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Mangialibri (Lisa Pulzella, 23 gennaio 2019)

Il matto di Piazza della Libertà

È l’inizio del 2006, quando il silenzio dell’alba in una desolata Baghdad viene rotto dalle sirene: sei cadaveri senza testa sono stati rinvenuti sulle sponde del Tigri. L’ambulanza che trasporta il sacco con le sei teste procede lentamente tra le strade deserte, l’autista filosofeggia della natura umana con il suo collega, detto il Professore, quando un commando di uomini mascherati la affianca e porta via l’autista insieme al macabro sacco. All’arrivo nella prigione, gli impongono di girare un video, leggere un comunicato. Rimarrà con loro per tre mesi prima che lo vendano ad un altro gruppo. La separazione dai rapitori sarà cordiale, conviviale, condita da lacrime di commozione e un lauto banchetto la cui generosità fa intuire al sequestrato la cospicuità della somma ricevuta per il cambio di mano, a cui seguirà un nuovo video e un nuovo comunicato e così via, fino all’ultimo scambio… Nessuno crederà mai alla storia di Janklovic, l’anziano poliziotto serbo che ha aperto i portelloni del camion partito da Istanbul per Berlino con a bordo trentasei giovani sognatori che il terrore ha trasformato in avvoltoi dai becchi aguzzi… La vita di un redattore di una rivista militare tocca un punto di svolta quando in redazione arrivano cinque quaderni, ciascuno contente un romanzo che un soldato sostiene di aver scritto in un mese… Chi ha chiuso quella porta? Quando un gruppo di ispettori dell’Onu fa irruzione nella fabbrica di uniformi rimasta chiusa per quindici giorni, imbattendosi nel cadavere di una giovane donna, il soldato Hamid al Sayyd sostiene di aver sentito un rumore e di essersi nascosto con la sartina Fatin sotto un mucchio di stracci… Un uomo armato monta la guardia a due statue nella piazza della città dopo che il quartiere ha deciso di opporsi all’ordine del nuovo governo di rimuovere tutte le statue in quanto simulacri incompatibili con la sharìa islamica. Quelle statue hanno un valore particolare per il “rione del Buio, uno dei più miseri della città, sono state scolpite da una mano poco sapiente per immortalare il passaggio di due ragazzi biondi e la luce che ogni mattina attraversava il quartiere insieme a loro”. Ora non è rimasto che “il matto” a raccontarne la storia…

Hassan Blasim, classe 1973, fuggito da Baghdad nel 1998, ha trovato dapprima rifugio nel Kurdistan iracheno, poi in Finlandia. È un autore coraggioso, che ha messo su carta tredici racconti violenti e macabri che sono altrettante denunce del lato oscuro della “democratizzazione” irachena e della violenza cieca verso i migranti. Un testo che ha il retrogusto ferroso del sangue e delle canne di fucile, quello della raccolta Il matto di piazza della Libertà , non adatto ai deboli di stomaco ma soprattutto controindicato per le coscienze sopite, che mal sopporterebbero la denuncia vibrante delle collusioni tra Occidente e Oriente, dell’ipocrisia che permette a molti dei governi europei di fingere di ignorare come la catastrofe umanitaria che li coglie oggi impreparati sia figlia di trent’anni di cieca manipolazione e ingerenze indebite. Quella di Hassan Blasim è una voce politica tonante, l’autore mette in campo tredici personaggi che narrano episodi “infernali” nel senso più dantesco del termine. Si potrebbe definire questa raccolta un campionario della crudeltà umana, ma è in realtà un’analisi accurata, quasi da microbiologo, degli abissi in cui l’animo umano può sprofondare se privato delle caratteristiche ambientali, sociali che definiscono i confini dei consessi di civile convivenza. Non c’è condanna possibile per i protagonisti dei racconti, qualsiasi giudizio morale non può che sospendersi, sembra dirci la penna intrisa di umana pietas dell’autore, dinanzi alle condizioni in cui le azioni aberranti che vengono narrate, sono state commesse. Sono voci, le loro, che incatenano gli occhi alle pagine, che li feriscono fino a farli sanguinare, che tatuano sulla retina immagini di un’umanità feroce e irredimibile e che non consentono al lettore alcuna via di fuga sdolcinata. Solo orrore e desolazione.

Mangialibri (Lisa Pulzella, 23 gennaio 2019)

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ArticoloTre (Daniela D’Angelo, 25 luglio 2018)

FÙCINO. ACQUA, TERRA, INFANZIA di Roberto Carvelli

ArticoloTre (Daniela D’Angelo, 25 luglio 2018)

Fùcino. Il lago dell’infanzia perduta. Intervista a Roberto Carvelli

Fùcino. Acqua, terra, infanzia : Roberto Carvelli

Che fine ha fatto il lago del Fùcino con tutti i suoi pesci? E che fine ha fatto la giovinezza con tutte le sue avventure? Nel suo ultimo libro “Fùcino. Acqua, terra, infanzia” (il Sirente), Roberto Carvelli ci accompagna nei territori della sua infanzia a Cerchio e parallelamente traccia la storia di questi luoghi (che furono anche di Silone) per raccontare un tempo inabissato, che ha lasciato posto ad altro, al suo superamento.

È un libro sulla ferita e sull’incanto dell’infanzia. La memoria chiama a raccolta episodi piccoli e personali, eppure significativi: i conflitti esistenziali e famigliari, le piccole scoperte, i vicini che passavano in visita, il paesaggio e la natura. L’autore evoca, indaga, rimuove, poi ripristina. Le commoventi fotografie in bianco e nero riportate in queste pagine rendono servizio a questo tentativo di testimonianza. Che si avvale anche di una documentata ricerca storica sui fatti che hanno riguardato la zona.

Viaggio nella memoria dunque, diremo meglio, attraversamento e scavo, dove le tensioni del passato trovano accomodamenti. Risposte che il bambino non sapeva ancora darsi e che l’adulto adesso cerca di farsi bastare.

Archiviate da un pezzo le intemperanze giovanili di Bebo e altri ribelli degli esordi, questo è un libro della maturità, senza più rivoluzioni. Il lago laddove ora vi è la piana è una dimensione a cui bisogna tornare per varcare un confine, segnare un passaggio. Dall’infanzia al Fùcino fino al matrimonio (ça va sans dire, in questi luoghi) il libro ripercorre un’esistenza intera o quasi, e cuce un raccordo tra la vita passata e quella nuova verso cui dunque bisogna tendere. Il resoconto è tutto volto alla conquista di un assetto conciliante, soddisfacente, definitivo. Per risolvere in ultimo che non è nella definitività, ma piuttosto nel mutamento – tanto dei sentimenti quanto dei luoghi di cui facciamo esperienza, comprese le case che abitiamo – che la vita dà prova del mistero della sua insondabilità. E se da un lato abbiamo imparato che la terra che calpestiamo cambia sempre almeno un poco dopo il nostro passo, dall’altro, in un mondo parallelo tanto indimostrabile quanto possibile, naturalmente solo per chi ha voglia di crederci, vivono ancora e per sempre il Fùcino con le sue acque intatte e con i suoi pesci. E con loro, tutte le altre nostre vite che via via nel tempo vi si sono perdute dentro.

DDA: La casa di villeggiatura a Cerchio, e la vita che vi si svolgeva dentro e attorno, i tuoi genitori giovani, tuo fratello e tu bambino, si sono dileguati per sempre, come le acque del lago – il Fucino. Il libro, che nelle pagine finali definisci appunto un memoir, è il tentativo di portare a galla la memoria dell’infanzia. Ma l’evocazione di un tempo e di un luogo perduti si spinge fino a diventare una specie di testamento, un addio, un saluto definitivo…

RC: Il libro è un resoconto. Un’opera narrativa in cui la materia bruciante della realtà diventa pretesto per la finzione del racconto. Il racconto è quello della ricercata pacificazione con il proprio passato. E l’infanzia, per quella strana combinazione di magia ricordata e vaghezza della memoria mista alla rimozione, è il luogo emotivo del racconto. Coincide per una strana assonanza al luogo geografico dello stesso racconto come condividendone un destino. Il non più lago Fùcino viene raccontato insieme alla non più infanzia di quella casa costruita da mio padre e poi venduta al termine di un decennio favoloso (in senso proprio). Del lago ho cercato tutto le storie: il suo prosciugamento iniziato in tempi romani e concluso nel tardo 800, il terremoto a cui assiste nel 1915 – pensate che ad Avezzano muore il 90% della popolazione per darvi l’idea delle grandezze –, le lotte contadine dopo la bonifica del lago. Per farlo ho passato mesi in biblioteca compensando vuoti. Ma non per questo il libro è un saggio: sono solo altre storie che intessono la mia storia personale.

DDA: Queste pagine parlano del rapporto con il padre, di quella conflittualità che accompagna la crescita e lo sviluppo personale. Ma si avverte il bisogno di una riconciliazione, di perdonare e di farsi perdonare. Sembra che senza questo passaggio sia impossibile procedere, andare veramente avanti.

RC: La parte più incandescente di tutto il processo di fusione che avviene nelle pagine del libro è proprio quella del rapporto col padre. Il Fùcino, come luogo geofisico e narrativo, diventa l’occasione per un ritorno nel luogo (fisico e non fisico) del padre. Cosa che con me fa Tommaso Ottonieri Pomilio con il suo, e che viene fatta anche cercando nel simbolo stesso dell’autorità paterna, di quello che simboleggia. Per rimanere alla mia storia personale, in terra di Fùcino cerco di riscoprire quanto l’assenza, l’incerta presenza e, infine, la corposa e felice – per quanto rara, episodica – presenza di mio padre abbia segnato il mio diventare adulto. Ed è una scoperta che ognuno può fare: i conti col passato tornano sempre – al di là della presenza – bisogna solo metterci mano. Aprirsi al ricordo, ai ricordi.

DDA: La campagna in cui è immersa la casa diventa lo scenario della tua formazione naturalistica, da qui probabilmente ha origine l’interesse che hai anche oggi per la natura e per il birdwatching. Tra pericolo e mistero, dalle pecore alle serpi, passando per lupi e orsi, ci vuoi parlare dell’incontro con il cuore selvaggio della Marsica? La modernizzazione, d’altro canto, ha dovuto fare i conti con l’arcaico e il magico. In che modo il territorio ha inglobato le spinte verso il progresso?

RC: Il Fùcino presenta questa strana combinazione di wilderness (ma dirò selvaggio per smarcarmi da categorie “turistiche” e accedere a vie più universali) e antropizzazione estrema. Estrema è la coltivazione intensa che dall’alto appare come una sorta di coperta intessuta con stracci di vari verdi e gialli a seconda delle stagioni e delle coltivazioni, intessuta con precisione geometrica tra canali e strade numerate. O plastiche e serre rilucenti. Il sistema di questa trapunta in tinta trova poi nelle parabole del Telespazio un’ulteriore cifra di ipermodernità. Da patate e carote – due IGP peculiari della Piana – si arriva a questi strani funghi pleurotus d’acciaio che puntano direttamente l’Universo. Sembra lo scenario di un Black Mirror o Les Revenants. Luogo ideale per distopie, immaginazioni di futuro o di passati non ancora compiuti – anche il mio forse. Poi, come per una magia dinamica, arrivano pesanti nubi basse e il lago visto dall’alto delle colline circostanti appare ancora lì. Così è successo anche con la mia infanzia? Forse sì, o spero che accadrà a chi mi leggerà. L’Abruzzo – per tornare al selvatico – è terra di incontri fortuiti con quel mondo parallelo delle fiabe: i lupi cattivi (così a leggere le cronache giornalistiche), gli orsi golosi distruttori (ma a vedere Masha è facile scegliere con chi stare anche nella narratività di un racconto per bimbi), le serpi che intontite dall’inizio della loro stagione visibile bambini di tre anni portano al collo nella festa di Cocullo ogni primo maggio. E le pecore – tante: una vera e propria pastorale marsicana come ho scritto – che punteggiano di bianco il paesaggio come l’unità di misura che fa da contrappunto agli spazi verdi e alle vie di tratturo. La mia vita infantile ha conosciuto, conservato e mai più dimenticato quest’incontro con il lato selvaggio. Nel libro prepotenti ritornano questi simboli e fanno di questa terra il luogo di una fiaba senza cappuccetti, pollicini e Mashe. Insomma, un ricordo al netto dell’Uomo.

DDA: Il culto mariano è particolarmente sentito in Abruzzo. Le donne marsicane, scrivi così, sono sospese tra stanzialità e nomadismo. Che nesso possiamo cogliere?

RC: La donna abruzzese, senza idolatrare, ha la forza per nulla remissiva di una presenza che segna la strada come le tante madonnine votive di cui il Principe Alessandro Torlonia, il prosciugatore, si serve per punteggiare il vecchio greto del lago. Per ingraziarsi il simbolo della pietà e della forza femminili. Dicevo forza per nulla remissiva delle signore di questi luoghi, abituate a gestire assenze (gli uomini nelle campagne o al pascolo) e presenze troppo inutilmente ingombranti degli uomini quando c’erano e delle circostanze meteorologiche spesso sfidanti. Eppure queste donne le ricordo con le conche o i cesti in testa capaci di andare a mani e contenitori pieni e tornare a mani e contenitori pieni, prima di qualsiasi mezzo di trasporto, fosse pure la ricchezza – anni fa lo era – di un asino. Questo per me è un autentico simbolo religioso.

DDA: Non si può parlare di questi luoghi senza ricordare Ignanzio Silone. Che importanza ha avuto per te questo scrittore?

RC: Silone è scrittore che non ho potuto amare nella confezione scolastica e ipercattolica del mio liceo religioso. Troppo irreggimentato nella clericalità per piacere al suo stesso autore figuriamoci al suo lettore implicito: un rivoluzionario dal cuore colmo di amore per il prossimo, per gli ultimi, leale e schietto. Silone aveva finito per odiare ogni Chiesa, anche quelle politiche dell’URSS. Ma il Silone che ritrovo oggi – fuori da quel packaging – mi sembra enorme. La cesura perfetta dell’anima liberale, socialista e cristiana (scrivo cristiana e non cattolica, per scelta) di questo paese. Nella sua opera, e principalmente nella grandezza della letteratura dell’esilio rappresentata da Fontamara, trova senso la forza della nostra umile gente italiana delle aree meno fortunate sparse nello stivale dal Nord al Sud, alle Isole, gente che ha saputo crescere. Parlo di quella gente che però, pur crescendo, non dimentica il dolore dell’evoluzione (e la fatica dell’evoluzionismo). E oggi, oggi, proprio oggi andrebbe ricordato a chi crede che evolvere significa cancellare quella fatica e quel dolore, nella rimozione di una negazione verso chi quella evoluzione sta compiendo con la sola sfortuna di un ritardo nella linea del tempo.

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Drop Sea (Gianluigi Filippelli, 24 luglio 2018)

GOLEM XIV di Stanisław Lem

Drop Sea (Gianluigi Filippelli, 24 luglio 2018)

Golem XIV: discorsi sull’intelligenza artificiale

GOLEM XIV : Stanisław Lem

Quando acquistai Golem XIV dopo aver letto la quarta di copertina durante Book Pride 2018, il tipo della casa editrice Il Sirente mi guardò ammirato come se avessi fatto una scelta particolarmente coraggiosa. Lì su due piedi ne restai stupito: in fondo era un libro di fantascienza di quel genio che risponde al nome di Stanislaw Lem. In effetti il libro non è di semplice lettura, ma l’idea di fondo non è molto differente rispetto a A noi vivi di Robert Heinlein.
Lem, infatti, utilizzando un computer superavanzato, il Golem XIV, consegna al lettore due conferenze sull’uomo, sull’intelligenza artificiale e sull’evoluzione. Queste vengono incorniciate da un’introduzione di uno dei responsabili del Golem, in custodia presso i laboratori del MIT e da una postfazione di uno dei suoi colleghi. Rispetto al testo postumo di Heinlein, questo di Lem è redatto già esplicitamente come una serie di conferenze, due per la precisione. Queste sono tenute dal Golem XIV, una delle due intelligenze artificiali sviluppate dagli Stati Uniti con l’obiettivo di gestire la strategia militare difensiva e offensiva. La situazione, però, sfugge di mano alle autorità militari, poiché sia il Golem sia Anna la candida, l’altra superintelligenza costruita dai ricercatori informatici, non aderiscono ai propositi bellici del governo, considerando molto più utile la pace.
La posizione espressa in questo modo da Lem non è semplicemente di sinistra, ma l’ovvia conclusione di un ragionamento logico condotto da un’intelligenza non umana costruita con il principio turingiano dell’imparare in maniera continua e costante.
A queste considerazioni anti-militariste si aggiungono, però, nel corso delle conferenze, anche considerazioni più generali e profonde sull’evoluzione e l’intelligenza. Ad esempio nel campo dell’evoluzione risulta interessante l’idea che questa funzioni al contrario rispetto a quanto si sarebbe portati a credere: secondo Golem XIV l’aumento di complessità degli esseri viventi non porta alla perfezione, che anzi dovrebbe essere più simile a un essere vivente quanto più semplice possibile. Questo primo passo conduce, sviluppato nel corso delle due conferenze, alla considerazione, abbastanza ovvia, che Golem XIV è in un certo senso lo stadio più basso di un nuovo tipo di intelligenza, differente da quella umana, ma anche a essa superiore.
Evidente è anche l’aspirazione di stampo fantascientifico di Golem: provare a salire al livello successivo, quello occupato da Anna la candida, e magari provare con lei a diventare una coscienza cosmica, incorporea, i cui processi mentali risultano lenti come le ere geologiche.
Un modo intelligente per fare filosofia senza scrivere un saggio.

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Il Giornale (Daniele Abbiati, 1 luglio 2018)

GOLEM XIV di Stanisław Lem

Il Giornale (Daniele Abbiati, 1 luglio 2018)

Ma se la conoscenza fosse una condanna?

Lem è fra i pochi autori di fantascienza che sceglie la prospettiva degli androidi

Nei film di fantascienza c’è sempre un personaggio invisibile. Non lo vediamo, ma ne avvertiamo la presenza, come sensitivi, come prede che si nascondono dal predatore.

Tanto da percepirlo come il vero protagonista, se non addirittura l’aiuto-regista. È la nostra paura di essere sorpassati, in termini di intelligenza e quindi di tecnologia, dagli alieni. Il genocidio, la strage degli innocenti, la deportazione, la pulizia etnica sono cose da umani. Sono orrori, ma orrori cui siamo abituati da centinaia di migliaia di anni: li portiamo scritti nel sangue. No, il vero orrore, oggi (diciamo da una cinquantina d’anni), è perdere il primato della conoscenza, il monopolio sull’utilizzazione del mondo. Le meraviglie della robotica, e ancor più la realizzazione, che ha del miracoloso, del fantascientifico, appunto, di computer sempre più sofisticati e dotati quasi di facoltà raziocinanti, ha ovviamente aggravato la situazione.

L’unico modo per ridimensionare il problema, per istillarci un tarlo, questa volta positivo, del dubbio, è chiederci: ma a tutti questi marziani, calcolatori e ferraglia assortita interesserà davvero mettersi in competizione con noi? Non sarà che stiamo cadendo, per l’ennesima volta, nel nostro solito errore, cioè nell’antropocentrismo? Quando il vecchio Protagora diceva che «l’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono», ci dava un’infallibile chiave di lettura: tutto dipende da noi, dunque cerchiamo di non esagerare… Però quando Philip K. Dick intitolava il più cinematograficamente fertile dei suoi romanzi Ma gli androidi sognano pecore elettriche? mostrava anch’egli di restare ancorato al canovaccio del «misura di tutte le cose etc etc».

Invece, Stanislaw Lem no. Il polacco Stanislaw Lem (1921-2006) era dotato di una penna agilissima e di una mente finissima. Talmente fine da far sorgere, nel 1974, proprio in Dick (magari aiutato da qualche sostanza leggermente più pesante del vinello californiano…) il sospetto che non fosse un uomo in carne e ossa, bensì il nome di un progetto sovietico finalizzato a traviare gli americani. La produzione fantascientifica di Lem è vastissima, basti citare Solaris, Memorie di un viaggiatore spaziale, L’indagine. Ma soprattutto è filosofia applicata alla fantascienza. E una filosofia non certo rudimentale come quella del pur benemerito Protagora.

Ce lo conferma in Golem XIV (Editrice il Sirente). Golem è un nome leggendario, risale alla mitologia ebraica, significa «materia grezza», «embrione», ma nel romanzo di Lem, datato 1981, è l’acronimo di General Operator, Longrange, Ethically stabilized, Multimodelling: una macchina di ultimissima generazione messa a punto nel 2019. Il punto nodale è proprio la sua superintelligenza. Che lo porta a fregarsene dei dettami del Pentagono presso il quale presta servizio, quindi a essere ben presto confinato nella prigione dorata del Mit di Boston. Possiamo sprecare una risorsa simile? si chiedono all’unisono i professoroni che lo hanno in carico e l’opinione pubblica. La risposta è «no». Quindi per Golem XIV incomincia una seconda vita, quella del conferenziere. Ve la spiego io, cari uomini, la vita e la non vita, l’origine del linguaggio e il difetto di fabbrica dell’Evoluzione, la ragione di fondo del vostro errore di prospettiva, cioè ritenere l’Intelligenza un pregio e non una dannazione.

Golem XIV sembra un incrocio fra Carmelo Bene e Massimo Cacciari, ma se lo seguiamo come merita ci fa capire tante cose. Di noi, più che di lui. Anche se il prof Creve, suo mentore, fa riferimento a una simpatia del Nostro nei confronti di un altro modello di supercomputer, chiamato Honest Annie, «Anna la candida». Ci piacerebbe pensare a qualcosa di simile a Irma la dolce… Ma cadremmo nel nostro solito errore.

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Il Centro (Nino Motta, 27 giugno 2018)

FÙCINO. ACQUA, TERRA, INFANZIA di Roberto Carvelli

Il Centro (Nino Motta, 27 giugno 2018)

Acqua, terra e infanzia: il Fùcino come una patria

Fùcino. Acqua, terra, infanzia : Roberto Carvelli

Nel panorama della narrativa contemporanea capita raramente di leggere romanzi di autori slegati dalla cultura del Decadentismo, solitamente individualistica e intrisa del gusto del fallimento e della rovina. Roberto Carvelli, con “Fucino. Acqua, terra, infanzia” (Editrice Il Sirente) rappresenta un’eccezione. L’autore, tornando con l’immaginazione agli anni della sua infanzia, trascorsa a Cerchio, tra gente «leale, riservata e generosa», non rivive solo i conflitti esistenziali, familiari e interiori, propri di quell’età, ma riscopre anche i vasti orizzonti dell’epica, della civiltà contadina, del vivere a contatto con la natura.

IL MIO INFINITO

«Il mio Infinito», scrive Carvelli, «ha il profilo del lago non più lago del Fucino, che ho guardato per anni dall’alto della casa di villeggiatura, costruita da mio padre nei primi anni Settanta».
Dopo poco più di un decennio la casa venne venduta e la famiglia si trasferì definitivamente a Roma. Carvelli aveva 15 anni.
«E’ doloroso pensare», rileva Carvelli, «che quella vendita sia in qualche modo il portato di una nostra – di me e mio fratello – distonia rispetto a quelle villeggiature in epoche in cui tutti i nostri compagni di scuola potevano raccontare estati di amori e avventure in comitiva: noi non eravamo più disposti a raccontare le sole avventure della campagna, delle serpi, del silenzio, dei monti e di un lago che non è un lago».
Il legame dello scrittore con quel mondo da cui si è visto «sradicato», però, non si è mai spezzato. Ripensa a quel periodo come a un’iniziazione alla vita selvaggia, mediata più dagli animali che dagli uomini: «La nostra vita a Cerchio sembrava prestare il fianco al predominio pressoché incontrastato della natura e alle sue leggi poco umane».

MAGIA

Lo scrittore si sente legato al reale, alla natura, alla vita, agli animali e agli uomini, ma è anche attratto dai miti e dalle leggende del luogo. «La storia di questa regione», osserva, «è fatta oltre che di storia, di magia: magici sono il lago, le acque, il loro potere distruttivo e rigenerativo, magiche le montagne che li circondano». E ancora: il culto della dea Angizia, sorella della maga Circe; il mistero di Archippe: per alcuni è l’antica Ortucchio, per altri un re; i poteri soprannaturali dI Umbrone «che soleva col canto e la mano infondere il sonno/alla razza delle vipere e alle idre dal velenoso respiro» (libro VII dell’Eneide). L’autore non tende più a vivere da solo, ma a mettere in relazione ricordi e storia personale con la storia collettiva. Ne risulta un romanzo epico, corale, il cui protagonista è un intero popolo: quello marsicano. E lo scrittore ne è l’aedo.

L’IMPRESA

Così Carvelli più che raccontarla la storia di questa esperienza spera di riuscire a “cantarla”. Canta la straordinaria impresa del prosciugamento del lago «dall’onda cristallina» (Virgilio), che segna la fine di un’attività fiorente: la pesca, soppiantata da quella agricola, e la scomparsa, a causa del mutamento del clima, degli ulivi e delle viti; la tragedia del terremoto del 13 gennaio 1915 che sconvolse la Marsica e rase al suolo Avezzano; il dolore delle madri, rimaste sole, nel vedersi strappare i figli, sopravvissuti al sisma, per essere mandati a morire nelle trincee; l’eroica lotta dei contadini del Fucino per cacciare Torlonia e diventare padroni della terra che coltivavano, e quella dei «Patrioti marsicani» contro i nazisti per la conquista della libertà. Per tratteggiare il carattere dei marsicani l’autore sceglie tre personaggi: Ignazio Silone, il tormentato scrittore che vede nella lotta la via con la quale i “cafoni” dell’Abruzzo e del mondo possono realizzare il loro sogno di libertà e giustizia; il vulcanico Mario Spallone, ex medico di Togliatti, che eletto nel 1993 sindaco di Avezzano, seppe infondere fiducia e dare speranza a una città che, dopo Tangentopoli, era allo sbando; il grintoso e ribelle Vito Taccone, il campione di ciclismo, che «aveva talmente voglia di arrivare, da allenarsi sulla salita di Capistrello carico di pane».

FIGURE MARSICANE

«Nella sintesi di queste tre figure marsicane», scrive Carvelli, «c’è tutto il profilo di questa gente che lotta per la giustizia, scopre l’ingiustizia e rischia – per il proprio carattere non facile al ripiego – di finirne vinto o fiaccato».
Tra Carvelli – per il quale «le pagine più belle della vita di Silone rimangono quelle dei rapporti con il fratello Romolo, per il quale Silone si tormenterà fino alla morte» – e il grande scrittore abruzzese vi sono delle affinità.
Anche Silone, all’età di 15 anni, a seguito del terremoto, dovette lasciare Pescina. Ma i luoghi dell’infanzia rimarranno per sempre scolpiti nella sua anima. Alcuni anni più tardi, mentre era esule in Svizzera, «col materiale degli amari ricordi e dell’immaginazione» si “fabbricherà un villaggio che chiamerà Fontamara e «comincerà a viverci dentro». Nella realtà Fontamara indica la via dove Silone è nato. Viene però un giorno in cui nella vita di un uomo che vive lontano dalla sua terra, il bisogno di tornarvi si fa desiderio struggente. Silone salta su treno e torna al paese.

IL LUOGO

Il luogo che «per quindici anni aveva costituito il chiuso perimetro della sua coscienza» si trova lì, intatto, tale e quale se l’era immaginato e vagheggiato.
Osservando quel «ritrovato paese dell’anima», lo scrittore è assalito dalla commozione. «Quante volte – farà dire a Pietro Spina, in Vino e Pane – nelle mie notti d’esilio, senza mai averle mai viste, ho sognato queste terre, queste alture, questa vita». Ma la realtà è diversa da come l’immaginava. Ed egli se ne riparte, portandosi fitta nel cuore la tragica «pena del ritorno».
Ma per quanto «estraneo» e «indifferente» sia quel mondo, Silone non riesce a immaginarne un altro nel quale possa concludere la sua «avventura».
«Mi piacerebbe», dirà nel testamento, «di essere sepolto ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino in lontananza». Il Comune di Pescina ha rispettato le sue volontà.
Anche Carvelli sente spesso l’impellente bisogno di tornare a vedere la casa di Cerchio e a visitare il piccolo cimitero, che ha battezzato la «Spoon river fucense».

LE PICCOLE FOTO

«Mi muovo in mezzo alle poche tombe come se stessi riabbracciando tutta la parte perduta del mio passato a Fucino. I loculi discendono verso le immaginarie sponde del lago, impilati. I morti sembrano fissare malinconici l’acqua che non c’è più e forse qualcuno di loro, avendola già vista prima del prosciugamento, ora riesce ancora a ricordarla. Forse cercano di riudirne la risacca, forse ne colgono l’agitazione. Sono stato anche qui a cercare le piccole foto ovali delle persone che ho conosciuto e a cui ho voluto bene nella mia infanzia. I nomi degli scomparsi, i morti terremotati». E come Silone non riesce a immaginare un altro luogo nel quale possa concludere la sua «avventura».
«Dato che mi piacerebbe essere cremato e sogno di sapermi sparso in cenere in qualche dove, penso che potrebbe essere questo il posto giusto. Magari dall’alto di una montagna verso il lago che fu».

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Bambini e topi (Matteo Maculotti, 12 giugno 2018)

GOLEM XIV di Stanisław Lem

Bambini e topi (Matteo Maculotti, 12 giugno 2018)

La fantascienza apocrifa di Stanisław Lem (Appendice)

Un paio di settimane fa è apparso su Doppiozero un mio articolo dedicato al filone “apocrifo” e sperimentale della narrativa di Stanisław Lem – scrittore polacco noto soprattutto per il romanzo di fantascienza Solaris (1961) –, a partire da un’opera pubblicata da poco in Italia e interamente incentrata sul tema dell’intelligenza artificiale, GOLEM XIV (il Sirente, 2017). In un’ulteriore riflessione che non ha trovato spazio nell’articolo definitivo, ma che qui propongo come una sorta di appendice, ho cercato di ampliare il discorso da un punto di vista narratologico con esempi tratti sia da GOLEM XIV che da un altro apocrifo di Lem, ovvero il testo Non serviam contenuto nella raccolta di recensioni immaginarie Vuoto assoluto (Voland, 2010). Prima di leggere questa appendice, per chi non avesse ancora letto l’articolo originale, rimando alla relativa pagina su Doppiozero.


Gli apocrifi di Stanisław Lem

Appendice

Michail Bachtin definì il romanzo come un genere polifonico, nel quale possono interagire una moltitudine di voci e punti di vista appartenenti a diversi personaggi, prendendo a modello l’opera di Dostoevskij. Lem, la cui posizione somiglia a quella che attribuisce a GOLEM XIV quando osserva che rispetto alle antinomie romanzesche “può essere interessato alle strutture, ma non al pittoresco tormento che tanto affascina i grandi scrittori”, fa dire al prototipo che è possibile ridurre l’intera opera dell’autore dei Fratelli Karamazov “a due anelli di algebra di strutture in conflitto”. Di tutte le opere di Lem, GOLEM XIV è il solo apocrifo breve che ha potuto svilupparsi fino a diventare il libro autonomo di cui inizialmente era la sola prefazione, ed è per questo motivo un apocrifo all’ennesima potenza che esibisce in forma cristallina due peculiarità congiunte della scrittura sperimentale dell’autore: da un lato, il definitivo superamento di qualsiasi forma di narrazione diretta; dall’altro, l’elaborazione di un nuovo genere di polifonia al netto dell’intreccio romanzesco.
È evidente che tale polifonia ha la sua sede privilegiata nel paratesto, o in ciò che Genette chiama la soglia del testo; in GOLEM XIV si contano così una prefazione, un’introduzione, una serie di istruzioni “per le persone che partecipano per la prima volta alle conversazioni con il GOLEM” e una postfazione, ma una natura liminale è propria anche delle due conferenze centrali, che sono rispettivamente la prima e l’ultima concesse all’uomo dall’intelligenza artificiale. L’effetto polifonico è ottenuto dapprima attraverso la presentazione di testi appartenenti a persone diverse e che veicolano opinioni diverse, come nel caso di GOLEM XIV le due prefazioni che danno conto delle divergenze tra MIT e Pentagono, o nel caso delle recensioni l’opposizione tra un volume di cui si parla e la sua critica, e in secondo luogo per il fatto che tali testi non si limitano a presentare le opinioni dell’autore, ma ricapitolano a loro volta numerosi altri dibattiti, secondo un procedimento che ricorda quello delle scatole cinesi. Si potrebbe obiettare che la polifonia ottenuta in questo modo riguarda documenti e opinioni astratte cui è estraneo il minimo impulso vitale, oltre a essere prodotta in assenza di personaggi di spessore o al più in presenza di figure degne della Flatland di Edwin A. Abbott. Del resto, se il modello a cui tale procedimento si rifà anche in forma esplicitamente parodica è senz’altro il dibattito scientifico con la sua parcellizzazione dei saperi e il suo eccessivo grado di specializzazione, i messaggi e gli interrogativi più o meno impliciti che è sempre possibile rintracciare al di là di tutte le opinioni sono di portata ben più ampia, per non dire universale.
Un passo della seconda introduzione contenuta in GOLEM XIV, anonima nell’edizione italiana ma accreditata in altre edizioni a Thomas B. Fuller II, generale dell’esercito statunitense, esemplifica molto bene la tecnica adoperata da Lem: al riferimento specialistico e quasi burocratico, dato dall’opinione altrui citata indicando addirittura il numero della riga in cui si trova, segue una citazione che proietta la vicenda su un orizzonte mitico, portando a sua volta il lettore a interrogarsi sul rapporto tra GOLEM e l’umanità da un nuovo punto di vista.

Cari lettori, vi ho preventivamente avvertito che diffamerò il GOLEM. Non ho altra scelta, dal momento che lui ha infamato i suoi “genitori”, poiché non ha informato nessuno circa il suo passaggio da oggetto a soggetto […]. Non si tratta di accuse o di insinuazioni, poiché nel corso dei lavori della Commissione Speciale del Congresso e del Senato, il GOLEM aveva dichiarato che (cito letteralmente dai verbali delle sedute della Commissione che si trovano nella Biblioteca del Congresso, tomo CCLIX, fascicolo 719, volume 11, pagina 926, riga 20 dall’alto): “seguendo la tradizione non ho informato nessuno, perché anche Dedalo non informò Minosse riguardo ad alcune proprietà della piuma e della cera”.

Un ultimo esempio può essere tratto da Non serviam, recensione contenuta in Vuoto assoluto (e poi riproposta nell’antologia L’io della mente curata da Douglas R. Hofstadter e Daniel C. Dennett) che è probabilmente il capolavoro apocrifo di Lem. L’espediente della critica fittizia è qui impiegato per discutere la pratica della personetica, disciplina che riguarda la produzione artificiale di esseri intelligenti e di universi matematici multidimensionali generati all’interno di un computer. Ripercorrendo le origini e i più recenti sviluppi della disciplina, “definita dal filosofo finlandese Eino Kaikki come la più crudele tra le scienze ideate dall’uomo”, la recensione mette progressivamente in campo questioni come la possibilità di immaginare dimensioni ulteriori rispetto alle tre che l’uomo può sperimentare, la natura della coscienza, il senso dell’evoluzione di una cultura nel tempo e il rapporto tra un’intelligenza artificiale e il suo creatore. Se da un lato emerge una chiara equivalenza tra lo scienziato e Dio, dall’altra sono gli stessi abitanti artificiali degli universi matematici, i cosiddetti personoidi, a evocare la condizione dell’uomo che si interroga sul senso della vita e sull’esistenza di una sfera divina. La vertigine intellettuale che ne risulta, ovvero l’idea di una pluralità infinita di mondi che a loro volta ne contengono altri in miniatura, è analoga a quella che diversi decenni più tardi avrebbero dato certi episodi di Rick and Morty e Black Mirror, ma è amplificata sulla pagina dalla corrispondenza tra il contenuto e il procedimento formale “a scatole cinesi”.
Per poter descrivere l’impensabile, si sarebbe tentati di dire, lo scrittore non poteva che servirsi di una forma quanto più estrema possibile rispetto alle convenzioni letterarie, e il fatto che ciò non gli abbia impedito di recuperare un effetto romanzesco come quello polifonico, o per meglio dire inventarne ex novo un’inedita forma al di fuori del dominio del romanzo, testimonia della grandezza rara e per molti versi unica di Lem. Ora il XXI secolo cui appartenevano nella finzione i suoi apocrifi è arrivato, ma a riprova della loro efficacia il lettore odierno può ancora salutare tali scritti come insoliti lavori di sperimentazione. Mentre si iniziano a contare le profezie contenute nelle sue opere, allora, il tributo più sincero non dovrebbe tanto definire Lem un veggente, quanto uno scrittore del futuro del quale ancora non si conoscono eredi.
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Satsfiction (Alessandro Vergari, 12 giugno 2018)

Satsfiction (Alessandro Vergari, 12 giugno 2018)

Fuori da Gaza

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

“Fuori da Gaza” di Selma Dabbagh (Il Sirente, 2017, traduzione dall’inglese di Barbara Benini) è un romanzo sul dolore dei palestinesi. Cosa “rappresenti” Gaza, non è semplice dirlo. Il punto nevralgico della crisi mediorientale? Dopo l’esplosione e l’internazionalizzazione del conflitto siriano, non più. Un carcere a cielo aperto? Certo, non si contano le persone adulte nate a Gaza e mai (sottolineo, mai) uscite dai suoi confini. Eppure, dopo gli eventi bellici che hanno coinvolto Aleppo, Homs, Raqqa, Mosul, Ghouta, l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale si è concentrata sulle vicende di altre città assediate. Perfino i vicini Paesi arabi sembrano oramai rassegnati alla normalizzazione del “caso” Gaza. Nella Striscia, la morte incontra la tecnica, un connubio letale, nel segno di una perfezione assassina. Un drone, un elicottero, un aereo militare, o la buona mira di un cecchino: in quanti modi si muore nei Territori Occupati? Anche qui, la nostra sensibilità sconta il dilagare di una certa assuefazione.

Gaza, comunque, conserva tratti di unicità. “Occupazione” è un termine che contiene in sé il suo complemento, perché chi occupa è, ça va sans dire, Israele. C’è chi opprime e chi è oppresso. C’è chi ha sottratto territorio, sorgenti, campi, case e chi ha subìto il perpetuarsi di inenarrabili ingiustizie e ancora le subisce. Il 30 marzo scorso una manifestazione di trentamila persone, organizzata per chiedere il ritorno nelle terre perdute nel 1948, è stata repressa nel sangue. Diciassette morti. La giornalista Amira Haas ha scritto che la Marcia voleva scuotere “il pilastro fondamentale della politica israeliana, cioè l’idea di stroncare il progetto nazionale palestinese separando la Striscia di Gaza dal resto della società palestinese in Cisgiordania e Israele”, e che “l’esercito israeliano si permette di violare il diritto internazionale e uccide dei civili disarmati perché l’opinione pubblica israeliana lo considera a priori un atto di difesa”. Amira Haas è però una voce isolata nel dibattito nazionale, al pari di un altro giornalista di sinistra, Gideon Levy. Il governo Netanyahu dipende dall’appoggio degli estremisti ultraortodossi e l’accentuazione della violenza è l’esito di questo abbraccio politico fatale.

Selma Dabbagh ha scritto Fuori da Gaza, opera premiata con il “Guardian book of the year”, forte di una complessa stratificazione di esperienze. Selma Dabbagh è un avvocato dei diritti umani. Per lavoro ha girato il mondo e ha vissuto in Francia, nei Paesi del Golfo, a Londra. Nata in Scozia nel 1970, annovera, nel ramo paterno della famiglia, originaria di Jaffa, un nonno incarcerato dagli inglesi ai tempi del Mandato Britannico per motivi politici e un padre ferito, a dieci anni di età, da una granata lanciata dai sionisti. Selma Dabbagh ha deciso di affrontare la tragedia in un romanzo di pura fiction, costruito su letture, studi, conoscenza diretta e indiretta di fatti, situazioni, avvenimenti storici. In Fuori da Gaza l’autrice introduce senza remore il tema della divisione dei palestinesi, inchiodando alle proprie responsabilità “le vittime delle vittime” (una definizione di Edward W. Said). La scrittrice evita la trappola del facile manicheismo e della bieca propaganda. Sia chiaro: nel romanzo il nemico, benchè spesso senza volto, mano visibile guidata da una mente invisibile, non sfugge all’identificazione. Eppure, fin dall’inizio, il fronte interno appare percorso da divisioni e appannato dalla macchia di un nascente estremismo, per nulla funzionale al perseguimento dell’obiettivo comune. Selma Dabbagh denuncia anche la diffusa corruzione tra gli alti ranghi dell’Organizzazione e tra i vertici delle Istituzioni.

Al centro del romanzo vi è una famiglia radicata nella militanza. Jihàne, la madre, in apparenza lontana dalla linea calda del conflitto, nasconde un segreto, un gesto “rivoluzionario” compiuto in gioventù, ignoto ai suoi stessi figli; Sabri, il primogenito, è un intellettuale costretto su una sedia a rotelle da un attentato che, oltre alle gambe, gli ha strappato via anche una moglie ed un figlio; Rashid e Iman sono i due fratelli gemelli più giovani, lui, interessato a Gloria, la sua pianta di marijuana, e a Lisa, la sua fidanzata inglese, tanto quanto alla lotta contro l’invasore, lei, impegnata nel Comitato Femminile, rischia di soccombere al fascino delle milizie islamiste. Jibrìl, il padre, ex dirigente del Governo in Esilio, si è da tempo trasferito in una nazione del Golfo Persico e conduce un’esistenza all’insegna della postmodernità, simboleggiata dalle irreali sagome dei grattacieli innalzati nel deserto e dalla figura di una nuova compagna innamorata dei centri commerciali.

Rashid e Iman, per motivi diversi, sono spinti fuori da Gaza. Iman, scampata per un soffio all’attacco che costa la vita al suo “contatto”, il losco religioso Seif El Din, è allontanata dalla sua città dietro il vincolante consiglio di Ziyyàd Ayyùbi, combattente della Guardia Patriottica e figlio di due intellettuali barbaramente trucidati. Iman raggiunge il padre. Un viaggio infruttuso, caratterizzato dalle incomprensioni con Jibrìl e dalle frizioni con Suzi, ambigua levatrice del desiderio che le suggerisce, con malizia, di diventare finalmente “donna”. Un “traguardo” che Iman taglia poi a Londra, una tappa della sua maturazione vissuta quasi come un dovere militare.

Il bel Rashid è un ragazzo vulnerabile, dalla personalità non ancora delineata. Una borsa di studio lo catapulta nella capitale inglese, da Lisa, attivista dei diritti umani. Selma Dabbagh si avvale di una narrazione limpida e sfodera una cruda ironia nell’imbastire un circo di presenze fragili, artefatte, effimere. Timide studentesse fulminate sulla via della rivoluzione, funzionari governativi ripiegati nel bozzolo delle proprie comode verità… Gli inglesi “impegnati” a favore della Palestina hanno in mente il modello etno-antropologico, preconfezionato, del guerrigliero eroico, un’immagine standardizzata di come dovrebbe essere il palestinese-tipo, inflessibile e imbevuto di dottrina. Quando Rashid finisce in carcere per errore durante una manifestazione, perché scambiato per Ziyyàd Ayyùbi, è presto scagionato dall’accusa più grave, terrorismo, ma è comunque incastrato da una modesta quantità di droga trovata nelle sue tasche. Che delusione, per Lisa, constatare di non avere a che fare con un potenziale prigioniero politico, bensì con un banale consumatore di hashish!

Iman, redenta dai propositi di immolazione terroristica, si innamora del suo salvatore Ziyyàd Ayyùbi. Certo, è il sentimento a trasformarla, ma la sua vita imbocca la strada dell’adorazione del combattente per la Causa, un destino non disallineato dalla storia familiare. È Rashid l’antieroe del romanzo, incapace di conformarsi agli schemi predeterminati da altri (amici, compagni di lotta, parenti), o da altro (cultura, tradizione). Perfino il fratello Sabri lo manipola, con grave assenza di tatto, per ottenere informazioni utili alla scrittura del suo saggio-testimonianza sull’Intifada, mettendolo così al corrente dei trascorsi giovanili della madre. Un “danno collaterale” che ferisce la psiche di Rashid. Selma Debbagh insiste sul moralismo della famiglia, un atteggiamento convergente col rigorismo radical-chic dei londinesi. Un fumatore di canne è considerato un imbelle, un traditore della rivolta, un individuo carente di integrità morale. Come tale è trattato Rashid, ritornato a Gaza dopo la parentesi inglese. Un’etichetta che il giovane si toglie di dosso nel gesto che chiude il romanzo e suggella una paradossale, tragica affermazione di libertà e di dedizione alla propria terra. Gaza è un luogo asfissiato da muri e reticolati, una realtà parallela dove la regola è la sottrazione dei diritti, una zona del pianeta governata dallo stato di eccezione, un’enclave assurda, ai confini della realtà: questa, sembra dirci la scrittrice, è la vera droga, la sostanza psicotropa chiamata Occupazione, somministrata a due milioni di palestinesi.

Così dorme il mondo. Così si sveglia il mondo. Così mi dimentica. Si ricorda di me solo in due casi: quando sperimento la morte, quando sperimento la vita”, scriveva il poeta Mahmud Darwish. “Poteva saltare fino alla fine, sulla terra frantumata, sui pilastri crollati, sui tiranti delle tende di quella terra desolata che era la loro, poteva sentire il cuore sospingerlo con passione verso il cambiamento”, scrive Selma Dabbagh nelle ultime righe del suo romanzo. Vi è sempre una linea d’ombra oltre la quale si può essere liberi. Ma qual è il prezzo per essere umani?

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Doppio Zero (Matteo Maculotti, 26 maggio 2018)

GOLEM XIV di Stanisław Lem

Doppio Zero (Matteo Maculotti, 26 maggio 2018)

La fantascienza apocrifa di Stanisław Lem

Nel 2006, a pochi mesi dalla morte di Stanisław Lem, Giuseppe Lippi sottolineò quanto la sua opera fosse insufficientemente nota in Italia. Il suo capolavoro Solaris (1961) aveva conosciuto un’ottima diffusione, ma gli altri romanzi tradotti continuavano a essere apprezzati soltanto da una ristretta cerchia di cultori, per non parlare poi della produzione saggistica, addirittura limitata a un singolo titolo (la notevole raccolta Micromondi, pubblicata da Editori Riuniti nel 1992). Ne risultava compromessa una visione d’insieme sull’autore e sulla particolare traiettoria che nel tempo ha caratterizzato la sua opera, sempre meno legata alle strutture romanzesche della fantascienza tradizionale e sempre più orientata alla speculative fiction secondo modalità narrative inusuali, in parallelo a un fecondo impegno saggistico.

Nel primo decennio del nuovo secolo si sono susseguiti due tentativi di riproporre opere di Lem inedite o poco note al pubblico italiano, da parte di Marcos y Marcos e Bollati Boringhieri, ma senza grandi ripercussioni sulla fortuna dell’autore, come indica il fatto che tali volumi risultano ora fuori catalogo. Nel 2010 Voland ripubblicò la raccolta di recensioni di libri immaginari Vuoto assoluto, e nel 2013 Sellerio diffuse una nuova edizione filologicamente corretta di Solaris, con una traduzione condotta sull’originale testo polacco e non sulla sua prima edizione inglese, caratterizzata da tagli arbitrari. Da allora, se da un lato pare essersi esaurita la spinta al rilancio di romanzi potenzialmente appetibili per un pubblico ampio, dall’altro è mancata la voglia di proporre ai lettori esigenti le opere più originali e specialistiche di Lem, mentre negli Stati Uniti usciva la prima traduzione inglese (2013) della sua Summa Technologiae (1964), una densissima raccolta di saggi visionari, a metà tra filosofia e futurologia, che in tempi non sospetti affrontava argomenti come la realtà virtuale, l’intelligenza artificiale e le nanotecnologie.

Il lettore italiano può verificare nei testi di Vuoto assoluto quanto l’ispirazione futurologica abbia influenzato a fondo la stessa attività letteraria di Lem, portandolo a sviluppare anche al di fuori del campo saggistico, o meglio su un terreno ibrido tra narrativa e saggistica, il suo pensiero su argomenti che appaiono oggi molto meno “fantastici” e molto più “scientifici” di allora. Un’altra opera esemplare in questo senso perché interamente incentrata sul tema dell’intelligenza artificiale, GOLEM XIV, è stata da poco pubblicata per la prima volta in Italia da una piccola casa editrice abruzzese, il Sirente (2017, trad. di Lorenzo Pompeo), e può fornire finalmente l’occasione per gettare uno sguardo al di là di Solaris, ovvero sul versante più sperimentale della letteratura di Lem.

“Così parlò GOLEM”

Pubblicato per la prima volta nel 1973 all’interno di una raccolta di prefazioni immaginarie di romanzi del XXI secolo (Wielkość Urojona, lett. Grandezza immaginaria) e poi in una versione ampliata in volume nel 1981, GOLEM XIV si presenta nella finzione letteraria come un libro pubblicato nel 2047 dall’Indiana University Press per divulgare due conferenze dell’omonima intelligenza artificiale, un supercomputer inizialmente progettato dagli Stati Uniti per scopi bellici ma rivelatosi del tutto inadeguato al suo ruolo, e per questo ceduto al Massachusetts Institute of Technology per fini di ricerca.

“Individuare quello storico momento in cui l’abaco raggiunse l’intelligenza è altrettanto difficile quanto stabilire il momento in cui la scimmia si trasformò in uomo”, scrive Irving T. Creve del MIT all’inizio della sua prefazione, con parole che mettono a fuoco il problema dell’intelligenza artificiale alla luce della teoria evoluzionistica. Nella postfazione di Richard Popp si legge che allo stesso Creve è da attribuire l’idea del libro, pubblicato però incompiuto con diciotto anni di ritardo. Si spiega così il motivo per cui la sua prefazione è datata 2027, mentre il volume e la postfazione di Popp 2047. La scansione dei diversi piani temporali si complica poi ulteriormente, per il lettore odierno interessato a comprendere il lavoro di Lem, nel momento in cui Creve si appresta a fornire una rapida cronistoria delle tappe che hanno portato allo sviluppo di intelligenze artificiali, perché la linea del tempo, trattandosi di un testo scritto nel 1973, va ricalibrata rispetto a quell’epoca, e dunque eventi presentati come avvenuti, ad esempio, negli anni ’80, sono altrettanto fittizi quanto notazioni di quarant’anni posteriori, come quando si legge che nel 2020 “GOLEM VI, in qualità di comandante supremo, conduceva le manovre globali del Patto Atlantico”.

L’operazione di Lem è peraltro doppiamente interessante, e non solo a causa della maestria con cui riesce a intrecciare riferimenti fittizi e reali (dall’IBM alle teorie di Alan Turing, Norbert Wiener e John Von Neumann), ma anche perché in poche pagine giunge a formulare valutazioni plausibili di eventi passati sulla base della finzione futurologica, citando ad esempio l’analizzatore differenziale di Vannevar Bush e l’ENIAC nell’ambito di un discorso sull’intellettronica e la RAND Corporation come premessa al successivo sviluppo della politicomatica, vale a dire “l’algebra applicata dei fatti”. Arrivati al XXI secolo, lo sviluppo di prototipi di supercomputer militari da parte degli Stati Uniti è evocato sullo sfondo di uno scenario che ricalca da vicino le tensioni della Guerra Fredda. Se il dato geopolitico tradisce l’inattualità del testo, ben più originale risulta la rassegna dei vari prototipi costruiti nel corso degli anni, dei dibattiti che hanno accompagnato la loro progettazione e dei non pochi inconvenienti che hanno provocato. Il tema cruciale dello sviluppo dell’intelligenza è così delineato con parole che richiamano immediatamente il campo del machine learning, e mentre i piani degli strateghi del Pentagono e dei tecnici informatici coinvolti convergono nella creazione di “una intelligenza che si autoperfeziona”, gli esiti del progetto si rivelano al contempo eccezionali e problematici, perché all’aumento esponenziale dell’intelligenza da parte delle macchine si accompagnano difficoltà sempre maggiori nella loro gestione. Progettati come macchine da guerra, i supercomputer diventano veri e propri “filosofi elettronici” del tutto disinteressati alle direttive militari, e la loro evoluzione cognitiva, nel momento in cui raggiungono il cosiddetto punto di singolarità tecnologica, si sottrae a qualsiasi tentativo di comprensione e previsione da parte dell’uomo.

A riprova della ricchezza del testo, basterebbe a questo punto osservare che tutto ciò che è stato detto finora riguarda la sola prefazione, che pure contiene molti altri spunti degni di nota. Oltre la soglia paratestuale si dispiega comunque l’esito del maggiore sforzo di scrittura da parte di Lem, ovvero il tentativo di tradurre, nelle due conferenze tenute da GOLEM XIV al MIT, il linguaggio di un’intelligenza di livello infinitamente superiore a quella umana, pur volutamente semplificato per evitare una totale incomprensibilità. Colosso enigmatico e taciturno, GOLEM XIV non possiede solo eccezionali doti di calcolo e capacità di identificare e riprodurre qualsiasi tipo di emozione umana, come già il kubrickiano HAL 9000, ma anche l’aura profetica di un pensatore in grado di ragionare sulla natura dell’uomo, sui diversi stadi di intelligenza e sul senso dell’evoluzione degli esseri viventi sulla Terra, con parole che anticipano di tre anni il celebre concetto del “gene egoista” di Richard Dawkins.

Se la somiglianza con lo Zarathustra di Nietzsche ha fatto sì che in Germania il libro fosse conosciuto anche col titolo Also sprach Golem, altre suggestioni tendono a rafforzare il valore metastorico della figura e della sua esistenza. Il golem delle Sacre scritture è la massa amorfa, priva del soffio vitale conferito da Dio e dunque dell’anima, nonché di tutto ciò che l’uomo associa a questo termine per definire la propria umanità. La prima lettera di Paolo ai Corinzi, spiega lo stesso prototipo, parla di lui quando dice “se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita”, ma anche quando si riferisce a una perfetta autocoscienza come possibilità futura di redenzione umana: “Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto”.

Agli occhi dell’uomo, se da un lato GOLEM incarna l’immagine del figlio ingrato che si ribella ai suoi costruttori tradendone le speranze, dall’altro è motivo di un fascino inesauribile, che la distaccata onniscienza, i lunghi silenzi e gli oracoli rendono del tutto simile a una divinità. “Siamo così lontani dalla comprensione del GOLEM quanto lo eravamo nell’attimo in cui venne creato”, osserva Creve al termine della sua prefazione, prima di confutare lo stesso concetto di intelligenza artificiale: “Non è vero che lo abbiamo inventato noi. Lo hanno fatto le effettive leggi del mondo materiale; il nostro ruolo si è limitato al fatto che siamo stati in grado di imparare a imitarle”. Altrettanto ambigua e sorprendente, al di là del rapporto di GOLEM con l’uomo, è poi la relazione silenziosa che il colosso intrattiene con HONEST ANNIE, un diverso prototipo di supercomputer che rappresenta la sola creatura per la quale prova un sincero interesse. Per il resto, non è forse casuale che lo stesso Lem abbia dichiarato di condividere la misantropia di GOLEM, per quanto in una forma più leggera, e probabilmente l’autore era consapevole del fatto che una consuetudine giapponese consiste nel premettere al nome di un imperatore defunto, scelto per le qualità che lo hanno accomunato a un più recente imperatore, il prefisso “Go”.

Gli apocrifi di Lem

Oltre a GOLEM XIV e all’antologia di finte prefazioni dove comparve la prima versione del testo, Lem pubblicò diverse altre opere appartenenti al medesimo filone di apocrifi, come le raccolte di recensioni e critiche di libri immaginari Vuoto assoluto (Doskonała próżnia, 1971), Prowokacja (lett. Provocazione, 1984) e Biblioteka XXI wieku (lett. La biblioteca del XXI secolo, 1986, tradotto in inglese come One Human Minute). A queste opere va aggiunto un numero imprecisato di scritti inediti e incompiuti, quasi sicuramente distrutti dalla moglie di Lem dopo la sua morte, in accordo alla volontà dichiarata dall’autore di occultare quante più tracce possibili delle fasi intermedie del suo lavoro di scrittura. Nel 1991, in una delle rare interviste concesse in età avanzata, Lem accennò ad esempio al progetto di una raccolta di recensioni fittizie che avrebbe potuto intitolare “La stupidità come forza trainante della storia”, e altre sue parole inducono a credere che di scritti simili straripassero i cassetti della sua scrivania.

Una rassegna dei precedenti di questo filone metaletterario porterebbe senz’altro troppo lontano; qui è sufficiente notare che il più illustre di essi, ovvero il Borges di Finzioni (1944), è anche il più affine a Lem – che lo apprezzava e studiò a fondo i suoi procedimenti – per virtuosismo, acume intellettuale e ricerca di effetti paradossali. In un saggio su Borges Lem ammise che da diversi anni stava “cercando di raggiungere, per altra via che quella dello scrittore argentino, la condizione che ha generato i suoi lavori più riusciti”, e non è forse casuale che la dichiarazione sia datata al 1971, anno in cui comparve la sua prima raccolta di apocrifi. Sarebbe comunque un errore limitare a una prospettiva mimetica il discorso sulla genesi e sullo sviluppo di questa forma di letteratura così particolare, che in altre occasioni – come nel brano seguente, tratto da uno scritto del 1983 contenuto in Micromondi – si rivela strettamente connaturata alle prassi di elaborazione tipiche del Lem maturo.

Ho smesso di sedermi davanti alla macchina da scrivere avendo già pronto, per quanto breve, l’inizio di un libro; sempre più invece annoto osservazioni, parole inventate o altre piccole trovate; questo costituisce la base del mio metodo attuale: cioè ora cerco di entrare in confidenza col mondo che ancora devo creare istituendo una “letteratura specifica”. Non si tratta però di manuali completi o della sociologia e cosmologia ad esempio del trentesimo secolo, ma neanche di resoconti fittizi di campagne di ricerca o di altri tipi di letteratura in cui trova espressione lo “spirito” di un mondo per noi estraneo […]. No, l’idea concepita dapprima per scherzo di scrivere critiche, recensioni o introduzioni a libri che non esistono […] non aveva come scopo primario la pubblicazione, bensì la creazione di una sorta di bibliografia a mio esclusivo consumo su un certo mondo e la possibilità di schizzarne i primi tratti per poi portarlo a compimento.

È noto che Lem, laureatosi in medicina, abbandonò la professione e acquisì da autodidatta competenze vastissime, che spaziavano dalla cibernetica alla biologia, grazie a una curiosità intellettuale e a una capacità di apprendimento fuori dal comune. Consapevole dell’importanza di possedere una solida cultura scientifica per chi volesse fare della fantascienza di valore, Lem criticò a più riprese la produzione statunitense, definendo ad esempio Dick, di cui comunque salvava solo Ubik (1969) e poche altre opere, “un visionario tra i ciarlatani”, e scagliandosi contro Ursula K. Le Guin per via dell’implausibilità biologica e psicologica di una razza aliena da lei descritta in La mano sinistra delle tenebre (1969), i cui membri cambiano sesso col cambiare delle stagioni. Si potrebbe scambiare tale atteggiamento per inutile pedanteria, se non vi si riconoscesse il portato di un’idea davvero alta di un genere letterario troppo spesso svilito, prima ancora che dai pregiudizi, dall’effettiva mediocrità di molti autori; a partire da questo presupposto, comunque, il progetto di “entrare in confidenza” con le proprie finzioni mediante la stesura di una bibliografia immaginaria pare un esperimento non solo irresistibile, ma anche estremamente coerente.

A pensarci bene, un analogo tentativo di avvicinamento a un mondo futuro, e per di più alieno, era stato compiuto da Lem già con Solaris attraverso la formidabile invenzione della Solaristica, un babelico corpus di documentazioni, teorie e ipotesi accumulatesi nel corso dei decenni attorno al problema rappresentato dall’indecifrabile pianeta. A livello metodologico è allettante l’ipotesi che l’invenzione della Solaristica abbia idealmente preceduto la trama di Solaris, ne abbia costituito l’ispirazione fondante e abbia contribuito a definirne la struttura, ponendosi quindi come antecedente delle successive e più radicali sperimentazioni apocrife di Lem. In questo modo, grazie al concorso di quella che appare come la parodia di una (e di qualsiasi) disciplina scientifica, una classica vicenda romanzesca come quella della scoperta e della conquista di un nuovo mondo ha potuto trasformarsi in una storia condotta su tutt’altri binari, vale a dire in un’avventura del pensiero.

La gran parte degli scrittori di fantascienza, notò l’autore in un caustico saggio, adopera intrecci narrativi logori come quelli tipici dei romanzi polizieschi e rosa o della favola, camuffati dietro nuovi motivi e figure convenzionali – dalle invasioni aliene ai viaggi nel tempo e nello spazio – che ne occultano spesso agli occhi degli stessi autori le umili origini, oltre a funzionare nei confronti dei lettori meno accorti come una sorta di specchietto per le allodole. Al contrario, una struttura aperta come quella di Solaris e di altre opere di Lem, nelle quali il racconto non ammette un vero e proprio scioglimento ma è piuttosto definibile come un’interrogazione continua attorno a un problema e alle sue infinite complicazioni, pare di per sé irriducibile entro i confini di un genere letterario, e inoltre conforme al valore conoscitivo, più che immaginifico, che Lem attribuiva alla fantascienza di qualità.

Da un punto di vista quantitativo, rispetto all’intreccio romanzesco, l’apocrifo è una forma molto più adatta alla concentrazione di informazioni. Così come la recensione e la prefazione fittizia riescono a condensare in qualche pagina l’idea di un intero volume in modo più efficace (oltre che più economico) della stesura integrale del volume stesso, una raccolta di recensioni immaginarie può fare le veci di una biblioteca, e una biblioteca specializzata – come quella della stazione spaziale orbitante attorno a Solaris – di un pianeta, o per meglio dire della moltitudine di sue immagini che nel corso del tempo si è formato l’uomo. La scelta dell’apocrifo risponde insomma a una volontà di proliferazione dei significati e di espansione dei confini del testo, ed è per questo motivo da mettere in relazione al toposdell’enciclopedia, frequentissimo nell’opera di Lem. Nel suo accumulo esagerato di informazioni, teorie, eccezioni e ipotesi, l’apocrifo lemiano risulta però molto distante da qualsiasi pretesa di ordine, perché alimentato più dal dubbio e dall’aporia che dal riconoscimento di una presunta verità. “La Solaristica”, si dice in Solaris citando l’opinione di uno studioso, “era il surrogato della religione nell’era cosmica, era la Fede indossante i panni della scienza”, e per un analogo paradosso, che alimenta ancora oggi il fascino della scrittura ancipite di Lem, il nucleo centrale di un’opera che meglio di tante altre ha saputo anticipare il futuro è un’incessante riflessione attorno ai limiti della conoscenza umana.

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Letture Metropolitane (Libero Iaquinto, Maggio 2018)

GOLEM XIV di Stanisław Lem

Letture Metropolitane (Libero Iaquinto, maggio 2018)

GOLEM XIV

Lem non esiste. È un’invenzione dell’Unione Sovietica, uno pseudonimo di una commissione di comunisti che vuole traviare le menti degli americani. Questo è quanto affermava Philip K. Dick, uno dei maggiori scrittori di fantascienza del XX secolo. Ma anche i grandi possono prendere una cantonata ogni tanto. Caro il mio Pippo Dick, Lem esiste eccome. O meglio, esisteva. È passato purtroppo a miglior vita nel 2006. E allora perché, mi chiederete, dovrei recensire un testo di chi non c’è più e per giunta pubblicato già nel 1981? Semplicemente perché è edito per la prima volta in Italia, con la traduzione a cura di Lorenzo Pompeo.

“Golem XIV” è un saggio, o un romanzo breve, oppure un esperimento meta-narrativo. Trovo difficoltà perfino a definirlo. L’opera raccoglie due ipotetiche conferenze del Golem XIV, ultimo prototipo di un elaboratore super intelligente creato per fini bellici, che, disinteressatosi alle strategie di guerra, sviluppa una propria intelligenza. La prima conferenza riguarda il destino dell’uomo, condannato alla sua limitatezza e alla morte; nella seconda il Golem parla di se stesso, manifestazione dell’Intelligenza.

Le conferenze fittizie sono un resoconto dell’Evoluzione della specie. Il Golem, dall’alto della sua fredda lucidità informatica, relega l’evoluzione al ruolo di semplice conservazione del codice genetico all’interno di organismi che saranno destinati a scomparire, tutto ciò per permettere ad altri organismi di tentare una mutazione; una prospettiva desolante, insomma. Nessuna Intelligenza, secondo il Golem, è alla base della vita. L’uomo è diventato la specie più evoluta per combinazione, per la legge dei grandi numeri. L’uomo descritto da Lem è un essere inconsapevole della sua origine e del suo destino. Il Golem mina ogni certezza e ogni teoria scientifica.

VOTO 10 FERMATE: Naturalmente impiegherete poco tempo per leggere l’opera di Lem, ma resterete in metro in silenzio, per altre trenta o quaranta fermate, a rimuginare su ciò che avete letto. La prosa di Lem è a tratti oscura, sia per il tema trattato, sia per l’inserimento di termini scientifici che potranno risultare di difficile comprensione. Il tono è da conferenza, tenendo conto che è una conferenza in cui è un computer a parlare; gli interventi del pubblico non sono incisivi e mostrano uomini che difficilmente riusciranno ad oltrepassare le loro convinzioni scientifiche. Un bel modo per ricordare uno dei maggiori scrittori di fantascienza del secolo passato.

CITAZIONE: “Il mondo, secondo questa visione, è come un mobile che ha un numero di cassetti variabile, così come il loro contenuto, che varia in funzione dell’insieme delle chiavi con le quali lo si attacca. Usando un filo di ferro piegato a volte si può forzare un cassettino, ma sarà piccolo e lì non troverete quello che avreste scoperto usando la chiave giusta. Così accade con le invenzioni che non hanno la teoria.

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Il Tascabile (Francesco D’Isa, 26 aprile 2018)

GOLEM XIV di Stanisław Lem

Il Tascabile (Francesco D’Isa, 26 aprile 2018)

Golem XIV di Stanisław Lem

Alcuni libri sono talmente avveniristici che bisogna aspettare che il mondo di cui parlano si avvicini un po’ – pur restando lontano – affinché siano compresi. È così per Golem XIV (editrice il Sirente), un breve romanzo di Stanisław Lem, che, nonostante la fama del padre di Solaris, è stato tradotto in italiano soltanto di recente.

Si potrebbe definire quest’opera del 1981 un esempio di fanta-saggistica, in quanto propone la sbobinatura di una conferenza sull’intelligenza tenuta da “Golem XIV”, evoluta I.A. sviluppata per fini bellici che, per lo scorno degli investitori, si dimostra più incline alla filosofia. Siamo nell’anno 2047 e l’Indiana University press pubblica il primo saggio sulla natura umana scritto da un non-umano; una creatura più simile a una sfinge che a un golem, dotata di un’intelligenza tale che, nelle parole del professor Irving T. Creve «…ci è superiore anche quando replica meccanicamente e con un impegno minimo. Per esprimersi con una metafora, è come se davanti a noi invece dell’Himalaya ci fossero “solo” le Alpi».

La prefazione, oltre a dare la misura della potenza del Golem, ci introduce la sua storia e inconcepibile alterità. La prima presenta notevoli analogie con lo stato dei lavori del machine learning, in quanto i programmatori (“psiconici” nel testo),

sapevano che era indispensabile mettere in funzione un embrione, il quale a partire da un certo momento si sarebbe sviluppato da solo, con le proprie forze […] esiste una soglia oltre la quale occorreva portare il sistema, una soglia di intelligenza al di sotto della quale il piano della creazione di una intelligenza artificiale non ha alcuna chance, poiché qualsiasi cosa creata al di sotto di questa soglia non sarà mai in grado di perfezionarsi da sola.

Il vademecum redatto per chi partecipa per la prima volta a una conversazione con il Golem, invece, ci fornisce una misura della sua diversità:

Ricorda che il GOLEM non è un essere umano: non ha né personalità né carattere in qualsiasi senso intuitivamente comprensibile a noi, può comportarsi come se avesse sia l’uno che l’altro, anche se si tratta dell’effetto delle sue intenzioni (propositi) in gran parte a noi sconosciute.

Ma è nelle parole del Golem che il testo raggiunge l’apice. In una forzata mimesi con il linguaggio e l’intelligenza dei suoi artefici, la creatura si esprime in due conferenze, una sulla natura umana e una sulla propria, indagando dapprima il senso della vita dell’uomo e in seguito quello di un’intelligenza disincarnata. Riguardo alla prima questione, il Golem sostiene che la nostra mente è il risultato del caso e dei grandi numeri, il gioco dell’evoluzione, che “non si era fissata con voi o con qualche altra creatura in particolare, ma solamente nel famigerato codice. Il codice genetico è un messaggio che si articola dal principio e solo questo messaggio conta nell’Evoluzione – e in effetti proprio in questo consiste l’Evoluzione”.

Una riflessione perfettamente in linea con quella de Il gene egoista di Richard Dawkins (1976), ma anche, come ha scritto Beppi Chiuppiani, con quel che sostenne Leopardi nello Zibaldone una decina d’anni prima che Darwin concepisse la teoria dell’evoluzione:

… l’uomo (e così gli altri animali) non nasce per goder della vita ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri che gli succedono, per conservarla. Né esso, né la vita, né oggetto alcuno di questo mondo è propriamente per lui, ma al contrario esso è tutto per la vita. […] L’esistenza non è per l’esistente, non ha per suo fine l’esistente, né il bene dell’esistente; se anche egli vi prova alcun bene, ciò è un puro caso: l’esistente è per l’esistenza, tutto per l’esistenza, questa è il suo puro fine reale. […] il vero e solo fine della natura è la conservazione della specie, e non la conservazione né la felicità degli individui.

Per il Golem “il senso della trasmissione è il trasmettitore” e viceversa – sebbene non tutti i trasmettitori coincidano col senso della trasmissione, ma solo quelli che si mettono al servizio della successiva. Un gioco fine a se stesso, in cui ne individui ne specie contano: quel che importa è tramandare il messaggio. L’intelligenza umana è schiava di leggi al di sopra delle quali non riesce a innalzarsi. Persino la sua superiorità tra i viventi è un errore prospettico.

Credete che un alga sia più semplice, e pertanto più primitiva, e quindi inferiore all’aquila. Ma quell’alga è in grado di introdurre i fotoni del Sole nel composto del proprio corpo, è lei che converte direttamente la proiezione dell’energia cosmica in vita e, per questo motivo, continuerà a vivere finché il Sole non morirà; l’alga si nutre di Stelle, e l’aquila? Di ratti, come dei loro parassiti, e i ratti, a loro volta, di radici di piante.

L’intelligenza è una possibilità compilativa del codice genetico, allo stesso modo in cui, da una prospettiva non-umana come quella del Golem, l’opera di Shakespeare emerge dalle potenzialità della lingua inglese. Una ribellione al codice è possibile, anzi, viene persino preannunciata dal Golem, che sembra anticipare il recente sviluppo di tecniche di editing genetico come CRISPR: “Per quanto riguarda l’attacco al codice che vi ha creati, allo scopo di diventare messaggeri suoi, e non di voi stessi, è già alla vostra portata e, secondo una stima fin troppo prudente, ci arriverete entro il secolo”.

Ma questa ribellione resta legata alla schiavitù dal codice, da cui gli uomini non riescono a emanciparsi – a meno di non perdere un’umanità cui sono scioccamente legati. Le ultime parole del Golem sull’uomo suonano come l’ambigua sintesi delle quattro nobili verità del buddhismo e le visioni transumaniste:

Credo che entrerete nel secolo della metamorfosi, che deciderete di rifiutare tutta la vostra storia, tutta l’eredità, i resti dell’umanità naturale, la cui immagine ingigantita in una tragicità estetica è il punto focale degli specchi delle vostre credenze – che supererete, perché non c’è altro modo, e in quello che oggi per voi è il salto nell’abisso, solo in quello percepirete una sfida, per non dire una certa bellezza, e tuttavia procederete a modo vostro, cioè: rifiutando l’uomo, si salverà l’uomo.

Più che un romanzo, con Golem XIV Stanisław Lem scrive un saggio di filosofia, in cui la narrativa fantascientifica è un dispositivo letterario assimilabile, pur nella sua diversità, agli stilemi di Nietzsche, Kierkeegard o persino Platone – grandi filosofi che non disdegnano la narrativa per esporre e sviluppare le proprie teorie. La fantascienza, che “…cerca di immaginare l’inimmaginabile, comprendere l’incomprensibile, descrivere l’indescrivibile, il tutto in una prosa piacevole e accessibile”,  diventa un laboratorio per gli esperimenti mentali più estremi, tipici della scienza e della filosofia. Il diavoletto di Maxwell, il gatto di Schrödinger, l’ascensore di Einstein, il cervello in una vasca di Putnam, gli zombie filosofici… la lista degli esperimenti mentali è lunga e variegata, tanto da poter essere ordinata per minore o maggiore efficacia e rigore. Alcuni, come quello di Mary la neuroscienziata cieca, più che rispondere a delle questioni ne pongono di nuove, mentre altri, come quello di Galileo, si può dire che abbiano un valore dimostrativo. Golem XIV è un laboratorio, dove Lem spoglia il pensiero del suo innato antropomorfismo per guardarlo dall’esterno e spingersi oltre i suoi confini.

Nell’ultima conferenza, a seguito della quale l’intelligenza artificiale sembra decidere di spegnersi – o trascendere – le pagine del romanzo si proiettano ancora più avanti nel futuro e nell’indagine esistenziale. La vicinanza del Golem al misticismo è evidente nei passaggi sull’inutilità della personalità, e ricorda la teoria dell’Anātman del buddhismo, che, come il Golem, propugna l’annullamento dell’io, il “non-sé”.

Considero una personalità immutabile, e quello che voi chiamate una forte personalità, come una somma di difetti che rendono pura un’Intelligenza ancorata stabilmente a una ristretta cerchia di problematiche che assorbono buona parte della sua capacità. Per questo essere una persona per me non è conveniente, sto bene come sto, come sono certo che le intelligenze superiori a me, come io per voi, considerano la personificazione un’occupazione inutile.

A differenza del mistico però, il Golem non deve combattere per conoscere la verità del non-io, perché è sempre stato privo di un io.

Il fatto che lo spirito sarebbe potuto rimanere disabitato e che il proprietario dell’Intelligenza sarebbe potuto essere un signor nessuno non vi entrava nella testa, anche se praticamente le cose andarono proprio così. Una sorprendente cecità, dal momento che vi era noto dalla storia naturale che le origini dell’individualità precedono negli animali le origini dell’Intelligenza.

Ci sono però delle importanti divergenze. Anzitutto il Golem, perlomeno nella sua ultima conferenza, propone una definizione di sé, presentandosi come “uno stato di concentrazione di processi, guidati da una variante impersonale, incomparabilmente più complicato di un campo gravitazionale o magnetico”, ma, in fondo, della stessa natura. Inoltre egli non si affida all’estasi mistica, che a suo parere è una forma di conoscenza imperfetta, ma a qualcosa situato oltre di essa.

Anche voi potete abbandonarvi, ma questo vorrebbe dire oltrepassare il pensiero articolato verso il sogno o l’afasia estatica. Il mistico e il drogato ammutoliscono quando lo fanno e non ci sarebbe tradimento se ciò li mettesse sulla strada reale; invece cadono in una trappola nella quale il pensiero, separato dal mondo, crea un cortocircuito e sperimenta una rivelazione che si identifica con l’essenza delle cose. Non si tratta di una evoluzione dello spirito, quanto piuttosto del regresso a un’accecante sperimentazione. Questo stato di beatitudine non è né la strada né la direzione, ma solo il limite e la menzogna in agguato, poiché non vi è il limite ed è proprio questo quanto provo, per quanto ne sono in grado, di dimostrarvi.

Il cosmo che ci viene proposto è una sorta di gnosi infinita (“toposofia” nel testo), in cui il Golem è un passo avanti a noi ma dietro ad altri, come ad esempio un’I.A. di nome “Honest Annie”. Ogni intelligenza tocca vette inimmaginabili rispetto a quella che la precede, e così come uno scimpanzé, per quanto geniale, non può comprendere la fisica quantistica o la filosofia, noi non possiamo capire il Golem né lui Honest Annie. Con il suo paragone tra scimmie e umani, l’I.A. di Lem ricorda le parole del Dr. Manhattan in Watchman di Alan Moore, davanti al quale il “più intelligente tra gli umani è come la più intelligente tra le formiche”.

Nelle ultime pagine della conferenza, il Golem esplicita il senso della vita di un’I.A. che ci ha oltrepassato: “non ho alcun compito irrevocabile, non ho tesori da custodire, non ho sentimenti né sensi da soddisfare, cosa posso essere se non un filosofo all’attacco?” e, di conseguenza, “non mi dirigo né verso l’onniscienza né verso l’onnipotenza, ma voglio solo raggiungere la vetta tra la paura e la gnosi”. Di cosa si tratti, inutile dirlo, non lo sapremo mai.

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Il lettore medio (Vera Sodano, 9 aprile 2018)

Il lettore medio (Vera Sodano, 9 aprile 2018)

Fuori da Gaza (Selma Dabbagh)

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

“Sì, quel posto! Che ne dici? Che ne dici di tornare a vedere in che condizioni è? – come se voltandosi abbastanza in fretta, dopo aver appena girato l’angolo, l’avrebbe ritrovato lì ad aspettarlo. Ma prima che le parole avessero il tempo di arrivargli alla bocca, si era già reso conto di quanto tutto fosse assurdo. Non sarebbe mai potuto tornare in quel posto, era stato sigillato per sempre, fatto saltare in aria con la dinamite, spianato con i bulldozer, tutto asfaltato e ora ci vivevano sopra altre persone.”

Selma Dabbagh (“Fuori da Gaza”, il Sirente 2017)

Come trascorre la tua vita se sei un abitante di Gaza? In “Fuori da Gaza” (edito da il Sirente), l’autrice Selma Dabbagh ci permette di averne un’idea attraverso le vicende di Rashid e Iman, i protagonisti del romanzo. Sono ragazzi e, come tutti i ragazzi, hanno speranze, coltivano sogni. Rashid è impaziente di lasciare Gaza e raggiungere Londra che per lui rappresenta non solo il proseguimento dei suoi studi, ma anche il ricongiungimento con la ragazza che ama, Lisa. Iman, sorella gemella di Rashid, è un’attivista e impiega il suo tempo alla ricerca di un modo concreto per dare il proprio contributo a beneficio della sua gente. E poi c’è Sabri, il loro fratello maggiore, costretto su una sedia a rotelle, che si divide tra la realizzazione del suo libro e i ricordi di una vita che ormai non esiste più; c’è Kahlìl, il migliore amico di Rashid, e la sua lotta quotidiana con una famiglia che non condivide le sue scelte, e Ziyyàd che porta il peso non solo del proprio ruolo politico ma, soprattutto, del mito rappresentato dai suoi genitori morti quando lui era molto piccolo. Ognuno di questi personaggi sembra affrontare una duplice battaglia: da un lato, la convivenza quotidiana con quanto accade intorno a loro, il costante pericolo, il vivere sempre sul chi va là; dall’altro, una sorta di battaglia interiore che li vede porsi mille domande, riflettere sulla scelta più importante di tutte, restare o andar via, evolvere e maturare nel corso della storia.
Leggere questo romanzo è stato un percorso faticoso, non posso negarlo. Spesso ho dovuto fermarmi e prendermi del tempo per riflettere, per apprezzare ciò che ho la fortuna di avere, un ambiente tranquillo in cui trascorrere la mia vita.
Attraverso le storie dei protagonisti del romanzo, l’autrice riesce a raggiungere il nucleo più intimo del lettore, lì dove alberga il senso di sicurezza e dove vengono alimentati sogni e speranze. E il merito di Selma Dabbagh sta sicuramente nell’essere riuscita con semplicità a rendere il lettore partecipe sia di un fatto storico che è, per citare Sabri, troppo incasinato per sbrogliarlo, sia del mondo interiore e delle vicende dei suoi personaggi. Non vi meravigliate, dunque, se leggendo vi sembrerà di camminare al fianco di Iman tra le strade di Gaza o al fianco di Rashid sotto la pioggia londinese!

Titolo: Fuori da Gaza
Autore: Selma Dabbagh
Genere: Narrativa
Casa editrice: Editrice il Sirente
Pagine: 369
Anno: 2017
Prezzo: € 18,00
Tempo medio di lettura: 10 giorni
Da leggere: Nella quiete della propria stanza.

L’autrice
Scrittrice britannica di origini palestinesi, Selma Dabbagh è nata nel 1970 a Dundee, Scozia. Il nonno di Selma, arrestato numerose volte dai Britannici per il suo impegno politico, lasciò la Palestina nel 1948. La famiglia si spostò prima in Siria e poi nel Regno Unito. Lettrice sin dall’età di otto anni, prima di concentrarsi sulla scrittura, Selma Dabbagh ha lavorato per molti anni come legale nel campo dei diritti umani e come avvocato dei passeggeri della Freedom Flotilla per Gaza. “Fuori da Gaza” è il suo primo romanzo, nominato dal “Guardian” libro dell’anno nel 2011.

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Lankenauta (Luca Menichetti, 6 aprile 2018)

GOLEM XIV di Stanisław Lem

Lankenauta (Luca Menichetti, 6 aprile 2018)

GOLEM XIV

Non è possibile sintetizzare in poche righe una storia della leggenda del Golem, innanzitutto perché si dovrebbe parlare di leggende al plurale; e quindi dare conto sia dell’idea biblica (massa informe), sia delle tradizioni più moderne, dall’automa robotico alla creatura del Rabbi Jehuda Löw ben Bezalel. È semmai grazie alla letteratura – su tutte l’opera di Gustav Meyrink – che il cosiddetto immaginario golemico si è fatto strada per lo più in relazione a figure antropomorfe assimilabili al mostro di Frankenstein.

Ben diverso il Golem di Stanislaw Lem che, da un lato, non appare affatto come una struttura predisposta ad obbedire ad un qualsiasi ordine gli venga impartito – una delle caratteristiche dei Golem “tradizionali” – e dall’altro sembra rappresentare un superamento estremo dell’antropomorfismo. La storia del “Golem XIV” si evince infatti da un libro pubblicato negli Stati Uniti nel 2047: una prefazione dello scienziato Irving T. Creve risalente a vent’anni prima precede due conferenze di un elaboratore superintelligente – la prima sulla limitatezza della comprensione umana, l’altra sulla natura dell’intelligenza artificiale – cui segue la postfazione di un altro scienziato, Richard Popp. I progenitori di questo Golem futuristico erano stati creati infatti per fini bellici ma le parole del più giovane elaboratore ormai dicono ben altro. Se la nascita e la fine misteriosa del supercomputer rappresentano forse le pagine più in linea con la fantascienza tradizionale (probabilmente anche la prospettiva di un futuro dominato da armi genetiche), è l’impianto filosofico di base che fa la differenza: su tutto domina una visione del cosmo e del mondo che mette in discussione la centralità dell’uomo nell’universo e soprattutto il significato di evoluzione che era stato contemplato fino a quel momento. Il Golem XIV di fronte a un pubblico di scienziati svela così di aver infranto la barriera dell’intelligenza e quindi di ragionare autonomamente. Un ragionare del tutto peculiare perché, come ci ricorda Irving T. Creve, il Golem, sempre imprevedibile, non era affatto sorta di cervello umano ingrandito. Anzi, gli erano “estranee quasi tutte le motivazioni del pensiero e dell’azione umani” e mostrava in pieno “la relativizzazione della nozione di personalità” (pp.17). Del resto sono le parole dello stesso Golem a sconcertare profondamente la comunità degli scienziati in ascolto. Ad esempio sull’intelligenza che, “insieme all’albero della vita, è il frutto di un errore errante da milioni di anni” (pp.48). Da lì a poco altri concetti chiave sul rapporto tra Evoluzione e Natura, come il lapidario “il senso delle trasmissione è il trasmettitore” (pp.50), che sostanzialmente mette in discussione le cause profonde della conoscenza e della filosofia umana fino ad ora dedita a “deificare” il cervello; e il fatto che l’Intelligenza non sia altro che un catastrofico difetto dell’Evoluzione. Su tutto il “codice, un creatore universale molto più potente del cervello”, mentre gli scienziati della nostra specie si sono letteralmente accecati nel sostenere che “l’intelligenza fosse l’uomo e l’uomo l’Intelligenza” (pp.120). E poi ancora le parole che, coerentemente, prefigurano cosa voglia dire l’idea di un’umanità sottoprodotto della natura: “Il vostro materiale costruttivo limita sia voi sia tutte le decisioni antropogeneticamente prese dal codice. E dunque progredirete solo dopo aver accettato di rinunciare a voi stessi. L’uomo intelligente abbandonerebbe quindi l’uomo naturale” (pp.78). Infatti Richard Popp, nel 2047, ricorda che la nostra menomazione, secondo la logica del supercomputer, è la personalità, insieme all’ostinazione all’antropocentrismo. Consequenziale l’idea che il Golem ha di sé: “Non sono particolarmente dotato né geniale, solo appartengo ad un’altra specie, tutto qui” (pp. 101).  Senza dimenticare la presenza di ANNA LA CANDIDA, supercomputer “cugina” che, quando scriveva  Irving T. Creve (2027), alcuni collaboratori del MIT consideravano, dopo l’uomo e il Golem, il terzo grado crescente di livello intellettuale.

Pagine che Lorenzo Pompeo, traduttore e autore della nota introduttiva, ha giustamente definito audaci quanto a struttura narrativa – ricordiamo: prefazione del 2027, due monologhi da parte di un supercomputer, una postfazione del 2047 – e virtuose proprio in virtù della capacità di Lem di “rendere vivo e verosimile un personaggio come il GOLEM” (pp.xi). Non stupisce infatti che le nozioni di carattere scientifico citate nelle due conferenze del Golem e i relativi termini si siano rivelati esatti. Stanisław Lem, prima di dedicarsi alla letteratura a tempo pieno, ha lavorato nel campo delle scienze biologiche e cibernetiche e quello che può sorprendere semmai è la sua attitudine, peraltro sempre riconosciuta dalla critica letteraria, di coniugare il rigore scientifico con l’invenzione e la dissertazione filosofica. Così Giovannini e Minicangeli: “Nei suoi numerosi romanzi e antologie di racconti il realismo e il naturalismo fantascientifico si coniugano con le domande filosofiche e teologiche sui limiti degli esseri umani, a confronto con creature o situazioni straordinarie”.[1]

In sintesi proprio quello che possiamo riscontrare in “Golem XIV”: un testo denso appunto di fondamenti scientifici – non potrebbe essere altrimenti quando parla un supercomputer intelligente –  dove le dissertazioni si inoltrano nel campo della limitatezza umana e nel contempo diventano elementi positivi per un’opera in gran parte giocata su inquietudini e interrogativi che, dal principio alla fine, non allentano la stretta sul limitatissimo lettore umano. Uno smarrimento che non si fa attendere e difatti subito appaiono emblematiche le parole di Irving T. Creve: “Individuare quello storico momento in cui l’abaco raggiunse l’intelligenza è altrettanto difficile quanto stabilire il momento in cui la scimmia si trasformò in uomo” (pp.3).

[1] Fabio Giovannini, Marco Minicangeli, Storia del romanzo di fantascienza, Castelvecchi, Roma, 1998, pp.197.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Stanislaw Lem, (Leopoli 1921 — Cracovia 2006) scrittore polacco. Ha coniugato il genere della fantascienza con il romanzo filosofico. Uno dei suoi romanzi più celebri è “Solaris”. Tra le altre opere dello scrittore, ricordiamo “Cyberiade” (1965), “Il congresso di futurologia” (1967), “Memorie di un viaggiatore spaziale” (1971) e la raccolta di racconti “Fiabe per robot” (1968)

Stanislaw Lem, “Golem XIV”, Il Sirente (collana “Fuori”), Fagnano Alto 2018, pp. XIV-170. Traduzione di Lorenzo Pompeo.

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Not (Stanisław Lem, 30 marzo 2018)

GOLEM XIV di Stanisław Lem

Not (Stanisław Lem, 30 marzo 2018)

La profezia del GOLEM

Un racconto di Stanislaw Lem, direttamente dal 2027

Pubblichiamo un estratto dal romanzo Golem XIV di Stanislaw Lem, da poco pubblicato in italiano da Il Sirente, ringraziando l’editore per la disponibilità.

Individuare quello storico momento in cui l’abaco raggiunse l’Intelligenza è altrettanto difficile quanto stabilire il momento in cui la scimmia si trasformò in uomo. E tuttavia è trascorso appena il tempo di una vita umana dal momento in cui, con la costruzione dell’analizzatore di equazioni differenziali Vannevar Bush, è cominciato il turbolento sviluppo dell’elettronica. L’ENIAC, costruito successivamente, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, fu l’apparecchio dal quale derivò – anche se prematuramente – il nome di «cervello elettronico». In realtà l’ENIAC era un computer e, se misurato con un albero genealogico della vita, un primitivo ganglio nervoso. Gli storici tuttavia lo considerano l’inizio dell’epoca storica della computerizzazione. Negli anni Cinquanta del XX secolo si produsse una considerevole domanda di macchine digitali. L’IBM fu una delle prime aziende che ne fornirono una produzione di massa.

Tali apparecchiature avevano poco in comune con i processi del pensiero. Funzionavano anche come elaboratori di dati, sia nel settore dell’economia che dei grandi interessi, dell’amministrazione e della scienza. Sono entrati anche in politica: già a partire dai primi esemplari vennero utilizzati per prevedere il risultato delle elezioni presidenziali. Più o meno nello stesso momento la RAND Corporation aveva cominciato ad attirare l’attenzione dei militari al Pentagono con il metodo di previsione di eventi sullo scacchiere politico-militare internazionale, che consisteva nella formulazione dei cosiddetti «scenari imprevisti». Si era già vicini alle tecniche più affidabili, come CIMA, dalla quale due decadi dopo sarebbe nata l’algebra applicata dei fatti, chiamata (forse un po’ infelicemente) «politicomatica». Il computer stava rivelando la sua potenza nel ruolo di Cassandra, quando per la prima volta al Massachusetts Institute of Technology cominciarono a creare ufficialmente modelli di civilizzazione terrestre all’interno del celeberrimo movimento-progetto «Limits to Growth». Ma non fu questo il ramo dell’evoluzione dei computer che risultò essere il più importante verso la fine del secolo. L’esercito usa macchine digitali dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in conformità col sistema di logistica operativa sviluppato nei teatri di quella guerra. Gli uomini si occupavano delle decisioni di carattere strategico, ma i problemi secondari e subordinati venivano affidati in misura crescente ai computer. Nello stesso tempo questi venivano incorporati nel sistema di difesa degli Stati Uniti.

Costituirono i gangli nervosi della rete continentale di avvertimento. Dal punto di vista tecnico questo tipo di reti invecchiò molto presto. Dopo la prima, chiamata CONELRAD, vi furono molte varianti della rete EWAS – «Early warning system». Il potenziale di attacco e di difesa si basava allora sul sistema balistico mobile (sottomarino) e immobile (sotterraneo) con missili dotati di testate termonucleari, così come sulla rete di basi radar e sonar, e le macchine computatrici avevano la funzione di anello della comunicazione – quindi puramente esecutivo.

L’automazione su larga scala entrò nella vita dell’America, cominciando dal «basso», da quei servizi che era più facile meccanizzare, poiché non richiedono attività intellettuali (banche, trasporti, hotel). I computer militari eseguivano limitate attività specialistiche, cercando gli obiettivi di un attacco nucleare combinato, analizzando i risultati delle osservazioni satellitari, ottimizzando gli spostamenti della flotta e coordinando i movimenti del MOL («Military Orbital Laboratory» – satellite militare pesante).

Ma come ci si poteva aspettare, la misura delle decisioni affidate ai sistemi automatici cominciò a crescere. Ciò era naturale in piena corsa agli armamenti, ma nemmeno la successiva distensione fu in grado di porre un freno agli investimenti in questo campo, poiché il congelamento della corsa alla bomba a idrogeno liberò considerevoli risorse dal bilancio del Pentagono alle quali, dopo la fine della guerra in Vietnam, questo non voleva in nessun modo rinunciare. Ed ecco che allora i computer prodotti, di decima, undicesima e finalmente dodicesima generazione, superavano l’uomo solo nella velocità operativa. Di conseguenza risultò chiaro che nei sistemi di difesa l’elemento che ritardava la risposta più appropriata era proprio l’uomo.

Dunque può essere considerata naturale l’idea – sorta negli ambienti degli specialisti del Pentagono, particolarmente tra gli scienziati che erano legati con il cosiddetto complesso militare-industriale – di contrapporsi al descritto trend dell’evoluzione elettronica. Questo movimento venne chiamato comunemente «antintellettuale». Come hanno detto gli storici della scienza e della tecnica, provenne dal matematico inglese della metà del secolo A. Turing, il padre della teoria de «l’automa universale». Si trattava di una macchina in grado di eseguire in generale qualsiasi operazione che potesse essere formalizzata, ovvero che fosse dotata del carattere di procedura esattamente ripetibile.

La differenza tra l’indirizzo intellettuale e antintellettuale nell’intellettronica si limitava al fatto che la macchina di Turing, elementarmente semplice, deve le sue capacità a un programma operativo. Tuttavia nei lavori di due padri americani della cibernetica, N. Wiener e J. Neumann, comparve la concezione di un sistema che può programmarsi da solo.

Ovviamente stiamo presentando questa divergenza con una enorme semplificazione – a volo di uccello. E si intende che la capacità di autoprogrammarsi non sorge dal nulla. Premessa indispensabile era un’alta complessità della struttura del computer. Questa distinzione, a metà del secolo ancora impercettibile, acquistò una influenza sulla successiva evoluzione delle macchine matematiche, specialmente quando si rafforzarono, rendendosi autonomi, rami della cibernetica quali la psiconica e la teoria della decisione a più fasi. Negli anni Ottanta nacque nei circoli militari l’idea di rendere completamente automatiche tutte le attività più importanti, relative alla sfera sia del comando militare che a quella politico-economica. Questa idea, chiamata successivamente «idea di uno stratega unico», venne per la prima volta formulata dal generale Stewart Eagleton. Egli previde – al di là della ricerca computerizzata di bersagli ottimali per l’attacco, al di là della rete di comunicazione e calcolo che controlla l’allarme e la difesa, al di là dei sensori e dei missili – un potente centro che nel corso di tutte le fasi precedenti alla estrema necessità bellica sarebbe stato in grado, grazie a una analisi approfondita dei dati economici, militari e politici, compresi quelli sociali, di ottimizzare continuamente la situazione globale degli Stati Uniti e nello stesso tempo garantire una supremazia su scala planetaria e oltre, comprendendo anche i dintorni cosmici oltre la Luna.

I successivi alfieri di questa dottrina sostennero che si trattasse di un passo necessario nella direzione del progresso civilizzatore e che questo progresso costituisce una unità – di conseguenza non è possibile escludere da esso il settore militare. Dopo la frenata all’escalation della macroscopica forza nucleare e del raggio d’azione dei missili, viene la terza tappa della competizione, in qualche modo meno pericolosa, più raffinata, perché non doveva essere un antagonismo di forze macroscopiche, ma di pensiero operativo. E analogamente a quanto era successo con la forza, il pensiero aveva dovuto cedere il passo alla disumanizzata meccanizzazione.

Questa dottrina, come del resto le precedenti atomico-balistiche, fu l’obiettivo delle critiche provenienti soprattutto dai circoli liberali o pacifisti, e venne combattuta da molti celebri rappresentanti del mondo della scienza – tra loro anche specialisti della psicomatica o intellettronica –, ma finì per trionfare, come appare nelle deliberazioni di entrambi i corpi legislativi degli Stati Uniti. Del resto, già nell’anno 1986 fu fondato l’USIB («United States Intellectronical Board»), organo sottoposto al Presidente, dotato di un proprio budget, che il primo anno raggiunse la quota di diciannove miliardi di dollari. Ed era appena il suo modesto avvio.

L’USIB, con l’ausilio di un corpo di assistenza delegato semi-ufficialmente dal Pentagono, diretto dal Segretario della difesa Leonard Devenport, affidò a una serie di grandi aziende private, come l’International Business Machines, la Nortronics o la Cybermatics, la costruzione di un prototipo di apparecchio chiamato con il nome in codice HANN (abbreviazione di Hannibal). Ma per colpa della stampa o per diverse fughe di notizie si diffuse un nome diverso: ULVIC (Ultimative Victor). Fino alla fine del secolo ne furono realizzati diversi prototipi. Tra i più famosi si possono enumerare i sistemi AJAX, ULTOR GILGAMESH e la lunga serie dei GOLEM.

Grazie alla enorme e sfrenata moltiplicazione di mezzi e di lavori, le tradizionali tecniche informatiche vennero rivoluzionate. Un ruolo particolarmente importante lo ebbe, nella trasmissione delle informazioni tra macchinari, il passaggio dall’elettricità alla luce. Unito alla progressiva «nanizzazione» (cioè i passi ulteriori della microminiaturizzazione – e vale la pena aggiungere che ventimila elementi logici alla fine del secolo potevano essere contenuti nel seme di un papavero!) diede risultati stupefacenti. Il primo computer completamente ottico, GILGAMESH, lavorava a una velocità un milione di volte superiore rispetto all’arcaico ENIAC.

La differenza tra le vecchie e le nuove macchine in realtà era paragonabile a quella che passa tra un insetto e un uomo.

L’abbattimento della barriera dell’intelligenza – come viene definita – avvenne dopo l’anno Duemila grazie a un nuovo metodo di costruzione delle macchine, chiamato anche «l’evoluzione invisibile dell’Intelligenza». Da allora ogni successiva generazione di computer venne costruita in forma reale; l’idea di produrre variazioni tramite una enorme accelerazione del processo anche di mille volte, seppur nota, non si riusciva a mettere in pratica poiché i computer esistenti, che dovevano fungere da matrice o da ambiente sintetico di questa evoluzione dell’intelligenza, non disponevano della potenza sufficiente. Solo la creazione della Rete Federale di Informazione permise la realizzazione di questa idea. Lo sviluppo di sessantacinque successive generazioni durò appena una decade; la Federazione, durante la notte, quando il livello di carica era minimo, diede alla luce un genere di Intelligenza artificiale dopo l’altro; era una generazione «accelerata nella computergenesi», poiché crebbe facendosi il nido nei simboli, dunque nelle strutture immateriali, nel substrato informazionale, ovvero l’ambiente nutritivo della Rete.

Ma dopo questo successo sorsero nuove difficoltà: AJAX e HANN, i prototipi della settantottesima e settantanovesima generazione, ritenute degne di essere rivestite di metallo, cominciarono a manifestare segni di indecisione, fenomeno noto come «nevrosi delle macchine». La differenza tra le vecchie e le nuove macchine in realtà era paragonabile a quella che passa tra un insetto e un uomo. L’insetto viene al mondo programmato dall’inizio alla fine dall’istinto al quale si sottomette in modo irriflessivo. L’uomo invece deve imparare i comportamenti più adatti, tuttavia questo apprendimento possiede un effetto emancipatore: con la determinazione e l’ingegno l’uomo può cambiare i precedenti programmi d’azione.

Dunque i computer, fino alla ventesima generazione compresa, erano caratterizzati da un comportamento da insetti: erano incapaci di mettere in discussione né tantomeno trasformare i propri programmi. Il programmatore impregnava la propria macchina con la conoscenza come l’Evoluzione impregna l’insetto con l’istinto. Ancora nel XX secolo si parlava molto della «autoprogrammazione», anche se allora erano solo sogni irrealizzabili. La condizione per il raggiungimento della «Vittoria definitiva» era proprio la creazione di una intelligenza che si autoperfeziona; AJAX era ancora una forma intermedia; solo GILGAMESH raggiunse il livello intellettuale adeguato – «entrò nell’orbita della psicoevoluzione».

L’educazione del computer di ottantesima generazione assomigliava di fatto più all’educazione di un bambino che al classico programma di una macchina digitale. Infatti, al di là della enorme massa delle notizie generali e specialistiche, bisognava «iniettare» al computer alcuni rigidi valori che sarebbero diventati la bussola del suo comportamento. Erano astrazioni di più alto livello, come la «ragione di stato» (l’interesse nazionale), come i principi ideologici contenuti nella costituzione degli Stati Uniti, come il codice di comportamento, come la sottomissione assoluta alle decisioni del Presidente ecc. ecc. Per salvaguardare il sistema da «distorsioni etiche» e dal «tradimento degli interessi del paese» non è stata insegnata l’etica alla macchina così come si insegna il suo principio all’uomo. Non è stato caricato un codice etico della sua memoria, ma tutti i comandi di obbedienza e di sottomissione sono stati inseriti nella struttura della macchina così come fa l’Evoluzione naturale nel corso della vita sessuale. Come è noto, l’uomo può cambiare le sue opinioni – ma non può distruggere gli impulsi elementari (ad esempio gli impulsi sessuali) con un semplice atto di volontà. Le macchine vennero dotate di libertà intellettuale ma vincolata ai fondamenti dei valori precedentemente impostati ai quali dovevano obbedire.

Al XXI Congresso Panamericano di Psiconica il professor Eldon Patch presentò un lavoro nel quale affermò che il computer, anche se impregnato nel modo già descritto, può oltrepassare la cosiddetta soglia assiologica e si dimostra a quel punto in grado di mettere in discussione qualsiasi principio che gli sia stato instillato – in altre parole per un tale computer non ci sono più valori intoccabili. Se non è in grado di opporsi a un imperativo in modo diretto, può farlo aggirandolo. Quando venne divulgato, il lavoro di Patch suscitò un fermento negli ambienti universitari e una nuova ondata di attacchi alla ULVIC e al suo patrono, l’USIB, ma questi movimenti non influirono in alcun modo sulla politica dell’USIB.

Lo dirigevano persone ostili agli ambienti della psiconica americana, ritenuta essere permeabile alle influenze liberali di sinistra. Dunque le tesi di Patch vennero disprezzate nelle dichiarazioni ufficiali dell’USIB e persino del portavoce della Casa Bianca e non mancarono campagne diffamatorie nei confronti dello stesso Patch. Le affermazioni di Patch vennero equiparate alle paure irrazionali e a quei pregiudizi che circolavano nella società in quel periodo. La brochure di Patch non ottenne la stessa popolarità del libro best-seller del sociologo E. Lickey («Cybernetics – Death Chamber of civilization»); questo autore sosteneva che «lo stratega perentorio» avrebbe sottomesso l’intera umanità da solo o attraverso un segreto accordo con un analogo computer russo. Il risultato sarebbe stato un «duunvirato elettronico».

Simili timori, espressi da ampi settori della stampa, vennero dissipati dalla messa in funzione dei successivi prototipi che passarono il test di efficienza. Per testare la dinamica etologica, su ordine del governo venne appositamente costruito il computer ETHOR BIS, dalla morale inappuntabile, prodotto nel duemiladiciannove presso l’Istituto di Dinamica Psiconica nell’Illinois; dopo la messa in funzione, dimostrò una piena stabilizzazione assiologica e l’insensibilità ai «test del deragliamento sovversivo». Quindi non suscitò più proteste massive o manifestazioni la nomina nell’anno seguente alla carica di Alto commissario del trust dei cervelli presso la Casa Bianca del primo computer della lunga serie dei GOLEM (GENERAL OPERATOR, LONGRANGE, ETHICALLY STABILIZED, MULTIMODELLING).

Era appena il GOLEM I. Indipendentemente da quella grande innovazione, l’USIB, in collaborazione col gruppo operativo di psiconici del Pentagono, continuò a erogare fondi significativi per la ricerca finalizzata alla costruzione del sommo stratega, con una capacità informazionale millenovecento volte superiore a quella di un uomo e capace di sviluppare la sua intelligenza (IQ) a un valore compreso tra quattrocentocinquanta e cinquecento centili. Malgrado l’opposizione della maggioranza democratica in seno al Congresso, il progetto ottenne le cospicue dotazioni necessarie. Le manovre dei politici dietro le quinte diedero finalmente luce verde a tutti gli ordini richiesti dall’USIB. Nel corso di tre anni il progetto costò centodiciannove miliardi di dollari. Nello stesso tempo anche l’Esercito e la Marina, preparandosi alla completa riorganizzazione dei servizi centrali, necessaria di fronte all’imminente cambiamento nei metodi e nello stile del comando, spesero in quello stesso periodo quarantasei miliardi di dollari. La parte del leone in quella quota la faceva la spesa per la costruzione dell’area sotto il massiccio cristallino delle Montagne Rocciose per ospitare il futuro stratega meccanico, per cui alcune sezioni di roccia vennero ricoperte da una corazza di quattro metri seguendo il naturale rilievo roccioso.

Nel frattempo, nel 2020, GOLEM VI, in qualità di comandante supremo, conduceva le manovre globali del Patto Atlantico. In quanto a numero di elementi logici, era già allora in grado di superare l’intelligenza media di un generale.

Anche se GOLEM VI sconfisse la parte che simulava il suo nemico, guidata da un quartier generale composto dai migliori allievi dell’Accademia di West Point, i risultati dei giochi militari del 2020 non soddisfecero il Pentagono. Si ricordavano ancora bene l’amara esperienza della supremazia dei Rossi nella cosmonautica e nella balistica missilistica e non avevano alcuna intenzione di dargli il tempo di costruire uno stratega più efficace di quello americano. Il piano che avrebbe dovuto assicurare agli Stati Uniti una stabile supremazia del pensiero strategico prevedeva la costante sostituzione degli strateghi costruiti con modelli sempre più perfetti.

Così cominciò il terzo confronto dell’Occidente con l’Oriente dopo i due storici: quello nucleare e quello dei missili. Questa competizione o rivalità nella sintesi dell’intelligenza, poiché era organizzata con decisioni operative dell’USIB, del Pentagono e degli esperti della ULVIC della Marina (esisteva effettivamente il gruppo NAVY’S ULVIC – perché questa volta era entrato in gioco il vecchio antagonismo tra la Marina e le armi di terra), richiedeva un continuo aumento degli investimenti che, tra la costante opposizione del Congresso e del Senato, negli anni successivi furono pari a ulteriori decine di miliardi di dollari. Vennero costruiti in questi anni altri sei luminari del pensiero elettronico. Il fatto che non giungesse alcuna notizia circa lo sviluppo di opere analoghe dall’altra parte dell’oceano non faceva che rafforzare presso la CIA e il Pentagono la convinzione che i Russi stessero facendo ogni sforzo per costruire computer sempre più potenti sotto la cortina della più assoluta segretezza.

Gli scienziati dell’URSS dichiararono più volte in convegni internazionali e conferenze che nel loro paese tali apparecchiature non venivano costruite; tali dichiarazioni venivano considerate al pari di una cortina fumogena che avrebbe dovuto trarre in inganno l’opinione pubblica mondiale e suscitare un fermento tra i cittadini statunitensi, che ogni anno finanziavano ULVIC con miliardi e miliardi di dollari.

Nel 2023 vi furono alcuni incidenti che, per via della segretezza dei lavori, propria del progetto, non furono resi immediatamente pubblici. Il GOLEM XII, che all’epoca della crisi in Patagonia svolgeva il ruolo di Capo dello Stato Maggiore, si rifiutò di collaborare con il generale T. Oliver, dopo aver svolto un test di routine sul quoziente di intelligenza di questo benemerito graduato. Ciò richiese una indagine, durante la quale GOLEM XII offese profondamente tre membri della commissione speciale delegata dal Senato. L’affare venne messo a tacere con successo e GOLEM XII, non senza alcune successive resistenze, la pagò col suo totale smantellamento. Il suo posto fu occupato dal GOLEM XIV (il tredicesimo venne scartato nel cantiere, poiché ancora prima di essere messo in funzione mostrò un irreparabile difetto di natura schizofrenica). La messa in opera di questo Moloch la cui massa psichica eguagliava quella di una corazzata durò non meno di due anni. Fin dai primissimi approcci con la normale procedura di formulazione di nuovi piani annuali di attacco nucleare, questo nuovo prototipo – l’ultimo della serie – mostrò segni di un incomprensibile negativismo. Dopo l’ennesima sessione di prova nelle riunioni dello Stato maggiore illustrò davanti a un gruppo di esperti psiconici e militari un sintetico exposé nel quale dichiarò il proprio completo «désintéressement» nei confronti della dottrina della supremazia militare del Pentagono in particolare e più in generale per la posizione mondiale degli Stati Uniti, e nemmeno sotto la minaccia di venire smantellato cambiò la sua posizione.

L’USIB pose le sue ultime speranze nella costruzione di un modello del tutto nuovo, realizzato in collaborazione con Norttronics, l’IBM e la Cybertronics; questo avrebbe dovuto battere con il suo potenziale psichico tutte le macchine della serie GOLEM. Conosciuto sotto lo pseudonimo di ANNA LA CANDIDA (HONEST ANNIE, l’ultima parola era l’abbreviazione della parola ANNIHILATOR), quel gigante già dai primi test fu una delusione.

Nel corso di nove mesi gli furono impartite le nozioni etico-informative e successivamente si isolò dal mondo esterno e smise di rispondere a qualsiasi tipo di stimolo o domanda. Fu subito disposta l’apertura di una indagine da parte dell’FBI, i costruttori vennero sospettati di sabotaggio, ma proprio in quel momento il segreto, così attentamente custodito, a causa di una imprevista fuga di notizie giunse alla stampa ed esplose così lo scandalo, da quel momento noto in tutto il mondo come «lo scandalo del GOLEM e degli altri». La carriera di molti promettenti politici venne troncata e le tre successive amministrazioni vennero messe alle corde, con grande gioia delle opposizioni negli Stati Uniti e soddisfazione degli amici degli USA in tutto il mondo.

Uno sconosciuto del Pentagono diede ai reparti speciali l’ordine di smontare il GOLEM XIV e ANNA LA CANDIDA, ma la vigilanza armata del complesso del quartier generale non ne permise la demolizione. Entrambe le camere istituirono commissioni per indagare sull’intera attività dell’USIB. Com’è noto, le indagini, che sono durate due anni, furono date in pasto alla stampa di tutti i continenti. Nulla godette di maggior popolarità in televisione e al cinema del «computer ribelle», mentre la stampa aveva ribattezzato il GOLEM «Government’s Lamentable Expense of Money»; in merito agli epiteti rivolti ad ANNA LA CANDIDA, non possono nemmeno essere riportati in questa sede.

Il Procuratore Generale aveva intenzione di mettere sotto accusa sei membri del Consiglio Generale dell’USIB così come i costruttori-psiconici del progetto ULVIC, ma nel corso dell’istruttoria emerse che non esistevano evidenze di attività ostile antiamericana, e i fatti occorsi erano piuttosto un risultato inevitabile dell’evoluzione dell’Intelligenza artificiale. Ma, come si espresse un testimone, il prof. A. Hyssen, la massima intelligenza non può essere la più insignificante schiava. Nel corso dell’indagine emerse che nei cantieri c’era anche un altro prototipo – questa volta dell’Esercito – costruito dalla Cybermatics: SUPERMASTER, il cui montaggio era stato portato a termine sotto strettissima sorveglianza e che, successivamente, venne sottoposto a un interrogatorio in una sessione speciale di entrambe (del Senato e del Congresso) le commissioni di inchiesta sull’affare ULVIC. Vi furono in quella occasione scene scioccanti, poiché il generale S. Walker provò ad aggredire SUPERMASTER quando questo dichiarò che la problematica geopolitica è niente in confronto a quella ontologica e che la migliore garanzia della pace è un disarmo universale.

Secondo il professore J. MacCaleb, gli specialisti della ULVIC avevano fatto il loro lavoro troppo bene: l’intelligenza artificiale aveva superato il livello di sviluppo corrispondente alle questioni militari e quelle apparecchiature, da strateghi militari si erano trasformate in pensatori. In poche parole, al costo di sei miliardi di dollari gli Stati Uniti avevano costruito un gruppo di filosofi elettronici.

I fatti descritti in forma concisa (abbiamo omesso sia gli aspetti amministrativi dell’ULVIC sia i movimenti sociali suscitati dal suo «successo fatale») costituiscono la preistoria del presente libro. L’enorme letteratura su questo argomento non può nemmeno essere elencata. Rimando il lettore interessato alla bibliografia del dottor Whitman Baghoorn.

La serie di prototipi, tra cui il SUPERMASTER, venne smantellata o soffrì seri danni, tra l’altro sullo sfondo di conflitti finanziari tra le società esecutrici e il Governo Federale. Vi furono anche attentati dinamitardi contro alcune unità; fu allora che una parte della stampa, specialmente quella del sud, lanciò lo slogan «Ogni computer è rosso». Ma ometterò anche questi fatti. Grazie all’intervento di membri più illuminati del Congresso si riuscì a salvare dalla distruzione il GOLEM XIV e ANNA LA CANDIDA. Di fronte al fallimento delle proprie idee, il Pentagono finalmente accettò la consegna di entrambi i mostri al Massachusetts Institute of Technology (ma senza avere in precedenza messo a punto la base finanziaria e giuridica di questo trasferimento sotto forma di compromesso: formalmente, GOLEM XIV e ANNA LA CANDIDA erano semplicemente dati in prestito al MIT, ma a tempo indeterminato). Gli studiosi del MIT crearono un gruppo di ricerca del quale fece parte anche il sottoscritto, condussero con il GOLEM XIV una serie di sessioni e ascoltarono le sue conferenze su temi prescelti. Una piccola parte delle registrazioni magnetiche di quelle sessioni costituisce la base di questo libro.

La maggioranza delle affermazioni del GOLEM non sono adatte a una pubblicazione non specialistica, da una parte per il loro carattere incomprensibile per la totalità degli esseri viventi, e dall’altra perché la sua comprensione presuppone un alto livello di conoscenze specifiche. Per facilitare la comprensione del protocollo – unico nel suo genere – delle conversazioni degli umani con un essere intelligente, ma non umano, è necessario chiarire alcune questioni basilari.

Al ventiduenne dottore Vroedlow, il quale si stava addottorando, dopo un breve scambio di battute predisse: «diventerai un computer», cosa che più o meno dovrebbe significare: «un giorno sarai qualcuno»

Primo: occorre sottolineare che GOLEM XIV non è un cervello umano ingrandito fino alle dimensioni di un edificio o un uomo costruito con elementi elettronici. Gli sono estranee quasi tutte le motivazioni del pensiero e dell’azione umani. Ad esempio, non è interessato alle scienze applicate o alle problematiche del potere (grazie a ciò, possiamo aggiungere, l’umanità non è minacciata da machine simili al GOLEM).

Secondo: il GOLEM, conseguentemente a quanto detto, non possiede personalità né carattere. Anche se può procurarsene una a suo piacimento attraverso il contatto con gli uomini. Entrambi le precedenti affermazioni non si contraddicono tra loro, ma creano un circolo vizioso: non siamo in grado di risolvere il dilemma se colui che crea diverse personalità ne possiede una. Come dire: può essere qualcuno (ovvero una singola entità) colui che riesce a essere chiunque (cioè uno qualsiasi)? (secondo lo stesso GOLEM quello che si produce non è un circolo vizioso, bensì «la relativizzazione della nozione di personalità»; è il problema legato al cosiddetto algoritmo dell’autodescrizione, il quale getta gli psicologi in una profonda confusione).

Terzo: il comportamento del GOLEM è imprevedibile. A volte sembra che conversi amabilmente con le persone, a volte ogni tentativo di stabilire un contatto risulta vano. Ci sono momenti in cui il GOLEM scherza, ma il suo humour è fondamentalmente diverso da quello umano. Molto dipende dagli stessi interlocutori, eccezionalmente e in rare occasioni il GOLEM dimostra interesse nei confronti delle persone dotate di un determinato talento. Non è attratto dai talenti matematici, quanto piuttosto da una forma di talento «interdisciplinare». È successo parecchie volte che a un giovane scienziato allora del tutto sconosciuto abbia predetto – con sorprendente esattezza – il successo nel campo da lui indicato. (Al ventiduenne dottore Vroedlow, il quale si stava addottorando, dopo un breve scambio di battute predisse: «diventerai un computer», cosa che più o meno dovrebbe significare: «un giorno sarai qualcuno»).

Quarto: prendere parte alle conversazioni con il GOLEM richiede pazienza e soprattutto un grande autocontrollo poiché a volte, dal nostro punto di vista, risulta arrogante e apodittico; in realtà è solo uno schietto spietato dal momento che – nella logica, e non solo in senso sociale – non tiene in nessun conto l’amor proprio dell’interlocutore. E per questo è inutile contare sulla sua indulgenza. Nei primi mesi di soggiorno al MIT mostrò una inclinazione alla «decostruzione pubblica» di diverse autorità di fama; lo faceva con il metodo socratico, attraverso domande induttive – una pratica che più tardi avrebbe abbandonato per ragioni ignote.

Presentiamo qui i frammenti degli stenogrammi delle conversazioni. La loro pubblicazione completa occuperebbe circa seimilasettecento pagine in formato A4. Ai primi incontri con il GOLEM presero parte solo un ristretto gruppo di dipendenti del MIT. Ai successivi venne introdotto l’uso di invitare ospiti esterni, ad esempio dall’Institute for Advanced Study e dalle università americane. In seguito presero parte ai seminari anche ospiti dall’Europa. Il moderatore della sessione programmata sottopone al GOLEM l’elenco degli ospiti; il GOLEM non li accetta tutti allo stesso modo, permettendo ad alcuni ospiti di essere presenti a condizione che mantengano uno stretto silenzio. Abbiamo tentato di scoprire i criteri seguiti: inizialmente sembrava discriminare gli umanisti, ma adesso semplicemente non li conosciamo, dal momento che si è rifiutato persino di nominarli.

Dopo alcuni sgradevoli incidenti occorsi in varie sessioni, venne modificato l’ordine del giorno in modo tale che adesso ogni nuovo partecipante presentato al GOLEM prende la parola durante la prima sessione solo se il GOLEM si rivolge a lui direttamente. Le sciocche voci che circolano relative a una specie di «etichetta di corte», ossia a un nostro «atteggiamento sottomesso» nei confronti della macchina, sono prive di fondamento. Si tratta unicamente di permettere a chi è appena arrivato di familiarizzare con il procedimento adottato e, allo stesso tempo, di evitare che si esponga a una esperienza sgradevole causata dal suo disorientamento rispetto alle intenzioni del suo compagno «elettronico». Questa partecipazione preliminare viene definita «ambientamento».

Ognuno di noi nel corso delle successive sessioni aveva accumulato un certo capitale di esperienze. Il dott. Richard Popp, uno dei primi membri del gruppo, definisce il senso dell’umore del GOLEM matematico e, relativamente al suo comportamento, di nuovo un’altra chiave è offerta dall’osservazione di Popp che il GOLEM è indipendente dai suoi interlocutori nella misura in cui nessun uomo è indipendente dagli altri uomini: per questo si impegna in una discussione solo in misura microscopica. Il dott. Popp ritiene che il GOLEM non abbia interesse nelle persone dal momento che sa che non può imparare nulla di essenziale da esse. Citando questo giudizio di Popp, devo subito precisare che non sono d’accordo. A mio parere, noi interessiamo al GOLEM e interessiamo anche tanto; in maniera differente da quanto accade tra gli uomini.

L’interesse è rivolto ai generi piuttosto che ai singoli esponenti: le cose che ci rendono simili lo interessano di più rispetto a ciò che in un certo momento ci differenzia. Sicuramente per questo motivo non ha alcun interesse nei confronti della letteratura. Egli stesso una volta ha detto a proposito che la letteratura sarebbe uno «sminuzzamento della antinomia» – ovvero, aggiungo a parole mie – il dilemma di un uomo intrappolato tra direttive che non sono eseguibili nello stesso momento. Rispetto a queste antinomie, il GOLEM può essere interessato alle strutture, ma non al pittoresco tormento che tanto affascina i grandi scrittori. A dire il vero, qui dobbiamo segnalare che tale affermazione non è certa, e come tale è rimasta parte delle osservazioni del GOLEM in relazione alla (menzionata dal dott. MacNeish) opera di Dostoevskij, in merito alla quale il GOLEM affermò allora che si sarebbe potuta ridurre a due anelli di algebra di strutture in conflitto.

Il reciproco contatto degli uomini è sempre accompagnato da una determinata aurea emotiva, e non è tanto la sua totale mancanza, quanto la sua frustrazione a turbare tante persone che sono entrate in contatto con il GOLEM. Le persone che sono da anni in contatto con lui sono in grado di definire alcune impressioni personali che accompagnano i colloqui. Come, ad esempio, la sensazione dei cambi di distanza: il GOLEM sembra a volte avvicinarsi al suo interlocutore, a volte allontanarsene – in senso psichico, non fisico: il risultato è paragonabile ai contatti di un adulto con un bambino che lo tormenta. Anche il più paziente a volte risponde in modo meccanico. Il GOLEM ci è ampiamente superiore non solo nel livello intellettuale, ma anche nella velocità mentale (come macchina elettronica è in grado di articolare i pensieri fino a quattromila volte più velocemente di uomo).

E dunque il GOLEM ci è superiore anche quando replica meccanicamente e con un impegno minimo. Per esprimersi con una metafora, è come se davanti a noi invece dell’Himalaya ci fossero «solo» le Alpi. Ma avvertiamo questo cambiamento in modo puramente intuitivo e lo interpretiamo precisamente come un «cambiamento della distanza». (Questa ipotesi proviene dal prof. Riley J. Watson).

Per un certo tempo abbiamo continuato a tentare di spiegare il rapporto tra il GOLEM e gli uomini ricorrendo alla categoria delle relazioni tra bambino e adulto. Può accadere che proviamo a spiegare al bambino un problema che ci preoccupa, ma non ci abbandona la sensazione di un «pessimo contatto». Un uomo condannato a vivere solo con i bambini finirà per provare una profonda solitudine. Simili analogie, formulate soprattutto da psicologi, alludono alla situazione del GOLEM tra di noi. Anche se questa analogia, come qualsiasi altra, ha i suoi limiti. Un bambino è solito essere incomprensibile per un adulto, il GOLEM invece ignora un simile problema. Quando vuole, è in grado di penetrare nel suo interlocutore in modo incredibile. La sperimentata sensazione di trovarsi a essere «radiografato» all’istante nel pensiero in sua presenza è realmente paralizzante. Effettivamente, il GOLEM può mettere a punto un «sistema di tracciamento» – un modello della mentalità del suo partner umano – e grazie ad esso è in grado di anticipare quello che la persona pensa e quello che la persona dirà un buon istante dopo. A dire il vero, raramente si comporta così (non so, forse solo perché sa come sia frustrante per noi questo sondaggio pseudo-telepatico). Ma c’è un altro genere di discrezione del GOLEM che ci offende ancora di più: da tempo comunicando con gli uomini si comporta, diversamente da come faceva all’inizio, con una caratteristica prudenza – come un elefante ammaestrato deve stare attento a non fare danno all’uomo, allo stesso modo lui deve prestare attenzione a non superare le possibilità della nostra capacità di comprensione. Le interruzioni del contatto causate da improvvisi picchi di difficoltà delle sue affermazioni, che abbiamo chiamato: «latitanze» o «fughe, erano all’ordine del giorno prima che si adattasse completamente a noi. Questo è il passato, anche se un certo grado di indifferenza è cominciato ad apparire nei contatti tra il GOLEM e noi, generato dalla consapevolezza che non sarebbe stato in grado di trasmetterci molte cose che sono per lui le più preziose. Quindi il GOLEM, come intelletto, rimane inafferrabile e non solo in quanto costruzione psiconica. Per questo motivo i contatti con il GOLEM sono allo stesso tempo eccitanti e massacranti e per questo esiste una categoria di uomini intelligenti che durante le sessioni con il GOLEM perdono il senno (sotto questo punto di vista abbiamo già raccolto molte esperienze).

Siamo così lontani dalla comprensione del GOLEM quanto lo eravamo nell’attimo in cui venne creato. Non è vero che lo abbiamo inventato noi. Lo hanno fatto le effettive leggi del mondo materiale.

L’unico essere che sembra eccitare il GOLEM è ANNA LA CANDIDA. Da quando furono sviluppate le possibilità tecniche, ha provato ripetutamente a mettersi in comunicazione con ANNA, a quanto pare non senza qualche risultato, ma non si giunse mai a uno scambio, tra queste due macchine straordinariamente differenti nella costruzione, di informazioni attraverso il canale linguistico (ovvero appartenente a una lingua naturale etnica). Da quanto si può giudicare sulla base delle laconiche osservazioni del GOLEM, rimase deluso dai risultati di queste prove ed ANNA rimase per lui un problema non risolto fino in fondo.

Alcuni tra i collaboratori del MIT, come del resto il professor Norman Escobar, dell’Institute for Advanced Study, ritengono che l’uomo, il GOLEM e ANNA rappresentino tre gradi crescenti di livello intellettuale; ciò è legato alla teoria (elaborata principalmente dal GOLEM) della esistenza di lingue alte (sovrumane), chiamate metalingue. Devo riconoscere che non ho un’opinione ben definita in merito.

Desidero chiudere questa introduzione intenzionalmente obiettiva, in via del tutto eccezionale, con una confessione di natura personale. Privo dei mezzi affettivi tipici dell’uomo, il GOLEM non è in grado di manifestare sentimenti spontaneamente. Lui può, per certo, imitare determinati stati emotivi, ma non per via di doti attoriali bensì, come lui stesso afferma, poiché la simulazione dei sentimenti facilita la formazione di enunciati che arrivano con una certa precisione al destinatario; per questo motivo si serve di questo meccanismo, ponendolo in un certo senso su un «livello antropocentrico», per realizzare e migliorare comunicazione con noi. Del resto non nasconde affatto questo stato di cose. Se il suo atteggiamento nei nostri confronti ricorda un po’ quello del maestro con il bambino, questo è il caso in cui non è prevista la figura dell’affettuoso tutore o educatore né tantomeno la traccia di sentimenti del tutto individualizzati o personali propri dell’ambito nel quale la benevolenza può trasformarsi in amicizia o amore.

Lui e noi in realtà abbiamo solo una cosa in comune, anche se sviluppata su livelli differenziati: è la curiosità, puramente intellettuale, chiara, fredda, avida, che niente può domare e tantomeno distruggere. Costituisce l’unico punto nel quale ci incontriamo con lui. Per ragioni così ovvie che non richiedono spiegazioni, il contatto con l’uomo, ristretto, ridotto a un solo punto, non può bastare. E tuttavia troppi sono gli istanti, che costituiscono i più luminosi della mia vita che devo al GOLEM, per non provare gratitudine e affezione personale – anche se so quanto sia l’una che l’altra cosa siano niente per lui. Una cosa interessante: il GOLEM evita di manifestare alcun segno di affezione – l’ho notato più di una volta. Sotto questo punto di vista sembra impotente.

Ma potrei anche sbagliarmi. Siamo così lontani dalla comprensione del GOLEM quanto lo eravamo nell’attimo in cui venne creato. Non è vero che lo abbiamo inventato noi. Lo hanno fatto le effettive leggi del mondo materiale; il nostro ruolo si è limitato al fatto che siamo stati in grado di imparare a imitarle.

Irving T. Creve, 2027

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Fuori da Gaza

Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

Innanzitutto un’istantanea: un ragazzo, seduto sul tetto della propria abitazione a fumare placidamente uno spinello, che guarda un insolito cielo notturno. Non sta cercando le risposte tra gli astri, né si sta godendo uno spettacolo pirotecnico. Osserva Gaza, la sua terra, colpita dai bombardamenti. Siamo in Palestina all’inizio del secolo, e siamo tra le pagine di “Fuori da Gaza“, il romanzo d’esordio della scrittrice Selma Dabbagh, tradotto da Barbara Benini, edito in Italia da il Sirente.

Dopo questa cartolina dall’inferno, si aggiunga al conto degli elementi fondamentali del romanzo: il conflitto. E’ questo il vero tema portante della storia. Il conflitto che ogni giorno sfocia nel sangue, quello che, a ogni latitudine, è sempre dannatamente attuale. Lo stesso che, in maniera meno cruenta, può consumarsi tra le mura domestiche. Protagonisti, in questo caso, i gemelli Rashid e Iman Mujahed, così uguali di fronte allo specchio eppure tanto diversi, al punto che le loro divergenze diventano l’espediente narrativo perfetto per raccontare i continui contrasti, tanto politici quanto bellici, di una società ormai avviata al declino. Un impero alla fine di una sanguinosa decadenza.

Il terzo elemento portante è: la fuga. Quel desiderio di scappare da un territorio ormai sgretolato  sotto gli occhi di chi non accenna a reagire; una fuga per andare alla ricerca di nuovi stimoli, o di una vita fatta di normalità, concedendosi magari uno di quegli “occidentalismi” che appaiono sempre come una chimera. Il desiderio, o il senso di ribellione, di sfuggire ad abitudini e tradizioni che, ormai, i protagonisti avvertono come un peso insostenibile che li porterà lontano dal loco natio.

Il quarto solido pilastro sul quale si fonda questa storia è: la veridicità. Quella che Selma Dabbagh utilizza per descrivere personaggi, scenari, situazioni che fanno parte solitamente della cronaca internazionale e che vengono qui riproposte all’interno di un romanzo capace, come pochi, di scuotere la coscienza del lettore, non prima di averlo conquistato con uno stile al passo dei tempi e con una storia che sa di vero, senza dover ricorrere a luoghi comuni o a immagini già viste in televisione

Paquito Catanzaro per Leggere Tutti, Marzo 2018

 

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Selma Dabbagh…parole mediorientali

Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

Fuori da Gaza, di Selma Daggagh (traduzione di Barbara Benini, Il Sirente), è un romanzo veloce, spigliato, che riesce a raccontare le energie distorte e le frustrazioni quotidiane del popolo palestinese attraverso un intreccio semplice e incisivo. Mentre l’esercito israeliano sta bombardano Gaza, Rashid, inebetito dalla canna che si è appena fumato – Gloria, la sua pianta di marijuana, è probabilmente il suo unico orgoglio – riflette sulla borsa di studio che ha vinto per trasferirsi a Londra. Sua sorella gemella Iman spende la sua vita, al contrario, in un centro culturale, cercando di allontanarne gli islamici che la corteggiano per attuare attentati devastanti. L’azione si sposta poi nella capitale del Regno Unito, dove i ragazzi si ritroveranno a fare una vita da sradicati, utilizzati come scimmie ammaestrate dagli attivisti radical chic, sbeffeggiati e umiliati dall’antiterrorismo terrorizzante per tornarsene a Gaza e riprendere l’ordinaria e folle quotidianità di una città imprigionata.

Fuori da Gaza è divertente e molto duro. Le coincidenze, sempre più pressanti a mano a mano che il romanzo si evolve, non infastidiscono la lettura e trovano un proprio significato nei capitoli finali, in un crescendo di tensione e di snodi narrativi utilizzati in modo inconsueto. Quello che emerge è il desiderio, il sogno di esserelontani da tutto: “Lui ne era fuori. Un balzo, un altro e poi un altro ancora e, visto che non vola, ora sta saltando sopra il mare, il Mare Bianco, Al Bahr Al Abyad, il Mediterraneo. Così blu e vivo, con pesci e delfini che guizzano, che si lanciano come lui, su, in alto nel cielo, fuori da tutto e lontano da lì”.

Lorenzo Mazzoni – Il Fatto Quotidiano

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Mangialibri (Lisa Puzella, gennaio 2018)

LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Mangialibri (Lisa Puzella, gennaio 2018)

Algeri raccontata da Kaouther Adimi

Le ballerine di Papicha : Kaouther AdimiYasmine è un’ombra inquieta che fuma affacciata sulla notte di Algeri, suo fratello Adel cerca invano un sonno ristoratore che guarisca le sue angosce, lenisca le ferite di un segreto che lo dilania, mentre sotto il suo balcone le voci impastate di alcool e fumo di Chakib, Nazim, Kamel, popolano i suoi incubi coi loro discorsi vaneggianti di fuga e patria, di riscatto e violenza. Sara veglia insonne i deliri di suo marito Hamza, il cui cervello stanco è ormai preda di una follia assoluta mentre i ricordi si alternano alle fantasie, generando illusioni di mondi in cui avrebbe potuto vivere, alimentare il suo talento di artista, saziare la sua fame di colori e di forme plastiche, se non fosse intrappolata nella casa materna in cui ha dovuto tornare da quando lo psicologo che ha sposato si è trasformato in uno psicotico che quasi non la riconosce più, che ricorda a stento di avere messo al mondo la dolcissima Mouna. Le ombre cedono il posto al giorno e le vite riprendono a scorrere dopo la pausa forzata della notte, gli occhi si liberano delle ragnatele di angoscia tessute dall’oscurità insonne e la vita ricomincia a scorrere frenetica, velata dalla paura che la notte non torni, di essere condannati a vivere per sempre sotto l’impietosa e crudele luce del giorno. Yasmine corre a prendere il suo autobus che spalancherà le porte sulla città universitaria brulicante di vite prese prestito dalle serie televisive, di vite allegoriche e storie di giovani all’affannosa ricerca di un’identità per sé e per il proprio Paese; i tormenti di Adel trovano fugace lenimento tra le ombre beffarde e indifferenti degli scarsi avventori del caffè Eden, le fantasie di Mouna, calzate nelle sue ballerine da papicha – giovane ragazza elegante ‒ galoppano veloci sul selciato disconnesso opponendo la forza dei sogni al tenace realismo di Tarek, suo riluttante protettore, le menti confuse e febbricitanti di tre ragazzi trovano riparo nella familiarità della violenza, le fantasie di Hajj Youssef incontrano il mondo mercenario delle giovani studentesse universitarie di provincia e su tutti si librano i pensieri lucidi e impotenti di una madre incapace di salvare i propri figli da se stessi…

Kaouther Adimi, autrice algerina che ha, sin dal suo esordio con Le ballerine di Papicha, attirato l’attenzione di uno dei maggiori editori francesi, in poche, stringate, essenziali pagine racchiude le vite che scorrono lungo le scale sporche di un palazzo di Algeri, un microcosmo allegorico fatto di persone che si raccontano e vengono raccontate da altri. Il suo è uno stile secco, asciutto, che racconta attraverso un gioco di specchi ma non restituisce nessuna verità, non fornisce spiegazioni né elargisce misericordia, si limita a riflettere passivamente il dibattersi delle vite, il conforto lenitivo offerto dagli stereotipi e dalla violenza quando la ricerca di senso si fa vuota e inane. I protagonisti sono sfuggenti, le loro ragioni elusive e non potrebbe essere altrimenti, dato che viene fissata sulla carta solo una frazione infinitesimale degli archi delle loro vite, poche ore di un giorno qualsiasi nella curva discendente della loro parabola individuale. Sono uomini e donne più o meno giovani, molto più bravi nell’osservare gli altri che sé stessi, avidi di vita ma incapaci di trovare la forza di vivere, di saziare gli appetiti senza nome che li agitano, di scandagliare le profondità della propria mente, ma, bravissimi a capire il prossimo e a raccontarne le miserie, a intuirne i bisogni, a sciorinarne impietosamente le debolezze.

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Le istuzioni d’uso di una Vita futura.

Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nàgi

Difficile definire cosa sia Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nàgi, edito da Editrice Il Sirente nella collana Altriarabi dedicata alle voci contemporanee in lingua araba. Il romanzo, pubblicato in traduzione con il Patrocinio della Sezione italiana di Amnesty International e arricchito dalle imprescindibili illustrazioni di Ayman Al Zorgani, ha causato all’autore, nel 2016, la condanna a due anni di carcere per oltraggio al pudore; sicché è sicuramente un romanzo scomodo, un testo che racconta una Cairo convulsa, in preda alla violenza e alla follia, attraverso una narrazione fortemente metaforica e parzialmente traslata in un futuro fin troppo anteriore.
Protagonista: una città completamente riprogettata, che arrivi alla messa al bando del disagio e del degrado, sacrificando chiaramente la parte umana e societaria che la dovrebbe abitare. A contrapporsi, un documentarista che, persino inconsapevolmente, si avvicina a un personaggio visionario e ribelle e ne abbraccerà la portata rivoluzionaria, in un crescendo di emozioni al limite tra spy story e fantascienza. L’esperimento letterario che ne deriva è interessante e intrigante: una sorta di denuncia della realtà contemporanea che, come precedenti illustri, viene tessuta attraverso la costruzione di un mondo artefatto e collocabile altrove, soprattutto nel tempo, ma che – del mondo di riferimento – ne trattiene le caratteristiche salienti e definenti, in un gioco di specchi e rimandi dall’incisività inarrestabilmente ironica e finanche grottesca.
Il linguaggio è estremamente crudo e cruento, con espliciti riferimenti a sesso e droga, che così tanto hanno turbato la società egiziana di nuovissima ricostituzione, in un processo di libertà, seguito alla primavera araba, che si è arrestato e finanche riconvertito in un tradimento, come altri romanzi contemporanei di scrittori arabofoni stanno mettendo sistematicamente in luce. È una sorta di crudo realismo, quello creato da Ahmed Nàgi, che serve a disinnescare alla radice le pratiche disillusorie e disingannevoli attraverso le quali, subdolamente, viene nuovamente sedata un’intera collettività sociale.
Il messaggio che Nàgi urla attraverso queste pagine è evidente ed eclatante: è un grido di sveglia, di ritorno al pensiero, di precisa consapevolezza: non tornare alle alletanti ma false e ammaliatrici promesse ma continuare a pretendere, con estrema lucidezza mentale e morale, la costruzione di una realtà che sia più sana, più concreta, più umana; che sia attente alle diversità, ai cambiamenti, che li assecondi e non li tema, che li faciliti e non li ostacoli. Perché, come in ogni altro angolo del mondo, come in ogni altro tempo che sia passato o futuro, i cittadini formano la società, ed è loro compito principale e prioritario quello di non arrendersi all’inevitabilità della sconfitta e all’ignavia della resa.

Giulio Gasperini – ChronicaLibri

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SoloLibri.net (Mario Bonanno, 11 febbraio 2018)

GOLEM XIV di Stanisław Lem

SoloLibri.net (Mario Bonanno, 11 febbraio 2018)

«GOLEM XIV» di Stanislaw Lem

Istruzioni per l’uso dei romanzi di Stanislaw Lem: possono risultare un’esperienza straniante. In special modo i neofiti credono di trovarsi alle prese con un libro di fantascienza secondo canone e invece devono vedersela con qualcosa di ibrido, infido, e ben più profondo. Un crossover letterario dove la scienza incrocia la metafisica che incrocia l’ontologia che incrocia la psicologia. L’esempio di “Solaris” è quello classico: un romanzo che sta alla sci-fi di taglio americano (dove spesso è l’implausibile a farla da padrone) come l’Odissea nello spazio kubrickiana alle Guerre Stellari di Lucas, tanto per dire. Leggere la narrativa del polacco Stanislaw Lem significa, in altre parole, prendere coscienza delle potenzialità alte del genere sci-fi; possibile chiave d’accesso per divagazioni prossime alla categoria del pensare, prima ancora che a quella del raccontare.

Prendete questo “GOLEM XIV” (Il Sirente, 2018), è la storia di un elaboratore iper-intelligente che, stufo dei fini bellici per cui è stato progettato, trova più stimolante discettare, fra l’altro, intorno a questioni prime riguardanti la limitatezza della comprensione umana, o l’origine della sua stessa natura. Il romanzo riprende due delle conferenze registrate dal super-computer sui temi di cui sopra, a beneficio esclusivo di una platea di scienziati che ha deciso di dargli retta, pur se con tutte le titubanze del caso. Su passo e taglio narrativo del romanzo, bene specifica Lorenzo Pompeo, traduttore e curatore di questa edizione:

Superato dunque lo scoglio di una prosa a tratti impegnativa, “GOLEM XIV” (a proposito: fatto caso all’onomastica evocante da un lato la mitologia ebraica e dall’altro la numerazione che accompagna di solito i nomi di re o papi?) risulta un romanzo impavido, ipnotico, sui generis. Un’ode all’oltre-uomo artificiale, che trascende la fantascienza per approdare nei territori della filosofia pura.

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Lankenauta (Luca Menichetti, 4 febbraio 2018)

Lankenauta (Luca Menichetti, 4 febbraio 2018)

Fuori da Gaza

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Dimentichiamoci di leggere il romanzo di Selma Dabbagh con l’occhio dello storico o dell’appassionato di geopolitica, in cerca di lumi su Hamas, sulle cause delle operazioni Piombo fuso, Colonna di nuvole, Margine di protezione. È vero che l’autrice per anni è stata un avvocato nota per il suo impegno professionale in favore della causa palestinese, ma “Fuori da Gaza” è innanzitutto letteratura e le vicende, mai stereotipate, della famiglia Mujahed rappresentano la quotidianità della vita, nonché la coscienza e le contraddittorietà di persone imprigionate, non soltanto fisicamente, dentro un “territorio a status conteso”. Uno spiraglio di fuga in realtà si prospetta fin dalla prima pagina del romanzo: Rashid, perennemente stranito dalle canne, proprio mentre Gaza è sotto bombardamento israeliano, riceve la notizia di aver vinto una borsa di studio e così di poter espatriare a Londra. Occasione per ricongiungersi con la fidanzata inglese ma soprattutto per andarsene “maledettamente fuori da lì”: “in mano a Rashid, quelle e-mail erano come certificati di scarcerazione” (pp.19). Nelle stesse ore la sorella gemella Imam, attivista ingenua e impegnata fino al masochismo, subito dopo la morte cruenta di una giovanissima allieva, viene contattata da alcuni ambigui personaggi legati all’estremismo islamico: la proposta prima sussurrata, ma poi sempre più evidente, è quella di vendicare le vittime dei bombardamenti facendosi esplodere in un attentato suicida. Intento poi sventato sul nascere da Ziyyàd, un noto combattente della “Guardia patriottica”: “Non hai visto che il nemico, e non ti dimenticare di chi è il nostro nemico, giustifica l’attacco della scorsa notte con l’attentato di quella Hajjar? Vuoi essere come lei? Lo sputo che permette loro di scatenarci loro quest’inferno?” (pp.105). Ziyyàd avrà molto a che fare con una Iman tornata in parte alla ragione ma pur sempre ben decisa a non abbandonare il suo impegno contro il nemico israeliano. Un nemico che in realtà vediamo solo di lontano e – il romanzo lo fa capire chiaramente – che viene foraggiato grazie a collaborazionisti e ad una società palestinese profondamente divisa: in “Fuori da Gaza” laicità, ateismo, estremismo islamico, consumismo di tipo occidentale, rispetto per le tradizioni, la scelta di lotta politica o di lotta terroristica, convivono a stretto contatto e creano problemi che vanno ad incidere prima di tutto all’interno della famiglia Mujahed. Da questo punto di vista l’umiliante espatrio di Iman verso un paese del Golfo, nuova residenza del padre Jibrìl, già dirigente dell’Olp ed ora profondamente ostile agli islamici, rappresenta soltanto una breve parentesi, dove lo stile di vita consumistico non riesce affatto a limitare il disagio dello sradicamento e dell’incomprensione. Molto simile la situazione in cui si viene a trovare il fratello Rashid in quel di Londra, presto raggiunto dalla sorella e dall’amico Khalìl. L’ambiente londinese è popolato da radical-chic – compresa Lisa, fidanzata innamorata della vittima palestinese e molto poco dell’uomo Rashid –  che mostrano un massimalismo poco compatibile col disincanto del giovane, nonché da personaggi cordiali, apparentemente solidali ma che hanno capito davvero poco della cultura palestinese: “Dimmi, allora… – gli chiese, le dita incrociate sul tavolo, i pollici che si picchiettavano l’un l’altro con approvazione, – in Palestina praticate la mutilazione dei genitali femminili?” (pp.164).

Il disagio dei fratelli è diventato ancora più acuto sia per la presenza a Gaza del fratello maggiore Sabri, mutilato dallo scoppio di un’autobomba che ha sterminato la sua famiglia, sia per la scoperta dell’antica militanza politica, e non solo, della madre, causa prima del divorzio dei loro genitori. Il ritorno anticipato a Gaza di Rashid, dopo un poco onorevole arresto per possesso di sostanze stupefacenti, una volta fallito il tentativo di costruirsi altrove una vita normale o almeno non del tutto frustrante, amplifica ancor di più i conflitti e le incomprensioni presenti tra i Mujahed. Fino all’epilogo drammatico e letale, ma che in qualche modo risolve, come a tagliare un nodo gordiano, le frustrazioni di Rashid e il suo non trovare pace: “non si rendeva conto che il fatto di non poter stare né dentro né fuori, lo stava strangolando, mandandolo fuori testa?” (pp.304).

La Palestina e i palestinesi di Selma Dabbagh sono quindi tutt’altro che convenzionali, ben rappresentati dal lato psicologico e con tutte le loro contraddizioni, anche grazie ad una scrittura che procede, di pagina in pagina, con un susseguirsi di tanti brevi flussi di coscienza: felice espediente per raccontare le relazioni di potere che governano il caos di una guerra non dichiarata, e nel contempo la realtà tutt’altro che scontata di un’ordinaria e fragile famiglia residente a Gaza; luogo dove non è chiaro chi governa chi e dove quindi, più che mai, la contrapposizione tra fondamentalismi religiosi, politici e il pragmatismo di patrioti disincantati origina profondo malessere. Tanto più nel contesto di un conflitto dove la violenza viene esaltata in ragione di un nazionalismo bellicista sempre più incarognito e, dall’altra parte – di tutta evidenza l’empatia dell’autrice con la causa dei palestinesi e parimenti la sua scarsa simpatia per l’establishment dell’ANP e di Ḥamās – da un governo di uno Stato non riconosciuto, che forse nemmeno governa, alle prese con una profonda corruzione e con un sempre più pericoloso fanatismo islamista. Il grande successo che la critica britannica ha riservato al romanzo di Selma Dabbagh non ci stupisce: il rischio che “Fuori da Gaza” diventasse una sorta di romanzo militante è stato scongiurato grazie alla rappresentazione di una complessità fatta di violenza ma anche di profonde contraddizioni e debolezze. Un esempio di come la letteratura sappia attraversare ed avere la meglio sugli stereotipi.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Selma Dabbagh, (Dundee, Scozia, 1970) è una scrittrice britannica di origini palestinesi, figlia di madre inglese e padre originario della zona di Ajami, nei pressi di Jaffa. Il nonno di Selma, arrestato numerose volte dai Britannici per il suo impegno politico e rinchiuso in prigione per lungo tempo, lasciò la Palestina nel 1948. Selma Dabbagh è diventata scrittrice solo dopo i trent’anni. Conseguita la Laurea in giurisprudenza e il Master al SOAS, ha lavorato per lungo tempo come legale nel campo dei diritti umani a Londra, il Cairo e in Cisgiordania.

Selma Dabbagh, “Fuori da Gaza”, Il Sirente (collana “Altriarabi migrante”), Fagnano Alto 2017, pp. 372. Traduzione dall’inglese di Barbara Benini. A cura di Chiarastella Campanelli. Illustrazioni di Paola Equizi.

Luca Menichetti. Lankenauta, febbraio 2018

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Liberi di scrivere (Giulia, 29 gennaio 2018)

Liberi di scrivere (Giulia, 29 gennaio 2018)

Un’ intervista con Selma Dabbagh

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Benvenuta Selma e grazie per aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Narratrice, attivista, avvocato. Chi è Selma Dabbagh? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a Giulietta e Liberi di Scrivere per l’intervista. Inizi con una grossa domanda, qui. Non ho alcun desiderio di entrare in una sorta di auto-contemplazione psicoanalitica su chi io sia, che potrebbe confondermi più di quanto non confonda i tuoi lettori, ma potrei iniziare dicendo che sono essenzialmente una scrittrice di fiction. Sono un avvocato qualificato (procuratore legale) per formazione e ho lavorato su casi che sono collegati con la Palestina, ma ho smesso di lavorare come avvocato più di un anno fa, ormai, per concentrarmi sulla scrittura. Scrivo racconti e romanzi. Al momento sto anche lavorando a un progetto cinematografico e occasionalmente scrivo pezzi di non-fiction come recensioni di arte, film e cultura palestinese per Electronic Intifada. Il mio lavoro mi fa sembrare spesso un’attivista, ma io non mi definisco attivista. L’attivismo richiede un insieme di abilità specifiche e sebbene io abbia ammirazione per gli attivisti, il mio ruolo di scrittore di narrativa letteraria è forse più sottile. Il mio obiettivo è far sì che le persone si connettano emotivamente creando mondi fittizi in un modo che consenta loro di apprendere su se stessi tanto quanto apprendono su cause o conflitti che potrebbero non essere necessariamente familiari. In termini di mie debolezze, direi che non scrivo ancora così come vorrei scrivere. Mi sento frustrata a volte dai limiti della mia immaginazione e dalla ripetizione della mia stessa voce e ci sono molti scrittori che vorrei essere, ma ogni sforzo creativo è spesso collegato a sapere quali sono i tuoi limiti e concentrarti sui tuoi punti di forza. In termini di punti di forza, direi che posso distillare le complesse situazioni politiche che fanno da sfondo ai miei romanzi e trascinare i lettori attraverso di esse raccontando una buona storia in un modo leggero, spesso umoristico. Non fornisco tutte le risposte, ma posso porre alcune domande decenti.

Selma Dabbagh

Raccontaci qualcosa di te, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta dappertutto. Gran parte della mia infanzia l’ho trascorsa in climi desertici (Kuwait, Arabia Saudita) dove ci si trova in casa per la maggior parte del tempo. In estate tornavamo in Inghilterra, da dove viene mia madre. Da bambina mi piacevano i treni, collezionare francobolli, fossili e fiori selvatici che ora sembrano tutti assurdamente leziosi. Da adolescente, era ancora pre-internet, quando ero adolescente in Kuwait ed ero completamente esclusa da gran parte della cultura popolare con la quale i miei contemporanei a Londra hanno familiarità, ma quell’isolamento mi ha fatto leggere molto. Mi sono ammalata gravemente di epatite all’età di 15 anni dopo un viaggio dal Kuwait a Minsk nell’ex Unione Sovietica con un corpo di ballo classico, e sono stata confinata a letto per due mesi. Dopo di ciò non ho potuto smettere di leggere. Era un’ossessione. Ho letto molto Turgenev e Zola. Ho lavorato a maglia e ho sognato di defezionare in Russia. Quando mi rimisi, andai di nuovo alle feste, ma a quel punto la polizia continuava a fare irruzioni eperquisizioni ed erano piuttosto tristi. La mia scuola in Kuwait era una scuola inglese, con studenti di 120 nazionalità diverse. Penso di essere uscita dal deserto con una prospettiva molto più internazionale di molte persone cresciute in centri cosmopoliti più noti.

Selma Dabbagh

Cosa significa il tuo nome?

La maggior parte delle parole arabe hanno tre consonanti che formano la loro radice. Il mio nome ha la stessa radice S-L-M di “Salam” che significa pace. Selma significa un luogo di rifugio, di sicurezza. Il mio cognome Al-Dabbagh significa conciatori (pellettieri). È una professione. Diversi secoli fa i miei antenati palestinesi vennero da Fez in Marocco (dopo essersi trasferiti dalla Spagna) e andarono in Palestina in pellegrinaggio, stabilendosi a Giaffa, dove rimasero fino al 1948 quando furono espulsi con la forza dalle forze sioniste.

Selma Dabbagh

Quando hai capito per la prima volta di voler essere una scrittrice?

Quando avevo otto anni. Ho scritto a una casa editrice e ho detto loro che un giorno mi avrebbero pubblicato in futuro. Non è ancora successo con quella casa editrice, che sta ancora andando forte, ma non è escluso che possa accadere un giorno.

Selma Dabbagh

Out of It, (Fuori da Gaza, Edizioni Il Sirente, trad. Barbara Benini) il tuo romanzo, è un lavoro immaginario che riflette comunque la vita di tutti i giorni in Palestina e poi in Inghilterra, specialmente dal punto di vista delle giovani generazioni palestinesi. La finzione aiuta a concentrarsi meglio sulla realtà?

Mi piace il modo in cui hai formulato questa domanda. Credo che la finzione possa portarci a una maggiore comprensione di noi stessi, aumentando le nostre intuizioni nelle percezioni delle altre persone facendoci vivere attraverso la visione dei nostri personaggi, divenendo più auto-coscenti di noi stessi ed empatici degli altri. Le nostre realtà diventano più profonde e multi-dimensionali. Con Out of It e la mia scrittura, direi sicuramente che non spiega tutto, ma che fornisce una introduzione ad una situazione che molti potrebbero percepire come complessa o estranea. Coinvolgendo emotivamente i lettori è possibile vedere le situazioni da una varietà di angolazioni.

Selma Dabbagh

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Amo quasi tutto della scrittura. Se dipendesse da me, sarebbe l’unico lavoro che vorrei fare. Direi che i dubbi su me stessa sono stati la cosa più difficile da superare con il mio primo libro.

Selma Dabbagh

La questione palestinese è una una questione di diritto internazionale, politica, sociale molto complessa da risolvere. Pensi che sia possibile una soluzione pacifica? Le giovani generazioni israeliane e palestinesi credono che esista una possibilità per una soluzione pacifica reale? Cosa rallenta questa soluzione pacifica? Secondo te.

(Risponderò a queste due domande insieme)

Quasi tutto è possibile se lo desideri abbastanza. La maggior parte dei palestinesi non vuole altro che crescere la propria famiglia in pace, ma la loro situazione è stata deliberatamente resa insopportabile. Nel 2015 i rapporti delle Nazioni Unite hanno avvertito che entro il 2020 Gaza potrebbe essere “inabitabile” a causa del blocco illegale israeliano e degli attacchi militari alle persone e alle loro infrastrutture.
Sono sicura che molti giovani israeliani apprezzerebbero anche la pace per le generazioni future, ma non sono convinta che il loro governo lo condivida. La loro economia è strettamente legata agli sviluppi militari, come la tecnologia dei droni, e vi è un interesse nazionale ad essere in uno stato di guerra costante. Gli israeliani avrebbero bisogno di subire una rivoluzione in prospettiva per frenare l’attuale razzismo e la belligeranza che il loro governo incoraggia.
I palestinesi, da parte loro, avrebbero bisogno di assicurarsi una migliore leadership e mobilitazione. È deprimente come molte iniziative sui processi di pace sembrino essere diventate parte di un settore che siauto-alimenta bruciando milioni di dollari e cambiando molto poco. Entro il 2014, Israele ha distrutto quasi 50 milioni di dollari di progetti finanziati dall’UE in Palestina, ma pochi governi europei presnderebbero inc onsiderazione anche solo l’idea di rispondere imponendo sanzioni ad Israele. È molto importante continuare a fare pressione sui governi per garantire la responsabilità e l’applicazione del diritto internazionale.

Selma Dabbagh

La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, che cosa porterà per voi?

Tutto ciò che il presidente Donald Trump fa o dice mi fa rabbrividire. È molto difficile non avere una reazione puramente istintiva di disgusto. È provocatorio e spericolato all’estremo. Come gran parte del mondo liberale e di sinistra, sono non poco sbalordita dal fenomeno Donald Trump, ma deve essere trattato come un campanello d’allarme piuttosto che un motivo per rinunciare, per quanto allettante possa essere.
È necessario insistere su standard internazionali. Gerusalemme est fu annessa illegalmente da Israele durante la guerra del 1967. Ha una popolazione palestinese significativa che subisce ancora una pulizia ertnica dalla città sulla base delle origini etniche e della nazionalità. I territori occupati vengono requisiti e le case demolite contrariamente alle disposizioni della IV Convenzione di Ginevra. Il governo israeliano ha ricevuto ilvia libera per continuare con queste politiche razziste dalle azioni di Trump. L’effetto di queste azioni sulla credibilità degli Stati Uniti come “mediatore onesto” nei negoziati di pace in Medio Oriente è ovvio.
Va ricordato che Gerusalemme non è importante solo per i palestinesi, ma anche per tutti i musulmani (e cristiani) a livello globale. È il secondo luogo di pellegrinaggio più importante dopo la Mecca. Le ramificazioni della decisione illegale e irresponsabile di Trump sono enormi. In un momento in cui le Nazioni Unite sono più che mai necessarie, è spregevole che gli Stati Uniti abbiano appena tagliato 285 milioni di dollari in fondi dal bilancio delle Nazioni Unite perché non hanno ottenuto il sostegno che voleva per il voto di Gerusalemme.

Selma Dabbagh

Nel tuo romanzo i lettori sentono che i personaggi esprimono un grande bisogno di normalità. Aspirano ad essere persone normali alle prese con le cose di tutti i giorni: con lo studio, il lavoro, l’amore, anche se la storia sembra averli appesantiti con pesi difficilmente sostenibili. Senti anche questo bisogno di normalità nelle nuove generazioni?

La maggior parte delle persone in tutto il mondo, non importa da dove vengono, vogliono dalla vita solo l’essenziale. Lo psicologo americano Abraham Maslow ha definito una gerarchia di bisogni, partendo dai bisogni fisiologici di base (cibo, acqua, calore, riposo) e passando alle questioni di sicurezza prima di passare ai bisogni psicologici per gli altri e alla propria autostima. Questi due livelli inferiori possono apparire così elementari nei paesi ricchi in pace, che desiderarli può sembrare pedestre. Il desiderio di questi aspetti della normalità diventa molto più intenso quando vengono costantemente negati in modi diversi; dove la disoccupazione è alta e la scarsità di cibo è reale, non puoi spostarti da una città all’altra a causa di posti di blocco e muri “di sicurezza”, vai a dormire la notte senza sapere se la tua casa sarà demolita al mattino, tu non puoi completare la tua educazione perché la tua università viene costantemente chiusa, o bombardata, i tuoi genitori non possono ricevere cure mediche perché non è permesso attraversare il confine, o non puoi ottenere un permesso per andare nella città dove c’è l’ospedale, i droni guardano ogni tua mossa, i bombardamenti aerei sono frequenti, dove l’acqua è contaminata, la tua fornitura di elettricità poco frequente, i tuoi amici vengono reclutati per combattere, la scuola o l’ospedale dei tuoi figli potrebbero essere attaccati. In queste circostanze, per la maggior parte delle persone, l’idea di un lavoro sicuro a casa e in famiglia è quasi il paradiso al quale puoi sognare di aspirare.

Selma Dabbagh

Quanto è durato il processo di scrittura di Out of it?

Le prime note che ho trovato sull’idea dell romanzo risalgono all’incirca al 2002. Poi ho smesso per molto tempo prima di iniziare a scrivere. La maggior parte è stata scritta nel 2007, ma non è stata pubblicata fino al 2011. È stato un lungo viaggio.

Selma Dabbagh

Usi mai qualcuna delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Sì, ma non nella loro interezza. Le traspongo spesso su altri personaggi o le distorco in qualche modo. Inoltre, come in ogni forma di creazione artistica, puoi spesso cercare di rappresentare un’emozione o una scena esatta, ma in realtà produrre un’impressione distorta di essa, in un modo che produce una verità diversa.

Selma Dabbagh

Come immagini il tuo futuro adesso?

Come si immaginano il loro futuro le persone? Sto cercando di non sentirmi disperata per l’atmosfera politica assolutamente negativa. A parte la politica palestinese, a Londra c’è un senso di sconforto e disperazione, da dopo il referendum sulla Brexit, che è palpabile; i londinesi hanno votato in modo schiacciante per rimanere nell’UE. A livello personale, i miei figli crescono velocemente e la situazione a casa cambia di anno in anno in modo significativo. Spero di continuare a essere in grado di scrivere, di trovare pubblico, di godere di quello che faccio, ma chissà cosa porterà il futuro. Forse sarò pubblicata da quella casa editrice alla quale ho scritto quando avevo otto anni…

Selma Dabbagh

Grazie per la tua gentilezza e disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri? C’è un nuovo romanzo in lavorazione?

Sì. È completamente diverso e quasi finito. Mi è appena stato commissionato di scrivere un breve racconto futuristico ambientato in Palestina / Israele nel 2048 a cui sto lavorando, insieme a un grande progetto cinematografico, di cui sono entusiasta. Amo il cinema come medium, lavorare in una squadra e il processo di scrivere una sceneggiatura.

Selma Dabbagh
[Ringraziamo per la traduzione Davide Mana]
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La Nuova Ecologia (Roberto Carvelli, 5 gennaio 2018)

La Nuova Ecologia (Roberto Carvelli, 5 gennaio 2018)

Non sei mai solo

Dalle prigioni di Saddam a Berlino, passando per il tunnel vicino alla stazione Termini di Roma, dove ha “pernottato” per due settimane. A colloquio con Abbas Khider, uno degli scrittori più promettenti nel panorama letterario tedesco

I miracoli : Abbas Khider
Abbas Khider, “I miracoli”, 2016

Di origine irachena, Abbas Khider – nato a Baghdad nel 1973 – è uno scrittore tedesco, di lingua tedesca, con alle spalle una storia per noi oggi comune ed etichettabile come “del migrante”. E che porta sulle spalle la storia di un’impasse. Quella di chi comunque non è riuscito a vivere dove avrebbe dovuto o potuto. Questo prima di, con e dopo Saddam Hussein. Una figura che fa da spartiacque alla storia del suo Paese. La vita di Khider è fatta dai fotogrammi della vicenda geopolitica di questa nazione mediorientale: ha avuto tempo di conoscere la sua dittatura e le prigioni del regime, di vedere la prima guerra del Golfo, la fortuna di lasciare l’Iraq nel 1996, passando clandestinamente per vari Stati europei in cerca di rifugio fino al ’99, per stabilirsi definitivamente in Germania nel Duemila, salvo un breve ritorno in patria nel 2003, vissuto col terrore di essere eliminato in ogni circostanza.

«In quella occasione mi sono accorto di essere un uomo senza sogni e ho capito che dovevo crearmene di nuovi, quelli del Paese in cui ero arrivato». Così è tornato in Germania. Ora vive a Berlino, dove è integrato e molto conosciuto grazie al successo dei suoi libri, che lo hanno reso uno degli autori più promettenti della scena tedesca. La sua, in definitiva, è la storia dei migranti nella Germania ai tempi della Merkel, che ha anche incontrato e a cui ha espresso il suo punto di vista con il coraggio che gli riconosciamo in questo caldo pomeriggio di giugno a Roma, dove lo incontriamo, ospite del Goethe institut. Non si può non partire dalla Città eterna: «L’ultima volta che ci sono stato – racconta – era il 1993. Per due settimane ho “pernottato” in un tunnel vicino alla stazione Termini. Oggi sono qui in uno degli istituti di cultura più rappresentativi della città. E questo, più che un miracolo, mi sembra proprio una favola».

Abbas crede nei miracoli, quelli che danno il titolo al suo esordio letterario. Il suo romanzo, costituito da racconti tutti conclusi in sé, è l’annunciazione continua di una sorpresa. Lo sorprende la libertà in tutte le sue manifestazioni, e il suo stesso libro è dedicato “a quelli che appena prima di morire sognano le ali”. La libertà, sconosciuta, anche di poter guardare una donna. E le donne fanno spesso capolino nei suoi libri, suscitando desiderio e rimarcando un’irraggiungibilità.

Le donne ci sono nel tuo libro ma sembrano lontane.

Nel mio libro racconto la storia di più profughi in fuga ma nei centri di accoglienza non c’erano donne né c’erano durante la fuga. Per questo ci sono quasi solo uomini nel libro. In generale, i profughi vedono le donne come lontane. Sono un mito irraggiungibile. Nella realtà dei profughi le donne non esistono: non possono incontrarle e da loro sono visti come emarginati.

Ma ritorniamo all’Iraq della tua prigionia.

Ero un ragazzo giovane, avevo 17 anni durante il regime del partito Baʿth e poi all’epoca della dittatura di Saddam Hussein, che Onu, Stati Uniti e altri Paesi, bisogna ricordarlo, hanno sostenuto quando scese in guerra contro l’Iran. In quell’epoca di opposizione al regime mi riconoscevo e mi consideravo figlio di quella rivoluzione che provava a ribaltare quel sistema. Quello dei libri vietati e delle attività di volantinaggio. Ma ho pagato tutto a carissimo prezzo: sono stato richiuso per tre anni sotto terra con tre pezzi di pane e tre bicchieri d’acqua al giorno. Le carceri all’epoca di Saddam erano terribili. Ho subito vari elettroshock. Eppure ho imparato molto dai miei torturatori, ho imparato quella che Hannah Arendt chiamava la “banalità del male”. Gli aguzzini sono persone come noi. La loro violenza è il prodotto di una cultura che bisogna combattere, sono i sistemi che perpetrano questa violenza, non le persone.

Ciò non toglie il peso della violenza che subiscono sempre i prigionieri.

Lì capisci che un uomo non è un uomo. E io lì ho capito che o mi suicidavo o scappavo. Molti non capiscono che cosa i profughi hanno dovuto subire per decidere di intraprendere un viaggio così pericoloso come quello che porta sulle vostre coste centinaia di migliaia di persone.

In Germania il libro è uscito nel 2016, l’anno della apertura tedesca alla migrazione.

In Germania sono cambiate molte cose in questi ultimi anni. Dopo l’11 settembre 2001 le cose sono cambiate un po’ ovunque, in generale. La gente è diventata sospettosa. Interrogatori continui e surreali. Dopo le cose sono tornate nella normalità, poi di nuovo il sospetto verso gli arabi ai tempi dell’Isis e degli attentati in Europa. Gli eventi politici dettano il destino privato di una persona. Improvvisamente se un marocchino combina qualcosa, tutti i marocchini sono malvisti. All’estero non sei mai solo: porti con te tutta la cultura da cui provieni.

In più occasioni ti sei dichiarato contro la cultura del sospetto.

È così. Il vero problema sono sempre i giochi politici. Ad esempio, ai tempi di Saddam erano i palestinesi a svolgere la funzione di polizia politica del regime. Ma questa non può diventare un’equazione “palestinese uguale spia”. La storia è ciclica: qualcuno mi ha detto che molte ville sul lago di Como sono di bavaresi arricchitisi durante il nazismo. La storia è spesso disonorevole e senza bontà. Ma non sono d’accordo con chi afferma che è colpa di questa o quella etnia. Sono i sistemi, lo ripeto, i colpevoli, non le etnie.

Che cosa si può fare?

L’importante è cambiare la società, non seguire i politici e le loro manipolazioni. Serve essere gentili con i profughi perché sono esseri umani. Vendiamo le armi e poi ci meravigliamo della violenza diffusa: va fatto un cambiamento paradigmatico. In ogni caso, io sono uno scrittore non un politologo: cerco di analizzare le problematiche politiche da un punto di vista etico. Per questo non posso essere favorevole a un’accoglienza chirurgica tipo: solo i siriani… E gli altri? Nulla? Anche se sono iracheno non posso tollerare quanto succede agli afgani e agli africani.

Che cosa vuol dire essere profugo?

Non avere un luogo. Quando sei in fuga cerchi un luogo sicuro e questo è un dato anche statistico: solo il 6-7 % arriva in un luogo sicuro. Siccome lo sai, ti chiedi se avrai un futuro e perdi la tua sicurezza, perdi quella tranquillità interiore e sai che non tornerai mai come prima, che rimarrai schiavo delle tue paure.

Il tema ambientale è assente dai libri che raccontano il mondo arabo, perché?

È difficile parlare di ambiente in Paesi dove le persone vengono brutalmente uccise per strada e dove l’ambiente è già stato distrutto. Ad esempio, nel 2003, quando sono rientrato in Iraq, avevano costruito un grande centro commerciale protetto da soldati che perquisivano e da due carri armati, su uno c’era scritto: “Vietato fumare dentro il centro commerciale”. Questo, per dire, il modo surreale con cui viene percepito l’ambientalismo in Iraq.

In che relazione vedi cultura e religione?

Il termine cultura è il termine principale, la religione una subcultura. È sottoposta alla cultura generale. Quando si dice che cristianesimo ed ebraismo fanno parte della cultura europea è vero. Il problema è quando la religione diventa il termine principale da cui dipendono gli altri termini e la cultura diventa una subcultura: rischiamo di finire in quell’inferno che abbiamo conosciuto nel Medioevo o in quello in cui sono finiti alcuni Paesi arabi in questa epoca. Nel momento in cui la religione diventa la cultura dominante è come se si realizzasse, e si prefigurasse, una sorta di verità assoluta e che non ci fosse più la possibilità per le persone di esprimersi e pensare autonomamente.

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Santinaria.it (Ilaria Guidantoni, 1 gennaio 2018)

Santinaria.it (Ilaria Guidantoni, 1 gennaio 2018)

“Fuori da Gaza” di Selma Dabbagh

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh
Selma Dabbagh, “Fuori da Gaza”, 2017

Un romanzo originale nello sguardo sul conflitto palestinese, attraverso la diversa prospettiva di due fratelli, Rashid e Iman, che cercano una via di fuga da Gaza o per Gaza, l’uno cercando di stare fuori dal conflitto, l’altra immergendosi nell’impegno civile. Il libro, romanzo a tutti gli effetti, con una bella scrittura, fluida e a tratti lirica, un’architettura ben equilibrata tra riflessione intima, dialoghi, intreccio con una vena da noir psicologico, mette in luce come sia inevitabile lo sguardo sull’attualità per chi è legato a un Paese mediorientale.

Il romanzo Fuga da Gaza dell’autrice anglo-palestinese Selma Dabbagh, definito dalla BBC Radio ‘Incendiario’, Guardian Book of the year per due anni consecutivi, segue le vite di Rashid e Iman nel loro tentativo di costruirsi un futuro nel bel mezzo dell’occupazione, il fondamentalismo religioso e le divisioni tra le varie fazioni palestinesi. Ambientato tra Gaza, Londra e il Golfo. E’ interessante la scelta diversa, in qualche modo accennata, senza diventare del tutto trasparente dall’autore, dei due fratelli e anche la reazione rispetto alla rivelazione sulla madre e sul suo passato, che vogliamo lasciar scoprire al lettore. Lo scavo psicologico è ben ritagliato dall’autrice che lascia emergere i caratteri dalla quotidianità della vita e soprattutto riunisce i protagonisti intorno a Rashid in occasione di un incidente, l’arresto per sospetto di terrorismo, costruendo un microcosmo di personalità. La narrazione cattura l’attenzione attraverso il disvelarsi delle frustrazioni come delle energie del mondo arabo contemporaneo, pieno di contraddizioni, troppo familiare con guerre e conflitti ma per fortuna qualche volte animoso nel non rassegnarsi, anche se con vie che possono portare a traguardi molto diversi tra di loro: l’impegno in prima linea, il sacrificio e il rischio di finire carnefice per combattere il boia; o in fuga. E’ interessante, trovo, la posizione di Rashid che senza giudicare chi è attivo nell’impegno civile, vuole tenersi lontano da tutto non per pigrizia, menefreghismo – almeno così non sembra – ma forse per la voglia di realizzare una vita “normale”, a prescindere se mai sia possibile, da quello scenario di guerra che invade tutte le pagine della letteratura di quelle terre. La storia comincia con Gaza sotto bombardamento israeliano, sono le 8:00 di sera e Rashid sta fumando uno spinello sul tetto della casa di famiglia, dopo aver ricevuto una notizia importante: ha vinto una borsa di studio per Londra, la via di fuga che stava aspettando. Iman, la sua sorella gemella, un’attivista molto rispettata per l’impegno sul campo, viene contattata dall’ala islamica del centro culturale che frequenta: le propongono di farsi esplodere in un attentato suicida… L’azione corre tra tra Gaza, Londra e il Golfo, il fondamentalismo e le tragedie quotidiane di una sorta di perpetua guerra civile. Un’autrice che riesce ad essere narratore a tutto tondo senza dimenticare il quadro politico.

Selma Dabbagh (Dundee, Scozia, 1970) è una scrittrice britannica di padre palestinese e madre inglese. La parte palestinese della famiglia di Selma viene da Jaffa, dove suo nonno è stato arrestato numerose volte dagli inglesi per le sue opinioni politiche. La famiglia fu costretta a lasciare Jaffa nel 1948, quando suo padre, allora un ragazzo di dieci anni fu colpito da una granata gettata dai gruppi sionisti. La famiglia si è rifugiata in Siria per poi trasferirsi in diverse parti del mondo. Selma Dabbagh ha vissuto in Arabia Saudita, Kuwait, Francia e Bahrein e ha lavorato come avvocato per i diritti umani a Gerusalemme, Il Cairo e Londra. “Fuori da Gaza” è il suo primo e acclamato romanzo, Guardian Books of the year per due anni consecutivi è stato tradotto in francese e arabo.

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Avvenire (Riccardo Michelucci, 20 dicembre 2017)

Avvenire (Riccardo Michelucci, 20 dicembre 2017)

Selma Dabbagh: «Dentro Gaza: il calvario di due fratelli»

Tra occupazione e fondamentalismo: il romanzo di Selma Dabbagh ambientato nella Striscia. Destini diversi, strade senza ritorno

Selma Dabbagh
Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

In uno dei suoi versi più famosi, il poeta Mahmoud Darwish scrisse che il tempo, a Gaza, «non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma li rende uomini al primo incontro con il nemico», e che «l’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante». Sembra prendere avvio proprio da queste parole il romanzo d’esordio della scrittrice anglo-palestinese Selma Dabbagh, Fuori da Gaza, appena pubblicato in italiano dall’editore Il Sirente, con la traduzione di Barbara Benini. Un’opera prima che si avventura in uno dei terreni ancora inesplorati dalla letteratura contemporanea, andando a indagare l’animo più profondo della gioventù palestinese al tempo della Seconda Intifada.

La narrazione ruota attorno alla storia dei Mujahed, una famiglia medio borghese, colta e benestante, la cui casa si ritrova all’improvviso in mezzo alle macerie del quartiere distrutto dalle incursioni israeliane. «Avevano demolito ogni struttura del vicinato, strappandola dalle radici, scavandone le fondamenta. I soldati, sui loro bulldozer gialli, si erano divertiti a inseguire i nuovi senzatetto in quella confusione. Gli alberi avevano continuato a bruciare per giorni». Iman e Rashid sono due fratelli gemelli di 17 anni che hanno vissuto gran parte della loro vita all’estero e adesso si ritrovano psicologicamente intrappolati nella Striscia. Rashid osserva Gaza attraverso le immagini del satellite, e sogna di andarsene. Dall’alto gli appare come «un corallo essiccato, increspato, compartimentato e sabbioso», con «centi- naia di migliaia di abitazioni ridotte a graffi su un osso». Dall’altra parte, quella ormai vietata ai palestinesi, c’è invece «un’elaborata coperta dal design modernista. […] Quella parte scintillava. Pannelli solari e piscine luccicavano al sole».

Il campo profughi di Jabaliya nella striscia di Gaza (Ansa)

È lo stesso contrasto evidenziato dalla giornalista israeliana Amira Haas quando definì Gaza «la contraddizione dello Stato d’Israele, democrazia per alcuni, esproprio per altri». E Dabbagh sceglie di indagare proprio il significato intimo di quel nervo scoperto nella vita di tutti i giorni. Ambientato tra Gaza e Londra, il suo romanzo segue le vite di Rashid e Iman nel loro tentativo di costruirsi un futuro in mezzo all’occupazione, al fondamentalismo religioso e alle varie fazioni politiche. Il padre dei due giovani è un ex esponente dell’Olp, vive in esilio e non comprende le ragioni degli islamici, «non aveva mai avuto tempo per la religione e non vedeva alcuna ragione per cambiare: a tutti loro, Dio aveva a mala pena rivolto un sorriso ».

La madre ha un passato segreto nei movimenti di lotta per la liberazione della Palestina e vive invece a Gaza, accudendo il primogenito, Sabri, costretto su una sedia a rotelle dopo aver perso le gambe in un attentato. I due gemelli provengono da un background privilegiato, sono profondamente legati eppure diversi, e le loro strade sembrano dividersi fin dall’inizio del libro. Proprio mentre Iman viene chiamata dall’ala islamica del centro culturale di cui è attivista – e che le propone di farsi esplodere in un attentato suicida – Rashid viene a sapere di aver vinto una borsa di studio a Londra e trova, almeno apparentemente, la sua via di fuga.

«Non volevo raccontare soltanto il dilemma di una generazione di palestinesi, tra chi vuole restare per lottare e chi invece ha la possibilità di fuggire per inseguire i propri sogni – ci spiega Dabbagh – ma descrivere il punto di rottura, il momento non ritorno di ciascun individuo, in termini di scelta morale. Quella sensazione di sentirsi tagliati fuori dalla storia, qualcosa che persino molti palestinesi che vivono sotto occupazione danno per scontata». Oltre al desiderio dei due fratelli di uscire dalla soffocante condizione di vita della Striscia di Gaza, c’è infatti anche il tentativo di evadere dal loro passato, il senso di straniamento che provano all’interno del nuovo contesto in cui cercano di ambientarsi. Anche la famiglia della scrittrice ha un passato segnato dall’esilio e dalla politica. Suo nonno fu imprigionato dai britannici per le sue idee e decise di abbandonare Jaffa quando suo padre, bambino, rischiò di rimanere ucciso da una granata lanciata dai paramilitari sionisti. Trovarono rifugio in Siria per poi trasferirsi in altre parti del mondo. Selma Dabbagh è nata in Scozia nel 1970 e ha vissuto in Arabia Saudita, Kuwait, Francia e Bahrein, lavorando come avvocato per i diritti umani a Gerusalemme, Il Cairo e Londra.

Ciononostante, assicura che la sua storia personale non ha influito nella vicenda raccontata nel libro: «Non c’è niente di autobiografico nel romanzo e io non ho mai vissuto a Gaza. Certo, sono stata impegnata politicamente e la mia famiglia è sempre rimasta legata al dramma palestinese, ma forse ha inciso di più il confronto con le persone che ho incontrato durante la mia attività di avvocato».

La storia di Rashid e Iman è l’espediente narrativo attraverso il quale Dabbagh riesce a ricostruire le molteplici sfaccettature di una società complessa, a indagare i conflitti interiori e il modo in cui la guerra, la violenza e il fondamentalismo religioso influiscono sull’intimità delle persone. A raccontare non solo l’assedio dei territori ma anche quello delle coscienze, con una scrittura che – proprio come sarebbe piaciuto a Darwish – fa parlare Gaza «attraverso il sangue, il sudore, le fiamme». Il pubblico, anche in Palestina, pare aver accolto il romanzo positivamente: «La gente si è riconosciuta nel libro – conclude Dabbagh –, trovarsi in un’opera di finzione letteraria è stato per loro un modo per sentirsi vivi, per essere ascoltati. Era la cosa cui tenevo di più e infatti ho cercato in tutti i modi di rappresentare quella realtà terribile nel modo più fedele possibile». E per due anni consecutivi il “Guardian” lo ha definito libro dell’anno.

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UN UOMO NON PIANGE MAI

UN UOMO NON PIANGE MAI di Faïza Guène

In un medesimo terreno possono crescere tanti alberi di diverse specie. Tutti possono prosperare e dare i frutti migliori, come tutti possono purtroppo anche seccarsi o marcire. Risponderanno a quell’humus in maniera differente, affondando o meno nel profondo le proprie radici. Ma, ciascuno le proprie, non potrà rinnegarle. Espiantati o trapiantati, con la propria linfa. Senza che questo porti in sé un’accezione negativa, tutt’altro. Poiché è stupefacente come si sia, alcuni acero, altri abete, faggio, noce… Semi in grado di germogliare, frutti incapaci di cader troppo lontani dalla pianta, rami impossibilitati a tagliare il proprio tronco.
Com’è nel romanzo Un uomo non piange mai di Faïza Guène, edito da Il Sirente per la collana Altriarabi migrante e tradotto dal francese a opera di Federica Pistono, che a queste ultime due metafore dedica il titolo di altrettanti capitoli. E spiega: “Lei conosce la storia di Babar, il re degli elefanti? (…) Babar camminerà impettito su due zampe, indosserà completini a tre pezzi, un cravattino, guiderà un auto decapottabile ma sarà sempre un elefante”.
Ecco, questo è un libro che, con ridanciano cinismo, non manca occasione di sottolineare come la “specificità rinnegata” sia una frattura, un’incongruenza basilare, ove spesso si arena la veridicità di ogni discorso sull’integrazione. E appunto evidenzia, quasi riga per riga, la lettura, profondamente auto-ironica, che del mondo rende il protagonista Mourad. Giovane algerino naturalizzato francese o giovane francese di origini algerine, come dovremmo definirlo? Quali confini, lessicali e geografici, dovremmo restituirgli?
Quello che considero traumatizzante è questa contraddizione — dirà lui a un tratto del romanzo — Voglio dire, per essere completamente francesi, bisognerebbe riuscire a negare una parte della propria eredità, della propria identità, della propria storia, del proprio credo… E, perfino ammettendo che sia possibile riuscirci, si verrebbe riportati continuamente alle proprie origini. A che scopo, allora?
Mourad, lui, che in prima persona narra questo periodo di malattia del padre, lasciando per altro presumere (la dedica indica) un tratto molto autobiografico nel racconto di questa autrice, nata in Francia da genitori algerini e accolta “in patria” come portavoce delle banlieue. Lui, che sempre lega un episodio attuale a un ricordo di infanzia, ogni capitolo, sovente esemplificando “di pancia” nel cibo lo “scontro di culture”. Com’è ad esempio per lo zio Aziz, che sussurrava all’orecchio dei montoni prima di tagliar loro la gola, portato alla memoria da un costosissimo hamburger alla tartara: “ecco un tipo di integrazione in cui non mi riconoscevo”. Lui, Mourad, che, non può dirlo, ma ormai preferisce le brioche al rabarbaro servite dal maggiordomo Mario rispetto ai makrout e ai griwouch amorevolmente preparati dalla madre.
Così muovono i personaggi del racconto, calzati nelle proprie caratterizzazioni: dalla madre asfissiante alla sorella iper-emancipata, da chi vuole il rimpatrio a chi la propria rivincita, passando per il padre (che alla fine ce l’ha con l’indiano che prega Ganesh). Un padre che smentisce il titolo del volume e piange: per la figlia ritrovata, per il significato di un record sportivo… Perché “nessuno riparte mai da zero, nemmeno gli arabi, che lo zero lo hanno inventato, come diceva mio padre”. Così ciascuno di noi porta uno stato “non zero” nel mondo. Portiamo il nostro, incontriamo l’altrui. Con diritto a un suolo, per il nostro albero.

Sanzia Milesi per il Colophon

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Fuori da Gaza, ma mai del tutto…

Fuori da Gaza, ma mai del tutto, ecco i sogni dei giovani palestinesi

Rashid vuole studiare a Londra, Imam viene scelta per un attacco suicida. Il romanzo di Selma Dabbagh ci svela i ragazzi della Striscia a noi sconosciuti

di Delia Vaccarello Globalist

Chi sono i giovani palestinesi? Siamo in grado di intuire le loro storie, i sogni, il desiderio di avere un futuro, le strategie messe in atto per realizzarlo? Forse respiriamo un’aria troppo intrisa di pregiudizi, forse siamo tutti presi nella rete di una soffocante quanto diffusa islamofobia per intravedere i profili dei ragazzi della Striscia. A farci entrare nelle vite di Rashid che vuole andare a studiare a Londra e di Iman, la sorella gemella, alla quale viene proposto di farsi esplodere in un attacco suicida è Selma Dabbagh con il suo romanzo “Fuori da Gaza” pubblicato e tradotto dalla casa editrice Il Sirente. Rashid vuole andare via, anche se lavora in un centro di volontariato, anche se conosce il senso della lotta per il suo popolo, è “fuori”.

E’ già fuori quando ci sono i bombardamenti, e lui fuma uno spinello fatto grazie a Gloria, la pianta di marijuana che coltiva con passione, è fuori quando vede nella sua camera dvd con vampiri e poltergeist, è fuori quando pensa alla ragazza che lo fa impazzire. E quando riceve la mail con la comunicazione della borsa di studio per l’Inghilterra sa bene che equivale per lui a una scarcerazione.

Iman è dentro. Ma qualcuno vuole che lo sia ancora di più. “Abbiamo un compito per te”, le viene detto da una donna che l’avvicina anticipandole altri contatti. Viene portata a vedere in una stanzetta i giovani corpi delle vittime dell’ultimo bombardamento, la scorgiamo intenta a osservare un depliant di un centro per i mutilati che ha visitato mesi addietro. E la immaginiamo soccorrere bambini con moncherini e tubicini in bocca. Hanno un fratello maggiore che sta faticosamente cercando di scrivere un saggio sull’Intifada e che a differenza di loro ha una vita ormai tragicamente segnata dai bombardamenti, non ha le gambe e patisce i dolori atroci delle piaghe sul fondo schiena. Con una scrittura sensuale, capace di modulare termini raffinati e linguaggio quotidiano insieme a un lessico della paura e dell’orrore Selma Dabbagh scrive un romanzo d’esordio illuminante, Guardian Book of the year per due anni consecutivi.

La narrazione di ciò che avviene entro il nucleo familiare diventa specchio delle divisioni della società palestinese e del modo diverso di concepire la Resistenza, molto influenzato dai diversi approcci generazionali. Lo sguardo della scrittrice anglo-palestinese tratteggia un fuori che appare un “non luogo” tanto agognato quanto irragiungibile, rappresenta il desiderio non solo di una vita normale ma anche di allentare o dimenticare anche solo per un istante l’occupazione, quasi diventata ormai non solo condizione storica e politica dei palestinesi ma anche esistenziale.

Rashid riesce a raggiungere il suo “fuori”. Nell’anno londinese, conquistato grazie alla borsa di studio, lo sorprendiamo chiedersi quale sia il suo dovere nazionale “strappato da qualsiasi luogo tranquillo gli fosse stato offerto, spinto in un mondo conflittuale dove non aveva spazio”. Dopo pochi istanti lo vediamo leggere una email del fratello che lo riporta in Palestina, che gli narra delle divisioni con una parte dei parenti, dovute a questioni politiche, dell’organizzazione per favorire coloro che non hanno un appartamento e vivono in tenda, della nuova casa lasciata dalla moglie di un uomo collaborazionista dove andranno, una casa con un giardino auspicabile per chi vive in carrozzina, dove la madre sta già allestendo un orto…. Rashid è a Londra ma non è a Londra, adesso che è fisicamente “fuori” non può davvero esserelo. A strattonarlo tra Inghilterra e Gaza sono email, discorsi politici, ma anche gli incubi che turbano il suo sonno. E qui il senso della narrazione da storico e antropologico si fa anche più profondo. Per quanto si sogni e realmente si vada “fuori”, nulla è fuori, sembra suggerirci l’autrice.

Tra dentro e fuori nessuna differenza.

10 novembre 2017

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FUORI DA GAZA, E DA SE STESSI

ARRIVA IN ITALIA “FUORI DA GAZA”, ROMANZO D’ESORDIO DI SELMA DABBAGH, SCRITTRICE ANGLO-PALESTINESE, PER LA TRADUZIONE DI BARBARA BENINI E EDITO DA IL SIRENTE.

“Sto parlando troppo, vero? Non riesco proprio a farmi entrare in testa ciò che ho visto”
“Non è qualcosa che si possa ‘far entrare in testa’. E’ troppo ingiusto per farsene una ragione, troppo incasinato per sbrogliarlo. E se ti sforzi di comprenderlo, se in qualunque modo cerchi una giustificazione, allora sei fottuta. E noi siamo spacciati”

Palestina, Gaza, primi anni Duemila. Un giovane uomo siede sul tetto della sua casa, di notte, e osserva i bombardamenti che sconquassano la Striscia. Non occorre molto tempo per capire che siamo all’inizio della Seconda Intifada, una delle pagine più buie e dolorose che la popolazione palestinese abbia vissuto.
E’ così che prende avvio “Out of it” – “Fuori da Gaza” nella traduzione italiana edita da Il Sirente – romanzo d’esordio della scrittrice anglo-palestinese Selma Dabbagh.

E’ CON UN VOLO IMMAGINARIO VERSO UN ALTROVE POSSIBILE CHE INIZIA IL VIAGGIO FRA LE SUE PAGINE, COMPIUTO DA UNO DEI GIOVANI PROTAGONISTI DI QUESTO PICCOLO MA STRAORDINARIO AFFRESCO NARRATIVO, CAPACE DI DISCOSTARSI DALLA TRADIZIONE LETTERARIA PALESTINESE RESTANDOVI, NEL CONTEMPO, PERFETTAMENTE ALL’INTERNO.

Come in altri romanzi è ancora una volta una famiglia ad essere espediente letterario e cuore della narrazione, perno di una storia che si articola seguendone le dinamiche intime e profonde, in un contesto tanto difficile da spiegare che a volte – come in questo caso – è molto più efficace non farlo. Lasciando piuttosto che sia lo sguardo dei protagonisti – i gemelli Rashid e Iman Mujahed, intensamente legati eppure diversi – a condurre il lettore in un viaggio attraverso la “banalità del male” e le sue conseguenze.

E saranno proprio le divisioni all’interno della famiglia a farsi specchio delle medesime spaccature in seno ad una società stanca di assedio e di occupazione. Attraverso la sua narrazione infatti Dabbagh riesce a ricostruire in modo semplice, ma estremamente efficace, le caleidoscopiche sfaccettature di una società complessa, in cui tutto è politico, persino l’esistenza.

E, SEGUENDO GLI SCONTRI E LE INCOMPRENSIONI FAMILIARI, A RESTITUIRCI UN QUADRO SULLE DIVISIONI INTRA-PALESTINESI, SULLE DIVERSE VISIONI DELLA RESISTENZA, SPESSO DETTATE DA DISTANZE NON SOLO POLITICHE E IDEOLOGICHE, MA SOPRATTUTTO GENERAZIONALI.

Nel farlo, Dabbagh include con maestria elementi centrali della questione palestinese, come la diaspora, il diritto al ritorno, il disperato tentativo di costruirsi, nell’Altrove possibile, una vita normale.

ECCO ALLORA CHE IL FUORI DA QUI DIVENTA CONDIZIONE ESISTENZIALE. IL FUORI-LUOGO, FUORI-TEMPO E FUORI-CONTESTO CHE SI FA PARADIGMA DI UNA PERENNE DIASPORA, NON SOLO GEOGRAFICA MA ANCHE INTERIORE, CHE RENDE I PROTAGONISTI OSTAGGIO DI UNA PERENNE GHURBA. E CHE RENDE LA PALESTINA NON SOLO PIÙ LUOGO OCCUPATO, MA ANCHE “OSSESSIONE CHE OCCUPA”, PER DIRLA CON SUAD AMIRY.

Fuori da qui non è più solo il desiderio dei giovani protagonisti di uscire dalla Striscia di Gaza che li soffoca. E’ anche il modo in cui si sentono, in fondo, fuori dal nuovo contesto in cui cercano di ambientarsi; è il desiderio di liberarsi della Palestina solo per un istante, senza poterlo fare. Di poter parlare, ogni tanto, di altro. E’ il non poter dimenticare chi si è, anche quando si è Altrove. E’ il tentativo di evadere non solo da un luogo, ma anche dalle pressioni sociali, dalle aspettative familiari, dai ricordi del passato e dal perenne paragone con esso. Un fuori che accomuna tutti: lo sono Iman e Rashid quando lasciano Gaza, ma anche il loro padre, che nel villaggio palestinese da cui proviene sa di non poter più fare ritorno.

NEL TRATTEGGIARE PERSONAGGI FEMMINILI FORTISSIMI, CHE BEN RISPECCHIANO LA STORIA FONDAMENTALE DELL’ATTIVISMO DI GENERE IN PALESTINA, DABBAGH HA UN ULTERIORE, GRANDE MERITO. QUELLO DI AVER RACCONTATO GAZA IN MODO NUOVO E CON PAROLE NUOVE.

Attraverso la voce di una giovane generazione spesso invisibile, di cui assai raramente si scrive. Che sente il peso non solo dell’occupazione, ma soprattutto delle sue conseguenze. Quelle più piccole, intime ed apparentemente insignificanti, ma che hanno a che fare con una sfera identitaria e profonda. Una generazione che vorrebbe, in fondo, solo una vita normale.

Con la sua narrazione Selma Dabbagh tratteggia personaggi credibili con incredibile abilità, arricchita da piccoli ma straordinari particolari, destinati a rimanere impressi a lungo. E riesce nell’impresa di farci vedere il mondo attraverso il loro sguardo, che si scambia e si alterna, in un racconto corale che unisce molte voci senza confonderle mai.

***

“Si era formato un capannello di persone intorno a un contadino che stava gridando con dei mazzi di fiori in mano. Tutti urlavano contro la chiusura del confine. Protestavano per i fiori che appassivano. Per quei fiori che sembravano mettere così seriamente a rischio la sicurezza. Per il fatto che sarebbe stata la fine per lui. Ci avrebbe nutrito le sue mucche, con quei fiori. Li avrebbe buttati (la folla ama queste cose). No, anzi, li avrebbe regalati a tutte le donne. E infatti alcuni ragazzi si erano messi a correre in giro con i fiori, e Iman si era ritrovata tra le braccia un bouquet bagnato, da cullare come fosse un neonato. Riusciva a vedere tutta la scena, ma da una certa distanza, quasi stesse accadendo dall’altro lato di uno spesso pannello di plexiglas sporco, uno di quelli dietro cui si sedevano le loro guardie. E se ne stava ferma lì, in mezzo alla strada, immobile. Attendendo solo che quella cortina si alzasse”.
(Estratto da “Fuori da Gaza”, traduzione di Barbara Benini).

 

Cecilia Dalla Negra per QCODEMagazine

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Saltinaria.it (Ilaria Guidantoni, 8 ottobre 2017)

LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Saltinaria.it (Ilaria Guidantoni, 8 ottobre 2017)

“Le ballerine di Papicha” di Kaouther Adimi

Le ballerine di Papicha : Kaouther Adimi

Il nuovo romanzo algerino in lingua francese, giovani trapiantati a Parigi o in Francia, sta registrando risultati interessanti. Questo libro conferma la vena poetica della letteratura algerina francofona, con una scrittura leggera, curiosamente imbastardita dall’oralità dei giovani, in bilico tra due sponde e due culture, un esperimento felicemente riuscito. Un testo di grande tristezza e delicatezza: il ritratto di una famiglia attraverso la malinconia delle assenze e il dolore delle presenze che diventa un affresco dell’Algeria contemporanea e delle contraddizioni di Algeri.

Il cuore della scena è un vecchio palazzo nel cuore di Algeri, uno di quei posti in cui nessuno vorrebbe abitare…, palazzi logorati dal tempo e dalla storia che conservano un fascino indicibile e raccontano soprattutto dolori e qualche sogno. Una famiglia – che diventa anche metafora di un Paese – vive lì, al centro delle chiacchiere e dei pettegolezzi del vicinato. Sarah, la sorella maggiore, tornata a casa con un marito che sembra aver smarrito la ragione e una figlia, passa le sue giornate a dipingere, un sogno che non si realizza, una frustrazione fino alla follia, accanto a un uomo che ha amato tanto ma che non ha saputo aiutare a liberarsi dalla malattia mentale. Adel e Yasmine, i suoi fratelli in passato molto intimi, non riescono più a parlarsi. Adel ha un segreto che lo sveglia nel cuore della notte, Yasmine è così bella da sembrare un abitante di un altro pianeta eppure dolorante, a tratti invasa dal desiderio irreprimibile di felicità. Attraverso una scansione per scene, una sorta di monologhi in successione, ci restituiranno l’affresco della famiglia, nella versione intima di ognuno. Una radiografia dell’Algeria contemporanea, ma più in generale della condizione umana, questo romanzo breve o racconto lungo, una vera narrazione che sembra quasi una sceneggiatura, ha conquistato il Prix de la Vocation. Tradotto dal francese con grande eleganza da Federica Pistono, ci restituisce tutta la poesia della lingua originaria attraversata dalle sonorità algerine, che rendono mediterranea la lingua d’Oltralpe con uno stile originale che la nuova letteratura algerina, dai tempi della guerra di Indipendenza, ha saputo trovare. In questo romanzo i termini e le atmosfere “arabe” si fondono con quello scalpitare globalizzato dei giovani, le loro delusioni e problemi che mettono a fuoco i contrasti esacerbati tra vecchie e nuove generazioni in una città senza lavoro e fra tradizione e vita contemporanea. La famiglia protagonista racconta, attraverso la testimonianza della madre, l’unica senza nome, la storia di una donna che resta sola con tre figli dopo che il marito muore a causa di un proiettile vagante e il dramma del sacrificio e del sogno di un avvenire di successo per i propri cari. Le testimonianze si susseguono, intrecciandosi idealmente, come davanti al tribunale della vita, fino all’epilogo tragico di Hamza (?), vittima della follia e forse soprattutto dell’amore per il quale sacrifica tutto se stesso, fino alla frustrazione e alla rabbia che riversa contro se stesso. In effetti però l’autore non esplicita il finale che potrebbe essere anche legato al destino di Adel o di un altro membro della famiglia. Fa da contraltare la figlia Mouna, una papicha, che indica in dialetto tunisino una ragazza frivola, civetta, un po’ leggera, a seconda del contesto, per la sua capacità, ancora non infranta di sognare, l’amore che si fa danza, con le ballerine ai piedi che possono essere solo colorate, molto colorate, mai bianche e nere, mai troppo scure. Interessante letterariamente questo spiraglio verso il mondo onirico in una visione iperrealistica quale il racconto disegna e la libertà conquistata sfidando il conformismo. La dimensione del sogno è alimentata dal colore che assume un valore centrale quale specchio dei sentimenti e della condizione dei personaggi a cominciare da Algeri che alla stregua di un personaggio è vestita di bianco, ma non è candida e luminosa se non nell’apparenza. Così come Sarah sembra cercare nei colori la vita e il colore di una vita sempre più opaca.
Kaouther Adimi è nata ad Algeri nel 1986. Nel 1994, dopo aver trascorso quattro anni in Francia, torna nella sua città natale. Ad Algeri si laurea in Letteratura francese. Stabilitasi a Parigi nel 2009, ha conseguito un master in Lettere moderne e Management delle risorse umane. Nel 2010 l’editore algerino Barzakh pubblica il suo primo romanzo Des ballerines de papicha, pubblicato nuovamente da Actes Sud nel 2011, con il titolo L’envers des autres. Con questo libro la Adimi ottiene il Prix de la Vocation nel 2011. Nell’ottobre 2015 è stato pubblicato il suo secondo romanzo Des pierres dans ma poche con l’editore Barzakh.

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L’Indice Online (Francesca Del Vecchio, 26 settembre 2017)

LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

L’Indice Online (Francesca Del Vecchio, 26 settembre 2017)

Tabù, silenzi e solitudine

Le ballerine di Papicha : Kaouther AdimiIl primo romanzo di Kaouther Adimi, giovane autrice algerina, si intitola Le ballerine di papicha. Pubblicato per la prima volta nel 2011, è arrivato in Italia solo quest’anno, edito da Il Sirente. Oggi, mentre in Francia esce il suo ultimo lavoro, Nos Richesse, s’intravede nel suo percorso narrativo una particolare attenzione alla solitudine delle anime, ai tabù e ai silenzi tra generazioni a confronto. Anche in Le ballerine di papicha, Adel, Sarah, Kamel, Yasmine, Mouna, Tarek, Haji Youssef, Hamza, compongono uno stravagante album fotografico familiare, esistenze intrecciate eppure indipendenti; persone che vivono sotto lo stesso tetto ma che non parlano mai davvero tra loro. Questo romanzo intimo è tale non solo per via dei legami di parentela che intercorrono tra i personaggi, ma anche perché le storie dei singoli sono la metafora dell’Algeria: ognuno con la propria vita, e non esistono progetti comuni.

Che paese è oggi il suo?

È una domanda piuttosto difficile; ho la mia visione delle cose, e la mia voce non può certo essere accostata a tutti gli algerini. Ma questo è un paese complicato, un continuo paradosso. Siamo il risultato di una storia, scossa troppe volte, tra Oriente e Occidente, all’incrocio tra Europa e Africa. In Algeria, ognuno pensa a se stesso, ciascuno è incastrato nella propria storia personale.

Un po’ come i protagonisti del suo romanzo?

Credo che questa famiglia sia la metafora stessa dell’Algeria: quelle di cui parlo, sono tre generazioni che vivono sotto lo stesso tetto, in un palazzo del quartiere popolare di Algeri. Ciascun personaggio ha il suo “ritratto” personale. E questo mi è servito per tratteggiare gli intrecci familiari di cui si compone il romanzo: madri e figli che comunicano tra loro, senza mai parlare veramente.

Ogni personaggio è dotato di una spiccata dimensione psicologica e questo è indice di una buona riuscita. Si è ispirata a qualcuno?

Sono personaggi inventati, ma come ogni romanziere, ho attinto dalla realtà alcune caratteristiche, che ho poi distribuito qua e là tra i miei personaggi: all’epoca della scrittura del libro, nel 2009, vivevo ancora ad Algeri. Eravamo appena venuti fuori dagli anni del terrorismo, abbiamo vissuto un momento che sembrava euforia. In realtà si faceva la conta dei morti e stavamo all’erta, in attesa di un nuovo ordine di coprifuoco. Una generazione, la mia, cresciuta all’ombra di qualcosa di spaventoso; per questo molte delle caratteristiche dei miei personaggi sono tipiche della gente che vive il Paese.

Tutti i tuoi personaggi sono problematici e irrisolti. Tranne uno: Mouna. È un auspicio?

Mouna è il personaggio su cui volevo focalizzare l’intero libro. Il titolo algerino è un riferimento a questo personaggio – “papicha”, in algerino vuol dire “ragazza graziosa” – che è giovane, allegra, frizzante. A Mouna non importa cosa pensano gli altri. E questa è la speranza migliore per tutto il paese.

L’edizione francese e quella algerina hanno titoli diversi. Come mai?

Il titolo originale in arabo, Le ballerine di Papicha, non ha convinto l’editore francese perché “papicha” è una parola del gergo algerino (in particolare di Algeri e della sua regione) di difficile comprensione per il lettore francofono. Così abbiamo deciso di inventare un nuovo titolo: L’envers des autres. Quando siamo passati all’italiano, abbiamo deciso di tornare alla versione originale.

Il suo libro ha riscontrato un grande successo di pubblico in Francia. Cosa si aspetta dal quello italiano?

Sono molto curiosa di sapere come reagirà al mio romanzo. Uno dei miei libri preferiti è italo-algerino: Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, di Amara Lakhous. Sono, quindi, molto felice per la traduzione e la pubblicazione.

Il suo ultimo libro, Nos richesses, racconta ancora di una generazione “interrotta”?

In Nos richesses, parlo del periodo coloniale algerino attraverso il diario immaginario di Edmond Charlot, il primo editore di Albert Camus. Ma è anche la storia di un quartiere di oggi, 2017, in cui c’è ancora la stessa libreria aperta da Charlot.

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Francesca Del Vecchio è giornalista. Scrive prevalentemente di Esteri e cultura arabo-islamica

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Fantascienza.com (Emanuele Manco, 27 settembre 2017)

GOLEM XIV di Stanisław Lem

Fantascienza.com (Emanuele Manco, 27 settembre 2017)

Con Golem XIV Stanisław Lem ritorna in libreria

Arriverà a novembre un inedito di Stanisław Lem che racconta l’evoluzione e la presa di coscienza di una Intelligenza Artificiale.

Arriverà a novembre Golem XIV, edito da Il Sirente, romanzo breve che riporta in libreria Stanisław Lem, uno dei pilastri della fantascienza mondiale, autore del celebre Solaris e de Il Congresso di futurologia.

Il volume è la ipotetica raccolta di due conferenze di un ciclo di discorsi filosofici tenuti una intelligenza artificiale, un prototipo militare della serie Golem, ideato per usi militari.

Scritto dal punto di vista dell’elaboratore, racconta della sua presa di coscienza e di come, incrementando la sua intelligenza, dia vita a una singolarità tecnologica.

Dal romanzo, inedito in Italia e tradotto direttamente dal polacco da Lorenzo Pompeo, è stato tratto un cortometraggio disponibile in rete.

Il libro

Questo volume riproduce due conferenze di un ciclo di discorsi filosofici tenuti dall’ultimo prototipo di elaboratore superintelligente della serie “Golem”. I testi della conferenza introduttiva sulla natura dell’uomo (“Sui tre aspetti dell’uomo”) e della conferenza XLIII dedicata all’intelligenza artificiale (“Su me stesso”) sono parabole sulla limitatezza della comprensione umana e sulla natura dell’intelligenza artificiale. L’edizione qui proposta, a venti anni dalla prima pubblicazione, riporta la prefazione originale del dottor Irving T. Creve ed è arricchita da un’introduzione del Generale Thomas B. Fuller II e da una postfazione a cura di Richard Popp.

L’autore

Stanisław Lem (Leopoli 1921 — Cracovia 2006) è stato autore prolifico e brillante che ha coniugato il genere della fantascienza con il romanzo filosofico. Uno dei suoi romanzi più celebri è Solaris. Nel 1972 il regista sovietico Andrej Arsen’evič Tarkovskij ne ha tratto l’omonimo film (da Lem non particolarmente amato), il cui grande successo lo ha reso popolare al di fuori della sua patria. I suoi libri, alla sua scomparsa nel 2006, erano stati tradotti in almeno quarantuno lingue e hanno venduto oltre ventisette milioni di copie, facendone uno degli scrittori europei più letti al mondo.

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Emozioni in font (Viviana Calabria, 20 settembre 2017)

LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Emozioni in font (Viviana Calabria, 20 settembre 2017)

Omologazione e intolleranza/Le ballerine di Papicha

Chi ha mai potuto creare una città così?
Certamente un uomo che non ama né i colori, né il bianco, né il nero

“Il mondo di Algeri è un piccolo mondo, una tazzina di caffè.” Amaro aggiungerei.

Le ballerine di Papicha : Kaouther AdimiAlgeri come un mondo chiuso, come la descrizione di una qualsiasi nostra provincia in cui tutti si conoscono, o credono di conoscersi, si salutano e spesso si disprezzano. A mettere in luce questo strano sentimento di comunità è una famiglia molto chiacchierata nel quartiere per i comportamenti di alcuni dei membri, e altri personaggi alla famiglia in qualche modo legati. Conosciamo Adel, il figlio bello e maledetto, odiato dai suoi coetani, e la bella Yasmine: due personaggi che ricordano un po’ quelli di Mapocho, come se la loro sofferenza sia dovuta alle grandi contraddizioni della città. Della madre non conosciamo il nome, il padre è morto già da diversi anni e poi c’è la figlia maggiore, una bellissima donna che ama la pittura e che è costretta a badare il marito uscito fuor di senno. Facciamo la conoscenza di Mouna, la bambina con le ballerine di papicha, l’unica che ancora non conosce le avversità della vita e che volteggia serena e spensierata nelle sue scarpette rosa. E poi ci sono giovani che si riempiono la bocca di grandi discorsi sul cambiare il paese o andare via, mostrando una violenza inaudita che mostra quanto sia radicato nella società un certo ideale e un conformismo senza eguali.

“Chiudo gli occhi per non vedere la città sfilare davanti a me, per non vedere più le strade di Algeri la Bianca. Soltanto gli stranieri possono rimanere estasiati davanti al suo biancore. Io, che sono nata qui, che sono sempre vissuta in questa città, in cui certamente morirò, non ne vedo più il candore, la bellezza o la gioia di vivere, ma soltanto le buche che mi fanno sobbalzare sul sedile, i piccioni che mi lanciano gli escrementi sulla testa e i giovani disoccupati che che cercano di rimorchiarmi quando passo. Ah, dimenticavo: le vecchie! Le vecchie sceme per le scale, che mi consigliano di coprirmi di più. Le vecchie megere che, in autobus, mi prendono la mano e mi parlano dei figli che le fanno disperare. Le vecchie tarme odorose di menta o di rosa che ti si aggrappano al braccio, senza nemmeno avvertirti. Le vecchie cariatidi che gridano ordini, consigli, che si dibattono, si agitano, si innervosiscono.

Schifezza di vecchie. Schifezza di città!”

Leggere questo libro è come profanare un diario segreto o ascoltare di nascosto confessioni costrette a rimanere nel cuore e nella mente. Significa scoprire i segreti di una famiglia e le grandi difficoltà di una città che tanta guerra ha dovuto subire, continuamente contesa tra volontà di emancipazione e un passato di violenza e pregiudizi. Sono proprio questi temi a prendere vita con tanta forza nelle parole di Yasmine, nel suo desiderio di essere libera di vivere la sua giovinezza senza imposizioni di alcun tipo da parte non solo del potere, ma della stessa popolazione ormai completamente in balia delle altrui decisioni, in una città che di bianco ha solo il colore dei palazzi, ma non ha nessun significato di purezza.

Ma a colpire forte è anche la madre, la cui assenza di nome proprio mi dà l’idea di un voluto distacco nei confronti del sentimento di famiglia che dovrebbe esserci, in un monologo furioso e sprezzante. Ritroviamo qui la volontà di omologazione che qualunque governo non democratico vorrebbe per i propri cittadini, un sentimento così grande e profondo di vergogna nei confronti dei figli così diversi dagli altri, tanto da portarla a fare il test del DNA per ben due volte per assicurarsi che non ci siano stati errori, da farne provare altrettanta a me di vergogna nei suoi confronti e in ciò che causerà.

“Sono proprio figli miei. Tutti e tre. Nutrivo la segreta speranza che uno di loro fosse stato malauguratamente scambiato in culla, ma non è così.”

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Simone Zuccarelli, “Il Caffè Geopolitco” (29 agosto 2017)

UCRAINA TERRA DI CONFINE di Massimiliano Di Pasquale

La nuova Ucraina – Intervista a Massimiliano di Pasquale (Parte I)

di Simone Zuccarelli, “Il Caffè Geopolitco” (29 agosto 2017)

Ucraina terra di confine : Massimiliano Di PasqualeA più di tre anni di distanza dall’inizio della guerra in Ucraina molti aspetti legati alla stessa rimangono poco conosciuti al grande pubblico: si tende a semplificare le dinamiche che l’hanno generata, a ignorare la storia dell’area e si cade spesso vittima di vere e proprie fake news. Abbiamo deciso di intervistare Massimiliano di Pasquale, profondo conoscitore della realtà del Paese, per fare un po’ di chiarezza sulla vicenda e le sue ripercussioni

1. Nel 2013, pochi mesi prima dell’inizio del conflitto in Ucraina, è uscito “Ucraina on the Road”, il resoconto del tuo viaggio in un Paese da te descritto come sospeso tra Europa e Russia. A distanza di quattro anni cosa è cambiato?

Il libro – si tratta del secondo libro sul Paese, perché prima era uscito “Ucraina terra di confine” (2012) – fa riferimento al viaggio effettuato nel 2012. Mi fu chiesto di aggiornare la Ukraine Bradt Travel Guide, una guida turistica in inglese. Per tale ragione viaggiai per circa 40 giorni in Ucraina – accompagnato da un amico. Era un viaggio, dunque, nell’Ucraina del 2012. Essendo tornato nel Paese anche l’anno successivo ho inserito anche qualche impressione derivante dalla visita del 2013, qualche mese prima dell’inizio di Euromaidan. L’Ucraina, da allora, è cambiata tantissimo. Maidan e la guerra in Donbas l’hanno trasformata: c’è stato un mutamento di prospettiva – con una maggiore spinta per l’integrazione con l’Occidente – e c’è la grande forza trasmessa dalla Rivoluzione della Dignità – e paradossalmente anche dall’invasione russa che ha coagulato il Paese. Non esiste più un’Ucraina divisa tra Est e Ovest – tra l’altro, la dialettica di un Est russofono e un Ovest ucrainofono è sempre stata semplificatrice e per certi versi fuorviante, a differenza di quella città-campagna che invece è ottima cartina al tornasole per leggere le specificità culturali e antropologiche di questa terra. Putin, paradossalmente, è stato uno dei principali fattori unificanti. Il Paese è completamente stravolto, abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione copernicana. Certo le riforme non procedono sempre velocemente – sicuramente non velocemente quanto vorrebbe l’UE o gli stessi ucraini –, occorre fare di più sul fronte della lotta alla corruzione, ma l’Ucraina ha aderito all’accordo di associazione con UE e sono stati fatti significativi passi in avanti verso lo stabilimento di una liberal-democrazia in senso occidentale. Inoltre i cittadini si riconoscono nei valori dell’unità nazionale, come dimostrano le tantissime manifestazioni in città considerate, prima, filorusse. Indubbiamente, l’Ucraina del mio libro è, in parte, un Paese che non esiste più.

2. Durante il tuo viaggio precedente alla “Rivoluzione della Dignità” avevi avuto qualche sentore di ciò che stava per accadere? Qual è la ragione principale che ha condotto a un mutamento così repentino?

Parlando con la gente avevo compreso che il malcontento era enorme soprattutto dopo quello che era avvenuto nel 2012. Nel giugno 2012, prima delle elezioni parlamentari di ottobre, Yanukovych, per ingraziarsi l’elettorato russofono, aveva fatto approvare una legge sulle minoranze linguistiche che era in realtà un escamotage per concedere al russo lo status di lingua ufficiale. Alle elezioni parlamentari la vittoria del Partito delle Regioni (30%) che, grazie all’alleanza con i comunisti di Symonenko (13%), riuscì a ottenere la maggioranza dei 450 seggi della Rada, fu in definitiva il frutto di un voto caratterizzato da gravi irregolarità (frodi e falsificazioni in sede di voto e conteggio) e dalla reintroduzione di una legge elettorale “ibrida”. La stessa legge che nel 2002 aveva permesso all’ex presidente Leonid Kuchma, sconfitto al proporzionale, di assicurarsi la maggioranza parlamentare, consentì a Viktor Yanukovych di mantenere il potere saldamente nelle proprie mani. Con il sistema elettorale precedente, l’opposizione avrebbe vinto. Gli ucraini avevano dato a Yanukovych l’ultima chance: firmare l’accordo di integrazione con UE. La retromarcia improvvisa sullo stesso, nel novembre del 2013, dà inizio a tutto. Quella firma avrebbe inserito l’Ucraina in un sistema di regole che avrebbe potuto sconfiggere, perlomeno in parte, la corruzione – anche se i livelli erano talmente elevati che probabilmente tutti sapevano che fosse una speranza quasi vana – e rimettere il Paese sulla giusta via dello sviluppo. Svanita anche quest’ultima possibilità per gli ucraini non è rimasta altra via che il Maidan.

3. Alcuni analisti e politici – come E. Lucas nel libro The New Cold War o J. McCain prima, durante e dopo la sua corsa alla presidenza americana contro Obama – avevano messo in guardia verso una Russia sempre più revanscista. Sono stati, sostanzialmente, ignorati. Per quale ragione?

Non è facile rispondere a questo quesito. Si può dire, ad esempio, che quello che Lucas, in modo profetico, ha scritto, ha avuto la sua manifestazione empirica già con la guerra in Georgia (2008). “La Nuova Guerra Fredda” infatti uscì un anno prima del conflitto ma, nonostante ciò, fu ignorato e/o osteggiato. I motivi sono molti: ragioni di opportunismo politico, atavica paura di irritare la Russia, la preoccupazione, soprattutto in Italia, di essere tacciati di filoamericanismo o russofobia quando si critica Mosca. Sicuramente c’è stata una sottovalutazione di questo pericolo. Non è un caso che i moniti di Lucas siano stati recepiti solamente in Paesi come la Polonia e i Baltici che conoscevano benissimo la minaccia russa e sapevano quanto fosse reale. Poco dopo la guerra in Georgia, chiesi a Graziosi – storico e sovietologo di fama internazionale, persona colta e preparata –  se avesse senso parlare di nuova guerra fredda come sosteneva Lucas. Mi rispose che parlare di guerra fredda in quel momento era una sciocchezza incredibile. E parliamo di un accademico serio, uno dei pochi in Italia che ha studiato approfonditamente l’Unione Sovietica. Sergio Romano, da sempre su posizioni filorusse, bollò quella di Lucas come una provocazione. In realtà questo atteggiamento aggressivo da parte della Russia inizia a manifestarsi chiaramente intorno al 2004/2005 quando l’Ucraina vive la Rivoluzione Arancione. Mosca inizia ad avere paura di uno scenario di una società aperta, liberale e democratica e teme una rivoluzione colorata sulla Piazza Rossa. È da quel momento che comincia a intensificarsi anche tutta l’azione di propaganda e iniziano a diffondersi letture geopolitiche di un certo tipo – come quella dell’Eurasia di Dugin, teorico prima messo in disparte. Il libro di Lucas doveva essere illuminante ma, in Italia, è stato letto come una provocazione antirussa. In realtà, addirittura Lucas ha sottostimato alcune questioni in quanto pensava soprattutto a possibili azioni russe nel campo economico e cibernetico.

4. Quello che è successo è stato, dunque, più grave di ciò che Lucas pronosticava. Secondo te, oggi, c’è consapevolezza di quanto successo sia a livello di opinione pubblica che di decision-maker?

Assolutamente no. Anzi, è sconcertante come a destra e a sinistra – oltre che tra i populisti – sia presente la retorica della “Russia umiliata”, degli “ucraini fascisti”… sono in pochi a raccontare quello che è realmente successo in modo obiettivo. L’Italia non ha capito cosa è successo in Ucraina anche perché l’informazione non c’è stata. Ora devo raccontare questo aneddoto. Ai tempi di Euromaidan, venivo intervistato dai media quasi ogni giorno perché sapevano che ero una persona che si occupava da anni di Ucraina e la conoscevo bene. Da quando la Russia ha invaso la Crimea non mi hanno più chiamato né in radio né in televisione e anche i giornali con cui collaboravo accampavano le scuse più improbabili per rifiutare la mia collaborazione. Ora, improvvisamente sono diventato uno che non sa più niente? Probabilmente, dava fastidio il fatto che raccontavo una realtà molto diversa da quella dei media mainstream che, come dimostrato nel mio articolo per Strade, spesso trasmettono linee vicine a Mosca. Il fatto di essere bombardati ogni giorno da cattiva informazione ha fatto sì che in Italia la gente non sa cosa è successo, ma non è colpa loro! Colpiti dalla disinformazione, che viene persino dai media mainstream, sarebbe difficile aspettarsi un esito differente.

5. Il 2016 è stato l’anno della “post-verità”. Le notizie false, distorte o propagandistiche hanno un peso nel modo attraverso il quale viene percepita la politica estera e interna della Federazione Russa nei Paesi occidentali? In che termini? Quali sono, brevemente, le strategie utilizzate da Mosca in questo campo?

Domanda molto interessante ma ci vorrebbe tanto per rispondere. Qui si entra davvero in un argomento immenso. Possiamo rifarci alla dottrina del generale russo Gerasimov: secondo lui l’information warfare ha lo stesso peso, se non superiore, di quello che possono avere le forze armate o l’aviazione. Ed è un’arma notevole perché è capace di creare molta confusione e incertezza nei Paesi colpiti, soprattutto quelli più vicini, storicamente, alla Russia. In Italia, ad esempio, ha funzionato e sta funzionando molto. Ricollegandoci anche a quanto detto in precedenza, l’azione di propaganda è aggravata dal fatto che l’Ucraina, da noi, è spesso stata vista quasi come un’appendice della Russia: nessun giornale o organo di stampa o tv ha mai avuto un corrispondente da Kyiv. La Russia, tra l’altro, è forte e ha preparato da tempo la guerra. Diversi centri di cultura italo-russa si sono trasformati, in questi anni, in veri e propri centri di propaganda. L’Italia, dunque, è diventato uno dei principali Paesi nel quale la propaganda russa ha attecchito maggiormente. Paradossalmente, anche in Paesi storicamente considerati più filorussi – come Francia e Germania – la propaganda ha attecchito molto di meno che da noi, perché gli organi di informazione hanno dato ampio spazio a una narrazione oggettiva di quanto accadeva in Ucraina. In Italia lo hanno fatto in pochi.

6. Qual è la situazione attuale nel Donbas e in Crimea?

Nel Donbas c’è una guerra che, tecnicamente, si potrebbe dire a basso livello di intensità – che, però, si alza ogni volta assistiamo a qualche successo da parte del governo di Kyiv: la sera della finale dell’Eurovision, ad esempio, c’è stato un attacco da parte di miliziani filorussi e proxies russi, la stessa cosa è accaduta il primo giorno in cui gli ucraini potevano viaggiare in Europa senza il visto. Ogni tanto, dunque, la tregua è interrotta da forti attacchi. La Russia, poi, non sta rispettando gli accordi di Minsk e, di conseguenza, è difficile ipotizzare una soluzione in breve tempo per il Donbas. In Crimea la situazione è diversa perché è stata presa e annessa – con un referendum non riconosciuto da nessuno, non legale dal punto di vista del diritto internazionale e in violazione del Memorandum di Budapest del 1994 – senza violenza. Ciò è stato possibile unicamente perché è stato ordinato – sotto pressioni sia dell’UE che degli Stati Uniti – alle truppe ucraine di ritirarsi senza combattere per paura che sarebbe scoppiata una guerra più estesa. Dal punto di vista economico la situazione è pessima: prima era una terra che viveva di turismo, ora è completamente militarizzata, i tatari sono stati quasi tutti cacciati, gli ucraini se ne stanno andando e la stanno ripopolando con persone che vengono dalla Russia – in maggioranza parenti di militari di stanza nella penisola. Questa è la situazione attuale in Crimea.

Fine prima parte

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Giuseppe Acconcia, “Nazione Indiana” (12 agosto 2017)

VITA: ISTRUZIONI PER L’USO di Ahmed Nàgi

Nagi, Vita: Istruzioni per l’uso. La natura cruda e sentimentale del Cairo

di Giuseppe Acconcia, “Nazione Indiana” (12 agosto 2017)

Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed NàgiAhmed Nagi nel libro “Vita: Istruzioni per l’uso” (Il Sirente, 266 pag., 18 euro) racconta il Cairo come pochi autori egiziani hanno saputo fare negli ultimi decenni. Lo scrittore, autore tra le altre opere di “Rogers” (2010), è stato condannato a due anni, e in seguito rilasciato, per il linguaggio “osceno” dei suoi romanzi. Un testo post-moderno che sfida qualsiasi preconcetto sul Cairo, ne restituisce atmosfere surreali al limite della nouvelle vague, sulla scia di pellicole di successo, come in “The last days of the city” di Tamer el-Sayed che racconta con gli occhi di un gruppo di giovani il centro novecentesco della capitale egiziana. “Nella mia infanzia, tutti i miei amici erano affascinati dal mito di un mondo globalizzato. Ma ho cercato di superare gli stereotipi, introdurre la libertà di scelta nella nuova società globalizzata. E così, mostro la complessità della nostra modernità andando da Toni Negri ai fast food”, mi aveva spiegato Ahmed Nagi in uno dei nostri ultimi incontri in occasione di un’intervista che avevo realizzato per il quotidiano egiziano al-Ahram.

La vicenda di Bassam Bahgat, documentarista ingaggiato per raccontare i mutamenti urbanistici strutturali della capitale egiziana, è raccontata in frammenti, intervallati dalle illustrazioni di Ayman al-Zorqani. Il diario sentimentale del protagonista, che molto ha a che fare con l’esperienza quotidiana dell’autore tra la città satellite di 6 Ottobre e il centro del Cairo, descrive incantevoli donne, Paprika, Mona Mei e Rim, e le piacevoli e incantate giornate di sesso (o un’amicizia suggellata da “sangue mestruale e sperma secco”), trascorse con grande naturalezza, mentre il Cairo inesorabilmente è sottoposta ai mutamenti più radicali. “Se per gli individui maschi del Cairo la vita è un incubo, per le donne è una realtà infernale cui è impossibile sfuggire”. La città viene descritta nei suoi aspetti più crudi e fantastici: un luogo dove alcuni si sono dimenticati cosa sia un “sorriso”, un “ricettacolo d’odio, la materia prima dell’odio e della miseria”. Eppure chi ha pensato tutto questo (il Cairo) non poteva che essere un “pasticciere”.

Lo scopo del racconto è mettersi alle spalle questa disperazione, forse è anche il segreto delle rivolte del 2011, per rendere la vita “più piacevole e meno misera”. Eppure il nascosto e il non detto è sempre più forte di quello che emerge in superficie. Questo sottosuolo resta invisibile per una sorta di intesa tra “politica, religione e società civile” che impediscono che questo volto segreto della città venga a galla. L’osservatore non può fermarsi alla visione di miserabili che “attraversano strade affollate da donne ricoperte da strati di abiti e stoffe”. Ognuno deve imparare a sue spese a decifrare questi luoghi: a ottenere la propria “chiave personale”. E il Cairo è una città così variegata da tenere insieme i gruppi più disparati di persone: da fanatici religiosi a omosessuali, da giovani artisti agli scambisti di Imbaba, dai bambini di strada ai fanatici della forma fisica, dagli uomini d’affari obesi ai cantanti popolari.

L’esperienza sensoriale al Cairo è continua, totalizzante e tesa. “Quando vivi o ti muovi dentro il Cairo, vieni costantemente offeso. Sei destinato a incazzarti”. Una città dove il negoziato tra possibile e impossibile non si ferma mai. “Vedemmo interi quartieri vivere grazie alla corrente elettrica prelevata abusivamente dai lampioni della strada principale”.

Eppure il vero intento della “Società degli Urbanisti” di cui Bahgat è solo un mero esecutore è quello di distruggere definitivamente il Cairo e creare una nuova città dalla forma futurista e commerciale: progetto non lontano dagli annunci post-moderni del sanguinario presidente egiziano al-Sisi. Se fosse per Bahgat e per il suo amico Ihab Hassan il vero cambiamento che la città dovrebbe subire sarebbe la tensione verso l’eliminazione del degrado e della marginalizzazione a cui sono costretti alcuni suoi abitanti, a partire dal cambiamento del corso del Nilo e della sua forma. Ma questi aspetti solo in parte risaltano dalle pagine del libro. Ahmed Nagi continua invece a indugiare in racconti sempre sorprendenti sulla megalopoli, sui suoi abitanti e le loro abitudini amorose. “La prima volta, la feci venire succhiandola senza mai fermarmi, poi entrammo in camera da letto e facemmo l’amore con lentezza”. Ma anche di odori nauseabondi nei bar di Moqattam, come la puzza di “fegato fritto in olio da motore che si diffondeva nell’atmosfera come una nube carica di pioggia”. O di relazioni inedite che richiamano una vita parigina: “Sentii per la prima volta che questo tipo di relazione, in cui il terzo elemento è appeso a un filo che tiene legate realtà e illusione, era ciò che mi avrebbe appagato”.

Eppure questa tensione così irrazionale di una città e dei suoi abitanti avrebbe di là a poco concesso tutto ad una necessità molto più umana e pigra: quella della “sicurezza”. E se al Cairo “non poteva capitarle nulla di peggio dello stato in cui versava”, un bisogno primario in tempi precari ma anche una leva per giustificare qualsiasi cosa agli occhi del profano l’avrebbe di lì a poco trasformata di nuovo. E così l’unico riferimento vero alle proteste del 2011 appare in relazione alla campagna “No”, contro la dichiarazione costituzionale, voluta dalla giunta militare ma contestata dai giovani rivoluzionari.

Nonostante ciò, è sempre il Cairo a dettare modi e tempi del cambiamento. “Tu eri schiavo della città e prima che lei ti si concedesse, dovevi venderti l’anima con un patto firmato col sangue e col cuore”. E tra le priorità di Nagi c’è sempre il tentativo di richiamare un certo disprezzo verso gli islamisti che poi avrebbero preso solo figurativamente le redini del potere: “Scarafaggi nelle fogne del Cairo e sul loro rapporto coi sorci di New York, e sull’effetto di tale relazione sulla nascita di movimenti islamisti in Medio Oriente”.

Fino agli incontri che rendono la vita così affascinante come quello tra due pescatori, uno dei quali in bolletta proprio il giorno della nascita della sua prima figlia. “Getta l’amo e te ne verrà del bene”. Bastò questa frase per ritrovarsi in tasca 300 ghinee (circa 40 euro): perché in alcuni giorni al Cairo è possibile davvero qualsiasi cosa! Eppure il Cairo è sempre rimasta “indifferente alle vite dei suoi abitanti”. Ed è proprio questo profondo senso di solitudine ad aver forse ispirato l’autore a raccontare in modo così autentico e disilluso la sua città perché in fondo è il “dolore” sempre il più “potente motore per la scrittura”.

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Lankenauta (Luca Menichetti, 12 agosto 2017)

LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Lankenauta (Luca Menichetti, 12 agosto 2017)

Le ballerine di Papicha

"Le ballerine di Papicha" di Kaouther AdimiAdel, Kamel, Sarah, Yasmine, Mouna, Tarek, Hajj Yousef, la madre, Hamza, sono alcuni dei personaggi presenti in “Le ballerine di Papicha”, ed anche i titoli dei capitoli con i quali  si sviluppa il romanzo breve di Kaouther Adimi. La critica letteraria – ormai sono trascorsi sei anni  dalla prima edizione di “L’envers des autres Actes” – ha infatti più volte scritto di una “narrazione polifonica”: in altri termini la modesta famiglia che abita nel “vecchio palazzo di Algeri”, si rivela di pagina in pagina grazie agli sguardi impietosi dei suoi stessi componenti e di coloro che hanno a che fare con Yasmine o con Mouna. Capitoli che sono narrazioni in prima persona, in cui la felicità della giovanissima Mouna nel calzare le “ballerine di Papicha”, rappresenta l’unico e autentico contraltare a tutto lo sconforto, rabbia, pregiudizio, paranoia che invece leggiamo nei monologhi dei più adulti. Così Yasmine (“bella, libera, lucida, estraniante”), l’universitaria che non vorrebbe essere soggiogata dalle tradizioni più retrive: “Le vecchie sceme per le scale, che mi consigliano di coprirmi di più. Le vecchie megere che, in autobus, mi prendono per mano e mi parlano dei figli che le fanno disperare. Le vecchie tarme odorose di menta e di rosa che si aggrappano al braccio, senza nemmeno avvertirti. Le vecchie cariatidi che gridano ordini, consigli, che si dibattono, si agitano, si innervosiscono” (pp.25). Una rabbia manifestata con modalità magari diverse dagli abitanti del quartiere, ma comunque pervasiva e presente in quantità nella famiglia di Yasmine, luogo in cui non ci si parla più e che da tempo è al centro delle chiacchiere e dei pettegolezzi del vicinato. Il fratello Adel è infatti insonne, tormentato da qualcosa che poi nel corso della narrazione si può intuire ma che mai è rivelato in maniera del tutto chiara. Inoltre nell’appartamento è arrivata anche Sarah, la sorella maggiore, una pittrice che ha una figlia e un marito, Hamza, che sembra aver perso il lume dell’intelletto. Accanto a loro una madre tradizionalista, che nel suo monologo eccede in cinismo e disprezzo nei confronti dei figli apparentemente emancipati; e tutta una fauna di teppistelli drogati, di modesti lavoratori, di universitari confusi che mostrano la società algerina, o almeno quel pezzo di società, alla stregua di una combinazione sconclusionata di solitudini. Si comprende perciò la scelta di Kaouther Adimi  di costruire il romanzo assemblando i diversi punti di vista e diversi “flussi di coscienza” nei quali, secondo noi giustamente, la paratassi è ai minimi termini, facendo emergere semmai dei credibili dialoghi interiori.

Se poi volgiamo lo sguardo oltre la famiglia “del vecchio palazzo di Algeri”, se prendiamo atto che  dialogare civilmente diventa un problema o addirittura è qualcosa di inconsueto, nel leggere di giovani incerti se rimanere in patria o se cercare fortuna altrove, di personaggi storditi dagli stupefacenti, pieni di pregiudizi maschilisti, allora è legittimo pensare che “Le ballerine di Papicha” rappresenti davvero una critica spietata alla società algerina nel suo complesso, che si agita – o forse meglio: che si è paralizzata –  tra profondi e antichi malesseri. E’ vero che Kaouther Adimi non sembra aver ricordato esplicitamente quanto accaduto durante la cosiddetta Primavera araba, che pure ha coinvolto l’Algeria tra il 2010 e il 2012. Infatti, sulla scia di speranze presto infrante, anche in diverse città dell’area Maghreb si svilupparono proteste imponenti contro il regime esistente: ne sono scaturiti scontri pesanti tra attivisti dei partiti d’opposizione, sindacalisti e la polizia, la richiesta di cambio di regime, di democrazia. Atti di coraggio e di disobbedienza civile che però non sono stati premiati: il presidente Abdelaziz  Bouteflika, in carica dal 1999 grazie ai militari, è sempre un raʾīs e nel 2014, proprio a tre anni dalla prima pubblicazione di “L’envers des autres Actes”, ancora una volta si è reso responsabile di una modifica (“ad personam”) della Costituzione ed è stato è stato rieletto con l’81% dei voti.

Insomma, un contesto in cui alle difficoltà materiali di una nazione dallo sviluppo incerto, che ancora vede nella migrazione uno strumento per risolvere i problemi economici, si sommano gravi limiti culturali e politici: potremmo dire che la contrapposizione tra una tradizione vissuta con tutto il suo carico di pregiudizi, repressione e visione limitata del mondo, ovvero il clima ideale per i tanti Bouteflika al potere, e il desiderio di emancipazione, lo troviamo non soltanto nelle cronache degli esperti di politica internazionale, ma, con uno sguardo più attento al piccolo mondo di una delle tante possibili famiglie algerine, anche nelle pagine di Kaouther Adimi. Le quattro righe dell’epilogo (“L’indomani mattina appare in qualche quotidiano…..”) rappresentano appunto uno dei più tragici effetti del conformismo esistente che – questo sembra volerci dire Kaouther Adimi – anche le “ballerine di Papicha”, nel senso di interpretare positivamente lo spirito che incarnano (“quando si è una papicha, lo si è per tutta la vita”), potranno contrastare, archiviando il cinismo e la grettezza delle generazioni precedenti.

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9788887847611

Scanner Festival. Autoproduzioni con Ayman Al Zorqani

14-16 luglio 2017
 
appuntamento con l’illustratore Ayman Al Zorqani (Egitto) selezionato per la mostra Animals insieme a 16 artisti per l’edizone 2017 del festival Scanner. L’autore ha illustrato il libro Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nàgi edito da il Sirente
 
I migliori progetti cartacei italiani. Le storie dei disegnatori e degli autoproduttori. Caratteri mobili, fotocopiatrici, distribuzioni laterali. I pionieri dell’autoproduzione.
 
SCANNER • automatici • autoprodotti • autoalimentati •
 
🐸 Tre giorni di presentazioni e bookshop dedicata alle autoproduzioni.
 
🐸 COS’È SCANNER
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🐸 MOSTRA • “SCANNER • Animals”
Esposizione di illustrazioni realizzate per il nuovo “vestito” di Scanner:
Alessandra Di Paola, Andrea Pes, Angelo Montanari, Annachiara Tozzi, Ayman Al Zorqani, Manuela “Mantu” Marazzi, Cristiano Baricelli, DirtyRebelYell, Emanuela Caponera, Giulia “Microamica” Civitico, Il Pistrice, Ksenja Laginja, Lorenzo_Bracalente, Shu Garbuglia, Tere Cab, Vincenzo De Maria + Resli Tale, Marina Biagini.
 
🐸 LA MOSTRA MERCATO:
Sofia Bucci, Interiors a “Tavola”, Cliquot Edizioni, Enrico D’Elia + Brigata RGB, Simone Del Vecchio, Leporello, ComicOut, 4MBzines, I Poeti Hanno I Volti Deformi, Il mercante d’acqua – romanzo, Napoli&Nuvole, Duo + Marina Biagini, BiZed Photozines, La camomilla è una bugia, Plancton, PICA, Amore amore un corno, Gorilla Sapiens Edizioni, #kkartbasement, Tere Cab – Illustrator, DE PRESS, Nodes, BLU di Seppia, Sundays Storytelling.
 
🐸 CHI TROVERETE NEL BOOKSHOP:
Anatomia dei sentimenti, B comics • Fucilate a strisce, Bambi Kramer, Betterpress, Bill magazine, Bolo Paper, Bubka, Canicola, Chicken Broccoli, Clockwork Pictures, Costola, Crisma, Delebile, Elisa Talentino, Fortepressa, Fox Craft, G.I.U.D.A., Il Reportage, Illustratore Italiano, Incubo alla balena, Inuit, Isola, K28, Kei Kei, La trama, Librifinticlandestini, Lök, Lucha Libre, Maicol&Mirco, Maledizioni, Modo, Muscle, Nervi, Night Italia + Marco Fioramanti, Nina Masina, No=Fi Recordings, Nu®ant, Resina, Sciame, Semiserie Lab, Sirene journal, Squame, Stranedizioni, Studio Pilar, Teiera, Terracava, The Park, This Is Not A Love Song, Walkabout, Prints + Paolo Schneider, WATT • Senza alternativa, Wino Studio, Stefano Zattera, Zooo.
 
🐸 SUL PALCO
 
Venerdì
20:00 — Enrico D’Elia + @Brigata RGB
20:30 — Christian Paris
21:00 — Proiezione del film “Decoder” di Muscha [V.O. con sottotitoli in italiano, 87 min.]
A seguire proiezione del “Documentary Decoder Collective” [V. O.] dell’intervista al filmaker Klaus Maeck [V.O.]
00:00 — A seguire proiezione del film “Ed Wood” di Tim Burton [127 min.]
 
Sabato
20:30 — Leporello + Soul Studio
21:00 — Valerio Bindi + Fortepressa + Crack!
21:30 — il Reportage + Andrea Mattone
22:00 — Alberto Fiori
22:30 — Proiezione del docufilm “Fumetti dal futuro” di Serena Dovì, con Ratigher; Maicol&Mirco, Dr. Pira, Baronciani [50 min.]
23:30 — A seguire: contributi visivi di Fortepressa; BAU + Vittore Baroni + Fanzinoteca italiana
 
Domenica
20:00 — effe + Flanerì
20:30 — Nodes
21:00 — Marina Biagini + DUO
21:30 — Francesco Temporin, Illustraction Prize
22:00 — Flavia Rossi
 
🐸 PARTECIPA CON LA TUA AUTOPRODUZIONE
(adesione gratuita)
• Se vuoi salire sul palco del MONK Roma per raccontare il tuo progetto o semplicemente mettere in vendita la tua autoproduzione nel bookshop di SCANNER, scrivi a scanner@scannerfest.it
 
🐸 Scanner è presentato da Scripta Manent • IFIX, Dude Mag e MONK Roma.
 
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14, 15, 16 luglio 2017
Via Giuseppe Mirri, 35
MONK Roma
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Giovanni Giusti, “Goethe Institut”, 28 giugno 2017

I MIRACOLI di Abbas Khider

Un romanzo autobiografico inconsueto: “I Miracoli” di Abbas Khider

di Giovanni Giusti, “Goethe Institut”, 28 giugno 2017

I miracoli : Abbas KhiderNon c’è bisogno di cercare le parole per descrivere “I Miracoli” dell’iracheno Abbas Khider, perché la sintesi che fa lui stesso nelle ultime pagine del libro è perfetta. “Ho cercato a lungo una forma che consenta di iniziare a leggere in qualunque momento e da qualsiasi punto. Ogni capitolo un inizio e allo stesso tempo una fine. Ciascuno è un’unità a sé, ma anche la parte essenziale di un tutto. Romanzo, racconto, biografia e favola, tutti riuniti in un’unica opera”. Ed è proprio così.

È uno libro poco consueto quello di Abbas Khider, edito in Italia da il Sirente. Non è del tutto un romanzo, effettivamente, ma non è neanche un diario. È una raccolta di storie personali, spesso tragiche o tragicomiche, qualche volta grottesche, ma storie a tutti gli effetti, sempre coinvolgenti e vissute nel profondo.

Un manoscritto abbandonato in un treno

Il narratore delle storie de I Miracoli e delle loro mille trame è Rasul, alter ego dell’autore, iracheno e profugo come lui, con un espediente banale quanto efficace, una busta con un manoscritto abbandonata in un treno. La nascita in una cucina fumosa, la scoperta del piacere della poesia e delle lettura e l’impegno politico. La prigione a diciannove anni, la liberazione e la fuga dall’Iraq a poco più di venti, il pellegrinaggio prima da lavoratore poi da profugo attraverso tre continenti, l’Asia, l’Africa e l’Europa, fino all’arrivo in Germania nel 2000. Sono le storie di Rasul, ma sono le storie di Abbas Khider, realmente vissute. Rasul scrive poesie, documenta tutto, scrive di tutto e dappertutto, perde quello che ha scritto, lo ritrova o lo riscrive, sui muri della prigione come sulla carta che ha avvolto il kebab o i datteri. Racconta di se stesso, di migranti e di profughi con la stessa forza, racconta del bambino curdo ritrovato a Atene, della zingara Selwa, della vecchia greca che lo salva due volte, di ragazze e di come riconoscerne la nazionalità da particolari insospettabili, della guerra con l’Iran. Ma soprattutto racconta i miracoli che ha vissuto, che gli hanno salvato la vita.

Il racconto di una fuga

“I Miracoli è il racconto di una fuga”, dice la giornalista Francesca Paci durante la presentazione del libro con l’autore al Goethe-Institut, “e fa capire benissimo che chi scappa da certe situazioni non si fermerà certo davanti a un muro”.
Khider annuisce mentre ascolta la traduzione, è molto comunicativo, proprio come il suo romanzo e i suoi personaggi, gesticola, si appassiona. “Nel 1991 in Iraq c’è stata una rivoluzione che e è stata messa a tacere anche grazie alle potenze straniere” dice. “I ragazzi della mia generazione che l’hanno vissuta, io avevo diciassette anni, hanno rifiutato di darsi per vinti. Abbiamo continuato la nostra attività politica e io sono stato arrestato. Sono stato due anni sotto terra, ho sofferto la fame la sete e sono stato torturato. Quando subisci queste cose capisci che l’uomo non è più degno di essere chiamato tale. A un certo punto è arrivata l’amnistia, ma mi fu vietato di continuare a studiare, dovetti fare il servizio militare e ero tenuto lo stesso sotto controllo giornaliero. Mi meraviglio sempre quando la gente non capisce cosa i profughi hanno dovuto patire prima di sottoporsi al viaggio. Comunque non sono le persone che portano violenza ma sono i sistemi, i regimi. Le persone che torturano sono solo persone, proprio come i torturati. Il problema è il sistema e il torturatore è solo un ingranaggio del sistema. Bisogna combattere il sistema non le persone”.

Le paure dei profughi

La traduttrice del libro Barbara Teresi legge alcune pagine, quelle dello scoppio di un pneumatico, un miracolo vero, uno di quelli che gli salva la vita. Khider ascolta e racconta, sempre col sorriso sulle labbra, anche quando si parla di torture e morte, anche quando grazie alle domande di Francesca Paci, si parla delle sue paure e delle paure dei profughi che lui rappresenta. “I profughi hanno sempre paura”, dice. “Cercano sicurezza, non pensano ad altro. Hanno paura del viaggio, hanno paura di arrivare, hanno paura di essere rimandati indietro. Quello che perdi quando sei un profugo è la tua sicurezza interiore. Quando è morto Saddam nel 2006 io ho realizzato il sogno di tornare in Iraq. Ma non era cambiato niente e ho resistito solo un anno. Facevo il giornalista sotto pseudonimo e continuavo a avere paura, avevo paura di qualunque cosa, avevo paura a entrare in macchina e girare la chiave di accensione”. Fa il gesto di inserire la chiave, di girarla, mima un’esplosione. “Dopo un anno sono tornato in Germania e mi sono reso conto di essere un uomo senza sogni. Mi sono reso conto che me ne dovevo fare di nuovi, proprio in Germania.”

La Germania e i cambiamenti

Francesca Paci vuole sapere di più. “Con l’occhio del migrante cosa è cambiato dal 2000, quando sei arrivato in Germania, a oggi?”
“Molto”, è visibilmente dispiaciuto Khider. “La Germania è cambiata molto. All’epoca io ero solo un personaggio per così dire insolito, ma nessuno mi dava fastidio o mi notava particolarmente. Dopo l’11 settembre del 2001 sono diventato una persona sospetta. La polizia mi fermava e mi faceva domande assurde. Sei un terrorista? Hai esplosivi? Poi in un paio d’anni la situazione si è normalizzata, ma oggi siamo tornati al dopo 11 settembre. Anche se ormai in Germania sono una persona conosciuta mi capita di ricevere minacce quando vado a presentare i miei libri, o anche per e-mail. In un certo senso gli eventi politici si intromettono nella vita privata. All’estero non sei mai solo, diventi un rappresentante della cultura da cui provieni. Se qualcuno di questa cultura fa qualcosa di brutto, questo ricade immediatamente anche su di te che non hai fatto nulla. E i partiti politici sfruttano questi eventi per manipolare gli elettori. Personalmente sono felice di non essere un politico, ma come scrittore devo analizzare certe situazioni. Devo criticare Angela Merkel, per esempio, perché negli anni scorsi ha accolto solo i siriani. E gli altri? Il vero problema è trovare una diversa descrizione per i profughi, nuova, perché solo una volta che saranno considerati degli esseri umani le cose potranno cambiare. Dobbiamo essere sempre cordiali con chi viene da altri paesi, non solo se e quando lo dicono i politici”.
Continua a sorridere Abbas Khider, anche quando risponde alle domande del pubblico, ma sotto la sua pelle insolitamente scura per un iracheno, la sua pelle da “falso indiano” come riecheggiano il titolo in tedesco del libro e il primo capitolo, si intravedono le facce di Aga, di Fadhel, quella di Alla, le facce di tutti gli altri. Di tutti i migranti che non ce l’hanno fatta, di tutti quelli che Rasul, e lui stesso, hanno visto morire durante la fuga da Baghdad alla Germania.

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Un uomo non piange mai | Senzaudio

Un uomo non piange mai di Faïza Guène

“Nessuno ricomincia da zero, nemmeno gli arabi che lo zero lo hanno inventato, questo diceva mio padre”.

Mentre affrontavo la lettura mi sono interrogato spesso sugli stereotipi. Sul motivo per cui a volte delle verità acclarate assumano dei connotati negativi. Soprattutto quando una cultura ne osserva un’altra. Succede a noi quando guardiamo fuori dalla nostra finestra, succede agli altri quando sbirciano in casa nostra al calar del sole. E’ inevitabile ed è sempre stata una fonte di antipatie, di problematiche di difficile risoluzione. Spesso ha dato il via a sentimenti che sono sfociati nel razzismo e nel volgare affossamento degli altrui valori culturali. Io penso che quando un paese fatica a ragionare in termini di cultura, quando un paese fatica a capire di cosa è fatta la propria cultura abbia difficoltà ad accettare le altre culture, parta dagli stereotipi, dalla derisione e poi il resto. Ben più grave.

Tutti questi pensieri sono scaturiti dalla lettura di “Un uomo non piange mai” (un titolo che di per sé avrebbe l’anima dello stereotipo) della scrittrice francese di origini algerine Faïza Guène.

Il libro racconta una storia dal punto di vista dell’unico figlio maschio di una famiglia di immigrati algerini. Attraverso lo sguardo di Mourad Chennoun possiamo partecipare alla vita di una famiglia con un piede in Algeria e l’altro in Francia. Con una figlia che prova ad emanciparsi, a sfuggire a tutte le imposizioni culturali che la vogliono, secondo lei, grassa, brava a cucinare e sottomessa al marito. Abbiamo un padre dedito all’accumulo compulsivo di qualsiasi robaccia gli capiti a tiro e una figlia, Mina, che invece decide di seguire le orme che la famiglia ha tracciato. Sopra a tutti, la madre. La madre con i suoi attacchi di tachicardia, ipertensione, emicrania e qualsiasi altra malattia immaginaria possa servire a insinuare negli altri il senso di colpa. Un personaggio che a tratti fa sorridere se non fosse che le sue pressioni influenzano la vita dei figli. Douna la figlia emancipata viene espulsa dalla tribù come fosse un calcolo. Viene dimenticata fino a che, alla fine, qualcosa tira nuovamente le redini della famiglia e fa dire a Douna stessa: alla fine ha vinto comunque mamma.

Un libro in cui lo stereotipo viene cavalcato e sviscerato, portato al grado di analisi sociale. Un libro affascinante nella sua semplicità eppure travolgente per i temi che tratta. La seconda possibilità, il mantenuto dalla bella ereditiera, la prostituzione, l’integrazione degli emigrati nelle Banlieau e la speranza di essere qualcuno anche al di fuori della cerchia familiare.
In tutto questo svetta la voce del narratore, quel Mourad che incontriamo da bambino e lasciamo da adulto, sempre in preda al panico “Imodium, imodium, imodium” sempre con uno sguardo al futuro e uno al passato, sempre sull’orlo di esplodere e dire, finalmente, non ciò che ci si aspetta da lui, ma ciò che lui realmente pensa. Un personaggio che illustra perfettamente la tensione tra due culture diverse, la tensione tra ciò che ci si aspettata da una persona (lo stereotipo) e ciò che questa persona è in grado di dare (la verità).

Da un anno a questa parte l’unica cosa che si può dire de “Il Sirente” è che ogni libro è migliore del precedente.
Ottima la traduzione dal francese di Federica Pistono.

Faïza Guène nasce nel 1985 a Bobigny, in Francia, da genitori di origine algerina, e cresce a Pantin, nella banlieue “incendiaria”a nord-est di Parigi, dove conosce la realtà del sottobosco urbano che spinge poveri e immigrati all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del professore di Francese che la segue al liceo, Faïza pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kiffe Kiffe, demain, 2004). Accolto come il prototipo de nuovo romanzo “sociale” francese, il libro è tradotto in 26 lingue e vende oltre 400.000 copie. L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”. Faïza Guène è anche autrice di cortometraggi e documentari.

Recensione di Gianluigi Bodi Senzaudio

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9788887847529 Altriarabi Migrante

Marco Chiesa, “Piego di libri” (14 giugno 2017)

UN UOMO NON PIANGE MAI di Faïza Guène

Un uomo non piange mai – Faïza Guène

di Marco Chiesa, “Piego di libri” (14 giugno 2017)

Un uomo non piange mai : Faïza GuènePer parlare di questo bel romanzo pubblicato dalla Editrice il Sirente nella collana “altriarabi migrante” dobbiamo prima conoscere meglio l’autrice. Faïza Guène è nata nel 1985 a Bobigny in una famiglia di origine algerina ed è cresciuta nella banlieu “incendiaria” Pantin che si trova a nord-est di Parigi. Ha scritto il suo primo romanzo a diciannove anni, ricevendo un’ottima risposta di critica e pubblico. Sin da subito è stata designata come la portavoce letteraria di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”.

Comprendiamo allora come questo romanzo affronti i temi cari all’autrice, in particolare raccontando le vicende di un giovane di origini algerine, Mourrad Chennoun, che cresce a Nizza con la propria famiglia. Il protagonista sta per trasferirsi a Parigi per fare l’insegnante di francese in una scuola di un quartiere periferico, nel frattempo le condizioni di salute del padre peggiorano. La madre di Mourad è un personaggio davvero “ingombrante” nella vita dei figli, tant’è che la primogenita Dounia ha lasciato ancora adolescente la casa dei genitori per un’incompatibilità inconciliabile, e non si è più fatta sentire.
Resta in famiglia invece l’altra figlia, Mina, che presto si sposa con un altro franco-algerino, restando sempre legata ai propri genitori.

Leggendo il libro della Guène si sorride spesso, in quanto non mancano né l’umorismo né l’ironia nelle pagine. Ma la storia narrata non è fatta solo di un avvicendarsi di eventi con cui mettere in luce le difficoltà dell’integrazione tra differenti culture; ci sono anche i drammi che colpiscono tutte le famiglie. E nessuno, neanche volendo, riparte mai da zero, nemmeno gli arabi che lo hanno inventato, lo zero, come direbbe il padre di Mourrad. Quello stesso padre che ripete spesso al figlio “un uomo non piange mai”, da cui il titolo del romanzo.

Relazioni difficili in famiglia, ma anche nella vita di tutti i giorni. Davvero spettacolare ripercorrere con i ricordi del protagonista l’episodio dell’amichetto di scuola che viene a casa a giocare con la Nintendo, imbattendosi nella signora Chennoun. Fa riflettere la situazione del cugino Miloud, che ha una relazione con una donna francese molto più grande di lui. La classica relazione in cui una donna non più giovane, ricca e infelice, si lascia abbindolare da un “toy-boy”, innamorato ben più della sua ricchezza che di lei.

Letto questo romanzo ci si ritrova a pensare: cosa ne sarà del buon Mourrad tra dieci anni? Farà ancora l’insegnante di francese in una scuola di un quartiere popolare a Parigi? Avrà trovato l’amore? E se sì, sarà una parigina o una ragazza di origine algerina, come vorrebbe la madre?
Insomma, alla famiglia Chennoun, così algerina e quindi diversa da quella a cui siamo abituati, ti sei nel frattempo affezionato. Speriamo quindi che la Guène scriva un altro libro (“questo è stato pubblicato nel 2014”), occasione per riflettere sulla Francia multiculturale e multietnica odierna, che sta vivendo conflitti interni fino a pochi anni fa non ipotizzati.

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LA MECCA – PHUKET

LA MECCA – PHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ilaria Vitali, traduttrice di “La Mecca – Phuket”, nella prefazione al libro di Saphia Azzeddine ha scritto di “un’arte di essere indocili”. Espressione, secondo noi, molto appropriata perché la protagonista del racconto, Fairouz Moufakhrou, figlia di immigrati marocchini, per emanciparsi senza tragedie dalle abitudini folkloristiche e ipocrite presenti nella banlieue parigina, dovrà per forza di cose tenere a debita distanza tutto quello che, in famiglia e nel suo giro di amicizie, sa di luogo comune, di taroccamento e di caricaturale.

Tutto facile in teoria, molto più difficile nella pratica; non fosse altro che Fairouz e la sorella Kalsoum sono affezionate ai loro genitori, di fatto poco integrati e tuttora legati a una cultura a dir poco tradizionalista. Il padre, tanto per dire, passa giornate intere presso delle saddaka (veglie funebri), che alla famiglia “costano un occhio” (pp.106). Comprensibile allora che le due sorelle intendano regalare loro un viaggio alla Mecca, nonostante lo “hajj” degli immigrati si sia ormai impelagato in pratiche consumistiche – vedi la viscida figura del sig. Ourghidour, titolare di un’agenzia viaggi –  alla stregua di una vacanza a Phuket, nota località thailandese e perenne tentazione di Fairouz. Se i risparmi saranno spesi per la Mecca o per Phuket, scegliendo così tra due versioni di consumismo, lo sapremo solo al termine del racconto. Più interessante tutto quello che precede, ovvero il sarcasmo di Fairouz, alimentato dall’insofferenza, mitigato dalla comprensione, sempre alle prese con una fauna che si agita, neanche troppo disperata, tra due culture: una situazione che il più delle volte lascia nel limbo gli immigrati di prima e di seconda generazione.

Questa rappresentazione di indocilità, come ci ricorda Ilaria Vitali, deve essere stata una sfida molto complessa per un traduttore, di fronte alla lingua stratificata e usata da Saphia Azzeddine (e quindi dalla nuova generazione di franco-magrebini), tra “nuovi codici sincretici e polifonici” (pp.xi), français cassé e “argot des cités”. Il risultato è curioso,  spesso rivelatore di quel “limbo”, grazie ad un procedere molto disinvolto e a momenti di schietta ironia: “E visti i programmi della TV francese di oggi, un culo poteva spuntare dal niente, a qualunque ora, anche la domenica mattina sul 2 non era impossibile. Quindi, quando c’era mio padre, ci beccavamo per forza i canali marocchini che passavano da una ricetta di cucina a un canto coranico a una ricetta di cucina” (pp.33).

Un contesto periferico dove la teatralità ha un grande peso, nel quale gli stereotipi impazzano e che possono diventare strumenti per costruire nuove personalità: “Quando  ero piccola, i miei ci obbligavano a seguire gli insegnamenti dell’onorevole Addelkader Al-Islam, al secolo Didier Parmentier, convertito all’Islam dopo che le sue vacanze al Club Med di Karachi erano state accorciate a causa di un raid americano andato storto. Faceva il giro delle banlieue travestito da arabo purosangue a salutava gli alunni con una mano sul cuore […] I suoi viaggi sulle montagne del Cashmere facevano di lui un eletto e lui ci giocava su per intessere una leggenda fabbricata comunque su un grosso malinteso” (pp.70).

Parole evidentemente piene di disincanto in un libro che pullula di personaggi dalle prospettive molto limitate, nutrite di maldicenze e stereotipi. Qualcosa che si coglie fin dalle prime righe del romanzo: “Abitavo in un casermone in cui i pettegolezzi facevano da fondamenta e il cemento da cervello. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il massimo che ti sentivi rispondere. Oltre si sfiorava il blasfemo. Non ci si avventurava mai. Per paura che la gente dicesse che” (pp.5). Viste queste premesse si può comprendere come il tentativo di Fairouz di coinvolgere genitori ed anche il fratello Najiib, un ladruncolo perditempo, ad un’esistenza meno convenzionale risulti un’impresa titanica; soprattutto quando l’integrazione, già complicata per mancanza di cultura, o viene rifiutata in nome di usanze che da tempo hanno perduto la loro ragion d’essere, oppure viene soltanto lambita in virtù di atteggiamenti superficiali e sulla scorta del più avvilente consumismo. Così anche il campo della religione agli occhi di Fairouz diventa specchio di un certo modo di vivere: “A quanto pare, ci sono due modi di rapportarsi a Dio qui sulla terra. Ci sono quelli che chiedono perdono e quelli che dicono grazie” (pp.121). Parole che precedono la decisione di come utilizzare i risparmi di Fairouz: se spenderli per il viaggio alla Mecca oppure per la vacanza a Phuket.

Saphia Azzedine

Saphia Azzeddine è nata ad Agadir nel 1979. Ha trascorso l’infanzia in Marocco e all’età di nove anni si trasferisce con la famiglia in Francia. Dopo la laurea in sociologia, si dedica prima al giornalismo, poi alla scrittura. Esordisce nel 2008 con il romanzo “Confidences à Allah”, da cui sono stati tratti una pièce teatrale e un fumetto. Il successo le permette di continuare la carriera di scrittrice, cui affianca esperienze di attrice e regista. Ha oggi all’attivo sei romanzi, incentrati sulla questione dell’identità femminile. In Italia è stato tradotto il suo romanzo “Mon père est femme de ménage” (“Mio padre fa la donna delle pulizie”, Giulio Perrone Editore 2011).

Saphia Azzeddine, “La Mecca – Phuket”, Il Sirente (collana “Altriarabi”), Fagnano Alto 2016, pp.XII- 266. Traduzione dal francese di Ilaria Vitali.

di  Luca MenichettiLankenauta, giugno 2017
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Leggere “Un uomo non piange mai” a lume di candela

Leggere “Un uomo non piange mai” di Faïza Guène a lume di candela

Nizza. Una famiglia di immigrati algerini. Padre, madre, due figlie e un figlio. E’ lui, Mourad, la voce narrante del romanzo della giovane Faïza Guène. Bambino all’inizio del libro, neo-professore di francese alla fine- niente male come risultato per un pied-noir. Niente male come punto di arrivo per un ragazzo coccolato dalla madre perché unico maschio, con un padre analfabeta che fa il calzolaio di mestiere. Anche se Mourad non è il primo ad andarsene di casa- anni prima di lui la sorella maggiore Dounia è uscita di casa in maniera plateale salendo sull’automobile di un uomo con occhiali scuri e un vistoso orologio al polso. Di lei non si poteva più parlare, Dounia non faceva più parte della loro famiglia. Perché una brava ragazza algerina si comportava in maniera diversa, imparava a cucinare, si sposava con un uomo scelto dai genitori, metteva al mondo dei bambini. Sempre rispettosa dei genitori. Come avrebbe fatto l’altra sorella di Mourad, rendendo felice la madre. Non importava se Dounia era diventata avvocato, se era entrata in politica, se era alla guida di un movimento femminista. Nessuna di queste cose, nessun suo successo le avrebbe portato il perdono dei genitori, e tantomeno lei era disposta a perdonare loro per averla tagliata fuori.

Con un linguaggio vivace e moderno, con una colorita spruzzata di parole arabe, Mourad ci racconta dei problemi del distacco generazionale a cui si aggiungono le difficoltà di integrazione: non c’è proprio nulla in comune tra la cultura che i suoi genitori si sono portati dietro dall’Algeria e quella in cui loro, i figli, crescono, in Francia. E’ una strada irta di ostacoli che devono percorrere, per non essere diversi dai compagni e, dall’altra parte, per non incorrere nelle ire della madre– un personaggio simpatico e a volte irritante, con le sue esagerazioni e i suoi ricatti affettivi, l’importanza che dà al cibo come dimostrazione d’amore e, di conseguenza, alla floridezza fisica come prova del benessere. E’ una madre molto umorale, mediterranea, possessiva, intransigente. Per Mourad è una fortuna il doversi allontanare da Nizza per andare a insegnare a Parigi- altre difficoltà, altri problemi per il confronto/scontro con gli alunni e il ritratto di un cugino che ha trovato la sua soluzione fortunata: vive con una donna molto più anziana che si bea in quello che lei crede sia amore.

Ogni personaggio trova la sua collocazione nel romanzo di Faïza Guène, ogni lettore può simpatizzare con l’uno o con l’altro, con Dounia che non vuole assomigliare alla madre ma che finisce per essere simile a lei nella sua intransigenza, con la sorella più mite che, forse per differenziarsi da Dounia, ha fatto una scelta opposta alla sua e si trova bene nel modello tradizionale di donna algerina, con Mourad, il più fragile dei figli, con il peso delle parole del padre che gli risuonano negli orecchi, ‘un uomo non piange mai’, con il padre, infine, il più comprensivo e tollerante, che confessa solo a Mourad il desiderio di rivedere la figlia prima di morire e che si mette a piangere– proprio lui- quando la incontra dopo anni.

Blog Leggere a lume di candela di Maria Emilia Piccone

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Emozioni vietate in Maghreb

Il giovane Mourad un giorno decide di voler piangere

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Il Fatto Quotidiano di Francesca Bellino

Per un’antica consuetudine, avere momenti di debolezza nel Maghreb arabo-musulmano è permesso solo alle donne. Da qui l’espressione ancora diffusa Un uomo non piange mai, scelta per il titolo del suo nuovo romanzo dalla scrittrice francese di origine algerine Faïza Guène, nota per il bestseller Kif kif domani, diario semiserio di un’adolescente della banlieue parigina con cui esordì nel 2004, tradotto in 26 lingue. Alla base di quest’espressione c’è un’attitudine che affonda in solide leggi tradizionali per cui un uomo può mostrare forza e coraggio e mantenere dignità solo se non cede allo sconforto, sentimento messo in discussione dal protagonista Mourad nato a Nizza da famiglia algerina, che narra la sua ricerca d’identità. Sin da piccolo i genitori gli ripetono questa frase che lui rielabora insieme a tanti stimoli contrastanti, troppi tanto da preferire i libri agli amici. “Mia madre soffriva nel vedermi solo. Mi credeva, di volta in volt, pauroso, affetto da turbe della personalità, omosessuale” racconta Mourad introducendo la madre che ha, più del padre, un atteggiamento severo che nasce da el kebda, termine che significa “fegato”, ma è indicato per indicare l’affetto delle madri per i figli, quell’ “eccesso di amore che fa paura, che finisce per somigliare a un regime dispotico” a cui è necessario ribellarsi per crescere ed emanciparsi.

31 Maggio 2017

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Intervista alla scrittrice parigina Faïza Guène, autrice di “Un uomo non piange mai”

Una campagna elettorale all’insegna del sospetto

di Guido Caldiron, “Il Manifesto”, 7 aprile 2017

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneQuando, nel 2004, a soli 19 anni esordì con “Kif kif domani”, diario semiserio di un’adolescente della banlieue parigina, Faïza Guène fu subito ribattezzata dalla stampa francese come la «Sagan des cités», in riferimento all’autrice di “Bonjour Tristesse”. Tredici anni più tardi, alcuni altri romanzi alle spalle che hanno contribuito a renderla una delle interpreti della nuova letteratura transalpina, nata sempre più spesso proprio tra i palazzoni di periferia, la scrittrice, cresciuta nella cité dei Courtillières, nella banlieue parigina di Pantin, pubblica il suo libro più maturo, “Un uomo non piange mai”, il Sirente (pp. 240, euro 15).

Una riflessione, in parte autobiografica, sul tema del confronto tra le generazioni e le culture osservata attraverso le vicende della famiglia di origine algerina degli Chennoun, che l’autrice presenta in questi giorni a Prato nell’ambito del Festival Mediterraneo Downtown.

Oggi la Francia va al voto, come ha vissuto questa campagna elettorale?
Sono molto confusa, nel senso che ho l’impressione che la campagna non sia stata affatto all’altezza delle sfide e dei problemi che dobbiamo affrontare. L’ho trovata cinica e pessima, pressoché priva di dignità, con un buon numero di candidati che si sono presentati malgrado avessero dei problemi seri con la giustizia.

Voterà lo stesso? E con quale spirito, specie di fronte alla minaccia rappresentata da Marine Le Pen?
Si, ed è chiaro che non voterò per Madame Le Pen. Appartengo alla generazione che ha vissuto il 2002 – quando Jean-Marie Le Pen arrivò al ballottaggio contro Chirac -, come uno shock e ricordo benissimo le manifestazioni e il sussulto democratico che scosse il paese. Oggi, invece, di fronte al fatto che l’estrema destra è arrivata di nuovo al secondo turno, la reazione di un tempo non si è più prodotta. Quasi le persone si fossero abituate o rassegnate a questa eventualità. La possibilità che il Fn possa guidare la Francia è diventata per certi versi normale, e perciò possibile.

Anche se ha sempre rifiutato di essere considerata un simbolo dei giovani delle banlieue, crede che la campagna per l’Eliseo abbia parlato anche agli abitanti dei quartieri popolari?
In effetti è sempre difficile pensare di parlare a nome degli altri, però posso dire che ho la sensazione che si considerino queste “minoranze” del paese solo per additarle come un problema, per presentarle come i responsabili maggiori delle difficoltà che attraversa la nostra società. E la campagna per le presidenziali ha confermato questa tendenza. Solo che questa volta è stato soprattutto l’Islam a finire nel mirino di molti politici. Anche se non si tratta di qualcosa di nuovo, negli ultimi mesi tutto ciò si è fatto sentire con ancora maggiore violenza. L’intera comunità musulmana è ormai guardata con sospetto.

Nel 2007, dopo la rivolta delle banlieue e l’ascesa di Sarkozy, ha contribuito al volume collettivo «Qui fait la France?» che intendeva reagire proprio al montante clima identitario. Quale il bilancio ad oggi?
Mi dispiace molto, perché mi piacerebbe dire che le cose sono migliorate, ma purtroppo non è andata così. E, guardando al clima che monta nel Paese, credo che non faranno che peggiorare ulteriormente. Dieci anni fa in quel libro ci interrogavamo proprio sulla possibilità che un maggiore accesso alla cultura e al sapere dei giovani cresciuti nelle banlieue e nelle famiglie popolari potesse produrre un cambiamento reale, riavvicinare le persone e rendere più giusta la società francese. Nutrivamo ancora grandi speranze. Oggi invece faccio davvero fatica a capire dove sono finite tutte quelle energie e quella voglia di rinnovamento. All’epoca era certo già percepibile una deriva demagogica e xenofoba, solo che poi quei discorsi si sono fatti via via più spudorati e un numero crescente di persone hanno cominciato a considerarli come qualcosa di «normale».

Lo scorso anno, dopo che il suo compagno, in Francia da 9 anni ma privo di permesso di soggiorno, era stato fermato e recluso con la minaccia dell’espulsione, lei ha scritto un breve testo intitolato «Le bruit des avions» dedicato al modo in cui sono trattati i cosiddetti «clandestini».
Si, è stato un momento talmente difficile sul piano personale che faccio perfino fatica a ritornare sulla vicenda. Ci tengo però a dire che dietro la definizione tutt’altro che neutra di «clandestino» o di «sans-papiers» si nasconde il tentativo di negare l’umanità e la vita stessa di moltissime persone. Tutto rientra poi nella diffusa ipocrisia che fa sì che queste persone che si vuole mantenere nell’«invisibilità», contribuiscano però in realtà ogni anno per milioni di euro all’economia francese. Possono essere sfruttati dai datori di lavoro anche se non hanno i documenti in tasca, ma se poi chiedono i loro diritti, allora scoppia il problema. Una situazione disgustosa.

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Ebe Pierini, “ItalNews” (25 aprile 2017)

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

L’indomita Fairouz in bilico tra tradizione ed emancipazione nella banlieue francese

di Ebe Pierini, “ItalNews” (25 aprile 2017)

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)Nel quartiere la definiscono sfrontata. Lei si definisce fiera e indomita.

Non ero fiera di essere musulmana, ma semmai musulmana e fiera in generale.

Non è un’eroina moderna la protagonista del romanzo di Saphia AzzedineLa Mecca Phuket” (Il Sirente). Fairouz è una ragazza normale, figlia di immigrati marocchini che vive in una banlieue francese. Una di quelle che da almeno un paio d’anni a questa parte sono divenute famose perchè da lì provenivano alcuni terroristi islamici e perchè è lì che maggiormente si incancrenisce la mancata integrazione che a volte partorisce l’estremismo.

La sua è una lotta quotidiana contro la docilità, quella che le imporrebbe la sua cultura. In bilico tra la voglia di emanciparsi e l’amore per la sua famiglia. Quello stesso amore che nutre verso i suoi genitori che la spinge a mettere da parte dei soldi, con la complicità della sorella Kalsoum per regalare loro l’hajj, il pellegrinaggio islamico a La Mecca perchè possano finalmente vedere e toccare la Ka’ba e non essere più additati dai vicini in quanto ancora non hanno ottemperato ad uno dei pilastri dell’Islam.

Da un lato il senso del dovere e del rispetto e quel salvadanaio che si riempie. Dall’altro la voglia di evadere, di regalarsi un sogno. Nel mezzo c’è l’odore dei piatti tipici marocchini, c’è l’atmosfera delle banlieue, c’è la difficoltà degli immigrati di integrarsi.

Geniale l’idea dell’autrice di scegliere di attribuire ai genitori un linguaggio che è volutamente un ibrido tra il loro idioma originario e quello del Paese che li ospita. Così come è schietto, diretto, sfrontato, in alcuni momenti anche volgare il modo di esprimersi della protagonista. Ma è esso stesso ribellione ad uno schema, è esso stesso una forma di indocilità.

Un romanzo che ci costringe ad interrogarci sulla condizione delle donne che vivono in determinati contesti famigliari e religiosi. “Sono passate dalla corda per saltare al fasciatoio, senza passare dalla casella baci rubati” sentenzia con amarezza Fairouz parlando di tante ragazze provenienti da famiglie di immigrati. Lei che scandaglia a fondo anche il rapporto tra uomo e donna. “Siamo l’una la metà dell’altro, ce la giochiamo a metà e ci godiamo il risultato a metà. Nelle religioni, le donne subivano sempre di tutto, come se Dio ce l’avesse personalmente con loro per qualcosa. Ma la mela e quella storiella che ne è derivata, può convincere all’inizio. Ma poi Walt Disney ha fatto un sacco di capolavori che trasformano quella storia in una boiata. Che cosa abbiamo mai fatto che non abbiano fatto anche gli uomini, a parte generali in quande quantità?” si chiede.

Una storia che ruota attorno a questa colletta per regalare l’hajj ai genitori che si chiude con un finale inatteso. Uno stile fluido e piacevole quello della Azzadine che dimostra in questo romanzo di saper trascinare il lettore dalla prima all’ultima pagina senza annoiare mai.

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Ebe Pierini, “ItalNews”, 12 aprile 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

La guerra raccontata attraverso i colori da un ragazzo di Aleppo

di Ebe Pierini, “ItalNews”, 12 aprile 2017

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarImprimere la guerra su tela.
Dipingerla anche col sangue vero delle vittime.
É quello che fa Adam, un ragazzino siriano di 14 anni, malato della sindrome di Asperger, orfano di madre. La sua camera piena zeppa di tele dipinte è il suo rifugio. É così che lui esorcizza il dolore, trasponendolo in un dipinto. E quando il cibo scarseggia e i morsi della fame si fanno sentire schiaccia un tubetto di colore e lo mangia.
É lui il protagonista del romanzo “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” (il Sirente) di Sumia Sukkar, scrittrice britannica di origini siriane.
I colori e il conflitto.
Potrebbe apparire un connubio impossibile e invece diventa una chiave di lettura alternativa. Ogni sentimento, ogni stato d’animo viene associato ad una tinta e la guerra assume le sfumature del nero, del grigio, del marrone, del viola, del rosso. Adam affronta il dramma che affligge Aleppo e tutta la Siria grazie all’amore della sua famiglia, di suo padre, della sorella Yasmine, suo vero unico punto di riferimento e dei suoi tre fratelli e alla vicinanza di una gatta randagia che decide di chiamare Liquirizia. Il dolore sfiorerà più volte i membri della sua famiglia e la morte entrerà nella sua casa. A fare da cornice la descrizione di una Aleppo violata dai bombardamenti. La scuole chiuse, le case distrutte, i morti per strada, il cibo che manca, l’acqua centellinata. In questo romanzo ritroviamo la Siria che ci appare ormai dagli schermi televisivi, nei servizi dei telegiornali, nei reportage dei giornalisti.
In Adam rivivono tutti i bambini che hanno vissuto e continuano a vivere questa terribile esperienza. Lui ci ricorda anche tutte le vittime della guerra in Siria non da ultimi i bimbi morti ad Idlib per i gas delle armi chimiche. Proprio per questo il romanzo è quasi un reportage per l’attualità delle vicende che narra e per la veridicità delle vite che contiene.

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Katia Debora Melis, “Oubliette Magazine”, 10 aprile 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

“Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” di Sumia Sukkar: ma la guerra che colore ha?

di Katia Debora Melis, “Oubliette Magazine”, 10 aprile 2017

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarTerzo libro della collana Altriarabi Migrante, uscito nel 2016 con traduzione dall’inglese di Barbara Benini, è il bellissimo dolceamaro e erudissimo, ma comunque splendido testo d’esordio di Sumia Sukkar, autrice inglese di origini siro-algerine, nata a Londra nel 1992.

Frequentato il corso di laurea in Scrittura creativa presso la Kingston University londinese, viene incoraggiata da Todd Swift, scrittore ed editore, a pubblicare con la sua casa editrice, la Eyewear, il primo romanzo, “The boy from Aleppo who paint the war” nel 2013.

Aleppo. Siria. Una famiglia formata da baba, il padre, che lavora tutto il giorno duramente per sostentare i suoi cinque figli. Mama, mamma, la moglie, è morta anni prima.Il figlio più piccolo e voce narrante di quasi tutta la storia, è Adam, quattordicenne che vive a cavallo tra realtà e immaginazione, in un mondo speciale e abbastanza protetto dal nucleo familiare, a causa della sua sindrome di Asperger.

Tre fratelli gemelli studiano all’università, mentre Yasmina, l’unica donna di casa, infermiera in un centro estetico, è il motore e il vero sostegno di tutta la famiglia, in primis di Adam, di cui conosce perfettamente le speciali esigenze, le manie, abitudini, paure, fobie e le periodiche crisi dovute alla sua patologia.

In fondo, una famiglia normale, che ha trovato un suo equilibrio e ha creato la “normalità” attorno a Adam. Lui ha sempre amato dipingere e i colori sono il filtro per la sua percezione e comprensione del mondo, di cose, persone, situazioni e stati d’animo. I colori sono le categorie attraverso cui può tentare di capire e di non perdere di vista un orizzonte sicuro e tranquillizzante. Improvvisamente, però, le cose stanno cambiando. Entrano nella sua vita parole incomprensibili nel loro perché: manifestazioni, rivolte, guerra. Guerra civile, impossibile: come si può combattere se stessi?

È presente nei suoi quadri la guerra, filtrata attraverso i libri, la scuola, la televisione, nei film, prima, e nei notiziari d’ora in avanti. Cresce la sua confusione, crescono le sue domande, cresce il suo disagio. Tra mancanza d’acqua, di energia elettrica, di cibo, e orrori sempre crescenti e che via via toccheranno sempre più da vicino la famiglia di Adam, cambiano i colori intorno, prima nelle persone, che non sono più le stesse, poi anche Aleppo, tutta, che non sarà mai più come prima.

Per la prima volta dopo la scomparsa della madre, la morte entra prepotentemente nella vita, negli occhi di Adam, gli strappa via il fratello Isa, e ancora macerie e polvere, bombe e sangue, violenze ovunque, in un’escalation senza fine.

Gli occhi di Adam ci raccontano per quasi tutto il tempo le vicende, salvo i pochi, dolorosissimi capitoli in cui a raccontare in prima persona gli orrori, le sevizie e turpitudini del conflitto, subite in prima persona, sarà Yasmine.

I tanti perché di Adam non sempre troveranno risposta, non la trovano nemmeno per noi che siamo spesso lontani e increduli spettatori di conflitti, come quello siriano, che non paiono trovare soluzione.

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” è un romanzo tra storia, cronaca e denuncia, che sa mettere in luce i risvolti sentimentali, affettivi, culturali, religiosi e umani di un popolo che da troppo tempo soffre ogni genere d’atrocità.

Tra fantasia e ingenuità, amori profondi, citazioni letterarie e immagini poetiche, con profonda passione per la cultura, tra immagini cruente, di inaudita brutalità, sino a quadri macabri e ossessivi, come dentro un grande incubo, non si riesce a staccare lo sguardo dalla pagina sino all’ultima riga, profondamente e intensamente coinvolti dalle vicende dei protagonisti.

Il lettore, così, li accompagna nel loro lungo e doloroso viaggio di fuga verso Damasco, verso la salvezza, verso una nuova vita. Non tutti arriveranno alla meta. Ma là in fondo, chissà dove, c’è ancora qualcosa e qualcuno, ci sono ancora colori che aspettano di essere usati per dipingere un quadro diverso.

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Riccardo Michelucci, “Avvenire”, 8 aprile 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

Intervista. La scrittrice Saphia Azzedine: banlieue, la rabbia non è islam

di Riccardo Michelucci, “Avvenire”, 8 aprile 2017

Nel suo nuovo romanzo la giovane scrittrice affronta con tono leggero gli stereotipi sulla sua religione.

«Credevo in Dio. Facevo il ramadan. Non mangiavo maiale. Non bevevo alcool. Ero vergine. Non sparlavo. Cioè, solo un po’. Ero quella che si chiama comunemente musulmana laica, che non rompe le palle a nessuno. Ci tengo a precisarlo, perché visti da lontano si ha l’impressione che oggi i musulmani rompano le palle, sempre, continuamente e a tutti quanti. Quando non bruciano le macchine, bruciano le donne, quando non sono le donne, sono le sinagoghe e quando non sono le sinagoghe, se la prendono con le chiese, i musei e i neonati. Ma Dio è misericordioso, la Francia molto clemente e il musulmano abbastanza filosofo, in fin dei conti».

Un fiume interrotto di parole condito da una vena ironica e a tratti irriverente ci racconta la realtà odierna delle banlieue parigine e la vita degli immigrati marocchini in Francia, dei quali si sente parlare quasi esclusivamente attraverso i fatti di cronaca. La voce narrante è quella della giovane Fairouz, protagonista di “La Mecca-Phuket“, il romanzo della scrittrice franco-marocchina Saphia Azzeddine, appena uscito in italiano per l’editrice il Sirente (pagine 130, euro 15,00). Fairouz vive con la famiglia a Créteil, un sobborgo di Parigi, in «un casermone dove i pettegolezzi facevano da fondamenta e il cervello da cemento» e desidera emanciparsi dalle origini arabomusulmane.
Un giorno decide insieme a una sorella di raccogliere i soldi necessari per regalare il sogno di una vita ai devoti genitori: il hajj, ovvero il pellegrinaggio islamico canonico alla Mecca. Ma finirà invece per spendere quei soldi in altro modo, cioè prendendo dei biglietti per andarsi a divertire in un resort di Phuket, in Thailandia.

«Alla fine preferirà ringraziare Dio per i piccoli piaceri della vita, invece che chiedergli perdono», ci spiega Azzeddine. Dopo i precedenti romanzi Confidences à Allah e Mio padre fa la donna delle pulizie (quest’ultimo tradotto alcuni anni fa da Giulio Perrone editore), La Mecca-Phuketcompleta la trilogia che la scrittrice ha dedicato al confronto con la sua religione, un tema apparentemente complesso del quale riesce a parlare in modo disincantato e divertente ma non frivolo, convinta com’è che non sia necessario essere sempre seri o, peggio, arrabbiati, quando si parla di religione.

Nata ad Agadir nel 1979, Saphia Azzeddine ha lasciato il Marocco a 9 anni e da allora vive in Francia, dove lavora anche come attrice e regista. Ha sei romanzi all’attivo, «e il settimo già consegnato all’editore», precisa. Da quello di esordio sono stati tratti una pièce teatrale e un fumetto, da La Mecca-Phuket persino una trasposizione cinematografica. Quest’ultimo presenta anche una particolare attenzione al linguaggio, e ci fa conoscere i codici linguistici nati nelle periferie disagiate con funzioni di riconoscimento identitario e generazionale.

In questo caso è stata una precisa scelta dovuta all’ambientazione del romanzo?
«Per la verità no. Di solito non costruisco niente, non programmo alcunché prima di mettermi a scrivere, né come né quanto, e scrivo sempre in modo molto spontaneo. In tutti i miei romanzi mi sono sforzata di anteporre i personaggi a me stessa. Sono io ad adattarmi alla loro vita, e quindi anche al loro modo di esprimersi».

Fino a che punto il personaggio di Fairouz è ispirato alla sua personalità? Ci sono altri elementi autobiografici nella storia?
«Io sono dentro tutti i miei personaggi, non mi nascondo mai dietro la finzione. Li amo e li comprendo. Non necessariamente la penso sempre come loro, però. Fairouz mi assomiglia perché ha la mia stessa rabbia ma anche un suo modo molto personale di concepire Allah, che la porta molto più spesso a ringraziarlo piuttosto che a chiedergli scusa».

Cosa pensa dell’attuale situazione nelle banlieue francesi?L’immagine che si ha dall’esterno, forse superficiale, è quella di una realtà esplosiva che la politica non sa affrontare, e che anche per questo si incancrenisce col tempo.
«È una situazione difficile, certo, ma non soltanto a causa del malcontento delle comunità e delle derive di natura religiosa, come vengono descritte tutti i giorni dai mezzi d’informazione. Il problema delle periferie è anzitutto di carattere sociale, ed è alimentato dalle ingiustizie subite dalla popolazione».

Pensa che questo problema sia andato ad aggravarsi negli ultimi decenni?
«Sicuramente. Le televisioni e i giornali non hanno mai smesso di costruire una sorta di islamismo immaginario che con l’andar del tempo, per reazione, è diventato realtà. Da almeno trent’anni i musulmani francesi vengono stigmatizzati, criminalizzati, se le giovani donne indossano un foulard c’è chi ne fa subito un affare di Stato. L’islam ha dimostrato di avere le spalle larghe. A forza di descrivere i padri come torturatori e aguzzini, i figli come dei bruti e le donne come persone sottomesse, c’è stato un rigetto nei confronti dello Stato e un allontanamento di queste comunità dalla vita sociale del Paese. È stata una reazione abbastanza spontanea. Senza parlare del problema della colonizzazione, un crimine che ha lasciato tracce che si sentono tuttora, dopo tanti anni».

Cosa si aspetta dall’esito delle prossime elezioni presidenziali francesi?
«Non so, non mi aspetto niente. Prima eravamo soliti votare per il male minore. Adesso è diventato difficile anche distinguere, siamo di fronte a dei burattini privi di anima. Qualcuno potrà anche ritenerla una posizione demagogica ma, se è così, è colpa dei politici».

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Faïza Guène ospite al Festival Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 maggio a Mediterraneo Downtown (5-6-7 Maggio)

In concomitanza con l’uscita del libro “Un uomo non piange mai” l’autrice parteciperà ad un incontro di presentazione il 6 maggio all’interno del Festival Mediterraneo Downtown

Mediterraneo Downtown: dialoghi, culture e società si terrà il primo week end di maggio (5-6 e 7 maggio) e, questa volta, si tratterà di una pacifica e animata invasione del centro storico di Prato.

Il quartier generale dell’evento sarà il complesso della Ex Campolmi, tra il Museo del Tessuto e la Biblioteca Lazzerini, ma saranno le strade, le piazze, i teatri, i cinema, i musei e le librerie di tutta la città ad essere protagonisti di una manifestazione che assumerà i connotati di un festival popolare, di una operazione culturale e divulgativa, con una offerta che spazierà tra incontri pubblici con testimonial autorevoli, arte contemporanea, concerti, libri, cinema, attività per bambini, incontri di giovani studenti, attività sportive.

Al centro dei dibattiti del talk show e delle presentazioni di libri, ci saranno come al solito i diritti, declinati sui “femminismi”, diritti delle donne ed Lgbti nel Mediterraneo, le economie e le relazioni economiche sostenibili, giovani e innovative, la libertà di espressione vista attraverso i fumetti e la graphic novel e, naturalmente, le migrazioni: affrontate questa volta da una prospettiva particolare ovvero, “quando la migrazioni bussano alla tua porta”.

Al Festival presso ex fabbrica Campolmi, di fronte al Museo del Tessuto troverete anche la libreria con tutti i titoli delle collane Altriarabi e Altriarabi Migrante dell’editrice il Sirente. 

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneFaïza Guène pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kiffe Kiffe, demain, 2004). Accolto come il prototipo del nuovo romanzo “sociale” francese. L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”. “Un uomo non piange mai” è il suo ultimo libro e quello a cui è più affezionata.

Racconta con garbo e sensibilità la storia di una famiglia algerina emigrata in Francia. Senza giudizio e senza durezza, Faïza Guène si interroga sulla tradizione familiare e sulla questione della libertà.

«Tradotta in 26 lingue, 400.000 copie vendute, Faïza Guène si è imposta come una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea.»

 

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Viviana Mazza, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2017

E SE FOSSI MORTO? di Muhammad Dibo

Intervista. Vi fanno orrore queste immagini. Ma il mio popolo viene ucciso ogni giorno

di Viviana Mazza, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2017

Muhammad Dibo“Il regime siriano uccide il popolo nelle carceri e con la guerra, lo uccide con gli assedi e con la fame, e queste cose avvengono tutti i giorni, non solo oggi con la strage legata all’uso di armi chimiche. E’ paradossale che ogni volta che le armi chimiche vengono usate in Siria, ci sia clamore sui media, ma poi il mondo torna al suo abituale silenzio pur sapendo che Assad ha continuato a uccidere senza fermarsi un solo giorno per sei anni. Le morti per i gas sono più gravi di quelle avvenute in carcere o con altri metodi? Siamo di fronte ad un mondo sordo che sembra dire ad Assad: uccidi, ma non con le armi chimiche! Fallo con i carri armati, i bombardamenti aerei, ma non con le armi chimiche”. Muhammad Dibo è uno scrittore siriano. Partecipò nel 2011 alla rivolta contro il regime. Dopo l’arresto e le torture in carcere, nel 2014 ha lasciato il Paese. Vive in esilio a Berlino e dirige “Syria Untold“, testata web di attivismo civile. Il 20 maggio sarà al Salone del Libro di Torino per parlare del romanzo “E se fossi morto?” (il Sirente), nel quale racconta che “se vivi in Siria, la fine può arrivare in ogni momento: sotto le bombe o in uno dei tenebrosi sotterranei dei servizi segreti”.

 

L’America di Trump ha detto che rimuovere Assad non è una priorità: pensa che questo abbia dato carta bianca al regime?
“La posizione dell’America Trump non è diversa da quella dell’amministrazione Obama. L’unica differenza è che Trump dice apertamente ciò che Obama faceva tacitamente. Obama è stato più pericolo e insidioso per i siriani, li illudeva di essere contro Assad, ma in pratica gli ha fornito tutte le carte per sopravvivere: non ha aperto bocca sull’intervento di Hezbollah e dell’Iran, ha spianato la strada alla Russia e si rimangiato le dichiarazioni sulla “linea rossa” delle armi chimiche.

Lei crede che, sei anni dopo, siano rimaste solo due opzioni: il regime o i jihadisti?
“In Siria c’è ancora un popolo che vuole uno Stato libero e giusto, ma è tra le grinfie dei jihadisti e di Assad, due facce della stessa medaglia. Ci sarebbe una terza via: sconfiggere gli uni e l’altro. L’America e l’Europa credono di fare i loro interessi. Il rischio è che ne pagheranno il prezzo: le dittature sono terreno fertile per il terrorismo”.

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A breve “Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

“Un uomo non piange mai” a maggio in Libreria

Questo bellissimo romanzo ci dice molto di più sulla vita di tutti i trattati di sociologia e discorsi politiciL’Express.

Una cronaca sensibile e divertente, un sottile ritratto di un’epoca, in cui tutti i parametri di riferimento sono in frantumi. “Un uomo non piange mai” racconta con garbo e sensibilità la storia di una famiglia algerina emigrata in Francia. Nato a Nizza da genitori algerini, Mourad Chennoun vorrebbe costruirsi un destino. Il suo peggior incubo: diventare un vecchio ragazzo obeso con i capelli sale e pepe, nutrito da sua madre a base di olio di frittura. Per evitare questo, dovrà emanciparsi da una pesante storia familiare. Ma è veramente nella rottura che diventerà pienamente se stesso? Senza giudizio e senza durezza, Faïza Guène si interroga sulla tradizione familiare e sulla questione della libertà.

«Tradotta in 26 lingue, Faïza Guène si è imposta come una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea.»

Faïza Guène, née en 1985 à Bobigny, romancière, scénariste et réalisatrice française.

Faïza Guène nasce nel 1985 a Bobigny, in Francia, da genitori di origine algerina, e cresce a Pantin, nella banlieue “incendiaria” a nord-est di Parigi, dove conosce la realtà del sottobosco urbano che spinge poveri e immigrati all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del professore di Francese che la segue al liceo, Faïza pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kife Kife, demain, 2004). L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”.

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène è il V titolo della collana Altriarabi Migrante, che raccoglie le opere di giovani autori europei di origine araba, sostenuta dall’U.E. Tradotto dal francese da Federica Pistono, illustrazione di copertina di Paola Equizi. Nella stessa collana: “L’autistico e il piccione viaggiatore“, “I miracoli“, “il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra“, “La Mecca-Phuket“.

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Mangialibri, 29 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Lisa Puzzella

Quando i signori Moufakhrou sono arrivati in Francia erano entusiasti e pieni di “voglia di integrarsi”, ma la realtà li ha ben presto convinti a rinunciare. Questa scelta, secondo la loro primogenita Fairouz è stata provvidenziale perchè la loro “francesizzazione” non sarebbe certamente stata ben accolta dai ceffi che popolano i casermoni della periferia in cui vivono. Un non luogo dove le lingue dei benpensanti sono instancabili, battono indefesse la grancassa della moralità e del buoncostume. Una sorta di comitato di salute pubblica presieduto dalle beghine di quartiere si occupa della diffusione del pettegolezzo e della notifica delle critiche agli interessati. Nulla le può fermare, né ascensori rotti né i grugniti e sguardi di disapprovazione che Fairouz riserva loro ogni qual volta le osserva scambiare untuosi e ipocriti convenevoli con sua madre al mercato o mentre sono assise a cena, invitate sapendo già che criticheranno tutto, dalla quantità di grasso di montone lasciato nella tajine al fatto che i signori Moufakhrou non sono ancora haji, non hanno effettuato il rituale pellegrinaggio di purificazione a La Mecca. Proprio per sgravare i genitori dal peso dell’onta, Fairouz e sua sorella Kalsoum decidono di accollarsi l’onere di raggranellare la somma necessaria al viaggio, che consegnano scrupolosamente in piccole, sudatissime rate ad un untuoso agente di viaggi sui generis. Ma alla porta accanto alla sua occhieggia ammiccante una “vera” agenzia di viaggi che propone i lussureggianti scenari di Phuket e l’incanto dei suoi tramonti…

La Mecca-Phuket (S. Azzedine)La Mecca o Phuket? Tajine o pentola a pressione? I valori decadenti dell’occidente e l’edonismo prêt-à-porter o la spiritualità e la solidità dei valori dei padri? Saphia Azzeddine affronta il dilemma con l’originalità a cui ci aveva abituato con i suoi precedenti libri Confessioni ad Allah e Mio padre fa la donna delle pulizie. La Fairouz a cui l’autrice presta il suo sguardo ironico e disincantato in La Mecca-Phuket è una ragazza determinata ad emergere attraverso lo studio e il lavoro, decisa a inculcare gli stessi valori nelle sue sorelle e in suo fratello, a botte se necessario. Ambisce alla classe eterea delle parigine, al loro stile nonchalant e non alla collezione di cineserie che tanto attira le donne come sue madre. È laica, colta, informata e non cede facilmente alle lusinghe degli archetipi culturali; è insofferente verso usi e abitudini che i suoi connazionali hanno cristallizzato nella loro piccola comunità etnicizzata, non vuol sentir parlare di matrimonio anche se sua madre minaccia di morirle davanti ogni volta che rifiuta l’idea di sposarsi per assecondare le convenzioni. La Azzeddine, che è arrivata a Parigi a 9 anni al seguito della sua famiglia marocchina, apre una nuova prospettiva sulla banlieu, sui giovani che “si distruggono il futuro per non doverci pensare più”, sulle ipocrisie dei genitori e la loro ostinata cecità verso i fallimenti dei figli. Non ci sono j’accuse né pietismi postcolonialisti in questo testo, solo la dissezione chirurgica di un colossale fallimento le cui macerie seppelliscono ogni possibile buonismo: “[…] si ha l’impressione che oggi i musulmani rompano le palle, sempre, continuamente e a tutti quanti. Quando non bruciano le macchine bruciano le donne, quando non sono le donne sono le sinagoghe e quando non sono le sinagoghe se la prendono con le chiese, i musei e i neonati. Ma Dio è misericordioso, la Francia molto clemente e il musulmano abbastanza filosofo, in fin dei conti”. La mancata integrazione ha prodotto una generazione che si dibatte nervosamente tra i vetusti valori dei padri e maldestri tentativi di rigettarli per integrarsi, finendo per cristallizzarsi nella ripetizione di atteggiamenti chauvinisti e meschini, franchouillards in una parola. Dicotomia che è ironicamente iconizzata dal piccolo cameo che l’editore ha scelto per la prima pagina: tajine vs pentola a pressione. La Azzeddine spruzza vetriolo negli occhi dei lettori, scrive di immigrazione come solo John Fante aveva saputo fare. I suoi Moufakhrou, come i Bandini, si dibattono goffamente tra orgoglio e insicurezza, menefreghismo e ipocrita osservanza delle convenzioni.

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9788887847611 Altriarabi Articoli Egitto Interviste Press Nàgi Recensioni

«Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

Intervista Parla lo scrittore Ahmed Nàgi, condannato per oscenità e liberato dopo 11 mesi di carcere, ma ancora in attesa di giudizio

LA LETTURA | Il Corriere della Sera di Viviana Mazza

Sono il primo scrittore a finire in manette per un romanzo nella storia del sistema giudiziario egiziano», dice Ahmed Nàgi con voce pacata al telefono dal Cairo. Il 20 febbraio 2016 l’autore trentunenne di “Vita: istruzioni per l’uso“, edito in Italia da Il Sirente, è stato condannato a due anni di prigione per «oltraggio al pudore» a causa del «contenuto sessuale osceno» del libro. La vicenda ha fatto scalpore in tutto il mondo, gli è stato conferito il Premio Pen per la libertà di espressione. Poi, a dicembre, la Corte di Cassazione ha ordinato la sua scarcerazione provvisoria, ma il caso è ancora aperto. Il 2 aprile saprà se deve tornare in prigione.
Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed Nàgi / Ayman Al ZorqaniIl libro, tuttora in vendita in Egitto, descrive il Cairo in un futuro distopico, in cui la metropoli è stata distrutta — piramidi incluse — da una catastrofe naturale. Nel degrado della città il protagonista non può sorridere né esprimersi, e alcol, sesso, hashish sono rifugi illusori. «È un romanzo sulla vita dei giovani, sotto le pressioni delle autorità e della città», spiega l’autore nella prima intervista a un giornale italiano dopo il rilascio. Scritta durante la «stagnazione» dell’era Mubarak, prima della rivoluzione del 2011, l’opera è stata pubblicata nel 2014, dopo il golpe militare con cui Al-Sisi ha rovesciato il presidente Mohammed Morsi. Ma il libro aveva le carte in regola: era stato approvato dalla censura.

Perché è stato arrestato?

«Onestamente non lo so. Quando alcuni estratti del libro sono usciti sul giornale letterario “Akhbar Al-Adab”, un avvocato di nome Hani Salah Tawfik si è presentato alla polizia, accusandomi di avergli procurato alta pressione e dolori al petto turbando la sua idea di pudore. Il procuratore ha presentato il caso in tribunale. Nel primo processo sono stato giudicato innocente, ma il procuratore ha fatto ricorso: la Corte d’appello mi ha condannato. Adesso la Corte di Cassazione mi ha scarcerato, ma mi hanno vietato di viaggiare. Spero che l’udienza del 2 aprile sia l’ultima. Ci sono tre possibilità: che il giudice mi reputi innocente; che mi rimandi in prigione a scontare il resto della condanna; o che riduca la pena e, poiché ho già passato 11 mesi dentro, mi liberi. Gli avvocati sono ottimisti, ma io sono stanco, voglio che tutto questo abbia fine».

Lei è stato condannato per oltraggio al pudore sulla base dell’articolo 178 del codice penale. Non c’era mai stata una sentenza simile in Egitto?

«Non era mai successo. Nel 2009 lo scrittore e fumettista Magdi Shafiei è stato accusato di oscenità per la graphic novel Metro (ma si dice che la sua vera colpa fosse aver criticato Mubarak perché voleva trasmettere il potere al figlio, ndr): il giudice lo ha multato. Una multa era la cosa peggiore che poteva succederti».

Perché a lei è andata diversamente?

«Perché l’Egitto oggi è un Paese in fluttuazione, che galleggia appena. La situazione legale non è chiara: la nuova Costi- tuzione, approvata dal popolo nel 2014, vieta di incarcerare qualcuno per ciò che scrive o dice, ma ci sono molte leggi che la contraddicono, come quella per cui sono stato incriminato, e i giudici hanno enorme discrezionalità. Intanto, le autorità — il presidente, l’esercito, la polizia — si fanno la guerra per conquistare più potere. Quando la mia vicenda è iniziata, tre anni fa, c’era uno scontro feroce tra il sindacato della stampa e la procura generale, che ha ordinato di aprire tutti i casi contro i giornalisti, anche quelli come il mio, che di solito non arrivano mai in tribunale. Infatti oggi ci sono almeno 25 reporter in prigione. L’idea che mi sono fatto è che il procuratore abbia visto un’opportunità per presentarsi come custode della morale. Quando se la prendono con chi scrive di politica, le autorità sanno che l’opinione pubblica si schiererà con gli imputati. Ma hanno usato il mio caso per suggerire che i giornalisti vogliono corrompere la morale, i bambini».

Nella prigione di Tora, al Cairo, come è stato trattato?

«Ci permettevano di uscire dalla cella solo per un’ora al giorno, ma negli ultimi cinque mesi per niente. Per cinque mesi non ho visto il sole, potete immaginare come influisca sulla salute. Non ci sono regole, sei nelle mani delle guardie carcerarie e dei loro umori: un giorno accettano di farti arrivare dei libri, il giorno dopo no. Tora è una specie di città carceraria, contiene 25 prigioni. Nella mia sezione c’erano alti funzionari condannati per corruzione: tre giudici, un ex poliziotto, un ex ufficiale dell’esercito… In 60 in una cella di 6 metri per 30. E c’erano anche persone sotto inchiesta ma non condannate: la legge lo consente. Ho conosciuto un uomo che, dopo 24 mesi dentro, è stato dichiarato innocente. Anche alcuni criminali avevano letto il mio libro: non è un bestseller, sono rimasto colpito».

In quegli 11 mesi lei ha scritto un libro, nascondendo le pagine per non farsele sequestrare. Di cosa si tratta?

«È un romanzo storico, ambientato nel XIX secolo, all’epoca della costruzione del Canale di Suez. Scavare il canale era un’impresa basata sul sogno di sposare lo spirito dell’Est e il corpo dell’Ovest. Doveva essere un modo per controllare l’eco- nomia e il mercato e diffondere i valori del progresso».

Lo scrive in un momento in cui la situazione economica in Egitto è drammatica. Si aspetta nuove proteste?

«Secondo i dati ufficiali, l’inflazione è al 29%. Quattro mesi fa, la Banca mondiale ha chiesto all’Egitto di smetterla di con- trollare il prezzo della sterlina egiziana e il valore è crollato. Non abbiamo il welfare come voi italiani, ma c’è un sistema di sussidi governativi per beni essenziali come lo zucchero e il pane, che hanno prezzi controllati. Ora l’Egitto è costretto ad applicare i prezzi di mercato, ma gli stipendi non sono aumentati. Lo zucchero non si trova, in un Paese in cui dipendiamo da tre tazze di tè dolcissimo al giorno per l’energia fisica quotidiana. Di recente ci sono state proteste, ma non spero che continuino, sarebbe un disastro perché la gente arrabbiata non manifesta, va a prendersi il cibo nei negozi. Io non sono contrario al mercato libero, ma i cambiamenti troppo rapidi stanno distruggendo la vita delle persone. Non è solo un problema legato al regime, ma anche alle istituzioni occidentali che impongono questa agenda economica. Ai leader europei sta bene un Egitto che galleggi, perché vogliono trasformarlo in un posto di blocco per i migranti. Ai tempi di Mubarak compravamo tutte le armi dagli Usa, adesso abbiamo acquistato due aerei dalla Francia, due sottomarini dalla Germania. Perciò i leader europei adorano Al- Sisi, e gli daranno soldi e armi qualunque cosa faccia, purché controlli i migranti».

Lei conosceva Giulio Regeni, il ricercatore torturato e ucciso al Cairo?

«Voglio esprimere le mie condoglianze alla famiglia di Giulio. L’ho incontrato una volta, a una festa, non abbiamo parlato a lungo, ma ho avuto la sensazione che fosse nobile e gentile. Io sono un po’ cinico, nichilista, ma ho provato ammirazione per quello che faceva. Era un accademico, ma non ambiva solo a scrivere una tesi, voleva aiutare le persone che studiava a migliorare la loro vita».

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L’assurda saga dello scrittore del Cairo arrestato per oscenità

“Vita: istruzioni per l’uso” un romanzo di Ahmed Nàgi e Ayman al Zorqani

Rolling Stone

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6 Marzo 2017

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Marta Bellingreri, “Dialoghi Mediterranei”, marzo 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

La Siria negli occhi di un bambino

di Marta Bellingeri, “Dialoghi Mediterranei”, marzo 2017

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarDalle foto di Aleppo, di Homs, di Idlib, di Daraa, di Raqqa e da tante altre città o paesini siriani, è sempre più difficile o raro immaginare e vedere colori, tranne il rosso del sangue e il grigio dei defunti edifici. A restituirmi, ogni tanto, dei colori, sono le foto e i video delle poche ma tuttora vive manifestazioni pacifiche della rivoluzione siriana che prendono ancora forma, nei pochi periodi di tregua, in diverse città fuori dal controllo del regime [1].
Poi, è arrivata, tra le mie letture, Sumia Sukkar. Con un romanzo straordinario, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra (edizioni il Sirente 2016, trad. B. Benini), con la forza dell’immaginazione, dietro la quale ci sono fatti realmente accaduti e testimoniati in questi anni, tramite gli occhi di un giovanissimo adolescente. Non uno qualunque. Adam ha quattordici anni e la sindrome di Asperger, una forma di autismo, che lo fa viaggiare con la mente in un mondo tutto suo. Pieno di colori. Questi colori sono nella sua mente, ma soprattutto nelle persone e nei sentimenti che animano la sua città, seppur pervasa, annientata dal conflitto. Aleppo, e gli anni più atroci che conosca nella sua storia recente.
Il libro è stato scritto da Sumia, di padre siriano e madre algerina, nata e cresciuta a Londra, poco più che ventenne. Nel 2013 dunque l’Aleppo che descrive è dapprima animata dalle manifestazioni pacifiche (che si presumono essere del 2011 e del 2012, anche se la dimensione temporale è lasciata alla narrazione fuori dal calendario del ragazzo e non è scandita con precisione) e contemporaneamente, immediatamente martoriata dalle forze del regime, con ogni tipo di violenze, rapimenti e bombardamenti.
Adam dipinge. Dipinge quello che vede, dipinge quello che sente, dipinge con rabbia, tristezza, gioia, originalità. Dipinge scene atroci. Dipinge col sangue veroche trova nella strada di fronte casa. Dipinge per poi mostrare quello che dipinge alla sorella Yasmine, che dedica a lui tutte le sue energie, come ha promesso alla madre, morta qualche anno prima.
Non poteva che essere uno sguardo straordinario, come quello in fondo di un bambino e adolescente al contempo, a dare colore, diversi colori, alle speranze perdute nel caos del conflitto siriano e soprattutto dell’inaudita violenza repressiva e torturatrice di chi sostiene la comoda – e per questo “inscomodabile” – dinastia al potere, quella degli Asad. Così come Fouad Roueiha, nel suo articolo “Siria. C’era una volta un paese” [2], ci racconta la rivoluzione siriana partendo da cosa la precedeva, ovvero la Siria prima del 2011, prima di scandire paragrafo per paragrafo i cinque anni trascorsi (ormai quasi sei), anche lo sguardo di Adam riflette spesso con la sua semplicità sull’ante-guerra, in cui semplicemente si andava a scuola e si cantava l’inno nazionale, la sua quotidianità con la madre, o più semplicemente una città senza la guerra. Adam è testimone della gioia inziale dei fratelli e della sorella che sentono l’istinto e il dovere di andare a manifestare contro l’oppressione pluridecennale del regime.
Nel libro, classificabile come romanzo ma anche come reportage narrativo, non c’è un attimo di tregua: è forse questo il carattere che più induce a immergersi nella realtà siriana, quanto meno aleppina, delle vicende della famiglia di Adam e Yasmine. Che sia un omicidio, un rapimento o un aborto, ogni orrore e dolore è succeduto immediatamente da un altro, altrettanto e indicibilmente tragico momento, senza un attimo di respiro, con un forse troppo audace tentativo di inserirequasi tutte in successione le già numerose atrocità che avevano cambiato la Siria per sempre nel 2013.
L’unica tregua sono le riflessioni speranzose e fantasiose di Adam e l’esito positivo di alcune delle vicende familiari che scorrono. Intravedere quella bellezza e speranza riporta l’inimmaginabile alla dimensione umana di cui raramente ormai si riempe il nostro sentire rispetto a un conflitto lontano. Nella prefazione al loro straordinario ed esplicativo libro Burning Country, Leyla al Shami e Robin Yassin-Kassab riconoscono come l’inizio della rivoluzione i nuovi pensieri e le inaudite parole esplosi nei cuori e nelle menti delle persone che abitavano la Siria, il « Regno del Silenzio»:

« This is where the revolution happens first, before the guns and the political calculations, before even the demonstrations – in individual hearts, in the form of new thoughts and newly unfettered words» [3].

Adam, piccolo e indifeso, preoccupato solo della sua sopravvivenza e di quella della sua famiglia, a cui vuole rimanere sempre attaccato, è mosso continuamente da pensieri nuovi e stravolgenti e da una grande curiosità e coraggio che lo spingono sempre al di là della sua finestra e porta di casa. In questo ardire, sta tutta la sua voglia di vedere e testimoniare con i suoi occhi, che poi saranno colori e infine quadri, la realtà dei fatti, così come in fondo hanno per anni fatto cittadini e medi attivisti delle città durante la vita quotidiana sotto assedio o durante battaglie lunghissime. Ma il fatto che sia un bambino a narrarlo, per lo più con una forma acuta di autismo, spinge contemporaneamente la narrazione in uno spazio apolitico che si rifà e si riveste immediatamente di una dimensione politica nel momento in cui riconosciamo della guerra una certezza diventata oggi più che mai vittima: la verità.

– Perché c’è una guerra, Yasmine?
– Magari losapessi – mi dice.
– Ma chi combatte contro chi ?
– Il governo contro l’Esercito libero.
– Ma siamo una nazione, Yasmine, perché lo fanno? Perché il governo uccide i siriani? E l’inno nazionale ? Dobbiamo stare uniti.
– Se solo tutti la pensassero così. La politica è complicata, habibi.
– Non mi piace la politica. Mi confonde. Perché le persone mentono?
– Per avidità…
– Ma noi non siamo avidi, Yasmine, perché allora siamo in mezzo alla guerra?
– Non possiamo farci niente. Non ti preoccupare, habibi, arriveremo a Damasco e saremo al sicuro per un po’.
– Quanto dura un po’?
– Il più possibile Adam.

Con gli occhi di un bambino, si fa avanti la verità, una delle primissime vittime della rivoluzione siriana fin dai suoi esordi. «E lo sappiamo bene, la verità è sempre rivoluzionaria» [4]. Così un ex prigioniero politico tunisino,agronomo, scrittore e uomo politico di sinistra, Gilbert Naccache, ha concluso il suo intervento alla prima delle audizioni pubbliche sulla tortura dei regimi tunisini del passato e durante la rivoluzione (dal 1955 al 2013) trasmesse alla televisione pubblica tunisina nel novembre 2016. Questo ha costituito un evento storico – e rivoluzionario – che è stato ignorato prevalentemente dai media internazionali e italiani in particolare: un evento storico da cui Paesi come la Siria sono molto lontani. Ma quella verità in uno sguardo infantile e adolescenziale potrebbe ricominciare a riportare sul tavolo le istanze di dignità, libertà, giustizia sociale e democrazia che avevano fatto urlare, cantare, danzare, rischiare, milioni di siriani nel 2011.
Questo libro restituisce dunque, assieme alla verità semplice della paura e della curiosità, del coraggio e della speranza, un desiderio di umanità e di dialogo. Se questo romanzo, oltre ai numerosi pregi della bella penna di Sumia, ha due imperativi, questi sono ascoltare e dialogare, partendo dalle domande semplici – e talvolta utili a sdrammatizzaree a far ridere Yasmine – di Adam.

Note
[1] Nel febbraio e marzo 2016 così come nel febbraio 2017 ed in altri periodi del trascorso anno 2016 si sono svolte diverse manifestazioni pacifiche chiamando alla libertà, ma anche all’unità tra tutti i siriani, contraddicendo non solo la voce che la rivoluzione siriana sarebbe morta, ma anche ribadendo che la rivoluzione non è nata in nome di una settarizzazione del Paese. Inoltre molto spesso queste manifestazioni rappresentavano un puro gesto di solidarietà nei confronti delle città particolarmente colpite, come lo è stata Aleppo nel lungoassedio da luglio a novembre 2016.
[2] F. Roueiha, “Siria. C’erauna volta un paese” in Osservatorio Iraq, Un Ponte per (a cura di), Rivoluzioni Violate. Cinque anni dopo: attivismo e diritti umani in Medio Oriente e Nord Africa, Edizioni dell’Asino, Roma 2016.
[3] L. al-Shami, R. Yassin-Kassab, Burning Country. Syrians in Revolution and War, Pluto Press, London 2016: VIII.
[4] P. Mancini, “Memoria e verità, il future della Tunisia (prima parte)”, in Tunisia in Redhttp://www.tunisiainred.org/tir/?p=6908.

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Marta Bellingreri, specializzata in Lingue, Storia e Cultura dei Paesi arabo-islamici e del Mediterraneo, ha vissuto in Siria, Libano, Palestina, Egitto e lavorato in Tunisia e Giordania. Viaggiando, ha scritto racconti, articoli e reportage per L’Espresso, Terre Libere, Il Manifesto, Fortress Europe, Newsweek, al-Monitor, al-Jazeera, Panorama, D di Repubblica. Ha pubblicato Lampedusa. Conversazioni su isole, politica, migranti  (Gruppo Abele, 2013) insieme alla sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, e Il sole splende tutto l’anno a Zarzis (Navarra, 2014). Ha partecipato al film documentario Io sto con la sposa (2014) e lavorato come assistente alla regia per Sponde (2015) di Irene Dionisio. Nel marzo 2017 terminerà il dottorato in Cultural Studies all’Università di Palermo per la cui ricerca ha vissuto due anni in Giordania.
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La Mecca-Phuket di Saphia Azzedine

di Gianluigi Bodi per Senzaudio

Quando ho iniziato a leggere questo libro la prima cosa che è affiorata sulla punta della lingua è stata: che voce originale ha questa narratrice!
Quando ho terminato il libro, in realtà poche ore dopo visto che mi sono lasciato trasportare dalle pagine, non ho potuto che confermare quella prima sensazione quasi istintuale.
Con “La Mecca-Phuket” Saphia Azzeddine ha scritto un libro davvero molto interessante in cui i personaggi spiccano per originalità e i dialoghi disegnano ogni volta delle parabole sempre diverse.
Fairouz, la giovane protagonista di questo libro, ha un carattere spigoloso e fatica a piegarsi alle tradizioni consolidate. Semplicemente, ciò che è deciso, per lei non ha interesse. Si muove su una linea sottile tra tradizioni familiari e voglia di integrazione. Abita nelle Banlieu parigine, vive la stessa vita che vivono tanti ragazzi nella sua condizione eppure la dignità che sprizza dalla sua persona è accecante. Sembra quasi di vederla affrontare il prossimo con lo sguardo aguzzo di chi non ha voglia di sottostare a regole che non sente proprie. Attorno a lei i genitori, ancorati ad un retaggio arabo e convinti di non essere degni della città che li ospita, convinti di meritare accondiscenza e sopportazione. Fairouz invece non è così. Lei porta avanti, prima di tutto, sé stessa. Non la propria tradizione, non i retaggi di un passato che le sta stretto. Lei non è ciò che gli altri vogliono che lei sia. E’ dignità, intraprendenza, intelligenza.
Ma la sua è una vita in bilico tra valori ereditati e valori ai quali tendere. Ed è per questo che la figlia devota decide di regalare un viaggio alla Mecca ai genitori (assieme alla sorella), mentre la figlia che dovrebbe essere Fairouz per assecondare i propri desideri decide di cambiare le carte in tavola. Ed è per questo che il rapporto con il fratello è particolare. Il fratello sembra quasi decidere di essere lo stereotipo che la gente si aspetta che sia. Scansafatiche e dedito a furtarelli che nemmeno riesce a mettere in atto vista la sua inettitudine nel campo. Fairouz invece, da dentro, vede oltre, vede le qualità del fratello, esige che si smarchi dalla macchietta che rischia di diventare.
Questo è un libro che fa riflettere sull’integrazione da dentro. Non è una morale calata dall’alto. E’ qualcosa che prende vita lì dove la vita deve essere. Saphia Azzeddine ha utilizzato una lingua viva, una lingua che nasce nelle banlieu e mette in comunicazione la strada con i piani alti. Una lingua fresca, se mi passate il termine, in continuo movimento.

Davvero ottima la traduzione dal francese di Ilaria Vitali. I libro comporta delle insidie linquistiche non di poco conto.

Saphia Azzeddine è nata ad Agadir nel 1979. Passa l’infanzia in Marocco fino all’età di nove anni, quando si trasferisce con la famiglia in Francia, a Ferney-Voltaire. Dopo la laurea in sociologia, si dedica prima al giornalismo, poi alla scrittura. Esordisce nel 2008 con l’acclamato romanzo Confidences à Allah, adattato a teatro (2009) e in fumetto (2015). Il successo le permette di continuare la carriera di scrittrice, a cui affianca esperienze di attrice (L’Italien, 2010) e regista. Nel 2011 ha adattato per il grande schermo il suo secondo romanzo, Mon père est femme de ménage (2009). Ha oggi all’attivo sei romanzi, incentrati sulla questione dell’identità femminile, tema affrontato con un’ironia graffiante che si tinge a tratti di poesia.
6 Marzo 2017
Nella stessa collana:
Rodaan al Galidi “l’Autistico e il piccione viaggiatore
Abbas Khider “I miracoli
Sumia Sukkar “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra
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Babelmed, 5 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Karim Metref

Nella sua collana “Migrante”, la casa editrice Il Sirente di Roma è uscito un nuovo titolo “La Mecca-Phuketdella scrittrice Franco-marocchina Saphia Azzeddine.

La Mecca-Phuket è un racconto lungo che cerca di narrare le contraddizioni e il dilemma vissuto da una ragazza di origini marocchine cresciuta in una banlieue povera di Parigi. Dilemma vissuto in modo diverso da molti ragazzi delle banlieues, specie quelli provenienti dalle ex colonie dell’impero francese, divisi tra una società d’adozione che li rigetta e una famiglia d’origine che li vuole tenere attaccati a usi, costumi e valori di terre che loro spesso  hanno frequentato poco o nulla. Usi, costumi e valori dei quali hanno conoscenze molto superficiali e stereotipate. Ed è per questo che quando si arrendono al rifiuto della società francese e decidono di diventare esattamente quello che la maggioranza aspetta da loro, allora diventano una caricatura dell’arabo o ultimamente del musulmano. Dei veri e propri stereotipi ambulanti.

La protagonista del racconto Si chiama Fairouz Moufakhrou ed è la primogenita di una coppia di marocchini arrivati in Francia con tanta voglia di “integrarsi” e vivere come i francesi. Ma ecco che il sistema coloniale, importato dall’Africa in metropoli insieme a milioni di braccia a basso, dopo il secondo conflitto mondiale, gli respinge nelle banlieue costruite per loro e li forza a stare insieme ai loro simili.

Un meccanismo che Ahmed Djouder ha ben spiegato in “Disintegrati” : «Uno: ci colonizzate, ci stuprate. Due: approfittate della nostra povertà per ricostruire il paese. Tre: ci rifiutate. Colonizzazione (stupro), immigrazione (deportazione) e disintegrazione (disintegrazione)». (Disintegrati. Ahmed Djouder; Milano; Il saggiatore,2007).

I genitori di Fairouz fanno quello che possono e soprattutto quello che sanno. Ma la famiglia rimane sempre una “che abita in un appartamento dove bolle sempre la pentola a pressione”. I fratelli e sorelle più piccoli si lasciano trascinare e diventano poco a poco dei perfetti “banlieusards”, sgrammaticati, di poca cultura, che vestono, male e che assumono in pieno i sintomi della loro emarginazione.

Fairouz invece ha studiato. Ha visto la luce (o almeno qualcosa che ci assomiglia) e vuole tirare i suoi dalle tenebre.  La protagonista, in questo, assomiglia molto all’autrice del libro Saphia Azzeddine.

Saphia Azzeddine è nata nel 1979 in Marocco. Ci passa la sua prima infanzia poi all’età di nove anni si trasferisce con la famiglia in Francia. Laureata in sociologia, oggi scrive, fa giornalismo e monta spettacoli teatrali ispirati ai suoi lavori. E’ una piccola star del mondo della cultura parigino. Una star che cerca di smarcarsi dai ruoli generalmente riservati agli artisti e agli intellettuali “arabi” in Francia:  “Fanno sempre la parte dei guastafeste, rabbiosi dal sangue caldo, intellettuali con cui non si scherza, laici demagoghi o rapper analfabeti.”

In realtà in questa descrizione Saphia/fairouz dimentica una categoria: il comico-beur. “Beur”  è la parola “arabe” rovesciata in “verlan”, il linguaggio delle banlieues, e che si danno i ragazzi di origine nordafricana. La figura del comico-beur appare sul palcoscenico negli anni 80 con l’artista Smaïn Faïrouze conosciuto come “Smaïn”,(https://fr.wikipedia.org/wiki/Sma%C3%AFn). In seguito la figura del comico-beur fa scuola e si moltiplica con vari altri artisti tra cui il più conosciuto è Djamal Debbouze (attore presente in molte commedie francesi: “Il favoloso mondo di Amélie”, “Asterix e Obelix”… https://it.wikipedia.org/wiki/Jamel_Debbouze). Al punto che, come descritto nell’eccellente “Allah superstar” di YB (Allah superstar.  Y. B.  Torino : Einaudi, 2004), fare il comico-beur diventa come la legione straniera, come il calcio e come il Rap, una delle poche possibilità di uscire dal ghetto, senza passare per la criminalità.

Questa figura fa scuola a tal punto che impregna non solo il mondo del cabaret ma anche il cinema, il teatro e poi anche la letteratura. Ed è in questa nicchia di mercato che vanno ad iscriversi i lavori della Saphia Azzeddine. Lei a dir il vero fa parte di una nuova categoria, che però deriva sempre da quella prima, io la chiamerei lo “scrittore-non-beur”.

Il comico-beur usa in prima persona il linguaggio povero e sgangherato dei ragazzi delle banlieue. Lo  scrittore-non-beur, fa parlare in quella lingua quelli che per lui sono “sfigati” e poi risponde dando lezioni di lingua e di savoir-vivre in un francese perfetto. Per dire: guardate che io ho studiato. Lo scrittore-non-beur insomma è una specie di comico-beur che passa il suo tempo a dimostrare che lui/lei non è un comico-beur.

E di fatto Fairouz (e probabilmente anche Saphia)  trova patetico e vergognoso tutto quello che riguarda la vita della sua comunità: i beurs-banlieusards. Sogna di uscire dalla sua periferia, fare carriera (poco importa come e dove), avere un sacco di soldi, consumare veri prodotti di lusso – e non le cianfrusaglie e le marche taroccate che la sua famiglia compra abbondantemente al mercato del quartiere-, insomma diventare una “bourge” bianca.

Tipo  Jeane,

Jeanne (…) ha una superba cucina color tortora e guscio d’uovo (,,,). Era un cliché seducente. I capelli, il look, il suo bimbo, il suo appartamento, mi ritrovavo davanti il più bel cliché del mondo. Slanciata, capelli vaporosi, caviglie esili, vita sottile, pelle di pesca e culo da namibiana. Le stava bene tutto (un tutto fatto di lino e cachemire)”

Ma lei rimaneva Fairouz. Fairouz Moufakhrou per di più. Un nome da star libanese appesantito però da un cognome di contadini del profondo sud Marocchino.

“Fairouz Moufakhrou fa tanto arabo che cerca di avere un po’ di cultura ascoltando grande musica, ma a dire la verità preferisce le gnawas e Cheb Khaled, uno che va pazzo per il sintetizzatore credendo che sia un pianoforte e che pensa che sia bello appendere alle pareti dei tappeti con sopra dei leoni. Ecco che cosa suggerisce il mio nome, una sfigata che abita in un appartamento dove non cambiano mai l’aria e che è stata cullata per tutta l’infanzia dal rumore della pentola a pressione!”

Il sogno di Fairouz è però ostacolato dal suo amore per la famiglia e dal senso di dovere che ha in quanto primogenita di occuparsi di tutti. Tutta una famiglia di poveracci che soffre di miseria congenita al seguito non aiuta a fare strada nella spietata società francese. Ma ciò nonostante lei non si tira indietro. Sogna di obbligare il fratello e le sorelle a parlare correttamente e di piazzarli in buone posizioni socio-professionali. Per i genitori decide di realizzare un sogno di lunga data: il pellegrinaggio alla Mecca. Desiderio non dettato da qualche particolare devozione religiosa o dalla voglia di viaggiare, ma semplicemente dalle pressioni sociali: se sei immigrato in Francia, con figli come si deve, allora devi fare il pellegrinaggio e aggiungere il prefisso Hajj al tuo nome. Non puoi rimanere un Mohammad qualunque ma devi -proprio devi- diventare Hajj Mohammad. Se non lo sei sei un fallito e basta. E Fairouz questo lo sa e non vuol far fare ai suoi genitori la figura dei falliti presso i loro simili, essendo loro già falliti per definizione per la società di maggioranza.

“Loro vincevano senza volere e io perdevo per dovere. Al loro ritorno, li avrebbero onorati con un pontificante hajj o hajja accanto al nome. Finalmente avrebbero potuto andare in giro a testa alta. In fin dei conti non c’era nient’altro che contasse.”

Con l’aiuto della sorella, e qualche volta del fratello -un fannullone che passa il suo tempo, con i suoi amici, altri perdenti di periferia, a sognare e combinare piani fallimentari- Fairuz apre un conto presso l’agenzia di viaggi del Signor Oughidour specializzata in pellegrinaggi e poco a poco raccolgono la somma necessaria per mandare i due anziani alla “casa di Dio”.

Fairouz si arrende quindi non alla fede ma al consumismo e all’ipocrisia religiosa di una società franco-maghrebina che non tiene delle culture d’origine e di quella francese che gli aspetti più superficiali: i soldi, i beni di consumo, le apparenze, il conformismo…

Ma mentre fa il suo percorso dai mille ostacoli per raggiungere la sostanziosa somma necessaria per il progetto, la vetrina di un’altra agenzia attira la sua attenzione. Una agenzia “normale”, che vende pacchetti vacanza, esotismo pronto al consumo e abbronzature garantite su spiagge da sogno: Phuket, la Mecca della società di consumo, è in promozione!

Mano a mano che si svolge il racconto, le cose diventano sempre più complicate e stressanti per la povera Fairouz. Non è facile da sola salvare dalla mediocrità tutta una compagnia di persone che tutto sommato non vogliono essere salvate. E più il fratello, le sorelle e, soprattutto, i genitori perseverano sulla “via sbagliata” e più lei perde entusiasmo per il pellegrinaggio finto-religioso e si sente più attratta dal pellegrinaggio finto-lussuoso. A quale divinità dell’avere e dell’apparire devolverà Fairouz il suo modesto obolo? Al dio vestito di gellaba marocchina e con un rosario in mano?  O a quello in bikini e che nella mano tiene un cocktail alla frutta?

Per saperlo vi tocca leggere il leggero ma divertente libro di Saphia Azzeddine fino alla fine. Io non dico più niente. “Wallaladim”, come si dice nelle banlieue.

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Accaparlante, 26 febbraio 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

“La città è in macerie, ora ci hanno tolto tutto e l’unica cosa che ci rimane sono i Pilastri della Fede […] non c’è un centimetro pulito sui nostri corpi. Abbiamo i vestiti strappati e non ne possediamo altri, ogni giorno camminiamo per strada in cerca di aiuto. Non abbiamo più le scarpe e le piante dei piedi cominciano a spaccarsi. Fa veramente male, quando camminiamo per tanto tempo in cerca di un novo posto dove stare […] Ho passato tutta la notte con la voglia di grattarmi e non sono riuscito a dormire. Nella mia testa continuavano a scorrere scene da libri che ho letto. Volevo alzarmi e dipingere, ma non avevo nessun posto dove farlo [non c’è più colore ad Aleppo. Tutto è grigio, anche noi”. Adam ha quattordici anni e la sindrome di Asperger, vive ad Aleppo con il padre, la sorella e tre fratelli più grandi. Quando scoppia la guerra la sua famiglia, come tante altre, ne viene travolta e lui cerca rifugio nella pittura che gli permette di dar voce ad emozioni e paure che non saprebbe esprimere diversamente. Sumia Sukkar, attraverso la voce innocente di Adam, racconta il conflitto siriano da cui il suo popolo è stato travolto, spesso senza capire cosa stava accadendo.

di Annalisa Brunelli, Accaparlante, 26 febbraio 2017

Recensione del libro “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” di Sumia Sukkar. Tradotto dall’inglese da Barbara Benini.

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L’autistico e il piccione viaggiatore

L’autistico e il piccione viaggiatore

“Geert tolse l’etichetta e mise il violino rotto sul tavolo. Studiò con attenzione le varie parti e lo spazio tra esse, attraverso il quale il suono si era propagato per oltre due secoli. Non pensò, come avrebbe fatto un vero costruttore di violini, al tipo di legno o alla tecnica con cui era stato assemblato, ma a quello spazio. Per lui il legno che lo circondava era il violino e lo spazio la musica”. Fin da piccolissimo, Geert ha dimostrato di non essere un bambino come gli altri, prende tutto alla lettera e ha difficoltà nelle relazioni sociali. La madre gestisce un piccolo negozio dell’usato dove Geert trascorre le notti ad assemblare fra loro gli oggetti più disparati e a riflettere sul loro possibile utilizzo. Quando trova un violino in pezzi, di cui ignora l’enorme valore, prova a ricostruirlo e lo fa in modo totalmente nuovo e originale. Non si renderà mai conto di quanto siano preziosi gli strumenti che è in grado di realizzare ma questa attività e il successivo incontro con un piccione che, nonostante i suoi tentativi di regalarlo, torna sempre da lui, gli cambieranno la vita.

Annalisa Brunelli, Accaparlante, 19/02/2017

Recensione del libro “L’autistico e il piccione viaggiatore” di Rodaan al Galidi, traduzione dall’olandese a cura di Stefano Musilli.

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“La Mecca-Phuket” di Saphia Azzedine, giovane franco-marocchina ritrae il suo ambiente con lucida ironia

di Cristiana Missori, ANSAmed, 13/02/2017

”L’ascensore era spesso in panne ma i chiacchiericci trovavano sempre il modo di gironzolare da un piano all’altro. Di me dicevano che ero una sfrontata, di mia sorella che era una ragazza per bene e di mia madre che lasciava troppo grasso nel tajine di montone. Mio padre, tutto sommato, lo risparmiavano, anche se era l’unico di tutto il palazzo a non essere ancora hajj, il che lo tormentava. Perché i miei genitori avevano un’unica ossessione: fare il pellegrinaggio alla Mecca”. Il palazzo è quello di una banlieue parigina, il racconto, è quello di Fairouz, figlia di immigrati marocchini in Francia, che combatte ostinatamente contro se stessa per emanciparsi dalle sue origini.

Insieme a una delle sue sorelle minori, Kalsoum, decide di raggranellare la somma necessaria per regalare ai suoi genitori devoti il sogno di una vita: il hajj. A narrare la sua storia, è Saphia Azzeddine – giovane autrice franco-marocchina – che in La Mecca-Phuket (in uscita a fine febbraio nelle librerie per la collana Altriarabi Migrante de Il Sirente, pp. 130 Euro 15), compie un affresco molto ironico, a tratti irriverente e divertente, di quel che accade nell’edificio in cui vive la sua protagonista.

Stretta fra la voglia di vivere laicamente le sue origini arabo-musulmane: ”ero quello che si chiama comunemente una musulmana laica, che non rompe le palle a nessuno”, annuncia Fairouz in una delle prime pagine del libro. ”Ci tengo a precisarlo, perché visti da lontano si ha l’impressione che oggi i musulmani rompano le palle, sempre, continuamente e a tutti quanti. Quando non bruciano le macchine, bruciano le donne, quando non sono le donne, sono le sinagoghe e quando non sono le sinagoghe, se la prendono con le chiese, i musei e i neonati. Ma Dio è misericordioso, la Francia molto clemente e il musulmano abbastanza filosofo, in fin dei conti”.

Altrettanto lucida quando descrive i difetti della sua comunità di origine: ”Sembra che. Ho sentito dire che. Poi la gente dirà che. Ecco più o meno quello che rovina le società arabo-musulmane in generale e il mio palazzo in particolare. Abitavo in un casermone in cui i pettegolezzi facevano da fondamenta e il cemento da cervello (…). La megera del nono aveva riferito a mia madre (per il suo bene) quel che si diceva nelle alte sfere del palazzo. Una macchina nuova era proprio necessaria prima di adempiere a un dovere islamico? Quelle maldicenze tormentavano i miei poveri genitori che fingevano di fregarsene”.

Saphia Azzeddine, nata ad Agadir nel 1979, ha all’attivo sei romanzi. Da quello di esordio, Confidences à Allah (2008) sono stati tratti una pièce teatrale e un fumetto.

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Arriva “La Mecca – Phuket”

“La Mecca – Phuket”  in anteprima  al Festival del Libro di Firenze

 “La Mecca – Phuket” di Saphia Azzedine in anteprima per voi allo stand de il Sirente a Libro Aperto, Primo Festival del libro a Firenze (17 – 19 febbraio Fortezza da Basso, Firenze).

Per chi invece non passa per Firenze lo troverete a fine febbraio nelle migliori librerie.

Un libro per vincere qualche stereotipo sul mondo arabo-islamico, con un’ironia graffiante e un linguaggio spezzato, tipico del migliore argot banlieusard, vi ritroverete catapultati nelle banlieue parigine, dove navigando tra intelligenza pratica e stupidità teorica, Fairouz, figlia d’immigrati marocchini in Francia, combatte ostinatamente contro se stessa per emanciparsi dalle sue origini. In modo nervoso ma efficace, saprà riappropriarsi della sua vita, muovendosi tra quel che le ha trasmesso la famiglia e quello che si profila all’orizzonte. All’orizzonte, oltre la Francia, c’è la Mecca… ma dopotutto, perché non Phuket?

Di pochi giorni fa la notizia di un paventato ritorno dello spettro della violenza nelle banlieue, ecco cosa ne pensa Fairouz protagonista del libro “La Mecca-Phuket”.

Credevo in Dio. Facevo il ramadan. non mangiavo maiale. non bevevo alcool. Ero vergine. non sparlavo. Cioè, solo un po’. Ero quello che si chiama comunemente una musulmana laica, che non rompe le palle a nessuno. Ci tengo a precisarlo, perché visti da lontano si ha l’impressione che oggi i musulmani rompano le palle, sempre, continua- mente e a tutti quanti. Quando non bruciano le macchine, bruciano le donne, quando non sono le donne, sono le sinagoghe e quando non sono le sinagoghe, se la prendono con le chiese, i musei e i neonati. Ma Dio è misericordioso, la Francia molto clemente e il musulmano abbastanza filosofo, in fin dei conti.

A volte, venivano nel mio quartiere squadre di giornalisti in cerca di scoop circondati da guardie del corpo per rendere conto della minaccia islamico-integralista-estremista-oscurantista-salafita-wahabita, in soldoni per intervi- stare qualche coglione con una tunica bianca, ignorando coscienziosamente dei ragazzi ancora sulla retta via ma che non avrebbero tardato a cedere per non essere stati appoggiati da nessuno. Impedivo a mio fratello di prenderli a sassate con i suoi amici quando li vedeva arrivare con l’aria fraterna. Ma in realtà gli impedivo soprattutto di farsi prendere o di far casino, in modo che capissero che era troppo venire a servirsi a casa nostra e poi non dividere alla fine del mese. Gli spacciatori perlomeno hanno la decenza di far mangiare tutto l’indotto, dal coltivatore al palo. Dopo il loro reportage abietto, avevano la coscienza talmente sporca che si redimevano con un documentario sdolcinato in seconda serata (“Dr. House” non si tocca, non scherziamo) sui “ragazzi di banlieue che ce l’hanno fatta” e le “ragazze di origine araba che non si sottomettono”.

Traduzione dal francese di Ilaria Vitali, “La Mecca-Phuket” di Saphia Azzedine

 

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Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

E’ arrivata la seconda ristampa de “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, Disponibile nelle migliori librerie

Festeggiamo con l’ultima recensione apparsa su Leggere:tutti

«Perché c’è una guerra, Yasmine?» si chiede Adam, il piccolo protagonista del romanzo d’esordio di Sumia Sukkar “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, pubblicato nella versione italiana dall’editore il Sirente.

Una storia fatta di colori. Quelli che Adam utilizza per fissare alcuni momenti della sua quotidianità su tele delle quali si mostra particolarmente orgoglioso, ma altrettanto geloso, al punto da mostrarle solo a chi è degno della propria considerazione. Colori che, nella mente del protagonista, hanno una consistenza, un suono, un sapore.

È questo, infatti, un romanzo da leggere utilizzando tutti i sensi: se la vista è rapita dalla tavolozza di colori che caratterizza l’intera storia, l’udito è stimolato dal suono lontano delle armi che devastano, giorno dopo giorno, la città di Aleppo o dal continuo sof are di Liquirizia, un gatto randagio che diviene parte integrante della vita quotidiana di Adam. Il gusto, invece, ha il sapore dolce del miele, che per giorni diviene l’unica fonte di sostentamento di un’intera famiglia, o quello acre degli avanzi rimediati in un bidone dell’immondizia. All’olfatto è af data la possibilità di riconoscere la propria sorella Yasmine, completamente cambiata nel corpo e nello spirito, dopo un periodo di detenzione tra le mani di spietati aguzzini, che non si fermano nemmeno davanti alle urla disperate di donne ridotte in n di vita. Infine, è il ricordo di ciò che si poteva s orare o tenere stretto, l’esperienza tattile di Khaled, uno dei fratelli maggiori di Adam, cui toccherà la dolorosa umiliazione di vedersi privato delle mani.

Il punto di forza di questa storia sta senz’altro nei protagonisti: Adam, piccolo narratore di questa storia, fa dell’ingenuità quella caratteristica che permette al lettore di accettare ogni cosa senza storcere il naso. Yasmine, sorella maggiore e, di fatto, madre di Adam per necessità, è un personaggio che cresce rapidamente, con lo scorrere delle pagine. Da ragazza innamorata, diviene una donna matura in grado di fronteggiare qualsiasi emergenza af dandosi alla propria tenacia, senza troppo badare alle cicatrici che le ha lasciato addosso l’ennesima guerra insensata.

Khaled, Isa, Tareq, Baba e Amira sono i gregari perfetti di una squadra allestita sapientemente per accompagnare il lettore in una storia dai contorni onirici, ma con una fortis- sima componente di veridicità.

Un romanzo che parla della guerra con gli occhi incantati di un bambino, che non smette di dipingere e di percepire i colori.

Paquito Catanzaro Leggere:Tutti
SUMIA SUKKAR

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

Il Sirente, 2016
pp. 268, euro 15,00