Quanto è difficile l’amore ai tempi del petrolio

Mina­re­ti | Mar­te­dì 12 mag­gio 2009 | Ima­ne Bar­ma­ki |

La scom­par­sa di per­so­ne era un fat­to nor­ma­le” ma non se si trat­ta­va di una don­na. In un regno del petro­lio un’archeologa scom­pa­re. La poli­zia che inda­ga si chie­de se fos­se una ribel­le o una don­na dal­la dub­bia mora­le, in un pae­se in cui nes­su­na don­na può pen­sa­re di abban­do­na­re il mari­to. Nes­su­no pero’ si fa cari­co di pen­sa­re alle sue sof­fe­ren­ze da don­na e al suo esse­re sof­fo­ca­ta dal­la per­so­na che le sta accan­to da anni.
L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal Al Sa’dawi (edi­zio­ni il Siren­te, 2009) è una sto­ria pie­na di intri­gi e miste­ri in cui nel­la men­te del­la pro­ta­go­ni­sta si con­fon­do­no e si fon­do­no figu­re maschi­li diver­se.  Quan­do lei riap­pa­re é con un altro uomo, figu­ra ver­so la qua­le pro­va un sen­so di attra­zio­ne ma allo stes­so momen­to repul­sio­ne, un uomo che la oppri­me usan­do pro­prio il petro­lio, il liqui­do nero del qua­le rima­ne pre­gio­nie­ra e al qua­le non rie­sce a fug­gi­re: «come una trap­po­la che bloc­ca tut­te le dire­zio­ni, bloc­ca l’uscita del­la ter­ra, se non quan­do é smos­sa a cau­sa del ter­re­mo­to, di un vul­ca­no in eru­zio­ne, o di una bom­ba duran­te la guer­ra.»
É un viag­gio nel­la men­te di una don­na ara­ba in un pae­se auto­ri­ta­rio in cui la pro­ta­go­ni­sta “Par­te alla ricer­ca del suo orgo­glio per­du­to. Ave­va l’orgoglio di un ani­ma­le che si impun­ta con le zam­pe e non vuo­le piú cam­mi­na­re. Lei non era una don­na né per la cuci­na né per il let­to, non cono­sce­va a memo­ria le can­zo­ni che le don­ne can­ta­va­no quan­do stan­no in bagno. Non capi­va nem­me­no la pas­sio­ne che pote­va susci­ta­re nel cuo­re del mari­to l’osservarla men­tre cuci­na­va il cavo­lo ripie­no. Inol­tre, non sbat­te­va le ciglia quan­do il dato­re di lavo­ro, o Sua Mae­stà, la guar­da­va­no”.
Un libro den­so di meta­fo­re e con­ti­nue allu­sio­ni alla rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la don­na sot­to­mes­sa, asser­vi­ta, oppres­sa dall’uomo che ha cer­ca­to di nega­re con gli anni il valo­re sto­ri­co del­la don­na. Un libro scioc­can­te in cui la don­na, sen­za dirit­ti né sen­ti­men­ti, può esse­re tran­quil­la­men­te sosti­tui­ta da una mac­chi­na tut­to­fa­re, in gra­do di cuci­na­re, puli­re, scri­ve­re…
Sem­bra rispon­de­re per­fet­ta­men­te al gri­do di Badriyya Al Bishr, la gior­na­li­sta sau­di­ta che ave­va scrit­to su “Asharq Al Awsat” del  9 otto­bre 2005: “…Imma­gi­na di esse­re una don­na e di ave­re biso­gno dell’assenso del tuo guar­dia­no per tut­to. Non solo, come riten­go­no i dot­to­ri del­la leg­ge, per spo­sar­ti, ver­gi­ne ovvia­men­te, ma per tut­te le que­stio­ni che riguar­da­no la tua vita. Non puoi stu­dia­re sen­za il con­sen­so del tuo guar­dia­no, nem­me­no se sei arri­va­ta al dot­to­ra­to. Non puoi ave­re un impie­go, nè man­gia­re un boc­co­ne di pane sen­za il con­sen­so del tuo guar­dia­no…”
La Al Sa’dawi par­la di don­ne in gene­ra­le e in par­ti­co­la­re di don­ne ara­be. “La con­tra­rie­tà alle don­ne è uni­ver­sa­le e non riguar­da solo il mon­do ara­bo. Pen­so al fron­te cri­stia­no, ai cosid­det­ti ‘valo­ri del­la fami­glia’ con dop­pio stan­dard; e poi il radi­ca­men­to dell’idea di ver­gi­ni­tà obbli­ga­to­ria, i cosid­det­ti ‘delit­ti d’onore’, le misti­fi­ca­zio­ni cul­tu­ra­li, le vio­len­ze fisi­che e psi­co­lo­gi­che…”, come ha det­to l’autrice in un’intervista al “Cor­rie­re del­la Sera” nel 2008.
L’amore ai tem­pi del petro­lio” è sta­to pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta al Cai­ro nel 2001, l’opera, insie­me a diver­si altri roman­zi del­la Al Sa‘dawi, è sta­ta cen­su­ra­ta dal­la mas­si­ma isti­tu­zio­ne reli­gio­sa egi­zia­na Al Azhar, che dopo pochi mesi dal­la pub­bli­ca­zio­ne ne ha ordi­na­to il riti­ro da tut­te le libre­rie egi­zia­ne. Ripub­bli­ca­ta poi a Lon­dra nel­lo stes­so anno. Al Sa’dawi é vin­ci­tri­ce di nume­ro­si pre­mi let­te­ra­ri. In Ita­lia ha pub­bli­ca­to “Dio muo­re sul­le rive del Nilo”, “Fir­daus. Sto­ria di una don­na egi­zia­na” e “Una figlia di Isi­de”.
L’8 dicem­bre 2004 si é  pre­sen­ta­ta come can­di­da­ta alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li in Egit­to.

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Nawal Al Saadawi a Torino il 18 maggio 2009, Palazzo Badini

TITOLO EVENTO: Incon­tro con l’intellettuale lai­ca più influen­te del mon­do ara­bo: Nawal al-Sa’dawi
QUANDO: Lune­dì 18 mag­gio 2009
DOVEPalaz­zo Badi­ni / Aula Magna / Facol­tà di Lin­gue e Let­te­ra­tu­re Stra­nie­re / Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Tori­no / Via Giu­sep­pe Verdi, 10 / 10124 Tori­no
ORE: 10:00
INGRESSO: Libe­ro
CONTATTISimo­ne Ben­ve­nu­ti /   32… / il@sirente.it
MAGGIORI INFORMAZIONI: www.sirente.it

L’uni­ver­si­tà degli stu­di di Tori­no in col­la­bo­ra­zio­ne con l’edi­tri­ce il Siren­te vi invi­ta­no lune­dì 18 mag­gio alle 10,00 all’incontro con intel­let­tua­le lai­ca più influen­te del mon­do ara­bo: Nawal al-Sa’dawi. Ver­rà pre­sen­ta­to il suo ulti­mo roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio. Segui­rà dibat­ti­to con Fran­ce­sca Bel­li­no (Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Tori­no), Clau­dia Maria Tres­so (Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Tori­no), Eli­sa­bet­ta Doni­ni (Alma Mater). Ingres­so libe­ro.

Par­tì alla ricer­ca del suo orgo­glio per­du­to. Ave­va l’orgoglio di un ani­ma­le che si impun­ta con le zam­pe e non vuo­le più cam­mi­na­re. Lei non era una don­na né per la cuci­na né per il let­to, non cono­sce­va a memo­ria le can­zo­ni che le don­ne can­ta­no quan­do stan­no in bagno. Non capi­va nem­me­no la pas­sio­ne che pote­va susci­ta­re nel cuo­re del mari­to l’osservarla men­tre cuci­na­va il cavo­lo ripie­no. Inol­tre, non sbat­te­va le ciglia quan­do il dato­re di lavo­ro, o Sua Mae­stà, la guar­da­va­no”

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L’amore ai tempi del petrolio” — L’ultimo romanzo dell’intellettuale laica più influente del mondo arabo: Nawal al-Sa’dawi

TGR Medi­ter­ra­neo | Saba­to 2 mag­gio 2009 | Ade­lai­de Costa |

La scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na Nawal al-Sa’dawi è sem­pre sta­ta una ribel­le. Da soste­ni­tri­ce dei dirit­ti del­le don­ne, da anni rac­con­ta il mon­do fem­mi­ni­le ara­bo sen­za lascia­re nul­la al caso, par­la del­le vio­len­ze subi­te, del­la oppres­sio­ne, del­la dif­fi­ci­le ricer­ca di una sta­bi­le dimen­sio­ne demo­cra­ti­ca.
Ne «L’amore ai tem­pi del petro­lio», edi­to in Ita­lia da «Il Siren­te», Nawal nar­ra una sto­ria fan­ta­sti­ca ambien­ta­ta in un pae­se auto­ri­ta­rio, un regno del petro­lio, dove una archeo­lo­ga, deci­de improv­vi­sa­men­te di rom­pe­re un tabù.
La don­na infat­ti lascia il mari­to, scap­pa, fa per­de­re ogni sua trac­cia e ricom­pa­re solo per annun­cia­re di ave­re un altro uomo. Una sto­ria d’amore pie­na di miste­ro nel­la qua­le riap­pa­io­no con for­za il rap­por­to con­flit­tua­le fra i ses­si, la socie­tà patriar­ca­le, il fer­reo obbli­go di rispet­ta­re rego­le che sono sem­pre a sfa­vo­re del­la don­na, la voglia di liber­tà fisi­ca, socia­le e intel­let­tua­le.
Nawal al-Sa’dawi ha pub­bli­ca­to nume­ro­si libri che le han­no pro­vo­ca­to for­ti riper­cus­sio­ni sul­la sua liber­tà per­so­na­le. «L’amore ai tem­pi del petro­lio», tra­dot­to in 20 lin­gue, è sta­to cen­su­ra­to in Egit­to per dispo­si­zio­ne del­le mas­si­me auto­ri­tà reli­gio­se.

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Vischioso come il petrolio è l’amore raccontato da al-Sa’dawi

ali­bi onli­ne | Lune­dì 4 mag­gio 2009 | Saul Stuc­chi |

Nel­la nostra socie­tà i moti­vi e le occa­sio­ni per la fuga sono pres­so­ché infi­ni­ti. In una gran­dis­si­ma par­te del resto del mon­do, inve­ce, i pri­mi sono for­se anco­ra più nume­ro­si, men­tre scar­seg­gia­no le secon­de. Nel­le socie­tà ara­be più chiu­se la fuga è par­ti­co­lar­men­te ardua e quin­di diven­ta anco­ra più ambi­ta e sogna­ta. Una mini­ma infra­zio­ne alle leg­gi, alle rego­le o anche solo alle con­ven­zio­ni socia­li costa mol­to cara, soprat­tut­to se a com­met­ter­la è una don­na. Una don­na non può assen­tar­si dal lavo­ro, figu­rar­si lascia­re la casa o abban­do­na­re il mari­to, che per con­tro può inve­ce pian­tar­la in asso come e quan­do vuo­le pur con­ti­nuan­do a rima­ne­re legal­men­te spo­sa­to con lei per i suc­ces­si­vi set­te anni.
Que­sta situa­zio­ne di evi­den­te e sof­fo­can­te dispa­ri­tà gene­ra ine­vi­ta­bil­men­te pres­sio­ni for­tis­si­me sul­le don­ne che ne ven­go­no schiac­cia­te e spes­so stri­to­la­te. Una di loro è la pro­ta­go­ni­sta de l’Amore ai tem­pi del petro­lio, del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal al-Sa’dawi. A pri­ma vista si trat­ta di una don­na “nor­ma­le”, pun­tua­le col paga­men­to del­le tas­se e sen­za mac­chie sul­la fedi­na pena­le, che un gior­no deci­de di assen­tar­si. Beh, for­se nor­ma­le del tut­to non era, alme­no agli occhi dei cono­scen­ti: già la pro­fes­sio­ne che ave­va scel­to, l’archeologia, avreb­be dovu­to met­te­re in guar­dia da tem­po gli uomi­ni che ave­va­no auto­ri­tà su di lei, a comin­cia­re dal mari­to. Che idea bal­za­na quel­la di sca­va­re nel­la ter­ra alla ricer­ca di divi­ni­tà fem­mi­ni­li! E ora la ricer­ca­tri­ce, “arma­ta” di scal­pel­lo (un ana­li­sta sug­ge­ri­reb­be for­se una let­tu­ra sim­bo­li­ca del­la scel­ta di que­sto stru­men­to di lavo­ro), è spa­ri­ta sen­za aver dato pre­ven­ti­va comu­ni­ca­zio­ne e aver­ne avu­to l’indispensabile, ma solo even­tua­le, per­mes­so. Sicu­ra­men­te è coin­vol­ta in qual­co­sa di losco. Una don­na mori­ge­ra­ta e con la testa sul­le spal­le non spa­ri­sce in que­sto modo: non spa­ri­sce pro­prio.
Dai tito­li dei gior­na­li dedi­ca­ti all’incresciosa vicen­da si dipa­na la sto­ria di que­sta fuga che appa­re come una lun­ga sequen­za oni­ri­ca, un incu­bo che lascia intra­ve­de­re (ma a chi non è len­to di com­pren­sio­ne il rac­con­to appa­re come una denun­cia in pie­na rego­la) la con­di­zio­ne di infe­rio­ri­tà socia­le, pro­fes­sio­na­le, cul­tu­ra­le, ma ancor pri­ma “uma­na” a cui è con­dan­na­ta la don­na in una socie­tà non aper­ta­men­te nomi­na­ta ma che può esse­re iden­ti­fi­ca­ta in una qua­lun­que di quel­le sot­to­po­ste ai regi­mi illi­be­ra­li del Medio Orien­te, a comin­cia­re dal “demo­cra­ti­co” Egit­to.
Su tut­ti domi­na Sua Mae­stà che non sa leg­ge­re né scri­ve­re, ma non impor­ta, del resto: non era­no for­se anal­fa­be­ti gli stes­si pro­fe­ti, tut­ti uomi­ni?! Con il suo pater­na­li­smo auto­ri­ta­rio gover­na e reg­ge una socie­tà di ser­vi che a loro vol­ta spa­dro­neg­gia­no sul­le “loro” don­ne. Ma anco­ra più impor­tan­te di Sua Mae­stà è il petro­lio che si span­de e s’infiltra dap­per­tut­to, tut­to copren­do e tut­to cor­rom­pen­do. Le don­ne sono costret­te a tra­spor­tar­lo in pesan­ti bari­li in bili­co sul­la testa e que­sta fati­ca già dimo­stra – lo dice la pro­ta­go­ni­sta – quan­to gli asi­ni sia­no più intel­li­gen­ti del­le don­ne per­ché tra­spor­ta­no i pesi sul­la schie­na e non sul­la testa, men­tre gli uomi­ni si rifiu­ta­no di pie­gar­si a que­sta man­sio­ne. “Per la don­na inve­ce, era vacan­za solo il gior­no del suo fune­ra­le. La sem­pli­ce dif­fe­ren­za sta­va in una sola let­te­ra sul­la mac­chi­na da scri­ve­re, che con­ver­ti­va la gio­ia in fune­ra­le”.
Pro­prio come il petro­lio, è vischio­so il rap­por­to del­la don­na con il mari­to da cui fug­ge, per incon­tra­re un altro enig­ma­ti­co uomo. Ma uno scam­bio di bat­tu­te tra la pro­ta­go­ni­sta e quest’ultimo è illu­mi­nan­te sul buio del­la situa­zio­ne:
“Sì, sono un esse­re uma­no come te, con dei dirit­ti.”
“Che cosa?”
“I dirit­ti del­la don­na, non li cono­sci?”
“Non ne abbia­mo mai sen­ti­to par­la­re, noi abbia­mo solo la leg­ge dei dirit­ti dell’uomo, nient’altro.”
Sol­tan­to una risa­ta può tene­re viva la spe­ran­za di un cam­bia­men­to.

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L’amore ai tempi del petrolio

Meltin’Pot | Lune­dì 4 mag­gio 2009 | Lui­gia Ber­sa­ni |

ROMA – Vie­ne pre­sen­ta­to dal­la casa edi­tri­ce “il Siren­te” il nuo­vo roman­zo di Nawal al-Sa’dawi, scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na, vin­ci­tri­ce di nume­ro­si pre­mi let­te­ra­ri, che da tem­po dedi­ca la sua atten­zio­ne ai dirit­ti del­le don­ne ed alla demo­cra­tiz­za­zio­ne nel mon­do ara­bo. “L’amore ai tem­pi del petro­lio”, tito­lo del roman­zo, nar­ra, con uno sti­le chia­ra­men­te oni­ri­co e intro­spet­ti­vo, le vicen­de di una don­na sen­za nome, in un luo­go, appar­te­nen­te al non meglio iden­ti­fi­ca­to mon­do ara­bo, sen­za tem­po e sen­za deno­mi­na­zio­ne geo­gra­fi­ca. L’intento del­la scrit­tri­ce è indub­bia­men­te quel­lo di descri­ve­re con orro­re e con spe­ran­za la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le appar­te­nen­te alla sua cul­tu­ra natia, che ha con­ti­nua­to nel cor­so del­la sua sto­ria ad afflig­ger­la quan­do ha subi­to insie­me al mari­to un pro­ces­so inten­ta­to da fon­da­men­ta­li­sti reli­gio­si per il loro matri­mo­nio e le loro idee, quan­do a cau­sa del suo impe­gno socia­le e del­le sue denun­ce fu costret­ta a lascia­re il suo pae­se. Ci si muo­ve nel roman­zo, attra­ver­so le vicen­de del­la pro­ta­go­ni­sta, in un cam­mi­no incon­scio che richia­ma alcu­ni arche­ti­pi cul­tu­ra­li la cui sco­per­ta diven­ta par­te inte­gran­te e impre­scin­di­bi­le del­la sfi­da fem­mi­ni­sta che l’autrice intra­pren­de. Un ele­men­to emble­ma­ti­co di tale per­cor­so si tro­va nel­la ricer­ca del­la pro­ta­go­ni­sta del­la sto­ria di pro­ve che sosten­ga­no la sua tesi scien­ti­fi­ca del­la fal­si­fi­ca­zio­ne del­le imma­gi­ni del­le divi­ni­tà, median­te la tra­sfor­ma­zio­ne del­le dee in dei, arti­fi­zio che sareb­be sta­to uti­liz­za­to per nega­re l’esistenza, anche nel­le più anti­che tra­di­zio­ni, di un ruo­lo divi­no del­le don­ne, negan­do, però, allo stes­so tem­po, anche il rico­no­sci­men­to del­la cul­tu­ra teo­lo­gi­ca da cui lo stes­so popo­lo pro­vie­ne. Negan­do, dun­que, met­ten­do a tace­re una memo­ria arche­ti­pi­ca ance­stra­le, quin­di anche il con­cet­to di cul­tu­ra in gene­re. L’autrice nar­ra di un pae­se in cui le don­ne sono puni­te se sor­pre­se con un libro o con una pen­na in mano, un pae­se in cui l’autorità supre­ma, Sua Mae­stà, intor­no alla qua­le ruo­ta tut­to quel cosmo pri­vo di nome nel qua­le si svol­go­no i fat­ti, è com­ple­ta­men­te anal­fa­be­ta in segno di emu­la­zio­ne dei pro­fe­ti, anal­fa­be­ti anch’essi. L’autrice nar­ra di una real­tà in cui regna l’appiattimento intel­let­tua­le, in cui una don­na curio­sa, un’archeologa, una pala­di­na del­la liber­tà e del­la veri­tà, come è descrit­ta la pro­ta­go­ni­sta, vie­ne accu­sa­ta dal­le altre don­ne di esse­re schi­zo­fre­ni­ca, di sof­fri­re di un gra­ve distac­co dal­la real­tà, di esse­re una fol­le in quan­to rifiu­ta e non capi­sce la con­di­zio­ne di schia­vi­smo e rei­fi­ca­zio­ne in cui lei e le altre ven­go­no ridot­te. Il petro­lio, qua­le oscu­ra enti­tà del sot­to­suo­lo, sem­bra ave­re la meglio sui cor­pi e sul­le men­ti di quel­le don­ne costret­te a tra­spor­tar­lo in pesan­ti sec­chi posa­ti sul­le loro teste. Il petro­lio sem­bra costi­tui­re il filo con­dut­to­re di un incu­bo comu­ne, men­tre l’archeologa, stre­ma­ta nel fisi­co e nel­la digni­tà, con­ti­nua a sca­va­re con il suo scal­pel­lo, nel­lo stes­so ter­re­no da cui sgor­ga il petro­lio, nel­la dispe­ra­ta ricer­ca del­le sue dee, qua­si rap­pre­sen­tas­se­ro il suo riscat­to, la sua liber­tà, la veri­tà. E’ que­sto un roman­zo che, descri­ven­do situa­zio­ni pro­ba­bil­men­te irrea­li o comun­que esa­spe­ra­te pro­prio dai toni visio­na­ri con cui ven­go­no deli­nea­te, è vol­to a denun­cia­re la real­tà che spes­so si tro­va a vive­re la don­na in alcu­ne civil­tà auto­ri­ta­rie, del mon­do ara­bo in que­sto caso ma comu­ni a mol­te altre civil­tà pas­sa­te e pre­sen­ti appar­te­nen­ti anche a cul­tu­re diver­se da quel­la ara­ba, real­tà spes­so umi­lian­ti, non solo per la net­ta ed ini­qua dispa­ri­tà di dirit­ti che ven­go­no garan­ti­ti agli uomi­ni e alle don­ne, ma soprat­tut­to per l’accettazione iner­te da par­te del­le don­ne di tale situa­zio­ne. In lin­gua ara­ba le paro­le “sot­to­mis­sio­ne” e “ubbi­dien­za” si usa­no anche per indi­ca­re la casa coniu­ga­le, o casa del mari­to, nell’espressione “casa dell’ubbidienza”, beit al-taa’at, per il dirit­to isla­mi­co. Nawal al-Sa’dawi, nel riper­cor­re­re vis­su­ti trat­ti dal­le sue ori­gi­ni egi­zia­ne, infat­ti nume­ro­si richia­mi a pro­fon­de rimem­bran­ze infan­ti­li del­la pro­ta­go­ni­sta con­fer­ma­no una sor­ta di iden­ti­fi­ca­zio­ne di que­sta con l’autrice del roman­zo, descri­ve con ter­ro­re non tan­to la vita coniu­ga­le cui sono desti­na­te le don­ne, che come in ogni rela­zio­ne uma­na può esse­re feli­ce o infe­li­ce, quan­to la nega­zio­ne per le don­ne del dirit­to di sce­glie­re di poter­si auto­de­ter­mi­na­re come don­ne e non solo come cuo­che, ser­ve o mez­zi di pro­crea­zio­ne. Ciò che emer­ge dal roman­zo, oltre all’enorme dif­fi­col­tà che il mon­do fem­mi­ni­le spes­so incon­tra nel­lo Sce­glie­re, ver­bo bana­le ma che com­pren­de in sé la base dei più comu­ne­men­te accet­ta­ti dirit­ti uma­ni, è la mani­fe­sta non neces­si­tà di far­lo che infet­ta le men­ti del­le don­ne descrit­te nel­la nar­ra­zio­ne che, assog­get­ta­te da una cul­tu­ra seco­la­re schiac­cian­te, emble­ma­ti­ca­men­te guar­da­no con disgu­sto e com­pas­sio­ne la pro­ta­go­ni­sta men­tre pro­nun­cia con inge­nui­tà le paro­le “Io ho altri sco­pi”.

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Nawal Al Saadawi a Roma il 15 maggio 2009

TITOLO EVENTO: L’amore ai tem­pi del petro­lio — Rea­ding dell’ultimo roman­zo dell’intellettuale lai­ca più influen­te del mon­do ara­bo: Nawal al-Sa’dawi (Edi­tri­ce il Siren­te)
QUANDO: Vener­dì 15 mag­gio 2009
DOVE: Apol­lo 11 / Via Con­te Ver­de, 51 / 00185 Roma
ORE: 20:30
INGRESSO: Libe­ro
CONTATTI: Apol­lo 11 / 06–7003901
MAGGIORI INFORMAZIONI: www.sirente.it

Un pon­te per…Apol­lo 11 in col­la­bo­ra­zio­ne con l’edi­tri­ce il Siren­te vi invi­ta­no vener­dì 15 mag­gio alle 20,30 al rea­ding dell’ultimo roman­zo dell’intellettuale lai­ca più influen­te del mon­do ara­bo: L’amore ai tem­pi del petro­lio di Nawal al-Sa’dawi. Segui­rà dibat­ti­to con Rena­ta Pepi­cel­li (Uni­ver­si­tà di Bolo­gna). Ingres­so libe­ro.

Let­tu­re, musi­ca, dol­cet­ti ara­bi e can­ta­sto­rie.
Video-inter­vi­sta in diret­ta dal­la fie­ra del libro di Tori­no con Nawal Al Sa’dawi.

Alla voce Ales­san­dro Casu­la, al con­tra­bas­so Ric­car­do Gola, alla chi­tar­ra Mar­co Boni­ni.

Par­tì alla ricer­ca del suo orgo­glio per­du­to. Ave­va l’orgoglio di un ani­ma­le che si impun­ta con le zam­pe e non vuo­le più cam­mi­na­re. Lei non era una don­na né per la cuci­na né per il let­to, non cono­sce­va a memo­ria le can­zo­ni che le don­ne can­ta­no quan­do stan­no in bagno. Non capi­va nem­me­no la pas­sio­ne che pote­va susci­ta­re nel cuo­re del mari­to l’osservarla men­tre cuci­na­va il cavo­lo ripie­no. Inol­tre, non sbat­te­va le ciglia quan­do il dato­re di lavo­ro, o Sua Mae­stà, la guar­da­va­no”

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Fiera Libro: Egitto, ospite d’onore, spegne polemiche

ANSA­med | Vener­dì 1 mag­gio 2009 | Cri­stia­na Mis­so­ri |

ROMA – ”Invi­ta­re l’Egitto come ospi­te d’onore del­la XXII edi­zio­ne del­la Fie­ra inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no rap­pre­sen­ta una impor­tan­te occa­sio­ne per mostra­re i pro­gres­si com­piu­ti dal nostro Pae­se nel cam­po cul­tu­ra­le e non sol­tan­to. La nostra pre­sen­za nel capo­luo­go pie­mon­te­se e’ un chia­ro rifles­so degli inten­si rap­por­ti cul­tu­ra­li, poli­ti­ci e eco­no­mi­ci che da decen­ni inter­cor­ro­no tra l’Italia e l’Egitto”.
È entu­sia­sta l’ambasciatore egi­zia­no a Roma, Ash­raf Rashed, dell’opportunità che è sta­ta data al suo Pae­se e, sia pure inci­den­tal­men­te, repli­ca a chi ha cri­ti­ca­to la scel­ta del­la pre­sti­gio­sa mani­fe­sta­zio­ne di Tori­no. ”Oggi come ieri, insom­ma, l’Egitto rap­pre­sen­ta il faro che gui­da la cul­tu­ra del mon­do ara­bo”, rimar­ca Rashed. E a chi, come l’International Soli­da­ri­ty Move­ment (Ism) Ita­lia o il Forum Pale­sti­na, accu­sa l’Egitto di ‘strin­ge­re l’assedio intor­no alla Stri­scia di Gaza, pro­prio come fa Israe­le’, e pro­po­ne di boi­cot­tar­ne la pre­sen­za al salo­ne, l’ambasciatore repli­ca: ”Gli egi­zia­ni han­no fat­to mol­tis­si­mo per soste­ne­re la cau­sa pale­sti­ne­se. Sia­mo entra­ti piu’ vol­te in guer­ra per loro e oggi ci bat­tia­mo affin­che’ il pro­ces­so di pace in Medio Orien­te pos­sa ave­re esi­ti posi­ti­vi. Tori­no costi­tui­sce una gran­de oppor­tu­ni­ta’ non sol­tan­to per la cul­tu­ra egi­zia­na, ma anche per quel­la pale­sti­ne­se e di tut­to il mon­do ara­bo. Il boi­cot­tag­gio e’ fuo­ri da ogni logi­ca”.
Rashed non tra­la­scia di sot­to­li­nea­re l’ambizioso pro­gram­ma che dal 14 al 18 mag­gio vedra’ il suo Pae­se pro­ta­go­ni­sta del­la piu’ impor­tan­te fie­ra libra­ria del­la Peni­so­la. ”Obiet­ti­vo pri­ma­rio — spie­ga il diplo­ma­ti­co — e’ fare cono­sce­re al pub­bli­co e agli edi­to­ri ita­lia­ni il fol­to elen­co di scrit­to­ri egi­zia­ni”, sol­tan­to in par­te gia’ sco­per­ti dai let­to­ri del­la spon­da Nord del Medi­ter­ra­neo: da Ala Al Aswa­ni (Palaz­zo Yacou­bian, Fel­tri­nel­li, 2006) a Ibra­him Abd al-Magid, auto­re per Jou­ven­ce del­la Casa del Gel­so­mi­no (2007); da Kha­led Al Kha­mis­si (Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no, il Siren­te, 2008), all’emergente Ahmed Alai­dj, clas­se 1974, auto­re di Being Abbas El Abd, acca­par­ra­to e tra­dot­to in ingle­se dal­la Ame­ri­can Uni­ver­si­ty in Cai­ro Press. ”Un viva­io da cui — sot­to­li­nea l’ambasciatore — non esclu­do pos­sa veni­re fuo­ri il pros­si­mo Naguib Mah­fouz”, pre­mio Nobel per la let­te­ra­tu­ra nel 1988, cui la Fie­ra dedi­che­ra’ un rea­ding del­le pagi­ne piu’ bel­le, insie­me a una retro­spet­ti­va riser­va­ta ai mae­stri del Nove­cen­to qua­li Taha Hus­sein, il dram­ma­tur­go Taw­fik el-Hakim e il poe­ta Salah Abdel Sabour.
E se il filo con­dut­to­re del­la ker­mes­se sara’ il tema dell’Io e la rela­zio­ne con l’altro, il diver­so, inte­so come nemi­co poten­zia­le, Egit­to e Ita­lia pre­sen­ta­no un pro­get­to dedi­ca­to ai piu’ pic­co­li. ”Da cir­ca un anno — anti­ci­pa Rashed — edi­to­ri ita­lia­ni e egi­zia­ni lavo­ra­no insie­me alla tra­du­zio­ne di alcu­ni volu­mi affin­che’ bam­bi­ni egi­zia­ni pos­sa­no leg­ge­re alcu­ni dei libri let­ti dai loro coe­ta­nei ita­lia­ni e vice­ver­sa”. E’ un modo, pro­se­gue il diplo­ma­ti­co, per dimo­stra­re che i gio­va­ni leg­go­no cose simi­li, se non addi­rit­tu­ra ugua­li, ”e per sman­tel­la­re que­sta teo­ria assur­da del­la diver­si­ta’ che alcu­ni cer­ca­no con­ti­nua­men­te di ali­men­ta­re”.
Con ”L’Egitto al fem­mi­ni­le”, inve­ce, il salo­ne di Tori­no cele­bra intel­let­tua­li di fama inter­na­zio­na­le, come Rad­wa Ashour, scrit­tri­ce e illu­stra­tri­ce tra­dot­ta in tre­di­ci Pae­si tra cui l’Italia (Fab­bri, Giun­ti, Mon­da­do­ri, Fata­trac); Sal­wa Bakr, cri­ti­ca tea­tra­le e cine­ma­to­gra­fi­ca e Ahdaf Soueif, autri­ce de Il pro­fu­mo del­le not­ti sul Nilo (Piem­me, 2001); o anco­ra la dis­si­den­te Nawal Al Saa­da­wi, invi­ta­ta dagli orga­niz­za­to­ri del­la Fie­ra, ma non dal gover­no egi­zia­no.
Tan­ti, poi, gli even­ti pre­vi­sti in giro per la cit­ta’ e dedi­ca­ti all’archeologia — con la gran­de mostra dei Teso­ri som­mer­si in cor­so alla Reg­gia del­la Vena­ria Rea­le, o gli incon­tri cui inter­ver­ran­no gli stu­dio­si Zahi Hawass, Edda Bre­scia­ni e Fran­ce­sco Tira­drit­ti (cura­to­re del­la mostra su Akhe­na­ton alle­sti­ta a palaz­zo Bri­che­ra­sio) — ma anche alla musi­ca, alla dan­za tra­di­zio­na­le e fol­clo­ri­sti­ca egi­zia­ne.

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Magdy El Shafee: ancora un rinvio per “Metro” il blasfemo

Agen­da Comu­ni­ca­zio­ne | Lune­dì 20 apri­le 2009 | Marian­na Mas­sa |

Dopo una com­pa­ri­zio­ne di pochi minu­ti il giu­di­ce ha spo­sta­to al 12 mag­gio l’udienza per il pro­ces­so all’autore del­la pri­ma gra­phic novel egi­zia­na e al suo edi­to­re, che rischia­no due anni di car­ce­re per­ché vie­ne usa­to un lin­guag­gio “da stra­da” e com­pa­re una don­na col seno sco­per­to. La pro­te­sta al Cai­ro degli intel­let­tua­li, dei fumet­ti­sti e dei soste­ni­to­ri del­la liber­tà di espres­sio­ne. Mag­dy: gra­zie anche alla stam­pa ita­lia­na per il soste­gno che sto rice­ven­do.

Anco­ra un rin­vio per il pro­ces­so che oppo­ne Mag­di El Sha­fee il suo edi­to­re Moham­med Shar­qa­wi, tito­la­re del­la Mala­mih, alla giu­sti­zia cri­mi­na­le del Cai­ro per la pub­bli­ca­zio­ne di Metro, il pri­mo roman­zo di gra­phic novel mai usci­to in Egit­to e subi­to seque­stra­to su ini­zia­ti­va del­la poli­zia in quan­to rite­nu­to “con­tra­rio alla pub­bli­ca decen­za” per il lin­guag­gio “da stra­da” usa­to dai pro­ta­go­ni­sti e per l’immagine di una don­na a seno nudo. Rea­to che pre­ve­de fino a due anni di car­ce­re.
Saba­to 18 apri­le il giu­di­ce – davan­ti al qua­le l’autore e il suo edi­to­re era­no già com­par­si il 4 apri­le scor­so – ha nuo­va­men­te rin­via­to l’udienza al pros­si­mo 12 mag­gio.
Come già la vol­ta scor­sa, accan­to a Mag­dy, il cui caso sta aven­do riso­nan­za inter­na­zio­na­le (e che in Ita­lia è sta­to segui­to e dif­fu­so dal nostro dal nostro quo­ti­dia­no L’Agenda News ed è sta­to ripre­so da nume­ro­se testa­te) c’erano fra gli altri uno dei più impor­tan­ti scrit­to­ri egi­zia­ni, Sun Allah Ibra­him, e Basim Sha­raf, tra i più famo­si auto­ri tea­tra­li emer­gen­ti, oltre a fumet­ti­sti, illu­stra­to­ri, intel­let­tua­li e gio­va­ni mobi­li­ta­ti dal­la cam­pa­gna (dal tito­lo “NO for metro con­fi­sca­tion and trial, Sup­port free­dom of arts and expres­sion”) lan­cia­ta dal corag­gio­so auto­re di Metro u Face­book e nume­ro­si altri siti.
L’udienza di saba­to è sta­ta, si può dire, ful­mi­nea: in meno di mezz’ora il giu­di­ce – in un’aula pic­co­la e affol­la­tis­si­ma, sovra­sta­ta da mil­le voci e urla — ha discus­so una cin­quan­ti­na di cau­se, con­vo­can­do di vol­ta in vol­ta gli avvo­ca­ti.
Mag­dy a atte­so il suo tur­no sedu­to in fon­do, assie­me ai suoi soste­ni­to­ri e ad alcu­ni gior­na­li­sti egi­zia­ni e stra­nie­ri. Quan­do è sta­to chia­ma­to, si è spo­sta­to in pri­ma fila, accom­pa­gna­to da avvo­ca­ti e soste­ni­to­ri.
L’udienza è dura­ta pochi minu­ti, duran­te i qua­li l’avvocato difen­so­re, assie­me a Sun Allah Inra­him e al fumet­ti­sta Ahmad el Balad, han­no testi­mo­nia­to al giu­di­ce l’importanza del­la liber­tà di espres­sio­ne arti­sti­ca riba­den­do che le accu­se sono infon­da­te. Que­ste si basa­no infat­ti sul­la mera pre­sen­za nel­la “gra­phic novel” Metro di espres­sio­ni che secon­do la poli­zia sareb­be­ro trop­po vol­ga­ri e di imma­gi­ni che rap­pre­sen­ta­no “una don­na dai seni nudi”: tut­ti ele­men­ti, han­no soste­nu­to dife­sa e testi­mo­ni, che fan­no par­te del vis­su­to e del sape­re quo­ti­dia­no egi­zia­no e che non sem­bra­no ave­re alcun risvol­to nega­ti­vo sul­la psi­che dei let­to­ri.
Il giu­di­ce ha pre­so nota, poi ha chiu­so l’udienza anco­ra una vol­ta sen­za alcu­na deci­sio­ne, rin­vian­do il caso al mese pros­si­mo: il 12 mag­gio appun­to. Nes­su­na noti­zia del­la com­mis­sio­ne di cri­ti­ci d’arte cui era sta­to deman­da­to il com­pi­to di giu­di­ca­re l’opera dal pun­to di vista arti­sti­co, supe­ran­do così — come da richie­sta del­la dife­sta — l’accusa da codi­ce pena­le.
Fuo­ri dal bai­lam­me dell’aula, Mag­dy a dovu­to chie­de­re spie­ga­zio­ni al suo avvo­ca­to per capi­re cosa fos­se suc­ces­so in quei pochi minu­ti in cui non si è capi­to qua­si nul­la. Subi­to dopo, paro­le di gra­ti­tu­di­ne e rico­no­scen­za per gli ami­ci e la stam­pa egi­zia­na e inter­na­zio­na­le che stan­no con­ti­nuan­do a seguir­lo. «Sono con­ten­to — ha det­to — che anche dall’Italia mi arri­vi tan­to appog­gio, e spe­ro che con­ti­nui a esse­re così. Di non esse­re lascia­to solo. Ades­so non biso­gna mol­la­re, è neces­sa­rio con­ti­nua­re a esse­re pre­sen­ti e a lot­ta­re per la liber­tà di espres­sio­ne». «Il giu­di­ce – ha aggiun­to la moglie Ran­da con un filo di spe­ran­za nel­la voce – que­sta vol­ta mi è sem­bra­to più otti­mi­sta…»
«Rischia­re due anni di car­ce­re – ha com­men­ta­to l’autore tea­tra­le Basim Sha­rafper aver dise­gna­to dei seni nudi! Ma ci ren­dia­mo con­to? Sono tut­te scu­se: per­ché non con­fi­sca­no anche il dizio­na­rio ara­bo-ingle­se per le scuo­le supe­rio­ri che si usa in tut­to l’Egitto? Anche lì c’è una don­na con seni nudi! E i cana­li por­no che ormai tut­ti guar­da­no attra­ver­so il satel­li­te?»

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Khaled Al Khamisi: Taxi

Il para­di­so degli orchi | Gio­ve­dì 16 apri­le 2009 | Ste­fa­nia Bonu­ra |

Nel­la secon­da metà degli anni Novan­ta, il gover­no egi­zia­no ema­nò una leg­ge che con­sen­ti­va di tra­mu­ta­re tut­te le vec­chie auto in taxi. Stia­mo par­lan­do di “resi­dua­ti bel­li­ci” come la Sha­lin, la Lada, la Fiat 1400 e 1500, la Peu­geot 504. Una fol­la di disoc­cu­pa­ti con­fluì improv­vi­sa­men­te nel­la clas­se dei tas­si­sti e un eser­ci­to di cator­ci comin­ciò a inta­sa­re le stra­de del Cai­ro. Auto logo­re, sfa­scia­te e sudi­ce, con a bor­do auti­sti che lavo­ra­no come schia­vi, ci dice nel­la “pre­mes­sa indi­spen­sa­bi­le” l’autore.
Kha­led Al Kha­mi­si ha rac­col­to e regi­stra­to tra l’aprile del 2005 e il mar­zo del 2006, a bor­do dei taxi del­la sua cit­tà, le sto­rie, gli umo­ri e i malu­mo­ri del­la “indo­ma­bi­le” mega­lo­po­li. Ne è venu­to fuo­ri un libro, Taxi, pub­bli­ca­to in Egit­to nel 2007 con gran­de riscon­tro di let­to­ri e ora por­ta­to in Ita­lia gra­zie all’editrice Il Siren­te e alla meti­co­lo­sa ope­ra di tra­du­zio­ne di Erne­sto Paga­no.
Mi tro­va­vo a midan Safir, alla vec­chia Cai­ro e diver­si taxi mi sfi­la­ro­no davan­ti: pas­sa il pri­mo, poi il secon­do… deci­do di fer­ma­re il ter­zo. Chi è sta­to al Cai­ro sa bene che basta­no pochi minu­ti a pie­di per veder­si affian­ca­ti da due, tre o più car­ret­te nere. Pen­si di esse­re piom­ba­to in una vec­chia foto di fami­glia, e inve­ce ti tro­vi in una del­le più affol­la­te cit­tà dell’era con­tem­po­ra­nea che con­ta cir­ca ven­ti milio­ni di abi­tan­ti. E ottan­ta­mi­la taxi. Gli egi­zia­ni la chia­ma­no l’invasione dei tucu­sa, il mestie­re di chi non ha mestie­re. Non è stra­no tro­va­re al volan­te uomi­ni di diver­sa età, reli­gio­ne, etnia, estra­zio­ne socia­le, cul­tu­ra­le: anzia­ni, gio­va­nis­si­mi, stu­den­ti, padri di fami­glia, con­trab­ban­die­ri, bro­ker, musul­ma­ni, cop­ti, nubia­ni, “usci­ti fuo­ri” a un cer­to pun­to “da ogni buco per far­si con­ver­ti­re la mac­chi­na”. Ad acco­mu­nar­li, oltre alla car­cas­sa che si tra­sci­na­no quo­ti­dia­na­men­te lun­go il fit­to e con­ge­stio­na­to intrec­cio urba­no, è la lot­ta per la soprav­vi­ven­za: truf­fe, rapi­ne, mul­te, tas­se, bloc­chi stra­da­li, sbir­ri man­gia maz­zet­te, cal­va­ri buro­cra­ti­ci, ore e ore di ser­vi­zio inin­ter­rot­to, il sedi­le che ti spac­ca la schie­na, la rata men­si­le dell’auto… E sareb­be nien­te se non ci si met­tes­se­ro anche gli jinn… e le don­ne!
Un vocia­re inin­ter­rot­to di clac­son si alter­na a con­fi­den­ze, pre­ghie­re, lamen­ta­zio­ni, scaz­zi e vec­chi moti­vi di Umm Kul­thum. Con­ver­sa­zio­ni e soli­lo­qui che spa­zia­no dall’arabo cora­ni­co al dia­let­to popo­la­re. Un lin­guag­gio che erom­pe dai mar­cia­pie­di e dai vico­li e che il tra­dut­to­re ha sapien­te­men­te ripor­ta­to in un ita­lia­no col­lo­quia­le e dia­let­ta­le. Ogni taxi è un rac­con­to che si scio­glie nell’asfalto roven­te e si dis­sol­ve in una nuvo­la di smog. Ogni sto­ria, e il libro ne rac­co­glie una ses­san­ti­na, è un faro acce­so su una cit­tà in con­ti­nuo movi­men­to. Una socie­tà di mise­ra­bi­li e di dan­na­ti, sì, ma anche di ange­li neri e di vec­chi così vec­chi che avreb­be­ro indot­to Jac­ques Brel a can­cel­la­re i suoi stes­si ver­si: quan­to è dol­ce la mor­te para­go­na­ta alla vec­chia­ia. Mori­re, in qual­sia­si manie­ra, è mol­to meglio che invec­chia­re.

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Egitto, scoppia la guerra del velo. Toglietelo o sarete licenziate

| La Repub­bli­ca | Mer­co­le­dì 8 apri­le 2009 | Fran­ce­sca Cafer­ri |

Le infer­mie­re egi­zia­ne dovran­no lavo­ra­re a viso sco­per­to. Oppu­re saran­no licen­zia­te. Il mini­ste­ro del­la Salu­te egi­zia­no met­te la paro­la “fine” a un dibat­ti­to che va avan­ti da mesi, pre­sen­tan­do in Par­la­men­to una leg­ge che vie­ta alle addet­te all’ assi­sten­za dei pazien­ti di pre­sen­tar­si a lavo­ro con il niqab, il velo inte­gra­le che lascia sco­per­ti solo gli occhi ed è accom­pa­gna­to da guan­ti neri sul­le mani. «Chi non toglie il niqab dovrà anda­rea casa», ha det­to il mini­stro del­la Salu­te Hatam al Jaba­ly pre­sen­tan­do la cir­co­la­re che det­ta le nuo­ve rego­le per le divi­se del­le infer­mie­re: potran­no indos­sa­re una ampia cami­cia con un cap­puc­cio lega­to al col­lo, che ter­rà coper­ti i capel­li ma non il viso. In Par­la­men­to due gior­ni fa al prov­ve­di­men­to si sono oppo­sti i depu­ta­ti che si rico­no­sco­no nei Fra­tel­li musul­ma­ni. «È un dirit­to del­le don­ne coprir­si il viso- ci spie­ga un loro por­ta­vo­ce — lo Sta­to non può minac­cia­re qua­si die­ci­mi­la don­ne di licen­zia­men­to per­ché eser­ci­ta­no un loro dirit­to. E non ci sono pro­ve scien­ti­fi­che che dimo­stri­no che un’ infer­mie­ra a viso coper­to ha un rap­por­to diver­so con i pazien­ti rispet­to a una che lavo­ra a viso sco­per­to». Il “no” del movi­men­to si inse­ri­sce in un brac­cio di fer­ro che va avan­ti da tem­po: nei gior­ni scor­si grup­pi vici­ni alla Fra­tel­lan­za han­no orga­niz­za­to una mani­fe­sta­zio­ne di pro­te­sta con­tro il gover­no e diver­si stu­den­ti che vi par­te­ci­pa­va­no sono sta­ti arre­sta­ti. Stes­sa sor­te è toc­ca­ta a un blog­ger accu­sa­to di dif­fon­de­re posi­zio­ni isla­mi­ste. La que­stio­ne del niqab agi­ta la vita poli­ti­ca egi­zia­na da mesi.A novem­bre il mini­ste­ro del­la Salu­te ha pro­mos­so un’ inda­gi­ne per capi­re quan­te, fra le ope­ra­tri­ci sani­ta­rie, lavo­ras­se­ro a viso coper­to. I risul­ta­ti sono sta­ti giu­di­ca­ti allar­man­ti: la per­cen­tua­le nazio­na­le era del 10% — quel­le che ora rischia­no il licen­zia­men­to — ma in alcu­ni ospe­da­li si arri­va­va al 35%, con pic­chi del 50%. E il 90% dei pazien­ti inter­vi­sta­ti dice­va di non esse­re d’ accor­do con la pra­ti­ca. Alla dif­fu­sio­ne dei risul­ta­ti seguì imme­dia­to l’ ini­zio del­le pole­mi­che: i Fra­tel­li musul­ma­ni mise­ro in guar­dia il gover­no da ogni ten­ta­ti­vo di limi­ta­re l’ uso del niqab. Il mini­ste­ro rispo­se che il velo inte­gra­le met­te a rischio il rap­por­to di fidu­cia che deve esi­ste­re fra mala­to e per­so­na­le sani­ta­rio. Ora, con la dif­fu­sio­ne del nuo­vo rego­la­men­to sul­le divi­se, si è arri­va­ti alla con­trap­po­si­zio­ne fina­le. La bat­ta­glia è sin­to­ma­ti­ca del­le for­ti ten­sio­ni che spac­ca­no la socie­tà egi­zia­na, dove l’ avan­za­ta del­le ideo­lo­gie più con­ser­va­tri­ci pare inar­re­sta­bi­le. «Nei miei anni in ospe­da­le in Egit­to non ho mai visto infer­mie­re a viso coper­to», com­men­ta Nawal el Saa­da­wi, medi­co, scrit­tri­ce e intel­let­tua­le costret­ta all’ esi­lio per le sue posi­zio­ni cri­ti­che ver­so il pre­si­den­te Muba­rak. «È un segno chia­ro di quan­to for­ti stia­no diven­tan­do gli isla­mi­sti. Ma nes­sun pae­se dovreb­be lascia­re che le infer­mie­re si copra­no il viso».

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Fumetto: Magdy El Shafee, sempre in Egitto nonstante la censura

| Agen­da Comu­ni­ca­zio­ne | Lune­dì 20 apri­le 2009 | Marian­na Mas­sa |

Dopo le disav­ven­tu­re per il suo pri­mo roman­zo a stri­sce (“Metro”, che è sta­to seque­stra­to dal­la poli­zia mora­le ed è costa­to il car­ce­re al suo edi­to­re) l’autore rac­con­ta la sua vita, le sue aspi­ra­zio­ni, le dif­fi­col­tà di lavo­ra­re nel suo Pae­se. «Mi han­no accu­sa­to di usa­re un lin­guag­gio trop­po spin­to, ma è quel­lo del­la vita di tut­ti i gior­ni». Ecco le paro­le di un uomo corag­gio­so e di talen­to.

«Oggi ho deci­so di rapi­na­re una ban­ca. Non so come tut­ta que­sta rab­bia si sia anni­da­ta in me. Tut­to ciò che so è che la gen­te sta­va sem­pre da una par­te, e io da un’altra. A me è rima­sta solo una cosa: la mia testa… e ora ho final­men­te deci­so di fare quel­lo che mi dice».
Ini­zia così Metro il pri­mo roman­zo a fumet­ti in lin­gua ara­ba scrit­to e dise­gna­to da Mag­dy el Sha­fei, ex far­ma­ci­sta egi­zia­no sul­la tren­ti­na da sem­pre aman­te dell’arte del fumet­to.
Pub­bli­ca­to nel gen­na­io 2008, Metro rac­con­ta la sto­ria di She­hab, un gio­va­ne ed esper­to pro­gram­ma­to­re di com­pu­ter che, per evi­ta­re il fal­li­men­to eco­no­mi­co, si lascia tra­sci­na­re da un poli­ti­co cor­rot­to in una rapi­na in ban­ca.
Metro si inse­ri­sce nel­la let­te­ra­tu­ra ara­ba con­tem­po­ra­nea come una pie­tra milia­re, for­se un po’ trop­po pesan­te per la real­tà egi­zia­na da cui pro­vie­ne: pochi mesi dopo la pub­bli­ca­zio­ne, il libro vie­ne infat­ti con­fi­sca­to e riti­ra­to da tut­te le libre­rie, men­tre Muh­ha­mad Shar­qa­wi, il capo del­la casa edi­tri­ce Dar Mala­meh che lo ave­va pub­bli­ca­to Metro, fini­sce pri­ma in manet­te e poi davan­ti a un tri­bu­na­le.
Mag­dy non si spa­ven­ta. Lo si capi­sce dal­le se paro­le.

Signor Sha­fee, come ini­zia la sua espe­rien­za da dise­gna­to­re e scrit­to­re di fumet­ti?
Tut­to quel­lo che so è che dise­gno da quan­do sono capa­ce di inten­de­re e di vole­re… mio padre, quan­do si è accor­to del­la mio inte­res­se per la pit­tu­ra, mi ha inse­gna­to l’arte degli impres­sio­ni­sti e mi ha mostra­to le loro ope­re ori­gi­na­li al museo Muham­mad Kha­lil. Mia cugi­na, che stu­dia­va alla facol­tà di Bel­le Arti a Zama­lek, mi ha fat­to cono­sce­re Modi­glia­ni e Kan­din­skij.
Ho ama­to i fumet­ti come mez­zo di espres­sio­ne, non solo come dise­gno. Da bam­bi­no Super­man e Tin­tin era­no le mie ricom­pen­se idea­li e quan­do, all’età di 15–16 anni, ho let­to una sto­ria di Hugo Pratt è sta­to per me una mera­vi­glio­sa sor­pre­sa: l’eroe del fumet­to non dove­va esse­re per for­za un model­lo pie­no di vir­tù… mam­ma mia che emo­zio­ne!
Per­ché?
Ero abi­tua­to a vede­re per le stra­de solo pub­bli­ci­tà di can­di­da­ti, con fac­ce non cer­to di bra­ve per­so­ne, alle ele­zio­ni; sca­ra­boc­chi dei tifo­si dell’Ahli… in giro non si tro­va­va nul­la che par­las­se­dav­ve­ro egi­zia­no. Così deci­si che non sarei diven­ta­to un bra­vo pit­to­re e che avrei fat­to di tut­to per diven­ta­re un fumet­ti­sta.
Scri­ve­re fumet­ti… che sto­ria! Te ne stai a cer­ca­re fin­chè non tro­vi il tuo metro di para­go­ne arti­sti­co, ma a vol­te è impor­tan­te anche scri­ve­re per se stes­si. Non ave­vo tan­ta fidu­cia nel­le mie capa­ci­tà di scrit­to­re e a que­sto pro­po­si­to sono pro­fon­da­men­te debi­to­re a Ahmad el Aydi, un gio­va­ne roman­zie­re, per il suo capo­la­vo­ro Esse­re Abbas el Abd, uno dei miglio­ri libri nell’Egitto con­tem­po­ra­neo. Sono sta­to for­tu­na­to per­ché lui mi era debi­to­re dei tan­ti com­men­ti gene­ra­li su come miglio­ra­re lo sti­le del­la nar­ra­zio­ne.
Come nasce l’idea di Metro e come si svi­lup­pa?
Metro mi si è impo­sto da solo, nono­stan­te l’inesistenza di un’industria del fumet­to in Egit­to, nel sen­so pro­fes­sio­na­le del ter­mi­ne. Un mio ami­co era scap­pa­to, la poli­zia lo cer­ca­va: si trat­ta­va di una bra­vis­si­ma per­so­na, pro­fon­da, sen­si­bi­le, sin­ce­ra e ama­va l’arte. Insom­ma, all’epoca il gover­no si tro­va­va in uno dei tan­ti momen­ti di grot­te­sco fal­li­men­to eco­no­mi­co: per me era natu­ra­le tro­va­re equo esse­re dal­la par­te di uno come il mio ami­co lati­tan­te piut­to­sto che di un gover­no che non face­va gli inte­res­si del popo­lo. Que­sto suc­ce­de­va nel 2003. Quin­di gli scio­pe­ri e le mani­fe­sta­zio­ni con­tro la suc­ces­sio­ne del gover­no e le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li mi han­no spin­to a scri­ve­re ciò che acca­de­va in que­sta spe­cie di tea­tro.
Per qua­li moti­vi Metro è sta­to seque­stra­to?
Il moti­vo uffi­cia­le è che la poli­zia mora­le ha tro­va­to il lin­guag­gio usa­to nel fumet­to trop­po spin­to. Tut­ta­via basta pas­seg­gia­re in Piaz­za Ram­ses al Cai­ro per ren­der­si con­to che il lin­guag­gio quo­ti­dia­no egi­zia­no sia ben più spin­to. La real­tà è che il rife­ri­men­to alla per­so­na del poli­ti­co cor­rot­to non è visto come pura­men­te casua­le…
Alcu­ni arti­sti del Medio Orien­te — come ad esem­pio Mar­ja­ne Satra­pi, la fumet­ti­sta ira­nia­na autri­ce di Per­se­po­lis — sono emi­gra­ti all’estero per sal­va­guar­da­re la pro­pria liber­tà di espres­sio­ne arti­sti­ca. Lei è rima­sto in Egit­to. Come vive?
In Ame­ri­ca ci sono isti­tu­zio­ni che scel­go­no: la sto­ria di que­sto la fac­cia­mo dise­gna­re a quel­lo, arri­ve­der­ci e gra­zie. Il risul­ta­to non è sem­pre bel­lo e viva­ce come le ope­re euro­pee, ma la pro­du­zio­ne ame­ri­ca­na è enor­me e sti­mo­la il com­mer­cio e l’industria del fumet­to. Anche que­sto è impor­tan­te per far sì che i fumet­ti­sti con­ti­nui­no a crea­re. Qui inve­ce non c’è la giu­sta atmo­sfe­ra pro­fes­sio­na­le, ma il bel­lo è la bat­ta­glia astu­ta e auste­ra che devi com­bat­te­re per venir fuo­ri con un buon risul­ta­to nono­stan­te le dif­fi­col­tà a pub­bli­ca­re e distri­bui­re.
Spe­ro che Metro rap­pre­sen­ti un nuo­vo ini­zio per il fumet­to per adul­ti e per il gra­phic novel… quan­to a vive­re fuo­ri dall’Egitto è un fat­to che mi ha sem­pre con­fu­so. Non mi pia­ce imma­gi­na­re che la gen­te di qui potreb­be trat­tar­mi come uno di secon­da clas­se e met­ter­mi da par­te solo per­ché deci­des­si di vive­re in un altro posto del mon­do… è così stra­no che l’umanità non si sia anco­ra libe­ra­ta da que­sto com­ples­so dell’intolleranza!
Ad esem­pio se incon­tri qual­cu­no men­tre cor­ri la mat­ti­na nel par­co e nel bel mez­zo del­la con­ver­sa­zio­ne sal­ta fuo­ri che è ebreo o ame­ri­ca­no o ara­bo, lo inse­ri­sci subi­to in uno ste­reo­ti­po con cui que­sta per­so­na non ha nien­te a che fare.
In real­tà non ho nien­te a che fare neanch’io con lo slo­gan “L’Egitto è Muba­rak”, ho a che fare e sono respon­sa­bi­le solo del­la mia pro­pria imma­gi­ne.
Cre­do che la mia bat­ta­glia qui con l’editoria, la poli­zia e il siste­ma che mono­po­liz­za le opi­nio­ni non sia anco­ra arri­va­ta in un vico­lo cie­co. Qua­lo­ra doves­se arri­var­ci, allo­ra mi por­rei il pro­ble­ma. Anco­ra la situa­zio­ne è soste­ni­bi­le.
Metro non è sta­to anco­ra tra­dot­to ma ci sono alcu­ni gior­na­li­sti ita­lia­ni che ne han­no scrit­to su gior­na­li e su siti inter­net. Inol­tre, gra­zie alla cri­ti­ca d’arte Vivia­na Sivie­ro, alcu­ne tavo­le ori­gi­na­li del libro sono sta­te espo­ste alla mostra “Il Dra­go di Gior­gio” a Sovra­mon­te- Ser­vo, in pro­vin­cia di Bel­lu­no.
Si sareb­be aspet­ta­to un simi­le suc­ces­so “inter­na­zio­na­le” dopo la cen­su­ra nel suo Pae­se?
Sin­ce­ra­men­te no. Que­sto suc­ces­so è anda­to di gran lun­ga oltre le mie aspet­ta­ti­ve. Rin­gra­zio anche i miei ami­ci sta­tu­ni­ten­si che han­no subi­to pub­bli­ca­to alcu­ne pagi­ne del roman­zo tra­dot­te in ingle­se sul sito www.wordswithoutborders.org e su un nume­ro spe­cia­le del­la loro rivi­sta sul gra­phic novel. Vor­rei ricor­da­re anche Pao­la Cari­di per il mera­vi­glio­so arti­co­lo scrit­to sul Sole 24 Ore e Rania Khal­laf per quel­lo usci­to su El-Ahram Wee­kly, “Il Metro che abbia­mo per­so”.
Qua­li sono i suoi pro­get­ti pro­fes­sio­na­li ades­so?
Pen­so a sto­rie inti­me del­la mia vita pas­sa­ta e pre­sen­te. Pen­so al mio rap­por­to con le don­ne, a come la loro imma­gi­ne mi si sia pre­sen­ta­ta all’inizio nell’ambito dome­sti­co, a come que­sta imma­gi­ne sia poi sta­ta tra­sfor­ma­ta in una socie­tà come quel­la sau­di­ta. Pen­so anche a come le mie espe­rien­ze inti­me e sin­ce­re con don­ne diver­se han­no cam­bia­to ancor più l’idea che ave­vo del­la don­na, tan­to da pren­de­re il soprav­ven­to sul­le idee pre­ce­den­ti e a spin­ger­mi a difen­de­re la que­stio­ne fem­mi­ni­le nel­la nostra socie­tà.
D’altro can­to pen­so a una sto­ria del­la nostra Sto­ria riguar­do a un per­so­nag­gio che 120 anni fa recla­ma­va il dirit­to del popo­lo alla liber­tà e a una vita digni­to­sa.
Quest’uomo si chia­ma­va Ahmad Ora­bi, è lui che dis­se “L’Egitto agli Egi­zia­ni” crean­do un nuo­vo sen­so del­la Nazio­ne, e noi anco­ra oggi com­bat­tia­mo per rea­liz­za­re il suo sogno.

Dopo una com­pa­ri­zio­ne di pochi minu­ti il giu­di­ce ha spo­sta­to al 12 mag­gio l’udienza per il pro­ces­so all’autore del­la pri­ma gra­phic novel egi­zia­na e al suo edi­to­re, che rischia­no due anni di car­ce­re per­ché vie­ne usa­to un lin­guag­gio “da stra­da” e com­pa­re una don­na col seno sco­per­to. La pro­te­sta al Cai­ro degli intel­let­tua­li, dei fumet­ti­sti e dei soste­ni­to­ri del­la liber­tà di espres­sio­ne. Mag­dy: gra­zie anche alla stam­pa ita­lia­na per il soste­gno che sto rice­ven­do.

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TGR Mediterraneo presenta TAXI

TGR Medi­ter­ra­neo | Saba­to 4 feb­bra­io 2009 | Ade­lai­de Costa |

Il taxi come luo­go socia­le, momen­to di con­fron­to, spec­chio del­la coscien­za col­let­ti­va. Nel­la capi­ta­le egi­zia­na ci sono ottan­ta­mi­la taxi, mol­ti risen­to­no del tem­po, altri del­le tas­se, tut­ti del­la cri­si. Gli auti­sti del­le auto pub­bli­che sono anche dei novel­li can­ta­sto­rie per­ché nel giro di una cor­sa rie­sco­no a rac­con­ta­re e sin­te­tiz­za­re sto­rie per­so­nag­gi, curio­si­tà, para­bo­le di vita. Alcu­ne di que­ste le ha rac­col­te Kha­led Al Kha­mis­si nel libro best sel­ler Taxi. Le stra­de si rac­con­ta­no, edi­to in Ita­lia da il Siren­te. Cin­quan­tot­to pic­co­li epi­so­di che costrui­sco­no uno spac­ca­to auten­ti­co del­la socie­tà egi­zia­na con le sue atte­se, lamen­te­le, i suoi sogni, l’amore, le pro­te­ste nei con­fron­ti di gover­no e gover­nan­ti ad ogni livel­lo. Kha­led Al Kha­mis­si è nato al Cai­ro, è gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re. Taxi è il suo pri­mo libro, uno dei più ven­du­ti in Egit­to e nel mon­do ara­bo.

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Saadawi, la rischiosa ribellione delle donne arabe

| ANSA­med | Mar­te­dì 18 feb­bra­io 2009 | Cri­stia­na Mis­so­ri |

Quel gior­no di set­tem­bre la noti­zia uscì sui gior­na­li, in una pagi­na inter­na, a mala pena visi­bi­le a occhio nudo: don­na par­ti­ta e mai più tor­na­ta. Le don­ne non era­no soli­te pren­de­re gior­ni di vacan­za e, quan­do una don­na usci­va, era asso­lu­ta­men­te neces­sa­rio otte­ne­re il per­mes­so scrit­to dal mari­to o tim­bra­to dal dato­re di lavo­ro”. Con que­sto inci­pit, la scrit­tri­ce e dis­si­den­te egi­zia­na Nawal El Saa­da­wi tra­sci­na il let­to­re nel­le pagi­ne de “L’amore al tem­po del petro­lio”, roman­zo in usci­ta l’8 mar­zo, edi­to da Il Siren­te. In un oscu­ro regno del petro­lio, in un Pae­se auto­ri­ta­rio, for­se l’Arabia sau­di­ta, o for­se l’Egitto, un’archeologa scom­pa­re sen­za lascia­re trac­cia. “Era già suc­ces­so che sua moglie fos­se anda­ta in vacan­za? Ha mai disub­bi­di­to?”, chie­de il com­mis­sa­rio al mari­to del­la stu­dio­sa che si è vola­ti­liz­za­ta. Per la poli­zia che inda­ga, infat­ti, può trat­tar­si sol­tan­to di una ribel­le, oppu­re di una don­na di non rispec­chia­ta mora­li­tà. E’ una don­na sot­to­mes­sa, asser­vi­ta e oppres­sa dall’uomo, quel­la descrit­ta dall’autrice egi­zia­na che, una vol­ta anco­ra, tor­na a occu­par­si del­la que­stio­ne fem­mi­ni­le nel mon­do ara­bo. Poco impor­ta dove è ambien­ta­ta la sto­ria. In que­sto libro den­so di meta­fo­re e con­ti­nue allu­sio­ni, dal­lo sti­le allu­ci­na­to e visio­na­rio, il viag­gio oni­ri­co — e al con­tem­po rea­le — com­piu­to dal­la pro­ta­go­ni­sta, descri­ve l’esistenza di una don­na in un qual­sia­si regi­me auto­ri­ta­rio. Tra­sfor­ma­ta in una mac­chi­na tut­to­fa­re, in gra­do di cuci­na­re, puli­re, scri­ve­re, sen­za dirit­ti né sen­ti­men­ti, la don­na diven­ta uno stru­men­to fun­zio­na­le all’uomo e dun­que inter­cam­bia­bi­le con un qual­sia­si altro ogget­to. E’ però anche una sto­ria d’amore intri­gan­te, inso­spet­ta­bi­le e den­sa di miste­ro, quel­la trat­teg­gia­ta dal­la scrit­tri­ce, che vede una vol­ta tor­na­ta indie­tro, la pro­ta­go­ni­sta lascia­re il mari­to per un altro uomo. Medi­co psi­chia­tra, più vol­te minac­cia­ta di mor­te da grup­pi fon­da­men­ta­li­sti, impri­gio­na­ta sot­to il regi­me di Sadat, nel 1993 Nawal El Saa­da­wi è sta­ta con­dan­na­ta a mor­te per ere­sia. Oggi l’autrice vive in esi­lio volon­ta­rio negli Usa, ma a bre­ve — fa sape­re — tor­ne­rà in Egit­to, la sua ter­ra nata­le. “Un uomo — scri­ve l’autrice — può usci­re e non tor­na­re per set­te anni e solo dopo quel­la data la don­na può chie­de­re la sepa­ra­zio­ne”. Per una don­na, una sola not­te inve­ce è suf­fi­cien­te per lan­cia­re l’allarme e gri­da­re allo scan­da­lo. Pub­bli­ca­to in varie anto­lo­gie e tra­dot­to in più di 20 lin­gue, “L’amore ai tem­pi del petro­lio” — insie­me a diver­si altri roman­zi del­la Saa­da­wi, è sta­to cen­su­ra­to dal­la mas­si­ma isti­tu­zio­ne reli­gio­sa egi­zia­na, Al Azhar, che dopo pochi mesi dal­la pub­bli­ca­zio­ne ne ha ordi­na­to il riti­ro da tut­te le libre­rie egi­zia­ne.

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Tassinari al Cairo

ALIBI ONLINE — Lune­dì 16 feb­bra­io 2009
di Saul Stuc­chi

Chi scri­ve ha una qual­che espe­rien­za come uten­te del­le auto pub­bli­che cai­ro­te. E ha ritro­va­to tut­to l’universo che ruo­ta attor­no ai taxi del­la capi­ta­le egi­zia­na nell’effervescente libro di Kha­led Al Kha­mis­si, inti­to­la­to Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (edi­tri­ce Il Siren­te). Di pagi­na in pagi­na sono rie­mer­si i ricor­di dei viag­gi su que­gli aggeg­gi scas­sa­ti a quat­tro ruo­te che per cari­tà di patria e ine­sau­ri­bi­le orgo­glio pro­fes­sio­na­le gli auti­sti con­ti­nua­no a chia­ma­re taxi. Come quel­la vol­ta che vole­vo anda­re alle Pira­mi­di per assi­ste­re allo spet­ta­co­lo Son et lumiè­res (boi­cot­ta­to da mol­ti che lo giu­di­ca­no l’apoteosi del kitsch per i turi­sti en mas­se, ma di gran­de fasci­no per me) e non c’era ver­so di far capi­re al tas­si­sta che la meta era la Sfin­ge. In ingle­se, fran­ce­se e tan­to­me­no in ita­lia­no la paro­la sfin­ge non gli dice­va nien­te. Ma non si dava per vin­to e con­ti­nua­va a fer­mar­si a chie­de­re infor­ma­zio­ni ai pas­san­ti fin­ché non incro­ciam­mo un gio­va­ne che cono­sce­va l’inglese e che tra­dus­se l’enigmatico (ça va sans dire) ter­mi­ne con l’illuminante Abu el Houl ovve­ro “padre del ter­ro­re”. Un’altra vol­ta ci capi­tò – si era in viag­gio di noz­ze, pro­ve­nien­ti dal­la Libia – un tas­si­sta nevro­ti­co che ci spil­lò più sol­di di quel­li pat­tui­ti all’inizio, con la scu­sa che era usci­to dal­la sua zona e che la mac­chi­na ave­va biso­gno di ripa­ra­zio­ni. Beh, in effet­ti la secon­da non era una scu­sa: era una lapa­lis­sia­na veri­tà.
Al Kha­mis­si inve­ce non si sof­fer­ma, se non di pas­sag­gio, su que­sti det­ta­gli tec­ni­ci. È più inte­res­sa­to alla sto­ria che l’autista per fini­rà per rac­con­tar­gli, a vol­te sol­le­ci­ta­to da lui stes­so, a vol­te di sua spon­ta­nea volon­tà quan­do maga­ri l’autore avreb­be volu­to rilas­sar­si duran­te il tra­git­to. Pia illu­sio­ne del resto, un po’ per il traf­fi­co cai­ro­ta per il qua­le la defi­ni­zio­ne di cao­ti­co è solo un eufe­mi­smo (la mag­gior par­te del­le vol­te le auto resta­no immo­bi­li in inter­mi­na­bi­li code), un po’ per il pia­ce­re di rac­con­ta­re e ascol­ta­re che acco­mu­na l’autore e i vari pro­ta­go­ni­sti del libro, orga­niz­za­to in bre­vi e gusto­si rac­con­ti. Ma spes­so il tema del­la nar­ra­zio­ne è tutt’altro che leg­ge­ro. Anzi, qua­si sem­pre fa da sfon­do al rac­con­to l’indigenza di chi gui­da l’auto, pover­tà che fa da spec­chio a quel­la dell’intero pae­se, da cui sfug­ge solo la nomen­cla­tu­ra e una stret­tis­si­ma cer­chia di ric­chi. In mol­te occa­sio­ni sor­ge spon­ta­neo para­go­na­re la situa­zio­ne egi­zia­na a quel­la nostra­na e la solu­zio­ne di uti­liz­za­re il dia­let­to napo­le­ta­no o il roma­ne­sco per ren­de­re le infles­sio­ni loca­li dell’arabo ampli­fi­ca que­sto effet­to di avvi­ci­na­men­to. I tas­si­sti di Al Kha­mis­si rac­con­ta­no sto­rie di ordi­na­ria buro­cra­zia e di altret­tan­to ordi­na­ri sopru­si, di giri a vuo­to, di code este­nuan­ti, di tan­gen­ti per supe­ra­re un esa­me e otte­ne­re il rin­no­vo del­la paten­te. È un tuf­fo nel­la quo­ti­dia­ni­tà del Cai­ro e del­la sua gen­te, un viag­gio nel­le sue pau­re e nei suoi sogni (come quel­lo del tas­si­sta che vor­reb­be anda­re con la sua auto fino in Suda­fri­ca per assi­ste­re ai pros­si­mi mon­dia­li di cal­cio, igna­ro che non esi­ste una stra­da di col­le­ga­men­to tra l’Egitto e il Sudan, figu­rar­si attra­ver­sa­re il con­ti­nen­te da nord a sud…); è un’analisi spie­ta­ta del ruo­lo del pre­si­den­te Muba­rak, dei poli­ti­ci e del­la poli­zia, sem­pre pron­ta a mul­ta­re gli iper­tar­tas­sa­ti tas­si­sti. Emer­go­no però anche ina­spet­ta­ti spi­ra­gli di tran­quil­li­tà in que­sta mega­lo­po­li iper­tro­fi­ca, come nel rac­con­to del cri­stia­no che ritro­va la pace pescan­do nel Nilo o in quel­lo del tas­si­sta aman­te del­la cul­tu­ra e degli ani­ma­li che si è crea­to un giar­di­no-para­di­so a casa.
Chiu­do con un altro ricor­do per­so­na­le. La scon­so­la­ta ammis­sio­ne “e comun­que nes­su­no ci umi­lia meglio del nostro pae­se” (p. 28) mi ha fat­to tor­na­re alla men­te la cele­bre sen­ten­za di Fla­ia­no che rac­con­tai alla nostra gui­da men­tre era­va­mo bloc­ca­ti nel traf­fi­co dal­le par­ti di Midan el Tah­rir (Piaz­za del­la Libe­ra­zio­ne): la peg­gio­re domi­na­zio­ne subi­ta dall’Italia è quel­la ita­lia­na.
Con­so­lia­mo­ci quin­di con le sto­rie dei tas­si­sti del Cai­ro per dimen­ti­ca­re, alme­no per un po’, le disav­ven­tu­re con i nostri.

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TAXI di Khaled Al Khamissi

Scrit­ti d’Africa — Dome­ni­ca 1 feb­bra­io 2009
di Giu­lia De Mar­ti­no

Due paro­le sul­la col­la­na in cui com­pa­re que­sto tito­lo: si chia­ma “Altria­ra­bi” e pub­bli­ca testi di arti­sti che si affac­cia­no sul­la spon­da meri­dio­na­le del Medi­ter­ra­neo, dis­so­nan­ti dal­le rap­pre­sen­ta­zio­ni ste­reo­ti­pa­te e spes­so cari­ca­tu­ra­li con cui i media occi­den­ta­li spes­so iden­ti­fi­ca­no gli abi­tan­ti di que­ste aree.
Il libro di Kha­mis­si ha ven­du­to in Egit­to cir­ca cen­to­mi­la copie, egua­glian­do il suc­ces­so edi­to­ria­le di PALAZZO YACOUBIAN di Al Alswa­ni, in un pae­se dove ven­de­re 5000 copie pro­du­ce nor­mal­men­te un best-sel­ler. Per di più, gra­zie alla pro­mo­zio­ne dell’autore, mol­to abi­le a muo­ver­si negli ambien­ti let­te­ra­ri ed acca­de­mi­ci euro­pei, data la sua for­ma­zio­ne cul­tu­ra­le in Euro­pa, cono­sce inces­san­te­men­te nuo­ve tra­du­zio­ni. Cosa ha di tan­to spe­cia­le? Innan­zi­tut­to la lin­gua in cui è scrit­to e poi il sog­get­to: i “tas­si­na­ri” del­la capi­ta­le che si espri­mo­no, sen­za peli sul­la lin­gua, sul­la mag­gio­ran­za degli aspet­ti del­la vita quo­ti­dia­na e non in Egit­to.
Il testo non è un roman­zo, ma nem­me­no una inchie­sta gior­na­li­sti­ca tout court: infat­ti rie­la­bo­ra il mate­ria­le di ascol­to e di scam­bio uma­no, avu­ti dall’autore con cen­ti­na­ia di tas­si­sti del Cai­ro, in 58 sce­net­te dia­lo­ga­te, di stam­po qua­si tea­tra­le, cuci­te da alcu­ne sue opi­nio­ni o spie­ga­zio­ni atte a gusta­re meglio il libro. L’autore sce­glie di far par­la­re i tas­si­sti nel­la loro lin­gua natu­ra­le, il dia­let­to ara­bo egi­zia­no, rele­gan­do l’arabo stan­dard a quel­le par­ti che con­te­stua­liz­za­no i diver­si rac­con­ti­ni; sic­co­me il testo è com­po­sto all’80% di dia­lo­ghi, ecco che si può dire che è scrit­to qua­si inte­ra­men­te in quel dia­let­to che è la lin­gua vera e viva in cui si espri­mo­no tut­ti quo­ti­dia­na­men­te.
Que­sto, natu­ral­men­te, pro­du­ce dei pro­ble­mi di resa in tra­du­zio­ne, bril­lan­te­men­te supe­ra­ti da Erne­sto Paga­no, che a vol­te pre­sta agli auti­sti di taxi accen­ti ed espres­sio­ni meri­dio­na­li ita­lia­ne, roma­ne o emi­lia­ne, quel tan­to che basta per non pro­dur­re un effet­to di stra­nia­men­to ed allon­ta­na­re il let­to­re dal­la real­tà cai­ro­ta. Ne vie­ne fuo­ri un ritrat­to indi­men­ti­ca­bi­le di que­sta cit­tà di cir­ca 18 milio­ni di abi­tan­ti, per­cor­sa inces­san­te­men­te da più di 80.000 tas­si­sti, a vol­te per 18 ore al gior­no, in un traf­fi­co cao­ti­co di mac­chi­ne auto­bus, metro­po­li­ta­ne, car­ret­ti e pedo­ni, in un ambien­te inqui­na­to e sof­fo­can­te, dal rumo­re assor­dan­te. Leg­ge­re que­sto libro è meglio di mol­ti trat­ta­ti socio­lo­gi­ci o antro­po­lo­gi­ci sul­la socie­tà egi­zia­na: ci con­se­gna imme­dia­ta­men­te una uma­ni­tà pazien­te sì, ma che non ne può più di cor­ru­zio­ne ammi­ni­stra­ti­va e del­la poli­zia, di una ele­fan­tia­ca buro­cra­zia, di man­can­za di demo­cra­zia e di liber­tà, in una paro­la, dell’onnipotente Muba­rak. Sem­bra che l’ultimo spa­zio di liber­tà espres­si­va sia rap­pre­sen­ta­to dal­la stra­da, dove il cit­ta­di­no comu­ne rie­sce a cata­liz­za­re il mal­con­ten­to sul gover­no, sul­le sue scel­te poli­ti­che ame­ri­ca­neg­gian­ti, sul­le scel­te eco­no­mi­che che stan­no met­ten­do in ginoc­chio il pae­se. Il pano­ra­ma dei tas­si­sti col­ti da Kha­mis­si è quan­to mai vario: ci sono sogna­to­ri e misti­ci, fana­ti­ci reli­gio­si e miso­gi­ni incal­li­ti, mala­ti di por­no­gra­fia, pro­fes­so­ri e stu­den­ti disoc­cu­pa­ti, truf­fa­to­ri, immi­gra­ti dal sud, atto­ri a spas­so e gen­te rovi­na­ta da spe­cu­la­zio­ni azzar­da­te per la por­ta­ta rea­le del­le loro tasche. Il tut­to ci dice che fare il tas­si­sta è diven­ta­to il mestie­re di chi non ha più occu­pa­zio­ne, un modo di sbar­ca­re il luna­rio. Le loro opi­nio­ni, ma anche le loro bar­zel­let­te, ci dan­no uno spac­ca­to del pen­sie­ro non del­le élites intel­let­tua­li ma degli stra­ti popo­la­ri e pove­ri dell’intera socie­tà egi­zia­na.
Ci sono degli esem­pi diver­ten­ti e altri tri­sti e inquie­tan­ti: citia­mo l’episodio in cui si par­la del­la leg­ge che ha libe­ra­liz­za­to le licen­ze di taxi, pro­du­cen­do una quan­ti­tà abnor­me di auti­sti, ves­sa­ti da dispo­si­zio­ni assur­de, come quel­la sul­le cin­tu­re di sicu­rez­za. Si sco­pre che il gover­no egi­zia­no le ha intro­dot­te come beni di lus­so sui vei­co­li impor­ta­ti, facen­do paga­re alti dazi doga­na­li. Que­sto ha indot­to la mag­gio­ran­za ad eli­mi­nar­le per non paga­re costi sala­ti, ma poi sono sta­te rese obbli­ga­to­rie e i tas­si­sti sono sta­ti costret­ti a rein­stal­lar­le, a pro­prie spe­se: ovvia­men­te mol­ti lo han­no fat­to solo per fin­ta e quin­di non fun­zio­na­no, con i risul­ta­ti ovvi di inci­den­ti , il che ci dice qual­co­sa anche di casa nostra.
Alcu­ni tas­si­sti si espri­mo­no sul­lo sta­to bas­sis­si­mo del­la istru­zio­ne pub­bli­ca: i bam­bi­ni impa­ra­no a mala­pe­na a leg­ge­re, costrin­gen­do mol­ti geni­to­ri a spen­de­re per lezio­ni pri­va­te pur di far impa­ra­re qual­co­sa ai figli. Ecco allo­ra la tro­va­ta genia­le di un tas­si­sta: non man­da i figli a scuo­la così met­te da par­te i sol­di che avreb­be spe­so per l’istruzione, giu­di­ca­ta ormai inu­ti­le, da uti­liz­za­re alla mag­gio­re età dei figli per apri­re una atti­vi­tà di ven­di­ta o un nuo­vo taxi… L’importante è fare sol­di, a scuo­la tan­to si impa­ra solo l’inno nazio­na­le e le scioc­chez­ze che Muba­rak vuo­le si tra­smet­ta­no ai ragaz­zi, futu­ro del pae­se.
Ma c’è anche spa­zio per la guer­ra in Iraq, per i Fra­tel­li musul­ma­ni, per le con­di­zio­ni sani­ta­rie del Said sot­to­svi­lup­pa­to e anche per un tas­si­sta con­tem­pla­ti­vo: “da 30 anni divi­do la mia gior­na­ta in 3 par­ti: nel­la pri­ma lavo­ro, nel­la secon­da sto con mia moglie e i miei figli e nel­la ter­za vado a pesca­re sul Nilo. Vado a lava­re il mio spi­ri­to, il mio cor­po e i miei occhi. E sul­la super­fi­cie del Nilo leg­go le paro­la di Dio […] Se ognu­no di noi, in que­sto pae­se, si fer­mas­se a guar­da­re la super­fi­cie dell’acqua […] non ci sareb­be­ro né cor­ru­zio­ne né maz­zet­te […] ogni vol­ta che fini­sco il tur­no ho pau­ra per i miei figli, pau­ra del futu­ro […] quan­do però fini­sco di pesca­re, mi sen­to pie­no di spe­ran­za per il doma­ni e fidu­cia che ogni cosa andrà per il meglio”. La socie­tà egi­zia­na a bor­do di un taxi, tito­la una recen­sio­ne dedi­ca­ta a que­sto libro, quan­to mai appro­pria­ta.

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Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”

NIGRIZIA — Feb­bra­io 2008
di Pier Maria Maz­zo­la

gencopertina«E per­ché secon­do te dove vivia­mo? In una cit­tà? La giun­gla è il para­di­so rispet­to a dove stia­mo noi. Lo sai dove vivia­mo noi? — Dove? — All’inferno». 58 sipa­riet­ti da cui si spri­gio­na, nel­le con­ver­sa­zio­ni fra il clien­te-nar­ra­to­re e un tas­si­sta o l’altro, la sati­ra, socia­le e poli­ti­ca (anche se l’autore ammet­te di esser­si auto­cen­su­ra­to su cer­ti nomi e cer­te sto­rie…). Don­ne in niqab che den­tro il taxi si tra­sfor­ma­no, tas­si­na­ri con sto­rie strap­pa­la­cri­me per scu­ci­re qual­che lira di più, il traf­fi­co che si bloc­ca — anche quel­lo pedo­na­le — a moti­vo di una pas­seg­gia­ta di Muba­rak… Il libro è un best sel­ler in Egit­to, e al let­to­re nostra­no tor­ne­rà in men­te la com­me­dia all’italiana. Il Siren­te, 2008, pp. 191+XII, € 15,00.

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Le lamentele degli egiziani nel «Taxi»

IL TEMPO – Dome­ni­ca 11 gen­na­io 2009
di Anto­nel­la Melil­li

Quel­la di osser­va­re le stra­de di una metro­po­li immen­sa e ruti­lan­te come il Cai­ro attra­ver­so l’abitacolo di un taxi, che per il suo bas­sis­si­mo costo costi­tui­sce il mez­zo di tra­spor­to di gran lun­ga più usa­to per le stra­de del­la cit­tà egi­zia­na, è sicu­ra­men­te un’idea accat­ti­van­te e ori­gi­na­le. Anche se non total­men­te sce­vra dal rischio di appro­da­re a una nar­ra­zio­ne di boz­zet­ti­sti­ca super­fi­cia­li­tà. Ma Kha­led Al Kamis­si, gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re, auto­re di que­sto «Taxi» (Edi­to­re Il Siren­te. pagg. 192) rie­sce bril­lan­te­men­te ad aggi­ra­re l’ostacolo, finen­do per resti­tui­re attra­ver­so le 58 bre­vi sto­rie qui rac­col­te un ritrat­to varie­ga­to e il sen­so più pro­fon­do di un mon­do ara­bo per noi occi­den­ta­li assai dif­fi­ci­le da com­pren­de­re. Sto­rie vere, del resto, che attra­ver­so i dia­lo­ghi coi con­du­cen­ti di taxi, spin­ti dal­la dispe­ra­zio­ne del­la fame e del biso­gno a rovi­nar­si ner­vi e salu­te per un gua­da­gno, spes­so illu­so­rio, di pura soprav­vi­ven­za, stig­ma­tiz­za­no situa­zio­ni dram­ma­ti­che e com­ples­se di cor­ru­zio­ne dila­gan­te, di guer­re infi­ni­te e di arro­gan­ti inge­ren­ze stra­nie­re. Facen­do­ne affio­ra­re insie­me l’impossibilità di espri­mer­si del mon­do fem­mi­ni­le, l’acquiescenza di chi con­fi­da nel Cora­no o l’indignazione di chi luci­da­men­te vede i gua­sti del pae­se e le respon­sa­bi­li­tà del­lo Sta­to. E soprat­tut­to sto­rie di gra­de­vo­le e agi­le let­tu­ra che si sno­da­no sul filo di una scrit­tu­ra inno­va­ti­va­men­te intrec­cia­ta di ara­bo cora­ni­co e di dia­let­to popo­la­re. Decre­tan­do il suc­ces­so di un pic­co­lo libro che, auten­ti­co caso let­te­ra­rio in Egit­to, è sta­to pron­ta­men­te tra­dot­to in Inghil­ter­ra e in Fran­cia e giun­ge ora in Ita­lia ad avvia­re la col­la­na Altria­ra­bi con cui la Casa Edi­tri­ce Il Siren­te pun­ta l’attenzione sugli aspet­ti più nuo­vi e inte­res­san­ti del­le cul­tu­re che si affac­cia­no sull’altra spon­da del Medi­ter­ra­neo. Avva­len­do­si per la tra­du­zio­ne del con­tri­bu­to di Ange­lo Paga­no, che attin­ge agli accen­ti del nostro Meri­dio­ne per resti­tui­re, sul filo di una qua­si natu­ra­le empa­tia, la spon­ta­nei­tà umo­ra­le di un’espressività popo­la­re­sca e quo­ti­dia­na.

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Khaled Al Khamissi racconta Il Cairo. Oggi alla Fiera della piccola e media editoria

IL MANIFESTO — 07/12/2008
di Giu­lia­no Bat­ti­ston

Gior­na­li­sta, sce­neg­gia­to­re e pro­dut­to­re cine­ma­to­gra­fi­co con alle spal­le stu­di di Scien­ze poli­ti­che al Cai­ro e alla Sor­bo­na, Kha­led Al Kha­mis­si dal 2007 è anche uno degli scrit­to­ri più let­ti dal pub­bli­co egi­zia­no, di cui ha con­qui­sta­to l’attenzione con una rac­col­ta di sto­rie in cui le voci dei tas­si­sti cai­ro­ti diven­ta­no un fil­tro attra­ver­so il qua­le riflet­te­re — a vol­te ama­ra­men­te, più spes­so cau­sti­ca­men­te — sui pro­ble­mi del­la socie­tà egi­zia­na, sof­fo­ca­ta da un pote­re asfis­sian­te e bru­ta­le e «abi­tua­ta a non ave­re voce». Abbia­mo rivol­to qual­che doman­da a Kha­led Al Kha­mis­si, che oggi a Roma alle 14 pres­so la Fie­ra del­la pic­co­la e media edi­to­ria pre­sen­ta il suo libro, Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (Il Siren­te, pp.191, euro 15) — insie­me al tra­dut­to­re Erne­sto Paga­no, a Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li e a Igia­ba Sce­go.
Secon­do la cele­bre defi­ni­zio­ne di Sten­d­hal, il roman­zo è uno spec­chio por­ta­to lun­go una stra­da; lei inve­ce sem­bra usa­re i taxi cai­ro­ti come uno spec­chio per riflet­te­re le vicen­de del­la socie­tà egi­zia­na. Ci spie­ga le ragio­ni del­la sua scel­ta?
Non è sta­ta una scel­ta del tut­to con­sa­pe­vo­le: al pro­ces­so del­la scrit­tu­ra con­tri­bui­sco­no mol­ti ele­men­ti, e alcu­ni di que­sti non sono di ordi­ne razio­na­le. Comun­que, vole­vo par­la­re innan­zi­tut­to del­le stra­de, poi­ché tut­te le stra­de sono for­te­men­te rap­pre­sen­ta­ti­ve del­la socie­tà e ne riflet­to­no le pul­sa­zio­ni più inti­me, e solo in un secon­do momen­to ho scel­to i tas­si­sti, colo­ro che ascol­ta­no e rac­con­ta­no le sto­rie del­le per­so­ne che abi­ta­no le stra­de. Inol­tre, anche se per gran par­te del­la mia vita ho stu­dia­to scien­ze poli­ti­che e ho let­to le ana­li­si di esper­ti e pro­fes­so­ri, non ho mai smes­so di ascol­ta­re le discus­sio­ni di quan­ti non sono mai entra­ti nel­le aule uni­ver­si­ta­rie. Da que­ste discus­sio­ni ho impa­ra­to che la poli­ti­ca, dopo tut­to, è una que­stio­ne mol­to sem­pli­ce: pos­sia­mo man­gia­re o no? Pos­sia­mo edu­ca­re i nostri figli o no? Pos­sia­mo respi­ra­re aria puli­ta o no? E in caso nega­ti­vo, per­ché? Mi sem­bra che nel­le stra­de ci sia la rispo­sta a que­sto per­ché. Gli egi­zia­ni, da mil­len­ni oppres­si da gover­ni che usa­no il pugno di fer­ro, temo­no senz’altro l’oppressione, ma allo stes­so tem­po han­no svi­lup­pa­to un for­te sen­so dell’umorismo, che si tra­du­ce nel­la capa­ci­tà di far­si bef­fe del­la stu­pi­di­tà di chi gover­na. In que­sto modo sono riu­sci­ti a sta­bi­li­re una distan­za tra loro e il pote­re. E solo la distan­za por­ta alla com­pren­sio­ne.
Il pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to «Quan­do Muba­rak va a pas­seg­gio» è un tas­si­sta «che all’inizio ave­va ado­ra­to il Cai­ro, poi l’aveva ama­ta, poi ave­va comin­cia­to a pro­va­re nei suoi con­fron­ti sen­ti­men­ti con­tra­stan­ti. Poi: l’aveva odia­ta e ades­so ne sen­te ripu­gnan­za». Nel suo caso, qua­li sen­ti­men­ti la lega­no al Cai­ro?
Sono nato negli anni Ses­san­ta, e pos­so assi­cu­rar­le che da allo­ra ho assi­sti­to con i miei occhi a un degra­do pro­gres­si­vo e costan­te, che ha inve­sti­to ogni aspet­to del­la vita del­la cit­tà. Tut­ta­via, rima­ne una cit­tà estre­ma­men­te for­te, dota­ta di risor­se ina­spet­ta­te. Dopo tut­to nes­su­no può nascon­de­re che si trat­ti di un museo a cie­lo aper­to, che rac­co­glie testi­mo­nian­ze archi­tet­to­ni­che risa­len­ti ad alme­no sei­mi­la anni fa e che attra­ver­sa­no il perio­do cop­to, isla­mi­co, moder­no e via dicen­do. A fron­te di que­sto straor­di­na­rio aspet­to sto­ri­co-archi­tet­to­ni­co rima­ne una cit­tà in cui metà del­la popo­la­zio­ne vive in con­di­zio­ni di emer­gen­za, sen­za i ser­vi­zi essen­zia­li. E gli abi­tan­ti con­ti­nua­no a cre­sce­re: nel 1900 era­no cir­ca sei­cen­to­mi­la, nel 1950 due milio­ni e mez­zo. Oggi sia­mo diciot­to milio­ni, e arri­ve­re­mo pre­sto a ven­ti. Si può imma­gi­na­re dove andre­mo a fini­re, con il gover­no che ci ritro­via­mo.
L’«Angelo nero», pro­ta­go­ni­sta dell’ultimo rac­con­to, un tas­si­sta venu­to da Assuan, sem­bra tro­va­re la pro­pria, per­so­na­le, feli­ci­tà nel­la cura che riser­va al giar­di­no di fron­te casa. Vuol for­se dire che in Egit­to feli­ci­tà e sod­di­sfa­zio­ne pos­so­no dar­si solo nel­la sfe­ra pri­va­ta, men­tre quel­la pub­bli­ca, sof­fo­ca­ta dal pote­re, non offre oppor­tu­ni­tà di «rea­liz­za­zio­ne»?
È pro­prio così. Oggi gli egi­zia­ni non fan­no par­te di un pro­get­to col­let­ti­vo, e l’Egitto è un pae­se pri­vo di pro­get­tua­li­tà socia­le, eco­no­mi­ca, cul­tu­ra­le. È come se vives­si­mo cia­scu­no nel­la pro­pria iso­la. Dal momen­to che i pon­ti adi­bi­ti a col­le­ga­re le iso­le tra di loro sono sta­ti abbat­tu­ti, l’unica cosa che ci è con­ces­sa per soprav­vi­ve­re più digni­to­sa­men­te è ren­de­re la nostra iso­la un po’ miglio­re. La gen­te si sfor­za di tro­va­re una dimen­sio­ne col­let­ti­va, un pro­get­to socia­le di cui pos­sa sen­tir­si par­te, ma si accor­ge pre­sto che non esi­ste alcun pro­get­to: veri par­ti­ti poli­ti­ci e movi­men­ti socia­li poli­ti­ca­men­te effi­ca­ci non ci sono. Tut­ta­via, negli ulti­mi due anni abbia­mo assi­sti­to ad alcu­ne mani­fe­sta­zio­ni dei lavo­ra­to­ri che han­no rap­pre­sen­ta­to un vero movi­men­to socia­le, e que­sto i deve far­ci spe­ra­re. Cre­do che con­ti­nue­ran­no anche in futu­ro.

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Taxi”

TICINO NEWS — 08/10/2008
di SKA

Per anni ho per­cor­so tut­te le stra­de e i vico­li del Cai­ro dall’interno di un taxi. Ho una pas­sio­ne per le con­ver­sa­zio­ni con i tas­si­sti” que­sto libro ripor­ta le miglio­ri

Taxi” edi­to Il Siren­te sono una serie di rac­con­ti scrit­ti dall’egiziano Kha­led Al Kha­mis­si. Nel suo pae­se d’origine è diven­ta­to un best sel­ler  que­sta rac­col­ta 58 sto­rie bre­vi che l’autore ha col­le­zio­na­to con­ver­san­do con i tas­si­sti del­la mega­lo­po­li egi­zia­na tra il 2005 e il 2006.
Per­cor­ren­do a rilen­to le vie di una metro­po­li di qua­si 8milioni di abi­tan­ti, le idee dei tas­si­sti dipin­go­no un colo­ra­to qua­dro a pen­nel­la­te rapi­de. Nel­le loro ana­li­si si ritro­va­no buon­sen­so e tra­spa­ren­za tal­vol­ta supe­rio­ri a quel­le di tan­ti “com­men­ta­to­ri poli­ti­ci che riem­pio­no di chiac­chie­re il mon­do. Per­ché la cul­tu­ra di que­sto popo­lo si rive­la nel­le sue ani­me più sem­pli­ci”.

Dopo la let­tu­ra di Taxi il visi­ta­to­re avrà impa­ra­to mol­te cose sul­la vita quo­ti­dia­no degli egi­zia­ni, sul­le loro fru­stra­zio­ni, sul­le loro pic­co­le gran­di mise­rie, sul disprez­zo qua­si gene­ra­le del­le isti­tu­zio­ni e, soprat­tut­to, sul­la loro man­can­za di pro­spet­ti­ve”. Patri­ce Clau­de, Inter­na­zio­na­le

Un gior­na­li­sta, qual­che deci­na di tas­si­sti e una valan­ga di pro­te­ste con­tro il gover­no e i poli­ti­ci. Non è la rie­di­zio­ne del­la rivol­ta ita­lia­na del­le auto bian­che, ma il sog­get­to di un libro cam­pio­ne di ven­di­te in Egit­to: Taxi, di Kha­led Al Kha­mis­si”. Pao­lo Casic­ci, Il Vener­dì di Repub­bli­ca

Il libro par­la del­la resi­sten­za del­lo spi­ri­to uma­no, è una poten­te cro­na­ca del­la colos­sa­le lot­ta per la soprav­vi­ven­za”. Baheyya, ano­ni­mo ma influen­te blog­ger egi­zia­no

Lo leg­ge­rai in un gior­no e poi tor­ne­rai a com­pra­re copie per tut­ti i tuoi ami­ci”. Baheyya: Art Com­men­ta­ry Media

Kha­led Al Kha­mis­si è un gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re oltre che scrit­to­re. Figlio d’arte, Al Kha­mis­si è un arti­sta polie­dri­co, si è lau­rea­to in Scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na di Pari­gi. Ha lavo­ra­to per l’Istituto Egi­zia­no per gli stu­di socia­li. Ha scrit­to sce­neg­gia­tu­re per vari film egi­zia­ni qua­li “Kar­nak”, “Isi­de a Phi­lae”, “Giza” e altri. Scri­ve perio­di­ca­men­te arti­co­li e ana­li­si cri­ti­che su poli­ti­ca e socie­tà in diver­si gior­na­li e set­ti­ma­na­li egi­zia­ni.

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Tra i tassisti del Cairo

TERRASANTA.NET — 06/10/2008
di Car­lo Gior­gi

S’intitola sem­pli­ce­men­te Taxi il pri­mo effer­ve­scen­te libro di Kha­led Al Kha­mis­si, gior­na­li­sta, regi­sta e scrit­to­re di novel­le egi­zia­no. L’opera è diven­ta­ta un suc­ces­so edi­to­ria­le al Cai­ro, con 35 mila copie ven­du­te e set­te ristam­pe con­se­cu­ti­ve nell’arco di un solo anno. Il testo è ora pub­bli­ca­to anche in Ita­lia per i tipi del­la pic­co­la casa edi­tri­ce Il Siren­te.
Il libro di Kha­led Al Kamis­si non pote­va che esse­re par­to­ri­to da un cit­ta­di­no del Cai­ro, dove ogni gior­no cir­co­la­no — cer­can­do di distri­car­si nel cao­ti­co traf­fi­co del­la mega­lo­po­li ara­ba e di acca­par­rar­si il mag­gior nume­ro di pas­seg­ge­ri — fino a 80 mila taxi. L’autore assi­cu­ra di ave­re fat­to, negli anni, cen­ti­na­ia di cor­se in taxi per le stra­de del­la capi­ta­le, di esse­re mon­ta­to su vet­tu­re di ogni tipo, gui­da­te da auti­sti di ogni cate­go­ria socia­le, livel­lo di istru­zio­ne, con­vin­zio­ni poli­ti­che. E rac­co­glie nel­le pagi­ne del volu­me, uno spet­tro di incon­tri e testi­mo­nian­ze tan­to varie­ga­to da rac­con­tar­ci, in un modo nuo­vo, la real­tà più cre­di­bi­le del mon­do ara­bo moder­no.

Il volu­me è ben strut­tu­ra­to. Ispi­ra­ti all’abbandono fata­li­sta ma sere­no del­la fede isla­mi­ca, il pri­mo e l’ultimo rac­con­to del libro, in cui due tas­si­sti diver­si, come due ange­li, apro­no gli occhi al pas­seg­ge­ro, tra un sema­fo­ro e un inta­sa­men­to, sul­la bon­tà del­la vita e di Dio; con una sag­gez­za mace­ra­ta nel traf­fi­co di miglia­ia di chi­lo­me­tri per­cor­si nel­le stra­de urba­ne.

Gli altri con­du­cen­ti di cui rac­con­ta Kamis­si, sono il gene­re uma­no, e in par­ti­co­la­re il mon­do ara­bo, in un uni­co gran­de affre­sco:  un’umanità dolen­te e arrab­bia­ta; pas­sio­na­le o disil­lu­sa. Vita­le, nono­stan­te sia sem­pre ad un pas­so dal­lo sfi­ni­men­to. Dall’autista fana­ti­co reli­gio­so che aggre­di­sce l’autore con una filip­pi­ca con­tro il mal­co­stu­me del­le don­ne; all’altro che stran­go­le­reb­be sedu­ta stan­te la poli­zia cor­rot­ta; da chi gira­to il mon­do, tra­scor­ren­do una vita da emi­gra­to all’estero, alla fine s’è ridot­to a gui­da­re un taxi al Cai­ro; al mal­ca­pi­ta­to pres­sa­to dal­le rate del­la vet­tu­ra e costret­to a gui­da­re per tre gior­ni di segui­to.

Kamis­si ha scrit­to il libro rispet­tan­do il dia­let­to ara­bo del­la gen­te sem­pli­ce del­la capi­ta­le egi­zia­na. Nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na s’è scel­to di uti­liz­za­re espres­sio­ni dia­let­ta­li meri­dio­na­li, e in par­ti­co­la­re napo­le­ta­ne, per espri­me­re la «popo­la­ni­tà» del par­la­to.

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Taxi Writer

VENTIQUATTO DEL SOLE 24 ORE – 5/09/2008
di Eli­sa Pie­ran­drei

Lo scrit­to­re Kha­led Al Kha­mis­si ha viag­gia­to per un anno sul­le auto pub­bli­che cai­ro­te. Dal­le chiac­chie­re con i con­du­cen­ti è sca­tu­ri­to un libro, in bre­ve dive­nu­to un bestsel­ler. Per­ché le sto­rie ascol­ta­te nel­le con­vul­se vie del­la capi­ta­le lascia­no tra­pe­la­re una denun­cia cau­sti­ca e iro­ni­ca del males­se­re socia­le che attra­ver­sa il Pae­se.

Scen­do di cor­sa le sca­le del­la palaz­zi­na. Il mio bawab – il gio­va­ne por­tie­re che pas­sa il tem­po sedu­to nell’ingresso o a dor­mi­re nel­la sua stan­zet­ta nel sot­to­sca­la – mi fer­ma il pri­mo taxi di pas­sag­gio in via 26 Luglio, nel ric­co quar­tie­re di Zama­lek, il cuo­re del­la Cai­ro cosmo­po­li­ta. Sal­go su una vec­chia Fiat bian­ca e nera. L’autista agguan­ta una siga­ret­ta – anche se sul cru­scot­to c’è scrit­to “vie­ta­to fuma­re” –, spor­ge la mano dal fine­stri­no e si rimet­te in car­reg­gia­ta. Dire­zio­ne Down­to­wn Cai­ro. Pri­ma accen­de la radio, Imad (così si è pre­sen­ta­to) mi chie­de se la musi­ca mi distur­bi. Non impor­ta: sia­mo in coda da die­ci minu­ti nel fra­stuo­no dei clac­son. Alle cin­que del pome­rig­gio la cor­ni­che, la stra­da che costeg­gia il Nilo, è inta­sa­ta dal­le auto­mo­bi­li di chi rien­tra a casa.
Imad è abi­tua­to. Si mostra curio­so nei miei con­fron­ti e, nono­stan­te mi espri­ma in ara­bo, capi­sce che sono stra­nie­ra (un gua­io, pre­ten­de­rà più sol­di: la mag­gior par­te dei taxi del Cai­ro non ha il tas­sa­me­tro). Far­fu­glia qual­co­sa su Ber­lu­sco­ni e sul cal­cio. Dice che gli ita­lia­ni sono miyya miyya («al cen­to per cen­to»). Allo­ra lo stuz­zi­co chie­den­do­gli se gli piac­cia vive­re nell’Egitto del pre­si­den­te Hosni Muba­rak o se vor­reb­be al pote­re il movi­men­to isla­mi­co di Fra­tel­li Musul­ma­ni (ban­di­to ma tol­le­ra­to dal­le auto­ri­tà del Cai­ro), prin­ci­pa­le for­za all’opposizione nel Pae­se. Rispon­de che vor­reb­be pro­va­re il Gover­no degli isla­mi­ci, anche se lui non pre­ga né va in moschea: «Per­ché no? Li abbia­mo pro­va­ti tut­ti».
Sia­mo arri­va­ti, e qua­si mi dispia­ce: è raro in que­sto Pae­se tro­va­re uno sco­no­sciu­to pron­to a discu­te­re di poli­ti­ca. La por­tie­ra è sfon­da­ta e la mani­glia non c’è, Imad scen­de e mi apre dall’esterno. Pago la cor­sa ed entro in un pic­co­lo caf­fè del cen­tro.
Sono in ritar­do, ma tro­ve­rò com­pren­sio­ne.

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L’Egitto in taxi

LA NUOVA ECOLOGIA — 18/09/2008
di Bar­ba­ra Lomo­na­co

«Per anni ho per­cor­so tut­te le stra­de e i vico­li del Cai­ro dall’interno di un taxi. Ho una pas­sio­ne per le con­ver­sa­zio­ni con i tas­si­sti». Da que­sta pas­sio­ne, lo scrit­to­re egi­zia­no Kha­led Al Kha­mis­si ha trat­to un libro, Taxi, edi­to in Ita­lia da Il Siren­te, che nel suo pae­se d’origine è diven­ta­to un best sel­ler: 35000 copie ven­du­te dove 3000 sono già un suc­ces­so. Nel libro, le paro­le dei tas­si­sti per­cor­ro­no le stra­de cit­ta­di­ne sve­lan­do sogni, spe­ran­ze, affan­ni e ras­se­gna­zio­ni quo­ti­dia­ne. Voci del tram­bu­sto metro­po­li­ta­no rim­bal­za­no sui temi cal­di nell’Egitto di Muba­rak. Rega­la­no un pun­to di vista su una socie­tà che com­bat­te l’indifferenza del­le isti­tu­zio­ni con un misto tra sag­gez­za popo­la­re e luci­de ana­li­si poli­ti­che. E non man­ca qual­che nota­zio­ne sull’ambiente.

A metà degli anni novan­ta il gover­no egi­zia­no ema­nò una leg­ge che con­sen­ti­va la con­ver­sio­ne di tut­te le vec­chie auto in taxi e alle ban­che di finan­ziar­ne l’acquisto. Quin­di­ci anni più tar­di, 80mila tas­si­sti gui­da­no anche per 20 ore al gior­no tra­spor­tan­do milio­ni di uomi­ni dispo­sti a con­ver­sa­re, lon­ta­ni dal­le cen­su­re di sta­to, di tut­to. Dal­la poli­ti­ca all’ambiente: «Man­da­ro­no in giro del­la gen­te che misu­ra­va l’inquinamento del­le mar­mit­te […] Alla fine non riu­sci­ro­no a fare nien­te. […] Da quel gior­no per stra­da tro­vi taxi a pala­te»; dal­le bar­zel­let­te alle con­fi­den­ze: «Una mia ami­ca mi ha fat­to un con­trat­to fal­so in un ospe­da­le di Ata­ba e la mia fami­glia mi cre­de don­na del­le puli­zie lag­giù…»; dagli affa­ri di cuo­re a quel­li di sta­to: «Chi non è anda­to in gale­ra con Nas­ser, non ci andrà mai; e chi non si è arric­chi­to con Sadat, non si arric­chi­rà mai. Men­tre chi non è diven­ta­to un pez­zen­te con Muba­rak, non lo diven­te­rà mai». Non man­ca nul­la nel­le pagi­ne di Taxi, nep­pu­re lo spa­zio per il diver­ti­men­to, le bar­zel­let­te e il buon umo­re.

Per­cor­ren­do a rilen­to le vie di una metro­po­li di  qua­si 8milioni di abi­tan­ti, le idee dei tas­si­sti di Al Kha­mis­si dipin­go­no un colo­ra­to qua­dro a pen­nel­la­te rapi­de su un mon­do fuo­ri dai luo­ghi comu­ni. Nel­le loro ana­li­si si ritro­va­no buon­sen­so e tra­spa­ren­za tal­vol­ta supe­rio­ri a quel­le di tan­ti «com­men­ta­to­ri poli­ti­ci che riem­pio­no di chiac­chie­re il mon­do. Per­ché –le paro­le sono del­lo stes­so auto­re- la cul­tu­ra di que­sto popo­lo si rive­la nel­le sue ani­me più sem­pli­ci».

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Khaled al Kamis: I taxi del Cairo in giro per l’Italia

BABELMED — 11/09/2008
di Ales­san­dro Rive­ra Magos

Dov’è, in Egit­to, che si può ascol­ta­re più libe­ra­men­te un discor­so con­tro lo sta­to di pover­tà e cor­ru­zio­ne in cui il regi­me di Hosni Muba­rak costrin­ge gran par­te del­la popo­la­zio­ne? Di sicu­ro non nel­le piaz­ze o nel­le stra­de del­la sua capi­ta­le, dove negli ulti­mi anni la poli­zia ha repres­so con fero­cia diver­se mani­fe­sta­zio­ni di pro­te­sta.
Dove si con­cen­tra­no le mol­tis­si­me voci dell’esausta socie­tà egi­zia­na? Cer­to si potreb­be pen­sa­re ai diver­si blog che negli ulti­mi anni sono diven­ta­ti un feno­me­no di dis­sen­so con­cre­to nel­la rete egi­zia­na. Tut­ta­via c’è da dire, la voce dei blog­ger potreb­be non giun­ge­re a quel­le fasce di popo­la­zio­ne trop­po pove­re o indaf­fa­ra­te nel caos del pae­se per acce­de­re ad inter­net.
In fine, dove tro­va­re ana­li­si abba­stan­za com­ples­se e stu­dia­te da rias­su­me­re le mol­te cau­se del­la malat­tia cro­ni­ca in cui ver­sa la ter­ra dei farao­ni?
Kha­led al-Kamis­si, gior­na­li­sta e scrit­to­re cai­ro­ta clas­se ’62, sem­bra esse­re riu­sci­to a tro­va­re il luo­go che adden­sa le rispo­ste a tut­te que­ste doman­de: i taxi del Cai­ro!
Da vero cono­sci­to­re del­la real­tà cit­ta­di­na, per un anno, da Apri­le del 2005 a Mar­zo 2006, Kamis­si pren­de nor­mal­men­te i taxi del­la metro­po­li egi­zia­na, ma anno­tan­do rac­con­ti, mono­lo­ghi, sfo­ghi o sem­pli­ci bar­zel­let­te che i tas­si­sti gli river­sa­no a ruo­ta libe­ra. Il risul­ta­to è un libro, “Taxi” appun­to, che in Egit­to spo­po­la e che, tra­dot­to in ita­lia­no, da que­sto autun­no si pre­pa­ra a gira­re anche il nostro pae­se (www.sirente.it).
Quel­lo che vie­ne fuo­ri da que­ste con­ver­sa­zio­ni non è un sem­pli­ce spac­ca­to del­la socie­tà egi­zia­na ma, soprat­tut­to, un ter­mo­me­tro dell’insofferenza al regi­me di Sta­to, ai sopru­si quo­ti­dia­ni del­la poli­zia, alle ingiu­sti­zie che coin­vol­go­no i mol­ti pae­si dell’area medio-orien­ta­le (e le loro popo­la­zio­ni) e in cui gli egi­zia­ni si sen­to­no coin­vol­ti.
Bar­zel­let­te che pren­do­no di mira il Pre­si­den­te, sto­rie di ordi­na­rio sfrut­ta­men­to, di pover­tà e rifles­sio­ni a vol­te mol­to sot­ti­li sul­la poli­ti­ca inter­na­zio­na­le. Un agglo­me­ra­to cao­ti­co di voci, che lo scrit­to­re non ha volu­to ordi­na­re, ma sem­pli­ce­men­te tra­spor­re in manie­ra discon­ti­nua e spar­sa in 58 incon­tri con altret­tan­ti tas­si­sti. Come dire: Il Cai­ro!
Il libro, usci­to nel gen­na­io 2007 in Egit­to, è arri­va­to alla sua ter­za ristam­pa in pochi mesi e ha rag­giun­to il nume­ro di 35000 copie ven­du­te. Un caso let­te­ra­rio in un pae­se in cui le 3000 copie voglio­no dire un suc­ces­so edi­to­ria­le.
La scel­ta di dare voce alla socie­tà egi­zia­na attra­ver­so una cate­go­ria così par­ti­co­la­re come i tas­si­sti non è casua­le e per mol­ti ver­si è quel­la di un socio­lo­go atten­to e di un cai­ro­ta doc.
Que­sta cate­go­ria di lavo­ra­to­ri, in Egit­to, ha infat­ti la par­ti­co­la­ri­tà di esse­re asso­lu­ta­men­te tra­sver­sa­le alla socie­tà. Il tas­si­sta che può veni­re a pren­der­vi a Nasr City per por­tar­vi fino a Mohan­dis­si­ne, potreb­be esse­re un semi-anal­fa­be­ta, come un pro­fes­so­re di sto­ria o un fisi­co:

Con una leg­ge ema­na­ta nel­la secon­da metà degli anni ’90, il gover­no ha con­sen­ti­to la con­ver­sio­ne di tut­te le vec­chie auto in taxi, insie­me all’ingresso del­le ban­che nel mer­ca­to dei finan­zia­men­ti di auto pub­bli­che e pri­va­te. In que­sto modo, fol­le di disoc­cu­pa­ti si sono river­sa­te nel­la clas­se dei tas­si­sti, entran­do in una spi­ra­le di sof­fe­ren­za mos­sa dal­la cor­sa al paga­men­to del­le rate ban­ca­rie; dove lo sfor­zo atro­ce di quei dan­na­ti si tra­sfor­ma in ulte­rio­re gua­da­gno per ban­che, azien­de auto­mo­bi­li­sti­che e impor­ta­to­ri di pez­zi di ricam­bio. Di con­se­guen­za diven­ta pos­si­bi­le tro­va­re tas­si­sti con ogni tipo di com­pe­ten­za e livel­lo d’istruzione”. (“Taxi”)

Così, i discor­si in cui ci si imbat­te nel­le auto gial­le del Cai­ro pos­so­no esse­re del­le invet­ti­ve di pan­cia con­tro poli­zia e gover­no, o piut­to­sto del­le luci­de ana­li­si sul dise­qui­li­brio del­la poli­ti­ca inter­na­zio­na­le.
Inol­tre i tas­si­sti rap­pre­sen­ta­no diret­ta­men­te la par­te più pove­ra del­la socie­tà egi­zia­na, quel­la più espo­sta alle con­se­guen­ze di mal­go­ver­no e cor­ru­zio­ne. Chiu­si nei taxi anche per 72 ore di fila, nel ten­ta­ti­vo di riu­sci­re a sbar­ca­re il luna­rio, o sot­to­po­sti alle anghe­rie gra­tui­te di uno dei cor­pi di poli­zia più cor­rot­ti del mon­do, che quo­ti­dia­na­men­te li umi­lia, li deru­ba e li sfrut­ta come fa con il resto del­la popo­la­zio­ne, paga­no costi altis­si­mi per un lavo­ro che è tutt’altro che remu­ne­ra­ti­vo.
Per ades­so il libro e l’autore, stra­na­men­te, non han­no rice­vu­to alcu­na pres­sio­ne o minac­cia da par­te del regi­me e del­la poli­zia. Di soli­to mol­to duri e vigi­li nel cen­su­ra­re e col­pi­re le voci cri­ti­che e di dis­sen­so. Come ben san­no mol­ti altri scrit­to­ri egi­zia­ni!
Eppu­re secon­do mol­ti que­sto libro con­tie­ne una del­le ana­li­si più com­ple­te fat­ta sul Cai­ro in que­sti ulti­mi anni. Ed è un’analisi fat­ta dal­la gen­te del Cai­ro, un micro­fo­no piaz­za­to nel cuo­re dina­mi­co di que­sta gran­de capi­ta­le, che non a caso gira in auto­mo­bi­le, in una del­le metro­po­li più inqui­na­te del mon­do!
For­se anche que­sto è un po’ un sim­bo­lo del mal­con­ten­to del pae­se, che si lamen­ta e iro­niz­za sen­za ave­re la for­za, per ades­so, di usci­re dal taxi per ribel­lar­si.
In con­clu­sio­ne, Kha­mis­si doman­da al più anzia­no tra i tas­si­sti incon­tra­ti, che lavo­ra da 48 anni, la mora­le di una vita pas­sa­ta in un taxi egi­zia­no, rispon­de: “Una for­mi­ca nera su una roc­cia nera in una not­te buia Allah l’aiuta… “ Appun­to…!

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C’erano una volta i taxi del Cairo

L’OPINIONE — 13/09/2008 — n. 192
di Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na

Il tas­si­sta è sicu­ra­men­te un per­so­nag­gio pit­to­re­sco, su cui tan­ta “let­te­ra­tu­ra” tra­di­zio­nal­men­te si è fat­ta ine­vi­ta­bil­men­te, sia come ogget­to di sto­rie che come sog­get­to. E que­sto vale per tut­to il mon­do, sen­za ecce­zio­ni. Recen­te­men­te mi sono accor­ta che esi­sto­no per­fi­no blog dedi­ca­ti a que­sta cate­go­ria (inter­net non pote­va cer­to man­ca­re all’appello). Ebbe­ne, nel­la gior­na­ta di oggi 13 set­tem­bre, in occa­sio­ne del­la ras­se­gna Por­to Medi­ter­ra­neo Festi­va­lal­guer ad Alghe­ro vie­ne pre­sen­ta­to in Ita­lia alla pre­sen­za dell’autore il libro “Taxi” di Kha­led Al Kha­mis­si, nel­la tra­du­zio­ne a cura del­la casa edi­tri­ce “Il Siren­te”, che — dopo ave­re dato atten­zio­ne ad alcu­ni casi let­te­ra­ri del pano­ra­ma fran­co­fo­no cana­de­se — si con­cen­tra ora sul­la cul­tu­ra ara­ba con­tem­po­ra­nea cui dedi­ca una nuo­va col­la­na di cui “Taxi” costi­tui­sce il pri­mo volu­me. Ed infat­ti è già in pro­gram­ma entro la fine dell’anno anche l’uscita del­la tra­du­zio­ne ita­lia­na di “L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal El Saa­da­wi. Ma tor­nia­mo a “Taxi”. Nel­le inten­zio­ni dell’autore il libro è una rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la vita rea­le foto­gra­fa­ta attra­ver­so le paro­le del­la gen­te comu­ne. Quin­di, il tas­si­sta come fon­te di sto­rie: e di sicu­ro da rac­con­ta­re ce n’è dav­ve­ro!
Si trat­ta di un’opera pri­ma, pub­bli­ca­ta in Egit­to in lin­gua ara­ba nel dicem­bre 2006, che è diven­ta­ta imme­dia­ta­men­te un best sel­ler, al pun­to di esse­re già sta­ta ristam­pa­ta 7 vol­te. È appun­to una rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la vita quo­ti­dia­na di oggi al Cai­ro, rac­con­ta­ta attra­ver­so gli occhi dei tas­si­sti. Ne emer­ge un ritrat­to viva­ce, pole­mi­co, tal­vol­ta graf­fian­te, in cui la socie­tà egi­zia­na è dipin­ta per quel che è, e soprat­tut­to per come vie­ne per­ce­pi­ta dal­la gen­te comu­ne: sogni, avven­tu­re filo­so­fi­che, amo­ri, bugie, ricor­di e poli­ti­ca si sus­se­guo­no in un fiu­me di paro­le che rie­vo­ca­no suo­ni, colo­ri, odo­ri, spe­ran­ze, delu­sio­ni, ma che non sono mai fin­zio­ne né reto­ri­ca. Al Kha­mis­si si cimen­ta per la pri­ma vol­ta con la nar­ra­ti­va, ma è un intel­let­tua­le ben noto al di fuo­ri del pro­prio Pae­se, come auto­re di sce­neg­gia­tu­re cine­ma­to­gra­fi­che di suc­ces­so e gior­na­li­sta, oltre che pro­dut­to­re tele­vi­si­vo e cine­ma­to­gra­fi­co. Citia­mo dall’introduzione del libro ad ope­ra dell’autore stes­so: “Amo le sto­rie dei tas­si­sti per­ché rap­pre­sen­ta­no a pie­no dirit­to un ter­mo­me­tro dell’umore del­le indo­ma­bi­li stra­de egi­zia­ne. In que­sto libro vi sono alcu­ne sto­rie che ho vis­su­to e ascol­ta­to, tra l’aprile del 2005 e il mar­zo del 2006.
Par­lo di alcu­ne sto­rie, e non di tut­te, per­ché diver­si ami­ci avvo­ca­ti mi han­no det­to che la loro pub­bli­ca­zio­ne sareb­be basta­ta a far­mi sbat­te­re in gale­ra con l’accusa di calun­nia e dif­fa­ma­zio­ne; e che la pub­bli­ca­zio­ne di cer­ti nomi con­te­nu­ti in deter­mi­na­te sto­rie e bar­zel­let­te, di cui sono pie­ni gli occhi e le orec­chie del­le stra­de egi­zia­ne, è un affa­re pericoloso…”Non voglia­mo toglie­re il gusto ai let­to­ri di adden­trar­si in que­sta scop­piet­tan­te rac­col­ta: desi­de­ria­mo sol­tan­to segna­la­re che l’humour che per­va­de l’opera è vera­men­te inten­so e par­ti­co­la­re, e costi­tui­sce un ulte­rio­re moti­vo di fasci­no di quest’opera. Duran­te il pros­si­mo mese di dicem­bre avre­mo modo di incon­tra­re per­so­nal­men­te Al Kha­mis­si a Roma, in quan­to sarà impe­gna­to in una serie di incon­tri per pre­sen­ta­re il volu­me, anche all’Università la Sapien­za ed all’Università di Roma­Tre, oltre che alla Fie­ra del Libro di Roma ed in altre sedi anco­ra.

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Il Cairo a strisce

DLab | Lune­dì 14 giu­gno 2008 | Eli­sa Pie­ran­drei |

Si inti­to­la Metro la pri­ma gra­phic novel per adul­ti che par­la egi­zia­no. È nata dal­la mati­ta di Mag­di El Sha­fee, una lau­rea in far­ma­cia, e una pas­sio­ne infi­ni­ta per i fumet­ti, da quel­li di Ugo Pratt ai lavo­ri del suo mae­stro basco Golo, a Mar­ja­ne Satra­pi. Metro è ambien­ta­ta in una metro­po­li in cui Il Cai­ro è rico­no­sci­bi­le attra­ver­so i car­tel­lo­ni pub­bli­ci­ta­ri, la pas­seg­gia­ta lun­go il Nilo, le fer­ma­te del­la metro­po­li­ta­na. È in que­sta cit­tà fram­men­ta­ta e cor­rot­ta che i gio­va­ni pro­ta­go­ni­sti, Shi­hab e Musta­fa, sono coin­vol­ti in una rapi­na. Sha­fee ha pub­bli­ca­to per una pic­co­la casa edi­tri­ce, Mala­mih (www.magdycomics.com), che però, assi­cu­ra­no i gio­va­ni egi­zia­ni, è sta­ta uno dei pri­mi cult per la gene­ra­zio­ne di ven­ten­ni under­ground che fino a pochi anni fa era­no una rari­tà al Cai­ro. Il volu­me è in ven­di­ta alla Tow­n­hou­se Gal­le­ry (thetownhousegallery.com) e in pochi altri posti in cit­tà.

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Pratt sul Nilo

| Il Sole 24 Ore | Lune­dì 11 feb­bra­io 2008 | Pao­la Cari­di |

Esce la pri­ma gra­phic novel egi­zia­na, tra thril­ler e denun­cia socia­le. E tra i model­li, c’è anche il papà di Cor­to Mal­te­se.È tut­to den­tro una fra­se. “Devi ren­de­re spor­ca anche una rapi­na in ban­ca”, dice Mr. Shi­hab, rapi­na­to­re ‘costret­to’, soft­ware desi­gner di pro­fes­sio­ne, quan­do il poli­ti­co cor­rot­to gli pro­po­ne un accor­do per sal­va­re la pel­le e i sol­di appe­na rice­vu­ti come tan­gen­te, duran­te il col­po in ban­ca. Devi spor­ca­re tut­to, anche quel­lo che è già spor­co, dice Mr. Shi­hab. E quel­la sen­ten­za tra­sfor­ma il poli­ti­co cor­rot­to nell’icona stes­sa del­la cor­ru­zio­ne. Nel sim­bo­lo da espor­re al pub­bli­co ludi­brio.
La pri­ma gra­phic novel in ver­sio­ne egi­zia­na non dimen­ti­ca il fer­vo­re poli­ti­co degli ulti­mi tre anni. Anzi. È pro­prio dal ribol­li­re socia­le e cul­tu­ra­le che ha pre­so la sua “for­za”, ammet­te Mag­dy al Sha­fee, l’autore di Metro, roman­zo a fumet­ti ambien­ta­to in una Cai­ro appe­na evo­ca­ta attra­ver­so i sim­bo­li con­tem­po­ra­nei del­la stra­da. Dai car­tel­lo­ni pub­bli­ci­ta­ri all’insegna del­la metro­po­li­ta­na, dai tele­fo­ni pub­bli­ci ai pon­ti sul Nilo. Come a Sha­fee ha inse­gna­to uno dei suoi mae­stri, il basco Golo, car­too­ni­st anche lui di stan­za al Cai­ro.
La tra­ma è quel­la tipi­ca di un gial­lo, riem­pi­ta da una malin­co­nia che ricor­da uno dei mae­stri ita­lia­ni del fumet­to. “Sì, è vero, Hugo Pratt è sta­to uno dei miei model­li più impor­tan­ti”, dice Mag­dy al Sha­fee, che a rac­con­ta­re idee attra­ver­so le imma­gi­ni ci pen­sa­va sin da bam­bi­no. “Pratt mi ha inse­gna­to che si può inse­ri­re un con­te­nu­to pro­fon­do in un’atmosfera da thril­ler”. E quel fin­to cini­smo del padre di Cor­to Mal­te­se c’è tut­to, nel trat­to ele­gan­te che nar­ra la sto­ria di due ragaz­zi del Cai­ro, magri, capel­li cor­ti, magliet­ta e jeans, costret­ti in una socie­tà impri­gio­na­ta dall’”arrendevolezza”. “La trap­po­la peg­gio­re”, com­men­ta Sha­fee.
Mr. Shi­hab, il soft­ware desi­gner, non rie­sce a ripa­ga­re il debi­to con­trat­to con un usu­ra­io, e deci­de che la rapi­na in ban­ca è l’unica stra­da che gli rima­ne. Poi il col­po, la giu­sti­zia popo­la­re ver­so il poli­ti­co cor­rot­to, e il gior­no dopo, nes­su­na noti­zia del­la rapi­na sul­la stam­pa del Cai­ro. For­se per copri­re il cor­rot­to. La sto­ria, però, non ha il lie­to fine che ci si aspet­te­reb­be: Musta­fa, l’amico di Mr. Shi­hab, un ragaz­zo sem­pli­ce del­la peri­fe­ria cai­ro­ta, se ne va. Con la refur­ti­va. “Me lo ave­vi det­to tu, che dove­vo libe­rar­mi, e usci­re dal­la trap­po­la”, gli dice iro­ni­co al tele­fo­no, men­tre sta per pren­de­re un aereo. Desti­na­zio­ne sco­no­sciu­ta.
L’umanità del Cai­ro descrit­ta da Sha­fee è tut­to fuor­ché lo ste­reo­ti­po cor­ren­te. Ricor­da, sem­mai, le dimen­sio­ni urba­ne occi­den­ta­li, la fram­men­ta­zio­ne. “Ma la col­pa di que­sto ste­reo­ti­piz­za­zio­ne degli egi­zia­ni non è del­la gen­te comu­ne. È del­la gene­ra­zio­ne pre­ce­den­te che non ha mostra­to l’altra fac­cia del­la sto­ria. Di quel­lo che sta­va acca­den­do da noi”, pre­ci­sa Mag­dy al Sha­fee, a pie­no tito­lo espo­nen­te di quell’underground (ter­mi­ne ridut­ti­vo, a dire il vero) arti­sti­co e cul­tu­ra­le che va in onda al Cai­ro alme­no dal 2004. Anche lui, figlio di quel­la blo­go­sfe­ra egi­zia­na che a tut­ti gli effet­ti rap­pre­sen­ta un dis­sen­so fecon­do quan­to quel­lo dell’Europa orien­ta­le pre-1989.
I blog han­no cam­bia­to tut­to. “Non c’è biso­gno di accen­na­re le cose, di par­la­re tra le righe”, spie­ga Sha­fee. “Par­lia­mo sul­le righe, attra­ver­so le righe”. Righe vir­tua­li cer­to, quel­le dei blog, ma pesan­ti quan­to quel­le sul­la car­ta. E non è per nul­la casua­le che Metro, gra­phic novel di livel­lo, sia usci­ta in Egit­to attra­ver­so una casa edi­tri­ce nuo­vis­si­ma, nata appun­to dal mon­do dei blog. “Ave­vo rice­vu­to, a dire il vero, due offer­te impor­tan­ti. Una dal­la casa edi­tri­ce che pub­bli­ca gran­di scrit­to­ri, come ad esem­pio Sonal­lah Ibra­him. E una da Dar Merit”. Dar Merit, edi­to­re di pun­ta dei nuo­vi scrit­to­ri, il pri­mo edi­to­re di Alaa al Aswa­ni. Nien­te da fare. Sha­fee ha pre­fe­ri­to pub­bli­ca­re con un mar­chio pic­co­lo, Mala­mih, ma imme­dia­ta­men­te rico­no­sci­bi­le da quel­la gene­ra­zio­ne di ven­ten­ni che sta emer­gen­do al Cai­ro.
Mala­mih è l’espressione del mon­do dei blog. Anzi­tut­to per il suo fon­da­to­re, Moham­med al Shar­qa­wi, uno dei blog­ger poli­ti­ci più cono­sci­ti del pae­se. Pro­ta­go­ni­sta, qua­si due anni fa, del­le pro­te­ste di piaz­za dell’opposizione a Hosni Muba­rak, Shar­qa­wi era sta­to arre­sta­to e ave­va accu­sa­to la poli­zia egi­zia­na di aver­lo tor­tu­ra­to, sca­te­nan­do una cam­pa­gna anche inter­na­zio­na­le per difen­der­lo e far­lo scar­ce­ra­re. Ora, a due anni distan­za, Shar­qa­wi si è imbar­ca­to assie­me a sua moglie in un’avventura che dal mes­sag­gio vir­tua­le pas­sa alla dimen­sio­ne fisi­ca del libro. “Mala­mih è nata pochi mesi fa dal blog­ging, per­ché i gio­va­ni scrit­to­ri han­no pri­ma usa­to la rete, stru­men­to a poco prez­zo, per espri­mer­si. Ora, li pub­bli­chia­mo su car­ta. In nome del­la let­te­ra­tu­ra libe­ra e del­la liber­tà di espres­sio­ne”, dice Nay­ra Shey­kh, orgo­glio­sa di un’avventura, e soste­nu­ta da un pub­bli­co che ha poco più di vent’anni. La stes­sa età, sup­per­giù, di Mr. Shi­hab e del suo ami­co Musta­fa.

 

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