Le ballerine di Papicha di Kaouther Adimi

Chi ha mai potuto creare una città così?
Certamente un uomo che non ama né i colori, né il bianco, né il nero.

Il mon­do di Alge­ri è un pic­co­lo mon­do, una taz­zi­na di caf­fè.” Ama­ro aggiungerei. 

Alge­ri come un mon­do chiu­so, come la descri­zio­ne di una qual­sia­si nostra pro­vin­cia in cui tut­ti si cono­sco­no, o cre­do­no di cono­scer­si, si salu­ta­no e spes­so si disprez­za­no. A met­te­re in luce que­sto stra­no sen­ti­men­to di comu­ni­tà è una fami­glia mol­to chiac­chie­ra­ta nel quar­tie­re per i com­por­ta­men­ti di alcu­ni dei mem­bri, e altri per­so­nag­gi alla fami­glia in qual­che modo lega­ti. Cono­scia­mo Adel, il figlio bel­lo e male­det­to, odia­to dai suoi coe­ta­ni, e la bel­la Yasmi­ne: due per­so­nag­gi che ricor­da­no un po’ quel­li di Mapo­cho, come se la loro sof­fe­ren­za sia dovu­ta alle gran­di con­trad­di­zio­ni del­la città. Della madre non cono­scia­mo il nome, il padre è mor­to già da diver­si anni e poi c’è la figlia mag­gio­re, una bel­lis­si­ma don­na che ama la pit­tu­ra e che è costret­ta a bada­re il mari­to usci­to fuor di sen­no. Fac­cia­mo la cono­scen­za di Mou­na, la bam­bi­na con le bal­le­ri­ne di papi­cha, l’unica che anco­ra non cono­sce le avver­si­tà del­la vita e che vol­teg­gia sere­na e spen­sie­ra­ta nel­le sue scar­pet­te rosa. E poi ci sono gio­va­ni che si riem­pio­no la boc­ca di gran­di discor­si sul cam­bia­re il pae­se o anda­re via, mostran­do una vio­len­za inau­di­ta che mostra quan­to sia radi­ca­to nel­la socie­tà un cer­to idea­le e un con­for­mi­smo sen­za eguali.

Chiu­do gli occhi per non vede­re la cit­tà sfi­la­re davan­ti a me, per non vede­re più le stra­de di Alge­ri la Bian­ca. Sol­tan­to gli stra­nie­ri pos­so­no rima­ne­re esta­sia­ti davan­ti al suo bian­co­re. Io, che sono nata qui, che sono sem­pre vis­su­ta in que­sta cit­tà, in cui cer­ta­men­te mori­rò, non ne vedo più il can­do­re, la bel­lez­za o la gio­ia di vive­re, ma sol­tan­to le buche che mi fan­no sob­bal­za­re sul sedi­le, i pic­cio­ni che mi lan­cia­no gli escre­men­ti sul­la testa e i gio­va­ni disoc­cu­pa­ti che che cer­ca­no di rimor­chiar­mi quan­do pas­so. Ah, dimen­ti­ca­vo: le vec­chie! Le vec­chie sce­me per le sca­le, che mi con­si­glia­no di coprir­mi di più. Le vec­chie mege­re che, in auto­bus, mi pren­do­no la mano e mi par­la­no dei figli che le fan­no dispe­ra­re. Le vec­chie tar­me odo­ro­se di men­ta o di rosa che ti si aggrap­pa­no al brac­cio, sen­za nem­me­no avver­tir­ti. Le vec­chie caria­ti­di che gri­da­no ordi­ni, con­si­gli, che si dibat­to­no, si agi­ta­no, si innervosiscono.
Schi­fez­za di vec­chie. Schi­fez­za di città!”

Leg­ge­re que­sto libro è come pro­fa­na­re un dia­rio segre­to o ascol­ta­re di nasco­sto con­fes­sio­ni costret­te a rima­ne­re nel cuo­re e nel­la men­te. Signi­fi­ca sco­pri­re i segre­ti di una fami­glia e le gran­di dif­fi­col­tà di una cit­tà che tan­ta guer­ra ha dovu­to subi­re, con­ti­nua­men­te con­te­sa tra volon­tà di eman­ci­pa­zio­ne e un pas­sa­to di vio­len­za e pre­giu­di­zi. Sono pro­prio que­sti temi a pren­de­re vita con tan­ta for­za nel­le paro­le di Yasmi­ne, nel suo desi­de­rio di esse­re libe­ra di vive­re la sua gio­vi­nez­za sen­za impo­si­zio­ni di alcun tipo da par­te non solo del pote­re, ma del­la stes­sa popo­la­zio­ne ormai com­ple­ta­men­te in balia del­le altrui deci­sio­ni, in una cit­tà che di bian­co ha solo il colo­re dei palaz­zi, ma non ha nes­sun signi­fi­ca­to di purezza.

Ma a col­pi­re for­te è anche la madre, la cui assen­za di nome pro­prio mi dà l’idea di un volu­to distac­co nei con­fron­ti del sen­ti­men­to di fami­glia che dovreb­be esser­ci, in un mono­lo­go furio­so e sprez­zan­te. Ritro­via­mo qui la volon­tà di omo­lo­ga­zio­ne che qua­lun­que gover­no non demo­cra­ti­co vor­reb­be per i pro­pri cit­ta­di­ni, un sen­ti­men­to così gran­de e pro­fon­do di ver­go­gna nei con­fron­ti dei figli così diver­si dagli altri, tan­to da por­tar­la a fare il test del DNA per ben due vol­te per assi­cu­rar­si che non ci sia­no sta­ti erro­ri, da far­ne pro­va­re altret­tan­ta a me di ver­go­gna nei suoi con­fron­ti e in ciò che causerà.

Sono pro­prio figli miei. Tut­ti e tre. Nutri­vo la segre­ta spe­ran­za che uno di loro fos­se sta­to malau­gu­ra­ta­men­te scam­bia­to in cul­la, ma non è così.”

da Emo­zio­ni in font di Vivia­na Calabria

0

Simone Zuccarelli, “Il Caffè Geopolitco” (29 agosto 2017)

UCRAINA TERRA DI CONFINE di Massimiliano Di Pasquale

La nuova Ucraina – Intervista a Massimiliano di Pasquale (Parte I)

di Simo­ne Zuc­ca­rel­li, “Il Caf­fè Geo­po­lit­co” (29 ago­sto 2017)

Ucraina terra di confine : Massimiliano Di PasqualeA più di tre anni di distan­za dall’inizio del­la guer­ra in Ucrai­na mol­ti aspet­ti lega­ti alla stes­sa riman­go­no poco cono­sciu­ti al gran­de pub­bli­co: si ten­de a sem­pli­fi­ca­re le dina­mi­che che l’hanno gene­ra­ta, a igno­ra­re la sto­ria dell’area e si cade spes­so vit­ti­ma di vere e pro­prie fake news. Abbia­mo deci­so di inter­vi­sta­re Mas­si­mi­lia­no di Pasqua­le, pro­fon­do cono­sci­to­re del­la real­tà del Pae­se, per fare un po’ di chia­rez­za sul­la vicen­da e le sue ripercussioni

1. Nel 2013, pochi mesi pri­ma dell’inizio del con­flit­to in Ucrai­na, è usci­to “Ucrai­na on the Road”, il reso­con­to del tuo viag­gio in un Pae­se da te descrit­to come sospe­so tra Euro­pa e Rus­sia. A distan­za di quat­tro anni cosa è cambiato?

Il libro – si trat­ta del secon­do libro sul Pae­se, per­ché pri­ma era usci­to “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne” (2012) – fa rife­ri­men­to al viag­gio effet­tua­to nel 2012. Mi fu chie­sto di aggior­na­re la Ukrai­ne Bradt Tra­vel Gui­de, una gui­da turi­sti­ca in ingle­se. Per tale ragio­ne viag­giai per cir­ca 40 gior­ni in Ucrai­na – accom­pa­gna­to da un ami­co. Era un viag­gio, dun­que, nell’Ucraina del 2012. Essen­do tor­na­to nel Pae­se anche l’anno suc­ces­si­vo ho inse­ri­to anche qual­che impres­sio­ne deri­van­te dal­la visi­ta del 2013, qual­che mese pri­ma dell’inizio di Euro­mai­dan. L’Ucraina, da allo­ra, è cam­bia­ta tan­tis­si­mo. Mai­dan e la guer­ra in Don­bas l’hanno tra­sfor­ma­ta: c’è sta­to un muta­men­to di pro­spet­ti­va – con una mag­gio­re spin­ta per l’integrazione con l’Occidente – e c’è la gran­de for­za tra­smes­sa dal­la Rivo­lu­zio­ne del­la Digni­tà – e para­dos­sal­men­te anche dall’invasione rus­sa che ha coa­gu­la­to il Pae­se. Non esi­ste più un’Ucraina divi­sa tra Est e Ove­st – tra l’altro, la dia­let­ti­ca di un Est rus­so­fo­no e un Ove­st ucrai­no­fo­no è sem­pre sta­ta sem­pli­fi­ca­tri­ce e per cer­ti ver­si fuor­vian­te, a dif­fe­ren­za di quel­la cit­tà-cam­pa­gna che inve­ce è otti­ma car­ti­na al tor­na­so­le per leg­ge­re le spe­ci­fi­ci­tà cul­tu­ra­li e antro­po­lo­gi­che di que­sta ter­ra. Putin, para­dos­sal­men­te, è sta­to uno dei prin­ci­pa­li fat­to­ri uni­fi­can­ti. Il Pae­se è com­ple­ta­men­te stra­vol­to, abbia­mo assi­sti­to a una vera e pro­pria rivo­lu­zio­ne coper­ni­ca­na. Cer­to le rifor­me non pro­ce­do­no sem­pre velo­ce­men­te – sicu­ra­men­te non velo­ce­men­te quan­to vor­reb­be l’UE o gli stes­si ucrai­ni –, occor­re fare di più sul fron­te del­la lot­ta alla cor­ru­zio­ne, ma l’Ucraina ha ade­ri­to all’accordo di asso­cia­zio­ne con UE e sono sta­ti fat­ti signi­fi­ca­ti­vi pas­si in avan­ti ver­so lo sta­bi­li­men­to di una libe­ral-demo­cra­zia in sen­so occi­den­ta­le. Inol­tre i cit­ta­di­ni si rico­no­sco­no nei valo­ri dell’unità nazio­na­le, come dimo­stra­no le tan­tis­si­me mani­fe­sta­zio­ni in cit­tà con­si­de­ra­te, pri­ma, filo­rus­se. Indub­bia­men­te, l’Ucraina del mio libro è, in par­te, un Pae­se che non esi­ste più.

2. Duran­te il tuo viag­gio pre­ce­den­te alla “Rivo­lu­zio­ne del­la Digni­tà” ave­vi avu­to qual­che sen­to­re di ciò che sta­va per acca­de­re? Qual è la ragio­ne prin­ci­pa­le che ha con­dot­to a un muta­men­to così repentino?

Par­lan­do con la gen­te ave­vo com­pre­so che il mal­con­ten­to era enor­me soprat­tut­to dopo quel­lo che era avve­nu­to nel 2012. Nel giu­gno 2012, pri­ma del­le ele­zio­ni par­la­men­ta­ri di otto­bre, Yanu­ko­vych, per ingra­ziar­si l’elettorato rus­so­fo­no, ave­va fat­to appro­va­re una leg­ge sul­le mino­ran­ze lin­gui­sti­che che era in real­tà un esca­mo­ta­ge per con­ce­de­re al rus­so lo sta­tus di lin­gua uffi­cia­le. Alle ele­zio­ni par­la­men­ta­ri la vit­to­ria del Par­ti­to del­le Regio­ni (30%) che, gra­zie all’alleanza con i comu­ni­sti di Symo­nen­ko (13%), riu­scì a otte­ne­re la mag­gio­ran­za dei 450 seg­gi del­la Rada, fu in defi­ni­ti­va il frut­to di un voto carat­te­riz­za­to da gra­vi irre­go­la­ri­tà (fro­di e fal­si­fi­ca­zio­ni in sede di voto e con­teg­gio) e dal­la rein­tro­du­zio­ne di una leg­ge elet­to­ra­le “ibri­da”. La stes­sa leg­ge che nel 2002 ave­va per­mes­so all’ex pre­si­den­te Leo­nid Kuch­ma, scon­fit­to al pro­por­zio­na­le, di assi­cu­rar­si la mag­gio­ran­za par­la­men­ta­re, con­sen­tì a Vik­tor Yanu­ko­vych di man­te­ne­re il pote­re sal­da­men­te nel­le pro­prie mani. Con il siste­ma elet­to­ra­le pre­ce­den­te, l’opposizione avreb­be vin­to. Gli ucrai­ni ave­va­no dato a Yanu­ko­vych l’ultima chan­ce: fir­ma­re l’accordo di inte­gra­zio­ne con UE. La retro­mar­cia improv­vi­sa sul­lo stes­so, nel novem­bre del 2013, dà ini­zio a tut­to. Quel­la fir­ma avreb­be inse­ri­to l’Ucraina in un siste­ma di rego­le che avreb­be potu­to scon­fig­ge­re, per­lo­me­no in par­te, la cor­ru­zio­ne – anche se i livel­li era­no tal­men­te ele­va­ti che pro­ba­bil­men­te tut­ti sape­va­no che fos­se una spe­ran­za qua­si vana – e rimet­te­re il Pae­se sul­la giu­sta via del­lo svi­lup­po. Sva­ni­ta anche quest’ultima pos­si­bi­li­tà per gli ucrai­ni non è rima­sta altra via che il Maidan.

3. Alcu­ni ana­li­sti e poli­ti­ci – come E. Lucas nel libro The New Cold War o J. McCain pri­ma, duran­te e dopo la sua cor­sa alla pre­si­den­za ame­ri­ca­na con­tro Oba­ma – ave­va­no mes­so in guar­dia ver­so una Rus­sia sem­pre più revan­sci­sta. Sono sta­ti, sostan­zial­men­te, igno­ra­ti. Per qua­le ragione?

Non è faci­le rispon­de­re a que­sto que­si­to. Si può dire, ad esem­pio, che quel­lo che Lucas, in modo pro­fe­ti­co, ha scrit­to, ha avu­to la sua mani­fe­sta­zio­ne empi­ri­ca già con la guer­ra in Geor­gia (2008). “La Nuo­va Guer­ra Fred­da” infat­ti uscì un anno pri­ma del con­flit­to ma, nono­stan­te ciò, fu igno­ra­to e/o osteg­gia­to. I moti­vi sono mol­ti: ragio­ni di oppor­tu­ni­smo poli­ti­co, ata­vi­ca pau­ra di irri­ta­re la Rus­sia, la pre­oc­cu­pa­zio­ne, soprat­tut­to in Ita­lia, di esse­re tac­cia­ti di filoa­me­ri­ca­ni­smo o rus­so­fo­bia quan­do si cri­ti­ca Mosca. Sicu­ra­men­te c’è sta­ta una sot­to­va­lu­ta­zio­ne di que­sto peri­co­lo. Non è un caso che i moni­ti di Lucas sia­no sta­ti rece­pi­ti sola­men­te in Pae­si come la Polo­nia e i Bal­ti­ci che cono­sce­va­no benis­si­mo la minac­cia rus­sa e sape­va­no quan­to fos­se rea­le. Poco dopo la guer­ra in Geor­gia, chie­si a Gra­zio­si – sto­ri­co e sovie­to­lo­go di fama inter­na­zio­na­le, per­so­na col­ta e pre­pa­ra­ta –  se aves­se sen­so par­la­re di nuo­va guer­ra fred­da come soste­ne­va Lucas. Mi rispo­se che par­la­re di guer­ra fred­da in quel momen­to era una scioc­chez­za incre­di­bi­le. E par­lia­mo di un acca­de­mi­co serio, uno dei pochi in Ita­lia che ha stu­dia­to appro­fon­di­ta­men­te l’Unione Sovie­ti­ca. Ser­gio Roma­no, da sem­pre su posi­zio­ni filo­rus­se, bol­lò quel­la di Lucas come una pro­vo­ca­zio­ne. In real­tà que­sto atteg­gia­men­to aggres­si­vo da par­te del­la Rus­sia ini­zia a mani­fe­star­si chia­ra­men­te intor­no al 2004/2005 quan­do l’Ucraina vive la Rivo­lu­zio­ne Aran­cio­ne. Mosca ini­zia ad ave­re pau­ra di uno sce­na­rio di una socie­tà aper­ta, libe­ra­le e demo­cra­ti­ca e teme una rivo­lu­zio­ne colo­ra­ta sul­la Piaz­za Ros­sa. È da quel momen­to che comin­cia a inten­si­fi­car­si anche tut­ta l’azione di pro­pa­gan­da e ini­zia­no a dif­fon­der­si let­tu­re geo­po­li­ti­che di un cer­to tipo – come quel­la dell’Eurasia di Dugin, teo­ri­co pri­ma mes­so in dispar­te. Il libro di Lucas dove­va esse­re illu­mi­nan­te ma, in Ita­lia, è sta­to let­to come una pro­vo­ca­zio­ne anti­rus­sa. In real­tà, addi­rit­tu­ra Lucas ha sot­to­sti­ma­to alcu­ne que­stio­ni in quan­to pen­sa­va soprat­tut­to a pos­si­bi­li azio­ni rus­se nel cam­po eco­no­mi­co e cibernetico.

4. Quel­lo che è suc­ces­so è sta­to, dun­que, più gra­ve di ciò che Lucas pro­no­sti­ca­va. Secon­do te, oggi, c’è con­sa­pe­vo­lez­za di quan­to suc­ces­so sia a livel­lo di opi­nio­ne pub­bli­ca che di deci­sion-maker?

Asso­lu­ta­men­te no. Anzi, è scon­cer­tan­te come a destra e a sini­stra – oltre che tra i popu­li­sti – sia pre­sen­te la reto­ri­ca del­la “Rus­sia umi­lia­ta”, degli “ucrai­ni fasci­sti”… sono in pochi a rac­con­ta­re quel­lo che è real­men­te suc­ces­so in modo obiet­ti­vo. L’Italia non ha capi­to cosa è suc­ces­so in Ucrai­na anche per­ché l’informazione non c’è sta­ta. Ora devo rac­con­ta­re que­sto aned­do­to. Ai tem­pi di Euro­mai­dan, veni­vo inter­vi­sta­to dai media qua­si ogni gior­no per­ché sape­va­no che ero una per­so­na che si occu­pa­va da anni di Ucrai­na e la cono­sce­vo bene. Da quan­do la Rus­sia ha inva­so la Cri­mea non mi han­no più chia­ma­to né in radio né in tele­vi­sio­ne e anche i gior­na­li con cui col­la­bo­ra­vo accam­pa­va­no le scu­se più impro­ba­bi­li per rifiu­ta­re la mia col­la­bo­ra­zio­ne. Ora, improv­vi­sa­men­te sono diven­ta­to uno che non sa più nien­te? Pro­ba­bil­men­te, dava fasti­dio il fat­to che rac­con­ta­vo una real­tà mol­to diver­sa da quel­la dei media main­stream che, come dimo­stra­to nel mio arti­co­lo per Stra­de, spes­so tra­smet­to­no linee vici­ne a Mosca. Il fat­to di esse­re bom­bar­da­ti ogni gior­no da cat­ti­va infor­ma­zio­ne ha fat­to sì che in Ita­lia la gen­te non sa cosa è suc­ces­so, ma non è col­pa loro! Col­pi­ti dal­la disin­for­ma­zio­ne, che vie­ne per­si­no dai media main­stream, sareb­be dif­fi­ci­le aspet­tar­si un esi­to differente.

5. Il 2016 è sta­to l’anno del­la “post-veri­tà”. Le noti­zie fal­se, distor­te o pro­pa­gan­di­sti­che han­no un peso nel modo attra­ver­so il qua­le vie­ne per­ce­pi­ta la poli­ti­ca este­ra e inter­na del­la Fede­ra­zio­ne Rus­sa nei Pae­si occi­den­ta­li? In che ter­mi­ni? Qua­li sono, bre­ve­men­te, le stra­te­gie uti­liz­za­te da Mosca in que­sto campo?

Doman­da mol­to inte­res­san­te ma ci vor­reb­be tan­to per rispon­de­re. Qui si entra dav­ve­ro in un argo­men­to immen­so. Pos­sia­mo rifar­ci alla dot­tri­na del gene­ra­le rus­so Gera­si­mov: secon­do lui l’infor­ma­tion war­fa­re ha lo stes­so peso, se non supe­rio­re, di quel­lo che pos­so­no ave­re le for­ze arma­te o l’aviazione. Ed è un’arma note­vo­le per­ché è capa­ce di crea­re mol­ta con­fu­sio­ne e incer­tez­za nei Pae­si col­pi­ti, soprat­tut­to quel­li più vici­ni, sto­ri­ca­men­te, alla Rus­sia. In Ita­lia, ad esem­pio, ha fun­zio­na­to e sta fun­zio­nan­do mol­to. Ricol­le­gan­do­ci anche a quan­to det­to in pre­ce­den­za, l’azione di pro­pa­gan­da è aggra­va­ta dal fat­to che l’Ucraina, da noi, è spes­so sta­ta vista qua­si come un’appendice del­la Rus­sia: nes­sun gior­na­le o orga­no di stam­pa o tv ha mai avu­to un cor­ri­spon­den­te da Kyiv. La Rus­sia, tra l’altro, è for­te e ha pre­pa­ra­to da tem­po la guer­ra. Diver­si cen­tri di cul­tu­ra ita­lo-rus­sa si sono tra­sfor­ma­ti, in que­sti anni, in veri e pro­pri cen­tri di pro­pa­gan­da. L’Italia, dun­que, è diven­ta­to uno dei prin­ci­pa­li Pae­si nel qua­le la pro­pa­gan­da rus­sa ha attec­chi­to mag­gior­men­te. Para­dos­sal­men­te, anche in Pae­si sto­ri­ca­men­te con­si­de­ra­ti più filo­rus­si – come Fran­cia e Ger­ma­nia – la pro­pa­gan­da ha attec­chi­to mol­to di meno che da noi, per­ché gli orga­ni di infor­ma­zio­ne han­no dato ampio spa­zio a una nar­ra­zio­ne ogget­ti­va di quan­to acca­de­va in Ucrai­na. In Ita­lia lo han­no fat­to in pochi.

6. Qual è la situa­zio­ne attua­le nel Don­bas e in Crimea?

Nel Don­bas c’è una guer­ra che, tec­ni­ca­men­te, si potreb­be dire a bas­so livel­lo di inten­si­tà – che, però, si alza ogni vol­ta assi­stia­mo a qual­che suc­ces­so da par­te del gover­no di Kyiv: la sera del­la fina­le dell’Eurovision, ad esem­pio, c’è sta­to un attac­co da par­te di mili­zia­ni filo­rus­si e pro­xies rus­si, la stes­sa cosa è acca­du­ta il pri­mo gior­no in cui gli ucrai­ni pote­va­no viag­gia­re in Euro­pa sen­za il visto. Ogni tan­to, dun­que, la tre­gua è inter­rot­ta da for­ti attac­chi. La Rus­sia, poi, non sta rispet­tan­do gli accor­di di Min­sk e, di con­se­guen­za, è dif­fi­ci­le ipo­tiz­za­re una solu­zio­ne in bre­ve tem­po per il Don­bas. In Cri­mea la situa­zio­ne è diver­sa per­ché è sta­ta pre­sa e annes­sa – con un refe­ren­dum non rico­no­sciu­to da nes­su­no, non lega­le dal pun­to di vista del dirit­to inter­na­zio­na­le e in vio­la­zio­ne del Memo­ran­dum di Buda­pe­st del 1994 – sen­za vio­len­za. Ciò è sta­to pos­si­bi­le uni­ca­men­te per­ché è sta­to ordi­na­to – sot­to pres­sio­ni sia dell’UE che degli Sta­ti Uni­ti – alle trup­pe ucrai­ne di riti­rar­si sen­za com­bat­te­re per pau­ra che sareb­be scop­pia­ta una guer­ra più este­sa. Dal pun­to di vista eco­no­mi­co la situa­zio­ne è pes­si­ma: pri­ma era una ter­ra che vive­va di turi­smo, ora è com­ple­ta­men­te mili­ta­riz­za­ta, i tata­ri sono sta­ti qua­si tut­ti cac­cia­ti, gli ucrai­ni se ne stan­no andan­do e la stan­no ripo­po­lan­do con per­so­ne che ven­go­no dal­la Rus­sia – in mag­gio­ran­za paren­ti di mili­ta­ri di stan­za nel­la peni­so­la. Que­sta è la situa­zio­ne attua­le in Crimea.

Fine pri­ma parte

1

Giuseppe Acconcia, “Nazione Indiana” (12 agosto 2017)

VITA: ISTRUZIONI PER L’USO di Ahmed Nàgi

Nagi, Vita: Istruzioni per l’uso. La natura cruda e sentimentale del Cairo

di Giu­sep­pe Accon­cia, “Nazio­ne India­na” (12 ago­sto 2017)

Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed NàgiAhmed Nagi nel libro “Vita: Istru­zio­ni per l’uso” (Il Siren­te, 266 pag., 18 euro) rac­con­ta il Cai­ro come pochi auto­ri egi­zia­ni han­no sapu­to fare negli ulti­mi decen­ni. Lo scrit­to­re, auto­re tra le altre ope­re di “Rogers” (2010), è sta­to con­dan­na­to a due anni, e in segui­to rila­scia­to, per il lin­guag­gio “osce­no” dei suoi roman­zi. Un testo post-moder­no che sfi­da qual­sia­si pre­con­cet­to sul Cai­ro, ne resti­tui­sce atmo­sfe­re sur­rea­li al limi­te del­la nou­vel­le vague, sul­la scia di pel­li­co­le di suc­ces­so, come in “The last days of the city” di Tamer el-Sayed che rac­con­ta con gli occhi di un grup­po di gio­va­ni il cen­tro nove­cen­te­sco del­la capi­ta­le egi­zia­na. “Nel­la mia infan­zia, tut­ti i miei ami­ci era­no affa­sci­na­ti dal mito di un mon­do glo­ba­liz­za­to. Ma ho cer­ca­to di supe­ra­re gli ste­reo­ti­pi, intro­dur­re la liber­tà di scel­ta nel­la nuo­va socie­tà glo­ba­liz­za­ta. E così, mostro la com­ples­si­tà del­la nostra moder­ni­tà andan­do da Toni Negri ai fast food”, mi ave­va spie­ga­to Ahmed Nagi in uno dei nostri ulti­mi incon­tri in occa­sio­ne di un’intervista che ave­vo rea­liz­za­to per il quo­ti­dia­no egi­zia­no al-Ahram.

La vicen­da di Bas­sam Bah­gat, docu­men­ta­ri­sta ingag­gia­to per rac­con­ta­re i muta­men­ti urba­ni­sti­ci strut­tu­ra­li del­la capi­ta­le egi­zia­na, è rac­con­ta­ta in fram­men­ti, inter­val­la­ti dal­le illu­stra­zio­ni di Ayman al-Zor­qa­ni. Il dia­rio sen­ti­men­ta­le del pro­ta­go­ni­sta, che mol­to ha a che fare con l’esperienza quo­ti­dia­na dell’autore tra la cit­tà satel­li­te di 6 Otto­bre e il cen­tro del Cai­ro, descri­ve incan­te­vo­li don­ne, Papri­ka, Mona Mei e Rim, e le pia­ce­vo­li e incan­ta­te gior­na­te di ses­so (o un’amicizia sug­gel­la­ta da “san­gue mestrua­le e sper­ma sec­co”), tra­scor­se con gran­de natu­ra­lez­za, men­tre il Cai­ro ine­so­ra­bil­men­te è sot­to­po­sta ai muta­men­ti più radi­ca­li. “Se per gli indi­vi­dui maschi del Cai­ro la vita è un incu­bo, per le don­ne è una real­tà infer­na­le cui è impos­si­bi­le sfug­gi­re”. La cit­tà vie­ne descrit­ta nei suoi aspet­ti più cru­di e fan­ta­sti­ci: un luo­go dove alcu­ni si sono dimen­ti­ca­ti cosa sia un “sor­ri­so”, un “ricet­ta­co­lo d’odio, la mate­ria pri­ma dell’odio e del­la mise­ria”. Eppu­re chi ha pen­sa­to tut­to que­sto (il Cai­ro) non pote­va che esse­re un “pastic­cie­re”.

Lo sco­po del rac­con­to è met­ter­si alle spal­le que­sta dispe­ra­zio­ne, for­se è anche il segre­to del­le rivol­te del 2011, per ren­de­re la vita “più pia­ce­vo­le e meno mise­ra”. Eppu­re il nasco­sto e il non det­to è sem­pre più for­te di quel­lo che emer­ge in super­fi­cie. Que­sto sot­to­suo­lo resta invi­si­bi­le per una sor­ta di inte­sa tra “poli­ti­ca, reli­gio­ne e socie­tà civi­le” che impe­di­sco­no che que­sto vol­to segre­to del­la cit­tà ven­ga a gal­la. L’osservatore non può fer­mar­si alla visio­ne di mise­ra­bi­li che “attra­ver­sa­no stra­de affol­la­te da don­ne rico­per­te da stra­ti di abi­ti e stof­fe”. Ognu­no deve impa­ra­re a sue spe­se a deci­fra­re que­sti luo­ghi: a otte­ne­re la pro­pria “chia­ve per­so­na­le”. E il Cai­ro è una cit­tà così varie­ga­ta da tene­re insie­me i grup­pi più dispa­ra­ti di per­so­ne: da fana­ti­ci reli­gio­si a omo­ses­sua­li, da gio­va­ni arti­sti agli scam­bi­sti di Imba­ba, dai bam­bi­ni di stra­da ai fana­ti­ci del­la for­ma fisi­ca, dagli uomi­ni d’affari obe­si ai can­tan­ti popolari.

L’esperienza sen­so­ria­le al Cai­ro è con­ti­nua, tota­liz­zan­te e tesa. “Quan­do vivi o ti muo­vi den­tro il Cai­ro, vie­ni costan­te­men­te offe­so. Sei desti­na­to a incaz­zar­ti”. Una cit­tà dove il nego­zia­to tra pos­si­bi­le e impos­si­bi­le non si fer­ma mai. “Vedem­mo inte­ri quar­tie­ri vive­re gra­zie alla cor­ren­te elet­tri­ca pre­le­va­ta abu­si­va­men­te dai lam­pio­ni del­la stra­da principale”.

Eppu­re il vero inten­to del­la “Socie­tà degli Urba­ni­sti” di cui Bah­gat è solo un mero ese­cu­to­re è quel­lo di distrug­ge­re defi­ni­ti­va­men­te il Cai­ro e crea­re una nuo­va cit­tà dal­la for­ma futu­ri­sta e com­mer­cia­le: pro­get­to non lon­ta­no dagli annun­ci post-moder­ni del san­gui­na­rio pre­si­den­te egi­zia­no al-Sisi. Se fos­se per Bah­gat e per il suo ami­co Ihab Has­san il vero cam­bia­men­to che la cit­tà dovreb­be subi­re sareb­be la ten­sio­ne ver­so l’eliminazione del degra­do e del­la mar­gi­na­liz­za­zio­ne a cui sono costret­ti alcu­ni suoi abi­tan­ti, a par­ti­re dal cam­bia­men­to del cor­so del Nilo e del­la sua for­ma. Ma que­sti aspet­ti solo in par­te risal­ta­no dal­le pagi­ne del libro. Ahmed Nagi con­ti­nua inve­ce a indu­gia­re in rac­con­ti sem­pre sor­pren­den­ti sul­la mega­lo­po­li, sui suoi abi­tan­ti e le loro abi­tu­di­ni amo­ro­se. “La pri­ma vol­ta, la feci veni­re suc­chian­do­la sen­za mai fer­mar­mi, poi entram­mo in came­ra da let­to e facem­mo l’amore con len­tez­za”. Ma anche di odo­ri nau­sea­bon­di nei bar di Moqat­tam, come la puz­za di “fega­to frit­to in olio da moto­re che si dif­fon­de­va nell’atmosfera come una nube cari­ca di piog­gia”. O di rela­zio­ni ine­di­te che richia­ma­no una vita pari­gi­na: “Sen­tii per la pri­ma vol­ta che que­sto tipo di rela­zio­ne, in cui il ter­zo ele­men­to è appe­so a un filo che tie­ne lega­te real­tà e illu­sio­ne, era ciò che mi avreb­be appagato”.

Eppu­re que­sta ten­sio­ne così irra­zio­na­le di una cit­tà e dei suoi abi­tan­ti avreb­be di là a poco con­ces­so tut­to ad una neces­si­tà mol­to più uma­na e pigra: quel­la del­la “sicu­rez­za”. E se al Cai­ro “non pote­va capi­tar­le nul­la di peg­gio del­lo sta­to in cui ver­sa­va”, un biso­gno pri­ma­rio in tem­pi pre­ca­ri ma anche una leva per giu­sti­fi­ca­re qual­sia­si cosa agli occhi del pro­fa­no l’avrebbe di lì a poco tra­sfor­ma­ta di nuo­vo. E così l’unico rife­ri­men­to vero alle pro­te­ste del 2011 appa­re in rela­zio­ne alla cam­pa­gna “No”, con­tro la dichia­ra­zio­ne costi­tu­zio­na­le, volu­ta dal­la giun­ta mili­ta­re ma con­te­sta­ta dai gio­va­ni rivoluzionari.

Nono­stan­te ciò, è sem­pre il Cai­ro a det­ta­re modi e tem­pi del cam­bia­men­to. “Tu eri schia­vo del­la cit­tà e pri­ma che lei ti si con­ce­des­se, dove­vi ven­der­ti l’anima con un pat­to fir­ma­to col san­gue e col cuo­re”. E tra le prio­ri­tà di Nagi c’è sem­pre il ten­ta­ti­vo di richia­ma­re un cer­to disprez­zo ver­so gli isla­mi­sti che poi avreb­be­ro pre­so solo figu­ra­ti­va­men­te le redi­ni del pote­re: “Sca­ra­fag­gi nel­le fogne del Cai­ro e sul loro rap­por­to coi sor­ci di New York, e sull’effetto di tale rela­zio­ne sul­la nasci­ta di movi­men­ti isla­mi­sti in Medio Oriente”.

Fino agli incon­tri che ren­do­no la vita così affa­sci­nan­te come quel­lo tra due pesca­to­ri, uno dei qua­li in bol­let­ta pro­prio il gior­no del­la nasci­ta del­la sua pri­ma figlia. “Get­ta l’amo e te ne ver­rà del bene”. Bastò que­sta fra­se per ritro­var­si in tasca 300 ghi­nee (cir­ca 40 euro): per­ché in alcu­ni gior­ni al Cai­ro è pos­si­bi­le dav­ve­ro qual­sia­si cosa! Eppu­re il Cai­ro è sem­pre rima­sta “indif­fe­ren­te alle vite dei suoi abi­tan­ti”. Ed è pro­prio que­sto pro­fon­do sen­so di soli­tu­di­ne ad aver for­se ispi­ra­to l’autore a rac­con­ta­re in modo così auten­ti­co e disil­lu­so la sua cit­tà per­ché in fon­do è il “dolo­re” sem­pre il più “poten­te moto­re per la scrittura”.

0

Luca Menichetti, “Lankenauta” (12 agosto 2017)

LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Le ballerine di Papicha

di Luca Meni­chet­ti, “Lan­ke­nau­ta” (12 ago­sto 2017)

"Le ballerine di Papicha" di Kaouther AdimiAdel, Kamel, Sarah, Yasmi­ne, Mou­na, Tarek, Hajj You­sef, la madre, Ham­za, sono alcu­ni dei per­so­nag­gi pre­sen­ti in “Le bal­le­ri­ne di Papi­cha”, ed anche i tito­li dei capi­to­li con i qua­li  si svi­lup­pa il roman­zo bre­ve di Kaou­ther Adi­mi. La cri­ti­ca let­te­ra­ria – ormai sono tra­scor­si sei anni  dal­la pri­ma edi­zio­ne di “L’envers des autres Actes” – ha infat­ti più vol­te scrit­to di una “nar­ra­zio­ne poli­fo­ni­ca”: in altri ter­mi­ni la mode­sta fami­glia che abi­ta nel “vec­chio palaz­zo di Alge­ri”, si rive­la di pagi­na in pagi­na gra­zie agli sguar­di impie­to­si dei suoi stes­si com­po­nen­ti e di colo­ro che han­no a che fare con Yasmi­ne o con Mou­na. Capi­to­li che sono nar­ra­zio­ni in pri­ma per­so­na, in cui la feli­ci­tà del­la gio­va­nis­si­ma Mou­na nel cal­za­re le “bal­le­ri­ne di Papi­cha”, rap­pre­sen­ta l’unico e auten­ti­co con­tral­ta­re a tut­to lo scon­for­to, rab­bia, pre­giu­di­zio, para­no­ia che inve­ce leg­gia­mo nei mono­lo­ghi dei più adul­ti. Così Yasmi­ne (“bel­la, libe­ra, luci­da, estra­nian­te”), l’universitaria che non vor­reb­be esse­re sog­gio­ga­ta dal­le tra­di­zio­ni più retri­ve: “Le vec­chie sce­me per le sca­le, che mi con­si­glia­no di coprir­mi di più. Le vec­chie mege­re che, in auto­bus, mi pren­do­no per mano e mi par­la­no dei figli che le fan­no dispe­ra­re. Le vec­chie tar­me odo­ro­se di men­ta e di rosa che si aggrap­pa­no al brac­cio, sen­za nem­me­no avver­tir­ti. Le vec­chie caria­ti­di che gri­da­no ordi­ni, con­si­gli, che si dibat­to­no, si agi­ta­no, si inner­vo­si­sco­no” (pp.25). Una rab­bia mani­fe­sta­ta con moda­li­tà maga­ri diver­se dagli abi­tan­ti del quar­tie­re, ma comun­que per­va­si­va e pre­sen­te in quan­ti­tà nel­la fami­glia di Yasmi­ne, luo­go in cui non ci si par­la più e che da tem­po è al cen­tro del­le chiac­chie­re e dei pet­te­go­lez­zi del vici­na­to. Il fra­tel­lo Adel è infat­ti inson­ne, tor­men­ta­to da qual­co­sa che poi nel cor­so del­la nar­ra­zio­ne si può intui­re ma che mai è rive­la­to in manie­ra del tut­to chia­ra. Inol­tre nell’appartamento è arri­va­ta anche Sarah, la sorel­la mag­gio­re, una pit­tri­ce che ha una figlia e un mari­to, Ham­za, che sem­bra aver per­so il lume dell’intelletto. Accan­to a loro una madre tra­di­zio­na­li­sta, che nel suo mono­lo­go ecce­de in cini­smo e disprez­zo nei con­fron­ti dei figli appa­ren­te­men­te eman­ci­pa­ti; e tut­ta una fau­na di tep­pi­stel­li dro­ga­ti, di mode­sti lavo­ra­to­ri, di uni­ver­si­ta­ri con­fu­si che mostra­no la socie­tà alge­ri­na, o alme­no quel pez­zo di socie­tà, alla stre­gua di una com­bi­na­zio­ne scon­clu­sio­na­ta di soli­tu­di­ni. Si com­pren­de per­ciò la scel­ta di Kaou­ther Adi­mi  di costrui­re il roman­zo assem­blan­do i diver­si pun­ti di vista e diver­si “flus­si di coscien­za” nei qua­li, secon­do noi giu­sta­men­te, la para­tas­si è ai mini­mi ter­mi­ni, facen­do emer­ge­re sem­mai dei cre­di­bi­li dia­lo­ghi interiori.

Se poi vol­gia­mo lo sguar­do oltre la fami­glia “del vec­chio palaz­zo di Alge­ri”, se pren­dia­mo atto che  dia­lo­ga­re civil­men­te diven­ta un pro­ble­ma o addi­rit­tu­ra è qual­co­sa di incon­sue­to, nel leg­ge­re di gio­va­ni incer­ti se rima­ne­re in patria o se cer­ca­re for­tu­na altro­ve, di per­so­nag­gi stor­di­ti dagli stu­pe­fa­cen­ti, pie­ni di pre­giu­di­zi maschi­li­sti, allo­ra è legit­ti­mo pen­sa­re che “Le bal­le­ri­ne di Papi­cha” rap­pre­sen­ti dav­ve­ro una cri­ti­ca spie­ta­ta alla socie­tà alge­ri­na nel suo com­ples­so, che si agi­ta – o for­se meglio: che si è para­liz­za­ta –  tra pro­fon­di e anti­chi males­se­ri. E’ vero che Kaou­ther Adi­mi non sem­bra aver ricor­da­to espli­ci­ta­men­te quan­to acca­du­to duran­te la cosid­det­ta Pri­ma­ve­ra ara­ba, che pure ha coin­vol­to l’Algeria tra il 2010 e il 2012. Infat­ti, sul­la scia di spe­ran­ze pre­sto infran­te, anche in diver­se cit­tà dell’area Magh­reb si svi­lup­pa­ro­no pro­te­ste impo­nen­ti con­tro il regi­me esi­sten­te: ne sono sca­tu­ri­ti scon­tri pesan­ti tra atti­vi­sti dei par­ti­ti d’opposizione, sin­da­ca­li­sti e la poli­zia, la richie­sta di cam­bio di regi­me, di demo­cra­zia. Atti di corag­gio e di disob­be­dien­za civi­le che però non sono sta­ti pre­mia­ti: il pre­si­den­te Abde­la­ziz  Bou­te­fli­ka, in cari­ca dal 1999 gra­zie ai mili­ta­ri, è sem­pre un raʾīs e nel 2014, pro­prio a tre anni dal­la pri­ma pub­bli­ca­zio­ne di “L’envers des autres Actes”, anco­ra una vol­ta si è reso respon­sa­bi­le di una modi­fi­ca (“ad per­so­nam”) del­la Costi­tu­zio­ne ed è sta­to è sta­to rie­let­to con l’81% dei voti.

Insom­ma, un con­te­sto in cui alle dif­fi­col­tà mate­ria­li di una nazio­ne dal­lo svi­lup­po incer­to, che anco­ra vede nel­la migra­zio­ne uno stru­men­to per risol­ve­re i pro­ble­mi eco­no­mi­ci, si som­ma­no gra­vi limi­ti cul­tu­ra­li e poli­ti­ci: potrem­mo dire che la con­trap­po­si­zio­ne tra una tra­di­zio­ne vis­su­ta con tut­to il suo cari­co di pre­giu­di­zi, repres­sio­ne e visio­ne limi­ta­ta del mon­do, ovve­ro il cli­ma idea­le per i tan­ti Bou­te­fli­ka al pote­re, e il desi­de­rio di eman­ci­pa­zio­ne, lo tro­via­mo non sol­tan­to nel­le cro­na­che degli esper­ti di poli­ti­ca inter­na­zio­na­le, ma, con uno sguar­do più atten­to al pic­co­lo mon­do di una del­le tan­te pos­si­bi­li fami­glie alge­ri­ne, anche nel­le pagi­ne di Kaou­ther Adi­mi. Le quat­tro righe dell’epilogo (“L’indomani mat­ti­na appa­re in qual­che quo­ti­dia­no…..”) rap­pre­sen­ta­no appun­to uno dei più tra­gi­ci effet­ti del con­for­mi­smo esi­sten­te che – que­sto sem­bra voler­ci dire Kaou­ther Adi­mi – anche le “bal­le­ri­ne di Papi­cha”, nel sen­so di inter­pre­ta­re posi­ti­va­men­te lo spi­ri­to che incar­na­no (“quan­do si è una papi­cha, lo si è per tut­ta la vita”), potran­no con­tra­sta­re, archi­vian­do il cini­smo e la gret­tez­za del­le gene­ra­zio­ni precedenti.

0

Scanner Festival. Autoproduzioni con Ayman Al Zorqani

14–16 luglio 2017
 
appun­ta­men­to con l’illustratore Ayman Al Zor­qa­ni (Egit­to) sele­zio­na­to per la mostra Ani­mals insie­me a 16 arti­sti per l’edizone 2017 del festi­val Scan­ner. L’autore ha illu­stra­to il libro Vita: istru­zio­ni per l’uso di Ahmed Nàgi edi­to da il Sirente 
 
I miglio­ri pro­get­ti car­ta­cei ita­lia­ni. Le sto­rie dei dise­gna­to­ri e degli auto­pro­dut­to­ri. Carat­te­ri mobi­li, foto­co­pia­tri­ci, distri­bu­zio­ni late­ra­li. I pio­nie­ri dell’autoproduzione.
 
SCANNER • auto­ma­ti­ci • auto­pro­dot­ti • autoalimentati •
 
🐸 Tre gior­ni di pre­sen­ta­zio­ni e book­shop dedi­ca­ta alle autoproduzioni.
 
🐸 COS’È SCANNER
• I miglio­ri pro­get­ti car­ta­cei ita­lia­ni. Le sto­rie dei dise­gna­to­ri e degli auto­pro­dut­to­ri. Carat­te­ri mobi­li, foto­co­pia­tri­ci, distri­bu­zio­ni late­ra­li. I pio­nie­ri dell’autoproduzione.
 
🐸 MOSTRA • “SCANNER • Animals”
Espo­si­zio­ne di illu­stra­zio­ni rea­liz­za­te per il nuo­vo “vesti­to” di Scanner:
Ales­san­dra Di Pao­la, Andrea Pes, Ange­lo Mon­ta­na­ri, Anna­chia­ra Toz­zi, Ayman Al Zor­qa­ni, Manue­la “Man­tu” Maraz­zi, Cri­stia­no Bari­cel­li, Dir­ty­Re­be­lYell, Ema­nue­la Capo­ne­ra, Giu­lia “Microa­mi­ca” Civi­ti­co, Il Pistri­ce, Kse­n­ja Lagi­n­ja, Lorenzo_Bracalente, Shu Gar­bu­glia, Tere Cab, Vin­cen­zo De Maria + Resli Tale, Mari­na Biagini.
 
🐸 LA MOSTRA MERCATO:
Sofia Buc­ci, Inte­riors a “Tavo­la”, Cli­quot Edi­zio­ni, Enri­co D’Elia + Bri­ga­ta RGB, Simo­ne Del Vec­chio, Lepo­rel­lo, Comi­cOut, 4MBzines, I Poe­ti Han­no I Vol­ti Defor­mi, Il mer­can­te d’acqua — roman­zo, Napoli&Nuvole, Duo + Mari­na Bia­gi­ni, BiZed Pho­to­zi­nes, La camo­mil­la è una bugia, Planc­ton, PICA, Amo­re amo­re un cor­no, Goril­la Sapiens Edi­zio­ni, #kkart­ba­se­ment, Tere Cab — Illu­stra­tor, DE PRESS, Nodes, BLU di Sep­pia, Sun­days Storytelling.
 
🐸 CHI TROVERETE NEL BOOKSHOP:
Ana­to­mia dei sen­ti­men­ti, B comics • Fuci­la­te a stri­sce, Bam­bi Kra­mer, Bet­ter­press, Bill maga­zi­ne, Bolo Paper, Bub­ka, Cani­co­la, Chic­ken Broc­co­li, Cloc­k­work Pic­tu­res, Costo­la, Cri­sma, Dele­bi­le, Eli­sa Talen­ti­no, For­te­pres­sa, Fox Craft, G.I.U.D.A., Il Repor­ta­ge, Illu­stra­to­re Ita­lia­no, Incu­bo alla bale­na, Inuit, Iso­la, K28, Kei Kei, La tra­ma, Libri­fin­ti­clan­de­sti­ni, Lök, Lucha Libre, Maicol&Mirco, Male­di­zio­ni, Modo, Muscle, Ner­vi, Night Ita­lia + Mar­co Fio­ra­man­ti, Nina Masi­na, No=Fi Recor­dings, Nu®ant, Resi­na, Scia­me, Semi­se­rie Lab, Sire­ne jour­nal, Squa­me, Stra­ne­di­zio­ni, Stu­dio Pilar, Teie­ra, Ter­ra­ca­va, The Park, This Is Not A Love Song, Wal­ka­bout, Prin­ts + Pao­lo Sch­nei­der, WATT • Sen­za alter­na­ti­va, Wino Stu­dio, Ste­fa­no Zat­te­ra, Zooo.
 
🐸 SUL PALCO
 
Vener­dì
20:00 — Enri­co D’Elia + @Brigata RGB
20:30 — Chri­stian Paris
21:00 — Pro­ie­zio­ne del film “Deco­der” di Muscha [V.O. con sot­to­ti­to­li in ita­lia­no, 87 min.]
A segui­re pro­ie­zio­ne del “Docu­men­ta­ry Deco­der Col­lec­ti­ve” [V. O.] dell’intervista al fil­ma­ker Klaus Maeck [V.O.]
00:00 — A segui­re pro­ie­zio­ne del film “Ed Wood” di Tim Bur­ton [127 min.]
 
Saba­to
20:30 — Lepo­rel­lo + Soul Studio
21:00 — Vale­rio Bin­di + For­te­pres­sa + Crack!
21:30 — il Repor­ta­ge + Andrea Mattone
22:00 — Alber­to Fiori
22:30 — Pro­ie­zio­ne del docu­film “Fumet­ti dal futu­ro” di Sere­na Dovì, con Rati­gher; Maicol&Mirco, Dr. Pira, Baron­cia­ni [50 min.]
23:30 — A segui­re: con­tri­bu­ti visi­vi di For­te­pres­sa; BAU + Vit­to­re Baro­ni + Fan­zi­no­te­ca italiana
 
Dome­ni­ca
20:00 — effe + Flanerì
20:30 — Nodes
21:00 — Mari­na Bia­gi­ni + DUO
21:30 — Fran­ce­sco Tem­po­rin, Illu­strac­tion Prize
22:00 — Fla­via Rossi
 
🐸 PARTECIPA CON LA TUA AUTOPRODUZIONE
(ade­sio­ne gratuita)
• Se vuoi sali­re sul pal­co del MONK Roma per rac­con­ta­re il tuo pro­get­to o sem­pli­ce­men­te met­te­re in ven­di­ta la tua auto­pro­du­zio­ne nel book­shop di SCANNER, scri­vi a scanner@scannerfest.it
 
🐸 Scan­ner è pre­sen­ta­to da Scrip­ta Manent • IFIX, Dude Mag e MONK Roma.
 
SCANNER • auto­ma­ti­ci • auto­pro­dot­ti • autoalimentati •
14, 15, 16 luglio 2017
Via Giu­sep­pe Mir­ri, 35
MONK Roma
0

Giovanni Giusti, “Goethe Institut”, 28 giugno 2017

I MIRACOLI di Abbas Khider

Un romanzo autobiografico inconsueto: “I Miracoli” di Abbas Khider

di Gio­van­ni Giu­sti, “Goe­the Insti­tut”, 28 giu­gno 2017

I miracoli : Abbas KhiderNon c’è biso­gno di cer­ca­re le paro­le per descri­ve­re “I Mira­co­li” dell’iracheno Abbas Khi­der, per­ché la sin­te­si che fa lui stes­so nel­le ulti­me pagi­ne del libro è per­fet­ta. “Ho cer­ca­to a lun­go una for­ma che con­sen­ta di ini­zia­re a leg­ge­re in qua­lun­que momen­to e da qual­sia­si pun­to. Ogni capi­to­lo un ini­zio e allo stes­so tem­po una fine. Cia­scu­no è un’unità a sé, ma anche la par­te essen­zia­le di un tut­to. Roman­zo, rac­con­to, bio­gra­fia e favo­la, tut­ti riu­ni­ti in un’unica ope­ra”. Ed è pro­prio così.

È uno libro poco con­sue­to quel­lo di Abbas Khi­der, edi­to in Ita­lia da il Siren­te. Non è del tut­to un roman­zo, effet­ti­va­men­te, ma non è nean­che un dia­rio. È una rac­col­ta di sto­rie per­so­na­li, spes­so tra­gi­che o tra­gi­co­mi­che, qual­che vol­ta grot­te­sche, ma sto­rie a tut­ti gli effet­ti, sem­pre coin­vol­gen­ti e vis­su­te nel profondo.

Un manoscritto abbandonato in un treno

Il nar­ra­to­re del­le sto­rie de I Mira­co­li e del­le loro mil­le tra­me è Rasul, alter ego dell’autore, ira­che­no e pro­fu­go come lui, con un espe­dien­te bana­le quan­to effi­ca­ce, una busta con un mano­scrit­to abban­do­na­ta in un tre­no. La nasci­ta in una cuci­na fumo­sa, la sco­per­ta del pia­ce­re del­la poe­sia e del­le let­tu­ra e l’impegno poli­ti­co. La pri­gio­ne a dician­no­ve anni, la libe­ra­zio­ne e la fuga dall’Iraq a poco più di ven­ti, il pel­le­gri­nag­gio pri­ma da lavo­ra­to­re poi da pro­fu­go attra­ver­so tre con­ti­nen­ti, l’Asia, l’Africa e l’Europa, fino all’arrivo in Ger­ma­nia nel 2000. Sono le sto­rie di Rasul, ma sono le sto­rie di Abbas Khi­der, real­men­te vis­su­te. Rasul scri­ve poe­sie, docu­men­ta tut­to, scri­ve di tut­to e dap­per­tut­to, per­de quel­lo che ha scrit­to, lo ritro­va o lo riscri­ve, sui muri del­la pri­gio­ne come sul­la car­ta che ha avvol­to il kebab o i dat­te­ri. Rac­con­ta di se stes­so, di migran­ti e di pro­fu­ghi con la stes­sa for­za, rac­con­ta del bam­bi­no cur­do ritro­va­to a Ate­ne, del­la zin­ga­ra Sel­wa, del­la vec­chia gre­ca che lo sal­va due vol­te, di ragaz­ze e di come rico­no­scer­ne la nazio­na­li­tà da par­ti­co­la­ri inso­spet­ta­bi­li, del­la guer­ra con l’Iran. Ma soprat­tut­to rac­con­ta i mira­co­li che ha vis­su­to, che gli han­no sal­va­to la vita.

Il racconto di una fuga

I Mira­co­li è il rac­con­to di una fuga”, dice la gior­na­li­sta Fran­ce­sca Paci duran­te la pre­sen­ta­zio­ne del libro con l’autore al Goe­the-Insti­tut, “e fa capi­re benis­si­mo che chi scap­pa da cer­te situa­zio­ni non si fer­me­rà cer­to davan­ti a un muro”.
Khi­der annui­sce men­tre ascol­ta la tra­du­zio­ne, è mol­to comu­ni­ca­ti­vo, pro­prio come il suo roman­zo e i suoi per­so­nag­gi, gesti­co­la, si appas­sio­na. “Nel 1991 in Iraq c’è sta­ta una rivo­lu­zio­ne che e è sta­ta mes­sa a tace­re anche gra­zie alle poten­ze stra­nie­re” dice. “I ragaz­zi del­la mia gene­ra­zio­ne che l’hanno vis­su­ta, io ave­vo dicias­set­te anni, han­no rifiu­ta­to di dar­si per vin­ti. Abbia­mo con­ti­nua­to la nostra atti­vi­tà poli­ti­ca e io sono sta­to arre­sta­to. Sono sta­to due anni sot­to ter­ra, ho sof­fer­to la fame la sete e sono sta­to tor­tu­ra­to. Quan­do subi­sci que­ste cose capi­sci che l’uomo non è più degno di esse­re chia­ma­to tale. A un cer­to pun­to è arri­va­ta l’amnistia, ma mi fu vie­ta­to di con­ti­nua­re a stu­dia­re, dovet­ti fare il ser­vi­zio mili­ta­re e ero tenu­to lo stes­so sot­to con­trol­lo gior­na­lie­ro. Mi mera­vi­glio sem­pre quan­do la gen­te non capi­sce cosa i pro­fu­ghi han­no dovu­to pati­re pri­ma di sot­to­por­si al viag­gio. Comun­que non sono le per­so­ne che por­ta­no vio­len­za ma sono i siste­mi, i regi­mi. Le per­so­ne che tor­tu­ra­no sono solo per­so­ne, pro­prio come i tor­tu­ra­ti. Il pro­ble­ma è il siste­ma e il tor­tu­ra­to­re è solo un ingra­nag­gio del siste­ma. Biso­gna com­bat­te­re il siste­ma non le persone”.

Le paure dei profughi

La tra­dut­tri­ce del libro Bar­ba­ra Tere­si leg­ge alcu­ne pagi­ne, quel­le del­lo scop­pio di un pneu­ma­ti­co, un mira­co­lo vero, uno di quel­li che gli sal­va la vita. Khi­der ascol­ta e rac­con­ta, sem­pre col sor­ri­so sul­le lab­bra, anche quan­do si par­la di tor­tu­re e mor­te, anche quan­do gra­zie alle doman­de di Fran­ce­sca Paci, si par­la del­le sue pau­re e del­le pau­re dei pro­fu­ghi che lui rap­pre­sen­ta. “I pro­fu­ghi han­no sem­pre pau­ra”, dice. “Cer­ca­no sicu­rez­za, non pen­sa­no ad altro. Han­no pau­ra del viag­gio, han­no pau­ra di arri­va­re, han­no pau­ra di esse­re riman­da­ti indie­tro. Quel­lo che per­di quan­do sei un pro­fu­go è la tua sicu­rez­za inte­rio­re. Quan­do è mor­to Sad­dam nel 2006 io ho rea­liz­za­to il sogno di tor­na­re in Iraq. Ma non era cam­bia­to nien­te e ho resi­sti­to solo un anno. Face­vo il gior­na­li­sta sot­to pseu­do­ni­mo e con­ti­nua­vo a ave­re pau­ra, ave­vo pau­ra di qua­lun­que cosa, ave­vo pau­ra a entra­re in mac­chi­na e gira­re la chia­ve di accen­sio­ne”. Fa il gesto di inse­ri­re la chia­ve, di girar­la, mima un’esplosione. “Dopo un anno sono tor­na­to in Ger­ma­nia e mi sono reso con­to di esse­re un uomo sen­za sogni. Mi sono reso con­to che me ne dove­vo fare di nuo­vi, pro­prio in Germania.”

La Germania e i cambiamenti

Fran­ce­sca Paci vuo­le sape­re di più. “Con l’occhio del migran­te cosa è cam­bia­to dal 2000, quan­do sei arri­va­to in Ger­ma­nia, a oggi?”
“Mol­to”, è visi­bil­men­te dispia­ciu­to Khi­der. “La Ger­ma­nia è cam­bia­ta mol­to. All’epoca io ero solo un per­so­nag­gio per così dire inso­li­to, ma nes­su­no mi dava fasti­dio o mi nota­va par­ti­co­lar­men­te. Dopo l’11 set­tem­bre del 2001 sono diven­ta­to una per­so­na sospet­ta. La poli­zia mi fer­ma­va e mi face­va doman­de assur­de. Sei un ter­ro­ri­sta? Hai esplo­si­vi? Poi in un paio d’anni la situa­zio­ne si è nor­ma­liz­za­ta, ma oggi sia­mo tor­na­ti al dopo 11 set­tem­bre. Anche se ormai in Ger­ma­nia sono una per­so­na cono­sciu­ta mi capi­ta di rice­ve­re minac­ce quan­do vado a pre­sen­ta­re i miei libri, o anche per e-mail. In un cer­to sen­so gli even­ti poli­ti­ci si intro­met­to­no nel­la vita pri­va­ta. All’estero non sei mai solo, diven­ti un rap­pre­sen­tan­te del­la cul­tu­ra da cui pro­vie­ni. Se qual­cu­no di que­sta cul­tu­ra fa qual­co­sa di brut­to, que­sto rica­de imme­dia­ta­men­te anche su di te che non hai fat­to nul­la. E i par­ti­ti poli­ti­ci sfrut­ta­no que­sti even­ti per mani­po­la­re gli elet­to­ri. Per­so­nal­men­te sono feli­ce di non esse­re un poli­ti­co, ma come scrit­to­re devo ana­liz­za­re cer­te situa­zio­ni. Devo cri­ti­ca­re Ange­la Mer­kel, per esem­pio, per­ché negli anni scor­si ha accol­to solo i siria­ni. E gli altri? Il vero pro­ble­ma è tro­va­re una diver­sa descri­zio­ne per i pro­fu­ghi, nuo­va, per­ché solo una vol­ta che saran­no con­si­de­ra­ti degli esse­ri uma­ni le cose potran­no cam­bia­re. Dob­bia­mo esse­re sem­pre cor­dia­li con chi vie­ne da altri pae­si, non solo se e quan­do lo dico­no i politici”.
Con­ti­nua a sor­ri­de­re Abbas Khi­der, anche quan­do rispon­de alle doman­de del pub­bli­co, ma sot­to la sua pel­le inso­li­ta­men­te scu­ra per un ira­che­no, la sua pel­le da “fal­so india­no” come rie­cheg­gia­no il tito­lo in tede­sco del libro e il pri­mo capi­to­lo, si intra­ve­do­no le fac­ce di Aga, di Fad­hel, quel­la di Alla, le fac­ce di tut­ti gli altri. Di tut­ti i migran­ti che non ce l’hanno fat­ta, di tut­ti quel­li che Rasul, e lui stes­so, han­no visto mori­re duran­te la fuga da Bagh­dad alla Germania.

0

Un uomo non piange mai | Senzaudio

Un uomo non piange mai di Faïza Guène

Nes­su­no rico­min­cia da zero, nem­me­no gli ara­bi che lo zero lo han­no inven­ta­to, que­sto dice­va mio padre”.

Men­tre affron­ta­vo la let­tu­ra mi sono inter­ro­ga­to spes­so sugli ste­reo­ti­pi. Sul moti­vo per cui a vol­te del­le veri­tà accla­ra­te assu­ma­no dei con­no­ta­ti nega­ti­vi. Soprat­tut­to quan­do una cul­tu­ra ne osser­va un’altra. Suc­ce­de a noi quan­do guar­dia­mo fuo­ri dal­la nostra fine­stra, suc­ce­de agli altri quan­do sbir­cia­no in casa nostra al calar del sole. E’ ine­vi­ta­bi­le ed è sem­pre sta­ta una fon­te di anti­pa­tie, di pro­ble­ma­ti­che di dif­fi­ci­le riso­lu­zio­ne. Spes­so ha dato il via a sen­ti­men­ti che sono sfo­cia­ti nel raz­zi­smo e nel vol­ga­re affos­sa­men­to degli altrui valo­ri cul­tu­ra­li. Io pen­so che quan­do un pae­se fati­ca a ragio­na­re in ter­mi­ni di cul­tu­ra, quan­do un pae­se fati­ca a capi­re di cosa è fat­ta la pro­pria cul­tu­ra abbia dif­fi­col­tà ad accet­ta­re le altre cul­tu­re, par­ta dagli ste­reo­ti­pi, dal­la deri­sio­ne e poi il resto. Ben più grave.

Tut­ti que­sti pen­sie­ri sono sca­tu­ri­ti dal­la let­tu­ra di “Un uomo non pian­ge mai” (un tito­lo che di per sé avreb­be l’anima del­lo ste­reo­ti­po) del­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ni alge­ri­ne Faï­za Guè­ne.

Il libro rac­con­ta una sto­ria dal pun­to di vista dell’unico figlio maschio di una fami­glia di immi­gra­ti alge­ri­ni. Attra­ver­so lo sguar­do di Mou­rad Chen­noun pos­sia­mo par­te­ci­pa­re alla vita di una fami­glia con un pie­de in Alge­ria e l’altro in Fran­cia. Con una figlia che pro­va ad eman­ci­par­si, a sfug­gi­re a tut­te le impo­si­zio­ni cul­tu­ra­li che la voglio­no, secon­do lei, gras­sa, bra­va a cuci­na­re e sot­to­mes­sa al mari­to. Abbia­mo un padre dedi­to all’accumulo com­pul­si­vo di qual­sia­si robac­cia gli capi­ti a tiro e una figlia, Mina, che inve­ce deci­de di segui­re le orme che la fami­glia ha trac­cia­to. Sopra a tut­ti, la madre. La madre con i suoi attac­chi di tachi­car­dia, iper­ten­sio­ne, emi­cra­nia e qual­sia­si altra malat­tia imma­gi­na­ria pos­sa ser­vi­re a insi­nua­re negli altri il sen­so di col­pa. Un per­so­nag­gio che a trat­ti fa sor­ri­de­re se non fos­se che le sue pres­sio­ni influen­za­no la vita dei figli. Dou­na la figlia eman­ci­pa­ta vie­ne espul­sa dal­la tri­bù come fos­se un cal­co­lo. Vie­ne dimen­ti­ca­ta fino a che, alla fine, qual­co­sa tira nuo­va­men­te le redi­ni del­la fami­glia e fa dire a Dou­na stes­sa: alla fine ha vin­to comun­que mamma.

Un libro in cui lo ste­reo­ti­po vie­ne caval­ca­to e svi­sce­ra­to, por­ta­to al gra­do di ana­li­si socia­le. Un libro affa­sci­nan­te nel­la sua sem­pli­ci­tà eppu­re tra­vol­gen­te per i temi che trat­ta. La secon­da pos­si­bi­li­tà, il man­te­nu­to dal­la bel­la ere­di­tie­ra, la pro­sti­tu­zio­ne, l’integrazione degli emi­gra­ti nel­le Ban­lieau e la spe­ran­za di esse­re qual­cu­no anche al di fuo­ri del­la cer­chia familiare.
In tut­to que­sto svet­ta la voce del nar­ra­to­re, quel Mou­rad che incon­tria­mo da bam­bi­no e lascia­mo da adul­to, sem­pre in pre­da al pani­co “Imo­dium, imo­dium, imo­dium” sem­pre con uno sguar­do al futu­ro e uno al pas­sa­to, sem­pre sull’orlo di esplo­de­re e dire, final­men­te, non ciò che ci si aspet­ta da lui, ma ciò che lui real­men­te pen­sa. Un per­so­nag­gio che illu­stra per­fet­ta­men­te la ten­sio­ne tra due cul­tu­re diver­se, la ten­sio­ne tra ciò che ci si aspet­ta­ta da una per­so­na (lo ste­reo­ti­po) e ciò che que­sta per­so­na è in gra­do di dare (la verità).

Da un anno a que­sta par­te l’unica cosa che si può dire de “Il Siren­te” è che ogni libro è miglio­re del precedente.
Otti­ma la tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Fede­ri­ca Pisto­no.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incendiaria”a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po de nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se, il libro è tra­dot­to in 26 lin­gue e ven­de oltre 400.000 copie. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. Faï­za Guè­ne è anche autri­ce di cor­to­me­trag­gi e documentari.

Recen­sio­ne di Gian­lui­gi Bodi Sen­zau­dio

0

Marco Chiesa, “Piego di libri” (14 giugno 2017)

UN UOMO NON PIANGE MAI di Faïza Guène

Un uomo non piange mai – Faïza Guène

di Mar­co Chie­sa, “Pie­go di libri” (14 giu­gno 2017)

Un uomo non piange mai : Faïza GuènePer par­la­re di que­sto bel roman­zo pub­bli­ca­to dal­la Edi­tri­ce il Siren­te nel­la col­la­na “altria­ra­bi migran­te” dob­bia­mo pri­ma cono­sce­re meglio l’autrice. Faï­za Guè­ne è nata nel 1985 a Bobi­gny in una fami­glia di ori­gi­ne alge­ri­na ed è cre­sciu­ta nel­la ban­lieu “incen­dia­ria” Pan­tin che si tro­va a nord-est di Pari­gi. Ha scrit­to il suo pri­mo roman­zo a dician­no­ve anni, rice­ven­do un’ottima rispo­sta di cri­ti­ca e pub­bli­co. Sin da subi­to è sta­ta desi­gna­ta come la por­ta­vo­ce let­te­ra­ria di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”.

Com­pren­dia­mo allo­ra come que­sto roman­zo affron­ti i temi cari all’autrice, in par­ti­co­la­re rac­con­tan­do le vicen­de di un gio­va­ne di ori­gi­ni alge­ri­ne, Mour­rad Chen­noun, che cre­sce a Niz­za con la pro­pria fami­glia. Il pro­ta­go­ni­sta sta per tra­sfe­rir­si a Pari­gi per fare l’insegnante di fran­ce­se in una scuo­la di un quar­tie­re peri­fe­ri­co, nel frat­tem­po le con­di­zio­ni di salu­te del padre peg­gio­ra­no. La madre di Mou­rad è un per­so­nag­gio dav­ve­ro “ingom­bran­te” nel­la vita dei figli, tant’è che la pri­mo­ge­ni­ta Dou­nia ha lascia­to anco­ra ado­le­scen­te la casa dei geni­to­ri per un’incompatibilità incon­ci­lia­bi­le, e non si è più fat­ta sentire.
Resta in fami­glia inve­ce l’altra figlia, Mina, che pre­sto si spo­sa con un altro fran­co-alge­ri­no, restan­do sem­pre lega­ta ai pro­pri genitori.

Leg­gen­do il libro del­la Guè­ne si sor­ri­de spes­so, in quan­to non man­ca­no né l’umorismo né l’ironia nel­le pagi­ne. Ma la sto­ria nar­ra­ta non è fat­ta solo di un avvi­cen­dar­si di even­ti con cui met­te­re in luce le dif­fi­col­tà dell’integrazione tra dif­fe­ren­ti cul­tu­re; ci sono anche i dram­mi che col­pi­sco­no tut­te le fami­glie. E nes­su­no, nean­che volen­do, ripar­te mai da zero, nem­me­no gli ara­bi che lo han­no inven­ta­to, lo zero, come direb­be il padre di Mour­rad. Quel­lo stes­so padre che ripe­te spes­so al figlio “un uomo non pian­ge mai”, da cui il tito­lo del romanzo.

Rela­zio­ni dif­fi­ci­li in fami­glia, ma anche nel­la vita di tut­ti i gior­ni. Dav­ve­ro spet­ta­co­la­re riper­cor­re­re con i ricor­di del pro­ta­go­ni­sta l’episodio dell’amichetto di scuo­la che vie­ne a casa a gio­ca­re con la Nin­ten­do, imbat­ten­do­si nel­la signo­ra Chen­noun. Fa riflet­te­re la situa­zio­ne del cugi­no Miloud, che ha una rela­zio­ne con una don­na fran­ce­se mol­to più gran­de di lui. La clas­si­ca rela­zio­ne in cui una don­na non più gio­va­ne, ric­ca e infe­li­ce, si lascia abbin­do­la­re da un “toy-boy”, inna­mo­ra­to ben più del­la sua ric­chez­za che di lei.

Let­to que­sto roman­zo ci si ritro­va a pen­sa­re: cosa ne sarà del buon Mour­rad tra die­ci anni? Farà anco­ra l’insegnante di fran­ce­se in una scuo­la di un quar­tie­re popo­la­re a Pari­gi? Avrà tro­va­to l’amore? E se sì, sarà una pari­gi­na o una ragaz­za di ori­gi­ne alge­ri­na, come vor­reb­be la madre?
Insom­ma, alla fami­glia Chen­noun, così alge­ri­na e quin­di diver­sa da quel­la a cui sia­mo abi­tua­ti, ti sei nel frat­tem­po affe­zio­na­to. Spe­ria­mo quin­di che la Guè­ne scri­va un altro libro (“que­sto è sta­to pub­bli­ca­to nel 2014”), occa­sio­ne per riflet­te­re sul­la Fran­cia mul­ti­cul­tu­ra­le e mul­tiet­ni­ca odier­na, che sta viven­do con­flit­ti inter­ni fino a pochi anni fa non ipotizzati.

0

LA MECCAPHUKET

LA MECCAPHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ila­ria Vita­li, tra­dut­tri­ce di “La Mec­ca – Phu­ket”, nel­la pre­fa­zio­ne al libro di Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to di “un’arte di esse­re indo­ci­li”. Espres­sio­ne, secon­do noi, mol­to appro­pria­ta per­ché la pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to, Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni, per eman­ci­par­si sen­za tra­ge­die dal­le abi­tu­di­ni fol­klo­ri­sti­che e ipo­cri­te pre­sen­ti nel­la ban­lieue pari­gi­na, dovrà per for­za di cose tene­re a debi­ta distan­za tut­to quel­lo che, in fami­glia e nel suo giro di ami­ci­zie, sa di luo­go comu­ne, di taroc­ca­men­to e di caricaturale.

Tut­to faci­le in teo­ria, mol­to più dif­fi­ci­le nel­la pra­ti­ca; non fos­se altro che Fai­rouz e la sorel­la Kal­soum sono affe­zio­na­te ai loro geni­to­ri, di fat­to poco inte­gra­ti e tut­to­ra lega­ti a una cul­tu­ra a dir poco tra­di­zio­na­li­sta. Il padre, tan­to per dire, pas­sa gior­na­te inte­re pres­so del­le sad­da­ka (veglie fune­bri), che alla fami­glia “costa­no un occhio” (pp.106). Com­pren­si­bi­le allo­ra che le due sorel­le inten­da­no rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, nono­stan­te lo “hajj” degli immi­gra­ti si sia ormai impe­la­ga­to in pra­ti­che con­su­mi­sti­che – vedi la visci­da figu­ra del sig. Our­ghi­dour, tito­la­re di un’agenzia viag­gi –  alla stre­gua di una vacan­za a Phu­ket, nota loca­li­tà thai­lan­de­se e peren­ne ten­ta­zio­ne di Fai­rouz. Se i rispar­mi saran­no spe­si per la Mec­ca o per Phu­ket, sce­glien­do così tra due ver­sio­ni di con­su­mi­smo, lo sapre­mo solo al ter­mi­ne del rac­con­to. Più inte­res­san­te tut­to quel­lo che pre­ce­de, ovve­ro il sar­ca­smo di Fai­rouz, ali­men­ta­to dall’insofferenza, miti­ga­to dal­la com­pren­sio­ne, sem­pre alle pre­se con una fau­na che si agi­ta, nean­che trop­po dispe­ra­ta, tra due cul­tu­re: una situa­zio­ne che il più del­le vol­te lascia nel lim­bo gli immi­gra­ti di pri­ma e di secon­da generazione.

Que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne di indo­ci­li­tà, come ci ricor­da Ila­ria Vita­li, deve esse­re sta­ta una sfi­da mol­to com­ples­sa per un tra­dut­to­re, di fron­te alla lin­gua stra­ti­fi­ca­ta e usa­ta da Saphia Azzed­di­ne (e quin­di dal­la nuo­va gene­ra­zio­ne di fran­co-magre­bi­ni), tra “nuo­vi codi­ci sin­cre­ti­ci e poli­fo­ni­ci” (pp.xi), fra­nçais cas­sé e “argot des cités”. Il risul­ta­to è curio­so,  spes­so rive­la­to­re di quel “lim­bo”, gra­zie ad un pro­ce­de­re mol­to disin­vol­to e a momen­ti di schiet­ta iro­nia: “E visti i pro­gram­mi del­la TV fran­ce­se di oggi, un culo pote­va spun­ta­re dal nien­te, a qua­lun­que ora, anche la dome­ni­ca mat­ti­na sul 2 non era impos­si­bi­le. Quin­di, quan­do c’era mio padre, ci bec­ca­va­mo per for­za i cana­li maroc­chi­ni che pas­sa­va­no da una ricet­ta di cuci­na a un can­to cora­ni­co a una ricet­ta di cuci­na” (pp.33).

Un con­te­sto peri­fe­ri­co dove la tea­tra­li­tà ha un gran­de peso, nel qua­le gli ste­reo­ti­pi impaz­za­no e che pos­so­no diven­ta­re stru­men­ti per costrui­re nuo­ve per­so­na­li­tà: “Quan­do  ero pic­co­la, i miei ci obbli­ga­va­no a segui­re gli inse­gna­men­ti dell’onorevole Addel­ka­der Al-Islam, al seco­lo Didier Par­men­tier, con­ver­ti­to all’Islam dopo che le sue vacan­ze al Club Med di Kara­chi era­no sta­te accor­cia­te a cau­sa di un raid ame­ri­ca­no anda­to stor­to. Face­va il giro del­le ban­lieue tra­ve­sti­to da ara­bo puro­san­gue a salu­ta­va gli alun­ni con una mano sul cuo­re […] I suoi viag­gi sul­le mon­ta­gne del Cash­me­re face­va­no di lui un elet­to e lui ci gio­ca­va su per intes­se­re una leg­gen­da fab­bri­ca­ta comun­que su un gros­so malin­te­so” (pp.70).

Paro­le evi­den­te­men­te pie­ne di disin­can­to in un libro che pul­lu­la di per­so­nag­gi dal­le pro­spet­ti­ve mol­to limi­ta­te, nutri­te di mal­di­cen­ze e ste­reo­ti­pi. Qual­co­sa che si coglie fin dal­le pri­me righe del roman­zo: “Abi­ta­vo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il mas­si­mo che ti sen­ti­vi rispon­de­re. Oltre si sfio­ra­va il bla­sfe­mo. Non ci si avven­tu­ra­va mai. Per pau­ra che la gen­te dices­se che” (pp.5). Viste que­ste pre­mes­se si può com­pren­de­re come il ten­ta­ti­vo di Fai­rouz di coin­vol­ge­re geni­to­ri ed anche il fra­tel­lo Najiib, un ladrun­co­lo per­di­tem­po, ad un’esistenza meno con­ven­zio­na­le risul­ti un’impresa tita­ni­ca; soprat­tut­to quan­do l’integrazione, già com­pli­ca­ta per man­can­za di cul­tu­ra, o vie­ne rifiu­ta­ta in nome di usan­ze che da tem­po han­no per­du­to la loro ragion d’essere, oppu­re vie­ne sol­tan­to lam­bi­ta in vir­tù di atteg­gia­men­ti super­fi­cia­li e sul­la scor­ta del più avvi­len­te con­su­mi­smo. Così anche il cam­po del­la reli­gio­ne agli occhi di Fai­rouz diven­ta spec­chio di un cer­to modo di vive­re: “A quan­to pare, ci sono due modi di rap­por­tar­si a Dio qui sul­la ter­ra. Ci sono quel­li che chie­do­no per­do­no e quel­li che dico­no gra­zie” (pp.121). Paro­le che pre­ce­do­no la deci­sio­ne di come uti­liz­za­re i rispar­mi di Fai­rouz: se spen­der­li per il viag­gio alla Mec­ca oppu­re per la vacan­za a Phuket.

Saphia Azze­di­ne

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Ha tra­scor­so l’infanzia in Maroc­co e all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con il roman­zo “Con­fi­den­ces à Allah”, da cui sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to. Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce e regi­sta. Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le. In Ita­lia è sta­to tra­dot­to il suo roman­zo “Mon père est fem­me de ména­ge” (“Mio padre fa la don­na del­le puli­zie”, Giu­lio Per­ro­ne Edi­to­re 2011).

Saphia Azzed­di­ne, “La Mec­ca – Phu­ket”, Il Siren­te (col­la­na “Altria­ra­bi”), Fagna­no Alto 2016, pp.XII- 266. Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vitali.

di  Luca Meni­chet­tiLan­ke­nau­ta, giu­gno 2017
0

Leggere “Un uomo non piange mai” a lume di candela

Leggere “Un uomo non piange mai” di Faïza Guène a lume di candela

Niz­za. Una fami­glia di immi­gra­ti alge­ri­ni. Padre, madre, due figlie e un figlio. E’ lui, Mou­rad, la voce nar­ran­te del roman­zo del­la gio­va­ne Faï­za Guè­ne. Bam­bi­no all’inizio del libro, neo-pro­fes­so­re di fran­ce­se alla fine- nien­te male come risul­ta­to per un pied-noir. Nien­te male come pun­to di arri­vo per un ragaz­zo coc­co­la­to dal­la madre per­ché uni­co maschio, con un padre anal­fa­be­ta che fa il cal­zo­la­io di mestie­re. Anche se Mou­rad non è il pri­mo ad andar­se­ne di casa- anni pri­ma di lui la sorel­la mag­gio­re Dou­nia è usci­ta di casa in manie­ra pla­tea­le salen­do sull’automobile di un uomo con occhia­li scu­ri e un visto­so oro­lo­gio al pol­so. Di lei non si pote­va più par­la­re, Dou­nia non face­va più par­te del­la loro fami­glia. Per­ché una bra­va ragaz­za alge­ri­na si com­por­ta­va in manie­ra diver­sa, impa­ra­va a cuci­na­re, si spo­sa­va con un uomo scel­to dai geni­to­ri, met­te­va al mon­do dei bam­bi­ni. Sem­pre rispet­to­sa dei geni­to­ri. Come avreb­be fat­to l’altra sorel­la di Mou­rad, ren­den­do feli­ce la madre. Non impor­ta­va se Dou­nia era diven­ta­ta avvo­ca­to, se era entra­ta in poli­ti­ca, se era alla gui­da di un movi­men­to fem­mi­ni­sta. Nes­su­na di que­ste cose, nes­sun suo suc­ces­so le avreb­be por­ta­to il per­do­no dei geni­to­ri, e tan­to­me­no lei era dispo­sta a per­do­na­re loro per aver­la taglia­ta fuori.

Con un lin­guag­gio viva­ce e moder­no, con una colo­ri­ta spruz­za­ta di paro­le ara­be, Mou­rad ci rac­con­ta dei pro­ble­mi del distac­co gene­ra­zio­na­le a cui si aggiun­go­no le dif­fi­col­tà di inte­gra­zio­ne: non c’è pro­prio nul­la in comu­ne tra la cul­tu­ra che i suoi geni­to­ri si sono por­ta­ti die­tro dall’Algeria e quel­la in cui loro, i figli, cre­sco­no, in Fran­cia. E’ una stra­da irta di osta­co­li che devo­no per­cor­re­re, per non esse­re diver­si dai com­pa­gni e, dall’altra par­te, per non incor­re­re nel­le ire del­la madre- un per­so­nag­gio sim­pa­ti­co e a vol­te irri­tan­te, con le sue esa­ge­ra­zio­ni e i suoi ricat­ti affet­ti­vi, l’importanza che dà al cibo come dimo­stra­zio­ne d’amore e, di con­se­guen­za, alla flo­ri­dez­za fisi­ca come pro­va del benes­se­re. E’ una madre mol­to umo­ra­le, medi­ter­ra­nea, pos­ses­si­va, intran­si­gen­te. Per Mou­rad è una for­tu­na il dover­si allon­ta­na­re da Niz­za per anda­re a inse­gna­re a Pari­gi- altre dif­fi­col­tà, altri pro­ble­mi per il confronto/scontro con gli alun­ni e il ritrat­to di un cugi­no che ha tro­va­to la sua solu­zio­ne for­tu­na­ta: vive con una don­na mol­to più anzia­na che si bea in quel­lo che lei cre­de sia amore.

Ogni per­so­nag­gio tro­va la sua col­lo­ca­zio­ne nel roman­zo di Faï­za Guè­ne, ogni let­to­re può sim­pa­tiz­za­re con l’uno o con l’altro, con Dou­nia che non vuo­le asso­mi­glia­re alla madre ma che fini­sce per esse­re simi­le a lei nel­la sua intran­si­gen­za, con la sorel­la più mite che, for­se per dif­fe­ren­ziar­si da Dou­nia, ha fat­to una scel­ta oppo­sta alla sua e si tro­va bene nel model­lo tra­di­zio­na­le di don­na alge­ri­na, con Mou­rad, il più fra­gi­le dei figli, con il peso del­le paro­le del padre che gli risuo­na­no negli orec­chi, ‘un uomo non pian­ge mai’, con il padre, infi­ne, il più com­pren­si­vo e tol­le­ran­te, che con­fes­sa solo a Mou­rad il desi­de­rio di rive­de­re la figlia pri­ma di mori­re e che si met­te a pian­ge­re- pro­prio lui- quan­do la incon­tra dopo anni.

Blog Leg­ge­re a lume di can­de­la di Maria Emi­lia Piccone

0

Emozioni vietate in Maghreb

Il giovane Mourad un giorno decide di voler piangere

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Il Fat­to Quo­ti­dia­no di Fran­ce­sca Bellino

Per un’antica con­sue­tu­di­ne, ave­re momen­ti di debo­lez­za nel Magh­reb ara­bo-musul­ma­no è per­mes­so solo alle don­ne. Da qui l’espressione anco­ra dif­fu­sa Un uomo non pian­ge mai, scel­ta per il tito­lo del suo nuo­vo roman­zo dal­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ne alge­ri­ne Faï­za Guè­ne, nota per il bestsel­ler Kif kif doma­ni, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na con cui esor­dì nel 2004, tra­dot­to in 26 lin­gue. Alla base di quest’espressione c’è un’attitudine che affon­da in soli­de leg­gi tra­di­zio­na­li per cui un uomo può mostra­re for­za e corag­gio e man­te­ne­re digni­tà solo se non cede allo scon­for­to, sen­ti­men­to mes­so in discus­sio­ne dal pro­ta­go­ni­sta Mou­rad nato a Niz­za da fami­glia alge­ri­na, che nar­ra la sua ricer­ca d’identità. Sin da pic­co­lo i geni­to­ri gli ripe­to­no que­sta fra­se che lui rie­la­bo­ra insie­me a tan­ti sti­mo­li con­tra­stan­ti, trop­pi tan­to da pre­fe­ri­re i libri agli ami­ci. “Mia madre sof­fri­va nel veder­mi solo. Mi cre­de­va, di vol­ta in volt, pau­ro­so, affet­to da tur­be del­la per­so­na­li­tà, omo­ses­sua­le” rac­con­ta Mou­rad intro­du­cen­do la madre che ha, più del padre, un atteg­gia­men­to seve­ro che nasce da el keb­da, ter­mi­ne che signi­fi­ca “fega­to”, ma è indi­ca­to per indi­ca­re l’affetto del­le madri per i figli, quell’ “ecces­so di amo­re che fa pau­ra, che fini­sce per somi­glia­re a un regi­me dispo­ti­co” a cui è neces­sa­rio ribel­lar­si per cre­sce­re ed emanciparsi.

31 Mag­gio 2017

0

Intervista alla scrittrice parigina Faïza Guène, autrice di “Un uomo non piange mai”

Una campagna elettorale all’insegna del sospetto

di Gui­do Cal­di­ron, “Il Mani­fe­sto”, 7 apri­le 2017

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneQuan­do, nel 2004, a soli 19 anni esor­dì con “Kif kif doma­ni”, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na, Faï­za Guè­ne fu subi­to ribat­tez­za­ta dal­la stam­pa fran­ce­se come la «Sagan des cités», in rife­ri­men­to all’autrice di “Bon­jour Tri­stes­se”. Tre­di­ci anni più tar­di, alcu­ni altri roman­zi alle spal­le che han­no con­tri­bui­to a ren­der­la una del­le inter­pre­ti del­la nuo­va let­te­ra­tu­ra tran­sal­pi­na, nata sem­pre più spes­so pro­prio tra i palaz­zo­ni di peri­fe­ria, la scrit­tri­ce, cre­sciu­ta nel­la cité dei Cour­til­liè­res, nel­la ban­lieue pari­gi­na di Pan­tin, pub­bli­ca il suo libro più matu­ro, “Un uomo non pian­ge mai”, il Siren­te (pp. 240, euro 15).

Una rifles­sio­ne, in par­te auto­bio­gra­fi­ca, sul tema del con­fron­to tra le gene­ra­zio­ni e le cul­tu­re osser­va­ta attra­ver­so le vicen­de del­la fami­glia di ori­gi­ne alge­ri­na degli Chen­noun, che l’autrice pre­sen­ta in que­sti gior­ni a Pra­to nell’ambito del Festi­val Medi­ter­ra­neo Downtown.

Oggi la Fran­cia va al voto, come ha vis­su­to que­sta cam­pa­gna elettorale?
Sono mol­to con­fu­sa, nel sen­so che ho l’impressione che la cam­pa­gna non sia sta­ta affat­to all’altezza del­le sfi­de e dei pro­ble­mi che dob­bia­mo affron­ta­re. L’ho tro­va­ta cini­ca e pes­si­ma, pres­so­ché pri­va di digni­tà, con un buon nume­ro di can­di­da­ti che si sono pre­sen­ta­ti mal­gra­do aves­se­ro dei pro­ble­mi seri con la giustizia.

Vote­rà lo stes­so? E con qua­le spi­ri­to, spe­cie di fron­te alla minac­cia rap­pre­sen­ta­ta da Mari­ne Le Pen?
Si, ed è chia­ro che non vote­rò per Mada­me Le Pen. Appar­ten­go alla gene­ra­zio­ne che ha vis­su­to il 2002 – quan­do Jean-Marie Le Pen arri­vò al bal­lot­tag­gio con­tro Chi­rac -, come uno shock e ricor­do benis­si­mo le mani­fe­sta­zio­ni e il sus­sul­to demo­cra­ti­co che scos­se il pae­se. Oggi, inve­ce, di fron­te al fat­to che l’estrema destra è arri­va­ta di nuo­vo al secon­do tur­no, la rea­zio­ne di un tem­po non si è più pro­dot­ta. Qua­si le per­so­ne si fos­se­ro abi­tua­te o ras­se­gna­te a que­sta even­tua­li­tà. La pos­si­bi­li­tà che il Fn pos­sa gui­da­re la Fran­cia è diven­ta­ta per cer­ti ver­si nor­ma­le, e per­ciò possibile.

Anche se ha sem­pre rifiu­ta­to di esse­re con­si­de­ra­ta un sim­bo­lo dei gio­va­ni del­le ban­lieue, cre­de che la cam­pa­gna per l’Eliseo abbia par­la­to anche agli abi­tan­ti dei quar­tie­ri popolari?
In effet­ti è sem­pre dif­fi­ci­le pen­sa­re di par­la­re a nome degli altri, però pos­so dire che ho la sen­sa­zio­ne che si con­si­de­ri­no que­ste “mino­ran­ze” del pae­se solo per addi­tar­le come un pro­ble­ma, per pre­sen­tar­le come i respon­sa­bi­li mag­gio­ri del­le dif­fi­col­tà che attra­ver­sa la nostra socie­tà. E la cam­pa­gna per le pre­si­den­zia­li ha con­fer­ma­to que­sta ten­den­za. Solo che que­sta vol­ta è sta­to soprat­tut­to l’Islam a fini­re nel miri­no di mol­ti poli­ti­ci. Anche se non si trat­ta di qual­co­sa di nuo­vo, negli ulti­mi mesi tut­to ciò si è fat­to sen­ti­re con anco­ra mag­gio­re vio­len­za. L’intera comu­ni­tà musul­ma­na è ormai guar­da­ta con sospetto.

Nel 2007, dopo la rivol­ta del­le ban­lieue e l’ascesa di Sar­ko­zy, ha con­tri­bui­to al volu­me col­let­ti­vo «Qui fait la Fran­ce?» che inten­de­va rea­gi­re pro­prio al mon­tan­te cli­ma iden­ti­ta­rio. Qua­le il bilan­cio ad oggi?
Mi dispia­ce mol­to, per­ché mi pia­ce­reb­be dire che le cose sono miglio­ra­te, ma pur­trop­po non è anda­ta così. E, guar­dan­do al cli­ma che mon­ta nel Pae­se, cre­do che non faran­no che peg­gio­ra­re ulte­rior­men­te. Die­ci anni fa in quel libro ci inter­ro­ga­va­mo pro­prio sul­la pos­si­bi­li­tà che un mag­gio­re acces­so alla cul­tu­ra e al sape­re dei gio­va­ni cre­sciu­ti nel­le ban­lieue e nel­le fami­glie popo­la­ri potes­se pro­dur­re un cam­bia­men­to rea­le, riav­vi­ci­na­re le per­so­ne e ren­de­re più giu­sta la socie­tà fran­ce­se. Nutri­va­mo anco­ra gran­di spe­ran­ze. Oggi inve­ce fac­cio dav­ve­ro fati­ca a capi­re dove sono fini­te tut­te quel­le ener­gie e quel­la voglia di rin­no­va­men­to. All’epoca era cer­to già per­ce­pi­bi­le una deri­va dema­go­gi­ca e xeno­fo­ba, solo che poi quei discor­si si sono fat­ti via via più spu­do­ra­ti e un nume­ro cre­scen­te di per­so­ne han­no comin­cia­to a con­si­de­rar­li come qual­co­sa di «nor­ma­le».

Lo scor­so anno, dopo che il suo com­pa­gno, in Fran­cia da 9 anni ma pri­vo di per­mes­so di sog­gior­no, era sta­to fer­ma­to e reclu­so con la minac­cia dell’espulsione, lei ha scrit­to un bre­ve testo inti­to­la­to «Le bruit des avions» dedi­ca­to al modo in cui sono trat­ta­ti i cosid­det­ti «clan­de­sti­ni».
Si, è sta­to un momen­to tal­men­te dif­fi­ci­le sul pia­no per­so­na­le che fac­cio per­fi­no fati­ca a ritor­na­re sul­la vicen­da. Ci ten­go però a dire che die­tro la defi­ni­zio­ne tutt’altro che neu­tra di «clan­de­sti­no» o di «sans-papiers» si nascon­de il ten­ta­ti­vo di nega­re l’umanità e la vita stes­sa di mol­tis­si­me per­so­ne. Tut­to rien­tra poi nel­la dif­fu­sa ipo­cri­sia che fa sì che que­ste per­so­ne che si vuo­le man­te­ne­re nell’«invisibilità», con­tri­bui­sca­no però in real­tà ogni anno per milio­ni di euro all’economia fran­ce­se. Pos­so­no esse­re sfrut­ta­ti dai dato­ri di lavo­ro anche se non han­no i docu­men­ti in tasca, ma se poi chie­do­no i loro dirit­ti, allo­ra scop­pia il pro­ble­ma. Una situa­zio­ne disgustosa.

0

Ebe Pierini, “ItalNews” (25 aprile 2017)

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

L’indomita Fairouz in bilico tra tradizione ed emancipazione nella banlieue francese

di Ebe Pie­ri­ni, “Ital­News” (25 apri­le 2017)

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)Nel quar­tie­re la defi­ni­sco­no sfron­ta­ta. Lei si defi­ni­sce fie­ra e indo­mi­ta.

Non ero fie­ra di esse­re musul­ma­na, ma sem­mai musul­ma­na e fie­ra in generale.

Non è un’eroina moder­na la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo di Saphia Azze­di­neLa Mec­ca Phu­ket” (Il Siren­te). Fai­rouz è una ragaz­za nor­ma­le, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni che vive in una ban­lieue fran­ce­se. Una di quel­le che da alme­no un paio d’anni a que­sta par­te sono dive­nu­te famo­se per­chè da lì pro­ve­ni­va­no alcu­ni ter­ro­ri­sti isla­mi­ci e per­chè è lì che mag­gior­men­te si incan­cre­ni­sce la man­ca­ta inte­gra­zio­ne che a vol­te par­to­ri­sce l’estremismo.

La sua è una lot­ta quo­ti­dia­na con­tro la doci­li­tà, quel­la che le impor­reb­be la sua cul­tu­ra. In bili­co tra la voglia di eman­ci­par­si e l’amore per la sua fami­glia. Quel­lo stes­so amo­re che nutre ver­so i suoi geni­to­ri che la spin­ge a met­te­re da par­te dei sol­di, con la com­pli­ci­tà del­la sorel­la Kal­soum per rega­la­re loro l’hajj, il pel­le­gri­nag­gio isla­mi­co a La Mec­ca per­chè pos­sa­no final­men­te vede­re e toc­ca­re la Ka’ba e non esse­re più addi­ta­ti dai vici­ni in quan­to anco­ra non han­no ottem­pe­ra­to ad uno dei pila­stri dell’Islam.

Da un lato il sen­so del dove­re e del rispet­to e quel sal­va­da­na­io che si riem­pie. Dall’altro la voglia di eva­de­re, di rega­lar­si un sogno. Nel mez­zo c’è l’odore dei piat­ti tipi­ci maroc­chi­ni, c’è l’atmosfera del­le ban­lieue, c’è la dif­fi­col­tà degli immi­gra­ti di integrarsi.

Genia­le l’idea dell’autrice di sce­glie­re di attri­bui­re ai geni­to­ri un lin­guag­gio che è volu­ta­men­te un ibri­do tra il loro idio­ma ori­gi­na­rio e quel­lo del Pae­se che li ospi­ta. Così come è schiet­to, diret­to, sfron­ta­to, in alcu­ni momen­ti anche vol­ga­re il modo di espri­mer­si del­la pro­ta­go­ni­sta. Ma è esso stes­so ribel­lio­ne ad uno sche­ma, è esso stes­so una for­ma di indocilità.

Un roman­zo che ci costrin­ge ad inter­ro­gar­ci sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne che vivo­no in deter­mi­na­ti con­te­sti fami­glia­ri e reli­gio­si. “Sono pas­sa­te dal­la cor­da per sal­ta­re al fascia­to­io, sen­za pas­sa­re dal­la casel­la baci ruba­ti” sen­ten­zia con ama­rez­za Fai­rouz par­lan­do di tan­te ragaz­ze pro­ve­nien­ti da fami­glie di immi­gra­ti. Lei che scan­da­glia a fon­do anche il rap­por­to tra uomo e don­na. “Sia­mo l’una la metà dell’altro, ce la gio­chia­mo a metà e ci godia­mo il risul­ta­to a metà. Nel­le reli­gio­ni, le don­ne subi­va­no sem­pre di tut­to, come se Dio ce l’avesse per­so­nal­men­te con loro per qual­co­sa. Ma la mela e quel­la sto­riel­la che ne è deri­va­ta, può con­vin­ce­re all’inizio. Ma poi Walt Disney ha fat­to un sac­co di capo­la­vo­ri che tra­sfor­ma­no quel­la sto­ria in una boia­ta. Che cosa abbia­mo mai fat­to che non abbia­no fat­to anche gli uomi­ni, a par­te gene­ra­li in quan­de quan­ti­tà?” si chiede.

Una sto­ria che ruo­ta attor­no a que­sta col­let­ta per rega­la­re l’hajj ai geni­to­ri che si chiu­de con un fina­le inat­te­so. Uno sti­le flui­do e pia­ce­vo­le quel­lo del­la Azza­di­ne che dimo­stra in que­sto roman­zo di saper tra­sci­na­re il let­to­re dal­la pri­ma all’ultima pagi­na sen­za anno­ia­re mai.

0

Ebe Pierini, “ItalNews”, 12 aprile 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

La guerra raccontata attraverso i colori da un ragazzo di Aleppo

di Ebe Pie­ri­ni, “Ital­News”, 12 apri­le 2017

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarImpri­me­re la guer­ra su tela.
Dipin­ger­la anche col san­gue vero del­le vittime.
É quel­lo che fa Adam, un ragaz­zi­no siria­no di 14 anni, mala­to del­la sin­dro­me di Asper­ger, orfa­no di madre. La sua came­ra pie­na zep­pa di tele dipin­te è il suo rifu­gio. É così che lui esor­ciz­za il dolo­re, tra­spo­nen­do­lo in un dipin­to. E quan­do il cibo scar­seg­gia e i mor­si del­la fame si fan­no sen­ti­re schiac­cia un tubet­to di colo­re e lo mangia.
É lui il pro­ta­go­ni­sta del roman­zo “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” (il Siren­te) di Sumia Suk­kar, scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di ori­gi­ni siriane.
I colo­ri e il conflitto.
Potreb­be appa­ri­re un con­nu­bio impos­si­bi­le e inve­ce diven­ta una chia­ve di let­tu­ra alter­na­ti­va. Ogni sen­ti­men­to, ogni sta­to d’animo vie­ne asso­cia­to ad una tin­ta e la guer­ra assu­me le sfu­ma­tu­re del nero, del gri­gio, del mar­ro­ne, del vio­la, del ros­so. Adam affron­ta il dram­ma che afflig­ge Alep­po e tut­ta la Siria gra­zie all’amore del­la sua fami­glia, di suo padre, del­la sorel­la Yasmi­ne, suo vero uni­co pun­to di rife­ri­men­to e dei suoi tre fra­tel­li e alla vici­nan­za di una gat­ta ran­da­gia che deci­de di chia­ma­re Liqui­ri­zia. Il dolo­re sfio­re­rà più vol­te i mem­bri del­la sua fami­glia e la mor­te entre­rà nel­la sua casa. A fare da cor­ni­ce la descri­zio­ne di una Alep­po vio­la­ta dai bom­bar­da­men­ti. La scuo­le chiu­se, le case distrut­te, i mor­ti per stra­da, il cibo che man­ca, l’acqua cen­tel­li­na­ta. In que­sto roman­zo ritro­via­mo la Siria che ci appa­re ormai dagli scher­mi tele­vi­si­vi, nei ser­vi­zi dei tele­gior­na­li, nei repor­ta­ge dei giornalisti.
In Adam rivi­vo­no tut­ti i bam­bi­ni che han­no vis­su­to e con­ti­nua­no a vive­re que­sta ter­ri­bi­le espe­rien­za. Lui ci ricor­da anche tut­te le vit­ti­me del­la guer­ra in Siria non da ulti­mi i bim­bi mor­ti ad Idlib per i gas del­le armi chi­mi­che. Pro­prio per que­sto il roman­zo è qua­si un repor­ta­ge per l’attualità del­le vicen­de che nar­ra e per la veri­di­ci­tà del­le vite che contiene.

0

Katia Debora Melis, “Oubliette Magazine”, 10 aprile 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” di Sumia Sukkar: ma la guerra che colore ha?

di Katia Debo­ra Melis, “Oubliet­te Maga­zi­ne”, 10 apri­le 2017

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarTer­zo libro del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te, usci­to nel 2016 con tra­du­zio­ne dall’inglese di Bar­ba­ra Beni­ni, è il bel­lis­si­mo dol­cea­ma­ro e eru­dis­si­mo, ma comun­que splen­di­do testo d’esordio di Sumia Suk­kar, autri­ce ingle­se di ori­gi­ni siro-alge­ri­ne, nata a Lon­dra nel 1992.

Fre­quen­ta­to il cor­so di lau­rea in Scrit­tu­ra crea­ti­va pres­so la King­ston Uni­ver­si­ty lon­di­ne­se, vie­ne inco­rag­gia­ta da Todd Swift, scrit­to­re ed edi­to­re, a pub­bli­ca­re con la sua casa edi­tri­ce, la Eyewear, il pri­mo roman­zo, “The boy from Alep­po who paint the war” nel 2013.

Alep­po. Siria. Una fami­glia for­ma­ta da baba, il padre, che lavo­ra tut­to il gior­no dura­men­te per sosten­ta­re i suoi cin­que figli. Mama, mam­ma, la moglie, è mor­ta anni pri­ma.Il figlio più pic­co­lo e voce nar­ran­te di qua­si tut­ta la sto­ria, è Adam, quat­tor­di­cen­ne che vive a caval­lo tra real­tà e imma­gi­na­zio­ne, in un mon­do spe­cia­le e abba­stan­za pro­tet­to dal nucleo fami­lia­re, a cau­sa del­la sua sin­dro­me di Asperger.

Tre fra­tel­li gemel­li stu­dia­no all’università, men­tre Yasmi­na, l’unica don­na di casa, infer­mie­ra in un cen­tro este­ti­co, è il moto­re e il vero soste­gno di tut­ta la fami­glia, in pri­mis di Adam, di cui cono­sce per­fet­ta­men­te le spe­cia­li esi­gen­ze, le manie, abi­tu­di­ni, pau­re, fobie e le perio­di­che cri­si dovu­te alla sua patologia.

In fon­do, una fami­glia nor­ma­le, che ha tro­va­to un suo equi­li­brio e ha crea­to la “nor­ma­li­tà” attor­no a Adam. Lui ha sem­pre ama­to dipin­ge­re e i colo­ri sono il fil­tro per la sua per­ce­zio­ne e com­pren­sio­ne del mon­do, di cose, per­so­ne, situa­zio­ni e sta­ti d’animo. I colo­ri sono le cate­go­rie attra­ver­so cui può ten­ta­re di capi­re e di non per­de­re di vista un oriz­zon­te sicu­ro e tran­quil­liz­zan­te. Improv­vi­sa­men­te, però, le cose stan­no cam­bian­do. Entra­no nel­la sua vita paro­le incom­pren­si­bi­li nel loro per­ché: mani­fe­sta­zio­ni, rivol­te, guer­ra. Guer­ra civi­le, impos­si­bi­le: come si può com­bat­te­re se stessi?

È pre­sen­te nei suoi qua­dri la guer­ra, fil­tra­ta attra­ver­so i libri, la scuo­la, la tele­vi­sio­ne, nei film, pri­ma, e nei noti­zia­ri d’ora in avan­ti. Cre­sce la sua con­fu­sio­ne, cre­sco­no le sue doman­de, cre­sce il suo disa­gio. Tra man­can­za d’acqua, di ener­gia elet­tri­ca, di cibo, e orro­ri sem­pre cre­scen­ti e che via via toc­che­ran­no sem­pre più da vici­no la fami­glia di Adam, cam­bia­no i colo­ri intor­no, pri­ma nel­le per­so­ne, che non sono più le stes­se, poi anche Alep­po, tut­ta, che non sarà mai più come prima.

Per la pri­ma vol­ta dopo la scom­par­sa del­la madre, la mor­te entra pre­po­ten­te­men­te nel­la vita, negli occhi di Adam, gli strap­pa via il fra­tel­lo Isa, e anco­ra mace­rie e pol­ve­re, bom­be e san­gue, vio­len­ze ovun­que, in un’escalation sen­za fine.

Gli occhi di Adam ci rac­con­ta­no per qua­si tut­to il tem­po le vicen­de, sal­vo i pochi, dolo­ro­sis­si­mi capi­to­li in cui a rac­con­ta­re in pri­ma per­so­na gli orro­ri, le sevi­zie e tur­pi­tu­di­ni del con­flit­to, subi­te in pri­ma per­so­na, sarà Yasmine.

I tan­ti per­ché di Adam non sem­pre tro­ve­ran­no rispo­sta, non la tro­va­no nem­me­no per noi che sia­mo spes­so lon­ta­ni e incre­du­li spet­ta­to­ri di con­flit­ti, come quel­lo siria­no, che non paio­no tro­va­re soluzione.

Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” è un roman­zo tra sto­ria, cro­na­ca e denun­cia, che sa met­te­re in luce i risvol­ti sen­ti­men­ta­li, affet­ti­vi, cul­tu­ra­li, reli­gio­si e uma­ni di un popo­lo che da trop­po tem­po sof­fre ogni gene­re d’atrocità.

Tra fan­ta­sia e inge­nui­tà, amo­ri pro­fon­di, cita­zio­ni let­te­ra­rie e imma­gi­ni poe­ti­che, con pro­fon­da pas­sio­ne per la cul­tu­ra, tra imma­gi­ni cruen­te, di inau­di­ta bru­ta­li­tà, sino a qua­dri maca­bri e osses­si­vi, come den­tro un gran­de incu­bo, non si rie­sce a stac­ca­re lo sguar­do dal­la pagi­na sino all’ultima riga, pro­fon­da­men­te e inten­sa­men­te coin­vol­ti dal­le vicen­de dei protagonisti.

Il let­to­re, così, li accom­pa­gna nel loro lun­go e dolo­ro­so viag­gio di fuga ver­so Dama­sco, ver­so la sal­vez­za, ver­so una nuo­va vita. Non tut­ti arri­ve­ran­no alla meta. Ma là in fon­do, chis­sà dove, c’è anco­ra qual­co­sa e qual­cu­no, ci sono anco­ra colo­ri che aspet­ta­no di esse­re usa­ti per dipin­ge­re un qua­dro diverso.

0

Riccardo Michelucci, “Avvenire”, 8 aprile 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

Intervista. La scrittrice Saphia Azzedine: banlieue, la rabbia non è islam

di Ric­car­do Miche­luc­ci, “Avve­ni­re”, 8 apri­le 2017

Nel suo nuo­vo roman­zo la gio­va­ne scrit­tri­ce affron­ta con tono leg­ge­ro gli ste­reo­ti­pi sul­la sua religione.

«Cre­de­vo in Dio. Face­vo il rama­dan. Non man­gia­vo maia­le. Non beve­vo alcool. Ero ver­gi­ne. Non spar­la­vo. Cioè, solo un po’. Ero quel­la che si chia­ma comu­ne­men­te musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no. Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei conti».

Un fiu­me inter­rot­to di paro­le con­di­to da una vena iro­ni­ca e a trat­ti irri­ve­ren­te ci rac­con­ta la real­tà odier­na del­le ban­lieue pari­gi­ne e la vita degli immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, dei qua­li si sen­te par­la­re qua­si esclu­si­va­men­te attra­ver­so i fat­ti di cro­na­ca. La voce nar­ran­te è quel­la del­la gio­va­ne Fai­rouz, pro­ta­go­ni­sta di “La Mec­ca-Phu­ket”, il roman­zo del­la scrit­tri­ce fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne, appe­na usci­to in ita­lia­no per l’editrice il Siren­te (pagi­ne 130, euro 15,00). Fai­rouz vive con la fami­glia a Cré­teil, un sob­bor­go di Pari­gi, in «un caser­mo­ne dove i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cer­vel­lo da cemen­to» e desi­de­ra eman­ci­par­si dal­le ori­gi­ni arabomusulmane.
Un gior­no deci­de insie­me a una sorel­la di rac­co­glie­re i sol­di neces­sa­ri per rega­la­re il sogno di una vita ai devo­ti geni­to­ri: il hajj, ovve­ro il pel­le­gri­nag­gio isla­mi­co cano­ni­co alla Mec­ca. Ma fini­rà inve­ce per spen­de­re quei sol­di in altro modo, cioè pren­den­do dei bigliet­ti per andar­si a diver­ti­re in un resort di Phu­ket, in Thailandia.

«Alla fine pre­fe­ri­rà rin­gra­zia­re Dio per i pic­co­li pia­ce­ri del­la vita, inve­ce che chie­der­gli per­do­no», ci spie­ga Azzed­di­ne. Dopo i pre­ce­den­ti roman­zi Con­fi­den­ces à Allah e Mio padre fa la don­na del­le puli­zie (quest’ultimo tra­dot­to alcu­ni anni fa da Giu­lio Per­ro­ne edi­to­re), La Mec­ca-Phu­ket­com­ple­ta la tri­lo­gia che la scrit­tri­ce ha dedi­ca­to al con­fron­to con la sua reli­gio­ne, un tema appa­ren­te­men­te com­ples­so del qua­le rie­sce a par­la­re in modo disin­can­ta­to e diver­ten­te ma non fri­vo­lo, con­vin­ta com’è che non sia neces­sa­rio esse­re sem­pre seri o, peg­gio, arrab­bia­ti, quan­do si par­la di religione.

Nata ad Aga­dir nel 1979, Saphia Azzed­di­ne ha lascia­to il Maroc­co a 9 anni e da allo­ra vive in Fran­cia, dove lavo­ra anche come attri­ce e regi­sta. Ha sei roman­zi all’attivo, «e il set­ti­mo già con­se­gna­to all’editore», pre­ci­sa. Da quel­lo di esor­dio sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to, da La Mec­ca-Phu­ket per­si­no una tra­spo­si­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca. Quest’ultimo pre­sen­ta anche una par­ti­co­la­re atten­zio­ne al lin­guag­gio, e ci fa cono­sce­re i codi­ci lin­gui­sti­ci nati nel­le peri­fe­rie disa­gia­te con fun­zio­ni di rico­no­sci­men­to iden­ti­ta­rio e generazionale.

In que­sto caso è sta­ta una pre­ci­sa scel­ta dovu­ta all’ambientazione del romanzo?
«Per la veri­tà no. Di soli­to non costrui­sco nien­te, non pro­gram­mo alcun­ché pri­ma di met­ter­mi a scri­ve­re, né come né quan­to, e scri­vo sem­pre in modo mol­to spon­ta­neo. In tut­ti i miei roman­zi mi sono sfor­za­ta di ante­por­re i per­so­nag­gi a me stes­sa. Sono io ad adat­tar­mi alla loro vita, e quin­di anche al loro modo di esprimersi».

Fino a che pun­to il per­so­nag­gio di Fai­rouz è ispi­ra­to alla sua per­so­na­li­tà? Ci sono altri ele­men­ti auto­bio­gra­fi­ci nel­la storia?
«Io sono den­tro tut­ti i miei per­so­nag­gi, non mi nascon­do mai die­tro la fin­zio­ne. Li amo e li com­pren­do. Non neces­sa­ria­men­te la pen­so sem­pre come loro, però. Fai­rouz mi asso­mi­glia per­ché ha la mia stes­sa rab­bia ma anche un suo modo mol­to per­so­na­le di con­ce­pi­re Allah, che la por­ta mol­to più spes­so a rin­gra­ziar­lo piut­to­sto che a chie­der­gli scusa».

Cosa pen­sa dell’attuale situa­zio­ne nel­le ban­lieue fran­ce­si?L’immagine che si ha dall’esterno, for­se super­fi­cia­le, è quel­la di una real­tà esplo­si­va che la poli­ti­ca non sa affron­ta­re, e che anche per que­sto si incan­cre­ni­sce col tempo.
«È una situa­zio­ne dif­fi­ci­le, cer­to, ma non sol­tan­to a cau­sa del mal­con­ten­to del­le comu­ni­tà e del­le deri­ve di natu­ra reli­gio­sa, come ven­go­no descrit­te tut­ti i gior­ni dai mez­zi d’informazione. Il pro­ble­ma del­le peri­fe­rie è anzi­tut­to di carat­te­re socia­le, ed è ali­men­ta­to dal­le ingiu­sti­zie subi­te dal­la popolazione».

Pen­sa che que­sto pro­ble­ma sia anda­to ad aggra­var­si negli ulti­mi decenni?
«Sicu­ra­men­te. Le tele­vi­sio­ni e i gior­na­li non han­no mai smes­so di costrui­re una sor­ta di isla­mi­smo imma­gi­na­rio che con l’andar del tem­po, per rea­zio­ne, è diven­ta­to real­tà. Da alme­no trent’anni i musul­ma­ni fran­ce­si ven­go­no stig­ma­tiz­za­ti, cri­mi­na­liz­za­ti, se le gio­va­ni don­ne indos­sa­no un fou­lard c’è chi ne fa subi­to un affa­re di Sta­to. L’islam ha dimo­stra­to di ave­re le spal­le lar­ghe. A for­za di descri­ve­re i padri come tor­tu­ra­to­ri e aguz­zi­ni, i figli come dei bru­ti e le don­ne come per­so­ne sot­to­mes­se, c’è sta­to un riget­to nei con­fron­ti del­lo Sta­to e un allon­ta­na­men­to di que­ste comu­ni­tà dal­la vita socia­le del Pae­se. È sta­ta una rea­zio­ne abba­stan­za spon­ta­nea. Sen­za par­la­re del pro­ble­ma del­la colo­niz­za­zio­ne, un cri­mi­ne che ha lascia­to trac­ce che si sen­to­no tut­to­ra, dopo tan­ti anni».

Cosa si aspet­ta dall’esito del­le pros­si­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li francesi?
«Non so, non mi aspet­to nien­te. Pri­ma era­va­mo soli­ti vota­re per il male mino­re. Ades­so è diven­ta­to dif­fi­ci­le anche distin­gue­re, sia­mo di fron­te a dei burat­ti­ni pri­vi di ani­ma. Qual­cu­no potrà anche rite­ner­la una posi­zio­ne dema­go­gi­ca ma, se è così, è col­pa dei politici».

0

Faïza Guène ospite al Festival Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 maggio a Mediterraneo Downtown (5–6-7 Maggio)

In con­co­mi­tan­za con l’uscita del libro “Un uomo non pian­ge mai” l’autrice par­te­ci­pe­rà ad un incon­tro di pre­sen­ta­zio­ne il 6 mag­gio all’interno del Festi­val Medi­ter­ra­neo Downtown

Medi­ter­ra­neo Down­to­wn: dia­lo­ghi, cul­tu­re e socie­tà si ter­rà il pri­mo week end di mag­gio (5–6 e 7 mag­gio) e, que­sta vol­ta, si trat­te­rà di una paci­fi­ca e ani­ma­ta inva­sio­ne del cen­tro sto­ri­co di Prato.

Il quar­tier gene­ra­le dell’evento sarà il com­ples­so del­la Ex Cam­pol­mi, tra il Museo del Tes­su­to e la Biblio­te­ca Laz­ze­ri­ni, ma saran­no le stra­de, le piaz­ze, i tea­tri, i cine­ma, i musei e le libre­rie di tut­ta la cit­tà ad esse­re pro­ta­go­ni­sti di una mani­fe­sta­zio­ne che assu­me­rà i con­no­ta­ti di un festi­val popo­la­re, di una ope­ra­zio­ne cul­tu­ra­le e divul­ga­ti­va, con una offer­ta che spa­zie­rà tra incon­tri pub­bli­ci con testi­mo­nial auto­re­vo­li, arte con­tem­po­ra­nea, con­cer­ti, libri, cine­ma, atti­vi­tà per bam­bi­ni, incon­tri di gio­va­ni stu­den­ti, atti­vi­tà sportive.

Al cen­tro dei dibat­ti­ti del talk show e del­le pre­sen­ta­zio­ni di libri, ci saran­no come al soli­to i diritti, decli­na­ti sui “fem­mi­ni­smi”, dirit­ti del­le don­ne ed Lgb­ti nel Medi­ter­ra­neo, le eco­no­mie e le rela­zio­ni eco­no­mi­che soste­ni­bi­li, gio­va­ni e inno­va­ti­ve, la liber­tà di espres­sio­ne vista attra­ver­so i fumet­ti e la gra­phic novel e, natu­ral­men­te, le migra­zio­ni: affron­ta­te que­sta vol­ta da una pro­spet­ti­va par­ti­co­la­re ovve­ro, “quan­do la migrazio­ni bus­sa­no alla tua porta”.

Al Festi­val pres­so ex fab­bri­ca Cam­pol­mi, di fron­te al Museo del Tes­su­to tro­ve­re­te anche la libre­ria con tut­ti i tito­li del­le col­la­ne Altria­ra­bi e Altria­ra­bi Migran­te dell’editrice il Sirente. 

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneFaï­za Guè­ne pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po del nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. “Un uomo non pian­ge mai” è il suo ulti­mo libro e quel­lo a cui è più affezionata.

Rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la libertà.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, 400.000 copie ven­du­te, Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se contemporanea.»

 

0

Viviana Mazza, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2017

E SE FOSSI MORTO? di Muhammad Dibo

Intervista. Vi fanno orrore queste immagini. Ma il mio popolo viene ucciso ogni giorno

di Vivia­na Maz­za, “Cor­rie­re del­la Sera”, 5 mar­zo 2017

Muhammad DiboIl regi­me siria­no ucci­de il popo­lo nel­le car­ce­ri e con la guer­ra, lo ucci­de con gli asse­di e con la fame, e que­ste cose avven­go­no tut­ti i gior­ni, non solo oggi con la stra­ge lega­ta all’uso di armi chi­mi­che. E’ para­dos­sa­le che ogni vol­ta che le armi chi­mi­che ven­go­no usa­te in Siria, ci sia cla­mo­re sui media, ma poi il mon­do tor­na al suo abi­tua­le silen­zio pur sapen­do che Assad ha con­ti­nua­to a ucci­de­re sen­za fer­mar­si un solo gior­no per sei anni. Le mor­ti per i gas sono più gra­vi di quel­le avve­nu­te in car­ce­re o con altri meto­di? Sia­mo di fron­te ad un mon­do sor­do che sem­bra dire ad Assad: ucci­di, ma non con le armi chi­mi­che! Fal­lo con i car­ri arma­ti, i bom­bar­da­men­ti aerei, ma non con le armi chi­mi­che”. Muham­mad Dibo è uno scrit­to­re siria­no. Par­te­ci­pò nel 2011 alla rivol­ta con­tro il regi­me. Dopo l’arresto e le tor­tu­re in car­ce­re, nel 2014 ha lascia­to il Pae­se. Vive in esi­lio a Ber­li­no e diri­ge “Syria Untold”, testa­ta web di atti­vi­smo civi­le. Il 20 mag­gio sarà al Salo­ne del Libro di Tori­no per par­la­re del roman­zo “E se fos­si mor­to?” (il Siren­te), nel qua­le rac­con­ta che “se vivi in Siria, la fine può arri­va­re in ogni momen­to: sot­to le bom­be o in uno dei tene­bro­si sot­ter­ra­nei dei ser­vi­zi segreti”.

 

L’America di Trump ha det­to che rimuo­ve­re Assad non è una prio­ri­tà: pen­sa che que­sto abbia dato car­ta bian­ca al regime?
“La posi­zio­ne dell’America Trump non è diver­sa da quel­la dell’amministrazione Oba­ma. L’unica dif­fe­ren­za è che Trump dice aper­ta­men­te ciò che Oba­ma face­va taci­ta­men­te. Oba­ma è sta­to più peri­co­lo e insi­dio­so per i siria­ni, li illu­de­va di esse­re con­tro Assad, ma in pra­ti­ca gli ha for­ni­to tut­te le car­te per soprav­vi­ve­re: non ha aper­to boc­ca sull’intervento di Hez­bol­lah e dell’Iran, ha spia­na­to la stra­da alla Rus­sia e si riman­gia­to le dichia­ra­zio­ni sul­la “linea ros­sa” del­le armi chimiche.

Lei cre­de che, sei anni dopo, sia­no rima­ste solo due opzio­ni: il regi­me o i jihadisti?
“In Siria c’è anco­ra un popo­lo che vuo­le uno Sta­to libe­ro e giu­sto, ma è tra le grin­fie dei jiha­di­sti e di Assad, due fac­ce del­la stes­sa meda­glia. Ci sareb­be una ter­za via: scon­fig­ge­re gli uni e l’altro. L’America e l’Europa cre­do­no di fare i loro inte­res­si. Il rischio è che ne paghe­ran­no il prez­zo: le dit­ta­tu­re sono ter­re­no fer­ti­le per il terrorismo”.

0

A breve “Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Un uomo non piange mai” a maggio in Libreria

Que­sto bel­lis­si­mo roman­zo ci dice mol­to di più sul­la vita di tut­ti i trat­ta­ti di socio­lo­gia e discor­si poli­ti­ciL’Express.

Una cro­na­ca sen­si­bi­le e diver­ten­te, un sot­ti­le ritrat­to di un’epoca, in cui tut­ti i para­me­tri di rife­ri­men­to sono in fran­tu­mi. “Un uomo non pian­ge mai” rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Nato a Niz­za da geni­to­ri alge­ri­ni, Mou­rad Chen­noun vor­reb­be costruir­si un desti­no. Il suo peg­gior incu­bo: diven­ta­re un vec­chio ragaz­zo obe­so con i capel­li sale e pepe, nutri­to da sua madre a base di olio di frit­tu­ra. Per evi­ta­re que­sto, dovrà eman­ci­par­si da una pesan­te sto­ria fami­lia­re. Ma è vera­men­te nel­la rot­tu­ra che diven­te­rà pie­na­men­te se stes­so? Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la libertà.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se contemporanea.»

Faï­za Guè­ne, née en 1985 à Bobi­gny, roman­ciè­re, scé­na­ri­ste et réa­li­sa­tri­ce fra­nçai­se.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incen­dia­ria” a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Gra­zie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kife Kife, demain, 2004). L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”.

Un uomo non pian­ge mai” di Faï­za Guè­ne è il V tito­lo del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te, che rac­co­glie le ope­re di gio­va­ni auto­ri euro­pei di ori­gi­ne ara­ba, soste­nu­ta dall’U.E. Tra­dot­to dal fran­ce­se da Fede­ri­ca Pisto­no, illu­stra­zio­ne di coper­ti­na di Pao­la Equi­zi. Nel­la stes­sa col­la­na: “L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re”, “I mira­co­li”, “il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”, “La Mec­ca-Phu­ket”.

0

Mangialibri, 29 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Lisa Puzzella

Quan­do i signo­ri Mou­fa­kh­rou sono arri­va­ti in Fran­cia era­no entu­sia­sti e pie­ni di “voglia di inte­grar­si”, ma la real­tà li ha ben pre­sto con­vin­ti a rinun­cia­re. Que­sta scel­ta, secon­do la loro pri­mo­ge­ni­ta Fai­rouz è sta­ta prov­vi­den­zia­le per­chè la loro “fran­ce­siz­za­zio­ne” non sareb­be cer­ta­men­te sta­ta ben accol­ta dai cef­fi che popo­la­no i caser­mo­ni del­la peri­fe­ria in cui vivo­no. Un non luo­go dove le lin­gue dei ben­pen­san­ti sono instan­ca­bi­li, bat­to­no inde­fes­se la gran­cas­sa del­la mora­li­tà e del buon­co­stu­me. Una sor­ta di comi­ta­to di salu­te pub­bli­ca pre­sie­du­to dal­le beghi­ne di quar­tie­re si occu­pa del­la dif­fu­sio­ne del pet­te­go­lez­zo e del­la noti­fi­ca del­le cri­ti­che agli inte­res­sa­ti. Nul­la le può fer­ma­re, né ascen­so­ri rot­ti né i gru­gni­ti e sguar­di di disap­pro­va­zio­ne che Fai­rouz riser­va loro ogni qual vol­ta le osser­va scam­bia­re untuo­si e ipo­cri­ti con­ve­ne­vo­li con sua madre al mer­ca­to o men­tre sono assi­se a cena, invi­ta­te sapen­do già che cri­ti­che­ran­no tut­to, dal­la quan­ti­tà di gras­so di mon­to­ne lascia­to nel­la taji­ne al fat­to che i signo­ri Mou­fa­kh­rou non sono anco­ra haji, non han­no effet­tua­to il ritua­le pel­le­gri­nag­gio di puri­fi­ca­zio­ne a La Mec­ca. Pro­prio per sgra­va­re i geni­to­ri dal peso dell’onta, Fai­rouz e sua sorel­la Kal­soum deci­do­no di accol­lar­si l’onere di rag­gra­nel­la­re la som­ma neces­sa­ria al viag­gio, che con­se­gna­no scru­po­lo­sa­men­te in pic­co­le, suda­tis­si­me rate ad un untuo­so agen­te di viag­gi sui gene­ris. Ma alla por­ta accan­to alla sua occhieg­gia ammic­can­te una “vera” agen­zia di viag­gi che pro­po­ne i lus­su­reg­gian­ti sce­na­ri di Phu­ket e l’incanto dei suoi tramonti…

La Mecca-Phuket (S. Azzedine)La Mec­ca o Phu­ket? Taji­ne o pen­to­la a pres­sio­ne? I valo­ri deca­den­ti dell’occidente e l’edonismo prêt-à-por­ter o la spi­ri­tua­li­tà e la soli­di­tà dei valo­ri dei padri? Saphia Azzed­di­ne affron­ta il dilem­ma con l’originalità a cui ci ave­va abi­tua­to con i suoi pre­ce­den­ti libri Con­fes­sio­ni ad Allah e Mio padre fa la don­na del­le puli­zie. La Fai­rouz a cui l’autrice pre­sta il suo sguar­do iro­ni­co e disin­can­ta­to in La Mec­ca-Phu­ket è una ragaz­za deter­mi­na­ta ad emer­ge­re attra­ver­so lo stu­dio e il lavo­ro, deci­sa a incul­ca­re gli stes­si valo­ri nel­le sue sorel­le e in suo fra­tel­lo, a bot­te se neces­sa­rio. Ambi­sce alla clas­se ete­rea del­le pari­gi­ne, al loro sti­le non­cha­lant e non alla col­le­zio­ne di cine­se­rie che tan­to atti­ra le don­ne come sue madre. È lai­ca, col­ta, infor­ma­ta e non cede facil­men­te alle lusin­ghe degli arche­ti­pi cul­tu­ra­li; è insof­fe­ren­te ver­so usi e abi­tu­di­ni che i suoi con­na­zio­na­li han­no cri­stal­liz­za­to nel­la loro pic­co­la comu­ni­tà etni­ciz­za­ta, non vuol sen­tir par­la­re di matri­mo­nio anche se sua madre minac­cia di morir­le davan­ti ogni vol­ta che rifiu­ta l’idea di spo­sar­si per asse­con­da­re le con­ven­zio­ni. La Azzed­di­ne, che è arri­va­ta a Pari­gi a 9 anni al segui­to del­la sua fami­glia maroc­chi­na, apre una nuo­va pro­spet­ti­va sul­la ban­lieu, sui gio­va­ni che “si distrug­go­no il futu­ro per non dover­ci pen­sa­re più”, sul­le ipo­cri­sie dei geni­to­ri e la loro osti­na­ta ceci­tà ver­so i fal­li­men­ti dei figli. Non ci sono j’accuse né pie­ti­smi post­co­lo­nia­li­sti in que­sto testo, solo la dis­se­zio­ne chi­rur­gi­ca di un colos­sa­le fal­li­men­to le cui mace­rie sep­pel­li­sco­no ogni pos­si­bi­le buo­ni­smo: “[…] si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti”. La man­ca­ta inte­gra­zio­ne ha pro­dot­to una gene­ra­zio­ne che si dibat­te ner­vo­sa­men­te tra i vetu­sti valo­ri dei padri e mal­de­stri ten­ta­ti­vi di riget­tar­li per inte­grar­si, finen­do per cri­stal­liz­zar­si nel­la ripe­ti­zio­ne di atteg­gia­men­ti chau­vi­ni­sti e meschi­ni, fran­chouil­lards in una paro­la. Dico­to­mia che è iro­ni­ca­men­te ico­niz­za­ta dal pic­co­lo cameo che l’editore ha scel­to per la pri­ma pagi­na: taji­ne vs pen­to­la a pres­sio­ne. La Azzed­di­ne spruz­za vetrio­lo negli occhi dei let­to­ri, scri­ve di immi­gra­zio­ne come solo John Fan­te ave­va sapu­to fare. I suoi Mou­fa­kh­rou, come i Ban­di­ni, si dibat­to­no gof­fa­men­te tra orgo­glio e insi­cu­rez­za, mene­fre­ghi­smo e ipo­cri­ta osser­van­za del­le convenzioni.

0

«Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

Intervista Parla lo scrittore Ahmed Nàgi, condannato per oscenità e liberato dopo 11 mesi di carcere, ma ancora in attesa di giudizio

LA LETTURA | Il Cor­rie­re del­la Sera di Vivia­na Mazza

Sono il pri­mo scrit­to­re a fini­re in manet­te per un roman­zo nel­la sto­ria del siste­ma giu­di­zia­rio egi­zia­no», dice Ahmed Nàgi con voce paca­ta al tele­fo­no dal Cai­ro. Il 20 feb­bra­io 2016 l’autore tren­tu­nen­ne di “Vita: istru­zio­ni per l’uso”, edi­to in Ita­lia da Il Siren­te, è sta­to con­dan­na­to a due anni di pri­gio­ne per «oltrag­gio al pudo­re» a cau­sa del «con­te­nu­to ses­sua­le osce­no» del libro. La vicen­da ha fat­to scal­po­re in tut­to il mon­do, gli è sta­to con­fe­ri­to il Pre­mio Pen per la liber­tà di espres­sio­ne. Poi, a dicem­bre, la Cor­te di Cas­sa­zio­ne ha ordi­na­to la sua scar­ce­ra­zio­ne prov­vi­so­ria, ma il caso è anco­ra aper­to. Il 2 apri­le saprà se deve tor­na­re in prigione.
Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed Nàgi / Ayman Al ZorqaniIl libro, tut­to­ra in ven­di­ta in Egit­to, descri­ve il Cai­ro in un futu­ro disto­pi­co, in cui la metro­po­li è sta­ta distrut­ta — pira­mi­di inclu­se — da una cata­stro­fe natu­ra­le. Nel degra­do del­la cit­tà il pro­ta­go­ni­sta non può sor­ri­de­re né espri­mer­si, e alcol, ses­so, hashish sono rifu­gi illu­so­ri. «È un roman­zo sul­la vita dei gio­va­ni, sot­to le pres­sio­ni del­le auto­ri­tà e del­la cit­tà», spie­ga l’autore nel­la pri­ma inter­vi­sta a un gior­na­le ita­lia­no dopo il rila­scio. Scrit­ta duran­te la «sta­gna­zio­ne» dell’era Muba­rak, pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011, l’opera è sta­ta pub­bli­ca­ta nel 2014, dopo il gol­pe mili­ta­re con cui Al-Sisi ha rove­scia­to il pre­si­den­te Moham­med Mor­si. Ma il libro ave­va le car­te in rego­la: era sta­to appro­va­to dal­la censura.

Per­ché è sta­to arrestato?

«One­sta­men­te non lo so. Quan­do alcu­ni estrat­ti del libro sono usci­ti sul gior­na­le let­te­ra­rio “Akh­bar Al-Adab”, un avvo­ca­to di nome Hani Salah Taw­fik si è pre­sen­ta­to alla poli­zia, accu­san­do­mi di aver­gli pro­cu­ra­to alta pres­sio­ne e dolo­ri al pet­to tur­ban­do la sua idea di pudo­re. Il pro­cu­ra­to­re ha pre­sen­ta­to il caso in tri­bu­na­le. Nel pri­mo pro­ces­so sono sta­to giu­di­ca­to inno­cen­te, ma il pro­cu­ra­to­re ha fat­to ricor­so: la Cor­te d’appello mi ha con­dan­na­to. Ades­so la Cor­te di Cas­sa­zio­ne mi ha scar­ce­ra­to, ma mi han­no vie­ta­to di viag­gia­re. Spe­ro che l’udienza del 2 apri­le sia l’ultima. Ci sono tre pos­si­bi­li­tà: che il giu­di­ce mi repu­ti inno­cen­te; che mi riman­di in pri­gio­ne a scon­ta­re il resto del­la con­dan­na; o che ridu­ca la pena e, poi­ché ho già pas­sa­to 11 mesi den­tro, mi libe­ri. Gli avvo­ca­ti sono otti­mi­sti, ma io sono stan­co, voglio che tut­to que­sto abbia fine».

Lei è sta­to con­dan­na­to per oltrag­gio al pudo­re sul­la base dell’articolo 178 del codi­ce pena­le. Non c’era mai sta­ta una sen­ten­za simi­le in Egitto?

«Non era mai suc­ces­so. Nel 2009 lo scrit­to­re e fumet­ti­sta Mag­di Sha­fiei è sta­to accu­sa­to di osce­ni­tà per la gra­phic novel Metro (ma si dice che la sua vera col­pa fos­se aver cri­ti­ca­to Muba­rak per­ché vole­va tra­smet­te­re il pote­re al figlio, ndr): il giu­di­ce lo ha mul­ta­to. Una mul­ta era la cosa peg­gio­re che pote­va succederti».

Per­ché a lei è anda­ta diversamente?

«Per­ché l’Egitto oggi è un Pae­se in flut­tua­zio­ne, che gal­leg­gia appe­na. La situa­zio­ne lega­le non è chia­ra: la nuo­va Costi- tuzio­ne, appro­va­ta dal popo­lo nel 2014, vie­ta di incar­ce­ra­re qual­cu­no per ciò che scri­ve o dice, ma ci sono mol­te leg­gi che la con­trad­di­co­no, come quel­la per cui sono sta­to incri­mi­na­to, e i giu­di­ci han­no enor­me discre­zio­na­li­tà. Intan­to, le auto­ri­tà — il pre­si­den­te, l’esercito, la poli­zia — si fan­no la guer­ra per con­qui­sta­re più pote­re. Quan­do la mia vicen­da è ini­zia­ta, tre anni fa, c’era uno scon­tro fero­ce tra il sin­da­ca­to del­la stam­pa e la pro­cu­ra gene­ra­le, che ha ordi­na­to di apri­re tut­ti i casi con­tro i gior­na­li­sti, anche quel­li come il mio, che di soli­to non arri­va­no mai in tri­bu­na­le. Infat­ti oggi ci sono alme­no 25 repor­ter in pri­gio­ne. L’idea che mi sono fat­to è che il pro­cu­ra­to­re abbia visto un’opportunità per pre­sen­tar­si come custo­de del­la mora­le. Quan­do se la pren­do­no con chi scri­ve di poli­ti­ca, le auto­ri­tà san­no che l’opinione pub­bli­ca si schie­re­rà con gli impu­ta­ti. Ma han­no usa­to il mio caso per sug­ge­ri­re che i gior­na­li­sti voglio­no cor­rom­pe­re la mora­le, i bambini».

Nel­la pri­gio­ne di Tora, al Cai­ro, come è sta­to trattato?

«Ci per­met­te­va­no di usci­re dal­la cel­la solo per un’ora al gior­no, ma negli ulti­mi cin­que mesi per nien­te. Per cin­que mesi non ho visto il sole, pote­te imma­gi­na­re come influi­sca sul­la salu­te. Non ci sono rego­le, sei nel­le mani del­le guar­die car­ce­ra­rie e dei loro umo­ri: un gior­no accet­ta­no di far­ti arri­va­re dei libri, il gior­no dopo no. Tora è una spe­cie di cit­tà car­ce­ra­ria, con­tie­ne 25 pri­gio­ni. Nel­la mia sezio­ne c’erano alti fun­zio­na­ri con­dan­na­ti per cor­ru­zio­ne: tre giu­di­ci, un ex poli­ziot­to, un ex uffi­cia­le dell’esercito… In 60 in una cel­la di 6 metri per 30. E c’erano anche per­so­ne sot­to inchie­sta ma non con­dan­na­te: la leg­ge lo con­sen­te. Ho cono­sciu­to un uomo che, dopo 24 mesi den­tro, è sta­to dichia­ra­to inno­cen­te. Anche alcu­ni cri­mi­na­li ave­va­no let­to il mio libro: non è un bestsel­ler, sono rima­sto colpito».

In que­gli 11 mesi lei ha scrit­to un libro, nascon­den­do le pagi­ne per non far­se­le seque­stra­re. Di cosa si tratta?

«È un roman­zo sto­ri­co, ambien­ta­to nel XIX seco­lo, all’epoca del­la costru­zio­ne del Cana­le di Suez. Sca­va­re il cana­le era un’impresa basa­ta sul sogno di spo­sa­re lo spi­ri­to dell’Est e il cor­po dell’Ovest. Dove­va esse­re un modo per con­trol­la­re l’eco- nomia e il mer­ca­to e dif­fon­de­re i valo­ri del progresso».

Lo scri­ve in un momen­to in cui la situa­zio­ne eco­no­mi­ca in Egit­to è dram­ma­ti­ca. Si aspet­ta nuo­ve proteste?

«Secon­do i dati uffi­cia­li, l’inflazione è al 29%. Quat­tro mesi fa, la Ban­ca mon­dia­le ha chie­sto all’Egitto di smet­ter­la di con- trol­la­re il prez­zo del­la ster­li­na egi­zia­na e il valo­re è crol­la­to. Non abbia­mo il wel­fa­re come voi ita­lia­ni, ma c’è un siste­ma di sus­si­di gover­na­ti­vi per beni essen­zia­li come lo zuc­che­ro e il pane, che han­no prez­zi con­trol­la­ti. Ora l’Egitto è costret­to ad appli­ca­re i prez­zi di mer­ca­to, ma gli sti­pen­di non sono aumen­ta­ti. Lo zuc­che­ro non si tro­va, in un Pae­se in cui dipen­dia­mo da tre taz­ze di tè dol­cis­si­mo al gior­no per l’energia fisi­ca quo­ti­dia­na. Di recen­te ci sono sta­te pro­te­ste, ma non spe­ro che con­ti­nui­no, sareb­be un disa­stro per­ché la gen­te arrab­bia­ta non mani­fe­sta, va a pren­der­si il cibo nei nego­zi. Io non sono con­tra­rio al mer­ca­to libe­ro, ma i cam­bia­men­ti trop­po rapi­di stan­no distrug­gen­do la vita del­le per­so­ne. Non è solo un pro­ble­ma lega­to al regi­me, ma anche alle isti­tu­zio­ni occi­den­ta­li che impon­go­no que­sta agen­da eco­no­mi­ca. Ai lea­der euro­pei sta bene un Egit­to che gal­leg­gi, per­ché voglio­no tra­sfor­mar­lo in un posto di bloc­co per i migran­ti. Ai tem­pi di Muba­rak com­pra­va­mo tut­te le armi dagli Usa, ades­so abbia­mo acqui­sta­to due aerei dal­la Fran­cia, due sot­to­ma­ri­ni dal­la Ger­ma­nia. Per­ciò i lea­der euro­pei ado­ra­no Al- Sisi, e gli daran­no sol­di e armi qua­lun­que cosa fac­cia, pur­ché con­trol­li i migranti».

Lei cono­sce­va Giu­lio Rege­ni, il ricer­ca­to­re tor­tu­ra­to e ucci­so al Cairo?

«Voglio espri­me­re le mie con­do­glian­ze alla fami­glia di Giu­lio. L’ho incon­tra­to una vol­ta, a una festa, non abbia­mo par­la­to a lun­go, ma ho avu­to la sen­sa­zio­ne che fos­se nobi­le e gen­ti­le. Io sono un po’ cini­co, nichi­li­sta, ma ho pro­va­to ammi­ra­zio­ne per quel­lo che face­va. Era un acca­de­mi­co, ma non ambi­va solo a scri­ve­re una tesi, vole­va aiu­ta­re le per­so­ne che stu­dia­va a miglio­ra­re la loro vita».

0

Marta Bellingreri, “Dialoghi Mediterranei”, marzo 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

La Siria negli occhi di un bambino

di Mar­ta Bel­lin­ge­ri, “Dia­lo­ghi Medi­ter­ra­nei”, mar­zo 2017

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarDal­le foto di Alep­po, di Homs, di Idlib, di Daraa, di Raq­qa e da tan­te altre cit­tà o pae­si­ni siria­ni, è sem­pre più dif­fi­ci­le o raro imma­gi­na­re e vede­re colo­ri, tran­ne il ros­so del san­gue e il gri­gio dei defun­ti edi­fi­ci. A resti­tuir­mi, ogni tan­to, dei colo­ri, sono le foto e i video del­le poche ma tut­to­ra vive mani­fe­sta­zio­ni paci­fi­che del­la rivo­lu­zio­ne siria­na che pren­do­no anco­ra for­ma, nei pochi perio­di di tre­gua, in diver­se cit­tà fuo­ri dal con­trol­lo del regi­me [1].
Poi, è arri­va­ta, tra le mie let­tu­re, Sumia Suk­kar. Con un roman­zo straor­di­na­rio, Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra (edi­zio­ni il Siren­te 2016, trad. B. Beni­ni), con la for­za dell’immaginazione, die­tro la qua­le ci sono fat­ti real­men­te acca­du­ti e testi­mo­nia­ti in que­sti anni, tra­mi­te gli occhi di un gio­va­nis­si­mo ado­le­scen­te. Non uno qua­lun­que. Adam ha quat­tor­di­ci anni e la sin­dro­me di Asper­ger, una for­ma di auti­smo, che lo fa viag­gia­re con la men­te in un mon­do tut­to suo. Pie­no di colo­ri. Que­sti colo­ri sono nel­la sua men­te, ma soprat­tut­to nel­le per­so­ne e nei sen­ti­men­ti che ani­ma­no la sua cit­tà, sep­pur per­va­sa, annien­ta­ta dal con­flit­to. Alep­po, e gli anni più atro­ci che cono­sca nel­la sua sto­ria recente.
Il libro è sta­to scrit­to da Sumia, di padre siria­no e madre alge­ri­na, nata e cre­sciu­ta a Lon­dra, poco più che ven­ten­ne. Nel 2013 dun­que l’Aleppo che descri­ve è dap­pri­ma ani­ma­ta dal­le mani­fe­sta­zio­ni paci­fi­che (che si pre­su­mo­no esse­re del 2011 e del 2012, anche se la dimen­sio­ne tem­po­ra­le è lascia­ta alla nar­ra­zio­ne fuo­ri dal calen­da­rio del ragaz­zo e non è scan­di­ta con pre­ci­sio­ne) e con­tem­po­ra­nea­men­te, imme­dia­ta­men­te mar­to­ria­ta dal­le for­ze del regi­me, con ogni tipo di vio­len­ze, rapi­men­ti e bombardamenti.
Adam dipin­ge. Dipin­ge quel­lo che vede, dipin­ge quel­lo che sen­te, dipin­ge con rab­bia, tri­stez­za, gio­ia, ori­gi­na­li­tà. Dipin­ge sce­ne atro­ci. Dipin­ge col san­gue vero­che tro­va nel­la stra­da di fron­te casa. Dipin­ge per poi mostra­re quel­lo che dipin­ge alla sorel­la Yasmi­ne, che dedi­ca a lui tut­te le sue ener­gie, come ha pro­mes­so alla madre, mor­ta qual­che anno prima.
Non pote­va che esse­re uno sguar­do straor­di­na­rio, come quel­lo in fon­do di un bam­bi­no e ado­le­scen­te al con­tem­po, a dare colo­re, diver­si colo­ri, alle spe­ran­ze per­du­te nel caos del con­flit­to siria­no e soprat­tut­to dell’inaudita vio­len­za repres­si­va e tor­tu­ra­tri­ce di chi sostie­ne la como­da – e per que­sto “insco­mo­da­bi­le” – dina­stia al pote­re, quel­la degli Asad. Così come Fouad Rouei­ha, nel suo arti­co­lo “Siria. C’era una vol­ta un pae­se” [2], ci rac­con­ta la rivo­lu­zio­ne siria­na par­ten­do da cosa la pre­ce­de­va, ovve­ro la Siria pri­ma del 2011, pri­ma di scan­di­re para­gra­fo per para­gra­fo i cin­que anni tra­scor­si (ormai qua­si sei), anche lo sguar­do di Adam riflet­te spes­so con la sua sem­pli­ci­tà sull’ante-guerra, in cui sem­pli­ce­men­te si anda­va a scuo­la e si can­ta­va l’inno nazio­na­le, la sua quo­ti­dia­ni­tà con la madre, o più sem­pli­ce­men­te una cit­tà sen­za la guer­ra. Adam è testi­mo­ne del­la gio­ia inzia­le dei fra­tel­li e del­la sorel­la che sen­to­no l’istinto e il dove­re di anda­re a mani­fe­sta­re con­tro l’oppressione plu­ri­de­cen­na­le del regime.
Nel libro, clas­si­fi­ca­bi­le come roman­zo ma anche come repor­ta­ge nar­ra­ti­vo, non c’è un atti­mo di tre­gua: è for­se que­sto il carat­te­re che più indu­ce a immer­ger­si nel­la real­tà siria­na, quan­to meno alep­pi­na, del­le vicen­de del­la fami­glia di Adam e Yasmi­ne. Che sia un omi­ci­dio, un rapi­men­to o un abor­to, ogni orro­re e dolo­re è suc­ce­du­to imme­dia­ta­men­te da un altro, altret­tan­to e indi­ci­bil­men­te tra­gi­co momen­to, sen­za un atti­mo di respi­ro, con un for­se trop­po auda­ce ten­ta­ti­vo di inse­ri­re­qua­si tut­te in suc­ces­sio­ne le già nume­ro­se atro­ci­tà che ave­va­no cam­bia­to la Siria per sem­pre nel 2013.
L’unica tre­gua sono le rifles­sio­ni spe­ran­zo­se e fan­ta­sio­se di Adam e l’esito posi­ti­vo di alcu­ne del­le vicen­de fami­lia­ri che scor­ro­no. Intra­ve­de­re quel­la bel­lez­za e spe­ran­za ripor­ta l’inimmaginabile alla dimen­sio­ne uma­na di cui rara­men­te ormai si riem­pe il nostro sen­ti­re rispet­to a un con­flit­to lon­ta­no. Nel­la pre­fa­zio­ne al loro straor­di­na­rio ed espli­ca­ti­vo libro Bur­ning Coun­try, Ley­la al Sha­mi e Robin Yas­sin-Kas­sab rico­no­sco­no come l’inizio del­la rivo­lu­zio­ne i nuo­vi pen­sie­ri e le inau­di­te paro­le esplo­si nei cuo­ri e nel­le men­ti del­le per­so­ne che abi­ta­va­no la Siria, il « Regno del Silenzio»:

« This is whe­re the revo­lu­tion hap­pens fir­st, befo­re the guns and the poli­ti­cal cal­cu­la­tions, befo­re even the demon­stra­tions – in indi­vi­dual hearts, in the form of new thoughts and new­ly unfet­te­red words» [3].

Adam, pic­co­lo e indi­fe­so, pre­oc­cu­pa­to solo del­la sua soprav­vi­ven­za e di quel­la del­la sua fami­glia, a cui vuo­le rima­ne­re sem­pre attac­ca­to, è mos­so con­ti­nua­men­te da pen­sie­ri nuo­vi e stra­vol­gen­ti e da una gran­de curio­si­tà e corag­gio che lo spin­go­no sem­pre al di là del­la sua fine­stra e por­ta di casa. In que­sto ardi­re, sta tut­ta la sua voglia di vede­re e testi­mo­nia­re con i suoi occhi, che poi saran­no colo­ri e infi­ne qua­dri, la real­tà dei fat­ti, così come in fon­do han­no per anni fat­to cit­ta­di­ni e medi atti­vi­sti del­le cit­tà duran­te la vita quo­ti­dia­na sot­to asse­dio o duran­te bat­ta­glie lun­ghis­si­me. Ma il fat­to che sia un bam­bi­no a nar­rar­lo, per lo più con una for­ma acu­ta di auti­smo, spin­ge con­tem­po­ra­nea­men­te la nar­ra­zio­ne in uno spa­zio apo­li­ti­co che si rifà e si rive­ste imme­dia­ta­men­te di una dimen­sio­ne poli­ti­ca nel momen­to in cui rico­no­scia­mo del­la guer­ra una cer­tez­za diven­ta­ta oggi più che mai vit­ti­ma: la verità.

- Per­ché c’è una guer­ra, Yasmine?
— Maga­ri losa­pes­si — mi dice.
— Ma chi com­bat­te con­tro chi ?
— Il gover­no con­tro l’Esercito libero.
— Ma sia­mo una nazio­ne, Yasmi­ne, per­ché lo fan­no? Per­ché il gover­no ucci­de i siria­ni? E l’inno nazio­na­le ? Dob­bia­mo sta­re uniti.
— Se solo tut­ti la pen­sas­se­ro così. La poli­ti­ca è com­pli­ca­ta, habibi.
— Non mi pia­ce la poli­ti­ca. Mi con­fon­de. Per­ché le per­so­ne mentono?
— Per avidità…
— Ma noi non sia­mo avi­di, Yasmi­ne, per­ché allo­ra sia­mo in mez­zo alla guerra?
— Non pos­sia­mo far­ci nien­te. Non ti pre­oc­cu­pa­re, habi­bi, arri­ve­re­mo a Dama­sco e sare­mo al sicu­ro per un po’.
— Quan­to dura un po’?
— Il più pos­si­bi­le Adam.

Con gli occhi di un bam­bi­no, si fa avan­ti la veri­tà, una del­le pri­mis­si­me vit­ti­me del­la rivo­lu­zio­ne siria­na fin dai suoi esor­di. «E lo sap­pia­mo bene, la veri­tà è sem­pre rivo­lu­zio­na­ria» [4]. Così un ex pri­gio­nie­ro poli­ti­co tunisino,agronomo, scrit­to­re e uomo poli­ti­co di sini­stra, Gil­bert Nac­ca­che, ha con­clu­so il suo inter­ven­to alla pri­ma del­le audi­zio­ni pub­bli­che sul­la tor­tu­ra dei regi­mi tuni­si­ni del pas­sa­to e duran­te la rivo­lu­zio­ne (dal 1955 al 2013) tra­smes­se alla tele­vi­sio­ne pub­bli­ca tuni­si­na nel novem­bre 2016. Que­sto ha costi­tui­to un even­to sto­ri­co – e rivo­lu­zio­na­rio – che è sta­to igno­ra­to pre­va­len­te­men­te dai media inter­na­zio­na­li e ita­lia­ni in par­ti­co­la­re: un even­to sto­ri­co da cui Pae­si come la Siria sono mol­to lon­ta­ni. Ma quel­la veri­tà in uno sguar­do infan­ti­le e ado­le­scen­zia­le potreb­be rico­min­cia­re a ripor­ta­re sul tavo­lo le istan­ze di digni­tà, liber­tà, giu­sti­zia socia­le e demo­cra­zia che ave­va­no fat­to urla­re, can­ta­re, dan­za­re, rischia­re, milio­ni di siria­ni nel 2011.
Que­sto libro resti­tui­sce dun­que, assie­me alla veri­tà sem­pli­ce del­la pau­ra e del­la curio­si­tà, del corag­gio e del­la spe­ran­za, un desi­de­rio di uma­ni­tà e di dia­lo­go. Se que­sto roman­zo, oltre ai nume­ro­si pre­gi del­la bel­la pen­na di Sumia, ha due impe­ra­ti­vi, que­sti sono ascol­ta­re e dia­lo­ga­re, par­ten­do dal­le doman­de sem­pli­ci – e tal­vol­ta uti­li a sdram­ma­tiz­za­ree a far ride­re Yasmi­ne – di Adam.

Note
[1] Nel febbraio e marzo 2016 così come nel febbraio 2017 ed in altri periodi del trascorso anno 2016 si sono svolte diverse manifestazioni pacifiche chiamando alla libertà, ma anche all’unità tra tutti i siriani, contraddicendo non solo la voce che la rivoluzione siriana sarebbe morta, ma anche ribadendo che la rivoluzione non è nata in nome di una settarizzazione del Paese. Inoltre molto spesso queste manifestazioni rappresentavano un puro gesto di solidarietà nei confronti delle città particolarmente colpite, come lo è stata Aleppo nel lungoassedio da luglio a novembre 2016.
[2] F. Roueiha, “Siria. C’erauna volta un paese” in Osservatorio Iraq, Un Ponte per (a cura di), Rivoluzioni Violate. Cinque anni dopo: attivismo e diritti umani in Medio Oriente e Nord Africa, Edizioni dell’Asino, Roma 2016.
[3] L. al-Shami, R. Yassin-Kassab, Burning Country. Syrians in Revolution and War, Pluto Press, London 2016: VIII.
[4] P. Mancini, “Memoria e verità, il future della Tunisia (prima parte)”, in Tunisia in Redhttp://www.tunisiainred.org/tir/?p=6908.

__________

Marta Bellingreri, specializzata in Lingue, Storia e Cultura dei Paesi arabo-islamici e del Mediterraneo, ha vissuto in Siria, Libano, Palestina, Egitto e lavorato in Tunisia e Giordania. Viaggiando, ha scritto racconti, articoli e reportage per L’Espresso, Terre Libere, Il Manifesto, Fortress Europe, Newsweek, al-Monitor, al-Jazeera, Panorama, D di Repubblica. Ha pubblicato Lampedusa. Conversazioni su isole, politica, migranti  (Gruppo Abele, 2013) insieme alla sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, e Il sole splende tutto l’anno a Zarzis (Navarra, 2014). Ha partecipato al film documentario Io sto con la sposa (2014) e lavorato come assistente alla regia per Sponde (2015) di Irene Dionisio. Nel marzo 2017 terminerà il dottorato in Cultural Studies all’Università di Palermo per la cui ricerca ha vissuto due anni in Giordania.
0

La Mecca-Phuket di Saphia Azzedine

di Gian­lui­gi Bodi per Sen­zau­dio

Quan­do ho ini­zia­to a leg­ge­re que­sto libro la pri­ma cosa che è affio­ra­ta sul­la pun­ta del­la lin­gua è sta­ta: che voce ori­gi­na­le ha que­sta narratrice!
Quan­do ho ter­mi­na­to il libro, in real­tà poche ore dopo visto che mi sono lascia­to tra­spor­ta­re dal­le pagi­ne, non ho potu­to che con­fer­ma­re quel­la pri­ma sen­sa­zio­ne qua­si istintuale.
Con “La Mec­ca-Phu­ket” Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to un libro dav­ve­ro mol­to inte­res­san­te in cui i per­so­nag­gi spic­ca­no per ori­gi­na­li­tà e i dia­lo­ghi dise­gna­no ogni vol­ta del­le para­bo­le sem­pre diverse.
Fai­rouz, la gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta di que­sto libro, ha un carat­te­re spi­go­lo­so e fati­ca a pie­gar­si alle tra­di­zio­ni con­so­li­da­te. Sem­pli­ce­men­te, ciò che è deci­so, per lei non ha inte­res­se. Si muo­ve su una linea sot­ti­le tra tra­di­zio­ni fami­lia­ri e voglia di inte­gra­zio­ne. Abi­ta nel­le Ban­lieu pari­gi­ne, vive la stes­sa vita che vivo­no tan­ti ragaz­zi nel­la sua con­di­zio­ne eppu­re la digni­tà che spriz­za dal­la sua per­so­na è acce­can­te. Sem­bra qua­si di veder­la affron­ta­re il pros­si­mo con lo sguar­do aguz­zo di chi non ha voglia di sot­to­sta­re a rego­le che non sen­te pro­prie. Attor­no a lei i geni­to­ri, anco­ra­ti ad un retag­gio ara­bo e con­vin­ti di non esse­re degni del­la cit­tà che li ospi­ta, con­vin­ti di meri­ta­re accon­di­scen­za e sop­por­ta­zio­ne. Fai­rouz inve­ce non è così. Lei por­ta avan­ti, pri­ma di tut­to, sé stes­sa. Non la pro­pria tra­di­zio­ne, non i retag­gi di un pas­sa­to che le sta stret­to. Lei non è ciò che gli altri voglio­no che lei sia. E’ digni­tà, intra­pren­den­za, intelligenza.
Ma la sua è una vita in bili­co tra valo­ri ere­di­ta­ti e valo­ri ai qua­li ten­de­re. Ed è per que­sto che la figlia devo­ta deci­de di rega­la­re un viag­gio alla Mec­ca ai geni­to­ri (assie­me alla sorel­la), men­tre la figlia che dovreb­be esse­re Fai­rouz per asse­con­da­re i pro­pri desi­de­ri deci­de di cam­bia­re le car­te in tavo­la. Ed è per que­sto che il rap­por­to con il fra­tel­lo è par­ti­co­la­re. Il fra­tel­lo sem­bra qua­si deci­de­re di esse­re lo ste­reo­ti­po che la gen­te si aspet­ta che sia. Scan­sa­fa­ti­che e dedi­to a fur­ta­rel­li che nem­me­no rie­sce a met­te­re in atto vista la sua inet­ti­tu­di­ne nel cam­po. Fai­rouz inve­ce, da den­tro, vede oltre, vede le qua­li­tà del fra­tel­lo, esi­ge che si smar­chi dal­la mac­chiet­ta che rischia di diventare.
Que­sto è un libro che fa riflet­te­re sull’integrazione da den­tro. Non è una mora­le cala­ta dall’alto. E’ qual­co­sa che pren­de vita lì dove la vita deve esse­re. Saphia Azzed­di­ne ha uti­liz­za­to una lin­gua viva, una lin­gua che nasce nel­le ban­lieu e met­te in comu­ni­ca­zio­ne la stra­da con i pia­ni alti. Una lin­gua fre­sca, se mi pas­sa­te il ter­mi­ne, in con­ti­nuo movimento.

Dav­ve­ro otti­ma la tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li. I libro com­por­ta del­le insi­die lin­qui­sti­che non di poco conto.

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Pas­sa l’infanzia in Maroc­co fino all’età di nove anni, quan­do si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia, a Fer­ney-Vol­tai­re. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con l’acclamato roman­zo Con­fi­den­ces à Allah, adat­ta­to a tea­tro (2009) e in fumet­to (2015). Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, a cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce (L’Italien, 2010) e regi­sta. Nel 2011 ha adat­ta­to per il gran­de scher­mo il suo secon­do roman­zo, Mon père est fem­me de ména­ge (2009). Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le, tema affron­ta­to con un’ironia graf­fian­te che si tin­ge a trat­ti di poesia.
6 Mar­zo 2017
Nel­la stes­sa collana:
Rodaan al Gali­di “l’Autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re
Abbas Khi­der “I mira­co­li
Sumia Suk­kar “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra
0

Babelmed, 5 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Karim Metref

Nel­la sua col­la­na “Migran­te”, la casa edi­tri­ce Il Siren­te di Roma è usci­to un nuo­vo tito­lo “La Mec­ca-Phu­ketdel­la scrit­tri­ce Fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne.

La Mec­ca-Phu­ket è un rac­con­to lun­go che cer­ca di nar­ra­re le con­trad­di­zio­ni e il dilem­ma vis­su­to da una ragaz­za di ori­gi­ni maroc­chi­ne cre­sciu­ta in una ban­lieue pove­ra di Pari­gi. Dilem­ma vis­su­to in modo diver­so da mol­ti ragaz­zi del­le ban­lieues, spe­cie quel­li pro­ve­nien­ti dal­le ex colo­nie dell’impero fran­ce­se, divi­si tra una socie­tà d’adozione che li riget­ta e una fami­glia d’origine che li vuo­le tene­re attac­ca­ti a usi, costu­mi e valo­ri di ter­re che loro spes­so  han­no fre­quen­ta­to poco o nul­la. Usi, costu­mi e valo­ri dei qua­li han­no cono­scen­ze mol­to super­fi­cia­li e ste­reo­ti­pa­te. Ed è per que­sto che quan­do si arren­do­no al rifiu­to del­la socie­tà fran­ce­se e deci­do­no di diven­ta­re esat­ta­men­te quel­lo che la mag­gio­ran­za aspet­ta da loro, allo­ra diven­ta­no una cari­ca­tu­ra dell’arabo o ulti­ma­men­te del musul­ma­no. Dei veri e pro­pri ste­reo­ti­pi ambulanti.

La pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to Si chia­ma Fai­rouz Mou­fa­kh­rou ed è la pri­mo­ge­ni­ta di una cop­pia di maroc­chi­ni arri­va­ti in Fran­cia con tan­ta voglia di “inte­grar­si” e vive­re come i fran­ce­si. Ma ecco che il siste­ma colo­nia­le, impor­ta­to dall’Africa in metro­po­li insie­me a milio­ni di brac­cia a bas­so, dopo il secon­do con­flit­to mon­dia­le, gli respin­ge nel­le ban­lieue costrui­te per loro e li for­za a sta­re insie­me ai loro simili.

Un mec­ca­ni­smo che Ahmed Djou­der ha ben spie­ga­to in “Disin­te­gra­ti” : «Uno: ci colo­niz­za­te, ci stu­pra­te. Due: appro­fit­ta­te del­la nostra pover­tà per rico­strui­re il pae­se. Tre: ci rifiu­ta­te. Colo­niz­za­zio­ne (stu­pro), immi­gra­zio­ne (depor­ta­zio­ne) e disin­te­gra­zio­ne (disin­te­gra­zio­ne)». (Disin­te­gra­ti. Ahmed Djou­der; Mila­no; Il saggiatore,2007).

I geni­to­ri di Fai­rouz fan­no quel­lo che pos­so­no e soprat­tut­to quel­lo che san­no. Ma la fami­glia rima­ne sem­pre una “che abi­ta in un appar­ta­men­to dove bol­le sem­pre la pen­to­la a pres­sio­ne”. I fra­tel­li e sorel­le più pic­co­li si lascia­no tra­sci­na­re e diven­ta­no poco a poco dei per­fet­ti “ban­lieu­sards”, sgram­ma­ti­ca­ti, di poca cul­tu­ra, che vesto­no, male e che assu­mo­no in pie­no i sin­to­mi del­la loro emarginazione.

Fai­rouz inve­ce ha stu­dia­to. Ha visto la luce (o alme­no qual­co­sa che ci asso­mi­glia) e vuo­le tira­re i suoi dal­le tene­bre.  La pro­ta­go­ni­sta, in que­sto, asso­mi­glia mol­to all’autrice del libro Saphia Azzeddine.

Saphia Azzed­di­ne è nata nel 1979 in Maroc­co. Ci pas­sa la sua pri­ma infan­zia poi all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Lau­rea­ta in socio­lo­gia, oggi scri­ve, fa gior­na­li­smo e mon­ta spet­ta­co­li tea­tra­li ispi­ra­ti ai suoi lavo­ri. E’ una pic­co­la star del mon­do del­la cul­tu­ra pari­gi­no. Una star che cer­ca di smar­car­si dai ruo­li gene­ral­men­te riser­va­ti agli arti­sti e agli intel­let­tua­li “ara­bi” in Fran­cia:  “Fan­no sem­pre la par­te dei gua­sta­fe­ste, rab­bio­si dal san­gue cal­do, intel­let­tua­li con cui non si scher­za, lai­ci dema­go­ghi o rap­per analfabeti.”

In real­tà in que­sta descri­zio­ne Saphia/fairouz dimen­ti­ca una cate­go­ria: il comi­co-beur. “Beur”  è la paro­la “ara­be” rove­scia­ta in “ver­lan”, il lin­guag­gio del­le ban­lieues, e che si dan­no i ragaz­zi di ori­gi­ne nor­da­fri­ca­na. La figu­ra del comi­co-beur appa­re sul pal­co­sce­ni­co negli anni 80 con l’artista Smaïn Faï­rou­ze cono­sciu­to come “Smaïn”,(https://fr.wikipedia.org/wiki/Sma%C3%AFn). In segui­to la figu­ra del comi­co-beur fa scuo­la e si mol­ti­pli­ca con vari altri arti­sti tra cui il più cono­sciu­to è Dja­mal Deb­bou­ze (atto­re pre­sen­te in mol­te com­me­die fran­ce­si: “Il favo­lo­so mon­do di Amé­lie”, “Aste­rix e Obe­lix”… https://it.wikipedia.org/wiki/Jamel_Debbouze). Al pun­to che, come descrit­to nell’eccellente “Allah super­star” di YB (Allah super­star.  Y. B.  Tori­no : Einau­di, 2004), fare il comi­co-beur diven­ta come la legio­ne stra­nie­ra, come il cal­cio e come il Rap, una del­le poche pos­si­bi­li­tà di usci­re dal ghet­to, sen­za pas­sa­re per la criminalità.

Que­sta figu­ra fa scuo­la a tal pun­to che impre­gna non solo il mon­do del caba­ret ma anche il cine­ma, il tea­tro e poi anche la let­te­ra­tu­ra. Ed è in que­sta nic­chia di mer­ca­to che van­no ad iscri­ver­si i lavo­ri del­la Saphia Azzed­di­ne. Lei a dir il vero fa par­te di una nuo­va cate­go­ria, che però deri­va sem­pre da quel­la pri­ma, io la chia­me­rei lo “scrit­to­re-non-beur”.

Il comi­co-beur usa in pri­ma per­so­na il lin­guag­gio pove­ro e sgan­ghe­ra­to dei ragaz­zi del­le ban­lieue. Lo  scrit­to­re-non-beur, fa par­la­re in quel­la lin­gua quel­li che per lui sono “sfi­ga­ti” e poi rispon­de dan­do lezio­ni di lin­gua e di savoir-vivre in un fran­ce­se per­fet­to. Per dire: guar­da­te che io ho stu­dia­to. Lo scrit­to­re-non-beur insom­ma è una spe­cie di comi­co-beur che pas­sa il suo tem­po a dimo­stra­re che lui/lei non è un comico-beur.

E di fat­to Fai­rouz (e pro­ba­bil­men­te anche Saphia)  tro­va pate­ti­co e ver­go­gno­so tut­to quel­lo che riguar­da la vita del­la sua comu­ni­tà: i beurs-ban­lieu­sards. Sogna di usci­re dal­la sua peri­fe­ria, fare car­rie­ra (poco impor­ta come e dove), ave­re un sac­co di sol­di, con­su­ma­re veri pro­dot­ti di lus­so — e non le cian­fru­sa­glie e le mar­che taroc­ca­te che la sua fami­glia com­pra abbon­dan­te­men­te al mer­ca­to del quar­tie­re-, insom­ma diven­ta­re una “bour­ge” bianca.

Tipo  Jea­ne,

Jean­ne (…) ha una super­ba cuci­na color tor­to­ra e guscio d’uovo („,). Era un cli­ché sedu­cen­te. I capel­li, il look, il suo bim­bo, il suo appar­ta­men­to, mi ritro­va­vo davan­ti il più bel cli­ché del mon­do. Slan­cia­ta, capel­li vapo­ro­si, cavi­glie esi­li, vita sot­ti­le, pel­le di pesca e culo da nami­bia­na. Le sta­va bene tut­to (un tut­to fat­to di lino e cachemire)”

Ma lei rima­ne­va Fai­rouz. Fai­rouz Mou­fa­kh­rou per di più. Un nome da star liba­ne­se appe­san­ti­to però da un cogno­me di con­ta­di­ni del pro­fon­do sud Marocchino.

Fai­rouz Mou­fa­kh­rou fa tan­to ara­bo che cer­ca di ave­re un po’ di cul­tu­ra ascol­tan­do gran­de musi­ca, ma a dire la veri­tà pre­fe­ri­sce le gna­was e Cheb Kha­led, uno che va paz­zo per il sin­te­tiz­za­to­re cre­den­do che sia un pia­no­for­te e che pen­sa che sia bel­lo appen­de­re alle pare­ti dei tap­pe­ti con sopra dei leo­ni. Ecco che cosa sug­ge­ri­sce il mio nome, una sfi­ga­ta che abi­ta in un appar­ta­men­to dove non cam­bia­no mai l’aria e che è sta­ta cul­la­ta per tut­ta l’infanzia dal rumo­re del­la pen­to­la a pressione!”

Il sogno di Fai­rouz è però osta­co­la­to dal suo amo­re per la fami­glia e dal sen­so di dove­re che ha in quan­to pri­mo­ge­ni­ta di occu­par­si di tut­ti. Tut­ta una fami­glia di pove­rac­ci che sof­fre di mise­ria con­ge­ni­ta al segui­to non aiu­ta a fare stra­da nel­la spie­ta­ta socie­tà fran­ce­se. Ma ciò nono­stan­te lei non si tira indie­tro. Sogna di obbli­ga­re il fra­tel­lo e le sorel­le a par­la­re cor­ret­ta­men­te e di piaz­zar­li in buo­ne posi­zio­ni socio-pro­fes­sio­na­li. Per i geni­to­ri deci­de di rea­liz­za­re un sogno di lun­ga data: il pel­le­gri­nag­gio alla Mec­ca. Desi­de­rio non det­ta­to da qual­che par­ti­co­la­re devo­zio­ne reli­gio­sa o dal­la voglia di viag­gia­re, ma sem­pli­ce­men­te dal­le pres­sio­ni socia­li: se sei immi­gra­to in Fran­cia, con figli come si deve, allo­ra devi fare il pel­le­gri­nag­gio e aggiun­ge­re il pre­fis­so Hajj al tuo nome. Non puoi rima­ne­re un Moham­mad qua­lun­que ma devi -pro­prio devi- diven­ta­re Hajj Moham­mad. Se non lo sei sei un fal­li­to e basta. E Fai­rouz que­sto lo sa e non vuol far fare ai suoi geni­to­ri la figu­ra dei fal­li­ti pres­so i loro simi­li, essen­do loro già fal­li­ti per defi­ni­zio­ne per la socie­tà di maggioranza.

Loro vin­ce­va­no sen­za vole­re e io per­de­vo per dove­re. Al loro ritor­no, li avreb­be­ro ono­ra­ti con un pon­ti­fi­can­te hajj o haj­ja accan­to al nome. Final­men­te avreb­be­ro potu­to anda­re in giro a testa alta. In fin dei con­ti non c’era nient’altro che contasse.”

Con l’aiuto del­la sorel­la, e qual­che vol­ta del fra­tel­lo -un fan­nul­lo­ne che pas­sa il suo tem­po, con i suoi ami­ci, altri per­den­ti di peri­fe­ria, a sogna­re e com­bi­na­re pia­ni fal­li­men­ta­ri- Fai­ruz apre un con­to pres­so l’agenzia di viag­gi del Signor Oughi­dour spe­cia­liz­za­ta in pel­le­gri­nag­gi e poco a poco rac­col­go­no la som­ma neces­sa­ria per man­da­re i due anzia­ni alla “casa di Dio”.

Fai­rouz si arren­de quin­di non alla fede ma al con­su­mi­smo e all’ipocrisia reli­gio­sa di una socie­tà fran­co-magh­re­bi­na che non tie­ne del­le cul­tu­re d’origine e di quel­la fran­ce­se che gli aspet­ti più super­fi­cia­li: i sol­di, i beni di con­su­mo, le appa­ren­ze, il conformismo…

Ma men­tre fa il suo per­cor­so dai mil­le osta­co­li per rag­giun­ge­re la sostan­zio­sa som­ma neces­sa­ria per il pro­get­to, la vetri­na di un’altra agen­zia atti­ra la sua atten­zio­ne. Una agen­zia “nor­ma­le”, che ven­de pac­chet­ti vacan­za, eso­ti­smo pron­to al con­su­mo e abbron­za­tu­re garan­ti­te su spiag­ge da sogno: Phu­ket, la Mec­ca del­la socie­tà di con­su­mo, è in promozione!

Mano a mano che si svol­ge il rac­con­to, le cose diven­ta­no sem­pre più com­pli­ca­te e stres­san­ti per la pove­ra Fai­rouz. Non è faci­le da sola sal­va­re dal­la medio­cri­tà tut­ta una com­pa­gnia di per­so­ne che tut­to som­ma­to non voglio­no esse­re sal­va­te. E più il fra­tel­lo, le sorel­le e, soprat­tut­to, i geni­to­ri per­se­ve­ra­no sul­la “via sba­glia­ta” e più lei per­de entu­sia­smo per il pel­le­gri­nag­gio fin­to-reli­gio­so e si sen­te più attrat­ta dal pel­le­gri­nag­gio fin­to-lus­suo­so. A qua­le divi­ni­tà dell’avere e dell’apparire devol­ve­rà Fai­rouz il suo mode­sto obo­lo? Al dio vesti­to di gel­la­ba maroc­chi­na e con un rosa­rio in mano?  O a quel­lo in biki­ni e che nel­la mano tie­ne un cock­tail alla frutta?

Per saper­lo vi toc­ca leg­ge­re il leg­ge­ro ma diver­ten­te libro di Saphia Azzed­di­ne fino alla fine. Io non dico più nien­te. “Wal­la­la­dim”, come si dice nel­le banlieue.

0

Accaparlante, 26 febbraio 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

La cit­tà è in mace­rie, ora ci han­no tol­to tut­to e l’unica cosa che ci rima­ne sono i Pila­stri del­la Fede […] non c’è un cen­ti­me­tro puli­to sui nostri cor­pi. Abbia­mo i vesti­ti strap­pa­ti e non ne pos­se­dia­mo altri, ogni gior­no cam­mi­nia­mo per stra­da in cer­ca di aiu­to. Non abbia­mo più le scar­pe e le pian­te dei pie­di comin­cia­no a spac­car­si. Fa vera­men­te male, quan­do cam­mi­nia­mo per tan­to tem­po in cer­ca di un novo posto dove sta­re […] Ho pas­sa­to tut­ta la not­te con la voglia di grat­tar­mi e non sono riu­sci­to a dor­mi­re. Nel­la mia testa con­ti­nua­va­no a scor­re­re sce­ne da libri che ho let­to. Vole­vo alzar­mi e dipin­ge­re, ma non ave­vo nes­sun posto dove far­lo [non c’è più colo­re ad Alep­po. Tut­to è gri­gio, anche noi”. Adam ha quat­tor­di­ci anni e la sin­dro­me di Asper­ger, vive ad Alep­po con il padre, la sorel­la e tre fra­tel­li più gran­di. Quan­do scop­pia la guer­ra la sua fami­glia, come tan­te altre, ne vie­ne tra­vol­ta e lui cer­ca rifu­gio nel­la pit­tu­ra che gli per­met­te di dar voce ad emo­zio­ni e pau­re che non sapreb­be espri­me­re diver­sa­men­te. Sumia Suk­kar, attra­ver­so la voce inno­cen­te di Adam, rac­con­ta il con­flit­to siria­no da cui il suo popo­lo è sta­to tra­vol­to, spes­so sen­za capi­re cosa sta­va accadendo.

di Anna­li­sa Bru­nel­li, Acca­par­lan­te, 26 feb­bra­io 2017

Recen­sio­ne del libro “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” di Sumia Suk­kar. Tra­dot­to dall’inglese da Bar­ba­ra Benini.

0

L’autistico e il piccione viaggiatore

L’autistico e il piccione viaggiatore

Geert tol­se l’etichetta e mise il vio­li­no rot­to sul tavo­lo. Stu­diò con atten­zio­ne le varie par­ti e lo spa­zio tra esse, attra­ver­so il qua­le il suo­no si era pro­pa­ga­to per oltre due seco­li. Non pen­sò, come avreb­be fat­to un vero costrut­to­re di vio­li­ni, al tipo di legno o alla tec­ni­ca con cui era sta­to assem­bla­to, ma a quel­lo spa­zio. Per lui il legno che lo cir­con­da­va era il vio­li­no e lo spa­zio la musi­ca”. Fin da pic­co­lis­si­mo, Geert ha dimo­stra­to di non esse­re un bam­bi­no come gli altri, pren­de tut­to alla let­te­ra e ha dif­fi­col­tà nel­le rela­zio­ni socia­li. La madre gesti­sce un pic­co­lo nego­zio dell’usato dove Geert tra­scor­re le not­ti ad assem­bla­re fra loro gli ogget­ti più dispa­ra­ti e a riflet­te­re sul loro pos­si­bi­le uti­liz­zo. Quan­do tro­va un vio­li­no in pez­zi, di cui igno­ra l’enorme valo­re, pro­va a rico­struir­lo e lo fa in modo total­men­te nuo­vo e ori­gi­na­le. Non si ren­de­rà mai con­to di quan­to sia­no pre­zio­si gli stru­men­ti che è in gra­do di rea­liz­za­re ma que­sta atti­vi­tà e il suc­ces­si­vo incon­tro con un pic­cio­ne che, nono­stan­te i suoi ten­ta­ti­vi di rega­lar­lo, tor­na sem­pre da lui, gli cam­bie­ran­no la vita.

Anna­li­sa Bru­nel­li, Acca­par­lan­te, 19/02/2017

Recen­sio­ne del libro “L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re” di Rodaan al Gali­di, tra­du­zio­ne dall’olandese a cura di Ste­fa­no Musilli.

0

La Mecca-Phuket” di Saphia Azzedine, giovane franco-marocchina ritrae il suo ambiente con lucida ironia

di Cri­stia­na Mis­so­ri, ANSA­med, 13/02/2017

”L’ascensore era spes­so in pan­ne ma i chiac­chie­ric­ci tro­va­va­no sem­pre il modo di giron­zo­la­re da un pia­no all’altro. Di me dice­va­no che ero una sfron­ta­ta, di mia sorel­la che era una ragaz­za per bene e di mia madre che lascia­va trop­po gras­so nel taji­ne di mon­to­ne. Mio padre, tut­to som­ma­to, lo rispar­mia­va­no, anche se era l’unico di tut­to il palaz­zo a non esse­re anco­ra hajj, il che lo tor­men­ta­va. Per­ché i miei geni­to­ri ave­va­no un’unica osses­sio­ne: fare il pel­le­gri­nag­gio alla Mec­ca”. Il palaz­zo è quel­lo di una ban­lieue pari­gi­na, il rac­con­to, è quel­lo di Fai­rouz, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, che com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue origini.

Insie­me a una del­le sue sorel­le mino­ri, Kal­soum, deci­de di rag­gra­nel­la­re la som­ma neces­sa­ria per rega­la­re ai suoi geni­to­ri devo­ti il sogno di una vita: il hajj. A nar­ra­re la sua sto­ria, è Saphia Azzed­di­ne — gio­va­ne autri­ce fran­co-maroc­chi­na — che in La Mec­ca-Phu­ket (in usci­ta a fine feb­bra­io nel­le libre­rie per la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te de Il Siren­te, pp. 130 Euro 15), com­pie un affre­sco mol­to iro­ni­co, a trat­ti irri­ve­ren­te e diver­ten­te, di quel che acca­de nell’edificio in cui vive la sua protagonista.

Stret­ta fra la voglia di vive­re lai­ca­men­te le sue ori­gi­ni ara­bo-musul­ma­ne: ”ero quel­lo che si chia­ma comu­ne­men­te una musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no”, annun­cia Fai­rouz in una del­le pri­me pagi­ne del libro. ”Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei conti”.

Altret­tan­to luci­da quan­do descri­ve i difet­ti del­la sua comu­ni­tà di ori­gi­ne: ”Sem­bra che. Ho sen­ti­to dire che. Poi la gen­te dirà che. Ecco più o meno quel­lo che rovi­na le socie­tà ara­bo-musul­ma­ne in gene­ra­le e il mio palaz­zo in particolare. Abitavo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo (…). La mege­ra del nono ave­va rife­ri­to a mia madre (per il suo bene) quel che si dice­va nel­le alte sfe­re del palaz­zo. Una mac­chi­na nuo­va era pro­prio neces­sa­ria pri­ma di adem­pie­re a un dove­re isla­mi­co? Quel­le mal­di­cen­ze tor­men­ta­va­no i miei pove­ri geni­to­ri che fin­ge­va­no di fregarsene”.

Saphia Azzed­di­ne, nata ad Aga­dir nel 1979, ha all’attivo sei roman­zi. Da quel­lo di esor­dio, Con­fi­den­ces à Allah (2008) sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumetto.

0

Arriva “La Mecca — Phuket”

La Mecca — Phuket”  in anteprima  al Festival del Libro di Firenze

 “La Mecca — Phuket” di Saphia Azzedine in anteprima per voi allo stand de il Sirente a Libro Aperto, Primo Festival del libro a Firenze (17 — 19 febbraio Fortezza da Basso, Firenze).

Per chi invece non passa per Firenze lo troverete a fine febbraio nelle migliori librerie.

Un libro per vin­ce­re qual­che ste­reo­ti­po sul mon­do ara­bo-isla­mi­co, con un’ironia graf­fian­te e un lin­guag­gio spez­za­to, tipi­co del miglio­re argot ban­lieu­sard, vi ritro­ve­re­te cata­pul­ta­ti nel­le ban­lieue pari­gi­ne, dove navi­gan­do tra intel­li­gen­za pra­ti­ca e stu­pi­di­tà teo­ri­ca, Fairouz, figlia d’immigrati maroc­chi­ni in Fran­cia, com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue ori­gi­ni. In modo ner­vo­so ma effi­ca­ce, saprà riap­pro­priar­si del­la sua vita, muo­ven­do­si tra quel che le ha tra­smes­so la fami­glia e quel­lo che si pro­fi­la all’orizzonte. All’orizzonte, oltre la Fran­cia, c’è la Mec­ca… ma dopo­tut­to, per­ché non Phuket?

Di pochi gior­ni fa la noti­zia di un paven­ta­to ritor­no del­lo spet­tro del­la vio­len­za nel­le ban­lieue, ecco cosa ne pen­sa Fai­rouz pro­ta­go­ni­sta del libro “La Mecca-Phuket”.

Cre­de­vo in Dio. Face­vo il rama­dan. non man­gia­vo maia­le. non beve­vo alcool. Ero ver­gi­ne. non spar­la­vo. Cioè, solo un po’. Ero quel­lo che si chia­ma comu­ne­men­te una musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no. Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua- men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei conti.

A vol­te, veni­va­no nel mio quar­tie­re squa­dre di gior­na­li­sti in cer­ca di scoop cir­con­da­ti da guar­die del cor­po per ren­de­re con­to del­la minac­cia isla­mi­co-inte­gra­li­sta-estre­mi­sta-oscu­ran­ti­sta-sala­fi­ta-waha­bi­ta, in sol­do­ni per inter­vi- sta­re qual­che coglio­ne con una tuni­ca bian­ca, igno­ran­do coscien­zio­sa­men­te dei ragaz­zi anco­ra sul­la ret­ta via ma che non avreb­be­ro tar­da­to a cede­re per non esse­re sta­ti appog­gia­ti da nes­su­no. Impe­di­vo a mio fra­tel­lo di pren­der­li a sas­sa­te con i suoi ami­ci quan­do li vede­va arri­va­re con l’aria fra­ter­na. Ma in real­tà gli impe­di­vo soprat­tut­to di far­si pren­de­re o di far casi­no, in modo che capis­se­ro che era trop­po veni­re a ser­vir­si a casa nostra e poi non divi­de­re alla fine del mese. Gli spac­cia­to­ri per­lo­me­no han­no la decen­za di far man­gia­re tut­to l’indotto, dal col­ti­va­to­re al palo. Dopo il loro repor­ta­ge abiet­to, ave­va­no la coscien­za tal­men­te spor­ca che si redi­me­va­no con un docu­men­ta­rio sdol­ci­na­to in secon­da sera­ta (“Dr. Hou­se” non si toc­ca, non scher­zia­mo) sui “ragaz­zi di ban­lieue che ce l’hanno fat­ta” e le “ragaz­ze di ori­gi­ne ara­ba che non si sottomettono”.

Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li, “La Mec­ca-Phu­ket” di Saphia Azzedine

 

0

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

E’ arrivata la seconda ristampa de “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, Disponibile nelle migliori librerie

Festeg­gia­mo con l’ultima recen­sio­ne appar­sa su Leggere:tutti

«Per­ché c’è una guer­ra, Yasmi­ne?» si chie­de Adam, il pic­co­lo pro­ta­go­ni­sta del roman­zo d’esordio di Sumia Suk­kar “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”, pub­bli­ca­to nel­la ver­sio­ne ita­lia­na dall’editore il Sirente.

Una sto­ria fat­ta di colo­ri. Quel­li che Adam uti­liz­za per fis­sa­re alcu­ni momen­ti del­la sua quo­ti­dia­ni­tà su tele del­le qua­li si mostra par­ti­co­lar­men­te orgo­glio­so, ma altret­tan­to gelo­so, al pun­to da mostrar­le solo a chi è degno del­la pro­pria con­si­de­ra­zio­ne. Colo­ri che, nel­la men­te del pro­ta­go­ni­sta, han­no una con­si­sten­za, un suo­no, un sapore.

È que­sto, infat­ti, un roman­zo da leg­ge­re uti­liz­zan­do tut­ti i sen­si: se la vista è rapi­ta dal­la tavo­loz­za di colo­ri che carat­te­riz­za l’intera sto­ria, l’udito è sti­mo­la­to dal suo­no lon­ta­no del­le armi che deva­sta­no, gior­no dopo gior­no, la cit­tà di Alep­po o dal con­ti­nuo sof are di Liqui­ri­zia, un gat­to ran­da­gio che divie­ne par­te inte­gran­te del­la vita quo­ti­dia­na di Adam. Il gusto, inve­ce, ha il sapo­re dol­ce del mie­le, che per gior­ni divie­ne l’unica fon­te di sosten­ta­men­to di un’intera fami­glia, o quel­lo acre degli avan­zi rime­dia­ti in un bido­ne dell’immondizia. All’olfatto è af data la pos­si­bi­li­tà di rico­no­sce­re la pro­pria sorel­la Yasmi­ne, com­ple­ta­men­te cam­bia­ta nel cor­po e nel­lo spi­ri­to, dopo un perio­do di deten­zio­ne tra le mani di spie­ta­ti aguz­zi­ni, che non si fer­ma­no nem­me­no davan­ti alle urla dispe­ra­te di don­ne ridot­te in n di vita. Infi­ne, è il ricor­do di ciò che si pote­va s ora­re o tene­re stret­to, l’esperienza tat­ti­le di Kha­led, uno dei fra­tel­li mag­gio­ri di Adam, cui toc­che­rà la dolo­ro­sa umi­lia­zio­ne di veder­si pri­va­to del­le mani.

Il pun­to di for­za di que­sta sto­ria sta senz’altro nei pro­ta­go­ni­sti: Adam, pic­co­lo nar­ra­to­re di que­sta sto­ria, fa dell’ingenuità quel­la carat­te­ri­sti­ca che per­met­te al let­to­re di accet­ta­re ogni cosa sen­za stor­ce­re il naso. Yasmi­ne, sorel­la mag­gio­re e, di fat­to, madre di Adam per neces­si­tà, è un per­so­nag­gio che cre­sce rapi­da­men­te, con lo scor­re­re del­le pagi­ne. Da ragaz­za inna­mo­ra­ta, divie­ne una don­na matu­ra in gra­do di fron­teg­gia­re qual­sia­si emer­gen­za af dan­do­si alla pro­pria tena­cia, sen­za trop­po bada­re alle cica­tri­ci che le ha lascia­to addos­so l’ennesima guer­ra insensata.

Kha­led, Isa, Tareq, Baba e Ami­ra sono i gre­ga­ri per­fet­ti di una squa­dra alle­sti­ta sapien­te­men­te per accom­pa­gna­re il let­to­re in una sto­ria dai con­tor­ni oni­ri­ci, ma con una for­tis- sima com­po­nen­te di veridicità.

Un roman­zo che par­la del­la guer­ra con gli occhi incan­ta­ti di un bam­bi­no, che non smet­te di dipin­ge­re e di per­ce­pi­re i colori.

Paqui­to Catan­za­ro Leggere:Tutti
SUMIA SUKKAR

Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guerra

Il Siren­te, 2016
pp. 268, euro 15,00

0

Anna Teresa, “Tea Time Translation” (25 gennaio 2017)

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

di Anna Tere­sa, “Tea Time Trans­la­tion” (25 gen­na­io 2017)

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarMi sie­do sul pavi­men­to vici­no a Yasmi­ne e baba e pen­so a come sia­mo arri­va­ti a que­sto. Le nostre vite pro­ce­de­va­no secon­do una rou­ti­ne per­fet­ta, in cui mi tro­va­vo pro­prio bene, ma ora non so più chi sia­mo, né cosa stia suc­ce­den­do. Per via del­la guer­ra ho così tan­te incer­tez­ze in testa, come un nuvo­lo­ne gri­gio in atte­sa di scro­scia­re e tuo­na­re giù. Io non voglio che mi tuo­ni addosso.”

Da leg­ge­re con una taz­za di kar­ka­dè, ros­so come il colo­re ama­to da Adam, che rap­pre­sen­ta Yasmi­ne, ma anche come il san­gue, pro­ta­go­ni­sta onni­pre­sen­te del­la guerra.

Duran­te il Pisa Book Festi­val 2016, alla pre­sen­ta­zio­ne del suo roman­zo, l’autrice Sumia Suk­kar spie­ga­va che la scel­ta di scri­ve­re que­sto libro è sta­ta gui­da­ta dal­la volon­tà di dare un vol­to, una voce e una sto­ria ai siria­ni coin­vol­ti nel­la guer­ra che ha stra­vol­to il loro pae­se e di risve­glia­re i let­to­ri da quel­la sor­ta di assue­fa­zio­ne per cui, ormai, quan­do scor­ro­no in TV le imma­gi­ni di bom­be, guer­ra e atten­ta­ti pro­ve­nien­ti dal­la Siria non ci si stu­pi­sce più.

Sumia Suk­kar, nel­la ver­sio­ne ita­lia­na con il magi­stra­le aiu­to del­la tra­dut­tri­ce, Bar­ba­ra Beni­ni, tra­sci­na il let­to­re in una Alep­po agli albo­ri del­la guer­ra, dove la fami­glia di Adam, quat­tor­di­cen­ne affet­to da sin­dro­me di Asper­ger e appas­sio­na­to di pit­tu­ra, con­du­ce una vita quo­ti­dia­na simi­le alla nostra, con il padre e i fra­tel­li più gran­di che van­no a lavo­ra­re e Adam che fre­quen­ta la scuo­la, rag­giun­gen­do­la a pie­di da solo ogni gior­no, a dimo­stra­zio­ne di quan­to la cit­tà sia tran­quil­la. In un atti­mo, ci si immer­ge nel­la sto­ria, la fami­glia di Adam potreb­be esse­re la nostra, cena­no insie­me, alla TV guar­da­no que­gli stes­si film ame­ri­ca­ni che pas­sa­no sui nostri scher­mi. Ma ad Alep­po qual­co­sa che Adam non capi­sce sta acca­den­do, si par­la di liber­tà e ribel­lio­ne, e in un vor­ti­ce irre­fre­na­bi­le arri­va la guer­ra, che Adam non com­pren­de, ma che anche gli adul­ti sem­bra­no capi­re poco.

Non so nem­me­no per­ché ci sia una guer­ra. Per­ché c’è una rivo­lu­zio­ne? Per­ché stan­no por­tan­do via la mia fami­glia? Che cosa è suc­ces­so men­tre dipin­ge­vo e anda­vo a scuo­la? Per­ché improv­vi­sa­men­te par­la­no tut­ti di poli­ti­ca, men­tre pri­ma si par­la­va solo di arte, moda, reli­gio­ne e viaggi?”

Non si sa più chi sono gli ami­ci e chi i nemi­ci, per­ché la vio­len­za si dif­fon­de pre­po­ten­te, fino a far diven­ta­re abi­tua­li sce­na­ri da film splat­ter, pie­ni di san­gue e par­ti di cor­pi umani.

Seb­be­ne in qual­che capi­to­lo la pro­spet­ti­va cam­bi, per mostra­re lati più oscu­ri del­la tra­ge­dia che si sta svol­gen­do in Siria, la mag­gior par­te del­la nar­ra­zio­ne pro­vie­ne dal­lo sguar­do inno­cen­te di Adam che, attra­ver­so la sua malat­tia, ha il dono di vede­re il colo­re di per­so­ne ed emo­zio­ni: Yasmi­ne “nor­mal­men­te è ros­so rubi­no”, “Kahled è aran­cio­ne, Tareq ha il colo­re del­le foglie di tè e Isa è ver­de”. Solo la distru­zio­ne e la dispe­ra­zio­ne tota­le lo por­te­ran­no a vede­re nient’altro che grigio.

Di soli­to, quan­do un libro mi pia­ce, è per­ché mi arric­chi­sce in qual­che modo e cer­co di con­si­gliar­lo a tut­ti per­ché vor­rei che anche gli altri ne fos­se­ro altret­tan­to arric­chi­ti. In que­sto caso, cre­do pro­prio che si trat­ti di un testo fon­da­men­ta­le per il lato uma­no di cia­scu­no di noi e per guar­da­re il disa­stro siria­no da una pro­spet­ti­va diver­sa. Con­si­glio a tut­ti di leg­ger­lo, per­ché dob­bia­mo cer­ca­re di resta­re umani.

Dopo aver let­to Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra, rie­sco a capa­ci­tar­mi anco­ra meno del fat­to che l’autrice lo abbia scrit­to a soli 21 anni. Gli argo­men­ti trat­ta­ti, dal­la guer­ra siria­na alla sin­dro­me di Asper­ger, e il modo in cui la scrit­tri­ce ne par­la lascia­no a boc­ca aperta.

Quan­do la sto­ria fini­sce, la men­te vola subi­to all’attualità di Alep­po, dove la guer­ra non si è anco­ra fer­ma­ta e i bam­bi­ni sono costret­ti a vive­re situa­zio­ni ter­ri­bi­li come quel­le nar­ra­te da Adam. Sumia Suk­kar ha ragio­ne a cer­ca­re di sen­si­bi­liz­za­re chi ha la for­tu­na di esse­re lon­ta­no da tut­to que­sto dolo­re e l’incoscienza di non capi­re che, al di là del­la distan­za geo­gra­fi­ca, sia­mo ugua­li, a pre­scin­de­re da qua­le sia la nostra reli­gio­ne, pel­le o nazionalità.

Come ha scrit­to Fran­ce­sca Paci su La Stam­pa, “chiu­so il libro resta la Sto­ria, dif­fi­ci­le fare anco­ra fin­ta di niente”.

Leg­ge­te anche voi Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra e fate­mi sape­re qua­li sono le vostre impres­sio­ni. Per chi è del­la zona, gio­ve­dì, 2 feb­bra­io, ne par­le­re­mo al cir­co­lo di let­tu­ra IL SOGNALIBRO pres­so la Libre­ria Mon­da­do­ri di Sar­za­na. Vi aspet­to lì!

0

La Mecca-Phuket di Saphia Azzedine presto in libreria

La Mecca-Phuket un romanzo di Saphia Azzedine

A febbraio in libreria!

C’è un gior­no, quan­do si è bam­bi­ni, in cui si sal­ta la cor­da per l’ultima vol­ta, in cui si gio­ca per l’ultima vol­ta a mosca cie­ca, e non si sa anco­ra che sarà l’ultima. nes­su­no si ricor­da del­la sua ulti­ma par­ti­ta a pal­la avve­le­na­ta, arri­va sen­za preavviso. In quel momen­to, sta­va suc­ce­den­do la stes­sa cosa: igno­ra­vo che quel­lo sareb­be sta­to l’ultimo gior­no in cui avrei accet­ta­to di sacrificarmi…”

Arri­va “La Mec­ca-Phu­ket”, quar­to tito­lo del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te, que­sta vol­ta sia­mo in Fran­cia, nel­la ban­lieue di Parigi. Navigando tra intel­li­gen­za pra­ti­ca e stu­pi­di­tà teo­ri­ca, Fairouz, figlia d’immigrati maroc­chi­ni in Fran­cia, com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue ori­gi­ni. In modo ner­vo­so ma effi­ca­ce, saprà riap­pro­priar­si del­la sua vita, muo­ven­do­si tra quel che le ha tra­smes­so la fami­glia e quel­lo che si pro­fi­la all’orizzonte. All’orizzonte, oltre la Fran­cia, c’è la Mec­ca… ma dopo­tut­to, per­ché non Phuket?

Saphia Azzed­di­ne ci offre la sua ricet­ta di con­vi­ven­za tra cul­tu­re, con­di­vi­den­do la sua sapo­ro­sa rifles­sio­ne su que­stio­ni oggi cru­cia­li in Fran­cia e anche in Ita­lia: l’identità nazio­na­le, l’appartenenza, il futu­ro del­le secon­de gene­ra­zio­ni.” Sapien­te­men­te tra­dot­to dal fran­ce­se da Ila­ria Vita­li che ha cura­to anche la nota intro­dut­ti­va, ” ‘La Mec­ca-Phu­ket’ rac­con­ta di una gene­ra­zio­ne in bili­co tra vec­chi e nuo­vi mon­di, alla ricer­ca del­la pro­pria stra­da.” “Per rac­con­ta­re la pro­pria indo­ci­le real­tà, la gene­ra­zio­ne di Saphia Azzed­di­ne ha crea­to nuo­vi codi­ci lin­gui­sti­ci, sin­cre­ti­ci e poli­fo­ni­ci. È nato nel­le ban­lieue disa­gia­te un sin­go­la­re lin­guag­gio in codi­ce con fun­zio­ni di rico­no­sci­men­to iden­ti­ta­rio e gene­ra­zio­na­le, defi­ni­to “argot des cités”.”

Le illu­stra­zio­ni dei libri del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te sono a cura di Pao­la Equi­zi, che ha svol­to un sin­go­la­re lavo­ro di gra­fi­ca in accor­do con l’editore. Curan­do anche l’immagine del fron­te­spi­zio in cui appa­re sem­pre abbi­na­ta un’immagine rela­ti­va al pae­se d’origine e un’immagine lega­ta al pae­se di acco­glien­za. In que­sto caso un taji­ne sta cuci­nan­do len­ta­men­te i suoi cibi pre­li­ba­ti pla­ci­da­men­te vici­no al fischio vigo­ro­so e dina­mi­co di una pen­to­la a pressione.

Saphia Azzeddine

Saphia Azzed­di­ne

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Pas­sa l’infanzia in Maroc­co, all’età di nove anni, si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con il roman­zo Con­fi­den­ces à Allah, da cui è sta­to trat­ta una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to. Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, a cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce e regi­sta. Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le, tema affron­ta­to con un’ironia graf­fian­te che si tin­ge a trat­ti di poe­sia. In tra­du­zio­ne ita­lia­na Mio padre fa la don­na del­le puli­zie (Gliu­lio Per­ro­ne Edi­to­re 2011).

Sele­zio­na­to come pro­get­to di tra­du­zio­ne let­te­ra­ria con il ban­do Euro­pa Crea­ti­va, Altria­ra­bi Migran­te rac­co­glie le ope­re di gio­va­ni e talen­tuo­si auto­ri euro­pei con ori­gi­ni ara­be. Nel­la stes­sa col­la­na sono sta­ti pub­bli­ca­ti “l’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re” di Rodaan al Gali­di, “I mira­co­li” di Abbas Khi­der e “il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” di Sumia Sukkar.

0

Maria Emilia Piccone, “Leggere a Lume di candela” (20 gennaio 2017)

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

Voci da mondi diversi

di Maria Emi­lia Pic­co­ne, “Leg­ge­re a Lume di can­de­la” (20 gen­na­io 2017)

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarEra il 2012 quan­do la cit­tà di Alep­po, in Siria, ini­ziò ad esse­re al cen­tro del­la guer­ra civi­le fra for­ze gover­na­ti­ve e ribel­li. Adam, “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”, rap­pre­sen­ta tut­ti noi che vivia­mo lon­ta­ni e sia­mo igna­ri del­le cau­se che han­no sca­te­na­to la guer­ra, che fac­cia­mo fati­ca a capi­re. Anche Adam non capi­sce: ha quat­tor­di­ci anni ma non si com­por­ta e non si espri­me come un suo coe­ta­neo. Sem­bra più infan­ti­le, ci dice lui stes­so che sen­te dire di sé che è ‘stra­no’ e che i com­pa­gni di scuo­la lo pren­do­no in giro per que­sto e lo lascia­no in dispar­te. E’ il più gio­va­ne in una fami­glia nume­ro­sa- ha tre fra­tel­li e una sorel­la. Ed è la sorel­la Jasmi­ne che si pren­de cura di lui dopo che la mam­ma è mor­ta. Adam non vuo­le esse­re toc­ca­to, non vuo­le che il suo cibo sia mesco­la­to a quel­lo di altri e ha una pas­sio­ne per i colo­ri. Anzi, ha una pre­di­spo­si­zio­ne per il dise­gno e la pit­tu­ra, rie­sce ad espri­me­re nei suoi qua­dri quel­lo che ha den­tro di sé e mai riu­sci­reb­be a comu­ni­ca­re con le paro­le-sono i colo­ri che gli dan­no la chia­ve di acces­so del­la real­tà. Jasmi­ne è ros­so rubi­no per lui- e il ros­so è un colo­re di for­za vita­le e d’amore. Pri­ma dell’inizio dei bom­bar­da­men­ti l’atmosfera di Alep­po è aran­cio­ne e azzur­ro di cie­lo e di luce e di sole. Anche i libri han­no un colo­re: Aschen­bach, il pro­ta­go­ni­sta di “Mor­te a Vene­zia”, è gri­gio (d’altra par­te il gri­gio del­la cene­re è nel suo stes­so nome, anche se Adam non lo sa). Poi cam­bie­rà tut­to, per­ché il ros­so diven­te­rà il colo­re del san­gue, Adam arri­ve­rà a dipin­ge­re con il san­gue, e il mon­do si incu­pi­rà nel­le tona­li­tà del nero e del gri­gio e del viola.

  Quel­lo che Sumia Suk­kar, nata e cre­sciu­ta in Inghil­ter­ra in una fami­glia siria­na-alge­ri­na, descri­ve, è un fram­men­to di guer­ra, con sce­ne apo­ca­lit­ti­che viste attra­ver­so gli occhi di un ragaz­zi­no che for­se ha la sin­dro­me di Asper­ger, che si chie­de che cosa stia suc­ce­den­do, chi sia­no i buo­ni e chi i cat­ti­vi e per­ché si fan­no la guer­ra? non sono for­se tut­ti siria­ni? I suoi pun­ti fer­mi crol­la­no uno dopo l’altro, pro­prio come gli edi­fi­ci che si sbri­cio­la­no in un gri­gio­re di pol­ve­re e mace­rie- pri­ma un fra­tel­lo (l’intellettuale che scri­ve poe­sie), poi l’altro (ritor­ne­rà pre­ce­du­to da una sce­na rac­ca­pric­cian­te), poi la sorel­la (sap­pia­mo che cosa atten­da una don­na cat­tu­ra­ta duran­te una guer­ra, e il velo in testa non è cer­to uno scu­do. Quan­do riap­pa­re, Adam non la rico­no­sce), il padre è pre­ci­pi­ta­to in una demen­za pre­co­ce cau­sa­ta dal dolo­re. Sol­tan­to un gat­ti­no, sal­va­to dal­le rovi­ne, può ricom­pen­sa­re, in par­te, Adam per quel­lo che ha per­so. La lun­ga mar­cia ver­so Dama­sco è il cam­mi­no del­la spe­ran­za ver­so la sal­vez­za di un riparo.

Il roman­zo di Sumia Suk­kar non ha la pre­te­sa di esse­re un libro di sto­ria, pare esse­re un libro scrit­to di get­to, come se la gio­va­ne scrit­tri­ce fos­se rima­sta scon­vol­ta nel vede­re la distru­zio­ne nel­le imma­gi­ni del pae­se in cui la sua fami­glia ha radi­ci. Man­ca di pre­ci­sio­ne e alcu­ne del­le sce­ne descrit­te appa­io­no impro­ba­bi­li (le rea­zio­ni di feri­ti gra­vis­si­mi in ospe­da­le, il ritor­no di un fra­tel­lo in con­di­zio­ni che non voglio anti­ci­pa­re ma che sono in con­tra­sto con il suo com­por­ta­men­to trop­po natu­ra­le). Non vie­ne mai det­to chia­ra­men­te qua­le sia la sin­dro­me di Adam ed è meglio così: se non è defi­ni­ta, per il let­to­re è più faci­le accet­ta­re le discre­pan­ze tra i suoi atteg­gia­men­ti. E tut­ta­via, ciò det­to, è un libro che si leg­ge facil­men­te e che ci avvi­ci­na ad un pae­se, ad una guer­ra, ad un dram­ma che non pos­so­no lasciar­ci indifferenti.

0

Il Silenzio e il Tumulto di Nihad Sirees

Le Mon­de Diplo­ma­ti­que, Ste­fa­nia Pavone

Nihad SireesLa meta­fo­ra del tumul­to e il silen­zio lace­ra la vita del­lo scrit­to­re Fathi Shin, dis­si­den­te del regi­me siria­no, io nar­ran­te del roman­zo omo­ni­mo per­cor­ren­do­ne l’intera vicen­da da cima a fon­do. Una dico­to­mia con cui si apre la nar­ra­zio­ne: il il tumul­to è il fuo­ri, la fol­la ado­ran­te il lea­der pari al vocia­re di un’orchestra dis­so­nan­te nel sogno di Fathi, il silen­zio è il luo­go degli affet­ti, del­la scrit­tu­ra, dell’amore per Lama, del­la cen­tra­li­tà del­la figu­ra mater­na. Tut­to ini­zia in un’estate cal­dis­si­ma: lo scrit­to­re Fathi Shin, ban­di­to dal regi­me siria­no per la cri­ti­ca dis­si­den­te dei suoi scrit­ti si agi­ta nel let­to. Sono anni che non fa più nul­la, pre­da di un inu­si­ta­ta indo­len­za. Da fuo­ri gli arri­va­no gli echi del­la fol­la inneg­gian­te il lea­der per i suoi ven­ti­cin­que anni di pote­re. Gli intel­let­tua­li sono schiac­cia­ti dal ser­vi­li­smo, la poe­sia una cari­ca­tu­ra del regi­me. In mez­zo alla dispe­ra­zio­ne del silen­zio cui è sta­to pie­ga­to dal­la dit­ta­tu­ra si apro­no spa­zi di vita: lo humor graf­fian­te ver­so il pote­re e l’amore per Lama carat­te­riz­za­to da una for­te pas­sio­ne ses­sua­le che lo riscat­ta dal­la mise­ria del­la sua con­di­zio­ne si fan­no zone di resi­sten­za del­la vita dall’oppressione di un pote­re grot­te­sco e inef­fa­bi­le. La sto­ria di Fathi pre­ci­pi­ta quan­do la madre deci­de di spo­sa­re il signor  Ha’il, dive­nu­to in manie­ra grot­te­sca fun­zio­na­rio del lea­der per aver­ne evi­ta­to la cadu­ta a ter­ra a segui­to di uno sci­vo­la­men­to nel cor­so di un comi­zio. Dopo aver sal­va­to uno stu­den­te duran­te una mani­fe­sta­zio­ne. Lo scrit­to­re vie­ne cat­tu­ra­to dai ser­vi­zi segre­ti e mes­so in pri­gio­ne. La cel­la è il ritor­no del silen­zio dopo il tumul­to dell’interrogatorio. Fathi Shin si ritro­ve­rà davan­ti pro­prio il signor Ha’il a chie­der­gli di diven­ta­re uno scrit­to­re del regi­me. O di mori­re. Anco­ra una vol­ta l’alternativa sci­vo­la tra il silen­zio e il tumul­to. Dice Fathi: “cer­co di non pen­sa­re all’alternativa in cui il signor Ha’il ha volu­to inca­strar­mi, due opzio­ni una più ter­ri­bi­le dell’altra. Non ho che la scel­ta tra la padel­la e la bra­ce, non esi­ste una solu­zio­ne inter­me­dia. Per­ché non mi lascia­no solo nel­la mia soli­tu­di­ne? Che fasti­dio può dare il mio silen­zio al regi­me? Il tumul­to del pote­re o il silen­zio del­la tom­ba. Avrei sen­za dub­bio opta­to per il secon­do ma so per­fet­ta­men­te che que­sto nel discor­so del signor Ha’il non è che una meta­fo­ra per indi­ca­re qual­co­sa di ben più tre­men­do. Ha pia­ni­fi­ca­to ogni par­ti­co­la­re in manie­ra dia­bo­li­ca, coin­vol­gen­do mia madre nel suo pia­no.”. Ma non ci sarà una solu­zio­ne al dilem­ma del ruo­lo dell’intellettuale sot­to la dit­ta­tu­ra. Il roman­zo si con­clu­de con un sogno: Fathi assi­ste allo stu­pro del­la madre da par­te del signor Ha’il e la vede gode­re nono­stan­te la vio­len­za eser­ci­ta­ta dall’uomo. Un tumul­to in cui il silen­zio que­sta vol­ta non può arri­va­re se non in una risa­ta che Lama e Fathi sten­do­no sul­la scena.

Recen­sio­ne del libro ‘il silen­zio e il tumul­to’ del­lo scrit­to­re siria­no Nihad Sirees, tra­dot­to dall’arabo da Fede­ri­ca Pistono

Il Siren­te ha con­ti­nua­to ad occu­par­si di Siria con i seguen­ti tito­li:

L’autunno, qui, è magi­co e immen­so (Golan Haji)
E se fos­si mor­to? (Muham­mad Dibo)
Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra (Sumia Suk­kar)

0

Il romanzo di Sumia Sukkar. Il dramma «a colori» di Aleppo

Adam ha la sindrome di Asperger e a 14 anni dipinge la guerra abbinando cromatismo e dolore. Aspro e delicato romanzo dell’esordiente anglo siriana

Avve­ni­re, Ric­car­do Michelucci

«Non c’è più colo­re ad Alep­po. Tut­to è gri­gio, anche noi. Lo scon­tro ina­spet­ta­to tra il gri­gio e l’arancione mostra le buie con­se­guen­ze di una guer­ra, ma riflet­te anche un sot­ti­le filo di spe­ran­za. Il blu not­te intor­no alle pupil­le mi par­la, mi dice degli orro­ri che ha visto. Ci man­ca un colo­re più chia­ro: il bian­co. Il cie­lo dovreb­be esse­re dipin­to di bian­co per pren­der­si gio­co del­la pre­sun­ta fine del­la guer­ra e mostra­re l’ingenuità che resta». Il dram­ma del­la Siria pren­de for­ma sot­to i nostri occhi attra­ver­so la voce inno­cen­te e lo sguar­do disin­can­ta­to di Adam, un ragaz­zi­no siria­no di quat­tor­di­ci anni affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger, che cer­ca di dare un sen­so alle pro­prie emo­zio­ni attra­ver­so la pit­tu­ra. I colo­ri gli ser­vo­no per descri­ve­re la gen­te e l’orrore che lo cir­con­da, per cer­ca­re di com­pren­de­re gli effet­ti deva­stan­ti del­la guer­ra sul­la vita del­la sua fami­glia e del­le per­so­ne che gli stan­no attor­no. Dopo aver otte­nu­to il plau­so del­la cri­ti­ca ingle­se, Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra, imma­gi­ni­fi­co roman­zo d’esordio del­la gio­va­ne scrit­tri­ce anglo-siria­na Sumia Suk­kar, vie­ne ades­so pro­po­sto anche in ita­lia­no dal­la casa edi­tri­ce Il Siren­te, spe­cia­liz­za­ta in let­te­ra­tu­ra ara­ba, con la tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Benini.

Con un lun­go e inin­ter­rot­to flus­so di coscien­za Adam espri­me un misto di incre­du­li­tà e pau­ra, di tene­rez­za e inno­cen­za. Dipin­ge la guer­ra per­ché «offre infi­ni­te pos­si­bi­li­tà pit­to­ri­che» e la sua pic­co­la arte fini­sce per tra­sfi­gu­rar­si in un estre­mo atto di resi­sten­za. Ma con­tra­ria­men­te alle appa­ren­ze il roman­zo non è una favo­la e quin­di non ci rispar­mia orro­ri e cru­dez­ze. È piut­to­sto un ori­gi­na­le repor­ta­ge inti­mi­sta, il ten­ta­ti­vo di spie­ga­re le con­se­guen­ze del­la guer­ra sul­la men­te di un bam­bi­no la cui leg­ge­ra for­ma di auti­smo lo por­ta a una for­te rela­zio­na­li­tà affet­ti­va con gli altri, soprat­tut­to con la sorel- la Yasmi­ne, il suo prin­ci­pa­le pun­to di rife­ri­men­to dopo la mor­te del­la mam­ma. Ogni capi­to­lo ha il nome di un colo­re, per­si­no ai per­so­nag­gi sono asse­gna­te tona­li­tà e sfu­ma­tu­re diver­se a secon­da del­la vibra­zio­ne del­le loro emo­zio­ni: Adam vede le per­so­ne avvol­te da un’aura colo­ra­ta per­ce­pen­do i loro sta­ti d’animo e i loro sen­ti­men­ti, men­tre la guer­ra è gri­gia e copre tut­to come uno spes­so stra­to di pol­ve­re che rischia di sof­fo­ca­re la nostra uma­ni­tà. La neces­si­tà di com­pren­de­re quel­lo che acca­de attor­no a lui lo tra­sfi­gu­ra poi nel ruo­lo di testi­mo­ne: «Un gior­no, quan­do sarà fini­ta la guer­ra, avrò i miei qua­dri per mostra­re alla gen­te cosa sta­va real­men­te suc­ce­den­do. I miei qua­dri non mentono».

Sumia Suk­kar Pbf_2016

L’autrice, Sumia Suk­kar, spie­ga di esser­si ispi­ra­ta ai rac­con­ti di pri­ma mano ascol­ta­ti dai suoi fami­lia­ri siria­ni e dagli ami­ci che tut­to­ra vivo­no in Siria. «In que­sti casi ci può esse­re la ten­ta­zio­ne di edul­co­ra­re quel­lo che sta acca­den­do – affer­ma – ma io ho scel­to al con­tra­rio di rac­con­ta­re i fat­ti in tut­ta la loro dram­ma­ti­ci­tà. Quel­lo che vole­vo tra­smet­te­re era l’oscenità e la cru­dez­za del­la situa­zio­ne nel­la qua­le si tro­va attual­men­te la Siria». Duran­te la ste­su­ra del roman­zo Suk­kar è sta­ta costan­te­men­te in con­tat­to su Sky­pe con una zia che vive a Dama­sco, e le sto­rie ter­ri­bi­li che le ha rac­con­ta­to sono sta­te poi in par­te river­sa­te nel roman­zo. «Ho biso­gno di dipin­ge­re e pos­so già figu­rar­mi il qua­dro nel­la testa – dice Adam –. Due ragaz­zi gio­va­ni sdra­ia­ti nell’acqua a gam­be e brac­cia diva­ri­ca­te, libe­ri, ma con il viso sfi­gu­ra­to, bru­cia­to. Si rie­sce anche a distin­gue­re dove era­no vera­men­te gli occhi e il naso. Sareb­be un dipin­to in bian­co e nero, con il viso a spet­tro cro­ma­ti­co. Sarà orri­bi­le e mera­vi­glio­so allo stes­so tempo».

Il libro deve gran par­te del­la sua ori­gi­na­li­tà pro­prio alla voce nar­ran­te, quel­la di un quat­tor­di­cen­ne che a cau­sa del­la sin­dro­me di Asper­ger è dota­to di una sen­si­bi­li­tà fuo­ri dall’ordinario e dell’intelligenza di un bam­bi­no più pic­co­lo del­la sua età. La sua tene­ra inge­nui­tà diven­ta un moni­to con­tro l’assurdità di tut­te le guer­re, come quan­do sen­te una fol­la che accla­ma Assad e si chie­de: «Se stan­no dal­la par­te del pre­si­den­te, per­ché allo­ra ucci­do­no la gen­te del suo Pae­se?». Oppu­re quan­do si affac­cia alla fine­stra di casa sua e gli uomi­ni che vede in stra­da gli sem­bra­no un dipin­to, qual­co­sa che Sal­va­dor Dalì dipin­ge­reb­be nel suo famo­so qua­dro Vol­to del­la guer­ra. La gio­va­ne scrit­tri­ce (ave­va appe­na ven­ti­due anni quan­do il libro è usci­to in Inghil­ter­ra) spie­ga che la scel­ta si è resa neces­sa­ria per ren­de­re più inten­so ed effi­ca­ce l’impatto nar­ra­ti­vo del­la storia.

È qua­si ine­vi­ta­bi­le trac­cia­re un para­go­ne con il roman­zo best sel­ler di Mark Had­don usci­to una deci­na d’anni fa, Lo stra­no caso del cane ucci­so a mez­za­not­te. Anche in quel caso il pro­ta­go­ni­sta era Chri­sto­pher, un quin­di­cen­ne affet­to dal mede­si­mo distur­bo per­va­si­vo del­lo svi­lup­po, costret­to ad affron­ta­re fat­ti tra­gi­ci con un’emotività al di fuo­ri dell’ordinario. Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra ha però il gran­de pre­gio di rap­pre­sen­ta­re con uno sguar­do ine­di­to e sor­pren­den­te una del­le più ter­ri­bi­li cri­si uma­ni­ta­rie del nostro tem­po, di dimo­stra­re come la fan­ta­sia e l’immaginazione pos­sa­no pro­teg­ger­ci dagli orro­ri del mon­do, e di indi­vi­dua­re una spe­ran­za per il popo­lo siria­no nel­la sua fede incrol­la­bi­le in Dio e nel­la for­za degli affet­ti. In Gran Bre­ta­gna è sta­to adat­ta­to sot­to for­ma di docu­men­ta­rio radio­fo­ni­co pas­san­do nel pre­sti­gio­so Satur­day Dra­ma del­la Bbc e sono già sta­ti acqui­sta­ti i dirit­ti per la rea­liz­za­zio­ne di un film trat­to dal libro.

08/01/ 2017

0

Intervista a Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarQuan­do incon­tro Sumia Suk­kar al Pisa Book festi­val 2016 davan­ti a un caf­fè sono piut­to­sto spiaz­za­ta dal­la ragaz­za gio­va­ne ed ele­gan­te che mi guar­da da sot­to le lar­ghe fal­de di un impe­gna­ti­vo cap­pel­lo di fel­tro. Sumia, clas­se 1992, è ingle­se, figlia di padre siria­no e madre alge­ri­na. Ha stu­dia­to scrit­tu­ra crea­ti­va alla King­ston Uni­ver­si­ty e il suo roman­zo d’esordio ha cata­liz­za­to l’attenzione del­la cri­ti­ca di mez­zo mondo.

Ne Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra hai scel­to di trat­ta­re l’esperienza più dolo­ro­sa che un esse­re uma­no pos­sa vive­re e di far­lo dal­la pro­spet­ti­va incro­cia­ta di un ragaz­zi­no con la sin­dro­me di Asper­ger e di colei che se ne pren­de cura, sua sorel­la Yasmi­ne. Sei sta­ta ispi­ra­ta da qual­cu­no che cono­sci o que­sti per­so­nag­gi sono il frut­to di inten­se ricerche?
Quan­do ho ini­zia­to a pen­sa­re al libro, lui era solo uno dei per­so­nag­gi e ho fat­to qual­che ricer­ca, per cui sape­vo in par­ten­za sape­vo che nel­la men­te di una per­so­na mala­ta di Asper­ger tut­to è bian­co o nero, non ci sono sfu­ma­tu­re. Per docu­men­tar­mi ho incon­tra­to per­so­ne auti­sti­che, ho visi­ta­to cen­tri che se ne pren­do­no cura, ma, soprat­tut­to mi sono ispi­ra­ta al fra­tel­lo di un mio ami­co che ha la sin­dro­me di Asper­ger, l’ho inter­vi­sta­to, osser­va­to, stu­dia­to. Man mano che stu­dia­vo la sin­dro­me, il per­so­nag­gio pren­de­va sem­pre più spa­zio nel­la tra­ma che anda­vo costruen­do nel­la mia testa, fino diven­tar­ne il protagonista.

Adam in un cer­to sen­so è un esse­re sen­za pel­le: ogni emo­zio­ne, ogni espe­rien­za impat­ta diret­ta­men­te sui suoi ner­vi sco­per­ti, sul­la sua car­ne indi­fe­sa. I colo­ri sono il suo modo di cate­go­riz­za­re il mon­do e deci­fra­re le emo­zio­ni, l’alfabeto attra­ver­so cui dise­gna le cose con cui vie­ne a contatto…
Esat­ta­men­te! Adam è un ragaz­zo sen­za fil­tri, grez­zo, che vive tut­te le situa­zio­ni per quel­lo che sono, sen­za media­zio­ni, è come pri­vo di dife­se, di pel­le, come dici tu, e Yasmi­ne è il solo fil­tro tra lui e il mon­do. Un mon­do che lui vede e inter­pre­ta con occhi diver­si dagli altri, attra­ver­so i suoi dipin­ti, i colo­ri che dà alle espe­rien­ze. È un ragaz­zo che vive mol­tis­si­me emo­zio­ni ma non sa come affron­tar­le, espri­mer­le. È per que­sto che dipin­ge tan­to, per dare loro voce.

La casa è per Adam il suo san­tua­rio, un luo­go dove col­ti­va­re le pro­prie osses­sio­ni. Un luo­go in cui sa come muo­ver­si, sa esat­ta­men­te quan­te mat­to­nel­le sal­ta­re, come attra­ver­sa­re con un bal­zo il tap­pe­to davan­ti al suo let­to, dove non ha biso­gno di par­la­re con nes­su­no eccet­to Yasmine…
La sua casa è il suo castel­lo, la cono­sce in ogni mini­mo det­ta­glio: l’aspetto del suo let­to, il dise­gno del tap­pe­to, sa su qua­li mat­to­nel­le può cam­mi­na­re, è il luo­go in cui si sen­te più sicu­ro, che lo pro­teg­ge da un modo ester­no che lo ter­ro­riz­za, popo­la­to com’è di per­so­ne con cui non sa inte­ra­gi­re, che non lo capi­sco­no, lo giu­di­ca­no, lo spa­ven­ta­no. La casa lo pro­teg­ge e man mano che la situa­zio­ne fuo­ri si fa più minac­cio­sa, il suo lega­me con la casa diven­ta più for­te, non vor­reb­be mai uscir­ne e quan­do lo fa, non vede l’ora di tor­nar­ci. Pen­so che la casa gli ricor­di sua madre, la sicu­rez­za, l’amore; la casa lo acco­glie come solo le brac­cia di una madre san­no fare, men­tre il mon­do ester­no è ter­ri­bi­le e sconosciuto.

Quan­do i pila­stri di que­sto suo rifu­gio ini­zia­no a scric­chio­la­re e sbri­cio­lar­si (per­de Isa, Yasmi­ne scom­pa­re, Kha­led per­de le mani, la men­te del suo baba si anneb­bia) stra­na­men­te lui si adat­ta con sor­pren­den­te velo­ci­tà. È come se nono­stan­te la sua men­te con­fu­sa lui tiras­se fuo­ri una sor­ta di istin­to che lo por­ta a capi­re che per soprav­vi­ve­re al dram­ma e aiu­ta­re i suoi cari deve adat­tar­si, non trovi? 
C’è un det­to nel­la reli­gio­ne isla­mi­ca: “Dio non ti dà nul­la che tu non pos­sa affron­ta­re” . Tut­to quel­lo che vivia­mo riu­scia­mo per for­za di cose ad affron­tar­lo. Vale anche per Adam. Man mano che la guer­ra si inten­si­fi­ca, che la sua fami­glia si disin­te­gra, diven­ta una per­so­na indi­pen­den­te, che nono­stan­te le limi­ta­zio­ne dell’Asperger diven­ta più capa­ce di affron­ta­re le situa­zio­ni, esce dal pro­prio guscio per­ché non ha altra scel­ta dato che quel guscio è ormai distrut­to. Impa­ra ad adat­tar­si per non morire.

La guer­ra è gene­ral­men­te descrit­ta da pun­ti vista maschi­li e le don­ne entra­no nel qua­dro solo per l’impatto che essa ha sul­le loro vite, ma nel tuo libro fai di Yasmi­ne una pro­ta­go­ni­sta in pri­ma per­so­na, una com­bat­ten­te appas­sio­na­ta che è sta­ta mar­chia­ta a fuo­co dal­la guer­ra. Perché? 
La guer­ra non riguar­da mai tut­ti, non in quan­to uomi­ni o don­ne ma in quan­to gene­re uma­no, sen­za discri­mi­na­zio­ni di età e di gene­re. Come fem­mi­ni­sta pen­so che i libri oggi­gior­no non abbia­no mol­ti pun­ti di vista fem­mi­ni­li ed è anche per que­sta dispa­ri­tà let­te­ra­ria che per me è impor­tan­te mostra­re che, inve­ce, anche le don­ne sof­fro­no e com­bat­to­no armi in pugno per difen­de­re le pro­prie fami­glie e ciò in cui credono.

Leg­gen­do il tuo libro si ha l’impressione che ogni sin­go­lo det­ta­glio sia den­so di signi­fi­ca­to, anche quel­li tipo­gra­fi­ci come la scel­ta del­le maiu­sco­le o del­le minu­sco­le. È come se la gran­dez­za dei carat­te­ri di ogni sin­go­la paro­la ripro­du­ces­se il modo in cui quel­la paro­la risuo­na nel­la men­te di Adam. Come mai, ad esem­pio, hai scel­to di usa­re sem­pre la minu­sco­la per il nome di nabil? 
È nabil l’unico vero ami­co di Adam, l’unica per­so­na al di fuo­ri del­la fami­glia da cui può sem­pre cor­re­re, con cui può sem­pre esse­re se stes­so. L’uso del­la maiu­sco­la lo ren­de­reb­be una figu­ra più for­ma­le, estra­nea. Nel­la men­te di Adam nabil è come un cusci­no, qual­co­sa su cui si può sal­ta­re sen­ten­do­si sicu­ri, pro­tet­ti, è la sua zona protetta.

Sei un’immigrata di secon­da gene­ra­zio­ne, nata a Lon­dra da un siria­no e un’algerina e que­sto libro è chia­ra­men­te un omag­gio alla Siria, Pae­se di ori­gi­ne di tuo padre. Come ti rela­zio­ni con que­sti Pae­si, li con­si­de­ri anche tuoi? 
Sono cre­sciu­ta in Inghil­ter­ra con geni­to­ri di nazio­na­li­tà diver­se, era­va­mo mul­ti­cul­tu­ra­li, aper­ti alle influen­ze ingle­si ma con­ser­va­va­mo le tra­di­zio­ni di entram­bi i pae­si dei miei geni­to­ri. Pen­so di aver pre­so mol­to da tut­te e tre le cul­tu­re, par­lo tre lin­gue e ho impa­ra­to che è fon­da­men­ta­le rispet­ta­re le diver­si­tà nel­le per­so­ne, valo­riz­zar­le. Sono sta­ta cre­sciu­ta nel­la reli­gio­ne isla­mi­ca ma mio padre ci leg­ge­va anche pas­si del­la Bib­bia per­ché essen­zial­men­te le reli­gio­ni giu­dai­ca, isla­mi­ca e cri­stia­na han­no la stes­sa ori­gi­ne e inse­gna­no gli stes­si prin­ci­pi fon­da­men­ta­li. Reli­gio­ne signi­fi­ca uma­ni­tà, pace, rispetto.

C’è un dia­lo­go bel­lis­si­mo nel tuo libro Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra. Yasmi­ne ras­si­cu­ra Adam dicen­do “pre­sto arri­ve­re­mo a Dama­sco e sare­mo al sicu­ro per un po’ e lui rispon­de “Quan­to dura un po’?” “Il più pos­si­bi­le”. Pen­so che que­sto dia­lo­go rap­pre­sen­ti la sin­te­si per­fet­ta dell’incomprensibile irra­zio­na­li­tà del­la guer­ra. L’incapacità del cer­vel­lo uma­no che non sa pro­ces­sa­re l’orrore di cui è testimone…
Infat­ti sin­te­tiz­za i miei sen­ti­men­ti sul­la guer­ra in Siria. Que­sta guer­ra è ini­zia­ta 5 anni fa e la gen­te dice che fini­rà pre­sto, che tor­ne­rà la pace ma quan­to anco­ra deve dura­re? Quan­do sarà abba­stan­za? I siria­ni han­no dovu­to nel cor­so degli ulti­mi cin­que anni lascia­re il loro Pae­se, tra­sfor­mar­si in esu­li, rifu­gia­ti, han­no per­so tut­to e quel­li che sono rima­sti sono com­pres­si in aree sem­pre più pic­co­le, sem­pre più peri­co­lo­se, non han­no scel­ta, ven­go­no ucci­si sen­za poter cer­ca­re scam­po, sen­za poter far sen­ti­re la loro voce. Non voglio sape­re quan­to deve anco­ra dura­re, quan­do i mor­ti saran­no abba­stan­za, quan­to deve dura­re un “altro po’”. Que­sta guer­ra che è ini­zia­ta come una rea­zio­ne spro­po­si­ta­ta del regi­me alla richie­sta di rico­no­sci­men­to dei dirit­ti uma­ni fon­da­men­ta­li da par­te del popo­lo, ormai è solo un gri­do di aiuto.

di Lisa Puzel­la su Man­gia­li­bri 11/01/2017

0

Un corpo senza pelle

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra di Sumia Sukkar

Ros­so rubi­no è il colo­re pre­fe­ri­to da Adam, è il colo­re che ema­na da sua sorel­la Yasmi­ne quan­do è feli­ce. La sua risa­ta è diver­ten­te: è come sbuc­cia­re una mela su una super­fi­cie bagna­ta e splen­den­te. Il gri­gio è il colo­re del­la nega­ti­vi­tà, Gusta­ve Aschen­bach di Mor­te a Vene­zia pul­sa di gri­gio, deve esse­re cat­ti­vo, il gri­gio è il colo­re dei bul­li che lo tor­men­ta­no a scuo­la. L’arancio mesco­la­to al blu è il ter­ro­re negli occhi di qual­cu­no. Il vio­la è il colo­re del­la mor­te, il colo­re che esa­la­va dal­la bara di mam­ma quan­do se ne è anda­ta. Adam capi­sce i colo­ri, il loro alfa­be­to e se ne ser­ve per dipin­ge­re il suo mon­do, che si ridu­ce alla casa che è anche il suo san­tua­rio, un luo­go in cui può nutri­re le sue osses­sio­ni e dove gli altri le rispet­ta­no. Sa esat­ta­men­te qua­li mat­to­nel­le sal­ta­re per arri­va­re al fri­go sen­za che acca­da nul­la di brut­to, sa come sal­ta­re dal­la soglia di came­ra sua al let­to schi­van­do il tap­pe­to, sa quan­ti pas­si a destra fare pri­ma di uno a sini­stra, cono­sce gli umo­ri dei suoi cari: baba, che tor­na a casa tut­te le sere alle 16:48, i suoi Tareq e Kha­led con cui non par­la mai per­ché la sua voce si rifiu­ta di usci­re dal­la gola, suo fra­tel­lo Isa e sua sorel­la Yasmi­ne con cui rie­sce a comu­ni­ca­re anche se non ama mol­to far­lo. Vive in un mon­do gover­na­to da rego­le e abi­tu­di­ni che non rie­sce a deci­fra­re. Adam non capi­sce le men­zo­gne: per­ché le per­so­ne, scel­go­no di rac­con­ta­re qual­co­sa che non è acca­du­to tra­la­scian­do inve­ce qual­co­sa che è acca­du­to? Adam non capi­sce le bar­zel­let­te, ma sa ride­re, solo Yasmi­ne e il suo ami­co e vici­no di casa Ali san­no come far­lo ride­re. Adam non capi­sce le meta­fo­re, ma ne usa a pie­ne mani per inter­pre­ta­re le emo­zio­ni. Adam non capi­sce la guer­ra: per­ché qual­cu­no dovreb­be voler fare del male a qual­cun altro, pri­var­lo del­la vita o del­le mani o del suo bam­bi­no non nato, o del­la casa o di tut­to que­sto insie­me? Que­ste cose lo con­fon­do­no, il ver­de del­la malat­tia lo rat­tri­sta e in que­ste occa­sio­ni bat­te­re i pie­di, don­do­lar­si, con­ta­re, non basta a cal­mar­lo, ha biso­gno di tira­re l’elastico che ha al pol­so una, due, mil­le vol­te, anche se il rumo­re infa­sti­di­sce baba e i segni ros­si si fan­no sem­pre più marcati…

Adam pro­cla­ma di non capi­re le emo­zio­ni, ma, con l’irrompere del­la guer­ra nel­la sua vita, con l’instabilità cre­scen­te dei pila­stri che sor­reg­go­no il suo mon­do, la fuga da Alep­po ver­so la sal­vez­za a Dama­sco, la fame, la sete, il dolo­re, le feri­te sue e dei suoi fami­lia­ri, le per­di­te, i distac­chi tem­po­ra­nei o defi­ni­ti­vi che sia­no, tut­ta la sua esi­sten­za è scar­di­na­ta, il blu­ma­ri­no e il bian­co­ne­ve ‒ i colo­ri del­la mor­te e del dolo­re e del­la per­di­ta ‒ sono sem­pre più pre­sen­ti, ecco che le emo­zio­ni gli flui­sco­no attra­ver­so, gli sfer­za­no la car­ne, non ha più bar­rie­re né pel­le per difen­der­si. Non riman­go­no che il gat­to Liqui­ri­zia e un orec­chio che nascon­de in tasca e tira fuo­ri quan­do ha biso­gno di con­fi­dar­si, di river­sar­ci den­tro il mare di dolo­re e con­fu­sio­ne che lo sof­fo­ca. La sin­dro­me di Asper­ger de Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra è una par­te essen­zia­le del libro esat­ta­men­te quan­to la guer­ra. Adam rac­con­ta se stes­so e ciò che gli è ester­no attra­ver­so l’unico alfa­be­to che gli è fami­lia­re: i colo­ri; le sue osses­sio­ni sono la bar­rie­ra di dife­sa tra un ragaz­zo che sem­bra vive­re gli even­ti attra­ver­so un cor­po sen­za pel­le, tut­to lo toc­ca in manie­ra dolo­ro­sa e stor­den­te, il mon­do suo­na le sue note sto­na­te e caco­fo­ni­che strim­pel­lan­do diret­ta­men­te sul­le cor­de dei suoi ner­vi. La voce di Yasmi­ne, che si alter­na alla sua nel rac­con­to del­la fuga, è inve­ce poten­te, sten­to­rea, qua­si dolo­ro­sa­men­te con­cre­ta. È una don­na appas­sio­na­ta, una com­bat­ten­te riso­lu­ta, che ha paga­to col pro­prio cor­po il prez­zo del­la ribel­lio­ne, che ha rinun­cia­to a mol­to per amo­re di Adam e che gui­de­rà tut­ta la fami­glia nel­la mar­cia mas­sa­cran­te attra­ver­so il deser­to, si pren­de­rà cura di tut­ti, di Ami­ra e del bam­bi­no fan­ta­sma che abi­ta nel suo cor­po, di Kha­led sen­za mani, di Ali e Adam e Tareq; pren­de deci­sio­ni dure come lasciar anda­re via ver­so la sal­vez­za baba mala­to; ingo­ia il dolo­re del­la per­di­ta di Isa e sop­por­ta le tor­tu­re e il car­ce­re. Un libro com­ples­so, poten­te, che affron­ta due temi dif­fi­ci­lis­si­mi con leg­ge­rez­za e ori­gi­na­li­tà non disgiun­te da una pro­fon­da capa­ci­tà di inda­gi­ne, un testo in cui tut­to ha un suo sen­so e con­tri­bui­sce a decli­na­re e dise­gna­re le emo­zio­ni di Adam e di tut­ti gi atto­ri di un dram­ma che da nazio­na­le si fa inti­mo, per­so­na­le. Mol­to signi­fi­ca­ti­va è la scel­ta dell’autrice di non usa­re le maiu­sco­le per alcu­ni nomi pro­pri o di usar­le in un cer­to modo per dare for­za gra­fi­ca agli sta­ti d’animo. Nel com­ples­so un bel­lis­si­mo libro, a par­ti­re dal­la veste edi­to­ria­le cura­tis­si­ma impre­zio­si­ta da una stu­pen­da coper­ti­na e da un cameo in pri­ma pagi­na che sin­te­tiz­za il tema del libro.

Man­gia­li­bri, Lisa Puzel­la, 11/01/2016

0

La guerra di Aleppo vissuta con la sindrome di Asperger

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” il nuovo libro di Sumia Sukkar

Quan­do esplo­de una bom­ba per Adam, il gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta di “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” di Sumia Suk­kar (Il Siren­te, tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni), diven­ta tut­to gri­gio. Ogni emo­zio­ne per lui cor­ri­spon­de a un colo­re e ogni choc lo spin­ge a dipin­ge­re. Adam vive ad Alep­po, ha 14 anni, è affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger, distur­bo del­lo svi­lup­po impa­ren­ta­to con l’autismo, ed è sua la voce nar­ran­te del­la sto­ria che Sumia Suk­kar, gio­va­ne autri­ce nata a Lon­dra nel 1992 da padre siria­no e madre alge­ri­na, ha scel­to per rac­con­ta­re la vita di una fami­glia siria­na nel mez­zo del­la dram­ma­ti­ca cri­si comin­cia­ta nel 2011.

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia Sukkar

Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guerra_cover

Un pun­to di vista ori­gi­na­le che enfa­tiz­za e poten­zia la sen­sa­zio­ne di incom­pren­si­bi­li­tà e di assur­do che si pro­va di fron­te al con­flit­to siria­no e che por­ta l’attenzione sul mon­do dell’infanzia feri­ta dal­le guer­re. I bam­bi­ni siria­ni, infat­ti, come sot­to­li­nea anche l’autrice “si sono sve­glia­ti improv­vi­sa­men­te un gior­no e si sono tro­va­ti adul­ti, per­den­do una par­te essen­zia­le dell’esperienza del­la crescita”.

Scuo­le chiu­se, pol­ve­re su ogni super­fi­ce, man­can­za di cibo e di elet­tri­ci­tà, cor­pi ste­si a ter­ra, boa­ti improv­vi­si, pau­ra, vio­len­za e distru­zio­ne ovun­que. “Non c’è più colo­re ad Alep­po. Tut­to è gri­gio, anche noi”. Que­sta è la real­tà che il pic­co­lo Adam vive d’un trat­to nel­la sua bel­la Alep­po, cit­tà che Sumia Suk­kar non ha mai visto ma che si è fat­ta rac­con­ta­re dai paren­ti in lun­ghe e stra­zian­ti con­ver­sa­zio­ni via Skype.

Più che il luo­go per l’autrice era impor­tan­te mostra­re le dif­fi­col­tà di com­pren­sio­ne del­la situa­zio­ne che si vivo­no oggi in Siria e che lei stes­sa pro­va. Una real­tà che Sumia sen­te appar­te­ner­le pro­fon­da­men­te pur essen­do nata in Inghil­ter­ra e sen­ten­do­si “a casa” a Lon­dra. Adam, il pro­ta­go­ni­sta, non capi­sce quel­lo che suc­ce­de intor­no a lui. La guer­ra gli fa gira­re la testa. Non rie­sce a rin­trac­cia­re i pen­sie­ri, met­ter­li in ordi­ne e a dire ciò che sente.

Ho scel­to un per­so­nag­gio con la sin­dro­me di Asper­ger per dar­gli un toc­co di inno­cen­za, in con­tra­sto con le cose orri­bi­li che acca­do­no in guer­ra” spie­ga l’autrice al suo debut­to nar­ra­ti­vo che ha già rac­col­to mol­ti suc­ces­si, tra cui la dram­ma­tiz­za­zio­ne radio­fo­ni­ca del­la sto­ria tra­smes­sa nel pre­sti­gio­so “Satur­day Dra­ma” del­la BBC, dopo la qua­le sono sta­ti acqui­sta­ti i dirit­ti per la rea­liz­za­zio­ne di un film trat­to dal libro.

Sumia Suk­kar

Sumia fa gira­re la vita del pro­ta­go­ni­sta intor­no al colo­re. Adam vede le per­so­ne avvol­te da un’aurea colo­ra­ta a secon­da dei loro sta­ti d’animo e, per pro­va­re sol­lie­vo, dipin­ge il suo ter­ri­fi­can­te vis­su­to, gior­no per gior­no, choc dopo choc, men­tre la sua mera­vi­glio­sa cit­tà vie­ne divi­sa e distrut­ta dai bom­bar­da­men­ti. Resta­no nel­le stra­de solo sche­le­tri di palaz­zi, poz­ze di fan­go, fasci di fili elet­tri­ci pen­zo­lan­ti e fumo nell’aria, la gen­te muo­re o scap­pa e anche la sua casa fini­rà in mace­rie. L’unico modo che il ragaz­zi­no tro­va per non pen­sa­re, per espri­me­re le sue emo­zio­ni e per soprav­vi­ve­re a un’atmosfera cupa, impol­ve­ra­ta e neb­bio­sa è la pittura.

L’arte diven­ta così una for­ma di resi­sten­za a que­sto momen­to buio in cui il gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta si tro­va tan­to da valu­ta­re la pos­si­bi­li­tà di dise­gna­re con il san­gue, inte­so come meta­fo­ra di vita. “Come può il san­gue pren­de­re il posto del colo­re?” si chie­de a un cer­to pun­to quan­do gli com­pa­re davan­ti agli occhi e una par­te di sé lo spin­ge a pren­der­ne un po’ per dipin­ge­re. “Il san­gue è vera­men­te den­so, ma c’è ne così tan­to che sem­bra acqua… / Sem­bra cal­do e fred­do allo stes­so tem­po. Quan­do toc­chi il san­gue, è come se le tue sen­sa­zio­ni si scol­le­gas­se­ro. I miei sen­si sono con­fu­si…” dice Adam e tira indie­tro la mano. Poi fa uno schiz­zo: un occhio nel mez­zo del­la pagi­na con una pupil­la che ha den­tro una sto­ria. Come se quel­la sto­ria fos­se tut­ta da scri­ve­re: la sto­ria del­la nuo­va Siria che rina­sce­rà dopo la distruzione.

 Reset, Fran­ce­sca Bel­li­no, 11/01/2017

0

«I miracoli» di Abbas Khider

Khider produce l’affresco lieve, ironico, leggero, speziato al punto giusto di un’odissea

Un libro che occhieg­gia invi­tan­te dal tavo­li­no davan­ti al posto accan­to al suo, un lun­go viag­gio in tre­no attra­ver­so la Ger­ma­nia, un pas­seg­ge­ro che non può non sen­tir­si attrat­to dal volu­mi­no­so pli­co di fogli con l’ammiccante tito­lo nel­la sua lin­gua di ori­gi­ne “Memo­rie”. Quan­do per un for­tui­to malin­te­so il pli­co gli fini­sce sul­le ginoc­chia gli basta un’occhiata per capi­re che l’occupante del posto non tor­ne­rà a recla­mar­lo e un atti­mo per lasciar­si assor­bi­re nel­la let­tu­ra. Hamid Rasul ha affi­da­to alle pagi­ne ver­ga­te in incer­ti trat­ti a mati­ta la pro­pria vita: la gio­vi­nez­za in Iraq, le anghe­rie del car­ce­re di regi­me ad appe­na diciot­to anni, la fuga dap­pri­ma in Gior­da­nia, poi in Ciad, Libia, Tur­chia, Gre­cia, per appro­da­re infi­ne all’agognata ma delu­den­te Euro­pa, arri­van­do in Ger­ma­nia dopo una sosta obbli­ga­ta sul suo­lo ita­lia­no. Saran­no mol­te le fal­se par­ten­ze che dovrà sop­por­ta­re pri­ma di giun­ge­re in Euro­pa, e, nel cor­so di cia­scu­na farà incon­tri stre­pi­to­si, visi­te­rà nuo­ve cel­le di pri­gio­ne, incon­tre­rà don­ne fasci­no­se, vivrà gran­di amo­ri, pas­sio­ni fuga­ci e inten­se ami­ci­zie, tro­ve­rà mil­le espe­dien­ti di sopravvivenza…

I miracoli : Abbas KhiderDi pari pas­so con i sen­ti­men­ti ispi­ra­ti­gli dal­le mol­te­pli­ci figu­re fem­mi­ni­li che sin dal­la pri­ma ado­le­scen­za han­no tur­ba­to i suoi sogni e occu­pa­to i suoi pen­sie­ri, pro­ce­de il più gran­de degli inna­mo­ra­men­ti, quel­lo che lo coglie ado­le­scen­te e non lo abban­do­ne­rà più, accom­pa­gnan­do­lo nel­le sue pere­gri­na­zio­ni fino al tre­no su cui un pas­seg­ge­ro che si chia­ma come lui sta leg­gen­do i sui scrit­ti: l’amore per la scrit­tu­ra, per la poe­sia. È una fre­ne­sia che lo coglie ogni qual vol­ta incon­tra una nuo­va don­na, o quan­do la sua vita sta attra­ver­san­do fasi deli­ca­te, è tal­men­te tota­liz­zan­te da spin­ger­lo a qual­sia­si fol­lia pur di pro­cu­rar­si la car­ta, che gli è più neces­sa­ria del cibo. Ini­zie­rà ruban­do i fogli in cui i suoi geni­to­ri com­mer­cian­ti di dat­te­ri avvol­go­no la mer­ce, poi rube­rà quel­li in cui i vari ban­chet­ti del mer­ca­to avvol­go­no il cibo. Scri­ve­rà sui muri di tute le cel­le in cui sarà dete­nu­to, e, quan­do da esu­le in Ger­ma­nia la sua paga di 60 euro al mese non gli con­sen­ti­rà di com­prar­la, rube­rà i gior­na­li per scri­ve­re lun­go i mar­gi­ni, e poi ne rube­rà dei fogli a Sara, la sua fidan­za­ta tede­sca, che, ali­men­ta , com­pli­ce, que­sta abi­tu­di­ne. Abbas Khi­der, alter ego del pro­ta­go­ni­sta ha crea­to ne I mira­co­li una sor­ta di gio­co di spec­chi attra­ver­so il qua­le il pas­seg­ge­ro let­to­re leg­ge la pro­pria sto­ria e la rac­con­ta a se stes­so e al let­to­re. Nes­su­na del­le espe­rien­ze nar­ra­te, però, è mai oppri­men­te o dipin­ta in toni foschi e melo­dram­ma­ti­ci. È solo a poste­rio­ri che ci si ren­de con­to dell’intensità del dolo­re, dell’estensione del­le pri­va­zio­ni, del­la pro­fon­di­tà del­le offe­se che quest’uomo ha con­di­vi­so con i suoi com­pa­gni di viag­gio, dagli sca­fa­ti came­rie­ri al pic­co­lo Sher­zad, costret­to a viag­gia­re con uni­co baga­glio la sua sto­ria e doven­do lascia­re die­tro di sé anche i pochi fogli che di vol­ta in vol­ta rie­sce a raci­mo­la­re e riem­pi­re. Le con­di­zio­ni di vita, l’annichilimento di esse­ri uma­ni costret­ti a vive­re in 20 in una stan­za e a soprav­vi­ve­re cam­bian­do le cas­set­te dei film por­no nel retro di un bar mal­fa­ma­to oppu­re inse­gnan­do ara­bo in un vil­lag­gio di mon­ta­gna del Ciad dove i muri sono miste­rio­sa­men­te rico­per­ti del suo nome. Il dolo­re, la sof­fe­ren­za per le tor­tu­re, i ten­ta­ti­vi fal­li­ti di lascia­re la Gre­cia e la Tur­chia, i com­pa­gni di viag­gio per­si in mare, quel­li costret­ti a paga­re con la pro­pria digni­tà o quel­la dei loro cari viag­gi costo­sis­si­mi e sen­za garan­zie, tut­to vie­ne in qual­che modo cir­con­fu­so da un alo­ne dol­ce, pro­fu­ma­to come il sen­to­re del­le don­ne che ha incon­tra­to e che lo han­no inna­mo­ra­to, del­la poe­sia che tor­na a ispi­ra­re la sua mano ogni vol­ta che un cer­to sogno di un tem­pio si ripre­sen­ta. La dol­cez­za di un paio di seni, la clas­si­fi­ca­zio­ne meto­di­ca dei poste­rio­ri che ha incon­tra­to in tre con­ti­nen­ti, fan­no sem­pre da con­trap­pun­to a una nar­ra­zio­ne che rie­sce a non far mai per­de­re il sor­ri­so all’attonito let­to­re. Khi­der pro­du­ce l’affresco lie­ve, iro­ni­co, leg­ge­ro, spe­zia­to al pun­to giu­sto di un’odissea che a trat­ti si fa roman­zo pica­re­sco e che lascia sul­le dita, qua­si pal­pa­bi­le, un aro­ma di zuc­che­ro e can­nel­la, un sen­so di mera­vi­glia che irre­ti­sce il let­to­re di riga in riga, a par­ti­re dal­la splen­di­da coper­ti­na e dal­la gra­fi­ca con­cet­tua­le del­la pri­ma pagi­na del volu­me, che, in linea col resto del­la col­la­na ripor­ta un deli­ca­to cameo che rias­su­me bene la sto­ria del suo auto­re, un tube­ro sul qua­le ha attec­chi­to una pian­ta irachena.

Recen­sio­ne del libro I mira­co­li di Abbas Khi­der Man­gia­li­bri, Lisa Puzel­la, 11/01/2017

0

La guerra filtrata dai colori di Adam

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra su SuperAbile

(il magazine per la disabilità)

Nato con la sin­dro­me di Asper­ger, il quat­tor­di­cen­ne Adam è il pro­ta­go­ni­sta del roman­zo Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra (Edi­tri­ce il Siren­te), in cui Sumia Suk­kar rac­con­ta il con­flit­to siria­no attra­ver­so lo sguar­do di un ragaz­zo a cui non «pia­ce incon­tra­re per­so­ne nuo­ve». Pro­prio per­ché Adam cer­ca di espri­me­re le sue emo­zio­ni attra­ver­so la pit­tu­ra, ogni capi­to­lo pren­de il nome di un colo­re, quel­lo che avvol­ge le per­so­ne a secon­da dei loro sta­ti d’animo, ma il suo pre­fe­ri­to è il ros­so rubi­no, anche se non sop­por­ta vede­re il sangue.

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia Sukkar

Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guerra_cover 

«Ogni tan­to uso toni pastel­lo, altre vol­te for­ti e acce­si», dice il pro­ta­go­ni­sta, che cer­ca di resi­ste­re alla vio­len­za assur­da del­la guer­ra attra­ver­so l’arte, con­cen­tran­do­si anche su imma­gi­ni e suo­ni. Nel dram­ma­ti­co viag­gio ver­so Dama­sco, lasce­rà cade­re la bar­rie­ra del con­tat­to fisi­co con la sorel­la Yasmi­ne, in segui­to a un bom­bar­da­men­to che li feri­sce entram­bi. «Guer­ra signi­fi­ca per­de­re ciò che ami. Pace è ciò che resta quan­do fini­sce la guer­ra», sin­te­tiz­za. Bri­tan­ni­ca di padre siria­no e madre alge­ri­na, l’autrice Sumia Suk­kar ha 24 anni ma ha scrit­to il suo roman­zo d’esordio tre anni fa, dopo aver stu­dia­to scrit­tu­ra crea­ti­va alla King­ston Uni­ver­si­ty di Lon­dra. Un suc­ces­so di cri­ti­ca e di pub­bli­co: nel 2014 il ria­dat­ta­men­to radio­fo­ni­co è anda­to in onda nel pro­gram­ma Satur­day Dra­ma del­la Bbc e sono sta­ti acqui­sta­ti i dirit­ti del libro per la rea­liz­za­zio­ne di un film.

Supe­rA­bi­le Inail, Lau­ra Bada­rac­chi, Gen­na­io 2017

0

Francesca Paci, “La Stampa” (9 gennaio 2017)

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Sumia Sukkar, c’è un ragazzo che ha visto morire i colori di Aleppo

La scrittrice algerino-siriana racconta la guerra attraverso gli occhi di un giovane pittore

di Fran­ce­sca Paci, “La Stam­pa” (9 gen­na­io 2017)

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarGli ulti­mi gior­ni di Alep­po, dopo quat­tro anni di asse­dio gover­na­ti­vo aggra­va­to dal­la pres­sio­ne dell’Isis, sono cupi, gri­gi, le foto che giun­go­no dall’interno rac­con­ta­no le mace­rie e la scom­par­sa dei colo­ri. Alep­po ricor­da Sara­je­vo, si è det­to. Ma for­se ricor­da anco­ra di più Guer­ni­ca, la cit­tà basca sven­tra­ta dai fran­chi­sti così come la dipin­se memo­ra­bil­men­te Picas­so. Si può fin­ge­re di non vede­re, ma la fine del mon­do è lì, a due ore di volo dall’Italia. Chi non si accon­ten­ta del­le cro­na­che, che fati­can­do a tene­re il pas­so del­la distru­zio­ne pro­fon­da inse­guo­no la con­ta dei mor­ti, può met­te­re mano oggi a un bre­ve roman­zo inti­to­la­to “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”, l’opera pri­ma del­la 24enne alge­ri­no-siria­na Sumia Suk­kar in cui sen­za la pre­sun­zio­ne di spie­ga­re l’inspiegabile il pic­co­lo pro­ta­go­ni­sta Adam illu­stra pas­so pas­so la per­di­ta di colo­re del­la sua vita.

L’esperimento let­te­ra­rio fun­zio­na. Sia­mo ad Alep­po, un perio­do inde­fi­ni­to ma recen­te. Adam ha 14 anni, ha per­so la mam­ma quan­do ne ave­va 11 e vive ad Alep­po con il padre, i fra­tel­li Kha­led e Tariq e l’adorata sorel­la Yasmi­ne, dal­la cui vario­pin­ta per­so­na­li­tà s’ispira per dipin­ge­re qua­dri su qua­dri. La sua tavo­loz­za regi­stra pen­nel­la­ta dopo pen­nel­la­ta l’involuzione del­la tra­ge­dia siria­na ini­zia­ta nel 2011 come paci­fi­ca pro­te­sta con­tro il dit­ta­to­re di Dama­sco e dege­ne­ra­ta nell’inferno in cui, con gli idea­li, sono mor­te alme­no 400 mila persone.

Adam dipin­ge, sogna la com­pa­gna di scuo­la «dagli occhi color Nutel­la» di cui ha dimen­ti­ca­to il nome, leg­ge Mor­te a Vene­zia di Tho­mas Mann e nota che Gustav Aschen­bach ha un nome gri­gio. La Sto­ria subi­sce un’accelerata e la sua vita si fer­ma, impri­gio­na­ta in un eter­no pre­sen­te dove si annul­la tut­to, l’amore segre­to di Yasmi­ne, l’arrivo in fami­glia del­la bel­lis­si­ma cugi­na Ami­ra rima­sta vedo­va, il ricor­do del­le vacan­ze al mare, la mili­tan­za dei fra­tel­li sem­pre più brac­ca­ti dai gover­na­ti­vi, i vici­ni di casa ster­mi­na­ti in salot­to e lascia­ti a mar­ci­re nel loro san­gue, la fol­lia inci­pien­te del padre che pren­de a chia­ma­re tut­ti con il nome del­la moglie defun­ta, Maha.

«Non so chi sono i buo­ni e chi sono i cat­ti­vi» dice a un cer­to pun­to il pro­ta­go­ni­sta ripe­ten­do un pen­sie­ro del­la sorel­la. Alep­po è un fan­ta­sma così come le ban­die­re dei ribel­li, la gen­te vie­ne giu­sti­zia­ta a raf­fi­ca, al mer­ca­to ber­sa­glia­to dai com­bat­ti­men­ti si tro­va­no solo dat­te­ri dal sapo­re anti­co. Ormai imper­ver­sa il nero. Quan­do degli uomi­ni “bion­di e gran­di” rapi­sco­no Yasmi­ne sot­to i suoi occhi impo­ten­ti Adam boc­cheg­gia: «Ho il cuo­re nel­lo sto­ma­co (…). E’ come se il catra­me bol­len­te ci fos­se cala­to sopra».

I colo­ri incal­za­no la let­tu­ra e la guer­ra siria­na non sem­bra più quell’eco lon­ta­na in sot­to­fon­do alle nostre pene refe­ren­da­rie. Yasmi­ne nel­le mani dei suoi aguz­zi­ni subi­sce le tor­tu­re più atro­ci e si tin­ge di inda­co, fin quan­do vie­ne libe­ra­ta da un grup­po di ribel­li che inneg­gia­no a un Dio del­la cui esi­sten­za si fa fati­ca a con­vin­cer­si. Adam dipin­ge come un for­sen­na­to, imma­gi­na di sen­ti­re l’amato Geor­ge Orwell sug­ge­rir­gli che il san­gue è il sosti­tui­vo del­la pit­tu­ra e ne rac­co­glie in stra­da per can­cel­la­re alme­no dal­le sue tele il gri­gio che gra­dual­men­te avvol­ge la cit­tà e la vita.

L’epilogo del libro non è anco­ra l’epilogo di Alep­po, alme­no non men­tre scri­via­mo. Il pro­ta­go­ni­sta si aggrap­pa a un gat­to sal­va­to dai con­na­zio­na­li affa­ma­ti che vor­reb­be­ro nutrir­se­ne e si met­te in cam­mi­no ver­so Dama­sco con la sorel­la e quan­to resta del­la fami­glia. La stra­da è lun­ga in tut­ti i sen­si, la sal­vez­za una chi­me­ra, il ricor­do dell’inno nazio­na­le un requiem dispe­ra­to, vita e sogno si con­fon­do­no e con­fon­do­no il let­to­re. «Per­ché c’è una rivo­lu­zio­ne? (…). Non c’è più colo­re ad Alep­po. Tut­to è gri­gio, anche noi». Chiu­so il libro resta la Sto­ria, dif­fi­ci­le fare anco­ra fin­ta di niente.

All’inizio (del libro) fu l’arancione. Sono pas­sa­ti 11 mesi da quan­do i pri­mi atti­vi­sti ispi­ra­ti da piaz­za Tah­rir han­no por­ta­to in stra­da la richie­sta di demo­cra­zia. Il mon­do di Adam è anco­ra in pie­di, in casa si man­gia­no ver­du­re ripie­ne e cir­co­la l’aroma del caf­fè, la tv dif­fon­de la disin­for­ma­zio­ne del regi­me ma fun­zio­na, la fine­stra inqua­dra l’abbandono dell’un tem­po viva­ce caf­fè Shams eppu­re l’aria pro­fu­ma anco­ra di vita. Poi la scuo­la chiu­de, l’acqua e l’elettricità comin­cia­no a scar­seg­gia­re, il fri­go­ri­fe­ro si svuo­ta, per stra­da com­pa­io­no cada­ve­ri scom­po­sti e Adam vede vio­la, lo stes­so vio­la che ave­va visto ema­na­re dal­la bara del­la mam­ma. I dimo­stran­ti dila­ga­no, i fra­tel­li e la sorel­la sono dei loro, gli slo­gan ripe­to­no «Abbas­so il regi­me», si spa­ra, esplo­do­no le bom­be e si lascia­no die­tro mace­rie su mace­rie, il vio­la si mesco­la al ros­so del sangue.

0

Giuseppe Iannozzi, 6 dicembre 2016

La distopia di Ahmed Nàgi fra George Orwell e Jonathan Lethem

Il 16 maggio 2016 PEN ha assegnato ad Ahmed Nàgi il PEN/Barbey Freedom to Write Award, riconoscendo la sua lotta di fronte alle avversità per il diritto alla libertà di espressione.

Chec­ché se ne dica, 1984 di Geor­ge Orwell, si sia d’accordo o no, ha dato il là a un nuo­vo modo di fare e di inten­de­re la Let­te­ra­tu­ra, la disto­pia socio-poli­ti­ca è così entra­ta a far par­te dell’immaginario col­let­ti­vo e, soprat­tut­to, ha for­ni­to a tan­ti e tan­ti scrit­to­ri il corag­gio di dir­si con­tro i regi­mi tota­li­ta­ri denun­cian­do l’invivibile pre­ca­rie­tà del pro­prio tem­po storico.

Ahmed Nàgi scri­ve Vita: istru­zio­ni per l’uso, è que­sto il tito­lo ita­lia­no del roman­zo Isti­kh­dam al-Hayat illu­stra­to da Ayman al-Zor­ka­ny e pub­bli­ca­to in Ita­lia da Il Siren­te nel­la col­la­na Altria­ra­bi. Il roman­zo si pre­sen­ta al let­to­re come una vera e pro­pria disto­pia in per­fet­to sti­le orwel­lia­no: una cata­stro­fe natu­ra­le ha sov­ver­ti­to l’ordine del Cai­ro, la vita non è più quel­la dei tem­pi pas­sa­ti, lun­go le stra­de si tra­sci­na­no dispe­ra­ti più mor­ti che vivi, le malat­tie imper­ver­sa­no e mie­to­no vit­ti­me a iosa. La tec­no­lo­gia, anch’essa, è sol più un ricor­do. Il cie­lo che copre il Cai­ro è vuo­to e all’orizzonte nes­su­na spe­ran­za. Cio­no­no­stan­te Bas­san tie­ne vivo un sogno, un sogno gran­de: la rico­stru­zio­ne del Cai­ro. Si ado­pe­ra insie­me alla Socie­tà degli Urba­ni­sti per­ché il sogno pos­sa un gior­no esse­re real­tà tan­gi­bi­le. Bas­san fa la cono­scen­za di Ihab Has­san, che ha un’idea per restau­ra­re la bel­lez­za e il ful­go­re che sem­bra­no esser sta­ti per sem­pre per­du­ti nel­le sab­bie del tempo.
Il Cai­ro è di fat­to un infer­no, una cloa­ca sot­to un cie­lo plum­beo, così lo imma­gi­na lo scrit­to­re e gior­na­li­sta egi­zia­no Ahmed Nàgi con­dan­na­to a due anni di car­ce­re per aver scrit­to e dato alle stam­pe que­sto lavo­ro disto­pi­co. Al pari di Orwell, Ahmed Nàgi descri­ve una socie­tà ridot­ta ai mini­mi ter­mi­ni: i sen­ti­men­ti sono vie­ta­ti, pro­va­re emo­zio­ni non è pos­si­bi­le per­ché l’ordine del­la repres­sio­ne vuo­le che tut­ti gli indi­vi­dui sia­no alli­nea­ti, vuo­ti e nell’anima e nel­la psiche.

Il lavo­ro di Nàgi è sta­to subi­to bol­la­to come “offe­sa alla pub­bli­ca mora­le”: per­ché? L’autore descri­ve, per som­mi capi in veri­tà, una sce­na di ses­so in una socie­tà dove i sen­ti­men­ti sono sta­ti abo­li­ti. Nel cor­so del sesto capi­to­lo un grup­pet­to di gio­va­ni sogna­no e sogna­no for­te: rol­la­no can­ne, ingol­la­no bir­ra e soprat­tut­to si lec­ca­no le pupil­le sognan­do l’amore. Non ci si lasci però ingan­na­re: la sce­na non con­tie­ne nes­sun ele­men­to real­men­te sca­bro­so, è difat­ti essa poi solo un espe­dien­te let­te­ra­rio vec­chio come il cuc­co per rida­re all’amore l’amore, null’altro che questo.

La vita: istru­zio­ne per l’uso
 di Ahmed Nàgi non è un roman­zo feti­ci­sta che par­la a spron bat­tu­to di ses­so pur non man­can­do di ritrar­re per­so­nag­gi quan­to­me­no biz­zar­ri, da vero e pro­prio bur­le­sque, que­sto è bene sot­to­li­near­lo, è inve­ce foto­gra­fia di una socie­tà sce­ve­ra­ta di vive­re la liber­tà, di ope­ra­re, sen­za costri­zio­ni e pres­sio­ni ester­ne, le sue pro­prie scel­te: la cit­tà pos­sie­de uomi­ni e don­ne, nes­su­no è padro­ne di nien­te e nes­su­no deve per­met­ter­si di cre­de­re nel libe­ro arbitrio.

Ahmed Nàgi non fa alcun accen­no ai fat­ti occor­si pri­ma e dopo la rivo­lu­zio­ne (2011), ma non è una dimen­ti­can­za la sua, è inve­ce una scel­ta pre­ci­sa come a voler sot­to­li­nea­re che nul­la è cam­bia­to vera­men­te dopo la desti­tu­zio­ne del tren­ten­na­le regi­me del Pre­si­den­te Hosni Muba­rak. Affin­ché il Cai­ro pos­sa esse­re una cit­tà viva per la vita, per i sen­ti­men­ti e la car­na­li­tà anche, c’è una sola pos­si­bi­li­tà e que­sta è rap­pre­sen­ta­ta da La Socie­tà degli Urba­ni­sti ret­ta dal­la maga Papri­ka. Il pro­get­to di Papri­ka, for­te del­la sua magia, è quel­lo di crea­re un nuo­vo cen­tro urba­no iper­tec­no­lo­gi­co: distrug­ge­re il Cai­ro affin­ché risor­ga diver­so, com­ple­ta­men­te nuo­vo. Nàgi dà così ini­zio a una vera e pro­pria disto­pia dai con­tor­ni inquie­tan­ti e non poco realistici.

Vita: istru­zio­ni per l’uso di Ahmed Nàgi è un per­fet­to roman­zo disto­pi­co, per­fet­to per­ché, con estre­ma sapien­za, l’autore fa sua la lezio­ne di Geor­ge Orwell e quel­la di Jona­than Lethem.

06/12/2016  Giu­sep­pe Iannozzi

0

Passando per Aleppo

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra di Sumia Sukkar

Edi­tri­ce Il Siren­te ha pub­bli­ca­to Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra, di Sumia Suk­kar (tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni). Non si trat­ta di una serie di rac­con­ti ma di un roman­zo che del­la for­ma bre­ve ha lo sti­le essenziale.

È un libro diret­to, sen­za fron­zo­li, che rac­con­ta in modo ori­gi­na­le il dram­ma siria­no attra­ver­so lo sguar­do di un gio­va­ne affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger. Adam e la sua fami­glia vivo­no le pro­fon­de sof­fe­ren­ze di un inte­ro popo­lo, sof­fe­ren­ze descrit­te in modo empa­ti­co sot­to for­ma di repor­ta­ge let­te­ra­rio (una sor­ta di can­di­do new jour­na­li­sm), da chi la guer­ra non la capi­sce e attra­ver­so la pro­pria crea­ti­vi­tà e la pro­pria inno­cen­za ten­ta incon­sa­pe­vol­men­te di dare spe­ran­za a chi lo cir­con­da. Scrit­to quan­do l’autrice ave­va solo ven­tu­no anni, Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra, è un roman­zo dal lin­guag­gio sem­pli­ce e leg­ge­ro, capa­ce di nar­ra­re pro­fon­de ingiu­sti­zie e dina­mi­che fami­lia­ri e socia­li deva­sta­te da un con­flit­to che sem­bra non ave­re fine. Un testo uti­le, a mio avviso, per i let­to­ri più gio­va­ni, spes­so disin­te­res­sa­ti a for­me di sag­gi­sti­ca pom­po­sa e arzigogolata.

Dall’articolo Appun­ti da un bor­del­lo tur­co (pas­san­do per New Orleans, Alep­po e Buca­re­st) di Loren­zo Maz­zo­ni pub­bli­ca­to il 29 novem­bre 2016 su il Fat­to Quotidiano

0

Un esperimento ben riuscito

Vita: istruzioni per l’uso” di Ahmed Nàgi e Ayman al Zorqani

/SPAZIO AI LETTORI

14468503_949408731837457_4502732547258521044_oL’ultimo roman­zo di Ahmed Nàgi arri­va final­men­te in Ita­lia, fra pro­ces­si allo stes­so auto­re per pre­sun­ta vio­la­zio­ne al deco­ro e tan­ti inter­ro­ga­ti­vi per ara­bi­sti alle pri­me armi come il sot­to­scrit­to: che tipo di libro sarà? Fan­ta­scien­ti­fi­co o più affi­ne al “rea­li­smo magi­co” visto in Frank­en­stein a Bagh­dad di Ahmed Saa­da­wi? Sarà dav­ve­ro così espli­ci­to da far­lo incar­ce­ra­re? E mol­ti altri, fra cui pos­sia­mo inclu­de­re anche il dub­bio riguar­dan­te la scel­ta di crea­re un’opera ibri­da fra testo scrit­to e gra­phic novel attra­ver­so le illu­stra­zio­ni di Ayman Al Zor­qa­ni. Nel roman­zo ini­zial­men­te ci vie­ne pre­sen­ta­ta una Cai­ro total­men­te tra­sfor­ma­ta in segui­to a del­le vio­len­te tem­pe­ste di sab­bia che han­no costret­to i super­sti­ti a tra­sfe­rir­si in una nuo­va cit­tà poco distan­te dal­la pri­ma. Subi­to dopo vie­ne intro­dot­to il pro­ta­go­ni­sta supre­mo del libro ossia Bas­sam Baghat, un docu­men­ta­ri­sta alle pri­me armi, che per caso vie­ne a cono­scen­za dell’esistenza del­la “socie­tà degli urba­ni­sti”, miste­rio­sa orga­niz­za­zio­ne che pro­get­ta di miglio­ra­re il mon­do par­ten­do da una nuo­va pia­ni­fi­ca­zio­ne metro­po­li­ta­na. A capo del­la sezio­ne cai­ro­ta vi sono Ilhab Has­san e Papri­ka che nutro­no idee oppo­ste riguar­do alla dire­zio­ne da pren­de­re riguar­do al futu­ro del­la socie­tà e che a cau­sa di ciò entra­no in con­flit­to, coin­vol­gen­do Bas­sam e la sua com­pa­gnia. Para­dos­sal­men­te il pun­to debo­le di que­sto roman­zo risul­ta esse­re la tra­ma stes­sa, trop­po con­fu­sa e a trat­ti ingiu­sti­fi­ca­ta­men­te com­ples­sa; l’obbiettivo di Nagi non è però quel­lo di por­tar­ci una sto­ria “clas­si­ca” quan­to piut­to­sto quel­lo di far­ci immer­ge­re appie­no nel­la men­te di Bas­sam, con­ti­nua­men­te immer­sa nei fumi dell’alcool e dell’hashish e con­nes­si anche con un males­se­re inte­rio­re. Per chi ha pro­va­to tali sen­sa­zio­ni saran­no allo­ra chia­re le scel­te dell’autore da un pun­to di vista nar­ra­ti­vo, le illu­stra­zio­ni di Al Zor­qa­ni, ad esem­pio, sti­li­sti­ca­men­te per­fet­te con i toni del roman­zo, avran­no il com­pi­to di diso­rien­tar­ci e diver­tir­ci, com­pa­ren­do spes­so in pun­ti ina­spet­ta­ti del roman­zo e por­tan­do avan­ti nel let­to­re il sen­so di smar­ri­men­to. Altra doman­da che que­sto lavo­ro di Nagi si por­ta­va die­tro era la pre­sun­ta “ecces­si­va cru­dez­za” nel­le descri­zio­ni di dro­ghe e dei rap­por­ti ses­sua­li che i vari per­so­nag­gi intrat­ten­go­no: a parer mio, pur essen­do mol­to espli­ci­to nel rap­pre­sen­ta­re tali sce­ne, lo scrit­to­re non por­ta nul­la tan­to scon­vol­gen­te da giu­sti­fi­ca­re, anche in un pae­se come l’Egitto, tali rea­zio­ni nel pub­bli­co. Ciò fa aumen­ta­re il sospet­to, pre­sen­te fin dall’inizio, che la con­dan­na sia sta­ta un pre­te­sto per incar­ce­ra­re chi indub­bia­men­te pote­va esse­re sco­mo­do per il regi­me, sep­pur in manie­ra lie­ve. Que­sto libro si col­lo­ca sen­za dub­bio fra i più corag­gio­si espe­ri­men­ti let­te­ra­ri del roman­zo ara­bo, spe­ri­men­tan­do solu­zio­ni nar­ra­ti­ve corag­gio­se ed inno­va­ti­ve per la real­tà medio-orien­ta­le. Pur­trop­po la sua tra­ma, com­pli­ca­ta per ammis­sio­ne stes­sa dell’autore (il qua­le ci scher­za anche su), lo fan­no un roman­zo non adat­to a tut­ti e che potreb­be esse­re arduo da com­pren­de­re a chi tali sen­sa­zio­ni non le ha mai spe­ri­men­ta­te; dovreb­be in com­pen­so col­pi­re, al con­tra­rio, chi in tali situa­zio­ni si è tro­va­to ed in gene­ra­le i più appas­sio­na­ti di let­te­ra­tu­ra ara­ba e spe­ri­men­ta­le, ren­den­do­lo un libro fon­da­men­ta­le per la pro­pria raccolta.

dal­la pen­na di un nostro lettore/ Tom­ma­so Khâ­lid Valisi

0

Shlonak Sumia Sukkar?

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Sumia Sukkar su Interferenze Radio 3 Mondo

La guer­ra in Siria attra­ver­so le paro­le di Sumia Suk­kar, autri­ce di “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”, ieri su Radio 3 Mon­do. Di che colo­re sareb­be­ro oggi i due pro­ta­go­ni­sti del tuo roman­zo Adam e Yasmine?


Ci alzia­mo tut­ti, io vado in came­ra mia, pren­do subi­to il mio set per dipin­ge­re e comin­cio imme­dia­ta­men­te a dise­gna­re la sce­na sot­to la piog­gia. Sem­bria­mo una fami­glia feli­ce, solo che die­tro di noi ci sono palaz­zi crol­la­ti e il cie­lo sem­bra più scu­ro che mai, per­si­no di not­te. non so come spie­ga­re quan­to è nero il cie­lo. In que­sto cie­lo blu mari­no non c’è trac­cia del­la luna, solo un fumo nero che lo rico­pre. Un gior­no, quan­do sarà fini­ta la guer­ra, avrò i miei qua­dri per mostra­re alla gen­te cosa sta­va real­men­te suc­ce­den­do. I miei qua­dri non men­to­no.” da ‘il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra’ capi­to­lo Ver­de

0

DISEGNARE LA NUOVA EUROPA | incontro con Jérôme Ruillier

Jérôme Ruillier a Milano per presentare ‘Se ti chiami Mohamed’

Jérô­me Ruil­lier auto­re del gra­phic-novel ‘Se ti chia­mi Moha­med’ pre­sen­te­rà il suo libro il 18 Novem­bre alle ore 18,30 pres­so l’Insti­tut Fra­nçais di Mila­no (Cor­so Magen­ta, 63). Jérô­me Ruil­lier ne par­le­rà con Ila­ria Vita­li (tra­dut­tri­ce del libro ‘Se ti chia­mi Moha­med’, ricer­ca­tri­ce pres­so l’Università di Bolo­gna, spe­cia­li­sta di scrit­tu­re migran­ti di lin­gua fran­ce­se). Il 19 Novem­bre finis­sa­ge, espo­si­zio­ne di alcu­ne tavo­le insie­me ad altri autori. Un’iniziativa di Insti­tut fra­nçais Mila­no e Eunic Milan, in col­la­bo­ra­zio­ne con WOW Spa­zio Fumet­to — Museo del Fumet­to, dell’Illustrazione e dell’Immagine animata.

ruillerUn gra­phic novel ori­gi­na­le, che con sem­pli­ci­tà e chia­rez­za rico­strui­sce la sto­ria dell’immigrazione maghrebina. Ispirandosi al gior­na­li­smo inve­sti­ga­ti­vo, Jérô­me Ruil­lier rac­con­ta di vite pre­ca­rie, di fre­quen­ti umi­lia­zio­ni, di una com­ples­sa tes­si­tu­ra di rap­por­ti che i tan­ti Moha­med han­no man­te­nu­to con il pae­se d’origine e con quel­lo d’accoglienza. Rac­con­ti auten­ti­ci, lon­ta­ni dai cli­ché, che abbrac­cia­no vari temi, dal­la ricer­ca iden­ti­ta­ria all’integrazione, dall’esclusione socia­le al raz­zi­smo. Se ti chia­mi Moha­med ha otte­nu­to nel 2012 il dBD Award per il miglior fumet­to repor­ta­ge e il patro­ci­nio di Amne­sty Inter­na­tio­nal Italia.

Tito­lo apren­te la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te, finan­zia­ta con il pro­get­to ‘Crea­ti­ve Euro­pe’ dell’U.E., rac­co­glie le ope­re di gio­va­ni auto­ri euro­pei di ori­gi­ni ara­be. Descri­ve i linea­men­ti del­la nuo­va geo­gra­fia cul­tu­ra­le euro­pea, trat­teg­gia il nuo­vo tes­su­to socia­le mul­ti­cul­tu­ra­le, mul­tiet­ni­co e plu­ri­re­li­gio­so di cui sono com­po­ste le nostre cit­tà. Invi­ta a com­bat­te­re xeno­fo­bie e isla­mo­fo­bie. Invi­ta a com­pren­de­re e a ritrovarsi.

0

http://radioeco.it/il-ragazzo-di-aleppo-che-ha-dipinto-la-guerra-pbf2016/

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

Domenica 13 Novembre in aula Fermi è stato presentato un libro estremamente interessante ed inedito: Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra. (editrice Il Sirente). Coinvolta nell’incontro l’autrice del libro, la giovanissima scrittrice britannica Sumia Sukkar e il moderatore Luca Murphy

di Ele­na Alei, “Radio Eco” (14 novem­bre 2017)

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarSumia Suk­kar, figlia di geni­to­ri siria­ni,  ha pub­bli­ca­to que­sto libro a soli 21 anni, appe­na il gior­no dopo aver con­se­gui­to la lau­rea in scrit­tu­ra crea­ti­va. “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” trat­ta del con­flit­to siria­no tra­mi­te il rac­con­to di un ragaz­zo affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger, dun­que attra­ver­so un pun­to di vista del tut­to nuo­vo e puro, incon­ta­mi­na­to e oggettivo.

Pro­prio per que­sto moti­vo l’autrice ha pen­sa­to di adot­ta­re que­sto tipo di len­te, facen­do ruo­ta­re il tut­to attra­ver­so i pen­sie­ri di Adam, ragaz­zo la cui fami­glia sta cer­can­do di scap­pa­re da Alep­po, cen­tro del con­flit­to siriano, per arri­va­re a Dama­sco. Adam ha soli 14 anni e, affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger( spet­tro dell’autismo), cer­ca di rap­pre­sen­ta­re le sue emo­zio­ni attra­ver­so la pit­tu­ra. La sua malat­tia lo por­ta a per­ce­pi­re il con­flit­to a suo modo e a voler dipin­ge­re le sue sen­sa­zio­ni, attri­buen­do a ogni cosa che vede un colore.

Ogni capi­to­lo ha il nome di un colo­re: Adam vede le per­so­ne avvol­te da un’aurea colo­ra­ta a secon­da dei loro sta­ti d’animo e dipin­ge il suo ter­ri­fi­can­te vis­su­to duran­te una guer­ra che non rie­sce a com­pren­de­re, vede solo un incom­pren­si­bi­le vio­len­za che ridu­ce la sua vita e la sua casa in mace­rie e divi­de la sua bel­la cit­tà in bar­ri­ca­te di guer­ra. Un libro in cui l’arte sem­bra diven­ta­re una for­ma di resi­sten­za in un momen­to vera­men­te buio.

Adam dà colo­re a ciò che è ormai una real­tà in sca­la di gri­gi: som­mer­sa dal­la pol­ve­re.  Obiet­ti­vo dell’autrice è ren­de­re il con­flit­to tra­mi­te un occhio per cui tut­to è bian­co e nero ed inno­cen­te, al net­to del­le rap­pre­sen­ta­zio­ni fal­sa­te che i media con­ti­nua­no a dar­ci del con­flit­to: sem­pre ine­vi­ta­bil­men­te stor­pia­te da nume­ro­sis­si­mi fattori.

Sumia per scri­ve­re la sto­ria ha avu­to testi­mo­nian­ze diret­te dal­la zia che vive in Siria: il libro è un intrec­cio di fin­zio­ne e real­tà. Le descri­zio­ni sono inno­cen­te­men­te bru­ta­li.Ciò che vole­va era capi­re l’essenza del­la sto­ria da rac­con­ta­re e toglie­re gli ecces­si. In que­sto i per­so­nag­gi l’hanno aiu­ta­ta mol­to  diven­tan­do  par­te di lei e mostran­do­le la sto­ria. Met­te­re a fuo­co l’essenza uma­na del con­flit­to, tra­smet­te­re il valo­re del­la bon­tà uma­na: ele­men­to a cui Sumia cre­de pro­fon­da­men­te. Pro­prio per que­sto moti­vo l’autrice non si vuo­le far por­ta­vo­ce di una fede par­ti­co­la­re o di un cre­do poli­ti­co, ma sem­pli­ce­men­te tra­smet­te­re un valo­re uni­ver­sa­le. Non a caso l’autrice è sta­ta cre­sciu­ta da due geni­to­ri figli di una socie­tà mul­ti­cul­tu­ra­le, i qua­li le  han­no fat­to leg­ge­re sia la  Bib­bia che il Cora­no, il cui sen­so intrin­se­co è per lei la bon­tà uma­na, il non fare del male al pros­si­mo. Adam è infat­ti un nome che uni­sce le tre reli­gio­ni che com­pon­go­no la Siria per com­pren­de­re nel­la nar­ra­zio­ne tut­te le reli­gio­ni siriane.
Sumia non sa tut­to­ra qua­le sia la sua fede ma cre­de nel­la bon­tà uma­na. Quan­do pen­sa a Dama­sco, ricor­da i tem­pi spen­sie­ra­ti in cui a nata­le da pic­ci­na anda­va a tro­var­vi la non­na e sen­ti­va l’odore di gel­so­mi­no nell’aria e  tut­to era colo­ra­to: un odo­re  che è sta­to sosti­tui­to da san­gue, un colo­re impol­ve­ra­to dal gri­gio che ucci­de tutto.

Il pro­ces­so che ha por­ta­to alla scrit­tu­ra del libro è sta­to lun­go coin­vol­gen­do edi­ting e scrit­tu­ra e por­tan­do l’autrice  a fre­quen­ta­re nume­ro­si cen­tri per l’autismo, dove ha potu­to capi­re in manie­ra pro­fon­da la natu­ra del­la sindrome.

Adam sem­bra sof­fri­re di sine­ste­sia: il met­ter­lo su car­ta è un pro­ces­so cer­ta­men­te difficile. Qui sta pro­prio la rari­tà di que­sto libro che offre imma­gi­ni cru­dis­si­me attra­ver­so una len­te inno­cen­te, lim­pi­da, sem­pli­ce. Le imma­gi­ni che ci sono pro­po­ste sono bru­ta­li, ma il mez­zo attra­ver­so cui ci sono tra­smes­se è sem­pli­ce: è il fat­to­re uma­no base. Que­sto per­ché, come affer­ma l’autrice,” non cer­chia­mo il modo più sem­pli­ce di scri­ve­re ma il modo più pas­sio­na­le. Quan­do non arri­va­no le paro­le pren­de il soprav­ven­to il colore: ho scel­to di rac­con­ta­re un ambien­te gri­gio dove però i colo­ri di Adam brillano.”

Non a caso que­sto libro  ha otte­nu­to il plau­so del­la cri­ti­ca ingle­se. La dram­ma­tiz­za­zio­ne radio­fo­ni­ca del libro è pas­sa­ta nel pre­sti­gio­so “Satur­day Dra­ma” del­la BBC, dopo la qua­le sono sta­ti acqui­sta­ti i dirit­ti per la rea­liz­za­zio­ne di un film trat­to dal libro.

The Natio­nal l’ha definito“Orribile e bel­lo allo stes­so tem­po”, noi vi invi­tia­mo ad acqui­star­lo e leggerlo.

0

Ilaria Guidantoni, “Saltinaria” (13 novembre 2016)

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

Un libro reportage dall’interno della guerra siriana, l’atrocità della guerra raccontata con la spontaneità di un bambino senza pelle, affetto dalla sindrome di Asperger, che rende questo singolare romanzo: ad un tempo, poetico, tenero, a tratti noir, con accenti perfino pulp e un’anima surreale. La resistenza strenua dell’io che non crolla verso all’orrore che deforma l’essere umano. Dio e l’amore per gli altri come salvezza, attraverso un mondo visto a colori, popolato in forma di sineddoche

di Ila­ria Gui­dan­to­ni, “Sal­ti­na­ria” (13 novem­bre 2016)

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarIl pano­ra­ma del­la let­te­ra­tu­ra siria­na con­tem­po­ra­nea – per quel poco che cono­sco qua­si inte­ra­men­te attra­ver­so la casa edi­tri­ce Il Siren­te – è inte­ra­men­te occu­pa­ta dal dram­ma del­la guer­ra e del­la tor­tu­ra. Tut­ti gli auto­ri pre­sen­ta­no una cru­dez­za sen­za pari che indu­gia para­dos­sal­men­te come in una tera­pia catar­ti­ca sui par­ti­co­la­ri del­le vio­len­ze, spes­so subi­te diret­ta­men­te dagli auto­ri che le rac­con­ta­no. La guer­ra sem­bra sug­ge­ri­re l’immaginazione e inva­der­la, occu­par­la tut­ta. Que­sto roman­zo di Sumia Suk­kar – scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di padre siria­no e madre alge­ri­na, nata a Lon­dra nel 1992 – è pro­fon­da­men­te ori­gi­na­le per­ché con­tie­ne solo un nucleo lega­to alla pro­spet­ti­va orro­ri­fi­ca del con­flit­to, spie­ta­ta, sen­za nul­la che addol­ci­sca la pil­lo­la. L’avvio è deci­sa­men­te sin­go­la­re, poe­ti­co pur nel­la tri­stez­za e sgo­men­to di una fami­glia che vive e respi­ra all’unisono la ten­sio­ne di uno sta­to dit­ta­to­ria­le e si risve­glia nel mez­zo del­la guer­ra. Il con­flit­to esplo­de e riem­pie defor­man­do la quo­ti­dia­ni­tà, scon­vol­gen­do l’ordine este­rio­re e inte­rio­re del­la vita, come una crea­tu­ra mostruo­sa che sia­mo abi­tua­ti a con­si­de­ra­re par­to­ri­ta solo dal­la fan­ta­sia nei rac­con­ti e che inve­ce diven­ta real­tà. La cro­na­ca è rac­con­ta­ta dagli occhi di un bam­bi­no che vuo­le fare il pit­to­re e la dichia­ra­zio­ne, anche se la pas­sio­ne per dipin­ge­re attra­ver­sa tut­te le pagi­ne, arri­va ver­so la fine, con l’arrivo a Dama­sco tra mil­le sof­fe­ren­ze e una mar­cia este­nuan­te che diven­ta un pel­le­gri­nag­gio, in fuga da Alep­po. “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”, fra­se pro­nun­cia­ta come il risve­glio dell’autocoscienza da Adam, det­ta il tito­lo. La visio­ne che il roman­zo pre­sen­ta è dop­pia­men­te ori­gi­na­le per­ché la nar­ra­zio­ne è “a colo­ri” che diven­ta­no la mate­ria per il tut­to, dan­do vita alla rap­pre­sen­ta­zio­ne di un mon­do in for­ma di sined­do­che. Adam è affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger, un distur­bo che per cer­ti ver­si ha i carat­te­ri dell’autismo anche se il ragaz­zo ha una for­te rela­zio­na­li­tà affet­ti­va con gli altri e soprat­tut­to l’amata Yasmi­ne che sacri­fi­can­do tut­ta se stes­sa reg­ge le fila del­la fami­glia dopo la mor­te del­la mam­ma, chia­ma­ta sem­pli­ce­men­te mama. Que­sta par­ti­co­la­re ango­la­zio­ne ren­de il rac­con­to poe­ti­co, tene­ro e strug­gen­te a trat­ti, per­fi­no iro­ni­co quan­do non pulp, come a dire che la fan­ta­sia e l’immaginazione pos­so­no sal­va­re il mon­do, talo­ra pro­teg­ger­ci dall’esterno, far­ci tro­va­re una via alter­na­ti­va con altre por­te e fine­stre rispet­to a quel­le fisi­che. Le per­so­ne stes­se attra­ver­so la vibra­zio­ne del­le nostre emo­zio­ni diven­ta­no colo­ri, dal ros­so rubi­no, il pre­fe­ri­to del pro­ta­go­ni­sta al gri­gio del­la guer­ra, che copre tut­to come una spes­sa col­tre di pol­ve­re che rischia di sof­fo­ca­re l’umanità che è in noi. Il libro è un inno alla vita, non di meno, per­ché la for­za degli affet­ti più for­ti e la fede incrol­la­bi­le in Dio diven­ta­no stru­men­ti ai qua­li appog­giar­si come le stam­pel­le per chi ha un arto rot­to. E’ incre­di­bi­le per una socie­tà che com­mer­cia­liz­za tut­to come la nostra sen­ti­re un bam­bi­no che pre­ga con tan­to tra­spor­to e che rin­gra­zia Dio per quel­lo per cui la mag­gior par­te dell’umanità lo male­di­reb­be ed è pro­prio per que­sto e solo a tale con­di­zio­ne che la fede diven­ta slan­cio di vita. Un libro che meri­ta una let­tu­ra sia per lo sti­le e l’originalità del rac­con­to invi­tan­do­ci a riflet­te­re sul dirit­to di ognu­no di noi ad espri­me­re sen­ti­men­ti e ad esse­re “diver­so” e sul­la “bana­li­tà del male”, sem­pre in aggua­to nel­la storia.

0

AHMED NÀGIVITA: ISTRUZIONI PER L’USO

A mag­gio 2016, duran­te il salo­ne del libro di Tori­no, sono pas­sa­to davan­ti allo stand del­le edi­zio­ni “Il siren­te”. Ho fat­to quat­tro chiac­chie­re con la per­so­na che in quel momen­to era allo stand (non farò nomi e cogno­mi ne tan­to­me­no dirò la sua man­sio­ne). Tra una paro­la e l’altra mi chie­de se mi pote­va inte­res­sa­re un pic­co­lo libri­ci­no. Era un estrat­to da un libro. L’estratto era impor­tan­te per­ché ripro­du­ce­va la par­te incri­mi­na­ta del libro, la par­te che ave­va por­ta­to alla con­dan­na dell’autore. Sono pas­sa­ti alcu­ni mesi, il libro è usci­to, io l’ho let­to e ho una cosa da dire: non leg­ge­te i libri per­ché gli auto­ri sono sta­ti impri­gio­na­ti, leg­ge­te­li per­ché vi potre­te ren­de­re con­to del­la pri­gio­ne che sta diven­tan­do il mondo.

Il libro in que­stio­ne è “Vita: istru­zio­ni per l’uso” di Ahmed Nàgi. Nell’edizioni Il Siren­te ci sono del­le illu­stra­zio­ni di Ayman Al Zor­qa­ni che fan­no da com­ple­men­to al libro e spes­so si intrec­cia­no con la narrazione.

Sia­mo in Egit­to, ver­reb­be qua­si da dire che stia­mo visi­tan­do una real­tà disto­pi­ca, se non fos­se che il nostro rap­por­to con l’Egitto tut­to pira­mi­di e sfin­gi è cam­bia­to irre­pa­ra­bil­men­te con la mor­te di Giu­lio Rege­ni. Non si trat­ta più di una meta turi­sti­ca per fami­glie anno­ia­te, si trat­ta di altro, di qual­co­sa che sale oscu­ro dal­la sab­bia. La male­di­zio­ne di Tutan­ka­men è rica­du­ta sugli abi­tan­ti stessi.

Ahmed Nàgi ci rac­con­ta, con una scrit­tu­ra diret­ta che non si abban­do­na ai com­pro­mes­si, un Egit­to fram­men­ta­to, mala­to e cini­co. Rac­con­ta una cit­tà, Il Cai­ro, dove le pas­sio­ni sono mar­ci­te, l’amore è un pic­co­lo pun­ti­no lon­ta­no, il pote­re e la poli­ti­ca han­no sovra­sta­to tut­to come una cola­ta di cemen­to. All’interno di que­sta cor­ni­ce venia­mo ad incon­tra­re per­so­nag­gi che fati­chia­mo a rico­no­sce­re come rea­li, ma che sfor­tu­na­ta­men­te (il più del­le vol­te) lo sono. Bas­sàm Bah­gat pro­ta­go­ni­sta del roman­zo e regi­sta di docu­men­ta­ri che han­no lo sco­po di rac­con­ta­re la cit­tà e sono spon­so­riz­za­ti dal­la “Socie­tà degli Urba­ni­sti.” Ihàb Has­san, un intel­let­tua­le mem­bro di que­sta fan­to­ma­ti­ca socie­tà che per nutrir­si spre­me pol­li semi­nu­di. Mona Mei, il lato sen­ti­men­ta­le amo­ro­so ed ero­ti­co e altri per­so­nag­gi che fan­no da corol­la­rio al protagonista.

Anche se, a dir­la tut­ta, la pro­ta­go­ni­sta prin­ci­pa­le è la cit­tà di Il Cai­ro. Una cit­tà distrut­ta da una cata­stro­fe. Una cit­tà moral­men­te in decli­no, dai costu­mi sco­stu­ma­ti che riflet­to­no l’abbandono del­le per­so­ne alla medio­cri­tà e al disprez­zo per il prossimo.

Il libro di Ahmed Nàgi non va let­to per­ché l’autore è rin­chiu­so in un car­ce­re per­ché ad un cre­ti­no qual­sia­si con un po’ di pote­re è venu­to mez­zo infar­to leg­gen­do una sce­na di ses­so espli­ci­to, que­sto libro va let­to per ren­der­si con­to di dove ci può por­ta­re la stra­da che abbia­mo intra­pre­so. Una stra­da in cui nul­la sem­bra ave­re più dav­ve­ro importanza.

Note­vo­le la tra­du­zio­ne di Eli­sa­bet­ta Ros­si e Fer­nan­da Fischione.

Un plau­so alla casa edi­tri­ce. Da quan­do ho cono­sciu­to “Il Siren­te” una lacu­na let­te­ra­ria si sta len­ta­men­te riem­pien­do. C’è anco­ra tan­ta stra­da da fare, ma un po’ alla vol­ta, seguen­do­li, con­to di riu­sci­re a col­mar­la del tutto.

Ahmed Nàgi è uno scrit­to­re e gior­na­li­sta egi­zia­no, col­la­bo­ra con nume­ro­se testa­te nazio­na­li inter­na­zio­na­li. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. Arre­sta­to nel Mar­zo 2016 e con­dan­na­to a due anni di pri­gio­ne dal tri­bu­na­le di Bulaq (Egit­to) per “offe­sa alla pub­bli­ca mora­le” a cau­sa del suo ulti­mo libro “Isti­kh­dam al-Hayat” (“Vita: istru­zio­ni per l’uso”). Per le nostre edi­zio­ni ha pub­bli­ca­to “Rogers e la via del dra­go divo­ra­to dal sole” (il Sirente, 2010).

Sen­zau­dio, Gian­lui­gi Bodi 10/11/2016

0

Cristiana Missori, “ANSAmed” (7 novembre 2011)

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Pisa Book Fest apre finestra su Siria con Hamadi e Sukkar

di Cri­stia­na Mis­so­ri, “ANSA­med” (7 novem­bre 2011)

Dall’11 al 13 novem­bre tor­na il Pisa Book Festi­val, il salo­ne nazio­na­le del libro dedi­ca­to alle case edi­tri­ci indi­pen­den­ti ita­lia­ne. Ospi­ta­ta al Palaz­zo dei Con­gres­si, la maIl ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia Sukkarnife­sta­zio­ne — che dal 2003 riu­ni­sce edi­to­ri, scrit­to­ri, tra­dut­to­ri, illu­stra­to­ri e arti­sti ita­lia­ni e stra­nie­ri — apri­rà una fine­stra sul­la tra­ge­dia siria­na con un dop­pio appun­ta­men­to: quel­lo con Sha­dy Hama­di, che pre­sen­te­rà il suo ulti­mo libro, ‘Esi­lio dal­la Siria. Una lot­ta con­tro l’indifferenza’ (Add Edi­to­re, 2016) e Sumia Suk­kar, con il suo ulti­mo roman­zo, ‘Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra’ (il Siren­te, 2016). Due gio­va­ni auto­ri — il pri­mo nato a Mila­no nel 1988 madre ita­lia­na e padre siria­no; la secon­da, nata a Lon­dra nel 1992, da padre siria­no e madre alge­ri­na — che rac­con­ta­no il dram­ma e la sof­fe­ren­za del popo­lo siria­no. Hama­di, attra­ver­so il suo per­so­na­le esi­lio (fino al 1997 gli è sta­to vie­ta­to di entra­re in Siria in segui­to all’esilio del padre Moha­med, mem­bro del Movi­men­to nazio­na­li­sta ara­bo), affron­ta temi qua­li iden­ti­tà, inte­gra­li­smo, rap­por­to tra le reli­gio­ni, liber­tà e lot­ta con­tro la dit­ta­tu­ra. Suk­kar inve­ce sce­glie di far­lo attra­ver­so gli occhi di un ragaz­zo affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger, che vuo­le capi­re il con­flit­to siria­no e i suoi effet­ti dipin­gen­do le sue emozioni.

0

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra (Maria Tortora, “Lankenauta”, 2 novembre 2016)

Ho ter­mi­na­to la let­tu­ra de “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” qual­che gior­no fa. Nel frat­tem­po ho let­to un altro libro: “Il cer­vel­lo auti­sti­co” di Tem­ple Gran­din con Richard Panek (Adel­phi). Due let­tu­re appa­ren­te­men­te distan­ti ma che, in real­tà, si inter­se­ca­no per­fet­ta­men­te con­si­de­ran­do che Adam, il ragaz­zi­no quat­tor­di­cen­ne pro­ta­go­ni­sta oltre che voce nar­ran­te del libro del­la Suk­kar, è affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger che, per chi non lo sapes­se, vie­ne spes­so assi­mi­la­ta all’autismo. Tem­ple Gran­din, una don­na auti­sti­ca sta­tu­ni­ten­se, bio­lo­ga e scrit­tri­ce, ne “Il cer­vel­lo auti­sti­co” si sof­fer­ma spes­so, ed ine­vi­ta­bil­men­te, sul­le pro­ble­ma­ti­che lega­te ai mala­ti di Asper­ger. Adam mi è venu­to in men­te ripe­tu­ta­men­te duran­te la let­tu­ra del libro del­la Gran­din. Adam che pone le stes­se doman­de, Adam che con­ta i pas­si che ser­vo­no per rag­giun­ge­re la sua stan­za, Adam che ha pau­ra dei posti che non cono­sce, Adam che deve com­pie­re sem­pre gli stes­si movi­men­ti, Adam che ripe­te nume­ri per ras­si­cu­rar­si, Adam che sen­te tut­ti i colo­ri del mon­do, Adam che osser­va la guer­ra in Siria e deve met­ter­la den­tro ai suoi quadri.

L’idea di Sumia Suk­kar è con­vin­cen­te e diver­sa: rac­con­ta­re la guer­ra siria­na attra­ver­so gli occhi inge­nui, disin­can­ta­ti ed incon­sue­ti di un ragaz­zi­no affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger. Per­ché maga­ri a pochi vie­ne in men­te che anche in Siria esi­sto­no bam­bi­ni con pro­ble­ma­ti­che di tal gene­re. Bam­bi­ni che, come Adam, vedo­no il loro pic­co­lo ras­si­cu­ran­te mon­do fami­lia­re e dome­sti­co anda­re in fran­tu­mi per col­pa di un con­flit­to che non rie­sco­no a com­pren­de­re, per col­pa di mili­zie del Gover­no che inve­ce di pro­teg­ge­re il popo­lo siria­no lo mas­sa­cra­no. Den­tro le infi­ni­te doman­de di Adam c’è scon­cer­to e inca­pa­ci­tà di capi­re. Come spie­ga­re quel che acca­de ad un bam­bi­no come Adam? A lui pia­ce anda­re a scuo­la, pia­ce man­gia­re i dol­ci, pia­ce gio­ca­re, pia­ce dise­gna­re e riem­pi­re i fogli di colo­ri ed imma­gi­ni. Cose sem­pli­ci e sem­pre ugua­li. Le bom­be, i mor­ti, il san­gue, le muti­la­zio­ni, le esplo­sio­ni, i pro­iet­ti­li. Tut­to è trop­po diver­so e trop­po dif­fi­ci­le per lui. Per for­tu­na Adam tro­va in sua sorel­la Yasmi­ne un rifu­gio, lei è il suo appog­gio e la sua salvezza.

La madre di Adam è mor­ta da qual­che tem­po. Era mala­ta ma lui è riu­sci­to alme­no a salu­tar­la e a capi­re che sareb­be anda­ta via. La guer­ra, inve­ce, por­ta via le per­so­ne sen­za che Adam rie­sca nep­pu­re a dire loro un sem­pli­ce “ciao”. La guer­ra fa crol­la­re le case e riem­pie gli occhi e la boc­ca di pol­ve­re. La guer­ra ha tol­to l’acqua e la cor­ren­te. Non ci si può lava­re e non si può guar­da­re la TV. Yasmi­ne non può com­pra­re nul­la e il fri­go è sem­pre vuo­to. Gli altri fra­tel­li di Adam esco­no qua­si ogni gior­no per par­te­ci­pa­re a cor­tei di pro­te­sta ma anche quel­lo divie­ne peri­co­lo­so per­ché c’è chi spa­ra e chi muo­re. Adam vede san­gue, vomi­ta e svie­ne. Non sop­por­ta l’odore del san­gue, non reg­ge il con­tat­to con quel liqui­do vischio­so ma è comun­que costret­to a guar­da­re tan­to san­gue nel­la sua Alep­po. Chiun­que, attor­no a lui, per­de il pro­prio colo­re. Anche il ros­so rubi­no di Yasmi­ne si sco­lo­ra: la guer­ra tra­sfor­ma tut­to in gri­gio o vio­la, il colo­re del dolore.

Ogni capi­to­lo del libro rap­pre­sen­ta un colo­re diver­so e, di con­se­guen­za, una per­ce­zio­ne diver­sa. Ci sono l’arancione, il bian­co, il blu, il gra­na­ta, il nero, il ver­de, il magen­ta e altri anco­ra. Ci sono però tre capi­to­li che inter­rom­po­no la nar­ra­zio­ne colo­ra­ta di Adam. In que­sti capi­to­li la paro­la pas­sa a Yasmi­ne, pre­sa e segre­ga­ta chis­sà dove da uomi­ni che non si era­no mai visti. Yasmi­ne rapi­ta davan­ti ad un nego­zio e por­ta­ta altro­ve men­tre era con Adam. Vie­ne tor­tu­ra­ta, insul­ta­ta e stu­pra­ta pro­prio come avvie­ne a mol­te altre don­ne in un Pae­se in guer­ra. E così la Suk­kar rie­sce ad inne­sta­re nel rac­con­to di Adam la vicen­da tut­ta fem­mi­ni­le e mol­to dolo­ro­sa del­la gio­va­ne don­na. Il riflet­to­re, quin­di, vie­ne spo­sta­to, su quel­lo che una don­na rischia quo­ti­dia­na­men­te in Siria.

Entra­re nel cuo­re di un con­flit­to come quel­lo che da diver­si anni sta deva­stan­do la Siria non è affat­to sem­pli­ce. Sumia Suk­kar, però, è riu­sci­ta in tale inten­to gra­zie all’invenzione di un per­so­nag­gio auten­ti­co, puro e sen­si­bi­le come Adam. La guer­ra rima­ne la mostruo­si­tà che è ma la voce e lo sguar­do di Adam, coi suoi imman­ca­bi­li colo­ri e la sua lumi­no­sa inno­cen­za, han­no il pote­re di muta­re le pro­spet­ti­ve e di rical­co­la­re la real­tà per­ché rie­sco­no a tra­smet­te­re sfu­ma­tu­re e det­ta­gli che ai “nor­ma­li” soli­ta­men­te sfug­go­no. Sovrap­por­re un con­flit­to mor­ta­le alla can­di­da deli­ca­tez­za e al talen­to pre­zio­so di un ragaz­zi­no affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger è sicu­ra­men­te un’idea intel­li­gen­te svi­lup­pa­ta, in que­sto roman­zo, attra­ver­so una nar­ra­zio­ne empa­ti­ca, atten­ta ed inten­sa. “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” è usci­to per la pri­ma vol­ta, nel Regno Uni­to, nel 2013 quan­do l’esordiente Sumia Suk­kar ave­va appe­na 22 anni. Un’opera pri­ma che lascia ben sperare.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sumia Suk­kar è nata a Lon­dra nel 1992, figlia di padre siria­no e madre alge­ri­na. Ha sem­pre ama­to scri­ve­re e, pro­prio per que­sto, ha fre­quen­ta­to il cor­so di lau­rea in Scrit­tu­ra Crea­ti­va alla King­ston Uni­ver­si­ty di Lon­dra. Qui ha cono­sciu­to Todd Swift, poe­ta bri­tan­ni­co-cana­de­se oltre che diret­to­re del­la Casa Edi­tri­ce Eyewear. Il pro­fes­so­re, col­pi­to dal talen­to del­la Suk­kar, le ha offer­to un con­trat­to di pub­bli­ca­zio­ne. Il pri­mo roman­zo di Sumia Suk­kar, “The boy from Alep­po who pain­ted the war”, è usci­to nel 2013. Un anno più tar­di, nel 1014, a BBC ne ha trat­to un ria­dat­ta­men­to radio­fo­ni­co nel cor­so del pro­gram­ma “Satur­day Dra­ma”. Il roman­zo “The boy from Alep­po who pain­ted the war” è sta­to tra­dot­to in ita­lia­no e pub­bli­ca­to dall’Editrice il Siren­te nel 2016.

Sumia Suk­kar, “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra“, Edi­tri­ce il Siren­te, Fagna­no Alto, 2016. Tra­du­zio­ne dall’inglese di Bar­ba­ra Beni­ni. Tito­lo ori­gi­na­le: “The boy from Alep­po who pain­ted the war“, 2013.

Pagi­ne Inter­net su Sumia Suk­kar: Twit­ter / Sche­da Eyewear Publi­shing / Lin­ke­din / Inter­vi­sta

 Lan­ke­nau­ta, Maria Tor­to­ra, 2 Novem­bre 2016
0

MUTAZIONE EGIZIANA Un romanzo, due giovani autori

Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nagi e Ayman al Zorqani

Scrittura e disegno in un’opera di denuncia della restaurazione-metamorfosi in atto al Cairo. Ahmed Nàgi, il romanziere, è in carcere. Ayman al-Zorqani, l’illustratore, spiega perché: «Vogliono cittadini senz’anima e senza impegno politico e sociale».

A suo favo­re ci sono una for­te cam­pa­gna inter­na­zio­na­le con tan­to di peti­zio­ne sul­la piat­ta­for­ma Change.org e il pre­mio Bar­bey Free­dom to Wri­te che gli scrit­to­ri di Pen Inter­na­tio­nal asse­gna­no ogni anno a un col­le­ga che si è distin­to per aver dife­so il dirit­to di espres­sio­ne. La glo­ria però non l’ha sal­va­to e lo scrit­to­re egi­zia­no Ahmed Nàgi resta anco­ra in pri­gio­ne, dove sta scon­tan­do due anni di car­ce­re a cau­sa di alcu- ne sce­ne di ses­so descrit­te nel suo ulti­mo libro e rite­nu­te con­tra­rie alla pub­bli­ca morale.

Ope­ra a caval­lo tra il roman­zo tra­di­zio­na­le e quel­lo gra­fi­co, Isti­kh­dam al-Hayat (tra­dot­to in ita­lia­no da il Siren­te, come Vita: Istru­zio­ni per l’uso) è il secon­do libro di uno dei più rap­pre­sen­ta­ti­vi scrit­to­ri egi­zia­ni del­la nuo­va gene­ra­zio­ne. Quel­la di Nàgi (che in ita­lia­no ha già pub­bli­ca­to, nel 2010, Rogers e la Via del Dra­go divo­ra­to dal Sole) è non solo una del­le voci più ori­gi­na­li del­lo sce­na­rio let­te­ra­rio cai­ro­ta dei nostri gior­ni, ma anche una del­le più cri­ti­che del regi­me egi­zia­no. Non solo duran­te l’epoca di Hosni Muba­rak, ma anche dopo la restau­ra­zio­ne dei mili­ta­ri, coro­na­ta dall’elezione alla pre­si- den­za dell’ex gene­ra­le Abdel Fat­tah al-Sisi.

È anche per que­sto, oltre che per le com­ples­se vicis­si­tu­di­ni in cui si tro­va Nàgi a cau­sa del­la sua ope­ra, che a mobi­li­tar­si – con­tri­buen­do alla pub­bli­ca­zio­ne del­la ver­sio­ne in ita­lia­no – è sta­ta anche Amne­sty Inter­na­tio­nal, par­ti­co­lar­men­te pre- occu­pa­ta del­la deri­va auto­ri­ta­ria egi­zia­na. Un vor­ti­ce che ha por­ta­to, tra il gen­na­io e il feb­bra­io 2016, alla scom­par­sa, alla tor­tu­ra e alla mor­te del ricer­ca­to­re ita­lia­no Giu­lio Regeni.

«La tra­ge­dia di Giu­lio è solo la pun­ta dell’iceberg di un mec­ca­ni­smo repres­si­vo che non guar­da in fac­cia nes­su­no e cer­ca giu­sti­fi­ca­zio­ni in pri­mis secu­ri­ta­rie. Die­tro l’arresto di Naji si nascon­do­no moti­va­zio­ni ben diver­se rispet­to a quel­le pub­bli­ca­men­te dichia­ra­te. È sem­pre sta­ta una per­so­na invi­sa ai poten­ti. Col­pen­do lui, si vuo­le man­da­re un mes­sag­gio a tut­ti colo­ro che eser­ci­ta­no il loro dirit­to di espres­sio­ne sen­za far­si inti­mo­ri­re dal­le minac­ce del regi­me», dice a Nigri­zia Ayman al-Zor­qa­ni, coau­to­re, con le sue illu­stra­zio­ni, del libro di Nàgi. «Pro­ces­si come que­sti si tene­va­no già pri­ma del 2011 e la ripre­sa di que­sta pra­ti­ca mostra lo sta­to di salu­te del­la demo­cra­zia egi­zia­na», aggiun­ge Ayman, secon­do il qua­le il nome di Ahmed è solo l’ultimo nel­la lista degli scrit­to­ri che han­no paga­to a cau­sa di ciò che nar­ra­no attra­ver­so i pro­ta­go­ni­sti dei loro romanzi.

Il libro si apre con un’improvvisa cata­stro­fe natu­ra­le che cam­bia per sem­pre l’aspetto del Cai­ro. La sce­na ricor­da una tem­pe­sta di sab­bia che ha real­men­te scon­vol­to la capi­ta­le nel dicem­bre 2010 e l’intero roman­zo s’intreccia con la sto­ria dell’Egitto degli ulti­mi cin­que anni. C’è un lega­me con la rivo­lu­zio­ne egiziana?

Ahmed ha ini­zia­to a scri­ve­re que­sto libro pro­prio nel perio­do del­la tem­pe­sta che lo ave­va impres­sio­na­to per­ché gli ricor­da­va le descri­zio­ni sul­la fine del mon­do. Cer­ta­men­te c’è un lega­me con quan­to acca­du­to nel 2011, anno che ha mar­ca­to l’orizzonte tem­po­ra­le egi­zia­no. C’è un pri­ma e un dopo. La poli­ti­ca non è cam­bia­ta, ma tut­ti noi cit­ta­di­ni sì. La rivo­lu­zio­ne più impor­tan­te è sta­ta quel­la socia­le, alla qua­le ha con­tri­bui­to il cam­bia­men­to avve­nu­to all’interno di ognu­no di noi. E Nàgi que­sto cam­bia­men­to l’ha ben rap­pre­sen­ta­to nel pro­ta­go­ni­sta del libro, Bas­sem. Quan­do gli vie­ne chie­sto di rea­liz­za­re il pro­get­to del­la nuo­va metro­po­li, Bas­sem cam­bia pro­spet­ti­va e ini­zia a lavo­ra­re su un pro­get­to che met­te al cen­tro le esi­gen­ze del­la popolazione.

Il Cai­ro descrit­to in que­sto libro è una cit­tà tri­ste, spor­ca, pove­ra e vio­len­ta che non attrae i turi­sti che il gover­no spe­ra pos­sa­no tor­na­re nume­ro­si lun­go il Nilo. Que­sto sor­di­do rea­li­smo ha infa­sti­di­to qualcuno?

Ha infa­sti­di­to parec­chie per­so­ne. L’arte e la liber­tà di espres­sio­ne non pos­so­no però esse­re a ser­vi­zio degli slo­gan. C’è chi dall’alto vuo­le impor­re un’unica nar­ra­zio­ne del­la real­tà. E Nàgi è sta­to puni­to pro­prio per­ché que­sta visio­ne l’ha con­tra­sta­ta, pre­fe­ren­do usa­re altre chia­vi di lettura.

Nel­le visce­re del Cai­ro che voi descri­ve­te, bol­lo­no cose che cer­ca­no di esse­re tap­pa­te da quan­ti vivo­no nei pia­ni alti. Che uma­ni­tà le frequenta?

Sot­to l’immagine Cai­ro pati­na­ta che il gover­no vuo­le mostra­re al mon­do inte­ro ribol­le un’umanità mol­to diver­sa. La strut­tu­ra socia­le del Cai­ro è stra­ti­fi­ca­ta. Per quan­to vi sia la ten­den­za a uni­for­mar­si a un’immagine che vie­ne spes­so impo­sta dall’esterno, sono mol­te le istan­ze anti­con­for­mi­ste. Negli anni che han­no con­dot­to alla rivo­lu­zio­ne del 2011, le visce­re del Cai­ro sono sta­te ter­re­no fer­ti­le per la nasci­ta di quel movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio che è sta­to capa­ce di affron­ta­re un regi­me pluridecennale.

Ora però nei sot­ter­ra­nei del Cai­ro ras­se­gna­zio­ne e timo­re sem­bra­no pre­do­mi­na­re. È così o c’è dell’altro?

Que­sti sono cer­ta­men­te i sen­ti­men­ti domi­nan­ti, ma non sono gli uni­ci. Anzi, la vicen­da di Nàgi mostra che non tut­ti cedo­no alla pau­ra. C’è chi cer­ca di difen­de­re i pro­pri valo­ri per evi­ta­re che gli ven­ga­no sot­trat­ti del tut­to. Non è faci­le, ma se voglia­mo rima­ne­re uma­ni dob­bia­mo aggrap­par­ci a que­sta lot­ta. Altri­men­ti diven­te­re­mo altra cosa, ani­ma­li, come quel­li che han­no volu­to la restau­ra­zio­ne, uni­for­man­do­si alla nar­ra­zio­ne dominante.

Que­sta meta­mor­fo­si è par­te por­tan­te del libro. E la descri­zio­ne di esse­ri uma­ni in for­ma ani­ma­le è quel­la che attrae mag­gior­men­te anche la sua curio­si­tà gra­fi­ca. Perché?

Ahmed mi ha lascia­to ampia liber­tà di lavo­ra­re sul testo, ma mi sono sof­fer­ma­to par­ti­co­lar­men­te sui pas­sag­gi dedi­ca­ti agli ani­ma­li del Cai­ro, ovve­ro gli abi­tan­ti che affol­la­no la capi­ta­le egi­zia­na dei nostri gior­ni. Par­lia­mo di per­so­ne che sono sta­te for­gia­te dall’architettura, dal­la sto­ria, dal traf­fi­co del­la cit­tà nel­la qua­le vivo­no, anzi sopravvivono. Nel libro, Nàgi spie­ga come tut­ti que­sti fat­to­ri, ai qua­li si som­ma la pres­sio­ne del regi­me, rischia- no di ren­de­re gli esse­ri uma­ni figu­re più vici­ne agli ani­ma­li, per­ché senz’anima e sen­za impe­gno poli­ti­co e socia­le. Ho volu­to dare a mol­ti di loro un vol­to spa­ven­to­so, per­ché così sono. La spe­ran­za è che non tut­ti, in Egit­to, diven­tia­mo così.

Nigri­zia — Novem­bre 2016 — Azzur­ra Meringolo

0

Il documentarista inquieto mette a nudo l’anima porno del Cairo

NARRATIVA EGIZIANA. AHMED NÀGI

Un giovane dal vorace appetito sessuale svela odi, frustrazioni, famiglie incestuose

La pri­ma doman­da è reto­ri­ca: è anco­ra pos­si­bi­le nel 2016 anda­re in gale­ra per un libro? La secon­da è ter­ra ter­ra: cosa ci sarà mai tra le pagi­ne di ‘Vita: istru­zio­ni per l’uso’ se è basta­ta la pub­bli­ca­zio­ne del suo VI capi­to­lo sul perio­di­co egi­zia­no Akh­bar al Adab per­ché otto mesi fa l’autore Ahmed Nàgi fos­se arre­sta­to e con­dan­na­to a due anni di car­ce­re con l’accusa di oltrag­gio al pudo­re? La rispo­sta a que­sto inter­ro­ga­ti­vo ci por­ta al vero moti­vo per cui leg­ge­re il roman­zo appe­na tra­dot­to in ita­lia­no dall’intraprendente edi­to­re il Siren­te. Per­chè al net­to del soste­gno dovu­to ai let­te­ra­ti imba­va­glia­ti, che a mar­zo ha visto il PEN attri­bui­re a Nàgi il pre­sti­gio­so pre­mio Bar­be­ry Free­dom to Wri­te, c’è la letteratura.

La sto­ria rac­con­ta­ta da Nàgi è come una serie di sca­to­le cine­si il cui valo­re cre­sce via via che la dimen­sio­ne dimi­nui­sce. Il pri­mo livel­lo riguar­da le vicen­de di Bas­sam Bah­gat, gio­va­ne docu­men­ta­ri­sta dal vora­ce appe­ti­to ses­sua­le che all’indomani di un esi­zia­le ter­re­mo­to vie­ne assun­to dal­la miste­rio­sa Socie­tà degli Urba­ni­sti per ripro­get­ta­re, e in real­tà distrug­ge­re, l’anima con­trad­di­to­ria, ma pro­prio per que­sto indo­mi­ta, del­la capi­ta­le egi­zia­na. Oltre Bas­sam però, c’è l’Egitto contemporaneo.

Descri­ven­do i mia­smi, gli umo­ri, le cica­tri­ci ester­ne e quel­le inti­me di una Cai­ro enor­me eppu­re clau­stro­fo­bi­ca, Nàgi ci sug­ge­ri­sce cos’è che, al net­to dei coi­ti, mastur­ba­zio­ni e full immer­sion alco­li­che tra nebu­lo­se di mari­jua­na, ha dav­ve­ro sca­te­na­to l’ira del regi­me con­tro di lui.

La musi­ca è mor­ta negli anni’70” dice a un trat­to Rim, l’amante di Bas­sam che fini­rà per cura­re la pro­pria depres­sio­ne votan­do­si a una nuo­va anni­chi­len­te illu­sio­ne in cui sdop­piar­si, con e sen­za hijab. “caz­za­te-repli­ca lui – Dov’è la tom­ba del­la musi­ca?” e lei “Guar­da il leta­ma­io che hai intorno”.

Chi ha ucci­so la musi­ca al Cai­ro lascian­do gli abi­tan­ti in un silen­zio sini­stro che è sin­to­mo di afa­sia, infan­ti­li­smo poli­ti­co, dispe­ra­to ona­ni­smo fisi­co e intel­let­tua­le? La rispo­sta è nel­le infi­ni­te allu­sio­ni di cui è fin trop­po infar­ci­to il romanzo.

C’è l’anima nera del­la cit­tà, epi­cen­tro del­la rivo­lu­zio­ne del 2011 ma anche tan­fo di ster­co e pira­mi­di di rifiu­ti, don­ne pin­gui rico­per­te da stra­ti di stof­fe nere e uomi­ni in peren­ne quan­to impro­dut­ti­va ecci­ta­zio­ne ses­sua­le, squal­li­di micro-bus all’arrembaggio degli incro­ci fata­li, odio, fru­stra­zio­ne, voglia di rival­sa sul­la Sto­ria, fol­li di Dio, trans, arti­sti, bam­bi­ni di stra­da, poli­ziot­ti con gli occhia­li neri, uomi­ni d’affari obe­si, stra­nie­ri in moto­ri­no in quar­tie­ri sele­zio­na­ti tipo Maa­di, fami­glie ince­stuo­se, inte­ri distret­ti che vivo­no con la cor­ren­te pre­le­va­ta abu­si­va­men­te dai lampioni.

C’è il Gene­ra­le, cari­ca in cui è rias­sun­ta l’identità stes­sa del pote­re, che “da quan­do è al timo­ne­ha pre­clu­so ai gio­va­ni l’accesso alla poli­ti­ca”. Ma ci sono anche loro, i “gio­va­ni agi­ta­ti tra fol­le pre­con­fe­zio­na­te”, l’ombra di quan­to furo­no i teme­ra­ri ragaz­zi di Tah­rir, pove­ri illu­si alla deri­va lad­do­ve non c’è più spa­zio per la ribel­lio­ne e “per­fi­no il caos si agi­ta in aree cir­co­scrit­te o entra nel­la cate­na di pro­du­zio­ne di un enor­me ingra­nag­gio che ope­ra per man­te­ne­re l’equilibrio”.

Ci sono i fana­ti­ci reli­gio­si, la cui pre­sen­za aleg­gia sull’intero roman­zo nel­le for­me più diver­se: il colo­re ver­de (come la natu­ra ma anche come l’Islam) che “non com­par­ve alla vigi­lia del­la tra­ge­dia ma mol­to pri­ma”, la gran­de mani­po­la­tri­ce papri­ka inten­zio­na­ta a devia­re il cor­so del Nilo che “ti aiu­te­rà a vede­re ciò che non si vede e a vede­re ciò che non esi­ste”, la stes­sa Socie­tà degli Urba­ni­sti il cui segre­to più impor­tan­te è “la moda­li­tà con cui tra­smet­te il sen­so di sicu­rez­za , l’avresti avver­ti­to men­tre uno di loro ti strin­ge­va la mano sol­le­van­do­ti il peso dal­le spal­le, come un bam­bi­no pic­co­lo che tro­na nel grem­bo mater­no”. E poi c’è la socie­tà civi­le, allea­ta con la poli­ti­ca e la reli­gio­ne per impe­di­re “che ven­ga a gal­la quan­to avvie­ne nel­le visce­re” del Cairo.

Non rispar­mia nes­su­no Nàgi nel roman­zo illu­stra­to dai fero­ci dise­gni di Ayman al Zor­qa­ni. E quan­do arri­vi al capi­to­lo VI, il cuo­re por­no­gra­fi­co del libro per cui uffi­cial­men­te l’autore è in cel­la, appa­re chia­ro che lì, come nel­le pagi­ne pre­ce­den­ti, la nudi­tà intol­le­ra­bi­le per il regi­me non è quel­la di Bas­sam e le sue aman­ti ma quel­la dell’Egitto con­tem­po­ra­neo, la reli­gio­ne eter­no oppio dei popo­li, il regi­me mili­ta­re stes­so. Il bam­bi­no dei vesti­ti nuo­vi dell’imperatore non avreb­be oggi alcu­na chan­ce al Cairo.

La Stampa/ Tut­to Libri di Fran­ce­sca Paci 22/10/2016

0

Ormai Il Cairo è il regno dell’arbitrio”

L’INTERVISTA  Ayman al-Zur­qa­ny — Il dise­gna­to­re in Ita­lia per pre­sen­ta­re un libro mes­so all’indice

di Fran­ce­sca Bellino

Quan­do lo scrit­to­re e blog­ger egi­zia­no Ahmed Nàgi ha scrit­to “Vita: istru­zio­ni per l’uso” non pote­va imma­gi­na­re quan­to gli avreb­be con­di­zio­na­to la vita. L’ha scrit­to pri­ma del­le rivol­te del 2011 con la spe­ran­za di vede­re miglio­ra­re la con­di­zio­ne dei gio­va­ni del Cai­ro, ma la sua schiet­tez­za e il suo talen­to nar­ra­ti­vo sono sta­ti ripa­ga­ti con una con­dan­na del Tri­bu­na­le di Bulaq a due anni di car­ce­re per “offe­sa alla pub­bli­ca mora­le” per i rife­ri­men­ti espli­ci­ti a dro­ga, ses­so e alcool.

Insi­gni­to del Pre­mio Bar­bey Free­dom to Wri­te da Pen Inter­na­tio­nal e ora pub­bli­ca­to in Ita­lia da il Siren­te (tra­du­zio­ne dall’arabo di Eli­sa­bet­ta Ros­si e Fer­nan­da Fischio­ne), il roman­zo è arric­chi­to dal­le illu­stra­zio­ni del dise­gna­to­re Ayman al Zor­qa­ni venu­to in Ita­lia a pre­sen­ta­re il libro in assen­za del­lo scrittore.

Ayman, come sta Ahmed Nàgi?

Non pos­so anda­re a tro­var­lo. Pos­so­no entra­re in car­ce­re solo i paren­ti più stret­ti e gli avvo­ca­ti. Ci scri­via­mo let­te­re e rie­sco a veder­lo duran­te i pro­ces­si, da lon­ta­no. Fisi­ca­men­te non sta male, ma psi­co­lo­gi­ca­men­te sì. I car­ce­rie­ri non gli con­se­gna­no i libri. Non voglio­no dar­gli speranza.

Per­ché è sta­to arrestato?

E’ la pri­ma vol­ta che in Egit­to uno scrit­to­re vie­ne arre­sta­to per un suo testo. Un cit­ta­di­no lo ha denun­cia­to dopo aver let­to sul perio­di­co let­te­ra­rio Akbar el Adab un estrat­to del roman­zo usci­to due anni fa, soste­nen­do che il testo gli ave­va dato “un estre­mo sen­so di males­se­re”, dive­nu­to males­se­re di Sta­to mon­ta­to da un fun­zio­na­rio di poli­zia che pro­ba­bil­men­te vole­va sfrut­ta­re la situa­zio­ne. E così ha ingran­di­to la vicen­da. Ma al fon­do del­la vicen­da c’è un mec­ca­ni­smo inne­sca­to­si con l’arrivo di Al Sisi che ha cau­sa­to anche la mor­te di Giu­lio Regeni.

Ovve­ro?

Con Muba­rak nes­sun pic­co­lo fun­zio­na­rio avreb­be mai potu­to pren­de­re una tale ini­zia­ti­va. Si aspet­ta­va sem­pre un suo ordi­ne. Con Al Sisi, inve­ce, si è avvia­to un nuo­vo feno­me­no che è quel­lo del­le ini­zia­ti­ve dal bas­so, come è acca­du­to con la denun­cia di Nàgi. Ai tem­pi di Muba­rak nes­su­no stra­nie­ro sareb­be sta­to ucci­so e nes­su­no scrit­to­re arre­sta­to sen­za il suo volere.

Qua­li sono le novi­tà sul caso Regeni?

La ver­sio­ne che vie­ne rac­con­ta­ta è che una spia del regi­me ave­va chie­sto allo stu­den­te di aiu­tar­lo ad ave­re un pas­sa­por­to per l’Italia, ma in segui­to a diver­gen­ze l’informatore avreb­be accu­sa­to Rege­ni di esse­re una spia e lo avreb­be denun­cia­to a poli­ziot­ti di bas­so ran­go che, di loro ini­zia­ti­va, lo avreb­be­ro tor­tu­ra­to a morte.

Che cli­ma c’è in Egitto?

Di gran­de pau­ra. Anche chi non ha fat­to nul­la ed è alli­nea­to ai costu­mi tra­di­zio­na­li e con­ser­va­to­ri cai­ro­ti, quan­do incon­tra per stra­da un poli­ziot­to teme gli pos­sa acca­de­re qualcosa.

E gli arti­sti come vivono?

Nel con­stan­te con­tra­sto fra il desi­de­rio di espri­mer­ci e la voglia di dedi­ca­re tem­po alla nostra arte e il biso­gno di oppor­ci alla visio­ne con­ser­va­tri­ce.  Con Muba­rak c’era una liber­tà di espres­sio­ne di fac­cia­ta e dei limi­ti pre­ci­si da non supe­ra­re, quin­di mol­ta auto­cen­su­ra. In “Vita: istru­zio­ni per l’uso” Nàgi mostra le varie cit­tà con­te­nu­te nel Cai­ro, quel­la di super­fi­cie e quel­le sot­ter­ra­nee, la distru­zio­ne del­la metro­po­li e il vuo­to che ne rima­ne. Ma né io, né lui abbia­mo mai avu­to l’intenzione di dire come deve esse­re la Cai­ro del futuro.

Il Fat­to Quo­ti­dia­no 12/10/2016

0

Esce in Italia Vita: istruzioni per l’uso Ma lo scrittore è in carcere in Egitto

Non è il primo caso di censura di un’opera letteraria, ma non era mai successo in Egitto che un autore venisse condannato a due anni di prigione per un romanzo

di Vivia­na Maz­za per il Cor­rie­re del­la Sera

Il roman­zo esce gio­ve­dì 6 otto­bre in Ita­lia. Ma l’autore, il tren­tu­nen­ne egi­zia­no Ahmed Nagi, al lan­cio (nei gior­ni pre­ce­den­ti a Roma) non c’era: è in pri­gio­ne. Il 20 feb­bra­io scor­so è sta­to con­dan­na­to a due anni di car­ce­re per «oltrag­gio al pudo­re» a cau­sa del «con­te­nu­to ses­sua­le osce­no». Non è il pri­mo caso di cen­su­ra di un’opera let­te­ra­ria in Egit­to, ma è il pri­mo caso di uno scrit­to­re arre­sta­to per il pro­prio libro.

Si inti­to­la Isti­kh­dam al-Hayat, tra­dot­to come Vita: istru­zio­ni per l’uso dal­la casa edi­tri­ce Il Siren­te. Rac­con­ta la real­tà socia­le del Cai­ro, imma­gi­nan­do un futu­ro disto­pi­co in cui la metro­po­li è sta­ta col­pi­ta da una ter­ri­bi­le cata­stro­fe natu­ra­le e una «Socie­tà degli Urba­ni­sti» vuo­le distrug­ger­ne l’architettura mil­le­na­ria per crea­re un cen­tro futu­ri­sti­co, gover­na­to dal­le mac­chi­ne e dal­la tec­no­lo­gia. Il capi­to­lo che ha mes­so nei guai lo scrit­to­re è il sesto. Vi si rac­con­ta di una sera­ta in cui il pro­ta­go­ni­sta ven­ti­treen­ne Bas­sam beve alcol, fuma hashish e fa ses­so. «Cosa fan­no i gio­va­ni di vent’anni al Cai­ro? — scri­ve l’autore in un pas­sag­gio — Lec­ca­no pupil­le, lec­ca­no fiche, suc­chia­no caz­zi, snif­fa­no pol­ve­re, ina­la­no hashish­mi­sto a son­ni­fe­ri? Fino a quan­do que­sto gene­re di feti­ci­smo con­ti­nue­rà a esse­re ecci­tan­te, inno­va­ti­vo e sti­mo­lan­te? Chi ora sie­de in que­sta stan­za, da gio­va­ne ha pro­va­to mol­te dro­ghe, sia ai tem­pi dell’università che dopo. Ma guar­da­li, sono come atol­li sepa­ra­ti, inca­pa­ci di dare un sen­so ai loro gior­ni sen­za sta­re assieme».

«Triste mentre Ahmed è in carcere»

In Ita­lia è venu­to il coau­to­re di Vita: istru­zio­ni per l’uso. «È tri­ste esse­re qui men­tre Ahmed è in pri­gio­ne», dice al Cor­rie­re Ayman Al Zor­qa­ni, che ha rea­liz­za­to illu­stra­zio­ni che si alter­na­no ai capi­to­li del roman­zo. Ave­va incon­tra­to Ahmed Nagi pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011, ed era rima­sto col­pi­to dal suo sti­le. «Par­la­va di poli­ti­ca in modo sar­ca­sti­co, e per que­sto era più effi­ca­ce, face­va arrab­bia­re le auto­ri­tà per­ché si face­va bef­fe di loro», spie­ga. Nagi si sta­va anche facen­do un nome: Vita, istru­zio­ni per l’uso è il suo secon­do roman­zo pub­bli­ca­to in Ita­lia, dopo l’esordio con Rogers e la Via del Dra­go divo­ra­to dal Sole (Il Siren­te, 2010). I due ave­va­no deci­so subi­to di col­la­bo­ra­re, ma dopo l’inizio del­la rivo­lu­zio­ne sospe­se­ro ogni cosa, per poi ripren­de­re a lavo­ra­re al roman­zo nel 2012.

La rivista di sinistra e il manager della Fratellanza

L’arresto di Nagi è in par­te il frut­to di con­ser­va­to­ri­smo socia­le ma anche di inet­ti­tu­di­ne e ven­det­te per­so­na­li. La sto­ria ce la rac­con­ta Al Zor­qa­ni, in una lun­ga con­ver­sa­zio­ne. Nagi lavo­ra­va per il perio­di­co cul­tu­ra­le Akh­bar Al Adab. Nel 2013, duran­te l’era del­la Fra­tel­lan­za Musul­ma­na, era­no sta­ti piaz­za­ti a capo dei gior­na­li uomi­ni fede­li ai nuo­vi gover­nan­ti. «I gior­na­li­sti di Akh­bar Al Adab sono di sini­stra e atei, men­tre il nuo­vo mana­ger, tale Mag­di Afi­fi, con­ser­va­to­re e reli­gio­so ten­ta­va di con­trol­la­re quel­lo che scri­ve­va­no». È sta­to in que­sto perio­do che uno dei capo­re­dat­to­ri ha pen­sa­to di pub­bli­ca­re un estrat­to del roman­zo al qua­le Nagi sta­va lavo­ran­do. «Ahmed gli ha con­se­gna­to tre capi­to­li tra cui sce­glie­re e poi è par­ti­to per un viag­gio già pre­vi­sto negli Sta­ti Uni­ti — con­ti­nua Al Zor­qa­ni —. Nel frat­tem­po, a metà del 2013 i Fra­tel­li Musul­ma­ni sono sta­ti rove­scia­ti, poi Al Sisi è diven­ta­to pre­si­den­te e ha sosti­tui­to tut­ti mana­ger dei gior­na­li con uomi­ni a lui fede­li. Ma si è dimen­ti­ca­to di Akh­bar Al Adab. E così que­sta è sta­ta l’età dell’oro per il perio­di­co». Infat­ti, «il mana­ger nomi­na­to dai Fra­tel­li Musul­ma­ni non vole­va esse­re epu­ra­to e per­de­re il lavo­ro e così resta­va zit­to, non inter­fe­ri­va con il gior­na­le. Ma quan­do il capi­to­lo sesto di Nagi è sta­to pub­bli­ca­to, c’è sta­to chi l’ha tro­va­to offen­si­vo, anche se il suo con­te­nu­to non è sen­za pre­ce­den­ti. E’ sta­to allo­ra che le auto­ri­tà han­no sco­per­to che Afi­fi era il mana­ger e l’hanno licen­zia­to in tronco».

La furia di Afifi

E allo­ra Afi­fi si è arrab­bia­to. «Ave­va sop­por­ta­to per quat­tro mesi un gior­na­le pie­no di paro­lac­ce e con­te­nu­ti immo­ra­li e sen­za Dio. Pen­sa­va alme­no di poter riu­sci­re a con­ser­va­re il posto — ci dice Al Zor­qa­ni —. A que­sto pun­to non pote­va oppor­si alla deci­sio­ne di Al Sisi, ma alme­no pote­va ven­di­car­si di quei miscre­den­ti. Così deve aver visto nel capi­to­lo del libro di Nagi una spe­cie di dono divi­no: gli per­met­te­va di col­pe­vo­liz­za­re la reda­zio­ne e anche di spin­ge­re il gover­no a esse­re più con­ser­va­to­re. Così è anda­to pres­so l’ordine dei gior­na­li­sti, ha denun­cia­to Akh­bar Al Adab affer­man­do che pub­bli­ca­va por­no­gra­fia, con­te­nu­ti vol­ga­ri e con­tra­ri all’Islam. Le auto­ri­tà han­no cer­ca­to di evi­ta­re che scop­pias­se un caso, non vole­va­no che Afi­fi appa­ris­se come un eroe, ma odia­va­no anche Ahmed e il suo lavo­ro. Quan­do è tor­na­to dagli Sta­ti Uni­ti lo han­no sospe­so, anche se non licen­zia­to. A lui non impor­ta­va. Nel frat­tem­po, abbia­mo com­ple­ta­to la gra­fi­ca e fat­to stam­pa­re il libro in Liba­no, poi la poli­zia doga­na­le egi­zia­na ha dato l’autorizzazione all’ingresso del­le mil­le copie e il roman­zo sta­va aven­do un discre­to suc­ces­so, ne ave­va­mo ven­du­te 900».

La nuova denuncia

Era pas­sa­to un anno, insom­ma, quan­do è arri­va­ta una nuo­va denun­cia, sta­vol­ta da par­te di un pri­va­to cit­ta­di­no, di nome Gha­ni Salah, che si è det­to tur­ba­to dai rife­ri­men­ti al ses­so con­te­nu­ti nel­lo stral­cio pub­bli­ca­to dal­la rivi­sta. Al Zor­qa­ni sospet­ta che l’istigatore fos­se il soli­to Afi­fi. Quel che è cer­to è che nes­su­no si aspet­ta­va che lo scrit­to­re potes­se esse­re arre­sta­to. «Non è la pri­ma vol­ta che la let­te­ra­tu­ra egi­zia­na con­tem­po­ra­nea pre­sen­ta per­so­nag­gi poco edi­fi­can­ti — scri­ve l’arabista Eli­sa­bet­ta Ros­si —: basti pen­sa­re per esem­pio a ‘Abdal­lah, pro­ta­go­ni­sta del roman­zo di Ahmad al-‘Aydi Esse­re ‘Abbas al-‘Abd… che beve alco­li­ci, fuma hashish e intrat­tie­ne rela­zio­ni libe­re con le ragaz­ze; la sua schi­zo­fre­nia lo por­ta a uno sta­dio di alie­na­zio­ne che lo dirot­ta ver­so un rap­por­to con­flit­tua­le con la socie­tà e la cit­tà in cui vive, Il Cai­ro». Cer­to, ci sono sta­ti libri proi­bi­ti in pas­sa­to in Egit­to, sot­to­li­nea Al Zor­qa­ni, sin da «L’Islam e le fon­da­men­ta del pote­re poli­ti­co» di Ali Abdel Raziq nel 1925 (che era in real­tà un libro con­tro il re Fuad) fino al gra­phic novel di Mag­di Sha­fiei ban­di­to nel 2007 per una sce­na d’amore (in real­tà dava fasti­dio il fat­to che cri­ti­cas­se il pre­si­den­te Muba­rak per­ché vole­va tra­smet­te­re il pote­re al figlio). «Ma non c’erano pre­ce­den­ti per l’arresto di Ahmed Nagi. E così lui aspet­ta­va al mas­si­mo una mul­ta, non cer­to il carcere».

La condanna

Le auto­ri­tà di poli­zia e poi il giu­di­ce in appel­lo han­no volu­to fare bel­la figu­ra, secon­do il dise­gna­to­re. Dopo il pro­scio­gli­men­to in pri­mo gra­do, «la pub­bli­ca accu­sa ha deci­so di tra­sfor­ma­re l’indignazione del pri­va­to cit­ta­di­no in indi­gna­zio­ne del­lo Sta­to», ha det­to all’Ansa Ric­car­do Nou­ry, por­ta­vo­ce di Amne­sty Inter­na­tio­nal Ita­lia che ha patro­ci­na­to il libro. A nul­la sono val­se le pro­te­ste di 700 intel­let­tua­li egi­zia­ni e il Pre­mio «Bar­bey Free­dom to Wri­te» con­fe­ri­to da «Pen» al gio­va­ne scrit­to­re. «Ahmed all’inizio pen­sa­va che i media potes­se­ro aiu­tar­lo», spie­ga Al Zor­qa­ni. «C’era sta­to un for­te movi­men­to in suo favo­re. Anche i con­ser­va­to­ri cui non pia­ce que­sto libro e che cre­do­no deb­ba esse­re proi­bi­to non pen­sa­no che lui deb­ba anda­re in prigione».

Prigioniero politico

Secon­do Al Zor­qa­ni, a un cer­to pun­to, Nagi è sta­to visto come un oppo­si­to­re poli­ti­co e ciò ren­de dif­fi­ci­le anche una ridu­zio­ne del­la pena. «Ci sono sta­te cele­bri­tà che in tv han­no det­to che que­sto non è l’Egitto in cui cre­do­no, han­no pre­sen­ta­to que­sto caso come una que­stio­ne per­so­na­le con­tro Al Sisi. E anche le auto­ri­tà lo stan­no trat­tan­do come un pri­gio­nie­ro poli­ti­co. Due set­ti­ma­ne fa, sono sta­ti gra­zia­ti alcu­ni cri­mi­na­li comu­ni, ma lui no, è rima­sto den­tro». Anche Amne­sty Inter­na­tio­nal sospet­ta che la col­pa di Nagi non sia­no sta­ti tan­to i det­ta­gli su ses­so e dro­ga spar­si nel libro, quan­to il rea­li­smo con cui descri­ve «una Cai­ro tri­ste, vio­len­ta, putri­da e cat­ti­va». «Per tut­to il tem­po che vivi o ti muo­vi den­tro al Cai­ro, sei costan­te­men­te deni­gra­to. Sei desti­na­to a incaz­zar­ti. Anche se impie­ghi tut­te le for­ze del­la Ter­ra non puoi cam­bia­re que­sto desti­no. Sei sog­get­to in ogni momen­to ai pet­te­go­lez­zi che ti arri­va­no da sopra e da sot­to, da destra e da sini­stra», riflet­te il pro­ta­go­ni­sta Bas­sam. «La rico­stru­zio­ne del Cai­ro e l’attenzione alla sua archi­tet­tu­ra sono dun­que tema­ti­che cen­tra­li del roman­zo», nota Eli­sa­bet­ta Ros­si che ha inter­vi­sta­to l’autore pri­ma dell’arresto. «L’intento del­la “Socie­tà degli Urba­ni­sti” non sem­bra così distan­te dal­la real­tà: pare qua­si rispon­de­re all’attuale e ambi­zio­so pro­get­to di Al Sisi di costrui­re, coi finan­zia­men­ti sau­di­ti, una moder­na capi­ta­le egi­zia­na nel cuo­re del deserto».

«Il processo» di Kafka (a fumetti)

Al Zor­qa­ni ci dice di aver visto l’amico un mese e mez­zo fa, l’ultima vol­ta. Era den­tro la gab­bia in cui ven­go­no tenu­ti gli impu­ta­ti in tri­bu­na­le. «Non ave­va un brut­to aspet­to, non sta male fisi­ca­men­te, ma è in uno sta­to di pani­co. So dal­la sua fidan­za­ta che non rie­sce a dor­mi­re. E’ in cel­la con altre 40 per­so­ne e vor­reb­be resta­re solo. La buo­na noti­zia è che è un car­ce­re per uomi­ni d’affari cor­rot­ti per­ciò non ci sono scon­tri e zuf­fe, ma non può nem­me­no anda­re in bagno sen­za un guar­dia­no». Al Zor­qa­ni gli ha man­da­to «Il pro­ces­so» di Kaf­ka in ara­bo e «Hush», il fumet­to di Jim Lee. «Quan­do vedo­no i dise­gni, le guar­die non fan­no pro­ble­mi. Pen­sa­no che i fumet­ti sia­no per bambini».

0

Libri: in italiano ultimo libro Nàgi, ma lui è in carcere

(di Lucia­na Bor­sat­ti) (ANSA­med) — ROMA, 3 OTT — Una sedia vuo­ta per uno scrit­to­re che non c’è e che in Egit­to detie­ne anche il pri­ma­to di pri­mo auto­re fini­to in car­ce­re per il pro­prio libro. Era quel­la riser­va­ta ad Ahmed Nagi, auto­re di “Vita: istru­zio­ni per l’uso” (Il Siren­te, pp. 270, 18 euro), in un incon­tro ieri a Roma cui ha potu­to par­te­ci­pa­re solo il gra­fi­co Ayman Al Zor­qa­ni, che ha co-fir­ma­to il libro per le sue pro­vo­ca­to­rie illustrazioni.

Il 20 feb­bra­io scor­so Nàgi è sta­to con­dan­na­to a due anni di car­ce­re per ‘oltrag­gio al pudo­re’, dopo che un capi­to­lo del libro — già dato alle stam­pe — era sta­to pub­bli­ca­to su un perio­di­co let­te­ra­rio. Il pro­ces­so era nato dal­la denun­cia di un pri­va­to cit­ta­di­no che si era sen­ti­to tur­ba­to dai rife­ri­men­ti al ses­so fre­quen­ti in un rac­con­to pur pri­ma­ria­men­te incen­tra­to sul­la real­tà socia­le del Cai­ro — metro­po­li che, dopo una ter­ri­bi­le cata­stro­fe natu­ra­le, una “Socie­tà degli Urba­ni­sti”, vuo­le rico­strui­re cam­bian­do­la radicalmente.

Ma dopo il pro­scio­gli­men­to in pri­mo gra­do, “la pub­bli­ca accu­sa ha deci­so di tra­sfor­ma­re l’indignazione del pri­va­to cit­ta­di­no in indi­gna­zio­ne del­lo Sta­to — affer­ma Ric­car­do Nou­ry, por­ta­vo­ce di Amne­sty Inter­na­tio­nal Ita­lia che ha patro­ci­na­to il libro — facen­do scat­ta­re la con­dan­na”. Con­tro la qua­le a nul­la sono val­se le pro­te­ste di 700 intel­let­tua­li egi­zia­ni e il Pre­mio Bar­bey Free­dom to Wri­te con­fe­ri­to da Pen al gio­va­ne scrit­to­re. Tan­to da far pen­sa­re, sot­to­li­nea anco­ra Nou­ry, che la col­pa di Nagi non sia­no sta­ti tan­to i det­ta­gli su ses­so e dro­ga spar­si nel libro, quan­to il rea­li­smo con cui descri­ve “una Cai­ro tri­ste, vio­len­za, putri­da e cat­ti­va”: l’aver mostra­to cioè “l’immostrabile”. “E’ tri­ste esse­re qui con Ahmed in pri­gio­ne”, ha det­to Al Zor­qa­ni. Pare che Nàgi stia fisi­ca­men­te bene, ha aggiun­to, ma sia costret­to a subi­re “mol­te pres­sio­ni psicologiche”.

Il libro — scrit­to pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011 — “è una disce­sa tra le mil­le stra­ti­fi­ca­zio­ni del Cai­ro”, rac­con­ta il gra­fi­co, dove a lui è anda­to tra l’altro il com­pi­to di descri­ve­re con trat­ti impie­to­si “gli ani­ma­li” del­la metro­po­li, ste­reo­ti­pi di per­so­nag­gi che “cer­ca­no di ren­der­si accet­ta­bi­li”. Nagy, noto anche per esse­re sta­to uno dei pri­mi blog­ger egi­zia­ni, non è l’unico auto­re che ha visto la pro­pria ope­ra cen­su­ra­ta, me è sta­to appun­to il pri­mo a subi­re una con­dan­na in car­ce­re gli stes­si moti­vi. In que­sto modo le isti­tu­zio­ni dell’era del pre­si­den­te Sisi han­no volu­to dare “un mes­sag­gio” anche agli altri, sostie­ne il gio­va­ne dise­gna­to­re, e per que­sto dif­fi­cil­men­te potrà ave­re scon­ti di pena. Quan­to al con­sen­so socia­le di cui l’ex gene­ra­le gode, valu­ta Al Zor­qa­ni, è dimi­nui­to rispet­to all’epoca del suo inse­dia­men­to, cer­ta­men­te tra i gio­va­ni e anche per aver man­ca­to di incon­tra­re le aspet­ta­ti­ve di varie clas­si socia­li in cam­po eco­no­mi­co. Ma da qui a dire che non sareb­be ora in gra­do di vin­ce­re nuo­ve ele­zio­ni ce ne pas­sa: dipen­de da chi altro cor­re­reb­be per la cari­ca, lascia capi­re il gra­fi­co, e resta for­te tra gli egi­zia­ni il biso­gno di sta­bi­li­tà che Sisi ha incarnato.

Ma sul fron­te dei media il pano­ra­ma descrit­to da Al Zor­qa­ni è qua­si deser­ti­fi­ca­to: o sono schie­ra­ti con Sisi o sono la voce dei Fra­tel­li musul­ma­ni (estro­mes­si dal pote­re nel 2013, ndr).

Amplia­to inol­te lo spa­zio di mano­vra e di arbi­trio di cui il sin­go­lo appar­te­nen­te agli appa­ra­ti di sicu­rez­za può ora valer­si rispet­to al pas­sa­to: come a dire, spie­ga, che un caso come quel­lo di Giu­lio Rege­ni, tor­tu­ra­to e ucci­so da mani anco­ra igno­te, ai tem­pi dell’ex pre­si­den­te Muba­rak non sareb­be potu­to acca­de­re sen­za che i ver­ti­ci lo sapes­se­ro. (ANSA­med).

0

Un romanzo visionario che con coraggio sfugge agli schemi letterari egiziani

Un romanzo visionario che con coraggio  sfugge agli schemi letterari egiziani

Da Reset-Dia­lo­gues on Civilizations

Recen­sio­ne di “Vita: istru­zio­ni per l’uso” di Ahmed Nàgi di Fran­ce­sca Bel­li­no del 22 set­tem­bre 2016

Ben­ve­nu­ti nell’infernale Cai­ro, dove la vita è una con­ti­nua atte­sa e l’odore di immon­di­zia e ster­co di ani­ma­li di qua­lun­que sor­ta è in ogni dove” scri­ve lo scrit­to­re e blog­ger egi­zia­no Ahmad Nàgy in uno dei tan­ti pas­sag­gi del suo roman­zo Vita: istru­zio­ni per l’uso, (Il Siren­te, tra­du­zio­ne dall’arabo di Eli­sa­bet­ta Ros­si e Fer­nan­do Fischio­ne), in cui descri­ve la capi­ta­le egi­zia­na come una sof­fo­can­te “real­tà da incu­bo”, un luo­go dove anche il fiu­me Nilo si intri­sti­sce quan­do lo attraversa.
É sen­za dub­bio Il Cai­ro, con il suo decli­no e la sua auspi­ca­ta e neces­sa­ria “rie­di­fi­ca­zio­ne”, la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo che per Nàgi ha signi­fi­ca­to una con­dan­na dal tri­bu­na­le di Bulaq lo scor­so 20 feb­bra­io a due anni di car­ce­re per “offe­sa alla pub­bli­ca mora­le” segui­ta alla pub­bli­ca­zio­ne sul perio­di­co let­te­ra­rio Akh­bar el Adab di un estrat­to del roman­zo pub­bli­ca­to in Egit­to nel 2014 con il tito­lo Ist­kh­dam al-Hayat. Il “rea­to” si rife­ri­sce in par­ti­co­la­re all’esplicita sce­na di ses­so con cui si chiu­de il sesto capi­to­lo che rac­con­ta una sera­ta tra ven­ten­ni tra­scor­sa rol­lan­do can­ne, beven­do bir­ra, discu­ten­do sul­le ulti­me mode come il feti­ci­smo ses­sua­le di lec­ca­re le pupil­le e sognan­do l’amore.

Insie­me a una foto­gra­fia cri­ti­ca del Cai­ro, il roman­zo offre al let­to­re anche una det­ta­glia­ta e dispe­ra­ta descri­zio­ne del­la con­tem­po­ra­nea gio­ven­tù egi­zia­na, spae­sa­ta, fru­stra­ta, impos­si­bi­li­ta­ta a mani­fe­sta­re e vive­re i sen­ti­men­ti, alla con­ti­nua ricer­ca di liber­tà e benes­se­re in una socie­tà tri­ste e repres­sa che impron­ta­ta le rela­zio­ni sull’apparenza e il giu­di­zio altrui.
“Qui dico­no: Fa’ come vuoi, ma espri­mi i tuoi sen­ti­men­ti come voglio­no gli altri” scri­ve Nàgi evi­den­zian­do che “quan­do vivi o ti muo­vi den­tro il Cai­ro, vie­ni costan­te­men­te offe­so. Anche met­ten­do insie­me tut­te le for­ze del­la ter­ra, non potre­sti cam­bia­re que­sto destino”.
Tut­to il roman­zo che si pre­sen­ta in una for­ma nar­ra­ti­va spe­ri­men­ta­le, arric­chi­to dal­le illu­stra­zio­ni dell’artista cai­ro­ta Ayman al-Zur­qa­ny, è attra­ver­sa­to da que­sto sen­ti­men­to di ras­se­gna­zio­ne e da un sen­so di scon­fit­ta e d’impossibilità di cam­bia­re il desti­no indi­vi­dua­le e del­la nazio­ne. “Non sei padro­ne di te stes­so, non sei padro­ne di nien­te in que­sta cit­tà. È lei che ti pos­sie­de” scri­ve l’autore per mar­ca­re l’impotenza dei gio­va­ni egi­zia­ni e la loro sof­fe­ren­za di vive­re in una cit­tà capa­ce solo di adde­stra­re alla speranza.

Nàgi non fa cen­ni al pri­ma o dopo rivo­lu­zio­ne 2011. Per lui i pro­ble­mi strut­tu­ra­li del­le rela­zio­ni sen­ti­men­ta­li e car­na­li del­la socie­tà egi­zia­na resta­no sem­pre ugua­li: tesi e dif­fi­ci­li. “I for­tu­na­ti che in que­sta cit­tà supe­ra­no la fase del­la repres­sio­ne ses­sua­le – spie­ga -, fini­sco­no per tro­var­si in un’area in cui il ses­so non è che un ramo secon­da­rio dell’amicizia. Altri­men­ti, diven­ta un chio­do fisso”.
L’atmosfera cata­stro­fi­ca si respi­ra sin dal­le pri­me pagi­ne in cui l’autore pro­po­ne una disto­pia, un feno­me­no spa­ven­to­so, “lo Tsu­na­mi del deser­to”, per cui gli abi­tan­ti del Cai­ro si risve­glia­ro­no sepol­ti sot­to ton­nel­la­te di sab­bia e pol­ve­re. Per par­la­re del pre­sen­te, dun­que, Nàgi ipo­tiz­za un futu­ro in cui nasce “La Socie­tà degli Urba­ni­sti”, un’organizzazione ret­ta dal­la poten­te maga Papri­ka, che vuo­le distrug­ge­re il Cai­ro del­le con­trad­di­zio­ni per crea­re un nuo­vo cen­tro urba­no futu­ri­sti­co in cui a far da padro­na è la tec­no­lo­gia. In que­sto modo Nàgi intro­du­ce nel­la nar­ra­ti­va ara­ba con deri­ve fan­ta­scien­ti­fi­che, la cata­stro­phic fic­tion, un gene­re che gira intor­no alla distru­zio­ne del pia­ne­ta ter­ra con cata­stro­fi natu­ra­li, pro­prio come avvie­ne nell’incipit del libro. Rico­strui­re il Cai­ro dopo la sua neces­sa­ria distru­zio­ne (inte­sa come even­to puri­fi­ca­to­re), diven­ta il cuo­re del­la storia.

Nàgi, già cono­sciu­to in Ita­lia per il suo esor­dio, Rogers e la via del Dra­go divo­ra­to dal Sole (Il Siren­te, 2010), dimo­stra anche que­sta vol­ta la sua abi­li­tà descrit­ti­va nell’offrire al let­to­re una radio­gra­fia dei “rag­grup­pa­men­ti uma­ni invi­si­bi­li” che abi­ta­no la cit­tà mil­le­na­ria: dai fana­ti­ci reli­gio­si che si muo­vo­no in grup­pi di fra­tel­li e sorel­le agli omo­ses­sua­li, dai bam­bi­ni di stra­da immer­si nei fumi del­la col­la tra le barac­co­po­li agli spac­cia­to­ri di hashish, dagli uomi­ni d’affari obe­si agli scam­bi­sti e ai sadomasochisti.
A que­ste pagi­ne va aggiun­ta l’esilarante car­rel­la­ta degli “ani­ma­li del Cai­ro”, una serie di carat­te­ri che si pos­so incon­tra­re per le stra­de del­la capi­ta­le egi­zia­na: dal cane ran­da­gio all’artista pesce-gat­to, dal­la fan­ciul­la vela­ta al rino­ce­ron­te sel­va­ti­co, dal­lo sca­ra­fag­gio ai der­vi­sci, dal ver­me allo shey­kh-tigre, al taxi bio­lo­gi­co al topo nero.
Nàgi, al qua­le PEN Inter­na­tio­nal ha asse­gna­to il Pre­mio Bar­bey Free­dom to Wri­te, non è l’unico caso di voce cri­ti­ca zit­ti­ta nell’era Al-Sisi. Del libro e di liber­tà d’espressione vio­la­ta si par­le­rà al Festi­val del­la Let­te­ra­tu­ra Medi­ter­ra­nea a Luce­ra il 25 set­tem­bre alla pre­sen­za, tra gli altri, dell’autore del­le illu­stra­zio­ni Ayman al-Zur­qa­ny nel focus “Tut­ti i segni del­la dissidenza”.

0

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” di Sumia Sukkar

In libreria “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, terzo e imperdibile titolo della collana Altriarabi Migrante.

Ogni capitolo ha il nome di un colore in questo libro denso e profondo che ci racconta la guerra siriana e la distruzione di Aleppo dall’interno di una famiglia, che raccoglie tutte le sue forze per cercare di sopravvivere intimamente e fisicamente alla devastazione della propria città.

…orri­bi­le e bel­lo allo stes­so tem­po…” dove l’arte diven­ta una for­ma di resistenza

Adam ha quat­tor­di­ci anni e sof­fre del­la sin­dro­me di Asper­ger, una for­ma di auti­smo che non pro­vo­ca ritar­di signi­fi­ca­ti­vi nel­lo svi­lup­po del lin­guag­gio o del­le capa­ci­tà cogni­ti­ve. Adam ha ere­di­ta­to dal­la madre il talen­to nel­la pit­tu­ra e infat­ti tra­scor­re la mag­gior par­te del suo tem­po libe­ro, dipin­gen­do i suoi fami­lia­ri, gli even­ti che segna­no la sua vita, il mon­do che lo cir­con­da. Adam asso­cia un colo­re a ogni sta­to d’animo e per­so­na o situa­zio­ne e Yasmin, sua sorel­la, sor­ri­den­te e pazien­te, sem­pre pron­ta a rispon­de­re alle sue mil­le doman­de, è il ros­so rubi­no, il colo­re del­la gio­ia, del sor­ri­so. È il 26 di gen­na­io gli scon­tri e le mani­fe­sta­zio­ni si dif­fon­do­no per Alep­po, ma per Adam non può esse­re una guer­ra civi­le, come la defi­ni­sco­no alla TV, per­ché nel­la guer­ra ad affron­tar­si sono gli uomi­ni in divi­sa, gli eser­ci­ti e lui vede solo cit­ta­di­ni nor­ma­li, dal­la sua fine­stra. Pian pia­no, però, la guer­ra entre­rà nel­la vita di Adam attra­ver­so il dete­rio­ra­men­to len­to ed ine­so­ra­bi­le del­la sua rou­ti­ne quo­ti­dia­na: la scar­si­tà di cibo, la man­can­za di acqua ed elet­tri­ci­tà, la chiu­su­ra del­la scuo­la, il bom­bar­da­men­to di casa sua, la mor­te dei vici­ni e degli ami­ci di fami­glia e poi dei suoi stes­si fami­lia­ri, che nel lun­go cam­mi­no che da Alep­po lo por­te­rà a Dama­sco, lo lasce­ran­no uno a uno. Un ritrat­to vivi­do di una cit­tà mar­to­ria­ta e dei suoi abi­tan­ti, rac­con­ta­to attra­ver­so gli occhi inno­cen­ti del protagonista.

Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra è il roman­zo debut­to del­la gio­va­nis­si­ma e bril­lan­te Sumia Suk­kar, autri­ce ingle­se di ori­gi­ne siria­na-alge­ri­na, nota­ta e inco­rag­gia­ta dal suo pro­fes­so­re di scrit­tu­ra crea­ti­va all’università, che, estre­ma­men­te impres­sio­na­to dai suoi scrit­ti, anco­ra sot­to for­ma di work in pro­gress all’epoca, l’ha incen­ti­va­ta a per­se­ve­ra­re offren­do­le un con­trat­to di pubblicazione. Trasmesso dal­la BBC nel cor­so del famo­so pro­gram­ma “Satur­day Drama”.

Sumia Sukkar  Sumia Suk­kar sarà in Ita­lia per pre­sen­ta­re “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guerra” domenica 25 set­tem­bre ore 19,00 XIV edi­zio­ne del Festi­val del­la Let­te­ra­tu­ra Medi­ter­ra­nea di Lucera

 

 

0
Pagina 1 del 5 12345