Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

Arab­Press | Vener­dì 8 mag­gio 2015 | Clau­dia Negri­ni | Pas­sag­gi: “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si

Dal blog Mil­le e una pagi­na di Clau­dia Negri­ni

Que­sto pas­sag­gio è trat­to da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si ed è sta­to pub­bli­ca­to in lin­gua ori­gi­na­le nel 2007, ben pri­ma del­la Pri­ma­ve­ra Ara­ba e dell’avvento e cadu­ta dei Fra­tel­li Mus­sul­ma­ni, eppu­re mi ha affa­sci­na­to vede­re quan­to que­sto dia­lo­go sia sta­to pro­fe­ti­co.

TASSISTA: Che Dio mi per­do­ni se non pre­go e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tut­to il gior­no! Pure il digiu­no duran­te in Rama­dan, un gior­no lo fac­cio e due no: non ci rie­sco a lavo­ra­re sen­za siga­ret­te! Eppu­re, vor­rei vede­re con tut­to il cuo­re i Fra­tel­li Musul­ma­ni sali­re al potere…e per­ché no? Dopo le par­la­men­ta­ri si è visto che la gen­te li vuo­le.

IO: Ma se pren­do­no il pote­re e ven­go­no a sape­re che tu non pre­ghi ti appen­de­ran­no per i pie­di.

TASSISTA: Mac­ché, allo­ra in andrò a pre­ga­re in moschea, davan­ti a tut­ti quan­ti.

IO: Per­ché li vuoi al pote­re?

TASSISTA: E per­ché no?! Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fun­zio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti. Poi pro­vam­mo una via di mez­zo e alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha i mono­po­li, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to d’emergenza. E ci han­no fat­to diven­ta­re pure un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni? Chi lo sa, va a fini­re che fun­zio­na­no.

IO: In fin dei con­ti vuoi fare solo una pro­va… al mas­si­mo puoi pro­va­re un pan­ta­lo­ne lar­go con una cami­cia stret­ta, ma pro­va­re col futu­ro del pae­se…

da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008

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Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSA­med | Mer­co­le­dì 5 dicem­bre 2012 | Lucia­na Bor­sat­ti |

”Gli Sta­ti Uni­ti e l’Europa, che han­no soste­nu­to Mor­si, devo­no ora man­dar­gli un mes­sag­gio chia­ro: che sono con­tra­ri ad un col­po di sta­to come quel­lo che sta com­pien­do”. Kha­led Al Kha­mis­si — scrit­to­re noto per il suo best-sel­ler ”Taxi”, tra­dot­to in più’ lin­gue — non usa mez­zi ter­mi­ni sul­le respon­sa­bi­li­tà dell’Occidente nel­la deri­va che l’Egitto ha pre­so in que­sti mesi, con gli ulti­mi col­pi di mano del pre­si­den­te Moha­med Mor­si sul pia­no isti­tu­zio­na­le ed i san­gui­no­si scon­tri di piaz­za tra suoi oppo­si­to­ri e soste­ni­to­ri.

Gli Sta­ti Uni­ti in par­ti­co­la­re, sot­to­li­nea in un’intervista ad ANSA­med, han­no gran­di respon­sa­bi­li­tà nell’aver soste­nu­to il pre­si­den­te espres­so dai Fra­tel­li Musul­ma­ni. La sua ele­zio­ne e’ sta­ta il pun­to di arri­vo, osser­va, di una tran­si­zio­ne affi­da­ta all’esercito e rive­la­ta­si ”disa­stro­sa” per l’Egitto. Negli ulti­mi mesi Mor­si ha infat­ti por­ta­to avan­ti ”un coup d’etat”, denun­cia, con­tro gli altri pote­ri del­lo sta­to e le altre for­ze poli­ti­che. Insie­me ai Fra­tel­li Musul­ma­ni, ”ha pre­so tut­ti i pote­ri nel­le sue mani e pro­vo­ca­to una vera e pro­pria bat­ta­glia nel­le stra­de del Pae­se. Il regi­me ha per­so ogni legit­ti­mi­tà e quel­la di que­sti gior­ni e’ una situa­zio­ne di vero e pro­prio scon­tro con il popo­lo egi­zia­no”. Uno scon­tro in cui vi sono sta­ti anche i mor­ti di sta­se­ra, ma anche gesti come quel­li di un atti­vi­sta dei Fra­tel­li Musul­ma­ni che — rife­ri­sce dal­la sua casa del Cai­ro, men­tre si pre­pa­ra a tor­na­re anche lui a mani­fe­sta­re — avreb­be addi­rit­tu­ra taglia­to un orec­chio ad un oppo­si­to­re.

Eppu­re vi sono sta­te del­le aper­tu­re da par­te dell’entourage di Mor­si alle istan­ze dell’opposizione, come si pos­so­no valu­ta­re? ”Noi voglia­mo fat­ti, non paro­le — rispon­de al Kha­mis­si, che in Taxi rac­col­se gli umo­ri dell’uomo del­la stra­da del Cai­ro pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne -. Anche pri­ma Mor­si ave­va pro­mes­so che ci sareb­be sta­ta una nuo­va Costi­tu­zio­ne con­di­vi­sa da tut­ti, e cosi’ non e’ sta­to”. Eppu­re, Mor­si ha avu­to l’appoggio del voto popo­la­re alle ele­zio­ni. ”Dove­te ricon­si­de­ra­re que­sta idea del voto — rilan­cia — io non ho vota­to, e cosi’ mol­ti altri, perché non pote­va­mo accet­ta­re di dover sce­glie­re tra un can­di­da­to dei Fra­tel­li Musul­ma­ni ed un uomo come Sha­fik, del vec­chio regi­me di Muba­rak”. E chi ha vota­to per Mor­si lo ha fat­to pro­prio per­ché’ non vole­va Sha­fik, aggiun­ge, oppu­re per ave­re il ”dena­ro” che i Fra­tel­li Musul­ma­ni pote­va­no garan­ti­re loro.

Ma ora Euro­pa e Sta­ti Uni­ti non pos­so­no sta­re a guar­da­re e ”devo­no par­la­re chia­ro — con­clu­de lo scrit­to­re -. Deve ripar­ti­re il dia­lo­go con gli altri par­ti­ti poli­ti­ci per una tran­si­zio­ne paci­fi­ca e per una nuo­va Costi­tu­zio­ne di tut­ti”.

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Il cambiamento è irreversibile presto toccherà anche la politica

La Repub­bli­ca | Saba­to 16 giu­gno 2012 | Dona­tel­la Alfon­so |

LA LIBERTÀ ha sem­pre un prez­zo ma, avver­te Kha­led al Kha­mis­si, scrit­to­re e regi­sta cai­ro­ta che con il suo bestsel­ler Taxi (tra­dot­to in Ita­lia da “il Siren­te”) ha dato voce a pro­te­ste, sen­ti­men­ti, desi­de­ri del popo­lo egi­zia­no negli ulti­mi anni del regi­me di Hosni Muba­rak, «ormai è ini­zia­to un pro­ces­so irre­ver­si­bi­le, in Egit­to come negli altri Pae­si ara­bi. Pos­so­no anche veni­re i mili­ta­ri, può gover­na­re Sha­fiq, ma quel­la che è già una for­te tra­sfor­ma­zio­ne socia­le diven­te­rà, nell’ arco di due o tre anni, anche poli­ti­ca. È una rivo­lu­zio­ne sen­za par­ti­ti, pro­gram­mi, lea­der, ma è un per­cor­so di liber­tà. La stra­da è lun­ga, aspet­ta­te­ci: tra die­ci anni ci vedre­te». Kha­led al Kha­mis­si, si può par­la­re di un gol­pe in Egit­to? «La stam­pa occi­den­ta­le ado­ra i ter­mi­ni for­ti, ma io non la pen­so così. Se devo dire la veri­tà, non me ne impor­ta nul­la di quel­lo che acca­de sul­la cima del­la pira­mi­de, per­ché io guar­do alla base del­la pira­mi­de. Non inte­res­sa a me e non inte­res­sa alla gen­te. Che tor­ni Sha­fiq, che i mili­ta­ri pren­da­no il pote­re… sarà solo un pro­ble­ma di ver­ti­ce. I cam­bia­men­ti socia­li ormai sono irre­ver­si­bi­li». Ritor­no dei vec­chi gover­nan­ti, vit­to­ria dell’ Islam radi­ca­le un po’ dap­per­tut­to: la pri­ma­ve­ra ara­baè fini­ta? «Lo ripe­to dal gen­na­io del 2011: non c’ è nes­su­na pri­ma­ve­ra ara­ba, ma un cam­bia­men­to socia­le che con­ti­nua e por­te­rà a una vera tra­sfor­ma­zio­ne di tut­ti i nostri Pae­si entro una deci­na d’ anni. La gen­te sa che ci vuo­le tem­po, ma ha fidu­cia nel lun­go perio­do. Non teme né Sha­fiq, né i Fra­tel­li musul­ma­ni per­ché cre­de nel­la liber­tà, che gli isla­mi­sti inve­ce com­bat­to­no. Sha­fiq vuo­le veni­re? Bene, che ven­ga. Non cam­bie­rà quan­to sta acca­den­do alla base del­la socie­tà». Da quan­to lei dice sem­bra che i mili­ta­ri sia­no qua­si dei garan­ti del­la tra­sfor­ma­zio­ne: non teme inve­ce una guer­ra civi­le come ci fu in Alge­ria? «No, è pas­sa­to mol­to tem­po, la sto­ria è diver­sa, c’ è Inter­net, c’ è la pos­si­bi­li­tà di espri­mer­si e il corag­gio di far­lo. Inol­tre, non c’ è un nuo­vo pote­re isla­mi­co, i movi­men­ti radi­ca­li, negli anni, sono sta­ti soste­nu­ti e finan­zia­ti sia da Sadat che, soprat­tut­to, da Muba­rak. E, per quan­to riguar­da il Con­si­glio supre­mo del­le For­ze arma­te, non vedo la pos­si­bi­li­tà di una sfi­da tra il ritor­no al pote­re dell’ Ancien régi­me e un nuo­vo pote­re isla­mi­co. Ci sono inte­res­si poli­ti­ci e finan­zia­ri da difen­de­re, ser­ve una sta­bi­li­tà». Pen­sa a un ruo­lo degli intel­let­tua­li in que­sto per­cor­so di cre­sci­ta demo­cra­ti­ca? «No, gli intel­let­tua­li non han­no un peso suf­fi­cien­te. È la clas­se media, e soprat­tut­to sono i gio­va­ni, per­ché il 60 per cen­to degli egi­zia­ni ha meno di 25 anni, che non inten­do­no accet­ta­re né la for­ma­li­tà del siste­ma di Muba­rak né di quel­lo dei Fra­tel­li musul­ma­ni. Si andrà pro­gres­si­va­men­te ver­so una con­cre­tiz­za­zio­ne poli­ti­ca di quan­to si sta già facen­do sot­to il pro­fi­lo socia­le». Lei, quin­di, che futu­ro vede per il suo Pae­se? «Io sono otti­mi­sta. Il cam­bia­men­to e la liber­tà saran­no al pote­re tra una deci­na d’ anni. Aspet­ta­te­ci».

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Riva Sud

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 28 ago­sto 2011 | Sara Scheg­gia |

Taxi, vico­li, con­do­mi­ni. E il deser­to. Sono i luo­ghi del Magh­reb, quel­li che han­no tenu­to cal­de, sot­to la cene­re, le rivol­te esplo­se quest’anno. Descrit­ti da auto­ri egi­zia­ni ed alge­ri­ni, diven­te­ran­no tea­tro in uno spa­zio che si apre al pub­bli­co per la pri­ma vol­ta: il cor­ti­le del­la comu­ni­tà mino­ri­le di via del Pra­tel­lo. In quel luo­go, dove i ragaz­zi han­no crea­to un giar­di­no «segre­to» di pian­te offi­ci­na­li, ver­rà ospi­ta­to da doma­ni «Riva Sud Medi­ter­ra­neo», ras­se­gna di tea­tro, voci e musi­che che, oltre alla com­pa­gnia del Pra­tel­lo diret­ta da Pao­lo Bili, vedrà pro­ta­go­ni­ste anche altre real­tà cit­ta­di­ne. Si trat­ta di Tra un atto e l’altro, Tea­tri­no Clan­de­sti­no, Lala­ge Tea­tro e Medin­sud, che cure­rà l’accompagnamento musi­ca­le: insie­me ad atto­ri pro­fon­da­men­te diver­si ma tut­ti radi­ca­tia Bolo­gna, come Ange­la Mal­fi­ta­no, Fran­ce­sca Maz­za, Fio­ren­za Men­ni, Lucia­no Man­za­li­ni e Mau­ri­zio Car­dil­lo, met­te­ran­no in sce­na sei spet­ta­co­li per rac­con­ta­re le pri­ma­ve­re ara­be dei mesi scor­si. Ogni sera­ta, inol­tre, sarà intro­dot­ta da un inter­ven­to sul­la situa­zio­ne geo-poli­ti­ca in cor­so, con gli sto­ri­ci Gian­ni Sofri e Luca Ales­san­dri­ni, e lo scrit­to­re alge­ri­no resi­den­te a Raven­na Tahar Lam­ri.

«Il risul­ta­to pro­dot­to da atti­vi­tà come que­ste — spie­ga Giu­sep­pe Cen­to­ma­ni, diri­gen­te del Cen­tro di giu­sti­zia mino­ri­le dell’Emilia Roma­gna — vale il prez­zo da paga­re, cioè il rischio di fughe o l’incremento dei con­trol­li.

In più, mol­ti ragaz­zi del car­ce­re e del­la comu­ni­tà sono di ori­gi­ne magre­bi­na: è impor­tan­te con­di­vi­de­re rifles­sio­ni sul loro mon­do». Il rife­ri­men­to è a qual­che mese fa, quan­do un dete­nu­to del car­ce­re del­la Doz­za è eva­so duran­te le pro­ve di uno spet­ta­co­lo tea­tra­le.

«I mino­ri che seguia­mo rispon­do­no bene alle mani­fe­sta­zio­ni ester­ne — osser­va Loren­zo Roc­ca­ro, diret­to­re del­la Comu­ni­tà Pub­bli­ca di via del Pra­tel­lo 38, da cui pas­sa­no alme­no 130 ragaz­zi all’anno — Ora apri­ran­no le por­te del­la loro casa al pub­bli­co: li aiu­te­rà a per­ce­pi­re la comu­ni­tà come una vera resi­den­za in cui acco­glie­re ospi­ti». Riva Sud Medi­ter­ra­neo, soste­nu­ta da Lega­coop e Uni­pol e dai con­tri­bu­ti degli osti del­la stra­da, par­ti­rà doma­ni con «Voci dai taxi del Cai­ro. Oggi». Uno spet­ta­co­lo inter­pre­ta­to dai ragaz­zi del­la com­pa­gnia del Pra­tel­lo, trat­to dal roman­zo dell’egiziano Kha­led Al Kha­mis­si, che mixa mono­lo­ghi e dia­lo­ghi dei tas­si­sti del Cai­ro.

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Khaled Al Khamissi, Taxi

Grup­po di let­tu­ra | Mer­co­le­dì 8 giu­gno 2011 |  |

In  tem­pi di “Pri­ma­ve­ra ara­ba” per­ché non leg­ge­re qual­co­sa che ci aiu­ti a sen­ti­re più da vici­no i pro­ble­mi che da mesi spin­go­no mol­tis­si­mi nor­da­fri­ca­ni dell’area medi­ter­ra­nea e  abi­tan­ti del Medio e vici­no Orien­te  a scen­de­re in piaz­za e a lot­ta­re per con­qui­sta­re il dirit­to alla liber­tà, nel­la spe­ran­za di vive­re in pae­si di rea­le demo­cra­zia?
È sta­to bel­lo vede­re tan­ti gio­va­ni e tra loro tan­te don­ne mani­fe­sta­re in mar­ce e cor­tei, riem­pi­re piaz­za Tahir, incu­ran­ti degli atti di repres­sio­ne di quei gover­ni che voglio­no can­cel­la­re. E in Tuni­sia e in Egit­to si è già arri­va­ti ad un cam­bia­men­to, in altri si lot­ta anco­ra con esi­ti incer­ti.
Tahar Ben Jel­loun ha già pub­bli­ca­to pres­so Bom­pia­ni La rivo­lu­zio­ne dei gel­so­mi­ni, in cui con luci­di­tà e sem­pli­ci­tà spie­ga che cosa è acca­du­to, cosa sta acca­den­do e cosa acca­drà. “Cado­no dei muri di Berlino”-dice l’autore- e nien­te dopo que­sti fat­ti sarà più come pri­ma nel mon­do ara­bo. Que­sti pae­si stan­no sco­pren­do, han­no sco­per­to e riven­di­che­ran­no d’ora in poi, il valo­re e l’autonomia dell’individuo in quan­to cit­ta­di­no”.
Ma non voglio par­la­re  di que­sto libro che non ho anco­ra let­to, ma piut­to­sto di un libro di Kha­led Al Kha­mis­si, inti­to­la­to Taxi “e che ha come sot­to­ti­to­lo “Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no”.
E’ stato pub­bli­ca­to nel 2008 dal­la casa edi­tri­ce abruz­ze­se, il Siren­te, che  ha così inau­gu­ra­to  la col­la­na Altria­ra­bi, con l’intento di  favo­ri­re, al di là dei soli­ti pregiudizi, ”una cono­scen­za diret­ta tra i popo­li sen­za fil­tri, nean­che lin­gui­sti­ci”.
La let­tu­ra di que­sto libro, che non si può defi­ni­re roman­zo,  né inchie­sta gior­na­li­sti­ca, ci aiu­ta a capi­re qua­li sono le ragio­ni che han­no por­ta­to alla  recen­te rivol­ta in Egit­to.
Ori­gi­na­le è l’idea di far cono­sce­re una cit­tà come il Cai­ro attra­ver­so l’abitacolo di un taxi, anzi dei tan­ti taxi pre­sen­ti. Pare sia­no 220.000 i tas­si­sti abu­si­vi e 80.000 rego­la­ri: è vero che il Cai­ro è la cit­tà più popo­lo­sa dell’Egitto con cir­ca 8 milio­ni di abi­tan­ti e oltre 15 milio­ni dell’area metro­po­li­ta­na e del gover­na­to­ra­to omo­ni­mo È vero che è anche la più gran­de cit­tà dell’intera Afri­ca e del Vici­no Orien­te e la dodi­ce­si­ma metro­po­li in ordi­ne di popo­la­zio­ne al mon­do, ma i tas­si­sti sono comun­que tan­ti.
Tan­ti e mol­to diver­si tra loro: anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti o laureati,sognatori e fal­li­ti, a vol­te costret­ti a lavo­ra­re gior­no e not­te con scar­sa remu­ne­ra­zio­ne, one­sti e inge­nui, ma anche capa­ci di truf­fa­re il clien­te, a vol­te dispe­ra­ti, qual­cu­no  idio­ta. Ed ecco­li muo­ver­si nel cao­ti­co traf­fi­co del­la capi­ta­le nel cal­do, tra la fol­la e il sot­to­fon­do assor­dan­te dei clac­son nei loro taxi , mac­chi­ne nere a stri­sce bian­che, spes­so car­cas­se  da rot­ta­ma­re, e chiac­chie­ra­re con il clien­te che è a bor­do.
Da que­ste con­ver­sa­zio­ni in 220 pagi­ne  ven­go­no fuo­ri 58 bre­vi rac­con­ti, che fini­sco­no per esse­re un vero docu­men­to di vita quo­ti­dia­na , denun­cia inge­nua, ma anche iro­ni­ca e cau­sti­ca del males­se­re socia­le di un popo­lo impo­ve­ri­to e  disil­lu­so.
In eser­go Al Kamis­si, egi­zia­no lau­rea­to in scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na, scri­ve: “rega­lo que­sto libro alla vita che abi­ta nel­le paro­le del­le per­so­ne sem­pli­ci. Nel­la spe­ran­za che ingoi il vuo­to che da anni dimo­ra den­tro di noi”.
In ogni capi­to­lo il pro­ta­go­ni­sta è quel tas­si­sta di cui cono­scia­mo par­ti­co­la­ri del­la sua vita per­so­na­le, ma anche, ai limi­ti del­la cen­su­ra,  il suo pen­sie­ro riguar­do alla poli­ti­ca, alla reli­gio­ne, alla socie­tà.

Il taxi divie­ne, dun­que,  il luo­go del con­fron­to in cui si rispec­chia la coscien­za col­let­ti­va e i tas­si­sti, come si dice nel­la coper­ti­na  del libro , “sono ama­bi­li can­ta­sto­rie che, con disin­vol­tu­ra, con­du­co­no il let­to­re in un deda­lo di real­tà e poe­sia che è l’Egitto  dei nostri gior­ni”, quel­lo che ha riem­pi­to le piaz­ze  in que­sto ini­zio del 2011 e che ha por­ta­to alla cadu­ta di Muba­rak, che dete­ne­va il pote­re da 30 anni.
Il qua­dro è quel­lo di un Egit­to sull’orlo del­la ban­ca­rot­ta, in cui la cor­ru­zio­ne è gene­ra­liz­za­ta, in cri­si mora­le dif­fu­sa, in cui ogni gior­no si lot­ta per la soprav­vi­ven­za nel­la indif­fe­ren­za del­le isti­tu­zio­ni. Rac­col­go qual­che fra­se qua e là dai 58 rac­con­ti, che per la diver­si­tà dei pun­ti di vista raf­fi­gu­ra­no per­fet­ta­men­te il mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo, come sot­to­li­nea lo stes­so Al Kha­mis­si nell’introduzione.
Tan­ti i discor­si seri dei tas­si­sti, che a vol­te rac­con­ta­no anche bar­zel­let­te diver­ten­ti, ma ama­re.
“La cor­ru­zio­ne è al mas­si­mo” […]  ”la giun­gla è il para­di­so rispet­to a noi”… qual è la solu­zio­ne per soprav­vi­ve­re?  o vai a ruba­re o comin­ci a doman­da­re maz­zet­te o lavo­ri tut­to il gior­no… la mal­nu­tri­zio­ne è così dif­fu­sa che il 10% dei bam­bi­ni egi­zia­ni del Said sof­fro­no di ritar­do men­ta­le.”.
Secon­do i dati del­la Ban­ca Mon­dia­le il 58 % degli egi­zia­ni vive  infat­ti con due dol­la­ri al gior­no sot­to la linea del­la pover­tà, men­tre il 5% dei 75 milio­ni  di egi­zia­ni sono ric­chis­si­mi e indif­fe­ren­ti alle con­di­zio­ni gene­ra­li del­la popo­la­zio­ne.
“Chi non è diven­ta­to pez­zen­te con Muba­rak non lo diven­te­rà mai” dice uno di loro.
“Il discor­so del­la par­te­ci­pa­zio­ne poli­ti­ca è una bar­zel­let­ta di quel­le tri­sti, ma tri­sti dav­ve­ro”…
“Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fuzio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti… alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha il  mono­po­lio, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to di emer­gen­za. E ci han­no fat­to diven­ta­re un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni?”
“E poi que­sti ame­ri­ca­ni non si capi­sco­no pro­prio: aiu­ta­no Muba­rak, aiu­ta­no i Fra­tel­li Musul­ma­ni, aiu­ta­no i cop­ti espa­tria­ti che fan­no un casi­no da paz­zi. Poi sbor­sa­no i sol­di all’Arabia Sau­di­ta, che a sua vol­ta sbor­sa sol­di ai fon­da­men­ta­li­sti isl­mi­ci ‚che a loro vol­ta finan­zia­no gli atten­ta­ti con­tro, dicia­mo, gli ame­ri­ca­ni”…
Un altro: “Il mon­do ormai… sono tut­ti pesci che si man­gia­no tra di  loro. Gros­so o pic­ci­ril­lo, tut­ti quan­ti si magna­no l’uno con l’altro”
Un altro anco­ra: “In Egit­to l’essere uma­no è come la pol­ve­re in un bic­chie­re cre­pa­to. Il bic­chie­re si può rom­pe­re in un nien­te e la pol­ve­re vola via. Impos­si­bi­le rac­co­glier­la e pure inu­ti­le: è solo un po’ di pol­ve­re. L’uomo in que­sto pae­se è così… non vale nien­te
Come ci ricor­da il tra­dut­to­re, Erne­sto Paga­no, “è il pri­mo libro scrit­to per tre quar­ti in dia­let­to, quin­di di non faci­le tra­du­ci­bi­li­tà. Per que­sto la par­la­ta col­lo­quia­le dei tas­si­sti è sta­ta tal­vol­ta colo­ra­ta da espres­sio­ni dia­let­ta­li meri­dio­na­li, per lo più napo­le­ta­ne.”

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mer­co­le­dì 9 feb­bra­io 2011 | Mat­teo Bal­di |

Le noti­zie che arri­va­no dal Cai­ro in que­sti gior­ni, vio­len­te e con­fu­se, par­la­no di un popo­lo che sta pro­van­do a cam­bia­re le cose, a dispet­to dell’acquiescenza del resto del mon­do. Ma che ruo­lo han­no gli intel­let­tua­li, in una situa­zio­ne come quel­la attua­le? E qua­le voce? Ci sono spa­zi per espri­me­re dis­sen­so, in un pae­se come l’Egitto? E i libri, rac­con­ta­no (o han­no pre­vi­sto) quel che sta acca­den­do? Andia­mo a vede­re.

Il mon­do inte­ro dovreb­be esse­re orgo­glio­so dell’inerzia con cui ha assi­sti­to alla libe­ra­zio­ne del popo­lo egi­zia­no. Il regi­me di Muba­rak era soli­to nomi­na­re mala­vi­to­si e adot­ta­re un regi­me di poli­zia sel­vag­gio per soste­ne­re i mem­bri del suo par­la­men­to e sop­pri­me­re la nostra ani­ma più auten­ti­ca, l’anima del­la liber­tà. Ma noi ci stia­mo impe­gnan­do”.
Ci scri­ve dal suo blac­k­ber­ry, con ama­ris­si­ma iro­nia,  Mag­dy El Sha­fee, fumet­ti­sta con­dan­na­to l’anno scor­so in segui­to al pro­ces­so per osce­ni­tà che gli era sta­to inten­ta­to dal­lo Sta­to egi­zia­no. La sua gra­phic novel “Metro”, infat­ti (pub­bli­ca­ta in Ita­lia dal­le edi­zio­ni Il Siren­te), all’interno di una vicen­da di spio­nag­gio, mostra un uomo e una don­na inten­ti in un rap­por­to sessuale.I dise­gni sono sta­ti con­si­de­ra­ti por­no­gra­fi­ci, e quin­di offen­si­vi. Tut­te le copie distri­bui­te al Cai­ro sono sta­te riti­ra­te e distrut­te, e Mag­dy ha dovu­to paga­re un’ammenda sala­ta. Ma sarà dav­ve­ro sola­men­te una que­stio­ne di dise­gni immo­ra­li?
Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”, reci­ta la sen­ten­za emes­sa dal Trbu­na­le, e allo­ra si capi­sce for­se meglio cosa pos­sa aver dato tan­to fasti­dio alle auto­ri­tà, in un pae­se (e una cul­tu­ra) in cui il ses­so for­se non vie­ne osten­ta­to pub­bli­ca­men­te ma cer­to non è tabù nel­le con­ver­sa­zio­ni e non può esse­re l’unica ragio­ne per met­te­re all’indice un libro a fumet­ti.
El Sha­fee, però, non è l’unica vit­ti­ma di un regi­me che mostra un vol­to pre­sen­ta­bi­le sola­men­te al resto del mon­do, e cen­su­ra il dis­sen­so impo­nen­do un con­trol­lo rigi­do anche sul web.
Nei pri­mi gior­ni degli scon­tri, la rete in Egit­to ha subi­to un vero e pro­prio blac­kout, per impe­di­re che le noti­zie di quel che sta­va acca­den­do fil­tras­se­ro ver­so gli altri Pae­si, ma anche per far sen­ti­re più iso­la­ti i blog­ger e tut­ti que­gli egi­zia­ni che tro­va­no in inter­net una fine­stra sul mon­do.
Ala ‘Al Aswa­ni, cele­bra­to auto­re di Palaz­zo Yacou­bian (Fel­tri­nel­li edi­zio­ni), pro­muo­ve da anni un salot­to let­te­ra­rio al Cai­ro, cit­tà nel­la qua­le svol­ge la pro­fes­sio­ne di den­ti­sta ed è un intel­let­tua­le cono­sciu­to e rispet­ta­to. L’espressione “salot­to let­te­ra­rio”, però evo­ca imme­dia­ta­men­te imma­gi­ni di con­ci­lian­ti sedu­te che si svol­go­no fra ape­ri­ti­vi e mol­lez­ze – appun­to – salot­tie­re.
Nul­la di più lon­ta­no dal vero, però, nei pae­si in cui la liber­tà di stam­pa è limi­ta­ta, i dirit­ti del­le don­ne sono un argo­men­to pura­men­te acca­de­mi­co e tut­ti i gior­ni la cor­ru­zio­ne che per­mea l’apparato poli­ti­co e ammi­ni­stra­ti­vo del Pae­se vin­co­la ogni serio ten­ta­ti­vo di miglio­ra­re le con­di­zio­ni del­la socie­tà.
Ten­go anco­ra i miei semi­na­ri per discu­te­re di que­stio­ni cul­tu­ra­li. Li ten­go dal 1996.
L’ho fat­to anche nei caf­fè, pub­bli­ca­men­te. Nel 2004 il gover­no ha minac­cia­to il pro­prie­ta­rio del caf­fè all’interno del qua­le li tene­va­mo, e allo­ra ci sia­mo spo­sta­ti nel palaz­zo dove ha sede “Kifa­ya” (“Abba­stan­za”), movi­men­to poli­ti­co che rac­co­glie intel­let­tua­li di diver­sa estra­zio­ne”, spie­ga­va Al Aswa­ni in un’intervista rac­col­ta a mar­gi­ne del­la sua par­te­ci­pa­zio­ne alla scor­sa edi­zio­ne del Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, dove l’Egitto era il Pae­se ospi­te.

Altri scrit­to­ri sono Nawal Al Saa­da­wi, auto­re de L’amore ai tem­pi del petro­lio, Ahmed Nagy, auto­re di Rogers e Kha­led Al Kamis­si, auto­re di Taxi.
I tre libri, oltre al fat­to di esse­re pub­bli­ca­ti in Ita­lia dal­lo stes­so edi­to­re (Il siren­te), han­no in comu­ne la capa­ci­tà di descri­ve­re la socie­tà civi­le egi­zia­na coglien­do­ne al tem­po stes­so la vita­li­tà e le scle­ro­si. Nel caso di Al Kamis­si, ad esem­pio, il Cai­ro è un bru­li­chio inin­ter­rot­to di vita col­to dal fine­stri­no del taxi, e i taxi­sti stes­si sono un pre­ci­pi­ta­to d’Egitto, con il loro lamen­tar­si del­le isti­tu­zio­ni e del­la cor­ru­zio­ne che però non por­ta a nul­la.
Rogers”, inve­ce, è ope­ra di un blog­ger segui­tis­si­mo, un’opera ispi­ra­ta addi­rit­tu­ra a “The wall” di Roger Waters. Dal­la sche­da dedi­ca­ta a Ahmed Nagy sul sito de Il siren­te: “… in Egit­to è mol­to noto come blog­ger, ma soprat­tut­to per esse­re uno dei più gio­va­ni redat­to­ri di Akh­bàr el Adab, il pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio diret­to da Gamàl al-Ghi­tà­ni. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. Il suo blog Wasa kha­ia­lak (Allar­ga la tua imma­gi­na­zio­ne), ini­zia­to nel 2005, par­la di socio­lo­gia, pop art, dirit­ti uma­ni e cul­tu­ra: “spe­ri­men­to un diver­so livel­lo di lin­guag­gi per avvi­ci­na­re la gen­te alla let­te­ra­tu­ra”.

Nawal Al Saa­da­wi, infi­ne, è una pio­nie­ra del fem­mi­ni­smo nel mon­do ara­bo. Scrit­tri­ce e psi­chia­tra, ha sor­ti­to gran­de influen­za sul­le gene­ra­zio­ni più gio­va­ni, pro­prio gra­zie ai suoi libri. Can­di­da­ta­si alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li nel 2004, ha anche pas­sa­to un perio­do in gale­ra duran­te la pre­si­den­za di Sadat, ed è sta­ta iscrit­ta nel­la lista degli obiet­ti­vi di un grup­po fon­da­men­ta­li­sta. L’amore ai tem­pi del petro­lio, sot­to le spo­glie di un roman­zo gial­lo, com­pie un’indagine sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne nei pae­si arabi, muovendo i suoi let­to­ri a una pre­sa di coscien­za.
Altra scrit­tri­ce egi­zia­na è Gha­da Abdel Aal, autri­ce di un libro e un blog mol­to segui­to inti­to­la­ti Che il velo sia da spo­sa (pub­bli­ca­to in Ita­lia da Epo­ché). In Egit­to il libro ha cono­sciu­to tale e tan­ta noto­rie­tà che la tele­vi­sio­ne ne ha trat­to uno sce­neg­gia­to, inter­pre­ta­to nel ruo­lo del­la pro­ta­go­ni­sta da una del­le attri­ci più cele­bri del mon­do ara­bo. Ma la sto­ria di Bri­de, gio­va­ne don­na in cer­ca di un mari­to da spo­sa­re per amo­re, è anche la gal­le­ria di una serie di “tipi” che rias­su­mo­no mol­to bene carat­te­ri­sti­che e difet­ti degli uomi­ni cui una don­na “in età da mari­to” può ambi­re in Egit­to, e que­sta è la ragion per cui Gha­da, con il suo alter ego roman­ze­sco, si è gua­da­gna­ta il sopran­no­me di “Brid­get Jones” ara­ba (sopran­no­me che — va det­to — all’autrice non pia­ce per nul­la)… noi abbia­mo inter­vi­sta­to Gha­da Abdel Aal nei dif­fi­ci­li gior­ni del­le pro­te­ste e del­le mani­fe­sta­zio­ni per cac­cia­re il Pre­si­den­te Muba­rak.

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L’attimo prima della rivolta

| Cospe Onlus | Vener­dì 4 feb­bra­io 2011 | Pame­la Cio­ni |

La liber­tà va chie­sta con for­za. Va pre­sa, non può esse­re con­ces­sa», dice Mag­di El Sha­fei, auto­re del pri­mo gra­phic novel del mon­do ara­bo, Metro. Che è sta­to un vero e pro­prio caso edi­to­ria­le, cen­su­ra­to in Egit­to subi­to dopo la pub­bli­ca­zio­ne con la pic­co­la casa edi­tri­ce di Muham­mad Shar­qa­wi (tra­dot­to in ingle­se e fran­ce­se, in Ita­lia è usci­to per i tipi de il Siren­te). Mag­di par­la fuman­do inin­ter­rot­ta­men­te e alzan­do la voce sopra il bru­sio di fon­do del cen­tra­le bar Grop­pi nel quar­tie­re cai­ro­ta di Down Town: è il 24 gen­na­io, un gior­no dall’aria tie­pi­da e pri­ma­ve­ri­le, e man­ca­no poche ore a quel­lo che sarà ricor­da­to nel­la sto­ria egi­zia­na come “il gior­no del­la Rab­bia”. I blin­da­ti e gli agen­ti del­la Poli­zia gover­na­ti­va, la fami­ge­ra­ta Sicu­rez­za nazio­na­le, già cir­con­da­no edi­fi­ci e pre­si­dia­no le piaz­ze, ma la vita scor­re — anco­ra — tran­quil­la, anzi fre­ne­ti­ca, come sem­pre, nel cosid­det­to quar­tie­re degli intel­let­tua­li e tea­tro degli scon­tri più duri tra mani­fe­stan­ti e gover­no. È a pochi pas­si dal bar infat­ti l’ormai famo­sa piaz­za Tah­rir, “Libe­ra­zio­ne”. Mag­di è un fiu­me in pie­na e par­la ecci­ta­to e ansio­so pen­san­do alla gran­de mani­fe­sta­zio­ne pre­vi­sta per il gior­no suc­ces­si­vo, gior­no di festa nazio­na­le, para­dos­sal­men­te pro­prio indet­ta per cele­bra­re un qual­che glo­rio­so even­to del­la poli­zia egi­zia­na. «Doma­ni scen­de­re­mo in piaz­za e chie­de­re­mo con­to del­le tan­te pro­mes­se che ci sono sta­te fat­te in que­sti anni e che non sono sta­te mai rea­liz­za­te. Le per­so­ne sono stan­che, esa­spe­ra­te. Lo sen­to tut­ti i gior­ni, per stra­da, sui mini­bus, sui taxi». Mag­di El Sha­fei, lau­rea in Far­ma­cia e fumet­ti­sta di pun­ta del­la nuo­va gene­ra­zio­ne egi­zia­na, è uno che degli umo­ri del­la stra­da se ne inten­de e li ha inter­pre­ta­ti e usa­ti per modu­la­re il lin­guag­gio, per rac­con­ta­re sogni, aspi­ra­zio­ni e vicis­si­tu­di­ni del pro­ta­go­ni­sta del suo pri­mo roman­zo a fumet­ti: Shi­hab, un gio­va­ne inge­gne­re infor­ma­ti­co che, rima­sto disoc­cu­pa­to, deci­de di com­pie­re una rapi­na, come ribel­lio­ne, come uni­co gesto di riscat­to dopo aver pro­va­to a rea­liz­za­re legal­men­te i pro­pri pro­get­ti e aver incon­tra­to nel suo umi­lian­te per­cor­so una tra­fi­la di cor­rot­ti e usu­rai. «Esse­re fuo­ri­leg­ge, può esse­re un atto di ribel­lio­ne, se stai lot­tan­do per la tua liber­tà, per i tuoi dirit­ti e se è la socie­tà a esse­re sba­glia­ta, cor­rot­ta». I veri cri­mi­na­li nel roman­zo infat­ti sono altri: sono gli alti fun­zio­na­ri, è il siste­ma del­la maz­zet­ta e il Male dei Mali è rap­pre­sen­ta­to da una socie­tà sta­gnan­te in cui man­ca un vero Sta­to socia­le, una socie­tà in cui il livel­lo di istru­zio­ne è bas­sis­si­mo, in cui gran par­te del­la popo­la­zio­ne tira a cam­pa­re con pochi dol­la­ri al mese viven­do di espe­dien­ti in quar­tie­ri pove­ris­si­mi, spor­chi e sovrap­po­po­la­ti.
In Metro vie­ne rap­pre­sen­ta­ta tut­ta que­sta fet­ta del­la socie­tà ma sono for­se Shi­hab e la gior­na­li­sta Dina, con cui, ine­vi­ta­bi­le, scat­ta la sto­ria d’amore, che rap­pre­sen­ta­no più da vici­no quei ragaz­zi che dal 25 gen­na­io scor­so sono in piaz­za e che riven­di­ca­no un Pae­se più giu­sto e soprat­tut­to più libe­ro. Sen­za cen­su­ra e con vera liber­tà di espres­sio­ne. Sono i ragaz­zi del­la rivo­lu­zio­ne dei social media, quel­li che fuo­ri da schie­ra­men­ti poli­ti­ci veri e pro­pri, si sono incon­tra­ti prin­ci­pal­men­te nel­le piaz­ze vir­tua­li di inter­net, su face­book e su twit­ter. Sono i gio­va­ni, che rap­pre­sen­ta­no i due ter­zi di que­sto Pae­se, che usa­no inter­net e cel­lu­la­ri tut­ti i gior­ni e che sull’onda bene­fi­ca e ispi­ra­tri­ce del­la Tuni­sia si sono dati appun­ta­men­to per pro­te­sta­re con­tro il regi­me. Sul­la pagi­na face­book più fre­quen­ta­ta, “We are all Kha­led Said” in memo­ria di uno stu­den­te di Ales­san­dria ucci­so nel giu­gno scor­so dal­la poli­zia, era­no in 90mila il gior­no pri­ma a dire che sì, ci sareb­be­ro sta­ti, lì in piaz­za a mani­fe­sta­re per cam­bia­re il pro­prio futu­ro, per­ché se è suc­ces­so in Tuni­sia può suc­ce­de­re anche qui, per­ché nien­te è immu­ta­bi­le e per­ché l’entusiasmo è con­ta­gio­so tra i gio­va­ni, che meno facil­men­te accet­ta­no un desti­no che sem­bra scrit­to una vol­ta per tut­te: «La cosa che for­se ci ha scos­so di più nell’ultimo perio­do è sta­ta l’annuncio del­la suc­ces­sio­ne al gover­no (per le pre­vi­ste ele­zio­ni del novem­bre 2011, ndr) del figlio di Muba­rak, Gamal — dice Al Sha­fei con­ti­nuan­do a fuma­re e sor­seg­gian­do un lun­go caf­fè tur­co -. Que­sta enne­si­ma impo­si­zio­ne, que­sta idea del­la discen­den­za monar­chi­ca del pote­re, ha vera­men­te dato uno schiaf­fo alle nostre coscien­ze. Altre vol­te c’erano sta­ti foco­lai di rivol­ta, nel 2005 con gli scio­pe­ri a El Mahal­la (loca­li­tà a 60 chi­lo­me­tri dal Cai­ro, ndr), nel 2008, anno in cui nac­que il “Movi­men­to del 6 apri­le” che pren­de il nome dal gior­no del­le pro­te­ste. Ma ades­so c’è qual­co­sa di più e di diver­so: c’è l’esempio del­la Tuni­sia. Ades­so sap­pia­mo che è pos­si­bi­le». L’entusiasmo del­lo scrit­to­re alla vigi­lia dell’appuntamento con la Sto­ria sem­bra dav­ve­ro incon­te­ni­bi­le: «Doma­ni — aggiun­ge pro­fe­ti­co — sarà la socie­tà civi­le a scen­de­re in piaz­za, ci sarà solo la “bra­va gen­te”, non ci saran­no par­ti­ti né grup­pi reli­gio­si a met­te­re il cap­pel­lo sul­la mani­fe­sta­zio­ne». E ave­va ragio­ne. I tan­to temu­ti Fra­tel­li musul­ma­ni, uni­co vero par­ti­to di oppo­si­zio­ne a Muba­rak, non han­no par­te­ci­pa­to all’organizzazione del­la mani­fe­sta­zio­ne né han­no ade­ri­to alle pro­te­ste fino al vener­dì 28 gen­na­io. I pri­mi quat­tro gior­ni di pro­te­ste sono sta­ti dun­que anche un test per misu­ra­re la for­za del­la socie­tà civi­le lai­ca e autoor­ga­niz­za­ta e la rispo­sta è sta­ta feno­me­na­le. Eppu­re solo la set­ti­ma­na pri­ma il radu­no indet­to a favo­re del­la Tuni­sia sot­to il Par­la­men­to ave­va rac­col­to solo alcu­ne deci­ne di “duri e puri”. E non era­no in pochi a esse­re scet­ti­ci pri­ma del­la vigi­lia del­la mani­fe­sta­zio­ne o per­lo meno più cau­ti del fumet­ti­sta.

Tra que­sti, un altro scrit­to­re, una voce auto­re­vo­le tra gli intel­let­tua­li cai­ro­ti, Kha­led Al Kha­mis­si, gior­na­li­sta, sce­neg­gia­to­re e pro­dut­to­re cine­ma­to­gra­fi­co, anche lui resi­den­te nel­la “Rive Gau­che” del Nilo. Il suo libro Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no, che in Egit­to ha avu­to 12 ristam­pe (pub­bli­ca­to anche in Ita­lia), rac­con­ta uno spac­ca­to del­la socie­tà egi­zia­na, vista dal bas­so, cioè dal­la par­te dei tas­si­sti, tra le cate­go­rie più disa­gia­te del­la metro­po­li: sono 80mila, gua­da­gna­no pochis­si­mo e fan­no una vita di infer­no fra tas­se da paga­re e ora­ri impos­si­bi­li in mez­zo al traf­fi­co più ingar­bu­glia­to del mon­do. Eppu­re nel libro di Al Kha­mis­si sono pro­prio i tas­si­sti, novel­li can­ta­sto­rie, a esse­re deten­to­ri del­la sag­gez­za popo­la­re e a rac­con­ta­re l’Egitto moder­no con le sue con­trad­di­zio­ni socia­li e cul­tu­ra­li, con le sue ten­sio­ni e anche con i suoi lati di comi­ci­tà e iro­nia tipi­ca di que­sto Pae­se. Kha­led dice che già all’epoca del­la pri­ma ste­su­ra del libro (2006) era con­vin­to che qual­co­sa stes­se esplo­den­do, che qual­co­sa doves­se suc­ce­de­re per­ché la misu­ra era già col­ma, ma poi nien­te. «Il tut­to, comin­cia­to con scio­pe­ri di lavo­ra­to­ri, ope­rai e pro­te­ste dif­fu­se, si è sgon­fia­to per­ché il regi­me di Muba­rak è sta­to più fur­bo e stri­scian­te di quel­lo tuni­si­no, offri­va spi­ra­gli e aper­tu­re che impe­di­va­no al “pallone/società” di scop­pia­re. Dava un po’ di pote­re a tut­ti, ai musul­ma­ni, ai cop­ti, si erge­va a pala­di­no del­la lai­ci­tà nei con­fron­ti dell’Occidente e allo stes­so tem­po finan­zia­va i grup­pi isla­mi­ci più estre­mi­sti. Cen­su­ra­va i gior­na­li ma ci per­met­te­va di par­la­re libe­ra­men­te per stra­da, impe­di­va alcu­ne pub­bli­ca­zio­ni ma con­ce­de­va spa­zi tele­vi­si­vi a dibat­ti­ti poli­ti­ci». E aggiun­ge: «Ora però sarà sicu­ra­men­te l’inizio di un cam­bia­men­to e un’era, quel­la del con­ser­va­to­ri­smo, dell’estremismo e del­la “brut­tez­za”, sta finen­do qui come in tut­ta Euro­pa. I gio­va­ni che pure qui sono nati sot­to que­sto regi­me e sot­to le leg­gi spe­cia­li di “emer­gen­za” (in vigo­re dagli anni Ottan­ta, ndr) sono tan­ti, sono for­ti e voglio­no liber­tà. Han­no una men­ta­li­tà com­ple­ta­men­te diver­sa dal­la nostra e gra­zie ai nuo­vi stru­men­ti e le nuo­ve tec­no­lo­gie che han­no cam­bia­to il loro modo di pen­sa­re, di vede­re il mon­do e di cono­sce­re, cam­bie­ran­no que­sto Pae­se. È solo que­stio­ne di tem­po». Il tem­po è arri­va­to, nono­stan­te gli scet­ti­ci, e la Rivo­lu­zio­ne anche.

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Luci della città

| I viag­gi del Sole | Feb­bra­io 2011 | Kha­led Al Kha­mis­si |

I taxi, impre­ve­di­bi­li e indi­sci­pli­na­ti. I quar­tie­ri cre­sciu­ti a dismi­su­ra. Le moschee e i musei a cie­lo aper­to. Sto­rie e memo­rie del­la capi­ta­le. Dall’alba al tra­mon­to.

Non è mai faci­le par­la­re del­la rela­zio­ne di una per­so­na con la pro­pria cit­tà: è un rap­por­to com­pli­ca­to, come quel­lo tra un uomo e la pro­pria fami­glia. La cit­tà è una per­so­na­li­tà viven­te che si modi­fi­ca a ogni istan­te, ma su una base sto­ri­ca mol­to for­te. Figu­ria­mo­ci, quin­di, se si trat­ta del Cai­ro, dove sono nato nel 1962 e dove sono sem­pre vis­su­to, a par­te i quat­tro anni tra­scor­si in Fran­cia per il dot­to­ra­to in Scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na. Come potrei pen­sa­re a tut­ti i ricor­di rela­ti­vi ai miei ami­ci sen­za pen­sa­re anche, nel con­tem­po, alla mia cit­tà? È impos­si­bi­le. Mi sono inna­mo­ra­to mol­to pre­sto del Cai­ro, del­la sua geo­gra­fia e del­la sua sto­ria: un amo­re a pri­ma vista, si potreb­be dire. Cam­mi­na­vo nel­le sue stra­de, per i suoi vico­li per sco­prir­ne i segre­ti, e in quel modo leg­ge­vo e inter­pre­ta­vo le com­pli­ca­te vicen­de. Tan­to che, in una del­le mie let­tu­re pre­fe­ri­te, quan­do ave­vo 12–13 anni, era L’origine dei nomi del­le vie del Cai­ro… Dopo­di­ché usci­vo di casa e anda­vo alla ricer­ca di quel­le stra­de. Non dob­bia­mo dimen­ti­ca­re, infat­ti, che il Cai­ro è una cit­tà mil­le­na­ria, in cui si sono stra­ti­fi­ca­ti tan­ti cam­bia­men­ti, tan­te cul­tu­ra e tan­te influen­ze.
Oggi potrei con­si­de­ra­re la pos­si­bi­li­tà di vive­re qual­che perio­do all’estero; l’ha anche fat­to. Ma non sono con­vin­to di riu­sci­re psi­co­lo­gi­ca­men­te a gesti­re que­sta lon­ta­nan­za per lun­go tem­po. Né sono in gra­do di imma­gi­na­re quan­to sof­fe­ren­za com­por­te­reb­be per la mia ani­ma pro­fon­da­men­te cai­ro­ta. È anche vero che la situa­zio­ne poli­ti­ca è diven­ta­ta inso­ste­ni­bi­le: la ten­sio­ne socia­le mi pesa sui pol­mo­ni, facen­do­mi qua­si sof­fo­ca­re. Il brut­to e il degra­do vin­co­no ovun­que. Negli ulti­mi anni la mia ama­ta cit­tà è sta­ta sfi­gu­ra­ta. Innan­zi­tut­to il nume­ro degli abi­tan­ti è aumen­ta­to in manie­ra spa­ven­to­sa. Quan­do sono nato era­va­mo 3 milio­ni, per sali­re a 5 milio­ni negli Anni 70, a 8 milio­ni quan­do anda­vo all’università, men­tre ades­so ha supe­ra­to i 18 milio­ni!
Per non par­la­re poi del nostro pre­si­den­te Hosni Muba­rak, al pote­re dal 1981 (ormai sono 30 anni!). Il suo regi­me ha fal­li­to com­ple­ta­men­te nel pro­get­to di svi­lup­po del Pae­se, e la nostra capi­ta­le è una testi­mo­nian­za ine­qui­vo­ca­bi­le di que­sto insuc­ces­so. La cre­sci­ta di movi­men­ti rea­zio­na­ri finan­zia­ti dai petrol­dol­la­ri non ha poi fat­to altro che peg­gio­ra­re la brut­tez­za del­la cit­tà. Per non par­la­re del tas­so di inqui­na­men­to, dell’aria e del­le acque, che è diven­ta­to dav­ve­ro dif­fi­ci­le da gesti­re. Per for­tu­na alcu­ne cose sono rima­ste immu­ta­te: il fasci­no del Nilo, le memo­rie, la bel­lez­za inte­rio­re, il popo­lo egi­zia­no con la sua gran­de civi­liz­za­zio­ne… Lo stress, le rivo­lu­zio­ni socia­li pos­so­no pro­vo­ca­re dei muta­men­ti nel tem­pe­ra­men­to, ma non nell’essenza del­le per­so­ne. E gli egi­zia­ni resta­no con­ta­di­ni paci­fi­ci, dol­ci, tol­le­ran­ti e anche un po’ imbro­glio­ni, qua­li­tà essen­zia­li for­se per far fron­te a dit­ta­tu­re mil­le­na­rie. Tut­te que­ste cose mes­se insie­me, in una tale cit­tà dai mil­le vol­ti, per me sono irre­si­sti­bi­li e mi attrag­go­no come una cala­mi­ta. Come il museo a cie­lo aper­to di Saq­qa­ra, un’immensa necro­po­li che risa­le a qua­si cin­que­mi­la anni fa, o il mer­ca­to del­le fave sot­to casa mia. Abbia­mo ton­nel­la­te di sim­bo­li nei qua­li ci rico­no­scia­mo. La pira­mi­de di Cheo­pe, il mou­lid (i festeg­gia­men­ti in ono­re di un san­to o di un per­so­nag­gio vene­ra­bi­le, a metà tra fie­ra e festa reli­gio­sa) di Sayy­id­na al-Hus­sein o quel­lo di Sayy­i­da Zei­nab, la gran­de Moschea-Madra­sa del Sul­ta­no Has­san, che può esse­re con­si­de­ra­ta come una sor­ta di pira­mi­de dell’architettura isla­mi­ca. E poi, per ricon­ci­liar­si con la vita, che c’è di meglio di un giro in felu­ca sul Nilo al tra­mon­to?
Ovvia­men­te, con­si­glio anche di pren­de­re il taxi e di fare due chiac­che­re con il con­du­cen­te. Esse­re un tas­si­sta al Cai­ro non è un mestie­re come altro­ve, è un modo per cer­ca­re di lavo­ra­re o alme­no di aumen­ta­re le entra­te men­si­li. I tas­si­sti pro­ven­go­no da ogni ango­lo del pae­se e tra loro si pos­so­no tro­va­re, con la stes­sa faci­li­tà, pro­fes­so­ri, medi­ci, con­ta­bi­li o anche anal­fa­be­ti. Rap­pre­sen­ta­no la clas­se socia­le di chi ha pro­ble­mi a sbar­ca­re il luna­rio: pra­ti­ca­men­te l’80 per cen­to del­la popo­la­zio­ne egi­zia­na. Per que­sto, far­li par­la­re, in Taxi, è sta­to come dare la paro­la all’intera cit­tà, la vera pro­ta­go­ni­sta, se voglia­mo l’eroina, del libro. E anche nel più recen­te L’arca di Noè, sep­pu­re in nega­ti­vo, c’è il Cai­ro: rap­pre­sen­ta la grot­ta in cui cado­no tut­te le per­so­na­li­tà, desi­de­ro­se di scap­pa­re via, maga­ri in Ame­ri­ca, per evi­ta­re la cata­stro­fe.

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Egitto: scrittore Al Khamissi, Mubarak ha ucciso i nostri sogni

| AKI ADN­Kro­nos | Saba­to, 29 gen­na­io 2011 |

L’anziano raìs Hosni Muba­rak, con il suo siste­ma, ”ha ucci­so i sogni dei gio­va­ni egi­zia­ni: per il futu­ro voglia­mo piu’ sogni e meno cor­ru­zio­ne”. Tra sogni infran­ti e spe­ran­ze Kha­led Al Kha­mis­si, trai piu’ noti scrit­to­ri egi­zia­ni con­tem­po­ra­nei, fino a ieri in piaz­za al Cai­ro a mani­fe­sta­re con­tro Muba­rak insie­me a miglia­ia di con­na­zio­na­li, par­la ad AKIADNKRONOS INTERNATIONAL di ”cam­bia­men­ti tar­di­vi” con cui Muba­rak, dopo gior­ni di pro­te­ste, ha rispo­sto alle richie­ste dei mani­fe­stan­ti egi­zia­ni: cam­bia­men­ti giu­di­ca­ti ”non suf­fi­cien­ti”. E, quin­di, ”pre­sto fini­rà l’era Muba­rak”.
Kha­mis­si si dice con­vin­to che ”se non sarà oggi e nean­che doma­ni, e’ solo que­stio­ne di set­ti­ma­ne o di qual­che mese”. ”La sto­ria del­la fami­glia Muba­rak alla pre­si­den­za dell’Egitto è già fini­ta”, pro­se­gue l’autore di ‘Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no’, sot­to­li­nean­do come que­sta sia la ”con­qui­sta del­la rivo­lu­zio­ne” egi­zia­na. Ma Muba­rak non è solo una per­so­na, è anche un siste­ma. E a que­sta osser­va­zio­ne, Al Kha­mis­si rispon­de con la tri­ste con­sta­ta­zio­ne che ”pur­trop­po il siste­ma con­ti­nue­rà” a fun­zio­na­re, alme­no per un cer­to tem­po, in modo simi­le a quel­lo del pas­sa­to. Tut­ta­via, affer­ma, la spe­ran­za e’ che ”alme­no spa­ri­sca la cor­ru­zio­ne, per­che’ sino­ra c’è sta­to al pote­re un siste­ma com­ple­ta­men­te cor­rot­to”.

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Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” alla settima edizione di Terra Futura, Fortezza da Basso, Firenze, 28–30 maggio 2010

 

 

 

 

| Dome­ni­ca 30 Mag­gio | Ore 11.00–12.00 | Stand COSPE |

Kha­led Al Kha­mis­si, “Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no”, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008
Let­tu­re trat­te dal libro “Taxi”, dedi­ca­to «alla vita che abi­ta nel­le paro­le del­la pove­ra gen­te», un viag­gio nel­la socio­lo­gia urba­na del­la capi­ta­le egi­zia­na attra­ver­so le voci dei tas­si­sti. Una rac­col­ta di sto­rie bre­vi che rac­con­ta­no sogni, avven­tu­re filo­so­fi­che, amo­ri, bugie, ricor­di e poli­ti­ca. I tas­si­sti egi­zia­ni sono degli ama­bi­li can­ta­sto­rie che, con disin­vol­tu­ra, con­du­co­no il let­to­re in un deda­lo di real­tà e poe­sia che è l’Egitto dei nostri gior­ni.
A cura di COSPE
Sarà pre­sen­te il tra­dut­to­re del libro ERNESTO PAGANO con JAMILA MASCAT, cura­tri­ce rubri­ca Ita­lie­ni di Inter­na­zio­na­le

Ter­ra Futu­ra è una gran­de mostra-con­ve­gno strut­tu­ra­ta in un’area espo­si­ti­va, di anno in anno più ampia e arti­co­la­ta, e in un calen­da­rio di appun­ta­men­ti cul­tu­ra­li di alto spes­so­re, tra con­ve­gni, semi­na­ri, work­shop; e anco­ra labo­ra­to­ri e momen­ti di ani­ma­zio­ne e spet­ta­co­lo.
Ter­ra Futu­ra vuo­le far cono­sce­re e pro­muo­ve­re tut­te le ini­zia­ti­ve che già spe­ri­men­ta­no e uti­liz­za­no model­li di rela­zio­ni e reti socia­li, di gover­no, di con­su­mo, pro­du­zio­ne, finan­za, com­mer­cio soste­ni­bi­li: pra­ti­che che, se adot­ta­te e dif­fu­se, con­tri­bui­reb­be­ro a garan­ti­re la sal­va­guar­dia dell’ambiente e del pia­ne­ta, e la tute­la dei dirit­ti del­le per­so­ne e dei popo­li.
È un even­to inter­na­zio­na­le per­ché inten­de allar­ga­re e con­di­vi­de­re la dif­fu­sio­ne del­le buo­ne pra­ti­che a una dimen­sio­ne glo­ba­le; per­ché inter­na­zio­na­li sono i nume­ro­si mem­bri del suo comi­ta­to di garan­zia, la dimen­sio­ne dei temi trat­ta­ti e i rela­to­ri chia­ma­ti ad inter­ve­ni­re ai tavo­li di dibat­ti­to e di lavo­ro; infi­ne, per­ché lo sono i pro­get­ti e le espe­rien­ze pre­sen­ti o rap­pre­sen­ta­ti ampia­men­te nell’area espo­si­ti­va, che ospi­ta real­tà ita­lia­ne ed este­re.
Nume­ro­si e impor­tan­ti i con­sen­si rac­col­ti negli anni. Oltre 87.000 i visi­ta­to­ri dell’edizione 2009, 600 le aree espo­si­ti­ve con più di 5000 enti rap­pre­sen­ta­ti; 250 ani­ma­zio­ni, 200 gli even­ti cul­tu­ra­li in calen­da­rio e 800 i rela­to­ri pre­sen­ti, fra esper­ti e testi­mo­ni di vari ambi­ti di livel­lo inter­na­zio­na­le.

La set­ti­ma edi­zio­ne di Ter­ra Futu­ra si svol­ge­rà sem­pre alla For­tez­za da Bas­so, a Firen­ze, dal 28 al 30 mag­gio 2010.

ORARI:
vener­dì ore 9.00–20.00
saba­to ore 9.30–21.00 (even­ti e spet­ta­co­li fino alle ore 24.00)
dome­ni­ca ore 10.00–20.00

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Giovane, urbano e ribelle. Il nuovo romanzo arabo

| Libe­ra­zio­ne | Dome­ni­ca 4 apri­le 2010 | Gu.Ga. |

«Lo sai? Io ho un gran­de sogno. Vivo per quel sogno. (…) Lo sai qual è il mio sogno? Che io, dopo quat­tro anni, pren­do un taxi tut­to per me e gui­do fino al Sud Afri­ca per anda­re a vede­re la Cop­pa del Mon­do. Met­to insie­me una pia­stra dopo l’altra per quat­tro anni e poi par­to alla sco­per­ta del con­ti­nen­te afri­ca­no».
Ben­ve­nu­ti al Cai­ro, la cit­tà dei tas­si­sti. Sui “tas­si­na­ri” del­la capi­ta­le egi­zia­na cir­co­la­no leg­gen­de, per­fi­no il loro nume­ro non è cer­to, si è svi­lup­pa­to un vero e pro­prio gene­re musi­ca­le e è cre­sciu­ta una nuo­va nar­ra­zio­ne metro­po­li­ta­na. Sfrec­cian­do, o per meglio dire spo­stan­do­si pazien­te­men­te da un ingor­go all’altro, i taxi egi­zia­ni rap­pre­sen­ta­no però tut­ta la viva­ci­tà del­le nuo­ve socie­tà ara­be, deci­sa­men­te in cor­sa ver­so il futu­ro. Un’emergenza cul­tu­ra­le che nel nostro pae­se han­no col­to tra gli altri alcu­ni edi­to­ri che han­no deci­so di con­sa­cra­re buo­na par­te del pro­prio lavo­ro e del­le pro­prie atten­zio­ni a quan­to di inte­res­san­te vie­ne pro­dot­to nel­la spon­da meri­dio­na­le del Medi­ter­ra­neo. Come la col­la­na Altria­ra­bi dell’Edi­tri­ce il Siren­te che ha pub­bli­ca­to nel 2008 Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (pp. 192, euro 15,00) di Kha­led Al Kha­mis­si, bestsel­ler egi­zia­no con­sa­cra­to al mito dei tas­si­sti, ma anche L’amore ai tem­pi del petro­lio (pp. 140, euro 15,00) di Nawal al-Sa’-dawi, una del­le più note e cele­bra­te scrit­tri­ci e fem­mi­ni­ste egi­zia­ne. O come le edi­zio­ni Epo­ché, che van­ta­no un ric­co cata­lo­go dedi­ca­to in gran par­te alla nar­ra­ti­va dell’Africa sub-saha­ria­na ma dove tro­va­no spa­zio anche diver­si tito­li pro­ve­nien­ti dai pae­si ara­bi. E’ il caso di Che il velo sia da spo­sa! (pp. 204, euro 15,00) dell’egiziana Gha­da Abdel Aal che rac­con­ta le peri­pe­zie di una gio­va­ne don­na “a cac­cia di mari­to”. O del­la rac­col­ta postu­ma del gran­de poe­ta pale­sti­ne­se Mah­mud Dar­wish, scom­par­so due anni fa, Come fio­ri di man­dor­lo o più lon­ta­no (pp. 148, euro 13,50), usci­ta da qual­che gior­no.
Gha­da Abdel Aal ha trent’anni, fa la far­ma­ci­sta al Cai­ro e alla base del suo libro c’è il blog che ave­va lan­cia­to qual­che anno fa, inti­to­la­to “Voglio spo­sar­mi”, dove ave­va anno­ta­to minu­zio­sa­men­te, e sen­za rispar­mia­re iro­nia, il pro­fi­lo dei suoi pre­ten­den­ti e la pres­sio­ne del­la fami­glia per­ché lei tro­vas­se un mari­to. Quel suo dia­rio onli­ne ave­va rac­col­to un tale suc­ces­so da spin­ge­re una case edi­tri­ce cai­ro­ta a chie­der­le di tra­sfor­mar­lo in un rac­con­to. Che il velo sia da spo­sa! resti­tui­sce ora tut­ta la fre­schez­za e il gusto per il para­dos­so che han­no fat­to par­la­re di que­sta gio­va­ne egi­zia­na come del­la “Brid­get Jones del mon­do ara­bo”: « Pren­de­te una pen­na e un bloc-notes, per­ché sto per lan­ciar­vi una sfi­da impor­tan­te: Elen­ca­te cin­que aspet­ti in comu­me tra zia Shu­kriyya e al Qae­da. (…) Pri­mo: entram­bi — sia che li appro­via­te o che li bia­si­mia­te (e, per inci­so, se è pos­si­bi­le che qual­cu­no appro­vi al Qae­da, zia Shu­kriyya pro­prio no, è impen­sa­bi­le!) — com­pio­no azio­ni che han­no come risul­ta­to fina­le esplo­sio­ni, distru­zio­ne e di soli­to anche spar­gi­men­to di san­gue».
Kha­led Al Kha­mis­si, clas­se 1962, è sta­to a lun­go gior­na­li­sta pri­ma di dedi­car­si soprat­tut­to alla let­te­ra­tu­ra. In Taxi ha rac­col­to aned­do­ti e sto­rie ascol­ta­te dai tas­si­ti del Cai­ro tra il 2005 e il 2006 che com­pon­go­no una sor­ta di foto­gra­fia dell’Egitto di oggi, visto che, come spie­ga l’autore, «costo­ro deten­go­no un’ampia cono­scen­za del­la socie­tà, per­ché la vivo­no con­cre­ta­men­te sul­la stra­da». Anche in que­sto caso il rac­con­to del­la nuo­va real­tà del mon­do ara­bo pas­sa per l’ironia: «Mol­to spes­so mi capi­ta di anda­re con tas­si­sti che non cono­sco­no bene i per­cor­si né i nomi del­le stra­de… tut­ta­via, que­sto qui si fre­gia­va dell’onore di non cono­sce­re nes­su­na stra­da eccet­to, natu­ral­men­te, quel­la di casa sua».

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Regole? Neanche il tassametro

| il Gior­na­le | Vener­dì 12 dicem­bre 2008 |

Gui­da­no come mat­ti, usa­no le mani e non i sema­fo­ri per impor­si nel fol­le traf­fi­co del Cai­ro, e non han­no il tas­sa­me­tro. Ognu­no di loro ha una sto­ria da rac­con­ta­re, come nel best sel­ler di Kha­lid Al Kha­mis­si, «Taxi», che dipin­ge la cit­tà con­le paro­le dei suoi tas­si­sti.

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On a Journey

AlSaudiArabia.com | Vener­dì 12 dicem­bre 2008 |

Taxi is the most recent novel to crea­te a stir on the Egyp­tian lite­ra­ry sce­ne. The book was the talk of the town when it was publi­shed in Janua­ry 2007 and within a few mon­ths, it had sold some 20,000 copies, an asto­ni­shing num­ber in a coun­try whe­re novels rare­ly sell more than 3,000 copies.
Various fac­tors have undoub­ted­ly con­tri­bu­ted to its suc­cess. Fir­st, the book is writ­ten in col­lo­quial Ara­bic which the ave­ra­ge Egyp­tian can easi­ly rela­te to; second, it addres­ses bur­ning issues pla­guing Egyp­tian socie­ty and final­ly, the form of the book resem­bles a col­lec­tion of new­spa­per arti­cles. Cri­tics have dub­bed this sty­le jour­na­li­stic fic­tion. Yet, the author, Kha­led Al Kha­mis­si, insists on the lite­ra­ry aspect of his work.
Taxi is basi­cal­ly a col­lec­tion of 58 short sto­ries and each sto­ry takes the form of a fic­tio­nal dia­lo­gue with one of Cai­ros 80,000 cab dri­vers. The author, Kha­led Al Kha­mis­si, clear­ly sta­tes that he has never recor­ded any­thing and that Taxi is not repor­ta­ge or jour­na­li­sm. Yet, he has writ­ten with such gusto, sin­ce­ri­ty and rea­li­sm that rea­ders take the­se fic­tio­nal dia­lo­gues as the real thing.
A num­ber of per­ti­nent issues are brought up by the taxi dri­vers. Edu­ca­tion is men­tio­ned on seve­ral occa­sions. During one encoun­ter, a cab­bie cri­ti­ci­zes free edu­ca­tion: I tell you, he cant wri­te his own name. You call that a school? Tha­ts what free edu­ca­tion brings you. Edu­ca­tion for eve­ryo­ne, sir, is a won­der­ful dream but, like many dreams, its gone, lea­ving only an illu­sion. On paper, edu­ca­tion is like water and air, com­pul­so­ry for eve­ryo­ne, but the rea­li­ty is that rich peo­ple get edu­ca­ted and work and make money, whi­le the poor dont get edu­ca­ted and dont get jobs and dont earn any­thing.
Spea­king on the same sub­ject, ano­ther dri­ver also agrees that chil­dren dont learn a thing in school. He belie­ves that the only mot­to nowa­days is Get smart, make money becau­se nine­ty per­cent of peo­ple live off busi­ness and not from any­thing else.
Egyp­tians, Cai­re­nes espe­cial­ly, are kno­wn for their sen­se of humor, but the­re are times when peo­ple are so hea­vi­ly loa­ded with pro­blems that they fall apart. In an emo­tio­nal encoun­ter with a dri­ver and his bro­ther, the author sho­ws us how acu­te finan­cial pro­blems crush poor peo­ple: I was sur­pri­sed to find that the man, in front of me next to the dri­ver, was silen­tly wee­ping. He was a bro­wn-skin­ned giant with a bushy mou­sta­che. The calm was as thick as his moustache…The only sound was the inter­mit­tent and irre­gu­lar brea­thing of the giant as he wept. In our socie­ty it is a rare enou­gh occur­ren­ce to see a man cry­ing. To see a giant from sou­thern Egypt cry­ing is some­thing you could put in the Guin­ness Book of Records, wri­tes Al Kha­mis­si.
The author, who he is also a pro­du­cer, film direc­tor and jour­na­li­st, stu­died poli­ti­cal scien­ce at the Sor­bon­ne. His inte­re­st in socio­lo­gy and anth­ro­po­lo­gy is very evi­dent in Taxi. In fact, many have read it as a work of urban anth­ro­po­lo­gy. Galal Amin, an eco­no­mi­st and socio­lo­gi­st at the Ame­ri­can Uni­ver­si­ty in Cai­ro descri­bes the book as an inno­va­ti­ve work that pain­ts an extre­me­ly tru­th­ful pic­tu­re of the sta­te of Egyp­tian socie­ty today as seen by an impor­tant social sec­tor.
Kha­led Al Kha­mis­si has cho­sen to talk to taxi dri­vers becau­se they repre­sent one of the baro­me­ters of the unru­ly Egyp­tian street. They also come from all walks of life: Some are illi­te­ra­te and others hold masters degrees. But all of them have in com­mon a job which is phy­si­cal­ly exhau­sting and under­mi­nes their ner­vous systems.
Forei­gn rea­ders unfa­mi­liar with Egyp­tian poli­cies might not under­stand some of the issues addres­sed by the taxi dri­vers. Howe­ver, after rea­ding this live­ly series of dif­fe­rent dri­vers expe­rien­ces, it is pos­si­ble to under­stand how Egyp­tian poli­cies are affec­ting the lives of the poor. Taxi dri­vers all over the world and Egypt is no excep­tion meet an end­less mix of peo­ple. The­se dai­ly con­tac­ts give them a uni­que kno­w­led­ge of the socie­ty they live in. Throu­gh the con­ver­sa­tions they hold, they reflect an amal­gam of poin­ts of view which are most repre­sen­ta­ti­ve of the poor in Egyp­tian socie­ty. It must be said that often I see in the poli­ti­cal ana­ly­sis of some dri­vers a grea­ter depth than I find among a num­ber of poli­ti­cal ana­lysts who pon­ti­fi­ca­te far and wide. For the cul­tu­re of this nation comes to light throu­gh its sim­ple peo­ple, and the Egyp­tian peo­ple real­ly are a tea­cher to anyo­ne who wishes to learn, says Al Kha­mis­si.
Toge­ther with The Yacou­bian Buil­ding by Alaa El Aswa­ni and Being Abbas El Abd by Ahmed El Aidy, Taxi has hel­ped revi­ve the habit of rea­ding in Egypt. More than just a series of con­ver­sa­tions, the novel offers a color­ful and rea­li­stic sli­ce of con­tem­po­ra­ry Egyp­tian life.

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Taxi – Khaled Al Khamissi

Lo Sci­roc­co | Lune­dì 1 giun­go 2009 |

Taxi get­ta il let­to­re diret­ta­men­te in mez­zo alle stra­de del Cai­ro, tra il chias­so, il cal­do e la fol­la. L’Auto­re ci ripor­ta le sue mil­le con­ver­sa­zio­ni con altret­tan­ti tas­si­sti. Ne esce una rac­col­ta di mini­sto­rie (una o due pagi­ne cia­scu­na) dal lin­guag­gio popo­la­re, dia­let­ta­le, sem­pli­ce e inci­si­vo. Tas­si­sti di tut­te le età rac­con­ta­no i pro­pri pro­ble­mi quo­ti­dia­ni all’Auto­re, sten­den­do un pre­ci­so ritrat­to del­la vita in Egit­to, di usi e costu­mi visti dal bas­so. Qual­cu­no si lan­cia in apprez­za­men­ti o recri­mi­na­zio­ni sui pre­si­den­ti pas­sa­ti e pre­sen­te, sul­la poli­ti­ca loca­le, ma anche inter­na­zio­na­le. C’è il pun­to di vista degli egi­zia­ni sul­la guer­ra in Iraq, in Israe­le, e in gene­ra­le sul­la situa­zio­ne poli­ti­ca del Medio Orien­te, ma anche quel­lo che pen­sa­no degli Sta­ti Uni­ti. Allo stes­so tem­po si mani­fe­sta la situa­zio­ne del popo­lo egi­zia­no, impo­ve­ri­to, disil­lu­so e stan­co: tas­si­sti costret­ti a lavo­ra­re gior­no e not­te; don­ne che pas­sa­no il tem­po a met­te­re e a toglie­re il velo a secon­da del­la desti­na­zio­ne; le gior­na­te per­se die­tro a una buro­cra­zia infi­ni­ta e alla cor­ru­zio­ne dila­gan­te e mani­fe­sta. La sezio­ne cen­tra­le di foto a colo­ri del Cai­ro e la map­pa del­la cit­tà immer­go­no anco­ra di più il let­to­re nell’atmosfera del­la capi­ta­le. Il risul­ta­to è mol­to pia­ce­vo­le. Per chi vuo­le cono­sce­re un pun­to di vista diver­so su egi­zia­ni in par­ti­co­la­re, e ara­bi in gene­ra­le.

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Al Ghitani: Oggi c’è vera democrazia

Il Dena­ro | Mar­te­dì 28 luglio 2009 | Al-Ghi­ta­ni |

”In Egit­to, alme­no sul pia­no cul­tu­ra­le esi­ste una vera demo­cra­zia. Oggi, infat­ti, chi scri­ve puo’ cri­ti­ca­re libe­ra­men­te il pote­re. Sot­to Gamal Abd el-Nas­ser o duran­te il gover­no di Anwar al-Sadat, inve­ce, ver­ga­re una sola riga con­tro il regi­me pote­va costa­re la liber­tà”. La pen­sa cosi’ lo scrit­to­re egi­zia­no Gamal Al-Ghi­ta­ni, fon­da­to­re e diret­to­re dal 1993 del set­ti­ma­na­le Akh­bar al-Adab (Noti­zie let­te­ra­rie), una del­le rivi­ste let­te­ra­rie piu’ auto­re­vo­li del mon­do ara­bo, che ha lan­cia­to auto­ri noti anche in Occi­den­te come Ala Al-Aswa­ni (Palaz­zo Yacou­bian, 2006, Fel­tri­nel­li). Clas­se 1945, per­so­nag­gio polie­dri­co, Al-Ghi­ta­ni ini­zia come dise­gna­to­re di tap­pe­ti (oggi e’ con­si­de­ra­to uno dei mas­si­mi esper­ti), per poi diven­ta­re gior­na­li­sta del quo­ti­dia­no Akh­bar al-Yawm e segui­re come cor­ri­spon­den­te di guer­ra i con­flit­ti ara­bo-israe­lia­no (dal ’68 al ’73), liba­ne­se e ira­che­no-ira­nia­no. ”Il pano­ra­ma let­te­ra­rio egi­zia­no di que­sti anni — affer­ma — e’ mol­to cam­bia­to. Negli anni ’60 veni­va­mo arre­sta­ti, come lo fui io, tra il ’66 e il ’67, per ave­re cri­ti­ca­to il regi­me nas­se­ria­no”. I gio­va­ni auto­ri di oggi, pro­se­gue, han­no corag­gio, sono pro­li­fi­ci e han­no intro­dot­to nuo­vi sti­li. La let­te­ra­tu­ra, dice Al-Ghi­ta­ni, ha fat­to un bal­zo in avan­ti. ”Si par­la di ses­so e del­la situa­zio­ne socia­le in cui ver­sa il Pae­se, si rac­con­ta la peri­fe­ria e la vita nel­le cam­pa­gne”. Quel che man­ca, pero’, e’ la cri­ti­ca let­te­ra­ria, ”per­che’ il livel­lo cul­tu­ra­le del Pae­se e’ bas­so”. Al pari di Naghib Mah­fuz, che lo inco­rag­gio’ a intra­pren­de­re la stra­da del­la scrit­tu­ra, anche Gamal Al-Ghi­ta­ni e’ un ‘cro­ni­sta del Cai­ro’. A lui si deve l’introduzione del roman­zo sto­ri­co, di cui il libro-denun­cia con­tro la tiran­nia e l’oppressione ‘Zay­ni Bara­kat. Sto­ria del gran cen­so­re del­la cit­ta’ del Cai­ro’, e’ un esem­pio (1997, Giun­ti edi­to­re). Figu­ra pre­do­mi­nan­te nel pano­ra­ma let­te­ra­rio egi­zia­no, nes­sun auto­re egi­zia­no sem­bra pote­re supe­ra­re il para­go­ne con il pre­mio Nobel Mah­fouz. ”Scrit­to­ri come lui non ve ne sono, ma ne esi­sto­no di mol­to bra­vi”, fa nota­re Al-Ghi­ta­ni. ”Sono com­par­si — dice pero’ — tan­ti auto­ri leg­ge­ri, i cui libri, sup­por­ta­ti da una gran­de distri­bu­zio­ne, ma pri­vi di alcun valo­re let­te­ra­rio, diven­ta­no best-sel­ler”. Testi, sostie­ne, ”che dura­no quan­to un Klee­nex: come ‘Taxi’ di Kha­led Al Kha­mis­si (2008, Il Siren­te) o a ‘La pro­va del mie­le’ (2008, Fel­tri­nel­li) del­la siria­na Sal­wa al-Nei­mi”. Scrit­ti che ven­do­no mol­to bene anche in Occi­den­te. ”Al-Nei­mi — rimar­ca sar­ca­sti­co — ha avu­to una distri­bu­zio­ne piu’ impor­tan­te di Mah­fouz, ma que­sto non signi­fi­ca cer­to che scri­va come lui”.

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Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi

Popo­li | Agosto/Settembre 2009 | Fon­da­zio­ne Cul­tu­ra­le San Fede­le |

Un vec­chio gior­na­li­sta ita­lia­no che ave­va gira­to il mon­do come invia­to spe­cia­le ama­va ripe­te­re: «Per cono­sce­re un Pae­se stra­nie­ro, è neces­sa­rio pren­de­re il taxi. I taxi­sti han­no il pol­so del­la socie­tà in cui vivo­no, cono­sco­no tut­ti e tut­to». Come il cro­ni­sta, l’A. di que­sto sag­gio ha scel­to le voci dei taxi­sti per rico­strui­re le fit­te tra­me del­la socie­tà del Cai­ro (Egit­to). Nel suo libro ha rac­col­to 58 sto­rie bre­vi dal­le qua­li emer­go­no i sogni, le pas­sio­ni, i ricor­di, le avven­tu­re dei cit­ta­di­ni del­la capi­ta­le egi­zia­na. Una sor­ta di affre­sco rea­liz­za­to con il taglio gior­na­li­sti­co di un repor­ta­ge. Il libro è uno dei più ven­du­ti non solo in Egit­to, ma nell’intero mon­do ara­bo.

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Il prossimo faraone

Euro­pa | Lune­dì 24 luglio 2009 | Azzu­ra Merin­go­lo |

C’è traf­fi­co al Cai­ro, sem­pre e ovun­que. I tas­si­sti, per intrat­te­ne­re i clien­ti spa­zien­ti­ti, rac­con­ta­no bar­zel­let­te. Sono tal­men­te tan­te che c’è chi, come Kha­led al Kha­mis­si, le ha rac­col­te e c’ha fat­to un libro.
Il tito­lo non pote­va esse­re che Taxi. Uno dei per­so­nag­gi più get­to­na­ti, nei rac­con­ti degli auti­sti, è la madre del pre­si­den­te egi­zia­no Hosni Muba­rak, mor­ta in un inci­den­te stra­da­le alla vene­ran­da età di 104 anni.
San­gue lon­ge­vo quel­lo che scor­re nel­le vene dell’ottantunenne lea­der egi­zia­no, che nel 2011, data nel­la qua­le sca­drà il suo enne­si­mo man­da­to, avrà taglia­to il tra­guar­do dei trent’anni al ver­ti­ce del­lo sta­to.
Nes­su­na leg­ge gli vie­te­reb­be di can­di­dar­si per la sesta vol­ta, ma Hosni pare comun­que affa­ti­ca­to. Tal­men­te affa­ti­ca­to che non è riu­sci­to nean­che ad anda­re ad acco­glie­re il pre­si­den­te Barack Oba­ma all’aeroporto del Cai­ro, quan­do l’inquilino del­la Casa Bian­ca ha visi­ta­to l’Egitto, lo scor­so giu­gno.
Secon­do indi­scre­zio­ni tra­pe­la­te dai media egi­zia­ni in que­sti gior­ni, Muba­rak, poi, si sareb­be sot­to­po­sto a un inter­ven­to alla schie­na, nel cor­so del­la recen­te visi­ta in Fran­cia. Una sor­ti­ta chi­rur­gi­ca camuf­fa­ta da visi­ta di sta­to, insom­ma.
La stan­chez­za e gli acciac­chi non han­no fat­to che rin­no­va­re il dibat­ti­to sul­la salu­te del capo del­lo sta­to, già scat­ta­to dopo la recen­te mor­te di suo nipo­te, il gio­va­ne figlio del pri­mo­ge­ni­to Alaa. Dopo il lut­to, il raìs era spro­fon­da­to nel­la tri­stez­za più cupa, sospen­den­do ogni atti­vi­tà per una ven­ti­na di gior­ni e por­tan­do in mol­ti a par­la­re del­la que­stio­ne del­la suc­ces­sio­ne.
Da allo­ra le ipo­te­si si rin­cor­ro­no e c’è chi teme che qua­lo­ra la prov­vi­den­za pri­vas­se l’Egitto del­la sua sto­ri­ca gui­da, si cree­reb­be un vuo­to peri­co­lo­so.
Il dos­sier sul­la suc­ces­sio­ne a Muba­rak è sta­to a lun­go un tabù. È per que­sto moti­vo che sor­pren­de che sull’argomento, da poco, sia sta­to rea­liz­za­to anche un son­dag­gio. Se gli egi­zia­ni fos­se­ro chia­ma­ti a sce­glie­re il suc­ces­so­re del raìs, la sfi­da prin­ci­pa­le – così si pro­nun­cia­no i cit­ta­di­ni – sareb­be tra suo figlio Gamal (a lui il 21 per cen­to del­le pre­fe­ren­ze) e Ayman Nour, il noto dis­si­den­te libe­ra­le usci­to di recen­te dal car­ce­re (24 per cen­to).
Non c’è dub­bio che nel­le inten­zio­ni del clan Muba­rak, Gamal, attual­men­te ter­zo uomo più impor­tan­te del Par­ti­to nazio­na­le demo­cra­ti­co (la for­ma­zio­ne pre­si­den­zia­le), sia il can­di­da­to per eccel­len­za e da anni gli è sta­ta spia­na­ta la stra­da per poter giun­ge­re alla pre­si­den­za.
Ma ciò non signi­fi­ca che la pol­tro­na di Gamal sia scon­ta­ta. Secon­do Miche­le Dun­ne, esper­ta dell’Arab Reform Bul­let­tin, ci sareb­be­ro alme­no tre fat­to­ri a impe­di­re l’avvicendamento padre-figlio. Innan­zi­tut­to gli egi­zia­ni non accet­te­reb­be­ro volen­tie­ri l’idea stes­sa dell’ereditarietà. Cosa più pre­oc­cu­pan­te è che il ram­pol­lo non godreb­be del sup­por­to dei mili­ta­ri. Sareb­be infat­ti il pri­mo pre­si­den­te dell’Egitto post-monar­chi­co non usci­to dal­le fila dell’esercito e alcu­ni alti uffi­cia­li riter­reb­be­ro che Gamal non riu­sci­rà a sal­va­guar­da­re i loro inte­res­si e che non sia un lea­der abba­stan­za for­te da man­te­ne­re l’Egitto sta­bi­le e sicu­ro.
Sto­ria diver­sa quel­la di Ayman Nour, che nel 2004 ha fon­da­to il par­ti­to al Ghad (il doma­ni), una for­ma­zio­ne libe­ra­le e rifor­mi­sta atten­ta a con­ci­lia­re la sicu­rez­za con i dirit­ti uma­ni. Il regi­me si accor­ge pre­sto di lui e già nel 2005 lo sbat­te in car­ce­re, pri­ma di par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li dove ottie­ne un lusin­ghie­ro (per gli stan­dard egi­zia­ni) set­te per cen­to. Nel giro di qual­che set­ti­ma­na Nour vie­ne nuo­va­men­te incar­ce­ra­to con l’accusa di fro­de, ma non si arren­de e la scor­sa esta­te scri­ve a Barack Oba­ma, all’epoca can­di­da­to demo­cra­ti­co alla Casa Bian­ca, che pren­de a cuo­re la sua sto­ria. Quan­do gra­zie alle pres­sio­ni sta­tu­ni­ten­si vie­ne rila­scia­to, annun­cia la sua can­di­da­tu­ra alle pros­si­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li. Ma ciò gli costa una serie di per­se­cu­zio­ni e aggres­sio­ni da par­te del regi­me, che teme l’appeal che la sua sto­ria eser­ci­ta nel con­te­sto inter­na­zio­na­le.
Ayman Nour, tut­ta­via, non spa­ven­ta trop­po il gio­va­ne Muba­rak, che deve piut­to­sto pre­oc­cu­par­si di Omar Sulei­man, capo dei ser­vi­zi di sicu­rez­za egi­zia­ni, descrit­to da Forei­gn Poli­cy come il più poten­te capo dell’intelligence nel con­te­sto medio­rien­ta­le. La sua popo­la­ri­tà non è comun­que alla stel­le, eppu­re Dalia Zia­da, cono­sciu­ta atti­vi­sta e blog­ger egi­zia­na, sot­to­li­nea che se il suo nome com­pa­re tra le ipo­te­si è per­ché la vera doman­da, irri­sol­ta, è la posi­zio­ne che le for­ze arma­te assu­me­ran­no sul­la suc­ces­sio­ne.
E Sulei­man, dall’alto del­la sua cari­ca, potreb­be cala­re buo­ne car­te. In più può con­ta­re sul­la fidu­cia di Muba­rak (ha aiu­ta­to il pre­si­den­te a repri­me­re l’opposizione isla­mi­sta) e sul fat­to che è sta­to un media­to­re essen­zia­le nell’attivare cana­li di dia­lo­go tra Israe­le e Hamas, non­ché sul rispet­to che gli accor­da­no mol­ti mem­bri del par­ti­to di gover­no e altri espo­nen­ti del­le élite nazio­na­li.
Tec­ni­ca­men­te però la sua posi­zio­ne non è sem­pli­ce.
Qua­lo­ra Muba­rak libe­ras­se la pol­tro­na, ogni par­ti­to potreb­be pre­sen­ta­re alle pre­si­den­zia­li un solo can­di­da­to e visto che Gamal è il più papa­bi­le tra i ran­ghi del Par­ti­to nazio­na­le demo­cra­ti­co, Omar Sulei­man dovreb­be, se voles­se aspi­ra­re alla pre­si­den­za, cor­re­re come indi­pen­den­te.
C’è infi­ne una quar­ta ipo­te­si, a com­pli­ca­re il qua­dro del­la suc­ces­sio­ne. Un’ipotesi che riguar­da la fra­tel­lan­za musul­ma­na (Ikh­wan). Il 17 per cen­to degli egi­zia­ni, infat­ti, si schie­ra a favo­re di Isam Arayn, espo­nen­te del movi­men­to isla­mi­co. Seb­be­ne la costi­tu­zio­ne vigen­te pre­clu­da la for­ma­zio­ne di qual­sia­si par­ti­to che si basi sul­la reli­gio­ne e quin­di impe­di­sca alla fra­tel­lan­za di com­pe­te­re a livel­lo elet­to­ra­le, le auto­ri­tà han­no alza­to la guar­dia e, come ha lascia­to inten­de­re il set­ti­ma­na­le Ahrah Heb­do, l’intensificazione del­la pres­sio­ne sui fra­tel­li musul­ma­ni – lo scor­so giu­gno alcu­ni degli uomi­ni più cono­sciu­ti dell’Ikhwan sono sta­ti arre­sta­ti – indur­reb­be a pen­sa­re che il regi­me vede in loro una temi­bi­le mina vagan­te.

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Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

Il Dena­ro n. 109 | Vener­dì 8 giu­gno 2007 |

Anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti, sogna­to­ri e fal­li­ti, taci­tur­ni e loqua­ci, chi rac­con­ta bar­zel­let­te e chi com­men­ta la situa­zio­ne in Iraq. E’ la varie­ga­ta gal­le­ria di tipi e per­so­nag­gi in cui capi­ta di imbat­ter­si salen­do su un taxi al Cai­ro, e le cui voci ven­go­no ora rac­col­te in un libro pub­bli­ca­to da poco in Egit­to e diven­ta­to pre­sto un suc­ces­so,“Taxi” (Con­ver­sa­zio­ni in tra­git­to), del gior­na­li­sta e regi­sta Kha­led al Kha­mis­si. Il libro rac­co­glie in 220 pagi­ne 58 rac­con­ti-mono­lo­go che han­no la voce degli auti­sti di taxi del Cai­ro: sto­rie trat­te dal­la real­tà, ma roman­za­te, e rac­con­ta­te in un lin­guag­gio col­lo­quia­le, che dif­fe­ri­sce mol­to dal­la lin­gua let­te­ra­ria usa­ta dal­la mag­gior par­te degli scrit­to­ri egi­zia­ni, e che for­se costi­tui­sce il segre­to del suc­ces­so di que­sto libro.
Il volu­me, pub­bli­ca­to a ini­zio gen­na­io, dopo tre mesi ave­va già ven­du­to 20mila copie e ora è già sta­to ristam­pa­to tre vol­te. I tas­si­sti pro­ta­go­ni­sti di que­sto libro sono assai dif­fe­ren­ti, sogna­to­ri e filo­so­fi, miso­gi­ni e fana­ti­ci, con­trab­ban­die­ri e fal­li­ti, misti­ci e comi­ci con quell’ironia così par­ti­co­la­re dei cai­ro­ti magi­stral­men­te descrit­ta dal­lo scrit­to­re Albert Cos­se­ry, ma acco­mu­na­ti da uno stes­so desti­no: quel­lo di dover lot­ta­re quo­ti­dia­na­men­te per far­si stra­da, nel sen­so let­te­ra­le del­la paro­la, in un mon­do rumo­ro­so e cao­ti­co. Nei con­fron­ti di que­sta cate­go­ria spes­so poco ama­ta e stig­ma­tiz­za­ta dagli abi­tan­ti del Cai­ro, l’autore non nascon­de di nutri­re una par­ti­co­la­re sim­pa­tia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Kha­mis­si ricor­da quel­lo che spes­so i clien­ti di un taxi al Cai­ro dimen­ti­ca­no, ovve­ro che i tas­si­sti appar­ten­go­no per lo più a cate­go­rie socia­li tra le più bistrat­ta­te eco­no­mi­ca­men­te, i loro ner­vi sono mes­si alla pro­va dal caos del­le stra­de del Cai­ro, una metro­po­li bel­lis­si­ma ma