Colazione con Massimiliano Di Pasquale, fotogiornalista esperto di Ucraina

Alibion­li­ne | Gio­ve­dì 12 dicem­bre 2013 |  |

Ukraï­na tse Ukraï­na!” L’Ucraina è Ucrai­na! Ricor­da­te il sim­pa­ti­co spot che a metà degli anni Novan­ta recla­miz­za­va il nuo­vo atlan­te geo­gra­fi­co ven­du­to a fasci­co­li set­ti­ma­na­li con Il Cor­rie­re del­la Sera? Al cosmo­nau­ta atter­ra­to in mez­zo al suo pol­la­io, la con­ta­di­na ucrai­na tene­va una rapi­da lezio­ne di geo­gra­fia per aggior­nar­lo degli epo­ca­li cam­bia­men­ti avve­nu­ti duran­te la sua mis­sio­ne nel­lo spa­zio. “Ne sono suc­ces­se di cose negli ulti­mi anni” dice­va lo spea­ker. E non han­no smes­so di suc­ce­de­re, vien da dire osser­van­do (da lon­ta­no) quan­to sta acca­den­do in que­ste set­ti­ma­ne a Kiev, capi­ta­le dell’Ucraina. Con­ti­nua a leg­ge­re →

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In “Metro” El Shafee ha anticipato la rivolta del popolo egiziano

| Ali­bi Onli­ne | Mar­te­dì 1 feb­bra­io 2011 | Saul Stuc­chi |

Con i rac­con­ti bre­vi del suo libro inti­to­la­to Taxi, Kha­led Al Kha­mis­si ci ha sve­la­to la vita quo­ti­dia­na per le stra­de del Cai­ro: sogni, pau­re, dif­fi­col­tà pic­co­le e gran­di dei suoi abi­tan­ti come ven­go­no fuo­ri dai dia­lo­ghi tra clien­ti e tas­si­sti. Per la stes­sa col­la­na Altria­ra­bi l’editore il Siren­te ha da poco man­da­to in libre­ria la gra­phic novel Metro in cui l’autore Mag­dy El Sha­fee affron­ta la real­tà dell’Egitto con­tem­po­ra­neo lascian­do da par­te l’ironia dai toni spes­so ras­se­gna­ti di Al Kha­mis­si per con­cen­trar­si sull’evoluzione ver­so cui i pro­ta­go­ni­sti del­la sua sto­ria sono spin­ti dal­la dram­ma­ti­ca real­tà fino al pun­to di rot­tu­ra sen­za pos­si­bi­li­tà di ritor­no. Il tito­lo si rife­ri­sce in pri­ma bat­tu­ta alla metro­po­li­ta­na cai­ro­ta che fa da ambien­ta­zio­ne per mol­te sce­ne del­la vicen­da: i per­so­nag­gi si spo­sta­no nel­la mega­lo­po­li o a pie­di o appun­to uti­liz­zan­do que­sto mez­zo di tra­spor­to. In diver­se pagi­ne com­pa­re la map­pa del­le sta­zio­ni e se ci fac­cia­mo caso, pos­sia­mo nota­re che quel­le più impor­tan­ti, ovve­ro quel­le di scam­bio, sono dedi­ca­te agli ulti­mi due pre­si­den­ti: Sadat e Muba­rak. Il tito­lo allu­de però anche anche all’omonimo carat­te­re tipo­gra­fi­co con cui è stam­pa­to il fumet­to. Come ricor­da la nota a fine libro, que­sto font ven­ne rea­liz­za­to dal gra­phic desi­gner ame­ri­ca­no Wil­liam Addi­son Dwig­gins. Dire che la vicen­da rac­con­ta­ta a fumet­ti da El Sha­fee è sta­ta anti­ci­pa­tri­ce del­la rivol­ta popo­la­re che sta scon­vol­gen­do l’Egitto in que­sti gior­ni (di cui nes­su­no sa anco­ra pre­ve­de­re l’esito, anche se – comun­que vada a fini­re – il pae­se non sarà più lo stes­so di pri­ma) è fin trop­po bana­le. L’autore ha avu­to il meri­to di pun­ta­re il dito e dire la veri­tà sot­to gli occhi di tut­ti da decen­ni: il re, anzi il farao­ne, è nudo e la pira­mi­de in cima alla qua­le sta sedu­to si pog­gia su cor­ru­zio­ne e vio­len­za, ma soprat­tut­to sul­la pau­ra e sul­la ras­se­gna­zio­ne di milio­ni di egi­zia­ni. Eppu­re fino a pochi gior­ni fa, pri­ma che la rivol­ta tuni­si­na pro­vo­cas­se un effet­to domi­no che for­se è solo all’inizio, la mag­gior par­te dei cit­ta­di­ni del­le “demo­cra­zie occi­den­ta­li” ave­va­no dell’Egitto una cono­scen­za sol­tan­to per luo­ghi comu­ni: pira­mi­di, farao­ni e Mar Ros­so.

El Sha­fee si rifà inve­ce alla tra­di­zio­ne gra­fi­ca più popo­la­re e anti­ca del suo pae­se, per svi­co­la­re dai rigi­di det­ta­mi dell’arte uffi­cia­le, dun­que di pro­pa­gan­da. Come nei graf­fi­ti lascia­ti dagli ope­rai che costrui­ro­no le tom­be di sovra­ni, digni­ta­ri e sacer­do­ti riaf­fio­ra la real­tà quo­ti­dia­na degli anti­chi egi­zi, così nel­le tavo­le di El Sha­fee è la vita di stra­da dei cai­ro­ti di oggi a occu­pa­re la sce­na, rac­con­tan­do la real­tà, tan­to più sco­mo­da quan­to meno edul­co­ra­ta e ane­ste­tiz­za­ta. “Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti” reci­ta la sen­ten­za di con­dan­na del tri­bu­na­le di Qasr El Nil del Cai­ro, ripro­dot­ta sul­la quar­ta di coper­ti­na. E l’autore può ora fre­giar­se­ne come se fos­se una meda­glia. Ma non tra­scu­ria­mo che la dedi­ca è ai geni­to­ri e ai blog­ger egi­zia­ni: sono que­sti ulti­mi che vei­co­la­no le infor­ma­zio­ni per tut­to il Pae­se, men­tre i gior­na­li e la tele­vi­sio­ne sono addo­me­sti­ca­ti dal regi­me. “I gior­na­li… sono una del­le nostre più gran­di tra­ge­die” dice il pro­ta­go­ni­sta Shi­hab alla sua bel­la, la gior­na­li­sta Dina. E quan­do lei cer­ca di infon­de­re corag­gio al vec­chio Wan­nas ormai mori­bon­do dicen­do­gli: “Non aver pau­ra, zio Wan­nas”, la sua rispo­sta è dav­ve­ro emble­ma­ti­ca: “ahhh, se sol­tan­to qual­cu­no me l’avesse det­to sessant’anni fa…”. Metro si leg­ge “al con­tra­rio” da destra a sini­stra, come nei man­ga, per non “stra­vol­ge­re l’equilibrio dei dise­gni”, spie­ga l’avvertenza. All’inizio può risul­ta­re un po’ sco­mo­do, ma poi la sto­ria pren­de il soprav­ven­to e ci si dimen­ti­ca del ver­so di let­tu­ra oppo­sto all’abituale. La sto­ria di Shi­hab è quel­la di milio­ni di gio­va­ni egi­zia­ni a cui non è offer­ta più una pro­spet­ti­va di cre­sci­ta, non solo eco­no­mi­ca, pri­va­ti del­le liber­tà più ele­men­ta­ri, a comin­cia­re da quel­le di espres­sio­ne e dis­sen­so. Il trat­to aspro e velo­ce di El Sha­fee arri­va ai nostri occhi come uno schiaf­fo che ci apre gli occhi sul­la vio­len­za e sul­la mor­te di gio­va­ni che per le stra­de si tro­va­no divi­si, ai ver­san­ti oppo­sti del­le bar­ri­ca­te (come oggi tra mani­fe­stan­ti, poli­ziot­ti e sol­da­ti), ma sono acco­mu­na­ti dal­la tra­ge­dia di un inte­ro popo­lo. Metro è a tut­ti gli effet­ti un libro di sto­ria. Spe­ria­mo che gli Egi­zia­ni pos­sa­no scri­ve­re insie­me il pros­si­mo capi­to­lo, sen­za più cen­su­re.
Metro è scrit­to e illu­stra­to da Mag­dy al-Sha­fee (al-Šāfiʿī). Egli dice di sé che da pic­co­lo avreb­be volu­to fare il pit­to­re e che stu­dia­va gli impres­sio­ni­sti, Modi­glia­ni e Kan­di­skij. Che si è poi ispi­ra­to a Hugo Pratt e al gio­va­ne roman­zie­re egi­zia­no Aḥmad al-ʿAydī, in par­ti­co­la­re al buon ven­to nuo­vo del­la sua ope­ra “Esse­re ʿAbbās al-ʿAbd”. Che la sua istan­za si può ricon­dur­re a quel­la di tut­ti colo­ro che recla­ma­no il dirit­to del popo­lo alla liber­tà e ad una vita digni­to­sa, pri­mo fra tut­ti Aḥmad ʿUra­bī, che riven­di­cò già a fine XIX seco­lo “l’Egitto per gli egi­zia­ni”.
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Vischioso come il petrolio è l’amore raccontato da al-Sa’dawi

ali­bi onli­ne | Lune­dì 4 mag­gio 2009 | Saul Stuc­chi |

Nel­la nostra socie­tà i moti­vi e le occa­sio­ni per la fuga sono pres­so­ché infi­ni­ti. In una gran­dis­si­ma par­te del resto del mon­do, inve­ce, i pri­mi sono for­se anco­ra più nume­ro­si, men­tre scar­seg­gia­no le secon­de. Nel­le socie­tà ara­be più chiu­se la fuga è par­ti­co­lar­men­te ardua e quin­di diven­ta anco­ra più ambi­ta e sogna­ta. Una mini­ma infra­zio­ne alle leg­gi, alle rego­le o anche solo alle con­ven­zio­ni socia­li costa mol­to cara, soprat­tut­to se a com­met­ter­la è una don­na. Una don­na non può assen­tar­si dal lavo­ro, figu­rar­si lascia­re la casa o abban­do­na­re il mari­to, che per con­tro può inve­ce pian­tar­la in asso come e quan­do vuo­le pur con­ti­nuan­do a rima­ne­re legal­men­te spo­sa­to con lei per i suc­ces­si­vi set­te anni.
Que­sta situa­zio­ne di evi­den­te e sof­fo­can­te dispa­ri­tà gene­ra ine­vi­ta­bil­men­te pres­sio­ni for­tis­si­me sul­le don­ne che ne ven­go­no schiac­cia­te e spes­so stri­to­la­te. Una di loro è la pro­ta­go­ni­sta de l’Amore ai tem­pi del petro­lio, del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal al-Sa’dawi. A pri­ma vista si trat­ta di una don­na “nor­ma­le”, pun­tua­le col paga­men­to del­le tas­se e sen­za mac­chie sul­la fedi­na pena­le, che un gior­no deci­de di assen­tar­si. Beh, for­se nor­ma­le del tut­to non era, alme­no agli occhi dei cono­scen­ti: già la pro­fes­sio­ne che ave­va scel­to, l’archeologia, avreb­be dovu­to met­te­re in guar­dia da tem­po gli uomi­ni che ave­va­no auto­ri­tà su di lei, a comin­cia­re dal mari­to. Che idea bal­za­na quel­la di sca­va­re nel­la ter­ra alla ricer­ca di divi­ni­tà fem­mi­ni­li! E ora la ricer­ca­tri­ce, “arma­ta” di scal­pel­lo (un ana­li­sta sug­ge­ri­reb­be for­se una let­tu­ra sim­bo­li­ca del­la scel­ta di que­sto stru­men­to di lavo­ro), è spa­ri­ta sen­za aver dato pre­ven­ti­va comu­ni­ca­zio­ne e aver­ne avu­to l’indispensabile, ma solo even­tua­le, per­mes­so. Sicu­ra­men­te è coin­vol­ta in qual­co­sa di losco. Una don­na mori­ge­ra­ta e con la testa sul­le spal­le non spa­ri­sce in que­sto modo: non spa­ri­sce pro­prio.
Dai tito­li dei gior­na­li dedi­ca­ti all’incresciosa vicen­da si dipa­na la sto­ria di que­sta fuga che appa­re come una lun­ga sequen­za oni­ri­ca, un incu­bo che lascia intra­ve­de­re (ma a chi non è len­to di com­pren­sio­ne il rac­con­to appa­re come una denun­cia in pie­na rego­la) la con­di­zio­ne di infe­rio­ri­tà socia­le, pro­fes­sio­na­le, cul­tu­ra­le, ma ancor pri­ma “uma­na” a cui è con­dan­na­ta la don­na in una socie­tà non aper­ta­men­te nomi­na­ta ma che può esse­re iden­ti­fi­ca­ta in una qua­lun­que di quel­le sot­to­po­ste ai regi­mi illi­be­ra­li del Medio Orien­te, a comin­cia­re dal “demo­cra­ti­co” Egit­to.
Su tut­ti domi­na Sua Mae­stà che non sa leg­ge­re né scri­ve­re, ma non impor­ta, del resto: non era­no for­se anal­fa­be­ti gli stes­si pro­fe­ti, tut­ti uomi­ni?! Con il suo pater­na­li­smo auto­ri­ta­rio gover­na e reg­ge una socie­tà di ser­vi che a loro vol­ta spa­dro­neg­gia­no sul­le “loro” don­ne. Ma anco­ra più impor­tan­te di Sua Mae­stà è il petro­lio che si span­de e s’infiltra dap­per­tut­to, tut­to copren­do e tut­to cor­rom­pen­do. Le don­ne sono costret­te a tra­spor­tar­lo in pesan­ti bari­li in bili­co sul­la testa e que­sta fati­ca già dimo­stra – lo dice la pro­ta­go­ni­sta – quan­to gli asi­ni sia­no più intel­li­gen­ti del­le don­ne per­ché tra­spor­ta­no i pesi sul­la schie­na e non sul­la testa, men­tre gli uomi­ni si rifiu­ta­no di pie­gar­si a que­sta man­sio­ne. “Per la don­na inve­ce, era vacan­za solo il gior­no del suo fune­ra­le. La sem­pli­ce dif­fe­ren­za sta­va in una sola let­te­ra sul­la mac­chi­na da scri­ve­re, che con­ver­ti­va la gio­ia in fune­ra­le”.
Pro­prio come il petro­lio, è vischio­so il rap­por­to del­la don­na con il mari­to da cui fug­ge, per incon­tra­re un altro enig­ma­ti­co uomo. Ma uno scam­bio di bat­tu­te tra la pro­ta­go­ni­sta e quest’ultimo è illu­mi­nan­te sul buio del­la situa­zio­ne:
“Sì, sono un esse­re uma­no come te, con dei dirit­ti.”
“Che cosa?”
“I dirit­ti del­la don­na, non li cono­sci?”
“Non ne abbia­mo mai sen­ti­to par­la­re, noi abbia­mo solo la leg­ge dei dirit­ti dell’uomo, nient’altro.”
Sol­tan­to una risa­ta può tene­re viva la spe­ran­za di un cam­bia­men­to.

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Tassinari al Cairo

ALIBI ONLINE — Lune­dì 16 feb­bra­io 2009
di Saul Stuc­chi

Chi scri­ve ha una qual­che espe­rien­za come uten­te del­le auto pub­bli­che cai­ro­te. E ha ritro­va­to tut­to l’universo che ruo­ta attor­no ai taxi del­la capi­ta­le egi­zia­na nell’effervescente libro di Kha­led Al Kha­mis­si, inti­to­la­to Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (edi­tri­ce Il Siren­te). Di pagi­na in pagi­na sono rie­mer­si i ricor­di dei viag­gi su que­gli aggeg­gi scas­sa­ti a quat­tro ruo­te che per cari­tà di patria e ine­sau­ri­bi­le orgo­glio pro­fes­sio­na­le gli auti­sti con­ti­nua­no a chia­ma­re taxi. Come quel­la vol­ta che vole­vo anda­re alle Pira­mi­di per assi­ste­re allo spet­ta­co­lo Son et lumiè­res (boi­cot­ta­to da mol­ti che lo giu­di­ca­no l’apoteosi del kitsch per i turi­sti en mas­se, ma di gran­de fasci­no per me) e non c’era ver­so di far capi­re al tas­si­sta che la meta era la Sfin­ge. In ingle­se, fran­ce­se e tan­to­me­no in ita­lia­no la paro­la sfin­ge non gli dice­va nien­te. Ma non si dava per vin­to e con­ti­nua­va a fer­mar­si a chie­de­re infor­ma­zio­ni ai pas­san­ti fin­ché non incro­ciam­mo un gio­va­ne che cono­sce­va l’inglese e che tra­dus­se l’enigmatico (ça va sans dire) ter­mi­ne con l’illuminante Abu el Houl ovve­ro “padre del ter­ro­re”. Un’altra vol­ta ci capi­tò – si era in viag­gio di noz­ze, pro­ve­nien­ti dal­la Libia – un tas­si­sta nevro­ti­co che ci spil­lò più sol­di di quel­li pat­tui­ti all’inizio, con la scu­sa che era usci­to dal­la sua zona e che la mac­chi­na ave­va biso­gno di ripa­ra­zio­ni. Beh, in effet­ti la secon­da non era una scu­sa: era una lapa­lis­sia­na veri­tà.
Al Kha­mis­si inve­ce non si sof­fer­ma, se non di pas­sag­gio, su que­sti det­ta­gli tec­ni­ci. È più inte­res­sa­to alla sto­ria che l’autista per fini­rà per rac­con­tar­gli, a vol­te sol­le­ci­ta­to da lui stes­so, a vol­te di sua spon­ta­nea volon­tà quan­do maga­ri l’autore avreb­be volu­to rilas­sar­si duran­te il tra­git­to. Pia illu­sio­ne del resto, un po’ per il traf­fi­co cai­ro­ta per il qua­le la defi­ni­zio­ne di cao­ti­co è solo un eufe­mi­smo (la mag­gior par­te del­le vol­te le auto resta­no immo­bi­li in inter­mi­na­bi­li code), un po’ per il pia­ce­re di rac­con­ta­re e ascol­ta­re che acco­mu­na l’autore e i vari pro­ta­go­ni­sti del libro, orga­niz­za­to in bre­vi e gusto­si rac­con­ti. Ma spes­so il tema del­la nar­ra­zio­ne è tutt’altro che leg­ge­ro. Anzi, qua­si sem­pre fa da sfon­do al rac­con­to l’indigenza di chi gui­da l’auto, pover­tà che fa da spec­chio a quel­la dell’intero pae­se, da cui sfug­ge solo la nomen­cla­tu­ra e una stret­tis­si­ma cer­chia di ric­chi. In mol­te occa­sio­ni sor­ge spon­ta­neo para­go­na­re la situa­zio­ne egi­zia­na a quel­la nostra­na e la solu­zio­ne di uti­liz­za­re il dia­let­to napo­le­ta­no o il roma­ne­sco per ren­de­re le infles­sio­ni loca­li dell’arabo ampli­fi­ca que­sto effet­to di avvi­ci­na­men­to. I tas­si­sti di Al Kha­mis­si rac­con­ta­no sto­rie di ordi­na­ria buro­cra­zia e di altret­tan­to ordi­na­ri sopru­si, di giri a vuo­to, di code este­nuan­ti, di tan­gen­ti per supe­ra­re un esa­me e otte­ne­re il rin­no­vo del­la paten­te. È un tuf­fo nel­la quo­ti­dia­ni­tà del Cai­ro e del­la sua gen­te, un viag­gio nel­le sue pau­re e nei suoi sogni (come quel­lo del tas­si­sta che vor­reb­be anda­re con la sua auto fino in Suda­fri­ca per assi­ste­re ai pros­si­mi mon­dia­li di cal­cio, igna­ro che non esi­ste una stra­da di col­le­ga­men­to tra l’Egitto e il Sudan, figu­rar­si attra­ver­sa­re il con­ti­nen­te da nord a sud…); è un’analisi spie­ta­ta del ruo­lo del pre­si­den­te Muba­rak, dei poli­ti­ci e del­la poli­zia, sem­pre pron­ta a mul­ta­re gli iper­tar­tas­sa­ti tas­si­sti. Emer­go­no però anche ina­spet­ta­ti spi­ra­gli di tran­quil­li­tà in que­sta mega­lo­po­li iper­tro­fi­ca, come nel rac­con­to del cri­stia­no che ritro­va la pace pescan­do nel Nilo o in quel­lo del tas­si­sta aman­te del­la cul­tu­ra e degli ani­ma­li che si è crea­to un giar­di­no-para­di­so a casa.
Chiu­do con un altro ricor­do per­so­na­le. La scon­so­la­ta ammis­sio­ne “e comun­que nes­su­no ci umi­lia meglio del nostro pae­se” (p. 28) mi ha fat­to tor­na­re alla men­te la cele­bre sen­ten­za di Fla­ia­no che rac­con­tai alla nostra gui­da men­tre era­va­mo bloc­ca­ti nel traf­fi­co dal­le par­ti di Midan el Tah­rir (Piaz­za del­la Libe­ra­zio­ne): la peg­gio­re domi­na­zio­ne subi­ta dall’Italia è quel­la ita­lia­na.
Con­so­lia­mo­ci quin­di con le sto­rie dei tas­si­sti del Cai­ro per dimen­ti­ca­re, alme­no per un po’, le disav­ven­tu­re con i nostri.

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