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Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

ArabPress | Venerdì 8 maggio 2015 | Claudia Negrini | Passaggi: “Taxi” di Khaled al-Khamissi

Dal blog Mille e una pagina di Claudia Negrini

Questo passaggio è tratto da “Taxi” di Khaled al-Khamissi ed è stato pubblicato in lingua originale nel 2007, ben prima della Primavera Araba e dell’avvento e caduta dei Fratelli Mussulmani, eppure mi ha affascinato vedere quanto questo dialogo sia stato profetico.

TASSISTA: Che Dio mi perdoni se non prego e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tutto il giorno! Pure il digiuno durante in Ramadan, un giorno lo faccio e due no: non ci riesco a lavorare senza sigarette! Eppure, vorrei vedere con tutto il cuore i Fratelli Musulmani salire al potere…e perché no? Dopo le parlamentari si è visto che la gente li vuole.

IO: Ma se prendono il potere e vengono a sapere che tu non preghi ti appenderanno per i piedi.

TASSISTA: Macché, allora in andrò a pregare in moschea, davanti a tutti quanti.

IO: Perché li vuoi al potere?

TASSISTA: E perché no?! Abbiamo già provato tutto. Provammo il re e non funzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti. Poi provammo una via di mezzo e alla fine siamo arrivati al capitalismo che però ha i monopoli, il settore pubblico che scoppia, la dittatura e lo stato d’emergenza. E ci hanno fatto diventare pure un poco americani e tra poco pure israeliani; e allora perché non proviamo pure i Fratelli Musulmani? Chi lo sa, va a finire che funzionano.

IO: In fin dei conti vuoi fare solo una prova… al massimo puoi provare un pantalone largo con una camicia stretta, ma provare col futuro del paese…

da “Taxi” di Khaled al-Khamissi, Editrice il Sirente, 2008

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Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSAmed | Mercoledì 5 dicembre 2012 | Luciana Borsatti |

”Gli Stati Uniti e l’Europa, che hanno sostenuto Morsi, devono ora mandargli un messaggio chiaro: che sono contrari ad un colpo di stato come quello che sta compiendo”. Khaled Al Khamissi – scrittore noto per il suo best-seller ”Taxi”, tradotto in più’ lingue – non usa mezzi termini sulle responsabilità dell’Occidente nella deriva che l’Egitto ha preso in questi mesi, con gli ultimi colpi di mano del presidente Mohamed Morsi sul piano istituzionale ed i sanguinosi scontri di piazza tra suoi oppositori e sostenitori.

Gli Stati Uniti in particolare, sottolinea in un’intervista ad ANSAmed, hanno grandi responsabilità nell’aver sostenuto il presidente espresso dai Fratelli Musulmani. La sua elezione e’ stata il punto di arrivo, osserva, di una transizione affidata all’esercito e rivelatasi ”disastrosa” per l’Egitto. Negli ultimi mesi Morsi ha infatti portato avanti ”un coup d’etat”, denuncia, contro gli altri poteri dello stato e le altre forze politiche. Insieme ai Fratelli Musulmani, ”ha preso tutti i poteri nelle sue mani e provocato una vera e propria battaglia nelle strade del Paese. Il regime ha perso ogni legittimità e quella di questi giorni e’ una situazione di vero e proprio scontro con il popolo egiziano”. Uno scontro in cui vi sono stati anche i morti di stasera, ma anche gesti come quelli di un attivista dei Fratelli Musulmani che – riferisce dalla sua casa del Cairo, mentre si prepara a tornare anche lui a manifestare – avrebbe addirittura tagliato un orecchio ad un oppositore.

Eppure vi sono state delle aperture da parte dell’entourage di Morsi alle istanze dell’opposizione, come si possono valutare? ”Noi vogliamo fatti, non parole – risponde al Khamissi, che in Taxi raccolse gli umori dell’uomo della strada del Cairo prima della rivoluzione -. Anche prima Morsi aveva promesso che ci sarebbe stata una nuova Costituzione condivisa da tutti, e cosi’ non e’ stato”. Eppure, Morsi ha avuto l’appoggio del voto popolare alle elezioni. ”Dovete riconsiderare questa idea del voto – rilancia – io non ho votato, e cosi’ molti altri, perché non potevamo accettare di dover scegliere tra un candidato dei Fratelli Musulmani ed un uomo come Shafik, del vecchio regime di Mubarak”. E chi ha votato per Morsi lo ha fatto proprio perché’ non voleva Shafik, aggiunge, oppure per avere il ”denaro” che i Fratelli Musulmani potevano garantire loro.

Ma ora Europa e Stati Uniti non possono stare a guardare e ”devono parlare chiaro – conclude lo scrittore -. Deve ripartire il dialogo con gli altri partiti politici per una transizione pacifica e per una nuova Costituzione di tutti”.

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Il cambiamento è irreversibile presto toccherà anche la politica

La Repubblica | Sabato 16 giugno 2012 | Donatella Alfonso |

LA LIBERTÀ ha sempre un prezzo ma, avverte Khaled al Khamissi, scrittore e regista cairota che con il suo bestseller Taxi (tradotto in Italia da “il Sirente“) ha dato voce a proteste, sentimenti, desideri del popolo egiziano negli ultimi anni del regime di Hosni Mubarak, «ormai è iniziato un processo irreversibile, in Egitto come negli altri Paesi arabi. Possono anche venire i militari, può governare Shafiq, ma quella che è già una forte trasformazione sociale diventerà, nell’ arco di due o tre anni, anche politica. È una rivoluzione senza partiti, programmi, leader, ma è un percorso di libertà. La strada è lunga, aspettateci: tra dieci anni ci vedrete». Khaled al Khamissi, si può parlare di un golpe in Egitto? «La stampa occidentale adora i termini forti, ma io non la penso così. Se devo dire la verità, non me ne importa nulla di quello che accade sulla cima della piramide, perché io guardo alla base della piramide. Non interessa a me e non interessa alla gente. Che torni Shafiq, che i militari prendano il potere… sarà solo un problema di vertice. I cambiamenti sociali ormai sono irreversibili». Ritorno dei vecchi governanti, vittoria dell’ Islam radicale un po’ dappertutto: la primavera arabaè finita? «Lo ripeto dal gennaio del 2011: non c’ è nessuna primavera araba, ma un cambiamento sociale che continua e porterà a una vera trasformazione di tutti i nostri Paesi entro una decina d’ anni. La gente sa che ci vuole tempo, ma ha fiducia nel lungo periodo. Non teme né Shafiq, né i Fratelli musulmani perché crede nella libertà, che gli islamisti invece combattono. Shafiq vuole venire? Bene, che venga. Non cambierà quanto sta accadendo alla base della società». Da quanto lei dice sembra che i militari siano quasi dei garanti della trasformazione: non teme invece una guerra civile come ci fu in Algeria? «No, è passato molto tempo, la storia è diversa, c’ è Internet, c’ è la possibilità di esprimersi e il coraggio di farlo. Inoltre, non c’ è un nuovo potere islamico, i movimenti radicali, negli anni, sono stati sostenuti e finanziati sia da Sadat che, soprattutto, da Mubarak. E, per quanto riguarda il Consiglio supremo delle Forze armate, non vedo la possibilità di una sfida tra il ritorno al potere dell’ Ancien régime e un nuovo potere islamico. Ci sono interessi politici e finanziari da difendere, serve una stabilità». Pensa a un ruolo degli intellettuali in questo percorso di crescita democratica? «No, gli intellettuali non hanno un peso sufficiente. È la classe media, e soprattutto sono i giovani, perché il 60 per cento degli egiziani ha meno di 25 anni, che non intendono accettare né la formalità del sistema di Mubarak né di quello dei Fratelli musulmani. Si andrà progressivamente verso una concretizzazione politica di quanto si sta già facendo sotto il profilo sociale». Lei, quindi, che futuro vede per il suo Paese? «Io sono ottimista. Il cambiamento e la libertà saranno al potere tra una decina d’ anni. Aspettateci».

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Riva Sud

La Repubblica | Domenica 28 agosto 2011 | Sara Scheggia |

Taxi, vicoli, condomini. E il deserto. Sono i luoghi del Maghreb, quelli che hanno tenuto calde, sotto la cenere, le rivolte esplose quest’anno. Descritti da autori egiziani ed algerini, diventeranno teatro in uno spazio che si apre al pubblico per la prima volta: il cortile della comunità minorile di via del Pratello. In quel luogo, dove i ragazzi hanno creato un giardino «segreto» di piante officinali, verrà ospitato da domani «Riva Sud Mediterraneo», rassegna di teatro, voci e musiche che, oltre alla compagnia del Pratello diretta da Paolo Bili, vedrà protagoniste anche altre realtà cittadine. Si tratta di Tra un atto e l’altro, Teatrino Clandestino, Lalage Teatro e Medinsud, che curerà l’accompagnamento musicale: insieme ad attori profondamente diversi ma tutti radicatia Bologna, come Angela Malfitano, Francesca Mazza, Fiorenza Menni, Luciano Manzalini e Maurizio Cardillo, metteranno in scena sei spettacoli per raccontare le primavere arabe dei mesi scorsi. Ogni serata, inoltre, sarà introdotta da un intervento sulla situazione geo-politica in corso, con gli storici Gianni Sofri e Luca Alessandrini, e lo scrittore algerino residente a Ravenna Tahar Lamri.

«Il risultato prodotto da attività come queste – spiega Giuseppe Centomani, dirigente del Centro di giustizia minorile dell’Emilia Romagna – vale il prezzo da pagare, cioè il rischio di fughe o l’incremento dei controlli.

In più, molti ragazzi del carcere e della comunità sono di origine magrebina: è importante condividere riflessioni sul loro mondo». Il riferimento è a qualche mese fa, quando un detenuto del carcere della Dozza è evaso durante le prove di uno spettacolo teatrale.

«I minori che seguiamo rispondono bene alle manifestazioni esterne – osserva Lorenzo Roccaro, direttore della Comunità Pubblica di via del Pratello 38, da cui passano almeno 130 ragazzi all’anno – Ora apriranno le porte della loro casa al pubblico: li aiuterà a percepire la comunità come una vera residenza in cui accogliere ospiti». Riva Sud Mediterraneo, sostenuta da Legacoop e Unipol e dai contributi degli osti della strada, partirà domani con «Voci dai taxi del Cairo. Oggi». Uno spettacolo interpretato dai ragazzi della compagnia del Pratello, tratto dal romanzo dell’egiziano Khaled Al Khamissi, che mixa monologhi e dialoghi dei tassisti del Cairo.

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Khaled Al Khamissi, Taxi

Gruppo di lettura | Mercoledì 8 giugno 2011 |  |

In  tempi di “Primavera araba” perché non leggere qualcosa che ci aiuti a sentire più da vicino i problemi che da mesi spingono moltissimi nordafricani dell’area mediterranea e  abitanti del Medio e vicino Oriente  a scendere in piazza e a lottare per conquistare il diritto alla libertà, nella speranza di vivere in paesi di reale democrazia?
È stato bello vedere tanti giovani e tra loro tante donne manifestare in marce e cortei, riempire piazza Tahir, incuranti degli atti di repressione di quei governi che vogliono cancellare. E in Tunisia e in Egitto si è già arrivati ad un cambiamento, in altri si lotta ancora con esiti incerti.
Tahar Ben Jelloun ha già pubblicato presso Bompiani La rivoluzione dei gelsomini, in cui con lucidità e semplicità spiega che cosa è accaduto, cosa sta accadendo e cosa accadrà. “Cadono dei muri di Berlino”-dice l’autore- e niente dopo questi fatti sarà più come prima nel mondo arabo. Questi paesi stanno scoprendo, hanno scoperto e rivendicheranno d’ora in poi, il valore e l’autonomia dell’individuo in quanto cittadino”.
Ma non voglio parlare  di questo libro che non ho ancora letto, ma piuttosto di un libro di Khaled Al Khamissi, intitolato Taxi “e che ha come sottotitolo “Le strade del Cairo si raccontano”.
E’ stato pubblicato nel 2008 dalla casa editrice abruzzese, il Sirente, che  ha così inaugurato  la collana Altriarabi, con l’intento di  favorire, al di là dei soliti pregiudizi, ”una conoscenza diretta tra i popoli senza filtri, neanche linguistici”.
La lettura di questo libro, che non si può definire romanzo,  né inchiesta giornalistica, ci aiuta a capire quali sono le ragioni che hanno portato alla  recente rivolta in Egitto.
Originale è l’idea di far conoscere una città come il Cairo attraverso l’abitacolo di un taxi, anzi dei tanti taxi presenti. Pare siano 220.000 i tassisti abusivi e 80.000 regolari: è vero che il Cairo è la città più popolosa dell’Egitto con circa 8 milioni di abitanti e oltre 15 milioni dell’area metropolitana e del governatorato omonimo È vero che è anche la più grande città dell’intera Africa e del Vicino Oriente e la dodicesima metropoli in ordine di popolazione al mondo, ma i tassisti sono comunque tanti.
Tanti e molto diversi tra loro: analfabeti e diplomati o laureati,sognatori e falliti, a volte costretti a lavorare giorno e notte con scarsa remunerazione, onesti e ingenui, ma anche capaci di truffare il cliente, a volte disperati, qualcuno  idiota. Ed eccoli muoversi nel caotico traffico della capitale nel caldo, tra la folla e il sottofondo assordante dei clacson nei loro taxi , macchine nere a strisce bianche, spesso carcasse  da rottamare, e chiacchierare con il cliente che è a bordo.
Da queste conversazioni in 220 pagine  vengono fuori 58 brevi racconti, che finiscono per essere un vero documento di vita quotidiana , denuncia ingenua, ma anche ironica e caustica del malessere sociale di un popolo impoverito e  disilluso.
In esergo Al Kamissi, egiziano laureato in scienze politiche alla Sorbona, scrive: “regalo questo libro alla vita che abita nelle parole delle persone semplici. Nella speranza che ingoi il vuoto che da anni dimora dentro di noi”.
In ogni capitolo il protagonista è quel tassista di cui conosciamo particolari della sua vita personale, ma anche, ai limiti della censura,  il suo pensiero riguardo alla politica, alla religione, alla società.

Il taxi diviene, dunque,  il luogo del confronto in cui si rispecchia la coscienza collettiva e i tassisti, come si dice nella copertina  del libro , “sono amabili cantastorie che, con disinvoltura, conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto  dei nostri giorni”, quello che ha riempito le piazze  in questo inizio del 2011 e che ha portato alla caduta di Mubarak, che deteneva il potere da 30 anni.
Il quadro è quello di un Egitto sull’orlo della bancarotta, in cui la corruzione è generalizzata, in crisi morale diffusa, in cui ogni giorno si lotta per la sopravvivenza nella indifferenza delle istituzioni. Raccolgo qualche frase qua e là dai 58 racconti, che per la diversità dei punti di vista raffigurano perfettamente il mondo arabo contemporaneo, come sottolinea lo stesso Al Khamissi nell’introduzione.
Tanti i discorsi seri dei tassisti, che a volte raccontano anche barzellette divertenti, ma amare.
“La corruzione è al massimo” […]  ”la giungla è il paradiso rispetto a noi”… qual è la soluzione per sopravvivere?  o vai a rubare o cominci a domandare mazzette o lavori tutto il giorno… la malnutrizione è così diffusa che il 10% dei bambini egiziani del Said soffrono di ritardo mentale.”.
Secondo i dati della Banca Mondiale il 58 % degli egiziani vive  infatti con due dollari al giorno sotto la linea della povertà, mentre il 5% dei 75 milioni  di egiziani sono ricchissimi e indifferenti alle condizioni generali della popolazione.
“Chi non è diventato pezzente con Mubarak non lo diventerà mai” dice uno di loro.
“Il discorso della partecipazione politica è una barzelletta di quelle tristi, ma tristi davvero”…
“Abbiamo già provato tutto. Provammo il re e non fuzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti… alla fine siamo arrivati al capitalismo che però ha il  monopolio, il settore pubblico che scoppia, la dittatura e lo stato di emergenza. E ci hanno fatto diventare un poco americani e tra poco pure israeliani; e allora perché non proviamo pure i Fratelli Musulmani?”
“E poi questi americani non si capiscono proprio: aiutano Mubarak, aiutano i Fratelli Musulmani, aiutano i copti espatriati che fanno un casino da pazzi. Poi sborsano i soldi all’Arabia Saudita, che a sua volta sborsa soldi ai fondamentalisti islmici ,che a loro volta finanziano gli attentati contro, diciamo, gli americani”…
Un altro: “Il mondo ormai… sono tutti pesci che si mangiano tra di  loro. Grosso o piccirillo, tutti quanti si magnano l’uno con l’altro”
Un altro ancora: “In Egitto l’essere umano è come la polvere in un bicchiere crepato. Il bicchiere si può rompere in un niente e la polvere vola via. Impossibile raccoglierla e pure inutile: è solo un po’ di polvere. L’uomo in questo paese è così… non vale niente
Come ci ricorda il traduttore, Ernesto Pagano, “è il primo libro scritto per tre quarti in dialetto, quindi di non facile traducibilità. Per questo la parlata colloquiale dei tassisti è stata talvolta colorata da espressioni dialettali meridionali, per lo più napoletane.”

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mercoledì 9 febbraio 2011 | Matteo Baldi |

Le notizie che arrivano dal Cairo in questi giorni, violente e confuse, parlano di un popolo che sta provando a cambiare le cose, a dispetto dell’acquiescenza del resto del mondo. Ma che ruolo hanno gli intellettuali, in una situazione come quella attuale? E quale voce? Ci sono spazi per esprimere dissenso, in un paese come l’Egitto? E i libri, raccontano (o hanno previsto) quel che sta accadendo? Andiamo a vedere.

“Il mondo intero dovrebbe essere orgoglioso dell’inerzia con cui ha assistito alla liberazione del popolo egiziano. Il regime di Mubarak era solito nominare malavitosi e adottare un regime di polizia selvaggio per sostenere i membri del suo parlamento e sopprimere la nostra anima più autentica, l’anima della libertà. Ma noi ci stiamo impegnando”.
Ci scrive dal suo blackberry, con amarissima ironia,  Magdy El Shafee, fumettista condannato l’anno scorso in seguito al processo per oscenità che gli era stato intentato dallo Stato egiziano. La sua graphic novel “Metro”, infatti (pubblicata in Italia dalle edizioni Il Sirente), all’interno di una vicenda di spionaggio, mostra un uomo e una donna intenti in un rapporto sessuale.I disegni sono stati considerati pornografici, e quindi offensivi. Tutte le copie distribuite al Cairo sono state ritirate e distrutte, e Magdy ha dovuto pagare un’ammenda salata. Ma sarà davvero solamente una questione di disegni immorali?
Questo libro contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”, recita la sentenza emessa dal Trbunale, e allora si capisce forse meglio cosa possa aver dato tanto fastidio alle autorità, in un paese (e una cultura) in cui il sesso forse non viene ostentato pubblicamente ma certo non è tabù nelle conversazioni e non può essere l’unica ragione per mettere all’indice un libro a fumetti.
El Shafee, però, non è l’unica vittima di un regime che mostra un volto presentabile solamente al resto del mondo, e censura il dissenso imponendo un controllo rigido anche sul web.
Nei primi giorni degli scontri, la rete in Egitto ha subito un vero e proprio blackout, per impedire che le notizie di quel che stava accadendo filtrassero verso gli altri Paesi, ma anche per far sentire più isolati i blogger e tutti quegli egiziani che trovano in internet una finestra sul mondo.
Ala ‘Al Aswani, celebrato autore di Palazzo Yacoubian (Feltrinelli edizioni), promuove da anni un salotto letterario al Cairo, città nella quale svolge la professione di dentista ed è un intellettuale conosciuto e rispettato. L’espressione “salotto letterario”, però evoca immediatamente immagini di concilianti sedute che si svolgono fra aperitivi e mollezze – appunto – salottiere.
Nulla di più lontano dal vero, però, nei paesi in cui la libertà di stampa è limitata, i diritti delle donne sono un argomento puramente accademico e tutti i giorni la corruzione che permea l’apparato politico e amministrativo del Paese vincola ogni serio tentativo di migliorare le condizioni della società.
Tengo ancora i miei seminari per discutere di questioni culturali. Li tengo dal 1996.
L’ho fatto anche nei caffè, pubblicamente. Nel 2004 il governo ha minacciato il proprietario del caffè all’interno del quale li tenevamo, e allora ci siamo spostati nel palazzo dove ha sede “Kifaya” (“Abbastanza”), movimento politico che raccoglie intellettuali di diversa estrazione”, spiegava Al Aswani in un’intervista raccolta a margine della sua partecipazione alla scorsa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dove l’Egitto era il Paese ospite.

Altri scrittori sono Nawal Al Saadawi, autore de L’amore ai tempi del petrolio, Ahmed Nagy, autore di Rogers e Khaled Al Kamissi, autore di Taxi.
I tre libri, oltre al fatto di essere pubblicati in Italia dallo stesso editore (Il sirente), hanno in comune la capacità di descrivere la società civile egiziana cogliendone al tempo stesso la vitalità e le sclerosi. Nel caso di Al Kamissi, ad esempio, il Cairo è un brulichio ininterrotto di vita colto dal finestrino del taxi, e i taxisti stessi sono un precipitato d’Egitto, con il loro lamentarsi delle istituzioni e della corruzione che però non porta a nulla.
Rogers“, invece, è opera di un blogger seguitissimo, un’opera ispirata addirittura a “The wall” di Roger Waters. Dalla scheda dedicata a Ahmed Nagy sul sito de Il sirente: “… in Egitto è molto noto come blogger, ma soprattutto per essere uno dei più giovani redattori di Akhbàr el Adab, il prestigioso settimanale letterario diretto da Gamàl al-Ghitàni. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. Il suo blog Wasa khaialak (Allarga la tua immaginazione), iniziato nel 2005, parla di sociologia, pop art, diritti umani e cultura: “sperimento un diverso livello di linguaggi per avvicinare la gente alla letteratura”.

Nawal Al Saadawi, infine, è una pioniera del femminismo nel mondo arabo. Scrittrice e psichiatra, ha sortito grande influenza sulle generazioni più giovani, proprio grazie ai suoi libri. Candidatasi alle elezioni presidenziali nel 2004, ha anche passato un periodo in galera durante la presidenza di Sadat, ed è stata iscritta nella lista degli obiettivi di un gruppo fondamentalista. L’amore ai tempi del petrolio, sotto le spoglie di un romanzo giallo, compie un’indagine sulla condizione delle donne nei paesi arabi, muovendo i suoi lettori a una presa di coscienza.
Altra scrittrice egiziana è Ghada Abdel Aal, autrice di un libro e un blog molto seguito intitolati Che il velo sia da sposa (pubblicato in Italia da Epoché). In Egitto il libro ha conosciuto tale e tanta notorietà che la televisione ne ha tratto uno sceneggiato, interpretato nel ruolo della protagonista da una delle attrici più celebri del mondo arabo. Ma la storia di Bride, giovane donna in cerca di un marito da sposare per amore, è anche la galleria di una serie di “tipi” che riassumono molto bene caratteristiche e difetti degli uomini cui una donna “in età da marito” può ambire in Egitto, e questa è la ragion per cui Ghada, con il suo alter ego romanzesco, si è guadagnata il soprannome di “Bridget Jones” araba (soprannome che – va detto – all’autrice non piace per nulla)… noi abbiamo intervistato Ghada Abdel Aal nei difficili giorni delle proteste e delle manifestazioni per cacciare il Presidente Mubarak.

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L’attimo prima della rivolta

| Cospe Onlus | Venerdì 4 febbraio 2011 | Pamela Cioni |

La libertà va chiesta con forza. Va presa, non può essere concessa», dice Magdi El Shafei, autore del primo graphic novel del mondo arabo, Metro. Che è stato un vero e proprio caso editoriale, censurato in Egitto subito dopo la pubblicazione con la piccola casa editrice di Muhammad Sharqawi (tradotto in inglese e francese, in Italia è uscito per i tipi de il Sirente). Magdi parla fumando ininterrottamente e alzando la voce sopra il brusio di fondo del centrale bar Groppi nel quartiere cairota di Down Town: è il 24 gennaio, un giorno dall’aria tiepida e primaverile, e mancano poche ore a quello che sarà ricordato nella storia egiziana come “il giorno della Rabbia”. I blindati e gli agenti della Polizia governativa, la famigerata Sicurezza nazionale, già circondano edifici e presidiano le piazze, ma la vita scorre – ancora – tranquilla, anzi frenetica, come sempre, nel cosiddetto quartiere degli intellettuali e teatro degli scontri più duri tra manifestanti e governo. È a pochi passi dal bar infatti l’ormai famosa piazza Tahrir, “Liberazione”. Magdi è un fiume in piena e parla eccitato e ansioso pensando alla grande manifestazione prevista per il giorno successivo, giorno di festa nazionale, paradossalmente proprio indetta per celebrare un qualche glorioso evento della polizia egiziana. «Domani scenderemo in piazza e chiederemo conto delle tante promesse che ci sono state fatte in questi anni e che non sono state mai realizzate. Le persone sono stanche, esasperate. Lo sento tutti i giorni, per strada, sui minibus, sui taxi». Magdi El Shafei, laurea in Farmacia e fumettista di punta della nuova generazione egiziana, è uno che degli umori della strada se ne intende e li ha interpretati e usati per modulare il linguaggio, per raccontare sogni, aspirazioni e vicissitudini del protagonista del suo primo romanzo a fumetti: Shihab, un giovane ingegnere informatico che, rimasto disoccupato, decide di compiere una rapina, come ribellione, come unico gesto di riscatto dopo aver provato a realizzare legalmente i propri progetti e aver incontrato nel suo umiliante percorso una trafila di corrotti e usurai. «Essere fuorilegge, può essere un atto di ribellione, se stai lottando per la tua libertà, per i tuoi diritti e se è la società a essere sbagliata, corrotta». I veri criminali nel romanzo infatti sono altri: sono gli alti funzionari, è il sistema della mazzetta e il Male dei Mali è rappresentato da una società stagnante in cui manca un vero Stato sociale, una società in cui il livello di istruzione è bassissimo, in cui gran parte della popolazione tira a campare con pochi dollari al mese vivendo di espedienti in quartieri poverissimi, sporchi e sovrappopolati.
In Metro viene rappresentata tutta questa fetta della società ma sono forse Shihab e la giornalista Dina, con cui, inevitabile, scatta la storia d’amore, che rappresentano più da vicino quei ragazzi che dal 25 gennaio scorso sono in piazza e che rivendicano un Paese più giusto e soprattutto più libero. Senza censura e con vera libertà di espressione. Sono i ragazzi della rivoluzione dei social media, quelli che fuori da schieramenti politici veri e propri, si sono incontrati principalmente nelle piazze virtuali di internet, su facebook e su twitter. Sono i giovani, che rappresentano i due terzi di questo Paese, che usano internet e cellulari tutti i giorni e che sull’onda benefica e ispiratrice della Tunisia si sono dati appuntamento per protestare contro il regime. Sulla pagina facebook più frequentata, “We are all Khaled Said” in memoria di uno studente di Alessandria ucciso nel giugno scorso dalla polizia, erano in 90mila il giorno prima a dire che sì, ci sarebbero stati, lì in piazza a manifestare per cambiare il proprio futuro, perché se è successo in Tunisia può succedere anche qui, perché niente è immutabile e perché l’entusiasmo è contagioso tra i giovani, che meno facilmente accettano un destino che sembra scritto una volta per tutte: «La cosa che forse ci ha scosso di più nell’ultimo periodo è stata l’annuncio della successione al governo (per le previste elezioni del novembre 2011, ndr) del figlio di Mubarak, Gamal – dice Al Shafei continuando a fumare e sorseggiando un lungo caffè turco -. Questa ennesima imposizione, questa idea della discendenza monarchica del potere, ha veramente dato uno schiaffo alle nostre coscienze. Altre volte c’erano stati focolai di rivolta, nel 2005 con gli scioperi a El Mahalla (località a 60 chilometri dal Cairo, ndr), nel 2008, anno in cui nacque il “Movimento del 6 aprile” che prende il nome dal giorno delle proteste. Ma adesso c’è qualcosa di più e di diverso: c’è l’esempio della Tunisia. Adesso sappiamo che è possibile». L’entusiasmo dello scrittore alla vigilia dell’appuntamento con la Storia sembra davvero incontenibile: «Domani – aggiunge profetico – sarà la società civile a scendere in piazza, ci sarà solo la “brava gente”, non ci saranno partiti né gruppi religiosi a mettere il cappello sulla manifestazione». E aveva ragione. I tanto temuti Fratelli musulmani, unico vero partito di opposizione a Mubarak, non hanno partecipato all’organizzazione della manifestazione né hanno aderito alle proteste fino al venerdì 28 gennaio. I primi quattro giorni di proteste sono stati dunque anche un test per misurare la forza della società civile laica e autoorganizzata e la risposta è stata fenomenale. Eppure solo la settimana prima il raduno indetto a favore della Tunisia sotto il Parlamento aveva raccolto solo alcune decine di “duri e puri”. E non erano in pochi a essere scettici prima della vigilia della manifestazione o perlo meno più cauti del fumettista.

Tra questi, un altro scrittore, una voce autorevole tra gli intellettuali cairoti, Khaled Al Khamissi, giornalista, sceneggiatore e produttore cinematografico, anche lui residente nella “Rive Gauche” del Nilo. Il suo libro Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, che in Egitto ha avuto 12 ristampe (pubblicato anche in Italia), racconta uno spaccato della società egiziana, vista dal basso, cioè dalla parte dei tassisti, tra le categorie più disagiate della metropoli: sono 80mila, guadagnano pochissimo e fanno una vita di inferno fra tasse da pagare e orari impossibili in mezzo al traffico più ingarbugliato del mondo. Eppure nel libro di Al Khamissi sono proprio i tassisti, novelli cantastorie, a essere detentori della saggezza popolare e a raccontare l’Egitto moderno con le sue contraddizioni sociali e culturali, con le sue tensioni e anche con i suoi lati di comicità e ironia tipica di questo Paese. Khaled dice che già all’epoca della prima stesura del libro (2006) era convinto che qualcosa stesse esplodendo, che qualcosa dovesse succedere perché la misura era già colma, ma poi niente. «Il tutto, cominciato con scioperi di lavoratori, operai e proteste diffuse, si è sgonfiato perché il regime di Mubarak è stato più furbo e strisciante di quello tunisino, offriva spiragli e aperture che impedivano al “pallone/società” di scoppiare. Dava un po’ di potere a tutti, ai musulmani, ai copti, si ergeva a paladino della laicità nei confronti dell’Occidente e allo stesso tempo finanziava i gruppi islamici più estremisti. Censurava i giornali ma ci permetteva di parlare liberamente per strada, impediva alcune pubblicazioni ma concedeva spazi televisivi a dibattiti politici». E aggiunge: «Ora però sarà sicuramente l’inizio di un cambiamento e un’era, quella del conservatorismo, dell’estremismo e della “bruttezza”, sta finendo qui come in tutta Europa. I giovani che pure qui sono nati sotto questo regime e sotto le leggi speciali di “emergenza” (in vigore dagli anni Ottanta, ndr) sono tanti, sono forti e vogliono libertà. Hanno una mentalità completamente diversa dalla nostra e grazie ai nuovi strumenti e le nuove tecnologie che hanno cambiato il loro modo di pensare, di vedere il mondo e di conoscere, cambieranno questo Paese. È solo questione di tempo». Il tempo è arrivato, nonostante gli scettici, e la Rivoluzione anche.

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Luci della città

| I viaggi del Sole | Febbraio 2011 | Khaled Al Khamissi |

I taxi, imprevedibili e indisciplinati. I quartieri cresciuti a dismisura. Le moschee e i musei a cielo aperto. Storie e memorie della capitale. Dall’alba al tramonto.

Non è mai facile parlare della relazione di una persona con la propria città: è un rapporto complicato, come quello tra un uomo e la propria famiglia. La città è una personalità vivente che si modifica a ogni istante, ma su una base storica molto forte. Figuriamoci, quindi, se si tratta del Cairo, dove sono nato nel 1962 e dove sono sempre vissuto, a parte i quattro anni trascorsi in Francia per il dottorato in Scienze politiche alla Sorbona. Come potrei pensare a tutti i ricordi relativi ai miei amici senza pensare anche, nel contempo, alla mia città? È impossibile. Mi sono innamorato molto presto del Cairo, della sua geografia e della sua storia: un amore a prima vista, si potrebbe dire. Camminavo nelle sue strade, per i suoi vicoli per scoprirne i segreti, e in quel modo leggevo e interpretavo le complicate vicende. Tanto che, in una delle mie letture preferite, quando avevo 12-13 anni, era L’origine dei nomi delle vie del Cairo… Dopodiché uscivo di casa e andavo alla ricerca di quelle strade. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il Cairo è una città millenaria, in cui si sono stratificati tanti cambiamenti, tante cultura e tante influenze.
Oggi potrei considerare la possibilità di vivere qualche periodo all’estero; l’ha anche fatto. Ma non sono convinto di riuscire psicologicamente a gestire questa lontananza per lungo tempo. Né sono in grado di immaginare quanto sofferenza comporterebbe per la mia anima profondamente cairota. È anche vero che la situazione politica è diventata insostenibile: la tensione sociale mi pesa sui polmoni, facendomi quasi soffocare. Il brutto e il degrado vincono ovunque. Negli ultimi anni la mia amata città è stata sfigurata. Innanzitutto il numero degli abitanti è aumentato in maniera spaventosa. Quando sono nato eravamo 3 milioni, per salire a 5 milioni negli Anni 70, a 8 milioni quando andavo all’università, mentre adesso ha superato i 18 milioni!
Per non parlare poi del nostro presidente Hosni Mubarak, al potere dal 1981 (ormai sono 30 anni!). Il suo regime ha fallito completamente nel progetto di sviluppo del Paese, e la nostra capitale è una testimonianza inequivocabile di questo insuccesso. La crescita di movimenti reazionari finanziati dai petroldollari non ha poi fatto altro che peggiorare la bruttezza della città. Per non parlare del tasso di inquinamento, dell’aria e delle acque, che è diventato davvero difficile da gestire. Per fortuna alcune cose sono rimaste immutate: il fascino del Nilo, le memorie, la bellezza interiore, il popolo egiziano con la sua grande civilizzazione… Lo stress, le rivoluzioni sociali possono provocare dei mutamenti nel temperamento, ma non nell’essenza delle persone. E gli egiziani restano contadini pacifici, dolci, tolleranti e anche un po’ imbroglioni, qualità essenziali forse per far fronte a dittature millenarie. Tutte queste cose messe insieme, in una tale città dai mille volti, per me sono irresistibili e mi attraggono come una calamita. Come il museo a cielo aperto di Saqqara, un’immensa necropoli che risale a quasi cinquemila anni fa, o il mercato delle fave sotto casa mia. Abbiamo tonnellate di simboli nei quali ci riconosciamo. La piramide di Cheope, il moulid (i festeggiamenti in onore di un santo o di un personaggio venerabile, a metà tra fiera e festa religiosa) di Sayyidna al-Hussein o quello di Sayyida Zeinab, la grande Moschea-Madrasa del Sultano Hassan, che può essere considerata come una sorta di piramide dell’architettura islamica. E poi, per riconciliarsi con la vita, che c’è di meglio di un giro in feluca sul Nilo al tramonto?
Ovviamente, consiglio anche di prendere il taxi e di fare due chiacchere con il conducente. Essere un tassista al Cairo non è un mestiere come altrove, è un modo per cercare di lavorare o almeno di aumentare le entrate mensili. I tassisti provengono da ogni angolo del paese e tra loro si possono trovare, con la stessa facilità, professori, medici, contabili o anche analfabeti. Rappresentano la classe sociale di chi ha problemi a sbarcare il lunario: praticamente l’80 per cento della popolazione egiziana. Per questo, farli parlare, in Taxi, è stato come dare la parola all’intera città, la vera protagonista, se vogliamo l’eroina, del libro. E anche nel più recente L’arca di Noè, seppure in negativo, c’è il Cairo: rappresenta la grotta in cui cadono tutte le personalità, desiderose di scappare via, magari in America, per evitare la catastrofe.

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Egitto: scrittore Al Khamissi, Mubarak ha ucciso i nostri sogni

| AKI ADNKronos | Sabato, 29 gennaio 2011 |

L’anziano raìs Hosni Mubarak, con il suo sistema, ”ha ucciso i sogni dei giovani egiziani: per il futuro vogliamo piu’ sogni e meno corruzione”. Tra sogni infranti e speranze Khaled Al Khamissi, trai piu’ noti scrittori egiziani contemporanei, fino a ieri in piazza al Cairo a manifestare contro Mubarak insieme a migliaia di connazionali, parla ad AKI – ADNKRONOS INTERNATIONAL di ”cambiamenti tardivi” con cui Mubarak, dopo giorni di proteste, ha risposto alle richieste dei manifestanti egiziani: cambiamenti giudicati ”non sufficienti”. E, quindi, ”presto finirà l’era Mubarak”.
Khamissi si dice convinto che ”se non sarà oggi e neanche domani, e’ solo questione di settimane o di qualche mese”. ”La storia della famiglia Mubarak alla presidenza dell’Egitto è già finita”, prosegue l’autore di ‘Taxi. Le strade del Cairo si raccontano‘, sottolineando come questa sia la ”conquista della rivoluzione” egiziana. Ma Mubarak non è solo una persona, è anche un sistema. E a questa osservazione, Al Khamissi risponde con la triste constatazione che ”purtroppo il sistema continuerà” a funzionare, almeno per un certo tempo, in modo simile a quello del passato. Tuttavia, afferma, la speranza e’ che ”almeno sparisca la corruzione, perche’ sinora c’è stato al potere un sistema completamente corrotto”.

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“Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” alla settima edizione di Terra Futura, Fortezza da Basso, Firenze, 28-30 maggio 2010

 

 

 

 

| Domenica 30 Maggio | Ore 11.00-12.00 | Stand COSPE |

Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”, Editrice il Sirente, 2008
Letture tratte dal libro “Taxi”, dedicato «alla vita che abita nelle parole della povera gente», un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani sono degli amabili cantastorie che, con disinvoltura, conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni.
A cura di COSPE
Sarà presente il traduttore del libro ERNESTO PAGANO con JAMILA MASCAT, curatrice rubrica Italieni di Internazionale

Terra Futura è una grande mostra-convegno strutturata in un’area espositiva, di anno in anno più ampia e articolata, e in un calendario di appuntamenti culturali di alto spessore, tra convegni, seminari, workshop; e ancora laboratori e momenti di animazione e spettacolo.
Terra Futura vuole far conoscere e promuovere tutte le iniziative che già sperimentano e utilizzano modelli di relazioni e reti sociali, di governo, di consumo, produzione, finanza, commercio sostenibili: pratiche che, se adottate e diffuse, contribuirebbero a garantire la salvaguardia dell’ambiente e del pianeta, e la tutela dei diritti delle persone e dei popoli.
È un evento internazionale perché intende allargare e condividere la diffusione delle buone pratiche a una dimensione globale; perché internazionali sono i numerosi membri del suo comitato di garanzia, la dimensione dei temi trattati e i relatori chiamati ad intervenire ai tavoli di dibattito e di lavoro; infine, perché lo sono i progetti e le esperienze presenti o rappresentati ampiamente nell’area espositiva, che ospita realtà italiane ed estere.
Numerosi e importanti i consensi raccolti negli anni. Oltre 87.000 i visitatori dell’edizione 2009, 600 le aree espositive con più di 5000 enti rappresentati; 250 animazioni, 200 gli eventi culturali in calendario e 800 i relatori presenti, fra esperti e testimoni di vari ambiti di livello internazionale.

La settima edizione di Terra Futura si svolgerà sempre alla Fortezza da Basso, a Firenze, dal 28 al 30 maggio 2010.

ORARI:
venerdì ore 9.00-20.00
sabato ore 9.30-21.00 (eventi e spettacoli fino alle ore 24.00)
domenica ore 10.00-20.00

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Giovane, urbano e ribelle. Il nuovo romanzo arabo

| Liberazione | Domenica 4 aprile 2010 | Gu.Ga. |

«Lo sai? Io ho un grande sogno. Vivo per quel sogno. (…) Lo sai qual è il mio sogno? Che io, dopo quattro anni, prendo un taxi tutto per me e guido fino al Sud Africa per andare a vedere la Coppa del Mondo. Metto insieme una piastra dopo l’altra per quattro anni e poi parto alla scoperta del continente africano».
Benvenuti al Cairo, la città dei tassisti. Sui “tassinari” della capitale egiziana circolano leggende, perfino il loro numero non è certo, si è sviluppato un vero e proprio genere musicale e è cresciuta una nuova narrazione metropolitana. Sfrecciando, o per meglio dire spostandosi pazientemente da un ingorgo all’altro, i taxi egiziani rappresentano però tutta la vivacità delle nuove società arabe, decisamente in corsa verso il futuro. Un’emergenza culturale che nel nostro paese hanno colto tra gli altri alcuni editori che hanno deciso di consacrare buona parte del proprio lavoro e delle proprie attenzioni a quanto di interessante viene prodotto nella sponda meridionale del Mediterraneo. Come la collana Altriarabi dell’Editrice il Sirente che ha pubblicato nel 2008 Taxi. Le strade del Cairo si raccontano (pp. 192, euro 15,00) di Khaled Al Khamissi, bestseller egiziano consacrato al mito dei tassisti, ma anche L’amore ai tempi del petrolio (pp. 140, euro 15,00) di Nawal al-Sa’-dawi, una delle più note e celebrate scrittrici e femministe egiziane. O come le edizioni Epoché, che vantano un ricco catalogo dedicato in gran parte alla narrativa dell’Africa sub-sahariana ma dove trovano spazio anche diversi titoli provenienti dai paesi arabi. E’ il caso di Che il velo sia da sposa! (pp. 204, euro 15,00) dell’egiziana Ghada Abdel Aal che racconta le peripezie di una giovane donna “a caccia di marito”. O della raccolta postuma del grande poeta palestinese Mahmud Darwish, scomparso due anni fa, Come fiori di mandorlo o più lontano (pp. 148, euro 13,50), uscita da qualche giorno.
Ghada Abdel Aal ha trent’anni, fa la farmacista al Cairo e alla base del suo libro c’è il blog che aveva lanciato qualche anno fa, intitolato “Voglio sposarmi”, dove aveva annotato minuziosamente, e senza risparmiare ironia, il profilo dei suoi pretendenti e la pressione della famiglia perché lei trovasse un marito. Quel suo diario online aveva raccolto un tale successo da spingere una case editrice cairota a chiederle di trasformarlo in un racconto. Che il velo sia da sposa! restituisce ora tutta la freschezza e il gusto per il paradosso che hanno fatto parlare di questa giovane egiziana come della “Bridget Jones del mondo arabo”: « Prendete una penna e un bloc-notes, perché sto per lanciarvi una sfida importante: Elencate cinque aspetti in comume tra zia Shukriyya e al Qaeda. (…) Primo: entrambi – sia che li approviate o che li biasimiate (e, per inciso, se è possibile che qualcuno approvi al Qaeda, zia Shukriyya proprio no, è impensabile!) – compiono azioni che hanno come risultato finale esplosioni, distruzione e di solito anche spargimento di sangue».
Khaled Al Khamissi, classe 1962, è stato a lungo giornalista prima di dedicarsi soprattutto alla letteratura. In Taxi ha raccolto aneddoti e storie ascoltate dai tassiti del Cairo tra il 2005 e il 2006 che compongono una sorta di fotografia dell’Egitto di oggi, visto che, come spiega l’autore, «costoro detengono un’ampia conoscenza della società, perché la vivono concretamente sulla strada». Anche in questo caso il racconto della nuova realtà del mondo arabo passa per l’ironia: «Molto spesso mi capita di andare con tassisti che non conoscono bene i percorsi né i nomi delle strade… tuttavia, questo qui si fregiava dell’onore di non conoscere nessuna strada eccetto, naturalmente, quella di casa sua».

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Regole? Neanche il tassametro

| il Giornale | Venerdì 12 dicembre 2008 |

Guidano come matti, usano le mani e non i semafori per imporsi nel folle traffico del Cairo, e non hanno il tassametro. Ognuno di loro ha una storia da raccontare, come nel best seller di Khalid Al Khamissi, «Taxi», che dipinge la città conle parole dei suoi tassisti.

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On a Journey

AlSaudiArabia.com | Venerdì 12 dicembre 2008 |

Taxi is the most recent novel to create a stir on the Egyptian literary scene. The book was the talk of the town when it was published in January 2007 and within a few months, it had sold some 20,000 copies, an astonishing number in a country where novels rarely sell more than 3,000 copies.
Various factors have undoubtedly contributed to its success. First, the book is written in colloquial Arabic which the average Egyptian can easily relate to; second, it addresses burning issues plaguing Egyptian society and finally, the form of the book resembles a collection of newspaper articles. Critics have dubbed this style journalistic fiction. Yet, the author, Khaled Al Khamissi, insists on the literary aspect of his work.
Taxi is basically a collection of 58 short stories and each story takes the form of a fictional dialogue with one of Cairos 80,000 cab drivers. The author, Khaled Al Khamissi, clearly states that he has never recorded anything and that Taxi is not reportage or journalism. Yet, he has written with such gusto, sincerity and realism that readers take these fictional dialogues as the real thing.
A number of pertinent issues are brought up by the taxi drivers. Education is mentioned on several occasions. During one encounter, a cabbie criticizes free education: I tell you, he cant write his own name. You call that a school? Thats what free education brings you. Education for everyone, sir, is a wonderful dream but, like many dreams, its gone, leaving only an illusion. On paper, education is like water and air, compulsory for everyone, but the reality is that rich people get educated and work and make money, while the poor dont get educated and dont get jobs and dont earn anything.
Speaking on the same subject, another driver also agrees that children dont learn a thing in school. He believes that the only motto nowadays is Get smart, make money because ninety percent of people live off business and not from anything else.
Egyptians, Cairenes especially, are known for their sense of humor, but there are times when people are so heavily loaded with problems that they fall apart. In an emotional encounter with a driver and his brother, the author shows us how acute financial problems crush poor people: I was surprised to find that the man, in front of me next to the driver, was silently weeping. He was a brown-skinned giant with a bushy moustache. The calm was as thick as his moustache…The only sound was the intermittent and irregular breathing of the giant as he wept. In our society it is a rare enough occurrence to see a man crying. To see a giant from southern Egypt crying is something you could put in the Guinness Book of Records, writes Al Khamissi.
The author, who he is also a producer, film director and journalist, studied political science at the Sorbonne. His interest in sociology and anthropology is very evident in Taxi. In fact, many have read it as a work of urban anthropology. Galal Amin, an economist and sociologist at the American University in Cairo describes the book as an innovative work that paints an extremely truthful picture of the state of Egyptian society today as seen by an important social sector.
Khaled Al Khamissi has chosen to talk to taxi drivers because they represent one of the barometers of the unruly Egyptian street. They also come from all walks of life: Some are illiterate and others hold masters degrees. But all of them have in common a job which is physically exhausting and undermines their nervous systems.
Foreign readers unfamiliar with Egyptian policies might not understand some of the issues addressed by the taxi drivers. However, after reading this lively series of different drivers experiences, it is possible to understand how Egyptian policies are affecting the lives of the poor. Taxi drivers all over the world and Egypt is no exception meet an endless mix of people. These daily contacts give them a unique knowledge of the society they live in. Through the conversations they hold, they reflect an amalgam of points of view which are most representative of the poor in Egyptian society. It must be said that often I see in the political analysis of some drivers a greater depth than I find among a number of political analysts who pontificate far and wide. For the culture of this nation comes to light through its simple people, and the Egyptian people really are a teacher to anyone who wishes to learn, says Al Khamissi.
Together with The Yacoubian Building by Alaa El Aswani and Being Abbas El Abd by Ahmed El Aidy, Taxi has helped revive the habit of reading in Egypt. More than just a series of conversations, the novel offers a colorful and realistic slice of contemporary Egyptian life.

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Taxi – Khaled Al Khamissi

Lo Scirocco | Lunedì 1 giungo 2009 |

Taxi getta il lettore direttamente in mezzo alle strade del Cairo, tra il chiasso, il caldo e la folla. L’Autore ci riporta le sue mille conversazioni con altrettanti tassisti. Ne esce una raccolta di ministorie (una o due pagine ciascuna) dal linguaggio popolare, dialettale, semplice e incisivo. Tassisti di tutte le età raccontano i propri problemi quotidiani all’Autore, stendendo un preciso ritratto della vita in Egitto, di usi e costumi visti dal basso. Qualcuno si lancia in apprezzamenti o recriminazioni sui presidenti passati e presente, sulla politica locale, ma anche internazionale. C’è il punto di vista degli egiziani sulla guerra in Iraq, in Israele, e in generale sulla situazione politica del Medio Oriente, ma anche quello che pensano degli Stati Uniti. Allo stesso tempo si manifesta la situazione del popolo egiziano, impoverito, disilluso e stanco: tassisti costretti a lavorare giorno e notte; donne che passano il tempo a mettere e a togliere il velo a seconda della destinazione; le giornate perse dietro a una burocrazia infinita e alla corruzione dilagante e manifesta. La sezione centrale di foto a colori del Cairo e la mappa della città immergono ancora di più il lettore nell’atmosfera della capitale. Il risultato è molto piacevole. Per chi vuole conoscere un punto di vista diverso su egiziani in particolare, e arabi in generale.

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Al Ghitani: Oggi c’è vera democrazia

Il Denaro | Martedì 28 luglio 2009 | Al-Ghitani |

”In Egitto, almeno sul piano culturale esiste una vera democrazia. Oggi, infatti, chi scrive puo’ criticare liberamente il potere. Sotto Gamal Abd el-Nasser o durante il governo di Anwar al-Sadat, invece, vergare una sola riga contro il regime poteva costare la libertà”. La pensa cosi’ lo scrittore egiziano Gamal Al-Ghitani, fondatore e direttore dal 1993 del settimanale Akhbar al-Adab (Notizie letterarie), una delle riviste letterarie piu’ autorevoli del mondo arabo, che ha lanciato autori noti anche in Occidente come Ala Al-Aswani (Palazzo Yacoubian, 2006, Feltrinelli). Classe 1945, personaggio poliedrico, Al-Ghitani inizia come disegnatore di tappeti (oggi e’ considerato uno dei massimi esperti), per poi diventare giornalista del quotidiano Akhbar al-Yawm e seguire come corrispondente di guerra i conflitti arabo-israeliano (dal ’68 al ’73), libanese e iracheno-iraniano. ”Il panorama letterario egiziano di questi anni – afferma – e’ molto cambiato. Negli anni ’60 venivamo arrestati, come lo fui io, tra il ’66 e il ’67, per avere criticato il regime nasseriano”. I giovani autori di oggi, prosegue, hanno coraggio, sono prolifici e hanno introdotto nuovi stili. La letteratura, dice Al-Ghitani, ha fatto un balzo in avanti. ”Si parla di sesso e della situazione sociale in cui versa il Paese, si racconta la periferia e la vita nelle campagne”. Quel che manca, pero’, e’ la critica letteraria, ”perche’ il livello culturale del Paese e’ basso”. Al pari di Naghib Mahfuz, che lo incoraggio’ a intraprendere la strada della scrittura, anche Gamal Al-Ghitani e’ un ‘cronista del Cairo’. A lui si deve l’introduzione del romanzo storico, di cui il libro-denuncia contro la tirannia e l’oppressione ‘Zayni Barakat. Storia del gran censore della citta’ del Cairo’, e’ un esempio (1997, Giunti editore). Figura predominante nel panorama letterario egiziano, nessun autore egiziano sembra potere superare il paragone con il premio Nobel Mahfouz. ”Scrittori come lui non ve ne sono, ma ne esistono di molto bravi”, fa notare Al-Ghitani. ”Sono comparsi – dice pero’ – tanti autori leggeri, i cui libri, supportati da una grande distribuzione, ma privi di alcun valore letterario, diventano best-seller”. Testi, sostiene, ”che durano quanto un Kleenex: come ‘Taxi‘ di Khaled Al Khamissi (2008, Il Sirente) o a ‘La prova del miele’ (2008, Feltrinelli) della siriana Salwa al-Neimi”. Scritti che vendono molto bene anche in Occidente. ”Al-Neimi – rimarca sarcastico – ha avuto una distribuzione piu’ importante di Mahfouz, ma questo non significa certo che scriva come lui”.

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Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi

Popoli | Agosto/Settembre 2009 | Fondazione Culturale San Fedele |

Un vecchio giornalista italiano che aveva girato il mondo come inviato speciale amava ripetere: «Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi. I taxisti hanno il polso della società in cui vivono, conoscono tutti e tutto». Come il cronista, l’A. di questo saggio ha scelto le voci dei taxisti per ricostruire le fitte trame della società del Cairo (Egitto). Nel suo libro ha raccolto 58 storie brevi dalle quali emergono i sogni, le passioni, i ricordi, le avventure dei cittadini della capitale egiziana. Una sorta di affresco realizzato con il taglio giornalistico di un reportage. Il libro è uno dei più venduti non solo in Egitto, ma nell’intero mondo arabo.

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Il prossimo faraone

Europa | Lunedì 24 luglio 2009 | Azzura Meringolo |

C’è traffico al Cairo, sempre e ovunque. I tassisti, per intrattenere i clienti spazientiti, raccontano barzellette. Sono talmente tante che c’è chi, come Khaled al Khamissi, le ha raccolte e c’ha fatto un libro.
Il titolo non poteva essere che Taxi. Uno dei personaggi più gettonati, nei racconti degli autisti, è la madre del presidente egiziano Hosni Mubarak, morta in un incidente stradale alla veneranda età di 104 anni.
Sangue longevo quello che scorre nelle vene dell’ottantunenne leader egiziano, che nel 2011, data nella quale scadrà il suo ennesimo mandato, avrà tagliato il traguardo dei trent’anni al vertice dello stato.
Nessuna legge gli vieterebbe di candidarsi per la sesta volta, ma Hosni pare comunque affaticato. Talmente affaticato che non è riuscito neanche ad andare ad accogliere il presidente Barack Obama all’aeroporto del Cairo, quando l’inquilino della Casa Bianca ha visitato l’Egitto, lo scorso giugno.
Secondo indiscrezioni trapelate dai media egiziani in questi giorni, Mubarak, poi, si sarebbe sottoposto a un intervento alla schiena, nel corso della recente visita in Francia. Una sortita chirurgica camuffata da visita di stato, insomma.
La stanchezza e gli acciacchi non hanno fatto che rinnovare il dibattito sulla salute del capo dello stato, già scattato dopo la recente morte di suo nipote, il giovane figlio del primogenito Alaa. Dopo il lutto, il raìs era sprofondato nella tristezza più cupa, sospendendo ogni attività per una ventina di giorni e portando in molti a parlare della questione della successione.
Da allora le ipotesi si rincorrono e c’è chi teme che qualora la provvidenza privasse l’Egitto della sua storica guida, si creerebbe un vuoto pericoloso.
Il dossier sulla successione a Mubarak è stato a lungo un tabù. È per questo motivo che sorprende che sull’argomento, da poco, sia stato realizzato anche un sondaggio. Se gli egiziani fossero chiamati a scegliere il successore del raìs, la sfida principale – così si pronunciano i cittadini – sarebbe tra suo figlio Gamal (a lui il 21 per cento delle preferenze) e Ayman Nour, il noto dissidente liberale uscito di recente dal carcere (24 per cento).
Non c’è dubbio che nelle intenzioni del clan Mubarak, Gamal, attualmente terzo uomo più importante del Partito nazionale democratico (la formazione presidenziale), sia il candidato per eccellenza e da anni gli è stata spianata la strada per poter giungere alla presidenza.
Ma ciò non significa che la poltrona di Gamal sia scontata. Secondo Michele Dunne, esperta dell’Arab Reform Bullettin, ci sarebbero almeno tre fattori a impedire l’avvicendamento padre-figlio. Innanzitutto gli egiziani non accetterebbero volentieri l’idea stessa dell’ereditarietà. Cosa più preoccupante è che il rampollo non godrebbe del supporto dei militari. Sarebbe infatti il primo presidente dell’Egitto post-monarchico non uscito dalle fila dell’esercito e alcuni alti ufficiali riterrebbero che Gamal non riuscirà a salvaguardare i loro interessi e che non sia un leader abbastanza forte da mantenere l’Egitto stabile e sicuro.
Storia diversa quella di Ayman Nour, che nel 2004 ha fondato il partito al Ghad (il domani), una formazione liberale e riformista attenta a conciliare la sicurezza con i diritti umani. Il regime si accorge presto di lui e già nel 2005 lo sbatte in carcere, prima di partecipare alle elezioni presidenziali dove ottiene un lusinghiero (per gli standard egiziani) sette per cento. Nel giro di qualche settimana Nour viene nuovamente incarcerato con l’accusa di frode, ma non si arrende e la scorsa estate scrive a Barack Obama, all’epoca candidato democratico alla Casa Bianca, che prende a cuore la sua storia. Quando grazie alle pressioni statunitensi viene rilasciato, annuncia la sua candidatura alle prossime elezioni presidenziali. Ma ciò gli costa una serie di persecuzioni e aggressioni da parte del regime, che teme l’appeal che la sua storia esercita nel contesto internazionale.
Ayman Nour, tuttavia, non spaventa troppo il giovane Mubarak, che deve piuttosto preoccuparsi di Omar Suleiman, capo dei servizi di sicurezza egiziani, descritto da Foreign Policy come il più potente capo dell’intelligence nel contesto mediorientale. La sua popolarità non è comunque alla stelle, eppure Dalia Ziada, conosciuta attivista e blogger egiziana, sottolinea che se il suo nome compare tra le ipotesi è perché la vera domanda, irrisolta, è la posizione che le forze armate assumeranno sulla successione.
E Suleiman, dall’alto della sua carica, potrebbe calare buone carte. In più può contare sulla fiducia di Mubarak (ha aiutato il presidente a reprimere l’opposizione islamista) e sul fatto che è stato un mediatore essenziale nell’attivare canali di dialogo tra Israele e Hamas, nonché sul rispetto che gli accordano molti membri del partito di governo e altri esponenti delle élite nazionali.
Tecnicamente però la sua posizione non è semplice.
Qualora Mubarak liberasse la poltrona, ogni partito potrebbe presentare alle presidenziali un solo candidato e visto che Gamal è il più papabile tra i ranghi del Partito nazionale democratico, Omar Suleiman dovrebbe, se volesse aspirare alla presidenza, correre come indipendente.
C’è infine una quarta ipotesi, a complicare il quadro della successione. Un’ipotesi che riguarda la fratellanza musulmana (Ikhwan). Il 17 per cento degli egiziani, infatti, si schiera a favore di Isam Arayn, esponente del movimento islamico. Sebbene la costituzione vigente precluda la formazione di qualsiasi partito che si basi sulla religione e quindi impedisca alla fratellanza di competere a livello elettorale, le autorità hanno alzato la guardia e, come ha lasciato intendere il settimanale Ahrah Hebdo, l’intensificazione della pressione sui fratelli musulmani – lo scorso giugno alcuni degli uomini più conosciuti dell’Ikhwan sono stati arrestati – indurrebbe a pensare che il regime vede in loro una temibile mina vagante.

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Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

Il Denaro n. 109 | Venerdì 8 giugno 2007 |

Analfabeti e diplomati, sognatori e falliti, taciturni e loquaci, chi racconta barzellette e chi commenta la situazione in Iraq. E’ la variegata galleria di tipi e personaggi in cui capita di imbattersi salendo su un taxi al Cairo, e le cui voci vengono ora raccolte in un libro pubblicato da poco in Egitto e diventato presto un successo,”Taxi” (Conversazioni in tragitto), del giornalista e regista Khaled al Khamissi. Il libro raccoglie in 220 pagine 58 racconti-monologo che hanno la voce degli autisti di taxi del Cairo: storie tratte dalla realtà, ma romanzate, e raccontate in un linguaggio colloquiale, che differisce molto dalla lingua letteraria usata dalla maggior parte degli scrittori egiziani, e che forse costituisce il segreto del successo di questo libro.
Il volume, pubblicato a inizio gennaio, dopo tre mesi aveva già venduto 20mila copie e ora è già stato ristampato tre volte. I tassisti protagonisti di questo libro sono assai differenti, sognatori e filosofi, misogini e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici con quell’ironia così particolare dei cairoti magistralmente descritta dallo scrittore Albert Cossery, ma accomunati da uno stesso destino: quello di dover lottare quotidianamente per farsi strada, nel senso letterale della parola, in un mondo rumoroso e caotico. Nei confronti di questa categoria spesso poco amata e stigmatizzata dagli abitanti del Cairo, l’autore non nasconde di nutrire una particolare simpatia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Khamissi ricorda quello che spesso i clienti di un taxi al Cairo dimenticano, ovvero che i tassisti appartengono per lo più a categorie sociali tra le più bistrattate economicamente, i loro nervi sono messi alla prova dal caos delle strade del Cairo, una metropoli bellissima ma inquinata e polverosa formicolante di oltre 16 milioni di abitanti, attraversata ogni giorno in totale da 22 milioni di persone, in macchina, autobus e metropolitana ma anche su carretti trainati da asini e vesponi Piaggio. Con un sottofondo perenne di clacson e una sorprendente commistione tra città, campagna e deserto. Lo descrive bene, l’autore, il loro inferno: “E’ un mestiere sfiancante, lo stare sempre seduti in automobili poco confortevoli distrugge le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo demolisce il loro sistema nervoso, i perenni imbottigliamenti li sfiniscono nervosamente e il correre dietro il loro sostentamento – correre nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi.
Aggiungete a questo le trattative e le litigate con i clienti per il prezzo da pagare in assenza di tachimetri, e il tormento dei poliziotti che li inseguono…”. L’autore si sofferma anche sulle loro riflessioni sul proprio Paese, i giudizi sui dirigenti, le critiche alla corruzione dei poliziotti, le molte parole che quasi tutti spendono sulla situazione in Iraq e sull’America: ne risulta una sorta di documento sulla vita quotidiana del Cairo, composto da porzioni di reale che non corrispondono nè all’immagine mostrata ai turisti, nè a quella fornita dalla produzione letteraria o cinematografica.

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Intervista a Khaled Al Khamissi

| News Speciale | Sabato 23 maggio 2009 | Andrea Calglieris |

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DIARIO EGIZIANO/3 – Un premio per il sermone dell’anno

La Stampa | Venerdì 5 giugno 2009 | Khaled Al Khamissi |

Una piccola protesta di cinque persone ha avuto luogo al Cairo prima che Obama pronunciasse il suo discorso all’Universita’. E’ curioso il fatto che la polizia abbia acconsentito loro di avvicinarsi all’ateneo, mentre tutte le strade erano sbarrate. Come hanno potuto? La risposta e’ semplice, erano americani: erano venuti da Gaza per manifestare e attirare l’attenzione di Obama sulla tragedia palestinese. Obama ha difeso eroicamente i diritti del popolo palestinese: devo esserne contento. Ha utilizzato un linguaggio idealista parlando di un futuro prossimo in cui noi attueremo la visione di Dio qui sulla terra vivendo in pace e armonia in un mondo senza armi nucleari, dove il soldato Usa tornera’ in patria e ogni uccello vivra’ nel suo nido felice, nel suo stato. Obama ha chiesto ai giovani di non restare prigionieri del passato, di forgiare un futuro dove regni la pace e con questo – credo – ha chiesto di dimenticare la storia dell’umanita’ per rivolgersi al mondo fantastico di Disneyland. Ha citato versi del Corano, del Talmud, della Bibbia. Ha parlato come se vivessimo prima del Rinascimento citando le religioni e non le nazioni moderne. E’ venuto nel mondo arabo per parlare ai musulmani e non agli arabi, come se qui non esistessero altre religioni, oppure formazioni laiche che risalgono ai primi anni del secolo scorso. Nel 1919 scoppio’ in Egitto una rivoluzione per l’indipendenza il cui motto era «la fede e’ per Dio e la patria per tutti», e i cui leader edificarono l’Universita’ del Cairo nel 1908. Cento anni dopo in quell’Universita’ e’ venuto un presidente americano a parlarci di fede per tutti e di una patria che non c’e’. Obama ha esordito con una serie di lodi e poi ha fissato alcuni punti nodali: primo, il terrorismo, la cui origine e’ da individuare in Al Qaeda e nei Taleban, senza menzionare chi li ha creati, armati e finanziati. Non ha spiegato che gli Usa, durante il loro scontro con l’Urss in Afghanistan, crearono Al Qaeda e i Taleban e finanziarono i movimenti islamisti in tutto il mondo arabo per combattere il comunismo e impedire l’avanzata del laicismo arabo. Secondo, ha parlato della tragedia palestinese ma non ha menzionato chi esercita la tortura contro quel popolo. Terzo, ha detto di voler bloccare la corsa agli armamenti in Medio Oriente, dicendo che impedira’ all’Iran di avere l’atomica, senza accennare al fatto che nell’agone c’e’ un solo competitore: Israele. Quarto, la democrazia. Qui ha assicurato i regimi autocratici arabi che non si intromettera’ nei loro affari. Quinto, la liberta’ religiosa accennando alle dispute fra sunniti e sciiti in Iraq, senza chiedere scusa per quello che gli Usa hanno fatto per dividere il popolo iracheno e tanto meno per il loro ruolo nel redigere una Costituzione che divide e alimenta le divisioni del paese alla stregua della Francia all’epoca dell’occupazione del Libano. L’Iraq infatti soltanto dopo l’occupazione Usa ha assistito a un conflitto fra sunniti e sciiti, cosa mai successa nei tempi moderni. Il Presidente ha insistito sul concetto di fratellanza e sulla divisione delle responsabilita’ per poter costruire un futuro migliore: tutti sono rimasti entusiasti delle sue parole e hanno tanto applaudito e sorriso. Obama e’ riuscito ad accontentare tutti. Credo che il suo discorso verra’ considerato il miglior sermone religioso di quest’anno, inshallah. *Scrittore del Cairo, autore di «Taxi» (Edito in Italia da il Sirente)

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DIARIO EGIZIANO/2 – ”Lo sapete? Hanno preso gli studenti”

La Stampa | Giovedì 4 giugno 2009 | Khaled Al Khamissi |

Un amico mi ha telefonato l’altro giorno dicendo che mentre stava guardando la tv ha sentito battere violentemente alla porta. «Chi e’? », chiede. «Polizia – fa una voce imperiosa – vogliamo i documenti di tutti quelli che abitano in questa casa». Siamo alla vigilia della visita di Obama e il mio amico vive vicino all’Universita’ del Cairo dove il Presidente parlera’. Eppure quell’appartamento non da’ sui luoghi cruciali, da li’ e’ impossibile compiere alcun attentato. La stessa cosa e’ accaduta ai suoi vicini. Mentre mi raccontavano quella storia, stavo guidando verso l’aeroporto del Cairo per andare a prendere un mio cugino. Appena arrivo, la polizia mi ferma e mi chiede la carta d’identita’. E’ la prima volta in vita mia, dopo tanti su e giu’ all’aeroporto. Non so perche’ gli agenti siano cosi’ ossessionati dal controllo dei documenti. Il giorno dopo, sono seduto al caffe’ in un vicolo stretto del centro. Le sedie arrivano fino in mezzo alla strada. Ordino un carcade’. Vicino a me, si discute animatamente sulla visita del Presidente americano. «Avete sentito? – chiede un tale – hanno arrestato duecento studenti dell’Universita’ teologica di Al Azhar. Quasi tutti dell’Asia centrale o russi. Nessuno sa dove li abbiano portati. E questo solo perche’ Obama visitera’ la loro facolta’». Qualcuno spiega che l’ospite ha aggiunto al suo programma una tappa in Arabia Saudita. Il vicino fa una battuta: «Suppongo che il governo egiziano abbia rifiutato di pagare i costi del viaggio, cosi’ l’Arabia Saudita come al solito ha dovuto mettere mano al portafoglio». Poi il discorso si fa serio. Uno dice che i sauditi da quando non ci sono piu’ i Bush, padre e figlio, si sentono orfani. «Riad e’ furiosa, perche’ Obama rivolge il suo messaggio al mondo islamico dal Cairo, cosi’ hanno fatto pressioni per avere il Presidente anche a casa loro». Un giovane che sta fumando il narghile’ dice di essere orgoglioso che Obama abbia scelto l’Egitto. «E’ chiaro – dice – che il nostro prestigio e’ alle stelle, siamo il piu’ importante paese musulmano». Un vecchio scuote la testa: «Essere il migliore o il peggiore dipende dalle condizioni reali e non dal giudizio degli altri. Siamo ormai un Paese fuori gara, come lo era la Cina all’inizio del secolo scorso. La visita non rimettera’ in moto la nostra sgangherata macchina: dobbiamo farlo da soli». Interviene una donna seduta al mio fianco che sta aspirando il fumo dalla pipa ad acqua: «Obama e’ soltanto un abile chirurgo plastico. Va in giro per migliorare il volto brutale dell’America nel mondo che Bush ha deturpato. Eh si’, e’ proprio un abile chirurgo plastico». Anche il cameriere, che ha appena portato una tazza di te’, vuole dire la sua: «Chiedo una sola cosa a Obama: che risolva una volta per tutte la crisi mediorientale. Se lo facesse diventerebbe il migliore Presidente nella storia americana. Peccato che non ho mai visto un politico mantenere la parola». Poi si lancia: «E’ vero che in campagna elettorale aveva promesso di fare a meno del petrolio nel giro di dieci anni? Se lo facesse Israele perderebbe la sua importanza strategica e l’intero Medio Oriente diventerebbe una scatola vuota. Non si sacrifichera’ mai piu’ un popolo per il petrolio, come e’ successo agli Iracheni. Ci lasceranno finalmente in pace». La ragazza che fuma il narghile’ sbotta: «Viva Obama il chirurgo plastico. Il piu’ bell’uomo d’America». Ma se il Presidente americano intende davvero inventare un’alternativa al petrolio, potrebbe trovare anche un’alternativa alla visita al Cairo. Magari parlando al mondo islamico dagli Stati Uniti. Intanto non cambierebbe niente e noi ci eviteremmo tutti questi fastidiosi controlli di polizia. *Scrittore del Cairo, autore di «Taxi» (Edito in Italia da il Sirente)

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DIARIO EGIZIANO/1 – Almeno dove passa lui puliscono

La Stampa | Mercoledì 3 giugno 2009 | Khaled Al Khamissi |

La visita di Obama ci portera’ qualche beneficio? Personalmente non credo. I vantaggi, in teoria, dovrebbero essere due. Primo, risolvere la questione palestinese, e in questo caso credo che mia zia Bahia, abilissima in cucina, sia molto piu’ brava del presidente. Secondo, Obama potrebbe donarci un po’ della ricchezza dell’America per rendere la nostra vita meno grama. Anche in questo caso credo che fallira’, per il semplice fatto che siamo gia’ un paese ricco sebbene meta’ di noi vivano sotto il livello di poverta’. Se l’America donasse tutti i suoi soldi all’Egitto i ricchi del nostro paese diverrebbero piu’ ricchi e i poveri piu’ poveri, quindi non ci sara’ nessun miglioramento. Questa e’ anche la conseguenza della politica imposta da Washington all’Egitto dal 1974, dopo l’alleanza voluta da Sadat. All’Universita’ del Cairo hanno cosi’ lucidato la cupola dell’aula magna da farla diventare piu’ brillante di un piatto di porcellana nuovo di fabbrica. La’ il presidente Obama terra’ il suo discorso il 4 giugno. Tutti gli egiziani sognano che il corteo dell’illustre ospite passi per le strade del loro rione, in modo che le autorita’ puliscano anche il loro quartiere come accade in molte zone, per evitare che l’ospite non cada in depressione alla vista di tanta sporcizia per le strade. A parte i benefici della pulizia, ci sono alcuni inconvenienti dovuti ai preparativi della visita. L’Universita’, per esempio, e’ stata trasformata in una fortezza. Obama arriva proprio durante il periodo degli esami di fine anno. Alcune facolta’ hanno dovuto rinviarli. Gli studenti di Lettere hanno chiesto il massimo dei voti in nome del principio di reciprocita’. Sostengono che, in circostanze normali, se avessero mancato l’appello del 4 giugno, sarebbero stati bocciati. Ma visto che e’ lo Stato a mandare a monte gli esami, tutti dovrebbero essere promossi automaticamente. Un lettore di un giornale locale ha suggerito agli apparati di sicurezza di dare il via proprio quel giorno a grandi saldi (con sconti fino al 90 per cento). In tal caso i commercianti dovrebbero essere risarciti dal ministero dell’Interno per le perdite subite. Cosi’, ha spiegato il lettore, il governo sara’ sicuro che il popolo non organizzera’ proteste. La gente si chiede se il protocollo esentera’ Obama (e il suo nutrito seguito) dalle misure di controllo sanitario all’aeroporto: gli stranieri che arrivano in Egitto sono sottoposti a un test sull’influenza suina. Si dice che una persona del seguito abbia contratto il morbo del H1N1 quando era con lui a Citta’ del Messico, lo scorso aprile. Obama avra’ una delegazione di un migliaio di persone, lo sostiene il tam tam dei caffe’ del Cairo. Perche’ ha portato con se’ cosi’ tanto personale? Affrontera’ nel suo discorso argomenti come i diritti umani, la democrazia, i diritti della minoranza copta? In ogni caso, sappiamo che sono soltanto espedienti retorici. Davvero la cosa piu’ importante e’ che il corteo di Obama passi per la mia strada. *Scrittore del Cairo, autore di «Taxi» (Edito in Italia da il Sirente)

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Gli scrittori

La Repubblica | Venerdì 5 giugno 2009 | Francesca Caferri |

Mohsin Hamid: “Un uomo sincero” QUELLO che mi ha davvero impressionato nel discorso di Obama è stata la sincerità che ho visto quando diceva di volere relazioni diverse da quelle che ci sono state finora fra gli Stati Uniti e i musulmani. La tensione fondamentale che vedo in Obama è quella fra un uomo sincero, quando dice di voler cambiare le cose, e il presidente degli Stati Uniti, che invece ha la responsabilità di difendere gli interessi americani. Cerca un equilibrio fra queste due forze: se riuscirà a trovarlo ce lo dirà soltanto il tempo. Marina Nemat: “Basta estremismi” HO APPREZZATO soprattutto il passaggio in cui Obama ha detto che dobbiamo affrontare l’ estremismo in ogni sua forma. Inoltre è stato molto importante il fatto che abbia ammesso che la reazione degli Stati Uniti all’ 11 settembre è stata illogica e che li ha portati ad allontanarsi dai propri ideali e dalla protezione dei diritti umani. E infine mi è piaciuto che abbia messo l’ accento sulla libertà di religione, sui diritti delle donne e sull’ importanza della non proliferazione nucleare: nessun paese dovrebbe avere armi nucleari. Fatima Mernissi: “Una rivoluzione” IL SUO discorso è una rivoluzione perché ha identificato la religione con la pace, e ha invitato a rispettare gli altri anche se non li conosci. Semplicemente incredibile fino a poco tempo fa. È bello sentire un presidente degli Stati Uniti che non parla solo in termini di merci: oggi mi pare che nessuno si curi più di produrre amore, invece che odio. Eppure è un bene prezioso, che ci vuole molto a far crescere. Se la società smettesse di concentrarsi sulla paura e pensasse a trasmettere amore, staremmo tutti meglio. Khaled Al Khamissi: “Troppa religione” SONO molto deluso: Obama ha scelto di usare lo stesso linguaggio religioso di Bush. Non sa che l’ università del Cairo è stata fondata da scrittori e intellettuali laici? Ha parlato a me come musulmano: ma io sono prima di tutto un egiziano, un laico, un arabo. E poi ha parlato in modo molto irrealistico, il bene e il male. Lavorare insieme è bene. Il terrorismo è male. Ma queste divisioni non esistono nella realtà: in ognuno di noi c’ è il bene e c’ è il male. Sì, lo ammetto: il mio giudizio globale è negativo. DAVANTI ALLA TV Dall’ alto in basso, il discorso di Obama seguito in televisione a Tirana, a Gaza City da alcuni militanti di Hamas e da una famiglia di Calcutta.

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Khaled al-Kamissi (1962), TAXI

| L’Indice dei libri del mese | Maggio 2009, n. 5 | Elisabetta Bartuli |

A patto di non considerlarlo un romanzo, Taxi è un libro magnifico. Khaled al-Kamissi (giornalista, regista e produttore cinematografico) vi ha raccolto cinquantotto sbobinature fittizie di altrettanti dialoghi e monologhi con/di tassisti egiziani, raccolti tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006. A fare da cornice alle voci che si raccontano, alcune brevi considerazioni dell’autore stesso, infaticabile fruitore, come tutti gli egiziani, delle vecchie, scalcagnate auto bianche e nere che percorrono le vie del Cairo ventiquattrore su ventiquattro. Giovanissimi o molto anziani, istruiti o quasi analfabeti, quasi tutti con un passato di migrazione alle spalle, tutti oberati di debiti e sfruttati da qualcuno (governo, proprietario dell’auto o poliziotto di turno), i taxisti offrono uno spaccato realistico di una città che, si dice, ha ormai superato i venti milioni di abitanti. Chiunque abbia visitato Il Cairo non può non riconoscere l’inarrestabile loquela di una classe lavoratrice che non conosce orari o turni, la curiosità, la sagacia, la rabbia e, talvolta, la maleducazione, di uomini che vivono la maggior parte della loro vita dentro un’automobile e hanno come unico svago il rapporto con il cliente. Dal momento della sua pubblicazione in originale, al Cairo il libro non ha mai cessato di essere venduto e dibattuto, segno inconfutabile di un vero interesse egiziano per “quello che tutti sanno e nessuno dice”, grazie anche e soprattutto alla particolare gradevolezza di una scrittura che riporta fedelmente dialetto e accenti della lingua parlata. Operazione, quest’ultima, che non risulta appieno nella versione italiana come, del resto, in quella inglese.

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Vecchi, sporchi e pericolosi si fermano i taxi del Cairo

La Repubblica | Venerdì 22 maggio 2009 | Francesca Caferri |

La battaglia per le strade del Cairo è cominciata. E promette di essere lunga, rumorosa, trasgressiva. Non è la solita lotta per la sopravvivenza nel traffico di una delle metropoli più caotiche del mondo, né tantomeno il quotidiano braccio di ferro fra chi infrange le regole della strada e chi cerca di farle rispettare. L’ ultima guerra che si è scatenata sui viali e nei vicoli della capitale egiziana l’ hanno dichiarata i tassisti al governo: oggetto del contendere la direttiva con la quale le autorità hanno stabilito che entro tre anni tutti i taxi egiziani più vecchi di 25 anni dovranno obbligatoriamente essere rimpiazzati con auto più nuove. «Ridurre l’ inquinamento e il numero di incidenti sono priorità non più rimandabili», è la linea del ministero dell’ Interno, che promette di ripulire le strade egiziane entro il 2011da Dacia 1300 romene, Fiat 1300, Peugeot 504 e Shahins turche. Il provvedimento riguarda migliaia di taxi (40mila nella sola Cairo), ma per il momento solo cinquemila tassisti hanno dimostrato interesse a cambiare macchina.A chi rottamerà il vecchio mezzo,i produttori garantiranno uno sconto fra le 2000 e le 5000 sterline egiziane (fra 270 e i 670 euro circa) sull’ acquisto di un’ auto nuova, le banche mutui a tassi favorevoli e il ministero dei trasporti un finanziamento mensile e l’ assegnazione di una campagna pubblicitaria da esporre sulle portiere: i proventi andranno direttamente al proprietario della macchina. Qualche settimana fa le prime auto nuove sono arrivate, i tassisti hanno capito che la legge, almeno in questa prima fase, non sarebbe rimasta sulla carta e per questo hanno cominciato a protestare. Walid, impiegato pubblico e – come secondo lavoro – tassistaè stato frai primia parlare con i giornalisti: «Guadagno 1000 sterline al mese guidando ed è il doppio di quanto prendo in ufficio. Non cambierò la mia macchina a meno che non mi forzino». «Lo stato dell’ auto dipende dal proprietario e dall’ autista, non dall’ anno di produzione. La mia è degli anni ‘ 70 ma è in un condizioni migliori di molte vetture nuove», ha insistito con i cronisti del settimanale Al Ahram un altro tassista, Ahmed Sayed. A prima vista il governo non sembra intenzionato a fermarsi. «I freni sono quasi distrutti. Le ruote possono staccarsi. Queste auto provocano un grosso numero di incidenti», ha detto commentando le polemiche Sharif Gomaa, del ministero dell’ Interno. Ma un esperto della vita dei taxi cairoti come Khaled al Khamissi ritiene che ancora una volta la riforma non passerà. «Non perché non sia una buona idea – spiega – ma perché, come spesso accade, l’ applicazione è pessima. Le auto fra cui i tassisti possono scegliere per accedere ai finanziamenti sono modelli cari e vecchi, come la Lada russa. Tutti sanno che nel giro di due anni questa macchina sarà rotta e inquinerà tanto quanto le quelle che hanno 30 anni». Al Khamissi sa di cosa parla: nel 2007 il suo primo libro – “Taxi, le strade del Cairo si raccontano”, storie ed aneddoti sulla vita quotidiana nella capitale egiziana vista attraverso i finestrini – vendette centinaia di migliaia di copie e fu ristampato sette volte. «È come provare a mettere il trucco sul viso di un morto per farlo sembrare più bello – ironizza l’ autore – il governo vuole migliorare l’ aspetto del Cairo. E cosa fa? Propone modelli scadenti e costosi. E come pensano che i tassisti possano pagarle? Non possono certo aumentare i costi delle corse, che sono già troppo care per gli egiziani». Cosa fare allora? Al Khamissi non ha la sfera per vedere il futuro, ma vive al Cairo da anni ed è certo che questa riforma, come tante di quelle che l’ hanno preceduta, affonderà presto: «Questo è l’ Egitto – conclude – le regole che valgono per altri paesi qui non funzionano mai».

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Un romanzo inedito del Nobel Mahfuz

| La Repubblica | Sabato 9 maggio 2009 | S.N. |

LA LETTERATURA egiziana ospite alla Fiera del Libro di Torino non è solo Naguib Mahfuz, il magnifico Nobel scomparso nel 2006 e di cui comunque a Torino sarà presentato il romanzo inedito Autunno egiziano pubblicato dalla Newton Compton. ‘ Ala Al-Aswani, che intervistiamo qui accanto, ha avuto in Italiae nel mondo un successo speciale, 4 milioni di copie vendute nel mondo. Gamal al-Ghitani, Sunallah Ibrahim, Baha Taher, la generazione degli anni Sessanta, continuano a essere produttivi, e, così come Muhammad al-Busati o Sulayman Fayyad, raccontano la società, tanto quella sofisticata del Cairo quanto quella dell’ entroterra rurale. La narrativa lascia pochi aspetti scoperti, e guarda anche all’ estremismo, come del resto fa lo stesso Al-Aswani. Se Edward al-Kharrat ripercorre la belle époque cosmopolita di un tempo, una pattuglia di donne, come Salwa Bakr, Ahdaf Soueif, Latifa Zayyat, Nawal Saadawi o la più giovane Miral Tahawi, si sono dedicate e si dedicano a personaggi che affrontano con coraggio la condizione femminile. Ci sono anche scrittori considerati minimalisti, Ahmed Alajdi fra tutti, con il suo disagio verso l’ incombenza dei miti americani o come Khaled Al Khamissi, che con Taxi, attraverso la vita quotidiana di un tassista, legge con ironia i malesseri di oggi.

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Khaled Al Khamisi: Taxi

Il paradiso degli orchi | Giovedì 16 aprile 2009 | Stefania Bonura |

Nella seconda metà degli anni Novanta, il governo egiziano emanò una legge che consentiva di tramutare tutte le vecchie auto in taxi. Stiamo parlando di “residuati bellici” come la Shalin, la Lada, la Fiat 1400 e 1500, la Peugeot 504. Una folla di disoccupati confluì improvvisamente nella classe dei tassisti e un esercito di catorci cominciò a intasare le strade del Cairo. Auto logore, sfasciate e sudice, con a bordo autisti che lavorano come schiavi, ci dice nella “premessa indispensabile” l’autore.
Khaled Al Khamisi ha raccolto e registrato tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006, a bordo dei taxi della sua città, le storie, gli umori e i malumori della “indomabile” megalopoli. Ne è venuto fuori un libro, Taxi, pubblicato in Egitto nel 2007 con grande riscontro di lettori e ora portato in Italia grazie all’editrice Il Sirente e alla meticolosa opera di traduzione di Ernesto Pagano.
Mi trovavo a midan Safir, alla vecchia Cairo e diversi taxi mi sfilarono davanti: passa il primo, poi il secondo… decido di fermare il terzo. Chi è stato al Cairo sa bene che bastano pochi minuti a piedi per vedersi affiancati da due, tre o più carrette nere. Pensi di essere piombato in una vecchia foto di famiglia, e invece ti trovi in una delle più affollate città dell’era contemporanea che conta circa venti milioni di abitanti. E ottantamila taxi. Gli egiziani la chiamano l’invasione dei tucusa, il mestiere di chi non ha mestiere. Non è strano trovare al volante uomini di diversa età, religione, etnia, estrazione sociale, culturale: anziani, giovanissimi, studenti, padri di famiglia, contrabbandieri, broker, musulmani, copti, nubiani, “usciti fuori” a un certo punto “da ogni buco per farsi convertire la macchina”. Ad accomunarli, oltre alla carcassa che si trascinano quotidianamente lungo il fitto e congestionato intreccio urbano, è la lotta per la sopravvivenza: truffe, rapine, multe, tasse, blocchi stradali, sbirri mangia mazzette, calvari burocratici, ore e ore di servizio ininterrotto, il sedile che ti spacca la schiena, la rata mensile dell’auto… E sarebbe niente se non ci si mettessero anche gli jinn… e le donne!
Un vociare ininterrotto di clacson si alterna a confidenze, preghiere, lamentazioni, scazzi e vecchi motivi di Umm Kulthum. Conversazioni e soliloqui che spaziano dall’arabo coranico al dialetto popolare. Un linguaggio che erompe dai marciapiedi e dai vicoli e che il traduttore ha sapientemente riportato in un italiano colloquiale e dialettale. Ogni taxi è un racconto che si scioglie nell’asfalto rovente e si dissolve in una nuvola di smog. Ogni storia, e il libro ne raccoglie una sessantina, è un faro acceso su una città in continuo movimento. Una società di miserabili e di dannati, sì, ma anche di angeli neri e di vecchi così vecchi che avrebbero indotto Jacques Brel a cancellare i suoi stessi versi: quanto è dolce la morte paragonata alla vecchiaia. Morire, in qualsiasi maniera, è molto meglio che invecchiare.

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Khaled Al Khamissi ci racconta il grande Cairo

42.12 Mediterraneo d’Europa | Martedì 11 marzo 2009 | Sergio Canelles |

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TGR Mediterraneo presenta TAXI

TGR Mediterraneo | Sabato 4 febbraio 2009 | Adelaide Costa |

Il taxi come luogo sociale, momento di confronto, specchio della coscienza collettiva. Nella capitale egiziana ci sono ottantamila taxi, molti risentono del tempo, altri delle tasse, tutti della crisi. Gli autisti delle auto pubbliche sono anche dei novelli cantastorie perché nel giro di una corsa riescono a raccontare e sintetizzare storie personaggi, curiosità, parabole di vita. Alcune di queste le ha raccolte Khaled Al Khamissi nel libro best seller Taxi. Le strade si raccontano, edito in Italia da il Sirente. Cinquantotto piccoli episodi che costruiscono uno spaccato autentico della società egiziana con le sue attese, lamentele, i suoi sogni, l’amore, le proteste nei confronti di governo e governanti ad ogni livello. Khaled Al Khamissi è nato al Cairo, è giornalista, regista e produttore. Taxi è il suo primo libro, uno dei più venduti in Egitto e nel mondo arabo.

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Tassinari al Cairo

ALIBI ONLINE – Lunedì 16 febbraio 2009
di Saul Stucchi

Chi scrive ha una qualche esperienza come utente delle auto pubbliche cairote. E ha ritrovato tutto l’universo che ruota attorno ai taxi della capitale egiziana nell’effervescente libro di Khaled Al Khamissi, intitolato Taxi. Le strade del Cairo si raccontano (editrice Il Sirente). Di pagina in pagina sono riemersi i ricordi dei viaggi su quegli aggeggi scassati a quattro ruote che per carità di patria e inesauribile orgoglio professionale gli autisti continuano a chiamare taxi. Come quella volta che volevo andare alle Piramidi per assistere allo spettacolo Son et lumières (boicottato da molti che lo giudicano l’apoteosi del kitsch per i turisti en masse, ma di grande fascino per me) e non c’era verso di far capire al tassista che la meta era la Sfinge. In inglese, francese e tantomeno in italiano la parola sfinge non gli diceva niente. Ma non si dava per vinto e continuava a fermarsi a chiedere informazioni ai passanti finché non incrociammo un giovane che conosceva l’inglese e che tradusse l’enigmatico (ça va sans dire) termine con l’illuminante Abu el Houl ovvero “padre del terrore”. Un’altra volta ci capitò – si era in viaggio di nozze, provenienti dalla Libia – un tassista nevrotico che ci spillò più soldi di quelli pattuiti all’inizio, con la scusa che era uscito dalla sua zona e che la macchina aveva bisogno di riparazioni. Beh, in effetti la seconda non era una scusa: era una lapalissiana verità.
Al Khamissi invece non si sofferma, se non di passaggio, su questi dettagli tecnici. È più interessato alla storia che l’autista per finirà per raccontargli, a volte sollecitato da lui stesso, a volte di sua spontanea volontà quando magari l’autore avrebbe voluto rilassarsi durante il tragitto. Pia illusione del resto, un po’ per il traffico cairota per il quale la definizione di caotico è solo un eufemismo (la maggior parte delle volte le auto restano immobili in interminabili code), un po’ per il piacere di raccontare e ascoltare che accomuna l’autore e i vari protagonisti del libro, organizzato in brevi e gustosi racconti. Ma spesso il tema della narrazione è tutt’altro che leggero. Anzi, quasi sempre fa da sfondo al racconto l’indigenza di chi guida l’auto, povertà che fa da specchio a quella dell’intero paese, da cui sfugge solo la nomenclatura e una strettissima cerchia di ricchi. In molte occasioni sorge spontaneo paragonare la situazione egiziana a quella nostrana e la soluzione di utilizzare il dialetto napoletano o il romanesco per rendere le inflessioni locali dell’arabo amplifica questo effetto di avvicinamento. I tassisti di Al Khamissi raccontano storie di ordinaria burocrazia e di altrettanto ordinari soprusi, di giri a vuoto, di code estenuanti, di tangenti per superare un esame e ottenere il rinnovo della patente. È un tuffo nella quotidianità del Cairo e della sua gente, un viaggio nelle sue paure e nei suoi sogni (come quello del tassista che vorrebbe andare con la sua auto fino in Sudafrica per assistere ai prossimi mondiali di calcio, ignaro che non esiste una strada di collegamento tra l’Egitto e il Sudan, figurarsi attraversare il continente da nord a sud…); è un’analisi spietata del ruolo del presidente Mubarak, dei politici e della polizia, sempre pronta a multare gli ipertartassati tassisti. Emergono però anche inaspettati spiragli di tranquillità in questa megalopoli ipertrofica, come nel racconto del cristiano che ritrova la pace pescando nel Nilo o in quello del tassista amante della cultura e degli animali che si è creato un giardino-paradiso a casa.
Chiudo con un altro ricordo personale. La sconsolata ammissione “e comunque nessuno ci umilia meglio del nostro paese” (p. 28) mi ha fatto tornare alla mente la celebre sentenza di Flaiano che raccontai alla nostra guida mentre eravamo bloccati nel traffico dalle parti di Midan el Tahrir (Piazza della Liberazione): la peggiore dominazione subita dall’Italia è quella italiana.
Consoliamoci quindi con le storie dei tassisti del Cairo per dimenticare, almeno per un po’, le disavventure con i nostri.

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TAXI di Khaled Al Khamissi

Scritti d’Africa – Domenica 1 febbraio 2009
di Giulia De Martino

Due parole sulla collana in cui compare questo titolo: si chiama “Altriarabi” e pubblica testi di artisti che si affacciano sulla sponda meridionale del Mediterraneo, dissonanti dalle rappresentazioni stereotipate e spesso caricaturali con cui i media occidentali spesso identificano gli abitanti di queste aree.
Il libro di Khamissi ha venduto in Egitto circa centomila copie, eguagliando il successo editoriale di PALAZZO YACOUBIAN di Al Alswani, in un paese dove vendere 5000 copie produce normalmente un best-seller. Per di più, grazie alla promozione dell’autore, molto abile a muoversi negli ambienti letterari ed accademici europei, data la sua formazione culturale in Europa, conosce incessantemente nuove traduzioni. Cosa ha di tanto speciale? Innanzitutto la lingua in cui è scritto e poi il soggetto: i “tassinari” della capitale che si esprimono, senza peli sulla lingua, sulla maggioranza degli aspetti della vita quotidiana e non in Egitto.
Il testo non è un romanzo, ma nemmeno una inchiesta giornalistica tout court: infatti rielabora il materiale di ascolto e di scambio umano, avuti dall’autore con centinaia di tassisti del Cairo, in 58 scenette dialogate, di stampo quasi teatrale, cucite da alcune sue opinioni o spiegazioni atte a gustare meglio il libro. L’autore sceglie di far parlare i tassisti nella loro lingua naturale, il dialetto arabo egiziano, relegando l’arabo standard a quelle parti che contestualizzano i diversi raccontini; siccome il testo è composto all’80% di dialoghi, ecco che si può dire che è scritto quasi interamente in quel dialetto che è la lingua vera e viva in cui si esprimono tutti quotidianamente.
Questo, naturalmente, produce dei problemi di resa in traduzione, brillantemente superati da Ernesto Pagano, che a volte presta agli autisti di taxi accenti ed espressioni meridionali italiane, romane o emiliane, quel tanto che basta per non produrre un effetto di straniamento ed allontanare il lettore dalla realtà cairota. Ne viene fuori un ritratto indimenticabile di questa città di circa 18 milioni di abitanti, percorsa incessantemente da più di 80.000 tassisti, a volte per 18 ore al giorno, in un traffico caotico di macchine autobus, metropolitane, carretti e pedoni, in un ambiente inquinato e soffocante, dal rumore assordante. Leggere questo libro è meglio di molti trattati sociologici o antropologici sulla società egiziana: ci consegna immediatamente una umanità paziente sì, ma che non ne può più di corruzione amministrativa e della polizia, di una elefantiaca burocrazia, di mancanza di democrazia e di libertà, in una parola, dell’onnipotente Mubarak. Sembra che l’ultimo spazio di libertà espressiva sia rappresentato dalla strada, dove il cittadino comune riesce a catalizzare il malcontento sul governo, sulle sue scelte politiche americaneggianti, sulle scelte economiche che stanno mettendo in ginocchio il paese. Il panorama dei tassisti colti da Khamissi è quanto mai vario: ci sono sognatori e mistici, fanatici religiosi e misogini incalliti, malati di pornografia, professori e studenti disoccupati, truffatori, immigrati dal sud, attori a spasso e gente rovinata da speculazioni azzardate per la portata reale delle loro tasche. Il tutto ci dice che fare il tassista è diventato il mestiere di chi non ha più occupazione, un modo di sbarcare il lunario. Le loro opinioni, ma anche le loro barzellette, ci danno uno spaccato del pensiero non delle élites intellettuali ma degli strati popolari e poveri dell’intera società egiziana.
Ci sono degli esempi divertenti e altri tristi e inquietanti: citiamo l’episodio in cui si parla della legge che ha liberalizzato le licenze di taxi, producendo una quantità abnorme di autisti, vessati da disposizioni assurde, come quella sulle cinture di sicurezza. Si scopre che il governo egiziano le ha introdotte come beni di lusso sui veicoli importati, facendo pagare alti dazi doganali. Questo ha indotto la maggioranza ad eliminarle per non pagare costi salati, ma poi sono state rese obbligatorie e i tassisti sono stati costretti a reinstallarle, a proprie spese: ovviamente molti lo hanno fatto solo per finta e quindi non funzionano, con i risultati ovvi di incidenti , il che ci dice qualcosa anche di casa nostra.
Alcuni tassisti si esprimono sullo stato bassissimo della istruzione pubblica: i bambini imparano a malapena a leggere, costringendo molti genitori a spendere per lezioni private pur di far imparare qualcosa ai figli. Ecco allora la trovata geniale di un tassista: non manda i figli a scuola così mette da parte i soldi che avrebbe speso per l’istruzione, giudicata ormai inutile, da utilizzare alla maggiore età dei figli per aprire una attività di vendita o un nuovo taxi… L’importante è fare soldi, a scuola tanto si impara solo l’inno nazionale e le sciocchezze che Mubarak vuole si trasmettano ai ragazzi, futuro del paese.
Ma c’è anche spazio per la guerra in Iraq, per i Fratelli musulmani, per le condizioni sanitarie del Said sottosviluppato e anche per un tassista contemplativo: “da 30 anni divido la mia giornata in 3 parti: nella prima lavoro, nella seconda sto con mia moglie e i miei figli e nella terza vado a pescare sul Nilo. Vado a lavare il mio spirito, il mio corpo e i miei occhi. E sulla superficie del Nilo leggo le parola di Dio […] Se ognuno di noi, in questo paese, si fermasse a guardare la superficie dell’acqua […] non ci sarebbero né corruzione né mazzette […] ogni volta che finisco il turno ho paura per i miei figli, paura del futuro […] quando però finisco di pescare, mi sento pieno di speranza per il domani e fiducia che ogni cosa andrà per il meglio”. La società egiziana a bordo di un taxi, titola una recensione dedicata a questo libro, quanto mai appropriata.

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Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”

NIGRIZIA – Febbraio 2008
di Pier Maria Mazzola

gencopertina«E perché secondo te dove viviamo? In una città? La giungla è il paradiso rispetto a dove stiamo noi. Lo sai dove viviamo noi? — Dove? — All’inferno». 58 siparietti da cui si sprigiona, nelle conversazioni fra il cliente-narratore e un tassista o l’altro, la satira, sociale e politica (anche se l’autore ammette di essersi autocensurato su certi nomi e certe storie…). Donne in niqab che dentro il taxi si trasformano, tassinari con storie strappalacrime per scucire qualche lira di più, il traffico che si blocca — anche quello pedonale — a motivo di una passeggiata di Mubarak… Il libro è un best seller in Egitto, e al lettore nostrano tornerà in mente la commedia all’italiana. Il Sirente, 2008, pp. 191+XII, € 15,00.

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Taxi. Le strade del Cairo si raccontano

Lettera internazionale 98 – 4° trimestre 2008
di Linda Giannattasio

Copertina di "Lettera internazionale 98".

«Regalo questo libro alla vita che abita nelle parole delle persone semplici. nella speranza che ingoi il vuoto che da anni dimora cdentro di noi». Si apre così Taxi, opera dell’autore egiziano Khaled Al Khamissi, con un dono e una dichiarazione di intenti che lascia fin da subito il suo regno e la sua volontà al lettore che si appresta a compierne il viaggio. Viaggio, infatti, è l’unico modo nel quale questo libro può essere definito, un’opera che pur essendo di fiction non è propriamente un romanzo, bensì un percorso. Un percorso che si dirama nel dedalo delle strade di quella città che meravigliosamente ricca di contraddizioni che è Il Cairo, alla scoperta dei suoi nascondigli e della sua gente. E allora si parte. Bastano le voci dei tassisti, cantastorie di racconti che molto spesso non sono favole ma drammi di vita quotidiana, e un passeggero interlocutore, per tratteggiare in una serie di storie brevi e significative, il modno dell’Egittto dei nostri giorni.
Il lettore è a bordo di queste auto nere e scalcagnate che attraversano il traffico della città e assiste a ognuno di questi dialoghi immergendosi di volta in volta in una realtà diversa che coinvolge, attraverso storie di vita comune, i temi della politica, dell’economia, della sanità e dell’istruzione. Temi affrontati con l’ironia e la disperazione di quelle persone semplici che li vivono e per questo hanno il diritto di avere voce. Ed è proprio la voce di quei tassiti che l’autore definisce «termometro dell’umore delle indomabili strade egiziane» a raccontarli. Tassisti con ogni tipo di competenza e livello di istruzione, prigionieri di un «business dei poveri» dall’incremento incontrollato e incontrollabile.
Ecco, Quindi, che nelle cinquantotto storie in cui si articola il racconto si incontrano decine di personaggi, tutti protagonisti di una vita diversa: c’è il disgraziato che guida da tre giorni consecutivi rischiando la vita per un colpo di sonno perché deve pagare la rata d’affitto del suo taxi, l’esperto di borsa, il laureato che porta il taxi per arrotondare «perché in Egitto è impossibile sopravvivere con un solo stipendio».
Storie di povertà, dalle quali emergono anche le convinzioni politiche di questa gente: c’è chi bestemmia contro il Ministero dell’Interno e le forze dell’ordine, chi maledice il governo e chi ama l’Iraq. Chi vorrebbe cancellare la parola “americano”, chi è arrabbiato per una democrazia inesistente e chi è davvero rassegnato quando afferma: «Nessuno ci umilia meglio del nostro Paese». È allora che il lettore non è più spettatore ma entra nel mondo che vive in quelle pagine, un mondo ben raccontato anche nello stile, narrato attraverso i suoi dialetti – tradotti con le inflessioni del nostro italiano – ma anche descritto con termini lasciati nella lingua d’origine, perché conservino la loro forza. Parole, racconti popolari, tante barzellette che non solo contribuiscono a rendere facile la lettura ma sono lo specchio della società egiziana e il modo perfetto per criticarla.
Così chi legge prosegue il suo viaggio, guidato in un universo di nomi e di luoghi, con una cartina e un glossario a fargli compagnia. Perché nessun luogo è privo di senso e nessuna parola viene lasciata senza spiegazione nell’intento sociologico e didattico proprio di questo libro.
Un libro attraverso il quale si scopre la gente d’Egitto e l’Egitto profondo, avvicinandosi in punta di piedi a un mondo arabo di cui si parla spesso da troppo lontano. Si entra nelle maglie della povertà e allo stesso tempo si apprezza la bellezza dei luoghi in cui quel mondo abita e vive le sue contraddizioni. Un viaggio da compiere, nella speranza che ingoi davvero quel «vuoto che da anni dimora dentro di noi».

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Le lamentele degli egiziani nel «Taxi»

IL TEMPO – Domenica 11 gennaio 2009
di Antonella Melilli

Quella di osservare le strade di una metropoli immensa e rutilante come il Cairo attraverso l’abitacolo di un taxi, che per il suo bassissimo costo costituisce il mezzo di trasporto di gran lunga più usato per le strade della città egiziana, è sicuramente un’idea accattivante e originale. Anche se non totalmente scevra dal rischio di approdare a una narrazione di bozzettistica superficialità. Ma Khaled Al Kamissi, giornalista, regista e produttore, autore di questo «Taxi» (Editore Il Sirente. pagg. 192) riesce brillantemente ad aggirare l’ostacolo, finendo per restituire attraverso le 58 brevi storie qui raccolte un ritratto variegato e il senso più profondo di un mondo arabo per noi occidentali assai difficile da comprendere. Storie vere, del resto, che attraverso i dialoghi coi conducenti di taxi, spinti dalla disperazione della fame e del bisogno a rovinarsi nervi e salute per un guadagno, spesso illusorio, di pura sopravvivenza, stigmatizzano situazioni drammatiche e complesse di corruzione dilagante, di guerre infinite e di arroganti ingerenze straniere. Facendone affiorare insieme l’impossibilità di esprimersi del mondo femminile, l’acquiescenza di chi confida nel Corano o l’indignazione di chi lucidamente vede i guasti del paese e le responsabilità dello Stato. E soprattutto storie di gradevole e agile lettura che si snodano sul filo di una scrittura innovativamente intrecciata di arabo coranico e di dialetto popolare. Decretando il successo di un piccolo libro che, autentico caso letterario in Egitto, è stato prontamente tradotto in Inghilterra e in Francia e giunge ora in Italia ad avviare la collana Altriarabi con cui la Casa Editrice Il Sirente punta l’attenzione sugli aspetti più nuovi e interessanti delle culture che si affacciano sull’altra sponda del Mediterraneo. Avvalendosi per la traduzione del contributo di Angelo Pagano, che attinge agli accenti del nostro Meridione per restituire, sul filo di una quasi naturale empatia, la spontaneità umorale di un’espressività popolaresca e quotidiana.

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Khaled al-Khamissi, Taxi. Le strade del Cairo si raccontano

Centro Internazionale di Studi e Ricerche Oasis (C.I.S.R.O.) – dicembre 2008
di Martino Diez

Khaled al-Khamissi, Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, il Sirente, 2008.

«Ci avevo sperato fino a quando non hanno preso Saddam. Quel giorno ho pianto come una fontana. Ho sentito che noi arabi ci facevamo calpestare come insetti. Mi sono sentito come una formica che chiunque poteva schiacciare sotto i piedi».
«Io mi voglio sposare uno coi soldi: lo amo o non lo amo, non me ne importa niente. L’importante è che c’ha i soldi».
«Noi viviamo nel paese delle minchiate e ci crediamo pure. L’unico ruolo di questo governo è controllare che continuiamo a crederci. È vero o no?».
Lo scrittore arabo contemporaneo, come tutti i suoi conterranei, vive diviso tra due lingue: il dialetto, che usa tutti i giorni, e l’arabo classico, la lingua di prestigio. Sono due modi diversi di raccontarsi. Uno irriverente, critico, spietato. L’altro paludato, accademico, ieratico. In dialetto si racconta il mondo com’è, in classico il mondo come dovrebbe essere. Finora però l’immagine ideale ha sempre prevalso, anche nella autorappresentazione delle società arabe, e a livello linguistico, salvo rare eccezioni, solo l’arabo classico ha goduto di dignità letteraria.
La genialità di Taxi, primo libro egiziano scritto per tre quarti in dialetto, è tutta nel contrappunto di voci parlate, ora serie, ora ironiche o disperate, spesso sguaiate, volgari anche, mai scontate. Uno spaccato sull’Egitto contemporaneo, attraverso la particolare visuale degli autisti di taxi. Chiunque abbia messo i piedi nella caotica capitale mediorientale conosce per esperienza tutta l’importanza delle onnipresenti macchine nere a strisce bianche, spesso autentiche carcasse, principale mezzo di trasporto nella sterminata megalopoli. Non di rado capita di avviare dialoghi simili a quelli riportati nel libro. C’è il disperato, l’idiota, l’autista che non dorme da tre giorni perché deve pagare la rata, il fondamentalista, il cristiano arrabbiato, l’emigrato ritornato al paese, il contrabbandiere, il barzellettiere… Come nella realtà, anche nel libro spesso si parla di politica, sempre ai limiti della censura, tanto che qua e là viene il sospetto che l’autore ci abbia aggiunto del suo. Si toccano temi scomodi, come la discriminazione dei copti nelle università, la prostituzione o la corruzione generalizzata. Il traduttore italiano, a parte qualche refuso come Notte di Qadr invece di Notte del Qadar, indovina complessivamente il registro linguistico, pur con qualche concessione al gusto per lo scurrile.
Senza dubbio questa raccolta di storie brevi, prima opera di Khaled al-Khamissi, intercetta un bisogno reale di raccontarsi oltre gli stereotipi autoimposti, come dimostrano le oltre 35.000 copie vendute, in un paese, l’Egitto, dove 3000 copie sono considerate un successo. Emerge il quadro di una società sull’orlo della bancarotta economica, sfiduciata, in preda a una crisi morale ed educativa radicale («Sono pazzi. Mandano i loro figli a scuola […]. Io personalmente dico a tutti quelli che stanno attorno a me: “Non li mandate i figli vostri a scuola, non li mandate!” È diventata la mia unica causa nella vita»), in cui la maggior parte della popolazione è totalmente assorbita dalla lotta per la sopravvivenza quotidiana. Eppure, nonostante tutto, le cose vanno avanti. Perché, come conclude l’anziano guidatore del primo racconto, «quel pane, quei soldi, non sono né miei né vostri. Appartengono a Dio. Questa è l’unica cosa che ho imparato durante la mia vita».

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Taxi: le strade del Cairo si raccontano

RADIO CITTÀ DEL CAPO – 19/12/2008
di Lucia Manassi

Khaled Al Khamissi è un giornalista, produttore e scrittore egiziano. In questo suo primo libro ha raccolto le voci di decine e decine di taxisti della sua città: il Cairo.

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L’autore nei nostri studi

E’ una megalopoli di diciotto milioni di abitanti, dove il tasso di inquinamento è uno dei più alti del mondo e gli ingorghi bloccano completamente le strade.

Khaled Al Khamissi è venuto nei nostri studi di passaggio da Bologna. Ha scelto di raccontare la vita della strada perchè lo considera uno spazio rappresentativo della società. “Nella strada si è più liberi, ha detto lo scrittore, la libertà della strada ci porta realmente a comprendere la società”. L’Egitto sta attraversando una grave crisi economica: “La Banca Mondiale nelle sue statistiche parla del 58% della popolazione che vive al di sotto della linea della povertà, due dollari al giorno. Il governo parla di crescita annuale del PIL pari al 7% ma questo 7% non si sente nella strada, il popolo non ha la capacità di sopravvivere”. Al Khamissi individua nella mancanza di speranza il sentimento più diffuso tra gli egiziani: “Quando il popolo perde la speranza è il peggio del peggio. Molte persone vogliono emigrare perchè hanno perso la speranza e questo è molto pericoloso.” Sull’opposizione al regime di Osni Mubarak Al Khamissi si esprime così: “Il Presidente Mubarak è riuscito a soffocare ogni potere politico in Egitto, anche il suo. Tutti i partiti politici sono debolissimi, oggi. Credo che Mubarak abbia preso l’acqua del Nilo, l’abbia messa nell’anima del popolo egiziano e il popolo egiziano è diventato come una salsa…con troppa acqua, senza gusto, senza colore, senza odore…questo è terribile. Da 3 o 4 anni c’è un movimento generale, nuovo, nelle fabbriche, nelle università, nelle strade…ma senza progetto, senza leaders.

Khaled Al Khamissi “Taxi, Le strade del Cairo si raccontano” (Editrice il Sirente)

Per ascoltare tutta l’intervista clicca QUI

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Khaled al Khamissi e la società egiziana vista dal Taxi

MINARETI.IT – Giovedì 11 dicembre 2008
di Elena Dini

In Italia per 10 giorni, Khaled al Khamissi ha presentato il suo libro “Taxi” in varie città. 58 brevi storie di viaggi in taxi in cui i tassisti si raccontano e raccontano l’Egitto di oggi.

– Se ti raccontassi cosa mi è successo prima… non mi crederesti mai. Sono più di vent’anni che porto il taxi e ne ho viste di tutti i colori, ma quella di oggi è stata una delle cose più assurde che mi sono capitate.
– Bene… racconta allora.

Inizio emblematico per uno dei 58 racconti, o conversazioni, o incontri con i tassisti del Cairo proposti da Khaled al-Khamissi nel suo libro “Taxi”.
35.000 copie vendute in Egitto (cifra che pochi libri raggiungono) per una raccolta di storie ambientate all’interno delle vetture tanto familiari per chi ha passeggiato anche solo una volta per le vie del Cairo. Questa enorme, e inquinatissima metropoli, conta 18 milioni di abitanti e più di 80.000 taxi. Fra i conducenti di taxi si trovano persone di ogni tipo che cercano di “sbarcare il lunario” con questo mestiere oppure di arrotondare lo stipendio affittando un taxi per qualche turno.
Nell’immaginario popolare, l’arabo ha il talento naturale di oratore, intrattenitore e chiacchierone. “Taxi” conferma questa visione. I tassisti sono affascinanti menestrelli che, oltre a far trascorrere al lettore un paio d’ore di piacevole lettura, lo immergono nell’atmosfera delle strade del Cairo con le loro barzellette, i loro sogni, le critiche alla politica e le confessioni. Chi meglio di loro, che vivono costantemente a contatto con i loro concittadini, dal ricco al povero, per parlare di una società in trasformazione, affezionata al ricordo di ciò che era ieri e non disposta a tacere le difficoltà di oggi?
Khaled al-Khamissi non riesce a nascondere (e probabilmente non vuole neanche farlo) quanto condivida il senso di nostalgia che accomuna chi si muove oggi per le vie del Cairo e, più in generale, la popolazione egiziana. “Sì, ho nostalgia dei ristoranti dove mangiavo, del tempo di prima che era migliore, della città che era più vivibile quando sono nato rispetto ad ora”, mi risponde quando gli chiedo se la nostalgia che spesso è sulla bocca dei tassisti nelle sue storie non sia anche un po’ la sua. Il rimpianto per il passato è evidente in vari autori della nuova generazione che in Egitto cercano di colmare le lacune della politica e della società civile. “Non bisogna dimenticare”, continua l’autore, “che la letteratura non può cambiare la realtà ma può cambiare l’uomo”.

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Alla presentazione di Taxi, musica profumi e parole

| Arabismo | Giovedì, 11 dicembre 2008 | Alessandra Fabbretti |

La presentazione di Taxi di Khaled Al Khamissi ha risvegliato musica, suoni, immagini ed emozioni tra i muri dell’Associazione Culturale Apollo Undici (via Conte Verde, 51 Roma), organizzata in collaborazione con l’associazione Un Ponte Per.. e la casa editrice Il Sirente lo scorso venerdì 6 dicembre.

La chitarra di Marco Bonini e il contrabbasso di Riccardo Gola hanno accompagnato al ritmo di tonalità vibranti e piacevoli la lettura di alcuni delle storie più particolari di Taxi, una raccolta di 58 racconti dal sapore sociologico, ispirati al microcosmo dei divertenti e onnipresenti veicoli gialli del Cairo, dal punto di vista tanto degli autisti che dei passeggeri.

Luci soffuse, profumo d’incenso nell’aria, pause lunghe rese leggere dalla musica e la voce squillante della lettrice hanno trasportato il pubblico nei luoghi del libro, tra i volti dei suoi abitanti e i colori e i rumori delle sovraffollate strade della capitale egiziana.

Per chi già la conosceva, ha significato la rievocazione di luoghi familiari; per chi non l’ha ancora visitata, questo testo dischiude certamente gli aspetti più veri e significativi di un popolo che vive oggi a cavallo tra il passato e la modernità, tra voglia di vivere e difficoltà quotidiane, tra ottimismo e pessimismo, tante dicotomie causate dai numerosi problemi sociali che gravano su questo e tanti altri paesi del Mondo arabo.

La povertà, la miseria, il regime politico, l’Islam intollerante, le tradizioni ceche che non lasciano posto alla volontà individuale intrecciano i discorsi e le situazioni di questo testo polifonico, senza tuttavia appesantirne la lettura o ridurne i toni scherzosi, ironici e a volte esilaranti che al Khamissi dona attraverso i suoi personaggi, e ciò conferisce a questa raccolta la capacità di interessare e appassionare il lettore ai temi più attuali dell’Egitto contemporaneo.

“Per le strade del Cairo si percepisce un sentimento di Fine” scandisce Al-Khamissi “Fine per un’epoca, fine per la speranza, fine per la politica, che da più di vent’anni è occupata dalla presidenza di Moubarak. È questo sentimento severo che ho voluto raccontare nel mio libro. “Anche la nostalgia è un’altra sensazione che è possibile sentire: si prova nostalgia, per esempio, per la vita come era negli anni ’70 e ’60, per il patriottismo, che molti giudicano ormai morto, per la possibilità di esistere senza provare fame e privazioni.

“Durante un’intervista, il giornalista mi ha chiesto se la storia “Niqab e tacchi a spillo” fosse vera o frutto della mia fantasia.1 “ prosegue l’autore “Purtroppo episodi come questo sono estremamente frequenti. In Egitto esistono moltissimi quartieri popolari, nei quali è difficile per le ragazze non indossare il velo o il niqab. Nella facoltà dove mi sono laureato negli anni ’80, ricordo che le studentesse velate erano solamente due. L’anno scorso, per caso, mi è capitato di doverci andare e ho potuto constatare che solo due ragazze non portavano il velo. Allora ho chiesto loro se potevo intervistarle. Si sono rifiutate, ma mi hanno comunque detto che la diffusione del velo non ha nulla a che fare con la religione, bensì è un fenomeno politico e sociale, che però causa loro molti fastidi. Spesso, mi hanno confidato, gli autisti degli autobus rifiutano di farle salire a bordo proprio perché hanno il capo scoperto”.

Taxi racchiude in sé i mille volti di una città, che per numero di abitanti rappresenta 1/3 dell’Italia, nella quale coabitano esperienze, vite, convinzioni e caratteri differenti e molteplici in modo quasi inimmaginabile, ecco perché il pubblico italiano ne è rimasto affascinato e il libro ha attraversato da nord a sud il nostro paese, in una 10 giorni di incontri, presentazioni e dibattiti, che ci auguriamo non si arresti né costituisca un caso isolato ed eccezionale.

È il quarto racconto del libro. Una ragazza, coperta dalla testa a piedi dal niqab, il tradizionale velo nero che lascia scoperti solo gli occhi, una volta nel Taxi inizia a cambiarsi e a truccarsi, suscitando lo stupore dell’autista; questi non riesce a fare finta di nulla e le chiede il perché di tale bizzarro comportamento. La donna spiegherà che, pur essendo costretta a indossare il niqab sia in casa che all’esterno, lavora in segreto come cameriera in un elegante ristorante dove può guadagnare più di qualsiasi altro mestiere che i suoi genitori approverebbero

Quando e perché ha deciso di scrivere questo libro, che ha la particolarità di avere come oggetto, o contesto, il Taxi?

Durante la mia vita mi sono sempre interessato alle parole, ai dialoghi del Cairo, alla genialità e alla saggezza che gli egiziani sanno esprimere con grande semplicità. Tale saggezza, analizzata da un punto di vista politico, economico e sociale, ha sempre destato in me profondo stupore: essa deriva da un popolo millenario, che nel corso dei secoli ha saputo sviluppare un rapporto forte con le istituzioni. Io sono solito prendere molto spesso il Taxi. Un giorno, un autista mi raccontò una storia, che è finita poi nel mio libro, a proposito del Primo Ministro egiziano il quale ha la nazionalità canadese. L’ho trovata molto interessante e rappresentativa di ciò che accade normalmente per le strade, e allora mi sono detto che avrei dovuta scriverla. Scrivendola, ho capito che dovevo continuare. E così è nato il mio libro.

La confusione, il rumore che regna nelle strade e nelle vie del Cairo può rappresentare in qualche modo il popolo egiziano?

No, non lo credo affatto. Il Cairo ha assistito ad una crescita demografica enorme durante il XX secolo All’inizio del 900 aveva 600,000 abitanti, verso la metà aveva raggiunto i 2,5 milioni, mentre oggi si è arrivati ai circa 18 milioni. Si tratta dunque di una crescita demografica enorme, che ha delle conseguenze certamente pesanti sulla città, come il traffico, l’inquinamento e il rumore, ma tutto ciò non rappresenta la popolazione né la personalità del Cairo.

Lei è molto critico verso la politica, il governo e le leggi del suo paese. Ritiene che i cambiamenti che hanno luogo in questo momento nel mondo, come l’elezione del presidente Barak Obama negli Stati Uniti, possano riflettersi anche sui regimi e i sistemi dei paesi arabi e sull’Egitto in particolare?

Posso dire che, avendo ascoltato molte persone al Cairo, come i passanti, gli autisti dei Taxi, o la povera gente, la venuta di Obama non cambierà nulla per l’Egitto. Per gli Stati Uniti certamente, per altri paese forse, ma non per l’Egitto, come per la questione del conflitto arabo-israeliano. Per gli egiziani, quelli che vivono nella miseria soprattutto, repubblicano o democratico significa in fin dei conti solo vedere due volti diversi. Non serve cambiare questo volto, che sia giovane o anziano, bianco o afroamericano. C’è stato un cambiamento, certo, ma non è quel genere di cambiamento che serve per migliorare le cose.

In un racconto, lei descrive i Fratelli Musulmani con molta ironia. Quanto c’è di vero in ciò che lei scrive in questo monologo, e di cui lei è convinto anche nella realtà?

Per le strade del Cairo non si crede davvero a una forza politica di qualsiasi tipo: né ai partiti, né ai Fratelli Musulmani, né a nient’altro. C’è la sensazione che in realtà tutte queste persone siano deboli, che i movimenti politici siano deboli, che i partiti e gli avvenimenti siano deboli. Tutto ciò viene definito “balance de faiblasse”, perché tutti sono privi di forza e quindi nessuno può concretamente cambiare le cose. L’ironia nasce da questa condizione, e dal fatto che nessuno crede che ci sarà un cambiamento. Anche i Fratelli Musulmani, senza potere, non sono in grado di fare nulla, esattamente come gli altri, come ad esempio i partiti, siano essi di destra, di sinistra o di centro.

Il suo libro, Taxi, ha riscosso notevole successo nei paesi Europei. Perché?

Non mi sento ancora di dire che il mio libro ha avuto un gran successo in Europa, ma lo spero. Se esistono delle persone che si interessano al mio libro, è perché esso rappresenta le strade del Cairo e quindi ciò che succede al giorno d’oggi nella società egiziana. In tutti i casi, la letteratura è un mezzo di comunicazione tra i paesi e tra le culture, come un ponte, e io mi auguro che il mio testo riesca ad attraversare questo ponte, posto tra le due rive del Mediterraneo, tra l’Egitto e l’Italia, con molte altre letterature che siano portate in Egitto o dall’Egitto verso l’estero.

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Cairo on the road

EUMAGAZINE – 09/12/2008
di Giulia Stampetta

Una buona dose di humour per trattare argomenti a cui solitamente gli egiziani riservano un’estrema serietà.

Copie vendute: 70.000 (e che continuano ancora ad uscire dalle librerie), in Egitto vendere già meno della metà è considerato un successo editoriale. E “Taxi” lo è. Pubblicato nel gennaio 2007, è già stato tradotto in inglese e italiano (prossimamente anche in francese, tedesco, olandese, sloveno e greco). In Italia è stata edito da “Il Sirente” e fino al 7 dicembre l’autore Khaled al Khamissi, giornalista laico tollerante ed ispirazione socialista, sarà impegnato in un tour promozionale nel nostro Paese. Noi lo abbiamo incontrato alla facoltà di Studi Orientali della Sapienza; alcuni studenti hanno in mano il suo libro: una raccolta di 58 storie brevi (e a detta sua tragiche) messe insieme fra il 2005 e il 2006 parlando con i tassisti del Cairo di vita quotidiana, frustrazioni, speranze e amarezze di un popolo «oppresso e povero e senza possibilità di sopravvivenza – come lo ha descritto lui durante la presentazione – che in molti casi ha perso la speranza, ma non la voglia di scherzare, di ridere e di vivere». I tassisti, si sa, sono inesauribili fonti di storie e quindi ottimi spunti per affrontare un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana. Ci parla in francese del bisogno di leggere chi scrive della realtà di questi paesi e della loro cultura, evidenziando quella che, secondo lui, è la responsabilità occidentale nell’aver creato incomprensioni, fraintendimenti e stereotipi rispetto al mondo arabo. “C’è un forte bisogno di comprensione e conoscenza reciproca – ha continuato lo scrittore – mentre la stampa europea, in particolare quella francese, inglese e americana, scrive di una realtà creata da e per l’immaginario americano”. In risposta a questa informazione di parte l’opera di Al Khamissi va letta proprio per la sua capacità di raccontare dall’interno e in modo semplice e diretto la reale vita quotidiana del Cairo. Un’analisi fatta dai cairoti, un microfono piazzato nel cuore dinamico di questa grande capitale, che non a caso gira in automobile, in una delle metropoli più inquinate del mondo! Ci sono barzellette che prendono di mira il Presidente, storie di ordinario sfruttamento, di povertà e riflessioni a volte molto sottili sulla politica internazionale. Un agglomerato caotico di voci, che lo scrittore non ha voluto ordinare, ma semplicemente trasporre in maniera discontinua e sparsa. Queste invettive di pancia sono un pretesto per dire delle cose sulle classi povere dell’Egitto, in un linguaggio semplice che ha saputo evitare i difetti degli intellettuali. All’apparenza leggero e godibile, il libro nasconde dietro i discorsi diretti e talvolta pittoreschi dei tassisti, i moltissimi problemi di un paese che cerca la propria strada fra la voglia di adozione di uno stile di vita europeo (ancora oggi esclusivo appannaggio delle classi più ricche della società) e la restrizione delle libertà imposta dal governo, i bassi livelli di cultura e i notevoli problemi economici. Alcuni dicono che Khaled Al Khamissi si è autocensurato. Gli ottantamila tassisti del Cairo sono più volgari di come li descrive: adorano parlare di sesso, droga, soldi e degli imbrogli che fanno. Chi però ha vissuto al Cairo abbastanza sa comunque bene che una conversazione con i tassisti a volte vale molto più della lettura di un libro per capire questo paese.

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Khaled Al Khamissi racconta Il Cairo. Oggi alla Fiera della piccola e media editoria

IL MANIFESTO – 07/12/2008
di Giuliano Battiston

Giornalista, sceneggiatore e produttore cinematografico con alle spalle studi di Scienze politiche al Cairo e alla Sorbona, Khaled Al Khamissi dal 2007 è anche uno degli scrittori più letti dal pubblico egiziano, di cui ha conquistato l’attenzione con una raccolta di storie in cui le voci dei tassisti cairoti diventano un filtro attraverso il quale riflettere – a volte amaramente, più spesso causticamente – sui problemi della società egiziana, soffocata da un potere asfissiante e brutale e «abituata a non avere voce». Abbiamo rivolto qualche domanda a Khaled Al Khamissi, che oggi a Roma alle 14 presso la Fiera della piccola e media editoria presenta il suo libro, Taxi. Le strade del Cairo si raccontano (Il Sirente, pp.191, euro 15) – insieme al traduttore Ernesto Pagano, a Chiarastella Campanelli e a Igiaba Scego.
Secondo la celebre definizione di Stendhal, il romanzo è uno specchio portato lungo una strada; lei invece sembra usare i taxi cairoti come uno specchio per riflettere le vicende della società egiziana. Ci spiega le ragioni della sua scelta?
Non è stata una scelta del tutto consapevole: al processo della scrittura contribuiscono molti elementi, e alcuni di questi non sono di ordine razionale. Comunque, volevo parlare innanzitutto delle strade, poiché tutte le strade sono fortemente rappresentative della società e ne riflettono le pulsazioni più intime, e solo in un secondo momento ho scelto i tassisti, coloro che ascoltano e raccontano le storie delle persone che abitano le strade. Inoltre, anche se per gran parte della mia vita ho studiato scienze politiche e ho letto le analisi di esperti e professori, non ho mai smesso di ascoltare le discussioni di quanti non sono mai entrati nelle aule universitarie. Da queste discussioni ho imparato che la politica, dopo tutto, è una questione molto semplice: possiamo mangiare o no? Possiamo educare i nostri figli o no? Possiamo respirare aria pulita o no? E in caso negativo, perché? Mi sembra che nelle strade ci sia la risposta a questo perché. Gli egiziani, da millenni oppressi da governi che usano il pugno di ferro, temono senz’altro l’oppressione, ma allo stesso tempo hanno sviluppato un forte senso dell’umorismo, che si traduce nella capacità di farsi beffe della stupidità di chi governa. In questo modo sono riusciti a stabilire una distanza tra loro e il potere. E solo la distanza porta alla comprensione.
Il protagonista del racconto «Quando Mubarak va a passeggio» è un tassista «che all’inizio aveva adorato il Cairo, poi l’aveva amata, poi aveva cominciato a provare nei suoi confronti sentimenti contrastanti. Poi: l’aveva odiata e adesso ne sente ripugnanza». Nel suo caso, quali sentimenti la legano al Cairo?
Sono nato negli anni Sessanta, e posso assicurarle che da allora ho assistito con i miei occhi a un degrado progressivo e costante, che ha investito ogni aspetto della vita della città. Tuttavia, rimane una città estremamente forte, dotata di risorse inaspettate. Dopo tutto nessuno può nascondere che si tratti di un museo a cielo aperto, che raccoglie testimonianze architettoniche risalenti ad almeno seimila anni fa e che attraversano il periodo copto, islamico, moderno e via dicendo. A fronte di questo straordinario aspetto storico-architettonico rimane una città in cui metà della popolazione vive in condizioni di emergenza, senza i servizi essenziali. E gli abitanti continuano a crescere: nel 1900 erano circa seicentomila, nel 1950 due milioni e mezzo. Oggi siamo diciotto milioni, e arriveremo presto a venti. Si può immaginare dove andremo a finire, con il governo che ci ritroviamo.
L’«Angelo nero», protagonista dell’ultimo racconto, un tassista venuto da Assuan, sembra trovare la propria, personale, felicità nella cura che riserva al giardino di fronte casa. Vuol forse dire che in Egitto felicità e soddisfazione possono darsi solo nella sfera privata, mentre quella pubblica, soffocata dal potere, non offre opportunità di «realizzazione»?
È proprio così. Oggi gli egiziani non fanno parte di un progetto collettivo, e l’Egitto è un paese privo di progettualità sociale, economica, culturale. È come se vivessimo ciascuno nella propria isola. Dal momento che i ponti adibiti a collegare le isole tra di loro sono stati abbattuti, l’unica cosa che ci è concessa per sopravvivere più dignitosamente è rendere la nostra isola un po’ migliore. La gente si sforza di trovare una dimensione collettiva, un progetto sociale di cui possa sentirsi parte, ma si accorge presto che non esiste alcun progetto: veri partiti politici e movimenti sociali politicamente efficaci non ci sono. Tuttavia, negli ultimi due anni abbiamo assistito ad alcune manifestazioni dei lavoratori che hanno rappresentato un vero movimento sociale, e questo i deve farci sperare. Credo che continueranno anche in futuro.

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Egitto: Al Khamissi, eliminare la religione dalla carta d’identità

ANSAmed – 01/12/2008
di Luciana Borsatti

ROMA – Eliminare dalle carte di identità degli egiziani la dicitura ‘musulmano’, ‘ebreo’ o ‘cristiano’, perché “non deve avere alcuna importanza sapere a quale religione si appartenga”. È l’obiettivo della campagna condotta in Egitto da vari intellettuali e di cui si fa portavoce anche Khaled Al Khamissi , autore di “Taxi”, vero caso editoriale nel suo Paese, da poco tradotto in italiano con l’Editrice Il Sirente.
Una campagna che per ora si sta combattendo solo sulla stampa e negli incontri pubblici e non ancora in Parlamento, precisa Al Khamissi, ma che dimostra come, sostiene, nella società egiziana l’appartenza religiosa contino meno di quanto sembri.
La dicitura relativa alla fede nelle carte d’identità solleva inoltre, racconta, anche un altro problema: il fatto che il software in uso per i documenti elettronici non permette più l’inserimento di fedi diverse dalla triade dei tre grandi monoteismi, tagliando così fuori in particolare, la piccola minoranza Bahai. Una questione che il governo egiziano “rifiuta di risolvere”, evidenzia. Mentre sull’abolizione del dato sull’appartenza religiosa tout-court – ritenuto particolarmente ‘sensibile’ dalla legislazione sulla privacy nei paesi occidentali – le autorità “rifiutano anche di rispondere”.
Ma l’elemento religioso come elemento di appartenenza identitaria si collega a quella “islamizzazione del Paese”, ricorda ancora Al Kharmissi, che “ha avuto inizio con Sadat nel 1977 ed è proseguita anche con il successore Mubarak e il suo ministro per l’informazione Safwat El Sharif, in carica per 23 anni”, accompagnandosi con “finanziamenti dall’Arabia Saudita e dagli Usa”. Ma le divisioni tra le religioni, secondo Al Khamissi, non appartengono alla “vera anima del popolo egiziano – sottolinea – in cui prevale lo spirito della tolleranza. Il vero egiziano non ha grande interesse per queste questioni, per lui contano i problemi quotidiani della vita e della morte.
Visto che – aggiunge – su una popolazione di 75 milioni il 55% vice al di sotto dei livelli di povertà, il 20% è povero e il 20% sta appena a galla. E il restante 5%, infine, è tanto ricco che non gliene importa proprio di niente”.
Le tensioni religiose dunque “non sono altro che il riflesso di una situazione di crisi economica e sociale che il governo, privo di un progetto per il Paese, non sa risolvere”. Quanto l’appartenenza religiosa sia secondaria nella percezione della gente lo dimostra del resto il fatto, sottolinea ancora lo scrittore citando Lewis Amad, che è solo nei periodi di crisi economica e sociale che i genitori scelgono per i figli nomi di evidente derivazione religiosa. “Quando io andavo a scuola – ridorda lo scrittore 46 enne – non riconoscevo la religione dei miei compagni dal loro nome, ora mia figlia si”.
Convinzioni, quelle di Al Khamissi, che lo scrittore poggia sulle sue frequentazioni con i tassisti del Cairo, protagonisti delle 58 storie che racconta nel suo libro. Perché i tassisti della  (circa 220 mila abusivi, precisa, contro 80 mila regolari) sono la vera voce dell’Egitto più popolare, quello che fa più fatica e tirare avanti, e che raccolgono dai loro passeggeri le storie più autentiche della vita nel Paese, trasposte nel libro in una forma che si propone di darne la rappresentazione letteraria più veritiera.
Già pubblicato in inglese e presto anche in spagnolo, greco e francese, “Taxi” in Egitto  “è stato un successo – osserva –
che non avrei mai immaginato: in 18 mesi ha venduto oltre 100 mila copie, quando i libri in genere non ne vendono più di 3000. Un successo paragonabile solo a quello di ‘Chicago’ di Ala-Al-Aswani – conclude, citando l’autore di ‘Palazzo Yacoubian’ – e che non mi so spiegare”.

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In taxi per le strade del Cairo. Le brevi storie urbane di Khaled al-Khamissi

RINASCITA  – 27/11/2008
di Pino Blasone

Un precedente di successo nel mondo arabo e all’estero è certo il romanzo Palazzo Yacoubian di ‘Ala al-Aswani, ambientato nel centro storico del Cairo. Anche il volume di racconti Taxi di Khaled al-Khamissi è ambientato nella megalopoli egiziana; uscito in arabo nel 2007, è stato ristampato più volte in un anno. Ecco ora la traduzione eseguita da Ernesto Pagano. Titolo e sottotitolo dell’edizione italiana, Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, ci suggeriscono però che qui si tratta non di vicende le quali si intreccino in un vecchio stabile glorioso, bensì di tante brevi storie in perenne e caotico movimento, narrate dalle voci dei tassisti all’autore. Con qualche intuibile aggiunta della sua fantasia, esse ci restituiscono un caleidoscopico mosaico.
Se la critica sociale e politica era presente sullo sfono della narrazione di Al-Aswani, ruotando intorno a un’estesa crisi di identità individuale e collettiva, nella cronaca simulata da Al-Khamissi essa emerge in primo piano. Il tema principale, messo a fuoco dallo scrittore, acquista una consistenza e un carattere differenti. In particolare, ciò che si cerca di illustrare è come un qualunquismo indotto non solo fra la borghesia, ma anche nei ceti popolari possa scadere in un atteggiamento conservatore, che nello specifico assume i connotati dell’integralismo religioso. È quanto confida un anziano tassista (al Cairo i tassì sonjo i mezzi di spostamento più agevoli e mediamente accessibili), colto in un momento di disincantata sincerità: «Abbiamo già provato tutto. provammo il re e non funzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti. Poi provammo una via di mezzo e alla fine siamo arrivati al capitalismo che però ha i monopoli, il settore pubblico che scoppia, la dittatura e lo stato di emergenza. E ci hanno fatto diventare pure un poco americani e tra poco pure israeliani; e allora perché non proviamo i Fratelli Musulmani? Chi lo sa, va a finire che funzionano…» (nel racconto Pesce, latte e tamarindo).
Basti sapere che i “Fratelli Musulmani” sono in realtà un partito con ambizioni populiste, sorto in Egitto e diffusosi nel resto del mondo islamico. Non occorre conoscere a fondo la storia egiziana contemporanea, per rendersi conto che – mutatis mutandis – una mentalità del genere non difetta nemmeno tra noi, e che anzi si è andata accentuando nel vuoto politico effettivo creatosi negli ultimi tempi. È quanto ben condensato dall’espressione “La politica è sempre stata una schifezza da quando l’hanno inventata”, che troviamo riportata in un altro racconto, esplicitamente intitolato Elezioni e terrorismo. La lingua adottata da Al-Khamissi è svelta ed efficace, vicina alla colorita parlata del dialetto cairota, resa al meglio possibile dal traduttore.
Tutto ciò non vuol dire che i motivi prettamente esistenziali vi siano trascurati. Ma anch’essi risentano di un contasto di impoverimento o di  miseria, che le accresciute differenze sociali fanno risaltare in modo acuto, riflettendosi addirittura in quelle ambientali architettoniche o a volte di semplice costume. È il caso di un racconto dal titolo eloquente Devastazione edilizia, o di un altro assai godibile intitolato “Niqab” e tacchi a spillo, che prende di mira il conformismo religioso del velo per le donne, divenuto ormai maggioritario. Non sorprende che il libro abbia potuto destare qualche risentimento nella società egiziana, mitigato tuttavia dal quel garbo e humour che fanno parte – a oltranza – di quell’antica tradizione e cultura.

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Uno scrittore prende il Taxi

GRUPPO ITALIANI EGITTO – Anno I numero 2
di Neliana Tersigni

Il primo vero incontro di ogni espatriato con il Cairo è con i suoi tassisti. E, prima che apparissero i moderni e introvabili taxi gialli, è l’incontro con i vecchi malconci taxi neri che, come enormi formiche, vagano senza sosta, riuscendo a zigzagare fra le macchine di un traffico paralizzante. E ancora: il primo consiglio che ti danno tutti quando arrivi è di prepararti i fatidici cinque pound, in modo che il tassista, furbo per antonomasia, non ti chieda di più, vedendoti come straniero non smagato e quindi preda appetibile. In realtà, se anche noi che viviamo qui avessimo la padronanza della lingua di un nativo, avremmo una visione diversa dei tassisti, della loro vita, della loro lotta quotidiana per la sopravvivenza. Allora questo spaccato ce lo da un uomo, un cairota quarantenne che qui prende da sempre i taxi e che da sempre chiacchera con i tassisti. Khaled el Khamissi, giornalista e regista, è nato e cresciuto al Cairo, dove ha sempre vissuto, con l’intervallo degli studi alla Sorbona di Parigi. Khamissi ha deciso di raccontare le centomila storie collezionate nei tragitti, brevi o interminabili, sui taxi del Cairo. Ne è nato un libro, “Conversazioni di viaggio” che solo in Egitto ha venduto in poco tempo 35mila copie, che è stato tradotto in molte lingue e ora pubblicato anche in Italia con il titolo “Taxi”. Un libro fatto di piccole storie umane, filosofiche, di soprusi, di tenerezze, di barzellette, e anche di critica aspra senza veli e senza censure. C’è il vecchio tassista malato che va a lavorare perché non può chiedere soldi a figli pure poveri. Ma, nel suo fatalismo antico, si affida a Dio e Dio lo ricompensa. C’è il giovane che non conosce le strade del Cairo perché – afferma ingenuamente – finora ha fatto il contrabbandiere fra Egitto e Libia, un mestiere – fa capire – certo più redditizio di quanto renda il taxi di suo padre che è morto. C’è uno che ricorda con orgoglio nazionale l’ex presidente Sadat e un altro che imputa a Sadat tutti i mali presenti. “La strada – afferma Khaled el Khamissi – è il luogo migliore per studiare una società, per capirla. Per le strade del Cairo si trovano i diseredati, i vagabondi, i bambini senza famiglia e i tassisti. Così, in un paese dove l’80 per cento della gente è povera, io ho deciso di dare voce a chi in genere non ce l’ha, a chi ha il pproblema della sopravvivenza quotidiana.”
Ma non lasciatevi ingannare: questo non è un libro di lamentazioni o di risentimenti. È sì un libro che può commuovere, ma pu’ anche far sorridere. E a volte addirittura ridere.

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Press Khamissi

Il volume è già un best seller, come ci spiega la nostra corrispondente Neliana Tersigni…

Uno scrittore egiziano, dopo aver viaggiato per un anno e mezzo sui taxi del Cairo, ha scritto un libro che raccoglie il malessere sociale. Il volume è già un best seller, come ci spiega la nostra corrispondente Neliana Tersigni…

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“Taxi”

TICINO NEWS – 08/10/2008
di SKA

Per anni ho percorso tutte le strade e i vicoli del Cairo dall’interno di un taxi. Ho una passione per le conversazioni con i tassisti” questo libro riporta le migliori

“Taxi” edito Il Sirente sono una serie di racconti scritti dall’egiziano Khaled Al Khamissi. Nel suo paese d’origine è diventato un best seller  questa raccolta 58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006.
Percorrendo a rilento le vie di una metropoli di quasi 8milioni di abitanti, le idee dei tassisti dipingono un colorato quadro a pennellate rapide. Nelle loro analisi si ritrovano buonsenso e trasparenza talvolta superiori a quelle di tanti “commentatori politici che riempiono di chiacchiere il mondo. Perché la cultura di questo popolo si rivela nelle sue anime più semplici”.

“Dopo la lettura di Taxi il visitatore avrà imparato molte cose sulla vita quotidiano degli egiziani, sulle loro frustrazioni, sulle loro piccole grandi miserie, sul disprezzo quasi generale delle istituzioni e, soprattutto, sulla loro mancanza di prospettive”. Patrice Claude, Internazionale

“Un giornalista, qualche decina di tassisti e una valanga di proteste contro il governo e i politici. Non è la riedizione della rivolta italiana delle auto bianche, ma il soggetto di un libro campione di vendite in Egitto: Taxi, di Khaled Al Khamissi”. Paolo Casicci, Il Venerdì di Repubblica

“Il libro parla della resistenza dello spirito umano, è una potente cronaca della colossale lotta per la sopravvivenza”. Baheyya, anonimo ma influente blogger egiziano

“Lo leggerai in un giorno e poi tornerai a comprare copie per tutti i tuoi amici”. Baheyya: Art Commentary Media

Khaled Al Khamissi è un giornalista, regista e produttore oltre che scrittore. Figlio d’arte, Al Khamissi è un artista poliedrico, si è laureato in Scienze politiche alla Sorbona di Parigi. Ha lavorato per l’Istituto Egiziano per gli studi sociali. Ha scritto sceneggiature per vari film egiziani quali “Karnak”, “Iside a Philae”, “Giza” e altri. Scrive periodicamente articoli e analisi critiche su politica e società in diversi giornali e settimanali egiziani.

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Tra i tassisti del Cairo

TERRASANTA.NET – 06/10/2008
di Carlo Giorgi

S’intitola semplicemente Taxi il primo effervescente libro di Khaled Al Khamissi, giornalista, regista e scrittore di novelle egiziano. L’opera è diventata un successo editoriale al Cairo, con 35 mila copie vendute e sette ristampe consecutive nell’arco di un solo anno. Il testo è ora pubblicato anche in Italia per i tipi della piccola casa editrice Il Sirente.
Il libro di Khaled Al Kamissi non poteva che essere partorito da un cittadino del Cairo, dove ogni giorno circolano – cercando di districarsi nel caotico traffico della megalopoli araba e di accaparrarsi il maggior numero di passeggeri – fino a 80 mila taxi. L’autore assicura di avere fatto, negli anni, centinaia di corse in taxi per le strade della capitale, di essere montato su vetture di ogni tipo, guidate da autisti di ogni categoria sociale, livello di istruzione, convinzioni politiche. E raccoglie nelle pagine del volume, uno spettro di incontri e testimonianze tanto variegato da raccontarci, in un modo nuovo, la realtà più credibile del mondo arabo moderno.

Il volume è ben strutturato. Ispirati all’abbandono fatalista ma sereno della fede islamica, il primo e l’ultimo racconto del libro, in cui due tassisti diversi, come due angeli, aprono gli occhi al passeggero, tra un semaforo e un intasamento, sulla bontà della vita e di Dio; con una saggezza macerata nel traffico di migliaia di chilometri percorsi nelle strade urbane.

Gli altri conducenti di cui racconta Kamissi, sono il genere umano, e in particolare il mondo arabo, in un unico grande affresco:  un’umanità dolente e arrabbiata; passionale o disillusa. Vitale, nonostante sia sempre ad un passo dallo sfinimento. Dall’autista fanatico religioso che aggredisce l’autore con una filippica contro il malcostume delle donne; all’altro che strangolerebbe seduta stante la polizia corrotta; da chi girato il mondo, trascorrendo una vita da emigrato all’estero, alla fine s’è ridotto a guidare un taxi al Cairo; al malcapitato pressato dalle rate della vettura e costretto a guidare per tre giorni di seguito.

Kamissi ha scritto il libro rispettando il dialetto arabo della gente semplice della capitale egiziana. Nella traduzione italiana s’è scelto di utilizzare espressioni dialettali meridionali, e in particolare napoletane, per esprimere la «popolanità» del parlato.

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Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

MULTITAXI.SPLINDER.COM 08/06/2007
di Multitaxi

Analfabeti e diplomati, sognatori e falliti, taciturni e loquaci, chi racconta barzellette e chi commenta la situazione in Iraq. E’ la variegata galleria di tipi e personaggi in cui capita di imbattersi salendo su un taxi al Cairo, e le cui voci vengono ora raccolte in un libro pubblicato da poco in Egitto e diventato presto un successo,“Taxi (Conversazioni in tragitto), del giornalista e regista Khaled al Khamissi. Il libro raccoglie in 220 pagine 58 racconti-monologo che hanno la voce degli autisti di taxi del Cairo: storie tratte dalla realtà, ma romanzate, e raccontate in un linguaggio colloquiale, che differisce molto dalla lingua letteraria usata dalla maggior parte degli scrittori egiziani, e che forse costituisce il segreto del successo di questo libro.
Il volume, pubblicato a inizio gennaio, dopo tre mesi aveva già venduto 20mila copie e ora è già stato ristampato tre volte. I tassisti protagonisti di questo libro sono assai differenti, sognatori e filosofi, misogini e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici con quell’ironia così particolare dei cairoti magistralmente descritta dallo scrittore Albert Cossery, ma accomunati da uno stesso destino: quello di dover lottare quotidianamente per farsi strada, nel senso letterale della parola, in un mondo rumoroso e caotico. Nei confronti di questa categoria spesso poco amata e stigmatizzata dagli abitanti del Cairo, l’autore non nasconde di nutrire una particolare simpatia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Khamissi ricorda quello che spesso i clienti di un taxi al Cairo dimenticano, ovvero che i tassisti appartengono per lo più a categorie sociali tra le più bistrattate economicamente, i loro nervi sono messi alla prova dal caos delle strade del Cairo, una metropoli bellissima ma inquinata e polverosa formicolante di oltre 16 milioni di abitanti, attraversata ogni giorno in totale da 22 milioni di persone, in macchina, autobus e metropolitana ma anche su carretti trainati da asini e vesponi Piaggio. Con un sottofondo perenne di clacson e una sorprendente commistione tra città, campagna e deserto. Lo descrive bene, l’autore, il loro inferno: “E’ un mestiere sfiancante, lo stare sempre seduti in automobili poco confortevoli distrugge le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo demolisce il loro sistema nervoso, i perenni imbottigliamenti li sfiniscono nervosamente e il correre dietro il loro sostentamento – correre nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi.
Aggiungete a questo le trattative e le litigate con i clienti per il prezzo da pagare in assenza di tachimetri, e il tormento dei poliziotti che li inseguono…”. L’autore si sofferma anche sulle loro riflessioni sul proprio Paese, i giudizi sui dirigenti, le critiche alla corruzione dei poliziotti, le molte parole che quasi tutti spendono sulla situazione in Iraq e sull’America: ne risulta una sorta di documento sulla vita quotidiana del Cairo, composto da porzioni di reale che non corrispondono né all’immagine mostrata ai turisti, né a quella fornita dalla produzione letteraria o cinematografica.

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TAXI

INCONTRO
di Tiziana Barrucci

Che gli autisti dei taxi possano fornire il polso della società in cui vivono non è di certo sfuggito a Khaled al Khamissi, autore del best seller egiziano “Taxi”

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Il Cairo in movimento

IL SOTTOSCRITTO – 24/09/2008

di Silvia Lutzoni

«Non è uno studio sociologico o antropologico, né tantomeno un reportage giornalistico», ha dichiarato Khaled el-Khamissi, giornalista, regista e produttore (dirige la Nile Production Company), a proposito di Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, suo libro d’esordio che, dalla sua uscita al Cairo a gennaio 2007, è ormai arrivato alla dodicesima ristampa ed è già stato tradotto in inglese e francese. Resta comunque difficile tentare di collocarlo all’interno di un genere letterario ben definito quando è vero che è costituito da cinquantotto dialoghi – scritti in arabo dialettale – tra un giornalista e una serie di tassisti cairoti che fotografano così l’Egitto con tutti i suoi problemi, senza lesinare attacchi al Potere, ma non rinunciando mai a una dose massiccia di ironia. Ed è proprio la scelta dell’arabo colloquiale che deve aver posto non poche incertezze al traduttore, Ernesto Pagano, fino a condurlo alla scelta di appoggiarsi al suo retroterra culturale: i dialoghi sono stati infatti resi con l’uso di locuzioni tipicamente campane (ma uno dei racconti, Filosofia del tassinaro, è in romanesco) che, se da un lato potrebbero avere l’effetto di decontestualizzare il racconto, fino a disorientare il lettore, dall’altro assicurano agli scambi la vivacità urbana che l’uso dell’italiano avrebbe forse penalizzato. Il libro, pubblicato dall’editore dell’Aquila il Sirente, inaugura la collana «Altriarabi»,  che si propone di presentare al lettore italiano quegli autori arabi  che non si conformano al nostro stereotipo di orientale, e che tentano di rappresentano i loro Paesi discostandosi da quello che spesso è un immaginario colonizzato.

Come è nata l’idea di scrivere un libro come Taxi?

E’ difficile parlare di un inizio. Questo libro è nato come il frutto di un insieme di circostanze e di idee. Nella mia casa si respirava cultura e posso affermare che letteratura fosse nei miei geni: sono nato e cresciuto in una famiglia di scrittori, lo era mio padre, mio nonno, e anche i miei zii sono scrittori. Ho studiato scienze politiche  alla Sorbonne a Parigi, dove i miei professori mi hanno abituato ad indagini complicate e altamente pedagogiche sulla società e sui fenomeni politici. Ma sono sempre stato affascinato dalla semplicità delle analisi della gente comune – e gli egiziani in queste sono impareggiabili – che con strumenti disparati sono in grado di fornire analisi economiche e sociologiche molto più esaustive di quanto non riesca a fare un accademico.  Ho pensato che sarebbe stato interessante parlare di storie normali, ecco, della vita vera. Ma non sono effettivamente mai salito su un taxi pensando di intervistare il tassista, né avrei mai pensato che dalle chiacchiere scambiate per passare il tempo, per cortesia, avrei mai tratto un libro. L’idea è venuta dopo.

Nella «Premessa indispensabile» al libro lei dichiara di aver escluso dal libro alcuni dialoghi perché ritenuti inopportuni.

E’ stato un avvocato a suggerirmi di eliminare dal libro alcuni dei dialoghi, ma per evitare di incappare in procedimenti legali, non per paura della censura. Molte storie parlano di fatti che tutti conoscono, di cui tutti parlano, ma di cui non esiste certezza perché nessuno di questi personaggi è mai stato ufficialmente processato. Allora parlarne è lecito, scriverne è un altro discorso.

E’ stata dunque una sorta di autocensura in un Paese in cui la censura ufficialmente non esiste.

Non è ufficiale, certo, ma è presente, e la strada è l’unico luogo dove la gente può parlare liberamente. Il popolo egiziano ha avuto una storia di oppressione tra le più lunghe in assoluto, per cui credo che abbiamo sviluppato una specie di gene che testimonia della nostra paura del Potere. Per sopravvivere non facciamo altro che produrre barzellette sul Governo e sulle istituzioni. L’ironia resta la nostra unica arma di difesa.

Taxi è stato pubblicato a pochi anni di distanza da un altro bestseller, Palazzo Yacoubian (Feltrinelli, 2006), di Alaa Al-Aswani, un romanzo che, seppur diverso nella forma e nei temi trattati, è caratterizzato da un certo impegno civile. Entrambi hanno venduto oltre centomila copie, un fenomeno piuttosto inconsueto, se consideriamo che il mercato librario arabo, per quanto in forte espansione, non annovera più di venti, trentamila titoli l’anno. E’ stato l’impegno civile il segreto del successo di questi libri?

 Sono molti i libri impegnati civilmente che vengono pubblicati ogni anno in Egitto, ma nessuno di questi diventa un bestseller. Non so che cosa sia necessario per assicurare a un libro il successo di vendite, e noi scrittori non abbiamo una ricetta. Il mio e il libro di Alaa al-Aswani non sono stati concepiti per diventare bestseller, ma per esprimere qualcosa che sentivamo la necessità di mettere per iscritto.

Quello sulla diglossia nei Paesi arabi è un dibattito tanto antico quanto enorme. Lei ha scelto di scrivere la maggior parte del libro in dialetto egiziano. Una scelta discutibile se si considera quanto di recente affermato da Alaa Al Aswani, e cioè che sono gli orientalisti a sostenerne l’uso.

Scrivo in l’arabo standard nelle parti in cui è il narratore a raccontare, mentre mi servo del dialetto egiziano nei dialoghi: il punto è che i dialoghi costituiscono l’ottanta per cento del libro. Non mi pare di aver operato una scelta innovativa: basti pensare soltanto a un libro come Il ritorno dello spirito del grande drammaturgo e narratore egiziano Tawfìq al Hakìm, un libro pubblicato negli anni Venti  del secolo scorso in cui tutti i dialoghi sono scritti in vernacolo. E’ dunque una caratteristica che entrata da tempo nella nostra letteratura. Inoltre, per me era ovvio che nel momento in cui avevo scelto di ambientare i miei racconti nella strada, la lingua della strada fosse di conseguenza l’unica attendibile.  Posso accettare solo in parte ciò che sostiene Al Aswani quanto agli orientalisti. Ho molto rispetto per il dialetto egiziano: è la lingua che effettivamente parliamo: è una lingua vera e viva. Rispetto anche la fushà, l’arabo standard, perché rappresenta la nostra storia, ed è la lingua che ci permette  di mantenere una certa  relazione tra i Paesi arabi. Credo che non si tratti di una competizione, però, per cui io posso dire di stare con una o con l’altra squadra. Non è così facile: posso parlare e scrivere in entrambi, sono due elementi che non possono fare a meno di convivere nella mia cultura.

Uno dei tassisti protagonisti del libro afferma: «Vorrei vedere con tutto il cuore i Fratelli Musulmani salire al potere [… ] E perché no?! Abbiamo già provato  tutto. Provammo il re e non funzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti […] e allora perché non proviamo pure i Fratelli Musulmani? Chi lo sa, va a finire che funzionano».

Ho sentito questa frase detta da centinaia di persone, e persone di diversi livelli sociali. Ho un amico che lavora al Marriott hotel che è della stessa opinione: dall’età di sedici anni studia e lavora nel campo del turismo e quando ho obiettato che con i Fratelli Musulmani al potere, molto probabilmente, il Marriott non avrebbe più modo di esistere e lui di conseguenza perderebbe il lavoro, mi ha risposto che la cosa non lo interessava.

 Qual è il ruolo della cultura oggi in Egitto?

Il governo ha fatto di tutto negli ultimi vent’anni per affermarsi come l’unico produttore di cultura. E ciò vale per quanto riguarda la letteratura, la televisione, il cinema. Negli ultimi tre, quattro anni, però, i produttori privati stanno aumentando, e così sono aumentati i romanzi pubblicati, le produzioni teatrali e televisive. Adesso possiamo veramente avere la speranza di poter fare qualcosa di nuovo e valido nel futuro. La macchina della cultura è in movimento, insomma.

Una gestione privata in questo senso gioverebbe alla cultura?

Non posso dire se una gestione privata possa costituire una soluzione. C’è tutto un sistema organizzativo che deve necessariamente essere riformato. Pensiamo a un evento come la Fiera del libro del Cairo: il Governo dovrebbe smettere di occuparsene, su questo non c’è dubbio, per lasciare spazio a chi la cultura e la letteratura effettivamente produce, ma questo non accadrà facilmente. Ho passato tutta la mia vita a tentare di produrre cultura e nel rapporto con le istituzioni – parlo di funzionari, non delle alte istituzioni – ho sempre avuto delle difficoltà, mi sono stati imposti dei limiti. Di certo con una gestione privata non accadrebbero episodi incresciosi come quello accaduto proprio nel 2007 alla Fiera del Libro. Per quella occasione invitai a parlare del mio libro due tra i più eminenti intellettuali egiziani, Galal Amin e Abd el-Wahab el-Messiry. Quest’ultimo, deceduto lo scorso luglio, aveva dei problemi di salute, così chiesi che potesse avere la possibilità di arrivare all’ingresso della sala conferenze con la sua auto. Mi fu data l’autorizzazione, ma all’ingresso la sua auto fu bloccata da un ufficiale che cedette alle nostre richiesta soltanto perché il direttore della fiera, Nasser al-Ansari, in quel momento si trovava a passare accanto a noi. Così l’auto varcò i cancelli, ma duecento metri dopo fu fermata da un altro ufficiale: questa volta, senza l’aiuto di al-Ansari, non poté proseguire. Ora, un uomo come Nasser al-Ansari è il direttore della fiera, e una delle menti migliori del nostro Paese non può accedervi per i capricci di un basso funzionario. Sembra uno scherzo, un brutto scherzo, ma questa è la realtà dei fatti nel mio Paese.

Bahaa Taher, uno fra i più importanti scrittori egiziani contemporanei, in «Amore in esilio»,  romanzo scritto nel 1995 e appena tradotto da Ilisso, faceva pronunciare al protagonista queste parole: «Tutti gli arabi hanno smesso di crescere».

Sono passati tredici anni dalla pubblicazione di quel libro: è chiaro che Bahaa Taher si riferisse con quelle parole a una situazione storica che con il tempo non ha potuto che modificarsi. Credo di poter sostenere, senza incertezze, che stiamo davvero cominciando una nuova era della nostra storia culturale. E’ vero, tuttavia, che abbiamo dei problemi. I Paesi arabi, ognuno a suo modo, stanno attraversando il periodo più buio degli ultimi cento anni. Siamo totalmente occupati dagli Stati Uniti:  fisicamente come avviene in Iraq o virtualmente come accade in Egitto. I nostro governi dipendono in tutto e per tutto da quello americano. Ma ciò che è peggio è che molti Paesi europei stanno seguendo e concordano con quel genere di politica e vi contribuiscono. Dobbiamo ammettere che i nostri sono Paesi occupati.

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La società egiziana a bordo di un Taxi

| Mediterraneaonline | Domenica, 21 settembre 2008 | Cristina Giudice |

Presentato ad Alghero in prima nazionale il libro di Khaled Al Khamissi, un viaggio nella Cairo di oggi

È un vero e proprio viaggio all’interno della realtà egiziana attuale quello che si fa sfogliando le pagine di “Taxi”, il romanzo di Khaled Al Khamissi, presentato in anteprima in Italia ad Alghero all’interno del Festivalguer “Porto Mediterraneo”. Lo scrittore egiziano ha scelto la riviera del corallo per presentare quello che in Egitto è stato il caso editoriale dello scorso anno, arrivato all’ottava ristampa e a 35 mila copie vendute, in un paese dove già 3000 copie costituiscono un successo.

Al Khamissi racconta, in 58 storie brevi, messe insieme fra il 2005 e il 2006 parlando con i tassisti del Cairo, la vita quotidiana, le frustrazioni, le speranze e le amarezze di un popolo «oppresso e povero e senza possibilità di sopravvivenza – come lo ha descritto lui durante la presentazione – che in molti casi ha perso la speranza, ma non la voglia di scherzare, di ridere e di vivere».

“Taxi” è un libro all’apparenza leggero e godibile, grazie anche ad una scrittura semplice in cui, invece del pesante arabo letterario, domina la lingua parlata nei discorsi diretti fra il tassista e lo stesso autore, come in un siparietto teatrale ricco di espressioni gergali e battute ironiche. Proprio come il popolo che racconta però, il libro nasconde sotto questa apparenza di leggerezza e, a volte, di vera comicità, i moltissimi problemi di un paese che cerca la propria strada fra la voglia di adozione di uno stile di vita europeo (ancora oggi esclusivo appannaggio delle classi più ricche della società) e la restrizione delle libertà imposta dal governo, i bassi livelli di cultura e i notevoli problemi economici.

Al Khamissi rifiuta l’idea che lo sviluppo dell’Egitto sia impedito da fattori religiosi e guarda piuttosto a motivazioni politiche ed economiche, imputando anche all’Europa le sue responsabilità.

«Non si può parlare della cultura egiziana identificandola solo con quella musulmana – ha ricordato Al Khamissi – perché in Egitto ci sono anche molti cristiani, che abitavano nel paese ancora prima dell’arrivo dei musulmani, e una parte di laici. Il problema è una difficile situazione geopolitica – ha continuato lo scrittore – complicatasi dopo la guerra del ’73 contro Israele, che portò a nuovi accordi con gli americani e ad un’agenda politica che prevedeva la lotta contro il socialismo e gli elementi laici in Egitto. Per realizzarla gli americani stessi finanziarono gruppi estremisti islamici ed è noto, per esempio, che nell’università di Asiut, tra il ’76 e il ’78, un gruppo di studenti girava armato. E fu proprio quel gruppo ad uccidere poi il presidente Sadat. La successiva impennata dei prezzi del petrolio diede un fortissimo potere economico all’Arabia Saudita che iniziò, accanto agli Stati Uniti, a finanziare gruppi estremisti in tutto il mondo».

Se è dunque giusto affermare che non è l’Islam il responsabile dell’arretratezza del paese, la colpa è probabilmente da imputare ad un sistema scolastico fallimentare, spesso ingiusto, che non combatte l’ignoranza dilagante e che non è visto come un mezzo per potersi migliorare.

«Molte delle speranze che il popolo egiziano nutriva sono morte – ha detto Al Khamissi – e nessuno fa affidamento sul sistema di istruzione: nemmeno i genitori pensano che possa essere utile a migliorare la vita dei figli. Negli anni ’50 e ’60 ci fu un momento di speranza di riscatto dal passato e anche i contadini guardavano al loro raccolto con ottimismo, perché due ettari di terreno coltivato a cotone erano sufficienti per sostenere una famiglia per un anno. Oggi non bastano più. Nemmeno con Sadat la speranza di miglioramento era legata all’istruzione, ma al business e alla creazione di nuovi esercizi commerciali aperti all’occidente, il cui monopolio però è andato a favore di pochissimi lasciando la maggioranza della popolazione nella fame. Anche la speranza nazionale del mondo arabo di cacciare Israele e i colonizzatori inglesi è fallita e oggi dobbiamo accettare come un dato di fatto la colonizzazione degli americani».

Proprio come farebbe un qualsiasi cittadino egiziano, “Taxi” racconta questa difficile realtà col sorriso e una punta d’ironia: dalla giovane costretta a togliersi il niqab (il vestito nero che copre il corpo completamente lasciando scoperti solo gli occhi) a bordo del taxi per poter andare a lavorare al tassista che propone di provare i Fratelli musulmani, giusto per cambiare, come alternativa a Mubarak o all’altro che accusa il raìs di preoccuparsi solo dei ricchi del paese. Da chi racconta le peripezie affrontate e le bustarelle versate agli ufficiali di polizia per il rinnovo della licenza a chi, pur appassionato di film, confessa di non andare al cinema da 20 anni perché non può permettersi il biglietto. E poi un altro che, completamente sfiduciato dal sistema scolastico, ha ritirato i figli da scuola perché «non stavano imparando niente».

Le storie di questo libro danno voce per la prima volta ad una categoria umana ai margini della società egiziana, spesso invisibile. Il tassista è solo colui che guida, portandoti da un posto all’altro di questa enorme metropoli di circa 18 milioni di persone con la sua macchina scassata, che a volte non si sa come faccia a camminare ancora. Chi però abbia vissuto al Cairo abbastanza sa bene che una conversazione con i tassisti a volte vale molto più della lettura di un libro per capire questo paese. Commentano la partita della sera prima, funestata dalla partecipazione del presidente in tribuna (che, a quanto pare, porta davvero sfortuna); ricordano quando con 25 piastre (0,03 cent) potevi comprarci il pane; condannano le stragi compiute in Iraq e Palestina contro i loro “fratelli” e lo strapotere degli Usa nel mondo. Se poi gli dici di essere italiano, viene fuori qualche parente che da anni vive nel nostro paese e ti dicono tutti che sognano di sposare un’italiana e lasciare l’Egitto perché l’Italia è un paese meraviglioso dove si trova lavoro. Qualcuno va sul personale e parla dei figli che sono riusciti a laurearsi nonostante tutto, mentre un altro racconta di essere appena uscito dal suo lavoro mattutino in un’azienda privata, cosa molto comune fra i tassisti cairoti che, per la maggior parte, arrotondano guidando i magri stipendi dell’amministrazione statale e di aziende pubbliche o private.

Quella dei tassisti è forse la categoria umana che meglio rispecchia da sola la molteplicità della società cairota e il merito di Al Khamissi sta nell’averle dato voce per la prima volta.

«Bisogna leggere chi scrive della realtà di questi paesi e della loro cultura», ha esortato Al Khamissi, evidenziando quella che, secondo lui, è la responsabilità occidentale nell’aver creato incomprensioni, fraintendimenti e stereotipi rispetto al mondo arabo. «C’è un forte bisogno di comprensione e conoscenza reciproca – ha continuato lo scrittore – mentre la stampa europea, in particolare quella francese, inglese e americana, scrive di una realtà creata da e per l’immaginario americano. Il signor Bush ha nella sua agenda un progetto politico ed economico chiaramente militare in cui purtroppo i giornalisti lo seguono».

In risposta a questa informazione di parte l’opera di Al Khamissi va letta proprio per la sua capacità di raccontare dall’interno e in modo semplice e diretto la reale vita quotidiana del Cairo.

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Taxi Writer

VENTIQUATTO DEL SOLE 24 ORE – 5/09/2008
di Elisa Pierandrei

Lo scrittore Khaled Al Khamissi ha viaggiato per un anno sulle auto pubbliche cairote. Dalle chiacchiere con i conducenti è scaturito un libro, in breve divenuto un bestseller. Perché le storie ascoltate nelle convulse vie della capitale lasciano trapelare una denuncia caustica e ironica del malessere sociale che attraversa il Paese.

Scendo di corsa le scale della palazzina. Il mio bawab – il giovane portiere che passa il tempo seduto nell’ingresso o a dormire nella sua stanzetta nel sottoscala – mi ferma il primo taxi di passaggio in via 26 Luglio, nel ricco quartiere di Zamalek, il cuore della Cairo cosmopolita. Salgo su una vecchia Fiat bianca e nera. L’autista agguanta una sigaretta – anche se sul cruscotto c’è scritto “vietato fumare” –, sporge la mano dal finestrino e si rimette in carreggiata. Direzione Downtown Cairo. Prima accende la radio, Imad (così si è presentato) mi chiede se la musica mi disturbi. Non importa: siamo in coda da dieci minuti nel frastuono dei clacson. Alle cinque del pomeriggio la corniche, la strada che costeggia il Nilo, è intasata dalle automobili di chi rientra a casa.
Imad è abituato. Si mostra curioso nei miei confronti e, nonostante mi esprima in arabo, capisce che sono straniera (un guaio, pretenderà più soldi: la maggior parte dei taxi del Cairo non ha il tassametro). Farfuglia qualcosa su Berlusconi e sul calcio. Dice che gli italiani sono miyya miyya («al cento per cento»). Allora lo stuzzico chiedendogli se gli piaccia vivere nell’Egitto del presidente Hosni Mubarak o se vorrebbe al potere il movimento islamico di Fratelli Musulmani (bandito ma tollerato dalle autorità del Cairo), principale forza all’opposizione nel Paese. Risponde che vorrebbe provare il Governo degli islamici, anche se lui non prega né va in moschea: «Perché no? Li abbiamo provati tutti».
Siamo arrivati, e quasi mi dispiace: è raro in questo Paese trovare uno sconosciuto pronto a discutere di politica. La portiera è sfondata e la maniglia non c’è, Imad scende e mi apre dall’esterno. Pago la corsa ed entro in un piccolo caffè del centro.
Sono in ritardo, ma troverò comprensione.

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Cairo Cabbies Gab About Back

BLOOMBERG – 11/09/2008
Interview by Daniel Williams

Even casual travelers to Cairo soon learn one thing about the city: Its taxi drivers delight in gabbing about politics, religion, the weather, their family, your family, their income, your salary — whatever — while you are captive in their cabs.

Khaled Al Khamissi, an Egyptian public-relations agent and author, recounts dozens of conversations he’s had with chatty drivers in a book called “Taxi,” a rolling portrait of contemporary Cairo. For him, cabbies are the city’s town criers.

“Taxi drivers are always in the street, day and night,” Al Khamissi says in an interview in his third-floor office looking onto a Cairo plaza jammed with cars and people.

“They are the bloodstream of Cairo and express the whole suffering of society and the determination to overcome the problems of survival in Egypt.”

First published in Arabic last year and now available in English, “Taxi” reconstructs from memory 58 conversations Al Khamissi had with various drivers.

One cabby from southern Egypt talks about fleeing a failed government irrigation project. Another describes how a veiled woman stripped in his back seat, peeling off her modest garb on the way to her waitressing job. A third dreams of driving to South Africa for soccer’s 2010 World Cup.

One driver talks to Al Khamissi’s daughter about pornography. And one young cabby, enraged at his own poverty, sympathizes with suicide bombers and threatens to crash his car at the next intersection.

Moonlighters

“In their own way, the drivers express a mature understanding of Egypt. They live it everyday,” says Al Khamissi, who reports that the Arabic edition of his book has sold 60,000 copies, a bestseller by Egyptian standards.

Moonlighting cabbies are common, making the drivers a cross-section of society, he says. Owners sublease their cars to all comers: retirees, unemployed students, engineers and even, on rare occasions, women.

“I have never met a driver with a doctorate, but I have met plenty who hold masters degrees,” the author says.

The book rings true. Though Al Khamissi is a critic of the government of President Hosni Mubarak, some of his drivers favor the 80-year-old leader. Complaints about bureaucracy and corruption are commonplace.

Al Khamissi’s timing was good: Taxis have come under official scrutiny this year. The government ordered the withdrawal of licenses from cabs older than 20 years under a rule that went into effect Aug. 1, though owners have three years to dump their old cars.

Ornamental Meters

New regulations also make mandatory the use of meters, which Al Khamissi describes as inert ornaments designed “to tear the trousers of customers who sit next to the driver.” If my own experience is any guide, the meter rule has been ignored. Negotiations, as always, are the norm.

The rules are meant to eliminate cars with faulty brakes, bald tires and fuming exhausts, and the state is offering subsidized loans to buy new vehicles. That shows just how out of touch the government is, Al Khamissi says.

Even with a subsidy, he asks, “who can afford a new car?”

“Taxi” has just a couple of weaknesses. For one thing, it could have used fuller descriptions of Cairo cabs, 80,000 of which roam the city of 17 million people, according to the Transportation Ministry.

From outside, most of the cars look alike: two-toned black- and-white Ladas or Fiats pocked with dents and missing some or all of their fenders. Inside, the cars are feasts of idiosyncrasies: Amulets, worry beads and trinkets dangle from rear-view mirrors above fur-covered dashboards.

Loud Prayers

Loud radios and CD players are ubiquitous, with some Muslim drivers playing recorded Islamic prayers. In cabs operated by Coptic Christians, plastic icons of saints decorate the dash. At night, blinking blue inside lights give the cabs a disco glow.

Another element missing from Al Khamissi’s collection is a typical conversation between a cabbie and a foreign tourist, beginning with the question, “Where are you from?”

If the answer is the U.S., the conversation will turn to praise for the friendliness of Americans coupled with criticism of President George W. Bush’s foreign policy and a query about getting a U.S. visa and the range of salaries.

Being an American who taxies around Cairo a lot, I’m fed up with discussing Iraq and U.S. tax laws while stuck in Nile- length traffic jams. So I’ve taken to saying I’m from Bolivia.

That usually works, though almost nothing can stop a Cairo cabby’s urge to chat if he’s determined. When I said “Bolivia” the other day, the driver paused for a beat and replied:

“Ah, Bavaria. Wonderful people. My brother works in Munich. What are the chances for a visa?”

None, I said. And can you please turn down the prayers?

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Il taxi egiziano e contestatore di Al Khamissi

ANSA (NOTIZIARIO LIBRI) – 12/09/2008

Taxi è la sorpresa della letteratura egiziana di quest’anno, un best-seller ristampato 7 volte nell’arco di un anno con oltre 35.000 copie vendute in un paese in cui 3000 copie sono considerate un successo. L’autore è in Italia, dove domani partecipa alla rassegna Porto Mediterraneo Festivalalguer (Alghero, Sardegna). Al Khamaissi ci fa compiere un viaggio che ci rivela umori, idee, ribellioni della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica.
I tassisti del Cairo cui da voce sono amabili cantastorie che con disinvoltura conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni. Sono 58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006. Puo’ sembrare la rivolta delle auto bianche che ha segnato Roma l’anno scorso, ma e’ tutt’altra cosa.
Il diluvio di parole che troviamo riportato nel libro sommerge il lettore regalandogli nuove e inaspettate prospettive da cui guardare quella realta’, grazie a quella che possiamo considerare le voci dell’uomo della strada, che in modo diretto e chiaro esprimono i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, a proposito del suo paese e del mondo arabo in generale. Con una forza che rende comunque il discorso esemplare anche sul piano esistenziale, della lotta quotidiana per la vita e la sopravvivenza.
Al Khamissi è un artista poliedrico, nato nel 1962 si è laureato in Scienze politiche alla Sorbona di Parigi. Ha
lavorato per l’Istituto Egiziano per gli studi sociali. Ha scritto sceneggiature per vari film egiziani quali Karnak, Iside a Philae, Giza e altri. E’ anche regista e produttore. Scrive periodicamente articoli e analisi critiche su politica e societa’ in diversi giornali e settimanali egiziani.

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L’Egitto in taxi

LA NUOVA ECOLOGIA – 18/09/2008
di Barbara Lomonaco

«Per anni ho percorso tutte le strade e i vicoli del Cairo dall’interno di un taxi. Ho una passione per le conversazioni con i tassisti». Da questa passione, lo scrittore egiziano Khaled Al Khamissi ha tratto un libro, Taxi, edito in Italia da Il Sirente, che nel suo paese d’origine è diventato un best seller: 35000 copie vendute dove 3000 sono già un successo. Nel libro, le parole dei tassisti percorrono le strade cittadine svelando sogni, speranze, affanni e rassegnazioni quotidiane. Voci del trambusto metropolitano rimbalzano sui temi caldi nell’Egitto di Mubarak. Regalano un punto di vista su una società che combatte l’indifferenza delle istituzioni con un misto tra saggezza popolare e lucide analisi politiche. E non manca qualche notazione sull’ambiente.

A metà degli anni novanta il governo egiziano emanò una legge che consentiva la conversione di tutte le vecchie auto in taxi e alle banche di finanziarne l’acquisto. Quindici anni più tardi, 80mila tassisti guidano anche per 20 ore al giorno trasportando milioni di uomini disposti a conversare, lontani dalle censure di stato, di tutto. Dalla politica all’ambiente: «Mandarono in giro della gente che misurava l’inquinamento delle marmitte […] Alla fine non riuscirono a fare niente. […] Da quel giorno per strada trovi taxi a palate»; dalle barzellette alle confidenze: «Una mia amica mi ha fatto un contratto falso in un ospedale di Ataba e la mia famiglia mi crede donna delle pulizie laggiù…»; dagli affari di cuore a quelli di stato: «Chi non è andato in galera con Nasser, non ci andrà mai; e chi non si è arricchito con Sadat, non si arricchirà mai. Mentre chi non è diventato un pezzente con Mubarak, non lo diventerà mai». Non manca nulla nelle pagine di Taxi, neppure lo spazio per il divertimento, le barzellette e il buon umore.

Percorrendo a rilento le vie di una metropoli di  quasi 8milioni di abitanti, le idee dei tassisti di Al Khamissi dipingono un colorato quadro a pennellate rapide su un mondo fuori dai luoghi comuni. Nelle loro analisi si ritrovano buonsenso e trasparenza talvolta superiori a quelle di tanti «commentatori politici che riempiono di chiacchiere il mondo. Perché –le parole sono dello stesso autore- la cultura di questo popolo si rivela nelle sue anime più semplici».

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K. A. Khamissi – Taxi

CREMONA ONLINE 15/09/2008

Taxi è la sorpresa della letteratura egiziana di quest’anno, un best-seller ristampato 7 volte nell’arco di un anno con oltre 35.000 copie vendute in un paese in cui 3000 copie sono considerate un successo. L’autore è in Italia, dove domani partecipa alla rassegna Porto Mediterraneo Festivalalguer (Alghero, Sardegna). Al Khamaissi ci fa compiere un viaggio che ci rivela umori, idee, ribellioni della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti del Cairo cui da voce sono amabili cantastorie che con disinvoltura conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni. Sono 58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006. Può sembrare la rivolta delle auto bianche che ha segnato Roma l’anno scorso, ma è tutt’altra cosa. Il diluvio di parole che troviamo riportato nel libro sommerge il lettore regalandogli nuove e inaspettate prospettive da cui guardare quella realtà, grazie a quella che possiamo considerare le voci dell’uomo della strada, che in modo diretto e chiaro esprimono i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, a proposito del suo paese e del mondo arabo in generale. Con una forza che rende comunque il discorso esemplare anche sul piano esistenziale, della lotta quotidiana per la vita e la sopravvivenza. Al Khamissi è un artista poliedrico, nato nel 1962 si è laureato in Scienze politiche alla Sorbona di Parigi. Ha lavorato per l’Istituto Egiziano per gli studi sociali. Ha scritto sceneggiature per vari film egiziani quali Karnak, Iside a Philae, Giza e altri. È anche regista e produttore. Scrive periodicamente articoli e analisi critiche su politica e società in diversi giornali e settimanali egiziani.

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Khaled al Kamis: I taxi del Cairo in giro per l’Italia

BABELMED – 11/09/2008
di Alessandro Rivera Magos

Dov’è, in Egitto, che si può ascoltare più liberamente un discorso contro lo stato di povertà e corruzione in cui il regime di Hosni Mubarak costringe gran parte della popolazione? Di sicuro non nelle piazze o nelle strade della sua capitale, dove negli ultimi anni la polizia ha represso con ferocia diverse manifestazioni di protesta.
Dove si concentrano le moltissime voci dell’esausta società egiziana? Certo si potrebbe pensare ai diversi blog che negli ultimi anni sono diventati un fenomeno di dissenso concreto nella rete egiziana. Tuttavia c’è da dire, la voce dei blogger potrebbe non giungere a quelle fasce di popolazione troppo povere o indaffarate nel caos del paese per accedere ad internet.
In fine, dove trovare analisi abbastanza complesse e studiate da riassumere le molte cause della malattia cronica in cui versa la terra dei faraoni?
Khaled al-Kamissi, giornalista e scrittore cairota classe ’62, sembra essere riuscito a trovare il luogo che addensa le risposte a tutte queste domande: i taxi del Cairo!
Da vero conoscitore della realtà cittadina, per un anno, da Aprile del 2005 a Marzo 2006, Kamissi prende normalmente i taxi della metropoli egiziana, ma annotando racconti, monologhi, sfoghi o semplici barzellette che i tassisti gli riversano a ruota libera. Il risultato è un libro, “Taxi” appunto, che in Egitto spopola e che, tradotto in italiano, da questo autunno si prepara a girare anche il nostro paese (www.sirente.it).
Quello che viene fuori da queste conversazioni non è un semplice spaccato della società egiziana ma, soprattutto, un termometro dell’insofferenza al regime di Stato, ai soprusi quotidiani della polizia, alle ingiustizie che coinvolgono i molti paesi dell’area medio-orientale (e le loro popolazioni) e in cui gli egiziani si sentono coinvolti.
Barzellette che prendono di mira il Presidente, storie di ordinario sfruttamento, di povertà e riflessioni a volte molto sottili sulla politica internazionale. Un agglomerato caotico di voci, che lo scrittore non ha voluto ordinare, ma semplicemente trasporre in maniera discontinua e sparsa in 58 incontri con altrettanti tassisti. Come dire: Il Cairo!
Il libro, uscito nel gennaio 2007 in Egitto, è arrivato alla sua terza ristampa in pochi mesi e ha raggiunto il numero di 35000 copie vendute. Un caso letterario in un paese in cui le 3000 copie vogliono dire un successo editoriale.
La scelta di dare voce alla società egiziana attraverso una categoria così particolare come i tassisti non è casuale e per molti versi è quella di un sociologo attento e di un cairota doc.
Questa categoria di lavoratori, in Egitto, ha infatti la particolarità di essere assolutamente trasversale alla società. Il tassista che può venire a prendervi a Nasr City per portarvi fino a Mohandissine, potrebbe essere un semi-analfabeta, come un professore di storia o un fisico:

“Con una legge emanata nella seconda metà degli anni ’90, il governo ha consentito la conversione di tutte le vecchie auto in taxi, insieme all’ingresso delle banche nel mercato dei finanziamenti di auto pubbliche e private. In questo modo, folle di disoccupati si sono riversate nella classe dei tassisti, entrando in una spirale di sofferenza mossa dalla corsa al pagamento delle rate bancarie; dove lo sforzo atroce di quei dannati si trasforma in ulteriore guadagno per banche, aziende automobilistiche e importatori di pezzi di ricambio. Di conseguenza diventa possibile trovare tassisti con ogni tipo di competenza e livello d’istruzione”. (“Taxi”)

Così, i discorsi in cui ci si imbatte nelle auto gialle del Cairo possono essere delle invettive di pancia contro polizia e governo, o piuttosto delle lucide analisi sul disequilibrio della politica internazionale.
Inoltre i tassisti rappresentano direttamente la parte più povera della società egiziana, quella più esposta alle conseguenze di malgoverno e corruzione. Chiusi nei taxi anche per 72 ore di fila, nel tentativo di riuscire a sbarcare il lunario, o sottoposti alle angherie gratuite di uno dei corpi di polizia più corrotti del mondo, che quotidianamente li umilia, li deruba e li sfrutta come fa con il resto della popolazione, pagano costi altissimi per un lavoro che è tutt’altro che remunerativo.
Per adesso il libro e l’autore, stranamente, non hanno ricevuto alcuna pressione o minaccia da parte del regime e della polizia. Di solito molto duri e vigili nel censurare e colpire le voci critiche e di dissenso. Come ben sanno molti altri scrittori egiziani!
Eppure secondo molti questo libro contiene una delle analisi più complete fatta sul Cairo in questi ultimi anni. Ed è un’analisi fatta dalla gente del Cairo, un microfono piazzato nel cuore dinamico di questa grande capitale, che non a caso gira in automobile, in una delle metropoli più inquinate del mondo!
Forse anche questo è un po’ un simbolo del malcontento del paese, che si lamenta e ironizza senza avere la forza, per adesso, di uscire dal taxi per ribellarsi.
In conclusione, Khamissi domanda al più anziano tra i tassisti incontrati, che lavora da 48 anni, la morale di una vita passata in un taxi egiziano, risponde: “Una formica nera su una roccia nera in una notte buia Allah l’aiuta… “ Appunto…!

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C’erano una volta i taxi del Cairo

L’OPINIONE – 13/09/2008 – n. 192
di Maria Antonietta Fontana

Il tassista è sicuramente un personaggio pittoresco, su cui tanta “letteratura” tradizionalmente si è fatta inevitabilmente, sia come oggetto di storie che come soggetto. E questo vale per tutto il mondo, senza eccezioni. Recentemente mi sono accorta che esistono perfino blog dedicati a questa categoria (internet non poteva certo mancare all’appello). Ebbene, nella giornata di oggi 13 settembre, in occasione della rassegna Porto Mediterraneo Festivalalguer ad Alghero viene presentato in Italia alla presenza dell’autore il libro “Taxi” di Khaled Al Khamissi, nella traduzione a cura della casa editrice “Il Sirente”, che – dopo avere dato attenzione ad alcuni casi letterari del panorama francofono canadese – si concentra ora sulla cultura araba contemporanea cui dedica una nuova collana di cui “Taxi” costituisce il primo volume. Ed infatti è già in programma entro la fine dell’anno anche l’uscita della traduzione italiana di “L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal El Saadawi. Ma torniamo a “Taxi”. Nelle intenzioni dell’autore il libro è una rappresentazione della vita reale fotografata attraverso le parole della gente comune. Quindi, il tassista come fonte di storie: e di sicuro da raccontare ce n’è davvero!
Si tratta di un’opera prima, pubblicata in Egitto in lingua araba nel dicembre 2006, che è diventata immediatamente un best seller, al punto di essere già stata ristampata 7 volte. È appunto una rappresentazione della vita quotidiana di oggi al Cairo, raccontata attraverso gli occhi dei tassisti. Ne emerge un ritratto vivace, polemico, talvolta graffiante, in cui la società egiziana è dipinta per quel che è, e soprattutto per come viene percepita dalla gente comune: sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica si susseguono in un fiume di parole che rievocano suoni, colori, odori, speranze, delusioni, ma che non sono mai finzione né retorica. Al Khamissi si cimenta per la prima volta con la narrativa, ma è un intellettuale ben noto al di fuori del proprio Paese, come autore di sceneggiature cinematografiche di successo e giornalista, oltre che produttore televisivo e cinematografico. Citiamo dall’introduzione del libro ad opera dell’autore stesso: “Amo le storie dei tassisti perché rappresentano a pieno diritto un termometro dell’umore delle indomabili strade egiziane. In questo libro vi sono alcune storie che ho vissuto e ascoltato, tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006.
Parlo di alcune storie, e non di tutte, perché diversi amici avvocati mi hanno detto che la loro pubblicazione sarebbe bastata a farmi sbattere in galera con l’accusa di calunnia e diffamazione; e che la pubblicazione di certi nomi contenuti in determinate storie e barzellette, di cui sono pieni gli occhi e le orecchie delle strade egiziane, è un affare pericoloso…”Non vogliamo togliere il gusto ai lettori di addentrarsi in questa scoppiettante raccolta: desideriamo soltanto segnalare che l’humour che pervade l’opera è veramente intenso e particolare, e costituisce un ulteriore motivo di fascino di quest’opera. Durante il prossimo mese di dicembre avremo modo di incontrare personalmente Al Khamissi a Roma, in quanto sarà impegnato in una serie di incontri per presentare il volume, anche all’Università la Sapienza ed all’Università di RomaTre, oltre che alla Fiera del Libro di Roma ed in altre sedi ancora.

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Piccole storie dal mondo degli umili

INTERNAZIONALE – 5/11 settembre 2008 – n. 760
di Patrice Claude

I suoi racconti sui tassisti del Cairo sono un pretesto per parlare della povertà nella società egiziana.

Alcuni dicono che Khaled Al Khamissi si è autocensurato. Gli ottantamila tassisti del Cairo sono più volgari di come li descrive: adorano parlare di sesso, droga, soldi e degli imbrogli che fanno.
Al Khamissi nega. E nell’introduzione precisa: Taxi (Dar el Shorouk 2007) raccolgie 58 storie tragiche. Storie che ha sentito nel corso dei suoi spostamenti quotidiani nella metropoli
Anche se questo libro è vivamente consigliato ai milioni di stranieri che vengono ogni estate ad abbronzarsi al sole egiziano, Taxi non è un vademecum per turisti in cerca di buoni consigli. Anzi, dopo aver letto queste 220 pagine scritte “in dieci giorni” è probabile che il turista si senta in colpa per aver trattato sul prezzo chiesto dal tassista. Dopo la lettura di Taxi il visitatore avrò imparato molte cose sulla vita quotidiana degli egiziani, sulle loro frustrazioni, sulle loro piccole e grandi miserie, sul disprezzo quasi generale delle istituzioni e, soprattutto, sulla loro mancanza di prospettive.
Nella società egiziana, incatenata da un’efficiente censura di stato, il taxi è diventato uno degli ultimi spazi di discussione più o meno libri. I tassisti sono vere e proprie bestie da soma, capaci di lavorare fino a 18 ore al giorno al volante dei loro ferrivecchi, nell’inquinamento soffocante del Cairo, nel caldo afoso dell’estate, nell’assordante frastuono quotidiano. Tra loro ci sono sognatori, fanatici, misogini, maniaci sessuali, mistici, attori, professori, universitari disoccupati, speculatori rovinati, immigrati, filosofi senza diploma, sociologi ignoranti, bugiardi patentati e truffatori. Nel libro sono tutti presenti. Ma Taxi non è un libro sui taxi. “Non ho fatto un lavoro da giornalista, ma da scrittore”, spiega Al Khamissi. Proprio perché la loro occupazione “non è più un mestiere, ma solo un modo per sbarcare il lunario, i miei tassisti sono diventati il pretesto per dire delle cose sulle classi povere dell’Egitto”.

Brezza rinfrescante
Secondo Galal Amin, economista e sociologo dell’università americana del Cairo, Taxi è “un lavoro innovativo, che descrive un quadro estremamente veritiero della societò egiziana di oggi”. Di recente un giornale statunitense lo ha paragonato a “una brezza rinfrescante in una giornata molto calda”. Baheyya, autore di un blog anonimo ma molto seguito dagli egiziani più ricchi che possono permettersi un computer, lo considera “una cronaca toccante della lotta titanica per la sopravvivenza” in Egitto.
In effetti quando si finisce di leggere questo libro si capiscono molte cose sull’Egitto contemporaneo.È un miracolo della buona letteratura: 58 scenette tratte dal magma umano del Cairo sono più istruttive di interminabili conferenze o di intere biblioteche di sociologia, antropologia ed etnologia.
La magia di Taxi in questa atmosfera leggera ma al tempo stesso molto reale. In un paese alfabetizzato in teoria al 70 per cento ma dove un best seller non vende più di cinquemila copie, Dar el Shorouk, il fortunato editore egiziano di Al Khamissi, ha già venduto in un anno e mezzo 75mila cioue della versione in arabo. E il libro continua a vendere.
Nel suo saggio intitolato “perché il mondo arabo non è libero”, il più autorevole psicoanalista egiziano, Mustafà Safuan, scrive che una delle ragioni del divario tra i popoli arabi e le loro élite intellettuali è che queste ultime non sono disposte a scrivere nella lingua popolare della strada e quasi sempre preferiscono l’arabo classico, inaccessibile alle masse.
Al Khamissi proviene da una famiglia ricca e famosa: suo padre, Abel Rahman Al Khamissi, era un noto poeta, sua madre una celebre attrice, i suoi zii, fratellastri e sorelle lavoravano nel mondo dell’editoria e del giornalismo. Ma Khaled Al Khamissi, conferenziere, sceneggiatore, regista, produttore di film e documentari, ha saputo evitare i difetti degli intellettuali. I suoi taxi parlano come nella vita reale. Questo ex studente di 45 anni è tornato in patria dopo aver ottenuto un dottorato in scienze politiche negli anni ottanta alla Sorbona di Parigi.
La versione inglese del libro non riesce a rendere bene il linguaggio crudo usato nelle strade del Cairo. E probabilmente anche le traduzioni in corso in tedesco, olandese, italiano, greco e sloveno incontreranno le stesse difficoltà. Ma il punto fondamentale non è questo. La cosa più importante per l’autore, che ha già cominciato il suo terzo romanzo (il secondo uscirà a novembre), è parlare delle realtà che agitano il paese.
Laico tollerante e di ispirazione socialista, Al Khamissi ne è certo: “La rivolta è inevitabile, i più poveri non ce la fanno più”.

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Alghero, nasce un festival dei popoli

| La Nuova Sardegna | Giovedì, 31 luglio 2008 |

Da tempo non solcano le sue acque le triremi dell’impero romano che lo aveva unito sotto un unico cielo, ma il Mediterraneo continua a legare la vita dei tanti paesi che si trovano sulle sue rive, unite dalle onde dello stesso mare, culla delle più antiche civiltà, e dalla cultura. Cultura mediterranea che, declinata nelle sue componenti di musica, poesia, letteratura, artigianato, gastronomia, sbarca ad Alghero con «Porto Mediterraneo», il nuovo festival dei popoli che attraversano il Mare Nostrum inserito nel grande contenitore del Festivalguer. Dal 12 al 14 settembre, tre giorni di incontri, di tradizioni, di musica tra il Molo Dogana e il teatro del Forte della Maddalena. L’iniziativa è stata presentata ieri nelle sale del Comune dal sindaco Marco Tedde, dall’assessore al Turismo Mario Conoci e Massimo Palmas di Sardegna Concerti (tra gli organizzatori), fiduciosi che l’evento possa diventare un nuovo appuntamento fisso dell’estate algherese, «per allungare la stagione turistica – ha spiegato il sindaco – e caratterizzare sempre più la città come porta del Mediterraneo e bacino d’incontro dove possono intrecciarsi rapporti con le altre comunità del nostro mare».  Il Forte della Maddalena ospiterà artisti che lavorano sulle musiche del Mediterraneo: il 12 settembre alle 21.30 Diego El Cigala, spagnolo, voce del flamenco più importante del momento accompagnato dal pianista cubano Bebo Valdes, il giorno dopo S’Ard il progetto di Mauro Palmas con i suoni della Sardegna che incrociano in questa occasione le note di Lino Cannavacciuolo, Patrizia Laquidara e Claudia Crabuzza, algherese voce dei Chichimeca. Il 13 settembre toccherà alla israeliana Yasmin Levy. Ogni sera, inoltre, al Molo Dogana dalla 23.30, si potrà ballare con il concerto dal vivo dei Fufu-Ai, gruppo franco-spagnolo. Con loro sul palco anche un musicista sardo, il cantante-violinista Mario Brai che si ispira alle influenze sonore turche, arabe e sarde per comporre i suoi brani caratterizzati dall’uso della lingua tabarkina. Doppio appuntamento ogni sera, alle 19 e alle 21 al Molo Dogana, con la letteratura. Si parte venerdì 12 settembre con la presentazione del libro «Fertilia» (edizioni Novecento) con l’autore Eugenio Cocco. Uno sguardo speciale sull’architettura e la storia della borgata. A seguire «Viaggio in Sardegna» di Michela Murgia (edizioni Einaudi) che dialogherà con Gianfranco Capitta. Sabato 13 presentazione del libro «Le storie di Abu», fiabe popolari egiziane in italiano e arabo illustrate da Rosalba Suelzu. La stessa sera, alle 21, in anteprima nazionale «Taxi» dell’egiziano Khaled el Khamissi, diventato un best-seller in Egitto. L’ultima sera si parlerà invece, alle 19 con gli autori, di «Tutti buoni arriva Mommotti» di Rossana Copez e Tonino Oppes e, a seguire, del libro «Onda sigillata: acqua, vita e parola» di Yarona Pinhas, israeliana nata in Eritrea, studiosa delle tematiche al femminile della tradizione ebraica. Subito dopo chiuderà gli appuntamenti la presentazione del volume di Diego Manca «La donna delle sette fonti». Una mostra fotografica con gli scatti mediterranei di Massimiliano Caria, Giampaolo Catogno, Gianni Monti e Gigi Olivari, farà da scenografia nello spazio dedicato agli incontri con gli scrittori. Accanto alla musica e alla letteratura ci sarà spazio anche per la gastronomia, con i sapori del Mediterraneo: tre piatti del giorno per tre serate, dalle 20. Non mancherà inoltre l’artigianato, con una mostra aperta tutto il giorno allestita in una vera propria Casbah. (f.c.)

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Da dietro una ruota, una sincera panoramica del Cairo

ISBN 9788887847147 © il Sirente di Jill Carroll (The Christian Science Monitor, 13 dicembre 2007)

Un bestseller che offre sorprendenti critiche della società egiziana e del suo governo attraverso le voci dei taxi driver.

Il giornalista Jill Carroll discute con i tassisti del Cairo. Il tassista Ahmed siede dietro un volante rivestito in finta pelle di leopardo. Una scatoletta rovesciata di tessuto attaccato al soffitto pende accanto alla sua testa. Come la maggior parte dei tassisti Cairoti, ride facilmente, ed è sempre disposto a discutere dei pericoli del suo lavoro – che chi ha vissuto per un perido in questa fumosa città sa che sono numerosi.

Dice di essere stato sbattuto via, derubato, e  preso in giro dalla polizia. “sento che a causa loro la mia dignità si è spezzata”, dice a proposito della polizia della città, che “è molto dura con me”.

Come molti egiziani – che ha due o tre posti di lavoro per far quadrare il bilancio – Ahmed guida il taxi solo per guadagnare abbastanza per sostenere la sua famiglia.

Durante i suoi studi per la Laurea in Ingegneria informatica, ha passato gli ultimi quattro anni a trasportare passeggeri per pagarsi le tasse, di cui il 75% del guadagno andava al proprietario del veicolo. E pagava anche la benzina.

Ma “se lavorassi sfruttando la mia laurea guadagnerei solo $ 21 al mese. E non mi basterebbero neanche per le sigarette”.

La storia di Ahmed non è unica. Il suo caso avrebbe potuto facilmente essere stato preso da una storia del nuovo libro di Khalid al-Khamissi, “Taxi, Tales of Rides”, un best-seller che sta sorprendendo molti Cairoti per la sua visione della vita vista dal sedile posteriore di un taxi.

Nel suo primo libro, che è stato ristampato sette volte e ha venduto più di 30000 copie, il Sig Khamissi offre una vista variopinta sulla vita media egiziana, attraverso 58 dialoghi tra lui e i taxi driver.

È un romanzo, che attraverso le parole semplici del lavoro giornaliero dei tassisti, sviscera commenti sociali e politici, un approccio un pò audace qui che la censura è un problema reale. Ma la sua audacia ha fatto volare gli incassi nelle librerie egiziane.

Mentre la maggior parte dei titoli egiziani sono scritti in arabo classico, Khamissi mantiene la forma al minimo e impiega il dialetto egiziano colloquiale a tutti i dialoghi che si svolgono in taxi. In tal senso, il medium enfatizza il messaggio.

“La gente in strada o la gente [elegante] nei club, fa le stesse discussioni”, dice Khamissi, nel suo appartamento del Cairo. I dialoghi del libro intendono rappresentare un panorama della società egiziana nel 2006, spiega l’autore. “L’idea principale è quella di raccontare ciò che sono state le principali storie in Egitto nel corso del 2006 attraverso un eroe e questo eroe è un taxi driver.”

Mentre Ahmed potrebbe essere stato affascinante, i tassisti del Cairo sono un improbabile scelta per un simpatico personaggio. Dal punto di vista del passeggero, hanno la reputazione di essere avidi, si battono per le tariffe – tariffe che sono determinate dalla contrattazione – e sono selvaggi alla guida.

Per le donne, sedute accanto all’autista diventa spesso un invito al tassista per lasciare vagare le mani e per conversazioni suggestive. I luoghi comuni per i tassisti  sono materia da leggenda.

Ma Khamissi offre una visione più equilibrata dei tassisti. I dialoghi regalano delle sorprendenti critiche della società e del governo, oltre ad approfondimenti sulla vita media.

“C’è stato un grande dibattito in arabo [letterario]  nei circoli di impegno politico… si tratta di onde. Molti scrittori egiziani vedono se stessi come politicamente impegnati”, afferma Deborah Starr, un professore associato, che si è specializzato nella letteratura moderna araba presso la Cornell University Dipartimento di Studi sul Vicino Oriente.

Khamissi sembra a suo agio in questo genere di critica politica, anche se afferma che non era il suo obiettivo. In un passaggio, un taxi driver critica il presidente Hosni Mubarak, per nome, generalmente è una cosa che gli scrittori non fanno mai.

Mentre molte delle critiche riguardanti il governo in “Taxi” sono espresse privatamente tra gli egiziani, il dissenso è di solito vago e raro. Khamissi dice di non aver affrontato nessun contraccolpo a causa del libro, anche se un giornalista televisivo ha detto di essere stato avvertito dalla madre che aveva letto il libro, a non intervistare Khamissi.

“Si tratta di un articolata e divertente… critica” della società e della politica in Egitto, dice al  Cairo Press, Mark Linz, direttore dell’Università Americana, che pubblica ora una serie di libri di  letteratura araba in lingua inglese. ” è unico perché utilizza l’umorismo. Per delle questioni che gli egiziani tendono a prendere molto sul serio”.

Khamissi dice di non essere un’analista, ma molti dicono che la popolarità del libro viene dal fatto che “ognuno si ritrova nel libro [quando hanno letto il libro.] Ogni lettore ci legge la  propria esperienza.”

(traduzione di Chiarastella Campanelli)