Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

Arab­Press | Vener­dì 8 mag­gio 2015 | Clau­dia Negri­ni | Pas­sag­gi: “Taxi” di Kha­led al-Khamissi

Dal blog Mil­le e una pagi­na di Clau­dia Negrini

Que­sto pas­sag­gio è trat­to da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si ed è sta­to pub­bli­ca­to in lin­gua ori­gi­na­le nel 2007, ben pri­ma del­la Pri­ma­ve­ra Ara­ba e dell’avvento e cadu­ta dei Fra­tel­li Mus­sul­ma­ni, eppu­re mi ha affa­sci­na­to vede­re quan­to que­sto dia­lo­go sia sta­to profetico.

TASSISTA: Che Dio mi per­do­ni se non pre­go e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tut­to il gior­no! Pure il digiu­no duran­te in Rama­dan, un gior­no lo fac­cio e due no: non ci rie­sco a lavo­ra­re sen­za siga­ret­te! Eppu­re, vor­rei vede­re con tut­to il cuo­re i Fra­tel­li Musul­ma­ni sali­re al potere…e per­ché no? Dopo le par­la­men­ta­ri si è visto che la gen­te li vuole.

IO: Ma se pren­do­no il pote­re e ven­go­no a sape­re che tu non pre­ghi ti appen­de­ran­no per i piedi.

TASSISTA: Mac­ché, allo­ra in andrò a pre­ga­re in moschea, davan­ti a tut­ti quanti.

IO: Per­ché li vuoi al potere?

TASSISTA: E per­ché no?! Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fun­zio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti. Poi pro­vam­mo una via di mez­zo e alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha i mono­po­li, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to d’emergenza. E ci han­no fat­to diven­ta­re pure un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni? Chi lo sa, va a fini­re che funzionano.

IO: In fin dei con­ti vuoi fare solo una pro­va… al mas­si­mo puoi pro­va­re un pan­ta­lo­ne lar­go con una cami­cia stret­ta, ma pro­va­re col futu­ro del paese…

da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008

Taxi

Taxi

0

Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSA­med | Mer­co­le­dì 5 dicem­bre 2012 | Lucia­na Borsatti |

”Gli Sta­ti Uni­ti e l’Europa, che han­no soste­nu­to Mor­si, devo­no ora man­dar­gli un mes­sag­gio chia­ro: che sono con­tra­ri ad un col­po di sta­to come quel­lo che sta com­pien­do”. Kha­led Al Kha­mis­si — scrit­to­re noto per il suo best-sel­ler ”Taxi”, tra­dot­to in più’ lin­gue — non usa mez­zi ter­mi­ni sul­le respon­sa­bi­li­tà dell’Occidente nel­la deri­va che l’Egitto ha pre­so in que­sti mesi, con gli ulti­mi col­pi di mano del pre­si­den­te Moha­med Mor­si sul pia­no isti­tu­zio­na­le ed i san­gui­no­si scon­tri di piaz­za tra suoi oppo­si­to­ri e sostenitori.

Gli Sta­ti Uni­ti in par­ti­co­la­re, sot­to­li­nea in un’intervista ad ANSA­med, han­no gran­di respon­sa­bi­li­tà nell’aver soste­nu­to il pre­si­den­te espres­so dai Fra­tel­li Musul­ma­ni. La sua ele­zio­ne e’ sta­ta il pun­to di arri­vo, osser­va, di una tran­si­zio­ne affi­da­ta all’esercito e rive­la­ta­si ”disa­stro­sa” per l’Egitto. Negli ulti­mi mesi Mor­si ha infat­ti por­ta­to avan­ti ”un coup d’etat”, denun­cia, con­tro gli altri pote­ri del­lo sta­to e le altre for­ze poli­ti­che. Insie­me ai Fra­tel­li Musul­ma­ni, ”ha pre­so tut­ti i pote­ri nel­le sue mani e pro­vo­ca­to una vera e pro­pria bat­ta­glia nel­le stra­de del Pae­se. Il regi­me ha per­so ogni legit­ti­mi­tà e quel­la di que­sti gior­ni e’ una situa­zio­ne di vero e pro­prio scon­tro con il popo­lo egi­zia­no”. Uno scon­tro in cui vi sono sta­ti anche i mor­ti di sta­se­ra, ma anche gesti come quel­li di un atti­vi­sta dei Fra­tel­li Musul­ma­ni che — rife­ri­sce dal­la sua casa del Cai­ro, men­tre si pre­pa­ra a tor­na­re anche lui a mani­fe­sta­re — avreb­be addi­rit­tu­ra taglia­to un orec­chio ad un oppositore.

Eppu­re vi sono sta­te del­le aper­tu­re da par­te dell’entourage di Mor­si alle istan­ze dell’opposizione, come si pos­so­no valu­ta­re? ”Noi voglia­mo fat­ti, non paro­le — rispon­de al Kha­mis­si, che in Taxi rac­col­se gli umo­ri dell’uomo del­la stra­da del Cai­ro pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne -. Anche pri­ma Mor­si ave­va pro­mes­so che ci sareb­be sta­ta una nuo­va Costi­tu­zio­ne con­di­vi­sa da tut­ti, e cosi’ non e’ sta­to”. Eppu­re, Mor­si ha avu­to l’appoggio del voto popo­la­re alle ele­zio­ni. ”Dove­te ricon­si­de­ra­re que­sta idea del voto — rilan­cia — io non ho vota­to, e cosi’ mol­ti altri, perché non pote­va­mo accet­ta­re di dover sce­glie­re tra un can­di­da­to dei Fra­tel­li Musul­ma­ni ed un uomo come Sha­fik, del vec­chio regi­me di Muba­rak”. E chi ha vota­to per Mor­si lo ha fat­to pro­prio per­ché’ non vole­va Sha­fik, aggiun­ge, oppu­re per ave­re il ”dena­ro” che i Fra­tel­li Musul­ma­ni pote­va­no garan­ti­re loro.

Ma ora Euro­pa e Sta­ti Uni­ti non pos­so­no sta­re a guar­da­re e ”devo­no par­la­re chia­ro — con­clu­de lo scrit­to­re -. Deve ripar­ti­re il dia­lo­go con gli altri par­ti­ti poli­ti­ci per una tran­si­zio­ne paci­fi­ca e per una nuo­va Costi­tu­zio­ne di tutti”.

0

Il cambiamento è irreversibile presto toccherà anche la politica

La Repub­bli­ca | Saba­to 16 giu­gno 2012 | Dona­tel­la Alfonso |

LA LIBERTÀ ha sem­pre un prez­zo ma, avver­te Kha­led al Kha­mis­si, scrit­to­re e regi­sta cai­ro­ta che con il suo bestsel­ler Taxi (tra­dot­to in Ita­lia da “il Siren­te”) ha dato voce a pro­te­ste, sen­ti­men­ti, desi­de­ri del popo­lo egi­zia­no negli ulti­mi anni del regi­me di Hosni Muba­rak, «ormai è ini­zia­to un pro­ces­so irre­ver­si­bi­le, in Egit­to come negli altri Pae­si ara­bi. Pos­so­no anche veni­re i mili­ta­ri, può gover­na­re Sha­fiq, ma quel­la che è già una for­te tra­sfor­ma­zio­ne socia­le diven­te­rà, nell’ arco di due o tre anni, anche poli­ti­ca. È una rivo­lu­zio­ne sen­za par­ti­ti, pro­gram­mi, lea­der, ma è un per­cor­so di liber­tà. La stra­da è lun­ga, aspet­ta­te­ci: tra die­ci anni ci vedre­te». Kha­led al Kha­mis­si, si può par­la­re di un gol­pe in Egit­to? «La stam­pa occi­den­ta­le ado­ra i ter­mi­ni for­ti, ma io non la pen­so così. Se devo dire la veri­tà, non me ne impor­ta nul­la di quel­lo che acca­de sul­la cima del­la pira­mi­de, per­ché io guar­do alla base del­la pira­mi­de. Non inte­res­sa a me e non inte­res­sa alla gen­te. Che tor­ni Sha­fiq, che i mili­ta­ri pren­da­no il pote­re… sarà solo un pro­ble­ma di ver­ti­ce. I cam­bia­men­ti socia­li ormai sono irre­ver­si­bi­li». Ritor­no dei vec­chi gover­nan­ti, vit­to­ria dell’ Islam radi­ca­le un po’ dap­per­tut­to: la pri­ma­ve­ra ara­baè fini­ta? «Lo ripe­to dal gen­na­io del 2011: non c’ è nes­su­na pri­ma­ve­ra ara­ba, ma un cam­bia­men­to socia­le che con­ti­nua e por­te­rà a una vera tra­sfor­ma­zio­ne di tut­ti i nostri Pae­si entro una deci­na d’ anni. La gen­te sa che ci vuo­le tem­po, ma ha fidu­cia nel lun­go perio­do. Non teme né Sha­fiq, né i Fra­tel­li musul­ma­ni per­ché cre­de nel­la liber­tà, che gli isla­mi­sti inve­ce com­bat­to­no. Sha­fiq vuo­le veni­re? Bene, che ven­ga. Non cam­bie­rà quan­to sta acca­den­do alla base del­la socie­tà». Da quan­to lei dice sem­bra che i mili­ta­ri sia­no qua­si dei garan­ti del­la tra­sfor­ma­zio­ne: non teme inve­ce una guer­ra civi­le come ci fu in Alge­ria? «No, è pas­sa­to mol­to tem­po, la sto­ria è diver­sa, c’ è Inter­net, c’ è la pos­si­bi­li­tà di espri­mer­si e il corag­gio di far­lo. Inol­tre, non c’ è un nuo­vo pote­re isla­mi­co, i movi­men­ti radi­ca­li, negli anni, sono sta­ti soste­nu­ti e finan­zia­ti sia da Sadat che, soprat­tut­to, da Muba­rak. E, per quan­to riguar­da il Con­si­glio supre­mo del­le For­ze arma­te, non vedo la pos­si­bi­li­tà di una sfi­da tra il ritor­no al pote­re dell’ Ancien régi­me e un nuo­vo pote­re isla­mi­co. Ci sono inte­res­si poli­ti­ci e finan­zia­ri da difen­de­re, ser­ve una sta­bi­li­tà». Pen­sa a un ruo­lo degli intel­let­tua­li in que­sto per­cor­so di cre­sci­ta demo­cra­ti­ca? «No, gli intel­let­tua­li non han­no un peso suf­fi­cien­te. È la clas­se media, e soprat­tut­to sono i gio­va­ni, per­ché il 60 per cen­to degli egi­zia­ni ha meno di 25 anni, che non inten­do­no accet­ta­re né la for­ma­li­tà del siste­ma di Muba­rak né di quel­lo dei Fra­tel­li musul­ma­ni. Si andrà pro­gres­si­va­men­te ver­so una con­cre­tiz­za­zio­ne poli­ti­ca di quan­to si sta già facen­do sot­to il pro­fi­lo socia­le». Lei, quin­di, che futu­ro vede per il suo Pae­se? «Io sono otti­mi­sta. Il cam­bia­men­to e la liber­tà saran­no al pote­re tra una deci­na d’ anni. Aspettateci».

0

Riva Sud

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 28 ago­sto 2011 | Sara Scheggia |

Taxi, vico­li, con­do­mi­ni. E il deser­to. Sono i luo­ghi del Magh­reb, quel­li che han­no tenu­to cal­de, sot­to la cene­re, le rivol­te esplo­se quest’anno. Descrit­ti da auto­ri egi­zia­ni ed alge­ri­ni, diven­te­ran­no tea­tro in uno spa­zio che si apre al pub­bli­co per la pri­ma vol­ta: il cor­ti­le del­la comu­ni­tà mino­ri­le di via del Pra­tel­lo. In quel luo­go, dove i ragaz­zi han­no crea­to un giar­di­no «segre­to» di pian­te offi­ci­na­li, ver­rà ospi­ta­to da doma­ni «Riva Sud Medi­ter­ra­neo», ras­se­gna di tea­tro, voci e musi­che che, oltre alla com­pa­gnia del Pra­tel­lo diret­ta da Pao­lo Bili, vedrà pro­ta­go­ni­ste anche altre real­tà cit­ta­di­ne. Si trat­ta di Tra un atto e l’altro, Tea­tri­no Clan­de­sti­no, Lala­ge Tea­tro e Medin­sud, che cure­rà l’accompagnamento musi­ca­le: insie­me ad atto­ri pro­fon­da­men­te diver­si ma tut­ti radi­ca­tia Bolo­gna, come Ange­la Mal­fi­ta­no, Fran­ce­sca Maz­za, Fio­ren­za Men­ni, Lucia­no Man­za­li­ni e Mau­ri­zio Car­dil­lo, met­te­ran­no in sce­na sei spet­ta­co­li per rac­con­ta­re le pri­ma­ve­re ara­be dei mesi scor­si. Ogni sera­ta, inol­tre, sarà intro­dot­ta da un inter­ven­to sul­la situa­zio­ne geo-poli­ti­ca in cor­so, con gli sto­ri­ci Gian­ni Sofri e Luca Ales­san­dri­ni, e lo scrit­to­re alge­ri­no resi­den­te a Raven­na Tahar Lamri.

«Il risul­ta­to pro­dot­to da atti­vi­tà come que­ste — spie­ga Giu­sep­pe Cen­to­ma­ni, diri­gen­te del Cen­tro di giu­sti­zia mino­ri­le dell’Emilia Roma­gna — vale il prez­zo da paga­re, cioè il rischio di fughe o l’incremento dei controlli.

In più, mol­ti ragaz­zi del car­ce­re e del­la comu­ni­tà sono di ori­gi­ne magre­bi­na: è impor­tan­te con­di­vi­de­re rifles­sio­ni sul loro mon­do». Il rife­ri­men­to è a qual­che mese fa, quan­do un dete­nu­to del car­ce­re del­la Doz­za è eva­so duran­te le pro­ve di uno spet­ta­co­lo teatrale.

«I mino­ri che seguia­mo rispon­do­no bene alle mani­fe­sta­zio­ni ester­ne — osser­va Loren­zo Roc­ca­ro, diret­to­re del­la Comu­ni­tà Pub­bli­ca di via del Pra­tel­lo 38, da cui pas­sa­no alme­no 130 ragaz­zi all’anno — Ora apri­ran­no le por­te del­la loro casa al pub­bli­co: li aiu­te­rà a per­ce­pi­re la comu­ni­tà come una vera resi­den­za in cui acco­glie­re ospi­ti». Riva Sud Medi­ter­ra­neo, soste­nu­ta da Lega­coop e Uni­pol e dai con­tri­bu­ti degli osti del­la stra­da, par­ti­rà doma­ni con «Voci dai taxi del Cai­ro. Oggi». Uno spet­ta­co­lo inter­pre­ta­to dai ragaz­zi del­la com­pa­gnia del Pra­tel­lo, trat­to dal roman­zo dell’egiziano Kha­led Al Kha­mis­si, che mixa mono­lo­ghi e dia­lo­ghi dei tas­si­sti del Cairo.

0

Khaled Al Khamissi, Taxi

Grup­po di let­tu­ra | Mer­co­le­dì 8 giu­gno 2011 |  |

In  tem­pi di “Pri­ma­ve­ra ara­ba” per­ché non leg­ge­re qual­co­sa che ci aiu­ti a sen­ti­re più da vici­no i pro­ble­mi che da mesi spin­go­no mol­tis­si­mi nor­da­fri­ca­ni dell’area medi­ter­ra­nea e  abi­tan­ti del Medio e vici­no Orien­te  a scen­de­re in piaz­za e a lot­ta­re per con­qui­sta­re il dirit­to alla liber­tà, nel­la spe­ran­za di vive­re in pae­si di rea­le democrazia?
È sta­to bel­lo vede­re tan­ti gio­va­ni e tra loro tan­te don­ne mani­fe­sta­re in mar­ce e cor­tei, riem­pi­re piaz­za Tahir, incu­ran­ti degli atti di repres­sio­ne di quei gover­ni che voglio­no can­cel­la­re. E in Tuni­sia e in Egit­to si è già arri­va­ti ad un cam­bia­men­to, in altri si lot­ta anco­ra con esi­ti incerti.
Tahar Ben Jel­loun ha già pub­bli­ca­to pres­so Bom­pia­ni La rivo­lu­zio­ne dei gel­so­mi­ni, in cui con luci­di­tà e sem­pli­ci­tà spie­ga che cosa è acca­du­to, cosa sta acca­den­do e cosa acca­drà. “Cado­no dei muri di Berlino”-dice l’autore- e nien­te dopo que­sti fat­ti sarà più come pri­ma nel mon­do ara­bo. Que­sti pae­si stan­no sco­pren­do, han­no sco­per­to e riven­di­che­ran­no d’ora in poi, il valo­re e l’autonomia dell’individuo in quan­to cittadino”.
Ma non voglio par­la­re  di que­sto libro che non ho anco­ra let­to, ma piut­to­sto di un libro di Kha­led Al Kha­mis­si, inti­to­la­to Taxi “e che ha come sot­to­ti­to­lo “Le stra­de del Cai­ro si raccontano”.
E’ stato pub­bli­ca­to nel 2008 dal­la casa edi­tri­ce abruz­ze­se, il Siren­te, che  ha così inau­gu­ra­to  la col­la­na Altria­ra­bi, con l’intento di  favo­ri­re, al di là dei soli­ti pregiudizi, ”una cono­scen­za diret­ta tra i popo­li sen­za fil­tri, nean­che linguistici”.
La let­tu­ra di que­sto libro, che non si può defi­ni­re roman­zo,  né inchie­sta gior­na­li­sti­ca, ci aiu­ta a capi­re qua­li sono le ragio­ni che han­no por­ta­to alla  recen­te rivol­ta in Egitto.
Ori­gi­na­le è l’idea di far cono­sce­re una cit­tà come il Cai­ro attra­ver­so l’abitacolo di un taxi, anzi dei tan­ti taxi pre­sen­ti. Pare sia­no 220.000 i tas­si­sti abu­si­vi e 80.000 rego­la­ri: è vero che il Cai­ro è la cit­tà più popo­lo­sa dell’Egitto con cir­ca 8 milio­ni di abi­tan­ti e oltre 15 milio­ni dell’area metro­po­li­ta­na e del gover­na­to­ra­to omo­ni­mo È vero che è anche la più gran­de cit­tà dell’intera Afri­ca e del Vici­no Orien­te e la dodi­ce­si­ma metro­po­li in ordi­ne di popo­la­zio­ne al mon­do, ma i tas­si­sti sono comun­que tanti.
Tan­ti e mol­to diver­si tra loro: anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti o laureati,sognatori e fal­li­ti, a vol­te costret­ti a lavo­ra­re gior­no e not­te con scar­sa remu­ne­ra­zio­ne, one­sti e inge­nui, ma anche capa­ci di truf­fa­re il clien­te, a vol­te dispe­ra­ti, qual­cu­no  idio­ta. Ed ecco­li muo­ver­si nel cao­ti­co traf­fi­co del­la capi­ta­le nel cal­do, tra la fol­la e il sot­to­fon­do assor­dan­te dei clac­son nei loro taxi , mac­chi­ne nere a stri­sce bian­che, spes­so car­cas­se  da rot­ta­ma­re, e chiac­chie­ra­re con il clien­te che è a bordo.
Da que­ste con­ver­sa­zio­ni in 220 pagi­ne  ven­go­no fuo­ri 58 bre­vi rac­con­ti, che fini­sco­no per esse­re un vero docu­men­to di vita quo­ti­dia­na , denun­cia inge­nua, ma anche iro­ni­ca e cau­sti­ca del males­se­re socia­le di un popo­lo impo­ve­ri­to e  disilluso.
In eser­go Al Kamis­si, egi­zia­no lau­rea­to in scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na, scri­ve: “rega­lo que­sto libro alla vita che abi­ta nel­le paro­le del­le per­so­ne sem­pli­ci. Nel­la spe­ran­za che ingoi il vuo­to che da anni dimo­ra den­tro di noi”.
In ogni capi­to­lo il pro­ta­go­ni­sta è quel tas­si­sta di cui cono­scia­mo par­ti­co­la­ri del­la sua vita per­so­na­le, ma anche, ai limi­ti del­la cen­su­ra,  il suo pen­sie­ro riguar­do alla poli­ti­ca, alla reli­gio­ne, alla società.

Il taxi divie­ne, dun­que,  il luo­go del con­fron­to in cui si rispec­chia la coscien­za col­let­ti­va e i tas­si­sti, come si dice nel­la coper­ti­na  del libro , “sono ama­bi­li can­ta­sto­rie che, con disin­vol­tu­ra, con­du­co­no il let­to­re in un deda­lo di real­tà e poe­sia che è l’Egitto  dei nostri gior­ni”, quel­lo che ha riem­pi­to le piaz­ze  in que­sto ini­zio del 2011 e che ha por­ta­to alla cadu­ta di Muba­rak, che dete­ne­va il pote­re da 30 anni.
Il qua­dro è quel­lo di un Egit­to sull’orlo del­la ban­ca­rot­ta, in cui la cor­ru­zio­ne è gene­ra­liz­za­ta, in cri­si mora­le dif­fu­sa, in cui ogni gior­no si lot­ta per la soprav­vi­ven­za nel­la indif­fe­ren­za del­le isti­tu­zio­ni. Rac­col­go qual­che fra­se qua e là dai 58 rac­con­ti, che per la diver­si­tà dei pun­ti di vista raf­fi­gu­ra­no per­fet­ta­men­te il mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo, come sot­to­li­nea lo stes­so Al Kha­mis­si nell’introduzione.
Tan­ti i discor­si seri dei tas­si­sti, che a vol­te rac­con­ta­no anche bar­zel­let­te diver­ten­ti, ma amare.
“La cor­ru­zio­ne è al mas­si­mo” […]  ”la giun­gla è il para­di­so rispet­to a noi”… qual è la solu­zio­ne per soprav­vi­ve­re?  o vai a ruba­re o comin­ci a doman­da­re maz­zet­te o lavo­ri tut­to il gior­no… la mal­nu­tri­zio­ne è così dif­fu­sa che il 10% dei bam­bi­ni egi­zia­ni del Said sof­fro­no di ritar­do mentale.”.
Secon­do i dati del­la Ban­ca Mon­dia­le il 58 % degli egi­zia­ni vive  infat­ti con due dol­la­ri al gior­no sot­to la linea del­la pover­tà, men­tre il 5% dei 75 milio­ni  di egi­zia­ni sono ric­chis­si­mi e indif­fe­ren­ti alle con­di­zio­ni gene­ra­li del­la popolazione.
“Chi non è diven­ta­to pez­zen­te con Muba­rak non lo diven­te­rà mai” dice uno di loro.
“Il discor­so del­la par­te­ci­pa­zio­ne poli­ti­ca è una bar­zel­let­ta di quel­le tri­sti, ma tri­sti davvero”…
“Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fuzio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti… alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha il  mono­po­lio, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to di emer­gen­za. E ci han­no fat­to diven­ta­re un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musulmani?”
“E poi que­sti ame­ri­ca­ni non si capi­sco­no pro­prio: aiu­ta­no Muba­rak, aiu­ta­no i Fra­tel­li Musul­ma­ni, aiu­ta­no i cop­ti espa­tria­ti che fan­no un casi­no da paz­zi. Poi sbor­sa­no i sol­di all’Arabia Sau­di­ta, che a sua vol­ta sbor­sa sol­di ai fon­da­men­ta­li­sti isl­mi­ci ‚che a loro vol­ta finan­zia­no gli atten­ta­ti con­tro, dicia­mo, gli americani”…
Un altro: “Il mon­do ormai… sono tut­ti pesci che si man­gia­no tra di  loro. Gros­so o pic­ci­ril­lo, tut­ti quan­ti si magna­no l’uno con l’altro”
Un altro anco­ra: “In Egit­to l’essere uma­no è come la pol­ve­re in un bic­chie­re cre­pa­to. Il bic­chie­re si può rom­pe­re in un nien­te e la pol­ve­re vola via. Impos­si­bi­le rac­co­glier­la e pure inu­ti­le: è solo un po’ di pol­ve­re. L’uomo in que­sto pae­se è così… non vale nien­te
Come ci ricor­da il tra­dut­to­re, Erne­sto Paga­no, “è il pri­mo libro scrit­to per tre quar­ti in dia­let­to, quin­di di non faci­le tra­du­ci­bi­li­tà. Per que­sto la par­la­ta col­lo­quia­le dei tas­si­sti è sta­ta tal­vol­ta colo­ra­ta da espres­sio­ni dia­let­ta­li meri­dio­na­li, per lo più napoletane.”

0

Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mer­co­le­dì 9 feb­bra­io 2011 | Mat­teo Baldi |

Le noti­zie che arri­va­no dal Cai­ro in que­sti gior­ni, vio­len­te e con­fu­se, par­la­no di un popo­lo che sta pro­van­do a cam­bia­re le cose, a dispet­to dell’acquiescenza del resto del mon­do. Ma che ruo­lo han­no gli intel­let­tua­li, in una situa­zio­ne come quel­la attua­le? E qua­le voce? Ci sono spa­zi per espri­me­re dis­sen­so, in un pae­se come l’Egitto? E i libri, rac­con­ta­no (o han­no pre­vi­sto) quel che sta acca­den­do? Andia­mo a vedere. 

Il mon­do inte­ro dovreb­be esse­re orgo­glio­so dell’inerzia con cui ha assi­sti­to alla libe­ra­zio­ne del popo­lo egi­zia­no. Il regi­me di Muba­rak era soli­to nomi­na­re mala­vi­to­si e adot­ta­re un regi­me di poli­zia sel­vag­gio per soste­ne­re i mem­bri del suo par­la­men­to e sop­pri­me­re la nostra ani­ma più auten­ti­ca, l’anima del­la liber­tà. Ma noi ci stia­mo impegnando”.
Ci scri­ve dal suo blac­k­ber­ry, con ama­ris­si­ma iro­nia,  Mag­dy El Sha­fee, fumet­ti­sta con­dan­na­to l’anno scor­so in segui­to al pro­ces­so per osce­ni­tà che gli era sta­to inten­ta­to dal­lo Sta­to egi­zia­no. La sua gra­phic novel “Metro”, infat­ti (pub­bli­ca­ta in Ita­lia dal­le edi­zio­ni Il Siren­te), all’interno di una vicen­da di spio­nag­gio, mostra un uomo e una don­na inten­ti in un rap­por­to sessuale.I dise­gni sono sta­ti con­si­de­ra­ti por­no­gra­fi­ci, e quin­di offen­si­vi. Tut­te le copie distri­bui­te al Cai­ro sono sta­te riti­ra­te e distrut­te, e Mag­dy ha dovu­to paga­re un’ammenda sala­ta. Ma sarà dav­ve­ro sola­men­te una que­stio­ne di dise­gni immorali?
Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”, reci­ta la sen­ten­za emes­sa dal Trbu­na­le, e allo­ra si capi­sce for­se meglio cosa pos­sa aver dato tan­to fasti­dio alle auto­ri­tà, in un pae­se (e una cul­tu­ra) in cui il ses­so for­se non vie­ne osten­ta­to pub­bli­ca­men­te ma cer­to non è tabù nel­le con­ver­sa­zio­ni e non può esse­re l’unica ragio­ne per met­te­re all’indice un libro a fumetti.
El Sha­fee, però, non è l’unica vit­ti­ma di un regi­me che mostra un vol­to pre­sen­ta­bi­le sola­men­te al resto del mon­do, e cen­su­ra il dis­sen­so impo­nen­do un con­trol­lo rigi­do anche sul web.
Nei pri­mi gior­ni degli scon­tri, la rete in Egit­to ha subi­to un vero e pro­prio blac­kout, per impe­di­re che le noti­zie di quel che sta­va acca­den­do fil­tras­se­ro ver­so gli altri Pae­si, ma anche per far sen­ti­re più iso­la­ti i blog­ger e tut­ti que­gli egi­zia­ni che tro­va­no in inter­net una fine­stra sul mondo.
Ala ‘Al Aswa­ni, cele­bra­to auto­re di Palaz­zo Yacou­bian (Fel­tri­nel­li edi­zio­ni), pro­muo­ve da anni un salot­to let­te­ra­rio al Cai­ro, cit­tà nel­la qua­le svol­ge la pro­fes­sio­ne di den­ti­sta ed è un intel­let­tua­le cono­sciu­to e rispet­ta­to. L’espressione “salot­to let­te­ra­rio”, però evo­ca imme­dia­ta­men­te imma­gi­ni di con­ci­lian­ti sedu­te che si svol­go­no fra ape­ri­ti­vi e mol­lez­ze – appun­to – salottiere.
Nul­la di più lon­ta­no dal vero, però, nei pae­si in cui la liber­tà di stam­pa è limi­ta­ta, i dirit­ti del­le don­ne sono un argo­men­to pura­men­te acca­de­mi­co e tut­ti i gior­ni la cor­ru­zio­ne che per­mea l’apparato poli­ti­co e ammi­ni­stra­ti­vo del Pae­se vin­co­la ogni serio ten­ta­ti­vo di miglio­ra­re le con­di­zio­ni del­la società.
Ten­go anco­ra i miei semi­na­ri per discu­te­re di que­stio­ni cul­tu­ra­li. Li ten­go dal 1996.
L’ho fat­to anche nei caf­fè, pub­bli­ca­men­te. Nel 2004 il gover­no ha minac­cia­to il pro­prie­ta­rio del caf­fè all’interno del qua­le li tene­va­mo, e allo­ra ci sia­mo spo­sta­ti nel palaz­zo dove ha sede “Kifa­ya” (“Abba­stan­za”), movi­men­to poli­ti­co che rac­co­glie intel­let­tua­li di diver­sa estra­zio­ne”, spie­ga­va Al Aswa­ni in un’intervista rac­col­ta a mar­gi­ne del­la sua par­te­ci­pa­zio­ne alla scor­sa edi­zio­ne del Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, dove l’Egitto era il Pae­se ospite.

Altri scrit­to­ri sono Nawal Al Saa­da­wi, auto­re de L’amore ai tem­pi del petro­lio, Ahmed Nagy, auto­re di Rogers e Kha­led Al Kamis­si, auto­re di Taxi.
I tre libri, oltre al fat­to di esse­re pub­bli­ca­ti in Ita­lia dal­lo stes­so edi­to­re (Il siren­te), han­no in comu­ne la capa­ci­tà di descri­ve­re la socie­tà civi­le egi­zia­na coglien­do­ne al tem­po stes­so la vita­li­tà e le scle­ro­si. Nel caso di Al Kamis­si, ad esem­pio, il Cai­ro è un bru­li­chio inin­ter­rot­to di vita col­to dal fine­stri­no del taxi, e i taxi­sti stes­si sono un pre­ci­pi­ta­to d’Egitto, con il loro lamen­tar­si del­le isti­tu­zio­ni e del­la cor­ru­zio­ne che però non por­ta a nulla.
Rogers”, inve­ce, è ope­ra di un blog­ger segui­tis­si­mo, un’opera ispi­ra­ta addi­rit­tu­ra a “The wall” di Roger Waters. Dal­la sche­da dedi­ca­ta a Ahmed Nagy sul sito de Il siren­te: “… in Egit­to è mol­to noto come blog­ger, ma soprat­tut­to per esse­re uno dei più gio­va­ni redat­to­ri di Akh­bàr el Adab, il pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio diret­to da Gamàl al-Ghi­tà­ni. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. Il suo blog Wasa kha­ia­lak (Allar­ga la tua imma­gi­na­zio­ne), ini­zia­to nel 2005, par­la di socio­lo­gia, pop art, dirit­ti uma­ni e cul­tu­ra: “spe­ri­men­to un diver­so livel­lo di lin­guag­gi per avvi­ci­na­re la gen­te alla letteratura”.

Nawal Al Saa­da­wi, infi­ne, è una pio­nie­ra del fem­mi­ni­smo nel mon­do ara­bo. Scrit­tri­ce e psi­chia­tra, ha sor­ti­to gran­de influen­za sul­le gene­ra­zio­ni più gio­va­ni, pro­prio gra­zie ai suoi libri. Can­di­da­ta­si alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li nel 2004, ha anche pas­sa­to un perio­do in gale­ra duran­te la pre­si­den­za di Sadat, ed è sta­ta iscrit­ta nel­la lista degli obiet­ti­vi di un grup­po fon­da­men­ta­li­sta. L’amore ai tem­pi del petro­lio, sot­to le spo­glie di un roman­zo gial­lo, com­pie un’indagine sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne nei pae­si arabi, muovendo i suoi let­to­ri a una pre­sa di coscienza.
Altra scrit­tri­ce egi­zia­na è Gha­da Abdel Aal, autri­ce di un libro e un blog mol­to segui­to inti­to­la­ti Che il velo sia da spo­sa (pub­bli­ca­to in Ita­lia da Epo­ché). In Egit­to il libro ha cono­sciu­to tale e tan­ta noto­rie­tà che la tele­vi­sio­ne ne ha trat­to uno sce­neg­gia­to, inter­pre­ta­to nel ruo­lo del­la pro­ta­go­ni­sta da una del­le attri­ci più cele­bri del mon­do ara­bo. Ma la sto­ria di Bri­de, gio­va­ne don­na in cer­ca di un mari­to da spo­sa­re per amo­re, è anche la gal­le­ria di una serie di “tipi” che rias­su­mo­no mol­to bene carat­te­ri­sti­che e difet­ti degli uomi­ni cui una don­na “in età da mari­to” può ambi­re in Egit­to, e que­sta è la ragion per cui Gha­da, con il suo alter ego roman­ze­sco, si è gua­da­gna­ta il sopran­no­me di “Brid­get Jones” ara­ba (sopran­no­me che — va det­to — all’autrice non pia­ce per nul­la)… noi abbia­mo inter­vi­sta­to Gha­da Abdel Aal nei dif­fi­ci­li gior­ni del­le pro­te­ste e del­le mani­fe­sta­zio­ni per cac­cia­re il Pre­si­den­te Mubarak.

0

L’attimo prima della rivolta

| Cospe Onlus | Vener­dì 4 feb­bra­io 2011 | Pame­la Cioni |

La liber­tà va chie­sta con for­za. Va pre­sa, non può esse­re con­ces­sa», dice Mag­di El Sha­fei, auto­re del pri­mo gra­phic novel del mon­do ara­bo, Metro. Che è sta­to un vero e pro­prio caso edi­to­ria­le, cen­su­ra­to in Egit­to subi­to dopo la pub­bli­ca­zio­ne con la pic­co­la casa edi­tri­ce di Muham­mad Shar­qa­wi (tra­dot­to in ingle­se e fran­ce­se, in Ita­lia è usci­to per i tipi de il Siren­te). Mag­di par­la fuman­do inin­ter­rot­ta­men­te e alzan­do la voce sopra il bru­sio di fon­do del cen­tra­le bar Grop­pi nel quar­tie­re cai­ro­ta di Down Town: è il 24 gen­na­io, un gior­no dall’aria tie­pi­da e pri­ma­ve­ri­le, e man­ca­no poche ore a quel­lo che sarà ricor­da­to nel­la sto­ria egi­zia­na come “il gior­no del­la Rab­bia”. I blin­da­ti e gli agen­ti del­la Poli­zia gover­na­ti­va, la fami­ge­ra­ta Sicu­rez­za nazio­na­le, già cir­con­da­no edi­fi­ci e pre­si­dia­no le piaz­ze, ma la vita scor­re — anco­ra — tran­quil­la, anzi fre­ne­ti­ca, come sem­pre, nel cosid­det­to quar­tie­re degli intel­let­tua­li e tea­tro degli scon­tri più duri tra mani­fe­stan­ti e gover­no. È a pochi pas­si dal bar infat­ti l’ormai famo­sa piaz­za Tah­rir, “Libe­ra­zio­ne”. Mag­di è un fiu­me in pie­na e par­la ecci­ta­to e ansio­so pen­san­do alla gran­de mani­fe­sta­zio­ne pre­vi­sta per il gior­no suc­ces­si­vo, gior­no di festa nazio­na­le, para­dos­sal­men­te pro­prio indet­ta per cele­bra­re un qual­che glo­rio­so even­to del­la poli­zia egi­zia­na. «Doma­ni scen­de­re­mo in piaz­za e chie­de­re­mo con­to del­le tan­te pro­mes­se che ci sono sta­te fat­te in que­sti anni e che non sono sta­te mai rea­liz­za­te. Le per­so­ne sono stan­che, esa­spe­ra­te. Lo sen­to tut­ti i gior­ni, per stra­da, sui mini­bus, sui taxi». Mag­di El Sha­fei, lau­rea in Far­ma­cia e fumet­ti­sta di pun­ta del­la nuo­va gene­ra­zio­ne egi­zia­na, è uno che degli umo­ri del­la stra­da se ne inten­de e li ha inter­pre­ta­ti e usa­ti per modu­la­re il lin­guag­gio, per rac­con­ta­re sogni, aspi­ra­zio­ni e vicis­si­tu­di­ni del pro­ta­go­ni­sta del suo pri­mo roman­zo a fumet­ti: Shi­hab, un gio­va­ne inge­gne­re infor­ma­ti­co che, rima­sto disoc­cu­pa­to, deci­de di com­pie­re una rapi­na, come ribel­lio­ne, come uni­co gesto di riscat­to dopo aver pro­va­to a rea­liz­za­re legal­men­te i pro­pri pro­get­ti e aver incon­tra­to nel suo umi­lian­te per­cor­so una tra­fi­la di cor­rot­ti e usu­rai. «Esse­re fuo­ri­leg­ge, può esse­re un atto di ribel­lio­ne, se stai lot­tan­do per la tua liber­tà, per i tuoi dirit­ti e se è la socie­tà a esse­re sba­glia­ta, cor­rot­ta». I veri cri­mi­na­li nel roman­zo infat­ti sono altri: sono gli alti fun­zio­na­ri, è il siste­ma del­la maz­zet­ta e il Male dei Mali è rap­pre­sen­ta­to da una socie­tà sta­gnan­te in cui man­ca un vero Sta­to socia­le, una socie­tà in cui il livel­lo di istru­zio­ne è bas­sis­si­mo, in cui gran par­te del­la popo­la­zio­ne tira a cam­pa­re con pochi dol­la­ri al mese viven­do di espe­dien­ti in quar­tie­ri pove­ris­si­mi, spor­chi e sovrappopolati.
In Metro vie­ne rap­pre­sen­ta­ta tut­ta que­sta fet­ta del­la socie­tà ma sono for­se Shi­hab e la gior­na­li­sta Dina, con cui, ine­vi­ta­bi­le, scat­ta la sto­ria d’amore, che rap­pre­sen­ta­no più da vici­no quei ragaz­zi che dal 25 gen­na­io scor­so sono in piaz­za e che riven­di­ca­no un Pae­se più giu­sto e soprat­tut­to più libe­ro. Sen­za cen­su­ra e con vera liber­tà di espres­sio­ne. Sono i ragaz­zi del­la rivo­lu­zio­ne dei social media, quel­li che fuo­ri da schie­ra­men­ti poli­ti­ci veri e pro­pri, si sono incon­tra­ti prin­ci­pal­men­te nel­le piaz­ze vir­tua­li di inter­net, su face­book e su twit­ter. Sono i gio­va­ni, che rap­pre­sen­ta­no i due ter­zi di que­sto Pae­se, che usa­no inter­net e cel­lu­la­ri tut­ti i gior­ni e che sull’onda bene­fi­ca e ispi­ra­tri­ce del­la Tuni­sia si sono dati appun­ta­men­to per pro­te­sta­re con­tro il regi­me. Sul­la pagi­na face­book più fre­quen­ta­ta, “We are all Kha­led Said” in memo­ria di uno stu­den­te di Ales­san­dria ucci­so nel giu­gno scor­so dal­la poli­zia, era­no in 90mila il gior­no pri­ma a dire che sì, ci sareb­be­ro sta­ti, lì in piaz­za a mani­fe­sta­re per cam­bia­re il pro­prio futu­ro, per­ché se è suc­ces­so in Tuni­sia può suc­ce­de­re anche qui, per­ché nien­te è immu­ta­bi­le e per­ché l’entusiasmo è con­ta­gio­so tra i gio­va­ni, che meno facil­men­te accet­ta­no un desti­no che sem­bra scrit­to una vol­ta per tut­te: «La cosa che for­se ci ha scos­so di più nell’ultimo perio­do è sta­ta l’annuncio del­la suc­ces­sio­ne al gover­no (per le pre­vi­ste ele­zio­ni del novem­bre 2011, ndr) del figlio di Muba­rak, Gamal — dice Al Sha­fei con­ti­nuan­do a fuma­re e sor­seg­gian­do un lun­go caf­fè tur­co -. Que­sta enne­si­ma impo­si­zio­ne, que­sta idea del­la discen­den­za monar­chi­ca del pote­re, ha vera­men­te dato uno schiaf­fo alle nostre coscien­ze. Altre vol­te c’erano sta­ti foco­lai di rivol­ta, nel 2005 con gli scio­pe­ri a El Mahal­la (loca­li­tà a 60 chi­lo­me­tri dal Cai­ro, ndr), nel 2008, anno in cui nac­que il “Movi­men­to del 6 apri­le” che pren­de il nome dal gior­no del­le pro­te­ste. Ma ades­so c’è qual­co­sa di più e di diver­so: c’è l’esempio del­la Tuni­sia. Ades­so sap­pia­mo che è pos­si­bi­le». L’entusiasmo del­lo scrit­to­re alla vigi­lia dell’appuntamento con la Sto­ria sem­bra dav­ve­ro incon­te­ni­bi­le: «Doma­ni — aggiun­ge pro­fe­ti­co — sarà la socie­tà civi­le a scen­de­re in piaz­za, ci sarà solo la “bra­va gen­te”, non ci saran­no par­ti­ti né grup­pi reli­gio­si a met­te­re il cap­pel­lo sul­la mani­fe­sta­zio­ne». E ave­va ragio­ne. I tan­to temu­ti Fra­tel­li musul­ma­ni, uni­co vero par­ti­to di oppo­si­zio­ne a Muba­rak, non han­no par­te­ci­pa­to all’organizzazione del­la mani­fe­sta­zio­ne né han­no ade­ri­to alle pro­te­ste fino al vener­dì 28 gen­na­io. I pri­mi quat­tro gior­ni di pro­te­ste sono sta­ti dun­que anche un test per misu­ra­re la for­za del­la socie­tà civi­le lai­ca e autoor­ga­niz­za­ta e la rispo­sta è sta­ta feno­me­na­le. Eppu­re solo la set­ti­ma­na pri­ma il radu­no indet­to a favo­re del­la Tuni­sia sot­to il Par­la­men­to ave­va rac­col­to solo alcu­ne deci­ne di “duri e puri”. E non era­no in pochi a esse­re scet­ti­ci pri­ma del­la vigi­lia del­la mani­fe­sta­zio­ne o per­lo meno più cau­ti del fumettista.

Tra que­sti, un altro scrit­to­re, una voce auto­re­vo­le tra gli intel­let­tua­li cai­ro­ti, Kha­led Al Kha­mis­si, gior­na­li­sta, sce­neg­gia­to­re e pro­dut­to­re cine­ma­to­gra­fi­co, anche lui resi­den­te nel­la “Rive Gau­che” del Nilo. Il suo libro Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no, che in Egit­to ha avu­to 12 ristam­pe (pub­bli­ca­to anche in Ita­lia), rac­con­ta uno spac­ca­to del­la socie­tà egi­zia­na, vista dal bas­so, cioè dal­la par­te dei tas­si­sti, tra le cate­go­rie più disa­gia­te del­la metro­po­li: sono 80mila, gua­da­gna­no pochis­si­mo e fan­no una vita di infer­no fra tas­se da paga­re e ora­ri impos­si­bi­li in mez­zo al traf­fi­co più ingar­bu­glia­to del mon­do. Eppu­re nel libro di Al Kha­mis­si sono pro­prio i tas­si­sti, novel­li can­ta­sto­rie, a esse­re deten­to­ri del­la sag­gez­za popo­la­re e a rac­con­ta­re l’Egitto moder­no con le sue con­trad­di­zio­ni socia­li e cul­tu­ra­li, con le sue ten­sio­ni e anche con i suoi lati di comi­ci­tà e iro­nia tipi­ca di que­sto Pae­se. Kha­led dice che già all’epoca del­la pri­ma ste­su­ra del libro (2006) era con­vin­to che qual­co­sa stes­se esplo­den­do, che qual­co­sa doves­se suc­ce­de­re per­ché la misu­ra era già col­ma, ma poi nien­te. «Il tut­to, comin­cia­to con scio­pe­ri di lavo­ra­to­ri, ope­rai e pro­te­ste dif­fu­se, si è sgon­fia­to per­ché il regi­me di Muba­rak è sta­to più fur­bo e stri­scian­te di quel­lo tuni­si­no, offri­va spi­ra­gli e aper­tu­re che impe­di­va­no al “pallone/società” di scop­pia­re. Dava un po’ di pote­re a tut­ti, ai musul­ma­ni, ai cop­ti, si erge­va a pala­di­no del­la lai­ci­tà nei con­fron­ti dell’Occidente e allo stes­so tem­po finan­zia­va i grup­pi isla­mi­ci più estre­mi­sti. Cen­su­ra­va i gior­na­li ma ci per­met­te­va di par­la­re libe­ra­men­te per stra­da, impe­di­va alcu­ne pub­bli­ca­zio­ni ma con­ce­de­va spa­zi tele­vi­si­vi a dibat­ti­ti poli­ti­ci». E aggiun­ge: «Ora però sarà sicu­ra­men­te l’inizio di un cam­bia­men­to e un’era, quel­la del con­ser­va­to­ri­smo, dell’estremismo e del­la “brut­tez­za”, sta finen­do qui come in tut­ta Euro­pa. I gio­va­ni che pure qui sono nati sot­to que­sto regi­me e sot­to le leg­gi spe­cia­li di “emer­gen­za” (in vigo­re dagli anni Ottan­ta, ndr) sono tan­ti, sono for­ti e voglio­no liber­tà. Han­no una men­ta­li­tà com­ple­ta­men­te diver­sa dal­la nostra e gra­zie ai nuo­vi stru­men­ti e le nuo­ve tec­no­lo­gie che han­no cam­bia­to il loro modo di pen­sa­re, di vede­re il mon­do e di cono­sce­re, cam­bie­ran­no que­sto Pae­se. È solo que­stio­ne di tem­po». Il tem­po è arri­va­to, nono­stan­te gli scet­ti­ci, e la Rivo­lu­zio­ne anche.

0

Luci della città

| I viag­gi del Sole | Feb­bra­io 2011 | Kha­led Al Kha­mis­si |

I taxi, impre­ve­di­bi­li e indi­sci­pli­na­ti. I quar­tie­ri cre­sciu­ti a dismi­su­ra. Le moschee e i musei a cie­lo aper­to. Sto­rie e memo­rie del­la capi­ta­le. Dall’alba al tramonto.

Non è mai faci­le par­la­re del­la rela­zio­ne di una per­so­na con la pro­pria cit­tà: è un rap­por­to com­pli­ca­to, come quel­lo tra un uomo e la pro­pria fami­glia. La cit­tà è una per­so­na­li­tà viven­te che si modi­fi­ca a ogni istan­te, ma su una base sto­ri­ca mol­to for­te. Figu­ria­mo­ci, quin­di, se si trat­ta del Cai­ro, dove sono nato nel 1962 e dove sono sem­pre vis­su­to, a par­te i quat­tro anni tra­scor­si in Fran­cia per il dot­to­ra­to in Scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na. Come potrei pen­sa­re a tut­ti i ricor­di rela­ti­vi ai miei ami­ci sen­za pen­sa­re anche, nel con­tem­po, alla mia cit­tà? È impos­si­bi­le. Mi sono inna­mo­ra­to mol­to pre­sto del Cai­ro, del­la sua geo­gra­fia e del­la sua sto­ria: un amo­re a pri­ma vista, si potreb­be dire. Cam­mi­na­vo nel­le sue stra­de, per i suoi vico­li per sco­prir­ne i segre­ti, e in quel modo leg­ge­vo e inter­pre­ta­vo le com­pli­ca­te vicen­de. Tan­to che, in una del­le mie let­tu­re pre­fe­ri­te, quan­do ave­vo 12–13 anni, era L’origine dei nomi del­le vie del Cai­ro… Dopo­di­ché usci­vo di casa e anda­vo alla ricer­ca di quel­le stra­de. Non dob­bia­mo dimen­ti­ca­re, infat­ti, che il Cai­ro è una cit­tà mil­le­na­ria, in cui si sono stra­ti­fi­ca­ti tan­ti cam­bia­men­ti, tan­te cul­tu­ra e tan­te influenze.
Oggi potrei con­si­de­ra­re la pos­si­bi­li­tà di vive­re qual­che perio­do all’estero; l’ha anche fat­to. Ma non sono con­vin­to di riu­sci­re psi­co­lo­gi­ca­men­te a gesti­re que­sta lon­ta­nan­za per lun­go tem­po. Né sono in gra­do di imma­gi­na­re quan­to sof­fe­ren­za com­por­te­reb­be per la mia ani­ma pro­fon­da­men­te cai­ro­ta. È anche vero che la situa­zio­ne poli­ti­ca è diven­ta­ta inso­ste­ni­bi­le: la ten­sio­ne socia­le mi pesa sui pol­mo­ni, facen­do­mi qua­si sof­fo­ca­re. Il brut­to e il degra­do vin­co­no ovun­que. Negli ulti­mi anni la mia ama­ta cit­tà è sta­ta sfi­gu­ra­ta. Innan­zi­tut­to il nume­ro degli abi­tan­ti è aumen­ta­to in manie­ra spa­ven­to­sa. Quan­do sono nato era­va­mo 3 milio­ni, per sali­re a 5 milio­ni negli Anni 70, a 8 milio­ni quan­do anda­vo all’università, men­tre ades­so ha supe­ra­to i 18 milioni!
Per non par­la­re poi del nostro pre­si­den­te Hosni Muba­rak, al pote­re dal 1981 (ormai sono 30 anni!). Il suo regi­me ha fal­li­to com­ple­ta­men­te nel pro­get­to di svi­lup­po del Pae­se, e la nostra capi­ta­le è una testi­mo­nian­za ine­qui­vo­ca­bi­le di que­sto insuc­ces­so. La cre­sci­ta di movi­men­ti rea­zio­na­ri finan­zia­ti dai petrol­dol­la­ri non ha poi fat­to altro che peg­gio­ra­re la brut­tez­za del­la cit­tà. Per non par­la­re del tas­so di inqui­na­men­to, dell’aria e del­le acque, che è diven­ta­to dav­ve­ro dif­fi­ci­le da gesti­re. Per for­tu­na alcu­ne cose sono rima­ste immu­ta­te: il fasci­no del Nilo, le memo­rie, la bel­lez­za inte­rio­re, il popo­lo egi­zia­no con la sua gran­de civi­liz­za­zio­ne… Lo stress, le rivo­lu­zio­ni socia­li pos­so­no pro­vo­ca­re dei muta­men­ti nel tem­pe­ra­men­to, ma non nell’essenza del­le per­so­ne. E gli egi­zia­ni resta­no con­ta­di­ni paci­fi­ci, dol­ci, tol­le­ran­ti e anche un po’ imbro­glio­ni, qua­li­tà essen­zia­li for­se per far fron­te a dit­ta­tu­re mil­le­na­rie. Tut­te que­ste cose mes­se insie­me, in una tale cit­tà dai mil­le vol­ti, per me sono irre­si­sti­bi­li e mi attrag­go­no come una cala­mi­ta. Come il museo a cie­lo aper­to di Saq­qa­ra, un’immensa necro­po­li che risa­le a qua­si cin­que­mi­la anni fa, o il mer­ca­to del­le fave sot­to casa mia. Abbia­mo ton­nel­la­te di sim­bo­li nei qua­li ci rico­no­scia­mo. La pira­mi­de di Cheo­pe, il mou­lid (i festeg­gia­men­ti in ono­re di un san­to o di un per­so­nag­gio vene­ra­bi­le, a metà tra fie­ra e festa reli­gio­sa) di Sayy­id­na al-Hus­sein o quel­lo di Sayy­i­da Zei­nab, la gran­de Moschea-Madra­sa del Sul­ta­no Has­san, che può esse­re con­si­de­ra­ta come una sor­ta di pira­mi­de dell’architettura isla­mi­ca. E poi, per ricon­ci­liar­si con la vita, che c’è di meglio di un giro in felu­ca sul Nilo al tramonto?
Ovvia­men­te, con­si­glio anche di pren­de­re il taxi e di fare due chiac­che­re con il con­du­cen­te. Esse­re un tas­si­sta al Cai­ro non è un mestie­re come altro­ve, è un modo per cer­ca­re di lavo­ra­re o alme­no di aumen­ta­re le entra­te men­si­li. I tas­si­sti pro­ven­go­no da ogni ango­lo del pae­se e tra loro si pos­so­no tro­va­re, con la stes­sa faci­li­tà, pro­fes­so­ri, medi­ci, con­ta­bi­li o anche anal­fa­be­ti. Rap­pre­sen­ta­no la clas­se socia­le di chi ha pro­ble­mi a sbar­ca­re il luna­rio: pra­ti­ca­men­te l’80 per cen­to del­la popo­la­zio­ne egi­zia­na. Per que­sto, far­li par­la­re, in Taxi, è sta­to come dare la paro­la all’intera cit­tà, la vera pro­ta­go­ni­sta, se voglia­mo l’eroina, del libro. E anche nel più recen­te L’arca di Noè, sep­pu­re in nega­ti­vo, c’è il Cai­ro: rap­pre­sen­ta la grot­ta in cui cado­no tut­te le per­so­na­li­tà, desi­de­ro­se di scap­pa­re via, maga­ri in Ame­ri­ca, per evi­ta­re la catastrofe.

0

Egitto: scrittore Al Khamissi, Mubarak ha ucciso i nostri sogni

| AKI ADN­Kro­nos | Saba­to, 29 gen­na­io 2011 |

L’anziano raìs Hosni Muba­rak, con il suo siste­ma, ”ha ucci­so i sogni dei gio­va­ni egi­zia­ni: per il futu­ro voglia­mo piu’ sogni e meno cor­ru­zio­ne”. Tra sogni infran­ti e spe­ran­ze Kha­led Al Kha­mis­si, trai piu’ noti scrit­to­ri egi­zia­ni con­tem­po­ra­nei, fino a ieri in piaz­za al Cai­ro a mani­fe­sta­re con­tro Muba­rak insie­me a miglia­ia di con­na­zio­na­li, par­la ad AKIADNKRONOS INTERNATIONAL di ”cam­bia­men­ti tar­di­vi” con cui Muba­rak, dopo gior­ni di pro­te­ste, ha rispo­sto alle richie­ste dei mani­fe­stan­ti egi­zia­ni: cam­bia­men­ti giu­di­ca­ti ”non suf­fi­cien­ti”. E, quin­di, ”pre­sto fini­rà l’era Mubarak”.
Kha­mis­si si dice con­vin­to che ”se non sarà oggi e nean­che doma­ni, e’ solo que­stio­ne di set­ti­ma­ne o di qual­che mese”. ”La sto­ria del­la fami­glia Muba­rak alla pre­si­den­za dell’Egitto è già fini­ta”, pro­se­gue l’autore di ‘Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no’, sot­to­li­nean­do come que­sta sia la ”con­qui­sta del­la rivo­lu­zio­ne” egi­zia­na. Ma Muba­rak non è solo una per­so­na, è anche un siste­ma. E a que­sta osser­va­zio­ne, Al Kha­mis­si rispon­de con la tri­ste con­sta­ta­zio­ne che ”pur­trop­po il siste­ma con­ti­nue­rà” a fun­zio­na­re, alme­no per un cer­to tem­po, in modo simi­le a quel­lo del pas­sa­to. Tut­ta­via, affer­ma, la spe­ran­za e’ che ”alme­no spa­ri­sca la cor­ru­zio­ne, per­che’ sino­ra c’è sta­to al pote­re un siste­ma com­ple­ta­men­te corrotto”.

0

Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” alla settima edizione di Terra Futura, Fortezza da Basso, Firenze, 28–30 maggio 2010

 

 

 

 

| Dome­ni­ca 30 Mag­gio | Ore 11.00–12.00 | Stand COSPE |

Kha­led Al Kha­mis­si, “Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no”, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008
Let­tu­re trat­te dal libro “Taxi”, dedi­ca­to «alla vita che abi­ta nel­le paro­le del­la pove­ra gen­te», un viag­gio nel­la socio­lo­gia urba­na del­la capi­ta­le egi­zia­na attra­ver­so le voci dei tas­si­sti. Una rac­col­ta di sto­rie bre­vi che rac­con­ta­no sogni, avven­tu­re filo­so­fi­che, amo­ri, bugie, ricor­di e poli­ti­ca. I tas­si­sti egi­zia­ni sono degli ama­bi­li can­ta­sto­rie che, con disin­vol­tu­ra, con­du­co­no il let­to­re in un deda­lo di real­tà e poe­sia che è l’Egitto dei nostri giorni.
A cura di COSPE
Sarà pre­sen­te il tra­dut­to­re del libro ERNESTO PAGANO con JAMILA MASCAT, cura­tri­ce rubri­ca Ita­lie­ni di Internazionale

Ter­ra Futu­ra è una gran­de mostra-con­ve­gno strut­tu­ra­ta in un’area espo­si­ti­va, di anno in anno più ampia e arti­co­la­ta, e in un calen­da­rio di appun­ta­men­ti cul­tu­ra­li di alto spes­so­re, tra con­ve­gni, semi­na­ri, work­shop; e anco­ra labo­ra­to­ri e momen­ti di ani­ma­zio­ne e spettacolo.
Ter­ra Futu­ra vuo­le far cono­sce­re e pro­muo­ve­re tut­te le ini­zia­ti­ve che già spe­ri­men­ta­no e uti­liz­za­no model­li di rela­zio­ni e reti socia­li, di gover­no, di con­su­mo, pro­du­zio­ne, finan­za, com­mer­cio soste­ni­bi­li: pra­ti­che che, se adot­ta­te e dif­fu­se, con­tri­bui­reb­be­ro a garan­ti­re la sal­va­guar­dia dell’ambiente e del pia­ne­ta, e la tute­la dei dirit­ti del­le per­so­ne e dei popoli.
È un even­to inter­na­zio­na­le per­ché inten­de allar­ga­re e con­di­vi­de­re la dif­fu­sio­ne del­le buo­ne pra­ti­che a una dimen­sio­ne glo­ba­le; per­ché inter­na­zio­na­li sono i nume­ro­si mem­bri del suo comi­ta­to di garan­zia, la dimen­sio­ne dei temi trat­ta­ti e i rela­to­ri chia­ma­ti ad inter­ve­ni­re ai tavo­li di dibat­ti­to e di lavo­ro; infi­ne, per­ché lo sono i pro­get­ti e le espe­rien­ze pre­sen­ti o rap­pre­sen­ta­ti ampia­men­te nell’area espo­si­ti­va, che ospi­ta real­tà ita­lia­ne ed estere.
Nume­ro­si e impor­tan­ti i con­sen­si rac­col­ti negli anni. Oltre 87.000 i visi­ta­to­ri dell’edizione 2009, 600 le aree espo­si­ti­ve con più di 5000 enti rap­pre­sen­ta­ti; 250 ani­ma­zio­ni, 200 gli even­ti cul­tu­ra­li in calen­da­rio e 800 i rela­to­ri pre­sen­ti, fra esper­ti e testi­mo­ni di vari ambi­ti di livel­lo internazionale.

La set­ti­ma edi­zio­ne di Ter­ra Futu­ra si svol­ge­rà sem­pre alla For­tez­za da Bas­so, a Firen­ze, dal 28 al 30 mag­gio 2010.

ORARI:
vener­dì ore 9.00–20.00
saba­to ore 9.30–21.00 (even­ti e spet­ta­co­li fino alle ore 24.00)
dome­ni­ca ore 10.00–20.00

0

Giovane, urbano e ribelle. Il nuovo romanzo arabo

| Libe­ra­zio­ne | Dome­ni­ca 4 apri­le 2010 | Gu.Ga. |

«Lo sai? Io ho un gran­de sogno. Vivo per quel sogno. (…) Lo sai qual è il mio sogno? Che io, dopo quat­tro anni, pren­do un taxi tut­to per me e gui­do fino al Sud Afri­ca per anda­re a vede­re la Cop­pa del Mon­do. Met­to insie­me una pia­stra dopo l’altra per quat­tro anni e poi par­to alla sco­per­ta del con­ti­nen­te africano».
Ben­ve­nu­ti al Cai­ro, la cit­tà dei tas­si­sti. Sui “tas­si­na­ri” del­la capi­ta­le egi­zia­na cir­co­la­no leg­gen­de, per­fi­no il loro nume­ro non è cer­to, si è svi­lup­pa­to un vero e pro­prio gene­re musi­ca­le e è cre­sciu­ta una nuo­va nar­ra­zio­ne metro­po­li­ta­na. Sfrec­cian­do, o per meglio dire spo­stan­do­si pazien­te­men­te da un ingor­go all’altro, i taxi egi­zia­ni rap­pre­sen­ta­no però tut­ta la viva­ci­tà del­le nuo­ve socie­tà ara­be, deci­sa­men­te in cor­sa ver­so il futu­ro. Un’emergenza cul­tu­ra­le che nel nostro pae­se han­no col­to tra gli altri alcu­ni edi­to­ri che han­no deci­so di con­sa­cra­re buo­na par­te del pro­prio lavo­ro e del­le pro­prie atten­zio­ni a quan­to di inte­res­san­te vie­ne pro­dot­to nel­la spon­da meri­dio­na­le del Medi­ter­ra­neo. Come la col­la­na Altria­ra­bi dell’Edi­tri­ce il Siren­te che ha pub­bli­ca­to nel 2008 Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (pp. 192, euro 15,00) di Kha­led Al Kha­mis­si, bestsel­ler egi­zia­no con­sa­cra­to al mito dei tas­si­sti, ma anche L’amore ai tem­pi del petro­lio (pp. 140, euro 15,00) di Nawal al-Sa’-dawi, una del­le più note e cele­bra­te scrit­tri­ci e fem­mi­ni­ste egi­zia­ne. O come le edi­zio­ni Epo­ché, che van­ta­no un ric­co cata­lo­go dedi­ca­to in gran par­te alla nar­ra­ti­va dell’Africa sub-saha­ria­na ma dove tro­va­no spa­zio anche diver­si tito­li pro­ve­nien­ti dai pae­si ara­bi. E’ il caso di Che il velo sia da spo­sa! (pp. 204, euro 15,00) dell’egiziana Gha­da Abdel Aal che rac­con­ta le peri­pe­zie di una gio­va­ne don­na “a cac­cia di mari­to”. O del­la rac­col­ta postu­ma del gran­de poe­ta pale­sti­ne­se Mah­mud Dar­wish, scom­par­so due anni fa, Come fio­ri di man­dor­lo o più lon­ta­no (pp. 148, euro 13,50), usci­ta da qual­che giorno.
Gha­da Abdel Aal ha trent’anni, fa la far­ma­ci­sta al Cai­ro e alla base del suo libro c’è il blog che ave­va lan­cia­to qual­che anno fa, inti­to­la­to “Voglio spo­sar­mi”, dove ave­va anno­ta­to minu­zio­sa­men­te, e sen­za rispar­mia­re iro­nia, il pro­fi­lo dei suoi pre­ten­den­ti e la pres­sio­ne del­la fami­glia per­ché lei tro­vas­se un mari­to. Quel suo dia­rio onli­ne ave­va rac­col­to un tale suc­ces­so da spin­ge­re una case edi­tri­ce cai­ro­ta a chie­der­le di tra­sfor­mar­lo in un rac­con­to. Che il velo sia da spo­sa! resti­tui­sce ora tut­ta la fre­schez­za e il gusto per il para­dos­so che han­no fat­to par­la­re di que­sta gio­va­ne egi­zia­na come del­la “Brid­get Jones del mon­do ara­bo”: « Pren­de­te una pen­na e un bloc-notes, per­ché sto per lan­ciar­vi una sfi­da impor­tan­te: Elen­ca­te cin­que aspet­ti in comu­me tra zia Shu­kriyya e al Qae­da. (…) Pri­mo: entram­bi — sia che li appro­via­te o che li bia­si­mia­te (e, per inci­so, se è pos­si­bi­le che qual­cu­no appro­vi al Qae­da, zia Shu­kriyya pro­prio no, è impen­sa­bi­le!) — com­pio­no azio­ni che han­no come risul­ta­to fina­le esplo­sio­ni, distru­zio­ne e di soli­to anche spar­gi­men­to di sangue».
Kha­led Al Kha­mis­si, clas­se 1962, è sta­to a lun­go gior­na­li­sta pri­ma di dedi­car­si soprat­tut­to alla let­te­ra­tu­ra. In Taxi ha rac­col­to aned­do­ti e sto­rie ascol­ta­te dai tas­si­ti del Cai­ro tra il 2005 e il 2006 che com­pon­go­no una sor­ta di foto­gra­fia dell’Egitto di oggi, visto che, come spie­ga l’autore, «costo­ro deten­go­no un’ampia cono­scen­za del­la socie­tà, per­ché la vivo­no con­cre­ta­men­te sul­la stra­da». Anche in que­sto caso il rac­con­to del­la nuo­va real­tà del mon­do ara­bo pas­sa per l’ironia: «Mol­to spes­so mi capi­ta di anda­re con tas­si­sti che non cono­sco­no bene i per­cor­si né i nomi del­le stra­de… tut­ta­via, que­sto qui si fre­gia­va dell’onore di non cono­sce­re nes­su­na stra­da eccet­to, natu­ral­men­te, quel­la di casa sua».

0

Regole? Neanche il tassametro

| il Gior­na­le | Vener­dì 12 dicem­bre 2008 |

Gui­da­no come mat­ti, usa­no le mani e non i sema­fo­ri per impor­si nel fol­le traf­fi­co del Cai­ro, e non han­no il tas­sa­me­tro. Ognu­no di loro ha una sto­ria da rac­con­ta­re, come nel best sel­ler di Kha­lid Al Kha­mis­si, «Taxi», che dipin­ge la cit­tà con­le paro­le dei suoi tassisti.

0

On a Journey

AlSaudiArabia.com | Vener­dì 12 dicem­bre 2008 |

Taxi is the most recent novel to crea­te a stir on the Egyp­tian lite­ra­ry sce­ne. The book was the talk of the town when it was publi­shed in Janua­ry 2007 and within a few mon­ths, it had sold some 20,000 copies, an asto­ni­shing num­ber in a coun­try whe­re novels rare­ly sell more than 3,000 copies.
Various fac­tors have undoub­ted­ly con­tri­bu­ted to its suc­cess. Fir­st, the book is writ­ten in col­lo­quial Ara­bic which the ave­ra­ge Egyp­tian can easi­ly rela­te to; second, it addres­ses bur­ning issues pla­guing Egyp­tian socie­ty and final­ly, the form of the book resem­bles a col­lec­tion of new­spa­per arti­cles. Cri­tics have dub­bed this sty­le jour­na­li­stic fic­tion. Yet, the author, Kha­led Al Kha­mis­si, insists on the lite­ra­ry aspect of his work.
Taxi is basi­cal­ly a col­lec­tion of 58 short sto­ries and each sto­ry takes the form of a fic­tio­nal dia­lo­gue with one of Cai­ros 80,000 cab dri­vers. The author, Kha­led Al Kha­mis­si, clear­ly sta­tes that he has never recor­ded any­thing and that Taxi is not repor­ta­ge or jour­na­li­sm. Yet, he has writ­ten with such gusto, sin­ce­ri­ty and rea­li­sm that rea­ders take the­se fic­tio­nal dia­lo­gues as the real thing.
A num­ber of per­ti­nent issues are brought up by the taxi dri­vers. Edu­ca­tion is men­tio­ned on seve­ral occa­sions. During one encoun­ter, a cab­bie cri­ti­ci­zes free edu­ca­tion: I tell you, he cant wri­te his own name. You call that a school? Tha­ts what free edu­ca­tion brings you. Edu­ca­tion for eve­ryo­ne, sir, is a won­der­ful dream but, like many dreams, its gone, lea­ving only an illu­sion. On paper, edu­ca­tion is like water and air, com­pul­so­ry for eve­ryo­ne, but the rea­li­ty is that rich peo­ple get edu­ca­ted and work and make money, whi­le the poor dont get edu­ca­ted and dont get jobs and dont earn anything.
Spea­king on the same sub­ject, ano­ther dri­ver also agrees that chil­dren dont learn a thing in school. He belie­ves that the only mot­to nowa­days is Get smart, make money becau­se nine­ty per­cent of peo­ple live off busi­ness and not from any­thing else.
Egyp­tians, Cai­re­nes espe­cial­ly, are kno­wn for their sen­se of humor, but the­re are times when peo­ple are so hea­vi­ly loa­ded with pro­blems that they fall apart. In an emo­tio­nal encoun­ter with a dri­ver and his bro­ther, the author sho­ws us how acu­te finan­cial pro­blems crush poor peo­ple: I was sur­pri­sed to find that the man, in front of me next to the dri­ver, was silen­tly wee­ping. He was a bro­wn-skin­ned giant with a bushy mou­sta­che. The calm was as thick as his moustache…The only sound was the inter­mit­tent and irre­gu­lar brea­thing of the giant as he wept. In our socie­ty it is a rare enou­gh occur­ren­ce to see a man cry­ing. To see a giant from sou­thern Egypt cry­ing is some­thing you could put in the Guin­ness Book of Records, wri­tes Al Kha­mis­si.
The author, who he is also a pro­du­cer, film direc­tor and jour­na­li­st, stu­died poli­ti­cal scien­ce at the Sor­bon­ne. His inte­re­st in socio­lo­gy and anth­ro­po­lo­gy is very evi­dent in Taxi. In fact, many have read it as a work of urban anth­ro­po­lo­gy. Galal Amin, an eco­no­mi­st and socio­lo­gi­st at the Ame­ri­can Uni­ver­si­ty in Cai­ro descri­bes the book as an inno­va­ti­ve work that pain­ts an extre­me­ly tru­th­ful pic­tu­re of the sta­te of Egyp­tian socie­ty today as seen by an impor­tant social sector.
Kha­led Al Kha­mis­si has cho­sen to talk to taxi dri­vers becau­se they repre­sent one of the baro­me­ters of the unru­ly Egyp­tian street. They also come from all walks of life: Some are illi­te­ra­te and others hold masters degrees. But all of them have in com­mon a job which is phy­si­cal­ly exhau­sting and under­mi­nes their ner­vous systems.
Forei­gn rea­ders unfa­mi­liar with Egyp­tian poli­cies might not under­stand some of the issues addres­sed by the taxi dri­vers. Howe­ver, after rea­ding this live­ly series of dif­fe­rent dri­vers expe­rien­ces, it is pos­si­ble to under­stand how Egyp­tian poli­cies are affec­ting the lives of the poor. Taxi dri­vers all over the world and Egypt is no excep­tion meet an end­less mix of peo­ple. The­se dai­ly con­tac­ts give them a uni­que kno­w­led­ge of the socie­ty they live in. Throu­gh the con­ver­sa­tions they hold, they reflect an amal­gam of poin­ts of view which are most repre­sen­ta­ti­ve of the poor in Egyp­tian socie­ty. It must be said that often I see in the poli­ti­cal ana­ly­sis of some dri­vers a grea­ter depth than I find among a num­ber of poli­ti­cal ana­lysts who pon­ti­fi­ca­te far and wide. For the cul­tu­re of this nation comes to light throu­gh its sim­ple peo­ple, and the Egyp­tian peo­ple real­ly are a tea­cher to anyo­ne who wishes to learn, says Al Khamissi.
Toge­ther with The Yacou­bian Buil­ding by Alaa El Aswa­ni and Being Abbas El Abd by Ahmed El Aidy, Taxi has hel­ped revi­ve the habit of rea­ding in Egypt. More than just a series of con­ver­sa­tions, the novel offers a color­ful and rea­li­stic sli­ce of con­tem­po­ra­ry Egyp­tian life.

0

Taxi – Khaled Al Khamissi

Lo Sci­roc­co | Lune­dì 1 giun­go 2009 |

Taxi get­ta il let­to­re diret­ta­men­te in mez­zo alle stra­de del Cai­ro, tra il chias­so, il cal­do e la fol­la. L’Auto­re ci ripor­ta le sue mil­le con­ver­sa­zio­ni con altret­tan­ti tas­si­sti. Ne esce una rac­col­ta di mini­sto­rie (una o due pagi­ne cia­scu­na) dal lin­guag­gio popo­la­re, dia­let­ta­le, sem­pli­ce e inci­si­vo. Tas­si­sti di tut­te le età rac­con­ta­no i pro­pri pro­ble­mi quo­ti­dia­ni all’Auto­re, sten­den­do un pre­ci­so ritrat­to del­la vita in Egit­to, di usi e costu­mi visti dal bas­so. Qual­cu­no si lan­cia in apprez­za­men­ti o recri­mi­na­zio­ni sui pre­si­den­ti pas­sa­ti e pre­sen­te, sul­la poli­ti­ca loca­le, ma anche inter­na­zio­na­le. C’è il pun­to di vista degli egi­zia­ni sul­la guer­ra in Iraq, in Israe­le, e in gene­ra­le sul­la situa­zio­ne poli­ti­ca del Medio Orien­te, ma anche quel­lo che pen­sa­no degli Sta­ti Uni­ti. Allo stes­so tem­po si mani­fe­sta la situa­zio­ne del popo­lo egi­zia­no, impo­ve­ri­to, disil­lu­so e stan­co: tas­si­sti costret­ti a lavo­ra­re gior­no e not­te; don­ne che pas­sa­no il tem­po a met­te­re e a toglie­re il velo a secon­da del­la desti­na­zio­ne; le gior­na­te per­se die­tro a una buro­cra­zia infi­ni­ta e alla cor­ru­zio­ne dila­gan­te e mani­fe­sta. La sezio­ne cen­tra­le di foto a colo­ri del Cai­ro e la map­pa del­la cit­tà immer­go­no anco­ra di più il let­to­re nell’atmosfera del­la capi­ta­le. Il risul­ta­to è mol­to pia­ce­vo­le. Per chi vuo­le cono­sce­re un pun­to di vista diver­so su egi­zia­ni in par­ti­co­la­re, e ara­bi in generale.

0

Al Ghitani: Oggi c’è vera democrazia

Il Dena­ro | Mar­te­dì 28 luglio 2009 | Al-Ghi­ta­ni |

”In Egit­to, alme­no sul pia­no cul­tu­ra­le esi­ste una vera demo­cra­zia. Oggi, infat­ti, chi scri­ve puo’ cri­ti­ca­re libe­ra­men­te il pote­re. Sot­to Gamal Abd el-Nas­ser o duran­te il gover­no di Anwar al-Sadat, inve­ce, ver­ga­re una sola riga con­tro il regi­me pote­va costa­re la liber­tà”. La pen­sa cosi’ lo scrit­to­re egi­zia­no Gamal Al-Ghi­ta­ni, fon­da­to­re e diret­to­re dal 1993 del set­ti­ma­na­le Akh­bar al-Adab (Noti­zie let­te­ra­rie), una del­le rivi­ste let­te­ra­rie piu’ auto­re­vo­li del mon­do ara­bo, che ha lan­cia­to auto­ri noti anche in Occi­den­te come Ala Al-Aswa­ni (Palaz­zo Yacou­bian, 2006, Fel­tri­nel­li). Clas­se 1945, per­so­nag­gio polie­dri­co, Al-Ghi­ta­ni ini­zia come dise­gna­to­re di tap­pe­ti (oggi e’ con­si­de­ra­to uno dei mas­si­mi esper­ti), per poi diven­ta­re gior­na­li­sta del quo­ti­dia­no Akh­bar al-Yawm e segui­re come cor­ri­spon­den­te di guer­ra i con­flit­ti ara­bo-israe­lia­no (dal ’68 al ’73), liba­ne­se e ira­che­no-ira­nia­no. ”Il pano­ra­ma let­te­ra­rio egi­zia­no di que­sti anni — affer­ma — e’ mol­to cam­bia­to. Negli anni ’60 veni­va­mo arre­sta­ti, come lo fui io, tra il ’66 e il ’67, per ave­re cri­ti­ca­to il regi­me nas­se­ria­no”. I gio­va­ni auto­ri di oggi, pro­se­gue, han­no corag­gio, sono pro­li­fi­ci e han­no intro­dot­to nuo­vi sti­li. La let­te­ra­tu­ra, dice Al-Ghi­ta­ni, ha fat­to un bal­zo in avan­ti. ”Si par­la di ses­so e del­la situa­zio­ne socia­le in cui ver­sa il Pae­se, si rac­con­ta la peri­fe­ria e la vita nel­le cam­pa­gne”. Quel che man­ca, pero’, e’ la cri­ti­ca let­te­ra­ria, ”per­che’ il livel­lo cul­tu­ra­le del Pae­se e’ bas­so”. Al pari di Naghib Mah­fuz, che lo inco­rag­gio’ a intra­pren­de­re la stra­da del­la scrit­tu­ra, anche Gamal Al-Ghi­ta­ni e’ un ‘cro­ni­sta del Cai­ro’. A lui si deve l’introduzione del roman­zo sto­ri­co, di cui il libro-denun­cia con­tro la tiran­nia e l’oppressione ‘Zay­ni Bara­kat. Sto­ria del gran cen­so­re del­la cit­ta’ del Cai­ro’, e’ un esem­pio (1997, Giun­ti edi­to­re). Figu­ra pre­do­mi­nan­te nel pano­ra­ma let­te­ra­rio egi­zia­no, nes­sun auto­re egi­zia­no sem­bra pote­re supe­ra­re il para­go­ne con il pre­mio Nobel Mah­fouz. ”Scrit­to­ri come lui non ve ne sono, ma ne esi­sto­no di mol­to bra­vi”, fa nota­re Al-Ghi­ta­ni. ”Sono com­par­si — dice pero’ — tan­ti auto­ri leg­ge­ri, i cui libri, sup­por­ta­ti da una gran­de distri­bu­zio­ne, ma pri­vi di alcun valo­re let­te­ra­rio, diven­ta­no best-sel­ler”. Testi, sostie­ne, ”che dura­no quan­to un Klee­nex: come ‘Taxi’ di Kha­led Al Kha­mis­si (2008, Il Siren­te) o a ‘La pro­va del mie­le’ (2008, Fel­tri­nel­li) del­la siria­na Sal­wa al-Nei­mi”. Scrit­ti che ven­do­no mol­to bene anche in Occi­den­te. ”Al-Nei­mi — rimar­ca sar­ca­sti­co — ha avu­to una distri­bu­zio­ne piu’ impor­tan­te di Mah­fouz, ma que­sto non signi­fi­ca cer­to che scri­va come lui”.

1

Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi

Popo­li | Agosto/Settembre 2009 | Fon­da­zio­ne Cul­tu­ra­le San Fedele |

Un vec­chio gior­na­li­sta ita­lia­no che ave­va gira­to il mon­do come invia­to spe­cia­le ama­va ripe­te­re: «Per cono­sce­re un Pae­se stra­nie­ro, è neces­sa­rio pren­de­re il taxi. I taxi­sti han­no il pol­so del­la socie­tà in cui vivo­no, cono­sco­no tut­ti e tut­to». Come il cro­ni­sta, l’A. di que­sto sag­gio ha scel­to le voci dei taxi­sti per rico­strui­re le fit­te tra­me del­la socie­tà del Cai­ro (Egit­to). Nel suo libro ha rac­col­to 58 sto­rie bre­vi dal­le qua­li emer­go­no i sogni, le pas­sio­ni, i ricor­di, le avven­tu­re dei cit­ta­di­ni del­la capi­ta­le egi­zia­na. Una sor­ta di affre­sco rea­liz­za­to con il taglio gior­na­li­sti­co di un repor­ta­ge. Il libro è uno dei più ven­du­ti non solo in Egit­to, ma nell’intero mon­do arabo.

0

Il prossimo faraone

Euro­pa | Lune­dì 24 luglio 2009 | Azzu­ra Meringolo |

C’è traf­fi­co al Cai­ro, sem­pre e ovun­que. I tas­si­sti, per intrat­te­ne­re i clien­ti spa­zien­ti­ti, rac­con­ta­no bar­zel­let­te. Sono tal­men­te tan­te che c’è chi, come Kha­led al Kha­mis­si, le ha rac­col­te e c’ha fat­to un libro.
Il tito­lo non pote­va esse­re che Taxi. Uno dei per­so­nag­gi più get­to­na­ti, nei rac­con­ti degli auti­sti, è la madre del pre­si­den­te egi­zia­no Hosni Muba­rak, mor­ta in un inci­den­te stra­da­le alla vene­ran­da età di 104 anni.
San­gue lon­ge­vo quel­lo che scor­re nel­le vene dell’ottantunenne lea­der egi­zia­no, che nel 2011, data nel­la qua­le sca­drà il suo enne­si­mo man­da­to, avrà taglia­to il tra­guar­do dei trent’anni al ver­ti­ce del­lo stato.
Nes­su­na leg­ge gli vie­te­reb­be di can­di­dar­si per la sesta vol­ta, ma Hosni pare comun­que affa­ti­ca­to. Tal­men­te affa­ti­ca­to che non è riu­sci­to nean­che ad anda­re ad acco­glie­re il pre­si­den­te Barack Oba­ma all’aeroporto del Cai­ro, quan­do l’inquilino del­la Casa Bian­ca ha visi­ta­to l’Egitto, lo scor­so giugno.
Secon­do indi­scre­zio­ni tra­pe­la­te dai media egi­zia­ni in que­sti gior­ni, Muba­rak, poi, si sareb­be sot­to­po­sto a un inter­ven­to alla schie­na, nel cor­so del­la recen­te visi­ta in Fran­cia. Una sor­ti­ta chi­rur­gi­ca camuf­fa­ta da visi­ta di sta­to, insomma.
La stan­chez­za e gli acciac­chi non han­no fat­to che rin­no­va­re il dibat­ti­to sul­la salu­te del capo del­lo sta­to, già scat­ta­to dopo la recen­te mor­te di suo nipo­te, il gio­va­ne figlio del pri­mo­ge­ni­to Alaa. Dopo il lut­to, il raìs era spro­fon­da­to nel­la tri­stez­za più cupa, sospen­den­do ogni atti­vi­tà per una ven­ti­na di gior­ni e por­tan­do in mol­ti a par­la­re del­la que­stio­ne del­la successione.
Da allo­ra le ipo­te­si si rin­cor­ro­no e c’è chi teme che qua­lo­ra la prov­vi­den­za pri­vas­se l’Egitto del­la sua sto­ri­ca gui­da, si cree­reb­be un vuo­to pericoloso.
Il dos­sier sul­la suc­ces­sio­ne a Muba­rak è sta­to a lun­go un tabù. È per que­sto moti­vo che sor­pren­de che sull’argomento, da poco, sia sta­to rea­liz­za­to anche un son­dag­gio. Se gli egi­zia­ni fos­se­ro chia­ma­ti a sce­glie­re il suc­ces­so­re del raìs, la sfi­da prin­ci­pa­le – così si pro­nun­cia­no i cit­ta­di­ni – sareb­be tra suo figlio Gamal (a lui il 21 per cen­to del­le pre­fe­ren­ze) e Ayman Nour, il noto dis­si­den­te libe­ra­le usci­to di recen­te dal car­ce­re (24 per cento).
Non c’è dub­bio che nel­le inten­zio­ni del clan Muba­rak, Gamal, attual­men­te ter­zo uomo più impor­tan­te del Par­ti­to nazio­na­le demo­cra­ti­co (la for­ma­zio­ne pre­si­den­zia­le), sia il can­di­da­to per eccel­len­za e da anni gli è sta­ta spia­na­ta la stra­da per poter giun­ge­re alla presidenza.
Ma ciò non signi­fi­ca che la pol­tro­na di Gamal sia scon­ta­ta. Secon­do Miche­le Dun­ne, esper­ta dell’Arab Reform Bul­let­tin, ci sareb­be­ro alme­no tre fat­to­ri a impe­di­re l’avvicendamento padre-figlio. Innan­zi­tut­to gli egi­zia­ni non accet­te­reb­be­ro volen­tie­ri l’idea stes­sa dell’ereditarietà. Cosa più pre­oc­cu­pan­te è che il ram­pol­lo non godreb­be del sup­por­to dei mili­ta­ri. Sareb­be infat­ti il pri­mo pre­si­den­te dell’Egitto post-monar­chi­co non usci­to dal­le fila dell’esercito e alcu­ni alti uffi­cia­li riter­reb­be­ro che Gamal non riu­sci­rà a sal­va­guar­da­re i loro inte­res­si e che non sia un lea­der abba­stan­za for­te da man­te­ne­re l’Egitto sta­bi­le e sicuro.
Sto­ria diver­sa quel­la di Ayman Nour, che nel 2004 ha fon­da­to il par­ti­to al Ghad (il doma­ni), una for­ma­zio­ne libe­ra­le e rifor­mi­sta atten­ta a con­ci­lia­re la sicu­rez­za con i dirit­ti uma­ni. Il regi­me si accor­ge pre­sto di lui e già nel 2005 lo sbat­te in car­ce­re, pri­ma di par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li dove ottie­ne un lusin­ghie­ro (per gli stan­dard egi­zia­ni) set­te per cen­to. Nel giro di qual­che set­ti­ma­na Nour vie­ne nuo­va­men­te incar­ce­ra­to con l’accusa di fro­de, ma non si arren­de e la scor­sa esta­te scri­ve a Barack Oba­ma, all’epoca can­di­da­to demo­cra­ti­co alla Casa Bian­ca, che pren­de a cuo­re la sua sto­ria. Quan­do gra­zie alle pres­sio­ni sta­tu­ni­ten­si vie­ne rila­scia­to, annun­cia la sua can­di­da­tu­ra alle pros­si­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li. Ma ciò gli costa una serie di per­se­cu­zio­ni e aggres­sio­ni da par­te del regi­me, che teme l’appeal che la sua sto­ria eser­ci­ta nel con­te­sto internazionale.
Ayman Nour, tut­ta­via, non spa­ven­ta trop­po il gio­va­ne Muba­rak, che deve piut­to­sto pre­oc­cu­par­si di Omar Sulei­man, capo dei ser­vi­zi di sicu­rez­za egi­zia­ni, descrit­to da Forei­gn Poli­cy come il più poten­te capo dell’intelligence nel con­te­sto medio­rien­ta­le. La sua popo­la­ri­tà non è comun­que alla stel­le, eppu­re Dalia Zia­da, cono­sciu­ta atti­vi­sta e blog­ger egi­zia­na, sot­to­li­nea che se il suo nome com­pa­re tra le ipo­te­si è per­ché la vera doman­da, irri­sol­ta, è la posi­zio­ne che le for­ze arma­te assu­me­ran­no sul­la successione.
E Sulei­man, dall’alto del­la sua cari­ca, potreb­be cala­re buo­ne car­te. In più può con­ta­re sul­la fidu­cia di Muba­rak (ha aiu­ta­to il pre­si­den­te a repri­me­re l’opposizione isla­mi­sta) e sul fat­to che è sta­to un media­to­re essen­zia­le nell’attivare cana­li di dia­lo­go tra Israe­le e Hamas, non­ché sul rispet­to che gli accor­da­no mol­ti mem­bri del par­ti­to di gover­no e altri espo­nen­ti del­le élite nazionali.
Tec­ni­ca­men­te però la sua posi­zio­ne non è semplice.
Qua­lo­ra Muba­rak libe­ras­se la pol­tro­na, ogni par­ti­to potreb­be pre­sen­ta­re alle pre­si­den­zia­li un solo can­di­da­to e visto che Gamal è il più papa­bi­le tra i ran­ghi del Par­ti­to nazio­na­le demo­cra­ti­co, Omar Sulei­man dovreb­be, se voles­se aspi­ra­re alla pre­si­den­za, cor­re­re come indipendente.
C’è infi­ne una quar­ta ipo­te­si, a com­pli­ca­re il qua­dro del­la suc­ces­sio­ne. Un’ipotesi che riguar­da la fra­tel­lan­za musul­ma­na (Ikh­wan). Il 17 per cen­to degli egi­zia­ni, infat­ti, si schie­ra a favo­re di Isam Arayn, espo­nen­te del movi­men­to isla­mi­co. Seb­be­ne la costi­tu­zio­ne vigen­te pre­clu­da la for­ma­zio­ne di qual­sia­si par­ti­to che si basi sul­la reli­gio­ne e quin­di impe­di­sca alla fra­tel­lan­za di com­pe­te­re a livel­lo elet­to­ra­le, le auto­ri­tà han­no alza­to la guar­dia e, come ha lascia­to inten­de­re il set­ti­ma­na­le Ahrah Heb­do, l’intensificazione del­la pres­sio­ne sui fra­tel­li musul­ma­ni – lo scor­so giu­gno alcu­ni degli uomi­ni più cono­sciu­ti dell’Ikhwan sono sta­ti arre­sta­ti – indur­reb­be a pen­sa­re che il regi­me vede in loro una temi­bi­le mina vagante.

0

Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

Il Dena­ro n. 109 | Vener­dì 8 giu­gno 2007 |

Anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti, sogna­to­ri e fal­li­ti, taci­tur­ni e loqua­ci, chi rac­con­ta bar­zel­let­te e chi com­men­ta la situa­zio­ne in Iraq. E’ la varie­ga­ta gal­le­ria di tipi e per­so­nag­gi in cui capi­ta di imbat­ter­si salen­do su un taxi al Cai­ro, e le cui voci ven­go­no ora rac­col­te in un libro pub­bli­ca­to da poco in Egit­to e diven­ta­to pre­sto un suc­ces­so,“Taxi” (Con­ver­sa­zio­ni in tra­git­to), del gior­na­li­sta e regi­sta Kha­led al Kha­mis­si. Il libro rac­co­glie in 220 pagi­ne 58 rac­con­ti-mono­lo­go che han­no la voce degli auti­sti di taxi del Cai­ro: sto­rie trat­te dal­la real­tà, ma roman­za­te, e rac­con­ta­te in un lin­guag­gio col­lo­quia­le, che dif­fe­ri­sce mol­to dal­la lin­gua let­te­ra­ria usa­ta dal­la mag­gior par­te degli scrit­to­ri egi­zia­ni, e che for­se costi­tui­sce il segre­to del suc­ces­so di que­sto libro.
Il volu­me, pub­bli­ca­to a ini­zio gen­na­io, dopo tre mesi ave­va già ven­du­to 20mila copie e ora è già sta­to ristam­pa­to tre vol­te. I tas­si­sti pro­ta­go­ni­sti di que­sto libro sono assai dif­fe­ren­ti, sogna­to­ri e filo­so­fi, miso­gi­ni e fana­ti­ci, con­trab­ban­die­ri e fal­li­ti, misti­ci e comi­ci con quell’ironia così par­ti­co­la­re dei cai­ro­ti magi­stral­men­te descrit­ta dal­lo scrit­to­re Albert Cos­se­ry, ma acco­mu­na­ti da uno stes­so desti­no: quel­lo di dover lot­ta­re quo­ti­dia­na­men­te per far­si stra­da, nel sen­so let­te­ra­le del­la paro­la, in un mon­do rumo­ro­so e cao­ti­co. Nei con­fron­ti di que­sta cate­go­ria spes­so poco ama­ta e stig­ma­tiz­za­ta dagli abi­tan­ti del Cai­ro, l’autore non nascon­de di nutri­re una par­ti­co­la­re sim­pa­tia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Kha­mis­si ricor­da quel­lo che spes­so i clien­ti di un taxi al Cai­ro dimen­ti­ca­no, ovve­ro che i tas­si­sti appar­ten­go­no per lo più a cate­go­rie socia­li tra le più bistrat­ta­te eco­no­mi­ca­men­te, i loro ner­vi sono mes­si alla pro­va dal caos del­le stra­de del Cai­ro, una metro­po­li bel­lis­si­ma ma inqui­na­ta e pol­ve­ro­sa for­mi­co­lan­te di oltre 16 milio­ni di abi­tan­ti, attra­ver­sa­ta ogni gior­no in tota­le da 22 milio­ni di per­so­ne, in mac­chi­na, auto­bus e metro­po­li­ta­na ma anche su car­ret­ti trai­na­ti da asi­ni e vespo­ni Piag­gio. Con un sot­to­fon­do peren­ne di clac­son e una sor­pren­den­te com­mi­stio­ne tra cit­tà, cam­pa­gna e deser­to. Lo descri­ve bene, l’autore, il loro infer­no: “E’ un mestie­re sfian­can­te, lo sta­re sem­pre sedu­ti in auto­mo­bi­li poco con­for­te­vo­li distrug­ge le loro colon­ne ver­te­bra­li, l’incessante rumo­re del­le stra­de del Cai­ro demo­li­sce il loro siste­ma ner­vo­so, i peren­ni imbot­ti­glia­men­ti li sfi­ni­sco­no ner­vo­sa­men­te e il cor­re­re die­tro il loro sosten­ta­men­to — cor­re­re nel sen­so let­te­ra­le del ter­mi­ne — elet­triz­za i loro corpi.
Aggiun­ge­te a que­sto le trat­ta­ti­ve e le liti­ga­te con i clien­ti per il prez­zo da paga­re in assen­za di tachi­me­tri, e il tor­men­to dei poli­ziot­ti che li inse­guo­no…”. L’autore si sof­fer­ma anche sul­le loro rifles­sio­ni sul pro­prio Pae­se, i giu­di­zi sui diri­gen­ti, le cri­ti­che alla cor­ru­zio­ne dei poli­ziot­ti, le mol­te paro­le che qua­si tut­ti spen­do­no sul­la situa­zio­ne in Iraq e sull’America: ne risul­ta una sor­ta di docu­men­to sul­la vita quo­ti­dia­na del Cai­ro, com­po­sto da por­zio­ni di rea­le che non cor­ri­spon­do­no nè all’immagine mostra­ta ai turi­sti, nè a quel­la for­ni­ta dal­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria o cinematografica.

0

DIARIO EGIZIANO/3 — Un premio per il sermone dell’anno

La Stam­pa | Vener­dì 5 giu­gno 2009 | Kha­led Al Kha­mis­si |

Una pic­co­la pro­te­sta di cin­que per­so­ne ha avu­to luo­go al Cai­ro pri­ma che Oba­ma pro­nun­cias­se il suo discor­so all’Universita’. E’ curio­so il fat­to che la poli­zia abbia accon­sen­ti­to loro di avvi­ci­nar­si all’ateneo, men­tre tut­te le stra­de era­no sbar­ra­te. Come han­no potu­to? La rispo­sta e’ sem­pli­ce, era­no ame­ri­ca­ni: era­no venu­ti da Gaza per mani­fe­sta­re e atti­ra­re l’attenzione di Oba­ma sul­la tra­ge­dia pale­sti­ne­se. Oba­ma ha dife­so eroi­ca­men­te i dirit­ti del popo­lo pale­sti­ne­se: devo esser­ne con­ten­to. Ha uti­liz­za­to un lin­guag­gio idea­li­sta par­lan­do di un futu­ro pros­si­mo in cui noi attue­re­mo la visio­ne di Dio qui sul­la ter­ra viven­do in pace e armo­nia in un mon­do sen­za armi nuclea­ri, dove il sol­da­to Usa tor­ne­ra’ in patria e ogni uccel­lo vivra’ nel suo nido feli­ce, nel suo sta­to. Oba­ma ha chie­sto ai gio­va­ni di non resta­re pri­gio­nie­ri del pas­sa­to, di for­gia­re un futu­ro dove regni la pace e con que­sto — cre­do — ha chie­sto di dimen­ti­ca­re la sto­ria dell’umanita’ per rivol­ger­si al mon­do fan­ta­sti­co di Disney­land. Ha cita­to ver­si del Cora­no, del Tal­mud, del­la Bib­bia. Ha par­la­to come se vives­si­mo pri­ma del Rina­sci­men­to citan­do le reli­gio­ni e non le nazio­ni moder­ne. E’ venu­to nel mon­do ara­bo per par­la­re ai musul­ma­ni e non agli ara­bi, come se qui non esi­stes­se­ro altre reli­gio­ni, oppu­re for­ma­zio­ni lai­che che risal­go­no ai pri­mi anni del seco­lo scor­so. Nel 1919 scop­pio’ in Egit­to una rivo­lu­zio­ne per l’indipendenza il cui mot­to era «la fede e’ per Dio e la patria per tut­ti», e i cui lea­der edi­fi­ca­ro­no l’Universita’ del Cai­ro nel 1908. Cen­to anni dopo in quell’Universita’ e’ venu­to un pre­si­den­te ame­ri­ca­no a par­lar­ci di fede per tut­ti e di una patria che non c’e’. Oba­ma ha esor­di­to con una serie di lodi e poi ha fis­sa­to alcu­ni pun­ti noda­li: pri­mo, il ter­ro­ri­smo, la cui ori­gi­ne e’ da indi­vi­dua­re in Al Qae­da e nei Tale­ban, sen­za men­zio­na­re chi li ha crea­ti, arma­ti e finan­zia­ti. Non ha spie­ga­to che gli Usa, duran­te il loro scon­tro con l’Urss in Afgha­ni­stan, crea­ro­no Al Qae­da e i Tale­ban e finan­zia­ro­no i movi­men­ti isla­mi­sti in tut­to il mon­do ara­bo per com­bat­te­re il comu­ni­smo e impe­di­re l’avanzata del lai­ci­smo ara­bo. Secon­do, ha par­la­to del­la tra­ge­dia pale­sti­ne­se ma non ha men­zio­na­to chi eser­ci­ta la tor­tu­ra con­tro quel popo­lo. Ter­zo, ha det­to di voler bloc­ca­re la cor­sa agli arma­men­ti in Medio Orien­te, dicen­do che impe­di­ra’ all’Iran di ave­re l’atomica, sen­za accen­na­re al fat­to che nell’agone c’e’ un solo com­pe­ti­to­re: Israe­le. Quar­to, la demo­cra­zia. Qui ha assi­cu­ra­to i regi­mi auto­cra­ti­ci ara­bi che non si intro­met­te­ra’ nei loro affa­ri. Quin­to, la liber­ta’ reli­gio­sa accen­nan­do alle dispu­te fra sun­ni­ti e scii­ti in Iraq, sen­za chie­de­re scu­sa per quel­lo che gli Usa han­no fat­to per divi­de­re il popo­lo ira­che­no e tan­to meno per il loro ruo­lo nel redi­ge­re una Costi­tu­zio­ne che divi­de e ali­men­ta le divi­sio­ni del pae­se alla stre­gua del­la Fran­cia all’epoca dell’occupazione del Liba­no. L’Iraq infat­ti sol­tan­to dopo l’occupazione Usa ha assi­sti­to a un con­flit­to fra sun­ni­ti e scii­ti, cosa mai suc­ces­sa nei tem­pi moder­ni. Il Pre­si­den­te ha insi­sti­to sul con­cet­to di fra­tel­lan­za e sul­la divi­sio­ne del­le respon­sa­bi­li­ta’ per poter costrui­re un futu­ro miglio­re: tut­ti sono rima­sti entu­sia­sti del­le sue paro­le e han­no tan­to applau­di­to e sor­ri­so. Oba­ma e’ riu­sci­to ad accon­ten­ta­re tut­ti. Cre­do che il suo discor­so ver­ra’ con­si­de­ra­to il miglior ser­mo­ne reli­gio­so di quest’anno, inshal­lah. *Scrit­to­re del Cai­ro, auto­re di «Taxi» (Edi­to in Ita­lia da il Siren­te)

0

DIARIO EGIZIANO/2 — ”Lo sapete? Hanno preso gli studenti”

La Stam­pa | Gio­ve­dì 4 giu­gno 2009 | Kha­led Al Kha­mis­si |

Un ami­co mi ha tele­fo­na­to l’altro gior­no dicen­do che men­tre sta­va guar­dan­do la tv ha sen­ti­to bat­te­re vio­len­te­men­te alla por­ta. «Chi e’? », chie­de. «Poli­zia — fa una voce impe­rio­sa — voglia­mo i docu­men­ti di tut­ti quel­li che abi­ta­no in que­sta casa». Sia­mo alla vigi­lia del­la visi­ta di Oba­ma e il mio ami­co vive vici­no all’Universita’ del Cai­ro dove il Pre­si­den­te par­le­ra’. Eppu­re quell’appartamento non da’ sui luo­ghi cru­cia­li, da li’ e’ impos­si­bi­le com­pie­re alcun atten­ta­to. La stes­sa cosa e’ acca­du­ta ai suoi vici­ni. Men­tre mi rac­con­ta­va­no quel­la sto­ria, sta­vo gui­dan­do ver­so l’aeroporto del Cai­ro per anda­re a pren­de­re un mio cugi­no. Appe­na arri­vo, la poli­zia mi fer­ma e mi chie­de la car­ta d’identita’. E’ la pri­ma vol­ta in vita mia, dopo tan­ti su e giu’ all’aeroporto. Non so per­che’ gli agen­ti sia­no cosi’ osses­sio­na­ti dal con­trol­lo dei docu­men­ti. Il gior­no dopo, sono sedu­to al caf­fe’ in un vico­lo stret­to del cen­tro. Le sedie arri­va­no fino in mez­zo alla stra­da. Ordi­no un car­ca­de’. Vici­no a me, si discu­te ani­ma­ta­men­te sul­la visi­ta del Pre­si­den­te ame­ri­ca­no. «Ave­te sen­ti­to? — chie­de un tale — han­no arre­sta­to due­cen­to stu­den­ti dell’Universita’ teo­lo­gi­ca di Al Azhar. Qua­si tut­ti dell’Asia cen­tra­le o rus­si. Nes­su­no sa dove li abbia­no por­ta­ti. E que­sto solo per­che’ Oba­ma visi­te­ra’ la loro facol­ta’». Qual­cu­no spie­ga che l’ospite ha aggiun­to al suo pro­gram­ma una tap­pa in Ara­bia Sau­di­ta. Il vici­no fa una bat­tu­ta: «Sup­pon­go che il gover­no egi­zia­no abbia rifiu­ta­to di paga­re i costi del viag­gio, cosi’ l’Arabia Sau­di­ta come al soli­to ha dovu­to met­te­re mano al por­ta­fo­glio». Poi il discor­so si fa serio. Uno dice che i sau­di­ti da quan­do non ci sono piu’ i Bush, padre e figlio, si sen­to­no orfa­ni. «Riad e’ furio­sa, per­che’ Oba­ma rivol­ge il suo mes­sag­gio al mon­do isla­mi­co dal Cai­ro, cosi’ han­no fat­to pres­sio­ni per ave­re il Pre­si­den­te anche a casa loro». Un gio­va­ne che sta fuman­do il nar­ghi­le’ dice di esse­re orgo­glio­so che Oba­ma abbia scel­to l’Egitto. «E’ chia­ro — dice — che il nostro pre­sti­gio e’ alle stel­le, sia­mo il piu’ impor­tan­te pae­se musul­ma­no». Un vec­chio scuo­te la testa: «Esse­re il miglio­re o il peg­gio­re dipen­de dal­le con­di­zio­ni rea­li e non dal giu­di­zio degli altri. Sia­mo ormai un Pae­se fuo­ri gara, come lo era la Cina all’inizio del seco­lo scor­so. La visi­ta non rimet­te­ra’ in moto la nostra sgan­ghe­ra­ta mac­chi­na: dob­bia­mo far­lo da soli». Inter­vie­ne una don­na sedu­ta al mio fian­co che sta aspi­ran­do il fumo dal­la pipa ad acqua: «Oba­ma e’ sol­tan­to un abi­le chi­rur­go pla­sti­co. Va in giro per miglio­ra­re il vol­to bru­ta­le dell’America nel mon­do che Bush ha detur­pa­to. Eh si’, e’ pro­prio un abi­le chi­rur­go pla­sti­co». Anche il came­rie­re, che ha appe­na por­ta­to una taz­za di te’, vuo­le dire la sua: «Chie­do una sola cosa a Oba­ma: che risol­va una vol­ta per tut­te la cri­si medio­rien­ta­le. Se lo faces­se diven­te­reb­be il miglio­re Pre­si­den­te nel­la sto­ria ame­ri­ca­na. Pec­ca­to che non ho mai visto un poli­ti­co man­te­ne­re la paro­la». Poi si lan­cia: «E’ vero che in cam­pa­gna elet­to­ra­le ave­va pro­mes­so di fare a meno del petro­lio nel giro di die­ci anni? Se lo faces­se Israe­le per­de­reb­be la sua impor­tan­za stra­te­gi­ca e l’intero Medio Orien­te diven­te­reb­be una sca­to­la vuo­ta. Non si sacri­fi­che­ra’ mai piu’ un popo­lo per il petro­lio, come e’ suc­ces­so agli Ira­che­ni. Ci lasce­ran­no final­men­te in pace». La ragaz­za che fuma il nar­ghi­le’ sbot­ta: «Viva Oba­ma il chi­rur­go pla­sti­co. Il piu’ bell’uomo d’America». Ma se il Pre­si­den­te ame­ri­ca­no inten­de dav­ve­ro inven­ta­re un’alternativa al petro­lio, potreb­be tro­va­re anche un’alternativa alla visi­ta al Cai­ro. Maga­ri par­lan­do al mon­do isla­mi­co dagli Sta­ti Uni­ti. Intan­to non cam­bie­reb­be nien­te e noi ci evi­te­rem­mo tut­ti que­sti fasti­dio­si con­trol­li di poli­zia. *Scrit­to­re del Cai­ro, auto­re di «Taxi» (Edi­to in Ita­lia da il Siren­te)

0

DIARIO EGIZIANO/1 — Almeno dove passa lui puliscono

La Stam­pa | Mer­co­le­dì 3 giu­gno 2009 | Kha­led Al Kha­mis­si |

La visi­ta di Oba­ma ci por­te­ra’ qual­che bene­fi­cio? Per­so­nal­men­te non cre­do. I van­tag­gi, in teo­ria, dovreb­be­ro esse­re due. Pri­mo, risol­ve­re la que­stio­ne pale­sti­ne­se, e in que­sto caso cre­do che mia zia Bahia, abi­lis­si­ma in cuci­na, sia mol­to piu’ bra­va del pre­si­den­te. Secon­do, Oba­ma potreb­be donar­ci un po’ del­la ric­chez­za dell’America per ren­de­re la nostra vita meno gra­ma. Anche in que­sto caso cre­do che fal­li­ra’, per il sem­pli­ce fat­to che sia­mo gia’ un pae­se ric­co seb­be­ne meta’ di noi viva­no sot­to il livel­lo di pover­ta’. Se l’America donas­se tut­ti i suoi sol­di all’Egitto i ric­chi del nostro pae­se diver­reb­be­ro piu’ ric­chi e i pove­ri piu’ pove­ri, quin­di non ci sara’ nes­sun miglio­ra­men­to. Que­sta e’ anche la con­se­guen­za del­la poli­ti­ca impo­sta da Washing­ton all’Egitto dal 1974, dopo l’alleanza volu­ta da Sadat. All’Universita’ del Cai­ro han­no cosi’ luci­da­to la cupo­la dell’aula magna da far­la diven­ta­re piu’ bril­lan­te di un piat­to di por­cel­la­na nuo­vo di fab­bri­ca. La’ il pre­si­den­te Oba­ma ter­ra’ il suo discor­so il 4 giu­gno. Tut­ti gli egi­zia­ni sogna­no che il cor­teo dell’illustre ospi­te pas­si per le stra­de del loro rio­ne, in modo che le auto­ri­ta’ puli­sca­no anche il loro quar­tie­re come acca­de in mol­te zone, per evi­ta­re che l’ospite non cada in depres­sio­ne alla vista di tan­ta spor­ci­zia per le stra­de. A par­te i bene­fi­ci del­la puli­zia, ci sono alcu­ni incon­ve­nien­ti dovu­ti ai pre­pa­ra­ti­vi del­la visi­ta. L’Universita’, per esem­pio, e’ sta­ta tra­sfor­ma­ta in una for­tez­za. Oba­ma arri­va pro­prio duran­te il perio­do degli esa­mi di fine anno. Alcu­ne facol­ta’ han­no dovu­to rin­viar­li. Gli stu­den­ti di Let­te­re han­no chie­sto il mas­si­mo dei voti in nome del prin­ci­pio di reci­pro­ci­ta’. Sosten­go­no che, in cir­co­stan­ze nor­ma­li, se aves­se­ro man­ca­to l’appello del 4 giu­gno, sareb­be­ro sta­ti boc­cia­ti. Ma visto che e’ lo Sta­to a man­da­re a mon­te gli esa­mi, tut­ti dovreb­be­ro esse­re pro­mos­si auto­ma­ti­ca­men­te. Un let­to­re di un gior­na­le loca­le ha sug­ge­ri­to agli appa­ra­ti di sicu­rez­za di dare il via pro­prio quel gior­no a gran­di sal­di (con scon­ti fino al 90 per cen­to). In tal caso i com­mer­cian­ti dovreb­be­ro esse­re risar­ci­ti dal mini­ste­ro dell’Interno per le per­di­te subi­te. Cosi’, ha spie­ga­to il let­to­re, il gover­no sara’ sicu­ro che il popo­lo non orga­niz­ze­ra’ pro­te­ste. La gen­te si chie­de se il pro­to­col­lo esen­te­ra’ Oba­ma (e il suo nutri­to segui­to) dal­le misu­re di con­trol­lo sani­ta­rio all’aeroporto: gli stra­nie­ri che arri­va­no in Egit­to sono sot­to­po­sti a un test sull’influenza sui­na. Si dice che una per­so­na del segui­to abbia con­trat­to il mor­bo del H1N1 quan­do era con lui a Cit­ta’ del Mes­si­co, lo scor­so apri­le. Oba­ma avra’ una dele­ga­zio­ne di un miglia­io di per­so­ne, lo sostie­ne il tam tam dei caf­fe’ del Cai­ro. Per­che’ ha por­ta­to con se’ cosi’ tan­to per­so­na­le? Affron­te­ra’ nel suo discor­so argo­men­ti come i dirit­ti uma­ni, la demo­cra­zia, i dirit­ti del­la mino­ran­za cop­ta? In ogni caso, sap­pia­mo che sono sol­tan­to espe­dien­ti reto­ri­ci. Dav­ve­ro la cosa piu’ impor­tan­te e’ che il cor­teo di Oba­ma pas­si per la mia stra­da. *Scrit­to­re del Cai­ro, auto­re di «Taxi» (Edi­to in Ita­lia da il Siren­te)

0

Gli scrittori

La Repub­bli­ca | Vener­dì 5 giu­gno 2009 | Fran­ce­sca Cafer­ri |

Moh­sin Hamid: “Un uomo sin­ce­ro” QUELLO che mi ha dav­ve­ro impres­sio­na­to nel discor­so di Oba­ma è sta­ta la sin­ce­ri­tà che ho visto quan­do dice­va di vole­re rela­zio­ni diver­se da quel­le che ci sono sta­te fino­ra fra gli Sta­ti Uni­ti e i musul­ma­ni. La ten­sio­ne fon­da­men­ta­le che vedo in Oba­ma è quel­la fra un uomo sin­ce­ro, quan­do dice di voler cam­bia­re le cose, e il pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti, che inve­ce ha la respon­sa­bi­li­tà di difen­de­re gli inte­res­si ame­ri­ca­ni. Cer­ca un equi­li­brio fra que­ste due for­ze: se riu­sci­rà a tro­var­lo ce lo dirà sol­tan­to il tem­po. Mari­na Nemat: “Basta estre­mi­smi” HO APPREZZATO soprat­tut­to il pas­sag­gio in cui Oba­ma ha det­to che dob­bia­mo affron­ta­re l’ estre­mi­smo in ogni sua for­ma. Inol­tre è sta­to mol­to impor­tan­te il fat­to che abbia ammes­so che la rea­zio­ne degli Sta­ti Uni­ti all’ 11 set­tem­bre è sta­ta illo­gi­ca e che li ha por­ta­ti ad allon­ta­nar­si dai pro­pri idea­li e dal­la pro­te­zio­ne dei dirit­ti uma­ni. E infi­ne mi è pia­ciu­to che abbia mes­so l’ accen­to sul­la liber­tà di reli­gio­ne, sui dirit­ti del­le don­ne e sull’ impor­tan­za del­la non pro­li­fe­ra­zio­ne nuclea­re: nes­sun pae­se dovreb­be ave­re armi nuclea­ri. Fati­ma Mer­nis­si: “Una rivo­lu­zio­ne” IL SUO discor­so è una rivo­lu­zio­ne per­ché ha iden­ti­fi­ca­to la reli­gio­ne con la pace, e ha invi­ta­to a rispet­ta­re gli altri anche se non li cono­sci. Sem­pli­ce­men­te incre­di­bi­le fino a poco tem­po fa. È bel­lo sen­ti­re un pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti che non par­la solo in ter­mi­ni di mer­ci: oggi mi pare che nes­su­no si curi più di pro­dur­re amo­re, inve­ce che odio. Eppu­re è un bene pre­zio­so, che ci vuo­le mol­to a far cre­sce­re. Se la socie­tà smet­tes­se di con­cen­trar­si sul­la pau­ra e pen­sas­se a tra­smet­te­re amo­re, sta­rem­mo tut­ti meglio. Kha­led Al Kha­mis­si: “Trop­pa reli­gio­ne” SONO mol­to delu­so: Oba­ma ha scel­to di usa­re lo stes­so lin­guag­gio reli­gio­so di Bush. Non sa che l’ uni­ver­si­tà del Cai­ro è sta­ta fon­da­ta da scrit­to­ri e intel­let­tua­li lai­ci? Ha par­la­to a me come musul­ma­no: ma io sono pri­ma di tut­to un egi­zia­no, un lai­co, un ara­bo. E poi ha par­la­to in modo mol­to irrea­li­sti­co, il bene e il male. Lavo­ra­re insie­me è bene. Il ter­ro­ri­smo è male. Ma que­ste divi­sio­ni non esi­sto­no nel­la real­tà: in ognu­no di noi c’ è il bene e c’ è il male. Sì, lo ammet­to: il mio giu­di­zio glo­ba­le è nega­ti­vo. DAVANTI ALLA TV Dall’ alto in bas­so, il discor­so di Oba­ma segui­to in tele­vi­sio­ne a Tira­na, a Gaza City da alcu­ni mili­tan­ti di Hamas e da una fami­glia di Calcutta.

0

Khaled al-Kamissi (1962), TAXI

| L’Indice dei libri del mese | Mag­gio 2009, n. 5 | Eli­sa­bet­ta Bar­tu­li |

A pat­to di non con­si­der­lar­lo un roman­zo, Taxi è un libro magni­fi­co. Kha­led al-Kamis­si (gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re cine­ma­to­gra­fi­co) vi ha rac­col­to cin­quan­tot­to sbo­bi­na­tu­re fit­ti­zie di altret­tan­ti dia­lo­ghi e mono­lo­ghi con/di tas­si­sti egi­zia­ni, rac­col­ti tra l’aprile del 2005 e il mar­zo del 2006. A fare da cor­ni­ce alle voci che si rac­con­ta­no, alcu­ne bre­vi con­si­de­ra­zio­ni dell’autore stes­so, infa­ti­ca­bi­le frui­to­re, come tut­ti gli egi­zia­ni, del­le vec­chie, scal­ca­gna­te auto bian­che e nere che per­cor­ro­no le vie del Cai­ro ven­ti­quat­tro­re su ven­ti­quat­tro. Gio­va­nis­si­mi o mol­to anzia­ni, istrui­ti o qua­si anal­fa­be­ti, qua­si tut­ti con un pas­sa­to di migra­zio­ne alle spal­le, tut­ti obe­ra­ti di debi­ti e sfrut­ta­ti da qual­cu­no (gover­no, pro­prie­ta­rio dell’auto o poli­ziot­to di tur­no), i taxi­sti offro­no uno spac­ca­to rea­li­sti­co di una cit­tà che, si dice, ha ormai supe­ra­to i ven­ti milio­ni di abi­tan­ti. Chiun­que abbia visi­ta­to Il Cai­ro non può non rico­no­sce­re l’inarrestabile loque­la di una clas­se lavo­ra­tri­ce che non cono­sce ora­ri o tur­ni, la curio­si­tà, la saga­cia, la rab­bia e, tal­vol­ta, la male­du­ca­zio­ne, di uomi­ni che vivo­no la mag­gior par­te del­la loro vita den­tro un’automobile e han­no come uni­co sva­go il rap­por­to con il clien­te. Dal momen­to del­la sua pub­bli­ca­zio­ne in ori­gi­na­le, al Cai­ro il libro non ha mai ces­sa­to di esse­re ven­du­to e dibat­tu­to, segno incon­fu­ta­bi­le di un vero inte­res­se egi­zia­no per “quel­lo che tut­ti san­no e nes­su­no dice”, gra­zie anche e soprat­tut­to alla par­ti­co­la­re gra­de­vo­lez­za di una scrit­tu­ra che ripor­ta fedel­men­te dia­let­to e accen­ti del­la lin­gua par­la­ta. Ope­ra­zio­ne, quest’ultima, che non risul­ta appie­no nel­la ver­sio­ne ita­lia­na come, del resto, in quel­la inglese.

0

Vecchi, sporchi e pericolosi si fermano i taxi del Cairo

La Repub­bli­ca | Vener­dì 22 mag­gio 2009 | Fran­ce­sca Cafer­ri |

La bat­ta­glia per le stra­de del Cai­ro è comin­cia­ta. E pro­met­te di esse­re lun­ga, rumo­ro­sa, tra­sgres­si­va. Non è la soli­ta lot­ta per la soprav­vi­ven­za nel traf­fi­co di una del­le metro­po­li più cao­ti­che del mon­do, né tan­to­me­no il quo­ti­dia­no brac­cio di fer­ro fra chi infran­ge le rego­le del­la stra­da e chi cer­ca di far­le rispet­ta­re. L’ ulti­ma guer­ra che si è sca­te­na­ta sui via­li e nei vico­li del­la capi­ta­le egi­zia­na l’ han­no dichia­ra­ta i tas­si­sti al gover­no: ogget­to del con­ten­de­re la diret­ti­va con la qua­le le auto­ri­tà han­no sta­bi­li­to che entro tre anni tut­ti i taxi egi­zia­ni più vec­chi di 25 anni dovran­no obbli­ga­to­ria­men­te esse­re rim­piaz­za­ti con auto più nuo­ve. «Ridur­re l’ inqui­na­men­to e il nume­ro di inci­den­ti sono prio­ri­tà non più riman­da­bi­li», è la linea del mini­ste­ro dell’ Inter­no, che pro­met­te di ripu­li­re le stra­de egi­zia­ne entro il 2011da Dacia 1300 rome­ne, Fiat 1300, Peu­geot 504 e Sha­hins tur­che. Il prov­ve­di­men­to riguar­da miglia­ia di taxi (40mila nel­la sola Cai­ro), ma per il momen­to solo cin­que­mi­la tas­si­sti han­no dimo­stra­to inte­res­se a cam­bia­re macchina.A chi rot­ta­me­rà il vec­chio mezzo,i pro­dut­to­ri garan­ti­ran­no uno scon­to fra le 2000 e le 5000 ster­li­ne egi­zia­ne (fra 270 e i 670 euro cir­ca) sull’ acqui­sto di un’ auto nuo­va, le ban­che mutui a tas­si favo­re­vo­li e il mini­ste­ro dei tra­spor­ti un finan­zia­men­to men­si­le e l’ asse­gna­zio­ne di una cam­pa­gna pub­bli­ci­ta­ria da espor­re sul­le por­tie­re: i pro­ven­ti andran­no diret­ta­men­te al pro­prie­ta­rio del­la mac­chi­na. Qual­che set­ti­ma­na fa le pri­me auto nuo­ve sono arri­va­te, i tas­si­sti han­no capi­to che la leg­ge, alme­no in que­sta pri­ma fase, non sareb­be rima­sta sul­la car­ta e per que­sto han­no comin­cia­to a pro­te­sta­re. Walid, impie­ga­to pub­bli­co e — come secon­do lavo­ro — tas­si­staè sta­to frai pri­mia par­la­re con i gior­na­li­sti: «Gua­da­gno 1000 ster­li­ne al mese gui­dan­do ed è il dop­pio di quan­to pren­do in uffi­cio. Non cam­bie­rò la mia mac­chi­na a meno che non mi for­zi­no». «Lo sta­to dell’ auto dipen­de dal pro­prie­ta­rio e dall’ auti­sta, non dall’ anno di pro­du­zio­ne. La mia è degli anni ’ 70 ma è in un con­di­zio­ni miglio­ri di mol­te vet­tu­re nuo­ve», ha insi­sti­to con i cro­ni­sti del set­ti­ma­na­le Al Ahram un altro tas­si­sta, Ahmed Sayed. A pri­ma vista il gover­no non sem­bra inten­zio­na­to a fer­mar­si. «I fre­ni sono qua­si distrut­ti. Le ruo­te pos­so­no stac­car­si. Que­ste auto pro­vo­ca­no un gros­so nume­ro di inci­den­ti», ha det­to com­men­tan­do le pole­mi­che Sha­rif Gomaa, del mini­ste­ro dell’ Inter­no. Ma un esper­to del­la vita dei taxi cai­ro­ti come Kha­led al Kha­mis­si ritie­ne che anco­ra una vol­ta la rifor­ma non pas­se­rà. «Non per­ché non sia una buo­na idea — spie­ga — ma per­ché, come spes­so acca­de, l’ appli­ca­zio­ne è pes­si­ma. Le auto fra cui i tas­si­sti pos­so­no sce­glie­re per acce­de­re ai finan­zia­men­ti sono model­li cari e vec­chi, come la Lada rus­sa. Tut­ti san­no che nel giro di due anni que­sta mac­chi­na sarà rot­ta e inqui­ne­rà tan­to quan­to le quel­le che han­no 30 anni». Al Kha­mis­si sa di cosa par­la: nel 2007 il suo pri­mo libro — “Taxi, le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no”, sto­rie ed aned­do­ti sul­la vita quo­ti­dia­na nel­la capi­ta­le egi­zia­na vista attra­ver­so i fine­stri­ni — ven­det­te cen­ti­na­ia di miglia­ia di copie e fu ristam­pa­to set­te vol­te. «È come pro­va­re a met­te­re il truc­co sul viso di un mor­to per far­lo sem­bra­re più bel­lo — iro­niz­za l’ auto­re — il gover­no vuo­le miglio­ra­re l’ aspet­to del Cai­ro. E cosa fa? Pro­po­ne model­li sca­den­ti e costo­si. E come pen­sa­no che i tas­si­sti pos­sa­no pagar­le? Non pos­so­no cer­to aumen­ta­re i costi del­le cor­se, che sono già trop­po care per gli egi­zia­ni». Cosa fare allo­ra? Al Kha­mis­si non ha la sfe­ra per vede­re il futu­ro, ma vive al Cai­ro da anni ed è cer­to che que­sta rifor­ma, come tan­te di quel­le che l’ han­no pre­ce­du­ta, affon­de­rà pre­sto: «Que­sto è l’ Egit­to — con­clu­de — le rego­le che val­go­no per altri pae­si qui non fun­zio­na­no mai».

0

Un romanzo inedito del Nobel Mahfuz

| La Repub­bli­ca | Saba­to 9 mag­gio 2009 | S.N. |

LA LETTERATURA egi­zia­na ospi­te alla Fie­ra del Libro di Tori­no non è solo Naguib Mah­fuz, il magni­fi­co Nobel scom­par­so nel 2006 e di cui comun­que a Tori­no sarà pre­sen­ta­to il roman­zo ine­di­to Autun­no egi­zia­no pub­bli­ca­to dal­la New­ton Comp­ton. ’ Ala Al-Aswa­ni, che inter­vi­stia­mo qui accan­to, ha avu­to in Ita­liae nel mon­do un suc­ces­so spe­cia­le, 4 milio­ni di copie ven­du­te nel mon­do. Gamal al-Ghi­ta­ni, Sunal­lah Ibra­him, Baha Taher, la gene­ra­zio­ne degli anni Ses­san­ta, con­ti­nua­no a esse­re pro­dut­ti­vi, e, così come Muham­mad al-Busa­ti o Sulay­man Fayyad, rac­con­ta­no la socie­tà, tan­to quel­la sofi­sti­ca­ta del Cai­ro quan­to quel­la dell’ entro­ter­ra rura­le. La nar­ra­ti­va lascia pochi aspet­ti sco­per­ti, e guar­da anche all’ estre­mi­smo, come del resto fa lo stes­so Al-Aswa­ni. Se Edward al-Khar­rat riper­cor­re la bel­le époque cosmo­po­li­ta di un tem­po, una pat­tu­glia di don­ne, come Sal­wa Bakr, Ahdaf Soueif, Lati­fa Zayyat, Nawal Saa­da­wi o la più gio­va­ne Miral Taha­wi, si sono dedi­ca­te e si dedi­ca­no a per­so­nag­gi che affron­ta­no con corag­gio la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le. Ci sono anche scrit­to­ri con­si­de­ra­ti mini­ma­li­sti, Ahmed Ala­j­di fra tut­ti, con il suo disa­gio ver­so l’ incom­ben­za dei miti ame­ri­ca­ni o come Kha­led Al Kha­mis­si, che con Taxi, attra­ver­so la vita quo­ti­dia­na di un tas­si­sta, leg­ge con iro­nia i males­se­ri di oggi.

0

Khaled Al Khamisi: Taxi

Il para­di­so degli orchi | Gio­ve­dì 16 apri­le 2009 | Ste­fa­nia Bonu­ra |

Nel­la secon­da metà degli anni Novan­ta, il gover­no egi­zia­no ema­nò una leg­ge che con­sen­ti­va di tra­mu­ta­re tut­te le vec­chie auto in taxi. Stia­mo par­lan­do di “resi­dua­ti bel­li­ci” come la Sha­lin, la Lada, la Fiat 1400 e 1500, la Peu­geot 504. Una fol­la di disoc­cu­pa­ti con­fluì improv­vi­sa­men­te nel­la clas­se dei tas­si­sti e un eser­ci­to di cator­ci comin­ciò a inta­sa­re le stra­de del Cai­ro. Auto logo­re, sfa­scia­te e sudi­ce, con a bor­do auti­sti che lavo­ra­no come schia­vi, ci dice nel­la “pre­mes­sa indi­spen­sa­bi­le” l’autore.
Kha­led Al Kha­mi­si ha rac­col­to e regi­stra­to tra l’aprile del 2005 e il mar­zo del 2006, a bor­do dei taxi del­la sua cit­tà, le sto­rie, gli umo­ri e i malu­mo­ri del­la “indo­ma­bi­le” mega­lo­po­li. Ne è venu­to fuo­ri un libro, Taxi, pub­bli­ca­to in Egit­to nel 2007 con gran­de riscon­tro di let­to­ri e ora por­ta­to in Ita­lia gra­zie all’editrice Il Siren­te e alla meti­co­lo­sa ope­ra di tra­du­zio­ne di Erne­sto Pagano.
Mi tro­va­vo a midan Safir, alla vec­chia Cai­ro e diver­si taxi mi sfi­la­ro­no davan­ti: pas­sa il pri­mo, poi il secon­do… deci­do di fer­ma­re il ter­zo. Chi è sta­to al Cai­ro sa bene che basta­no pochi minu­ti a pie­di per veder­si affian­ca­ti da due, tre o più car­ret­te nere. Pen­si di esse­re piom­ba­to in una vec­chia foto di fami­glia, e inve­ce ti tro­vi in una del­le più affol­la­te cit­tà dell’era con­tem­po­ra­nea che con­ta cir­ca ven­ti milio­ni di abi­tan­ti. E ottan­ta­mi­la taxi. Gli egi­zia­ni la chia­ma­no l’invasione dei tucu­sa, il mestie­re di chi non ha mestie­re. Non è stra­no tro­va­re al volan­te uomi­ni di diver­sa età, reli­gio­ne, etnia, estra­zio­ne socia­le, cul­tu­ra­le: anzia­ni, gio­va­nis­si­mi, stu­den­ti, padri di fami­glia, con­trab­ban­die­ri, bro­ker, musul­ma­ni, cop­ti, nubia­ni, “usci­ti fuo­ri” a un cer­to pun­to “da ogni buco per far­si con­ver­ti­re la mac­chi­na”. Ad acco­mu­nar­li, oltre alla car­cas­sa che si tra­sci­na­no quo­ti­dia­na­men­te lun­go il fit­to e con­ge­stio­na­to intrec­cio urba­no, è la lot­ta per la soprav­vi­ven­za: truf­fe, rapi­ne, mul­te, tas­se, bloc­chi stra­da­li, sbir­ri man­gia maz­zet­te, cal­va­ri buro­cra­ti­ci, ore e ore di ser­vi­zio inin­ter­rot­to, il sedi­le che ti spac­ca la schie­na, la rata men­si­le dell’auto… E sareb­be nien­te se non ci si met­tes­se­ro anche gli jinn… e le donne!
Un vocia­re inin­ter­rot­to di clac­son si alter­na a con­fi­den­ze, pre­ghie­re, lamen­ta­zio­ni, scaz­zi e vec­chi moti­vi di Umm Kul­thum. Con­ver­sa­zio­ni e soli­lo­qui che spa­zia­no dall’arabo cora­ni­co al dia­let­to popo­la­re. Un lin­guag­gio che erom­pe dai mar­cia­pie­di e dai vico­li e che il tra­dut­to­re ha sapien­te­men­te ripor­ta­to in un ita­lia­no col­lo­quia­le e dia­let­ta­le. Ogni taxi è un rac­con­to che si scio­glie nell’asfalto roven­te e si dis­sol­ve in una nuvo­la di smog. Ogni sto­ria, e il libro ne rac­co­glie una ses­san­ti­na, è un faro acce­so su una cit­tà in con­ti­nuo movi­men­to. Una socie­tà di mise­ra­bi­li e di dan­na­ti, sì, ma anche di ange­li neri e di vec­chi così vec­chi che avreb­be­ro indot­to Jac­ques Brel a can­cel­la­re i suoi stes­si ver­si: quan­to è dol­ce la mor­te para­go­na­ta alla vec­chia­ia. Mori­re, in qual­sia­si manie­ra, è mol­to meglio che invec­chia­re.

0

TGR Mediterraneo presenta TAXI

TGR Medi­ter­ra­neo | Saba­to 4 feb­bra­io 2009 | Ade­lai­de Costa |

Il taxi come luo­go socia­le, momen­to di con­fron­to, spec­chio del­la coscien­za col­let­ti­va. Nel­la capi­ta­le egi­zia­na ci sono ottan­ta­mi­la taxi, mol­ti risen­to­no del tem­po, altri del­le tas­se, tut­ti del­la cri­si. Gli auti­sti del­le auto pub­bli­che sono anche dei novel­li can­ta­sto­rie per­ché nel giro di una cor­sa rie­sco­no a rac­con­ta­re e sin­te­tiz­za­re sto­rie per­so­nag­gi, curio­si­tà, para­bo­le di vita. Alcu­ne di que­ste le ha rac­col­te Kha­led Al Kha­mis­si nel libro best sel­ler Taxi. Le stra­de si rac­con­ta­no, edi­to in Ita­lia da il Siren­te. Cin­quan­tot­to pic­co­li epi­so­di che costrui­sco­no uno spac­ca­to auten­ti­co del­la socie­tà egi­zia­na con le sue atte­se, lamen­te­le, i suoi sogni, l’amore, le pro­te­ste nei con­fron­ti di gover­no e gover­nan­ti ad ogni livel­lo. Kha­led Al Kha­mis­si è nato al Cai­ro, è gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re. Taxi è il suo pri­mo libro, uno dei più ven­du­ti in Egit­to e nel mon­do arabo.

0

Tassinari al Cairo

ALIBI ONLINE — Lune­dì 16 feb­bra­io 2009
di Saul Stucchi

Chi scri­ve ha una qual­che espe­rien­za come uten­te del­le auto pub­bli­che cai­ro­te. E ha ritro­va­to tut­to l’universo che ruo­ta attor­no ai taxi del­la capi­ta­le egi­zia­na nell’effervescente libro di Kha­led Al Kha­mis­si, inti­to­la­to Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (edi­tri­ce Il Siren­te). Di pagi­na in pagi­na sono rie­mer­si i ricor­di dei viag­gi su que­gli aggeg­gi scas­sa­ti a quat­tro ruo­te che per cari­tà di patria e ine­sau­ri­bi­le orgo­glio pro­fes­sio­na­le gli auti­sti con­ti­nua­no a chia­ma­re taxi. Come quel­la vol­ta che vole­vo anda­re alle Pira­mi­di per assi­ste­re allo spet­ta­co­lo Son et lumiè­res (boi­cot­ta­to da mol­ti che lo giu­di­ca­no l’apoteosi del kitsch per i turi­sti en mas­se, ma di gran­de fasci­no per me) e non c’era ver­so di far capi­re al tas­si­sta che la meta era la Sfin­ge. In ingle­se, fran­ce­se e tan­to­me­no in ita­lia­no la paro­la sfin­ge non gli dice­va nien­te. Ma non si dava per vin­to e con­ti­nua­va a fer­mar­si a chie­de­re infor­ma­zio­ni ai pas­san­ti fin­ché non incro­ciam­mo un gio­va­ne che cono­sce­va l’inglese e che tra­dus­se l’enigmatico (ça va sans dire) ter­mi­ne con l’illuminante Abu el Houl ovve­ro “padre del ter­ro­re”. Un’altra vol­ta ci capi­tò – si era in viag­gio di noz­ze, pro­ve­nien­ti dal­la Libia – un tas­si­sta nevro­ti­co che ci spil­lò più sol­di di quel­li pat­tui­ti all’inizio, con la scu­sa che era usci­to dal­la sua zona e che la mac­chi­na ave­va biso­gno di ripa­ra­zio­ni. Beh, in effet­ti la secon­da non era una scu­sa: era una lapa­lis­sia­na verità.
Al Kha­mis­si inve­ce non si sof­fer­ma, se non di pas­sag­gio, su que­sti det­ta­gli tec­ni­ci. È più inte­res­sa­to alla sto­ria che l’autista per fini­rà per rac­con­tar­gli, a vol­te sol­le­ci­ta­to da lui stes­so, a vol­te di sua spon­ta­nea volon­tà quan­do maga­ri l’autore avreb­be volu­to rilas­sar­si duran­te il tra­git­to. Pia illu­sio­ne del resto, un po’ per il traf­fi­co cai­ro­ta per il qua­le la defi­ni­zio­ne di cao­ti­co è solo un eufe­mi­smo (la mag­gior par­te del­le vol­te le auto resta­no immo­bi­li in inter­mi­na­bi­li code), un po’ per il pia­ce­re di rac­con­ta­re e ascol­ta­re che acco­mu­na l’autore e i vari pro­ta­go­ni­sti del libro, orga­niz­za­to in bre­vi e gusto­si rac­con­ti. Ma spes­so il tema del­la nar­ra­zio­ne è tutt’altro che leg­ge­ro. Anzi, qua­si sem­pre fa da sfon­do al rac­con­to l’indigenza di chi gui­da l’auto, pover­tà che fa da spec­chio a quel­la dell’intero pae­se, da cui sfug­ge solo la nomen­cla­tu­ra e una stret­tis­si­ma cer­chia di ric­chi. In mol­te occa­sio­ni sor­ge spon­ta­neo para­go­na­re la situa­zio­ne egi­zia­na a quel­la nostra­na e la solu­zio­ne di uti­liz­za­re il dia­let­to napo­le­ta­no o il roma­ne­sco per ren­de­re le infles­sio­ni loca­li dell’arabo ampli­fi­ca que­sto effet­to di avvi­ci­na­men­to. I tas­si­sti di Al Kha­mis­si rac­con­ta­no sto­rie di ordi­na­ria buro­cra­zia e di altret­tan­to ordi­na­ri sopru­si, di giri a vuo­to, di code este­nuan­ti, di tan­gen­ti per supe­ra­re un esa­me e otte­ne­re il rin­no­vo del­la paten­te. È un tuf­fo nel­la quo­ti­dia­ni­tà del Cai­ro e del­la sua gen­te, un viag­gio nel­le sue pau­re e nei suoi sogni (come quel­lo del tas­si­sta che vor­reb­be anda­re con la sua auto fino in Suda­fri­ca per assi­ste­re ai pros­si­mi mon­dia­li di cal­cio, igna­ro che non esi­ste una stra­da di col­le­ga­men­to tra l’Egitto e il Sudan, figu­rar­si attra­ver­sa­re il con­ti­nen­te da nord a sud…); è un’analisi spie­ta­ta del ruo­lo del pre­si­den­te Muba­rak, dei poli­ti­ci e del­la poli­zia, sem­pre pron­ta a mul­ta­re gli iper­tar­tas­sa­ti tas­si­sti. Emer­go­no però anche ina­spet­ta­ti spi­ra­gli di tran­quil­li­tà in que­sta mega­lo­po­li iper­tro­fi­ca, come nel rac­con­to del cri­stia­no che ritro­va la pace pescan­do nel Nilo o in quel­lo del tas­si­sta aman­te del­la cul­tu­ra e degli ani­ma­li che si è crea­to un giar­di­no-para­di­so a casa.
Chiu­do con un altro ricor­do per­so­na­le. La scon­so­la­ta ammis­sio­ne “e comun­que nes­su­no ci umi­lia meglio del nostro pae­se” (p. 28) mi ha fat­to tor­na­re alla men­te la cele­bre sen­ten­za di Fla­ia­no che rac­con­tai alla nostra gui­da men­tre era­va­mo bloc­ca­ti nel traf­fi­co dal­le par­ti di Midan el Tah­rir (Piaz­za del­la Libe­ra­zio­ne): la peg­gio­re domi­na­zio­ne subi­ta dall’Italia è quel­la italiana.
Con­so­lia­mo­ci quin­di con le sto­rie dei tas­si­sti del Cai­ro per dimen­ti­ca­re, alme­no per un po’, le disav­ven­tu­re con i nostri.

0

TAXI di Khaled Al Khamissi

Scrit­ti d’Africa — Dome­ni­ca 1 feb­bra­io 2009
di Giu­lia De Martino

Due paro­le sul­la col­la­na in cui com­pa­re que­sto tito­lo: si chia­ma “Altria­ra­bi” e pub­bli­ca testi di arti­sti che si affac­cia­no sul­la spon­da meri­dio­na­le del Medi­ter­ra­neo, dis­so­nan­ti dal­le rap­pre­sen­ta­zio­ni ste­reo­ti­pa­te e spes­so cari­ca­tu­ra­li con cui i media occi­den­ta­li spes­so iden­ti­fi­ca­no gli abi­tan­ti di que­ste aree.
Il libro di Kha­mis­si ha ven­du­to in Egit­to cir­ca cen­to­mi­la copie, egua­glian­do il suc­ces­so edi­to­ria­le di PALAZZO YACOUBIAN di Al Alswa­ni, in un pae­se dove ven­de­re 5000 copie pro­du­ce nor­mal­men­te un best-sel­ler. Per di più, gra­zie alla pro­mo­zio­ne dell’autore, mol­to abi­le a muo­ver­si negli ambien­ti let­te­ra­ri ed acca­de­mi­ci euro­pei, data la sua for­ma­zio­ne cul­tu­ra­le in Euro­pa, cono­sce inces­san­te­men­te nuo­ve tra­du­zio­ni. Cosa ha di tan­to spe­cia­le? Innan­zi­tut­to la lin­gua in cui è scrit­to e poi il sog­get­to: i “tas­si­na­ri” del­la capi­ta­le che si espri­mo­no, sen­za peli sul­la lin­gua, sul­la mag­gio­ran­za degli aspet­ti del­la vita quo­ti­dia­na e non in Egitto.
Il testo non è un roman­zo, ma nem­me­no una inchie­sta gior­na­li­sti­ca tout court: infat­ti rie­la­bo­ra il mate­ria­le di ascol­to e di scam­bio uma­no, avu­ti dall’autore con cen­ti­na­ia di tas­si­sti del Cai­ro, in 58 sce­net­te dia­lo­ga­te, di stam­po qua­si tea­tra­le, cuci­te da alcu­ne sue opi­nio­ni o spie­ga­zio­ni atte a gusta­re meglio il libro. L’autore sce­glie di far par­la­re i tas­si­sti nel­la loro lin­gua natu­ra­le, il dia­let­to ara­bo egi­zia­no, rele­gan­do l’arabo stan­dard a quel­le par­ti che con­te­stua­liz­za­no i diver­si rac­con­ti­ni; sic­co­me il testo è com­po­sto all’80% di dia­lo­ghi, ecco che si può dire che è scrit­to qua­si inte­ra­men­te in quel dia­let­to che è la lin­gua vera e viva in cui si espri­mo­no tut­ti quotidianamente.
Que­sto, natu­ral­men­te, pro­du­ce dei pro­ble­mi di resa in tra­du­zio­ne, bril­lan­te­men­te supe­ra­ti da Erne­sto Paga­no, che a vol­te pre­sta agli auti­sti di taxi accen­ti ed espres­sio­ni meri­dio­na­li ita­lia­ne, roma­ne o emi­lia­ne, quel tan­to che basta per non pro­dur­re un effet­to di stra­nia­men­to ed allon­ta­na­re il let­to­re dal­la real­tà cai­ro­ta. Ne vie­ne fuo­ri un ritrat­to indi­men­ti­ca­bi­le di que­sta cit­tà di cir­ca 18 milio­ni di abi­tan­ti, per­cor­sa inces­san­te­men­te da più di 80.000 tas­si­sti, a vol­te per 18 ore al gior­no, in un traf­fi­co cao­ti­co di mac­chi­ne auto­bus, metro­po­li­ta­ne, car­ret­ti e pedo­ni, in un ambien­te inqui­na­to e sof­fo­can­te, dal rumo­re assor­dan­te. Leg­ge­re que­sto libro è meglio di mol­ti trat­ta­ti socio­lo­gi­ci o antro­po­lo­gi­ci sul­la socie­tà egi­zia­na: ci con­se­gna imme­dia­ta­men­te una uma­ni­tà pazien­te sì, ma che non ne può più di cor­ru­zio­ne ammi­ni­stra­ti­va e del­la poli­zia, di una ele­fan­tia­ca buro­cra­zia, di man­can­za di demo­cra­zia e di liber­tà, in una paro­la, dell’onnipotente Muba­rak. Sem­bra che l’ultimo spa­zio di liber­tà espres­si­va sia rap­pre­sen­ta­to dal­la stra­da, dove il cit­ta­di­no comu­ne rie­sce a cata­liz­za­re il mal­con­ten­to sul gover­no, sul­le sue scel­te poli­ti­che ame­ri­ca­neg­gian­ti, sul­le scel­te eco­no­mi­che che stan­no met­ten­do in ginoc­chio il pae­se. Il pano­ra­ma dei tas­si­sti col­ti da Kha­mis­si è quan­to mai vario: ci sono sogna­to­ri e misti­ci, fana­ti­ci reli­gio­si e miso­gi­ni incal­li­ti, mala­ti di por­no­gra­fia, pro­fes­so­ri e stu­den­ti disoc­cu­pa­ti, truf­fa­to­ri, immi­gra­ti dal sud, atto­ri a spas­so e gen­te rovi­na­ta da spe­cu­la­zio­ni azzar­da­te per la por­ta­ta rea­le del­le loro tasche. Il tut­to ci dice che fare il tas­si­sta è diven­ta­to il mestie­re di chi non ha più occu­pa­zio­ne, un modo di sbar­ca­re il luna­rio. Le loro opi­nio­ni, ma anche le loro bar­zel­let­te, ci dan­no uno spac­ca­to del pen­sie­ro non del­le élites intel­let­tua­li ma degli stra­ti popo­la­ri e pove­ri dell’intera socie­tà egiziana.
Ci sono degli esem­pi diver­ten­ti e altri tri­sti e inquie­tan­ti: citia­mo l’episodio in cui si par­la del­la leg­ge che ha libe­ra­liz­za­to le licen­ze di taxi, pro­du­cen­do una quan­ti­tà abnor­me di auti­sti, ves­sa­ti da dispo­si­zio­ni assur­de, come quel­la sul­le cin­tu­re di sicu­rez­za. Si sco­pre che il gover­no egi­zia­no le ha intro­dot­te come beni di lus­so sui vei­co­li impor­ta­ti, facen­do paga­re alti dazi doga­na­li. Que­sto ha indot­to la mag­gio­ran­za ad eli­mi­nar­le per non paga­re costi sala­ti, ma poi sono sta­te rese obbli­ga­to­rie e i tas­si­sti sono sta­ti costret­ti a rein­stal­lar­le, a pro­prie spe­se: ovvia­men­te mol­ti lo han­no fat­to solo per fin­ta e quin­di non fun­zio­na­no, con i risul­ta­ti ovvi di inci­den­ti , il che ci dice qual­co­sa anche di casa nostra.
Alcu­ni tas­si­sti si espri­mo­no sul­lo sta­to bas­sis­si­mo del­la istru­zio­ne pub­bli­ca: i bam­bi­ni impa­ra­no a mala­pe­na a leg­ge­re, costrin­gen­do mol­ti geni­to­ri a spen­de­re per lezio­ni pri­va­te pur di far impa­ra­re qual­co­sa ai figli. Ecco allo­ra la tro­va­ta genia­le di un tas­si­sta: non man­da i figli a scuo­la così met­te da par­te i sol­di che avreb­be spe­so per l’istruzione, giu­di­ca­ta ormai inu­ti­le, da uti­liz­za­re alla mag­gio­re età dei figli per apri­re una atti­vi­tà di ven­di­ta o un nuo­vo taxi… L’importante è fare sol­di, a scuo­la tan­to si impa­ra solo l’inno nazio­na­le e le scioc­chez­ze che Muba­rak vuo­le si tra­smet­ta­no ai ragaz­zi, futu­ro del paese.
Ma c’è anche spa­zio per la guer­ra in Iraq, per i Fra­tel­li musul­ma­ni, per le con­di­zio­ni sani­ta­rie del Said sot­to­svi­lup­pa­to e anche per un tas­si­sta con­tem­pla­ti­vo: “da 30 anni divi­do la mia gior­na­ta in 3 par­ti: nel­la pri­ma lavo­ro, nel­la secon­da sto con mia moglie e i miei figli e nel­la ter­za vado a pesca­re sul Nilo. Vado a lava­re il mio spi­ri­to, il mio cor­po e i miei occhi. E sul­la super­fi­cie del Nilo leg­go le paro­la di Dio […] Se ognu­no di noi, in que­sto pae­se, si fer­mas­se a guar­da­re la super­fi­cie dell’acqua […] non ci sareb­be­ro né cor­ru­zio­ne né maz­zet­te […] ogni vol­ta che fini­sco il tur­no ho pau­ra per i miei figli, pau­ra del futu­ro […] quan­do però fini­sco di pesca­re, mi sen­to pie­no di spe­ran­za per il doma­ni e fidu­cia che ogni cosa andrà per il meglio”. La socie­tà egi­zia­na a bor­do di un taxi, tito­la una recen­sio­ne dedi­ca­ta a que­sto libro, quan­to mai appropriata.

0

Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”

NIGRIZIA — Feb­bra­io 2008
di Pier Maria Mazzola

gencopertina«E per­ché secon­do te dove vivia­mo? In una cit­tà? La giun­gla è il para­di­so rispet­to a dove stia­mo noi. Lo sai dove vivia­mo noi? — Dove? — All’inferno». 58 sipa­riet­ti da cui si spri­gio­na, nel­le con­ver­sa­zio­ni fra il clien­te-nar­ra­to­re e un tas­si­sta o l’altro, la sati­ra, socia­le e poli­ti­ca (anche se l’autore ammet­te di esser­si auto­cen­su­ra­to su cer­ti nomi e cer­te sto­rie…). Don­ne in niqab che den­tro il taxi si tra­sfor­ma­no, tas­si­na­ri con sto­rie strap­pa­la­cri­me per scu­ci­re qual­che lira di più, il traf­fi­co che si bloc­ca — anche quel­lo pedo­na­le — a moti­vo di una pas­seg­gia­ta di Muba­rak… Il libro è un best sel­ler in Egit­to, e al let­to­re nostra­no tor­ne­rà in men­te la com­me­dia all’italiana. Il Siren­te, 2008, pp. 191+XII, € 15,00.

0

Taxi. Le strade del Cairo si raccontano

Let­te­ra inter­na­zio­na­le 98 — 4° tri­me­stre 2008
di Lin­da Giannattasio

Copertina di "Lettera internazionale 98".

«Rega­lo que­sto libro alla vita che abi­ta nel­le paro­le del­le per­so­ne sem­pli­ci. nel­la spe­ran­za che ingoi il vuo­to che da anni dimo­ra cden­tro di noi». Si apre così Taxi, ope­ra dell’autore egi­zia­no Kha­led Al Kha­mis­si, con un dono e una dichia­ra­zio­ne di inten­ti che lascia fin da subi­to il suo regno e la sua volon­tà al let­to­re che si appre­sta a com­pier­ne il viag­gio. Viag­gio, infat­ti, è l’unico modo nel qua­le que­sto libro può esse­re defi­ni­to, un’opera che pur essen­do di fic­tion non è pro­pria­men­te un roman­zo, ben­sì un per­cor­so. Un per­cor­so che si dira­ma nel deda­lo del­le stra­de di quel­la cit­tà che mera­vi­glio­sa­men­te ric­ca di con­trad­di­zio­ni che è Il Cai­ro, alla sco­per­ta dei suoi nascon­di­gli e del­la sua gen­te. E allo­ra si par­te. Basta­no le voci dei tas­si­sti, can­ta­sto­rie di rac­con­ti che mol­to spes­so non sono favo­le ma dram­mi di vita quo­ti­dia­na, e un pas­seg­ge­ro inter­lo­cu­to­re, per trat­teg­gia­re in una serie di sto­rie bre­vi e signi­fi­ca­ti­ve, il mod­no dell’Egittto dei nostri giorni.
Il let­to­re è a bor­do di que­ste auto nere e scal­ca­gna­te che attra­ver­sa­no il traf­fi­co del­la cit­tà e assi­ste a ognu­no di que­sti dia­lo­ghi immer­gen­do­si di vol­ta in vol­ta in una real­tà diver­sa che coin­vol­ge, attra­ver­so sto­rie di vita comu­ne, i temi del­la poli­ti­ca, dell’economia, del­la sani­tà e dell’istruzione. Temi affron­ta­ti con l’ironia e la dispe­ra­zio­ne di quel­le per­so­ne sem­pli­ci che li vivo­no e per que­sto han­no il dirit­to di ave­re voce. Ed è pro­prio la voce di quei tas­si­ti che l’autore defi­ni­sce «ter­mo­me­tro dell’umore del­le indo­ma­bi­li stra­de egi­zia­ne» a rac­con­tar­li. Tas­si­sti con ogni tipo di com­pe­ten­za e livel­lo di istru­zio­ne, pri­gio­nie­ri di un «busi­ness dei pove­ri» dall’incremento incon­trol­la­to e incontrollabile.
Ecco, Quin­di, che nel­le cin­quan­tot­to sto­rie in cui si arti­co­la il rac­con­to si incon­tra­no deci­ne di per­so­nag­gi, tut­ti pro­ta­go­ni­sti di una vita diver­sa: c’è il disgra­zia­to che gui­da da tre gior­ni con­se­cu­ti­vi rischian­do la vita per un col­po di son­no per­ché deve paga­re la rata d’affitto del suo taxi, l’esperto di bor­sa, il lau­rea­to che por­ta il taxi per arro­ton­da­re «per­ché in Egit­to è impos­si­bi­le soprav­vi­ve­re con un solo stipendio».
Sto­rie di pover­tà, dal­le qua­li emer­go­no anche le con­vin­zio­ni poli­ti­che di que­sta gen­te: c’è chi bestem­mia con­tro il Mini­ste­ro dell’Interno e le for­ze dell’ordine, chi male­di­ce il gover­no e chi ama l’Iraq. Chi vor­reb­be can­cel­la­re la paro­la “ame­ri­ca­no”, chi è arrab­bia­to per una demo­cra­zia ine­si­sten­te e chi è dav­ve­ro ras­se­gna­to quan­do affer­ma: «Nes­su­no ci umi­lia meglio del nostro Pae­se». È allo­ra che il let­to­re non è più spet­ta­to­re ma entra nel mon­do che vive in quel­le pagi­ne, un mon­do ben rac­con­ta­to anche nel­lo sti­le, nar­ra­to attra­ver­so i suoi dia­let­ti — tra­dot­ti con le infles­sio­ni del nostro ita­lia­no — ma anche descrit­to con ter­mi­ni lascia­ti nel­la lin­gua d’origine, per­ché con­ser­vi­no la loro for­za. Paro­le, rac­con­ti popo­la­ri, tan­te bar­zel­let­te che non solo con­tri­bui­sco­no a ren­de­re faci­le la let­tu­ra ma sono lo spec­chio del­la socie­tà egi­zia­na e il modo per­fet­to per criticarla.
Così chi leg­ge pro­se­gue il suo viag­gio, gui­da­to in un uni­ver­so di nomi e di luo­ghi, con una car­ti­na e un glos­sa­rio a far­gli com­pa­gnia. Per­ché nes­sun luo­go è pri­vo di sen­so e nes­su­na paro­la vie­ne lascia­ta sen­za spie­ga­zio­ne nell’intento socio­lo­gi­co e didat­ti­co pro­prio di que­sto libro.
Un libro attra­ver­so il qua­le si sco­pre la gen­te d’Egitto e l’Egitto pro­fon­do, avvi­ci­nan­do­si in pun­ta di pie­di a un mon­do ara­bo di cui si par­la spes­so da trop­po lon­ta­no. Si entra nel­le maglie del­la pover­tà e allo stes­so tem­po si apprez­za la bel­lez­za dei luo­ghi in cui quel mon­do abi­ta e vive le sue con­trad­di­zio­ni. Un viag­gio da com­pie­re, nel­la spe­ran­za che ingoi dav­ve­ro quel «vuo­to che da anni dimo­ra den­tro di noi».

0

Le lamentele degli egiziani nel «Taxi»

IL TEMPO – Dome­ni­ca 11 gen­na­io 2009
di Anto­nel­la Melilli 

Quel­la di osser­va­re le stra­de di una metro­po­li immen­sa e ruti­lan­te come il Cai­ro attra­ver­so l’abitacolo di un taxi, che per il suo bas­sis­si­mo costo costi­tui­sce il mez­zo di tra­spor­to di gran lun­ga più usa­to per le stra­de del­la cit­tà egi­zia­na, è sicu­ra­men­te un’idea accat­ti­van­te e ori­gi­na­le. Anche se non total­men­te sce­vra dal rischio di appro­da­re a una nar­ra­zio­ne di boz­zet­ti­sti­ca super­fi­cia­li­tà. Ma Kha­led Al Kamis­si, gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re, auto­re di que­sto «Taxi» (Edi­to­re Il Siren­te. pagg. 192) rie­sce bril­lan­te­men­te ad aggi­ra­re l’ostacolo, finen­do per resti­tui­re attra­ver­so le 58 bre­vi sto­rie qui rac­col­te un ritrat­to varie­ga­to e il sen­so più pro­fon­do di un mon­do ara­bo per noi occi­den­ta­li assai dif­fi­ci­le da com­pren­de­re. Sto­rie vere, del resto, che attra­ver­so i dia­lo­ghi coi con­du­cen­ti di taxi, spin­ti dal­la dispe­ra­zio­ne del­la fame e del biso­gno a rovi­nar­si ner­vi e salu­te per un gua­da­gno, spes­so illu­so­rio, di pura soprav­vi­ven­za, stig­ma­tiz­za­no situa­zio­ni dram­ma­ti­che e com­ples­se di cor­ru­zio­ne dila­gan­te, di guer­re infi­ni­te e di arro­gan­ti inge­ren­ze stra­nie­re. Facen­do­ne affio­ra­re insie­me l’impossibilità di espri­mer­si del mon­do fem­mi­ni­le, l’acquiescenza di chi con­fi­da nel Cora­no o l’indignazione di chi luci­da­men­te vede i gua­sti del pae­se e le respon­sa­bi­li­tà del­lo Sta­to. E soprat­tut­to sto­rie di gra­de­vo­le e agi­le let­tu­ra che si sno­da­no sul filo di una scrit­tu­ra inno­va­ti­va­men­te intrec­cia­ta di ara­bo cora­ni­co e di dia­let­to popo­la­re. Decre­tan­do il suc­ces­so di un pic­co­lo libro che, auten­ti­co caso let­te­ra­rio in Egit­to, è sta­to pron­ta­men­te tra­dot­to in Inghil­ter­ra e in Fran­cia e giun­ge ora in Ita­lia ad avvia­re la col­la­na Altria­ra­bi con cui la Casa Edi­tri­ce Il Siren­te pun­ta l’attenzione sugli aspet­ti più nuo­vi e inte­res­san­ti del­le cul­tu­re che si affac­cia­no sull’altra spon­da del Medi­ter­ra­neo. Avva­len­do­si per la tra­du­zio­ne del con­tri­bu­to di Ange­lo Paga­no, che attin­ge agli accen­ti del nostro Meri­dio­ne per resti­tui­re, sul filo di una qua­si natu­ra­le empa­tia, la spon­ta­nei­tà umo­ra­le di un’espressività popo­la­re­sca e quotidiana.

0

Khaled al-Khamissi, Taxi. Le strade del Cairo si raccontano

Cen­tro Inter­na­zio­na­le di Stu­di e Ricer­che Oasis (C.I.S.R.O.) — dicem­bre 2008
di Mar­ti­no Diez

Kha­led al-Kha­mis­si, Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no, il Siren­te, 2008.

«Ci ave­vo spe­ra­to fino a quan­do non han­no pre­so Sad­dam. Quel gior­no ho pian­to come una fon­ta­na. Ho sen­ti­to che noi ara­bi ci face­va­mo cal­pe­sta­re come inset­ti. Mi sono sen­ti­to come una for­mi­ca che chiun­que pote­va schiac­cia­re sot­to i piedi».
«Io mi voglio spo­sa­re uno coi sol­di: lo amo o non lo amo, non me ne impor­ta nien­te. L’importante è che c’ha i soldi».
«Noi vivia­mo nel pae­se del­le min­chia­te e ci cre­dia­mo pure. L’unico ruo­lo di que­sto gover­no è con­trol­la­re che con­ti­nuia­mo a cre­der­ci. È vero o no?».
Lo scrit­to­re ara­bo con­tem­po­ra­neo, come tut­ti i suoi con­ter­ra­nei, vive divi­so tra due lin­gue: il dia­let­to, che usa tut­ti i gior­ni, e l’arabo clas­si­co, la lin­gua di pre­sti­gio. Sono due modi diver­si di rac­con­tar­si. Uno irri­ve­ren­te, cri­ti­co, spie­ta­to. L’altro palu­da­to, acca­de­mi­co, iera­ti­co. In dia­let­to si rac­con­ta il mon­do com’è, in clas­si­co il mon­do come dovreb­be esse­re. Fino­ra però l’immagine idea­le ha sem­pre pre­val­so, anche nel­la auto­rap­pre­sen­ta­zio­ne del­le socie­tà ara­be, e a livel­lo lin­gui­sti­co, sal­vo rare ecce­zio­ni, solo l’arabo clas­si­co ha godu­to di digni­tà letteraria.
La genia­li­tà di Taxi, pri­mo libro egi­zia­no scrit­to per tre quar­ti in dia­let­to, è tut­ta nel con­trap­pun­to di voci par­la­te, ora serie, ora iro­ni­che o dispe­ra­te, spes­so sgua­ia­te, vol­ga­ri anche, mai scon­ta­te. Uno spac­ca­to sull’Egitto con­tem­po­ra­neo, attra­ver­so la par­ti­co­la­re visua­le degli auti­sti di taxi. Chiun­que abbia mes­so i pie­di nel­la cao­ti­ca capi­ta­le medio­rien­ta­le cono­sce per espe­rien­za tut­ta l’importanza del­le onni­pre­sen­ti mac­chi­ne nere a stri­sce bian­che, spes­so auten­ti­che car­cas­se, prin­ci­pa­le mez­zo di tra­spor­to nel­la ster­mi­na­ta mega­lo­po­li. Non di rado capi­ta di avvia­re dia­lo­ghi simi­li a quel­li ripor­ta­ti nel libro. C’è il dispe­ra­to, l’idiota, l’autista che non dor­me da tre gior­ni per­ché deve paga­re la rata, il fon­da­men­ta­li­sta, il cri­stia­no arrab­bia­to, l’emigrato ritor­na­to al pae­se, il con­trab­ban­die­re, il bar­zel­let­tie­re… Come nel­la real­tà, anche nel libro spes­so si par­la di poli­ti­ca, sem­pre ai limi­ti del­la cen­su­ra, tan­to che qua e là vie­ne il sospet­to che l’autore ci abbia aggiun­to del suo. Si toc­ca­no temi sco­mo­di, come la discri­mi­na­zio­ne dei cop­ti nel­le uni­ver­si­tà, la pro­sti­tu­zio­ne o la cor­ru­zio­ne gene­ra­liz­za­ta. Il tra­dut­to­re ita­lia­no, a par­te qual­che refu­so come Not­te di Qadr inve­ce di Not­te del Qadar, indo­vi­na com­ples­si­va­men­te il regi­stro lin­gui­sti­co, pur con qual­che con­ces­sio­ne al gusto per lo scurrile.
Sen­za dub­bio que­sta rac­col­ta di sto­rie bre­vi, pri­ma ope­ra di Kha­led al-Kha­mis­si, inter­cet­ta un biso­gno rea­le di rac­con­tar­si oltre gli ste­reo­ti­pi autoim­po­sti, come dimo­stra­no le oltre 35.000 copie ven­du­te, in un pae­se, l’Egitto, dove 3000 copie sono con­si­de­ra­te un suc­ces­so. Emer­ge il qua­dro di una socie­tà sull’orlo del­la ban­ca­rot­ta eco­no­mi­ca, sfi­du­cia­ta, in pre­da a una cri­si mora­le ed edu­ca­ti­va radi­ca­le («Sono paz­zi. Man­da­no i loro figli a scuo­la […]. Io per­so­nal­men­te dico a tut­ti quel­li che stan­no attor­no a me: “Non li man­da­te i figli vostri a scuo­la, non li man­da­te!” È diven­ta­ta la mia uni­ca cau­sa nel­la vita»), in cui la mag­gior par­te del­la popo­la­zio­ne è total­men­te assor­bi­ta dal­la lot­ta per la soprav­vi­ven­za quo­ti­dia­na. Eppu­re, nono­stan­te tut­to, le cose van­no avan­ti. Per­ché, come con­clu­de l’anziano gui­da­to­re del pri­mo rac­con­to, «quel pane, quei sol­di, non sono né miei né vostri. Appar­ten­go­no a Dio. Que­sta è l’unica cosa che ho impa­ra­to duran­te la mia vita».

0

Taxi: le strade del Cairo si raccontano

RADIO CITTÀ DEL CAPO — 19/12/2008
di Lucia Manassi

Kha­led Al Kha­mis­si è un gior­na­li­sta, pro­dut­to­re e scrit­to­re egi­zia­no. In que­sto suo pri­mo libro ha rac­col­to le voci di deci­ne e deci­ne di taxi­sti del­la sua cit­tà: il Cai­ro.

L’autore nei nostri studi

E’ una mega­lo­poli di diciot­to milio­ni di abi­tan­ti, dove il tas­so di inqui­na­men­to è uno dei più alti del mon­do e gli ingor­ghi bloc­ca­no com­ple­ta­men­te le strade.

Kha­led Al Kha­mis­si è venu­to nei nostri stu­di di pas­sag­gio da Bolo­gna. Ha scel­to di rac­con­ta­re la vita del­la stra­da per­chè lo con­si­de­ra uno spa­zio rap­pre­sen­ta­ti­vo del­la socie­tà. “Nel­la stra­da si è più libe­ri, ha det­to lo scrit­to­re, la liber­tà del­la stra­da ci por­ta real­men­te a com­pren­de­re la socie­tà”. L’Egitto sta attra­ver­san­do una gra­ve cri­si eco­no­mi­ca: “La Ban­ca Mon­dia­le nel­le sue sta­ti­sti­che par­la del 58% del­la popo­la­zio­ne che vive al di sot­to del­la linea del­la pover­tà, due dol­la­ri al gior­no. Il gover­no par­la di cre­sci­ta annua­le del PIL pari al 7% ma que­sto 7% non si sen­te nel­la stra­da, il popo­lo non ha la capa­ci­tà di soprav­vi­ve­re”. Al Kha­mis­si indi­vi­dua nel­la man­can­za di spe­ran­za il sen­ti­men­to più dif­fu­so tra gli egi­zia­ni: “Quan­do il popo­lo per­de la spe­ran­za è il peg­gio del peg­gio. Mol­te per­so­ne voglio­no emi­gra­re per­chè han­no per­so la spe­ran­za e que­sto è mol­to peri­co­lo­so.” Sull’oppo­si­zio­ne al regi­me di Osni Muba­rak Al Kha­mis­si si espri­me così: “Il Pre­si­den­te Muba­rak è riu­sci­to a sof­fo­ca­re ogni pote­re poli­ti­co in Egit­to, anche il suo. Tut­ti i par­ti­ti poli­ti­ci sono debo­lis­si­mi, oggi. Cre­do che Muba­rak abbia pre­so l’acqua del Nilo, l’abbia mes­sa nell’anima del popo­lo egi­zia­no e il popo­lo egi­zia­no è diven­ta­to come una salsa…con trop­pa acqua, sen­za gusto, sen­za colo­re, sen­za odore…questo è ter­ri­bi­le. Da 3 o 4 anni c’è un movi­men­to gene­ra­le, nuo­vo, nel­le fab­bri­che, nel­le uni­ver­si­tà, nel­le strade…ma sen­za pro­get­to, sen­za leaders.

Kha­led Al Kha­mis­si “Taxi, Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no” (Edi­tri­ce il Siren­te)

Per ascol­ta­re tut­ta l’intervista clic­ca QUI

0

Khaled al Khamissi e la società egiziana vista dal Taxi

MINARETI.IT — Gio­ve­dì 11 dicem­bre 2008
di Ele­na Dini

In Ita­lia per 10 gior­ni, Kha­led al Kha­mis­si ha pre­sen­ta­to il suo libro “Taxi” in varie cit­tà. 58 bre­vi sto­rie di viag­gi in taxi in cui i tas­si­sti si rac­con­ta­no e rac­con­ta­no l’Egitto di oggi.

- Se ti rac­con­tas­si cosa mi è suc­ces­so pri­ma… non mi cre­de­re­sti mai. Sono più di vent’anni che por­to il taxi e ne ho viste di tut­ti i colo­ri, ma quel­la di oggi è sta­ta una del­le cose più assur­de che mi sono capitate.
— Bene… rac­con­ta allora.

Ini­zio emble­ma­ti­co per uno dei 58 rac­con­ti, o con­ver­sa­zio­ni, o incon­tri con i tas­si­sti del Cai­ro pro­po­sti da Kha­led al-Kha­mis­si nel suo libro “Taxi”.
35.000 copie ven­du­te in Egit­to (cifra che pochi libri rag­giun­go­no) per una rac­col­ta di sto­rie ambien­ta­te all’interno del­le vet­tu­re tan­to fami­lia­ri per chi ha pas­seg­gia­to anche solo una vol­ta per le vie del Cai­ro. Que­sta enor­me, e inqui­na­tis­si­ma metro­po­li, con­ta 18 milio­ni di abi­tan­ti e più di 80.000 taxi. Fra i con­du­cen­ti di taxi si tro­va­no per­so­ne di ogni tipo che cer­ca­no di “sbar­ca­re il luna­rio” con que­sto mestie­re oppu­re di arro­ton­da­re lo sti­pen­dio affit­tan­do un taxi per qual­che turno.
Nell’immaginario popo­la­re, l’arabo ha il talen­to natu­ra­le di ora­to­re, intrat­te­ni­to­re e chiac­chie­ro­ne. “Taxi” con­fer­ma que­sta visio­ne. I tas­si­sti sono affa­sci­nan­ti mene­strel­li che, oltre a far tra­scor­re­re al let­to­re un paio d’ore di pia­ce­vo­le let­tu­ra, lo immer­go­no nell’atmosfera del­le stra­de del Cai­ro con le loro bar­zel­let­te, i loro sogni, le cri­ti­che alla poli­ti­ca e le con­fes­sio­ni. Chi meglio di loro, che vivo­no costan­te­men­te a con­tat­to con i loro con­cit­ta­di­ni, dal ric­co al pove­ro, per par­la­re di una socie­tà in tra­sfor­ma­zio­ne, affe­zio­na­ta al ricor­do di ciò che era ieri e non dispo­sta a tace­re le dif­fi­col­tà di oggi?
Kha­led al-Kha­mis­si non rie­sce a nascon­de­re (e pro­ba­bil­men­te non vuo­le nean­che far­lo) quan­to con­di­vi­da il sen­so di nostal­gia che acco­mu­na chi si muo­ve oggi per le vie del Cai­ro e, più in gene­ra­le, la popo­la­zio­ne egi­zia­na. “Sì, ho nostal­gia dei risto­ran­ti dove man­gia­vo, del tem­po di pri­ma che era miglio­re, del­la cit­tà che era più vivi­bi­le quan­do sono nato rispet­to ad ora”, mi rispon­de quan­do gli chie­do se la nostal­gia che spes­so è sul­la boc­ca dei tas­si­sti nel­le sue sto­rie non sia anche un po’ la sua. Il rim­pian­to per il pas­sa­to è evi­den­te in vari auto­ri del­la nuo­va gene­ra­zio­ne che in Egit­to cer­ca­no di col­ma­re le lacu­ne del­la poli­ti­ca e del­la socie­tà civi­le. “Non biso­gna dimen­ti­ca­re”, con­ti­nua l’autore, “che la let­te­ra­tu­ra non può cam­bia­re la real­tà ma può cam­bia­re l’uomo”.

0

Alla presentazione di Taxi, musica profumi e parole

| Ara­bi­smo | Gio­ve­dì, 11 dicem­bre 2008 | Ales­san­dra Fabbretti |

La pre­sen­ta­zio­ne di Taxi di Kha­led Al Kha­mis­si ha risve­glia­to musi­ca, suo­ni, imma­gi­ni ed emo­zio­ni tra i muri dell’Associazione Cul­tu­ra­le Apol­lo Undi­ci (via Con­te Ver­de, 51 Roma), orga­niz­za­ta in col­la­bo­ra­zio­ne con l’associazione Un Pon­te Per.. e la casa edi­tri­ce Il Siren­te lo scor­so vener­dì 6 dicembre.

La chi­tar­ra di Mar­co Boni­ni e il con­trab­bas­so di Ric­car­do Gola han­no accom­pa­gna­to al rit­mo di tona­li­tà vibran­ti e pia­ce­vo­li la let­tu­ra di alcu­ni del­le sto­rie più par­ti­co­la­ri di Taxi, una rac­col­ta di 58 rac­con­ti dal sapo­re socio­lo­gi­co, ispi­ra­ti al micro­co­smo dei diver­ten­ti e onni­pre­sen­ti vei­co­li gial­li del Cai­ro, dal pun­to di vista tan­to degli auti­sti che dei passeggeri.

Luci sof­fu­se, pro­fu­mo d’incenso nell’aria, pau­se lun­ghe rese leg­ge­re dal­la musi­ca e la voce squil­lan­te del­la let­tri­ce han­no tra­spor­ta­to il pub­bli­co nei luo­ghi del libro, tra i vol­ti dei suoi abi­tan­ti e i colo­ri e i rumo­ri del­le sovraf­fol­la­te stra­de del­la capi­ta­le egiziana.

Per chi già la cono­sce­va, ha signi­fi­ca­to la rie­vo­ca­zio­ne di luo­ghi fami­lia­ri; per chi non l’ha anco­ra visi­ta­ta, que­sto testo dischiu­de cer­ta­men­te gli aspet­ti più veri e signi­fi­ca­ti­vi di un popo­lo che vive oggi a caval­lo tra il pas­sa­to e la moder­ni­tà, tra voglia di vive­re e dif­fi­col­tà quo­ti­dia­ne, tra otti­mi­smo e pes­si­mi­smo, tan­te dico­to­mie cau­sa­te dai nume­ro­si pro­ble­mi socia­li che gra­va­no su que­sto e tan­ti altri pae­si del Mon­do arabo.

La pover­tà, la mise­ria, il regi­me poli­ti­co, l’Islam intol­le­ran­te, le tra­di­zio­ni ceche che non lascia­no posto alla volon­tà indi­vi­dua­le intrec­cia­no i discor­si e le situa­zio­ni di que­sto testo poli­fo­ni­co, sen­za tut­ta­via appe­san­tir­ne la let­tu­ra o ridur­ne i toni scher­zo­si, iro­ni­ci e a vol­te esi­la­ran­ti che al Kha­mis­si dona attra­ver­so i suoi per­so­nag­gi, e ciò con­fe­ri­sce a que­sta rac­col­ta la capa­ci­tà di inte­res­sa­re e appas­sio­na­re il let­to­re ai temi più attua­li dell’Egitto contemporaneo.

Per le stra­de del Cai­ro si per­ce­pi­sce un sen­ti­men­to di Fine” scan­di­sce Al-Kha­mis­si “Fine per un’epoca, fine per la spe­ran­za, fine per la poli­ti­ca, che da più di vent’anni è occu­pa­ta dal­la pre­si­den­za di Mou­ba­rak. È que­sto sen­ti­men­to seve­ro che ho volu­to rac­con­ta­re nel mio libro. “Anche la nostal­gia è un’altra sen­sa­zio­ne che è pos­si­bi­le sen­ti­re: si pro­va nostal­gia, per esem­pio, per la vita come era negli anni ’70 e ’60, per il patriot­ti­smo, che mol­ti giu­di­ca­no ormai mor­to, per la pos­si­bi­li­tà di esi­ste­re sen­za pro­va­re fame e privazioni.

Duran­te un’intervista, il gior­na­li­sta mi ha chie­sto se la sto­ria “Niqab e tac­chi a spil­lo” fos­se vera o frut­to del­la mia fantasia.1 “ pro­se­gue l’autore “Pur­trop­po epi­so­di come que­sto sono estre­ma­men­te fre­quen­ti. In Egit­to esi­sto­no mol­tis­si­mi quar­tie­ri popo­la­ri, nei qua­li è dif­fi­ci­le per le ragaz­ze non indos­sa­re il velo o il niqab. Nel­la facol­tà dove mi sono lau­rea­to negli anni ’80, ricor­do che le stu­den­tes­se vela­te era­no sola­men­te due. L’anno scor­so, per caso, mi è capi­ta­to di dover­ci anda­re e ho potu­to con­sta­ta­re che solo due ragaz­ze non por­ta­va­no il velo. Allo­ra ho chie­sto loro se pote­vo inter­vi­star­le. Si sono rifiu­ta­te, ma mi han­no comun­que det­to che la dif­fu­sio­ne del velo non ha nul­la a che fare con la reli­gio­ne, ben­sì è un feno­me­no poli­ti­co e socia­le, che però cau­sa loro mol­ti fasti­di. Spes­so, mi han­no con­fi­da­to, gli auti­sti degli auto­bus rifiu­ta­no di far­le sali­re a bor­do pro­prio per­ché han­no il capo scoperto”.

Taxi rac­chiu­de in sé i mil­le vol­ti di una cit­tà, che per nume­ro di abi­tan­ti rap­pre­sen­ta 1/3 dell’Italia, nel­la qua­le coa­bi­ta­no espe­rien­ze, vite, con­vin­zio­ni e carat­te­ri dif­fe­ren­ti e mol­te­pli­ci in modo qua­si inim­ma­gi­na­bi­le, ecco per­ché il pub­bli­co ita­lia­no ne è rima­sto affa­sci­na­to e il libro ha attra­ver­sa­to da nord a sud il nostro pae­se, in una 10 gior­ni di incon­tri, pre­sen­ta­zio­ni e dibat­ti­ti, che ci augu­ria­mo non si arre­sti né costi­tui­sca un caso iso­la­to ed eccezionale.

È il quar­to rac­con­to del libro. Una ragaz­za, coper­ta dal­la testa a pie­di dal niqab, il tra­di­zio­na­le velo nero che lascia sco­per­ti solo gli occhi, una vol­ta nel Taxi ini­zia a cam­biar­si e a truc­car­si, susci­tan­do lo stu­po­re dell’autista; que­sti non rie­sce a fare fin­ta di nul­la e le chie­de il per­ché di tale biz­zar­ro com­por­ta­men­to. La don­na spie­ghe­rà che, pur essen­do costret­ta a indos­sa­re il niqab sia in casa che all’esterno, lavo­ra in segre­to come came­rie­ra in un ele­gan­te risto­ran­te dove può gua­da­gna­re più di qual­sia­si altro mestie­re che i suoi geni­to­ri approverebbero

Quan­do e per­ché ha deci­so di scri­ve­re que­sto libro, che ha la par­ti­co­la­ri­tà di ave­re come ogget­to, o con­te­sto, il Taxi?

Duran­te la mia vita mi sono sem­pre inte­res­sa­to alle paro­le, ai dia­lo­ghi del Cai­ro, alla genia­li­tà e alla sag­gez­za che gli egi­zia­ni san­no espri­me­re con gran­de sem­pli­ci­tà. Tale sag­gez­za, ana­liz­za­ta da un pun­to di vista poli­ti­co, eco­no­mi­co e socia­le, ha sem­pre desta­to in me pro­fon­do stu­po­re: essa deri­va da un popo­lo mil­le­na­rio, che nel cor­so dei seco­li ha sapu­to svi­lup­pa­re un rap­por­to for­te con le isti­tu­zio­ni. Io sono soli­to pren­de­re mol­to spes­so il Taxi. Un gior­no, un auti­sta mi rac­con­tò una sto­ria, che è fini­ta poi nel mio libro, a pro­po­si­to del Pri­mo Mini­stro egi­zia­no il qua­le ha la nazio­na­li­tà cana­de­se. L’ho tro­va­ta mol­to inte­res­san­te e rap­pre­sen­ta­ti­va di ciò che acca­de nor­mal­men­te per le stra­de, e allo­ra mi sono det­to che avrei dovu­ta scri­ver­la. Scri­ven­do­la, ho capi­to che dove­vo con­ti­nua­re. E così è nato il mio libro.

La con­fu­sio­ne, il rumo­re che regna nel­le stra­de e nel­le vie del Cai­ro può rap­pre­sen­ta­re in qual­che modo il popo­lo egiziano?

No, non lo cre­do affat­to. Il Cai­ro ha assi­sti­to ad una cre­sci­ta demo­gra­fi­ca enor­me duran­te il XX seco­lo All’inizio del 900 ave­va 600,000 abi­tan­ti, ver­so la metà ave­va rag­giun­to i 2,5 milio­ni, men­tre oggi si è arri­va­ti ai cir­ca 18 milio­ni. Si trat­ta dun­que di una cre­sci­ta demo­gra­fi­ca enor­me, che ha del­le con­se­guen­ze cer­ta­men­te pesan­ti sul­la cit­tà, come il traf­fi­co, l’inquinamento e il rumo­re, ma tut­to ciò non rap­pre­sen­ta la popo­la­zio­ne né la per­so­na­li­tà del Cairo.

Lei è mol­to cri­ti­co ver­so la poli­ti­ca, il gover­no e le leg­gi del suo pae­se. Ritie­ne che i cam­bia­men­ti che han­no luo­go in que­sto momen­to nel mon­do, come l’elezione del pre­si­den­te Barak Oba­ma negli Sta­ti Uni­ti, pos­sa­no riflet­ter­si anche sui regi­mi e i siste­mi dei pae­si ara­bi e sull’Egitto in particolare?

Pos­so dire che, aven­do ascol­ta­to mol­te per­so­ne al Cai­ro, come i pas­san­ti, gli auti­sti dei Taxi, o la pove­ra gen­te, la venu­ta di Oba­ma non cam­bie­rà nul­la per l’Egitto. Per gli Sta­ti Uni­ti cer­ta­men­te, per altri pae­se for­se, ma non per l’Egitto, come per la que­stio­ne del con­flit­to ara­bo-israe­lia­no. Per gli egi­zia­ni, quel­li che vivo­no nel­la mise­ria soprat­tut­to, repub­bli­ca­no o demo­cra­ti­co signi­fi­ca in fin dei con­ti solo vede­re due vol­ti diver­si. Non ser­ve cam­bia­re que­sto vol­to, che sia gio­va­ne o anzia­no, bian­co o afroa­me­ri­ca­no. C’è sta­to un cam­bia­men­to, cer­to, ma non è quel gene­re di cam­bia­men­to che ser­ve per miglio­ra­re le cose.

In un rac­con­to, lei descri­ve i Fra­tel­li Musul­ma­ni con mol­ta iro­nia. Quan­to c’è di vero in ciò che lei scri­ve in que­sto mono­lo­go, e di cui lei è con­vin­to anche nel­la realtà?

Per le stra­de del Cai­ro non si cre­de dav­ve­ro a una for­za poli­ti­ca di qual­sia­si tipo: né ai par­ti­ti, né ai Fra­tel­li Musul­ma­ni, né a nient’altro. C’è la sen­sa­zio­ne che in real­tà tut­te que­ste per­so­ne sia­no debo­li, che i movi­men­ti poli­ti­ci sia­no debo­li, che i par­ti­ti e gli avve­ni­men­ti sia­no debo­li. Tut­to ciò vie­ne defi­ni­to “balan­ce de fai­blas­se”, per­ché tut­ti sono pri­vi di for­za e quin­di nes­su­no può con­cre­ta­men­te cam­bia­re le cose. L’ironia nasce da que­sta con­di­zio­ne, e dal fat­to che nes­su­no cre­de che ci sarà un cam­bia­men­to. Anche i Fra­tel­li Musul­ma­ni, sen­za pote­re, non sono in gra­do di fare nul­la, esat­ta­men­te come gli altri, come ad esem­pio i par­ti­ti, sia­no essi di destra, di sini­stra o di centro.

Il suo libro, Taxi, ha riscos­so note­vo­le suc­ces­so nei pae­si Euro­pei. Perché?

Non mi sen­to anco­ra di dire che il mio libro ha avu­to un gran suc­ces­so in Euro­pa, ma lo spe­ro. Se esi­sto­no del­le per­so­ne che si inte­res­sa­no al mio libro, è per­ché esso rap­pre­sen­ta le stra­de del Cai­ro e quin­di ciò che suc­ce­de al gior­no d’oggi nel­la socie­tà egi­zia­na. In tut­ti i casi, la let­te­ra­tu­ra è un mez­zo di comu­ni­ca­zio­ne tra i pae­si e tra le cul­tu­re, come un pon­te, e io mi augu­ro che il mio testo rie­sca ad attra­ver­sa­re que­sto pon­te, posto tra le due rive del Medi­ter­ra­neo, tra l’Egitto e l’Italia, con mol­te altre let­te­ra­tu­re che sia­no por­ta­te in Egit­to o dall’Egitto ver­so l’estero.

0

Cairo on the road

EUMAGAZINE — 09/12/2008
di Giu­lia Stampetta

Una buo­na dose di humour per trat­ta­re argo­men­ti a cui soli­ta­men­te gli egi­zia­ni riser­va­no un’estrema serietà.

Copie ven­du­te: 70.000 (e che con­ti­nua­no anco­ra ad usci­re dal­le libre­rie), in Egit­to ven­de­re già meno del­la metà è con­si­de­ra­to un suc­ces­so edi­to­ria­le. E “Taxi” lo è. Pub­bli­ca­to nel gen­na­io 2007, è già sta­to tra­dot­to in ingle­se e ita­lia­no (pros­si­ma­men­te anche in fran­ce­se, tede­sco, olan­de­se, slo­ve­no e gre­co). In Ita­lia è sta­ta edi­to da “Il Siren­te” e fino al 7 dicem­bre l’autore Kha­led al Kha­mis­si, gior­na­li­sta lai­co tol­le­ran­te ed ispi­ra­zio­ne socia­li­sta, sarà impe­gna­to in un tour pro­mo­zio­na­le nel nostro Pae­se. Noi lo abbia­mo incon­tra­to alla facol­tà di Stu­di Orien­ta­li del­la Sapien­za; alcu­ni stu­den­ti han­no in mano il suo libro: una rac­col­ta di 58 sto­rie bre­vi (e a det­ta sua tra­gi­che) mes­se insie­me fra il 2005 e il 2006 par­lan­do con i tas­si­sti del Cai­ro di vita quo­ti­dia­na, fru­stra­zio­ni, spe­ran­ze e ama­rez­ze di un popo­lo «oppres­so e pove­ro e sen­za pos­si­bi­li­tà di soprav­vi­ven­za — come lo ha descrit­to lui duran­te la pre­sen­ta­zio­ne — che in mol­ti casi ha per­so la spe­ran­za, ma non la voglia di scher­za­re, di ride­re e di vive­re». I tas­si­sti, si sa, sono ine­sau­ri­bi­li fon­ti di sto­rie e quin­di otti­mi spun­ti per affron­ta­re un viag­gio nel­la socio­lo­gia urba­na del­la capi­ta­le egi­zia­na. Ci par­la in fran­ce­se del biso­gno di leg­ge­re chi scri­ve del­la real­tà di que­sti pae­si e del­la loro cul­tu­ra, evi­den­zian­do quel­la che, secon­do lui, è la respon­sa­bi­li­tà occi­den­ta­le nell’aver crea­to incom­pren­sio­ni, frain­ten­di­men­ti e ste­reo­ti­pi rispet­to al mon­do ara­bo. “C’è un for­te biso­gno di com­pren­sio­ne e cono­scen­za reci­pro­ca — ha con­ti­nua­to lo scrit­to­re — men­tre la stam­pa euro­pea, in par­ti­co­la­re quel­la fran­ce­se, ingle­se e ame­ri­ca­na, scri­ve di una real­tà crea­ta da e per l’immaginario ame­ri­ca­no”. In rispo­sta a que­sta infor­ma­zio­ne di par­te l’opera di Al Kha­mis­si va let­ta pro­prio per la sua capa­ci­tà di rac­con­ta­re dall’interno e in modo sem­pli­ce e diret­to la rea­le vita quo­ti­dia­na del Cai­ro. Un’analisi fat­ta dai cai­ro­ti, un micro­fo­no piaz­za­to nel cuo­re dina­mi­co di que­sta gran­de capi­ta­le, che non a caso gira in auto­mo­bi­le, in una del­le metro­po­li più inqui­na­te del mon­do! Ci sono bar­zel­let­te che pren­do­no di mira il Pre­si­den­te, sto­rie di ordi­na­rio sfrut­ta­men­to, di pover­tà e rifles­sio­ni a vol­te mol­to sot­ti­li sul­la poli­ti­ca inter­na­zio­na­le. Un agglo­me­ra­to cao­ti­co di voci, che lo scrit­to­re non ha volu­to ordi­na­re, ma sem­pli­ce­men­te tra­spor­re in manie­ra discon­ti­nua e spar­sa. Que­ste invet­ti­ve di pan­cia sono un pre­te­sto per dire del­le cose sul­le clas­si pove­re dell’Egitto, in un lin­guag­gio sem­pli­ce che ha sapu­to evi­ta­re i difet­ti degli intel­let­tua­li. All’apparenza leg­ge­ro e godi­bi­le, il libro nascon­de die­tro i discor­si diret­ti e tal­vol­ta pit­to­re­schi dei tas­si­sti, i mol­tis­si­mi pro­ble­mi di un pae­se che cer­ca la pro­pria stra­da fra la voglia di ado­zio­ne di uno sti­le di vita euro­peo (anco­ra oggi esclu­si­vo appan­nag­gio del­le clas­si più ric­che del­la socie­tà) e la restri­zio­ne del­le liber­tà impo­sta dal gover­no, i bas­si livel­li di cul­tu­ra e i note­vo­li pro­ble­mi eco­no­mi­ci. Alcu­ni dico­no che Kha­led Al Kha­mis­si si è auto­cen­su­ra­to. Gli ottan­ta­mi­la tas­si­sti del Cai­ro sono più vol­ga­ri di come li descri­ve: ado­ra­no par­la­re di ses­so, dro­ga, sol­di e degli imbro­gli che fan­no. Chi però ha vis­su­to al Cai­ro abba­stan­za sa comun­que bene che una con­ver­sa­zio­ne con i tas­si­sti a vol­te vale mol­to più del­la let­tu­ra di un libro per capi­re que­sto paese.

0

Khaled Al Khamissi racconta Il Cairo. Oggi alla Fiera della piccola e media editoria

IL MANIFESTO — 07/12/2008
di Giu­lia­no Battiston

Gior­na­li­sta, sce­neg­gia­to­re e pro­dut­to­re cine­ma­to­gra­fi­co con alle spal­le stu­di di Scien­ze poli­ti­che al Cai­ro e alla Sor­bo­na, Kha­led Al Kha­mis­si dal 2007 è anche uno degli scrit­to­ri più let­ti dal pub­bli­co egi­zia­no, di cui ha con­qui­sta­to l’attenzione con una rac­col­ta di sto­rie in cui le voci dei tas­si­sti cai­ro­ti diven­ta­no un fil­tro attra­ver­so il qua­le riflet­te­re — a vol­te ama­ra­men­te, più spes­so cau­sti­ca­men­te — sui pro­ble­mi del­la socie­tà egi­zia­na, sof­fo­ca­ta da un pote­re asfis­sian­te e bru­ta­le e «abi­tua­ta a non ave­re voce». Abbia­mo rivol­to qual­che doman­da a Kha­led Al Kha­mis­si, che oggi a Roma alle 14 pres­so la Fie­ra del­la pic­co­la e media edi­to­ria pre­sen­ta il suo libro, Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (Il Siren­te, pp.191, euro 15) — insie­me al tra­dut­to­re Erne­sto Paga­no, a Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li e a Igia­ba Scego.
Secon­do la cele­bre defi­ni­zio­ne di Sten­d­hal, il roman­zo è uno spec­chio por­ta­to lun­go una stra­da; lei inve­ce sem­bra usa­re i taxi cai­ro­ti come uno spec­chio per riflet­te­re le vicen­de del­la socie­tà egi­zia­na. Ci spie­ga le ragio­ni del­la sua scelta?
Non è sta­ta una scel­ta del tut­to con­sa­pe­vo­le: al pro­ces­so del­la scrit­tu­ra con­tri­bui­sco­no mol­ti ele­men­ti, e alcu­ni di que­sti non sono di ordi­ne razio­na­le. Comun­que, vole­vo par­la­re innan­zi­tut­to del­le stra­de, poi­ché tut­te le stra­de sono for­te­men­te rap­pre­sen­ta­ti­ve del­la socie­tà e ne riflet­to­no le pul­sa­zio­ni più inti­me, e solo in un secon­do momen­to ho scel­to i tas­si­sti, colo­ro che ascol­ta­no e rac­con­ta­no le sto­rie del­le per­so­ne che abi­ta­no le stra­de. Inol­tre, anche se per gran par­te del­la mia vita ho stu­dia­to scien­ze poli­ti­che e ho let­to le ana­li­si di esper­ti e pro­fes­so­ri, non ho mai smes­so di ascol­ta­re le discus­sio­ni di quan­ti non sono mai entra­ti nel­le aule uni­ver­si­ta­rie. Da que­ste discus­sio­ni ho impa­ra­to che la poli­ti­ca, dopo tut­to, è una que­stio­ne mol­to sem­pli­ce: pos­sia­mo man­gia­re o no? Pos­sia­mo edu­ca­re i nostri figli o no? Pos­sia­mo respi­ra­re aria puli­ta o no? E in caso nega­ti­vo, per­ché? Mi sem­bra che nel­le stra­de ci sia la rispo­sta a que­sto per­ché. Gli egi­zia­ni, da mil­len­ni oppres­si da gover­ni che usa­no il pugno di fer­ro, temo­no senz’altro l’oppressione, ma allo stes­so tem­po han­no svi­lup­pa­to un for­te sen­so dell’umorismo, che si tra­du­ce nel­la capa­ci­tà di far­si bef­fe del­la stu­pi­di­tà di chi gover­na. In que­sto modo sono riu­sci­ti a sta­bi­li­re una distan­za tra loro e il pote­re. E solo la distan­za por­ta alla comprensione.
Il pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to «Quan­do Muba­rak va a pas­seg­gio» è un tas­si­sta «che all’inizio ave­va ado­ra­to il Cai­ro, poi l’aveva ama­ta, poi ave­va comin­cia­to a pro­va­re nei suoi con­fron­ti sen­ti­men­ti con­tra­stan­ti. Poi: l’aveva odia­ta e ades­so ne sen­te ripu­gnan­za». Nel suo caso, qua­li sen­ti­men­ti la lega­no al Cairo?
Sono nato negli anni Ses­san­ta, e pos­so assi­cu­rar­le che da allo­ra ho assi­sti­to con i miei occhi a un degra­do pro­gres­si­vo e costan­te, che ha inve­sti­to ogni aspet­to del­la vita del­la cit­tà. Tut­ta­via, rima­ne una cit­tà estre­ma­men­te for­te, dota­ta di risor­se ina­spet­ta­te. Dopo tut­to nes­su­no può nascon­de­re che si trat­ti di un museo a cie­lo aper­to, che rac­co­glie testi­mo­nian­ze archi­tet­to­ni­che risa­len­ti ad alme­no sei­mi­la anni fa e che attra­ver­sa­no il perio­do cop­to, isla­mi­co, moder­no e via dicen­do. A fron­te di que­sto straor­di­na­rio aspet­to sto­ri­co-archi­tet­to­ni­co rima­ne una cit­tà in cui metà del­la popo­la­zio­ne vive in con­di­zio­ni di emer­gen­za, sen­za i ser­vi­zi essen­zia­li. E gli abi­tan­ti con­ti­nua­no a cre­sce­re: nel 1900 era­no cir­ca sei­cen­to­mi­la, nel 1950 due milio­ni e mez­zo. Oggi sia­mo diciot­to milio­ni, e arri­ve­re­mo pre­sto a ven­ti. Si può imma­gi­na­re dove andre­mo a fini­re, con il gover­no che ci ritroviamo.
L’«Angelo nero», pro­ta­go­ni­sta dell’ultimo rac­con­to, un tas­si­sta venu­to da Assuan, sem­bra tro­va­re la pro­pria, per­so­na­le, feli­ci­tà nel­la cura che riser­va al giar­di­no di fron­te casa. Vuol for­se dire che in Egit­to feli­ci­tà e sod­di­sfa­zio­ne pos­so­no dar­si solo nel­la sfe­ra pri­va­ta, men­tre quel­la pub­bli­ca, sof­fo­ca­ta dal pote­re, non offre oppor­tu­ni­tà di «rea­liz­za­zio­ne»?
È pro­prio così. Oggi gli egi­zia­ni non fan­no par­te di un pro­get­to col­let­ti­vo, e l’Egitto è un pae­se pri­vo di pro­get­tua­li­tà socia­le, eco­no­mi­ca, cul­tu­ra­le. È come se vives­si­mo cia­scu­no nel­la pro­pria iso­la. Dal momen­to che i pon­ti adi­bi­ti a col­le­ga­re le iso­le tra di loro sono sta­ti abbat­tu­ti, l’unica cosa che ci è con­ces­sa per soprav­vi­ve­re più digni­to­sa­men­te è ren­de­re la nostra iso­la un po’ miglio­re. La gen­te si sfor­za di tro­va­re una dimen­sio­ne col­let­ti­va, un pro­get­to socia­le di cui pos­sa sen­tir­si par­te, ma si accor­ge pre­sto che non esi­ste alcun pro­get­to: veri par­ti­ti poli­ti­ci e movi­men­ti socia­li poli­ti­ca­men­te effi­ca­ci non ci sono. Tut­ta­via, negli ulti­mi due anni abbia­mo assi­sti­to ad alcu­ne mani­fe­sta­zio­ni dei lavo­ra­to­ri che han­no rap­pre­sen­ta­to un vero movi­men­to socia­le, e que­sto i deve far­ci spe­ra­re. Cre­do che con­ti­nue­ran­no anche in futuro.

0

Egitto: Al Khamissi, eliminare la religione dalla carta d’identità

ANSA­med — 01/12/2008
di Lucia­na Borsatti

ROMA — Eli­mi­na­re dal­le car­te di iden­ti­tà degli egi­zia­ni la dici­tu­ra ‘musul­ma­no’, ‘ebreo’ o ‘cri­stia­no’, per­ché “non deve ave­re alcu­na impor­tan­za sape­re a qua­le reli­gio­ne si appar­ten­ga”. È l’obiettivo del­la cam­pa­gna con­dot­ta in Egit­to da vari intel­let­tua­li e di cui si fa por­ta­vo­ce anche Kha­led Al Kha­mis­si , auto­re di “Taxi”, vero caso edi­to­ria­le nel suo Pae­se, da poco tra­dot­to in ita­lia­no con l’Editrice Il Sirente.
Una cam­pa­gna che per ora si sta com­bat­ten­do solo sul­la stam­pa e negli incon­tri pub­bli­ci e non anco­ra in Par­la­men­to, pre­ci­sa Al Kha­mis­si, ma che dimo­stra come, sostie­ne, nel­la socie­tà egi­zia­na l’appartenza reli­gio­sa con­ti­no meno di quan­to sembri.
La dici­tu­ra rela­ti­va alla fede nel­le car­te d’identità sol­le­va inol­tre, rac­con­ta, anche un altro pro­ble­ma: il fat­to che il soft­ware in uso per i docu­men­ti elet­tro­ni­ci non per­met­te più l’inserimento di fedi diver­se dal­la tria­de dei tre gran­di mono­tei­smi, taglian­do così fuo­ri in par­ti­co­la­re, la pic­co­la mino­ran­za Bahai. Una que­stio­ne che il gover­no egi­zia­no “rifiu­ta di risol­ve­re”, evi­den­zia. Men­tre sull’abolizione del dato sull’appartenza reli­gio­sa tout-court — rite­nu­to par­ti­co­lar­men­te ‘sen­si­bi­le’ dal­la legi­sla­zio­ne sul­la pri­va­cy nei pae­si occi­den­ta­li — le auto­ri­tà “rifiu­ta­no anche di rispondere”.
Ma l’elemento reli­gio­so come ele­men­to di appar­te­nen­za iden­ti­ta­ria si col­le­ga a quel­la “isla­miz­za­zio­ne del Pae­se”, ricor­da anco­ra Al Khar­mis­si, che “ha avu­to ini­zio con Sadat nel 1977 ed è pro­se­gui­ta anche con il suc­ces­so­re Muba­rak e il suo mini­stro per l’informazione Saf­wat El Sha­rif, in cari­ca per 23 anni”, accom­pa­gnan­do­si con “finan­zia­men­ti dall’Arabia Sau­di­ta e dagli Usa”. Ma le divi­sio­ni tra le reli­gio­ni, secon­do Al Kha­mis­si, non appar­ten­go­no alla “vera ani­ma del popo­lo egi­zia­no — sot­to­li­nea — in cui pre­va­le lo spi­ri­to del­la tol­le­ran­za. Il vero egi­zia­no non ha gran­de inte­res­se per que­ste que­stio­ni, per lui con­ta­no i pro­ble­mi quo­ti­dia­ni del­la vita e del­la morte.
Visto che — aggiun­ge — su una popo­la­zio­ne di 75 milio­ni il 55% vice al di sot­to dei livel­li di pover­tà, il 20% è pove­ro e il 20% sta appe­na a gal­la. E il restan­te 5%, infi­ne, è tan­to ric­co che non glie­ne impor­ta pro­prio di niente”.
Le ten­sio­ni reli­gio­se dun­que “non sono altro che il rifles­so di una situa­zio­ne di cri­si eco­no­mi­ca e socia­le che il gover­no, pri­vo di un pro­get­to per il Pae­se, non sa risol­ve­re”. Quan­to l’appartenenza reli­gio­sa sia secon­da­ria nel­la per­ce­zio­ne del­la gen­te lo dimo­stra del resto il fat­to, sot­to­li­nea anco­ra lo scrit­to­re citan­do Lewis Amad, che è solo nei perio­di di cri­si eco­no­mi­ca e socia­le che i geni­to­ri scel­go­no per i figli nomi di evi­den­te deri­va­zio­ne reli­gio­sa. “Quan­do io anda­vo a scuo­la — ridor­da lo scrit­to­re 46 enne — non rico­no­sce­vo la reli­gio­ne dei miei com­pa­gni dal loro nome, ora mia figlia si”.
Con­vin­zio­ni, quel­le di Al Kha­mis­si, che lo scrit­to­re pog­gia sul­le sue fre­quen­ta­zio­ni con i tas­si­sti del Cai­ro, pro­ta­go­ni­sti del­le 58 sto­rie che rac­con­ta nel suo libro. Per­ché i tas­si­sti del­la  (cir­ca 220 mila abu­si­vi, pre­ci­sa, con­tro 80 mila rego­la­ri) sono la vera voce dell’Egitto più popo­la­re, quel­lo che fa più fati­ca e tira­re avan­ti, e che rac­col­go­no dai loro pas­seg­ge­ri le sto­rie più auten­ti­che del­la vita nel Pae­se, tra­spo­ste nel libro in una for­ma che si pro­po­ne di dar­ne la rap­pre­sen­ta­zio­ne let­te­ra­ria più veritiera.
Già pub­bli­ca­to in ingle­se e pre­sto anche in spa­gno­lo, gre­co e fran­ce­se, “Taxi” in Egit­to  “è sta­to un suc­ces­so — osserva -
che non avrei mai imma­gi­na­to: in 18 mesi ha ven­du­to oltre 100 mila copie, quan­do i libri in gene­re non ne ven­do­no più di 3000. Un suc­ces­so para­go­na­bi­le solo a quel­lo di ‘Chi­ca­go’ di Ala-Al-Aswa­ni — con­clu­de, citan­do l’autore di ‘Palaz­zo Yacou­bian’ — e che non mi so spiegare”.

0

In taxi per le strade del Cairo. Le brevi storie urbane di Khaled al-Khamissi

RINASCITA  — 27/11/2008
di Pino Blasone

Un pre­ce­den­te di suc­ces­so nel mon­do ara­bo e all’estero è cer­to il roman­zo Palaz­zo Yacou­bian di ‘Ala al-Aswa­ni, ambien­ta­to nel cen­tro sto­ri­co del Cai­ro. Anche il volu­me di rac­con­ti Taxi di Kha­led al-Kha­mis­si è ambien­ta­to nel­la mega­lo­po­li egi­zia­na; usci­to in ara­bo nel 2007, è sta­to ristam­pa­to più vol­te in un anno. Ecco ora la tra­du­zio­ne ese­gui­ta da Erne­sto Paga­no. Tito­lo e sot­to­ti­to­lo dell’edizione ita­lia­na, Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no, ci sug­ge­ri­sco­no però che qui si trat­ta non di vicen­de le qua­li si intrec­ci­no in un vec­chio sta­bi­le glo­rio­so, ben­sì di tan­te bre­vi sto­rie in peren­ne e cao­ti­co movi­men­to, nar­ra­te dal­le voci dei tas­si­sti all’autore. Con qual­che intui­bi­le aggiun­ta del­la sua fan­ta­sia, esse ci resti­tui­sco­no un calei­do­sco­pi­co mosaico.
Se la cri­ti­ca socia­le e poli­ti­ca era pre­sen­te sul­lo sfo­no del­la nar­ra­zio­ne di Al-Aswa­ni, ruo­tan­do intor­no a un’estesa cri­si di iden­ti­tà indi­vi­dua­le e col­let­ti­va, nel­la cro­na­ca simu­la­ta da Al-Kha­mis­si essa emer­ge in pri­mo pia­no. Il tema prin­ci­pa­le, mes­so a fuo­co dal­lo scrit­to­re, acqui­sta una con­si­sten­za e un carat­te­re dif­fe­ren­ti. In par­ti­co­la­re, ciò che si cer­ca di illu­stra­re è come un qua­lun­qui­smo indot­to non solo fra la bor­ghe­sia, ma anche nei ceti popo­la­ri pos­sa sca­de­re in un atteg­gia­men­to con­ser­va­to­re, che nel­lo spe­ci­fi­co assu­me i con­no­ta­ti dell’integralismo reli­gio­so. È quan­to con­fi­da un anzia­no tas­si­sta (al Cai­ro i tas­sì son­jo i mez­zi di spo­sta­men­to più age­vo­li e media­men­te acces­si­bi­li), col­to in un momen­to di disin­can­ta­ta sin­ce­ri­tà: «Abbia­mo già pro­va­to tut­to. pro­vam­mo il re e non fun­zio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti. Poi pro­vam­mo una via di mez­zo e alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha i mono­po­li, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to di emer­gen­za. E ci han­no fat­to diven­ta­re pure un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo i Fra­tel­li Musulmani? Chi lo sa, va a fini­re che fun­zio­na­no…» (nel rac­con­to Pesce, lat­te e tama­rin­do).
Basti sape­re che i “Fra­tel­li Musul­ma­ni” sono in real­tà un par­ti­to con ambi­zio­ni popu­li­ste, sor­to in Egit­to e dif­fu­so­si nel resto del mon­do isla­mi­co. Non occor­re cono­sce­re a fon­do la sto­ria egi­zia­na con­tem­po­ra­nea, per ren­der­si con­to che — muta­tis mutan­dis — una men­ta­li­tà del gene­re non difet­ta nem­me­no tra noi, e che anzi si è anda­ta accen­tuan­do nel vuo­to poli­ti­co effet­ti­vo crea­to­si negli ulti­mi tem­pi. È quan­to ben con­den­sa­to dall’espressione “La poli­ti­ca è sem­pre sta­ta una schi­fez­za da quan­do l’hanno inven­ta­ta”, che tro­via­mo ripor­ta­ta in un altro rac­con­to, espli­ci­ta­men­te inti­to­la­to Ele­zio­ni e ter­ro­ri­smo. La lin­gua adot­ta­ta da Al-Kha­mis­si è svel­ta ed effi­ca­ce, vici­na alla colo­ri­ta par­la­ta del dia­let­to cai­ro­ta, resa al meglio pos­si­bi­le dal traduttore.
Tut­to ciò non vuol dire che i moti­vi pret­ta­men­te esi­sten­zia­li vi sia­no tra­scu­ra­ti. Ma anch’essi risen­ta­no di un con­ta­sto di impo­ve­ri­men­to o di  mise­ria, che le accre­sciu­te dif­fe­ren­ze socia­li fan­no risal­ta­re in modo acu­to, riflet­ten­do­si addi­rit­tu­ra in quel­le ambien­ta­li archi­tet­to­ni­che o a vol­te di sem­pli­ce costu­me. È il caso di un rac­con­to dal tito­lo elo­quen­te Deva­sta­zio­ne edi­li­zia, o di un altro assai godi­bi­le inti­to­la­to “Niqab” e tac­chi a spil­lo, che pren­de di mira il con­for­mi­smo reli­gio­so del velo per le don­ne, dive­nu­to ormai mag­gio­ri­ta­rio. Non sor­pren­de che il libro abbia potu­to desta­re qual­che risen­ti­men­to nel­la socie­tà egi­zia­na, miti­ga­to tut­ta­via dal quel gar­bo e humour che fan­no par­te — a oltran­za — di quell’antica tra­di­zio­ne e cultura.

0

Uno scrittore prende il Taxi

GRUPPO ITALIANI EGITTO — Anno I nume­ro 2
di Nelia­na Tersigni

Il pri­mo vero incon­tro di ogni espa­tria­to con il Cai­ro è con i suoi tas­si­sti. E, pri­ma che appa­ris­se­ro i moder­ni e intro­va­bi­li taxi gial­li, è l’incontro con i vec­chi mal­con­ci taxi neri che, come enor­mi for­mi­che, vaga­no sen­za sosta, riu­scen­do a zig­za­ga­re fra le mac­chi­ne di un traf­fi­co para­liz­zan­te. E anco­ra: il pri­mo con­si­glio che ti dan­no tut­ti quan­do arri­vi è di pre­pa­rar­ti i fati­di­ci cin­que pound, in modo che il tas­si­sta, fur­bo per anto­no­ma­sia, non ti chie­da di più, veden­do­ti come stra­nie­ro non sma­ga­to e quin­di pre­da appe­ti­bi­le. In real­tà, se anche noi che vivia­mo qui aves­si­mo la padro­nan­za del­la lin­gua di un nati­vo, avrem­mo una visio­ne diver­sa dei tas­si­sti, del­la loro vita, del­la loro lot­ta quo­ti­dia­na per la soprav­vi­ven­za. Allo­ra que­sto spac­ca­to ce lo da un uomo, un cai­ro­ta qua­ran­ten­ne che qui pren­de da sem­pre i taxi e che da sem­pre chiac­che­ra con i tas­si­sti. Kha­led el Kha­mis­si, gior­na­li­sta e regi­sta, è nato e cre­sciu­to al Cai­ro, dove ha sem­pre vis­su­to, con l’intervallo degli stu­di alla Sor­bo­na di Pari­gi. Kha­mis­si ha deci­so di rac­con­ta­re le cen­to­mi­la sto­rie col­le­zio­na­te nei tra­git­ti, bre­vi o inter­mi­na­bi­li, sui taxi del Cai­ro. Ne è nato un libro, “Con­ver­sa­zio­ni di viag­gio” che solo in Egit­to ha ven­du­to in poco tem­po 35mila copie, che è sta­to tra­dot­to in mol­te lin­gue e ora pub­bli­ca­to anche in Ita­lia con il tito­lo “Taxi”. Un libro fat­to di pic­co­le sto­rie uma­ne, filo­so­fi­che, di sopru­si, di tene­rez­ze, di bar­zel­let­te, e anche di cri­ti­ca aspra sen­za veli e sen­za cen­su­re. C’è il vec­chio tas­si­sta mala­to che va a lavo­ra­re per­ché non può chie­de­re sol­di a figli pure pove­ri. Ma, nel suo fata­li­smo anti­co, si affi­da a Dio e Dio lo ricom­pen­sa. C’è il gio­va­ne che non cono­sce le stra­de del Cai­ro per­ché – affer­ma inge­nua­men­te – fino­ra ha fat­to il con­trab­ban­die­re fra Egit­to e Libia, un mestie­re – fa capi­re – cer­to più red­di­ti­zio di quan­to ren­da il taxi di suo padre che è mor­to. C’è uno che ricor­da con orgo­glio nazio­na­le l’ex pre­si­den­te Sadat e un altro che impu­ta a Sadat tut­ti i mali pre­sen­ti. “La stra­da – affer­ma Kha­led el Kha­mis­si – è il luo­go miglio­re per stu­dia­re una socie­tà, per capir­la. Per le stra­de del Cai­ro si tro­va­no i dise­re­da­ti, i vaga­bon­di, i bam­bi­ni sen­za fami­glia e i tas­si­sti. Così, in un pae­se dove l’80 per cen­to del­la gen­te è pove­ra, io ho deci­so di dare voce a chi in gene­re non ce l’ha, a chi ha il ppro­ble­ma del­la soprav­vi­ven­za quotidiana.”
Ma non lascia­te­vi ingan­na­re: que­sto non è un libro di lamen­ta­zio­ni o di risen­ti­men­ti. È sì un libro che può com­muo­ve­re, ma pu’ anche far sor­ri­de­re. E a vol­te addi­rit­tu­ra ridere.

1

Taxi”

TICINO NEWS — 08/10/2008
di SKA

Per anni ho per­cor­so tut­te le stra­de e i vico­li del Cai­ro dall’interno di un taxi. Ho una pas­sio­ne per le con­ver­sa­zio­ni con i tas­si­sti” que­sto libro ripor­ta le migliori

Taxi” edi­to Il Siren­te sono una serie di rac­con­ti scrit­ti dall’egiziano Kha­led Al Kha­mis­si. Nel suo pae­se d’origine è diven­ta­to un best sel­ler  que­sta rac­col­ta 58 sto­rie bre­vi che l’autore ha col­le­zio­na­to con­ver­san­do con i tas­si­sti del­la mega­lo­po­li egi­zia­na tra il 2005 e il 2006.
Per­cor­ren­do a rilen­to le vie di una metro­po­li di qua­si 8milioni di abi­tan­ti, le idee dei tas­si­sti dipin­go­no un colo­ra­to qua­dro a pen­nel­la­te rapi­de. Nel­le loro ana­li­si si ritro­va­no buon­sen­so e tra­spa­ren­za tal­vol­ta supe­rio­ri a quel­le di tan­ti “com­men­ta­to­ri poli­ti­ci che riem­pio­no di chiac­chie­re il mon­do. Per­ché la cul­tu­ra di que­sto popo­lo si rive­la nel­le sue ani­me più semplici”.

Dopo la let­tu­ra di Taxi il visi­ta­to­re avrà impa­ra­to mol­te cose sul­la vita quo­ti­dia­no degli egi­zia­ni, sul­le loro fru­stra­zio­ni, sul­le loro pic­co­le gran­di mise­rie, sul disprez­zo qua­si gene­ra­le del­le isti­tu­zio­ni e, soprat­tut­to, sul­la loro man­can­za di pro­spet­ti­ve”. Patri­ce Clau­de, Internazionale

Un gior­na­li­sta, qual­che deci­na di tas­si­sti e una valan­ga di pro­te­ste con­tro il gover­no e i poli­ti­ci. Non è la rie­di­zio­ne del­la rivol­ta ita­lia­na del­le auto bian­che, ma il sog­get­to di un libro cam­pio­ne di ven­di­te in Egit­to: Taxi, di Kha­led Al Kha­mis­si”. Pao­lo Casic­ci, Il Vener­dì di Repubblica 

Il libro par­la del­la resi­sten­za del­lo spi­ri­to uma­no, è una poten­te cro­na­ca del­la colos­sa­le lot­ta per la soprav­vi­ven­za”. Baheyya, ano­ni­mo ma influen­te blog­ger egiziano 

Lo leg­ge­rai in un gior­no e poi tor­ne­rai a com­pra­re copie per tut­ti i tuoi ami­ci”. Baheyya: Art Com­men­ta­ry Media

Kha­led Al Kha­mis­si è un gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re oltre che scrit­to­re. Figlio d’arte, Al Kha­mis­si è un arti­sta polie­dri­co, si è lau­rea­to in Scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na di Pari­gi. Ha lavo­ra­to per l’Istituto Egi­zia­no per gli stu­di socia­li. Ha scrit­to sce­neg­gia­tu­re per vari film egi­zia­ni qua­li “Kar­nak”, “Isi­de a Phi­lae”, “Giza” e altri. Scri­ve perio­di­ca­men­te arti­co­li e ana­li­si cri­ti­che su poli­ti­ca e socie­tà in diver­si gior­na­li e set­ti­ma­na­li egiziani.

0

Tra i tassisti del Cairo

TERRASANTA.NET — 06/10/2008
di Car­lo Giorgi

S’intitola sem­pli­ce­men­te Taxi il pri­mo effer­ve­scen­te libro di Kha­led Al Kha­mis­si, gior­na­li­sta, regi­sta e scrit­to­re di novel­le egi­zia­no. L’opera è diven­ta­ta un suc­ces­so edi­to­ria­le al Cai­ro, con 35 mila copie ven­du­te e set­te ristam­pe con­se­cu­ti­ve nell’arco di un solo anno. Il testo è ora pub­bli­ca­to anche in Ita­lia per i tipi del­la pic­co­la casa edi­tri­ce Il Sirente.
Il libro di Kha­led Al Kamis­si non pote­va che esse­re par­to­ri­to da un cit­ta­di­no del Cai­ro, dove ogni gior­no cir­co­la­no — cer­can­do di distri­car­si nel cao­ti­co traf­fi­co del­la mega­lo­po­li ara­ba e di acca­par­rar­si il mag­gior nume­ro di pas­seg­ge­ri — fino a 80 mila taxi. L’autore assi­cu­ra di ave­re fat­to, negli anni, cen­ti­na­ia di cor­se in taxi per le stra­de del­la capi­ta­le, di esse­re mon­ta­to su vet­tu­re di ogni tipo, gui­da­te da auti­sti di ogni cate­go­ria socia­le, livel­lo di istru­zio­ne, con­vin­zio­ni poli­ti­che. E rac­co­glie nel­le pagi­ne del volu­me, uno spet­tro di incon­tri e testi­mo­nian­ze tan­to varie­ga­to da rac­con­tar­ci, in un modo nuo­vo, la real­tà più cre­di­bi­le del mon­do ara­bo moderno.

Il volu­me è ben strut­tu­ra­to. Ispi­ra­ti all’abbandono fata­li­sta ma sere­no del­la fede isla­mi­ca, il pri­mo e l’ultimo rac­con­to del libro, in cui due tas­si­sti diver­si, come due ange­li, apro­no gli occhi al pas­seg­ge­ro, tra un sema­fo­ro e un inta­sa­men­to, sul­la bon­tà del­la vita e di Dio; con una sag­gez­za mace­ra­ta nel traf­fi­co di miglia­ia di chi­lo­me­tri per­cor­si nel­le stra­de urbane.

Gli altri con­du­cen­ti di cui rac­con­ta Kamis­si, sono il gene­re uma­no, e in par­ti­co­la­re il mon­do ara­bo, in un uni­co gran­de affre­sco:  un’umanità dolen­te e arrab­bia­ta; pas­sio­na­le o disil­lu­sa. Vita­le, nono­stan­te sia sem­pre ad un pas­so dal­lo sfi­ni­men­to. Dall’autista fana­ti­co reli­gio­so che aggre­di­sce l’autore con una filip­pi­ca con­tro il mal­co­stu­me del­le don­ne; all’altro che stran­go­le­reb­be sedu­ta stan­te la poli­zia cor­rot­ta; da chi gira­to il mon­do, tra­scor­ren­do una vita da emi­gra­to all’estero, alla fine s’è ridot­to a gui­da­re un taxi al Cai­ro; al mal­ca­pi­ta­to pres­sa­to dal­le rate del­la vet­tu­ra e costret­to a gui­da­re per tre gior­ni di seguito.

Kamis­si ha scrit­to il libro rispet­tan­do il dia­let­to ara­bo del­la gen­te sem­pli­ce del­la capi­ta­le egi­zia­na. Nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na s’è scel­to di uti­liz­za­re espres­sio­ni dia­let­ta­li meri­dio­na­li, e in par­ti­co­la­re napo­le­ta­ne, per espri­me­re la «popo­la­ni­tà» del parlato.

0

Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

MULTITAXI.SPLINDER.COM 08/06/2007
di Mul­ti­ta­xi

Anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti, sogna­to­ri e fal­li­ti, taci­tur­ni e loqua­ci, chi rac­con­ta bar­zel­let­te e chi com­men­ta la situa­zio­ne in Iraq. E’ la varie­ga­ta gal­le­ria di tipi e per­so­nag­gi in cui capi­ta di imbat­ter­si salen­do su un taxi al Cai­ro, e le cui voci ven­go­no ora rac­col­te in un libro pub­bli­ca­to da poco in Egit­to e diven­ta­to pre­sto un successo,“Taxi (Con­ver­sa­zio­ni in tra­git­to), del gior­na­li­sta e regi­sta Kha­led al Kha­mis­si. Il libro rac­co­glie in 220 pagi­ne 58 rac­con­ti-mono­lo­go che han­no la voce degli auti­sti di taxi del Cai­ro: sto­rie trat­te dal­la real­tà, ma roman­za­te, e rac­con­ta­te in un lin­guag­gio col­lo­quia­le, che dif­fe­ri­sce mol­to dal­la lin­gua let­te­ra­ria usa­ta dal­la mag­gior par­te degli scrit­to­ri egi­zia­ni, e che for­se costi­tui­sce il segre­to del suc­ces­so di que­sto libro.
Il volu­me, pub­bli­ca­to a ini­zio gen­na­io, dopo tre mesi ave­va già ven­du­to 20mila copie e ora è già sta­to ristam­pa­to tre vol­te. I tas­si­sti pro­ta­go­ni­sti di que­sto libro sono assai dif­fe­ren­ti, sogna­to­ri e filo­so­fi, miso­gi­ni e fana­ti­ci, con­trab­ban­die­ri e fal­li­ti, misti­ci e comi­ci con quell’ironia così par­ti­co­la­re dei cai­ro­ti magi­stral­men­te descrit­ta dal­lo scrit­to­re Albert Cos­se­ry, ma acco­mu­na­ti da uno stes­so desti­no: quel­lo di dover lot­ta­re quo­ti­dia­na­men­te per far­si stra­da, nel sen­so let­te­ra­le del­la paro­la, in un mon­do rumo­ro­so e cao­ti­co. Nei con­fron­ti di que­sta cate­go­ria spes­so poco ama­ta e stig­ma­tiz­za­ta dagli abi­tan­ti del Cai­ro, l’autore non nascon­de di nutri­re una par­ti­co­la­re sim­pa­tia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Kha­mis­si ricor­da quel­lo che spes­so i clien­ti di un taxi al Cai­ro dimen­ti­ca­no, ovve­ro che i tas­si­sti appar­ten­go­no per lo più a cate­go­rie socia­li tra le più bistrat­ta­te eco­no­mi­ca­men­te, i loro ner­vi sono mes­si alla pro­va dal caos del­le stra­de del Cai­ro, una metro­po­li bel­lis­si­ma ma inqui­na­ta e pol­ve­ro­sa for­mi­co­lan­te di oltre 16 milio­ni di abi­tan­ti, attra­ver­sa­ta ogni gior­no in tota­le da 22 milio­ni di per­so­ne, in mac­chi­na, auto­bus e metro­po­li­ta­na ma anche su car­ret­ti trai­na­ti da asi­ni e vespo­ni Piag­gio. Con un sot­to­fon­do peren­ne di clac­son e una sor­pren­den­te com­mi­stio­ne tra cit­tà, cam­pa­gna e deser­to. Lo descri­ve bene, l’autore, il loro infer­no: “E’ un mestie­re sfian­can­te, lo sta­re sem­pre sedu­ti in auto­mo­bi­li poco con­for­te­vo­li distrug­ge le loro colon­ne ver­te­bra­li, l’incessante rumo­re del­le stra­de del Cai­ro demo­li­sce il loro siste­ma ner­vo­so, i peren­ni imbot­ti­glia­men­ti li sfi­ni­sco­no ner­vo­sa­men­te e il cor­re­re die­tro il loro sosten­ta­men­to — cor­re­re nel sen­so let­te­ra­le del ter­mi­ne — elet­triz­za i loro corpi.
Aggiun­ge­te a que­sto le trat­ta­ti­ve e le liti­ga­te con i clien­ti per il prez­zo da paga­re in assen­za di tachi­me­tri, e il tor­men­to dei poli­ziot­ti che li inse­guo­no…”. L’autore si sof­fer­ma anche sul­le loro rifles­sio­ni sul pro­prio Pae­se, i giu­di­zi sui diri­gen­ti, le cri­ti­che alla cor­ru­zio­ne dei poli­ziot­ti, le mol­te paro­le che qua­si tut­ti spen­do­no sul­la situa­zio­ne in Iraq e sull’America: ne risul­ta una sor­ta di docu­men­to sul­la vita quo­ti­dia­na del Cai­ro, com­po­sto da por­zio­ni di rea­le che non cor­ri­spon­do­no né all’immagine mostra­ta ai turi­sti, né a quel­la for­ni­ta dal­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria o cinematografica.

0

Il Cairo in movimento

IL SOTTOSCRITTO — 24/09/2008

di Sil­via Lutzoni

«Non è uno stu­dio socio­lo­gi­co o antro­po­lo­gi­co, né tan­to­me­no un repor­ta­ge gior­na­li­sti­co», ha dichia­ra­to Kha­led el-Kha­mis­si, gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re (diri­ge la Nile Pro­duc­tion Com­pa­ny), a pro­po­si­to di Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no, suo libro d’esordio che, dal­la sua usci­ta al Cai­ro a gen­na­io 2007, è ormai arri­va­to alla dodi­ce­si­ma ristam­pa ed è già sta­to tra­dot­to in ingle­se e fran­ce­se. Resta comun­que dif­fi­ci­le ten­ta­re di col­lo­car­lo all’interno di un gene­re let­te­ra­rio ben defi­ni­to quan­do è vero che è costi­tui­to da cin­quan­tot­to dia­lo­ghi – scrit­ti in ara­bo dia­let­ta­le – tra un gior­na­li­sta e una serie di tas­si­sti cai­ro­ti che foto­gra­fa­no così l’Egitto con tut­ti i suoi pro­ble­mi, sen­za lesi­na­re attac­chi al Pote­re, ma non rinun­cian­do mai a una dose mas­sic­cia di iro­nia. Ed è pro­prio la scel­ta dell’arabo col­lo­quia­le che deve aver posto non poche incer­tez­ze al tra­dut­to­re, Erne­sto Paga­no, fino a con­dur­lo alla scel­ta di appog­giar­si al suo retro­ter­ra cul­tu­ra­le: i dia­lo­ghi sono sta­ti infat­ti resi con l’uso di locu­zio­ni tipi­ca­men­te cam­pa­ne (ma uno dei rac­con­ti, Filo­so­fia del tas­si­na­ro, è in roma­ne­sco) che, se da un lato potreb­be­ro ave­re l’effetto di decon­te­stua­liz­za­re il rac­con­to, fino a diso­rien­ta­re il let­to­re, dall’altro assi­cu­ra­no agli scam­bi la viva­ci­tà urba­na che l’uso dell’italiano avreb­be for­se pena­liz­za­to. Il libro, pub­bli­ca­to dall’editore dell’Aquila il Siren­te, inau­gu­ra la col­la­na «Altria­ra­bi»,  che si pro­po­ne di pre­sen­ta­re al let­to­re ita­lia­no que­gli auto­ri ara­bi  che non si con­for­ma­no al nostro ste­reo­ti­po di orien­ta­le, e che ten­ta­no di rap­pre­sen­ta­no i loro Pae­si disco­stan­do­si da quel­lo che spes­so è un imma­gi­na­rio colonizzato. 

Come è nata l’idea di scri­ve­re un libro come Taxi?

E’ dif­fi­ci­le par­la­re di un ini­zio. Que­sto libro è nato come il frut­to di un insie­me di cir­co­stan­ze e di idee. Nel­la mia casa si respi­ra­va cul­tu­ra e pos­so affer­ma­re che let­te­ra­tu­ra fos­se nei miei geni: sono nato e cre­sciu­to in una fami­glia di scrit­to­ri, lo era mio padre, mio non­no, e anche i miei zii sono scrit­to­ri. Ho stu­dia­to scien­ze poli­ti­che  alla Sor­bon­ne a Pari­gi, dove i miei pro­fes­so­ri mi han­no abi­tua­to ad inda­gi­ni com­pli­ca­te e alta­men­te peda­go­gi­che sul­la socie­tà e sui feno­me­ni poli­ti­ci. Ma sono sem­pre sta­to affa­sci­na­to dal­la sem­pli­ci­tà del­le ana­li­si del­la gen­te comu­ne – e gli egi­zia­ni in que­ste sono impa­reg­gia­bi­li – che con stru­men­ti dispa­ra­ti sono in gra­do di for­ni­re ana­li­si eco­no­mi­che e socio­lo­gi­che mol­to più esau­sti­ve di quan­to non rie­sca a fare un acca­de­mi­co.  Ho pen­sa­to che sareb­be sta­to inte­res­san­te par­la­re di sto­rie nor­ma­li, ecco, del­la vita vera. Ma non sono effet­ti­va­men­te mai sali­to su un taxi pen­san­do di inter­vi­sta­re il tas­si­sta, né avrei mai pen­sa­to che dal­le chiac­chie­re scam­bia­te per pas­sa­re il tem­po, per cor­te­sia, avrei mai trat­to un libro. L’idea è venu­ta dopo.

Nel­la «Pre­mes­sa indi­spen­sa­bi­le» al libro lei dichia­ra di aver esclu­so dal libro alcu­ni dia­lo­ghi per­ché rite­nu­ti inopportuni.

E’ sta­to un avvo­ca­to a sug­ge­rir­mi di eli­mi­na­re dal libro alcu­ni dei dia­lo­ghi, ma per evi­ta­re di incap­pa­re in pro­ce­di­men­ti lega­li, non per pau­ra del­la cen­su­ra. Mol­te sto­rie par­la­no di fat­ti che tut­ti cono­sco­no, di cui tut­ti par­la­no, ma di cui non esi­ste cer­tez­za per­ché nes­su­no di que­sti per­so­nag­gi è mai sta­to uffi­cial­men­te pro­ces­sa­to. Allo­ra par­lar­ne è leci­to, scri­ver­ne è un altro discorso.

E’ sta­ta dun­que una sor­ta di auto­cen­su­ra in un Pae­se in cui la cen­su­ra uffi­cial­men­te non esiste.

Non è uffi­cia­le, cer­to, ma è pre­sen­te, e la stra­da è l’unico luo­go dove la gen­te può par­la­re libe­ra­men­te. Il popo­lo egi­zia­no ha avu­to una sto­ria di oppres­sio­ne tra le più lun­ghe in asso­lu­to, per cui cre­do che abbia­mo svi­lup­pa­to una spe­cie di gene che testi­mo­nia del­la nostra pau­ra del Pote­re. Per soprav­vi­ve­re non fac­cia­mo altro che pro­dur­re bar­zel­let­te sul Gover­no e sul­le isti­tu­zio­ni. L’ironia resta la nostra uni­ca arma di difesa.

Taxi è sta­to pub­bli­ca­to a pochi anni di distan­za da un altro bestsel­ler, Palaz­zo Yacou­bian (Fel­tri­nel­li, 2006), di Alaa Al-Aswa­ni, un roman­zo che, sep­pur diver­so nel­la for­ma e nei temi trat­ta­ti, è carat­te­riz­za­to da un cer­to impe­gno civi­le. Entram­bi han­no ven­du­to oltre cen­to­mi­la copie, un feno­me­no piut­to­sto incon­sue­to, se con­si­de­ria­mo che il mer­ca­to libra­rio ara­bo, per quan­to in for­te espan­sio­ne, non anno­ve­ra più di ven­ti, tren­ta­mi­la tito­li l’anno. E’ sta­to l’impegno civi­le il segre­to del suc­ces­so di que­sti libri?

 Sono mol­ti i libri impe­gna­ti civil­men­te che ven­go­no pub­bli­ca­ti ogni anno in Egit­to, ma nes­su­no di que­sti diven­ta un bestsel­ler. Non so che cosa sia neces­sa­rio per assi­cu­ra­re a un libro il suc­ces­so di ven­di­te, e noi scrit­to­ri non abbia­mo una ricet­ta. Il mio e il libro di Alaa al-Aswa­ni non sono sta­ti con­ce­pi­ti per diven­ta­re bestsel­ler, ma per espri­me­re qual­co­sa che sen­ti­va­mo la neces­si­tà di met­te­re per iscritto.

Quel­lo sul­la diglos­sia nei Pae­si ara­bi è un dibat­ti­to tan­to anti­co quan­to enor­me. Lei ha scel­to di scri­ve­re la mag­gior par­te del libro in dia­let­to egi­zia­no. Una scel­ta discu­ti­bi­le se si con­si­de­ra quan­to di recen­te affer­ma­to da Alaa Al Aswa­ni, e cioè che sono gli orien­ta­li­sti a soste­ner­ne l’uso.

Scri­vo in l’arabo stan­dard nel­le par­ti in cui è il nar­ra­to­re a rac­con­ta­re, men­tre mi ser­vo del dia­let­to egi­zia­no nei dia­lo­ghi: il pun­to è che i dia­lo­ghi costi­tui­sco­no l’ottanta per cen­to del libro. Non mi pare di aver ope­ra­to una scel­ta inno­va­ti­va: basti pen­sa­re sol­tan­to a un libro come Il ritor­no del­lo spi­ri­to del gran­de dram­ma­tur­go e nar­ra­to­re egi­zia­no Taw­fìq al Hakìm, un libro pub­bli­ca­to negli anni Ven­ti  del seco­lo scor­so in cui tut­ti i dia­lo­ghi sono scrit­ti in ver­na­co­lo. E’ dun­que una carat­te­ri­sti­ca che entra­ta da tem­po nel­la nostra let­te­ra­tu­ra. Inol­tre, per me era ovvio che nel momen­to in cui ave­vo scel­to di ambien­ta­re i miei rac­con­ti nel­la stra­da, la lin­gua del­la stra­da fos­se di con­se­guen­za l’unica atten­di­bi­le.  Pos­so accet­ta­re solo in par­te ciò che sostie­ne Al Aswa­ni quan­to agli orien­ta­li­sti. Ho mol­to rispet­to per il dia­let­to egi­zia­no: è la lin­gua che effet­ti­va­men­te par­lia­mo: è una lin­gua vera e viva. Rispet­to anche la fushà, l’arabo stan­dard, per­ché rap­pre­sen­ta la nostra sto­ria, ed è la lin­gua che ci per­met­te  di man­te­ne­re una cer­ta  rela­zio­ne tra i Pae­si ara­bi. Cre­do che non si trat­ti di una com­pe­ti­zio­ne, però, per cui io pos­so dire di sta­re con una o con l’altra squa­dra. Non è così faci­le: pos­so par­la­re e scri­ve­re in entram­bi, sono due ele­men­ti che non pos­so­no fare a meno di con­vi­ve­re nel­la mia cultura.

Uno dei tas­si­sti pro­ta­go­ni­sti del libro affer­ma: «Vor­rei vede­re con tut­to il cuo­re i Fra­tel­li Musul­ma­ni sali­re al pote­re [… ] E per­ché no?! Abbia­mo già pro­va­to  tut­to. Pro­vam­mo il re e non fun­zio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti […] e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni? Chi lo sa, va a fini­re che funzionano».

Ho sen­ti­to que­sta fra­se det­ta da cen­ti­na­ia di per­so­ne, e per­so­ne di diver­si livel­li socia­li. Ho un ami­co che lavo­ra al Mar­riott hotel che è del­la stes­sa opi­nio­ne: dall’età di sedi­ci anni stu­dia e lavo­ra nel cam­po del turi­smo e quan­do ho obiet­ta­to che con i Fra­tel­li Musul­ma­ni al pote­re, mol­to pro­ba­bil­men­te, il Mar­riott non avreb­be più modo di esi­ste­re e lui di con­se­guen­za per­de­reb­be il lavo­ro, mi ha rispo­sto che la cosa non lo interessava.

 Qual è il ruo­lo del­la cul­tu­ra oggi in Egitto?

Il gover­no ha fat­to di tut­to negli ulti­mi vent’anni per affer­mar­si come l’unico pro­dut­to­re di cul­tu­ra. E ciò vale per quan­to riguar­da la let­te­ra­tu­ra, la tele­vi­sio­ne, il cine­ma. Negli ulti­mi tre, quat­tro anni, però, i pro­dut­to­ri pri­va­ti stan­no aumen­tan­do, e così sono aumen­ta­ti i roman­zi pub­bli­ca­ti, le pro­du­zio­ni tea­tra­li e tele­vi­si­ve. Ades­so pos­sia­mo vera­men­te ave­re la spe­ran­za di poter fare qual­co­sa di nuo­vo e vali­do nel futu­ro. La mac­chi­na del­la cul­tu­ra è in movi­men­to, insomma.

Una gestio­ne pri­va­ta in que­sto sen­so gio­ve­reb­be alla cultura? 

Non pos­so dire se una gestio­ne pri­va­ta pos­sa costi­tui­re una solu­zio­ne. C’è tut­to un siste­ma orga­niz­za­ti­vo che deve neces­sa­ria­men­te esse­re rifor­ma­to. Pen­sia­mo a un even­to come la Fie­ra del libro del Cai­ro: il Gover­no dovreb­be smet­te­re di occu­par­se­ne, su que­sto non c’è dub­bio, per lascia­re spa­zio a chi la cul­tu­ra e la let­te­ra­tu­ra effet­ti­va­men­te pro­du­ce, ma que­sto non acca­drà facil­men­te. Ho pas­sa­to tut­ta la mia vita a ten­ta­re di pro­dur­re cul­tu­ra e nel rap­por­to con le isti­tu­zio­ni – par­lo di fun­zio­na­ri, non del­le alte isti­tu­zio­ni — ho sem­pre avu­to del­le dif­fi­col­tà, mi sono sta­ti impo­sti dei limi­ti. Di cer­to con una gestio­ne pri­va­ta non acca­dreb­be­ro epi­so­di incre­scio­si come quel­lo acca­du­to pro­prio nel 2007 alla Fie­ra del Libro. Per quel­la occa­sio­ne invi­tai a par­la­re del mio libro due tra i più emi­nen­ti intel­let­tua­li egi­zia­ni, Galal Amin e Abd el-Wahab el-Mes­si­ry. Quest’ultimo, dece­du­to lo scor­so luglio, ave­va dei pro­ble­mi di salu­te, così chie­si che potes­se ave­re la pos­si­bi­li­tà di arri­va­re all’ingresso del­la sala con­fe­ren­ze con la sua auto. Mi fu data l’autorizzazione, ma all’ingresso la sua auto fu bloc­ca­ta da un uffi­cia­le che cedet­te alle nostre richie­sta sol­tan­to per­ché il diret­to­re del­la fie­ra, Nas­ser al-Ansa­ri, in quel momen­to si tro­va­va a pas­sa­re accan­to a noi. Così l’auto var­cò i can­cel­li, ma due­cen­to metri dopo fu fer­ma­ta da un altro uffi­cia­le: que­sta vol­ta, sen­za l’aiuto di al-Ansa­ri, non poté pro­se­gui­re. Ora, un uomo come Nas­ser al-Ansa­ri è il diret­to­re del­la fie­ra, e una del­le men­ti miglio­ri del nostro Pae­se non può acce­der­vi per i capric­ci di un bas­so fun­zio­na­rio. Sem­bra uno scher­zo, un brut­to scher­zo, ma que­sta è la real­tà dei fat­ti nel mio Paese. 

Bahaa Taher, uno fra i più impor­tan­ti scrit­to­ri egi­zia­ni con­tem­po­ra­nei, in «Amo­re in esi­lio»,  roman­zo scrit­to nel 1995 e appe­na tra­dot­to da Ilis­so, face­va pro­nun­cia­re al pro­ta­go­ni­sta que­ste paro­le: «Tut­ti gli ara­bi han­no smes­so di crescere».

Sono pas­sa­ti tre­di­ci anni dal­la pub­bli­ca­zio­ne di quel libro: è chia­ro che Bahaa Taher si rife­ris­se con quel­le paro­le a una situa­zio­ne sto­ri­ca che con il tem­po non ha potu­to che modi­fi­car­si. Cre­do di poter soste­ne­re, sen­za incer­tez­ze, che stia­mo dav­ve­ro comin­cian­do una nuo­va era del­la nostra sto­ria cul­tu­ra­le. E’ vero, tut­ta­via, che abbia­mo dei pro­ble­mi. I Pae­si ara­bi, ognu­no a suo modo, stan­no attra­ver­san­do il perio­do più buio degli ulti­mi cen­to anni. Sia­mo total­men­te occu­pa­ti dagli Sta­ti Uni­ti:  fisi­ca­men­te come avvie­ne in Iraq o vir­tual­men­te come acca­de in Egit­to. I nostro gover­ni dipen­do­no in tut­to e per tut­to da quel­lo ame­ri­ca­no. Ma ciò che è peg­gio è che mol­ti Pae­si euro­pei stan­no seguen­do e con­cor­da­no con quel gene­re di poli­ti­ca e vi con­tri­bui­sco­no. Dob­bia­mo ammet­te­re che i nostri sono Pae­si occupati.

0

La società egiziana a bordo di un Taxi

| Medi­ter­ra­neaon­li­ne | Dome­ni­ca, 21 set­tem­bre 2008 | Cri­sti­na Giudice |

Pre­sen­ta­to ad Alghe­ro in pri­ma nazio­na­le il libro di Kha­led Al Kha­mis­si, un viag­gio nel­la Cai­ro di oggi

È un vero e pro­prio viag­gio all’interno del­la real­tà egi­zia­na attua­le quel­lo che si fa sfo­glian­do le pagi­ne di “Taxi”, il roman­zo di Kha­led Al Kha­mis­si, pre­sen­ta­to in ante­pri­ma in Ita­lia ad Alghe­ro all’interno del Festi­val­guer “Por­to Medi­ter­ra­neo”. Lo scrit­to­re egi­zia­no ha scel­to la rivie­ra del coral­lo per pre­sen­ta­re quel­lo che in Egit­to è sta­to il caso edi­to­ria­le del­lo scor­so anno, arri­va­to all’ottava ristam­pa e a 35 mila copie ven­du­te, in un pae­se dove già 3000 copie costi­tui­sco­no un successo.

Al Kha­mis­si rac­con­ta, in 58 sto­rie bre­vi, mes­se insie­me fra il 2005 e il 2006 par­lan­do con i tas­si­sti del Cai­ro, la vita quo­ti­dia­na, le fru­stra­zio­ni, le spe­ran­ze e le ama­rez­ze di un popo­lo «oppres­so e pove­ro e sen­za pos­si­bi­li­tà di soprav­vi­ven­za – come lo ha descrit­to lui duran­te la pre­sen­ta­zio­ne – che in mol­ti casi ha per­so la spe­ran­za, ma non la voglia di scher­za­re, di ride­re e di vivere».

Taxi” è un libro all’apparenza leg­ge­ro e godi­bi­le, gra­zie anche ad una scrit­tu­ra sem­pli­ce in cui, inve­ce del pesan­te ara­bo let­te­ra­rio, domi­na la lin­gua par­la­ta nei discor­si diret­ti fra il tas­si­sta e lo stes­so auto­re, come in un sipa­riet­to tea­tra­le ric­co di espres­sio­ni ger­ga­li e bat­tu­te iro­ni­che. Pro­prio come il popo­lo che rac­con­ta però, il libro nascon­de sot­to que­sta appa­ren­za di leg­ge­rez­za e, a vol­te, di vera comi­ci­tà, i mol­tis­si­mi pro­ble­mi di un pae­se che cer­ca la pro­pria stra­da fra la voglia di ado­zio­ne di uno sti­le di vita euro­peo (anco­ra oggi esclu­si­vo appan­nag­gio del­le clas­si più ric­che del­la socie­tà) e la restri­zio­ne del­le liber­tà impo­sta dal gover­no, i bas­si livel­li di cul­tu­ra e i note­vo­li pro­ble­mi economici.

Al Kha­mis­si rifiu­ta l’idea che lo svi­lup­po dell’Egitto sia impe­di­to da fat­to­ri reli­gio­si e guar­da piut­to­sto a moti­va­zio­ni poli­ti­che ed eco­no­mi­che, impu­tan­do anche all’Europa le sue responsabilità.

«Non si può par­la­re del­la cul­tu­ra egi­zia­na iden­ti­fi­can­do­la solo con quel­la musul­ma­na – ha ricor­da­to Al Kha­mis­si – per­ché in Egit­to ci sono anche mol­ti cri­stia­ni, che abi­ta­va­no nel pae­se anco­ra pri­ma dell’arrivo dei musul­ma­ni, e una par­te di lai­ci. Il pro­ble­ma è una dif­fi­ci­le situa­zio­ne geo­po­li­ti­ca – ha con­ti­nua­to lo scrit­to­re – com­pli­ca­ta­si dopo la guer­ra del ’73 con­tro Israe­le, che por­tò a nuo­vi accor­di con gli ame­ri­ca­ni e ad un’agenda poli­ti­ca che pre­ve­de­va la lot­ta con­tro il socia­li­smo e gli ele­men­ti lai­ci in Egit­to. Per rea­liz­zar­la gli ame­ri­ca­ni stes­si finan­zia­ro­no grup­pi estre­mi­sti isla­mi­ci ed è noto, per esem­pio, che nell’università di Asiut, tra il ’76 e il ’78, un grup­po di stu­den­ti gira­va arma­to. E fu pro­prio quel grup­po ad ucci­de­re poi il pre­si­den­te Sadat. La suc­ces­si­va impen­na­ta dei prez­zi del petro­lio die­de un for­tis­si­mo pote­re eco­no­mi­co all’Arabia Sau­di­ta che ini­ziò, accan­to agli Sta­ti Uni­ti, a finan­zia­re grup­pi estre­mi­sti in tut­to il mondo».

Se è dun­que giu­sto affer­ma­re che non è l’Islam il respon­sa­bi­le dell’arretratezza del pae­se, la col­pa è pro­ba­bil­men­te da impu­ta­re ad un siste­ma sco­la­sti­co fal­li­men­ta­re, spes­so ingiu­sto, che non com­bat­te l’ignoranza dila­gan­te e che non è visto come un mez­zo per poter­si migliorare.

«Mol­te del­le spe­ran­ze che il popo­lo egi­zia­no nutri­va sono mor­te – ha det­to Al Kha­mis­si – e nes­su­no fa affi­da­men­to sul siste­ma di istru­zio­ne: nem­me­no i geni­to­ri pen­sa­no che pos­sa esse­re uti­le a miglio­ra­re la vita dei figli. Negli anni ’50 e ’60 ci fu un momen­to di spe­ran­za di riscat­to dal pas­sa­to e anche i con­ta­di­ni guar­da­va­no al loro rac­col­to con otti­mi­smo, per­ché due etta­ri di ter­re­no col­ti­va­to a coto­ne era­no suf­fi­cien­ti per soste­ne­re una fami­glia per un anno. Oggi non basta­no più. Nem­me­no con Sadat la spe­ran­za di miglio­ra­men­to era lega­ta all’istruzione, ma al busi­ness e alla crea­zio­ne di nuo­vi eser­ci­zi com­mer­cia­li aper­ti all’occidente, il cui mono­po­lio però è anda­to a favo­re di pochis­si­mi lascian­do la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne nel­la fame. Anche la spe­ran­za nazio­na­le del mon­do ara­bo di cac­cia­re Israe­le e i colo­niz­za­to­ri ingle­si è fal­li­ta e oggi dob­bia­mo accet­ta­re come un dato di fat­to la colo­niz­za­zio­ne degli americani».

Pro­prio come fareb­be un qual­sia­si cit­ta­di­no egi­zia­no, “Taxi” rac­con­ta que­sta dif­fi­ci­le real­tà col sor­ri­so e una pun­ta d’ironia: dal­la gio­va­ne costret­ta a toglier­si il niqab (il vesti­to nero che copre il cor­po com­ple­ta­men­te lascian­do sco­per­ti solo gli occhi) a bor­do del taxi per poter anda­re a lavo­ra­re al tas­si­sta che pro­po­ne di pro­va­re i Fra­tel­li musul­ma­ni, giu­sto per cam­bia­re, come alter­na­ti­va a Muba­rak o all’altro che accu­sa il raìs di pre­oc­cu­par­si solo dei ric­chi del pae­se. Da chi rac­con­ta le peri­pe­zie affron­ta­te e le busta­rel­le ver­sa­te agli uffi­cia­li di poli­zia per il rin­no­vo del­la licen­za a chi, pur appas­sio­na­to di film, con­fes­sa di non anda­re al cine­ma da 20 anni per­ché non può per­met­ter­si il bigliet­to. E poi un altro che, com­ple­ta­men­te sfi­du­cia­to dal siste­ma sco­la­sti­co, ha riti­ra­to i figli da scuo­la per­ché «non sta­va­no impa­ran­do niente».

Le sto­rie di que­sto libro dan­no voce per la pri­ma vol­ta ad una cate­go­ria uma­na ai mar­gi­ni del­la socie­tà egi­zia­na, spes­so invi­si­bi­le. Il tas­si­sta è solo colui che gui­da, por­tan­do­ti da un posto all’altro di que­sta enor­me metro­po­li di cir­ca 18 milio­ni di per­so­ne con la sua mac­chi­na scas­sa­ta, che a vol­te non si sa come fac­cia a cam­mi­na­re anco­ra. Chi però abbia vis­su­to al Cai­ro abba­stan­za sa bene che una con­ver­sa­zio­ne con i tas­si­sti a vol­te vale mol­to più del­la let­tu­ra di un libro per capi­re que­sto pae­se. Com­men­ta­no la par­ti­ta del­la sera pri­ma, fune­sta­ta dal­la par­te­ci­pa­zio­ne del pre­si­den­te in tri­bu­na (che, a quan­to pare, por­ta dav­ve­ro sfor­tu­na); ricor­da­no quan­do con 25 pia­stre (0,03 cent) pote­vi com­prar­ci il pane; con­dan­na­no le stra­gi com­piu­te in Iraq e Pale­sti­na con­tro i loro “fra­tel­li” e lo stra­po­te­re degli Usa nel mon­do. Se poi gli dici di esse­re ita­lia­no, vie­ne fuo­ri qual­che paren­te che da anni vive nel nostro pae­se e ti dico­no tut­ti che sogna­no di spo­sa­re un’italiana e lascia­re l’Egitto per­ché l’Italia è un pae­se mera­vi­glio­so dove si tro­va lavo­ro. Qual­cu­no va sul per­so­na­le e par­la dei figli che sono riu­sci­ti a lau­rear­si nono­stan­te tut­to, men­tre un altro rac­con­ta di esse­re appe­na usci­to dal suo lavo­ro mat­tu­ti­no in un’azienda pri­va­ta, cosa mol­to comu­ne fra i tas­si­sti cai­ro­ti che, per la mag­gior par­te, arro­ton­da­no gui­dan­do i magri sti­pen­di dell’amministrazione sta­ta­le e di azien­de pub­bli­che o private.

Quel­la dei tas­si­sti è for­se la cate­go­ria uma­na che meglio rispec­chia da sola la mol­te­pli­ci­tà del­la socie­tà cai­ro­ta e il meri­to di Al Kha­mis­si sta nell’averle dato voce per la pri­ma volta.

«Biso­gna leg­ge­re chi scri­ve del­la real­tà di que­sti pae­si e del­la loro cul­tu­ra», ha esor­ta­to Al Kha­mis­si, evi­den­zian­do quel­la che, secon­do lui, è la respon­sa­bi­li­tà occi­den­ta­le nell’aver crea­to incom­pren­sio­ni, frain­ten­di­men­ti e ste­reo­ti­pi rispet­to al mon­do ara­bo. «C’è un for­te biso­gno di com­pren­sio­ne e cono­scen­za reci­pro­ca – ha con­ti­nua­to lo scrit­to­re – men­tre la stam­pa euro­pea, in par­ti­co­la­re quel­la fran­ce­se, ingle­se e ame­ri­ca­na, scri­ve di una real­tà crea­ta da e per l’immaginario ame­ri­ca­no. Il signor Bush ha nel­la sua agen­da un pro­get­to poli­ti­co ed eco­no­mi­co chia­ra­men­te mili­ta­re in cui pur­trop­po i gior­na­li­sti lo seguono».

In rispo­sta a que­sta infor­ma­zio­ne di par­te l’opera di Al Kha­mis­si va let­ta pro­prio per la sua capa­ci­tà di rac­con­ta­re dall’interno e in modo sem­pli­ce e diret­to la rea­le vita quo­ti­dia­na del Cairo.

0

Taxi Writer

VENTIQUATTO DEL SOLE 24 ORE – 5/09/2008
di Eli­sa Pierandrei

Lo scrit­to­re Kha­led Al Kha­mis­si ha viag­gia­to per un anno sul­le auto pub­bli­che cai­ro­te. Dal­le chiac­chie­re con i con­du­cen­ti è sca­tu­ri­to un libro, in bre­ve dive­nu­to un bestsel­ler. Per­ché le sto­rie ascol­ta­te nel­le con­vul­se vie del­la capi­ta­le lascia­no tra­pe­la­re una denun­cia cau­sti­ca e iro­ni­ca del males­se­re socia­le che attra­ver­sa il Paese.

Scen­do di cor­sa le sca­le del­la palaz­zi­na. Il mio bawab – il gio­va­ne por­tie­re che pas­sa il tem­po sedu­to nell’ingresso o a dor­mi­re nel­la sua stan­zet­ta nel sot­to­sca­la – mi fer­ma il pri­mo taxi di pas­sag­gio in via 26 Luglio, nel ric­co quar­tie­re di Zama­lek, il cuo­re del­la Cai­ro cosmo­po­li­ta. Sal­go su una vec­chia Fiat bian­ca e nera. L’autista agguan­ta una siga­ret­ta – anche se sul cru­scot­to c’è scrit­to “vie­ta­to fuma­re” –, spor­ge la mano dal fine­stri­no e si rimet­te in car­reg­gia­ta. Dire­zio­ne Down­to­wn Cai­ro. Pri­ma accen­de la radio, Imad (così si è pre­sen­ta­to) mi chie­de se la musi­ca mi distur­bi. Non impor­ta: sia­mo in coda da die­ci minu­ti nel fra­stuo­no dei clac­son. Alle cin­que del pome­rig­gio la cor­ni­che, la stra­da che costeg­gia il Nilo, è inta­sa­ta dal­le auto­mo­bi­li di chi rien­tra a casa.
Imad è abi­tua­to. Si mostra curio­so nei miei con­fron­ti e, nono­stan­te mi espri­ma in ara­bo, capi­sce che sono stra­nie­ra (un gua­io, pre­ten­de­rà più sol­di: la mag­gior par­te dei taxi del Cai­ro non ha il tas­sa­me­tro). Far­fu­glia qual­co­sa su Ber­lu­sco­ni e sul cal­cio. Dice che gli ita­lia­ni sono miyya miyya («al cen­to per cen­to»). Allo­ra lo stuz­zi­co chie­den­do­gli se gli piac­cia vive­re nell’Egitto del pre­si­den­te Hosni Muba­rak o se vor­reb­be al pote­re il movi­men­to isla­mi­co di Fra­tel­li Musul­ma­ni (ban­di­to ma tol­le­ra­to dal­le auto­ri­tà del Cai­ro), prin­ci­pa­le for­za all’opposizione nel Pae­se. Rispon­de che vor­reb­be pro­va­re il Gover­no degli isla­mi­ci, anche se lui non pre­ga né va in moschea: «Per­ché no? Li abbia­mo pro­va­ti tutti».
Sia­mo arri­va­ti, e qua­si mi dispia­ce: è raro in que­sto Pae­se tro­va­re uno sco­no­sciu­to pron­to a discu­te­re di poli­ti­ca. La por­tie­ra è sfon­da­ta e la mani­glia non c’è, Imad scen­de e mi apre dall’esterno. Pago la cor­sa ed entro in un pic­co­lo caf­fè del centro.
Sono in ritar­do, ma tro­ve­rò comprensione.

0

Cairo Cabbies Gab About Back

BLOOMBERG — 11/09/2008
Inter­view by Daniel Williams

Even casual tra­ve­lers to Cai­ro soon learn one thing about the city: Its taxi dri­vers delight in gab­bing about poli­tics, reli­gion, the wea­ther, their fami­ly, your fami­ly, their inco­me, your sala­ry — wha­te­ver — whi­le you are cap­ti­ve in their cabs.

Kha­led Al Kha­mis­si, an Egyp­tian public-rela­tions agent and author, recoun­ts dozens of con­ver­sa­tions he’s had with chat­ty dri­vers in a book cal­led “Taxi,” a rol­ling por­trait of con­tem­po­ra­ry Cai­ro. For him, cab­bies are the city’s town criers.

Taxi dri­vers are always in the street, day and night,” Al Kha­mis­si says in an inter­view in his third-floor offi­ce loo­king onto a Cai­ro pla­za jam­med with cars and people.

They are the blood­stream of Cai­ro and express the who­le suf­fe­ring of socie­ty and the deter­mi­na­tion to over­co­me the pro­blems of sur­vi­val in Egypt.”

Fir­st publi­shed in Ara­bic last year and now avai­la­ble in English, “Taxi” recon­struc­ts from memo­ry 58 con­ver­sa­tions Al Kha­mis­si had with various drivers.

One cab­by from sou­thern Egypt talks about fleeing a fai­led govern­ment irri­ga­tion pro­ject. Ano­ther descri­bes how a vei­led woman strip­ped in his back seat, pee­ling off her mode­st garb on the way to her wai­tres­sing job. A third dreams of dri­ving to South Afri­ca for soccer’s 2010 World Cup.

One dri­ver talks to Al Khamissi’s daughter about por­no­gra­phy. And one young cab­by, enra­ged at his own pover­ty, sym­pa­thi­zes with sui­ci­de bom­bers and threa­tens to crash his car at the next intersection.

Moon­lighters

In their own way, the dri­vers express a matu­re under­stan­ding of Egypt. They live it eve­ry­day,” says Al Kha­mis­si, who reports that the Ara­bic edi­tion of his book has sold 60,000 copies, a bestsel­ler by Egyp­tian standards.

Moon­lighting cab­bies are com­mon, making the dri­vers a cross-sec­tion of socie­ty, he says. Owners sublea­se their cars to all comers: reti­rees, unem­ployed stu­den­ts, engi­neers and even, on rare occa­sions, women.

I have never met a dri­ver with a doc­to­ra­te, but I have met plen­ty who hold masters degrees,” the author says.

The book rings true. Thou­gh Al Kha­mis­si is a cri­tic of the govern­ment of Pre­si­dent Hosni Muba­rak, some of his dri­vers favor the 80-year-old lea­der. Com­plain­ts about bureau­cra­cy and cor­rup­tion are commonplace.

Al Khamissi’s timing was good: Taxis have come under offi­cial scru­ti­ny this year. The govern­ment orde­red the with­dra­wal of licen­ses from cabs older than 20 years under a rule that went into effect Aug. 1, thou­gh owners have three years to dump their old cars.

Orna­men­tal Meters

New regu­la­tions also make man­da­to­ry the use of meters, which Al Kha­mis­si descri­bes as inert orna­men­ts desi­gned “to tear the trou­sers of custo­mers who sit next to the dri­ver.” If my own expe­rien­ce is any gui­de, the meter rule has been igno­red. Nego­tia­tions, as always, are the norm.

The rules are meant to eli­mi­na­te cars with faul­ty bra­kes, bald tires and fuming exhausts, and the sta­te is offe­ring sub­si­di­zed loans to buy new vehi­cles. That sho­ws just how out of touch the govern­ment is, Al Kha­mis­si says.

Even with a sub­si­dy, he asks, “who can afford a new car?”

Taxi” has just a cou­ple of wea­k­nes­ses. For one thing, it could have used ful­ler descrip­tions of Cai­ro cabs, 80,000 of which roam the city of 17 mil­lion peo­ple, accor­ding to the Trans­por­ta­tion Ministry.

From outsi­de, most of the cars look ali­ke: two-toned black- and-whi­te Ladas or Fia­ts poc­ked with den­ts and mis­sing some or all of their fen­ders. Insi­de, the cars are feasts of idio­syn­cra­sies: Amu­le­ts, wor­ry beads and trin­ke­ts dan­gle from rear-view mir­rors abo­ve fur-cove­red dashboards.

Loud Prayers

Loud radios and CD players are ubi­qui­tous, with some Muslim dri­vers play­ing recor­ded Isla­mic prayers. In cabs ope­ra­ted by Cop­tic Chri­stians, pla­stic icons of sain­ts deco­ra­te the dash. At night, blin­king blue insi­de lights give the cabs a disco glow.

Ano­ther ele­ment mis­sing from Al Khamissi’s col­lec­tion is a typi­cal con­ver­sa­tion bet­ween a cab­bie and a forei­gn tou­ri­st, begin­ning with the que­stion, “Whe­re are you from?”

If the answer is the U.S., the con­ver­sa­tion will turn to prai­se for the friend­li­ness of Ame­ri­cans cou­pled with cri­ti­ci­sm of Pre­si­dent Geor­ge W. Bush’s forei­gn poli­cy and a que­ry about get­ting a U.S. visa and the ran­ge of salaries.

Being an Ame­ri­can who taxies around Cai­ro a lot, I’m fed up with discus­sing Iraq and U.S. tax laws whi­le stuck in Nile- length traf­fic jams. So I’ve taken to say­ing I’m from Bolivia.

That usual­ly works, thou­gh almo­st nothing can stop a Cai­ro cabby’s urge to chat if he’s deter­mi­ned. When I said “Boli­via” the other day, the dri­ver pau­sed for a beat and replied:

Ah, Bava­ria. Won­der­ful peo­ple. My bro­ther works in Munich. What are the chan­ces for a visa?”

None, I said. And can you plea­se turn down the prayers?

0

Il taxi egiziano e contestatore di Al Khamissi

ANSA (NOTIZIARIO LIBRI) — 12/09/2008

Taxi è la sor­pre­sa del­la let­te­ra­tu­ra egi­zia­na di quest’anno, un best-sel­ler ristam­pa­to 7 vol­te nell’arco di un anno con oltre 35.000 copie ven­du­te in un pae­se in cui 3000 copie sono con­si­de­ra­te un suc­ces­so. L’autore è in Ita­lia, dove doma­ni par­te­ci­pa alla ras­se­gna Por­to Medi­ter­ra­neo Festi­va­lal­guer (Alghe­ro, Sar­de­gna). Al Kha­mais­si ci fa com­pie­re un viag­gio che ci rive­la umo­ri, idee, ribel­lio­ni del­la capi­ta­le egi­zia­na attra­ver­so le voci dei tas­si­sti. Una rac­col­ta di sto­rie bre­vi che rac­con­ta­no sogni, avven­tu­re filo­so­fi­che, amo­ri, bugie, ricor­di e politica.
I tas­si­sti del Cai­ro cui da voce sono ama­bi­li can­ta­sto­rie che con disin­vol­tu­ra con­du­co­no il let­to­re in un deda­lo di real­tà e poe­sia che è l’Egitto dei nostri gior­ni. Sono 58 sto­rie bre­vi che l’autore ha col­le­zio­na­to con­ver­san­do con i tas­si­sti del­la mega­lo­po­li egi­zia­na tra il 2005 e il 2006. Puo’ sem­bra­re la rivol­ta del­le auto bian­che che ha segna­to Roma l’anno scor­so, ma e’ tutt’altra cosa.
Il dilu­vio di paro­le che tro­via­mo ripor­ta­to nel libro som­mer­ge il let­to­re rega­lan­do­gli nuo­ve e ina­spet­ta­te pro­spet­ti­ve da cui guar­da­re quel­la real­ta’, gra­zie a quel­la che pos­sia­mo con­si­de­ra­re le voci dell’uomo del­la stra­da, che in modo diret­to e chia­ro espri­mo­no i suoi timo­ri, dub­bi, pare­ri e cri­ti­che sul pia­no poli­ti­co, eco­no­mi­co e socia­le, a pro­po­si­to del suo pae­se e del mon­do ara­bo in gene­ra­le. Con una for­za che ren­de comun­que il discor­so esem­pla­re anche sul pia­no esi­sten­zia­le, del­la lot­ta quo­ti­dia­na per la vita e la sopravvivenza.
Al Kha­mis­si è un arti­sta polie­dri­co, nato nel 1962 si è lau­rea­to in Scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na di Pari­gi. Ha
lavo­ra­to per l’Istituto Egi­zia­no per gli stu­di socia­li. Ha scrit­to sce­neg­gia­tu­re per vari film egi­zia­ni qua­li Kar­nak, Isi­de a Phi­lae, Giza e altri. E’ anche regi­sta e pro­dut­to­re. Scri­ve perio­di­ca­men­te arti­co­li e ana­li­si cri­ti­che su poli­ti­ca e socie­ta’ in diver­si gior­na­li e set­ti­ma­na­li egiziani.

0

L’Egitto in taxi

LA NUOVA ECOLOGIA — 18/09/2008
di Bar­ba­ra Lomonaco

«Per anni ho per­cor­so tut­te le stra­de e i vico­li del Cai­ro dall’interno di un taxi. Ho una pas­sio­ne per le con­ver­sa­zio­ni con i tas­si­sti». Da que­sta pas­sio­ne, lo scrit­to­re egi­zia­no Kha­led Al Kha­mis­si ha trat­to un libro, Taxi, edi­to in Ita­lia da Il Siren­te, che nel suo pae­se d’origine è diven­ta­to un best sel­ler: 35000 copie ven­du­te dove 3000 sono già un suc­ces­so. Nel libro, le paro­le dei tas­si­sti per­cor­ro­no le stra­de cit­ta­di­ne sve­lan­do sogni, spe­ran­ze, affan­ni e ras­se­gna­zio­ni quo­ti­dia­ne. Voci del tram­bu­sto metro­po­li­ta­no rim­bal­za­no sui temi cal­di nell’Egitto di Muba­rak. Rega­la­no un pun­to di vista su una socie­tà che com­bat­te l’indifferenza del­le isti­tu­zio­ni con un misto tra sag­gez­za popo­la­re e luci­de ana­li­si poli­ti­che. E non man­ca qual­che nota­zio­ne sull’ambiente.

A metà degli anni novan­ta il gover­no egi­zia­no ema­nò una leg­ge che con­sen­ti­va la con­ver­sio­ne di tut­te le vec­chie auto in taxi e alle ban­che di finan­ziar­ne l’acquisto. Quin­di­ci anni più tar­di, 80mila tas­si­sti gui­da­no anche per 20 ore al gior­no tra­spor­tan­do milio­ni di uomi­ni dispo­sti a con­ver­sa­re, lon­ta­ni dal­le cen­su­re di sta­to, di tut­to. Dal­la poli­ti­ca all’ambiente: «Man­da­ro­no in giro del­la gen­te che misu­ra­va l’inquinamento del­le mar­mit­te […] Alla fine non riu­sci­ro­no a fare nien­te. […] Da quel gior­no per stra­da tro­vi taxi a pala­te»; dal­le bar­zel­let­te alle con­fi­den­ze: «Una mia ami­ca mi ha fat­to un con­trat­to fal­so in un ospe­da­le di Ata­ba e la mia fami­glia mi cre­de don­na del­le puli­zie lag­giù…»; dagli affa­ri di cuo­re a quel­li di sta­to: «Chi non è anda­to in gale­ra con Nas­ser, non ci andrà mai; e chi non si è arric­chi­to con Sadat, non si arric­chi­rà mai. Men­tre chi non è diven­ta­to un pez­zen­te con Muba­rak, non lo diven­te­rà mai». Non man­ca nul­la nel­le pagi­ne di Taxi, nep­pu­re lo spa­zio per il diver­ti­men­to, le bar­zel­let­te e il buon umore.

Per­cor­ren­do a rilen­to le vie di una metro­po­li di  qua­si 8milioni di abi­tan­ti, le idee dei tas­si­sti di Al Kha­mis­si dipin­go­no un colo­ra­to qua­dro a pen­nel­la­te rapi­de su un mon­do fuo­ri dai luo­ghi comu­ni. Nel­le loro ana­li­si si ritro­va­no buon­sen­so e tra­spa­ren­za tal­vol­ta supe­rio­ri a quel­le di tan­ti «com­men­ta­to­ri poli­ti­ci che riem­pio­no di chiac­chie­re il mon­do. Per­ché –le paro­le sono del­lo stes­so auto­re- la cul­tu­ra di que­sto popo­lo si rive­la nel­le sue ani­me più semplici».

0

K. A. Khamissi — Taxi

CREMONA ONLINE 15/09/2008

Taxi è la sor­pre­sa del­la let­te­ra­tu­ra egi­zia­na di quest’anno, un best-sel­ler ristam­pa­to 7 vol­te nell’arco di un anno con oltre 35.000 copie ven­du­te in un pae­se in cui 3000 copie sono con­si­de­ra­te un suc­ces­so. L’autore è in Ita­lia, dove doma­ni par­te­ci­pa alla ras­se­gna Por­to Medi­ter­ra­neo Festi­va­lal­guer (Alghe­ro, Sar­de­gna). Al Kha­mais­si ci fa com­pie­re un viag­gio che ci rive­la umo­ri, idee, ribel­lio­ni del­la capi­ta­le egi­zia­na attra­ver­so le voci dei tas­si­sti. Una rac­col­ta di sto­rie bre­vi che rac­con­ta­no sogni, avven­tu­re filo­so­fi­che, amo­ri, bugie, ricor­di e poli­ti­ca. I tas­si­sti del Cai­ro cui da voce sono ama­bi­li can­ta­sto­rie che con disin­vol­tu­ra con­du­co­no il let­to­re in un deda­lo di real­tà e poe­sia che è l’Egitto dei nostri gior­ni. Sono 58 sto­rie bre­vi che l’autore ha col­le­zio­na­to con­ver­san­do con i tas­si­sti del­la mega­lo­po­li egi­zia­na tra il 2005 e il 2006. Può sem­bra­re la rivol­ta del­le auto bian­che che ha segna­to Roma l’anno scor­so, ma è tutt’altra cosa. Il dilu­vio di paro­le che tro­via­mo ripor­ta­to nel libro som­mer­ge il let­to­re rega­lan­do­gli nuo­ve e ina­spet­ta­te pro­spet­ti­ve da cui guar­da­re quel­la real­tà, gra­zie a quel­la che pos­sia­mo con­si­de­ra­re le voci dell’uomo del­la stra­da, che in modo diret­to e chia­ro espri­mo­no i suoi timo­ri, dub­bi, pare­ri e cri­ti­che sul pia­no poli­ti­co, eco­no­mi­co e socia­le, a pro­po­si­to del suo pae­se e del mon­do ara­bo in gene­ra­le. Con una for­za che ren­de comun­que il discor­so esem­pla­re anche sul pia­no esi­sten­zia­le, del­la lot­ta quo­ti­dia­na per la vita e la soprav­vi­ven­za. Al Kha­mis­si è un arti­sta polie­dri­co, nato nel 1962 si è lau­rea­to in Scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na di Pari­gi. Ha lavo­ra­to per l’Istituto Egi­zia­no per gli stu­di socia­li. Ha scrit­to sce­neg­gia­tu­re per vari film egi­zia­ni qua­li Kar­nak, Isi­de a Phi­lae, Giza e altri. È anche regi­sta e pro­dut­to­re. Scri­ve perio­di­ca­men­te arti­co­li e ana­li­si cri­ti­che su poli­ti­ca e socie­tà in diver­si gior­na­li e set­ti­ma­na­li egiziani.

0

Khaled al Kamis: I taxi del Cairo in giro per l’Italia

BABELMED — 11/09/2008
di Ales­san­dro Rive­ra Magos

Dov’è, in Egit­to, che si può ascol­ta­re più libe­ra­men­te un discor­so con­tro lo sta­to di pover­tà e cor­ru­zio­ne in cui il regi­me di Hosni Muba­rak costrin­ge gran par­te del­la popo­la­zio­ne? Di sicu­ro non nel­le piaz­ze o nel­le stra­de del­la sua capi­ta­le, dove negli ulti­mi anni la poli­zia ha repres­so con fero­cia diver­se mani­fe­sta­zio­ni di protesta.
Dove si con­cen­tra­no le mol­tis­si­me voci dell’esausta socie­tà egi­zia­na? Cer­to si potreb­be pen­sa­re ai diver­si blog che negli ulti­mi anni sono diven­ta­ti un feno­me­no di dis­sen­so con­cre­to nel­la rete egi­zia­na. Tut­ta­via c’è da dire, la voce dei blog­ger potreb­be non giun­ge­re a quel­le fasce di popo­la­zio­ne trop­po pove­re o indaf­fa­ra­te nel caos del pae­se per acce­de­re ad internet.
In fine, dove tro­va­re ana­li­si abba­stan­za com­ples­se e stu­dia­te da rias­su­me­re le mol­te cau­se del­la malat­tia cro­ni­ca in cui ver­sa la ter­ra dei faraoni?
Kha­led al-Kamis­si, gior­na­li­sta e scrit­to­re cai­ro­ta clas­se ’62, sem­bra esse­re riu­sci­to a tro­va­re il luo­go che adden­sa le rispo­ste a tut­te que­ste doman­de: i taxi del Cairo!
Da vero cono­sci­to­re del­la real­tà cit­ta­di­na, per un anno, da Apri­le del 2005 a Mar­zo 2006, Kamis­si pren­de nor­mal­men­te i taxi del­la metro­po­li egi­zia­na, ma anno­tan­do rac­con­ti, mono­lo­ghi, sfo­ghi o sem­pli­ci bar­zel­let­te che i tas­si­sti gli river­sa­no a ruo­ta libe­ra. Il risul­ta­to è un libro, “Taxi” appun­to, che in Egit­to spo­po­la e che, tra­dot­to in ita­lia­no, da que­sto autun­no si pre­pa­ra a gira­re anche il nostro pae­se (www.sirente.it).
Quel­lo che vie­ne fuo­ri da que­ste con­ver­sa­zio­ni non è un sem­pli­ce spac­ca­to del­la socie­tà egi­zia­na ma, soprat­tut­to, un ter­mo­me­tro dell’insofferenza al regi­me di Sta­to, ai sopru­si quo­ti­dia­ni del­la poli­zia, alle ingiu­sti­zie che coin­vol­go­no i mol­ti pae­si dell’area medio-orien­ta­le (e le loro popo­la­zio­ni) e in cui gli egi­zia­ni si sen­to­no coinvolti.
Bar­zel­let­te che pren­do­no di mira il Pre­si­den­te, sto­rie di ordi­na­rio sfrut­ta­men­to, di pover­tà e rifles­sio­ni a vol­te mol­to sot­ti­li sul­la poli­ti­ca inter­na­zio­na­le. Un agglo­me­ra­to cao­ti­co di voci, che lo scrit­to­re non ha volu­to ordi­na­re, ma sem­pli­ce­men­te tra­spor­re in manie­ra discon­ti­nua e spar­sa in 58 incon­tri con altret­tan­ti tas­si­sti. Come dire: Il Cairo!
Il libro, usci­to nel gen­na­io 2007 in Egit­to, è arri­va­to alla sua ter­za ristam­pa in pochi mesi e ha rag­giun­to il nume­ro di 35000 copie ven­du­te. Un caso let­te­ra­rio in un pae­se in cui le 3000 copie voglio­no dire un suc­ces­so editoriale.
La scel­ta di dare voce alla socie­tà egi­zia­na attra­ver­so una cate­go­ria così par­ti­co­la­re come i tas­si­sti non è casua­le e per mol­ti ver­si è quel­la di un socio­lo­go atten­to e di un cai­ro­ta doc.
Que­sta cate­go­ria di lavo­ra­to­ri, in Egit­to, ha infat­ti la par­ti­co­la­ri­tà di esse­re asso­lu­ta­men­te tra­sver­sa­le alla socie­tà. Il tas­si­sta che può veni­re a pren­der­vi a Nasr City per por­tar­vi fino a Mohan­dis­si­ne, potreb­be esse­re un semi-anal­fa­be­ta, come un pro­fes­so­re di sto­ria o un fisico:

Con una leg­ge ema­na­ta nel­la secon­da metà degli anni ’90, il gover­no ha con­sen­ti­to la con­ver­sio­ne di tut­te le vec­chie auto in taxi, insie­me all’ingresso del­le ban­che nel mer­ca­to dei finan­zia­men­ti di auto pub­bli­che e pri­va­te. In que­sto modo, fol­le di disoc­cu­pa­ti si sono river­sa­te nel­la clas­se dei tas­si­sti, entran­do in una spi­ra­le di sof­fe­ren­za mos­sa dal­la cor­sa al paga­men­to del­le rate ban­ca­rie; dove lo sfor­zo atro­ce di quei dan­na­ti si tra­sfor­ma in ulte­rio­re gua­da­gno per ban­che, azien­de auto­mo­bi­li­sti­che e impor­ta­to­ri di pez­zi di ricam­bio. Di con­se­guen­za diven­ta pos­si­bi­le tro­va­re tas­si­sti con ogni tipo di com­pe­ten­za e livel­lo d’istruzione”. (“Taxi”)

Così, i discor­si in cui ci si imbat­te nel­le auto gial­le del Cai­ro pos­so­no esse­re del­le invet­ti­ve di pan­cia con­tro poli­zia e gover­no, o piut­to­sto del­le luci­de ana­li­si sul dise­qui­li­brio del­la poli­ti­ca internazionale.
Inol­tre i tas­si­sti rap­pre­sen­ta­no diret­ta­men­te la par­te più pove­ra del­la socie­tà egi­zia­na, quel­la più espo­sta alle con­se­guen­ze di mal­go­ver­no e cor­ru­zio­ne. Chiu­si nei taxi anche per 72 ore di fila, nel ten­ta­ti­vo di riu­sci­re a sbar­ca­re il luna­rio, o sot­to­po­sti alle anghe­rie gra­tui­te di uno dei cor­pi di poli­zia più cor­rot­ti del mon­do, che quo­ti­dia­na­men­te li umi­lia, li deru­ba e li sfrut­ta come fa con il resto del­la popo­la­zio­ne, paga­no costi altis­si­mi per un lavo­ro che è tutt’altro che remunerativo.
Per ades­so il libro e l’autore, stra­na­men­te, non han­no rice­vu­to alcu­na pres­sio­ne o minac­cia da par­te del regi­me e del­la poli­zia. Di soli­to mol­to duri e vigi­li nel cen­su­ra­re e col­pi­re le voci cri­ti­che e di dis­sen­so. Come ben san­no mol­ti altri scrit­to­ri egiziani!
Eppu­re secon­do mol­ti que­sto libro con­tie­ne una del­le ana­li­si più com­ple­te fat­ta sul Cai­ro in que­sti ulti­mi anni. Ed è un’analisi fat­ta dal­la gen­te del Cai­ro, un micro­fo­no piaz­za­to nel cuo­re dina­mi­co di que­sta gran­de capi­ta­le, che non a caso gira in auto­mo­bi­le, in una del­le metro­po­li più inqui­na­te del mondo!
For­se anche que­sto è un po’ un sim­bo­lo del mal­con­ten­to del pae­se, che si lamen­ta e iro­niz­za sen­za ave­re la for­za, per ades­so, di usci­re dal taxi per ribellarsi.
In con­clu­sio­ne, Kha­mis­si doman­da al più anzia­no tra i tas­si­sti incon­tra­ti, che lavo­ra da 48 anni, la mora­le di una vita pas­sa­ta in un taxi egi­zia­no, rispon­de: “Una for­mi­ca nera su una roc­cia nera in una not­te buia Allah l’aiuta… “ Appunto…!

0

C’erano una volta i taxi del Cairo

L’OPINIONE — 13/09/2008 — n. 192
di Maria Anto­niet­ta Fontana

Il tas­si­sta è sicu­ra­men­te un per­so­nag­gio pit­to­re­sco, su cui tan­ta “let­te­ra­tu­ra” tra­di­zio­nal­men­te si è fat­ta ine­vi­ta­bil­men­te, sia come ogget­to di sto­rie che come sog­get­to. E que­sto vale per tut­to il mon­do, sen­za ecce­zio­ni. Recen­te­men­te mi sono accor­ta che esi­sto­no per­fi­no blog dedi­ca­ti a que­sta cate­go­ria (inter­net non pote­va cer­to man­ca­re all’appello). Ebbe­ne, nel­la gior­na­ta di oggi 13 set­tem­bre, in occa­sio­ne del­la ras­se­gna Por­to Medi­ter­ra­neo Festi­va­lal­guer ad Alghe­ro vie­ne pre­sen­ta­to in Ita­lia alla pre­sen­za dell’autore il libro “Taxi” di Kha­led Al Kha­mis­si, nel­la tra­du­zio­ne a cura del­la casa edi­tri­ce “Il Siren­te”, che — dopo ave­re dato atten­zio­ne ad alcu­ni casi let­te­ra­ri del pano­ra­ma fran­co­fo­no cana­de­se — si con­cen­tra ora sul­la cul­tu­ra ara­ba con­tem­po­ra­nea cui dedi­ca una nuo­va col­la­na di cui “Taxi” costi­tui­sce il pri­mo volu­me. Ed infat­ti è già in pro­gram­ma entro la fine dell’anno anche l’uscita del­la tra­du­zio­ne ita­lia­na di “L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal El Saa­da­wi. Ma tor­nia­mo a “Taxi”. Nel­le inten­zio­ni dell’autore il libro è una rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la vita rea­le foto­gra­fa­ta attra­ver­so le paro­le del­la gen­te comu­ne. Quin­di, il tas­si­sta come fon­te di sto­rie: e di sicu­ro da rac­con­ta­re ce n’è davvero!
Si trat­ta di un’opera pri­ma, pub­bli­ca­ta in Egit­to in lin­gua ara­ba nel dicem­bre 2006, che è diven­ta­ta imme­dia­ta­men­te un best sel­ler, al pun­to di esse­re già sta­ta ristam­pa­ta 7 vol­te. È appun­to una rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la vita quo­ti­dia­na di oggi al Cai­ro, rac­con­ta­ta attra­ver­so gli occhi dei tas­si­sti. Ne emer­ge un ritrat­to viva­ce, pole­mi­co, tal­vol­ta graf­fian­te, in cui la socie­tà egi­zia­na è dipin­ta per quel che è, e soprat­tut­to per come vie­ne per­ce­pi­ta dal­la gen­te comu­ne: sogni, avven­tu­re filo­so­fi­che, amo­ri, bugie, ricor­di e poli­ti­ca si sus­se­guo­no in un fiu­me di paro­le che rie­vo­ca­no suo­ni, colo­ri, odo­ri, spe­ran­ze, delu­sio­ni, ma che non sono mai fin­zio­ne né reto­ri­ca. Al Kha­mis­si si cimen­ta per la pri­ma vol­ta con la nar­ra­ti­va, ma è un intel­let­tua­le ben noto al di fuo­ri del pro­prio Pae­se, come auto­re di sce­neg­gia­tu­re cine­ma­to­gra­fi­che di suc­ces­so e gior­na­li­sta, oltre che pro­dut­to­re tele­vi­si­vo e cine­ma­to­gra­fi­co. Citia­mo dall’introduzione del libro ad ope­ra dell’autore stes­so: “Amo le sto­rie dei tas­si­sti per­ché rap­pre­sen­ta­no a pie­no dirit­to un ter­mo­me­tro dell’umore del­le indo­ma­bi­li stra­de egi­zia­ne. In que­sto libro vi sono alcu­ne sto­rie che ho vis­su­to e ascol­ta­to, tra l’aprile del 2005 e il mar­zo del 2006.
Par­lo di alcu­ne sto­rie, e non di tut­te, per­ché diver­si ami­ci avvo­ca­ti mi han­no det­to che la loro pub­bli­ca­zio­ne sareb­be basta­ta a far­mi sbat­te­re in gale­ra con l’accusa di calun­nia e dif­fa­ma­zio­ne; e che la pub­bli­ca­zio­ne di cer­ti nomi con­te­nu­ti in deter­mi­na­te sto­rie e bar­zel­let­te, di cui sono pie­ni gli occhi e le orec­chie del­le stra­de egi­zia­ne, è un affa­re pericoloso…”Non voglia­mo toglie­re il gusto ai let­to­ri di adden­trar­si in que­sta scop­piet­tan­te rac­col­ta: desi­de­ria­mo sol­tan­to segna­la­re che l’humour che per­va­de l’opera è vera­men­te inten­so e par­ti­co­la­re, e costi­tui­sce un ulte­rio­re moti­vo di fasci­no di quest’opera. Duran­te il pros­si­mo mese di dicem­bre avre­mo modo di incon­tra­re per­so­nal­men­te Al Kha­mis­si a Roma, in quan­to sarà impe­gna­to in una serie di incon­tri per pre­sen­ta­re il volu­me, anche all’Università la Sapien­za ed all’Università di Roma­Tre, oltre che alla Fie­ra del Libro di Roma ed in altre sedi ancora.

0

Piccole storie dal mondo degli umili

INTERNAZIONALE — 5/11 set­tem­bre 2008 — n. 760
di Patri­ce Claude

I suoi rac­con­ti sui tas­si­sti del Cai­ro sono un pre­te­sto per par­la­re del­la pover­tà nel­la socie­tà egiziana.

Alcu­ni dico­no che Kha­led Al Kha­mis­si si è auto­cen­su­ra­to. Gli ottan­ta­mi­la tas­si­sti del Cai­ro sono più vol­ga­ri di come li descri­ve: ado­ra­no par­la­re di ses­so, dro­ga, sol­di e degli imbro­gli che fanno.
Al Kha­mis­si nega. E nell’introduzione pre­ci­sa: Taxi (Dar el Sho­rouk 2007) rac­col­gie 58 sto­rie tra­gi­che. Sto­rie che ha sen­ti­to nel cor­so dei suoi spo­sta­men­ti quo­ti­dia­ni nel­la metropoli
Anche se que­sto libro è viva­men­te con­si­glia­to ai milio­ni di stra­nie­ri che ven­go­no ogni esta­te ad abbron­zar­si al sole egi­zia­no, Taxi non è un vade­me­cum per turi­sti in cer­ca di buo­ni con­si­gli. Anzi, dopo aver let­to que­ste 220 pagi­ne scrit­te “in die­ci gior­ni” è pro­ba­bi­le che il turi­sta si sen­ta in col­pa per aver trat­ta­to sul prez­zo chie­sto dal tas­si­sta. Dopo la let­tu­ra di Taxi il visi­ta­to­re avrò impa­ra­to mol­te cose sul­la vita quo­ti­dia­na degli egi­zia­ni, sul­le loro fru­stra­zio­ni, sul­le loro pic­co­le e gran­di mise­rie, sul disprez­zo qua­si gene­ra­le del­le isti­tu­zio­ni e, soprat­tut­to, sul­la loro man­can­za di prospettive.
Nel­la socie­tà egi­zia­na, inca­te­na­ta da un’efficiente cen­su­ra di sta­to, il taxi è diven­ta­to uno degli ulti­mi spa­zi di discus­sio­ne più o meno libri. I tas­si­sti sono vere e pro­prie bestie da soma, capa­ci di lavo­ra­re fino a 18 ore al gior­no al volan­te dei loro fer­ri­vec­chi, nell’inquinamento sof­fo­can­te del Cai­ro, nel cal­do afo­so dell’estate, nell’assordante fra­stuo­no quo­ti­dia­no. Tra loro ci sono sogna­to­ri, fana­ti­ci, miso­gi­ni, mania­ci ses­sua­li, misti­ci, atto­ri, pro­fes­so­ri, uni­ver­si­ta­ri disoc­cu­pa­ti, spe­cu­la­to­ri rovi­na­ti, immi­gra­ti, filo­so­fi sen­za diplo­ma, socio­lo­gi igno­ran­ti, bugiar­di paten­ta­ti e truf­fa­to­ri. Nel libro sono tut­ti pre­sen­ti. Ma Taxi non è un libro sui taxi. “Non ho fat­to un lavo­ro da gior­na­li­sta, ma da scrit­to­re”, spie­ga Al Kha­mis­si. Pro­prio per­ché la loro occu­pa­zio­ne “non è più un mestie­re, ma solo un modo per sbar­ca­re il luna­rio, i miei tas­si­sti sono diven­ta­ti il pre­te­sto per dire del­le cose sul­le clas­si pove­re dell’Egitto”.

Brez­za rinfrescante
Secon­do Galal Amin, eco­no­mi­sta e socio­lo­go dell’università ame­ri­ca­na del Cai­ro, Taxi è “un lavo­ro inno­va­ti­vo, che descri­ve un qua­dro estre­ma­men­te veri­tie­ro del­la socie­tò egi­zia­na di oggi”. Di recen­te un gior­na­le sta­tu­ni­ten­se lo ha para­go­na­to a “una brez­za rin­fre­scan­te in una gior­na­ta mol­to cal­da”. Baheyya, auto­re di un blog ano­ni­mo ma mol­to segui­to dagli egi­zia­ni più ric­chi che pos­so­no per­met­ter­si un com­pu­ter, lo con­si­de­ra “una cro­na­ca toc­can­te del­la lot­ta tita­ni­ca per la soprav­vi­ven­za” in Egitto.
In effet­ti quan­do si fini­sce di leg­ge­re que­sto libro si capi­sco­no mol­te cose sull’Egitto con­tem­po­ra­neo.È un mira­co­lo del­la buo­na let­te­ra­tu­ra: 58 sce­net­te trat­te dal mag­ma uma­no del Cai­ro sono più istrut­ti­ve di inter­mi­na­bi­li con­fe­ren­ze o di inte­re biblio­te­che di socio­lo­gia, antro­po­lo­gia ed etnologia.
La magia di Taxi in que­sta atmo­sfe­ra leg­ge­ra ma al tem­po stes­so mol­to rea­le. In un pae­se alfa­be­tiz­za­to in teo­ria al 70 per cen­to ma dove un best sel­ler non ven­de più di cin­que­mi­la copie, Dar el Sho­rouk, il for­tu­na­to edi­to­re egi­zia­no di Al Kha­mis­si, ha già ven­du­to in un anno e mez­zo 75mila cioue del­la ver­sio­ne in ara­bo. E il libro con­ti­nua a vendere.
Nel suo sag­gio inti­to­la­to “per­ché il mon­do ara­bo non è libe­ro”, il più auto­re­vo­le psi­coa­na­li­sta egi­zia­no, Musta­fà Safuan, scri­ve che una del­le ragio­ni del diva­rio tra i popo­li ara­bi e le loro élite intel­let­tua­li è che que­ste ulti­me non sono dispo­ste a scri­ve­re nel­la lin­gua popo­la­re del­la stra­da e qua­si sem­pre pre­fe­ri­sco­no l’arabo clas­si­co, inac­ces­si­bi­le alle masse.
Al Kha­mis­si pro­vie­ne da una fami­glia ric­ca e famo­sa: suo padre, Abel Rah­man Al Kha­mis­si, era un noto poe­ta, sua madre una cele­bre attri­ce, i suoi zii, fra­tel­la­stri e sorel­le lavo­ra­va­no nel mon­do dell’editoria e del gior­na­li­smo. Ma Kha­led Al Kha­mis­si, con­fe­ren­zie­re, sce­neg­gia­to­re, regi­sta, pro­dut­to­re di film e docu­men­ta­ri, ha sapu­to evi­ta­re i difet­ti degli intel­let­tua­li. I suoi taxi par­la­no come nel­la vita rea­le. Que­sto ex stu­den­te di 45 anni è tor­na­to in patria dopo aver otte­nu­to un dot­to­ra­to in scien­ze poli­ti­che negli anni ottan­ta alla Sor­bo­na di Parigi.
La ver­sio­ne ingle­se del libro non rie­sce a ren­de­re bene il lin­guag­gio cru­do usa­to nel­le stra­de del Cai­ro. E pro­ba­bil­men­te anche le tra­du­zio­ni in cor­so in tede­sco, olan­de­se, ita­lia­no, gre­co e slo­ve­no incon­tre­ran­no le stes­se dif­fi­col­tà. Ma il pun­to fon­da­men­ta­le non è que­sto. La cosa più impor­tan­te per l’autore, che ha già comin­cia­to il suo ter­zo roman­zo (il secon­do usci­rà a novem­bre), è par­la­re del­le real­tà che agi­ta­no il paese.
Lai­co tol­le­ran­te e di ispi­ra­zio­ne socia­li­sta, Al Kha­mis­si ne è cer­to: “La rivol­ta è ine­vi­ta­bi­le, i più pove­ri non ce la fan­no più”.

0

Alghero, nasce un festival dei popoli

| La Nuo­va Sar­de­gna | Gio­ve­dì, 31 luglio 2008 |

Da tem­po non sol­ca­no le sue acque le tri­re­mi dell’impero roma­no che lo ave­va uni­to sot­to un uni­co cie­lo, ma il Medi­ter­ra­neo con­ti­nua a lega­re la vita dei tan­ti pae­si che si tro­va­no sul­le sue rive, uni­te dal­le onde del­lo stes­so mare, cul­la del­le più anti­che civil­tà, e dal­la cul­tu­ra. Cul­tu­ra medi­ter­ra­nea che, decli­na­ta nel­le sue com­po­nen­ti di musi­ca, poe­sia, let­te­ra­tu­ra, arti­gia­na­to, gastro­no­mia, sbar­ca ad Alghe­ro con «Por­to Medi­ter­ra­neo», il nuo­vo festi­val dei popo­li che attra­ver­sa­no il Mare Nostrum inse­ri­to nel gran­de con­te­ni­to­re del Festi­val­guer. Dal 12 al 14 set­tem­bre, tre gior­ni di incon­tri, di tra­di­zio­ni, di musi­ca tra il Molo Doga­na e il tea­tro del For­te del­la Mad­da­le­na. L’iniziativa è sta­ta pre­sen­ta­ta ieri nel­le sale del Comu­ne dal sin­da­co Mar­co Ted­de, dall’assessore al Turi­smo Mario Cono­ci e Mas­si­mo Pal­mas di Sar­de­gna Con­cer­ti (tra gli orga­niz­za­to­ri), fidu­cio­si che l’evento pos­sa diven­ta­re un nuo­vo appun­ta­men­to fis­so dell’estate alghe­re­se, «per allun­ga­re la sta­gio­ne turi­sti­ca — ha spie­ga­to il sin­da­co — e carat­te­riz­za­re sem­pre più la cit­tà come por­ta del Medi­ter­ra­neo e baci­no d’incontro dove pos­so­no intrec­ciar­si rap­por­ti con le altre comu­ni­tà del nostro mare».  Il For­te del­la Mad­da­le­na ospi­te­rà arti­sti che lavo­ra­no sul­le musi­che del Medi­ter­ra­neo: il 12 set­tem­bre alle 21.30 Die­go El Ciga­la, spa­gno­lo, voce del fla­men­co più impor­tan­te del momen­to accom­pa­gna­to dal pia­ni­sta cuba­no Bebo Val­des, il gior­no dopo S’Ard il pro­get­to di Mau­ro Pal­mas con i suo­ni del­la Sar­de­gna che incro­cia­no in que­sta occa­sio­ne le note di Lino Can­na­vac­ciuo­lo, Patri­zia Laqui­da­ra e Clau­dia Cra­buz­za, alghe­re­se voce dei Chi­chi­me­ca. Il 13 set­tem­bre toc­che­rà alla israe­lia­na Yasmin Levy. Ogni sera, inol­tre, al Molo Doga­na dal­la 23.30, si potrà bal­la­re con il con­cer­to dal vivo dei Fufu-Ai, grup­po fran­co-spa­gno­lo. Con loro sul pal­co anche un musi­ci­sta sar­do, il can­tan­te-vio­li­ni­sta Mario Brai che si ispi­ra alle influen­ze sono­re tur­che, ara­be e sar­de per com­por­re i suoi bra­ni carat­te­riz­za­ti dall’uso del­la lin­gua tabar­ki­na. Dop­pio appun­ta­men­to ogni sera, alle 19 e alle 21 al Molo Doga­na, con la let­te­ra­tu­ra. Si par­te vener­dì 12 set­tem­bre con la pre­sen­ta­zio­ne del libro «Fer­ti­lia» (edi­zio­ni Nove­cen­to) con l’autore Euge­nio Coc­co. Uno sguar­do spe­cia­le sull’architettura e la sto­ria del­la bor­ga­ta. A segui­re «Viag­gio in Sar­de­gna» di Miche­la Mur­gia (edi­zio­ni Einau­di) che dia­lo­ghe­rà con Gian­fran­co Capit­ta. Saba­to 13 pre­sen­ta­zio­ne del libro «Le sto­rie di Abu», fia­be popo­la­ri egi­zia­ne in ita­lia­no e ara­bo illu­stra­te da Rosal­ba Suel­zu. La stes­sa sera, alle 21, in ante­pri­ma nazio­na­le «Taxi» dell’egiziano Kha­led el Kha­mis­si, diven­ta­to un best-sel­ler in Egit­to. L’ultima sera si par­le­rà inve­ce, alle 19 con gli auto­ri, di «Tut­ti buo­ni arri­va Mom­mot­ti» di Ros­sa­na Copez e Toni­no Oppes e, a segui­re, del libro «Onda sigil­la­ta: acqua, vita e paro­la» di Yaro­na Pin­has, israe­lia­na nata in Eri­trea, stu­dio­sa del­le tema­ti­che al fem­mi­ni­le del­la tra­di­zio­ne ebrai­ca. Subi­to dopo chiu­de­rà gli appun­ta­men­ti la pre­sen­ta­zio­ne del volu­me di Die­go Man­ca «La don­na del­le set­te fon­ti». Una mostra foto­gra­fi­ca con gli scat­ti medi­ter­ra­nei di Mas­si­mi­lia­no Caria, Giam­pao­lo Cato­gno, Gian­ni Mon­ti e Gigi Oli­va­ri, farà da sce­no­gra­fia nel­lo spa­zio dedi­ca­to agli incon­tri con gli scrit­to­ri. Accan­to alla musi­ca e alla let­te­ra­tu­ra ci sarà spa­zio anche per la gastro­no­mia, con i sapo­ri del Medi­ter­ra­neo: tre piat­ti del gior­no per tre sera­te, dal­le 20. Non man­che­rà inol­tre l’artigianato, con una mostra aper­ta tut­to il gior­no alle­sti­ta in una vera pro­pria Casbah. (f.c.)

0

Da dietro una ruota, una sincera panoramica del Cairo

ISBN 9788887847147 © il Sirente di Jill Car­roll (The Chri­stian Scien­ce Moni­tor, 13 dicem­bre 2007)

Un bestsel­ler che offre sor­pren­den­ti cri­ti­che del­la socie­tà egi­zia­na e del suo gover­no attra­ver­so le voci dei taxi driver.

Il gior­na­li­sta Jill Car­roll discu­te con i tas­si­sti del Cai­ro. Il tas­si­sta Ahmed sie­de die­tro un volan­te rive­sti­to in fin­ta pel­le di leo­par­do. Una sca­to­let­ta rove­scia­ta di tes­su­to attac­ca­to al sof­fit­to pen­de accan­to alla sua testa. Come la mag­gior par­te dei tas­si­sti Cai­ro­ti, ride facil­men­te, ed è sem­pre dispo­sto a discu­te­re dei peri­co­li del suo lavo­ro — che chi ha vis­su­to per un peri­do in que­sta fumo­sa cit­tà sa che sono numerosi.

Dice di esse­re sta­to sbat­tu­to via, deru­ba­to, e  pre­so in giro dal­la poli­zia. “sen­to che a cau­sa loro la mia digni­tà si è spez­za­ta”, dice a pro­po­si­to del­la poli­zia del­la cit­tà, che “è mol­to dura con me”.

Come mol­ti egi­zia­ni — che ha due o tre posti di lavo­ro per far qua­dra­re il bilan­cio — Ahmed gui­da il taxi solo per gua­da­gna­re abba­stan­za per soste­ne­re la sua famiglia.

Duran­te i suoi stu­di per la Lau­rea in Inge­gne­ria infor­ma­ti­ca, ha pas­sa­to gli ulti­mi quat­tro anni a tra­spor­ta­re pas­seg­ge­ri per pagar­si le tas­se, di cui il 75% del gua­da­gno anda­va al pro­prie­ta­rio del vei­co­lo. E paga­va anche la benzina.

Ma “se lavo­ras­si sfrut­tan­do la mia lau­rea gua­da­gne­rei solo $ 21 al mese. E non mi baste­reb­be­ro nean­che per le sigarette”.

La sto­ria di Ahmed non è uni­ca. Il suo caso avreb­be potu­to facil­men­te esse­re sta­to pre­so da una sto­ria del nuo­vo libro di Kha­lid al-Kha­mis­si, “Taxi, Tales of Rides”, un best-sel­ler che sta sor­pren­den­do mol­ti Cai­ro­ti per la sua visio­ne del­la vita vista dal sedi­le poste­rio­re di un taxi.

Nel suo pri­mo libro, che è sta­to ristam­pa­to set­te vol­te e ha ven­du­to più di 30000 copie, il Sig Kha­mis­si offre una vista vario­pin­ta sul­la vita media egi­zia­na, attra­ver­so 58 dia­lo­ghi tra lui e i taxi driver.

È un roman­zo, che attra­ver­so le paro­le sem­pli­ci del lavo­ro gior­na­lie­ro dei tas­si­sti, svi­sce­ra com­men­ti socia­li e poli­ti­ci, un approc­cio un pò auda­ce qui che la cen­su­ra è un pro­ble­ma rea­le. Ma la sua auda­cia ha fat­to vola­re gli incas­si nel­le libre­rie egiziane.

Men­tre la mag­gior par­te dei tito­li egi­zia­ni sono scrit­ti in ara­bo clas­si­co, Kha­mis­si man­tie­ne la for­ma al mini­mo e impie­ga il dia­let­to egi­zia­no col­lo­quia­le a tut­ti i dia­lo­ghi che si svol­go­no in taxi. In tal sen­so, il medium enfa­tiz­za il messaggio.

La gen­te in stra­da o la gen­te [ele­gan­te] nei club, fa le stes­se discus­sio­ni”, dice Kha­mis­si, nel suo appar­ta­men­to del Cai­ro. I dia­lo­ghi del libro inten­do­no rap­pre­sen­ta­re un pano­ra­ma del­la socie­tà egi­zia­na nel 2006, spie­ga l’autore. “L’idea prin­ci­pa­le è quel­la di rac­con­ta­re ciò che sono sta­te le prin­ci­pa­li sto­rie in Egit­to nel cor­so del 2006 attra­ver­so un eroe e que­sto eroe è un taxi driver.”

Men­tre Ahmed potreb­be esse­re sta­to affa­sci­nan­te, i tas­si­sti del Cai­ro sono un impro­ba­bi­le scel­ta per un sim­pa­ti­co per­so­nag­gio. Dal pun­to di vista del pas­seg­ge­ro, han­no la repu­ta­zio­ne di esse­re avi­di, si bat­to­no per le tarif­fe — tarif­fe che sono deter­mi­na­te dal­la con­trat­ta­zio­ne – e sono sel­vag­gi alla guida.

Per le don­ne, sedu­te accan­to all’autista diven­ta spes­so un invi­to al tas­si­sta per lascia­re vaga­re le mani e per con­ver­sa­zio­ni sug­ge­sti­ve. I luo­ghi comu­ni per i tas­si­sti  sono mate­ria da leggenda.

Ma Kha­mis­si offre una visio­ne più equi­li­bra­ta dei tas­si­sti. I dia­lo­ghi rega­la­no del­le sor­pren­den­ti cri­ti­che del­la socie­tà e del gover­no, oltre ad appro­fon­di­men­ti sul­la vita media.

C’è sta­to un gran­de dibat­ti­to in ara­bo [let­te­ra­rio]  nei cir­co­li di impe­gno poli­ti­co… si trat­ta di onde. Mol­ti scrit­to­ri egi­zia­ni vedo­no se stes­si come poli­ti­ca­men­te impe­gna­ti”, affer­ma Debo­rah Starr, un pro­fes­so­re asso­cia­to, che si è spe­cia­liz­za­to nel­la let­te­ra­tu­ra moder­na ara­ba pres­so la Cor­nell Uni­ver­si­ty Dipar­ti­men­to di Stu­di sul Vici­no Oriente.

Kha­mis­si sem­bra a suo agio in que­sto gene­re di cri­ti­ca poli­ti­ca, anche se affer­ma che non era il suo obiet­ti­vo. In un pas­sag­gio, un taxi dri­ver cri­ti­ca il pre­si­den­te Hosni Muba­rak, per nome, gene­ral­men­te è una cosa che gli scrit­to­ri non fan­no mai.

Men­tre mol­te del­le cri­ti­che riguar­dan­ti il gover­no in “Taxi” sono espres­se pri­va­ta­men­te tra gli egi­zia­ni, il dis­sen­so è di soli­to vago e raro. Kha­mis­si dice di non aver affron­ta­to nes­sun con­trac­col­po a cau­sa del libro, anche se un gior­na­li­sta tele­vi­si­vo ha det­to di esse­re sta­to avver­ti­to dal­la madre che ave­va let­to il libro, a non inter­vi­sta­re Khamissi.

Si trat­ta di un arti­co­la­ta e diver­ten­te… cri­ti­ca” del­la socie­tà e del­la poli­ti­ca in Egit­to, dice al  Cai­ro Press, Mark Linz, diret­to­re dell’Università Ame­ri­ca­na, che pub­bli­ca ora una serie di libri di  let­te­ra­tu­ra ara­ba in lin­gua ingle­se. ” è uni­co per­ché uti­liz­za l’umorismo. Per del­le que­stio­ni che gli egi­zia­ni ten­do­no a pren­de­re mol­to sul serio”.

Kha­mis­si dice di non esse­re un’analista, ma mol­ti dico­no che la popo­la­ri­tà del libro vie­ne dal fat­to che “ognu­no si ritro­va nel libro [quan­do han­no let­to il libro.] Ogni let­to­re ci leg­ge la  pro­pria esperienza.”

(tra­du­zio­ne di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li)

0