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Graphic Novelist Magdy El Shafee Arrested Near Clashes

| Arabic Literature | Sabato 20 aprile 2013 | Mlynxqualey |

According to multiple sources, Magdy El Shafee was one of 39 arrested yesterday at Abdel Moneim Riyadh Square: Youm7 reported that El Shafee — godfather of the Egyptian graphic novel, who faced trials and other hurdles for his ground-breaking Metro – was arrested when he went down to try to stop the clashes yesterday. He was apparently arrested at random.
Dar Merit Publisher Mohammad Hashem said on Facebook that El Shafee was accused of perpetrating violence. Al Mogaz quoted author Mohammad Fathi as saying El Shafee didn’t try to escape from police “because he didn’t do anything.”
Other novelists said on Facebook that El Shafee was being interrogated today at Abdeen Court. It also appeared El Shafee may have been injured in the clashes.

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Cenere sotto il tappeto

| PUB | Lunedì 19 settembre 2011 | Maddalena Sofia |

Metro è una graphic novel. Pubblicata per la prima volta nella primavera 2008 dalla casa editrice araba Melameh, viene censurata dopo pochissimo tempo dal Tribunale di Qasr el Nil de Il Cairo con l’accusa di contenere “immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”.
Un fumetto, una storia semplice, ricca di spunti di riflessione riguardo al mondo musulmano, o meglio, riguardo alla percezione che si ha di esso in quel che comunemente viene definito Occidente. Ma la lettura di Metro rappresenta anche un modo per avvicinarsi alle problematiche sociali, economiche e politiche che attanagliano i paesi islamici, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti riguardanti in particolare l’Egitto e la Libia.
Metro  è ambientato proprio in Egitto, al Cairo e fin dalle prime pagine l’autore racconta e mette in risalto la diffusa corruzione e lo sfruttamento dei più deboli da parte della classe politica.
L’incipit della storia è la rapina a una importante banca della capitale, ad opera di Shihab, il protagonista, e Mustafa, suo amico e collega. Sono entrambi ingegneri, lavorano in un ufficio di programmazione e hanno progettato un software per la sicurezza della metro e delle banche. I due contano di realizzarlo con l’aiuto di un finanziamento per poi venderlo e guadagnare un po’ di soldi. Ma le banche non finanziano il progetto perché sono corrotte e conniventi con personaggi politici di spicco che vorrebbero impossessarsi del software senza pagare e abusando del loro potere. Chiunque si offra di aiutare i due ragazzi viene messo fuori gioco con ricatti, violenze o assassinii: perciò i due protagonisti optano per la decisione estrema di rubare, atto quasi giustificato nel contesto della storia, come se fosse l’unica soluzione possibile per sfuggire a una dilagante povertà.
La chiave di volta nella storia è la figura di Dina, fidanzata di Shihab. È una giornalista cui è stato “ordinato” di coprire i misfatti della classe politica e la corruzione dello Stato. Si evince che in Egitto la stampa è ancora molto controllata e manipolata dalla classe dirigente, ma la voglia di riscatto è più forte e allora lei decide di pubblicare un articolo nel quale racconta la verità su quel che c’è dietro la faccenda del software, senza menzionare la rapina: Shihab inizialmente si oppone a questa scelta per paura di essere scoperto, ma poi si ricrede ed è proprio Dina a fargli capire l’importanza di rendere pubblici i loschi meccanismi sottesi ai giochi di potere. In parte a causa di queste rivelazioni, scoppierà una rivolta a Il Cairo, sintomo del malcontento diffuso del popolo.
Dina è un personaggio centrale nella storia e si carica ancora di maggiore importanza perché si tratta di una donna; a dispetto di qualsiasi stereotipo legato all’Islam, Dina appare emancipata e impegnata politicamente, al contrario di quello che si potrebbe pensare delle donne musulmane, associate molto spesso all’immagine di vittime impotenti degli uomini, obbligate a mortificare il proprio corpo indossando il burqa.
L’autore utilizza un approccio originale e molto realistico nelle scelte editoriali: l’uso delle piante metropolitane, che raffigurano lo spazio de Il Cairo per renderne meglio l’idea, e l’uso del dialetto egiziano, sdoganato da Internet, sono due elementi che fanno presa diretta con i lettori. Danno un’idea di concretezza, ci mettono di fronte a una città e a un popolo come essi sono davvero.
L’intenzione editoriale è quella di allontanare il più possibile concezioni ancora legate all’esotismo: il mondo arabo in generale e quello egiziano in particolare, non è fatto solo di piramidi, cammelli e cose del genere.
Da Metro  si evince, invece, che l’uso delle tecnologie avanzate non è più esclusiva dell’“uomo bianco”: l’Egitto è un Paese raffinato da un punto di vista mediatico e i personaggi sono perfettamente a loro agio nel rapporto con la tecnologia.
Una cosa che sorprende nel fumetto è l’assenza della religione, contrariamente alla comune concezione occidentale, che vorrebbe i musulmani quasi ossessionati dal loro dio fino a spingerli a compiere atti irrazionali.
Lungi dall’essere considerato precursore delle rivolte consumatesi in Egitto e Libia, Metro si pone soltanto come spunto di riflessione per presentare il mondo arabo contemporaneo scevro da qualsiasi preconcetto e per analizzare più da vicino una situazione sociale, economica e politica a lungo covata, di cui i disordini in atto sono solo la punta dell’iceberg. In effetti, anche nel racconto, la rivolta non cambia uno stato di cose, che potrebbe essere modificato soltanto con una consapevolezza reale e aderente alla cultura di quei paesi. Alla fine della storia resta tutto uguale: la rivolta viene prevedibilmente repressa dall’Hagg Khader, il partito egiziano di maggioranza, che, in caso di disordini, paga gente per picchiare chi manifesta contro lo Stato e l’autore inserisce un colpo di scena finale, un ennesimo atto di disonestà, che condannerà Shihab ad essere abbandonato al proprio destino.

Magdy El Shafee nasce in Libia, nel 1961; comincia la sua carriera nel 2001, come illustratore e fumettista in occasione del Comic Workshop Egypt, tenutosi presso l’Università Americana de Il Cairo.
Fin dagli esordi, le sue opere ricalcano temi sociali della vita quotidiana della capitale egiziana, ma toccano anche argomenti spiccatamente legati alla politica, all’economia, alla povertà.
Metro viene pubblicato per la prima volta nel 2008 in Egitto; esso procura all’autore un processo e una condanna alla distruzione di tutte le copie e al pagamento di una salata ammenda. La motivazione ufficiale del sequestro è quella di aver usato un linguaggio troppo spinto, ma i veri motivi sembrano essere la critica radicale al governo e alla corruzione politica.
Il processo a Magdy El Shafee e al suo editore, Mohamed Sharqawi, ha avuto una grande risonanza, fino alla pubblicazione di Metro in Italia nel 2010 all’interno della collana Altriarabi da parte della casa editrice Il Sirente; altre pubblicazioni sono previste all’inizio del 2012 in Francia e in Inghilterra.

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Questo libro contiene immagini e personaggi che somigliano a uomini e politici realmente esistenti

| TG3 | Venerdì 1 aprile 2011 | Romana Fabrizi |

Tradotto in italiano poco prima di essere censurato e ritirato dalle librerie in Egitto, “Metro” è un fumetto che ha denunciato la vigilia della rivolta, la crisi della società civile sotto Mubarak, dando il via alla liberalizzazione della cultura. Sentiamo Romana Fabrizi.
“Questo libro contiene immagini e personaggi che somigliano a uomini e politici realmente esistenti”. È la frase sulla quarta di copertina di “Metro”, libro a fumetti di Magdy El Shafee. La frase non è di presentazione ma di recensione, ricalca la sentenza del tribunale del Cairo che ha censurato e ritirato il libro. Romanzo politico, metropolitano che denuncia con disegni taglienti come lame corruzione e clientelismo in Egitto. Racconta la storia di alcuni blogger egiziani, le ingiustizie, la crisi finanziaria e sociale, si lega alle radici della rivolta contro Mubarak.
Arrivato in Italia prima di essere sequestrato, si legge al contrario come i giornali arabi, cominciando dall’ultima pagina. Denuncia la natura dispotica del regime, un attimo prima che cominci la rivolta il 25 gennaio 2011 quando la società civile manifesta per le strade d’Egitto come non si era mai visto negli ultimi 30 anni, fino alla caduta di Mubarak.
Il fumetto è solo per grandi, specifica l’autore nell’edizione araba, in realtà solo per pochi, per chi è riuscito a comprarlo prima che venisse ritirato dalle librerie del Cairo.

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Una matita per la libertà

| TG3 Mediterraneo | Domenica 27 marzo 2011 | Roberto Alajmo |

Tradotto in italiano poco prima di essere censurato e ritirato dalle librerie in Egitto, “Metro” è un fumetto che ha denunciato la vigilia della rivolta, la crisi della società civile sotto Mubarak, dando il via alla liberalizzazione della cultura. Sentiamo Roberto Alajmo.
“Questo libro contiene immagini e personaggi che somigliano a uomini e politici realmente esistenti”. È la frase sulla quarta di copertina di “Metro”, libro a fumetti di Magdy El Shafee.

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Magdi el Shafee, “Metro”

| Internazionale | Venerdì 25 marzo 2011 | Francesco Boille |

El Shafee vive in Egitto ma è mentalmente cosmopolita, infatti subisce le influenze più varie: Hugo Pratt (di cui è innamorato), i supereroi statunitensi o i manga, di cui questo libro propone, oltre a un’influenza stilistica, la struttura editoriale e la lettura da sinistra verso destra per le singole tavole. Autore ed editore locale sono stati perseguitati e censurati in patria, condannati a pagare una multa salata e a distruggere tutte le copie del libro per presunte scene di sesso e riferimenti a politici. Non è strano. La sfida-messaggio dell’autore è di liberarsi dalla corruzione, materiale e spirituale, che è in tutti noi (e che riguarda anche l’Italia), liberarsi da questa prigione mentale e appropriarsi con avidità di tutte le opportunità che offre la democrazia. Magdi deve lavorare ancora per trovare un equilibrio tra immediatezza (che lo rende pericoloso per il potere) e profondità, nella chiarezza della costruzione delle tavole e nell’amalgama delle influenze (talvolta sorprendenti) e degli stili (dal realismo all’umorismo: in quest’ultimo il disegno eccelle, El Shafee è infatti un vignettista umoristico). Ma il lettore avrà una radiografia della situazione in Egitto incredibilmente precisa, narrata in modo rapsodico.

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Metro

| Fumetto d’Autore | Martedì 22 marzo 2011 | Giorgio Messina |

Il fumetto può raccontare la realtà che ci circonda? Ovviamente sì. E per farlo, il fumetto ha bisogno necessariamente di essere “graphic journalism”? Ma assolutamente no. Il genere può benissimo raccontare anche l’attualità. Ce lo dimostra ancora una volta – caso mai ce ne fosse bisgono – “Metro”di Magdy El Shafee, la prima “graphic novel” egiziana, che con una storia thriller a tratti noir (quello che i francesi chiamerebbero “polar”) racconta la situazione dell’Egitto prima della caduta di Mubarak, descrivendone i fermenti sociali ben tre anni prima che la Storia con la S maiuscola faccia davvero il suo corso. E forse questo fumetto è stato talmente anticipatore degli eventi degli ultimi mesi che non deve stupire se il contenuto è stato anche condannato da un tribunale egiziano che ne ordinò il sequestro delle copie perché contenenti “immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”. come si legge nella sentenza.
Purtroppo però l’opera di El Shafee ha tutti i difetti di un fumetto ancora immaturo. I testi e il ritmo della storia, ma soprattutto i disegni, spesso lasciano a desiderare, apparendo appunto ancora troppo involuti in certi frangenti, ma Metro comunque ha il grandissimo pregio di fare entrare il lettore facilmente all’interno della società egiziana e delle sue dinamiche. Così tra una rapina in banca e un’assassinio, possiamo assistere nella storia alle manifestazioni dei dimostranti, la malavita, i politici corrotti e l’uomo della strada che vive di elemosina. Il filo rosso che unisce tutti questi elementi è il protagonista, un ingegnere alle prese con la difficile impresa di sbarcare il lunario, di fare fronte ai debiti ma anche di avere una vita privata. La trama si dipana e si intreccia tra le fermate della metropolitana del Cairo che conferisce il titolo all’opera. Alla fine non mancheranno di fare capolino, come in ogni blockbuster cinematografico che si rispetti, l’amore e la morte, per chiudere con con il colpo di scena, ben congegnato, della fregatura proveniente dal personaggio da cui meno ce lo saremmo aspettato.
El Shafee mette in scena una storia abbastanza solida che sarebbe potuta accadere in qualunque parte del globo, ma è lo sfondo egiziano che ne fa un’opera unica nel suo genere. Un paio di note negative a due scelte editoriali infelici dell’editore “il Sirente” che pubblica la storia nella collana “Altriarabi”. Il bollino in copertina “graphic novel” non rende molta giustizia all’opera di El Shafee, proprio perché, come ci viene spiegato all’interno del volume, prima di Metro, il termine “fumetto” in Egitto veniva associato a Topolino. “Graphic Novel” sembra essere sempre di più una categoria commerciale che invece di esaltare i contenuti, spesso, come in questo caso, rischia di sminuirli. La seconda nota riguarda invece l’indicazione nell’apparato editoriale secondo cui il libro a fumetti di El Shafee, espressione  della cultura araba anche nel senso di lettura, si legga “come un manga giapponese”. Manga e Graphic Novel per spiegare il fumetto “Metro” rischiano di fare un minestrone agli occhi di chi legge e l’opera non se lo merita, perché è tutta da assporare e con grande interesse, nonostante i limiti che essa presenta.
E non potrebbe altrimenti quando una storia inizia così: «Oggi ho deciso di rapinare una banca. Non so come tutta questa rabbia si sia annidata in me. Tutto ciò che so è che la gente stava sempre da una parte, e io da un’altra. A me è rimasta solo una cosa: la mia testa… e ora ho finalmente deciso di fare quello che mi dice».

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Dalla rivoluzione in piazza a quella in libreria

| Egittiamo | Venerdì 18 marzo 2011 | marco63 |

Dopo la rivoluzione delle piazze quella nelle librerie? Se lo stanno chiedendo autori e osservatori attenti del panorama culturale egiziano, attraversato da una ventata di rinnovamento e fermento creativo. 
“Bisogna che la letteratura e la società civile ritrovino quel contatto a lungo dimenticato, impoverito da anni di pubblicazioni sottoposte al rigido controllo della censura. Ma è un processo che si sta già verificando. Penso ai numerosi editoriali che Ala al Aswany, un autore di grande successo ma finora tenuto ai margini dal regime, scrive in questi giorni sul quotidiano indipendente ‘Al masry al youm” osserva Fadi, ex-responsabile della casa editrice ‘Al Shorouk’ e oggi “completamente dedicato alla causa della rivoluzione” come precisa alla MISNA.
“Prima, in Egitto, era difficile trovare i suoi libri, come anche quelli di molti altri autori messi all’indice perché non piacevano o erano dichiaratamente contro il governo. Adesso, come per magia, sugli scaffali delle librerie si vedono spuntare titoli prima introvabili e le case editrici hanno già disposto la ristampa di vecchi saggi e pubblicazioni che prima circolavano solo di contrabbando” afferma l’attivista, secondo cui “la massiccia partecipazione di intellettuali e scrittori alla rivoluzione ha finalmente segnato il momento, dell’uscita uscita dalle ‘torri d’avorio’ della letteratura e della condivisione di valori e ideali con la gente del popolo.
Torri d’avorio che non hanno impedito a Nawal el Saadawi, ottantenne scrittrice e attivista per i diritti umani di accamparsi nella piazza Tahrir assieme ai ‘giovani della rivoluzione o ad autori come Magdy el Shafee o lo stesso Al Aswany di pubblicare libri come ‘Metro’, la prima graphic novel egiziana (edita in Italia da ‘il Sirente’) o ‘Il palazzo Yacoubian’; entrambe opere in cui si descrive con realismo la difficile condizione di vita nell’Egitto dell’era Mubarak.
“C’è tutta una nuova generazione di scrittori e artisti egiziani che non aspetta altro che di far conoscere il suo punto di vista su quello che sta accadendo. La rivoluzione ha portato una ventata d’aria fresca nella realtà finora asfittica della produzione culturale” osserva ancora Fadi. È in questo clima di ottimismo e fermento che nasce la possibilità di tenere la prossima fiera del libro del Cairo proprio in piazza Tahrir, alla fine di marzo. Un evento, a cui partecipano ogni anno migliaia di case editrici e autori con incontri e seminari, nel luogo simbolo del ‘nuovo Egitto’.

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Cronache dall’Egitto prima della rivoluzione

| Terra | Martedì 15 marzo 2011 | Diego Carmignani |

La rivoluzione ancora in pieno atto nel Nord Africa porta con sé un vento nuovo, talmente potente da investire a più livelli un agire e un sentire ormai globalizzati. La libertà conquistata, ad esempio, in Egitto è figlia e madre di un risveglio creativo partito dal basso, con i giovani in primissima linea, e circolato su giornali, libri e pubblicazioni varie, tanto da far pronosticare, già nei prossimi mesi, una sanissima invasione sui nostri scaffali di volumi e autori inediti provenienti da quelle parti. Tra gli agitatori culturali, che hanno avuto il merito di presidiare il luogo simbolo della rivolta, piazza Tahrir, figura anche l’illustratore Magdy el Shafee, noto per aver realizzato Metro, la prima graphic novel (cioè primo romanzo disegnato per adulti) di nazionalità egiziana, pubblicata a fine 2010 in Italia dalla casa editrice il Sirente, e oggi significativa testimonianza di quello che era il fermento nel Paese africano prima che il regime fosse rovesciato, scoperchiando idee e ragioni circolanti, ma strozzate dall’ordine costituito. Difatti, anche questa durissima storia inchiostrata è finita sotto la ghigliottina della censura. Uscito nel 2008, Metro costò ad el Shafee e al suo editore un processo conclusosi con la condanna alla distruzione di tutte le copie e al pagamento di un’ammenda di 5.000 lire egiziane, 700 euro circa. Il motivo ufficiale è la presenza nel lavoro di un linguaggio troppo spinto, fuori dalla norma per quel genere artistico e per quella nazione. «Questo libro contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti», recita la sentenza del tribunale di Qasr el Nil, Cairo. Basta scorrere un po’ di pagine, per accorgersi di come nelle critiche piuttosto palesi e audaci (anche per noi lettori “occidentali”) al governo Mubarak, alla corruzione della politica, ai meccanismi del potere, siano da rintracciare i veri motivi della messa all’indice. E anche, stando a quanto riportano gli addetti ai lavori, del successo di Metro tra le nuovissime generazioni, che, facendolo circolare sottobanco, ne hanno fatto un oggetto di culto. Le vicende che si intrecciano sono quelle di un sovversivo ingegnere informatico, di una giornalista coraggiosa, di un anziano e affamato lustrascarpe, ribelli più frustrati che eroici, che spuntano dall’Egitto anestetizzato e impaurito di prima della rivoluzione. Lungo le fermate della metropolitana (a cui el Shafee dà i nomi dei presidenti Saad Zaaghloul, Nasser, Sadat, Mubarak), scorrono velocemente episodi criminosi, furti miliardari, manifestazioni represse: un vortice di eventi tremendamente quotidiani, che fanno intuire come la febbrile caotica Cairo fosse ormai sull’orlo del cambiamento.

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Metro. Arriva in Italia la graphic novel egiziana contro Mubarak

| Vogue | Mercoledì 16 febbraio 2011 | Chiara Costa |

Nel 2008 Magdy El Shafee, blogger e fumettista del Cairo, pubblica Metro, prima graphic novel araba. A pochi mesi dall’uscita viene censurata dal governo a causa delle “scene di sesso e del linguaggio volgare”, ma in realtà il problema è che le tavole sono piene di critiche non molto velate al regime di Mubarak: tutte le copie vengono ritirate e distrutte e autore ed editore condannati a pagare una multa. La casa editrice il Sirente ha di recente pubblicato la versione italiana del fumetto, in un momento della storia egiziana in cui questo romanzo illustrato ha il sapore di un’amara previsione.
Metro, che utilizza l’omonimo font (creato nel 1927 negli USA) e si legge a partire dal fondo e da destra a sinistra come nella versione araba, non è suddiviso in capitoli: le tappe narrative sono proprio le fermate della metro, intitolate ai più influenti personaggi politici egiziani. Alla stazione Mubarak il commento è “La popolazione egiziana sta crescendo, ma io che posso farci?”, una frase che il presidente egiziano ha più volte pronunciato nei suoi discorsi.
La penna di El Shafee disegna con tratto deciso una società malata e corrotta. La metropolitana in bianco e nero del Cairo è un tunnel da cui è difficile uscire, un luogo dove la speranza sembra ormai scomparsa e realizzare i propri sogni diventa un’impresa impossibile. In questo thriller, che è anche storia d’amore e romanzo politico urbano, il giovane ingegnere e  progettatore di software Shihab non riesce a dar voce al suo talento e si ritrova pieno di debiti; decide così di progettare una rapina con l’amico Mustafà, che però lo tradisce e scappa con la refurtiva.
Lo consola la giornalista pasionaria Dina, che lo introduce alla protesta delle piazze contro il governo che ha affamato il paese. Lo stesso governo il cui presidente si è dimesso in queste ore per via delle manifestazioni. Lo stesso governo che non si è mai mosso contro autori di romanzi di denuncia come Alaa Al Aswani e Khaled Al Khamissi, a dimostrazione del fatto che questo genere letterario parla alla gente in modo diretto attraverso immagini il cui impatto visivo è dirompente, creando uno squarcio di democrazia in un regime le cui crepe sono ormai voragini prima del crollo.

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Ahmed Nagi: il cammello contro Internet nei giorni della protesta egiziana

| Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina | Sabato 12 febbraio 2011 |

Ahmed Nagi, egiziano, classe 1985, è scrittore e blogger. Lavora come redattore per il settimanale letterario Akhbàr el Adab. Ha scritto recentemente Bolgs From Post to Tweet, un resoconto del panorama Internet in Egitto e Rogers e la Via del Drago divorato dal sole (il Sirente, 2010). Il suo blog si chiama Wasa Khaialak. In questo contributo Nagi racconta i primi giorni delle manifestazioni egiziane, viste camminando per le strade de Il Cairo in protesta. [Mentre questo pezzo veniva scritto Omar Souleiman ha annunciato che il Presidente egiziano Mubarak ha lasciato il potere ed è partito da Il Cairo in direzione di Sharm el Sheik. Il potere è temporaneamente nelle mani dell’esercito.]

Personalmente non ero né a favore né contrario, e quando su Facebook mi arrivò l’invito a partecipare alle manifestazioni del 25 gennaio, avevo cliccato “forse”. Le manifestazioni tutto sommato fanno sempre bene: sono belle occasioni per riunirsi, e ultimamente, in Egitto spuntavano come funghi. Passeggiando in una qualsiasi mattinata cairota da via Qasr el-Aini a via Abd al-Khaliq Tharwat era impossibile non imbattersi in almeno sette tra manifestazioni e sit-in: ognuno con le sue richieste specifiche. Nessuna ha mai portato risultati e questo riempiva il cuore di delusione e di disperazioneFin dalla mattina il 25 gennaio sembrava un giorno diverso. Seguivo dall’ufficio le notizie sull’affluenza alle manifestazioni: ne stavano scoppiando in diversi governatorati diversi e in varie zone del Cairo, al di là di ogni aspettativa. La sera, raggiungendo Piazza Tahrir, mi trovai davanti una scena completamente diversa da tutto quello che avevo visto nella mia vita: nonostante i lacrimogeni e i proiettili di gomma, sembrava che in quella piazza la gente stesse vivendo i momenti più felici della sua vita: c’erano energie positive. In un giorno soltanto la speranza era cresciuta, si era radicata come un albero la cui crescita non poteva essere più fermata. Mi imbattei in un giovane che vagava per le strade del centro: «Scusi, come posso arrivare a Piazza Tahrir?». Eravamo a via Hoda Sharawi. Mentre gli indicavo la piazza mi interruppe: «Ma ci sono ancora le manifestazioni o è finito tutto?», «No no, ci sono ancora». Mi rispose di getto: «È che non conosco nessuno… Ho ricevuto un invito su Facebook ed eccomi qui…»Sembrava che fossero decine di migliaia di persone che avevano ricevuto quell’invito, che tantissimi avessero cliccato “sì”, ma anche tutti quelli che avevano cliccato “forse” avevano poi deciso di scendere in piazza.
Le manifestazioni si susseguivano, le forze dell’ordine arrivavano da tutti i lati e, già dal giovedì notte, l’aria de Il Cairo era satura di lacrimogeni “made in USA” (un regalo generoso da parte degli Stati Uniti, che gli egiziani non dimenticheranno mai). Ma i lineamenti della gente e lo spiegamento delle forze dell’ordine rendevano chiaro che l’indomani, venerdì 28 gennaio, sarebbe stato davvero “il giorno della rabbia”Quando mi alzai il venerdì mattina scoprii che la rete dei telefoni cellulari era interrotta e che Internet era stato bloccato in tutto l’Egitto. Il messaggio era chiaro: il Governo stava per compiere una strage.
Da via al-Sahafa uscii verso via al-Galaa, in cui avanzava un corteo gigantesco, pieno di donne e bambini. I dipendenti dell’ospedale di al-Galaa lanciavano le maschere ai manifestanti per aiutarli a resistere ai lacrimogeni.
Appena raggiungemmo la fine della strada iniziò la carica: ho visto coi miei occhi un ufficiale che avanzava tra le file dei soldati per lanciare da solo più di quindici lacrimogeni.
Ho visto coi miei occhi donne fuggire coi loro figli.
Ho visto coi miei occhi bambini rischiare di soffocare.
Ho visto coi miei occhi un lacrimogeno colpire il viso di una donna sui trent’anni. Portava il velo ed è morta sul colpo.
Fuggimmo dal gas, mi sentivo soffocare, stavo per perdere i sensi. Mi gettai nelle stradine laterali di Bulaq: accettai l’invito di mastro Hisham ed entrai nella sua officina. A Bulaq ho visto il commissario rilasciare banditi e persone con precedenti penali soltanto per intimidire gli abitanti del quartiere. Ma ho visto anche la gente di Bulaq che li arrestava, li picchiava, li costringeva a indossare camicie da donna e a girare per le strade coperti dall’onta di aver tradito la gente del loro stesso quartiere. Sono rimasto bloccato a Bulaq per circa cinque ore, mentre il fracasso delle granate lacrimogene e dei proiettili si era fatto monotono. I rumori si calmarono leggermente alla notizia del coprifuoco e con l’arrivo dei primi carri armati. Uscito da Bulaq, mi diressi verso il centro e poi verso piazza Tahrir. Per la prima volta l’aria del Cairo aveva un sapore diverso. I carri armati dell’esercito iniziarono a dispiegarsi al palazzo della radio e della tv egiziana, cercando di farsi strada verso Piazza Tahrir, in cui erano rimasti gli ultimi uomini delle forze di polizia che sparavano ancora contro i manifestanti proiettili, metallici di gomma, e lacrimogeni. I negozi delle vie secondarie erano quasi tutti chiusi e sui volti della gente c’era la sorpresa e un sorriso felice. Le strade del Cairo erano per la prima volta libere, appartenevano a tutti. Il cellulare non prendeva più, nessun telefono squillava, nessuno chiamava, ma tutti correvano, fraternizzavano e si sostenevano. Si allungavano mani con bottiglie di aceto, bibite gassate e fette di cipolla. Un momento storicoFaccio ancora fatica a mettere ordine nelle vicende successive. Mi sembra che tutto sia successo in un giorno soltanto. I discorsi del Presidente sono sempre uguali, si susseguono notizie di dimissioni e nuovi incarichi, sempre uguali: facce che spariscono per fare posto ad altre maschere delle stesse persone, folle di manifestanti che affluiscono a Piazza Tahrir e in altri governatorati. Il regime sta giocando le sue ultime carte. Il Presidente si affaccia e per la prima volta: lo sentiamo abbandonare la sua superbia e riferirsi a se stesso dicendo «Io» invece di «Noi».
Si tratta dello stesso Mubarak che qualche settimana fa, quando qualcuno dell’opposizione avevo chiesto un parere a proposito di progetti di riforma, aveva risposto «lasciateli divertire». Ora, seppur parli con un tono quasi supplichevole, continua a sostenere che «morirà su questa terra», cioè che non intende dimettersi. Ogni volta che tornerà in televisione l’ira della gente aumenterà, e si tornerà a manifestare.
Qualche ora dopo il primo discorso del Presidente, i suoi sostenitori e gli uomini delle forze dell’ordine hanno cercato di entrare nella piazza con la forza, attaccando i manifestanti in sella a cavalli, cammelli e muli. Non si tratta più di una battaglia politica: in gioco c’è la difesa della civiltà. L’immagine è chiara: siamo davanti a un regime dalla mentalità medievale, che governa in nome di un capotribù. La disobbedienza viene considerata una forma di maleducazione e i suoi sostenitori cavalcano per le strade della città cavalli e cammelli. Dall’altro lato ci sono invece i giovani del nuovo Egitto, esponenti di tutto l’arcobaleno politico, dai Fratelli Musulmani alla sinistra radicale, uniti da Internet e dai social network. Il cammello e il cavallo contro Internet e i cellulari, e in mezzo l’esercito egiziano, confuso, ma comunque insoddisfatto dei comportamenti del regime, senza tuttavia poter dissentire col suo capo supremo, il PresidenteI miei genitori si sono incontrati, si sono innamorati, si sono sposati e poi mi hanno dato alla luce. Sono nato, ho imparato a camminare, mi sono spuntati la barba e i baffi, mi sono laureato, i miei capelli hanno cominciato a cadere, mi sono sposato e in tutto ciò i capelli di Mubarak sono ancora neri!Il prodigio maggiore di Mubarak, secondo la propaganda del suo partito, è la “stabilità”. Sono stato testimone, come tanti altri scrittori e intellettuali, di come il regime abbia dato pieno sostegno a valori e idee antiche, e di come abbia esercitato la censura contro la creatività e le pubblicazioni originali, con la scusa della religione o della salvaguardia della sicurezza nazionale. Ero accanto agli amici che hanno perso il lavoro per le loro posizioni, ero accanto a Magdy el-Shafee quando il Governo ha censurato la prima graphic novel in arabo, Metro, per i suoi riferimenti alle figure del partito corrotto di MubarakLa corruzione del regime di Mubarak non si è limitata soltanto alla dittatura e all’economia, ma con l’aiuto della mostruosa macchina di propaganda che diffondeva decine di menzogne e di leggende ha colpito l’infrastruttura culturale e sociale egiziana. Quello che più stupisce è che adesso vediamo ripetere le stesse menzogne sui media europei, le ascoltiamo sulla bocca di politici di rilievo, come la cancelliera Merkel o Berlusconi, l’amico intimo di Mubarak. Quali sono queste menzogne?

L’Egitto, come altri paesi, deve rimanere sotto un regime dittatoriale per garantire che gli islamisti non arrivino al potere.
È il contrario: la dittatura è uno dei motivi alla base della diffusione dei movimenti terroristici e del ricorso alla violenza. Questo regime non è mai stato laico: sotto Nasser gli islamisti sono stati torturati nelle prigioni; Sadat poi li ha usati per sterminare i movimenti di sinistra e i gruppi liberali. Compiuta questa missione, li ha mandati in Afghanistan a combattere contro l’Unione Sovietica. Quando sono tornati li ha incarcerati, li ha torturati, senza avviare alcun tentativo di dialogo. Questo li ha portati ad allontanarsi dalle loro linee di pensiero e a fidarsi di pagliacci del calibro di Bin Laden o al-Zarqawi. L’esistenza di un sistema democratico è un diritto in qualsiasi società ed è l’unico modo perché si avvii un dialogo vero tra i diversi gruppi sociali. La democrazia autentica garantisce il processo di integrazione dei movimenti islamisti all’interno di uno stato civile e moderno. Trovando canali veri di partecipazione al dialogo sociale e politico nessuno avrà bisogno di farsi esplodere perché suo padre è stato ucciso sotto tortura o perché suo fratello è stato licenziato.
 
Il rapido passaggio da un sistema dittatoriale a uno democratico può portare al caos.
Ho sentito la Merkel ripetere questa favola. Mi ha stupito il fatto che fosse anche lo stesso pretesto usato da Mubarak per rifiutare le dimissioni immediate. In realtà quando il 28 gennaio la polizia ha abbandonato le posizioni e si è ritirata, in poche ore gli egiziani si sono organizzati e in ogni quartiere sono nati dei comitati popolari. Negli ultimi giorni abbiamo visto che il popolo egiziano è sceso per strada per salvaguardare le sue proprietà, per dirigere il traffico e per raccogliere la spazzatura, mentre Mubarak e il suo nuovo Primo Ministro non sono capaci di nominare un Governo. Abbiamo visto i musulmani fare da guardia alle chiese, non c’è stata alcuna molestia sessuale, abbiamo visto disoccupati fare la guardia a banche in cui si sono accumulate le fortune di uomini d’affari corrotti. Tutto questo è avvenuto perché gli egiziani rifiutano il vandalismo e il caos: sono un popolo attaccato e alle istituzioni. La sensibilità che ha mostrato la società egiziana è stata una sorpresa per tanti, me compreso, e ci ha mostrato che questa società è in grado di gestirsi senza bisogno della custodia di un vecchio generale o dei consigli dei leader politici europei.
La presenza di Mubarak rassicura Israele e porta avanti il processo di pace, garantendo quindi la stabilità in Medio Oriente.
La verità è che in più di due settimane di manifestazioni in tutte le strade e le piazze dell’Egitto non si è sentito neppure uno slogan religioso o ostile a un qualche paese del mondo. Il regime di Mubarak, che in pubblico dichiara di sostenere la pace, in realtà sosteneva le politiche e le idee dell’odio nei confronti dell’altro, per poi dipingersi come l’affidabile custode dei confini e della sicurezza del Paese. Il regime di Mubarak ha tutto l’interesse a mantenere insoluta la questione palestinese, perché si tratta di una carta che può usare con americani e europei. Il popolo egiziano, per le vite che ha pagato, aspira soltanto alla pace: nessuno mette in dubbio l’esigenza di trovare una soluzione alla causa palestinese basata sulla legittimità internazionaleIeri sera ha piovuto sui manifestanti di Piazza Tahrir. C’era un ragazzo che suonava la chitarra e cantava entusiasta in mezzo alla folla. Un altro pregava verso l’esterno della piazza. Una casalinga era seduta sul marciapiede e raccontava una storia ai suoi figli. Alcune ragazze si facevano le foto accanto ai carri armati. Un giovane medico curava le ferite di un manifestante colpito durante un attacco dei delinquenti di Mubarak. C’erano giovani che parlavano di creare un sito per documentare gli avvenimenti di Piazza Tahrir. C’era la festa di matrimonio di due ragazzi che hanno deciso di sposarsi in piazza, in mezzo ai manifestanti. C’era un prete che si preparava a celebrare la Messa per l’anima dei martiri della rivoluzione. C’erano alcuni artisti che dipingevano sul marciapiede. C’era un vecchio che camminava gridando: «Io sono il popolo. E il popolo vuole la caduta del regime».

Ma il Presidente rifiuta di dimettersi e i suoi capelli sono ancora neri e lucidi.
A te la scelta. Sostieni la rivoluzione.

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mercoledì 9 febbraio 2011 | Matteo Baldi |

Le notizie che arrivano dal Cairo in questi giorni, violente e confuse, parlano di un popolo che sta provando a cambiare le cose, a dispetto dell’acquiescenza del resto del mondo. Ma che ruolo hanno gli intellettuali, in una situazione come quella attuale? E quale voce? Ci sono spazi per esprimere dissenso, in un paese come l’Egitto? E i libri, raccontano (o hanno previsto) quel che sta accadendo? Andiamo a vedere.

“Il mondo intero dovrebbe essere orgoglioso dell’inerzia con cui ha assistito alla liberazione del popolo egiziano. Il regime di Mubarak era solito nominare malavitosi e adottare un regime di polizia selvaggio per sostenere i membri del suo parlamento e sopprimere la nostra anima più autentica, l’anima della libertà. Ma noi ci stiamo impegnando”.
Ci scrive dal suo blackberry, con amarissima ironia,  Magdy El Shafee, fumettista condannato l’anno scorso in seguito al processo per oscenità che gli era stato intentato dallo Stato egiziano. La sua graphic novel “Metro”, infatti (pubblicata in Italia dalle edizioni Il Sirente), all’interno di una vicenda di spionaggio, mostra un uomo e una donna intenti in un rapporto sessuale.I disegni sono stati considerati pornografici, e quindi offensivi. Tutte le copie distribuite al Cairo sono state ritirate e distrutte, e Magdy ha dovuto pagare un’ammenda salata. Ma sarà davvero solamente una questione di disegni immorali?
Questo libro contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”, recita la sentenza emessa dal Trbunale, e allora si capisce forse meglio cosa possa aver dato tanto fastidio alle autorità, in un paese (e una cultura) in cui il sesso forse non viene ostentato pubblicamente ma certo non è tabù nelle conversazioni e non può essere l’unica ragione per mettere all’indice un libro a fumetti.
El Shafee, però, non è l’unica vittima di un regime che mostra un volto presentabile solamente al resto del mondo, e censura il dissenso imponendo un controllo rigido anche sul web.
Nei primi giorni degli scontri, la rete in Egitto ha subito un vero e proprio blackout, per impedire che le notizie di quel che stava accadendo filtrassero verso gli altri Paesi, ma anche per far sentire più isolati i blogger e tutti quegli egiziani che trovano in internet una finestra sul mondo.
Ala ‘Al Aswani, celebrato autore di Palazzo Yacoubian (Feltrinelli edizioni), promuove da anni un salotto letterario al Cairo, città nella quale svolge la professione di dentista ed è un intellettuale conosciuto e rispettato. L’espressione “salotto letterario”, però evoca immediatamente immagini di concilianti sedute che si svolgono fra aperitivi e mollezze – appunto – salottiere.
Nulla di più lontano dal vero, però, nei paesi in cui la libertà di stampa è limitata, i diritti delle donne sono un argomento puramente accademico e tutti i giorni la corruzione che permea l’apparato politico e amministrativo del Paese vincola ogni serio tentativo di migliorare le condizioni della società.
Tengo ancora i miei seminari per discutere di questioni culturali. Li tengo dal 1996.
L’ho fatto anche nei caffè, pubblicamente. Nel 2004 il governo ha minacciato il proprietario del caffè all’interno del quale li tenevamo, e allora ci siamo spostati nel palazzo dove ha sede “Kifaya” (“Abbastanza”), movimento politico che raccoglie intellettuali di diversa estrazione”, spiegava Al Aswani in un’intervista raccolta a margine della sua partecipazione alla scorsa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dove l’Egitto era il Paese ospite.

Altri scrittori sono Nawal Al Saadawi, autore de L’amore ai tempi del petrolio, Ahmed Nagy, autore di Rogers e Khaled Al Kamissi, autore di Taxi.
I tre libri, oltre al fatto di essere pubblicati in Italia dallo stesso editore (Il sirente), hanno in comune la capacità di descrivere la società civile egiziana cogliendone al tempo stesso la vitalità e le sclerosi. Nel caso di Al Kamissi, ad esempio, il Cairo è un brulichio ininterrotto di vita colto dal finestrino del taxi, e i taxisti stessi sono un precipitato d’Egitto, con il loro lamentarsi delle istituzioni e della corruzione che però non porta a nulla.
Rogers“, invece, è opera di un blogger seguitissimo, un’opera ispirata addirittura a “The wall” di Roger Waters. Dalla scheda dedicata a Ahmed Nagy sul sito de Il sirente: “… in Egitto è molto noto come blogger, ma soprattutto per essere uno dei più giovani redattori di Akhbàr el Adab, il prestigioso settimanale letterario diretto da Gamàl al-Ghitàni. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. Il suo blog Wasa khaialak (Allarga la tua immaginazione), iniziato nel 2005, parla di sociologia, pop art, diritti umani e cultura: “sperimento un diverso livello di linguaggi per avvicinare la gente alla letteratura”.

Nawal Al Saadawi, infine, è una pioniera del femminismo nel mondo arabo. Scrittrice e psichiatra, ha sortito grande influenza sulle generazioni più giovani, proprio grazie ai suoi libri. Candidatasi alle elezioni presidenziali nel 2004, ha anche passato un periodo in galera durante la presidenza di Sadat, ed è stata iscritta nella lista degli obiettivi di un gruppo fondamentalista. L’amore ai tempi del petrolio, sotto le spoglie di un romanzo giallo, compie un’indagine sulla condizione delle donne nei paesi arabi, muovendo i suoi lettori a una presa di coscienza.
Altra scrittrice egiziana è Ghada Abdel Aal, autrice di un libro e un blog molto seguito intitolati Che il velo sia da sposa (pubblicato in Italia da Epoché). In Egitto il libro ha conosciuto tale e tanta notorietà che la televisione ne ha tratto uno sceneggiato, interpretato nel ruolo della protagonista da una delle attrici più celebri del mondo arabo. Ma la storia di Bride, giovane donna in cerca di un marito da sposare per amore, è anche la galleria di una serie di “tipi” che riassumono molto bene caratteristiche e difetti degli uomini cui una donna “in età da marito” può ambire in Egitto, e questa è la ragion per cui Ghada, con il suo alter ego romanzesco, si è guadagnata il soprannome di “Bridget Jones” araba (soprannome che – va detto – all’autrice non piace per nulla)… noi abbiamo intervistato Ghada Abdel Aal nei difficili giorni delle proteste e delle manifestazioni per cacciare il Presidente Mubarak.

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Interviste Press Shafee

Il mio diario a fumetti da piazza Tahrir

| La Repubblica | Domenica 6 febbraio 2011 | pp. 32-33 | sezione: Domenicale | Francesca Caferri |

Lunedì 24 gennaio. È la sera prima della manifestazione, non sappiamo cosa aspettarci. Abbiamo molte speranze, ma domani quante saranno le persone che verranno in piazza? Comincio a ricevere un sacco di telefonate di amici, e così mi ritrovo a pensare, a sapere nel profondo del mio cuore, che quella che stiamo per vivere è la fine del regime di Mubarak. Dico a tutti quelli che conosco che domani dobbiamo andare in piazza: se non cambi qualcosa di piccolo tu, le cose grandi non cambieranno mai.

Martedì 25 gennaio. Il mio sogno sta diventando realtà: in strada, improvvisamente, ci sono migliaia di persone. Gente che non ha nessuna esperienza politica, che non è mai stata attiva, ma che oggi risponde all’ appello lanciato in nome di Khalid Said (un giovane attivista egiziano fermato e picchiato a morte da due poliziotti fuori da un internet cafè ad Alessandria qualche mese fa). La pagina a suo nome su Facebook è stata una di quelle che hanno chiamato alla protesta: ma non mi aspettavo che in così tanti rispondessero.

Mercoledì 26 gennaio. Possiamo farcela. Dopo la fiammata di ieri, anche oggi la gente è tornata in strada. Internet non funziona, i telefonini sono muti, niente sms. Ma tutti ci siamo diretti a piazza Tahrir: per passaparola, perché questa è la piazza della Liberazione (Tahrir in arabo, ndr). E noi vogliamo essere liberi. È una specie di miracolo, ritrovarci tutti qui. Oggi abbiamo deciso: il momento decisivo sarà venerdì, dopo la preghiera di mezzogiorno.

Venerdì 28 gennaio. In centro, con mia moglie. Andiamo verso piazza Tahrir, vediamo arrivare gente da ogni direzione. Occupiamo la piazza. La polizia è preoccupata, ma noi siamo tantissimi. Provano a fermarci, scontri, ma davvero è impossibile buttarci fuori da questa piazza. Tutto accade molto in fretta: prima la gioia, poi la rabbia, gli scontri con la polizia, i cannoni ad acqua, le pallottole di gomma. Arrivano i tank dell’ esercito, abbiamo davvero paura: non sappiamo cosa faranno. Poi ci dicono: «Siamo con voi». Un’ esplosione di felicità. Dura poco: la televisione annuncia un discorso di Mubarak. Ciò che dice gela il nostro umore, la piazza è furiosa. Una giornata pazzesca oggi. Torno a casa tardissimo, solo per riposare un po’ .

Sabato 29 gennaio. Mi sveglio ancora pieno di rabbia. Tutto è così ingiusto. Le promesse fatte ieri sera da Mubarak non possiamo accettarle. Questo è ancora più chiaro ora, al sorgere del sole. Troppo poco, troppo tardi. Dobbiamo trovare il modo di urlarlo al mondo che ci guarda: così non va bene. Voi in Occidente avete scritto molto su Mohammed El Baradei (l’ex segretario generale dell’ Aiea, premio Nobel per la pace e da mesi indicato come l’ antiMubarak, ndr). Noi artisti e intellettuali lo appoggiamo in vista di una transizione: anche i Fratelli musulmani lo fanno. Ma dovete stare attenti: è la rabbia della gente che muove questa protesta, soprattutto la rabbia dei giovani che si organizzano via Internet. Sono le loro voci che devono essere ascoltate, non quelle della politica.

Lunedì 31 gennaio. Restare in piazza, non andare via: è l’ unico modo per ottenere qualcosa. E allora la gente decide di restare a piazza Tahrir, dandosi il cambio. «Come a Tienanmen», mi dice un amico. Lo sappiamo, ci abbiamo pensato. Lo voglio dire chiaro: a questo punto siamo pronti a tutto. Se Mubarak vuole fare un bagno di sangue, sappia che la gente è pronta al bagno di sangue. Chi sta in piazza oggi non è più un cittadino ordinario dell’Egitto, è una persona consapevole. «Voglio rendere il mio paese migliore», mi ha detto un ragazzino: aveva vinto una borsa di studio, doveva partire, non lo ha fatto, non è il momento. Non siamo più silenziosi e rassegnati: la gente intornoa me vuole solo una cosa. Un cambiamento vero e uno stato realmente democratico: non ci fidiamo di Omar Suleiman (il capo dei servizi segreti nominato vicepresidente qualche giorno fa, ndr ), non vogliamo ascoltare le sue parole quando parla di «transizione»: non siamo scesi in piazza per avere lui: vogliamo essere liberi, insegnare alla gente cosa sono i partiti e la democrazia.

Giovedì 3 febbraio. Quello che sta accadendo è la realizzazione delle idee che ho scritto nel mio libro: l’ inerzia a usciree partecipare che tanto criticavo oraè finita. Una vendetta contro la censura che ha bloccato il mio libro? No, non è questo. Io non mi vendico, ma è bellissimo. Non come finirà. Mubarak ha parlato di nuovo ieri, pensavamo che si dimettesse: non lo ha fatto. Non capisce che la gente non lo vuole. La rabbia monta. Gli agenti della sua guardia nazionale, che indossano le uniformi dell’ esercito, ci stanno attaccando, tirano sassi, alcuni sono armati. Ma non ci fermiamo. Ieri ho disegnato. Poco, solo per raccontare quello che sta succedendo. Scriverò un altro libro quando tutto questo sarà finito. E sarà la storia di questi giorni. Ma ora è troppo presto per pensarci.

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L’attimo prima della rivolta

| Cospe Onlus | Venerdì 4 febbraio 2011 | Pamela Cioni |

La libertà va chiesta con forza. Va presa, non può essere concessa», dice Magdi El Shafei, autore del primo graphic novel del mondo arabo, Metro. Che è stato un vero e proprio caso editoriale, censurato in Egitto subito dopo la pubblicazione con la piccola casa editrice di Muhammad Sharqawi (tradotto in inglese e francese, in Italia è uscito per i tipi de il Sirente). Magdi parla fumando ininterrottamente e alzando la voce sopra il brusio di fondo del centrale bar Groppi nel quartiere cairota di Down Town: è il 24 gennaio, un giorno dall’aria tiepida e primaverile, e mancano poche ore a quello che sarà ricordato nella storia egiziana come “il giorno della Rabbia”. I blindati e gli agenti della Polizia governativa, la famigerata Sicurezza nazionale, già circondano edifici e presidiano le piazze, ma la vita scorre – ancora – tranquilla, anzi frenetica, come sempre, nel cosiddetto quartiere degli intellettuali e teatro degli scontri più duri tra manifestanti e governo. È a pochi passi dal bar infatti l’ormai famosa piazza Tahrir, “Liberazione”. Magdi è un fiume in piena e parla eccitato e ansioso pensando alla grande manifestazione prevista per il giorno successivo, giorno di festa nazionale, paradossalmente proprio indetta per celebrare un qualche glorioso evento della polizia egiziana. «Domani scenderemo in piazza e chiederemo conto delle tante promesse che ci sono state fatte in questi anni e che non sono state mai realizzate. Le persone sono stanche, esasperate. Lo sento tutti i giorni, per strada, sui minibus, sui taxi». Magdi El Shafei, laurea in Farmacia e fumettista di punta della nuova generazione egiziana, è uno che degli umori della strada se ne intende e li ha interpretati e usati per modulare il linguaggio, per raccontare sogni, aspirazioni e vicissitudini del protagonista del suo primo romanzo a fumetti: Shihab, un giovane ingegnere informatico che, rimasto disoccupato, decide di compiere una rapina, come ribellione, come unico gesto di riscatto dopo aver provato a realizzare legalmente i propri progetti e aver incontrato nel suo umiliante percorso una trafila di corrotti e usurai. «Essere fuorilegge, può essere un atto di ribellione, se stai lottando per la tua libertà, per i tuoi diritti e se è la società a essere sbagliata, corrotta». I veri criminali nel romanzo infatti sono altri: sono gli alti funzionari, è il sistema della mazzetta e il Male dei Mali è rappresentato da una società stagnante in cui manca un vero Stato sociale, una società in cui il livello di istruzione è bassissimo, in cui gran parte della popolazione tira a campare con pochi dollari al mese vivendo di espedienti in quartieri poverissimi, sporchi e sovrappopolati.
In Metro viene rappresentata tutta questa fetta della società ma sono forse Shihab e la giornalista Dina, con cui, inevitabile, scatta la storia d’amore, che rappresentano più da vicino quei ragazzi che dal 25 gennaio scorso sono in piazza e che rivendicano un Paese più giusto e soprattutto più libero. Senza censura e con vera libertà di espressione. Sono i ragazzi della rivoluzione dei social media, quelli che fuori da schieramenti politici veri e propri, si sono incontrati principalmente nelle piazze virtuali di internet, su facebook e su twitter. Sono i giovani, che rappresentano i due terzi di questo Paese, che usano internet e cellulari tutti i giorni e che sull’onda benefica e ispiratrice della Tunisia si sono dati appuntamento per protestare contro il regime. Sulla pagina facebook più frequentata, “We are all Khaled Said” in memoria di uno studente di Alessandria ucciso nel giugno scorso dalla polizia, erano in 90mila il giorno prima a dire che sì, ci sarebbero stati, lì in piazza a manifestare per cambiare il proprio futuro, perché se è successo in Tunisia può succedere anche qui, perché niente è immutabile e perché l’entusiasmo è contagioso tra i giovani, che meno facilmente accettano un destino che sembra scritto una volta per tutte: «La cosa che forse ci ha scosso di più nell’ultimo periodo è stata l’annuncio della successione al governo (per le previste elezioni del novembre 2011, ndr) del figlio di Mubarak, Gamal – dice Al Shafei continuando a fumare e sorseggiando un lungo caffè turco -. Questa ennesima imposizione, questa idea della discendenza monarchica del potere, ha veramente dato uno schiaffo alle nostre coscienze. Altre volte c’erano stati focolai di rivolta, nel 2005 con gli scioperi a El Mahalla (località a 60 chilometri dal Cairo, ndr), nel 2008, anno in cui nacque il “Movimento del 6 aprile” che prende il nome dal giorno delle proteste. Ma adesso c’è qualcosa di più e di diverso: c’è l’esempio della Tunisia. Adesso sappiamo che è possibile». L’entusiasmo dello scrittore alla vigilia dell’appuntamento con la Storia sembra davvero incontenibile: «Domani – aggiunge profetico – sarà la società civile a scendere in piazza, ci sarà solo la “brava gente”, non ci saranno partiti né gruppi religiosi a mettere il cappello sulla manifestazione». E aveva ragione. I tanto temuti Fratelli musulmani, unico vero partito di opposizione a Mubarak, non hanno partecipato all’organizzazione della manifestazione né hanno aderito alle proteste fino al venerdì 28 gennaio. I primi quattro giorni di proteste sono stati dunque anche un test per misurare la forza della società civile laica e autoorganizzata e la risposta è stata fenomenale. Eppure solo la settimana prima il raduno indetto a favore della Tunisia sotto il Parlamento aveva raccolto solo alcune decine di “duri e puri”. E non erano in pochi a essere scettici prima della vigilia della manifestazione o perlo meno più cauti del fumettista.

Tra questi, un altro scrittore, una voce autorevole tra gli intellettuali cairoti, Khaled Al Khamissi, giornalista, sceneggiatore e produttore cinematografico, anche lui residente nella “Rive Gauche” del Nilo. Il suo libro Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, che in Egitto ha avuto 12 ristampe (pubblicato anche in Italia), racconta uno spaccato della società egiziana, vista dal basso, cioè dalla parte dei tassisti, tra le categorie più disagiate della metropoli: sono 80mila, guadagnano pochissimo e fanno una vita di inferno fra tasse da pagare e orari impossibili in mezzo al traffico più ingarbugliato del mondo. Eppure nel libro di Al Khamissi sono proprio i tassisti, novelli cantastorie, a essere detentori della saggezza popolare e a raccontare l’Egitto moderno con le sue contraddizioni sociali e culturali, con le sue tensioni e anche con i suoi lati di comicità e ironia tipica di questo Paese. Khaled dice che già all’epoca della prima stesura del libro (2006) era convinto che qualcosa stesse esplodendo, che qualcosa dovesse succedere perché la misura era già colma, ma poi niente. «Il tutto, cominciato con scioperi di lavoratori, operai e proteste diffuse, si è sgonfiato perché il regime di Mubarak è stato più furbo e strisciante di quello tunisino, offriva spiragli e aperture che impedivano al “pallone/società” di scoppiare. Dava un po’ di potere a tutti, ai musulmani, ai copti, si ergeva a paladino della laicità nei confronti dell’Occidente e allo stesso tempo finanziava i gruppi islamici più estremisti. Censurava i giornali ma ci permetteva di parlare liberamente per strada, impediva alcune pubblicazioni ma concedeva spazi televisivi a dibattiti politici». E aggiunge: «Ora però sarà sicuramente l’inizio di un cambiamento e un’era, quella del conservatorismo, dell’estremismo e della “bruttezza”, sta finendo qui come in tutta Europa. I giovani che pure qui sono nati sotto questo regime e sotto le leggi speciali di “emergenza” (in vigore dagli anni Ottanta, ndr) sono tanti, sono forti e vogliono libertà. Hanno una mentalità completamente diversa dalla nostra e grazie ai nuovi strumenti e le nuove tecnologie che hanno cambiato il loro modo di pensare, di vedere il mondo e di conoscere, cambieranno questo Paese. È solo questione di tempo». Il tempo è arrivato, nonostante gli scettici, e la Rivoluzione anche.

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In “Metro” El Shafee ha anticipato la rivolta del popolo egiziano

| Alibi Online | Martedì 1 febbraio 2011 | Saul Stucchi |

Con i racconti brevi del suo libro intitolato Taxi, Khaled Al Khamissi ci ha svelato la vita quotidiana per le strade del Cairo: sogni, paure, difficoltà piccole e grandi dei suoi abitanti come vengono fuori dai dialoghi tra clienti e tassisti. Per la stessa collana Altriarabi l’editore il Sirente ha da poco mandato in libreria la graphic novel Metro in cui l’autore Magdy El Shafee affronta la realtà dell’Egitto contemporaneo lasciando da parte l’ironia dai toni spesso rassegnati di Al Khamissi per concentrarsi sull’evoluzione verso cui i protagonisti della sua storia sono spinti dalla drammatica realtà fino al punto di rottura senza possibilità di ritorno. Il titolo si riferisce in prima battuta alla metropolitana cairota che fa da ambientazione per molte scene della vicenda: i personaggi si spostano nella megalopoli o a piedi o appunto utilizzando questo mezzo di trasporto. In diverse pagine compare la mappa delle stazioni e se ci facciamo caso, possiamo notare che quelle più importanti, ovvero quelle di scambio, sono dedicate agli ultimi due presidenti: Sadat e Mubarak. Il titolo allude però anche anche all’omonimo carattere tipografico con cui è stampato il fumetto. Come ricorda la nota a fine libro, questo font venne realizzato dal graphic designer americano William Addison Dwiggins. Dire che la vicenda raccontata a fumetti da El Shafee è stata anticipatrice della rivolta popolare che sta sconvolgendo l’Egitto in questi giorni (di cui nessuno sa ancora prevedere l’esito, anche se – comunque vada a finire – il paese non sarà più lo stesso di prima) è fin troppo banale. L’autore ha avuto il merito di puntare il dito e dire la verità sotto gli occhi di tutti da decenni: il re, anzi il faraone, è nudo e la piramide in cima alla quale sta seduto si poggia su corruzione e violenza, ma soprattutto sulla paura e sulla rassegnazione di milioni di egiziani. Eppure fino a pochi giorni fa, prima che la rivolta tunisina provocasse un effetto domino che forse è solo all’inizio, la maggior parte dei cittadini delle “democrazie occidentali” avevano dell’Egitto una conoscenza soltanto per luoghi comuni: piramidi, faraoni e Mar Rosso.

El Shafee si rifà invece alla tradizione grafica più popolare e antica del suo paese, per svicolare dai rigidi dettami dell’arte ufficiale, dunque di propaganda. Come nei graffiti lasciati dagli operai che costruirono le tombe di sovrani, dignitari e sacerdoti riaffiora la realtà quotidiana degli antichi egizi, così nelle tavole di El Shafee è la vita di strada dei cairoti di oggi a occupare la scena, raccontando la realtà, tanto più scomoda quanto meno edulcorata e anestetizzata. “Questo libro contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti” recita la sentenza di condanna del tribunale di Qasr El Nil del Cairo, riprodotta sulla quarta di copertina. E l’autore può ora fregiarsene come se fosse una medaglia. Ma non trascuriamo che la dedica è ai genitori e ai blogger egiziani: sono questi ultimi che veicolano le informazioni per tutto il Paese, mentre i giornali e la televisione sono addomesticati dal regime. “I giornali… sono una delle nostre più grandi tragedie” dice il protagonista Shihab alla sua bella, la giornalista Dina. E quando lei cerca di infondere coraggio al vecchio Wannas ormai moribondo dicendogli: “Non aver paura, zio Wannas”, la sua risposta è davvero emblematica: “ahhh, se soltanto qualcuno me l’avesse detto sessant’anni fa…”. Metro si legge “al contrario” da destra a sinistra, come nei manga, per non “stravolgere l’equilibrio dei disegni”, spiega l’avvertenza. All’inizio può risultare un po’ scomodo, ma poi la storia prende il sopravvento e ci si dimentica del verso di lettura opposto all’abituale. La storia di Shihab è quella di milioni di giovani egiziani a cui non è offerta più una prospettiva di crescita, non solo economica, privati delle libertà più elementari, a cominciare da quelle di espressione e dissenso. Il tratto aspro e veloce di El Shafee arriva ai nostri occhi come uno schiaffo che ci apre gli occhi sulla violenza e sulla morte di giovani che per le strade si trovano divisi, ai versanti opposti delle barricate (come oggi tra manifestanti, poliziotti e soldati), ma sono accomunati dalla tragedia di un intero popolo. Metro è a tutti gli effetti un libro di storia. Speriamo che gli Egiziani possano scrivere insieme il prossimo capitolo, senza più censure.
Metro è scritto e illustrato da Magdy al-Shafee (al-Šāfiʿī). Egli dice di sé che da piccolo avrebbe voluto fare il pittore e che studiava gli impressionisti, Modigliani e Kandiskij. Che si è poi ispirato a Hugo Pratt e al giovane romanziere egiziano Aḥmad al-ʿAydī, in particolare al buon vento nuovo della sua opera “Essere ʿAbbās al-ʿAbd”. Che la sua istanza si può ricondurre a quella di tutti coloro che reclamano il diritto del popolo alla libertà e ad una vita dignitosa, primo fra tutti Aḥmad ʿUrabī, che rivendicò già a fine XIX secolo “l’Egitto per gli egiziani”.
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Metro, quando il romanzo predice la realtà

| Mediterranea Online | Martedì 1 febbraio 2011 | Cristina Giudice |

Presentata a Roma la traduzione della prima graphic novel araba, che annunciava con due anni di anticipo la rivolta egiziana di questi giorni.

«Vogliamo dire addio a Mubarak e ai Fratelli insieme». È questo lo scopo della rivolta che sta sconvolgendo l’Egitto in questi giorni secondo Magdy alShafee, autore della graphic novelMetro”, uscita nel 2008 e immediatamente censurata dal governo egiziano e ritirata dal commercio perché, secondo la sentenza di condanna emessa dal tribunale di Qasr elNil del Cairo, «contiene immagini immorali e personaggi che assomigliano a uomini politici realmente esistenti».
Il pubblico italiano potrà constatare la “fondatezza” delle accuse rivolte al libro, introvabile da tempo nelle librerie egiziane, grazie all’edizione pubblicata dalla casa “il Sirente” nella collana “Altriarabi”, presentata a Roma a dicembre.
«Il comics non deve sempre raccontare storie di supereroi – ha detto l’autore – ma può essere uno strumento per parlare di temi sociali forti, impegnati. Quello che mi ha spinto a scrivere “Metro è l’assoluta mancanza di giustizia sociale del paese. Rispetto i valori della società in cui vivo, e sono favorevole alla diversità e al pluralismo, ma credo nella mia libertà e rispetto quella altrui: non permetto a nessuno di impormi delle regole». Parole che, lette sulla scia delle manifestazioni di massa che hanno risvegliato la coscienza popolare egiziana in questo periodo, sembrano avere un che di profetico.
AlShafee è sceso in piazza in questi giorni unendosi ai dimostranti che chiedono la cacciata di Mubarak: «Rifiutiamo i cambiamenti che ha fatto Mubarak, come la nomina di Sleiman e Shafiq – ha dichiarato all’agenzia Aki – poiché provengono da quello stesso governo corrotto. Non li voglio io e non li vuole nessuno di coloro che aspirano al cambiamento».
Ha accusato il Ministero dell’Interno del suo Paese di essere «dietro le operazioni di rapina e saccheggio compiute da alcuni elementi in questi giorni in Egitto», aggiungendo: «Sono loro i delinquenti che falsificavano le elezioni a loro favore». Ha chiesto «un governo di transizione guidato da Kamal alJanzuri, ex primo ministro che gode ancora di grande popolarità, per la durata di un anno, durante il quale si possa procedere a cambiare la costituzione e ad accrescere la consapevolezza della gente in senso democratico, in modo che possa scegliere i propri rappresentanti in base alle idee, ai programmi e alle promesse vere».
La lettura di “Metro” può aiutare a capire quello che sta succedendo in Egitto, spiegando l’origine della rabbia popolare che ha spinto la gente a dire basta al regime. Il libro si propone come una novità assoluta, utilizzando le immagini al posto delle parole per far arrivare il messaggio in modo diretto e preciso. Il protagonista, Shihab, è un giovane programmatore indebitatosi fino al collo con un usuraio per colpa di un politico corrotto. Sentendosi ormai senza via di fuga, e dopo aver assistito all’omicidio dell’unica persona che avrebbe potuto aiutarlo, Shihab decide di rapinare una banca insieme all’amico Mustafa, per trovarsi a sua volta intrappolato in una storia di corruzione politico-finanziaria. Shihab è il rappresentante di una generazione di milioni di giovani egiziani, capaci e motivati, che non riescono a realizzare i propri progetti a causa della corruzione dilagante nel paese e della crisi economica e politica che soffoca le loro intelligenze. Insieme a lui Dina, giornalista rivoluzionaria e coraggiosa che vorrebbe, come molti giornalisti in Egitto, gridare la verità e ribaltare il sistema senza aver paura di nascondersi; Mustafa il cui fratello, a causa della povertà in cui vivono, è diventato un picchiatore del regime; l’anziano lustrascarpe Wannas, portavoce di quella che è forse la parte più ai margini della società egiziana.
I personaggi si muovono sullo sfondo delle fermate della metro cairota che intervallano la narrazione e la vita nella metropoli è descritta con assoluto realismo grazie ai disegni, in parte lasciati in arabo, che fotografano il Cairo in modo preciso: le strade di Wst elBalad, vicinissime all’ormai famosa piazza Tahrir, i camioncini della catena Cilantro, le insegne dell’Alfa Market, perfino le antiche statuette egizie nella stazione di Sadat e il poster della star del calcio locale Abu Treka. Addirittura le suonerie dei cellulari che sono adattate al proprietario! Una fotografia resa ancora più viva dall’uso della lingua: il dialetto egiziano della strada, lo slang più crudo e popolare, che ha procurato all’autore l’accusa di volgarità. In realtà invece quelle espressioni, che danno anche un tocco di comicità alle scene (caratteristico degli egiziani è il riuscire a trovare il lato comico anche nelle situazioni più tragiche), rendono se possibile ancora più realistica la storia. Ed è proprio questo forse che ha spaventato maggiormente la censura, poiché l’uso della lingua della gente comune rende il romanzo più accessibile a tutti.
«Ho scelto di usare l’egiziano dei blog piuttosto che l’arabo classico – ha detto alShafee – perché credo che questo strumento linguistico porti avanti una piccola rivoluzione letteraria. La diffusione di internet ha portato ad una forte apertura nei confronti della realtà esterna e al desiderio di osservare e capire il proprio contesto in raffronto con il mondo intero, per provare a cambiare le cose». E a sostegno di quanto affermato dall’autore, la rivolta egiziana che sta chiedendo la cacciata di Mubarak è partita proprio dal popolo del web, attraverso un tamtam virtuale nato dalla gente comune, senza ideologie di parte né politiche né religiose, ma basato semplicemente sulla rivendicazione dei propri diritti, sul desiderio del popolo egiziano di riprendersi il proprio paese ormai soffocato dalla morsa della corruzione. L’Egitto sembrava essere arrivato ad un livello di rassegnazione tale da impedire qualsiasi forma di opposizione, così come dice lo stesso Shihab in “Metro”: «Le persone vivono come anestetizzate, non c’è niente che le colpisca. Per quante cose possano vedere, alla fine diranno sempre: fratello, questo è pur sempre il mio paese». E ancora: «I giornali sono una delle nostre più grandi tragedie… Intendevo giornali, televisione e tutte le altre cose che ci hanno abituati alla sottomissione, al fatto che la corruzione resterà tale e quale… all’oppressione, alle code per un pezzo di pane…». Alla fine però uno strumento semplice e a portata di tutti come internet è riuscito a far smuovere le masse, permettendo ai cittadini di esprimere la propria idea e condividerla con gli altri. Bastava che qualcuno desse il la perché altri riuscissero a prendere coraggio e credere davvero che il cambiamento fosse possibile. Così anche Shihab aggiunge: «Non mi faccio distrarre dalla cronaca… Non dimentico i veri responsabili!». E questo perché, come ha detto alShafee in questi giorni di rivolta, «quello egiziano è un popolo civile ricco di creatività, e questa è la sua caratteristica migliore».

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Comunicati Stampa

Egitto, la rivolta prevista in un fumetto

Il 25 gennaio 2011 la società civile egiziana manifesta per le strade dell’Egitto come mai si era visto negli ultimi 30 anni. In contemporanea con le manifestazioni che stanno sconvolgendo il mondo arabo, la casa editrice “il Sirente” pubblica il primo graphic novel del mondo arabo Metro” di Magdy El Shafee, che catapulta il lettore negli scontri tra polizia e manifestanti nelle piazze del Cairo e denuncia le ingiustizie, la corruzione, l’oppressione che il popolo egiziano subisce ogni giorno.

Romanzo a fumetti, ambientato al Cairo, nel bel mezzo dell’insicurezza che investe la sfera finanziaria, ma non risparmia neanche quella sociale. Il protagonista è il signor Shihab, un software designer che, non riuscendo a pagare il debito contratto con uno strozzino, organizza una rapina in banca per risolvere definitivamente i problemi finanziari. Per realizzare l’impresa si avvarrà della complicità dell’amico Mustafà il quale lo lascerà a bocca asciutta e fuggirà con la refurtiva.
“Metro” è un thriller, una storia d’amore e un romanzo politico metropolitano che si anima dietro le quinte e nei sotteranei dell’affascinante e decadente Cairo.

Oltre a “Metro” la casa editrice il Sirente ha proposto un affresco dell’Egitto contemporaneo attraverso la sua letteratura più innovativa: dal best-seller Taxi” dell’autore Khaled Al Khamissi dove si raccontano gli ultimi 30 anni di storia egiziana attraverso le voci sagaci dei tassisti cairoti, ai sogni fantastici dei giovani egiziani raccontati dal blogger Ahmed Nàgi nel suo “Rogers, passando per l’oppressione descritta dalla dissidente Nawal al-Sa’dawi nel suo ultimo lavoro “L’amore ai tempi del petrolio.

“Non ci bastano i cambiamenti decisi da Mubarak – afferma Magdy El Shafee in un’intervista da piazza Tahrir al Cairo, dove partecipa alle manifestazioni – non ci basta la nomina di Omar Suleiman come suo vice. Entrambe fanno parte dello stesso governo di corrotti. Noi vogliamo un cambiamento vero”. Il Cairo, 29 gen. – (Adnkronos/Aki)

L’anziano rai’s Hosni Mubarak, con il suo sistema, ”ha ucciso i sogni dei giovani egiziani: per il futuro vogliamo piu’ sogni e meno corruzione”, afferma Khaled Al Khamissi. Il Cairo, 29 gen. – (Adnkronos/Aki)

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9788887847253 Altriarabi Interviste Press Shafee

Egitto, la rivolta prevista in un fumetto. Lo scrittore: ”Via Mubarak”

| AKI ADNKronos | Sabato 29 gennaio 2011 |

“Vogliamo dire addio a Mubarak, ma anche ai Fratelli Musulmani”. E’ con queste parole che lo scrittore egiziano Magdy El Shafee commenta ad AKI – ADNKRONOS INTERNATIONAL la rivolta in corso in Egitto contro il presidente Hosni Mubarak.
“Non ci bastano i cambiamenti decisi da Mubarak – afferma in un’intervista da piazza Tahrir al Cairo, dove partecipa alle manifestazioni – non ci basta la nomina di Omar Suleiman come suo vice. Entrambe fanno parte dello stesso governo di corrotti. Noi vogliamo un cambiamento vero”.
El Shafee, che lo scorso anno venne arrestato per ‘Metro‘, primo graphic novel del mondo arabo, la cui versione in italiano è anche su ‘YouTube’, aveva previsto per l’Egitto uno scenario simile a quello attuale. Per questo, lo scrittore chiede “che si formi un governo di transizione”, ma chiede anche ”le dimissioni di Mubarak in modo da poter cambiare la Costituzione e permettere al popolo di scegliere i suoi rappresentanti democraticamente”.

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9788887847277 Interviste Press Nàgi

Il blogger e scrittore ahmed nagi: nessuna forza politica controlla la rivolta egiziana

Nena News | Venerdì 28 gennaio 2011 | Azzurra Merignolo |

Molti movimenti politici tradizionali stanno ora cercando di parlare a nome di questi dimostranti, ma non è affatto giusto perché non li rappresentano.

Entusiasti del parziale successo ottenuto nei giorni precedenti anche oggi migliaia di egiziani manifesteranno in tutto il paese,  gridando le loro richieste a un regime che imperterrito non risponde.  “Il governo accende e spegne  a piacimento l’accesso a Facebook  e le connessioni internet, sperando così di contenere il propagarsi  di una rivolta, nata e organizzata nella sfera virtuale” dice Ahmed Nagi, –  celebre bloggers sin dai tempi di Kifaya, giornalista, scrittore di “Rogers”, ora tradotto anche in italiano, e giovane redattore di Akbar el Adab, il prestigioso settimanale letterario diretto da Gamal al- Ghitani.  

Il giorno della collera é sfociato in una sommossa popolare, cosa succederà nei prossimi giorni sulle sponde del Nilo?
Sinceramente, non lo so, vorrei poterlo predire, ma nessuno può dire con esattezza quello che accadrà nei prossimi giorni. Le manifestazioni che sono iniziate non sono controllate da nessuna forza politica. E’ anche questo quello che rende questa sommossa tanto particolare e, forse, incisiva. Le persone che sono scese in strada in tutto il paese sono cittadini ordinari, qualunque. Questo non vuole però dire che non ci troviamo davanti a un movimento che è al cento per cento politica, ha rivendicazioni socio-politiche e lotta per la creazione di un nuovo sistema politico.

Cosa faranno i movimenti politici che hanno dato sostegno ai dimostranti, ma non hanno partecipato direttamente alle manifestazioni?
Molti leader di questi movimenti hanno di fatto partecipato alle dimostrazioni, sono scesi in strada per opporsi al regime. Molti movimenti, i Fratelli musulmani e il Tagammu (il partito comunista)per esempio, stanno ora cercando di parlare a nome di questi dimostranti, ma non è affatto giusto perché non li rappresentano pienamente.  Anche se volessero prendere il controllo sui manifestanti, non potrebbero mai e poi mai riuscirci.

Come sta reagendo il regime  a questo montare di collera popolare?
Tutto quello che il governo sta facendo per neutralizzare e disarmare la sfera virtuale e’ un chiaro indicatore della paura che i leader del regime stanno provando. Anche le forze di polizia hanno paura e si legge il timore nei loro occhi. Il regime si trova a dover rispondere a una situazione che gli è sfuggita di mano e non ci è abituato.  La questione si sta facendo grossa. Io non ero ancora nato, ma chi è poco più grande di me mi racconta che scene simili non si vedevano dal 1972.

Moltissime persone, egiziane e non, in tutto il mondo hanno dato origini a manifestazioni  in sostegno alla giornata della collera, questo supporto può essere incisivo?
Tutti i media stanno coprendo in maniera non oggettiva gli avvenimenti che stanno accadendo nel l paese. Facendo così non fanno che sostenere indirettamente il regime. Il governo è terrorizzato dall’evolversi degli eventi, per questo ha deciso immediatamente di oscurare i social networks attraverso i quali gli attivisti stavano portando avanti la loro ribellione. Prima ha spento twetter e poi il rais ha staccato la spina  a Facebook. In alcuni quartieri, Shubra per esempio, é stata del tutto tagliata la connessione ad internet. Per questo motivo tutto il sostegno che possiamo ricevere dall’esterno è molto utile alla nostra causa e al proseguimento della sommossa.

Martedì sera Hilary Clinton  chiesto al governo e ai manifestanti di usare moderazione dicendosi convinta della stabilità del regime di Mubarak e delle sue intenzioni di rispondere alle richieste avanzate dalla popolazione. Come sono state interpretate le parole del segretario di stato americano?
Tutti quelli che erano a Midan al Tahrir  -piazza centrale del Cairo (ndr)- e hanno saputo cosa aveva detto il segretario di stato americano hanno avuto l’ennesima  conferma che gli Stati Uniti sono dalla parte de regime  e vogliono continuare a sostenerlo.  La polizia colpiva i manifestanti bombardandoli con lacrimogeni e gli Stati Uniti dicono che il regime cerca di rispondere alle nostre domande? E’ come se a lanciare quei lacrimogeni ci fossero stati loro. Hilary Clinton può ora dire quello che vuole, ma per gli egiziani il messaggio è molto chiaro: ci state bombardando.

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9788887847253 Interviste Press Shafee

Se il raìs non parla si scatenera il caos

| Il Riformista | Venerdì 28 gennaio 2011 | a.m. |

«Gli egiziani sono usciti dalle !oro caveme prigioni intellettuali e immaginarie che li tenevano costretti da anni. II futuro sara delle persone, del popolo» dice Magdi al-Shafee, autore di Metro, il primo romanzo a fumetti in lingua araba, ora tradotto in italiano. Nel 2008 Metro e stato sequestrato dalla polizia morale per alcune immagini considerate porno. Pili che peri corpi che metteva a nudo, Metro e stato ritirato dal commercio perché svelava Ia natura dispotica del regime egiziano e perche Shafee e uno di quei personaggi dei quali il regime vuole liberarsi: simpatizzante di “Kifaya”- movimento che gia nel2005 ha organizzato manifestazioni antigovemative e blogger attivo. Sono tantissimi quelli ehe so no scesi per strada e non ci si aspettava un tale numero, una rivolta storica? Si tratta di certo di un avvenimento storico, ci troviamo sui pun to di girare una pagina. Sembravamo un Paese addormentato e stiamo mostrando il contrario. Gia nel periodo di “Kifaya” avevamo cercato di farci vedere per opporci al presidente Mubarak e alia possibile candidatura di suo figlio Gamal. Nelle strade egiziane in questi giomi si vedono persone che gridano contro l’immagine del presidente e quella di suo figlio. Gli attivisti sono usciti allo scoperto non se lo aspettava nessuno questo successo. Prima che si spegnesse Facebook gli attivisti si sono dati appuntamento a venerdi dopo Ia preghiera. Come evolvera Ia sommossa? A prendere le strade sono stati degli attivisti, non dei movimenti politici. Ora ci sono dei politici che si stanno facendo avanti: i Fratelli Musulmani e il Movimento peril Cambiamento di Mohammed el Baradei. II seguito sara difficile, ma questi gruppi cercheranno di prendere in parte Ia testa della sommossa. II regime continua a non rispondere aile domande della popolazione e questo complica Ia situazione. In govemo non ha detto una parola a tutte le persone che sono scese in strada. Ma se il governo continua a tacere e probabile che si scateni il caos. La polizia non continuera in etemo a combattere contro i civili, potrebbe anche arrivare un momento nel quale questa finisce le sue azioni contro Ia popolazione e si unisce ai manifestanti. II presidente Ben Ali aveva cercato di parlare con i tunisini, il presidente Mubarak e invece terrorizzato dall’ idea di farlo. Ha paura della reazione popolare. Prima Twitter, poi Facebook . Passo dopo passo il governo sta staccando Ia spina agli internauti e tagliando le connessioni internet. E’ la sfera virtuale il primo nemico del regime? E’ decisamente un grosso nemico, perche pili difficile da controllare rispetto ad altri e con u?a gr~nde abilita di propagare i suoi messaggL Twitter e uno degli strumenti pili utili peri manifestanti perchC e molto pili immediato di Facebook, arriva ovunque e sene ha l’accesso anche sui cellulari. Questo perrnette ai manifestanti di comunicare tra di !oro e anche di mettersi in contatto con chi non e in strada, narrando cosa sta avvenendo. II regime quindi ha iniziato tagliando questo canale che none pen) scomparso del tutto perche Twitter funziona anche tramite i Blackberry e il regime questi non riesce a controllarli. Certo non sono in molti quelli che hanno il Blackberry, rna basta una sola persona tra molti manifestanti per diffondere le notizie.ll problema e stato l’intervento del govemo sulla copertura telefonica. A Suez ieri il regime ha reso del tutto impossibile Ia comunicazione telefonica, a Shubra e in altri sobborghi hanno tagliato I’ accesso a internet. Questo pen) sta creando problemi a! regime stesso.