«Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

Intervista Parla lo scrittore Ahmed Nàgi, condannato per oscenità e liberato dopo 11 mesi di carcere, ma ancora in attesa di giudizio

LA LETTURA | Il Cor­rie­re del­la Sera di Vivia­na Mazza

Sono il pri­mo scrit­to­re a fini­re in manet­te per un roman­zo nel­la sto­ria del siste­ma giu­di­zia­rio egi­zia­no», dice Ahmed Nàgi con voce paca­ta al tele­fo­no dal Cai­ro. Il 20 feb­bra­io 2016 l’autore tren­tu­nen­ne di “Vita: istru­zio­ni per l’uso”, edi­to in Ita­lia da Il Siren­te, è sta­to con­dan­na­to a due anni di pri­gio­ne per «oltrag­gio al pudo­re» a cau­sa del «con­te­nu­to ses­sua­le osce­no» del libro. La vicen­da ha fat­to scal­po­re in tut­to il mon­do, gli è sta­to con­fe­ri­to il Pre­mio Pen per la liber­tà di espres­sio­ne. Poi, a dicem­bre, la Cor­te di Cas­sa­zio­ne ha ordi­na­to la sua scar­ce­ra­zio­ne prov­vi­so­ria, ma il caso è anco­ra aper­to. Il 2 apri­le saprà se deve tor­na­re in prigione.
Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed Nàgi / Ayman Al ZorqaniIl libro, tut­to­ra in ven­di­ta in Egit­to, descri­ve il Cai­ro in un futu­ro disto­pi­co, in cui la metro­po­li è sta­ta distrut­ta — pira­mi­di inclu­se — da una cata­stro­fe natu­ra­le. Nel degra­do del­la cit­tà il pro­ta­go­ni­sta non può sor­ri­de­re né espri­mer­si, e alcol, ses­so, hashish sono rifu­gi illu­so­ri. «È un roman­zo sul­la vita dei gio­va­ni, sot­to le pres­sio­ni del­le auto­ri­tà e del­la cit­tà», spie­ga l’autore nel­la pri­ma inter­vi­sta a un gior­na­le ita­lia­no dopo il rila­scio. Scrit­ta duran­te la «sta­gna­zio­ne» dell’era Muba­rak, pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011, l’opera è sta­ta pub­bli­ca­ta nel 2014, dopo il gol­pe mili­ta­re con cui Al-Sisi ha rove­scia­to il pre­si­den­te Moham­med Mor­si. Ma il libro ave­va le car­te in rego­la: era sta­to appro­va­to dal­la censura.

Per­ché è sta­to arrestato?

«One­sta­men­te non lo so. Quan­do alcu­ni estrat­ti del libro sono usci­ti sul gior­na­le let­te­ra­rio “Akh­bar Al-Adab”, un avvo­ca­to di nome Hani Salah Taw­fik si è pre­sen­ta­to alla poli­zia, accu­san­do­mi di aver­gli pro­cu­ra­to alta pres­sio­ne e dolo­ri al pet­to tur­ban­do la sua idea di pudo­re. Il pro­cu­ra­to­re ha pre­sen­ta­to il caso in tri­bu­na­le. Nel pri­mo pro­ces­so sono sta­to giu­di­ca­to inno­cen­te, ma il pro­cu­ra­to­re ha fat­to ricor­so: la Cor­te d’appello mi ha con­dan­na­to. Ades­so la Cor­te di Cas­sa­zio­ne mi ha scar­ce­ra­to, ma mi han­no vie­ta­to di viag­gia­re. Spe­ro che l’udienza del 2 apri­le sia l’ultima. Ci sono tre pos­si­bi­li­tà: che il giu­di­ce mi repu­ti inno­cen­te; che mi riman­di in pri­gio­ne a scon­ta­re il resto del­la con­dan­na; o che ridu­ca la pena e, poi­ché ho già pas­sa­to 11 mesi den­tro, mi libe­ri. Gli avvo­ca­ti sono otti­mi­sti, ma io sono stan­co, voglio che tut­to que­sto abbia fine».

Lei è sta­to con­dan­na­to per oltrag­gio al pudo­re sul­la base dell’articolo 178 del codi­ce pena­le. Non c’era mai sta­ta una sen­ten­za simi­le in Egitto?

«Non era mai suc­ces­so. Nel 2009 lo scrit­to­re e fumet­ti­sta Mag­di Sha­fiei è sta­to accu­sa­to di osce­ni­tà per la gra­phic novel Metro (ma si dice che la sua vera col­pa fos­se aver cri­ti­ca­to Muba­rak per­ché vole­va tra­smet­te­re il pote­re al figlio, ndr): il giu­di­ce lo ha mul­ta­to. Una mul­ta era la cosa peg­gio­re che pote­va succederti».

Per­ché a lei è anda­ta diversamente?

«Per­ché l’Egitto oggi è un Pae­se in flut­tua­zio­ne, che gal­leg­gia appe­na. La situa­zio­ne lega­le non è chia­ra: la nuo­va Costi- tuzio­ne, appro­va­ta dal popo­lo nel 2014, vie­ta di incar­ce­ra­re qual­cu­no per ciò che scri­ve o dice, ma ci sono mol­te leg­gi che la con­trad­di­co­no, come quel­la per cui sono sta­to incri­mi­na­to, e i giu­di­ci han­no enor­me discre­zio­na­li­tà. Intan­to, le auto­ri­tà — il pre­si­den­te, l’esercito, la poli­zia — si fan­no la guer­ra per con­qui­sta­re più pote­re. Quan­do la mia vicen­da è ini­zia­ta, tre anni fa, c’era uno scon­tro fero­ce tra il sin­da­ca­to del­la stam­pa e la pro­cu­ra gene­ra­le, che ha ordi­na­to di apri­re tut­ti i casi con­tro i gior­na­li­sti, anche quel­li come il mio, che di soli­to non arri­va­no mai in tri­bu­na­le. Infat­ti oggi ci sono alme­no 25 repor­ter in pri­gio­ne. L’idea che mi sono fat­to è che il pro­cu­ra­to­re abbia visto un’opportunità per pre­sen­tar­si come custo­de del­la mora­le. Quan­do se la pren­do­no con chi scri­ve di poli­ti­ca, le auto­ri­tà san­no che l’opinione pub­bli­ca si schie­re­rà con gli impu­ta­ti. Ma han­no usa­to il mio caso per sug­ge­ri­re che i gior­na­li­sti voglio­no cor­rom­pe­re la mora­le, i bambini».

Nel­la pri­gio­ne di Tora, al Cai­ro, come è sta­to trattato?

«Ci per­met­te­va­no di usci­re dal­la cel­la solo per un’ora al gior­no, ma negli ulti­mi cin­que mesi per nien­te. Per cin­que mesi non ho visto il sole, pote­te imma­gi­na­re come influi­sca sul­la salu­te. Non ci sono rego­le, sei nel­le mani del­le guar­die car­ce­ra­rie e dei loro umo­ri: un gior­no accet­ta­no di far­ti arri­va­re dei libri, il gior­no dopo no. Tora è una spe­cie di cit­tà car­ce­ra­ria, con­tie­ne 25 pri­gio­ni. Nel­la mia sezio­ne c’erano alti fun­zio­na­ri con­dan­na­ti per cor­ru­zio­ne: tre giu­di­ci, un ex poli­ziot­to, un ex uffi­cia­le dell’esercito… In 60 in una cel­la di 6 metri per 30. E c’erano anche per­so­ne sot­to inchie­sta ma non con­dan­na­te: la leg­ge lo con­sen­te. Ho cono­sciu­to un uomo che, dopo 24 mesi den­tro, è sta­to dichia­ra­to inno­cen­te. Anche alcu­ni cri­mi­na­li ave­va­no let­to il mio libro: non è un bestsel­ler, sono rima­sto colpito».

In que­gli 11 mesi lei ha scrit­to un libro, nascon­den­do le pagi­ne per non far­se­le seque­stra­re. Di cosa si tratta?

«È un roman­zo sto­ri­co, ambien­ta­to nel XIX seco­lo, all’epoca del­la costru­zio­ne del Cana­le di Suez. Sca­va­re il cana­le era un’impresa basa­ta sul sogno di spo­sa­re lo spi­ri­to dell’Est e il cor­po dell’Ovest. Dove­va esse­re un modo per con­trol­la­re l’eco- nomia e il mer­ca­to e dif­fon­de­re i valo­ri del progresso».

Lo scri­ve in un momen­to in cui la situa­zio­ne eco­no­mi­ca in Egit­to è dram­ma­ti­ca. Si aspet­ta nuo­ve proteste?

«Secon­do i dati uffi­cia­li, l’inflazione è al 29%. Quat­tro mesi fa, la Ban­ca mon­dia­le ha chie­sto all’Egitto di smet­ter­la di con- trol­la­re il prez­zo del­la ster­li­na egi­zia­na e il valo­re è crol­la­to. Non abbia­mo il wel­fa­re come voi ita­lia­ni, ma c’è un siste­ma di sus­si­di gover­na­ti­vi per beni essen­zia­li come lo zuc­che­ro e il pane, che han­no prez­zi con­trol­la­ti. Ora l’Egitto è costret­to ad appli­ca­re i prez­zi di mer­ca­to, ma gli sti­pen­di non sono aumen­ta­ti. Lo zuc­che­ro non si tro­va, in un Pae­se in cui dipen­dia­mo da tre taz­ze di tè dol­cis­si­mo al gior­no per l’energia fisi­ca quo­ti­dia­na. Di recen­te ci sono sta­te pro­te­ste, ma non spe­ro che con­ti­nui­no, sareb­be un disa­stro per­ché la gen­te arrab­bia­ta non mani­fe­sta, va a pren­der­si il cibo nei nego­zi. Io non sono con­tra­rio al mer­ca­to libe­ro, ma i cam­bia­men­ti trop­po rapi­di stan­no distrug­gen­do la vita del­le per­so­ne. Non è solo un pro­ble­ma lega­to al regi­me, ma anche alle isti­tu­zio­ni occi­den­ta­li che impon­go­no que­sta agen­da eco­no­mi­ca. Ai lea­der euro­pei sta bene un Egit­to che gal­leg­gi, per­ché voglio­no tra­sfor­mar­lo in un posto di bloc­co per i migran­ti. Ai tem­pi di Muba­rak com­pra­va­mo tut­te le armi dagli Usa, ades­so abbia­mo acqui­sta­to due aerei dal­la Fran­cia, due sot­to­ma­ri­ni dal­la Ger­ma­nia. Per­ciò i lea­der euro­pei ado­ra­no Al- Sisi, e gli daran­no sol­di e armi qua­lun­que cosa fac­cia, pur­ché con­trol­li i migranti».

Lei cono­sce­va Giu­lio Rege­ni, il ricer­ca­to­re tor­tu­ra­to e ucci­so al Cairo?

«Voglio espri­me­re le mie con­do­glian­ze alla fami­glia di Giu­lio. L’ho incon­tra­to una vol­ta, a una festa, non abbia­mo par­la­to a lun­go, ma ho avu­to la sen­sa­zio­ne che fos­se nobi­le e gen­ti­le. Io sono un po’ cini­co, nichi­li­sta, ma ho pro­va­to ammi­ra­zio­ne per quel­lo che face­va. Era un acca­de­mi­co, ma non ambi­va solo a scri­ve­re una tesi, vole­va aiu­ta­re le per­so­ne che stu­dia­va a miglio­ra­re la loro vita».

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Accaparlante, 26 febbraio 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

La cit­tà è in mace­rie, ora ci han­no tol­to tut­to e l’unica cosa che ci rima­ne sono i Pila­stri del­la Fede […] non c’è un cen­ti­me­tro puli­to sui nostri cor­pi. Abbia­mo i vesti­ti strap­pa­ti e non ne pos­se­dia­mo altri, ogni gior­no cam­mi­nia­mo per stra­da in cer­ca di aiu­to. Non abbia­mo più le scar­pe e le pian­te dei pie­di comin­cia­no a spac­car­si. Fa vera­men­te male, quan­do cam­mi­nia­mo per tan­to tem­po in cer­ca di un novo posto dove sta­re […] Ho pas­sa­to tut­ta la not­te con la voglia di grat­tar­mi e non sono riu­sci­to a dor­mi­re. Nel­la mia testa con­ti­nua­va­no a scor­re­re sce­ne da libri che ho let­to. Vole­vo alzar­mi e dipin­ge­re, ma non ave­vo nes­sun posto dove far­lo [non c’è più colo­re ad Alep­po. Tut­to è gri­gio, anche noi”. Adam ha quat­tor­di­ci anni e la sin­dro­me di Asper­ger, vive ad Alep­po con il padre, la sorel­la e tre fra­tel­li più gran­di. Quan­do scop­pia la guer­ra la sua fami­glia, come tan­te altre, ne vie­ne tra­vol­ta e lui cer­ca rifu­gio nel­la pit­tu­ra che gli per­met­te di dar voce ad emo­zio­ni e pau­re che non sapreb­be espri­me­re diver­sa­men­te. Sumia Suk­kar, attra­ver­so la voce inno­cen­te di Adam, rac­con­ta il con­flit­to siria­no da cui il suo popo­lo è sta­to tra­vol­to, spes­so sen­za capi­re cosa sta­va accadendo.

di Anna­li­sa Bru­nel­li, Acca­par­lan­te, 26 feb­bra­io 2017

Recen­sio­ne del libro “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” di Sumia Suk­kar. Tra­dot­to dall’inglese da Bar­ba­ra Benini.

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L’autistico e il piccione viaggiatore

L’autistico e il piccione viaggiatore

Geert tol­se l’etichetta e mise il vio­li­no rot­to sul tavo­lo. Stu­diò con atten­zio­ne le varie par­ti e lo spa­zio tra esse, attra­ver­so il qua­le il suo­no si era pro­pa­ga­to per oltre due seco­li. Non pen­sò, come avreb­be fat­to un vero costrut­to­re di vio­li­ni, al tipo di legno o alla tec­ni­ca con cui era sta­to assem­bla­to, ma a quel­lo spa­zio. Per lui il legno che lo cir­con­da­va era il vio­li­no e lo spa­zio la musi­ca”. Fin da pic­co­lis­si­mo, Geert ha dimo­stra­to di non esse­re un bam­bi­no come gli altri, pren­de tut­to alla let­te­ra e ha dif­fi­col­tà nel­le rela­zio­ni socia­li. La madre gesti­sce un pic­co­lo nego­zio dell’usato dove Geert tra­scor­re le not­ti ad assem­bla­re fra loro gli ogget­ti più dispa­ra­ti e a riflet­te­re sul loro pos­si­bi­le uti­liz­zo. Quan­do tro­va un vio­li­no in pez­zi, di cui igno­ra l’enorme valo­re, pro­va a rico­struir­lo e lo fa in modo total­men­te nuo­vo e ori­gi­na­le. Non si ren­de­rà mai con­to di quan­to sia­no pre­zio­si gli stru­men­ti che è in gra­do di rea­liz­za­re ma que­sta atti­vi­tà e il suc­ces­si­vo incon­tro con un pic­cio­ne che, nono­stan­te i suoi ten­ta­ti­vi di rega­lar­lo, tor­na sem­pre da lui, gli cam­bie­ran­no la vita.

Anna­li­sa Bru­nel­li, Acca­par­lan­te, 19/02/2017

Recen­sio­ne del libro “L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re” di Rodaan al Gali­di, tra­du­zio­ne dall’olandese a cura di Ste­fa­no Musilli.

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Il romanzo di Sumia Sukkar. Il dramma «a colori» di Aleppo

Adam ha la sindrome di Asperger e a 14 anni dipinge la guerra abbinando cromatismo e dolore. Aspro e delicato romanzo dell’esordiente anglo siriana

Avve­ni­re, Ric­car­do Michelucci

«Non c’è più colo­re ad Alep­po. Tut­to è gri­gio, anche noi. Lo scon­tro ina­spet­ta­to tra il gri­gio e l’arancione mostra le buie con­se­guen­ze di una guer­ra, ma riflet­te anche un sot­ti­le filo di spe­ran­za. Il blu not­te intor­no alle pupil­le mi par­la, mi dice degli orro­ri che ha visto. Ci man­ca un colo­re più chia­ro: il bian­co. Il cie­lo dovreb­be esse­re dipin­to di bian­co per pren­der­si gio­co del­la pre­sun­ta fine del­la guer­ra e mostra­re l’ingenuità che resta». Il dram­ma del­la Siria pren­de for­ma sot­to i nostri occhi attra­ver­so la voce inno­cen­te e lo sguar­do disin­can­ta­to di Adam, un ragaz­zi­no siria­no di quat­tor­di­ci anni affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger, che cer­ca di dare un sen­so alle pro­prie emo­zio­ni attra­ver­so la pit­tu­ra. I colo­ri gli ser­vo­no per descri­ve­re la gen­te e l’orrore che lo cir­con­da, per cer­ca­re di com­pren­de­re gli effet­ti deva­stan­ti del­la guer­ra sul­la vita del­la sua fami­glia e del­le per­so­ne che gli stan­no attor­no. Dopo aver otte­nu­to il plau­so del­la cri­ti­ca ingle­se, Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra, imma­gi­ni­fi­co roman­zo d’esordio del­la gio­va­ne scrit­tri­ce anglo-siria­na Sumia Suk­kar, vie­ne ades­so pro­po­sto anche in ita­lia­no dal­la casa edi­tri­ce Il Siren­te, spe­cia­liz­za­ta in let­te­ra­tu­ra ara­ba, con la tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Benini.

Con un lun­go e inin­ter­rot­to flus­so di coscien­za Adam espri­me un misto di incre­du­li­tà e pau­ra, di tene­rez­za e inno­cen­za. Dipin­ge la guer­ra per­ché «offre infi­ni­te pos­si­bi­li­tà pit­to­ri­che» e la sua pic­co­la arte fini­sce per tra­sfi­gu­rar­si in un estre­mo atto di resi­sten­za. Ma con­tra­ria­men­te alle appa­ren­ze il roman­zo non è una favo­la e quin­di non ci rispar­mia orro­ri e cru­dez­ze. È piut­to­sto un ori­gi­na­le repor­ta­ge inti­mi­sta, il ten­ta­ti­vo di spie­ga­re le con­se­guen­ze del­la guer­ra sul­la men­te di un bam­bi­no la cui leg­ge­ra for­ma di auti­smo lo por­ta a una for­te rela­zio­na­li­tà affet­ti­va con gli altri, soprat­tut­to con la sorel- la Yasmi­ne, il suo prin­ci­pa­le pun­to di rife­ri­men­to dopo la mor­te del­la mam­ma. Ogni capi­to­lo ha il nome di un colo­re, per­si­no ai per­so­nag­gi sono asse­gna­te tona­li­tà e sfu­ma­tu­re diver­se a secon­da del­la vibra­zio­ne del­le loro emo­zio­ni: Adam vede le per­so­ne avvol­te da un’aura colo­ra­ta per­ce­pen­do i loro sta­ti d’animo e i loro sen­ti­men­ti, men­tre la guer­ra è gri­gia e copre tut­to come uno spes­so stra­to di pol­ve­re che rischia di sof­fo­ca­re la nostra uma­ni­tà. La neces­si­tà di com­pren­de­re quel­lo che acca­de attor­no a lui lo tra­sfi­gu­ra poi nel ruo­lo di testi­mo­ne: «Un gior­no, quan­do sarà fini­ta la guer­ra, avrò i miei qua­dri per mostra­re alla gen­te cosa sta­va real­men­te suc­ce­den­do. I miei qua­dri non mentono».

Sumia Suk­kar Pbf_2016

L’autrice, Sumia Suk­kar, spie­ga di esser­si ispi­ra­ta ai rac­con­ti di pri­ma mano ascol­ta­ti dai suoi fami­lia­ri siria­ni e dagli ami­ci che tut­to­ra vivo­no in Siria. «In que­sti casi ci può esse­re la ten­ta­zio­ne di edul­co­ra­re quel­lo che sta acca­den­do – affer­ma – ma io ho scel­to al con­tra­rio di rac­con­ta­re i fat­ti in tut­ta la loro dram­ma­ti­ci­tà. Quel­lo che vole­vo tra­smet­te­re era l’oscenità e la cru­dez­za del­la situa­zio­ne nel­la qua­le si tro­va attual­men­te la Siria». Duran­te la ste­su­ra del roman­zo Suk­kar è sta­ta costan­te­men­te in con­tat­to su Sky­pe con una zia che vive a Dama­sco, e le sto­rie ter­ri­bi­li che le ha rac­con­ta­to sono sta­te poi in par­te river­sa­te nel roman­zo. «Ho biso­gno di dipin­ge­re e pos­so già figu­rar­mi il qua­dro nel­la testa – dice Adam –. Due ragaz­zi gio­va­ni sdra­ia­ti nell’acqua a gam­be e brac­cia diva­ri­ca­te, libe­ri, ma con il viso sfi­gu­ra­to, bru­cia­to. Si rie­sce anche a distin­gue­re dove era­no vera­men­te gli occhi e il naso. Sareb­be un dipin­to in bian­co e nero, con il viso a spet­tro cro­ma­ti­co. Sarà orri­bi­le e mera­vi­glio­so allo stes­so tempo».

Il libro deve gran par­te del­la sua ori­gi­na­li­tà pro­prio alla voce nar­ran­te, quel­la di un quat­tor­di­cen­ne che a cau­sa del­la sin­dro­me di Asper­ger è dota­to di una sen­si­bi­li­tà fuo­ri dall’ordinario e dell’intelligenza di un bam­bi­no più pic­co­lo del­la sua età. La sua tene­ra inge­nui­tà diven­ta un moni­to con­tro l’assurdità di tut­te le guer­re, come quan­do sen­te una fol­la che accla­ma Assad e si chie­de: «Se stan­no dal­la par­te del pre­si­den­te, per­ché allo­ra ucci­do­no la gen­te del suo Pae­se?». Oppu­re quan­do si affac­cia alla fine­stra di casa sua e gli uomi­ni che vede in stra­da gli sem­bra­no un dipin­to, qual­co­sa che Sal­va­dor Dalì dipin­ge­reb­be nel suo famo­so qua­dro Vol­to del­la guer­ra. La gio­va­ne scrit­tri­ce (ave­va appe­na ven­ti­due anni quan­do il libro è usci­to in Inghil­ter­ra) spie­ga che la scel­ta si è resa neces­sa­ria per ren­de­re più inten­so ed effi­ca­ce l’impatto nar­ra­ti­vo del­la storia.

È qua­si ine­vi­ta­bi­le trac­cia­re un para­go­ne con il roman­zo best sel­ler di Mark Had­don usci­to una deci­na d’anni fa, Lo stra­no caso del cane ucci­so a mez­za­not­te. Anche in quel caso il pro­ta­go­ni­sta era Chri­sto­pher, un quin­di­cen­ne affet­to dal mede­si­mo distur­bo per­va­si­vo del­lo svi­lup­po, costret­to ad affron­ta­re fat­ti tra­gi­ci con un’emotività al di fuo­ri dell’ordinario. Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra ha però il gran­de pre­gio di rap­pre­sen­ta­re con uno sguar­do ine­di­to e sor­pren­den­te una del­le più ter­ri­bi­li cri­si uma­ni­ta­rie del nostro tem­po, di dimo­stra­re come la fan­ta­sia e l’immaginazione pos­sa­no pro­teg­ger­ci dagli orro­ri del mon­do, e di indi­vi­dua­re una spe­ran­za per il popo­lo siria­no nel­la sua fede incrol­la­bi­le in Dio e nel­la for­za degli affet­ti. In Gran Bre­ta­gna è sta­to adat­ta­to sot­to for­ma di docu­men­ta­rio radio­fo­ni­co pas­san­do nel pre­sti­gio­so Satur­day Dra­ma del­la Bbc e sono già sta­ti acqui­sta­ti i dirit­ti per la rea­liz­za­zio­ne di un film trat­to dal libro.

08/01/ 2017

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Lo scrittore Rodaan al Galidi dal 16 al 20 marzo in Italia

Lo scrittore olandese Rodaan al Galidi, vincitore dello European Union Prize for Literature, dal 16 al 20 marzo sarà in Italia per presentare il suo libro “L’autistico e il piccione viaggiatore”

Secon­do tito­lo del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te soste­nu­ta dall’Unione Euro­pea,  “L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re” nar­ra la sto­ria di Geert, un bam­bi­no genia­le dal­la men­te infa­ti­ca­bi­le, che tut­ta­via instau­ra un lega­me più pro­fon­do con gli ogget­ti del nego­zio dell’usato dove lavo­ra sua madre, che con il mon­do ester­no. Geert pas­sa le sera­te smon­tan­do gli ogget­ti e ricom­bi­nan­do­li tra loro, fin­ché al nego­zio non arri­va un vec­chio Stra­di­va­ri: è l’inizio di una stra­na epo­pea che vedrà Geert diven­ta­re un cele­ber­ri­mo costrut­to­re di vio­li­ni. Tra i per­so­nag­gi di que­sta sto­ria, un papà a for­ma di can­nuc­cia, un maia­le di nome Sina­tra, una ragaz­za peren­ne­men­te bagna­ta come le stra­de olan­de­si e un osti­na­tis­si­mo pic­cio­ne viag­gia­to­re che aiu­te­rà Geert a usci­re dal suo guscio.

Vin­ci­to­re con que­sto tito­lo del Euro­pean Union Pri­ze for Lite­ra­tu­reRodaan al Gali­di ha una bio­gra­fia par­ti­co­la­re. Nato in Iraq è fug­gi­to dal suo pae­se nata­le ed è arri­va­to in Euro­pa come clan­de­sti­no, quin­di richie­den­te asi­lo, l’Olanda gli ave­va nega­to l’accesso ai cor­si uffi­cia­li di lin­gua che ha quin­di appre­so come auto­di­dat­ta diven­tan­do un auto­re noto e vin­ci­to­re di vari premi.

Incon­tri con l’autore:

Mer­co­le­dì 16 Mar­zo 2016 ore 18 — Rea­le Isti­tu­to Neer­lan­de­se — Via Ome­ro 12, Roma Inter­ven­go­no: l’autore, il diret­to­re del KNIR prof. Harald Hen­drix, il tra­dut­to­re del libro Ste­fa­no Musil­li, l’editore, mode­ra Fran­ce­sca Bel­li­no. Let­tu­re dal libro in ita­lia­no e olan­de­se a cura dell’autore. A segui­re buf­fet offer­to dal Knir.

Gio­ve­dì 17 Mar­zo 2016 ore 19Libre­ria Griot — Via di San­ta Ceci­lia, 1a Roma Inter­ven­go­no: l’autore, il tra­dut­to­re del libro Ste­fa­no Musil­li, l’editore, mode­ra Chia­ra Comi­to. Let­tu­re dal libro in ita­lia­no a cura di Dona­tel­la Vincenti.

Vener­dì 18 Mar­zo 2016 ore 18CIES onlus — Via del­le Cari­ne, 4 Roma  Inter­ven­go­no: l’autore, Maria Cri­sti­na Fer­nan­dez (respon­sa­bi­le CIES), il tra­dut­to­re del libro Ste­fa­no Musil­li e l’editore. Let­tu­re dal libro in italiano.

Saba­to 19 Mar­zo 2016 ore 18,30Libre­ria Les Mots —  Via Car­ma­gno­la, 4, Mila­no Inter­ven­go­no: l’autore e l’editore, mode­ra Sha­dy Hama­dy (Il Fat­to Quo­ti­dia­no). Let­tu­re dal libro in italiano.

Dome­ni­ca 20 Mar­zo 2016 ore 18,00Bel­lis­si­ma Fie­ra di Libri e cul­tu­ra indi­pen­den­te Sala S2 — Palaz­zo del Ghiac­cio, via di Pira­ne­si, 10  Mila­no Intervengono: l’autore e l’editore, mode­ra prof. Jolan­da Guar­di (esper­ta di Let­te­ra­tu­ra ara­ba). Let­tu­re dal libro in italiano.

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SIRIA – Un poeta contro il baratro (R. Michelucci)

SIRIA – Un poe­ta con­tro il bara­tro (Ric­car­do Miche­luc­ci, Avve­ni­re, 30/12/2015)

La Siria avrà un futu­ro di pace per­ché non si pos­so­no scon­fig­ge­re le colom­be «che con­ti­nua­no a vola­re iste­ri­ca­men­te in cie­lo duran­te i bom­bar­da­men­ti. Come l’aereo spa­ri­sce dal cie­lo, patria del­le colom­be, così la tiran­nia spa­ri­rà dal­la mia patria, per­ché le colom­be ci sono allea­te nel viag­gio ver­so la libertà».

La let­te­ra­tu­ra e la poe­sia han­no aiu­ta­to Muham­mad Dibo, gior­na­li­sta e scrit­to­re siria­no non anco­ra qua­ran­ten­ne, ad affron­ta­re la mostruo­sa espe­rien­za del­le car­ce­ri siria­ne, l’angoscia, l’umiliazione, la tor­tu­ra. Ades­so rap­pre­sen­ta­no la stel­la pola­re del­le spe­ran­ze che nutre per il futu­ro del suo pae­se. Arre­sta­to, incar­ce­ra­to e tor­tu­ra­to per aver pre­so par­te fin dal 2011 alla rivo­lu­zio­ne con­tro il regi­me di Bashar al-Assad, i suoi com­pa­gni di cel­la l’avevano sopran­no­mi­na­to ‘il poe­ta per­fi­do’ per­ché nei lun­ghi perio­di di deten­zio­ne reci­ta­va a memo­ria le poe­sie del misti­co al-Hal­laj e del gran­de poe­ta ara­bo al-Muta­nab­bi. «Far­lo mi ren­de­va feli­ce — ci rac­con­ta oggi dal suo esi­lio a Bei­rut — per­ché nei loro visi vede­vo il desi­de­rio di liber­tà e riu­sci­vo, alme­no in quei momen­ti, a far­li eva­de­re da un mon­do di oppres­sio­ne ver­so il mon­do dell’amore e del­la poe­sia. La bel­lez­za del­la poe­sia ci aiu­ta­va a dis­sol­ve­re le tene­bre  e a resi­ste­re al car­ce­re e alla morte». 

Pro­prio in que­sti gior­ni è arri­va­to nel­le libre­rie ita­lia­ne il suo ulti­mo libro E se fos­si mor­to?, pub­bli­ca­to dal­le edi­zio­ni Il Siren­te con la tra­du­zio­ne di Fede­ri­ca Pisto­no, un’opera asso­lu­ta­men­te ori­gi­na­le, a metà stra­da tra il roman­zo, il trat­ta­to poli­ti­co e il dia­rio inti­mi­sti­co, nel­la qua­le Muham­mad Dibo ci offre una lun­ga testi­mo­nian­za sul­la Siria con­tem­po­ra­nea, dal­le pri­ma­ve­re ara­be alla suc­ces­si­va repres­sio­ne, fino agli odier­ni inter­ven­ti stranieri. 

Qua­le può esse­re il ruo­lo degli intel­let­tua­li siria­ni di fron­te a quan­to sta acca­den­do?
«Gli intel­let­tua­li han­no un com­pi­to mol­to impor­tan­te oggi in Siria, per­ché devo­no rac­con­ta­re alla gen­te la veri­tà, e devo­no far­lo sen­za ambi­gui­tà. Devo­no spie­ga­re al popo­lo la com­ples­si­tà di que­sto momen­to e ren­der­lo com­pren­si­bi­le a tut­ti. Il suo com­pi­to oggi appa­re più impor­tan­te che in pas­sa­to, per­ché in vir­tù del­la sua cul­tu­ra è il solo capa­ce di guar­da­re oltre la super­fi­cie, attra­ver­so le tene­bre e il caos, di vede­re gli erro­ri di un popo­lo e di affron­ta­re la veri­tà, a qua­lun­que prez­zo. L’intellettuale ha inol­tre il com­pi­to di tra­smet­te­re la spe­ran­za alle per­so­ne, ras­si­cu­ran­do­le sul fat­to che ciò che sta acca­den­do oggi non rap­pre­sen­ta la fine del­la sto­ria. In fon­do al tun­nel c’è la spe­ran­za, nono­stan­te tut­te le dif­fi­col­tà, e biso­gna lavo­ra­re per realizzarla». 

Ma come può lei nutri­re anco­ra spe­ran­za nel futu­ro?
«Quan­do mi inter­ro­ga­no sul futu­ro, mi pia­ce rispon­de­re che vedo con pes­si­mi­smo il futu­ro a bre­ve ter­mi­ne ma sono mol­to otti­mi­sta per quel­lo a lun­go ter­mi­ne. Ciò signi­fi­ca che i pros­si­mi cin­que-die­ci anni saran­no un perio­do mol­to duro per noi siria­ni, un infer­no in cui ci sarà caos e asso­lu­ta man­can­za di oriz­zon­ti. Una fase simi­le a quel­la che la Siria ha vis­su­to tra il 1920 e il 1936. Ma sono sicu­ro che la Siria riu­sci­rà a rial­zar­si con le pro­prie gam­be, tro­ve­rà la stra­da ver­so la liber­tà e il posto che meri­ta nel mon­do, nono­stan­te il disa­stro di oggi. Ne sono sicu­ro come sono sicu­ro del fat­to che sto scri­ven­do que­ste righe».
 
Lei è capo­re­dat­to­re del­la testa­ta dis­si­den­te ‘Syria Untold’ e col­la­bo­ra con nume­ro­se testa­te inter­na­zio­na­li, occu­pan­do­si di atti­vi­smo civi­le. Ha quin­di uno sguar­do pri­vi­le­gia­to sull’attualità. Come imma­gi­na il suo pae­se tra die­ci o vent’anni? «Per­so­nal­men­te, sto lavo­ran­do oggi per la Siria del futu­ro dal momen­to che, nono­stan­te la cupa dispe­ra­zio­ne e la mor­te, spe­ro che la Siria, tra ven­ti o trent’anni, sia diven­ta­to uno Sta­to uni­ta­rio, lai­co e demo­cra­ti­co. Mi augu­ro di rag­giun­ge­re que­sto obiet­ti­vo, anche dopo un lun­go percorso». 

In che modo l’Occidente dovreb­be affron­ta­re la cri­si siria­na?
«Innan­zi­tut­to dovreb­be impe­gnar­si a non man­te­ne­re in pie­di la dit­ta­tu­ra con il pre­te­sto del­la lot­ta al Daesh, per­ché la soprav­vi­ven­za del­la dit­ta­tu­ra impli­ca la con­ti­nua­zio­ne del­la guer­ra. Poi cre­do che la rispo­sta al ter­ro­ri­smo del­lo Sta­to isla­mi­co non deb­ba esse­re solo di natu­ra mili­ta­re, ma sia neces­sa­rio anche eli­mi­na­re le cau­se che han­no pro­dot­to feno­me­ni come il Daesh». 

Com’è oggi, la sua vita in esi­lio?
«Sono in Liba­no per­ché amo il mio Pae­se e voglio restar­gli vici­no ma non sono sta­to io a sce­glie­re l’esilio: è lui che ha scel­to me. Non ho scel­to il Liba­no, sono sta­ti la neces­si­tà e il caso a trat­te­ner­mi fino ad ora in que­sto pae­se. Ogni mat­ti­na mi chie­do cosa ci fac­cio qui, men­tre la vita pas­sa. Resto in Liba­no per­ché è il pae­se più vici­no alla Siria, e da qui è pos­si­bi­le aiu­ta­re i miei a casa, resta­re in con­tat­to con ciò che suc­ce­de e con colo­ro che esco­no dal mio pae­se. La mia fami­glia è anco­ra in patria, ma qui i miei fami­lia­ri pos­so­no veni­re a tro­var­mi e io pos­so comu­ni­ca­re con loro. Sono qui per­ché rifiu­to l’idea di esse­re un pro­fu­go costret­to a ele­mo­si­na­re cibo, acqua e pro­te­zio­ne, per­ché l’inferno costrui­to da Assad costrin­ge il nostro popo­lo a una vita disu­ma­na. E poi, for­se sono in Liba­no anche per­ché mi sono immer­so nel lavo­ro e non ho pen­sa­to a un’altra opzione».

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Novità Editoriali: “Cani sciolti” di Muhammad Aladdin

(in Arab Press, di Clau­dia Negri­ni, 30 ago­sto 2015) | Il 7 set­tem­bre appa­ri­rà tra gli scaf­fa­li del­le libre­rie ita­lia­ne “Cani sciol­ti” di Muham­mad Alad­din. Il tito­lo fa rife­ri­men­to ai gio­va­ni nati negli anni ’90, abi­tua­ti a cavar­se­la in qual­sia­si situa­zio­ne la vita pre­sen­ti loro, cam­pan­do di espe­dien­ti e sot­ter­fu­gi, sle­ga­ti dal­la mora­le tra­di­zio­na­le. I tre pro­ta­go­ni­sti appar­ten­go­no pro­prio a que­sta gene­ra­zio­ne: Ahmed, scrit­to­re di rac­con­ti por­no­gra­fi­ci per un sito inter­net, è accom­pa­gna­to da El-Loul che dopo aver fal­li­to come regi­sta tele­vi­si­vo si arra­bat­ta come mana­ger per dan­za­tri­ci del ven­tre di scar­se capa­ci­tà e infi­ne da Abdal­lah l’amico d’infanzia di buo­na fami­glia, assue­fat­to dal­le dro­ghe. Attra­ver­so di loro pren­de vita la capi­ta­le egi­zia­na di Muham­mad Alad­din, scrit­to­re di roman­zi, rac­con­ti e sce­neg­gia­tu­re nato al Cai­ro nel 1979. “Cani sciol­ti”, tra­dot­to da Bar­ba­ra Beni­ni, è pub­bli­ca­to da il Siren­te per la col­la­na Altria­ra­bi.

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Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

Arab­Press | Vener­dì 8 mag­gio 2015 | Clau­dia Negri­ni | Pas­sag­gi: “Taxi” di Kha­led al-Khamissi

Dal blog Mil­le e una pagi­na di Clau­dia Negrini

Que­sto pas­sag­gio è trat­to da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si ed è sta­to pub­bli­ca­to in lin­gua ori­gi­na­le nel 2007, ben pri­ma del­la Pri­ma­ve­ra Ara­ba e dell’avvento e cadu­ta dei Fra­tel­li Mus­sul­ma­ni, eppu­re mi ha affa­sci­na­to vede­re quan­to que­sto dia­lo­go sia sta­to profetico.

TASSISTA: Che Dio mi per­do­ni se non pre­go e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tut­to il gior­no! Pure il digiu­no duran­te in Rama­dan, un gior­no lo fac­cio e due no: non ci rie­sco a lavo­ra­re sen­za siga­ret­te! Eppu­re, vor­rei vede­re con tut­to il cuo­re i Fra­tel­li Musul­ma­ni sali­re al potere…e per­ché no? Dopo le par­la­men­ta­ri si è visto che la gen­te li vuole.

IO: Ma se pren­do­no il pote­re e ven­go­no a sape­re che tu non pre­ghi ti appen­de­ran­no per i piedi.

TASSISTA: Mac­ché, allo­ra in andrò a pre­ga­re in moschea, davan­ti a tut­ti quanti.

IO: Per­ché li vuoi al potere?

TASSISTA: E per­ché no?! Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fun­zio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti. Poi pro­vam­mo una via di mez­zo e alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha i mono­po­li, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to d’emergenza. E ci han­no fat­to diven­ta­re pure un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni? Chi lo sa, va a fini­re che funzionano.

IO: In fin dei con­ti vuoi fare solo una pro­va… al mas­si­mo puoi pro­va­re un pan­ta­lo­ne lar­go con una cami­cia stret­ta, ma pro­va­re col futu­ro del paese…

da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008

Taxi

Taxi

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Hillbrow: la mappa (“Benvenuti a Hillbrow”, di Phaswane Mpe, estratto dal primo capitolo)

Hill­brow: la mappa

Se tu fos­si anco­ra vivo, Refen­tše, ragaz­zo di Tira­ga­long, sare­sti feli­ce del­la scon­fit­ta dei Bafa­na Bafa­na con­tro la Fran­cia nel­la Cop­pa del mon­do di cal­cio del 1998. Ovvia­men­te tu la squa­dra la soste­ne­vi. Ma alme­no ora non pro­ve­re­sti fasti­dio nell’andare al tuo appar­ta­men­to attra­ver­so le stra­de di Hill­brow – loca­li­tà gran­de poco più di un chi­lo­me­tro qua­dra­to secon­do i regi­stri uffi­cia­li, ma secon­do i suoi abi­tan­ti gran­de alme­no il dop­pio e bru­li­can­te di gen­te. Ricor­de­re­sti l’ultima occa­sio­ne quan­do nel 1995 i Bafa­na Bafa­na vin­se­ro con­tro la Costa d’Avorio e nel­la loro esul­tan­za le per­so­ne di Hill­brow lan­cia­ro­no dai loro bal­co­ni bot­ti­glie di ogni tipo. Pochi ardi­ti, van­tan­do­si di una serie di abi­li­tà al volan­te, face­va­no rotea­re e vol­teg­gia­re le loro mac­chi­ne per le vie, facen­do cir­co­li e inver­sio­ni a U su tut­ta la car­reg­gia­ta. Ti ricor­de­re­sti la bam­bi­na, di cir­ca set­te anni o giù di lì, che fu inve­sti­ta da una mac­chi­na. Le sue urla a mezz’aria anco­ra risuo­na­no nel­la tua memo­ria. Quan­do sbat­té sul mar­cia­pie­de di cemen­to di Hill­brow, le sue urla mori­ro­no con lei. Un gio­va­ne che sta­va pro­prio die­tro a te urlò: «Ucci­di quel bastardo!»

Ma l’autista se ne era anda­to. La poli­zia stra­da­le, arri­va­ta pochi minu­ti dopo, si limi­tò a veri­fi­ca­re che l’arresto era sfu­ma­to. Mol­ti, dopo un momen­to silen­zio­so di stu­po­re per le gra­vi con­se­guen­ze del­la vit­to­ria cal­ci­sti­ca, ripre­se­ro a can­ta­re la loro can­zo­ne: Sho­sho­lo­za… suo­na­va­no le sue melo­die da Wol­ma­rans Street, sull’orlo del cen­tro di Johan­ne­sburg, in cima alla Cla­ren­don Pla­ce, al limi­te del tran­quil­lo sob­bor­go di Park­to­wn. Sho­sho­lo­za… copri­va i sin­ghioz­zi sof­fo­ca­ti del­la madre del­la bim­ba deceduta.

Ben­ve­nu­ti a Hillbrow…

Il tuo pri­mo ingres­so a Hill­brow, Refen­tše, era il pun­to di arri­vo di mol­te stra­de con­ver­gen­ti. Non ricor­di dove il cam­mi­no ebbe ini­zio. Ma sai anche trop­po bene che le sto­rie dei migran­ti ave­va­no parec­chio a che fare con tale ini­zio. Dal tem­po in cui lascia­sti la scuo­la supe­rio­re per giun­ge­re all’Università del Wit­wa­ter­srand, all’alba del 1991, sape­vi già che Hill­brow era un mostro, che minac­cia­va i suoi vici­ni come Berea e il cen­tro di Johan­ne­sburg, e che gran­di com­pa­gnie lun­gi­mi­ran­ti era­no in pro­cin­to di abban­do­na­re il cen­tro, pun­tan­do ver­so sob­bor­ghi del nord, come Sand­ton. Era tut­ta­via dif­fi­ci­le resi­ste­re al richia­mo del mostro; Hilll­brow ave­va inghiot­ti­to mol­ti dei bam­bi­ni di Tira­ga­long, con­vin­ti che la Cit­tà dell’Oro rap­pre­sen­tas­se per loro una gran­de oppor­tu­ni­tà di car­rie­ra. Una del­le sto­rie che ricor­di in modo vivi­do era quel­la di un gio­va­ne mor­to di uno stra­no male nel 1990, quan­do tu ti sta­vi imma­tri­co­lan­do. I migran­ti dis­se­ro che pote­va solo esse­re sta­to l’AIDS. Del resto, non era sta­to visto vaga­re per i bor­del­li e gli spor­chi pub di Hillbrow?

Men­tre i suoi pove­ri geni­to­ri pen­sa­va­no che egli stes­se lavo­ran­do giù in cit­tà, a gua­da­gnar­si un sac­co di fari­na di gra­no­tur­co da man­da­re alla fat­to­ria per tut­ti quan­ti. I migran­ti, che per lo più lo con­si­de­ra­va­no un fra­tel­lo osti­na­to, che si era amma­la­to per­ché si tura­va le orec­chie con gom­ma da masti­ca­re men­tre loro gli dava­no con­si­gli, dice­va­no anche che egli era sta­to spes­so visto con don­ne Mak­we­re­k­we­re, abbar­bi­ca­te alle sue brac­cia e inten­te a riem­pir­lo di baci zuc­che­ri­ni, che avreb­be­ro di cer­to distrut­to qual­sia­si uomo, tan­to più un gio­va­ne sen­si­bi­le come lui.

Morì, pove­ro ragaz­zo; di cosa di pre­ci­so, nes­su­no lo sape­va. Ma a Hill­brow si dif­fu­se­ro stra­ni mali, che come Tira­ga­long sape­va bene, pote­va­no solo signi­fi­ca­re AIDS. Que­sto AIDS, secon­do le con­vin­zio­ni del popo­lo, era cau­sa­to da ger­mi stra­nie­ri arri­va­ti dal­le zone cen­tra­li e occi­den­ta­li dell’Africa. Più pre­ci­sa­men­te, cer­ti arti­co­li di gior­na­le attri­bui­va­no l’origine del virus che cau­sa­va l’AIDS a una spe­cie chia­ma­ta Scim­mia Ver­de, la cui car­ne veni­va man­gia­ta da cer­te popo­la­zio­ni in alcu­ne zone dell’Africa occi­den­ta­le, che per que­sto con­trae­va­no il male. I migran­ti (che a Tira­ga­long era­no fon­ti auto­re­vo­li di infor­ma­zio­ne su tut­te le que­stio­ni impor­tan­ti) dedus­se­ro da que­sti arti­co­li di gior­na­le che la via di acces­so dell’AIDS a Johan­ne­sburg pas­sas­se attra­ver­so le Mak­we­re­k­we­re; e Hill­brow fos­se il san­tua­rio in cui le Mak­we­re­k­we­re si beavano.

Talu­ni si spin­se­ro addi­rit­tu­ra oltre, soste­nen­do che l’AIDS era cau­sa­to dal biz­zar­ro com­por­ta­men­to ses­sua­le degli abi­tan­ti di Hillbrow.

Come pote­va un uomo far ses­so con un altro uomo? Vole­va­no sapere.

Quel­li che soste­ne­va­no di esser­ne infor­ma­ti – seb­be­ne nes­su­no que­sto tipo di ses­so potes­se ammet­te­re di aver­lo visto o pra­ti­ca­to di per­so­na – dice­va­no che si face­va per via ana­le. Spie­ga­va­no anche come era fat­to – come i cani – per il disgu­sto del­la mag­gior par­te del­le per­so­ne di Tira­ga­long, che insi­ste­va­no che l’oscenità e il ses­so doves­se­ro esse­re due cose separate.

I più si chie­de­va­no se non fos­se pro­prio l’escremento che peni avi­di e impru­den­ti suc­chia­va­no fuo­ri da ani egual­men­te bra­mo­si, a far insor­ge­re que­ste ter­ri­bi­li malattie.

Tali era­no le sto­rie scan­da­lo­se che gira­va­no tra le chiac­chie­re infor­ma­li degli immigrati.

Per le noti­zie for­ma­li c’era Radio Lebo­wa – ora Tho­be­la FM – che ogni ora tra­smet­te­va infor­ma­zio­ni su fur­ti di auto e spa­ra­to­rie tra rapi­na­to­ri e la Squa­dra Omi­ci­di e Rapi­ne di Johan­ne­sburg. Cin­que uomi­ni tro­va­ti con le costo­le squar­cia­te da ciò che sem­bra­va esser sta­to un col­tel­lo da macel­la­io… Due don­ne stu­pra­te e poi ucci­se in Quar­tz Street… Tre nige­ria­ni sfug­gi­ti all’arresto all’Aeroporto Jan Smu­ts per traf­fi­co di dro­ga era­no infi­ne sta­ti arre­sta­ti in Pre­to­ria Street… Bam­bi­ni di stra­da, ubria­chi di col­la, bran­dy e di visio­ni sel­vag­ge di se stes­si come gui­da­to­ri in ecces­so di velo­ci­tà dei film di Hol­ly­wood, lan­cia­va­no le loro mac­chi­ne costrui­te con fili di metal­lo attra­ver­so i sema­fo­ri ros­si, rap­pre­sen­tan­do una cre­scen­te minac­cia per chi gui­da­va a Hill­brow, soprat­tut­to in pros­si­mi­tà di Ban­ket e Claim Stree­ts… Alme­no otto per­so­ne mor­te e tre­di­ci seria­men­te feri­te quan­do le cele­bra­zio­ni per il Capo­dan­no pre­se­ro la for­ma di tor­ren­ti di bot­ti­glie che sgor­ga­va­no da nubi incom­ben­ti costi­tui­te dai bal­co­ni del­le case. Gli uomi­ni che si avven­tu­ra­va­no dal­le par­ti dell’angolo di Quar­tz e Smit Stree­ts furo­no avvi­sa­ti di fare atten­zio­ne alla minac­cia di pro­sti­tu­te sem­pre più aggres­si­ve… si dice­va che alcu­ni fos­se­ro sta­ti stu­pra­ti lì di recente…
Ben­ve­nu­ti a Hillbrow…

E, natu­ral­men­te, la tele­vi­sio­ne aggiun­ge­va il suo colo­re ai fram­men­ti del­le noti­zie radio. Il cri­mi­ne diven­ta­va gla­mour sugli scher­mi e i rapi­na­to­ri veni­va­no descrit­ti come se fos­se­ro star del cine­ma. Eroi venu­ti alla ribal­ta per il loro corag­gio delit­tuo­so e vizio­so era­no inse­gui­ti da vora­ci len­ti di moder­ne tele­ca­me­re, e i ragaz­zi­ni di Tira­ga­long emu­la­va­no i loro eroi tele­vi­si­vi, gui­dan­do le loro mac­chi­ne fat­te di fili di metal­lo con ruo­te di pal­le da tennis.
Vum… vum… e beep… beep… le loro mac­chi­ne anda­va­no per le stra­de di Tiragalong.

Poi sei arri­va­to a Hill­brow, Refen­tše, per vede­re tut­to con i tuoi occhi, e per inven­ta­re la tua sto­ria, se ci riu­sci­vi. Arri­va­sti a esse­re un testi­mo­ne, per­ché tuo cugi­no, con il qua­le sta­vi andan­do ad abi­ta­re fin­ché non aves­si tro­va­to un allog­gio stu­den­te­sco all’Università, sta­va a Hill­brow, per quan­to non esat­ta­men­te nel cen­tro dell’azione. Per­ché egli non sta­va nel­le stra­de prin­ci­pa­li, Pre­to­ria e Kotze, né Esse­len, in qual­che modo nota, che cor­re­va­no tut­te paral­le­le l’una all’altra. No! Non sta­va nean­che nel­la più nota Quar­tz Street – che col­le­ga­va per­pen­di­co­lar­men­te le tre – che è quel­lo che la gen­te spes­so inten­de quan­do dice: «C’è Hill­brow per te!»

Se pro­vie­ni dal cen­tro cit­tà, il modo miglio­re per arri­va­re nel posto dove sta il cugi­no è gui­da­re o cam­mi­na­re attra­ver­so Twi­st Street, una stra­da a sen­so uni­co che ti por­ta nel nord del­la cit­tà. Attra­ver­si Wol­ma­rans e tre stra­de piut­to­sto oscu­re, Kap­tei­jn, Ocker­se e Pie­ter­se, pri­ma di gui­da­re o cam­mi­na­re oltre Esse­len, Kotze e Pre­to­ria Street. Poi attra­ver­se­rai Van der Mer­we e Gol­dreich Street. Il tuo pros­si­mo sca­lo è Caro­li­ne Street. Vai sull’altro ver­san­te di Caro­li­ne. Alla tua sini­stra c’è Chri­st Church, “The Bible Cen­tred Church of Chri­st”, come annun­cia­no le gran­di let­te­re ros­se. Sul­la tua destra c’è un con­do­mi­nio chia­ma­to Vic­kers Pla­ce. Ti giri alla tua destra, per­ché l’ingresso a Vic­kers è in Caro­li­ne Street, pro­prio all’opposto di un altro edi­fi­cio, Da Gama Court. Se non sei trop­po stan­co, igno­re­rai l’ascensore e sali­rai per le sca­le fino al quin­to pia­no, dove sta tuo cugino.

Fino­ra, non hai visto nes­sun inse­gui­men­to di mac­chi­ne né assi­sti­to a una spa­ra­to­ria. Incon­tra­sti per­so­ne semi­nu­de che la tua gui­da, ori­gi­na­ria del­lo stes­so vil­lag­gio di Tira­ga­long, chia­ma pro­sti­tu­te. Altri­men­ti, la cosa che risal­ta nel­la tua memo­ria è il movi­men­to estre­ma­men­te fit­to di per­so­ne che van­no in tut­te le dire­zio­ni di Hill­brow, che sem­bra­no pro­var pia­ce­re alle luci al neon del sob­bor­go, men­tre altri appa­io­no aver fret­ta di anda­re al lavo­ro – o, sì, al lavo­ro. Ades­so, non era­va­te in gra­do di dire che cosa il lavo­ro fos­se. Sape­va­te, tut­ta­via, che una gui­da stu­den­te­sca alle car­rie­re in Suda­fri­ca non lo avreb­be pro­ba­bil­men­te inse­ri­to tra le sue voci. Ti stu­pi­va che ci fos­se­ro così tan­te per­so­ne gomi­to a gomi­to nel­le stra­de alle nove di sera. Quan­do pre­pa­ra­va­no i loro pasti e anda­va­no a dormire?
Vic­kers Pla­ce ti col­pì come un edi­fi­cio abba­stan­za tran­quil­lo. Non ti sare­sti mai aspet­ta­to alcu­na tran­quil­li­tà nel­la nostra Hill­brow. Ma poi, Caro­li­ne Street, dove era situa­to Vic­kers, non era al cen­tro di Hill­brow. Il cen­tro era Kotze Street, dove i bazaar OK con­di­vi­de­va­no il mar­cia­pie­de con The Fans, pub piut­to­sto tran­quil­lo, e il più rumo­ro­so The Base. A taglia­re per­pen­di­co­lar­men­te Kotze c’era Twi­st Street. Cir­con­da­to da Twi­st e Claim Stree­ts, Kotze e Pre­to­ria, c’era High­point, il più gran­de cen­tro com­mer­cia­le di Hill­brow. Era lì che si tro­va­va­no Clicks, Spar, CNA e altri nego­zi. Era in que­sto cen­tro che avre­sti tro­va­to la Stan­dard Bank, con i suoi spor­tel­li per il con­tan­te che lam­peg­gia­va­no Tem­po­ra­nea­men­te Fuo­ri Ser­vi­zio, di dome­ni­ca e duran­te le vacan­ze, così come nei gior­ni set­ti­ma­na­li dopo le otto di sera. Vole­te evi­ta­re di esse­re rapi­na­ti? Pos­si­bi­le; ma, nell’operazione, sie­te costret­ti a usa­re a costo extra lo spor­tel­lo ban­co­mat del­la Fir­st Natio­nal Bank, all’angolo di Twi­st e Pre­to­ria, o quel­lo del­la ABSA, pro­prio lun­go Kotze. Caro­li­ne Street non era visi­bi­le da que­sto pun­to. Né si tro­va­va vici­no Cathe­ri­ne Ave­nue, la fron­tie­ra di Hill­brow e Berea, dove i “Chec­ker” era­no in com­pe­ti­zio­ne per la nostra atten­zio­ne finan­zia­ria (quan­do ne ave­va­mo) con ciò che appa­ri­va esse­re una squal­li­da riven­di­ta di supe­ral­co­li­ci ter­ri­bil­men­te rumo­ro­sa, Jabu­la Ebu­su­ku; che a sua vol­ta, com­pe­te­va per il nostro impe­gno spi­ri­tua­le con il suo vici­no, la Uni­ver­sal King­dom of God. C’era un ulte­rio­re van­tag­gio per la par­ti­co­la­re posi­zio­ne di Vic­kers. C’era un’altra filia­le di Spar appe­na due stra­de più in là, all’angolo di Caro­li­ne e Claim Street, così pote­vi com­pra­re lì i tuoi pro­dot­ti di dro­ghe­ria e altri gene­ri di neces­si­tà. Lega­to in un abbrac­cio con Spar c’era Sweet Caro­li­ne; non il bra­no musi­ca­le di Neil Dia­mond, ma una melo­dia dif­fe­ren­te – un nego­zio di bot­ti­glie – che leni­va l’esaurimento e le papil­le gusta­ti­ve degli abi­tan­ti di Hill­brow in que­sta par­te del nostro mon­do. Qui i mar­cia­pie­di di cemen­to, come quel­li di Hill­brow inter­na, pul­lu­la­va­no di com­mer­ci irre­go­la­ri, in for­ma di bana­ne, mele, cavo­li, spi­na­ci e altra frut­ta e ver­du­ra; pro­dot­ti di bell’aspetto a prez­zi bas­si che ren­de­va­no l’acquisto di tali pro­dot­ti da Spar, Chec­kers o OK ridi­col­men­te dispen­dio­so. Sì, Quar­tz Street
cor­re­va vici­no a Vic­kers. Infat­ti, era la pri­ma stra­da a est di Vic­kers, e c’era più atti­vi­tà in Quar­tz che nel­la stes­sa Caro­li­ne, o Twi­st e Claim. Tut­ta­via, il fat­to di esse­re nel­le zone qua­si vici­ne al cen­tro di Hill­brow sem­bra­va aver reso que­sta par­te di Quar­tz più inno­cua e gra­de­vo­le – nel­la misu­ra in cui qual­co­sa a Hill­brow pos­sa esse­re l’uno o l’altro – rispet­to ai quar­tie­ri più inter­ni nel­la zona suburbana.

La quie­te dura­va per la mag­gior par­te del­la not­te. Tuo cugi­no, dopo aver­ti ben nutri­to, ti ha lascia­to solo per anda­re a let­to per­ché pian­ge­vi per l’esaurimento. Anche la tua gui­da se ne è anda­ta con lui. Sta­va­no andan­do a vede­re Hill­brow, dice­va­no. Tu dor­mi­sti nel let­to di tuo cugi­no. Mal­gra­do le tue ansie ti addormentasti.

Tor­ne­ran­no indie­tro? ti chie­de­sti ini­zial­men­te. Arri­ve­ran­no ladri nell’appartamento? E se sì, cosa farò?

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Benvenuti_a_Hillbrow

Paro­le chia­ve: Hill­brow — Pha­wa­ne Mpe — Suda­fri­ca — Let­te­ra­tu­ra africana

 

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Dall’Ucraina con amore

| Pesa­ro In Maga­zi­ne | Anno IX, n. 2, Novembre/Dicembre 2014 | Maria Rita Ton­ti |

Eco­no­mi­sta, ma con una pas­sio­ne per la scrit­tu­ra, Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le ha rac­con­ta­to in un libro un pae­se affa­sci­nan­te e poco cono­sciu­to come l’Ucraina, una ter­ra di con­fi­ne cro­gio­lo di cul­tu­re. Con­ti­nua a leggere →

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Ucraina terra di confine @ Insieme fuori dal fango (Rimini, 6 luglio 2014)

Dome­ni­ca 6 luglio ore 18,30 nell’ambito del festi­val del­la resi­sten­za  cul­tu­ra­le “Insie­me Fuo­ri dal fan­go” (secon­da edi­zio­ne, dal 4 al 6 luglio 2014) Bor­go S. Giu­lia­no, a Rimi­ni, l’editrice il Siren­te e l’autore Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le pre­sen­ta­no il libro “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne”, per sco­pri­re il più gran­de Pae­se d’Euro­pa per esten­sio­ne geo­gra­fi­ca, una nazio­ne ric­ca di sto­ria in cui si incon­tra­no e dia­lo­ga­no cul­tu­re com­po­si­te (ebrea, polac­ca, arme­na, tata­ra, asbur­gi­ca). Inter­ver­rà anche il gior­na­li­sta esper­to di area post-sovie­ti­ca Mat­teo Cazzulani.

Dome­ni­ca 6 luglio ore 18,30
Trat­to­ria La Marian­na di Enri­ca Man­ci­ni e Vin­cen­zo Sciusco
Via­le Tibe­rio, 19
Bor­go S. Giu­lia­no (Rimi­ni)

L’autore, facen­do pro­pria la lezio­ne di gran­di nar­ra­to­ri di viag­gio come Chat­win, Kapuś­ciń­ski e Ter­za­ni, attra­ver­sa l’Ucraina dai Car­pa­zi alla Cri­mea: incon­tra gli ex dis­si­den­ti che han­no lot­ta­to per l’indipendenza dall’URSS, scrit­to­ri dal­la cui imma­gi­na­zio­ne sta nascen­do la nuo­va let­te­ra­tu­ra nazio­na­le, gen­te comu­ne che gli par­la dei pro­get­ti e del­le aspet­ta­ti­ve per il futu­ro; ci con­du­ce nei caf­fè asbur­gi­ci di Leo­po­li, nei luo­ghi let­te­ra­ri di Gogol e Che­khov e nel­le minie­re del Don­bas; ci fa ammi­ra­re i mona­ste­ri orto­dos­si di Pochay­iv e di Kyiv, il goti­co sta­li­ni­sta di Zapo­ri­z­h­z­hya e i vil­lag­gi hutsul di Yarem­che. Soprat­tut­to, anti­ci­pan­do gli even­ti del Mai­dan e le ten­sio­ni con la Rus­sia, ci dà la chia­ve per com­pren­de­re quan­to sta avve­nen­do in que­sti giorni.

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La letteratura è una sfida – intervista allo scrittore iracheno Hassan Blasim

C maga­zi­ne | Lune­dì, 31 mar­zo 2014 | Agne­se Troc­chi |

Agli invi­ti dei pochi ami­ci cri­ti­ci rispon­de­va citan­do lo scrit­to­re unghe­re­se Béla Ham­vas: “In casa impa­ri a cono­sce­re il mon­do, men­tre in viag­gio impa­ri a cono­sce­re te stes­so.” A qua­si cin­quan­ta­set­te anni, Kha­led al-Ham­rà­ny non ave­va mai lascia­to la sua cit­ta.” (Has­san Bla­sim, Il Mer­ca­to del­le Sto­rie in Il Mat­to di Piaz­za del­la Liber­tà, il Siren­te ed.)

Se Kha­led al-Ham­rà­ny, per­so­nag­gio del rac­con­to Il Mer­ca­to del­le Sto­rie, non si è mai mos­so dal­la piaz­za del mer­ca­to del­la sua cit­tà, lo stes­so non si può dire del suo auto­re, lo scrit­to­re ira­che­no Has­san Bla­sim. Con­ti­nua a leggere →

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Ristampa del libro “Ucraina terra di confine” (M. Di Pasquale)

Le pro­te­ste del Mai­dan ini­zia­te alla fine del novem­bre 2013 e l’occupazione rus­sa del­la Cri­mea del feb­bra­io scor­so han­no ripor­ta­to l’Ucraina al cen­tro dell’attenzione inter­na­zio­na­le in un cli­ma di Guer­ra Fred­da che cre­de­va­mo rele­ga­to al pas­sa­to, risve­glian­do anche in Ita­lia pro­fon­di con­tra­sti ideologici.
Ma cosa è l’Ucraina? Poco si sa di que­sto straor­di­na­rio Pae­se, ter­ra di con­fi­ne tra Est e Ove­st pres­so­ché sco­no­sciu­ta al let­to­re ita­lia­no, spes­so con­fu­sa con la Rus­sia o asso­cia­ta a una ste­reo­ti­pa­ta imma­gi­ne di gri­gio­re post-sovie­ti­co. Il più gran­de Pae­se d’Europa per esten­sio­ne geo­gra­fi­ca è tut­ta­via una nazio­ne ric­ca di sto­ria in cui si incon­tra­no e dia­lo­ga­no cul­tu­re com­po­si­te (ebrea, polac­ca, arme­na, tata­ra, asbur­gi­ca). Con­ti­nua a leggere →

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L’illusione degli ucraini sul nazismo durò solo qualche settimana”

| La Stam­pa | Gio­ve­dì 13 mar­zo 2014 | Mas­si­mi­lia­no Di Pasquale |

Gio­van­na Bro­gi Ber­coff, pro­fes­so­re di sla­vi­sti­ca all’Università di Mila­no, inter­vie­ne sul tema del­le poli­ti­che di rus­si­fi­ca­zio­ne dell’Ucraina Orien­ta­le intra­pre­se dal­la Rus­sia zari­sta dopo la sto­ri­ca bat­ta­glia di Pol­ta­va del 1709: “Da allo­ra resi­sto­no mol­ti pregiudizi”
Gio­van­na Bro­gi Ber­coff, pro­fes­so­re ordi­na­rio di sla­vi­sti­ca pres­so l’Università di Mila­no, diret­tri­ce del­la rivi­sta Stu­di Sla­vi­sti­ci e pre­si­den­te dell’AISU (Asso­cia­zio­ne Ita­lia­na di Stu­di Ucrai­ni­sti­ci), par­la del­la gra­ve cri­si tra Rus­sia e Ucrai­na e aiu­ta a inqua­dra­re le com­ples­se vicen­de di que­ste set­ti­ma­ne in un’ottica sto­ri­co-cul­tu­ra­le in cui gran­de peso han­no avu­to le poli­ti­che di rus­si­fi­ca­zio­ne dell’Ucraina Orien­ta­le intra­pre­se dal­la Rus­sia zari­sta dopo la sto­ri­ca bat­ta­glia di Pol­ta­va del 1709.   Con­ti­nua a leggere →
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La verruca sul naso di Putin

| The Post Inter­na­zio­na­le | Saba­to 8 mar­zo 2014 | Mas­si­mi­lia­no Di Pasquale |

L’opinione dell’autore di “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne. Viag­gi nell’Europa sconosciuta”

È sta­to l’economista rus­so Andrei Illa­rio­nov, ex con­si­glie­re di Putin cadu­to in disgra­zia per aver cri­ti­ca­to la guer­ra del gas volu­ta dal Crem­li­no nel 2006 con­tro l’Ucraina aran­cio­ne di Vik­tor Yush­chen­ko, ad anti­ci­pa­re più di un mese fa alla tivù Hro­mad­ske TV lo sce­na­rio cui si sta assi­sten­do in que­sti gior­ni in Crimea.

Se, come ave­va dichia­ra­to Illa­rio­nov, l’allora pre­si­den­te Yanu­ko­vych non fos­se riu­sci­to a fer­ma­re con la for­za la pro­te­sta di piaz­za, allo­ra i rus­si sareb­be­ro inter­ve­nu­ti diret­ta­men­te con i car­ri arma­ti. Lo sche­ma sareb­be sta­to quel­lo già visto in Geor­gia nel 2008. Mili­zie rus­se avreb­be­ro cer­ca­to di pro­vo­ca­re un inci­den­te ad hoc con­tro un cit­ta­di­no di pas­sa­por­to rus­so, avreb­be­ro poi incol­pa­to dell’accaduto l’esercito ucrai­no e, con la scu­sa di pro­teg­ge­re la popo­la­zio­ne rus­sa del­la Cri­mea, avreb­be­ro quin­di inva­so la peni­so­la ucraina.

In Osse­zia del Sud nell’agosto del 2008 l’allora pre­si­den­te Mikheil Saa­ka­sh­vi­li, ordi­nan­do al suo eser­ci­to di inter­ve­ni­re per por­re fine ai bom­bar­da­men­ti di vil­lag­gi geor­gia­ni da par­te del­le for­ze sepa­ra­ti­ste osse­te, offrì infat­ti il pre­te­sto ai car­ri arma­ti rus­si per inva­de­re la Geor­gia. Oggi, a meno di una set­ti­ma­na dal­la desti­tu­zio­ne di Yanu­ko­vych del 22 feb­bra­io e dal­la nasci­ta di un ese­cu­ti­vo ad inte­rim pre­sie­du­to dal pre­mier Arse­niy Yatse­nyuk e dal pre­si­den­te Olek­san­der Tur­chi­nov, Putin ha già invia­to il pri­mo con­tin­gen­te mili­ta­re in Cri­mea, peni­so­la che dal 1954 fa par­te dell’Ucraina, vio­lan­do la sovra­ni­tà ter­ri­to­ria­le del paese.

Moti­va­zio­ne uffi­cia­le, di quel­la che Kiev ha defi­ni­to una gra­ve pro­vo­ca­zio­ne e il pre­lu­dio a un pos­si­bi­le con­flit­to arma­to tra Rus­sia e Ucrai­na, “sta­bi­liz­za­re la situa­zio­ne in Cri­mea e uti­liz­za­re tut­te le pos­si­bi­li­tà dispo­ni­bi­li per pro­teg­ge­re la popo­la­zio­ne rus­sa loca­le da ille­ga­li­tà e vio­len­za”. L’attività diplo­ma­ti­ca inter­na­zio­na­le – in par­ti­co­la­re la dura rea­zio­ne del pre­si­den­te sta­tu­ni­ten­se Oba­ma che ha deli­be­ra­to san­zio­ni eco­no­mi­che nei con­fron­ti di Mosca, il boi­cot­tag­gio del G8 di Sochi e l’interruzione di tut­ti i lega­mi mili­ta­ri con il Crem­li­no inclu­se le eser­ci­ta­zio­ni e le riu­nio­ni bila­te­ra­li – ha scon­giu­ra­to per ora lo scop­pio di una guerra.

Cio­no­no­stan­te a Sim­fe­ro­po­li, il par­la­men­to del­la Repub­bli­ca Auto­no­ma Cri­mea, di con­cer­to con le auto­ri­tà rus­se, sen­za inter­pel­la­re la Rada di Kiev, ha già indet­to per il 16 mar­zo un refe­ren­dum per chie­de­re la seces­sio­ne dall’Ucraina e l’annessione alla Fede­ra­zio­ne Rus­sa. A nul­la sono val­se le sco­mu­ni­che espres­se vener­dì 7 mar­zo dal Con­si­glio straor­di­na­rio dei 28 capi di sta­to e di Gover­no del­la Ue e dagli Sta­ti Uni­ti che han­no defi­ni­to ille­git­ti­ma la con­sul­ta­zio­ne. La cri­si di que­sti gior­ni tra i due pae­si, la più gra­ve nell’area post sovie­ti­ca dal crol­lo dell’URSS, nasce dal suc­ces­so di Euro­mai­dan, la rivol­ta popo­la­re che ha scon­fit­to il regi­me di Yanu­ko­vych, il qua­le nel­le ulti­me set­ti­ma­ne ave­va assun­to un vol­to san­gui­na­rio con l’uccisione di un cen­ti­na­io di manifestanti.

Le dimo­stra­zio­ni di Piaz­za dei mesi scor­si — che, pur aven­do come epi­cen­tro Kiev, han­no inte­res­sa­to tut­ta l’Ucraina — sem­bre­reb­be­ro testi­mo­nia­re la volon­tà degli ucrai­ni di lasciar­si alle spal­le l’epoca post-sovie­ti­ca e di apri­re una nuo­va fase: quel­la del­la rige­ne­ra­zio­ne mora­le. Que­sto ambi­zio­so ten­ta­ti­vo deve fare i con­ti al momen­to con due que­stio­ni: in pri­mis, la volon­tà di Mosca di osta­co­la­re un pro­get­to che, se vit­to­rio­so, por­reb­be la paro­la fine sull’Unione Euroa­sia­ti­ca e for­ni­reb­be lin­fa vita­le anche all’opposizione demo­cra­ti­ca rus­sa; in secon­do luo­go, le dif­fi­col­tà inter­ne lega­te alla situa­zio­ne eco­no­mi­ca del paese.

Affin­ché l’Ucraina pos­sa vin­ce­re que­sta sfi­da occor­re che Euro­pa, Cana­da e Sta­ti Uni­ti la sosten­ga­no finan­zia­ria­men­te con un pia­no mira­to di pre­sti­ti e inve­sti­men­ti, e che la Comu­ni­tà Inter­na­zio­na­le garan­ti­sca con ogni mez­zo la sua inte­gra­li­tà ter­ri­to­ria­le ottem­pe­ran­do al memo­ran­dum di Buda­pe­st. Con quell’accordo, fir­ma­to il 5 dicem­bre 1994 nel­la capi­ta­le unghe­re­se, l’Ucraina cede­va il suo arse­na­le nuclea­re in cam­bio del­la garan­zia del­la tute­la del­la sua sovra­ni­tà e sicu­rez­za da par­te di Gran Bre­ta­gna, Rus­sia e Sta­ti Uniti.

Se il Crem­li­no riu­scis­se infat­ti a crea­re un’enclave sepa­ra­ti­sta in Cri­mea, ciò potreb­be inne­sca­re peri­co­lo­si effet­ti domi­no nell’est del pae­se. E quel­la che è sta­ta fino­ra la rivo­lu­zio­ne di un popo­lo con­tro un regi­me cor­rot­to potreb­be tra­sfor­mar­si in una vera e pro­pria guer­ra civi­le qua­lo­ra l’opera di desta­bi­liz­za­zio­ne del­la Rus­sia, attra­ver­so pro­vo­ca­zio­ni mili­ta­ri e disin­for­ma­zio­ne media­ti­ca, aves­se suc­ces­so. Nel perio­do del­la pre­si­den­za Putin, il giro di vite sul­la stam­pa indi­pen­den­te ha favo­ri­to il pro­gres­si­vo ritor­no a meto­di di pro­pa­gan­da neo-sovie­ti­ca in linea con una lun­ga tra­di­zio­ne di mani­po­la­zio­ni e distor­sio­ni del­la realtà.

Non è un caso che da qual­che gior­no, pro­prio nel­la Cri­mea occu­pa­ta, le reti tele­vi­si­ve ucrai­ne Cana­le 5 e 1+1 sia­no sta­te oscu­ra­te, sosti­tui­te da cana­li rus­si. La mac­chi­na ben olia­ta del­la disin­for­ma­ci­ja ha favo­ri­to la dif­fu­sio­ne di noti­zie fal­se come quel­la che dipin­ge i mani­fe­stan­ti del Mai­dan come fasci­sti e anti­se­mi­ti, o quel­la secon­do cui il nuo­vo gover­no ad inte­rim avreb­be nega­to agli ucrai­ni il dirit­to di par­la­re russo.

L’Ucraina è in mano a estre­mi­sti e fasci­sti. Chie­dia­mo aiu­to ai fra­tel­li rus­si per­ché ci ven­ga­no a libe­ra­re”. La roz­zez­za di cer­te mani­po­la­zio­ni fareb­be sor­ri­de­re se non fos­se che la situa­zio­ne in Cri­mea, che rischia di esten­der­si a tut­to il pae­se, è dav­ve­ro dram­ma­ti­ca. La ver­ru­ca sul naso del­la Rus­sia – così Pote­m­kin chia­ma­va la Cri­mea – è tor­na­ta a fare male. Augu­ria­mo­ci non sia il pre­lu­dio a una Nuo­va Guer­ra Fred­da che sof­fo­chi nel san­gue le aspi­ra­zio­ni di liber­tà, pace e demo­cra­zia del popo­lo ucraino.

L’autore, Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, è mem­bro dell’AISU, Asso­cia­zio­ne Ita­lia­na di Stu­di Ucrai­ni. Auto­re di “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne. Viag­gi nell’Europa sco­no­sciu­ta” (Il Siren­te). Lo scor­so 5 Feb­bra­io 2014 è sta­to rela­to­re alla tavo­la roton­da ‘Ucrai­na Quo Vadis?’ orga­niz­za­ta dall’ISPI.

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UCRAINA: Cosa sta succedendo a Kiev? Intervista a Max Di Pasquale

| East Jour­nal | Saba­to 22 feb­bra­io 2014 | Pie­tro Rizzi |

Cosa sta suc­ce­den­do a Kyiv ed in Ucrai­na? Qua­li pro­spet­ti­ve? Ne abbia­mo par­la­to con Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, esper­to di Ucrai­na, auto­re di Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne e col­la­bo­ra­to­re di East­Jour­nal. Con­ti­nua a leggere →

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Ucraina, nazisti o nazionalisti? Viaggio nell’arcipelago del radicalismo

| La Stam­pa | Saba­to 22 feb­bra­io 2014 | Anna Zafesova |

A 55 anni dal­la mor­te Ste­pan Ban­de­ra con­ti­nua a spac­ca­re il Pae­se.  Per i rus­si è un ammi­ra­to­re di Hitler che sta ispi­ran­do i manifestanti

Tra l’infinità di sim­bo­li e ban­die­re che som­mer­go­no il Mai­dan ogni tan­to fa capo­li­no il ritrat­to di un uomo dal­la alta fron­te stem­pia­ta, i trat­ti sot­ti­li e lo sguar­do infuo­ca­to. Per mol­ti è un vol­to sco­no­sciu­to, per altri un’icona, per altri anco­ra la pro­va che a muo­ve­re la pro­te­sta ucrai­na sono le for­ze più oscu­re del­la sua sto­ria. 55 anni dopo la sua mor­te, avve­le­na­to da uno spray al cia­nu­ro spruz­za­to da un agen­te del Kgb in pie­na Mona­co, Ste­pan Ban­de­ra, lea­der dei nazio­na­li­sti ucrai­ni, con­ti­nua a spac­ca­re in due il suo Pae­se. Per i rus­si, e per alcu­ni com­men­ta­to­ri occi­den­ta­li, la sua pre­sen­za in for­ma di ritrat­to è il segno che sul Mai­dan si con­su­ma una ven­det­ta sto­ri­ca con­tro la Rus­sia, e che i mili­tan­ti del­la piaz­za che oggi rie­su­ma­no la sua imma­gi­ne sono “nazi­sti”. Con­ti­nua a leggere →

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Ucraina terra di confine: un libro per scoprire l’Europa sconosciuta

| Cor­so Ita­lia News | Vener­dì 21 feb­bra­io 2014 |  |

Gli even­ti ucrai­ni di que­sti gior­ni riem­pio­no di appren­sio­ne noi e i nume­ro­si cit­ta­di­ni ucrai­ni resi­den­ti in Cam­pa­nia. La situa­zio­ne è anco­ra cri­ti­ca, in atte­sa che il pri­mo mini­stro Yanu­ko­vic, per­so­nag­gio che si è dimo­stra­to inaf­fi­da­bi­le, accet­ti e dia pro­va di un rea­le accor­do per ripor­ta­re la calma.
L’Ucraina, non dimen­ti­chia­mo­lo, è il più gran­de Sta­to euro­peo per esten­sio­ne (se si esclu­de la Rus­sia), la cui iden­ti­tà – euro­pea o asia­ti­ca – è sem­pre in discus­sio­ne. Con qua­si cin­quan­ta milio­ni di abi­tan­ti, ric­co di risor­se anche natu­ra­li, l’Ucraina si tro­va geo­po­li­ti­ca­men­te in una posi­zio­ne deli­ca­tis­si­ma tra l’area di influen­za euro­pea e quel­la rus­sa. Con­ti­nua a leggere →

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L’autunno, qui, è magico e immenso (25 gennaio — 2 febbraio)

L’autunno qui, è magi­co e immen­so
Tour poe­ti­co del poe­ta siria­no Golan Haji

«Tor­ne­re­sti affa­ma­to, come un’idea che temi pos­sa mori­re. Se apris­si una por­ta qua­lun­que, per ras­si­cu­rar­ti o andar­te­ne, apri­re­sti la stra­da al dubbio»

Il poe­ta cur­do-siria­no Golan Haji è in un tour ita­lia­no per la pre­sen­ta­zio­ne del suo libro L’autunno, qui, è magi­co e immen­so, edi­to nel­la col­la­na Altria­ra­bi (col­la­na di nar­ra­ti­va medi­ter­ra­nea) per le edi­zio­ni il Siren­te la pri­ma rac­col­ta euro­pea di poe­sie, fino­ra appar­se solo in rivi­sta, risa­len­ti per la mag­gior par­te agli ulti­mi due anni.

Dal 25 gen­na­io al 2 feb­bra­io il poe­ta sarà coin­vol­to in scam­bi poe­ti­ci, arti­sti­ci, poe­ti­ci-filo­so­fi­ci, con varie per­so­na­li­tà del­la sce­na cul­tu­ra­le ita­lia­na: il musi­ci­sta Pao­lo Fre­su, i poe­ti Gia­co­mo Trin­ci e Alber­to Nessi…
Golan Haji è abi­tua­to a lavo­ra­re con arti­sti visi­vi e con musi­ci­sti, con un’idea del­la tra­du­zio­ne mol­to aper­ta e, con una, altret­tan­to aper­ta appar­te­nen­za culturale

Il tour ini­zia da Trie­ste, la cit­tà sogna­ta. Il 25 gen­na­io alle ore 19 pres­so la Libre­ria-caf­fè San Mar­co (via Bat­ti­sti 18). Inter­ver­ran­no il poe­ta Golan Haji, la cura­tri­ce del volu­me Costan­za Fer­ri­ni, rea­ding poe­ti­co a cura di Mari­na Moret­ti e musi­ca di Fabio Zoratti.

Bolo­gna, 28 Gen­na­io ore 18, Sala del­la Cap­pel­la Far­ne­se, Piaz­za Mag­gio­re. Par­te­ci­pa­no il poe­ta Golan Haji, Pao­lo Fre­su, Gia­co­mo Trin­ci e Costan­za Ferrini.

Chias­so, 29 gen­na­io ore 18, Foyer Cine­ma Tea­tro, via Dan­te Ali­ghie­ri 3b. Intro­du­ce Mar­co Gal­li (coor­di­na­to­re di Chias­so let­ta­ra­ria), inter­ven­go­no Golan Haji, Alber­to Nes­si, Lui­sa Orel­li e Costan­za Ferrini.

Firen­ze, 2 feb­bra­io ore 12, caf­fè let­te­ra­rio Le Mura­te, piaz­za del­le Mura­te. Inter­ven­go­no Golan Haji, Gia­co­mo Trin­ci, Bru­nel­la Anto­ma­ri­ni e Costan­za Ferrini.

Un’occasione per riflet­te­re sul­la bana­li­tà del male, la nor­ma­li­tà del­la fol­lia e l’ironia neces­sa­ria per sopravvivere.

Golan Haji è nato nel 1977 a Amou­da, una pic­co­la cit­tà cur­da nel nord est del­la Siria. Ha stu­dia­to medi­ci­na all’Università di Dama­sco. E’ pato­lo­go di for­ma­zio­ne, ma ha una pre­sen­za let­te­ra­ria impor­tan­te che inclu­de nume­ro­se rac­col­te di poe­sia, con la pri­ma Na’ada fi azzo­le­mat (Chia­mò nel­le tene­bre) (2004) si è aggiu­di­ca­to il pre­mio Moham­med al-Maghut. La secon­da rac­col­ta appar­sa nel 2008 in occa­sio­ne di “Dama­sco cit­tà del­la cul­tu­ra” s’intitola Tham­ma­ta man yara­ka wah­shen (C’è qual­cu­no che ha visto in te un mostro). La ter­za rac­col­ta bay­ti al-bared al-ba’id (La mia casa è fred­da e lon­ta­na) è pub­bli­ca­to pres­so la casa edi­tri­ce Dar-al Gamal a Bei­rut 2012, Adul­te­rers, For­la­get. Korridors, Copenhaghen 2011. Tra­dut­to­re di clas­si­ci ingle­si tra cui Lo stra­no caso del Dr Jekyll e Mr Hyde in ara­bo, ma anche fram­men­ti rac­con­ti e poe­sie di ita­lia­ni attra­ver­so la lin­gua ingle­se qua­li Pave­se, Saba, Ginz­burg, Levi, Cal­vi­no, Montale.

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Ve la do io la vera Ucraina

| Il Mes­sag­ge­ro | Lune­dì 13 gen­na­io 2013 | Eli­sa­bet­ta Marsigli |

Il fasci­no per una ter­ra lon­ta­na può rima­ne­re un sogno, ma per Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le si è tra­sfor­ma­to in real­tà. Foto­gior­na­li­sta e scrit­to­re free­lan­ce, Di Pasqua­le ha fat­to dell’Ucraina una vera pas­sio­ne e, dopo aver scrit­to di poli­ti­ca inter­na­zio­na­le e cul­tu­ra su diver­si quo­ti­dia­ni nazio­na­li, nel 2007, gra­zie all’intervista con l’allora Pre­si­den­te ucrai­no Vik­tor Yush­chen­ko, ini­zia un appro­fon­di­men­to cul­tu­ra­le e socia­le del pae­se dei cosacchi.
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Siria. E poi venne l’inverno, nella poesia di Golan Haji

| Osser­va­to­rio Iraq | Dome­ni­ca 22 dicem­bre 2013 | Chia­ra Comi­to |

Quel­la stes­sa neve che non ha rispar­mia­to i cam­pi pro­fu­ghi in cui vivo­no cen­ti­na­ia di miglia­ia di siria­ni in fuga da un pae­se lace­ra­to da due anni di guer­ra civi­le e vit­ti­ma dell’indifferenza del mondo.
È impos­si­bi­le non pen­sa­re ai tan­ti bam­bi­ni, uomi­ni e don­ne inti­riz­zi­ti o mor­ti per il fred­do taglien­te quan­do si leg­go­no le poe­sie del poe­ta cur­do siria­no Golan Haji con­te­nu­te nel­la rac­col­ta L’autunno, qui, è magi­co e immen­so (Il Siren­te, 2013), dove i ver­si scan­di­sco­no i tem­pi di sta­gio­ni ter­ri­bi­li, fat­te di pol­ve­re, lacri­me, piog­gia, san­gue, dolo­re e desi­de­ri irrealizzati.
E di neve. La neve su cui cam­mi­na­no, ad esem­pio, i sol­da­ti del­la poe­sia “Scri­gno di dolo­re” in cui il poe­ta, par­lan­do del­la con­di­zio­ne degli esi­lia­ti che egli stes­so vive dal 2011, scri­ve: “Ora sei una sto­ria rac­con­ta­ta dove manchi./La tua gola,scrigno di dolore,/è pie­na di ossa e piume./Nel bian­co dell’occhio/hai una mac­chio­li­na di san­gue arrugginita/simile a un sole che tra­mon­ta lontano/su un cam­po di neve/calpestato da lun­ghe file di sol­da­ti affamati”.

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Colazione con Massimiliano Di Pasquale, fotogiornalista esperto di Ucraina

Alibion­li­ne | Gio­ve­dì 12 dicem­bre 2013 |  |

Ukraï­na tse Ukraï­na!” L’Ucraina è Ucrai­na! Ricor­da­te il sim­pa­ti­co spot che a metà degli anni Novan­ta recla­miz­za­va il nuo­vo atlan­te geo­gra­fi­co ven­du­to a fasci­co­li set­ti­ma­na­li con Il Cor­rie­re del­la Sera? Al cosmo­nau­ta atter­ra­to in mez­zo al suo pol­la­io, la con­ta­di­na ucrai­na tene­va una rapi­da lezio­ne di geo­gra­fia per aggior­nar­lo degli epo­ca­li cam­bia­men­ti avve­nu­ti duran­te la sua mis­sio­ne nel­lo spa­zio. “Ne sono suc­ces­se di cose negli ulti­mi anni” dice­va lo spea­ker. E non han­no smes­so di suc­ce­de­re, vien da dire osser­van­do (da lon­ta­no) quan­to sta acca­den­do in que­ste set­ti­ma­ne a Kiev, capi­ta­le dell’Ucraina. Con­ti­nua a leggere →

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L’autunno siriano secondo Golan Haji

Fron­tie­re News | Mer­co­le­dì 11 dicem­bre 2013 | Moni­ca Ranieri |

Incon­tro Golan Haji, poe­ta cur­do siria­no, a Baridove è sta­to invi­ta­to per pre­sen­ta­re la sua rac­col­ta di poe­sie “L’autunno qui, è magi­co e immen­so”, edi­ta da “Il Siren­te”. Ho il libro tra le mani e lo sguar­do con­ti­nua a sof­fer­mar­si su alcu­ni ver­si che ave­vo sot­to­li­nea­to leg­gen­do­lo. “La mia ombra, appe­na calpestata/ si ripa­ra sot­to di me/ e le mie parole/che sono il mio deser­to e mi fan male/si accam­pa­no intor­no a me”. L’espressione degli occhi di Haji men­tre mi rac­con­ta del­la Siria, dei dirit­ti del popo­lo cur­do, e del suo muo­ver­si lun­go ed oltre i con­fi­ni del­le scrit­tu­re e del­le lin­gue, e il tono vibran­te del­la sua voce, mi han­no con­dot­to ami­che­vol­men­te lun­go i sen­tie­ri che le paro­le accam­pa­te trac­cia­no attra­ver­sa­no il deser­to.  Con­ti­nua a leggere →

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Leggere” la Siria da un altro punto di vista. A Bari il reading del poeta curdo siriano Golan Haji

| Edi­to­ria­ra­ba | Lune­dì 2 dicem­bre 2013 | Sil­via Moresi |

Lo scor­so vener­dì a Bari si è svol­to l’evento “Nar­ra­zio­ni libe­re. Dal­la Siria all’Italia il futu­ro è com­mons”. Un’occasione per la cit­tà puglie­se di ascol­ta­re le paro­le del poe­ta cur­do siria­no Golan Haji e riflet­te­re su una Siria “altra”, rispet­to a quel­la pro­po­sta dai media main­stream recen­te­men­te. Sil­via More­si ha par­te­ci­pa­to all’evento e ne ha scrit­to per il blog (oltre a foto­gra­fa­re alcu­ni momen­ti del­la sera­ta). Buo­na let­tu­ra! Con­ti­nua a leggere →

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Libri: ‘L’autunno, qui, è magico e immenso’, di Golan Haji

ANSA­med | 25 novem­bre 2013 | Cri­stia­na Missori |

(ANSA­med) — ROMA, 25 NOV — La guer­ra, la bel­lez­za, il san­gue e l’amore. Sono que­sti alcu­ni temi che com­pon­go­no la rac­col­ta di poe­mi scrit­ti negli ulti­mi due anni da Golan Haji, ”L’autunno, qui, è magi­co e immen­so” (il Siren­te, col­la­na Altria­ra­bi, pp.128, Euro 10), che il 29 novem­bre pros­si­mo, ver­rà pre­sen­ta­ta a Bari nel cor­so dell’evento ”Nar­ra­zio­ni libe­re. Dal­la Siria all’Italia il futu­ro è com­mons”. Con­ti­nua a leggere →

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Prima delle badanti, c’era Hollywood — L’Ucraina segreta dai cosacchi alla Ceka

La Stam­pa | Mer­co­le­dì 25 novem­bre 2013 | Anna Zafesova |

Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le scri­ve il pri­mo rac­con­to in ita­lia­no di una ter­ra vici­na quan­to sco­no­sciu­ta: “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne” è un dia­rio di viag­gio che fa par­la­re i ricor­di e le sto­rie del­le per­so­ne incon­tra­te. Con­ti­nua a leggere →

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جولان حاجي يرتحل إلى رحابة القصيدة

Al-Akh­bar |  Mer­co­le­dì 9 otto­bre 2013 | ادب وفنون |

جولان حاجي يرتحل إلى رحابة القصيدة

منذ البداية، انحاز إلى اللغة المحكومة بخصوبة معجمية، لكن ذلك لم يمنعه من إنجاز قصيدة واضحة المعاني. ديوانه «الخريف هنا، ساحرٌ وكبير» خطوة جديدة في تجربة الشاعر السوري الذي يحوّل مذاقات اللغة اليومية إلى منجزات شخصية
يزن الحاج

في مجموعته الجديدة «الخريف، هنا، ساحرٌ وكبير» (الصادرة بالعربيّة والإيطاليّة عن «دار إل سيرنته» – 2013)، يواصل جولان حاجي (1977) مشروعه الشعري الذي بدأ منذ باكورته «نادى في الظّلمات» (2006). جولان صاحب تجربةٍ خاصّة في الشعر السوري، كانت اللغة فيها المكون الأساسي، مبتعداً عن التقييدات التي التصقت بمعظم مجايليه الذين انحازوا إلى «القصيدة اليومية» ورموزها. وبرغم «الاتّهامات» الجاهزة التي حاول فيها البعض تأطير شعر جولان (سليم بركات كمرجعية شعرية كردية من جهة، أو التأثر بالشعر الأوروبي والأميركي بحكم اطّلاع الشاعر عليهما في ترجماته المتفرّقة المنشورة)، إلا أنّ المتتبّع لهذه التجربة يستطيع التقاط خصوصيّتها التي تنأى عن التصنيفات السائدة.
منذ البداية، استندت تجربة جولان الشعرية الى تجسير الهوة بين الشفهي والكتابي. ثمّة ظلالٌ للترجمة في شعره تتبدّى واضحةً في معظم القصائد؛ ليست الترجمة الاعتيادية بحرفيّتها، بل معناها الضمني الذي كان يشير إليه الشاعر في حواراتٍ عديدة (كلّ كتابة هي ترجمة). الترجمة كعملية نقل بدرجات متعدّدة: نقل الكلمات من المخيّلة/ العقل إلى الورق، نقل المفردات وتحويلها من لغةٍ إلى لغة، ونقل القصيدة/ الحياة من عالمٍ واقعيّ إلى عالم مواز آخر يهرب ويلتجئ إليه، تكون فيه «كاف» التشبيه هي الأداة المحوريّة في القصيدة.
عبر هذا النّقل، تتحرّك قصيدة جولان مبتعدةً عن التقييدات وضيق «اليوميّ» والهويّة واللغة، إلى رحابة فضاء القصيدة. ليس ثمة مكان للثبات في قصيدة حاجي؛ الواقع دوماً مؤقّت، ولا بدّ من ارتحال (مادي أو مجازي) لتكتمل القصيدة. الخوف (السّمة الوحيدة الثابتة في قصائد هذه المجموعة) وعدم الاستقرار هما أداتا الشاعر في التعبير عن ضيق المكان، أيّ مكان، وهو ما يجعل شعر جولان، عموماً، ملغّماً دوماً بالدلالات التي تُربك المتلقّي. وهنا تكمن صعوبة ولذّة هذه القصائد: «لا أخاف أن لا أُفهَم بل أخاف أن لا أُحَبّ». هذا الاضطراب الشخصي والشعري يتبدّى بشكل أكثر وضوحاً في الترجمة الإنكليزيّة لشعر جولان حاجي الذي يشارك معظم الأحيان في ترجمة هذه القصائد بصحبة أصدقاء آخرين. نجد القصائد أكثر «استقراراً»، حيث يُعيد الشاعر كتابة القصائد، ورسم عالمها، وضبط اتجاه بوصلتها.
يشترك جولان مع شعراء «القصيدة اليوميّة» في نقطة الانطلاق، أي عالم الظّلال والأصداء والهامش، لكنّه يفترق عنهم في التأكيد على قضيّة «الأَجْنَبَة» (لو استعرنا مصطلح آلان باديو) في القصيدة. المفردات لا تكتفي بدلالاتها المباشرة، بل تكتمل بظلال معناها، ومرورها بهذه المرحلة «الأجنبيّة» المؤقّتة التي تكون حدّاً فاصلاً بين العالم الواقعي والعالم الشعري، وتتمثّل دوماً بالمرآة (أداة شعريّة دائمة الحضور في قصائد هذه المجموعة والمجموعات السابقة). المرآة كحاجزٍ بين دلالتين وحالتين تفضي إحداهما إلى الأخرى بالضرورة في معادلةٍ دائمة، يكون أحد طرفيها الخوف: «كعدوَّيْن قديمين/ ستحدّق عيناك في عينيك».
يتماهى جولان مع شخوص قصائده لا ليحاول كسر رتابة القصيدة فحسب، بل لرسم ملامح مكان دائم ما بعيداً عن الأمكنة المؤقّتة التي تؤرّق الشّاعر وقصيدته. تكتسب هذه الشّخوص صفات شاعرها (خائفة، متردّدة، غير راضية) من دون أن تنسى تكريس حياةٍ مستقلّة لها بعيداً عن عزلة شاعرها وصقيع نهاياته.
ثمّة حضورٌ شفيفٌ للطبيعة في قصائد المجموعة، لكنّه كأي عنصرٍ آخر في القصائد، يرتدي ثوباً شعرياً جديداً بمعانٍ مُبتكرَة وصور جديدة. ولا بدّ من التأكيد على أهميّة هذا العنصر في شعر جولان حاجي؛ أي الابتكاريّة في خلق الصّور والعوالم المتعدّدة في جسد القصائد، مع وجود علاماتٍ ثابتةٍ دوماً: فالدّم صدأ، والشفتان مشقّقتان، والأشياء توّاقةٌ دوماً للعودة إلى أصلها.
تشترك مجموعة «الخريف، هنا، ساحرٌ وكبير» مع مجموعات جولان السابقة في هذه العلامات الشعرية الثابتة، لكنّها تفترق عنها بكونها أكثر كمالاً لناحية الصّورة والأفق، عدا كون قصائدها أكثر استقلاليّة، بمعنى خصوصيّة كلّ قصيدة بحدّ ذاتها، الأمر الذي كان أقلّ وضوحاً في معظم قصائد مجموعتَيْ «نادى في الظّلمات» (2006)، و«ثمّة من يراك وحشاً» (2008). أخيراً، ليست هذه المجموعة التجربة الأولى لحاجي في تجاور القصيدة ذاتها بلغتين مختلفتين، إذ سبقتها مجموعة «اخترتُ أن أسمع» (2011)، عدا قصائد مترجَمة متفرّقة أخرى بعددٍ من اللغات في منابر عديدة مثل «جدليّة»، «وولف»، و«كلمات بلا حدود».

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Golan Haji — Every Writing is a Translation

Prai­rie Schoo­ner | Dome­ni­ca 16 giu­gno 2013 |

Photo of Golan Haji; Photo Credit: Mikel KruminsA patho­lo­gi­st and doc­tor, Golan Haji’s lite­ra­ry career inclu­des seve­ral col­lec­tions of poe­try; an Ara­bic trans­la­tion of Robert Louis Stevenson’s clas­sic, The Stran­ge Case of Dr. Jekyll & Mr. Hyde; and nume­rous appea­ran­ces at festi­vals world­wi­de. His fir­st col­lec­tion won the al-Maghut pri­ze and his late­st, A Cold Fara­way Home, will be publi­shed soon in Bei­rut. He lived in Dama­scus until he had to flee his coun­try in 2011. He set­tled in France.

It is hard to belie­ve that I met this Syrian/Kurdish poet two years ago in May 2011 as the cri­sis in Syria was only just begin­ning. It sad­dens me that it has con­ti­nued to be so bloo­dy for so long. When I met Golan we were in Bei­rut with Reel Festi­vals and he had no idea if he would be able to go back to his home as the bor­ders were often clo­sed and the road was dan­ge­rous. It was a stres­sful time to be in the region wor­king on trans­la­tions with the­se gene­rous and embat­tled poe­ts. Despi­te the stri­fe, we mana­ged to crea­te a free e-book of new Syrian and Leba­ne­se poe­try in trans­la­tion. Golan’s poe­tic gra­ce and thought­ful­ness con­ti­nues to be relevant.

Golan Haji: I think that eve­ry wri­ting is a trans­la­tion. For me as a Kurd, I talk in Kur­dish but I wri­te in Ara­bic. But it’s not as sim­ple as that, and I think that’s what’s going on in the poet’s head. Some­thing is lost, and the wri­ting is always incom­ple­te. When you try to find the right word or the right ima­ge, and it’s not always pos­si­ble, the poem takes its beau­ty from this pro­cess of imper­fec­tion. It’s always imper­fect, and that’s why the wri­ting never ends. Just as the idea of iden­ti­ty ends in death, when one is dead, that’s his final iden­ti­ty. One is always loo­king for others in other pla­ces and languages.

Trans­la­tion is a pro­cess of chan­ging pla­ces whi­le you are in the same pla­ce. It’s not rein­car­na­tion, or just to imi­ta­te the others. It’s the stran­ger who comes to your hou­se, is wel­co­med, is invi­ted, and you know that he will chan­ge you in a very secret way, even throu­gh silen­ce. And this deep, slow chan­ge that trans­la­tion gives is very impor­tant. I think that wri­ting, throu­gh the histo­ry of lite­ra­tu­re, was always influen­ced by trans­la­tions. I can­not see the modern poe­try of any pla­ce in the world [without] trans­la­tions;  that’s impos­si­ble. Modern Arab poe­try is influen­ced by English, Ame­ri­can, French, Japa­ne­se, and Ger­man poe­try, and I think in Ger­ma­ny and England it’s the same. This trans­la­tion makes poe­try more pre­ci­se to work with.

To trans­la­te poe­try well, you need to know what’s going on in the world, and that your roo­ts are eve­ry­whe­re, in all con­ti­nen­ts. Trans­la­tion is not just moving the words from lan­gua­ge to lan­gua­ge; it’s also the move­ment of the sha­dow of mea­ning, how you must be pre­ci­se to cap­tu­re the sen­sa­tions, the ima­ges. You are una­ware when you have chan­ged, and you don’t know how.

RVW: You can trans­la­te eve­ry word in a poem and still not have a poem. I like the notion that you’re trans­la­ting your­self. As a Syrian poet in the cur­rent cli­ma­te , you’ve said befo­re that “being ali­ve is a poe­tic act,” and I’m just won­de­ring how the even­ts in Syria are affec­ting your work?

GH: I think that poe­try in gene­ral is a poli­ti­cal act, anti-poli­tics. When you wri­te any poem, when you’re tal­king about any­thing, it’s a poli­ti­cal act. But what’s been going on in Syria in the past two mon­ths is very new for the Syrian peo­ple. For the fir­st time in four or five deca­des, peo­ple are in the street demon­stra­ting. That is very beau­ti­ful and ter­ri­fy­ing at the same time. You are in the street and afraid of being kil­led… I was ama­zed by such cou­ra­geous young peo­ple in the streets.

And when I see the death of a young man, when I see that beau­ty pass away, I feel com­ple­te­ly hel­pless. I’m una­ble to do any­thing, and that’s why my mind stop­ped for a who­le month, wat­ching tele­vi­sion, the Inter­net, I was una­ble to wri­te. I tried to arran­ge my ideas, just to con­trol this big con­fu­sion, but some­ti­mes I feel asha­med to be using words when such beau­ti­ful peo­ple are kil­led and you can­not do any­thing for them. Many friends and I who are wri­ters, poe­ts, and pain­ters suf­fer from the same cir­cum­stan­ces. Peo­ple in the street do not know us; I wri­te for them, but they do not read me. I wri­te for some peo­ple who I dream of, and I know them like they are my bro­thers and friends. And they chan­ged me.

It’s just two mon­ths but it feels like two years.  I look at my own coun­try in a dif­fe­rent way:  I know that Syria is going to chan­ge, and my only hope is not to see any more blood­shed, any more peo­ple thro­wn in jail, peo­ple who are afraid to talk, afraid to wri­te. Actual­ly fear is a great chain in the histo­ry of man. If you want to descri­be some­thing that is unu­sual psy­cho­lo­gi­cal­ly, it’s very impres­si­ve and at the same moment sad and cheer­ful; the­re are mixed fee­lings. Many peo­ple need time to see. Now, the situa­tion in Syria is com­ple­te­ly blur­red and con­fu­sed, but some­thing beau­ti­ful is coming out, and coming out soon, I hope.


For the com­ple­te inter­view, you can listen to the ori­gi­nal pod­ca­st at the Scot­tish Poe­try Library.

Watch “Road to Dama­scus,” a short film by Roxan­na Vilk fea­tu­ring Golan Haji.

Ryan Van Win­kle is a poet, per­for­mer, and cri­tic living in Edin­bur­gh. The­se inter­views are from his Scot­tish Poe­try Libra­ry pod­casts pro­du­ced and edi­ted by Colin Fra­ser. This team also pro­du­ces the arts pod­ca­st The Mul­ti-Colou­red Cul­tu­re Laser. He was awar­ded a Robert Louis Ste­ven­son fel­lo­w­ship for wri­ting in 2012.

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Presentazione di “Ucraina terra di confine”, 8 giugno 2013 (Librerie la Feltrinelli, Udine)

dipaSaba­to 8 giu­gno 2013, alle ore 17.30 pres­so la libre­ria Fel­tri­nel­li di Udi­ne (Gal­le­ria Bar­del­li), ver­rà pre­sen­ta­to il libro di Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne. Viag­gi nell’Europa sco­no­sciu­ta (il Siren­te, 2012)

Inter­ven­go­no:
Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le – autore
Vik­to­ria Sky­ba – pre­si­den­te Asso­cia­zio­ne cul­tu­ra­le Ucraina-Friuli
Svi­tla­na Shma­ko­va – scrittrice

L’Ucraina, nono­stan­te la visi­bi­li­tà media­ti­ca del­la Rivo­lu­zio­ne Aran­cio­ne del dicem­bre 2004, è luo­go pres­so­ché sco­no­sciu­to al let­to­re ita­lia­no. Spes­so con­fu­sa con la Rus­sia o asso­cia­ta a una ste­reo­ti­pa­ta imma­gi­ne di gri­gio­re post-sovie­ti­co, il più gran­de pae­se d’Europa per esten­sio­ne geo­gra­fi­ca è una nazio­ne ric­ca di sto­ria in cui si incon­tra­no e dia­lo­ga­no cul­tu­re com­po­si­te (ebrea, polac­ca, arme­na, tata­ra, asburgica).
Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, facen­do pro­pria la lezio­ne di gran­di nar­ra­to­ri di viag­gio come Chat­win, Kapuś­ciń­ski e Ter­za­ni, attra­ver­sa l’Ucraina dai Car­pa­zi alla Cri­mea rac­con­tan­do­ci la sto­ria e le tra­di­zio­ni di que­sti luo­ghi e gli aned­do­ti lega­ti alla quo­ti­dia­ni­tà dei suoi abi­tan­ti. Incon­tra ex dis­si­den­ti che han­no lot­ta­to per l’indipendenza dall’URSS, scrit­to­ri dal­la cui imma­gi­na­zio­ne sta nascen­do la nuo­va let­te­ra­tu­ra nazio­na­le, gen­te comu­ne che gli rac­con­ta pro­get­ti e aspet­ta­ti­ve per il futu­ro. Ci con­du­ce nei caf­fè asbur­gi­ci di Leo­po­li, nei luo­ghi let­te­ra­ri di Gogol e Che­khov, nel­le minie­re del Don­bas, ci fa ammi­ra­re i mona­ste­ri orto­dos­si di Pochay­iv e di Kyiv, le fac­cia­te seces­sio­ni­ste di Cher­ni­v­tsi, il goti­co sta­li­ni­sta di Zapo­ri­z­h­z­hya, le spiag­ge di Yal­ta, i vil­lag­gi hutsul di Yarem­che. Ma soprat­tut­to Di Pasqua­le ci descri­ve un pae­se nuo­vo e dina­mi­co che tra acce­le­ra­zio­ne e fer­ma­te, stop and go, sta cer­can­do, non sen­za dif­fi­col­tà, di lasciar­si alle spal­le la pati­na bru­mo­sa del post-tota­li­ta­ri­smo per diven­ta­re sog­get­to del­la Storia.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/Con­ten­tI­tem-28fa47­c9-ffac-424b-99e1-a09ec0d18233.html?refresh_ce#p=

Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le (1969), foto­gior­na­li­sta e scrit­to­re free­lan­ce è mem­bro dell’AISU (Asso­cia­zio­ne Ita­lia­na di Stu­di Ucrai­ni). Ha pub­bli­ca­to il libro foto­gra­fi­co “In Ucrai­na, imma­gi­ni per un dia­rio” (2010) e il sag­gio sto­ri­co “Una fab­bri­ca, una cit­tà, una fami­glia. Benel­li 1911–2011″ (2011). Recen­te­men­te ha lavo­ra­to all’aggiornamento del­la “Ukrai­ne Bradt Tra­vel Gui­de” di pros­si­ma uscita.

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Graphic Novelist Magdy El Shafee Arrested Near Clashes

| Ara­bic Lite­ra­tu­re | Saba­to 20 apri­le 2013 | Mly­n­x­qua­ley |

Accor­ding to mul­ti­ple sour­ces, Mag­dy El Sha­fee was one of 39 arre­sted yester­day at Abdel Moneim Riya­dh Squa­re: Youm7 repor­ted that El Sha­fee — god­fa­ther of the Egyp­tian gra­phic novel, who faced trials and other hurd­les for his ground-brea­king Metro – was arre­sted when he went down to try to stop the cla­shes yester­day. He was appa­ren­tly arre­sted at random.
Dar Merit Publi­sher Moham­mad Hashem said on Face­book that El Sha­fee was accu­sed of per­pe­tra­ting vio­len­ce. Al Mogaz quo­ted author Moham­mad Fathi as say­ing El Sha­fee didn’t try to esca­pe from poli­ce “becau­se he didn’t do anything.”
Other nove­lists said on Face­book that El Sha­fee was being inter­ro­ga­ted today at Abdeen Court. It also appea­red El Sha­fee may have been inju­red in the clashes.

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2012 — libri dell’anno, libri mancati, libri sbagliati, libri recuperati…

Por­to Fran­co | Vener­dì 28 dicem­bre 2012 | Gian­fran­co Franchi |

Un fran­co 2012. Libri dell’anno:

  1. Umber­to Rober­to, “Roma Capta. Il Sac­co del­la cit­tà dai Gal­li ai Lan­zi­che­nec­chi”, Later­za. Un gran­de libro di sto­ria, scrit­to per rac­con­tare che l’eternità di Roma è ter­mi­nata da un pez­zo. È fini­to tut­to nel­la metà del V seco­lo dopo Cri­sto: nel san­gue e nel­la mise­ria. Rober­to ha piz­zi­cato uno dei veri rimos­si del­la nostra cul­tura: l’ammissione del­la lon­tana mor­te di Roma, spo­gliata di tut­to, tra­dita e abbandonata.
  2. Ema­nuele Tre­vi, “Qual­cosa di scrit­to”, Pon­te alle Gra­zie. Uno stra­no e sedu­cente anfi­bio, metà tri­buto a Paso­lini, metà memoir, metà roman­zo ini­zia­tico, metà gran­de sag­gio su “Petro­lio”. Un libro vera­mente potente.
  3. Tom­maso Gia­gni, “L’estraneo”, Einau­di. Un esor­dio tosto e pro­met­tente: un libro intri­so di Zeit­geist; una lea­le rap­pre­sen­ta­zione del degra­do e del col­lasso del­la civil­tà roma­na moder­na, a uno sbuf­fo dagli anni Zero.
  4. Jean Eche­noz, “Lam­pi”, Adel­phi. Gran­de ope­ra d’arte. Bio­gra­fia liri­ca e ispi­rata del misco­no­sciuto e talen­tuoso Niko­la Tesla, spi­rito sla­vo e nobi­le, gene­roso e mez­zo mat­to. Un vero libro adelphi.
  5. Jáchym Topol, “L’officina del dia­volo”, Zan­do­nai. Grot­te­sco, cini­co, ori­gi­nale: roman­zo del bor­go di Tere­zín, del mar­ti­rio del­la civil­tà e del­la veri­tà per mano dei tota­li­ta­ri­smi, del­la spe­cu­la­zione sui genocidi.
  6. Colet­te, “Pri­gioni e para­disi”, Del Vec­chio. Inspe­rata, riu­scita pri­ma edi­zione ita­liana di que­sto libro di fram­menti e pro­se bre­vi del­la scrit­trice fran­cese. Una lezio­ne di sti­le, di let­te­ra­rietà e di sensualità.
  7. Vasi­le Ernu, “Gli ulti­mi ere­tici dell’impero”, Hac­ca. Fasci­nosa inte­gra­zione dell’opera pri­ma del­lo scrit­tore e filo­sofo rume­no, “Nato in Urss”, è una medi­ta­zione sul socia­li­smo sovie­tico, sui gulag, sul­la liber­tà d’espressione, sul futu­ro del­la civil­tà. Mol­to coraggioso.
  8. Mas­si­mi­liano Di Pasqua­le, “Ucrai­na ter­ra di fron­tiera”, Il Siren­te. È il libro di una vita: un intel­li­gente e con­sa­pe­vole atto d’amore di un let­te­rato ita­liano appas­sio­nato di cul­tura ucrai­na – vero pon­te pop tra l’Italia e l’Ucraina. For­se l’unico.
  9. Die­go Zan­del, “Esse­re Bob Lang”, Hac­ca. Spiaz­zante roman­zo meta­let­te­ra­rio del­lo scrit­tore fiu­ma­no-roma­no Die­go Zan­del, filel­leno, let­tore for­te, ere­de di Ful­vio Tomiz­za. Diver­tis­se­ment mol­to snob.
  10. Watt Maga­zine, nume­ro zero.cinque. Per­ché è for­se la mas­sima espres­sione dell’arte di Mau­ri­zio Cec­cato: pri­ma di esse­re libro-rivi­sta, rac­colta di rac­conti illu­strata o rac­colta di illu­stra­zioni rac­con­tate, Watt è un Cec­cato. E Cec­cato è il massimo.

Libro più sba­gliato dell’anno: Tom­maso Pin­cio, “Pulp Roma”, Il Sag­gia­tore. Il pri­mo libro com­ple­ta­mente sba­gliato di Tom­maso Pin­cio: impro­ba­bile, mar­gi­nale, male assem­blato: inde­gno di lui. Un erro­re inat­teso. È pro­prio brutto.

Capo­la­voro man­cato: Ema­nuel Car­rère, “Limo­nov”, Adel­phi. Bio­gra­fia roman­zata di uno scrit­tore che ave­va già roman­zato la sua vita in tut­ti i suoi (mol­ti) libri, sin dagli esor­di, pote­va esse­re una gran­de sati­ra di Limo­nov, e dei Limo­nov, e una poten­te lezio­ne di sto­ria rus­sa con­tem­po­ra­nea, con incur­sioni nel­le orgo­gliose feri­te dei Bal­cani, à la Bab­si Jones: inve­ce Car­rère si è pre­so mol­to sul serio, for­te for­se del­la con­sa­pe­vo­lezza che Limo­nov, in Euro­pa, è vera­mente sco­no­sciuto. E così ha sba­gliato libro. Que­sto è un buon libro, ma è per i tan­ti neo­fiti di Limo­nov. Per tut­ti gli altri, è un discre­to bigna­mi, con qual­che impro­ba­bile deri­va ombe­li­cale car­rèra.

Let­ture rin­viate: 1. Filip­po Tue­na, “Stra­nieri alla ter­ra” [Nutri­menti, 2012]. La ragio­ne è che pun­to all’operaomnia, entro due anni. 2. John Chee­ver, “Rac­conti” [Fel­tri­nelli, 2012]. Stes­so discor­so, ma vor­rei comun­que leg­gerlo pri­ma in lin­gua ori­gi­nale. 3. John Edward Wil­liams, “Sto­ner” [Fazi, 2012]. Imma­gino pos­sa pia­cermi mol­to, ma non è il perio­do giu­sto. Maga­ri tra qual­che anno.

Sito let­te­ra­rio dell’annoFla­nerìhttp://www.flaneri.com/ – sem­pre intel­li­gente, par­ti­co­lar­mente ordi­nato, pia­ce­vol­mente fron­tale, piut­to­sto equi­li­brato: pra­ti­ca­mente uno dei pochi siti let­te­rari ita­liani cre­di­bili, in asso­luto. One­sta­mente, una del­le pochis­sime nuo­ve pro­po­ste degne di nota, in quest’ultimo trien­nio cao­tico, fiac­co e mol­to cial­trone. Tifo Flanerì.

Altre cose fran­che.  Recu­peri [ita­liani] dell’anno. 1. Ful­vio Tomiz­za, “Il sogno dal­mata”, Mon­da­dori, 2001. 2. Bab­si Jones, “Sap­piano le mie paro­le di san­gue”, Riz­zoli, 2007. 3. Ful­vio Tomiz­za, “Mate­rada”, Mon­da­dori, 1960. 4. Tom­maso Pin­cio, “Hotel a zero stel­le”, Later­za, 2011. 5. Orne­la Vorp­si, “Il pae­se dove non si muo­re mai”, Einau­di, 2005.

Recu­peri [stra­nieri] dell’anno. 1. Patrick Lei­gh Fer­mor, “Mani”, Adel­phi, 2006. 2. Dimi­tri Obo­len­sky, “Il com­mo­n­wealth bizan­tino”, Later­za, 1974. 3. Dra­gan Veli­kić, “Via Pola”, Zan­do­nai, 2009. 4. Robert Man­tran [a cura di], “Sto­ria dell’impero otto­mano”, Argo, 2000. 5. Ago­stino Per­tusi [a cura di], “La cadu­ta di Costan­ti­no­poli”, Fon­da­zione Val­la, 1976. 6. Nicho­las Valen­tine Ria­sa­no­v­sky, “Sto­ria del­la Rus­sia”, Bom­piani, 7. David Foster Wal­lace, “Il ten­nis come espe­rienza reli­giosa”, oggi in Einau­di, 2012.

Let­tura cri­tica fon­da­men­tale, in asso­luto: “Nar­ra­tori degli Anni Zero” di Andrea Cor­tel­lessa, Pon­te Sisto, 2012, 650 pagi­ne. E via andare.

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Le Vine: ecco come cambia la geografia del petrolio

Media Due­mi­la | Saba­to 8 dicem­bre 2012 | Reda­zio­ne |

Lo svi­lup­po di fon­ti alter­na­ti­ve come aspi­ra­zio­ne ad uno sti­le di vita più soste­ni­bi­le e non come ine­vi­ta­bi­le sur­ro­ga­to dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li. La sco­per­ta di nuo­ve riser­ve di idro­car­bu­ri in Pae­si fino­ra ai mar­gi­ni spo­sta il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che ener­ge­ti­che pubbliche.

Entu­sia­smi e timo­ri susci­ta­ti dal­le nuo­ve sco­per­te di idro­car­bu­ri. Il dibat­ti­to sul­le fon­ti alter­na­ti­ve. Gli equi­li­bri geo­po­li­ti­ci in Asia e nel Vec­chio Con­ti­nen­te e lo svi­lup­po dei pro­get­ti del­le gran­di arte­rie del gas. Ste­ve Le Vine, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord Ame­ri­ca, ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archiviato?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista 
cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscura.

Questo boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di sviluppo?

Questo boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di 
biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspira.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der 
rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra Ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio concreto?

In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra Ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi 
 pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli stati.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to un degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness profittevole?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te umanitaria.
La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in 
 Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Bolivia?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­la agen­zie di rating!
L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Continente?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te  di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad 
 abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più  con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to 
  vereb­be seria­men­te ridimensionata.


Rispetto a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la glo­ria” ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pianeta?

C’e’ sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò  rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que  dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia   Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta  poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afghanistan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre  alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.

Originariamente il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co  non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to . E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10 miliar­di di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Penso che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP,  pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri,  abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to 
  que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se  rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro  sul tavo­lo.   Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una  pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decennio.

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Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSA­med | Mer­co­le­dì 5 dicem­bre 2012 | Lucia­na Borsatti |

”Gli Sta­ti Uni­ti e l’Europa, che han­no soste­nu­to Mor­si, devo­no ora man­dar­gli un mes­sag­gio chia­ro: che sono con­tra­ri ad un col­po di sta­to come quel­lo che sta com­pien­do”. Kha­led Al Kha­mis­si — scrit­to­re noto per il suo best-sel­ler ”Taxi”, tra­dot­to in più’ lin­gue — non usa mez­zi ter­mi­ni sul­le respon­sa­bi­li­tà dell’Occidente nel­la deri­va che l’Egitto ha pre­so in que­sti mesi, con gli ulti­mi col­pi di mano del pre­si­den­te Moha­med Mor­si sul pia­no isti­tu­zio­na­le ed i san­gui­no­si scon­tri di piaz­za tra suoi oppo­si­to­ri e sostenitori.

Gli Sta­ti Uni­ti in par­ti­co­la­re, sot­to­li­nea in un’intervista ad ANSA­med, han­no gran­di respon­sa­bi­li­tà nell’aver soste­nu­to il pre­si­den­te espres­so dai Fra­tel­li Musul­ma­ni. La sua ele­zio­ne e’ sta­ta il pun­to di arri­vo, osser­va, di una tran­si­zio­ne affi­da­ta all’esercito e rive­la­ta­si ”disa­stro­sa” per l’Egitto. Negli ulti­mi mesi Mor­si ha infat­ti por­ta­to avan­ti ”un coup d’etat”, denun­cia, con­tro gli altri pote­ri del­lo sta­to e le altre for­ze poli­ti­che. Insie­me ai Fra­tel­li Musul­ma­ni, ”ha pre­so tut­ti i pote­ri nel­le sue mani e pro­vo­ca­to una vera e pro­pria bat­ta­glia nel­le stra­de del Pae­se. Il regi­me ha per­so ogni legit­ti­mi­tà e quel­la di que­sti gior­ni e’ una situa­zio­ne di vero e pro­prio scon­tro con il popo­lo egi­zia­no”. Uno scon­tro in cui vi sono sta­ti anche i mor­ti di sta­se­ra, ma anche gesti come quel­li di un atti­vi­sta dei Fra­tel­li Musul­ma­ni che — rife­ri­sce dal­la sua casa del Cai­ro, men­tre si pre­pa­ra a tor­na­re anche lui a mani­fe­sta­re — avreb­be addi­rit­tu­ra taglia­to un orec­chio ad un oppositore.

Eppu­re vi sono sta­te del­le aper­tu­re da par­te dell’entourage di Mor­si alle istan­ze dell’opposizione, come si pos­so­no valu­ta­re? ”Noi voglia­mo fat­ti, non paro­le — rispon­de al Kha­mis­si, che in Taxi rac­col­se gli umo­ri dell’uomo del­la stra­da del Cai­ro pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne -. Anche pri­ma Mor­si ave­va pro­mes­so che ci sareb­be sta­ta una nuo­va Costi­tu­zio­ne con­di­vi­sa da tut­ti, e cosi’ non e’ sta­to”. Eppu­re, Mor­si ha avu­to l’appoggio del voto popo­la­re alle ele­zio­ni. ”Dove­te ricon­si­de­ra­re que­sta idea del voto — rilan­cia — io non ho vota­to, e cosi’ mol­ti altri, perché non pote­va­mo accet­ta­re di dover sce­glie­re tra un can­di­da­to dei Fra­tel­li Musul­ma­ni ed un uomo come Sha­fik, del vec­chio regi­me di Muba­rak”. E chi ha vota­to per Mor­si lo ha fat­to pro­prio per­ché’ non vole­va Sha­fik, aggiun­ge, oppu­re per ave­re il ”dena­ro” che i Fra­tel­li Musul­ma­ni pote­va­no garan­ti­re loro.

Ma ora Euro­pa e Sta­ti Uni­ti non pos­so­no sta­re a guar­da­re e ”devo­no par­la­re chia­ro — con­clu­de lo scrit­to­re -. Deve ripar­ti­re il dia­lo­go con gli altri par­ti­ti poli­ti­ci per una tran­si­zio­ne paci­fi­ca e per una nuo­va Costi­tu­zio­ne di tutti”.

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Ucraina terra di confine. Intervista a Massimiliano Di Pasquale

Wel­fa­re Cre­mo­na Net­work | Lune­dì 25 giu­gno 2012 | Ales­san­dra Boga |

Poco l’Europa occi­den­ta­le sa dell’Ucraina, que­sta repub­bli­ca dell’ex URSS, che tra l’altro è il più gran­de Pae­se d’Europa per esten­sio­ne geo­gra­fi­ca; ma Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, clas­se 1969, foto­re­por­ter e scrit­to­re pesa­re­se, nel suo “dia­rio di viag­gio”Ucrai­na. Ter­ra di con­fi­ne, edi­to da Il Siren­te, ci dà un qua­dro com­ples­si­vo e affa­sci­nan­te di que­sta ter­ra anco­ra pri­gio­nie­ra ai nostri occhi del gri­gio­re post-sovie­ti­co, e che tut­ta­via è ric­ca di vita, sto­ria e di cul­tu­ra pro­prie, che il comu­ni­smo ha cer­ca­to di assi­mi­la­re e soffocare.

Allo­ra, Mas­si­mi­lia­no, par­tia­mo dal tito­lo del tuo libro: per­ché la defi­ni­zio­ne dell’Ucraina come “ter­ra di confine”?

Pre­mes­so che non è mai faci­le sce­glie­re il tito­lo di un libro, visto che dovreb­be sin­te­tiz­za­re i tan­ti temi trat­ta­ti al suo inter­no, riten­go che Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne. Viag­gi nell’Europa sco­no­sciu­ta enfa­tiz­zi due con­cet­ti che mi stan­no par­ti­co­lar­men­te a cuo­re per­ché costi­tui­sco­no un filo ros­so che uni­sce tut­ti i capi­to­li. Il pri­mo è l’idea che l’Ucraina è tut­to­ra una ter­ra di con­fi­ne dato che al suo inter­no si incontrano/scontrano cul­tu­re diver­se e visio­ni geo­po­li­ti­che con­tra­stan­ti. L’eterno oscil­la­re tra Est e Ove­st, tra Rus­sia e UE, che ha carat­te­riz­za­to sto­ri­ca­men­te que­sta ter­ra e con­ti­nua a carat­te­riz­zar­la anco­ra oggi dice di un pae­se sicu­ra­men­te euro­peo, per­ché euro­pee sono le sue radi­ci, ma di “con­fi­ne”. Il secon­do è che nono­stan­te l’Ucraina sia il pae­se più este­so dell’Europa mol­te per­so­ne anco­ra la con­fon­do­no con la Rus­sia o la asso­cia­no a una ste­reo­ti­pa­ta imma­gi­ne di gri­gio­re post-sovie­ti­co. Il libro nasce anche per com­bat­te­re que­sti stereotipi.

Che chie­sa è quel­la bel­lis­si­ma dal­le cupo­le dora­te ritrat­ta sul­la coper­ti­na del libro?

È la Chie­sa di San­ta Cate­ri­na di Cher­ni­hiv, cit­tà a cir­ca 100 km da Kyiv. Fu fon­da­ta da un colon­nel­lo cosac­co nel 18° seco­lo in segno di gra­ti­tu­di­ne per la vit­to­ria con­se­gui­ta con­tro i Tur­chi. Sor­ge sot­to il Val, la cit­ta­del­la che costi­tui­va il nucleo cen­tra­le dell’antica Cher­ni­hiv. Le sue cin­que cupo­le dora­te, che luc­ci­ca­no in lon­ta­nan­za, dan­no il ben­ve­nu­to a chi arri­va qui venen­do dal­la capitale.

Cos’è rima­sto dell’epoca comu­ni­sta in Ucrai­na, e puoi dir­ci se gli ucrai­ni si sen­to­no vici­ni all’Occidente?

Sono tan­te le ere­di­tà dell’epoca comu­ni­sta che gra­va­no tut­to­ra sull’Ucraina. Alcu­ne di carat­te­re pura­men­te este­ti­co, come gli edi­fi­ci in sti­le costrut­ti­vi­sta o le sta­tue di Lenin pre­sen­ti nell’Ucraina cen­tra­le e orien­ta­le, altre più pro­fon­de, di carat­te­re antro­po­lo­gi­co che con­ti­nua­no a per­mea­re la men­ta­li­tà di mol­te per­so­ne, rap­pre­sen­tan­do a tut­ti gli effet­ti un fre­no all’emancipazione e alla moder­niz­za­zio­ne del pae­se. Ciò det­to, la coscien­za euro­pea e il sen­so di appar­te­nen­za al mon­do occi­den­ta­le si stan­no sem­pre più dif­fon­den­do nel­le cit­tà dell’Ovest di ascen­den­za polac­co-litua­na-asbur­gi­ca e più in gene­ra­le, un po’ in tut­to il pae­se, tra le nuo­ve generazioni.

Una del­le cit­tà più carat­te­ri­sti­che dell’Ucraina è Leo­po­li: per­ché è cosi importante?

Leo­po­li è for­se l’unica cit­tà in cui la tran­si­zio­ne dall’Ucraina post-sovie­ti­ca all’Ucraina euro­pea è già avve­nu­ta. Pro­va ne è l’efficienza dei ser­vi­zi che non ha egua­li nel resto del pae­se. Ovvia­men­te ci sono del­le pre­ci­se moti­va­zio­ni di ordi­ne sto­ri­co-cul­tu­ra­le che spie­ga­no que­sta ‘ecce­zio­na­le diver­si­tà’. In pri­mis la lega­cypolac­co-asbur­gi­ca e l’impermeabilità o qua­si — imper­mea­bi­li­tà del­la Gali­zia al pro­ces­so di rus­si­fi­ca­zio­ne-sovie­tiz­za­zio­ne, che ha inte­res­sa­to que­sta regio­ne nel secon­do dopo­guer­ra. Come scri­vo in un pas­so del libro “chi si avven­tu­ras­se a Lviv alla ricer­ca di scam­po­li di Unio­ne Sovie­ti­ca rimar­reb­be pro­fon­da­men­te deluso”.

Qua­li cul­tu­re e popo­la­zio­ni han­no con­vis­su­to nei seco­li in Ucraina?

Dav­ve­ro tan­te: arme­ni, gre­ci, rus­si, ser­bi, tata­ri, ebrei… Sto­ri­ca­men­te si par­te dagli Sci­ti, popo­la­zio­ne noma­de pre­cri­stia­na del­la step­pa tra il Don e il Dni­pro fino ad arri­va­re alle comu­ni­tà ita­lia­ne di Kerch in Cri­mea nell’800. Leo­po­li, Odes­sa e Cher­ni­v­tsi sono for­se le cit­tà più rap­pre­sen­ta­ti­ve di que­sto ecce­zio­na­le mel­ting pot. Pro­prio a Cher­ni­v­tsi, dove tra l’altro nac­que­ro gli scrit­to­ri Gre­gor Von Rez­zo­ri e Paul Celan, anco­ra oggi con­vi­vo­no ben ses­san­ta­cin­que diver­se nazionalità!

Qua­li sono i per­so­nag­gi sto­ri­ci e del­la cul­tu­ra più rap­pre­sen­ta­ti­vi dell’Ucraina e di cui anche l’Europa è debitrice?

L’Ucraina è un pae­se com­ples­so e stra­ti­fi­ca­to con una gran­de tra­di­zio­ne cul­tu­ra­le per cui non è faci­le rispon­de­re a que­sta doman­da. Se limi­tia­mo il discor­so solo agli intel­let­tua­li di lin­gua e cul­tu­ra ucrai­na farei tre nomi su tut­ti: Taras Shev­chen­ko, Ivan Franko e Lesya Ukray­in­ka. Ciò che li acco­mu­na, pur nel­la diver­si­tà dei per­cor­si, è l’avere fat­to cono­sce­re attra­ver­so la let­te­ra­tu­ra il loro pae­se, cer­can­do di anco­rar­lo alle avan­guar­die cul­tu­ra­li dell’epoca. Taras Shev­chen­ko, poe­ta ed eroe nazio­na­le, è una­ni­me­men­te con­si­de­ra­to uno degli espo­nen­ti più auto­re­vo­li del roman­ti­ci­smo europeo.

Cos’è sta­ta la tra­ge­dia dell’Holodomor?

Nel ter­ri­bi­le bien­nio 1932–1933 l’Ucraina – come testi­mo­nia­no anche i dispac­ci invia­ti a Roma da Ser­gio Gra­de­ni­go, con­so­le ita­lia­no nell’allora capi­ta­le Khar­kiv – fu col­pi­ta da una ‘care­stia arti­fi­cia­le’ pia­ni­fi­ca­ta dal regi­me sta­li­ni­sta per col­let­ti­viz­za­re le cam­pa­gne ster­mi­nan­do i kula­ki (pic­co­li pro­prie­ta­ri ter­rie­ri) e l’intellighenzia nazio­na­le. Il ter­mi­ne ucrai­no Holo­do­mor, che signi­fi­ca mor­te per fame, è com­po­sto di due paro­le holod – care­stia, fame – e mory­ty – ucci­de­re. Que­sto vero e pro­prio geno­ci­dio, occul­ta­to anche gra­zie alla com­pli­ci­tà dell’Occidente, ven­ne alla luce solo cinquant’anni più tar­di per la pres­san­te ope­ra di sen­si­bi­liz­za­zio­ne del­la Dia­spo­ra ucrai­na. Nel 1986, con l’uscita del libro The Har­ve­st of Sor­row del­lo sto­ri­co ame­ri­ca­no Robert Con­que­st, il gran­de pub­bli­co e le cer­chie gover­na­ti­ve occi­den­ta­li ven­ne­ro a cono­scen­za di que­sta ter­ri­bi­le tragedia.

In Ucrai­na è avve­nu­to un altro ster­mi­nio sco­no­sciu­to, il “geno­ci­dio dei Tata­ri”: di che cosa si tratta?

Quel­la dei tata­ri, così come quel­la che ave­va inte­res­sa­to due anni pri­ma, nel 1942, la comu­ni­tà ita­lia­na di Kerch, è una del­le tan­te tra­ge­die sco­no­sciu­te del­lo sta­li­ni­smo. Con il decre­to n. GKO5859 fir­ma­to da Josif Sta­lin l’11 mag­gio 1944 – un docu­men­to riser­va­to venu­to alla luce recen­te­men­te dall’archivio del KGB – il dit­ta­to­re geor­gia­no dà ini­zio alla secon­da fase del­la puli­zia etni­ca del­la Cri­mea. I meto­di usa­ti sono più o meno gli stes­si adot­ta­ti undi­ci anni pri­ma nei con­fron­ti dei con­ta­di­ni ucrai­ni duran­te la Gran­de Care­stia del ’32-’33. L’unica dif­fe­ren­za rispet­to al Holo­do­mor è la rapi­di­tà con cui si con­su­ma que­sta secon­da tra­ge­dia. Nel cor­so di un solo gior­no, il 18 mag­gio 1944, sen­za alcun pre­av­vi­so, don­ne, bam­bi­ni e anzia­ni ven­go­no get­ta­ti fuo­ri dal­le loro dimo­re, cari­ca­ti su dei camion e con­dot­ti alla più vici­na sta­zio­ne fer­ro­via­ria. Acca­ta­sta­ti come bestie den­tro vago­ni mer­ci, sono spe­di­ti in Asia Cen­tra­le, sugli Ura­li e nel­le aree più remo­te dell’URSS. Qua­si la metà dei depor­ta­ti – si par­la di cifre intor­no al 46% – non giun­ge­rà mai a desti­na­zio­ne. Fal­ci­dia­ti da fame, sete e malat­tie, mori­ran­no lun­go il tragitto.

Com’è nata la Rivo­lu­zio­ne Arancione?

La Rivo­lu­zio­ne Aran­cio­ne nasce come rispo­sta ai bro­gli elet­to­ra­li nel­le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del novem­bre 2004, in cui si con­fron­ta­va­no il can­di­da­to dell’opposizione Vik­tor Yush­chen­ko e l’attuale pre­si­den­te Vik­tor Yanu­ko­vych, spon­so­riz­za­to dal Crem­li­no e dal pre­si­den­te uscen­te Leo­nid Kuch­ma. Sul Mai­dan Neza­le­zh­no­sti di Kyiv una popo­la­zio­ne com­po­si­ta, fat­ta di stu­den­ti, pro­fes­sio­ni­sti, pre­ti unia­ti e orto­dos­si, mani­fe­sta­va paci­fi­ca­men­te per la demo­cra­zia chie­den­do la ripe­ti­zio­ne del voto. Il 3 dicem­bre la Cor­te Supre­ma Ucrai­na accol­se la tesi del can­di­da­to dell’opposizione Yush­chen­ko e annul­lò la con­sul­ta­zio­ne del 21 novem­bre ordi­nan­do la ripe­ti­zio­ne del bal­lot­tag­gio per il 26 dicem­bre. Yush­chen­ko vin­se, fu elet­to Pre­si­den­te e si aprì una nuo­va sta­gio­ne cari­ca di aspet­ta­ti­ve in par­te pur­trop­po disattese.

Per­ché a tuo avvi­so la sta­gio­ne aran­cio­ne non ha pro­dot­to i cam­bia­men­ti che la gen­te si aspettava?

Le moti­va­zio­ni alla base del par­zia­le fal­li­men­to del­la Rivo­lu­zio­ne Aran­cio­ne, dico par­zia­le per­ché comun­que quel­la sta­gio­ne è sta­ta carat­te­riz­za­ta da liber­tà di stam­pa, plu­ra­li­smo ed ele­zio­ni tra­spa­ren­ti – è ovvia­men­te ogget­to di dispu­te e stu­di tra gli storici.
Sicu­ra­men­te Vik­tor Yush­chen­ko si è rive­la­to un pre­si­den­te debo­le, che non  è riu­sci­to a impri­me­re il neces­sa­rio cam­bio di mar­cia per rige­ne­ra­re moral­men­te ed eco­no­mi­ca­men­te il Paese.
Doves­si evi­den­zia­re tre cau­se su tut­te cite­rei l’accesa riva­li­tà con l’ex allea­ta Yulia Tymo­shen­ko, il peri­me­tro  costi­tu­zio­na­le, volu­to dall’ex Pre­si­den­te Kuch­ma come con­di­tio sine qua non per la ripe­ti­zio­ne del voto, che ha limi­ta­to for­te­men­te i pote­ri di Yush­chen­ko una vol­ta in cari­ca e last but not lea­st l’incapacità del Pre­si­den­te di sce­glier­si con­si­glie­ri lea­li e capaci.

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I luoghi di Schulz

L’indice di libri del mese | Saba­to 1 dicem­bre 2012 | Dona­tel­la Sas­so |

La pas­sio­ne per un luo­go, per una lin­gua, per un’atmosfera sospe­sa fra sapo­ri e colo­ri nasce come un’amicizia e for­se anche come un amo­re. Un incon­tro pro­pi­zio, che non si esau­ri­sce nel­lo spa­zio di qual­che sug­ge­stio­ne, ma che impo­ne a gran voce di esse­re appro­fon­di­to, inve­sti­ga­to, com­pre­so. Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, foto­gior­na­li­sta e scrit­to­re free­lan­ce, viag­gia per la pri­ma vol­ta in Ucrai­na nel 2004. È la curio­si­tà a chia­mar­lo, ma sarà solo l’inizio di nume­ro­se altre spe­di­zio­ni in ter­ra di con­fi­ne, per­ché Ucrai­na signi­fi­ca pro­prio que­sto: con­fi­ne. Ter­ra di mez­zo e di con­qui­sta, con­te­sa tra Rus­sia, regno di Polo­nia, gran­du­ca­to di Litua­nia, impe­ri asbur­gi­co e sovie­ti­co, è spes­so sta­ta con­fu­sa, attri­bui­ta ad altri mon­di e ad altri desti­ni nazio­na­li. Che Gogol’ e Bul­ga­kov sia­no ori­gi­na­ri di li non è dato uni­ver­sal­men­te acqui­si­to, che in Ucrai­na non si par­li solo il rus­so, ma anche l’ucraino, idio­ma auto­no­mo più simi­le alle lin­gue sla­ve del Sud che al rus­so, non sem­pre si rammenta.

Ed è pro­prio su que­sto equi­vo­co di inde­ter­mi­na­tez­za che si sono gio­ca­te, in pas­sa­to come oggi, riven­di­ca­zio­ni di auto­no­mia e pre­te­se ege­mo­ni­che pro­ve­nien­ti da lon­ta­no. La rivo­lu­zio­ne aran­cio­ne del 2004 con la vit­to­ria di Yush­chen­ko ave­va indot­to a pen­sa­re a una demo­cra­tiz­za­zio­ne del pae­se e a un avvi­ci­na­men­to all’Europa e alle sue isti­tu­zio­ni. La Spe­ran­za è dura­ta poco, il pre­si­den­te è sta­to sop­pian­ta­to da Yanu­ko­vych, allea­to del­la Rus­sia di Putin è gran­de scon­fit­to nel 2004, che alle ele­zio­ni del 2010 ha con­qui­sta­to il pote­re con­su­man­do le pro­prie rivin­ci­te. In pri­mo luo­go con il pro­ces­so per abu­so di pote­re e la con­dan­na all’ex pre­mier Yulia Tymo­shen­ko, un pro­ces­so defi­ni­to a livel­lo loca­le e inter­na­zio­na­le “poli­ti­co”, pri­vo di garan­zie e con gra­vi vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni. Di Pasqua­le trat­ta anche di que­sto, ma non offre ne un sag­gio di sto­ria, ne una rifles­sio­ne poli­ti­ca. Le sue sono impres­sio­ni di viag­gio, ricer­che e sco­per­te che si scam­bia­no cro­no­lo­gi­ca­men­te l’ordine di appa­ri­zio­ne, incon­tri fuga­ci e lun­ghe inter­vi­ste con scrit­to­ri, gior­na­li­sti e impren­di­to­ri, not­ti in hotel fati­scen­ti, ma fasci­no­si, viag­gi in mar­sh­ru­t­ky, mini­bus per il tra­spor­to pub­bli­co, len­ti e obso­le­ti. Ogni capi­to­lo è dedi­ca­to a una cit­tà, da ove­st ver­so est e ritor­no. Ne esce il ritrat­to di un pae­se amma­lian­te: alle archi­tet­tu­re mit­te­leu­ro­pee di Leo­po­li si alter­na­no le gri­gie peri­fe­rie nel per­fet­to sti­le del rea­li­smo socia­li­sta, Bru­no Schulz e Vasi­ly Gross­man mostra­no i luo­ghi del­le loro scrit­tu­re, le note gastro­no­mi­che san­no di Orien­te, le cupo­le del­le chie­se orto­dos­se sono dorate.

Come in altri pae­si dell’ex Unio­ne Sovie­ti­ca, anche qui le con­trap­po­si­zio­ni poli­ti­che e cul­tu­ra­li si muo­vo­no spes­so sui recu­pe­ro o sull’occultamento di avve­ni­men­ti sto­ri­ci, miti fon­da­to­ri ed eroi con­te­si. E l’Ucraina gron­da sto­ria da ogni zol­la di ter­ra. Di Pasqua­le rie­vo­ca i movi­men­ti auto­no­mi­sti dell’Ottocento, la tra­ge­dia del­lo Holo­do­mor, la care­stia indot­ta da Sta­lin negli anni tren­ta, le occu­pa­zio­ni nazi­sta e sovie­ti­ca, la Shoah, Cher­no­byl. L’Ucraina è tut­to que­sto: dolo­re, pote­ri for­ti con­cen­tra­ti in poche mani, pover­tà dif­fu­sa, ma soprat­tut­to ter­ra da sco­pri­re, estre­mo lem­bo d’Europa che chie­de di esse­re riconosciuto.

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La geografia del petrolio vista da uno scrittore

MIT Tech­no­lo­gy Review | Mar­te­dì 30 otto­bre 2012 | Rita Kirby |

Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord America,ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archiviato?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscura.

Que­sto boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di sviluppo?
Que­sto boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspira.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio concreto?
In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli stati.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to uno degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness profittevole?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te umanitaria.

La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Bolivia?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­le agen­zie di rating!

L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Continente?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to ver­reb­be seria­men­te ridimensionata.

Rispet­to a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la gloria”,ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pianeta?
C’è sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afghanistan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.
Ori­gi­na­ria­men­te il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to. E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10miliardi di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Pen­so che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP, pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri, abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro sul tavo­lo. Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decennio.

Chi è Ste­ve LeVi­ne Scrit­to­re, gior­na­li­sta e blog­ger, LeVi­ne, attual­men­te risie­de a Washing­ton, D.C., dove segue la geo­po­li­ti­ca dell’energia per la rivi­sta Forei­gn Poli­cy, che ospi­ta il suo blog “The Oil and the Glo­ry”. Per 11 anni, a par­ti­re da due set­ti­ma­ne dopo il crol­lo dell’Unione Sovie­ti­ca fino al 2003, ha vis­su­to tra l’Asia Cen­tra­le e il Cau­ca­so. È sta­to cor­ri­spon­den­te per The Wall Street Jour­nal per la regio­ne del­le otto nazio­ni e pri­ma anco­ra per The New York Times. Tra il 1988 e il 1991, LeVi­ne è sta­to cor­ri­spon­den­te di New­sweek per il Paki­stan e l’Afghanistan, men­tre dal 1985 al 1988 è sta­to cor­ri­spon­den­te dal­le Filip­pi­ne per New­sday. Ha pub­bli­ca­to due libri: The Oil and the Glo­ry (2007), che rac­con­ta vicen­de di bat­ta­glie alla con­qui­sta di for­tu­na, glo­ria e pote­re sul Mar Caspio; e Putin’s Laby­rinth (2008), la sto­ria del­la Rus­sia rac­con­ta­ta attra­ver­so la vita e la mor­te di sei per­so­nag­gi, di cui nel 2009 è sta­ta pub­bli­ca­ta una ver­sio­ne aggior­na­ta in edi­zio­ne in bros­su­ra da Ran­dom House.

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Ucraina, Terra di Confine. Viaggi nell’Europa Sconosciuta” di Massimiliano Di Pasquale

Ucrai­na Cisal­pi­na (con l’accento sul­la i) | Mer­co­le­dì, 24 otto­bre 2012 | Gabrie­le Papalia |

Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne o Ucrai­ne ter­re di confine? 

Que­sto è ciò che mi è venu­to in men­te finen­do il bel libro di Mas­si­mi­lia­no Di Pasquale.
Un libro che è reso­con­to di viag­gio, dichia­ra­zio­ne di amo­re e di spe­ran­za ver­so il pae­se “male­det­to dal­la step­pa”: un’opera che sve­la real­tà, vite e desti­ni ine­di­ti all’interno di quel pae­se cono­sciu­to ad occi­den­te come Ucraina.
Chi pen­sa all’Ucraina in gene­re ha in men­te la Rus­sia, facen­do un para­go­ne ine­sat­to e fuor­vian­te ma ine­vi­ta­bi­le, dato che in que­sto modo il pae­se ci è sem­pre sta­to rap­pre­sen­ta­to dal­la tele­vi­sio­ne gene­ra­li­sta e dall’istruzione obbligatoria.
E que­sto ha fat­to appa­ri­re l’Ucraina come un eter­no sta­to peri­fe­ri­co, una ter­ra “appar­te­nen­te al con­fi­ne” rus­so, una por­zio­ne geo­gra­fi­ca senz’anima con qual­che cit­tà famo­sa per­ché orbi­tan­te intor­no al mon­do dei gran­di russi.

Ma che pae­se è l’Ucraina? 

Ce lo rac­con­ta Di Pasqua­le con i suoi appun­ti trac­cia­ti nel cor­so di que­sti anni a bor­do di mash­ru­t­ke sgan­ghe­ra­te (i miti­ci pul­mi­ni che fan­no da taxi nei pae­si dell’ex URSS), tre­ni che per l’atmosfera ricor­da­no tem­pi anda­ti (solo per noi occi­den­ta­li) con gen­te acco­glien­te e talo­ra impre­ve­di­bi­le, in hotel dal gusto mit­tleu­ro­peo dell’Ucraina occi­den­ta­le fino agli alber­ghi più inspe­ra­ti e “squal­li­da­men­te subli­mi” diDni­pro­pe­tro­v­sk e qual­che altra cit­tà che puz­za di car­bo­ne e acciaio.
Per chi ha visi­ta­to que­sti posti — ma anche per chi non lo ha mai fat­to — sem­bre­rà di entra­re nel vivo del­la sce­na di que­sti rac­con­ti di viaggio.

Dopo la let­tu­ra di “Ucrai­na Ter­ra di Con­fi­ne”, a mol­ti ver­rà voglia di visi­ta­re que­sto pae­se; i pro­fa­ni si stu­pi­ran­no di quan­ta cul­tu­ra, civil­tà, bel­lez­za e pro­fon­di­tà sia par­te inte­gran­te del popo­lo ucrai­no. Ma anche di quan­te tra­ge­die e di quan­ti desti­ni di vita sia­no sta­ti dimen­ti­ca­ti, oppor­tu­na­men­te cela­ti all’Europa e talo­ra anche all’Ucraina stes­sa da par­te dell’ingombrante e par­zia­le pro­pa­gan­da russa.

Ucrai­na ter­ra di con­fi­ni: soprat­tut­to mentali 

L’Ucraina è Euro­pa ma per alcu­ni è anco­ra trop­po lon­ta­na, trop­po ine­splo­ra­ta, trop­po “ma una vol­ta que­sta par­te del mon­do appar­te­ne­va all’Unione Sovie­ti­ca”: geo­gra­fi­ca­men­te con­qui­sta­ta con vio­len­za dai rus­si — lo si dovreb­be ammet­te­re sen­za dif­fi­col­tà al gior­no d’oggi — que­sto con­fi­ne men­ta­le di equi­pa­ra­re Rus­si e Ucrai­na, non è anco­ra sta­to superato.
E allo­ra leg­gen­do e medi­tan­do intor­no a que­sto pae­se, ci si pone del­le doman­de anche sul­la pro­pria iden­ti­tà: che cos’è Euro­pa, dov’è il con­fi­ne? Dove ini­zia e quan­do fini­sce? Che cos’è che deter­mi­na il ter­ri­to­rio comu­ne tra noi e l’Ucraina?
L’autore impli­ci­ta­men­te ci dà la rispo­sta por­tan­do alla cono­scen­za, per chi è digiu­no di que­sti luo­ghi, che un tem­po Lviv fu anche Leo­po­li e Lem­berg sot­to il domi­nio asbur­gi­co, e ita­lia­ni e arme­ni era­no soli­ti visi­ta­re e abi­ta­re que­ste ter­re; che cit­tà comeLutsk e Kamya­ne­ts Podil­sky gode­va­no del Dirit­to di Mag­de­bur­go ma anche del­la bene­di­zio­ne del Pon­te­fi­ce di Roma e per seco­li ter­ri­to­rio con­te­so tra regnan­ti polac­chi all’ultima fron­tie­ra col nemi­co ottomano.
Per­man­go­no però mol­te cose in Ucrai­na che non appa­io­no “euro­pee” e han­no più il gusto misti­co estre­mi­sta che, in alcu­ni casi, con­trad­di­stin­gue cer­ti modi di pen­sa­re sla­vo orientali: dal movi­men­to di Asgar­da, effi­ca­ce­men­te ripor­ta­to dall’autore, all’uso inu­til­men­te auto­ri­ta­rio del­le isti­tu­zio­ni gover­na­ti­ve e dei por­ti­nai degli alber­ghi ai pro­cla­mi con­ti­nui che ogni cosa è “nasha” (nostra): nasha piva (nostra bir­ra), nasha Ucrai­nanasha stra­nà (nostro pae­se).
E però a Lviv non si respi­ra l’aria auto­ri­ta­ria di Mosca ma nem­me­no a Done­tsk.
Done­tsk non si sen­te Rus­sia e que­sto è riba­di­to da Di Pasqua­le, seb­be­ne i lega­mi tra que­sta cit­tà del Don­bas e la Fede­ra­zio­ne Rus­sa sia­no tra­di­zio­nal­men­te e cul­tu­ral­men­te mol­to stretti.
Ucrai­na come con­fi­ne tra due real­tà ed enti­tà cul­tu­ra­li (una occi­den­ta­le, mit­tleu­ro­pea e l’altra rus­sa e orto­dos­sa): è un pae­se ibri­do, come un colo­re mischia­to che par­te da colo­ri puri e si dis­sol­ve in sfu­ma­tu­re del tut­to particolari.
A que­sto è dovu­to l’innegabile fasci­no di que­sto pae­se: di non esse­re mono­to­no e predeterminato.
Si rischia il mani­co­mio ad affron­ta­re tema­ti­che iden­ti­ta­rie su que­sto pae­se ma senz’altro si può dire che Mas­si­mi­lia­no abbia col­to il pun­to essen­zia­le del­la que­stio­ne iden­ti­ta­ria di que­sto popolo:

il popo­lo ucrai­no è “con­ta­mi­na­to” nel bene e nel male 

Ucrai­na ter­ra inva­sa, ter­ra di con­vi­ven­za paci­fi­ca ma anche di mas­sa­cri, ter­ra libe­ra­ta e da libe­ra­re, ter­ra inqui­na­ta dal nuclea­re e dal­le fab­bri­che del suo lato orientale.
Una con­ta­mi­na­zio­ne chia­ra e resa evi­den­te nel­le pagi­ne del libro attra­ver­so diver­si aspet­ti su cui l’autore si foca­liz­za: la let­te­ra­tu­ra, l’architettura e le etnie che in que­sta ter­ra abi­ta­no, han­no abi­ta­to il suo­lo ucrai­no e l’hanno inde­le­bil­men­te condizionato.
Ebrei, tede­schi, arme­ni, ucrai­ni, polac­chi, unghe­re­si, sci­ti, rus­si, tata­ri, geno­ve­si, cau­ca­si­ci: tut­ti a loro modo han­no con­tri­bui­to alla for­ma­zio­ne di quel­lo che è il più gran­de pae­se di Euro­pa per esten­sio­ne geografica.
Di Pasqua­le ren­de ono­re alle vit­ti­me del disa­stro di Chor­no­byl, l’ultima (e male­det­ta) con­ta­mi­na­zio­ne di que­sta ter­ra, il lasci­to più ter­ri­bi­le che l’URSS abbia mai potu­to trasmetterci.

Crea­zio­ne che risve­glia dall’oblio e che ci avvi­ci­na a un popolo.

Chi è digiu­no del­la sto­ria di que­sto pae­se tro­ve­rà modo di com­pren­de­re meglio il com­ples­sis­si­mo mosai­co di cui si com­po­ne que­sta terra.
Il libro di Di Pasqua­le è anche un modo per non dimen­ti­ca­re le tra­ge­die del popo­lo ucrai­no (e lo fa sapien­te­men­te, in modo da non incor­re­re nel rischio di raf­fi­gu­ra­re l’Ucraina come un pae­se vit­ti­mi­sta che si pian­ge sem­pre addos­so e par­la solo del­le sue disgrazie).
Tra le tra­ge­die del pas­sa­to di cui si par­la – e che è comun­que d’obbligo citar­le —  non c’è sola­men­te quel­la del popo­lo ucrai­no (holo­do­mor) e del popo­lo ebrai­co ma anche quel­la dei tata­ri e degli ita­lia­ni di Cri­mea avve­nu­ta ai tem­pi di Stalin.
Anche la Cri­mea, infat­ti, è Ucrai­na e con­fi­ne dell’Europa soprat­tut­to per un moti­vo: si pos­so­no trat­ta­re le tema­ti­che del­la depor­ta­zio­ne dei tata­ri e degli ita­lia­ni di Cri­mea dal momen­to in cui la peni­so­la è con­trol­la­ta e gesti­ta da Kiev e non da Mosca.
Dif­fi­cil­men­te sareb­be­ro sta­te pos­si­bi­li del­le inda­gi­ni così appro­fon­di­te se la Cri­mea al gior­no d’oggi fos­se appar­te­nu­ta ai rus­si (a loro è dovu­ta la con­qui­sta di que­sta peni­so­la, un tem­po appar­te­nu­ta ai Khan di Cri­mea), assai poco incli­ni ai mea culpa.
Vie­ne ripor­ta­to anche come la peni­so­la resta con­te­sa tra una dia­spo­ra riap­pro­pria­ta­si del­la sua patria e una par­te di Rus­sia di stam­po bel­li­ci­sta che la rivor­reb­be ter­ri­to­rio colo­nia­le pan­rus­so (nasha).
La pre­sen­za del popo­lo ucrai­no e la pro­prie­tà odier­na del­la peni­so­la a Kiev, for­tu­na­ta­men­te, non per­met­te la rea­liz­za­zio­ne di que­sta scemenza.

Un omag­gio all’ucrainicità 

Di Pasqua­le non nascon­de le sue pas­sio­ni nel­la nar­ra­zio­ne: la giu­sta atten­zio­ne dedi­ca­ta alle bel­le ragaz­ze del luo­go, il suo inte­res­se per il fol­clo­re e i costu­mi del­la gen­te loca­le, lo stra­no gusto este­ti­co — da me con­di­vi­so — per le orro­ri­fi­che archi­tet­tu­re sovie­ti­che di mol­te città.
Con la sua pre­di­le­zio­ne per il mon­do del­la let­te­ra­tu­ra poi, vie­ne resa giu­sti­zia a poe­ti ed intel­let­tua­li nazio­na­li come Ivan Franko, Anna Ahma­to­va, Lesya Ukray­in­ka, Taras Shev­chen­ko e altri auto­ri impor­tan­ti ma a noi poco cono­sciu­ti (uno su tut­ti l’ebreo Bru­no Schulz).
Ven­go­no esa­mi­na­ti in modo del tut­to par­ti­co­la­re i luo­ghi sacri dell’ortodossia come ilavra di Pochay­iv e Kyiv (Kiev) e a que­ste tema­ti­che impe­gna­te ci sono sem­pre degli age­vo­li inter­mez­zi in cui l’autore fa le sue con­si­de­ra­zio­ni, suda, si irri­ta per i prez­zi esa­ge­ra­ti dei taxi e con­trat­ta o si ripo­sa assa­po­ran­do i gusto­si ed eccel­len­ti cibi ucrai­ni, tata­ri e georgiani.
Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le ha reso omag­gio e ono­re, con il suo libro, al popo­lo ucrai­no ma anche a noi ita­lia­ni: agli ucrai­ni ha dato una car­ta in mano per esse­re capi­ti e rispet­ta­ti, ad esse­re con­si­de­ra­ti come un popo­lo di una nazio­ne a tut­ti gli effet­ti, con una loro sto­ria, una loro lin­gua e una loro pecu­lia­re visio­ne del mon­do distin­ta dai vici­ni di casa (sia­no essi rus­si, polac­chi o rumeni).
Così poco si è volu­to far sape­re di que­sta par­te del mon­do in cui è l’Ucraina che ogni pub­bli­ca­zio­ne divul­ga­ti­va, per la nostra socie­tà, è come una man­na dal cie­lo per tut­ti noi.
Agli ita­lia­ni, inve­ce, con que­sta pub­bli­ca­zio­ne vie­ne data la pos­si­bi­li­tà di usci­re dai soli­ti luo­ghi comu­ni che su que­sto pae­se abbon­da­no e sono sem­pre gli stes­si (inu­ti­le elen­car­li, il let­to­re gli ha già nel­la sua testa).
Con­si­glio a tut­ti que­sta let­tu­ra per com­pren­de­re meglio l’Ucraina, un pae­se che ha gran­dis­si­ma impor­tan­za per l’Europa tut­ta: dal pun­to di vista cul­tu­ra­le non­ché geo­po­li­ti­co (e quest’ultimo pun­to è assai chia­ri­to da Di Pasqua­le in alcu­ne sezio­ni dedi­ca­te alla poli­ti­ca ucrai­na contemporanea).
Quel­lo che però mi affa­sci­na di più dell’opera del gior­na­li­sta pesa­re­se è come, in modo diver­ten­te, intel­li­gen­te e appas­sio­nan­te, sia sta­to in gra­do di por­ta­re a far com­pren­de­re al let­to­re cosa signi­fi­chi tro­var­si in una ter­ra irri­sol­ta che è al tem­po stes­so un con­fi­ne cul­tu­ra­le e territoriale.
l’Ucraina con­tie­ne due ani­me ma vuo­le esse­re un uni­ta e indi­pen­den­te in una Euro­pa rispet­to­sa e che tute­li la sua calei­do­sco­pi­ca sovra­ni­tà e iden­ti­tà nazio­na­le: occi­den­ta­le, cat­to­li­ca, mid­de­leu­ro­pea, sla­va orien­ta­le, orto­dos­sa, ucrai­no­fo­na, rus­so­fo­na, tata­ra, ungherese…..

Mi fer­mo qui, sareb­be inu­ti­le con­ti­nua­re: a voi il pia­ce­re di assa­po­ra­re la let­tu­ra di que­sto mera­vi­glio­so e indi­spen­sa­bi­le libro per una più age­vo­le com­pren­sio­ne di que­sto gran­de e intri­ca­to pae­se che è l’Ucraina!

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Ucraina terra di confine”, il nuovo viaggio di Massimiliano Di Pasquale

| affaritaliani.it | Vener­dì 14 set­tem­bre 2012 |

Leg­gen­do Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne. Viag­gi nell’Europa sco­no­sciu­ta di Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le – scri­ve Oxa­na Pachlo­v­ska, docen­te di Ucrai­ni­sti­ca all’Università “La Sapien­za” di Roma – mi veni­va­no sem­pre in men­te cer­te figu­re sto­ri­che più o meno note degli instan­ca­bi­li viag­gia­to­ri ita­lia­ni gra­zie ai qua­li noi abbia­mo reso­con­ti affa­sci­nan­ti dell’Est euro­peo o dell’Asia. In quei rac­con­ti di diver­si Mar­co Polo degni di miglior for­tu­na ci pote­va­no esse­re ine­sat­tez­ze o incom­ple­tez­ze, ma non man­ca­va mai la volon­tà sin­ce­ra di capi­re l’Altro, di instau­ra­re con lui un dialogo.

Lo spi­ri­to che infor­ma Di Pasqua­le – che fa pro­pria la lezio­ne di gran­di nar­ra­to­ri di viag­gio come Chat­win, Kapuś­ciń­ski e Ter­za­ni – scri­ve anco­ra Pachlo­v­ska è quel­lo di “un Mar­co Polo moder­niz­za­to che non man­ca mai di stu­pir­ci in que­sta sua ope­ra disin­vol­ta e accat­ti­van­te, sem­pre lon­ta­na come non mai dal­la bana­li­tà di tan­te gui­de turi­sti­che che van­no per la maggiore”.

Il testo, intri­so di riman­di let­te­ra­ri, di discor­si con per­so­nag­gi noti e ano­ni­mi, di inter­vi­ste e mere chiac­chie­re coi pas­san­ti, è un pat­ch­work fasci­no­so capa­ce di resti­tui­re la cifra ’sin­co­pa­ta’ di un pae­se polie­dri­co e dal­le infi­ni­te sfac­cet­ta­tu­re. L’Ucraina rac­con­ta­ta dall’autore in un libro impre­zio­si­to da un inser­to foto­gra­fi­co di ben 16 pagi­ne cura­to dal­lo stes­so Di Pasqua­le, è un pae­se nuo­vo e dina­mi­co che tra acce­le­ra­zio­ne e fer­ma­te, stop and go, sta cer­can­do, non sen­za dif­fi­col­tà, di lasciar­si alle spal­le la pati­na bru­mo­sa del post-tota­li­ta­ri­smo per diven­ta­re sog­get­to del­la Storia.

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Le speranze del gelsomino

| Deco­der | Lune­dì, 27 ago­sto 2012 | Gabrie­le Moccia |

Il por­tic­cio­lo di Ksar Hel­lal – pochi chi­lo­me­tri a sud di Mona­stir, nel­la regio­ne tuni­si­na del Sahel – rac­co­glie un calei­do­sco­pio di colo­ri, il blu scu­ro del Medi­ter­ra­neo pro­fon­do cede len­ta­men­te il pas­so al ver­de e all’ambra inten­so, il segno che deli­mi­ta l’ingresso nell’immensa lagu­na di Fad­hiln. Con­ti­nua a leggere →

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Ogni petrolio ha il suo picco

spensierata.mente | Mer­co­le­dì 18 luglio 2012 |  |

Come direb­be Totò, “ogni pic­co ha il suo petro­lio” . Ho let­to ulti­ma­men­te vari inter­ven­ti sul pic­co del petro­lio, che non esi­ste­reb­be più, o sareb­be un’idea supe­ra­ta e altre ame­ni­tà. A me pare che non si valu­ti­no le cose da un pun­to di vista mol­to sem­pli­ce: in natu­ra tut­te le risor­se sono limi­ta­te e che lo voglia­mo o no le minie­re e i gia­ci­men­ti con il tem­po si esau­ri­sco­no. Tut­to il resto sono scioc­chez­ze. Oppu­re si par­la d’altro, mischian­do petro­lio natu­ra­le, gas natu­ra­le, car­bo­ne, mer­ca­to del­le mate­rie pri­me, petro­lio e gas otte­nu­ti dal­la frat­tu­ra­zio­ne del­le roc­ce di sci­sto, in un miscu­glio insensato.

Tut­to nasce da “C’ERAVAMO SBAGLIATI SUL PICCO DEL PETROLIO” (www.comedonchisciotte.org) di Geor­ge Monbiot.
” I fat­ti sono cam­bia­ti, ora dob­bia­mo cam­bia­re anche noi. Nel cor­so degli ulti­mi die­ci anni un’improbabile coa­li­zio­ne di geo­lo­gi, tri­vel­la­to­ri di petro­lio, ban­chie­ri, stra­te­ghi mili­ta­ri e ambien­ta­li­sti ci han­no pre­det­to che il pic­co del petro­lio – il decli­no del­le for­ni­tu­re mon­dia­li – era imminente.

Il Pic­co del Petro­lio non è avve­nu­to, ed è impro­ba­bi­le che acca­da per mol­to tem­po ancora.

Un rap­por­to dell’esperto petro­li­fe­ro Leo­nar­do Mau­ge­ri, pub­bli­ca­to dall’Università di Har­vard, for­ni­sce pro­ve incon­fu­ta­bi­li che è appe­na ini­zia­to un nuo­vo boom del petrolio.”

E pro­se­gue mischian­do dati riguar­dan­ti il brent clas­si­co con quel­lo “inno­va­ti­vo” pro­dot­to con il fracking.

Fa chia­rez­za sul pun­to U. Bar­di in “ABBASTANZA PETROLIO PER FRIGGERCI TUTTI” (www.comedonchisciotte.org)


“Geor­ge Mon­biot … Si sba­glia sul pic­co di petro­lio, ma ha ragio­ne sul­la sua con­clu­sio­ne fina­le: ci sono abba­stan­za com­bu­sti­bi­li fos­si­li per frig­ger­ci tutti.

il vero erro­re fat­to da Mon­biot è sta­to quel­lo di aver dato ecces­si­va impor­tan­za al pic­co del petro­lio per il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co. Fino ad ora le stra­va­gan­ze sul­la pro­du­zio­ne di petro­lio non han­no influen­za di mol­to l’andamento del­le emis­sio­ni di gas ser­ra. Ades­so anche se la pro­du­zio­ne di greg­gio è sta­zio­na­ria da diver­si anni, le emis­sio­ni di ani­dri­de car­bo­ni­ca con­ti­nua­no ad aumen­ta­re.

Que­sto è quel­lo che ci si aspet­ta: il petro­lio è solo una del­le fon­ti di CO2 in ecces­so nell’ atmo­sfe­ra e il costo sem­pre mag­gio­re per estrar­lo sta spin­gen­do l’ indu­stria ad un uti­liz­zo di car­bu­ran­ti spor­chi. In altre paro­le, stia­mo assi­sten­do ad una ten­den­za all’ uti­liz­zo di car­bu­ran­ti che rila­scia­no sem­pre più CO2 per la soli­ta ener­gia prodotta”

 
Al di la del­le tesi ambien­ta­li­ste sull’aumento di ani­dri­de car­bo­ni­ca, il cui con­tri­bu­to secon­do me è meno impor­tan­te del sem­pli­ce vapo­re acqueo, sul pic­co del petro­lio Bar­di ha ragione.
Basta fare un ragio­na­men­to ordi­na­to, e si vedrà, al di la dei dati veri­tie­ri o meno, che il pic­co del petro­lio esi­ste, come esi­ste quel­lo del gas o del car­bo­ne ecc. Il pic­co del­la pro­du­zio­ne di petro­lio si misu­ra gia­ci­men­to per gia­ci­men­to, tipo­lo­gia per tipo­lo­gia, e poi si som­ma­no i vari contributi.
Il pri­mo esem­pio, il più cla­mo­ro­so pic­co petro­li­fe­ro di un gia­ci­men­to impor­tan­te tra­di­zio­na­le, con con­se­guen­te esau­ri­men­to del­lo stes­so, fu quel­lo di Baku, capi­ta­le dell’Azerbaigian, un tem­po repub­bli­ca sovie­ti­ca rus­sa, oggi indi­pen­den­te. Attual­men­te sono anco­ra pre­sen­ti nel­la regio­ne poz­zi petro­li­fe­ri in mare. Quel­li ter­re­stri si sono esau­ri­ti da tempo.

A par­ti­re dal 1873 Baku assi­stet­te al boom petro­li­fe­ro che die­de un for­te impul­so al suo svi­lup­po urba­ni­sti­co e indu­stria­le, dan­do vita al distret­to noto come la Cit­tà Nera. In un bre­ve las­so di tem­po la cit­tà vide la fio­ri­tu­ra di rap­pre­sen­tan­ze e dele­ga­zio­ni di com­pa­gnie pro­ve­nien­ti da ogni ango­lo del mon­do: sviz­ze­ri, ingle­si, ita­lia­ni, fran­ce­si, bel­gi, tede­schi e per­si­no americani.

A Baku, nel 1848, ven­ne effet­tua­ta la pri­ma tri­vel­la­zio­ne al mon­do, lo sfrut­ta­men­to eco­no­mi­co dei gia­ci­men­ti ini­ziò nel 1872 e all’inizio del XX seco­lo l’area petro­li­fe­ra di Baku era la più gran­de del mon­do, se ne rica­va­va oltre la metà del con­su­mo mon­dia­le. Alla fine del XX seco­lo i gia­ci­men­ti ter­re­stri si esau­ri­ro­no e si pas­sò allo sfrut­ta­men­to dei gia­ci­men­ti marini.”

it.wikipedia.org )

Il pic­co di estra­zio­ne del petro­lio dei gia­ci­men­ti ter­re­stri a Baku avven­ne pro­ba­bil­men­te nel 1941, quan­do ven­ne­ro estrat­ti 125 milio­ni di bari­li da par­te dei sovie­ti­ci. L’intenzione di Hitler nel­la secon­da guer­ra mon­dia­le era di occu­pa­re Baku per rifor­ni­re i suoi mez­zi mili­ta­ri e pro­se­gui­re la guerra.

“Nel 1940 Baku era la gem­ma dell’industria petro­li­fe­ra sovie­ti­ca e il petro­lio aze­ro rap­pre­sen­ta­va il 72 % del petro­lio estrat­to nell’Unione Sovie­ti­ca, con il qua­le veni­va­no rifor­ni­te le linee del fronte.
Il pia­no di Hitler era quel­lo di pren­de­re Mai­kop (Rus­sia) e Groz­ny (Cece­nia ) ma soprat­tut­to Baku osses­sio­na­to dall’idea del petro­lio e dei rifor­ni­men­ti che pote­va­no ave­re un peso deci­si­vo sull’esito del­la guer­ra, con il Petro­lio cau­ca­si­co e le fat­to­rie Ucrai­ne l’ impe­ro nazi­sta avreb­be potu­to esse­re auto­suf­fi­cien­te.Il pia­no dell’operazione fu chia­ma­to Edel­weiss e non pia­ni­fi­ca­va nes­sun bom­bar­da­men­to su Baku per non dan­neg­gia­re i poz­zi petroliferi

In ogni caso sen­za il petro­lio del Cau­ca­so in pri­mis di Baku il siste­ma mili­ta­re, indu­stria­le e agri­co­lo sovie­ti­co sareb­be collassato.

Nel luglio 1942 i tede­schi pre­se­ro Rostov poi Mai­kop ma il petro­lio che pote­va esse­re dispo­ni­bi­le era poco visto che i rus­si in riti­ra­ta distrus­se­ro poz­zi e appa­rec­chia­tu­re, l’ avan­za­ta tede­sca pro­se­gui fino al Mon­te Elbrus il pun­to più alto del Cau­ca­so e il 25 set­tem­bre 1942 fu deci­sa come data dell’attacco defi­ni­ti­vo di Baku.

For­tu­na­ta­men­te ciò non avven­ne mai… La cor­sa si fer­mò con la defi­ni­ti­va scon­fit­ta di Sta­lin­gra­do e Baku non fu mai attaccata.”
(jenaplissken.tumblr.com)Quan­do finì la secon­da guer­ra mon­dia­le, la mano­mis­sio­ne dei poz­zi duran­te il con­flit­to, li rese inu­ti­liz­za­bi­li. Inol­tre non era­no più pro­dut­ti­vi, era­no sta­ti sfrut­ta­ti fino all’ultima goc­cia, alme­no con i meto­di estrat­ti­vi di allora.

“Car­cas­se di vec­chi impian­ti petro­li­fe­ri, nere per l’invecchiamento e l’uso, si sta­glia­va­no silen­zio­sa­men­te sull’orizzonte”  (Il petro­lio e la glo­ria. — Di Ste­ve LeVi­ne books.google.it)
I leg­gen­da­ri gia­ci­men­ti di Baku, che ne ave­va­no fat­to la for­tu­na dal­la fine dell’ottocento, era­no esauriti.
Nel 1947, le tri­vel­la­zio­ni ripre­se­ro pio­nie­ri­sti­ca­men­te nel Mar Caspio, ma il petro­lio di Baku non ebbe più l’importanza per l’URSS e il mon­do che ebbe fino alla secon­da guer­ra mondiale.
Il pic­co di petro­lio dei gia­ci­men­ti di Baku, fu quel­lo che si mani­fe­stò con più dram­ma­ti­ci­tà, a cau­sa del­la guer­ra, ma è un fat­to che tut­ti i gia­ci­men­ti si esau­ri­sco­no pri­ma o poi. E’ sba­glia­to mischia­re le car­te come ha fat­to Man­biot. Anche i gia­ci­men­ti petro­li­fe­ri e del gas col­ti­va­ti con la frat­tu­ra­zio­ne degli sci­sti avran­no un loro ciclo di estra­zio­ne e pri­ma o poi si esau­ri­ran­no. La pro­du­zio­ne dei gia­ci­men­ti tra­di­zio­na­li, è già sta­ta pro­lun­ga­ta uti­liz­zan­do tec­ni­che estrat­ti­ve sem­pre più inno­va­ti­ve e costose.
E il pun­to è pro­prio que­sto. Il petro­lio si esau­ri­sce non quan­do fini­sce vera­men­te, ma quan­do diven­ta ecces­si­va­men­te costo­so estrar­lo. Il van­tag­gio del frac­king è quel­lo di esse­re una tec­ni­ca non ecces­si­va­men­te one­ro­sa, meno di quel­la uti­liz­za­ta per “lava­re” le sab­bie bituminose.
Quin­di il pic­co com­ples­si­vo non può mai esse­re pre­vi­sto in modo pre­ci­so, poi­chè può sem­pre soprag­giun­ge­re una nuo­va tec­ni­ca che per­met­te di pro­dur­re nuo­vi tipi di greg­gio. La pre­vi­sio­ne va attua­liz­za­ta al momen­to in cui vie­ne fat­ta e dipen­de dal­le tec­ni­che estrat­ti­ve di quel momento.
Cer­to chi pen­sa­va che con il pic­co del petro­lio tra­di­zio­na­le si arri­vas­se rapi­da­men­te al suo esau­ri­men­to, rimar­rà delu­so. Il petro­lio è un com­bu­sti­bi­le, un tem­po eco­no­mi­co, con­te­nen­te all’85% car­bo­nio. Ma que­sto ele­men­to chi­mi­co che lo ren­de com­bu­sti­bi­le, è pre­sen­te sul­la Ter­ra sot­to diver­se for­me. La mag­gior riser­va di car­bo­nio ter­re­stre non si tro­va nell’atmosfera, e nem­me­no nei gia­ci­men­ti di idro­car­bu­ri, ma nel­le roc­ce cal­ca­ree deri­va­te dai gusci di miliar­di di micror­ga­ni­smi mari­ni che depo­si­tan­do­si si sono cemen­ta­ti in milio­ni di anni. Se si doves­se tro­va­re in futu­ro una tec­ni­ca per estrar­re il car­bo­nio da que­ste roc­ce, altro che pic­co del petrolio…
Uno degli arti­co­li più ridi­co­li sul pic­co del petro­lio, in con­te­sta­zio­ne a Man­biot, è quel­lo scrit­to da C. Sta­gna­ro, su www.chicago-blog.it, il qua­le sostie­ne che:
“… la dispo­ni­bi­li­tà fisi­ca di greg­gio è una varia­bi­le rile­van­te ma non è né l’unica varia­bi­le né quel­la più impor­tan­te. Ciò che gui­da il pro­ces­so è infat­ti il siste­ma dei prez­zi. Se, stan­te un cer­to livel­lo del­la doman­da, la quan­ti­tà dispo­ni­bi­le di petro­lio a quei prez­zi dimi­nui­sce, i prez­zi sali­ran­no. Ciò non sarà pri­vo di con­se­guen­ze: da un lato i con­su­ma­to­ri mode­re­ran­no la pro­pria doman­da, dall’altro i pro­dut­to­ri tro­ve­ran­no eco­no­mi­co pro­dur­re da altre risor­se e inve­sti­re in ricer­ca per sco­prir­ne di nuo­ve “E’ l’idea clas­si­ca del­la teo­ria libe­ri­sta che si basa su beni e risor­se infi­ni­te. E’ come dire che la dina­mi­ca del­lo scam­bio di Sar­chia­po­nidipen­de uni­ca­men­te dal­la for­ma­zio­ne del prez­zo in un mer­ca­to di doman­da ed offer­ta, e non dal fat­to che il Sar­chia­po­ne esi­sta veramente.
Le risor­se natu­ra­li sono fini­te, il loro esau­ri­men­to segue sem­pre lo stes­so sche­ma. Ridur­re il tut­to a doman­da e offer­ta mi pare una sem­pli­fi­ca­zio­ne ecces­si­va. Non sono fon­da­men­ta­li qui le tec­ni­che eco­no­mi­che, ma le tec­ni­che estrat­ti­ve, sen­za le qua­li non si va da nes­su­na parte.
Comun­que, la situa­zio­ne di cri­si mon­dia­le, con­tri­bui­sce al rispar­mio di petro­lio e degli altri idro­car­bu­ri, e quin­di ad un pro­lun­ga­men­to del­le pre­vi­sio­ne sul­la loro estin­zio­ne. Cre­do che dovre­mo fare anco­ra i con­ti con le emis­sio­ni inqui­nan­ti degli idro­car­bu­ri per mol­to tem­po. Sul­le fon­ti alter­na­ti­ve, anche a cau­sa del­la cri­si, non si fan­no più inve­sti­men­ti, si con­ti­nue­rà per­tan­to a bru­cia­re petro­lio, gas e car­bo­ne. A meno che uno shock pro­vo­ca­to da una guer­ra in Medio Orien­te non fac­cia aumen­ta­re nuo­va­men­te il prez­zo del brent.
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Ucraina terra di confine”: guida elegante e snob, firmata Max Di Pasquale [Il Sirente, 2012]

Tisca­li Social News | Lune­dì 25 giu­gno 2012 | Gian­fran­co Fran­chi |

Si par­la di Ucrai­na, da qual­che anno a que­sta par­te, addi­rit­tu­ra al di qua del­le Alpi, nel nostro infe­li­ce, pre­sun­tuo­so bel­pae­se; tut­to è comin­cia­to con un vec­chio spot, cre­do del Cor­rie­re del­la Sera, in cui un’astronave cade­va pro­prio sul ter­ri­to­rio d’una del­le nazio­ni nate dal­la disgre­ga­zio­ne dell’impero sovie­ti­co – appa­ri­va una vec­chia con­ta­di­na che inse­gna­va a dire “Ucrai­na” non sol­tan­to agli astro­nau­ti rus­si, ma agli ita­lia­ni al gran com­ple­to. Da que­sta pri­ma, robu­sta [si fa per dire] aper­tu­ra noial­tri ita­lia­ni abbia­mo dedi­ca­to pro­gres­si­vo, cre­scen­te spa­zio ai cal­cia­to­ri ucrai­ni [Shev­chen­ko in pri­mis], alle pit­to­re­sche pro­te­ste nude del­le neo­fem­mi­ni­ste ucrai­ne, le cele­ber­ri­me Femen, al colo­re del­la rivo­lu­zio­ne demo­cra­ti­ca di qual­che anno fa [“aran­cio­ne”], sco­pren­do en pas­sant, con negli­gen­za com­pli­ce, una depor­ta­zio­ne d’una popo­la­zio­ne ita­lia­na di Cri­mea [va da sé, per mano socia­li­sta, intel­li­gen­za sta­li­ni­sta] e for­se qual­che memo­ria degli anni bel­li di Feo­do­sia, vale a dire del­la Caf­fa geno­ve­se. Vie­ne a que­sto pun­to a col­ma­re le nostre carat­te­ri­sti­che lacu­ne tri­co­lo­ri un sag­gio del gior­na­li­sta e scrit­to­re mar­chi­gia­no Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, clas­se 1969: “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne”, pub­bli­ca­to dai tipi del Siren­te nel­la pri­ma­ve­ra 2012, è una gui­da intel­li­gen­te, snob e appas­sio­nan­te. È una gui­da che vie­ne a par­lar­ci di una ter­ra dal­la sto­ria com­ples­sa, mul­tiet­ni­ca e mul­ti­cul­tu­ra­le, bene­det­ta da un buon nume­ro di let­te­ra­ti di fama inter­na­zio­na­le, di gran­de rile­van­za stra­te­gi­ca nel con­cer­to euro­peo; è un libro che ci alfa­be­tiz­za a dove­re sul­la que­stio­ne Tymošen­ko, sen­si­bi­liz­zan­do­ci da ogni pun­to di vista, e ammo­nen­do­ci sull’opportunità di non sot­to­va­lu­tar­ne le impli­ca­zio­ni; è un sag­gio che rac­con­ta quan­to ter­ri­bi­le sia la nega­zio­ne o la ridu­zio­ne del­la memo­ria del geno­ci­dio degli ucrai­ni per mano socia­li­sta sovie­ti­ca, l’Holo­do­mor, e quan­to roman­ti­ca sia la memo­ria dell’antico regno dei Rus’ di Kiev, gran­de ami­co di Costan­ti­no­po­li; è un gran­de atto d’amore di un let­te­ra­to ita­lia­no appas­sio­na­to di cul­tu­ra ucrai­na – vero pon­te pop tra l’Italia e l’Ucraina. For­se l’unico sin qui emer­so a un cer­to livello.

Ucrai­na. Ter­ra di con­fi­ne”, come osser­va la docen­te di ucrai­ni­sti­ca Oxa­na Pachlo­v­ska, nel­la post­fa­zio­ne, è un libro che lascia gran­de spa­zio alle remi­ni­scen­ze e agli aned­do­ti let­te­ra­ri, pre­fe­ren­do sem­pre rivol­ger­si a un pub­bli­co com­pe­ten­te, dis­se­mi­nan­do con ele­gan­za omag­gi e rife­ri­men­ti a Gogol, al gali­zia­no asbur­gi­co Jose­ph Roth, a Sta­ni­slaw Lem, a Bru­no Schulz, a Michail Bul­ga­kov, a Gre­gor von Rez­zo­ri e a von Sacher-Masoch. Ma si sco­pro­no figu­re pro­ba­bil­men­te meno note, da que­ste par­ti, come Ivan Franko, arte­fi­ce del rin­no­va­men­to let­te­ra­rio ucrai­no di tar­do Otto­cen­to – in suo ono­re la cit­tà di Sta­ny­sla­viv è diven­ta­ta Iva­no-Frank­i­v­sk – e fau­to­re d’un’Ucraina libe­ra e demo­cra­ti­ca, nemi­ca del mar­xi­smo: mar­xi­smo che quel gran­de ave­va già sta­na­to: “reli­gio­ne dog­ma­ti­ca fon­da­ta sull’odio e la lot­ta di clas­se”, scri­ve­va, ben pri­ma del­la car­ne­fi­ci­na sovie­ti­ca del Nove­cen­to. Oppu­re, si sco­pro­no figu­re come Taras Shev­chen­ko, poe­ta ed eroe nazio­na­le ucrai­no, mor­to a Pie­tro­bur­go nel 1861; si trat­ta di un ere­de del­la tra­di­zio­ne dei Kob­zar, spie­ga Di Pasqua­le, vale a dire i “miti­ci can­ta­sto­rie ucrai­ni”. Ed è uno che ha sapu­to dire “lot­ta­te e vin­ce­re­te” non solo all’Ucraina, ma alla Polo­nia, alla Let­to­nia, all’Estonia, alla Litua­nia, alla Mol­do­va, ai popo­li del Cau­ca­so e dell’Asia, agli stes­si Rus­si [p. 101]. Un ribel­le demo­cra­ti­co e anti­cle­ri­ca­le – nemi­co dell’imperialismo rus­so, ami­co del popolo.

Ho tro­va­to bel­le e ispi­ra­te le pagi­ne sul­le cit­tà di Leo­po­li e Kyiv (Kyev), su Seba­sto­po­li, Odes­sa e Yal­ta; roman­ti­che le note sul “Robin Hood dei Car­pa­zi”, Olek­sa Dov­bush, già omag­gia­to da una novel­la di von Sacher-Masoch; mici­dia­li le note sul­le Asgar­da, e sul­la rea­le nazio­na­li­tà del­le Amaz­zo­ni; equi­li­bra­te e tri­sti le pagi­ne sul­la Shoah, e sul disa­stro nuclea­re di Cher­no­byl [già: è in Ucrai­na, non in Rus­sia], e one­ste e luci­de le epi­so­di­che pun­zec­chia­te anti­so­vie­ti­che, fon­da­te su argo­men­ta­zio­ni serie e su una docu­men­ta­zio­ne tosta. Tor­ne­rò sen­za dub­bio a con­sul­ta­re que­sto testo. Muo­vo un’ovvia cri­ti­ca: man­ca un’indice dei nomi – ciò è incom­pren­si­bi­le, e sba­glia­to – e un’altra, for­se meno ovvia; vale a dire che ogni tan­to ho sof­fer­to un po’ che qual­che capi­to­lo fos­se sta­to scrit­to cin­que o sei anni fa, e altri inve­ce più di recen­te. S’è trat­ta­to d’un cor­to­cir­cui­to comun­que non fasti­dio­so – sol­tan­to, ovvia­men­te, perio­di­ca­men­te sensibile.

Spe­ria­mo dav­ve­ro che a par­ti­re da que­sto sag­gio in tan­ti s’avvicinino con altro entu­sia­smo a que­sta ter­ra di fron­tie­ra [“u-krayi-na” è un’etimo che non tra­di­sce, accen­na l’autore a pagi­na 217], accan­to­nan­do per­ples­si­tà e pre­giu­di­zi sul gri­gio­re ere­di­ta­to dal­la vec­chia Urss: la coper­ti­na, con quel­la bel­la Chie­sa di San­ta Cate­ri­na di Cher­ni­hiv, è una veri­di­ca pro­mes­sa di ele­gan­za, cul­tu­ra e viva­ci­tà. Dimen­ti­ca­vo – mol­to ben fat­to l’inserto fotografico.

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Il cambiamento è irreversibile presto toccherà anche la politica

La Repub­bli­ca | Saba­to 16 giu­gno 2012 | Dona­tel­la Alfonso |

LA LIBERTÀ ha sem­pre un prez­zo ma, avver­te Kha­led al Kha­mis­si, scrit­to­re e regi­sta cai­ro­ta che con il suo bestsel­ler Taxi (tra­dot­to in Ita­lia da “il Siren­te”) ha dato voce a pro­te­ste, sen­ti­men­ti, desi­de­ri del popo­lo egi­zia­no negli ulti­mi anni del regi­me di Hosni Muba­rak, «ormai è ini­zia­to un pro­ces­so irre­ver­si­bi­le, in Egit­to come negli altri Pae­si ara­bi. Pos­so­no anche veni­re i mili­ta­ri, può gover­na­re Sha­fiq, ma quel­la che è già una for­te tra­sfor­ma­zio­ne socia­le diven­te­rà, nell’ arco di due o tre anni, anche poli­ti­ca. È una rivo­lu­zio­ne sen­za par­ti­ti, pro­gram­mi, lea­der, ma è un per­cor­so di liber­tà. La stra­da è lun­ga, aspet­ta­te­ci: tra die­ci anni ci vedre­te». Kha­led al Kha­mis­si, si può par­la­re di un gol­pe in Egit­to? «La stam­pa occi­den­ta­le ado­ra i ter­mi­ni for­ti, ma io non la pen­so così. Se devo dire la veri­tà, non me ne impor­ta nul­la di quel­lo che acca­de sul­la cima del­la pira­mi­de, per­ché io guar­do alla base del­la pira­mi­de. Non inte­res­sa a me e non inte­res­sa alla gen­te. Che tor­ni Sha­fiq, che i mili­ta­ri pren­da­no il pote­re… sarà solo un pro­ble­ma di ver­ti­ce. I cam­bia­men­ti socia­li ormai sono irre­ver­si­bi­li». Ritor­no dei vec­chi gover­nan­ti, vit­to­ria dell’ Islam radi­ca­le un po’ dap­per­tut­to: la pri­ma­ve­ra ara­baè fini­ta? «Lo ripe­to dal gen­na­io del 2011: non c’ è nes­su­na pri­ma­ve­ra ara­ba, ma un cam­bia­men­to socia­le che con­ti­nua e por­te­rà a una vera tra­sfor­ma­zio­ne di tut­ti i nostri Pae­si entro una deci­na d’ anni. La gen­te sa che ci vuo­le tem­po, ma ha fidu­cia nel lun­go perio­do. Non teme né Sha­fiq, né i Fra­tel­li musul­ma­ni per­ché cre­de nel­la liber­tà, che gli isla­mi­sti inve­ce com­bat­to­no. Sha­fiq vuo­le veni­re? Bene, che ven­ga. Non cam­bie­rà quan­to sta acca­den­do alla base del­la socie­tà». Da quan­to lei dice sem­bra che i mili­ta­ri sia­no qua­si dei garan­ti del­la tra­sfor­ma­zio­ne: non teme inve­ce una guer­ra civi­le come ci fu in Alge­ria? «No, è pas­sa­to mol­to tem­po, la sto­ria è diver­sa, c’ è Inter­net, c’ è la pos­si­bi­li­tà di espri­mer­si e il corag­gio di far­lo. Inol­tre, non c’ è un nuo­vo pote­re isla­mi­co, i movi­men­ti radi­ca­li, negli anni, sono sta­ti soste­nu­ti e finan­zia­ti sia da Sadat che, soprat­tut­to, da Muba­rak. E, per quan­to riguar­da il Con­si­glio supre­mo del­le For­ze arma­te, non vedo la pos­si­bi­li­tà di una sfi­da tra il ritor­no al pote­re dell’ Ancien régi­me e un nuo­vo pote­re isla­mi­co. Ci sono inte­res­si poli­ti­ci e finan­zia­ri da difen­de­re, ser­ve una sta­bi­li­tà». Pen­sa a un ruo­lo degli intel­let­tua­li in que­sto per­cor­so di cre­sci­ta demo­cra­ti­ca? «No, gli intel­let­tua­li non han­no un peso suf­fi­cien­te. È la clas­se media, e soprat­tut­to sono i gio­va­ni, per­ché il 60 per cen­to degli egi­zia­ni ha meno di 25 anni, che non inten­do­no accet­ta­re né la for­ma­li­tà del siste­ma di Muba­rak né di quel­lo dei Fra­tel­li musul­ma­ni. Si andrà pro­gres­si­va­men­te ver­so una con­cre­tiz­za­zio­ne poli­ti­ca di quan­to si sta già facen­do sot­to il pro­fi­lo socia­le». Lei, quin­di, che futu­ro vede per il suo Pae­se? «Io sono otti­mi­sta. Il cam­bia­men­to e la liber­tà saran­no al pote­re tra una deci­na d’ anni. Aspettateci».

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Dimentichiamoci della cultura beat e freak degli anni 70–80 italiani. C’è di più

| Saba­to 9 giu­gno 2012 | Car­lo Bor­di­ni |

Pri­ke­de­lik par­te da una cul­tu­ra che in linea di mas­si­ma pos­sia­mo defi­ni­re beat, di qui il suo amo­re per Bur­rou­ghs, ad esem­pio, per il suo carat­te­re visio­na­rio, cit­tà tra­sfor­ma­te in pae­sag­gi meta­fi­si­ci, per­fe­zio­ne di for­ze occul­te, uomi­ni che diven­go­noi mutan­ti, una scrit­tu­ra bef­far­da, aggres­si­va ribel­le. il suo ano­re per zap­pa, i beat
E si lega a for­ze cul­tu­ra­li in Ita­lia alter­na­ti­ve, ribel­li, spe­ri­men­ta­li, come la sua per­ma­nen­za nel grup­po diret­to da Ostuni.
L’uso del fumet­to inol­tre è tipi­co di una cul­tu­ra che in Ita­lia par­te dagli anni ’70.
Però nell’ambito di que­sta cul­tu­ra di par­ten­za Pri­ke ha una sua pro­fon­da ori­gi­na­li­tà bef­far­da sur­rea­le gio­co­sa. E sot­to­li­neo gio­co­sa. Il gio­co in lui è mol­to impor­tan­te. E per resta­re alla sua scrit­tu­ra e alla sua poe­sia esse sono mol­to più mor­bi­de inte­rio­ri, un’allucinazione in cui ha mol­ta impor­tan­za il sogno e che si dif­fe­ren­zia mol­to net­ta­men­te anche dal­la poe­sia spe­ri­men­ta­le così dif­fu­sa in Ita­lia per una cari­ca esi­sten­zia­le mol­to marcata.
C’è mol­ta dolo­ro­si­tà, è qual­co­sa di dif­fi­ci­le da inqua­dra­re. Dimen­ti­chia­mo­ci del­la cul­tu­ra beat e freak degli anni 70–80 ita­lia­ni. C’è di più. E’ comi­co e dispe­ra­to insie­me. C’è anche qual­co­sa di kaf­ka. Il sen­so di un desti­no. L’idea di una via di fuga. Una scrit­tu­ra in cui inten­si­tà e assur­do si mischia­no. In cui esi­ste sem­pre la spe­ran­za, fru­stra­ta o no, ma esi­ste. Quin­di lui usa mez­zi tec­ni­ci come il para­dos­so o l’ossimoro per arri­va­re a risul­ta­ti dif­fe­ren­ti. Ci par­la. Ha mol­ta comu­ni­ca­zio­ne col let­to­re con l’ascoltatore con lo spet­ta­to­re. E que­sta voglia di comu­ni­ca­re ‚lo dif­fe­ren­zia dal­la cul­tu­ra da cui par­te. Lo testi­mo­nia­no le poe­sie appe­se qui. Il gio­co infer­mo-infer­no è un gio­co estre­ma­men­te comu­ni­ca­ti­vo così come tut­ti i gio­chi di paro­le di cui è intes­su­ta la sua scrit­tu­ra, cie­lo . ciar­lie­ro, ecc.
La bef­fa, così pre­sen­te nel­la sua cul­tu­ra di par­ten­za, è rivol­ta anche con­tro di sé. E’ un boo­me­rang. Per­ché que­sta bef­fa-boo­me­rang è lega­ta con la spe­ran­za. Sem­pre. E col desiderio.
Sono a vol­te poe­sie ter­ri­bi­li, come quel­le sul­le emo­zio­ni. Dolo­re allo sta­to puro.
Sono poe­sie che par­la­no a tut­ti noi, come la don­na invi­si­bi­le, ma potrei citar­ne tan­te altre. Con i suoi gio­chi, con il suo funam­bo­li­smo por­ta­to all’estremo limi­te, sia in poe­sia che nel­le imma­gi­ni, è una spe­cie di Leo­par­di moder­no: un gran­de poe­ta, che mischia il gio­co con il dolore.
C’è un poe­ta peru­via­no a cui somi­glia, ed è Geor­ge Eielson.

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L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affri­ca | Vener­dì 23 mar­zo 2012 | Mari­sa Fois |

C’è un re, di cui si festeg­gia il com­plean­no e la noti­zia sul gior­na­le, in pri­ma pagi­na, a carat­te­ri cubi­ta­li, accom­pa­gna­ta da una foto­gra­fia a gran­dez­za natu­ra­le di Sua Mae­stà, ne offu­sca un’altra: “Don­na par­ti­ta e mai più tor­na­ta”.
Lì, in quel Pae­se non ben defi­ni­to, ma che ha carat­te­ri­sti­che ben pre­ci­se – auto­ri­ta­rio, ric­co, auto­re­fe­ren­zia­le – “non era mai suc­ces­so che una don­na fos­se usci­ta e non fos­se più tor­na­ta. L’uomo, inve­ce, pote­va par­ti­re e non tor­na­re per set­te anni e, solo dopo que­sto perio­do, la moglie ave­va il dirit­to di chie­de­re la sepa­ra­zio­ne”. La don­na scom­par­sa era un’archeologa e “ave­va una pas­sio­ne per la ricer­ca del­le mum­mie, una sor­ta di pas­sa­tem­po”, non indos­sa­va il velo, ama­va il suo lavo­ro, era eman­ci­pa­ta. Per­ché è spa­ri­ta? Qual­cu­no l’ha costret­ta o è sta­ta una libe­ra scel­ta? È dav­ve­ro scomparsa?
L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi è una sor­ta di gial­lo intro­spet­ti­vo, che rac­con­ta la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le non solo nei Pae­si auto­ri­ta­ri, ma, in una pro­spet­ti­va più ampia, in ogni socie­tà. For­se pro­prio que­sto ha spin­to l’autrice – scrit­tri­ce e psi­chia­tra, non­ché una tra le più note mili­tan­ti del fem­mi­ni­smo inter­na­zio­na­le –  a non uti­liz­za­re nomi, ma solo cate­go­rie (don­ne e uomi­ni ) in modo che l’immedesimazione potes­se risul­ta­re più sem­pli­ce. Don­ne sot­to­mes­se al lavo­ro, don­ne che lavo­ra­no anche e più degli uomi­ni ma sen­za uno sti­pen­dio, che vie­ne inve­ce paga­to all’uomo che sta al loro fian­co e con cui con­di­vi­do­no il let­to e la casa, a cui sono costret­te a dire sem­pre di sì. Don­ne omo­lo­ga­te.Don­ne domi­na­te socialmente, economicamente e cul­tu­ral­men­te. In più, le rela­zio­ni socia­li sono influen­za­te anche dal petro­lio e dal­la sua poten­za, che ridu­ce l’intero Pae­se in schia­vi­tù, dipen­den­te da una for­za ester­na onnipresente.
Il librousci­to in Egit­to nel 2001, è sta­to subi­to cen­su­ra­to con­dan­na­to dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tem­pi del petro­lio” è, infat­ti, una cri­ti­ca diret­ta a Muba­rak, allo­ra sal­da­men­te al pote­re, e al suo gover­no, for­te­men­te con­di­zio­na­to da inge­ren­ze ester­ne. Ma è anche una cri­ti­ca a chi ten­ta di can­cel­la­re la sto­ria (emble­ma­ti­co è il caso del­la tra­sfor­ma­zio­ne del­le sta­tue che rap­pre­sen­ta­no divi­ni­tà fem­mi­ni­li in divi­ni­tà maschi­li),  alla scar­sa col­la­bo­ra­zio­ne tra don­ne e alla loro pau­ra di anda­re con­tro quel­lo che riten­go­no un desti­no già scrit­to e immo­di­fi­ca­bi­le. La nar­ra­zio­ne è come un viag­gio oni­ri­co: l’archeologa alter­na momen­ti di veglia al sogno, qua­si per non esse­re assor­bi­ta da que­sta monar­chia del petro­lio.

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Il camion per Berlino

| Mini­ma & Mora­lia | Lune­dì, 27 feb­bra­io 2012 |  |

Que­sto è l’incipit di un rac­con­to di Has­san Bla­sim, auto­re ira­che­no con­tem­po­ra­neo, tra­dot­to da Bar­ba­ra Tere­si per il libro «Il mat­to di piaz­za del­la Liber­tà» (edi­zio­ni Il Siren­te). Has­san Bla­sim, nato a Bagh­dad nel 1973, è poe­ta, regi­sta, blog­ger e auto­re di rac­con­ti bre­vi. Nel 2004, in segui­to a pro­ble­mi sca­tu­ri­ti dal­la rea­liz­za­zio­ne del film «Woun­ded Came­ra», ha dovu­to lascia­re l’Iraq e si è rifu­gia­to in Fin­lan­dia, dove vive tuttora.

Trat­to da: Has­san Bla­sim, «Il mat­to di piaz­za del­la Liber­tà», Il Siren­te, Roma 2012 Con­ti­nua a leggere →

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Il successo di “Amalgam”, blog e fumetto della libanese Maya Zankoul

| Con­tro­cam­pus | Lune­dì, 19 dicem­bre 2011 | Bene­det­ta Michelangeli |

Si chia­ma Amal­gam ed è uno dei blog più segui­ti del mon­do ara­bo. L’autrice è la ven­ti­cin­quen­ne liba­ne­se Maya Zan­koul: ha stu­dia­to Gra­phic Desi­gn e seguen­do la sua pas­sio­ne per il dise­gno ha crea­to que­sto blog nel qua­le da due anni con­di­vi­de vignet­te che par­la­no del­la socie­tà liba­ne­se, sul­la scia di Mar­ja­ne Satra­pi che con Per­se­po­lis ha fat­to il suo rac­con­to del­la vita in Iran.
La gio­va­ne autri­ce liba­ne­se non ave­va pen­sa­to ad un libro: ini­zial­men­te l’idea era quel­la di sfrut­ta­re le poten­zia­li­tà del web per con­di­vi­de­re le vignet­te che face­va, inse­guen­do la pas­sio­ne del dise­gno che ha dall’età di cin­que anni. Non sol­tan­to imma­gi­ni che potes­se­ro dar sfo­go alla fru­stra­zio­ne cau­sa­ta dal­le con­trad­di­zio­ni e ingiu­sti­zie del­la socie­tà del suo pae­se, ma anche sem­pli­ci rac­con­ti di vicen­de quotidiane.
Maya si è fat­ta cono­sce­re nel 2009 quan­do in occa­sio­ne del­le ele­zio­ni in Liba­no ha rea­liz­za­to del­le vignet­te “poli­ti­che” che han­no incu­rio­si­to media e gio­va­ni uten­ti del web. Sono sta­ti gli ami­ci di Maya a stam­pa­re tut­te le vignet­te del suo blog come rega­lo di com­plean­no. Suc­ces­si­va­men­te l’autrice ha auto­pro­dot­to il suo libro, stam­pan­do­ne 1000 copie. Con­tro ogni aspet­ta­ti­va il libro Amal­gam ha rag­giun­to il quin­to posto nel­le clas­si­fi­che di ven­di­ta del Vir­gin Mega­sto­re di Bei­rut. Ades­so il fumet­to in due volu­mi è sta­to tra­dot­to in ita­lia­no ed è edi­to da il Siren­te.
Maya è nata a Bei­rut ed è cre­sciu­ta a Jed­dah in Ara­bia Sau­di­ta dove ha fre­quen­ta­to la scuo­la fran­ce­se. Per i suoi pri­mi dise­gni usa­va il dia­let­to liba­ne­se. Scel­ta sosti­tui­ta pre­sto dall’inglese. Non ha avu­to pro­ble­mi di cen­su­ra in quan­to Inter­net in liba­no non sem­bra attual­men­te esse­re sog­get­to a con­trol­li, come acca­de in mol­ti altri pae­si arabi.
Que­ste vignet­te par­la­no del­le gra­vi ingiu­sti­zie socia­li, del­la cor­ru­zio­ne, del maschi­li­smo del­la socie­tà liba­ne­se. Ma lo fan­no con una giu­sta dose di humor, chia­ve del suc­ces­so di Maya. Tan­ti dise­gni sono dedi­ca­ti alla con­trad­dit­to­ria con­di­zio­ne del­le don­ne liba­ne­si: la liber­tà di indos­sa­re qual­sia­si capo di abbi­glia­men­to, l’ossessione dell’apparire per­fet­te soprat­tut­to gra­zie alla chi­rur­gia pla­sti­ca e paral­le­la­men­te la loro posi­zio­ne di sot­to­mis­sio­ne nel­la socie­tà. Dal­la strut­tu­ra patriar­ca­le in cui sono inse­ri­te, alla vio­len­za dome­sti­ca che spes­so subi­sco­no e dal­la qua­le è dif­fi­ci­le usci­re anche a cau­sa del­la man­can­za di una rete di pro­te­zio­ne fem­mi­ni­le. Insom­ma, una don­na che appa­re ma che non può deci­de­re nul­la, pri­va­ta anche del dirit­to di tra­smet­te­re la nazio­na­li­tà ai pro­pri figli.

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Letture senza fine

| Yahoo | Saba­to 17 novem­bre 2011 | Gio­van­ni Capo­ra­le |

Bel­lo! Bel­lis­si­mo! Strepitoso!!! Vabbé l’autore è un vec­chio ami­co mio e vado un po’ lar­go con gli aggettivi(e pure con i pun­ti escla­ma­ti­vi)! Le ulti­me cose sue che ave­vo let­to risal­go­no a 20 anni fa (gli feci le pul­ci sul­le vir­go­le e gli accen­ti! Rom­pi­bal­le che sono sem­pre sta­to!). L’avevo lascia­to che scri­ve­va sto­rie tipo beat gene­ra­tion (buko­w­sky all’amatriciana!), godi­bi­li e ben scrit­te (ricor­do un dio nel for­no del­la cuci­na che divo­ra­va i testi­mo­ni di geo­va che rom­po­no le bal­le la dome­ni­ca mat­ti­na, un tos­si­co che non paga la dro­ga inse­gui­to dal “lucer­to­la” che gli vuo­le spez­za­re le gam­be), e lo ritro­vo ver­so il noveau roman (anche se secon­do me dirà: che caz­zo è ‘sto novò romà? So’ de roma eqquin­di???) a scri­ve­re rac­con­ti qua­si sen­za tra­ma e dia­lo­ghi, suc­ces­sio­ni di imma­gi­ni, come aggi­rar­si in un labi­rin­to, non un labi­rin­to puli­to e razio­na­le come quel­li di bor­ges, ma un luo­go oscu­ro dove si è con­dan­na­ti a ripe­te­re i pro­pri pas­si fin­ché non si fa la cosa giu­sta. Del­la beat gene­ra­tion si ritro­va anco­ra qual­co­sa, ma meno di quan­to cre­da l’autore (che cita bur­ro­ghs come sua ispi­ra­zio­ne nel­la pre­mes­sa). Sì, ha man­te­nu­to per affet­to l’abitudine all’utilizzo del­la & inve­ce che la “e” , ma i suoi ibri­di ani­ma­le­schi sono meno i lemu­ri (e incu­bi vari) di bur­rou­ghs che gli ani­ma­let­ti di kaf­ka (quel­lo che si aggi­ra ne “la tana” soprat­tut­to). Lo sa o non lo sa l’autore che kaf­keg­gia (altra ipo­te­si, non è che sono io kaf­kia­no con­vin­to a vede­re kaf­ka ovun­que?)? Secon­do me lo sa, il rife­ri­men­to all’arabo (sen­za scia­cal­lo) può esse­re casua­le, quel­lo ai sica­ri venu­ti ad ese­gui­re la con­dan­na può esser­lo mol­to meno, la que­stio­ne del­le leg­gi e del re (“per que­sta vol­ta è proi­bi­to”) non può non ammic­ca­re volu­ta­men­te a “la que­stio­ne del­le leg­gi” di kaf­ka. Il lin­guag­gio è ora altis­si­mo fino all’uso di ter­mi­ni desue­ti (“chec­ché”, “svi­lup­pan­si”) ora ger­ga­le (“anve­di”), ma anche qui più che un’operazione post­mo­der­na all’americana (man­ca del tut­to l’immaginario ame­ri­ca­no da B movie, tran­ne for­se che negli extra­ter­re­stri von­ne­gut­tia­ni di Ullan power) c’è secon­do me il non pren­der­si mai trop­po sul serio, alla roma­na! Bel­lo, non faci­le, da leg­ge­re con atten­zio­ne con la tv spen­ta e gli occhia­li sul naso.

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Benvenuti nella “nostra” Hillbrow. Parola di Phaswane Mpe

L’Opinione del­le liber­tà | Mer­co­le­dì 24 ago­sto 2011 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Il libro mi ha sor­pre­so e scon­vol­to al tem­po stes­so. Sor­pre­so per­ché ave­vo vis­su­to per­so­nal­men­te ad Hill­brow tra novem­bre e dicem­bre 1984, quan­do mi tro­va­vo in Sud Afri­ca per effet­tua­re una ricer­ca di mer­ca­to per con­to dell’ICE. A quell’epoca Hill­brow, quar­tie­re resi­den­zia­le posto sul­la col­li­na che sovra­sta l’altopiano su cui si erge Johan­ne­sburg, era una sor­ta di pun­to di incro­cio di etnie diver­se, a pre­va­len­za bian­ca: era­no anco­ra gli anni dell’apartheid, ma ad Hill­brow — che era sor­ta negli Anni Set­tan­ta come zona resi­den­zia­le “bor­ghe­se” — già si leg­ge­va­no i segni di un cambiamento.
Per­so­nal­men­te allog­gia­vo nel­la par­te ebrai­ca del quar­tie­re, e per rag­giun­ger­la a pie­di ave­vo vis­su­to anche le mie bra­ve disav­ven­tu­re (un inse­gui­men­to da par­te di un cri­mi­na­le a sco­po di rapi­na? Di stu­pro? Di tutt’e due? Chis­sà… For­tu­na­ta­men­te riu­scii a rag­giun­ge­re il mio allog­gio pri­ma che egli rag­giun­ges­se me).
Il quar­tie­re che man­te­ne­va anco­ra, oltre al suo cosmo­po­li­ti­smo, una carat­te­ri­sti­ca pro­gres­si­sta e anche intel­let­tua­le, era già sot­to­po­sto a quel pro­ces­so di degra­do, dovu­to soprat­tut­to a una pia­ni­fi­ca­zio­ne mio­pe e caren­te, che nel cor­so del tem­po lo ha tra­sfor­ma­to in una zona peri­co­lo­sa, deca­du­ta, intri­sa di cri­mi­na­li­tà, abi­ta­ta da una popo­la­zio­ne invi­si­bi­le, se non per la pro­pria abiet­ta povertà.
Eppu­re, la Hill­brow post-apar­theid descrit­ta da Pha­swa­ne Mpe nel suo libro resta un luo­go affet­ti­va­men­te attraen­te: non è un caso che il tito­lo in ingle­se del libro suo­ni “Wel­co­me to our Hill­brow”: quell’ “our”, “nostro”, ci dice tut­to a pro­po­si­to del rap­por­to tra il quar­tie­re e i suoi abitanti.
Che poi nell’Hillbrow di Mpe si evi­den­zi il pro­fon­do odio xeno­fo­bo, l’intolleranza raz­zia­le che era tipi­ca dei rap­por­ti inter-raz­zia­li all’interno del Sud Afri­ca, per­fi­no tra le diver­se etnie di colo­re ori­gi­na­rie del luo­go, anche pri­ma del crol­lo del regi­me di segre­ga­zio­ne; o anco­ra il deva­stan­te dif­fon­der­si dell’AIDS faci­li­ta­to dal­la pro­mi­scui­tà ses­sua­le; tut­to que­sto non influi­sce mini­ma­men­te sull’affetto per Hill­brow, che non è più solo luo­go geo­gra­fi­co, ma che diven­ta luo­go dell’anima.
Su tut­to, l’arte di Mpe : una sor­ta di can­to dispie­ga­to, una bal­la­ta can­ti­le­nan­te, che cul­la il let­to­re con ama­ra dol­cez­za, fa fio­ri­re sot­to il suo sguar­do i vari per­so­nag­gi, li accom­pa­gna mano nel­la mano fino alla loro mor­te annun­cia­ta: il sui­ci­dio di Refen­tše e la pre­an­nun­cia­ta mor­te di Refil­we a cau­sa dell’AIDS che pure si “respi­ra­no” attra­ver­so tut­te le pagi­ne del libro, e ne costi­tui­sco­no il fil rou­ge, sono vis­su­te sen­za il pathos del dramma.
Dal­la pri­ma pagi­na del libro sap­pia­mo che il pro­ta­go­ni­sta non è più tra noi, ma con­ti­nua a costi­tui­re l’interlocutore cui ideal­men­te l’io nar­ran­te del­lo scrit­to­re onni­scien­te (che pure c’è e non c’è, non assur­ge mai al ran­go di giu­di­ce, ma si limi­ta a un dia­lo­go con­ti­nuo con i suoi per­so­nag­gi) si rivolge.
Non è sol­tan­to un libro corag­gio­so, quel­lo di Mpe: è un pic­co­lo gran­de libro, la cui pro­sa ori­gi­na­le e leg­ge­ra cela una con­si­de­re­vo­le for­za, un mes­sag­gio dirom­pen­te, un gri­do di allarme.
Mpe si ribel­la alla real­tà deca­den­te del­la Hill­brow, mostro ten­ta­co­la­re, in cui vive sol­tan­to set­te anni pri­ma del pro­prio sui­ci­dio get­tan­do­si dal ven­te­si­mo pia­no del palaz­zo in cui abi­ta, ma di cui ama l’aspetto cosmo­po­li­ta e gli spun­ti con­ti­nui di riflessione.
Mpe por­ta avan­ti la pro­pria cam­pa­gna con­tro gli ste­reo­ti­pi e i pre­giu­di­zi, di qual­sia­si tipo essi sia­no. E che Refil­we tra­scor­ra un perio­do tra la mor­te di Refen­tše e il ritor­no alla nati­va Tira­gan­long (ritor­no per morir­vi, appun­to) ad Oxford è emble­ma­ti­co di quel che Mpe vuo­le dir­ci: cia­scu­no di noi ha la pro­pria per­so­na­le Hill­brow con cui fare i con­ti, e il rischio dell’umanità del ven­tu­ne­si­mo seco­lo è quel­lo di vive­re estra­nian­do­si dal­la pro­pria realtà.
Il nostro peri­co­lo, insom­ma, è quel­lo di non rico­no­sce­re le nostre stes­se radi­ci, di fer­mar­ci alle appa­ren­ze, di non sape­re anda­re oltre.
Gra­zie all’editore, dun­que: bel­la ini­zia­ti­va, que­sta tra­du­zio­ne, e bel­la edi­zio­ne sep­pu­re con qual­che refu­so di troppo.
Mi resta un dub­bio però.
Per­ché, nel­la pur pre­ge­vo­le tra­du­zio­ne in ita­lia­no, è spa­ri­to dal tito­lo pro­prio quel rife­ri­men­to così pre­zio­so alla “nostra” Hillbrow?

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