Fuori da Gaza

Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

Innan­zi­tut­to un’istantanea: un ragaz­zo, sedu­to sul tet­to del­la pro­pria abi­ta­zio­ne a fuma­re pla­ci­da­men­te uno spi­nel­lo, che guar­da un inso­li­to cie­lo not­tur­no. Non sta cer­can­do le rispo­ste tra gli astri, né si sta goden­do uno spet­ta­co­lo piro­tec­ni­co. Osser­va Gaza, la sua ter­ra, col­pi­ta dai bom­bar­da­men­ti. Sia­mo in Pale­sti­na all’inizio del seco­lo, e sia­mo tra le pagi­ne di “Fuo­ri da Gaza”, il roman­zo d’esordio del­la scrit­tri­ce Sel­ma Dab­ba­gh, tra­dot­to da Bar­ba­ra Beni­ni, edi­to in Ita­lia da il Siren­te.

Dopo que­sta car­to­li­na dall’inferno, si aggiun­ga al con­to degli ele­men­ti fon­da­men­ta­li del roman­zo: il con­flit­to. E’ que­sto il vero tema por­tan­te del­la sto­ria. Il con­flit­to che ogni gior­no sfo­cia nel san­gue, quel­lo che, a ogni lati­tu­di­ne, è sem­pre dan­na­ta­men­te attua­le. Lo stes­so che, in manie­ra meno cruen­ta, può con­su­mar­si tra le mura dome­sti­che. Pro­ta­go­ni­sti, in que­sto caso, i gemel­li Rashid e Iman Muja­hed, così ugua­li di fron­te allo spec­chio eppu­re tan­to diver­si, al pun­to che le loro diver­gen­ze diven­ta­no l’espediente nar­ra­ti­vo per­fet­to per rac­con­ta­re i con­ti­nui con­tra­sti, tan­to poli­ti­ci quan­to bel­li­ci, di una socie­tà ormai avvia­ta al decli­no. Un impe­ro alla fine di una san­gui­no­sa deca­den­za.

Il ter­zo ele­men­to por­tan­te è: la fuga. Quel desi­de­rio di scap­pa­re da un ter­ri­to­rio ormai sgre­to­la­to  sot­to gli occhi di chi non accen­na a rea­gi­re; una fuga per anda­re alla ricer­ca di nuo­vi sti­mo­li, o di una vita fat­ta di nor­ma­li­tà, con­ce­den­do­si maga­ri uno di que­gli “occi­den­ta­li­smi” che appa­io­no sem­pre come una chi­me­ra. Il desi­de­rio, o il sen­so di ribel­lio­ne, di sfug­gi­re ad abi­tu­di­ni e tra­di­zio­ni che, ormai, i pro­ta­go­ni­sti avver­to­no come un peso inso­ste­ni­bi­le che li por­te­rà lon­ta­no dal loco natio.

Il quar­to soli­do pila­stro sul qua­le si fon­da que­sta sto­ria è: la veri­di­ci­tà. Quel­la che Sel­ma Dab­ba­gh uti­liz­za per descri­ve­re per­so­nag­gi, sce­na­ri, situa­zio­ni che fan­no par­te soli­ta­men­te del­la cro­na­ca inter­na­zio­na­le e che ven­go­no qui ripro­po­ste all’interno di un roman­zo capa­ce, come pochi, di scuo­te­re la coscien­za del let­to­re, non pri­ma di aver­lo con­qui­sta­to con uno sti­le al pas­so dei tem­pi e con una sto­ria che sa di vero, sen­za dover ricor­re­re a luo­ghi comu­ni o a imma­gi­ni già viste in tele­vi­sio­ne

Paqui­to Catan­za­ro per Leg­ge­re Tut­ti, Mar­zo 2018

 

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Selma Dabbagh…parole mediorientali

Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

Fuo­ri da Gaza, di Sel­ma Dag­ga­gh (tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni, Il Siren­te), è un roman­zo velo­ce, spi­glia­to, che rie­sce a rac­con­ta­re le ener­gie distor­te e le fru­stra­zio­ni quo­ti­dia­ne del popo­lo pale­sti­ne­se attra­ver­so un intrec­cio sem­pli­ce e inci­si­vo. Men­tre l’esercito israe­lia­no sta bom­bar­da­no Gaza, Rashid, ine­be­ti­to dal­la can­na che si è appe­na fuma­to – Glo­ria, la sua pian­ta di mari­jua­na, è pro­ba­bil­men­te il suo uni­co orgo­glio – riflet­te sul­la bor­sa di stu­dio che ha vin­to per tra­sfe­rir­si a Lon­dra. Sua sorel­la gemel­la Iman spen­de la sua vita, al con­tra­rio, in un cen­tro cul­tu­ra­le, cer­can­do di allon­ta­nar­ne gli isla­mi­ci che la cor­teg­gia­no per attua­re atten­ta­ti deva­stan­ti. L’azione si spo­sta poi nel­la capi­ta­le del Regno Uni­to, dove i ragaz­zi si ritro­ve­ran­no a fare una vita da sra­di­ca­ti, uti­liz­za­ti come scim­mie ammae­stra­te dagli atti­vi­sti radi­cal chic, sbef­feg­gia­ti e umi­lia­ti dall’antiterrorismo ter­ro­riz­zan­te per tor­nar­se­ne a Gaza e ripren­de­re l’ordinaria e fol­le quo­ti­dia­ni­tà di una cit­tà impri­gio­na­ta.

Fuo­ri da Gaza è diver­ten­te e mol­to duro. Le coin­ci­den­ze, sem­pre più pres­san­ti a mano a mano che il roman­zo si evol­ve, non infa­sti­di­sco­no la let­tu­ra e tro­va­no un pro­prio signi­fi­ca­to nei capi­to­li fina­li, in un cre­scen­do di ten­sio­ne e di sno­di nar­ra­ti­vi uti­liz­za­ti in modo incon­sue­to. Quel­lo che emer­ge è il desi­de­rio, il sogno di esse­relon­ta­ni da tut­to: “Lui ne era fuo­ri. Un bal­zo, un altro e poi un altro anco­ra e, visto che non vola, ora sta sal­tan­do sopra il mare, il Mare Bian­co, Al Bahr Al Abyad, il Medi­ter­ra­neo. Così blu e vivo, con pesci e del­fi­ni che guiz­za­no, che si lan­cia­no come lui, su, in alto nel cie­lo, fuo­ri da tut­to e lon­ta­no da lì”.

Loren­zo Maz­zo­ni — Il Fat­to Quo­ti­dia­no

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Le ballerine di Papicha di Kaouther Adimi

Algeri raccontata da Kaouther Adimi

Yasmi­ne è un’ombra inquie­ta che fuma affac­cia­ta sul­la not­te di Alge­ri, suo fra­tel­lo Adel cer­ca inva­no un son­no risto­ra­to­re che gua­ri­sca le sue ango­sce, leni­sca le feri­te di un segre­to che lo dila­nia, men­tre sot­to il suo bal­co­ne le voci impa­sta­te di alcool e fumo di Cha­kib, Nazim, Kamel, popo­la­no i suoi incu­bi coi loro discor­si vaneg­gian­ti di fuga e patria, di riscat­to e vio­len­za. Sara veglia inson­ne i deli­ri di suo mari­to Ham­za, il cui cer­vel­lo stan­co è ormai pre­da di una fol­lia asso­lu­ta men­tre i ricor­di si alter­na­no alle fan­ta­sie, gene­ran­do illu­sio­ni di mon­di in cui avreb­be potu­to vive­re, ali­men­ta­re il suo talen­to di arti­sta, sazia­re la sua fame di colo­ri e di for­me pla­sti­che, se non fos­se intrap­po­la­ta nel­la casa mater­na in cui ha dovu­to tor­na­re da quan­do lo psi­co­lo­go che ha spo­sa­to si è tra­sfor­ma­to in uno psi­co­ti­co che qua­si non la rico­no­sce più, che ricor­da a sten­to di ave­re mes­so al mon­do la dol­cis­si­ma Mou­na. Le ombre cedo­no il posto al gior­no e le vite ripren­do­no a scor­re­re dopo la pau­sa for­za­ta del­la not­te, gli occhi si libe­ra­no del­le ragna­te­le di ango­scia tes­su­te dall’oscurità inson­ne e la vita rico­min­cia a scor­re­re fre­ne­ti­ca, vela­ta dal­la pau­ra che la not­te non tor­ni, di esse­re con­dan­na­ti a vive­re per sem­pre sot­to l’impietosa e cru­de­le luce del gior­no. Yasmi­ne cor­re a pren­de­re il suo auto­bus che spa­lan­che­rà le por­te sul­la cit­tà uni­ver­si­ta­ria bru­li­can­te di vite pre­se pre­sti­to dal­le serie tele­vi­si­ve, di vite alle­go­ri­che e sto­rie di gio­va­ni all’affannosa ricer­ca di un’identità per sé e per il pro­prio Pae­se; i tor­men­ti di Adel tro­va­no fuga­ce leni­men­to tra le ombre bef­far­de e indif­fe­ren­ti degli scar­si avven­to­ri del caf­fè Eden, le fan­ta­sie di Mou­na, cal­za­te nel­le sue bal­le­ri­ne da papi­cha – gio­va­ne ragaz­za ele­gan­te ‒ galop­pa­no velo­ci sul sel­cia­to discon­nes­so oppo­nen­do la for­za dei sogni al tena­ce rea­li­smo di Tarek, suo rilut­tan­te pro­tet­to­re, le men­ti con­fu­se e feb­bri­ci­tan­ti di tre ragaz­zi tro­va­no ripa­ro nel­la fami­lia­ri­tà del­la vio­len­za, le fan­ta­sie di Hajj Yous­sef incon­tra­no il mon­do mer­ce­na­rio del­le gio­va­ni stu­den­tes­se uni­ver­si­ta­rie di pro­vin­cia e su tut­ti si libra­no i pen­sie­ri luci­di e impo­ten­ti di una madre inca­pa­ce di sal­va­re i pro­pri figli da se stes­si…

Kaou­ther Adi­mi, autri­ce alge­ri­na che ha, sin dal suo esor­dio con Le bal­le­ri­ne di Papi­cha, atti­ra­to l’attenzione di uno dei mag­gio­ri edi­to­ri fran­ce­si, in poche, strin­ga­te, essen­zia­li pagi­ne rac­chiu­de le vite che scor­ro­no lun­go le sca­le spor­che di un palaz­zo di Alge­ri, un micro­co­smo alle­go­ri­co fat­to di per­so­ne che si rac­con­ta­no e ven­go­no rac­con­ta­te da altri. Il suo è uno sti­le sec­co, asciut­to, che rac­con­ta attra­ver­so un gio­co di spec­chi ma non resti­tui­sce nes­su­na veri­tà, non for­ni­sce spie­ga­zio­ni né elar­gi­sce mise­ri­cor­dia, si limi­ta a riflet­te­re pas­si­va­men­te il dibat­ter­si del­le vite, il con­for­to leni­ti­vo offer­to dagli ste­reo­ti­pi e dal­la vio­len­za quan­do la ricer­ca di sen­so si fa vuo­ta e ina­ne. I pro­ta­go­ni­sti sono sfug­gen­ti, le loro ragio­ni elu­si­ve e non potreb­be esse­re altri­men­ti, dato che vie­ne fis­sa­ta sul­la car­ta solo una fra­zio­ne infi­ni­te­si­ma­le degli archi del­le loro vite, poche ore di un gior­no qual­sia­si nel­la cur­va discen­den­te del­la loro para­bo­la indi­vi­dua­le. Sono uomi­ni e don­ne più o meno gio­va­ni, mol­to più bra­vi nell’osservare gli altri che sé stes­si, avi­di di vita ma inca­pa­ci di tro­va­re la for­za di vive­re, di sazia­re gli appe­ti­ti sen­za nome che li agi­ta­no, di scan­da­glia­re le pro­fon­di­tà del­la pro­pria men­te, ma, bra­vis­si­mi a capi­re il pros­si­mo e a rac­con­tar­ne le mise­rie, a intuir­ne i biso­gni, a scio­ri­nar­ne impie­to­sa­men­te le debo­lez­ze.

Lisa Puz­zel­la — Man­gia­li­bri

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Selma Dabbagh: «Dentro Gaza: il calvario di due fratelli»

Tra occupazione e fondamentalismo: il romanzo di Selma Dabbagh ambientato nella Striscia. Destini diversi, strade senza ritorno

In uno dei suoi ver­si più famo­si, il poe­ta Mah­moud Dar­wish scris­se che il tem­po, a Gaza, «non por­ta i bam­bi­ni dall’infanzia imme­dia­ta­men­te alla vec­chia­ia, ma li ren­de uomi­ni al pri­mo incon­tro con il nemi­co», e che «l’unico valo­re di chi vive sot­to occu­pa­zio­ne è il gra­do di resi­sten­za all’occupante». Sem­bra pren­de­re avvio pro­prio da que­ste paro­le il roman­zo d’esordio del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se Sel­ma Dab­ba­gh, Fuo­ri da Gaza, appe­na pub­bli­ca­to in ita­lia­no dall’editore Il Siren­te, con la tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni. Un’opera pri­ma che si avven­tu­ra in uno dei ter­re­ni anco­ra ine­splo­ra­ti dal­la let­te­ra­tu­ra con­tem­po­ra­nea, andan­do a inda­ga­re l’animo più pro­fon­do del­la gio­ven­tù pale­sti­ne­se al tem­po del­la Secon­da Inti­fa­da.

La nar­ra­zio­ne ruo­ta attor­no alla sto­ria dei Muja­hed, una fami­glia medio bor­ghe­se, col­ta e bene­stan­te, la cui casa si ritro­va all’improvviso in mez­zo alle mace­rie del quar­tie­re distrut­to dal­le incur­sio­ni israe­lia­ne. «Ave­va­no demo­li­to ogni strut­tu­ra del vici­na­to, strap­pan­do­la dal­le radi­ci, sca­van­do­ne le fon­da­men­ta. I sol­da­ti, sui loro bull­do­zer gial­li, si era­no diver­ti­ti a inse­gui­re i nuo­vi sen­za­tet­to in quel­la con­fu­sio­ne. Gli albe­ri ave­va­no con­ti­nua­to a bru­cia­re per gior­ni». Iman e Rashid sono due fra­tel­li gemel­li di 17 anni che han­no vis­su­to gran par­te del­la loro vita all’estero e ades­so si ritro­va­no psi­co­lo­gi­ca­men­te intrap­po­la­ti nel­la Stri­scia. Rashid osser­va Gaza attra­ver­so le imma­gi­ni del satel­li­te, e sogna di andar­se­ne. Dall’alto gli appa­re come «un coral­lo essic­ca­to, incre­spa­to, com­par­ti­men­ta­to e sab­bio­so», con «cen­ti- naia di miglia­ia di abi­ta­zio­ni ridot­te a graf­fi su un osso». Dall’altra par­te, quel­la ormai vie­ta­ta ai pale­sti­ne­si, c’è inve­ce «un’elaborata coper­ta dal desi­gn moder­ni­sta. […] Quel­la par­te scin­til­la­va. Pan­nel­li sola­ri e pisci­ne luc­ci­ca­va­no al sole».

Il campo profughi di Jabaliya nella striscia di Gaza (Ansa)

Il cam­po pro­fu­ghi di Jaba­liya nel­la stri­scia di Gaza (Ansa)

È lo stes­so con­tra­sto evi­den­zia­to dal­la gior­na­li­sta israe­lia­na Ami­ra Haas quan­do defi­nì Gaza «la con­trad­di­zio­ne del­lo Sta­to d’Israele, demo­cra­zia per alcu­ni, espro­prio per altri». E Dab­ba­gh sce­glie di inda­ga­re pro­prio il signi­fi­ca­to inti­mo di quel ner­vo sco­per­to nel­la vita di tut­ti i gior­ni. Ambien­ta­to tra Gaza e Lon­dra, il suo roman­zo segue le vite di Rashid e Iman nel loro ten­ta­ti­vo di costruir­si un futu­ro in mez­zo all’occupazione, al fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e alle varie fazio­ni poli­ti­che. Il padre dei due gio­va­ni è un ex espo­nen­te dell’Olp, vive in esi­lio e non com­pren­de le ragio­ni degli isla­mi­ci, «non ave­va mai avu­to tem­po per la reli­gio­ne e non vede­va alcu­na ragio­ne per cam­bia­re: a tut­ti loro, Dio ave­va a mala pena rivol­to un sor­ri­so ».

La madre ha un pas­sa­to segre­to nei movi­men­ti di lot­ta per la libe­ra­zio­ne del­la Pale­sti­na e vive inve­ce a Gaza, accu­den­do il pri­mo­ge­ni­to, Sabri, costret­to su una sedia a rotel­le dopo aver per­so le gam­be in un atten­ta­to. I due gemel­li pro­ven­go­no da un back­ground pri­vi­le­gia­to, sono pro­fon­da­men­te lega­ti eppu­re diver­si, e le loro stra­de sem­bra­no divi­der­si fin dall’inizio del libro. Pro­prio men­tre Iman vie­ne chia­ma­ta dall’ala isla­mi­ca del cen­tro cul­tu­ra­le di cui è atti­vi­sta – e che le pro­po­ne di far­si esplo­de­re in un atten­ta­to sui­ci­da – Rashid vie­ne a sape­re di aver vin­to una bor­sa di stu­dio a Lon­dra e tro­va, alme­no appa­ren­te­men­te, la sua via di fuga.

«Non vole­vo rac­con­ta­re sol­tan­to il dilem­ma di una gene­ra­zio­ne di pale­sti­ne­si, tra chi vuo­le resta­re per lot­ta­re e chi inve­ce ha la pos­si­bi­li­tà di fug­gi­re per inse­gui­re i pro­pri sogni – ci spie­ga Dab­ba­gh – ma descri­ve­re il pun­to di rot­tu­ra, il momen­to non ritor­no di cia­scun indi­vi­duo, in ter­mi­ni di scel­ta mora­le. Quel­la sen­sa­zio­ne di sen­tir­si taglia­ti fuo­ri dal­la sto­ria, qual­co­sa che per­si­no mol­ti pale­sti­ne­si che vivo­no sot­to occu­pa­zio­ne dan­no per scon­ta­ta». Oltre al desi­de­rio dei due fra­tel­li di usci­re dal­la sof­fo­can­te con­di­zio­ne di vita del­la Stri­scia di Gaza, c’è infat­ti anche il ten­ta­ti­vo di eva­de­re dal loro pas­sa­to, il sen­so di stra­nia­men­to che pro­va­no all’interno del nuo­vo con­te­sto in cui cer­ca­no di ambien­tar­si. Anche la fami­glia del­la scrit­tri­ce ha un pas­sa­to segna­to dall’esilio e dal­la poli­ti­ca. Suo non­no fu impri­gio­na­to dai bri­tan­ni­ci per le sue idee e deci­se di abban­do­na­re Jaf­fa quan­do suo padre, bam­bi­no, rischiò di rima­ne­re ucci­so da una gra­na­ta lan­cia­ta dai para­mi­li­ta­ri sio­ni­sti. Tro­va­ro­no rifu­gio in Siria per poi tra­sfe­rir­si in altre par­ti del mon­do. Sel­ma Dab­ba­gh è nata in Sco­zia nel 1970 e ha vis­su­to in Ara­bia Sau­di­ta, Kuwait, Fran­cia e Bah­rein, lavo­ran­do come avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni a Geru­sa­lem­me, Il Cai­ro e Lon­dra.

Cio­no­no­stan­te, assi­cu­ra che la sua sto­ria per­so­na­le non ha influi­to nel­la vicen­da rac­con­ta­ta nel libro: «Non c’è nien­te di auto­bio­gra­fi­co nel roman­zo e io non ho mai vis­su­to a Gaza. Cer­to, sono sta­ta impe­gna­ta poli­ti­ca­men­te e la mia fami­glia è sem­pre rima­sta lega­ta al dram­ma pale­sti­ne­se, ma for­se ha inci­so di più il con­fron­to con le per­so­ne che ho incon­tra­to duran­te la mia atti­vi­tà di avvo­ca­to».

La sto­ria di Rashid e Iman è l’espediente nar­ra­ti­vo attra­ver­so il qua­le Dab­ba­gh rie­sce a rico­strui­re le mol­te­pli­ci sfac­cet­ta­tu­re di una socie­tà com­ples­sa, a inda­ga­re i con­flit­ti inte­rio­ri e il modo in cui la guer­ra, la vio­len­za e il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so influi­sco­no sull’intimità del­le per­so­ne. A rac­con­ta­re non solo l’assedio dei ter­ri­to­ri ma anche quel­lo del­le coscien­ze, con una scrit­tu­ra che – pro­prio come sareb­be pia­ciu­to a Dar­wish – fa par­la­re Gaza «attra­ver­so il san­gue, il sudo­re, le fiam­me». Il pub­bli­co, anche in Pale­sti­na, pare aver accol­to il roman­zo posi­ti­va­men­te: «La gen­te si è rico­no­sciu­ta nel libro – con­clu­de Dab­ba­gh –, tro­var­si in un’opera di fin­zio­ne let­te­ra­ria è sta­to per loro un modo per sen­tir­si vivi, per esse­re ascol­ta­ti. Era la cosa cui tene­vo di più e infat­ti ho cer­ca­to in tut­ti i modi di rap­pre­sen­ta­re quel­la real­tà ter­ri­bi­le nel modo più fede­le pos­si­bi­le». E per due anni con­se­cu­ti­vi il “Guar­dian” lo ha defi­ni­to libro dell’anno.

Ric­car­do Miche­luc­ci mer­co­le­dì 20 dicem­bre 2017 Avve­ni­re

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UN UOMO NON PIANGE MAI

UN UOMO NON PIANGE MAI di Faïza Guène

In un mede­si­mo ter­re­no pos­so­no cre­sce­re tan­ti albe­ri di diver­se spe­cie. Tut­ti pos­so­no pro­spe­ra­re e dare i frut­ti miglio­ri, come tut­ti pos­so­no pur­trop­po anche sec­car­si o mar­ci­re. Rispon­de­ran­no a quell’humus in manie­ra dif­fe­ren­te, affon­dan­do o meno nel pro­fon­do le pro­prie radi­ci. Ma, cia­scu­no le pro­prie, non potrà rin­ne­gar­le. Espian­ta­ti o tra­pian­ta­ti, con la pro­pria lin­fa. Sen­za che que­sto por­ti in sé un’accezione nega­ti­va, tutt’altro. Poi­ché è stu­pe­fa­cen­te come si sia, alcu­ni ace­ro, altri abe­te, fag­gio, noce… Semi in gra­do di ger­mo­glia­re, frut­ti inca­pa­ci di cader trop­po lon­ta­ni dal­la pian­ta, rami impos­si­bi­li­ta­ti a taglia­re il pro­prio tron­co.
Com’è nel roman­zo Un uomo non pian­ge mai di Faï­za Guè­ne, edi­to da Il Siren­te per la col­la­na Altria­ra­bi migran­te e tra­dot­to dal fran­ce­se a ope­ra di Fede­ri­ca Pisto­no, che a que­ste ulti­me due meta­fo­re dedi­ca il tito­lo di altret­tan­ti capi­to­li. E spie­ga: “Lei cono­sce la sto­ria di Babar, il re degli ele­fan­ti? (…) Babar cam­mi­ne­rà impet­ti­to su due zam­pe, indos­se­rà com­ple­ti­ni a tre pez­zi, un cra­vat­ti­no, gui­de­rà un auto deca­pot­ta­bi­le ma sarà sem­pre un ele­fan­te”.
Ecco, que­sto è un libro che, con ridan­cia­no cini­smo, non man­ca occa­sio­ne di sot­to­li­nea­re come la “spe­ci­fi­ci­tà rin­ne­ga­ta” sia una frat­tu­ra, un’incongruenza basi­la­re, ove spes­so si are­na la veri­di­ci­tà di ogni discor­so sull’integrazione. E appun­to evi­den­zia, qua­si riga per riga, la let­tu­ra, pro­fon­da­men­te auto-iro­ni­ca, che del mon­do ren­de il pro­ta­go­ni­sta Mou­rad. Gio­va­ne alge­ri­no natu­ra­liz­za­to fran­ce­se o gio­va­ne fran­ce­se di ori­gi­ni alge­ri­ne, come dovrem­mo defi­nir­lo? Qua­li con­fi­ni, les­si­ca­li e geo­gra­fi­ci, dovrem­mo resti­tuir­gli?
Quel­lo che con­si­de­ro trau­ma­tiz­zan­te è que­sta con­trad­di­zio­ne — dirà lui a un trat­to del roman­zo — Voglio dire, per esse­re com­ple­ta­men­te fran­ce­si, biso­gne­reb­be riu­sci­re a nega­re una par­te del­la pro­pria ere­di­tà, del­la pro­pria iden­ti­tà, del­la pro­pria sto­ria, del pro­prio cre­do… E, per­fi­no ammet­ten­do che sia pos­si­bi­le riu­scir­ci, si ver­reb­be ripor­ta­ti con­ti­nua­men­te alle pro­prie ori­gi­ni. A che sco­po, allo­ra?
Mou­rad, lui, che in pri­ma per­so­na nar­ra que­sto perio­do di malat­tia del padre, lascian­do per altro pre­su­me­re (la dedi­ca indi­ca) un trat­to mol­to auto­bio­gra­fi­co nel rac­con­to di que­sta autri­ce, nata in Fran­cia da geni­to­ri alge­ri­ni e accol­ta “in patria” come por­ta­vo­ce del­le ban­lieue. Lui, che sem­pre lega un epi­so­dio attua­le a un ricor­do di infan­zia, ogni capi­to­lo, soven­te esem­pli­fi­can­do “di pan­cia” nel cibo lo “scon­tro di cul­tu­re”. Com’è ad esem­pio per lo zio Aziz, che sus­sur­ra­va all’orecchio dei mon­to­ni pri­ma di tagliar loro la gola, por­ta­to alla memo­ria da un costo­sis­si­mo ham­bur­ger alla tar­ta­ra: “ecco un tipo di inte­gra­zio­ne in cui non mi rico­no­sce­vo”. Lui, Mou­rad, che, non può dir­lo, ma ormai pre­fe­ri­sce le brio­che al rabar­ba­ro ser­vi­te dal mag­gior­do­mo Mario rispet­to ai makrout e ai gri­wouch amo­re­vol­men­te pre­pa­ra­ti dal­la madre.
Così muo­vo­no i per­so­nag­gi del rac­con­to, cal­za­ti nel­le pro­prie carat­te­riz­za­zio­ni: dal­la madre asfis­sian­te alla sorel­la iper-eman­ci­pa­ta, da chi vuo­le il rim­pa­trio a chi la pro­pria rivin­ci­ta, pas­san­do per il padre (che alla fine ce l’ha con l’indiano che pre­ga Ganesh). Un padre che smen­ti­sce il tito­lo del volu­me e pian­ge: per la figlia ritro­va­ta, per il signi­fi­ca­to di un record spor­ti­vo… Per­ché “nes­su­no ripar­te mai da zero, nem­me­no gli ara­bi, che lo zero lo han­no inven­ta­to, come dice­va mio padre”. Così cia­scu­no di noi por­ta uno sta­to “non zero” nel mon­do. Por­tia­mo il nostro, incon­tria­mo l’altrui. Con dirit­to a un suo­lo, per il nostro albe­ro.

San­zia Mile­si per il Colo­phon

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Selma Dabbagh in Italia per presentare “Fuori da Gaza”

Selma Dabbagh dal 24 al 27 Novembre in Italia per presentare il suo libro “Fuori da Gaza”

Definito dalla BBC Radio ‘Incendiario’, Guardian Book of the year per due anni consecutivi, Fuori da Gaza, ti trascina fino all’ultima pagina, dandoti la possibilità di vivere una storia di “ordinaria” vita palestinese. 

I due gemel­li Rashid e Iman ten­ta­no di costruir­si un futu­ro nel bel mez­zo dell’occupazione, il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e le divi­sio­ni tra le varie fazio­ni pale­sti­ne­si. Ambien­ta­to tra Gaza, Lon­dra e il Golfo. Un libro che cat­tu­ra le fru­stra­zio­ni e le ener­gie del mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo. Scrit­to con un’incredibile uma­ni­tà e sen­so del­lo humor.

Sel­ma Dab­ba­gh sarà in Ita­lia per pre­sen­ta­re il suo libro

24 Novem­bre a Caglia­ri Festi­val Inter­na­zio­na­le Nues, alle ore 10,00 alla MEM Media­te­ca del Medi­ter­ra­neo (via Mame­li, 164), par­te­ci­pe­rà all’incontro Fem­mi­ni­le mul­ti­cul­tu­ra­le con Sumia Suk­kar (autri­ce del libro “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”) e la sce­neg­gia­tri­ce Fran­ce­sca Ceci, mode­ra l’incontro la gior­na­li­sta Fede­ri­ca Gine­su. Sem­pre il 24 Novem­bre a Caglia­ri alle ore 18,00 pres­so il tea­tro Ts’E (via Quin­ti­no Sel­la) par­te­ci­pe­rà all’incontro Europa_Oltre con Sumia Suk­kar e Rodaan al Gali­di (L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re), tre auto­ri del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te. Nel cor­so dell’evento Gia­co­mo Casti leg­ge­rà alcu­ni bra­ni dei libri pre­sen­ta­ti. Mode­ra Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li (il Siren­te).

Saba­to 25 Novem­bre Sel­ma Dab­ba­gh pre­sen­te­rà il suo libro a Roma pres­so la Libre­ria Griot (via di San­ta Ceci­lia, 1a) con Chia­ra Comi­to (Edi­to­ria­ra­ba) tra­du­ce Fouad Roue­hia, let­tu­re a cura di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li.

Dome­ni­ca 26 Novem­bre pres­so il cir­co­lo Arci Spar­was­ser (via del Pigne­to, 215 Roma) con Moni­ca Usai (Libe­ra con­tro le Mafie) Ric­car­do Nou­ry (Amne­sty Inter­na­tio­nal) e Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li (il Siren­te).

Lune­dì 27 Novem­bre ore 15,30 pres­so la Sala del Con­si­glio del Dipar­ti­men­to di Stu­di Uma­ni­sti­ci dell’Uni­ver­si­tà di Roma Tre con Simo­ne Sibi­lio, Fouad Rouei­ha, mode­ra il prof. Gen­na­ro Ger­va­sio, intro­du­ce la prof. Anna Boz­zo.

Per fini­re sem­pre lune­dì 27 Novem­bre alle ore 18,30 Sel­ma Dab­ba­gh pre­sen­te­rà il suo libro pres­so il Mon­da­do­ri Book­sto­re di via Appia Nuo­va, 56 (Roma) con Anna Maria Gior­da­no (Radio Rai 3), let­tu­re a cura dell’attore Filip­po Caroz­zo, tra­du­ce Fouad Roue­hia.

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Fuori da Gaza, ma mai del tutto…

Fuori da Gaza, ma mai del tutto, ecco i sogni dei giovani palestinesi

Rashid vuole studiare a Londra, Imam viene scelta per un attacco suicida. Il romanzo di Selma Dabbagh ci svela i ragazzi della Striscia a noi sconosciuti

di Delia Vac­ca­rel­lo Glo­ba­li­st

Chi sono i gio­va­ni pale­sti­ne­si? Sia­mo in gra­do di intui­re le loro sto­rie, i sogni, il desi­de­rio di ave­re un futu­ro, le stra­te­gie mes­se in atto per rea­liz­zar­lo? For­se respi­ria­mo un’aria trop­po intri­sa di pre­giu­di­zi, for­se sia­mo tut­ti pre­si nel­la rete di una sof­fo­can­te quan­to dif­fu­sa isla­mo­fo­bia per intra­ve­de­re i pro­fi­li dei ragaz­zi del­la Stri­scia. A far­ci entra­re nel­le vite di Rashid che vuo­le anda­re a stu­dia­re a Lon­dra e di Iman, la sorel­la gemel­la, alla qua­le vie­ne pro­po­sto di far­si esplo­de­re in un attac­co sui­ci­da è Sel­ma Dab­ba­gh con il suo roman­zo “Fuo­ri da Gaza” pub­bli­ca­to e tra­dot­to dal­la casa edi­tri­ce Il Siren­te. Rashid vuo­le anda­re via, anche se lavo­ra in un cen­tro di volon­ta­ria­to, anche se cono­sce il sen­so del­la lot­ta per il suo popo­lo, è “fuo­ri”.

E’ già fuo­ri quan­do ci sono i bom­bar­da­men­ti, e lui fuma uno spi­nel­lo fat­to gra­zie a Glo­ria, la pian­ta di mari­jua­na che col­ti­va con pas­sio­ne, è fuo­ri quan­do vede nel­la sua came­ra dvd con vam­pi­ri e pol­ter­gei­st, è fuo­ri quan­do pen­sa alla ragaz­za che lo fa impaz­zi­re. E quan­do rice­ve la mail con la comu­ni­ca­zio­ne del­la bor­sa di stu­dio per l’Inghilterra sa bene che equi­va­le per lui a una scar­ce­ra­zio­ne.

Iman è den­tro. Ma qual­cu­no vuo­le che lo sia anco­ra di più. “Abbia­mo un com­pi­to per te”, le vie­ne det­to da una don­na che l’avvicina anti­ci­pan­do­le altri con­tat­ti. Vie­ne por­ta­ta a vede­re in una stan­zet­ta i gio­va­ni cor­pi del­le vit­ti­me dell’ultimo bom­bar­da­men­to, la scor­gia­mo inten­ta a osser­va­re un depliant di un cen­tro per i muti­la­ti che ha visi­ta­to mesi addie­tro. E la imma­gi­nia­mo soc­cor­re­re bam­bi­ni con mon­che­ri­ni e tubi­ci­ni in boc­ca. Han­no un fra­tel­lo mag­gio­re che sta fati­co­sa­men­te cer­can­do di scri­ve­re un sag­gio sull’Intifada e che a dif­fe­ren­za di loro ha una vita ormai tra­gi­ca­men­te segna­ta dai bom­bar­da­men­ti, non ha le gam­be e pati­sce i dolo­ri atro­ci del­le pia­ghe sul fon­do schie­na. Con una scrit­tu­ra sen­sua­le, capa­ce di modu­la­re ter­mi­ni raf­fi­na­ti e lin­guag­gio quo­ti­dia­no insie­me a un les­si­co del­la pau­ra e dell’orrore Sel­ma Dab­ba­gh scri­ve un roman­zo d’esordio illu­mi­nan­te, Guar­dian Book of the year per due anni con­se­cu­ti­vi.

La nar­ra­zio­ne di ciò che avvie­ne entro il nucleo fami­lia­re diven­ta spec­chio del­le divi­sio­ni del­la socie­tà pale­sti­ne­se e del modo diver­so di con­ce­pi­re la Resi­sten­za, mol­to influen­za­to dai diver­si approc­ci gene­ra­zio­na­li. Lo sguar­do del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se trat­teg­gia un fuo­ri che appa­re un “non luo­go” tan­to ago­gna­to quan­to irra­giun­gi­bi­le, rap­pre­sen­ta il desi­de­rio non solo di una vita nor­ma­le ma anche di allen­ta­re o dimen­ti­ca­re anche solo per un istan­te l’occupazione, qua­si diven­ta­ta ormai non solo con­di­zio­ne sto­ri­ca e poli­ti­ca dei pale­sti­ne­si ma anche esi­sten­zia­le.

Rashid rie­sce a rag­giun­ge­re il suo “fuo­ri”. Nell’anno lon­di­ne­se, con­qui­sta­to gra­zie alla bor­sa di stu­dio, lo sor­pren­dia­mo chie­der­si qua­le sia il suo dove­re nazio­na­le “strap­pa­to da qual­sia­si luo­go tran­quil­lo gli fos­se sta­to offer­to, spin­to in un mon­do con­flit­tua­le dove non ave­va spa­zio”. Dopo pochi istan­ti lo vedia­mo leg­ge­re una email del fra­tel­lo che lo ripor­ta in Pale­sti­na, che gli nar­ra del­le divi­sio­ni con una par­te dei paren­ti, dovu­te a que­stio­ni poli­ti­che, dell’organizzazione per favo­ri­re colo­ro che non han­no un appar­ta­men­to e vivo­no in ten­da, del­la nuo­va casa lascia­ta dal­la moglie di un uomo col­la­bo­ra­zio­ni­sta dove andran­no, una casa con un giar­di­no auspi­ca­bi­le per chi vive in car­roz­zi­na, dove la madre sta già alle­sten­do un orto.… Rashid è a Lon­dra ma non è a Lon­dra, ades­so che è fisi­ca­men­te “fuo­ri” non può dav­ve­ro esse­re­lo. A strat­to­nar­lo tra Inghil­ter­ra e Gaza sono email, discor­si poli­ti­ci, ma anche gli incu­bi che tur­ba­no il suo son­no. E qui il sen­so del­la nar­ra­zio­ne da sto­ri­co e antro­po­lo­gi­co si fa anche più pro­fon­do. Per quan­to si sogni e real­men­te si vada “fuo­ri”, nul­la è fuo­ri, sem­bra sug­ge­rir­ci l’autrice.

Tra den­tro e fuo­ri nes­su­na dif­fe­ren­za.

10 novem­bre 2017

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FUORI DA GAZA, E DA SE STESSI

ARRIVA IN ITALIAFUORI DA GAZA”, ROMANZO D’ESORDIO DI SELMA DABBAGH, SCRITTRICE ANGLO-PALESTINESE, PER LA TRADUZIONE DI BARBARA BENINI E EDITO DA IL SIRENTE.

Sto par­lan­do trop­po, vero? Non rie­sco pro­prio a far­mi entra­re in testa ciò che ho visto”
“Non è qual­co­sa che si pos­sa ‘far entra­re in testa’. E’ trop­po ingiu­sto per far­se­ne una ragio­ne, trop­po inca­si­na­to per sbro­gliar­lo. E se ti sfor­zi di com­pren­der­lo, se in qua­lun­que modo cer­chi una giu­sti­fi­ca­zio­ne, allo­ra sei fot­tu­ta. E noi sia­mo spac­cia­ti”

Pale­sti­na, Gaza, pri­mi anni Due­mi­la. Un gio­va­ne uomo sie­de sul tet­to del­la sua casa, di not­te, e osser­va i bom­bar­da­men­ti che scon­quas­sa­no la Stri­scia. Non occor­re mol­to tem­po per capi­re che sia­mo all’inizio del­la Secon­da Inti­fa­da, una del­le pagi­ne più buie e dolo­ro­se che la popo­la­zio­ne pale­sti­ne­se abbia vis­su­to.
E’ così che pren­de avvio “Out of it” – “Fuo­ri da Gaza” nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na edi­ta da Il Siren­te – roman­zo d’esordio del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se Sel­ma Dab­ba­gh.

E’ CON UN VOLO IMMAGINARIO VERSO UN ALTROVE POSSIBILE CHE INIZIA IL VIAGGIO FRA LE SUE PAGINE, COMPIUTO DA UNO DEI GIOVANI PROTAGONISTI DI QUESTO PICCOLO MA STRAORDINARIO AFFRESCO NARRATIVO, CAPACE DI DISCOSTARSI DALLA TRADIZIONE LETTERARIA PALESTINESE RESTANDOVI, NEL CONTEMPO, PERFETTAMENTE ALLINTERNO.

Come in altri roman­zi è anco­ra una vol­ta una fami­glia ad esse­re espe­dien­te let­te­ra­rio e cuo­re del­la nar­ra­zio­ne, per­no di una sto­ria che si arti­co­la seguen­do­ne le dina­mi­che inti­me e pro­fon­de, in un con­te­sto tan­to dif­fi­ci­le da spie­ga­re che a vol­te – come in que­sto caso – è mol­to più effi­ca­ce non far­lo. Lascian­do piut­to­sto che sia lo sguar­do dei pro­ta­go­ni­sti – i gemel­li Rashid e Iman Muja­hed, inten­sa­men­te lega­ti eppu­re diver­si – a con­dur­re il let­to­re in un viag­gio attra­ver­so la “bana­li­tà del male” e le sue con­se­guen­ze.

E saran­no pro­prio le divi­sio­ni all’interno del­la fami­glia a far­si spec­chio del­le mede­si­me spac­ca­tu­re in seno ad una socie­tà stan­ca di asse­dio e di occu­pa­zio­ne. Attra­ver­so la sua nar­ra­zio­ne infat­ti Dab­ba­gh rie­sce a rico­strui­re in modo sem­pli­ce, ma estre­ma­men­te effi­ca­ce, le calei­do­sco­pi­che sfac­cet­ta­tu­re di una socie­tà com­ples­sa, in cui tut­to è poli­ti­co, per­si­no l’esistenza.

E, SEGUENDO GLI SCONTRI E LE INCOMPRENSIONI FAMILIARI, A RESTITUIRCI UN QUADRO SULLE DIVISIONI INTRA-PALESTINESI, SULLE DIVERSE VISIONI DELLA RESISTENZA, SPESSO DETTATE DA DISTANZE NON SOLO POLITICHE E IDEOLOGICHE, MA SOPRATTUTTO GENERAZIONALI.

Nel far­lo, Dab­ba­gh inclu­de con mae­stria ele­men­ti cen­tra­li del­la que­stio­ne pale­sti­ne­se, come la dia­spo­ra, il dirit­to al ritor­no, il dispe­ra­to ten­ta­ti­vo di costruir­si, nell’Altro­ve pos­si­bi­le, una vita nor­ma­le.

ECCO ALLORA CHE IL FUORI DA QUI DIVENTA CONDIZIONE ESISTENZIALE. IL FUORI-LUOGO, FUORI-TEMPO E FUORI-CONTESTO CHE SI FA PARADIGMA DI UNA PERENNE DIASPORA, NON SOLO GEOGRAFICA MA ANCHE INTERIORE, CHE RENDE I PROTAGONISTI OSTAGGIO DI UNA PERENNE GHURBA. E CHE RENDE LA PALESTINA NON SOLO PIÙ LUOGO OCCUPATO, MA ANCHEOSSESSIONE CHE OCCUPA”, PER DIRLA CON SUAD AMIRY.

Fuo­ri da qui non è più solo il desi­de­rio dei gio­va­ni pro­ta­go­ni­sti di usci­re dal­la Stri­scia di Gaza che li sof­fo­ca. E’ anche il modo in cui si sen­to­no, in fon­do, fuo­ri dal nuo­vo con­te­sto in cui cer­ca­no di ambien­tar­si; è il desi­de­rio di libe­rar­si del­la Pale­sti­na solo per un istan­te, sen­za poter­lo fare. Di poter par­la­re, ogni tan­to, di altro. E’ il non poter dimen­ti­ca­re chi si è, anche quan­do si è Altro­ve. E’ il ten­ta­ti­vo di eva­de­re non solo da un luo­go, ma anche dal­le pres­sio­ni socia­li, dal­le aspet­ta­ti­ve fami­lia­ri, dai ricor­di del pas­sa­to e dal peren­ne para­go­ne con esso. Un fuo­ri che acco­mu­na tut­ti: lo sono Iman e Rashid quan­do lascia­no Gaza, ma anche il loro padre, che nel vil­lag­gio pale­sti­ne­se da cui pro­vie­ne sa di non poter più fare ritor­no.

NEL TRATTEGGIARE PERSONAGGI FEMMINILI FORTISSIMI, CHE BEN RISPECCHIANO LA STORIA FONDAMENTALE DELLATTIVISMO DI GENERE IN PALESTINA, DABBAGH HA UN ULTERIORE, GRANDE MERITO. QUELLO DI AVER RACCONTATO GAZA IN MODO NUOVO E CON PAROLE NUOVE.

Attra­ver­so la voce di una gio­va­ne gene­ra­zio­ne spes­so invi­si­bi­le, di cui assai rara­men­te si scri­ve. Che sen­te il peso non solo dell’occupazione, ma soprat­tut­to del­le sue con­se­guen­ze. Quel­le più pic­co­le, inti­me ed appa­ren­te­men­te insi­gni­fi­can­ti, ma che han­no a che fare con una sfe­ra iden­ti­ta­ria e pro­fon­da. Una gene­ra­zio­ne che vor­reb­be, in fon­do, solo una vita nor­ma­le.

Con la sua nar­ra­zio­ne Sel­ma Dab­ba­gh trat­teg­gia per­so­nag­gi cre­di­bi­li con incre­di­bi­le abi­li­tà, arric­chi­ta da pic­co­li ma straor­di­na­ri par­ti­co­la­ri, desti­na­ti a rima­ne­re impres­si a lun­go. E rie­sce nell’impresa di far­ci vede­re il mon­do attra­ver­so il loro sguar­do, che si scam­bia e si alter­na, in un rac­con­to cora­le che uni­sce mol­te voci sen­za con­fon­der­le mai.

***

Si era for­ma­to un capan­nel­lo di per­so­ne intor­no a un con­ta­di­no che sta­va gri­dan­do con dei maz­zi di fio­ri in mano. Tut­ti urla­va­no con­tro la chiu­su­ra del con­fi­ne. Pro­te­sta­va­no per i fio­ri che appas­si­va­no. Per quei fio­ri che sem­bra­va­no met­te­re così seria­men­te a rischio la sicu­rez­za. Per il fat­to che sareb­be sta­ta la fine per lui. Ci avreb­be nutri­to le sue muc­che, con quei fio­ri. Li avreb­be but­ta­ti (la fol­la ama que­ste cose). No, anzi, li avreb­be rega­la­ti a tut­te le don­ne. E infat­ti alcu­ni ragaz­zi si era­no mes­si a cor­re­re in giro con i fio­ri, e Iman si era ritro­va­ta tra le brac­cia un bou­quet bagna­to, da cul­la­re come fos­se un neo­na­to. Riu­sci­va a vede­re tut­ta la sce­na, ma da una cer­ta distan­za, qua­si stes­se acca­den­do dall’altro lato di uno spes­so pan­nel­lo di ple­xi­glas spor­co, uno di quel­li die­tro cui si sede­va­no le loro guar­die. E se ne sta­va fer­ma lì, in mez­zo alla stra­da, immo­bi­le. Atten­den­do solo che quel­la cor­ti­na si alzas­se”.
(Estrat­to da “Fuo­ri da Gaza”, tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni).

 

Ceci­lia Dal­la Negra per QCO­DE­Ma­ga­zi­ne</