi per accogliere Putin. Come è riuscita la Russia a raggiungere i propri fini? Essa sembra avere argomenti che ne fanno ancora e senza dubbio per un lungo periodo, la più potente delle grandi potenze in Asia centrale. Pechino e Bruxelles hanno di che preoccuparsi per i per i loro progetti di approvvigionamento in Asia centrale.
Il metodo russo ha l’inconveniente di essere spesso brutale. Per questo, nel 2005, la crisi del gas tra Mosca e Kiev è stata sofferta dagli europei (7). Lo spettro dell’interruzione delle forniture aleggiava sul vecchio continente che importa un quarto del suo gas dalla Russia.
Tuttavia, sdrammatizza Jérôme Guillet, autore di uno studio sulle guerre del gas del 2006, queste crisi sono «lo specchio delle lotte che si tramano nelle quinte tra fazioni potenti all’interno del Cremlino o in Ucraina, più che l’effetto di un uso deliberato dell’arma energetica» (8).
Primo produttore mondiale di gas e secondo di petrolio, la Russia ha ritrovato la tranquillità finanziaria e prende iniziative strategiche.
Il 15 marzo scorso, ha firmato un accordo con la Bulgaria e la Grecia per la costruzione dell’oleodotto Burgas-Alexandroupoli (Bap). Un vero concorrente per il Btc e, meglio ancora, il primo che lo stato russo controlli sul territorio europeo. Parimenti, da alcuni mesi, il grezzo scorre lungo i 1.760 chilometri del Btc come il gas nel Baku-Tbilissi-Erzurum (Bte). L’arteria vitale dell’influenza occidentale nella ex-Urss funziona e produce i primi effetti politici. Da quest’anno, la Georgia sembra dipendere un po’ meno dal gas russo, mentre un anno fa, non poteva importarne altro. Gli aumenti clamorosi imposti dalla Russia – in due anni, il gas è passato da 55 a 230 dollari/1000 m3. – hanno colpito l’economia georgiana meno di quanto Mosca si aspettasse. Le quantità fornite dal Bte a titolo di royalty, e dalla Turchia, che cede a prezzo di affezione la parte di gas che le spetta per questo gasdotto, hanno permesso alla Georgia di comporre un prezzo medio accettabile (9). Peggio ancora per Mosca: il tentativo di imporre all’Azerbaigian un aumento dei prezzi nella stessa misura, nella speranza che colpisca di rimando le forniture destinate a T’bilisi, ha fortemente irritato il presidente Ilham Aliev. «Questo prova che il Btc (come il Bte) rappresenta senza dubbio la più grande vittoria americana in politica internazionale negli ultimi quindici anni. Un successo in fatto di “containment” della Russia e di sostegno all’indipendenza delle repubbliche caucasiche», sostiene Steve Levine. Questi oleodotti offrono agli Stati uniti e all’Europa la possibilità di lanciare due progetti per diversificare le loro fonti di approvvigionamento e attrarre nella loro cerchia politica i Nei della regione. Il primo, il Kazakhstan Caspian Transportation System (Kcts), destinato a convogliare il petrolio del giacimento di Kachagan, il più grande scoperto nel mondo negli ultimi trent’anni. La produzione deve iniziare alla fine del 2010, e gli azionisti del consorzio incaricato dello sfruttamento di questo giacimento, composto da grandi majors occidentali (10), si propongono di trasportare da 1,2 a 1,5 milioni di barili al giorno lungo un itinerario sud-ovest che attraverserà il mar Caspio.
Impossibile far passare l’oleodotto sotto il mare a causa dell’opposizione dei russi e degli iraniani: una flotta di petroliere farà la spola tra il Kazakistan e l’Azerbaigian, dove un nuovo terminal petrolifero collegherà il «sistema» al Btc. Questo, grazie ad alcune stazioni di pompaggio supplementari e all’uso di prodotti destinati a dinamizzare il passaggio dell’olio nelle tubature, dovrebbe avere un aumento della capacità da 1 a 1,8 milioni di barili al giorno. Il secondo progetto riguarda l’«oro grigio» ed è per ora appena abbozzato: si tratta del «corridoio transcaspico», destinato a rifornire l’Europa di gas kazako e turkmeno. «Parliamo di “corridoio” e non di gasdotto – precisa Faouzi Bensara, consigliere per l’energia alla Commissione europea – Proponiamo di avviare una riflessione su soluzioni tecnologiche alternative, come incoraggiare investimenti per la produzione di gas naturale liquefatto nel Turkmenistan, ad esempio, il quale potrebbe in seguito essere trasportato via nave fino a Baku». L’Unione europea non vuole essere protagonista del «grande gioco», precisa questo alto funzionario: «L’Ue è motivata solo dal suo bisogno. Presto ci occorreranno da 120 a 150 miliardi di metri cubi di gas all’anno.
Il nostro obiettivo è trovare questi volumi supplementari e diversificare le nostre fonti di approvvigionamento. Nient’altro. Individueremo soluzioni che saranno complementari a quelle che già esistono».
In compenso, un altro grande pipeline strategico promosso da Washington ha scarse possibilità di attuazione: si tratta del Tapi (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India), il famoso gasdotto che gli Stati uniti, con la società petrolifera americana Unocal, si ripromettevano di costruire con i taliban nella seconda metà degli anni ’90. «Questo progetto comporta troppi inconvenienti, riguardanti la sicurezza, con il ritorno dei taliban in Afghanistan.
Peraltro, molti esperti ritengono che le riserve del Turkmenistan non siano state correttamente valutate», dice il professore Ajay Kumar Patnalk, specialista della Russia e dell’Asia centrale all’università Jawaharlal Nehru, a New Delhi.
Washington difendeva il Tapi, sia per isolare l’Iran, sia per indebolire la Russia nell’Asia centrale. Ormai, gli Stati uniti intendono integrare l’Afghanistan tra i paesi vicini e allo stesso tempo fornirgli risorse per riscaldare le sue popolazioni e rilanciare la sua economia, come pegno della sua stabilità. In questo senso, nel 2005, il dipartimento di stato americano ha riorganizzato la sua divisione Asia del Sud fondendola con la divisione Asia centrale, per agevolare le relazioni a tutti i livelli in quest’area designata come «Grande Asia centrale».
L’energia costituisce uno dei vettori essenziali delle relazioni interne nella regione. Sono quindi nati diversi progetti di centrali idroelettriche, ad esempio nel Tagikistan, destinati ad alimentare il Nord afghano. Ma l’idea nel suo insieme non va avanti. New Delhi in particolare, si sente lontana dall’Asia centrale ed esita a diventare parte integrante del Tapi. Sarebbe più attratta dal progetto di gasdotto Iran-Pakistan-India (Ipi), proposto da Tehran, sebbene l’Iran-Libya Sanctions Act (Ilsa) – mediante il quale Washington punisce ogni impresa che investa nel petrolio o il gas di questi paesi – vieta a New Delhi di fare il passo. «L’Iran è il grande perdente del nuovo “grande gioco”. Non solo gli oleodotti aggirano il suo territorio, ma nessuno può investire in Iran – rileva Mohammed Reza-Djalili, specialista iraniano delle relazioni internazionali dell’Asia centrale – . Ma sono proprio gli investimenti che mancano in questo paese. Le sue installazioni risalgono agli anni 1970, sicché l’Iran è costretto a importare il 40% della sua benzina. Non ha potuto esplorare la sua parte del mar Caspio e il suo enorme potenziale di gas solo parzialmente sfruttato». Peraltro è paradossale che il «Grande Gioco» escluda Tehran, mentre i produttori di idrocarburi nell’Asia centrale sognano una via meridionale: «Può essere meno caro e piuttosto semplice sul piano tecnico – spiega Arnaud Breuillac, direttore Total per l’Europa centrale e l’Asia continentale. Siamo in una logica di diversificazione delle nostre vie di esportazione. In questo quadro, abbbiamo preso un’opzione sulla via sud, tanto più che la regione di consumo più vicina al mar Caspio è il nord Iran». Questo spiega perché il riavvicinamento con l’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (Ocs) (11) rappresenti in questo contesto, secondo Reza-Djalili, «un salvagente della politica iraniana nell’Asia centrale. Per questo tramite, Tehran può intrecciare legami con l’Asia, in particolare con la Cina, e rafforzarsi nel suo braccio di ferro con gli Stati uniti». Da parte sua, la Cina – spiega Thierry Kellner, specialista della Cina e dell’Asia centrale – persegue tre obiettivi in questo «Grande Gioco»: «La sua sicurezza, in particolare nella provincia turcofona dello Xinjiang, che fiancheggia l’Asia centrale; la cooperazione con i vicini, per impedire che un’altra grande potenza diventi troppo potente nello spazio centro-asiatico; infine l’approvvigionamento energetico». I numerosi acquisti di diritti di estrazione petrolifera di Pechino in Asia centrale, da alcuni anni, hanno fatto correre molto inchiostro. Nel dicembre 2005, la Cina inaugurava addirittura un oleodotto che collega Atassu, nel Kazakhstan, ad Alachanku, nello Xinjiang. «Il primo contratto petrolifero firmato da Pechino nell’Asia centrale risale al 1997 – rileva Kellner. La Cina lavora sul lungo termine. Ha saputo costruire basi solide nell’Asia centrale, e oggi questa politica paga».
Questa frenesia di acquisti non risponde soltanto alla richiesta di idrocarburi in un paese che ha una crescita annua del 10%. Secondo Kellner, traduce anche la sua visione geopolitica: «La Cina non vede le cose in termini di mercato, sebbene l’offerta e la richiesta di petrolio siano globalizzate. Per garantire la propria sicurezza energetica, si offre giacimenti e oleodotti che ne assicurano l’approvvigionamento diretto, ma che sono molto costosi. Mentre è essenziale che offerta e domanda si equilibrino a livello mondiale per mantenere i prezzi.
Nel suo stesso interesse, Pechino dovrebbe piuttosto contribuire a questo equilibrio senza necessariamente pensare ai propri approvvigionamenti diretti».
Le ex repubbliche sovietiche sfruttano la concorrenza tra le grandi potenze per consolidare la propria indipendenza economica e politica Investire nell’Asia centrale significa anche, per i cinesi, la possibilità di inserirsi negli affari della regione per contribuire alla sua sicurezza – così dicono. Pechino si impegna nell’Ocs per federare gli stati membri sui temi prediletti, come la lotta contro il terrorismo o la cooperazione economica ed energetica. Di più, l’organizzazione forma un blocco in grado di creare una forte solidarietà in caso di destabilizzazione della regione, o di accresciuta influenza degli Stati uniti che potrebbero arrivare al punto di minacciare i poteri costituiti. L’ondata di «rivoluzioni colorate» nello spazio ex-sovietico a partire dal 2003 ha così portato l’organizzazione a prendere una posizione più netta contro Washington. Nel luglio 2005, ad esempio, i suoi sei membri sostenevano Tashkent nella sua esigenza di chiudere la base militare aerea americana di Karshi-Khanabad, aperta nel quadro dell’operazione in Afghanistan. In effetti, non esiste più nessun Gl sul suolo uzbeko. In realtà, il «grande gioco» conviene alle repubbliche d’Asia centrale e del Caucaso che puntano sulla concorrenza tra le grandi potenze.
Diventano un po’ più indipendenti, in quanto possono dire di «no» a una di queste grandi potenze per rivolgersi a un’altra grande capitale.
Il che spesso significa soprattutto scegliere la propria dipendenza.
Mentre il Kazakistan apre la sua economia al mondo, l’Uzbekistan la chiude, e mentre la Georgia punta fino in fondo sulla carta americana, il Turkmenistan conserva una profonda sfiducia nei confronti di Washington.
Al di là di queste differenze, il «grande gioco» consente loro di essere meno costrette a seguire la strada imposta da una delle potenze dominanti. Ad esempio, se il discorso democratico dell’Occidente compromette gli interessi dei dirigenti centro-asiatici o caucasici, essi possono comunque voltargli le spalle, visto che né Pechino né Mosca sono molto rigorosi in materia. A dire il vero, nemmeno Washington o Bruxelles lo sono sistematicamente.
Gli imperativi strategici li portano spesso a relegare i diritti della persona in secondo piano, cosa che discredita notevolmente i valori cosiddetti «occidentali», nei quali i poteri della regione non vedono altro che un’arma ideologica. Dopo il 2003, per mettere a tacere le critiche, i loro dirigenti perfezionano, mese dopo mese, un discorso sul loro modo «orientale», di costruire la democrazia a casa propria. Nel frattempo, la corruzione regna in questo «grande gioco»: la manna del petrolio e del gas, anche se si tratta di ricchezze nazionali, sfugge in gran parte al controllo democratico degli abitanti di questi paesi.

note:
* Giornalista indipendente, Bishek (Kirghizistan)
(1) Si legga Vicken Cheterian, «Il “Grande Gioco” del petrolio in Transcaucasia» e «L’Asia centrale, retrovia americana», Le Monde diplomatique/il manifesto, rispettivamente ottobre 1997 e febbraio 2003.
(2) La teoria dello Heartland si deve al britannico Halford John Mackinder (1861-1947). Padre della geopolitica contemporanea, egli concepiva il pianeta come un insieme che gira intorno al continente eurasiatico, lo Heartland. Per dominare il mondo, occorre dominare questo «perno geografico del mondo». Mackinder riteneva che la Russia, padrona dell’Heartland a causa della sua posizione geografica, possedesse una superiorità strategica sulla Gran Bretagna, potenza marittima.
(3) Sul «grande gioco», cfr. Peter Hopkirk, The Great Game, On Secret Service in Central Asia, Oxford University Press, New York, 1991.
Per un breve riassunto, cfr. Boris Eisenbaum, Guerres en Asie centrale.
Luttes d’influences, pétrole, islamisme et mafias, 1850-2004, Grasset, Parigi, 2005.
(4) Egli pubblicherà il prossimo ottobre un libro intitolato The Oil and the Glory: The Pursuit of Empire and Fortune on the Caspian Sea, Random House, New York, 2007.
(5) «Oil and the New “Great Game”», The Nation, New York, 16 febbraio 2004.
(6) Si legga Vicken Cheterian, «Le strane rivoluzioni che avvengono all’Est», Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre 2005.
(7) Si legga Vicken Cheterian, «La rivoluzione arancione si scolora», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2006.
(8) Jérôme Guillet, «Gazprom, partenaire prévisibile: relire les crises énergétiques Russie-Ukraine et Russie-Belarus», Russie, NeiVisions, n° 18 Ifri, marzo 2007. Per una visione opposta, cfr. Christophe-Alexandre Paillard, «Gasprom: mode d’emploi pour un suicide énergétique», Russie, Nei Visions, n° 17 Ifri, marzo 2007.
(9) Cfr. «La Géorgie tente de réduire sa dépendance énergétique vis-à-vis de la Russie», Bulletin de l’industrie pétrolière, Parigi, 8 febbraio 2007.
(10) Gli azionisti di Agip Kco sono Eni (18,52%), ExxonMobil (18,52%); Shell (18,52%), ConocoPhillips (9,26%), la società nazionale petrolifera kazaka KazMunayGas (8,33%), Inpex (8,33%).
(11) L’Ocs è stata creata nel 1996 con la denominazione di «gruppo di Shanghai». Comprende oggi sei Stati membri (Cina, Kazakhstan, Kirghizistan, Uzbekistan, Russia, Tagikistan) e quattro osservatori (India, Iran, Mongolia, Pakistan). Questo ultimo statuto di osservatore è stato negato agli Stati uniti.

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Torino. Domani apre la XXII Edizione della Fiera del libro

Dazebao | Mercoledì 13 maggio 2009 | Giorgia Mecca |

TORINO – Domani al Lingotto  di  Torino si aprirà la ventiduesima edizione della Fiera Internazionale del Libro, la più importante manifestazione italiana legata alla cultura e all’editoria.  Quest’anno saranno presenti ben 1400 editori. “L’Io e gli altri”, ovvero la nostra individualità e il rapporto con gli altri, è il tema principale di questa attesa edizione.
Non è un caso che la scelta sia ricaduta in un argomento così attuale che si lega particolarmente alla crisi d’identita a cui assistiamo in questi anni, la folle ipertrofia dell’Io che ha cancellato la presenza degli altri. Il nostro Io è malato, disgregato e soprattutto incapace di rapportarsi con gli altri. Gli altri sono sempre piu percepiti come diversi e quindi simbolo del Male.  Abbiamo perso il senso della comunità e siamo incapaci di riconoscerci in un progetto comune. Con questo messaggio la fiera del libro vuole essere un’occasione unica per riconoscere l’altro e per uscire dalla nostra individualità malata. Un Io malato porta necessariamente a una scoietà malata.

Luciano Canfora, il celebre storico dell’antichità che terrà una lectio magistralis sul cesarismo, afferma proprio questo: “la società è diventata una somma di atomi, una massa inerte in adorazione di un leader carismatico”. La Fiera del Libro diventa cos’ un’opportunità per uscire dal guscio, come recita lo slogan, e per ricreare una società basata sull’aggregazione solidale.  
La riflessione di quest’anno non partirà dalla letteratura bensì dalle neuroscienze. I due importanti biologi  Edoardo Bocinelli e Giacomo Rizzolatti spiegherànno come funziona il nostro cervello, la sede deputata dell’identità, poi si parlerà di psicoanalisi e della grandi scuole del ventesimo secolo, da Freud Jung a Lacan.
Accanto all’Io e alla sua crisi la Fiera del libro tratterà anche argomenti di attualità attraverso i numerosi dibattiti che sono previsti in questi giorni: Emma Bonino e il figlio della giornalista russa Anna Politkovskaja parleranno di diritti umani, Fausto Bertinotti e Antonio di Pietro discuteranno sulla crisi della sinistra italiana, Mario Deaglio invece parlerà della crisi mondiale e delle possibili vie d’uscita.

Nonostante la crisi e i tagli alla cultura la Fiera non ha rinunciato a fare le cose in grande per dar lustro a questo appuntamento. L’elenco degli ospiti è lunghissimo, saranno presenti i nomi piu noti della letteratura nazionale e internazionale, David Grossman, Bjorn Larsson, Umberto Eco, Giorgio Faletti, che proprio alla Fiera presenterà il suo  nuovo libro “Io sono Dio”, Magdi Allam, Gianrico Carofiglio e molti altri. Ma i piu attesi sono il premio Nobel turco Orhan Pamuk, che ritorna alla Fiera del Libro dopo un’assenza duranta ben otto anni e Rita Levi Montalcini. Il paese ospite di questa edizione è L’Egitto, uno stato legato da uno straordinario legame con il capoluogo piemontese.
In questi giorni, infatti, sono presenti due mostre sull’Antico Egitto, oltre alle esposizioni permanenti al Museo Egizio e Torino ospiterà 20 scrittori egiziani tra cui Nawal Al Saadawi che ha scritto quest’anno “L’amore ai tempi del Petrolio“.
In questo periodo in cui l’attenzione è rivolta alla crisi di un mondo dove la sfrenata globalizzazione rischia l’implosione su se stessa, la Fiera del Libro preferisce focalizzare “in primis” l’attenzione sulle singole individualità che si celano dentro ogni essere umano. Un punto di  partenza fondamentale per iniziare a comprendere quale futuro ci aspetta, ma soprattutto quali strade intendiamo percorrere, evitando le solitudini sociali.

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Dissidente per principio

il manifesto | Sabato 16 maggio 2009 | Giuliano Battiston |

LA LETTERATURA COME ISTINTO E DISOBBEDIENZA Chi scrive ha una doppia responsabilità, verso di sé e verso gli altri. L’analisi critica e la liberazione della propria creatività, per l’autrice egiziana Nawal Al Saadawi ospite della ventiduesima Fiera del libro di Torino, sono il primo passo verso il riconoscimento dell’altro.

Prima ancora che nel 1944, a soli tredici anni, scrivesse il suo romanzo d’esordio, Memorie di una bambina di nome Soad, pubblicato molti anni dopo, l’egiziana Nawal Al Saadawi era solita indirizzare delle lettere a Dio, chiedendogli che concedesse a suo fratello il doppio dei diritti, rispetto a lei, «soltanto perché lui era maschio». Fu in quegli anni – racconta oggi – che la futura autrice di Firdaus (Giunti, nuova edizione 2007) divenne femminista, e che il suo femminismo si combinò con la riluttanza ad accettare i precetti di un Dio che «mi aveva creato essere umano soltanto a metà», come spiega in uno dei suoi testi autobiografici, Una figlia di Iside (Nutrimenti, 2002).
Proprio combinando il femminismo, inteso come «rifiuto di ogni forma di ingiustizia, in cielo e in terra, nella famiglia o nello Stato», e una disobbedienza precocemente maturata («ero molto disobbediente, lo sono stata fin da quando ero una bambina», racconta in Dissidenza e scrittura, Spirali, 2008), è nato il percorso di una delle intellettuali del mondo arabo più influenti e ascoltate. Ma anche una delle più temute da quanti – governi e autorità religiose di ogni credo – mal sopportano il coraggio di una donna, medico, psichiatra, scrittrice e attivista, che alle denunce contro le mutilazioni genitali continua ad affiancare la critica alla «clitoridectomia piscologica imposta dal sistema patriarcale e classista» perché, sostiene, «amputare l’immaginazione non è meno pericoloso che amputare parti del corpo».
Un sistema che ha sempre cercato di ostacolarla, censurando i suoi libri, chiudendo le riviste da lei fondate, incarcerandola, includendo il suo nome nelle liste di morte dei fondamentalisti, portandola in tribunale con l’accusa di apostasia. Finora i tentativi delle autorità politico-religiose, ciecamente obbedienti alla legge divina o terrestre, non hanno però fatto altro che accrescere l’autorevolezza di questa donna tenace, obbediente soltanto all’istinto della bambina che era un tempo, quando cominciò a disobbedire.
Abbiamo incontrato Nawal Al Saadawi alla Fiera del libro di Torino, dove oggi alle 15 terrà una lezione su Creatività e dissidenza, affiancata da Isabella Camera d’Afflitto.
Nel suo ultimo romanzo tradotto in italiano, L’amore ai tempi del petrolio (il Sirente, 2009), il Re stabilisce che «ogni donna sorpresa in possesso di carta e penna verrà processata». Lei usa carta e penna da quando era bambina, e sin da allora viene “processata”. Qual è stata la sua “colpa” principale? Disobbedire a quanti rivendicano il possesso di una verità esclusiva e inalterabile?
Non mi è mai piaciuto il verbo obbedire, e ciò che esso significa. L’obbedienza infatti rimanda immediatamente ai precetti politici o religiosi: si deve obbedire alle autorità, a chi detiene il potere, al sistema politico nel suo complesso, a Dio. Inoltre, l’obbedienza contraddice inevitabilmente la creatività, perché essere creativi significa innanzitutto disobbedire ed esercitare le armi della critica. Come lei saprà, dal 1993 tengo negli Stati Uniti e non solo dei corsi universitari dedicati a “Dissidenza e creatività”, nei quali cerco di sollecitare i miei studenti a sviluppare una mentalità critica, un atteggiamento sospettoso verso ogni autorità, che sia Dio, il capo di Stato o chiunque altro presuma di possedere una verità inalterabile. L’analisi critica è il primo passo verso la dissidenza e la creatività, che sono due facce della stessa medaglia.
Lei sostiene che la creatività sia legata alla «capacità di disfare ciò che l’educazione formale e informale ci ha fatto a partire dalla fanciullezza». Vuol dire che non ci può essere vera creatività – e dissidenza – se non si supera quella che definisce come «frammentazione della conoscenza»?
Le porto il mio esempio: ho studiato medicina, ma una medicina impermeabile al resto delle discipline, separata dalla filosofia, dalla religione, dalla politica, dall’economia. Così, sono diventata un medico ignorante di ciò che mi accadeva intorno, proprio perché educata secondo i criteri della frammentazione della conoscenza. La creatività, invece, è lo sforzo volto a disfare questa frammentazione e a riconnettere tutti gli ambiti separati. Che ci sia bisogno di farlo lo dimostrano i fatti: molte delle malattie derivano dalla povertà, e la povertà è una questione essenzialmente politica, perché nasce dalle scelte politiche che rendono alcuni poveri e altri ricchi. Per poter essere dei buoni dottori, perciò, occorre “mettere insieme” le discipline in genere distinte; e per poter essere degli scrittori creativi occorre superare la falsa distinzione tra fiction e non fiction, tra narrativa e saggistica o autobiografia.
La cornice tematica della Fiera del Libro di quest’anno è il rapporto “Io, gli altri”. In un saggio del 2001, lei scrive che la creatività «è la capacità di essere se stessi a dispetto di ogni pressione», ma anche «di riuscire a guardare se stessi in relazione agli altri». Intende dire che non si può ottenere libertà personale e fiducia in se stessi senza responsabilità verso gli altri, senza una relazione sé/altri che non sia compromessa dalla tentazione di dominare l’altro?
Infatti, è proprio così. Sono sempre stata convinta che libertà e responsabilità siano legate in modo indissolubile, che l’una non si possa dare senza l’altra. Io, per esempio, scrivo per me stessa, per il piacere che ne ricavo, per il bisogno di affermare la mia libertà e per dare forma alla mia creatività, ma tengo sempre in mente la responsabilità della pubblicazione, tengo in contro gli altri, i miei eventuali interlocutori, coloro ai quali destino idealmente il mio lavoro. Non si tratta di una scrittura chiusa in se stessa, ma di una scrittura che si apre, costitutivamente, agli altri. La creatività abolisce la divisione tra sé e gli altri, e insieme tutte le dicotomie che abbiamo ereditato dal periodo schiavistico e che il sistema patriarcale classista riproduce: divino/umano, diavolo/dio, paradiso/terra, corpo/spirito, uomo/donna, conscio/inconscio, etc. Grazie alla scrittura, queste dicotomie vengono ricomposte nell’individuo, che a sua volta viene ricollocato all’interno della società, nella relazione con gli altri. Da qui nasce la doppia responsabilità di chi scrive: verso sé e verso gli altri.
«Sono diventata una femminista quand’ero bambina, all’età di sette anni», ha raccontato una volta. Ci spiega cosa intende quando sostiene che oggi le donne debbano affrontare «un doppio assalto», quello del «consumismo del libero mercato» da una parte e quello del «fondamentalismo religioso e politico» dall’altra?
Dicendo che sono diventata femminista a otto anni intendo dire che ogni bambino è naturalmente creativo, ed è consapevole delle ingiustizie che patisce. Quando sono oppressi o limitati, i bambini si rivoltano, disobbediscono, oppure, semplicemente, hanno paura. Ecco, per me femminismo significa rifiutare di avere paura, rifiutare ogni forma di ingiustizia, politica, religiosa, di classe, di genere. Per quanto riguarda il “doppio assalto”, basta pensare alle donne irachene, a quelle afghane, alle palestinesi, che oggi combattono due battaglie: contro l’occupazione americana (o israeliana), legata al consumismo degli Stati Uniti e allo sfruttamento del petrolio, e quella contro il fondamentalismo religioso, incoraggiato proprio dagli americani. Il sistema capitalista patriarcale, classista e razzista, non solo si basa sull’ingiustizia, riproducendola, ma ha bisogno di Dio e della religione per legittimarla. Succede in Iraq, ma succede in Egitto, un paese economicamente colonizzato, in Afghanistan e in Palestina. Per questo, contesto chi parla di post-colonialismo: viviamo invece in un periodo di neocolonialismo.
In un saggio del 2002 su Esilio e resistenza scrive: «Da quando sono nata ho sentito di essere in esilio». Per poi aggiungere: «la scrittura mi ha aiutata a combattere l’esilio e la sensazione di essere “aliena”». Crede che la scrittura sia uno strumento con cui possiamo abitare la nostra “casa esistenziale”, anche se siamo lontani da quella “materiale”?
Chi scrive ha una doppia responsabilità, verso di sé e verso gli altri. L’analisi critica e la liberazione della propria creatività, per l’autrice egiziana Nawal Al Saadawi ospite della ventiduesima Fiera del libro di Torino, sono il primo passo verso il riconoscimento dell’altro.
Cos’è la casa? Dov’è che ci sentiamo propriamente a casa? Non certo in una particolare porzione di terra, non, necessariamente, nel luogo in cui siamo nati. Siamo a casa quando siamo nel posto in cui troviamo giustizia, umanità, libertà e amore, e dove troviamo persone che sentono il bisogno di queste cose e che si battono per ottenerle.
Se siamo sul “suolo patrio”, ma siamo minacciati, oppressi, imprigionati perché ci esprimiamo liberamente, siamo forse a casa? Mentre se siamo lontani dal luogo dove siamo nati, ma ci sentiamo in sintonia con le persone intorno a noi, come mi capita con i miei studenti americani, allora possiamo dirci a casa. La creatività ha il potere straordinario di sospendere l’esilio, perfino di abolirlo. Ricordo che quando ero in prigione e riuscivo a scrivere, sentivo di essere altrove. Grazie alla scrittura ero libera. Nonostante fossi tra quattro mura.

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Fiera del libro 2009. Gli appuntamenti da non perdere a Torino

| Marie Claire | Sabato 16 maggio 2009 | Claudia Spadoni |

Un paese ospite (l’Egitto), un tema (Io, gli altri), cinque giorni (14-18 maggio), più di mille case editrici e tanti ospiti internazionali: l’edizione numero ventidue della Fiera del Libro di Torino ha un cartellone ricchissimo. Leggi che ti passa (la crisi)? Chissà. Noi, intanto, vi diamo qualche consiglio.
Le sue lotte per l’emancipazione femminile l’hanno costretta in carcere e in esilio (negli Stati Uniti, dove fa la docente universitaria). In patria Nawal Al Saadawi è stata spesso censurata, in Italia Giunti ha pubblicato il suo famoso Woman at point zero (tradotto come Firdaus), mentre nei titoli de il Sirente trovate il romanzo L’amore ai tempi del petrolio: storie durissime con protagoniste che cercano la libertà. A Torino la scrittrice parlerà di creatività e dissidenza. Dipendenze necessarie?
Sabato 16 maggio, Sala Blu, ore 15:00

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Le donne in un Paese fondamentalista

| Il Tempo | Sabato 16 maggio 2009 | Antonella Melilli |

Inizia con un piglio veloce, non privo di venature d’ironia che traspaiono dalle congetture cervellotiche di uno psicologo a proposito della fuga di un’archeologa, decisa a sfidare la punizione della morte abbandonando casa e marito per andare alla ricerca delle antiche idee. 
«L’amore ai tempi del petrolio», ultima opera della scrittrice e dissidente egiziana Naval al’Sadawi, (Editrice il Sirente, pag.140) nella traduzione dall’arabo di Marika Macco. Una scrittrice già insignita di numerosi premi e nota per la determinazione di un impegno politico e umanitario che l’ha vista nel 2004 candidarsi alle prime libere elezioni del suo paese e che l’ha portata dal 2007 alla Presidenza del Parlamento Europeo. Un impegno che si coglie con forza anche nelle pagine di questo breve romanzo, espressione incisiva e potente dell’arretratezza di un Paese imprecisato, impaniato però nelle tradizioni di un fondamentalismo ancestrale. Dove la condizione femminile, regolata da convinzioni arcaiche e feroci, sembra consustanziarsi nel paesaggio stesso in cui la protagonista approda, popolato di donne schiacciate sotto il peso di barili panciuti di petrolio e condannate a una fatica di buoi ciechi senza voce né diritti.

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Al Piccolo Apollo i diritti delle donne

Corriere della Sera | Giovedì 14 maggio 2009 | Carlotta De Leo |

CRIMINI AMBIENTALI – I tre autori-registi, Esmeralda Calabria, Andra D’Ambrosio e Peppe Ruggiero, saranno presenti giovedì 14 alle 20.30 alla presentazione di Biutiful cauntri, un viaggio tra le 1.200 discariche abusive di rifiuti tossici nascoste sotto la terra di Napoli e dintorni. Il documentario (premiato come miglior documentario uscito in sala ai Nastri d’Argento dello scorso anno) racconta le storie di allevatori che vedono morire le proprie pecore per la diossina e quella di un educatore che lotta contro i crimini ambientali. Sullo sfondo una camorra imprenditrice che usa camion e pale meccaniche al posto delle pistole. Dopo la proiezione, ci sarà spazio anche per parlare dei problemi del Lazio: in programma, infatti, l’incontro con Paolo Mondani, giornalista autore dell’inchiesta sulla discarica di Malagrotta “L’Oro di Roma” andata in onda nella trasmissione Report.

NAWAL AL-SA’DAWI – Venerdì 15 alle 20.30, il cinema di via Conte Verde ospiterà l’incontro con Nawal al-Sa’dawi, scrittrice e psichiatra egiziana, sostenitrice dei diritti delle donne. La al-Sa’dawi, intellettuale laica tra le più influenti del mondo arabo, sarà in diretta video dalla fiera del libro di Torino dove presenterà il suo ultimo romanzo L’amore ai tempi del petrolio che racconta una storia fantastica ambientata in un paese autoritario. Un regno del petrolio dove un’archeologa rompe un tabù, abbandonando il marito e ricomparendo al fianco di un altro uomo. Attraverso i suoi numerosi romanzi, la scrittrice ha lanciato aperte provocazioni alla società patriarcale araba e per questo ha pagato con restrizioni alla sua libertà personale. Non a caso, “L’amore ai tempi del petrolio” è stato tradotto in 20 lingue, ma ha subito la censura in Egitto. All’intervista, seguiranno reading, musica e il dibattito con Renata Pepicelli (università di Bologna).

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Quanto è difficile l’amore ai tempi del petrolio

Minareti | Martedì 12 maggio 2009 | Imane Barmaki |

La scomparsa di persone era un fatto normale” ma non se si trattava di una donna. In un regno del petrolio un’archeologa scompare. La polizia che indaga si chiede se fosse una ribelle o una donna dalla dubbia morale, in un paese in cui nessuna donna può pensare di abbandonare il marito. Nessuno pero’ si fa carico di pensare alle sue sofferenze da donna e al suo essere soffocata dalla persona che le sta accanto da anni.
L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal Al Sa’dawi (edizioni il Sirente, 2009) è una storia piena di intrigi e misteri in cui nella mente della protagonista si confondono e si fondono figure maschili diverse.  Quando lei riappare é con un altro uomo, figura verso la quale prova un senso di attrazione ma allo stesso momento repulsione, un uomo che la opprime usando proprio il petrolio, il liquido nero del quale rimane pregioniera e al quale non riesce a fuggire: «come una trappola che blocca tutte le direzioni, blocca l’uscita della terra, se non quando é smossa a causa del terremoto, di un vulcano in eruzione, o di una bomba durante la guerra.»
É un viaggio nella mente di una donna araba in un paese autoritario in cui la protagonista “Parte alla ricerca del suo orgoglio perduto. Aveva l’orgoglio di un animale che si impunta con le zampe e non vuole piú camminare. Lei non era una donna né per la cucina né per il letto, non conosceva a memoria le canzoni che le donne cantavano quando stanno in bagno. Non capiva nemmeno la passione che poteva suscitare nel cuore del marito l’osservarla mentre cucinava il cavolo ripieno. Inoltre, non sbatteva le ciglia quando il datore di lavoro, o Sua Maestà, la guardavano”.
Un libro denso di metafore e continue allusioni alla rappresentazione della donna sottomessa, asservita, oppressa dall’uomo che ha cercato di negare con gli anni il valore storico della donna. Un libro scioccante in cui la donna, senza diritti né sentimenti, può essere tranquillamente sostituita da una macchina tuttofare, in grado di cucinare, pulire, scrivere…
Sembra rispondere perfettamente al grido di Badriyya Al Bishr, la giornalista saudita che aveva scritto su “Asharq Al Awsat” del  9 ottobre 2005: “…Immagina di essere una donna e di avere bisogno dell’assenso del tuo guardiano per tutto. Non solo, come ritengono i dottori della legge, per sposarti, vergine ovviamente, ma per tutte le questioni che riguardano la tua vita. Non puoi studiare senza il consenso del tuo guardiano, nemmeno se sei arrivata al dottorato. Non puoi avere un impiego, nè mangiare un boccone di pane senza il consenso del tuo guardiano…”
La Al Sa’dawi parla di donne in generale e in particolare di donne arabe. “La contrarietà alle donne è universale e non riguarda solo il mondo arabo. Penso al fronte cristiano, ai cosiddetti ‘valori della famiglia’ con doppio standard; e poi il radicamento dell’idea di verginità obbligatoria, i cosiddetti ‘delitti d’onore’, le mistificazioni culturali, le violenze fisiche e psicologiche…”, come ha detto l’autrice in un’intervista al “Corriere della Sera” nel 2008.
L’amore ai tempi del petrolio” è stato pubblicato per la prima volta al Cairo nel 2001, l’opera, insieme a diversi altri romanzi della Al Sa‘dawi, è stata censurata dalla massima istituzione religiosa egiziana Al Azhar, che dopo pochi mesi dalla pubblicazione ne ha ordinato il ritiro da tutte le librerie egiziane. Ripubblicata poi a Londra nello stesso anno. Al Sa’dawi é vincitrice di numerosi premi letterari. In Italia ha pubblicato “Dio muore sulle rive del Nilo”, “Firdaus. Storia di una donna egiziana” e “Una figlia di Iside”.
L’8 dicembre 2004 si é  presentata come candidata alle elezioni presidenziali in Egitto.

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L’Oriente e l’Occidente si contendono l’oro nero

San Francisco Chronicle | Domenica 9 dicembre 2007 | Kelly McEvers |

In 1859, a retired railway conductor named Edwin Drake struck oil in a tiny Pennsylvania town called Titusville. Back then, crude was refined for use in kerosene lamps. Soon, the Drake Well was pumping hundreds of thousands of barrels of oil. The Petroleum Age was under way.
Yet few Americans know that a decade before this amazing discovery, the world’s first commercial oil well had already been plumbed on a peninsula far from Pennsylvania, a peninsula whose name means “place of salty waters” – a hook of land that juts into the briny Caspian Sea.
Landlocked by Iran, Turkmenistan, Kazakhstan, Russia, Azerbaijan – names that Americans these days might associate with an abundance of natural resources – the Caspian Sea is actually a lake, but one that happens to blanket some of the world’s largest oil and gas fields.
To spend time in any of these countries, four of which once belonged to the Soviet Union, is to see the names such as Chevron and BP emblazoned on everything from stationery to shipping containers and to wonder, how did Western companies get here?
Steve LeVine, an energy correspondent for the Wall Street Journal who covered the Caspian region from 1992 to 2003, answers this question in surprising detail in “The Oil and the Glory.” Chance meetings on planes, Connecticut mansions, CIA debriefings, Caribbean yacht cruises, Gulfstream jets – all these are set pieces in LeVine’s account of how, long before it was official policy, Western oilmen “instinctively grasped the essence of détente” with the Evil Empire, and found ways to open it up for business.
Oil dealings between the West and Soviet Union started as far back as 1928, when Joseph Stalin launched a five-year plan to revive Soviet industry and “unabashedly employed Americans and Europeans” to develop the oil fields off the Caspian Sea.
Later, after World War II, when the Allies’ relationship with Stalin soured and the Cold War began, it took middlemen, such as a flamboyant Turkish Armenian emigre in Boston and his protege, a wily California social climber, to open doors for Western oilmen in an otherwise closed Soviet Union.
That Californian was Jim Giffen, who golfed and glad-handed his way to a job as chief adviser to Chevron, which eventually signed a momentous deal to drill and manage day-to-day operations at a “supergiant” oil field called Tengiz, just off Kazakhstan in the Caspian Sea – and keep 20 percent of the profits.
Giffen seemed to know all the right hands to shake in late 1980s Moscow, especially after Soviet President Mikhail Gorbachev legalized joint ventures with the West, and later in Kazakhstan, when it and other republics gained independence and were able to negotiate oil deals on their own.
Throughout that heady, chaotic time, Giffen had a particular ability to make it appear as if his proposals for American companies to exploit Soviet oil fields had the blessing of Washington. The dominant feature in Giffen’s New York office, LeVine writes, was photographs of Giffen with key players in the U.S. government and big oil, including one of Condoleezza Rice, who then was on Chevron’s board of directors.
Yet even Giffen couldn’t have predicted how swiftly the Soviet Union would collapse – or how fiercely his allies in Moscow would try to thwart Western ventures in the newly independent, post-Soviet republics.
The Chevron-Tengiz deal in Kazakhstan, for instance, got much more complicated when the company was forced to transport its crude through old, small Soviet pipelines, where high-quality Tengiz oil had to mix with a blend of lower-quality Russian crude, and Russia charged high tariffs for the privilege.
So began a policy shift in the United States – away from opening up to the entire post-Soviet region in favor of exploiting Caspian oil while containing Russia. But this policy shift did not come easily, LeVine reports, especially given the influence over then-President Bill Clinton of his longtime friend and deputy secretary of state, Strobe Talbott, who believed that the awakening giant, Russia, must be appeased at all costs.
Eventually, though, midlevel players in the administration were able to make the case that it was in America’s interest to support an oil pipeline from East to West that circumvented Russia, and archrival Iran. The plan was to start the pipeline at the Caspian, travel over the mountains of newly independent Georgia and end at the Turkish port of Ceyhan, on the Mediterranean Sea.
LeVine meticulously recounts the process of getting this pipeline built – a process that spanned more than a decade and several administrations in a handful of countries – painting a rare picture of how a few determined policymakers can alter the geopolitical map.
That level of detail seems gratuitous the few times LeVine talks to townspeople in these far-flung republics, people without indoor plumbing who gained little from the oil boom. These passages seem too quick and too forced, as does a chapter on a failed Unocal plan to build a pipeline across Afghanistan. The only real scoop here is that the company bought and installed a fax machine for the Taliban.
Otherwise, “The Oil and the Glory” is a fine, gripping read, one that takes us to a once-forbidden land, and shows us how many others have gone before us – and prospered.

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Il petrolio e la gloria di Steve LeVine

Conde Nast Portfolio | Novembre 2007 | Andy Young |

The Caspian Sea region’s oil was commercialized in 1886, when Zeynalabdin Tagiyev—known as the Azerbaijani Eunuch Maker—struck a gusher that spewed more crude into the sea than all the world’s functional wells were producing at the time. As LeVine’s engaging account details, the area has since been discovered, plundered, and forgotten time and again. But now, with the opening of the Baku-Ceyhan pipeline in spring 2006, the Caspian may well be the key to our energy independence from the Middle East. A former Wall Street Journal writer, LeVine brings this all alive by introducing us to regional strongmen, American fixers, Western oil-company executives, and shady energy traders who, since the breakup of the Soviet empire, have jostled for Central Asia’s enormous oil prize while Mother Russia looms menacingly in the background. The deft political portrait of this strategic, volatile area makes the book essential reading, but it’s LeVine’s fine writing that makes it a pleasure.

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La corsa al petrolio nel Mar Caspio

BusinessWeek | Lunedì 12 novembre 2007 | Stanley Reed |

The disintegration of the Soviet Union in the early 1990s unleashed a modern-day Klondike in the bleak but oil-soaked region around the Caspian Sea. Stories of how companies such as Chevron (CVX ) and ExxonMobil (XOM ) gained access to the huge oil fields of Kazakhstan and Azerbaijan have leaked out in dribs and drabs, but now Steve LeVine has gathered the whole Wild East tale in one canny and entertaining book, The Oil and the Glory: The Pursuit of Empire and Fortune on the Caspian Sea.
LeVine, who spent many years in Russia and its neighbors as a correspondent for The Wall Street Journal and other publications, has filled his volume with intriguing, sometimes daunting characters. Ludvig Nobel, a 19th century entrepreneur and member of the famed Swedish family, organized the Caspian oil trade much as John D. Rockefeller did the U.S. business. Zeynalabdin Tagiyev, an Azeri oil baron of the 1880s, once ordered servants to castrate a rival for his wife’s affections. Marat Manafov, Azerbaijan’s oil negotiator during the 1990s, shook up meetings by pointing a pistol at Western oil executives.
More important, the book zooms in on the dubious practices, intrigue, and political arm-twisting that can be a key part of deals in developing nations, where ever more of the oil business takes place. In Kazakhstan in the 1990s, large sums from oil companies allegedly ended up in the Swiss bank accounts of the country’s President. At the same time, in Azerbaijan, a $230 million “signing bonus” paid by a consortium of Western companies was almost instantly dispersed “to offshore accounts in countries with lax banking laws,” according to a Pennzoil official quoted by LeVine.
LeVine also underscores the intensely political nature of oil. Both Russia and the U.S. employed government muscle to influence which companies gained access to Caspian countries’ reserves and the routes through which it would be exported. Al Gore tried to use his Vice-Presidential clout in Chevron’s favor against the maverick Dutch oil trader John Deuss. Deuss, playing a clever but ultimately losing game, was trying to parlay the backing of the Sultan of Oman into a lock on the vital pipeline route out of Kazakhstan.
Much less interesting than such characters, in LeVine’s telling, are the oil company executives, who are burdened both by a sense of entitlement and a tin ear for local politics. BP’s John Browne, then head of the company’s exploration and production, did impress his Kazakh hosts by gulping down a local delicacy—a sheep’s eye. But, says LeVine, Chevron CEO Kenneth Derr “literally turned his back” on Kazakhstan President Nursultan Nazarbayev when he asked for help in building a soccer stadium for his new capital, Astana. Nazarbayev, whose oil Derr coveted, “was suitably flabbergasted and insulted.”
A key figure in much of the Caspian intrigue was one James H. Giffen, the son of a Stockton (Calif.) haberdasher who became a player in the hard-to-penetrate world of U.S.-Soviet trade. In the mid-1980s, Giffen convinced Soviet leader Mikhail Gorbachev that U.S. business could help cure his country’s ailing economy. The apex of Giffen’s career: the deal he brokered giving Chevron exclusive rights to Kazakhstan’s Tengiz, a gem of an oil field that is probably among the world’s 10 largest. In return, says LeVine, Giffen got 7.5 cents on each barrel Chevron produced, potentially tens of millions of dollars.
For years Giffen, a frequent source for BusinessWeek reporters, masterfully juggled different interests, including the Kazakhs, the oil companies, and the CIA. He and Nazarbayev “sometimes retreated into the countryside for days at a time, accompanied by young Kazakh women and well supplied with whiskey.” But his influence waned, and in 2003 he was arrested at New York’s John F. Kennedy International Airport on charges of funneling $77 million in bribes from U.S. oil companies to Nazarbayev and other Kazakh insiders.
He still awaits trial, insisting that he had been, in LeVine’s words, “a U.S. agent in Kazakhstan…in one of the most strategic regions in the world.” Whatever happens to him, the spot is sure to spawn other outrageous characters to take his place.

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Il petrolio e la gloria. La corsa all’impero e alla fortuna del Mar Caspio di Steve LeVine

 | Registan.net | Domenica 21 ottobre 2007 | Joshua Foust |

For well over a century, the Caspian basin has been “the next big thing” for energy, a potentially wealthy region crippled only by its inaccessibility. This was the result of technology in the nineteenth century, when oil was exported on muleback, and later ideology, when the Bolsheviks seized Western assets, and the Soviets later denied westerners access only until they desperately needed cash. Since “The Fall,” the mad scramble for the region’s oil and gas has reached a fever pitch, resulting in the destruction of several large companies, the acquisition of others, and an incredible degree of political and commercial back-dealing and betrayal.
This story, which most only know in a general sense (if at all), is the story LeVine lays out. The primary author of a blog which shares its name with his book, LeVine was a regional correspondent for the New York Times and the Almaty bureau chief for the Wall Street Journal. Such a position gave him key access to many of the players he describes—from the hilariously pompous middlemen like James Giffen to heads of state like Nursultan Nazarbayev—and a bracing, spellbinding narrative full of intrigue to tie together an incredibly complex story.
While the broadest strokes of this story aren’t especially new (regular readers of most blogs or news accounts of Central Asia won’t find world-altering surprises), LeVine adds value by not only placing the current geopolitical wrangle in a broad historical context, but by offering deep insights into what each of the players was thinking, as well as all of the messy back room negotiations that created the modern Caspian. This is where his access as a journalist really comes out to shine: he had the benefit of collecting interviews and notes over more than a decade, all of which allowed him to craft what could be a definitive history not just of the struggle for Caspian oil, but of the men who struggled for it. New characters, mostly if not always unheard of pop in and out of the story, sometimes changing it but always adding intrigue. For example, the erratic behavior of Azeri negotiator Marat Manafov, remembered mostly for drawing a pistol on oil executives at a posh hotel, was mind-boggling to read, especially in such a serious context and with such huge stakes.
Much like Steve Coll’s masterpiece on the CIA-al-Qaeda struggle throughout the 80s and 90s, this insider access is incredibly valuable, but only gets you so far: at some point, the realization sets in that this is everyone’s personal interpretation and spin of what happened and what they were thinking. While it’s true that this the case of most histories, the reliance on personality leaves big gaps that I wish could be filled in, most especially what was happening on the Russian side. We learn a great deal about what the Clinton White House was thinking (and internally debating) during the mad rush of the 90s, much of what the major oil executives were up to, and even a surprising amount of the normally hyper-private middlemen. There is keen insight into what the Azeris and Kazakhs were trying to get. But the coverage of Russia felt oddly flat.
This isn’t much of a criticism—there are only so many people one can talk to, even over a decade, especially on a subject as intensely sensitive (and especially so in Russia) as oil rights and exploration and politics. But while such an exercise gains one an incredible glimpse into how the oil industry operates, and more importantly how it plays into national and international politics, it can only go so far.
Indeed, while this is a glorious history written in the vein of Hopkirk’s The Great Game, it is short on analysis. While LeVine raises appropriate and troubling questions—such as Russia’s reliability as an honest broker or trading partner, and whether America’s self-insertion into the region will be for good or ill—there’s not much here to help in answering them.
The history, however, is indeed glorious. I found the opening section, in which LeVine details the first Baku boom a century ago, of incredible interest. Aside from the gaudy excesses of the original barons (the current ones are more discreet in how they blow millions on luxury), what was most striking was the incredible waste. This was something even the contemporary Europeans, such as the descendants of Alfred Nobel (who not only were the primary developers in Baku, but also invented the modern oil tanker), found shocking. Wells would be tapped and left as gushers, spewing untold amounts of wealth into the air and then into the ground, making everything a soupy, useless, toxic mess. This horrendous waste and pollution, unfortunately, continued through the Soviet era, right to the 1985 Tengiz blowout that burned for over a year. 85 miles away, 700-ft tall column of flame was visible, and apparently it was so hot water boiled from nearly 200 feet away.
There’s another untold story there, one perhaps worthy of follow up: the unbelievable environmental damage the Soviets wrought, in Central Asia (mostly Kazakhstan, as the Aral Sea, Semipalatinsk, and Tengiz disasters may indicate), but across the entire USSR. Oil is a messay, dangerous industry—that much everyone can agree to (and the battle over preserving the wildlife refuges off Sakhalin speak to some long-overdue push back against reckless exploration). But so is communism, both in the hundred million people sacrificed to its ideology last century and the continued legacy of the scars its land bears. LeVine’s book is an important part of this story, and is so well written it is worth reading even if one has no interest on the subject. But it is only a part of a much grander, and sadder, story.

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Steve LeVine

Steve LeVine è stato in Asia Centrale e nel Caucaso per 11 anni – a partire da due settimane dopo il crollo sovietico del 2003.

È stato corrispondente del The Wall Street Journal per la regione delle otto-nazioni e prima ancora per il New York Times.

Dal 1988 al 1991 è stato corrispondente del Newsweek in Pakistan e Afghanistan. Prima di ciò, ha coperto le Filippine per il Newsday dal 1985 al 1988. Ha lavorato sul petrolio con lo staff del The Wall Street Journal dal gennaio 2007.
Attualmente sta scrivendo un nuovo libro sulla Russia che, tra le altre cose, cerca di spiegare la serie di omicidi di alto profilo.
LeVine è sposato con Nurilda Nurlybayeva e insieme hanno due figlie.