INTRAviste — Il racconto a puntate: La Morte è un vampiro di gomma [I]

In un pre­sen­te che pro­fon­de insta­bi­li­tà, con l’Europa appe­sa al filo del­le trat­ta­ti­ve, un qua­lun­que lune­dì di luglio, ma pre­fe­ri­bil­men­te que­sto, recu­pe­ra­re l’affascinante tra­di­zio­ne let­te­ra­ria del rac­con­to a pun­ta­te con­fe­ri­sce alla vita sul web nuo­vi oriz­zon­ti di spe­ran­za e un non tra­scu­ra­bi­le toc­co d’antan.

La Mor­te è un vam­pi­ro di gomma
un rac­con­to a puntate

par­te prima

morte

Pao­la Levizzi

5 apri­le ore 13: 40

Trop­pa fie­rez­za di sé e nem­me­no non dico una cura per il can­cro ma una vali­da solu­zio­ne – defi­ni­ti­va – per l’annosa que­stio­ne dei peli incar­ni­ti. INVIO

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Pao­la Levizzi

5 apri­le ore 14: 02

Per­ché for­se la cosa che meno sop­por­to di que­sto nar­ci­si­smo impe­ran­te, del­la digi­ta­liz­za­zio­ne dell’identità, del­lo sdo­ga­na­men­to dell’ego… è che la gen­te non tro­va più il tem­po per disprez­zar­si in soli­tu­di­ne e cer­ca­re di miglio­rar­si alme­no un po’ … e solo come dove­re ver­so un idea­le di uma­ni­tà, eh, con requi­si­ti mini­mi non spen­di­bi­li per nes­sun caz­zo di gara di popolarità!

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Pao­la Leviz­zi alzò lo sguar­do dal­lo scher­mo del por­ta­ti­le e lo fis­sò nel tur­che­se del­la ten­da ikea che copri­va la fine­stra del­la sua came­ra da let­to. Cer­ti colo­ri han­no un’intensità che vor­reb­be fon­der­ci­si den­tro, appar­te­ner­vi come a un rifu­gio a pochi pas­si dal­la real­tà. Il rifles­so azzur­ro che si allun­ga­va su par­te del sof­fit­to e del­le pare­ti sem­bra­va un richia­mo, un annun­cio inde­ci­fra­bi­le di bel­lez­za taciu­ta, fie­ra nel­la sua inaccessibilità.

La stan­za, pic­co­la e ben ordi­na­ta, rispet­ta­va in mol­te par­ti del suo arre­da­men­to uno stan­dard di digni­to­sa insi­gni­fi­can­za; le assi di legno che com­po­ne­va­no il pavi­men­to tra­di­va­no una cura non pro­prio meti­co­lo­sa: l’insieme tut­ta­via era accogliente.

Pao­la si avvi­ci­nò al vetro del bal­co­ne alle sue spal­le per osser­va­re all’esterno i segni di un tem­po­ra­le immi­nen­te. La som­mi­tà di un albe­ro poco lon­ta­no si chi­na­va sot­to la spin­ta del ven­to; i rami dal fol­to foglia­me ver­deg­gia­va­no scos­si con forza.

Il cie­lo era una minac­cia di baglio­ri lon­ta­ni; nell’aria gra­va­va il sen­so di un eter­no presente.

Come ingan­na­re l’attesa del­la Morte?

Un gab­bia­no dise­gnò col suo pas­sag­gio un lun­go seg­men­to divi­so­rio sopra il tet­to aran­cio­ne del­la palaz­zi­na di fron­te, lan­cia­to a gran velo­ci­tà ver­so l’ignoto, di cui par­zia­le cer­tez­za anda­va assu­men­do la piog­gia. Il tavo­li­no e le sedie sul bal­co­ne pre­se­ro a sgoc­cio­la­re con fre­quen­za cre­scen­te; sui listel­li lignei del­la base del bal­co­ne goc­ce di piog­gia rim­bal­za­va­no vivaci.

Suo­nò il cito­fo­no. Pao­la si vol­tò con cau­te­la e guar­dò l’orologio affis­so alla pare­te alla sua destra. Man­ca­va­no otto minu­ti alle quat­tro. Si avvi­ci­nò alla libre­ria e tras­se dal­la sua custo­dia il regi­stra­to­re. Lo acce­se, ripo­nen­do­lo sui libri del­la quar­ta men­so­la, ad altez­za sguar­do. Il con­ge­gno ades­so era posa­to di lun­ghez­za sul­la col­la­na di clas­si­ci tasca­bi­li, Piran­del­lo e Prou­st gli face­va­no da gia­ci­glio. Il cito­fo­no suo­nò nuo­va­men­te, que­sta vol­ta in modo più discre­to. Pao­la sgan­ciò il ricevitore.

-Sì? – domandò.

-Dott.ssa Leviz­zi, sono La Mor­te – le rispo­se una voce incolore.

-Sì, pre­go, ter­zo pia­no, sca­la C– illu­strò Pao­la con leg­ge­ra ansia.

Pao­la si guar­dò allo spec­chio posto alla destra del­la por­ta d’ingresso: la pie­ga dei capel­li le sem­brò sod­di­sfa­cen­te: sobria e ordi­na­ta, le con­fe­ri­va un’aria pro­fes­sio­na­le, come l’occasione richie­de­va. Lo sguar­do era aper­to ma seve­ro, pron­to a lasciar tra­pe­la­re l’ironia, respon­sa­bi­le dell’immagine di gior­na­li­sta sati­ri­ca tan­to ama­ta e popo­la­re pres­so  cul­to­ri dell’ osser­va­zio­ne pun­gen­te e soste­ni­to­ri dell’ inter­ven­to sfer­zan­te ele­va­to a ban­die­ra di intelligenza.

La mor­te sali­va le sca­le a pie­di, appre­se Pao­la nell’aprire la por­ta di casa; quan­do da un bre­ve sguar­do al display dell’ascensore si accor­se che era gua­sto, male­dis­se al volo i tec­ni­ci del­la manu­ten­zio­ne, soli­ti far­le fare pes­si­me figu­re con gli ospi­ti. Lo sguar­do fis­so ver­so le sca­le, incon­sa­pe­vo­le del­la pun­ta del­la scar­pa che scan­di­va l’attesa, Pao­la rea­liz­zò di lì a poco e con note­vo­le stu­po­re che La Mor­te asso­mi­glia­va ai vam­pi­ri dei car­to­ni ani­ma­ti. Una crea­tu­ra dall’età e dal ses­so inde­fi­ni­bi­li si appre­sta­va infat­ti a svol­ta­re sul pia­ne­rot­to­lo dopo una ram­pa di sca­le, reg­gen­do un lun­go man­tel­lo nero con le mani, affin­ché non ne intral­cias­se il passo.

Ciò che la ren­de­va in tut­to simi­le a una rap­pre­sen­ta­zio­ne di Dra­cu­la di un vec­chio car­to­ne ani­ma­to del­la sua infan­zia, out­fit a par­te – anno­ta­va men­tal­men­te Pao­la sen­za stac­car­le gli occhi di dos­so, men­tre La Mor­te pro­se­gui­va la sua sca­la­ta – era la for­ma del capo, oblun­ga; la pel­le ave­va un colo­ri­to gri­gia­stro, ma stra­na­men­te lumi­no­so; anche i capel­li, neris­si­mi, sem­bra­va­no risplen­de­re. Sen­za che i due pro­fe­ris­se­ro mot­to, Pao­la si ritro­vò di fron­te l’oscura enti­tà da tut­ti temu­ta e rispet­ta­ta, l’implacabile mie­ti­tri­ce di esi­sten­ze, colei il cui pen­sie­ro l’umanità scac­cia a suon di vane distrazioni….

Pao­la supe­ra­va La Mor­te in altez­za di tut­ta la testa; prov­vi­sta di un cor­po flac­ci­do e gras­soc­cio, La Mor­te non sem­bra­va ema­na­re odo­ri par­ti­co­la­ri, ma un alo­ne fred­do e inu­ma­no la avvol­ge­va. Tese a Pao­la la mano ma Pao­la, in un’ondata di rac­ca­pric­cio, pre­fe­rì igno­ra­re il gesto: pre­sen­ti­va il con­tat­to spia­ce­vo­le, oltre i limi­ti impo­sti dall’educazione, ben al di là del­la sua soglia di sopportazione.

-Bene, fac­cia­mo pre­sto – dis­se pia­no La Morte.

Pao­la, anco­ra in pre­da al disgu­sto, si fece da par­te, e La Mor­te sol­cò a pas­si rego­la­ri la stam­pa cache­mi­re – sfon­do blu – del lun­go tap­pe­to che rive­sti­va il cor­ri­do­io d’ingresso del­la pic­co­la abi­ta­zio­ne. Sen­za indu­gi si ritro­vò a var­ca­re la soglia dell’ inti­mo salot­ti­no dal qua­le poco pri­ma Pao­la sop­pe­sa­va impres­sio­ni sul­la pioggia.

Può acco­mo­dar­si sul diva­no – dis­se Pao­la, indi­can­do con un cen­no disin­vol­to un sofà nero dall’aria sof­fi­ce e invi­tan­te. La Mor­te, fer­ma al cen­tro del­la stan­za, pas­sa­va in ras­se­gna gli ogget­ti che la cir­con­da­va­no con una sor­ta di zelo malin­co­ni­co. Si sof­fer­mò sul vaso di cri­stal­lo ricol­mo di fio­ri gial­li reci­si, al cen­tro del tavo­lo. -Nar­ci­si – dis­se solo, pri­ma di richiu­der­si in un muti­smo inquietante.

Tut­to que­sto, ave­va l’aria di pen­sa­re, è desti­na­to a sparire.

[con­ti­nua…]

 

Rac­con­to a pun­ta­te di Simo­na Ciniglio

 

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Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

Arab­Press | Vener­dì 8 mag­gio 2015 | Clau­dia Negri­ni | Pas­sag­gi: “Taxi” di Kha­led al-Khamissi

Dal blog Mil­le e una pagi­na di Clau­dia Negrini

Que­sto pas­sag­gio è trat­to da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si ed è sta­to pub­bli­ca­to in lin­gua ori­gi­na­le nel 2007, ben pri­ma del­la Pri­ma­ve­ra Ara­ba e dell’avvento e cadu­ta dei Fra­tel­li Mus­sul­ma­ni, eppu­re mi ha affa­sci­na­to vede­re quan­to que­sto dia­lo­go sia sta­to profetico.

TASSISTA: Che Dio mi per­do­ni se non pre­go e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tut­to il gior­no! Pure il digiu­no duran­te in Rama­dan, un gior­no lo fac­cio e due no: non ci rie­sco a lavo­ra­re sen­za siga­ret­te! Eppu­re, vor­rei vede­re con tut­to il cuo­re i Fra­tel­li Musul­ma­ni sali­re al potere…e per­ché no? Dopo le par­la­men­ta­ri si è visto che la gen­te li vuole.

IO: Ma se pren­do­no il pote­re e ven­go­no a sape­re che tu non pre­ghi ti appen­de­ran­no per i piedi.

TASSISTA: Mac­ché, allo­ra in andrò a pre­ga­re in moschea, davan­ti a tut­ti quanti.

IO: Per­ché li vuoi al potere?

TASSISTA: E per­ché no?! Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fun­zio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti. Poi pro­vam­mo una via di mez­zo e alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha i mono­po­li, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to d’emergenza. E ci han­no fat­to diven­ta­re pure un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni? Chi lo sa, va a fini­re che funzionano.

IO: In fin dei con­ti vuoi fare solo una pro­va… al mas­si­mo puoi pro­va­re un pan­ta­lo­ne lar­go con una cami­cia stret­ta, ma pro­va­re col futu­ro del paese…

da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008

Taxi

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Selected Areas of ltalian Tort Law, di R. Spitzmiller (recensione di M. Bussani)

Selec­ted Areas of lta­lian Tort Law, di R. Spi­tz­mil­ler (recen­sio­ne di M. Bussani)

Revue inter­na­tio­na­le de droit com­pa­ré | 1–2013 | Mau­ro Bussani

https://i2.wp.com/www.sirente.it/book/9788887847376.jpg?w=960

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La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro | La città del piacere

La rivi­sta di Ara­blit | 1 feb­bra­io 2011 | Ada Bar­ba­ro

 

Izzat al-Qamḥāwī, Madī­nat al-laḏḏah (La cit­tà del pia­ce­re), Hay’at quṣūr al-ṯaqāfah, al-Qāhi­rah 1997; secon­da edi­zio­ne Dār al-‘ayn, al-Qāhi­rah 2009, pp. 102.

città_del_piacere«Que­sto libro appar­tie­ne ad una scrit­tu­ra nuo­va e ad una visio­ne anco­ra più inno­va­ti­va, dove ori­gi­na­li­tà si mesco­la a moder­ni­tà, cul­tu­ra cela­ta dei sen­ti­men­ti a lin­gua moder­na e tra­boc­can­te; que­sto roman­zo rap­pre­sen­ta una voce for­te e ben distin­ta, che si accom­pa­gna ad altre voci nel pano­ra­ma let­te­ra­rio con­tem­po­ra­neo, fon­da­to su una scrit­tu­ra nuo­va e su pro­spet­ti­ve capa­ci di con­te­ne­re le ansie dell‟uomo e del rea­le, espres­se in modi dif­fe­ren­ti»(1).

Que­sto il giu­di­zio di Ğamāl al-Ġīṭānī, tra le voci più auto­re­vo­li del­la let­te­ra­tu­ra ara­ba con­tem­po­ra­nea, quan­do il roman­zo è appar­so la pri­ma vol­ta nel 1997, pub­bli­ca­to dal­la casa edi­tri­ce cai­ro­ta Hay’at Quṣūr al-Ṯaqāfah. Il testo è giun­to ad una secon­da ristam­pa nel 2009 ed è con­si­de­ra­to oggi una del­le espres­sio­ni più par­ti­co­la­ri del­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria egiziana.

L’autore, ‘Izzat al-Qamḥāwī, è un noto scrit­to­re e gior­na­li­sta: nel­la sua vasta pro­du­zio­ne let­te­ra­ria Madī­nat al-laḏḏah (La cit­tà del pia­ce­re) spic­ca per ori­gi­na­li­tà tan­to nel­lo sti­le che nel­le tema­ti­che affron­ta­te, per ricer­ca­tez­za lin­gui­sti­ca ed espres­si­vi­tà let­te­ra­ria. Il let­to­re ne rima­ne amma­lia­to e avvin­to, vit­ti­ma di quel­lo che, con una for­se non trop­po casua­le asso­nan­za dei temi, il cri­ti­co let­te­ra­rio fran­ce­se Roland Bar­thes ave­va teo­riz­za­to come “il pia­ce­re del testo”(2).

Pro­ta­go­ni­sta di que­sto roman­zo è una cit­tà fuo­ri dal tem­po e dal­lo spa­zio, moder­na rea­liz­za­zio­ne di una sor­ta di uto­pia, pla­sma­ta in fret­ta e furia da un abi­le archi­tet­to. Con­sa­cra­ta alla Dea del Pia­ce­re che qui ave­va costrui­to la sua roc­ca­for­te, que­sta loca­li­tà può, con le sue sem­bian­ze e il suo can­do­re, ingan­na­re i visi­ta­to­ri che si appre­sta­no a lasciar­si con­dur­re nei suoi sen­tie­ri. Non vi sono per­so­nag­gi par­ti­co­la­ri che resta­no impres­si nel­la men­te del let­to­re: gli abi­tan­ti sono del­le ombre, cat­tu­ra­te nel­la loro inti­ma essen­za. Vi è una feli­ci­tà mista a malin­co­nia che alber­ga nei cuo­ri di que­sti uomi­ni, dedi­ti alla pra­ti­ca del pia­ce­re, impri­gio­na­ti in cor­pi leg­ge­ri fat­ti di luce abbagliante.

L‟autore indul­ge in descri­zio­ni che sfio­ra­no la poe­sia per ren­de­re per­ce­pi­bi­li le sfu­ma­tu­re del­la vita di que­sto luo­go, dove non vi è tem­po per la tri­stez­za, poi­ché gli occhi non potran­no pian­ge­re, acce­ca­ti dai colo­ri dell‟arcobaleno che si riflet­to­no nei cri­stal­li del­le vetrine.

Ecco dun­que al-Qamḥāwī dispo­sto a rico­strui­re la sto­ria di que­sta cit­tà, tes­su­ta attra­ver­so riman­di ai rac­con­ti di anzia­ni, all‟intrecciarsi di miti, leg­gen­de e ver­si d‟ispirazione cora­ni­ca, che ren­do­no il testo quan­to mai sug­ge­sti­vo. Gli anzia­ni assi­cu­ra­no che la cit­tà del pia­ce­re fu costrui­ta dai ginn, la cui essen­za si mani­fe­sta nel­la razio­na­li­tà del­le costru­zio­ni. Nei libri di sto­ria si atte­sta che la cit­tà rima­se vuo­ta per set­tan­ta­mi­la anni, fino a quan­do la Dea del Pia­ce­re non vi sce­se per infon­de­re la sua bel­lez­za, pre­an­nun­cian­do una sua nuo­va appa­ri­zio­ne dopo un identico
arco tem­po­ra­le, quan­do il desi­de­rio sareb­be sta­to sul pun­to di dis­sol­ver­si tra gli abi­tan­ti. Sic­ché que­sti ulti­mi, amma­lia­ti dal­la bel­lez­za del­la dea, ne diven­ne­ro schiavi.

al-Qamḥāwī pro­va poi a ricer­ca­re le cau­se del­la gra­dua­le rovi­na di que­sta remo­ta loca­li­tà pie­na di sim­bo­li: in essa l‟autore recu­pe­ra la dimen­sio­ne mito­lo­gi­ca del labi­rin­to, sul­la cui costru­zio­ne si fon­do­no sto­rie diver­se. Secon­do la tra­di­zio­ne, un indo­vi­no pre­dis­se al sovra­no l‟imminente crol­lo del suo regno dovu­to ad un uomo e una don­na, dedi­ti ai pia­ce­ri dell‟amore. Fu allo­ra che il re, inti­mo­ri­to, ordi­nò la rea­liz­za­zio­ne di un deda­lo in cui rin­chiu­de­re i due aman­ti. Ma le leg­gen­de ripor­ta­te dall‟autore sono a tal pro­po­si­to con­tra­stan­ti. Alcu­ni ricor­da­no che fu un mini­stro, impie­to­si­to dal­la vicen­da dei due aman­ti, a far eri­ge­re il labi­rin­to, di modo che, lì rin­chiu­si, i due potes­se­ro vive­re sen­za pro­ble­mi; per altri anco­ra furo­no pro­prio i due aman­ti a rea­liz­za­re il labi­rin­to, per ser­ba­re la loro ani­ma; per
altri, infi­ne, fu la Dea del Pia­ce­re ad edi­fi­car­lo, quan­do si accor­se che la pro­pria bel­lez­za sca­te­na­va l‟invidia altrui. Que­sto intri­ca­to deda­lo di stra­de sem­bre­reb­be ave­re le stes­se carat­te­ri­sti­che del­la cit­tà: lì gli aman­ti con­ti­nue­reb­be­ro a vaga­re anco­ra oggi nel regno del pia­ce­re che in esso alber­ga. Intor­no a que­sta imma­gi­ne al-Qamḥāwī intrec­cia la sua sto­ria, dimen­ti­can­do la mito­lo­gi­ca pre­sen­za del labi­rin­to per buo­na par­te del­la nar­ra­zio­ne fino a quan­do, sul fini­re del libro, la voce nar­ran­te incon­tra un anzia­no uomo ormai impaz­zi­to a cau­sa del­le isti­tu­zio­ni di que­sto luo­go: sarà pro­prio l‟uomo a sve­la­re l‟ultimo lato nasco­sto di que­sta remo­ta loca­li­tà. E così la cit­tà, un tem­po impe­ne­tra­bi­le, è pron­ta ad esse­re con­ta­mi­na­ta dal fasci­no di due fol­li inven­zio­ni: le pata­ti­ne frit­te e la pepsi-cola.
Il roman­zo di al-Qamḥāwī si pone dun­que come una sor­ta di spe­ri­men­ta­zio­ne nel­la nar­ra­ti­va ara­ba con­tem­po­ra­nea: la dimen­sio­ne socia­le del testo è appa­ren­te­men­te cela­ta eppu­re, con una nar­ra­zio­ne che a trat­ti ha qua­si il sapo­re di una fia­ba, l‟autore affron­ta que­stio­ni piut­to­sto scot­tan­ti, lascian­do dive­ni­re que­sta cit­tà un luo­go in cui si con­den­sa­no i difet­ti e gli erro­ri dell‟uomo moderno.

Ada Bar­ba­ro

NOTE
1 Si veda a tal pro­po­si­to la pre­sen­ta­zio­ne fat­ta al testo di al-Qamḥāwī dal­la casa edi­tri­ce Dār
al-„Ayn quan­do l‟opera è sta­ta ristam­pa­ta nel 2009. Si riman­da al link www.elainpublishing.com
2 Roland Bar­thes, Varia­zio­ni sul­la scrit­tu­ra. Il pia­ce­re del testo, Einau­di, Tori­no 1999.

Paro­le chia­ve: Cit­tà del pia­ce­re — Let­te­ra­tu­ra araba -

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Hillbrow: la mappa (“Benvenuti a Hillbrow”, di Phaswane Mpe, estratto dal primo capitolo)

Hill­brow: la mappa

Se tu fos­si anco­ra vivo, Refen­tše, ragaz­zo di Tira­ga­long, sare­sti feli­ce del­la scon­fit­ta dei Bafa­na Bafa­na con­tro la Fran­cia nel­la Cop­pa del mon­do di cal­cio del 1998. Ovvia­men­te tu la squa­dra la soste­ne­vi. Ma alme­no ora non pro­ve­re­sti fasti­dio nell’andare al tuo appar­ta­men­to attra­ver­so le stra­de di Hill­brow – loca­li­tà gran­de poco più di un chi­lo­me­tro qua­dra­to secon­do i regi­stri uffi­cia­li, ma secon­do i suoi abi­tan­ti gran­de alme­no il dop­pio e bru­li­can­te di gen­te. Ricor­de­re­sti l’ultima occa­sio­ne quan­do nel 1995 i Bafa­na Bafa­na vin­se­ro con­tro la Costa d’Avorio e nel­la loro esul­tan­za le per­so­ne di Hill­brow lan­cia­ro­no dai loro bal­co­ni bot­ti­glie di ogni tipo. Pochi ardi­ti, van­tan­do­si di una serie di abi­li­tà al volan­te, face­va­no rotea­re e vol­teg­gia­re le loro mac­chi­ne per le vie, facen­do cir­co­li e inver­sio­ni a U su tut­ta la car­reg­gia­ta. Ti ricor­de­re­sti la bam­bi­na, di cir­ca set­te anni o giù di lì, che fu inve­sti­ta da una mac­chi­na. Le sue urla a mezz’aria anco­ra risuo­na­no nel­la tua memo­ria. Quan­do sbat­té sul mar­cia­pie­de di cemen­to di Hill­brow, le sue urla mori­ro­no con lei. Un gio­va­ne che sta­va pro­prio die­tro a te urlò: «Ucci­di quel bastardo!»

Ma l’autista se ne era anda­to. La poli­zia stra­da­le, arri­va­ta pochi minu­ti dopo, si limi­tò a veri­fi­ca­re che l’arresto era sfu­ma­to. Mol­ti, dopo un momen­to silen­zio­so di stu­po­re per le gra­vi con­se­guen­ze del­la vit­to­ria cal­ci­sti­ca, ripre­se­ro a can­ta­re la loro can­zo­ne: Sho­sho­lo­za… suo­na­va­no le sue melo­die da Wol­ma­rans Street, sull’orlo del cen­tro di Johan­ne­sburg, in cima alla Cla­ren­don Pla­ce, al limi­te del tran­quil­lo sob­bor­go di Park­to­wn. Sho­sho­lo­za… copri­va i sin­ghioz­zi sof­fo­ca­ti del­la madre del­la bim­ba deceduta.

Ben­ve­nu­ti a Hillbrow…

Il tuo pri­mo ingres­so a Hill­brow, Refen­tše, era il pun­to di arri­vo di mol­te stra­de con­ver­gen­ti. Non ricor­di dove il cam­mi­no ebbe ini­zio. Ma sai anche trop­po bene che le sto­rie dei migran­ti ave­va­no parec­chio a che fare con tale ini­zio. Dal tem­po in cui lascia­sti la scuo­la supe­rio­re per giun­ge­re all’Università del Wit­wa­ter­srand, all’alba del 1991, sape­vi già che Hill­brow era un mostro, che minac­cia­va i suoi vici­ni come Berea e il cen­tro di Johan­ne­sburg, e che gran­di com­pa­gnie lun­gi­mi­ran­ti era­no in pro­cin­to di abban­do­na­re il cen­tro, pun­tan­do ver­so sob­bor­ghi del nord, come Sand­ton. Era tut­ta­via dif­fi­ci­le resi­ste­re al richia­mo del mostro; Hilll­brow ave­va inghiot­ti­to mol­ti dei bam­bi­ni di Tira­ga­long, con­vin­ti che la Cit­tà dell’Oro rap­pre­sen­tas­se per loro una gran­de oppor­tu­ni­tà di car­rie­ra. Una del­le sto­rie che ricor­di in modo vivi­do era quel­la di un gio­va­ne mor­to di uno stra­no male nel 1990, quan­do tu ti sta­vi imma­tri­co­lan­do. I migran­ti dis­se­ro che pote­va solo esse­re sta­to l’AIDS. Del resto, non era sta­to visto vaga­re per i bor­del­li e gli spor­chi pub di Hillbrow?

Men­tre i suoi pove­ri geni­to­ri pen­sa­va­no che egli stes­se lavo­ran­do giù in cit­tà, a gua­da­gnar­si un sac­co di fari­na di gra­no­tur­co da man­da­re alla fat­to­ria per tut­ti quan­ti. I migran­ti, che per lo più lo con­si­de­ra­va­no un fra­tel­lo osti­na­to, che si era amma­la­to per­ché si tura­va le orec­chie con gom­ma da masti­ca­re men­tre loro gli dava­no con­si­gli, dice­va­no anche che egli era sta­to spes­so visto con don­ne Mak­we­re­k­we­re, abbar­bi­ca­te alle sue brac­cia e inten­te a riem­pir­lo di baci zuc­che­ri­ni, che avreb­be­ro di cer­to distrut­to qual­sia­si uomo, tan­to più un gio­va­ne sen­si­bi­le come lui.

Morì, pove­ro ragaz­zo; di cosa di pre­ci­so, nes­su­no lo sape­va. Ma a Hill­brow si dif­fu­se­ro stra­ni mali, che come Tira­ga­long sape­va bene, pote­va­no solo signi­fi­ca­re AIDS. Que­sto AIDS, secon­do le con­vin­zio­ni del popo­lo, era cau­sa­to da ger­mi stra­nie­ri arri­va­ti dal­le zone cen­tra­li e occi­den­ta­li dell’Africa. Più pre­ci­sa­men­te, cer­ti arti­co­li di gior­na­le attri­bui­va­no l’origine del virus che cau­sa­va l’AIDS a una spe­cie chia­ma­ta Scim­mia Ver­de, la cui car­ne veni­va man­gia­ta da cer­te popo­la­zio­ni in alcu­ne zone dell’Africa occi­den­ta­le, che per que­sto con­trae­va­no il male. I migran­ti (che a Tira­ga­long era­no fon­ti auto­re­vo­li di infor­ma­zio­ne su tut­te le que­stio­ni impor­tan­ti) dedus­se­ro da que­sti arti­co­li di gior­na­le che la via di acces­so dell’AIDS a Johan­ne­sburg pas­sas­se attra­ver­so le Mak­we­re­k­we­re; e Hill­brow fos­se il san­tua­rio in cui le Mak­we­re­k­we­re si beavano.

Talu­ni si spin­se­ro addi­rit­tu­ra oltre, soste­nen­do che l’AIDS era cau­sa­to dal biz­zar­ro com­por­ta­men­to ses­sua­le degli abi­tan­ti di Hillbrow.

Come pote­va un uomo far ses­so con un altro uomo? Vole­va­no sapere.

Quel­li che soste­ne­va­no di esser­ne infor­ma­ti – seb­be­ne nes­su­no que­sto tipo di ses­so potes­se ammet­te­re di aver­lo visto o pra­ti­ca­to di per­so­na – dice­va­no che si face­va per via ana­le. Spie­ga­va­no anche come era fat­to – come i cani – per il disgu­sto del­la mag­gior par­te del­le per­so­ne di Tira­ga­long, che insi­ste­va­no che l’oscenità e il ses­so doves­se­ro esse­re due cose separate.

I più si chie­de­va­no se non fos­se pro­prio l’escremento che peni avi­di e impru­den­ti suc­chia­va­no fuo­ri da ani egual­men­te bra­mo­si, a far insor­ge­re que­ste ter­ri­bi­li malattie.

Tali era­no le sto­rie scan­da­lo­se che gira­va­no tra le chiac­chie­re infor­ma­li degli immigrati.

Per le noti­zie for­ma­li c’era Radio Lebo­wa – ora Tho­be­la FM – che ogni ora tra­smet­te­va infor­ma­zio­ni su fur­ti di auto e spa­ra­to­rie tra rapi­na­to­ri e la Squa­dra Omi­ci­di e Rapi­ne di Johan­ne­sburg. Cin­que uomi­ni tro­va­ti con le costo­le squar­cia­te da ciò che sem­bra­va esser sta­to un col­tel­lo da macel­la­io… Due don­ne stu­pra­te e poi ucci­se in Quar­tz Street… Tre nige­ria­ni sfug­gi­ti all’arresto all’Aeroporto Jan Smu­ts per traf­fi­co di dro­ga era­no infi­ne sta­ti arre­sta­ti in Pre­to­ria Street… Bam­bi­ni di stra­da, ubria­chi di col­la, bran­dy e di visio­ni sel­vag­ge di se stes­si come gui­da­to­ri in ecces­so di velo­ci­tà dei film di Hol­ly­wood, lan­cia­va­no le loro mac­chi­ne costrui­te con fili di metal­lo attra­ver­so i sema­fo­ri ros­si, rap­pre­sen­tan­do una cre­scen­te minac­cia per chi gui­da­va a Hill­brow, soprat­tut­to in pros­si­mi­tà di Ban­ket e Claim Stree­ts… Alme­no otto per­so­ne mor­te e tre­di­ci seria­men­te feri­te quan­do le cele­bra­zio­ni per il Capo­dan­no pre­se­ro la for­ma di tor­ren­ti di bot­ti­glie che sgor­ga­va­no da nubi incom­ben­ti costi­tui­te dai bal­co­ni del­le case. Gli uomi­ni che si avven­tu­ra­va­no dal­le par­ti dell’angolo di Quar­tz e Smit Stree­ts furo­no avvi­sa­ti di fare atten­zio­ne alla minac­cia di pro­sti­tu­te sem­pre più aggres­si­ve… si dice­va che alcu­ni fos­se­ro sta­ti stu­pra­ti lì di recente…
Ben­ve­nu­ti a Hillbrow…

E, natu­ral­men­te, la tele­vi­sio­ne aggiun­ge­va il suo colo­re ai fram­men­ti del­le noti­zie radio. Il cri­mi­ne diven­ta­va gla­mour sugli scher­mi e i rapi­na­to­ri veni­va­no descrit­ti come se fos­se­ro star del cine­ma. Eroi venu­ti alla ribal­ta per il loro corag­gio delit­tuo­so e vizio­so era­no inse­gui­ti da vora­ci len­ti di moder­ne tele­ca­me­re, e i ragaz­zi­ni di Tira­ga­long emu­la­va­no i loro eroi tele­vi­si­vi, gui­dan­do le loro mac­chi­ne fat­te di fili di metal­lo con ruo­te di pal­le da tennis.
Vum… vum… e beep… beep… le loro mac­chi­ne anda­va­no per le stra­de di Tiragalong.

Poi sei arri­va­to a Hill­brow, Refen­tše, per vede­re tut­to con i tuoi occhi, e per inven­ta­re la tua sto­ria, se ci riu­sci­vi. Arri­va­sti a esse­re un testi­mo­ne, per­ché tuo cugi­no, con il qua­le sta­vi andan­do ad abi­ta­re fin­ché non aves­si tro­va­to un allog­gio stu­den­te­sco all’Università, sta­va a Hill­brow, per quan­to non esat­ta­men­te nel cen­tro dell’azione. Per­ché egli non sta­va nel­le stra­de prin­ci­pa­li, Pre­to­ria e Kotze, né Esse­len, in qual­che modo nota, che cor­re­va­no tut­te paral­le­le l’una all’altra. No! Non sta­va nean­che nel­la più nota Quar­tz Street – che col­le­ga­va per­pen­di­co­lar­men­te le tre – che è quel­lo che la gen­te spes­so inten­de quan­do dice: «C’è Hill­brow per te!»

Se pro­vie­ni dal cen­tro cit­tà, il modo miglio­re per arri­va­re nel posto dove sta il cugi­no è gui­da­re o cam­mi­na­re attra­ver­so Twi­st Street, una stra­da a sen­so uni­co che ti por­ta nel nord del­la cit­tà. Attra­ver­si Wol­ma­rans e tre stra­de piut­to­sto oscu­re, Kap­tei­jn, Ocker­se e Pie­ter­se, pri­ma di gui­da­re o cam­mi­na­re oltre Esse­len, Kotze e Pre­to­ria Street. Poi attra­ver­se­rai Van der Mer­we e Gol­dreich Street. Il tuo pros­si­mo sca­lo è Caro­li­ne Street. Vai sull’altro ver­san­te di Caro­li­ne. Alla tua sini­stra c’è Chri­st Church, “The Bible Cen­tred Church of Chri­st”, come annun­cia­no le gran­di let­te­re ros­se. Sul­la tua destra c’è un con­do­mi­nio chia­ma­to Vic­kers Pla­ce. Ti giri alla tua destra, per­ché l’ingresso a Vic­kers è in Caro­li­ne Street, pro­prio all’opposto di un altro edi­fi­cio, Da Gama Court. Se non sei trop­po stan­co, igno­re­rai l’ascensore e sali­rai per le sca­le fino al quin­to pia­no, dove sta tuo cugino.

Fino­ra, non hai visto nes­sun inse­gui­men­to di mac­chi­ne né assi­sti­to a una spa­ra­to­ria. Incon­tra­sti per­so­ne semi­nu­de che la tua gui­da, ori­gi­na­ria del­lo stes­so vil­lag­gio di Tira­ga­long, chia­ma pro­sti­tu­te. Altri­men­ti, la cosa che risal­ta nel­la tua memo­ria è il movi­men­to estre­ma­men­te fit­to di per­so­ne che van­no in tut­te le dire­zio­ni di Hill­brow, che sem­bra­no pro­var pia­ce­re alle luci al neon del sob­bor­go, men­tre altri appa­io­no aver fret­ta di anda­re al lavo­ro – o, sì, al lavo­ro. Ades­so, non era­va­te in gra­do di dire che cosa il lavo­ro fos­se. Sape­va­te, tut­ta­via, che una gui­da stu­den­te­sca alle car­rie­re in Suda­fri­ca non lo avreb­be pro­ba­bil­men­te inse­ri­to tra le sue voci. Ti stu­pi­va che ci fos­se­ro così tan­te per­so­ne gomi­to a gomi­to nel­le stra­de alle nove di sera. Quan­do pre­pa­ra­va­no i loro pasti e anda­va­no a dormire?
Vic­kers Pla­ce ti col­pì come un edi­fi­cio abba­stan­za tran­quil­lo. Non ti sare­sti mai aspet­ta­to alcu­na tran­quil­li­tà nel­la nostra Hill­brow. Ma poi, Caro­li­ne Street, dove era situa­to Vic­kers, non era al cen­tro di Hill­brow. Il cen­tro era Kotze Street, dove i bazaar OK con­di­vi­de­va­no il mar­cia­pie­de con The Fans, pub piut­to­sto tran­quil­lo, e il più rumo­ro­so The Base. A taglia­re per­pen­di­co­lar­men­te Kotze c’era Twi­st Street. Cir­con­da­to da Twi­st e Claim Stree­ts, Kotze e Pre­to­ria, c’era High­point, il più gran­de cen­tro com­mer­cia­le di Hill­brow. Era lì che si tro­va­va­no Clicks, Spar, CNA e altri nego­zi. Era in que­sto cen­tro che avre­sti tro­va­to la Stan­dard Bank, con i suoi spor­tel­li per il con­tan­te che lam­peg­gia­va­no Tem­po­ra­nea­men­te Fuo­ri Ser­vi­zio, di dome­ni­ca e duran­te le vacan­ze, così come nei gior­ni set­ti­ma­na­li dopo le otto di sera. Vole­te evi­ta­re di esse­re rapi­na­ti? Pos­si­bi­le; ma, nell’operazione, sie­te costret­ti a usa­re a costo extra lo spor­tel­lo ban­co­mat del­la Fir­st Natio­nal Bank, all’angolo di Twi­st e Pre­to­ria, o quel­lo del­la ABSA, pro­prio lun­go Kotze. Caro­li­ne Street non era visi­bi­le da que­sto pun­to. Né si tro­va­va vici­no Cathe­ri­ne Ave­nue, la fron­tie­ra di Hill­brow e Berea, dove i “Chec­ker” era­no in com­pe­ti­zio­ne per la nostra atten­zio­ne finan­zia­ria (quan­do ne ave­va­mo) con ciò che appa­ri­va esse­re una squal­li­da riven­di­ta di supe­ral­co­li­ci ter­ri­bil­men­te rumo­ro­sa, Jabu­la Ebu­su­ku; che a sua vol­ta, com­pe­te­va per il nostro impe­gno spi­ri­tua­le con il suo vici­no, la Uni­ver­sal King­dom of God. C’era un ulte­rio­re van­tag­gio per la par­ti­co­la­re posi­zio­ne di Vic­kers. C’era un’altra filia­le di Spar appe­na due stra­de più in là, all’angolo di Caro­li­ne e Claim Street, così pote­vi com­pra­re lì i tuoi pro­dot­ti di dro­ghe­ria e altri gene­ri di neces­si­tà. Lega­to in un abbrac­cio con Spar c’era Sweet Caro­li­ne; non il bra­no musi­ca­le di Neil Dia­mond, ma una melo­dia dif­fe­ren­te – un nego­zio di bot­ti­glie – che leni­va l’esaurimento e le papil­le gusta­ti­ve degli abi­tan­ti di Hill­brow in que­sta par­te del nostro mon­do. Qui i mar­cia­pie­di di cemen­to, come quel­li di Hill­brow inter­na, pul­lu­la­va­no di com­mer­ci irre­go­la­ri, in for­ma di bana­ne, mele, cavo­li, spi­na­ci e altra frut­ta e ver­du­ra; pro­dot­ti di bell’aspetto a prez­zi bas­si che ren­de­va­no l’acquisto di tali pro­dot­ti da Spar, Chec­kers o OK ridi­col­men­te dispen­dio­so. Sì, Quar­tz Street
cor­re­va vici­no a Vic­kers. Infat­ti, era la pri­ma stra­da a est di Vic­kers, e c’era più atti­vi­tà in Quar­tz che nel­la stes­sa Caro­li­ne, o Twi­st e Claim. Tut­ta­via, il fat­to di esse­re nel­le zone qua­si vici­ne al cen­tro di Hill­brow sem­bra­va aver reso que­sta par­te di Quar­tz più inno­cua e gra­de­vo­le – nel­la misu­ra in cui qual­co­sa a Hill­brow pos­sa esse­re l’uno o l’altro – rispet­to ai quar­tie­ri più inter­ni nel­la zona suburbana.

La quie­te dura­va per la mag­gior par­te del­la not­te. Tuo cugi­no, dopo aver­ti ben nutri­to, ti ha lascia­to solo per anda­re a let­to per­ché pian­ge­vi per l’esaurimento. Anche la tua gui­da se ne è anda­ta con lui. Sta­va­no andan­do a vede­re Hill­brow, dice­va­no. Tu dor­mi­sti nel let­to di tuo cugi­no. Mal­gra­do le tue ansie ti addormentasti.

Tor­ne­ran­no indie­tro? ti chie­de­sti ini­zial­men­te. Arri­ve­ran­no ladri nell’appartamento? E se sì, cosa farò?

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Benvenuti_a_Hillbrow

Paro­le chia­ve: Hill­brow — Pha­wa­ne Mpe — Suda­fri­ca — Let­te­ra­tu­ra africana

 

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Recensione di “NonnaDiciannove e il segreto del sovietico”, Alias-Supplemento de Il Manifesto, 3 maggio 2015, di Giorgio De Marchis.

 

Pagine da 20150503alias2 (00)DALLANGOLA
Spa­zi di tem­po in un roman­zo di Ond­ja­ki, coe­ta­neo del­la pro­pria nazio­ne liberata

di GIORGIO DE MARCHIS
La Luan­da degli anni ottan­ta era la capi­ta­le di una nazio­ne appe­na emer­sa da oltre un decen­nio di guer­re di  deco­lo­niz­za­zio­ne e imme­dia­ta­men­te spro­fon­da­ta in una san­gui­no­sa guer­ra civi­le, la cui con­clu­sio­ne sareb­be arri­va­ta solo nel 2002. Con­di­zio­ni di vita, quin­di, ine­vi­ta­bil­men­te pre­ca­rie per gli abi­tan­ti del­la cit­tà che l’ultimo roman­zo pub­bli­ca­to in Ita­lia dell’angolano Ond­ja­ki lascia intui­re, fil­tran­do­le però attra­ver­so lo sguar­do incan­ta­to di un grup­po di bam­bi­ni che tut­to vedo­no attra­ver­so i nin­ja e le arti mar­zia­li dei film di Jac­kie Chan. In Non­na­Di­cian­no­ve e il segre­to del sovie­ti­co (Il Siren­te, pp. 160, e 15,00), le deva­sta­zio­ni del con­flit­to si con­fon­do­no, infat­ti, con i disa­stri  pro­vo­ca­ti da God­zil­la, men­tre le bat­tu­te di Tri­ni­tà e di «quel cic­cio­ne di Bud Spen­cer bar­bu­to» si sovrap­pon­go­no alle paro­le d’ordine del­la rivo­lu­zio­ne socia­li­sta. Del resto, nato nel 1977, Ond­ja­ki è pra­ti­ca­men­te coe­ta­neo del­la pro­pria nazio­ne e que­sta con­di­zio­ne bio­gra­fi­ca fa sì che i suoi pri­mi ricor­di abbia­no come sfon­do gli ini­zia­li e dif­fi­ci­li pas­si di una nazio­ne allo­ra nascen­te. Non è un caso, quin­di, che l’infanzia assu­ma un ruo­lo cen­tra­le nell’opera di que­sto scrit­to­re e ha ragio­ne Livia Apa – che tra­du­ce il roman­zo e ne fir­ma una pre­fa­zio­ne, men­tre la post­fa­zio­ne è affi­da­ta a Bep­pi Chiup­pa­ni – quan­do affer­ma come, nell’universo nar­ra­ti­vo del più inte­res­san­te espo­nen­te del­la gene­ra­zio­ne appar­sa dopo l’indipendenza, si col­ga per meto­ni­mia un ritrat­to del suo gio­va­ne pae­se, così come per Luan­di­no Viei­ra (l’inevitabile pun­to di rife­ri­men­to per la scrit­tu­ra di Ond­ja­ki) la real­tà dei mus­se­que lo era sta­ta del­la vio­len­za coloniale.
Nel roman­zo si muo­vo­no medi­ci cuba­ni, ope­rai sovie­ti­ci impe­gna­ti nel­la costru­zio­ne dell’imponente mau­so­leo del pre­si­den­te Ago­sti­n­ho Neto e tut­ti gli straor­di­na­ri abi­tan­ti di Pra­ia­Do­Bi­spo, già noti ai let­to­ri di Ond­ja­ki: l’irascibile Signor­Tuar­les con il suo imman­ca­bi­le kala­sh­ni­kov, la figlia Char­li­ta, l’unica in fami­glia ad ave­re gli occhia­li con cui guar­da­re la tele­no­ve­la, Don­na­Li­bâ­nia e il suo leg­gen­da­rio dol­ce di bana­na, Spu­ma­Del­Ma­re con il suo coc­co­dril­lo. E in que­ste pagi­ne si con­fer­ma come un luo­go pos­sa esse­re cono­sciu­to, ama­to e ricrea­to in due modi: uno let­te­ra­to e  con­scio – in Non­na­Di­cian­no­ve e il segre­to del sovie­ti­co Ond­ja­ki dia­lo­ga anche con Ana Pau­la Tava­res, Manuel Rui e Ruy Duar­te de Car­va­lho –, l’altro, vis­su­to, imme­dia­to e incon­scio. Le con­si­de­ra­zio­ni sul sen­so del luo­go, espres­se in
altre lati­tu­di­ni da Sea­mus Hea­ney, val­go­no, dun­que, anche per Ond­ja­ki e per la Pra­ia­Do­Bi­spo del­la sua infan­zia. Come ricor­da, del resto, la poe­tes­sa Ana Pau­la Tava­res nel­la let­te­ra all’autore che chiu­de il volu­me, «Tut­ti noi sia­mo di un luo­go, come di una infan­zia… e per esse­re di un luo­go e di una infan­zia, biso­gna scri­ver­la, ci han­no inse­gna­to gli anti­chi, da Pla­to­ne a Non­na­Ca­ta­ri­na, e non ci sono ver­si, sem­bra, o pro­sa raf­fi­na­ta che pos­sa fis­sa­re il gesto e la paro­la ugua­le a quel­la di quan­ti han­no vis­su­to, sono pas­sa­ti da lì, ne han­no ascol­ta­to i suo­ni, toc­ca­to il mare. Solo così la paro­la può sor­ge­re così con­for­me alle rego­le del dire e così fede­le alle nor­me del luo­go». Pra­ia­Do­Bi­spo è, quin­di, in fon­do un «quar­tie­re fat­to di pol­ve­re e gio­chi anti­chi» da pro­teg­ge­re dal­la dina­mi­te dei sovie­ti­ci; ma è anche un tem­po da sal­va­guar­da­re per­ché, come con­fi­da al nipo­te Non­naA­gnet­te, meglio cono­sciu­ta come Non­na­Di­cian­no­ve, ogni pas­sa­to è sem­pre, pri­ma di tut­to, un luo­go. Un luo­go maga­ri lon­ta­no, ma comun­que den­tro ai nostri ricordi.

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Un giorno in Siria

| Inter­na­zio­na­le | Vener­dì, 12 otto­bre 2014 | Lucy Pope­scu (The Indipendent) |

Il silenzio e il tumulto : Nihad Sirees

La liber­tà di espres­sio­ne è la pri­ma vit­ti­ma di ogni dit­ta­tu­ra. Le ope­re degli scrit­to­ri e degli intel­let­tua­li dis­si­den­ti sono vie­ta­te e, se il divie­to non ottie­ne lef­fet­to desi­de­ra­to, gli auto­ri stes­si sono impri­gio­na­ti, tor­tu­ra­ti o sem­pli­ce­men­te “scom­pa­io­no”.

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Siria, la pace era solo silenzio

| Avve­ni­re | Vener­dì, 24 otto­bre 2014 | Ric­car­do Miche­luc­ci |

Il silenzio e il tumulto : Nihad Sirees

Più pro­fe­ti­co di 1984 di Orwell, più sur­rea­le del­la Meta­mor­fo­si di Kaf­ka. Quan­do die­ci anni fa il roman­zie­re siria­no Nihad Sirees scris­se The Silen­ce and the Roar, non pote­va imma­gi­na­re che quel­la riu­sci­tis­si­ma sati­ra poli­ti­ca avreb­be rispec­chia­to così fedel­men­te il futu­ro del suo paese.

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I libri fuori dal fango

14 anni al ser­vi­zio dell’editoria indi­pen­den­te. 14 anni con un’idea in testa: costrui­re un cir­cui­to distri­bu­ti­vo per l’editoria di qualità.
Anni in cui abbia­mo navi­ga­to per mari agi­ta­ti gui­da­ti solo da un’idea roman­ti­ca, che la cul­tu­ra non pos­sa esse­re un luo­go sepa­ra­to dal resto del­la società.
Il 26 giu­gno 2013 a segui­to del­le abbon­dan­ti piog­ge che han­no inve­sti­to la pro­vin­cia di Rimi­ni, il nostro magaz­zi­no cen­tra­le ha subi­to un dram­ma­ti­co alla­ga­men­to di acqua e fango.
In un 2013 par­ti­co­lar­men­te dif­fi­ci­le, per tut­to il com­par­to eco­no­mi­co del libro, aver per­so più di 8.000 libri (per un valo­re di coper­ti­na di cir­ca 120.000 euro) rischia di rap­pre­sen­ta­re una feri­ta mor­ta­le per la nostra attività.

Ti chie­dia­mo di soste­ner­ci sce­glien­do i tuoi acqui­sti tra i tito­li degli edi­to­ri con cui collaboriamo.
Chie­di al libra­io, sarà feli­ce di segna­lar­ti e rac­con­tar­ti le infi­ni­te sto­rie rac­col­te nei libri che ci pre­gia­mo di distribuire.

Mag­gio­ri info sul­la nostra atti­vi­tà e sul­la cam­pa­gna I libri fuo­ri dal fan­go puoi tro­var­le qui:
http://www.ndanet.it/blog/2013/07/nda-fuori-dal-fango/

fuoridalfango

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