Graphic Novelist Magdy El Shafee Arrested Near Clashes

| Ara­bic Lite­ra­tu­re | Saba­to 20 apri­le 2013 | Mly­n­x­qua­ley |

Accor­ding to mul­ti­ple sour­ces, Mag­dy El Sha­fee was one of 39 arre­sted yester­day at Abdel Moneim Riya­dh Squa­re: Youm7 repor­ted that El Sha­fee — god­fa­ther of the Egyp­tian gra­phic novel, who faced trials and other hurd­les for his ground-brea­king Metro – was arre­sted when he went down to try to stop the cla­shes yester­day. He was appa­ren­tly arre­sted at random.
Dar Merit Publi­sher Moham­mad Hashem said on Face­book that El Sha­fee was accu­sed of per­pe­tra­ting vio­len­ce. Al Mogaz quo­ted author Moham­mad Fathi as say­ing El Sha­fee didn’t try to esca­pe from poli­ce “becau­se he didn’t do anything.”
Other nove­lists said on Face­book that El Sha­fee was being inter­ro­ga­ted today at Abdeen Court. It also appea­red El Sha­fee may have been inju­red in the clashes.

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Strisce di rivolta: Egitto, giovani e fumetto, quando la denuncia si fa comic

| Rutin.it | Gio­ve­dì 6 otto­bre 2011 | Jle­nia Currò |

La pri­ma­ve­ra ara­ba non è sino­ni­mo del­la cadu­ci­tà del­le sta­gio­ni. Sim­bo­liz­za, piut­to­sto, la nasci­ta di una rivo­lu­zio­ne con­tro i regi­mi. Dal­le visce­re del­la ter­ra, non dal ver­ti­ce del­le pira­mi­di, si è innal­za­to lo ste­lo del­la rivo­lu­zio­ne. Ban­die­re di liber­tà, come peta­li di fio­ri, si sono dispie­ga­te sot­to un cie­lo che ha implo­ra­to eman­ci­pa­zio­ne dal­lo sta­to di oppres­sio­ne. Il movi­men­to di rivol­ta, in Egit­to, è nato dal bas­so: la ter­ra da cui sono sor­ti i meta­fo­ri­ci fio­ri di liber­tà è il con­te­sto omo­ge­neo del web 2.0, dei social net­work, dei blog.
Il 18 gen­na­io 2011 non è sta­to un poli­ti­co o una cele­bri­tà a denun­cia­re, per mez­zo di una pub­bli­ca dichia­ra­zio­ne, il regi­me di Hosni Muba­rak. Il meri­to di ave­re acce­so la mic­cia che ha infiam­ma­to la ter­ra di Cheo­pe è di Asmaa Mah­fouz, una gio­va­ne don­na egi­zia­na che, quel gior­no, ha posta­to su You­Tu­be un video di denun­cia con­tro il regi­me. Gli aggior­na­men­ti su Face­book e Twit­ter si sono sus­se­gui­ti con la rapi­di­tà di un anti­cor­po iniet­ta­to nel san­gue. La volon­tà di segna­la­re e ren­de­re noto lo sta­to di oppres­sio­ne si è tra­dot­ta nel corag­gio di mostra­re al mon­do quel­lo che si era sem­pre sapu­to e che però era resta­to intrap­po­la­to nel­la diplo­ma­zia dei ‘pia­ni alti’.
Anche per le stra­de del Cai­ro, la street art si fa por­ta­vo­ce del­le novi­tà che han­no inte­res­sa­to il Pae­se. Mum­mie ripor­ta­te in vita sui muri del­le vie egi­zia­ne non evo­ca­no ance­stra­li pau­re ma invo­ca­no la libertà.
Un medium con una natu­ra­le pro­pen­sio­ne a rap­pre­sen­ta­re gli impul­si, i desi­de­ri, le neces­si­tà la cui spin­ta pro­vie­ne dal bas­so, dal­la gen­te, è cer­ta­men­te il fumetto.
Del­la nona arte, infat­ti, si sono ser­vi­ti gli arti­sti vici­ni alle idee dei ribel­li con­tro il regi­me di Muba­rak. Pri­mo tra tut­ti Mag­dy El Sha­fee. La sua gra­phic novel Metro nar­ra le vicen­de di un soft­ware desi­gner, Sha­hib, nel rea­li­sti­co con­te­sto di un Egit­to ves­sa­to dai sopru­si del regime.
Metro annun­cia, pro­fe­ti­ca­men­te, quel­lo che sareb­be sta­to, tre anni dopo, il dis­sen­so mani­fe­sta­to dai ribel­li. Le allu­sio­ni ad un siste­ma cor­rot­to, al clien­te­li­smo, alla cen­su­ra sono evi­den­ti a tal pun­to che è pro­prio quest’ultima a col­pi­re l’autore del­la gra­phic novel. Nel 2008 Mag­dy El Sha­fee è com­par­so davan­ti al tri­bu­na­le del Cai­ro con l’accusa di ave­re pro­dot­to mate­ria­le por­no­gra­fi­co e di ave­re uti­liz­za­to un lin­guag­gio ecces­si­va­men­te vol­ga­re. Il fumet­to, quin­di, è sta­to riti­ra­to dal­le libre­rie del Cairo.
Risve­glia­re le coscien­ze in un siste­ma di oppres­sio­ne non è leci­to. Anche il solo uso del dia­let­to che par­la­no i per­so­nag­gi di Metro non è ben visto dai soste­ni­to­ri del regi­me. La scel­ta, infat­ti, non è casua­le: il fumet­to si ser­ve del­la varie­tà dia­let­ta­le come legit­ti­ma­zio­ne di una socie­tà ete­ro­ge­nea, vol­tan­do le spal­le all’esclusivo uti­liz­zo dell’arabo Fusha, sim­bo­lo dell’unità del mon­do arabo.
Più mez­zi, dun­que, vol­ti a rea­liz­za­re un uni­co obiet­ti­vo: docu­men­ta­re una inar­re­sta­bi­le pul­sio­ne di rivol­ta che, oggi, si è tra­dot­ta in azio­ne concreta.
Il fumet­to, anco­ra una vol­ta, si pre­sen­ta come un medium capa­ce di rivol­ger­si al pub­bli­co più dispa­ra­to: oltre la let­te­ra­tu­ra, oltre la rap­pre­sen­ta­zio­ne visi­va, oggi striz­za l’occhio agli idea­li di liber­tà, si fa mani­fe­sto dell’esigenza di testi­mo­nian­za e condivisione.

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Cenere sotto il tappeto

| PUB | Lune­dì 19 set­tem­bre 2011 | Mad­da­le­na Sofia |

Metro è una gra­phic novel. Pub­bli­ca­ta per la pri­ma vol­ta nel­la pri­ma­ve­ra 2008 dal­la casa edi­tri­ce ara­ba Mela­meh, vie­ne cen­su­ra­ta dopo pochis­si­mo tem­po dal Tri­bu­na­le di Qasr el Nil de Il Cai­ro con l’accusa di con­te­ne­re “imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esistenti”.
Un fumet­to, una sto­ria sem­pli­ce, ric­ca di spun­ti di rifles­sio­ne riguar­do al mon­do musul­ma­no, o meglio, riguar­do alla per­ce­zio­ne che si ha di esso in quel che comu­ne­men­te vie­ne defi­ni­to Occi­den­te. Ma la let­tu­ra di Metro rap­pre­sen­ta anche un modo per avvi­ci­nar­si alle pro­ble­ma­ti­che socia­li, eco­no­mi­che e poli­ti­che che atta­na­glia­no i pae­si isla­mi­ci, soprat­tut­to alla luce degli ulti­mi avve­ni­men­ti riguar­dan­ti in par­ti­co­la­re l’Egitto e la Libia.
Metro  è ambien­ta­to pro­prio in Egit­to, al Cai­ro e fin dal­le pri­me pagi­ne l’autore rac­con­ta e met­te in risal­to la dif­fu­sa cor­ru­zio­ne e lo sfrut­ta­men­to dei più debo­li da par­te del­la clas­se politica.
L’incipit del­la sto­ria è la rapi­na a una impor­tan­te ban­ca del­la capi­ta­le, ad ope­ra di Shi­hab, il pro­ta­go­ni­sta, e Musta­fa, suo ami­co e col­le­ga. Sono entram­bi inge­gne­ri, lavo­ra­no in un uffi­cio di pro­gram­ma­zio­ne e han­no pro­get­ta­to un soft­ware per la sicu­rez­za del­la metro e del­le ban­che. I due con­ta­no di rea­liz­zar­lo con l’aiuto di un finan­zia­men­to per poi ven­der­lo e gua­da­gna­re un po’ di sol­di. Ma le ban­che non finan­zia­no il pro­get­to per­ché sono cor­rot­te e con­ni­ven­ti con per­so­nag­gi poli­ti­ci di spic­co che vor­reb­be­ro impos­ses­sar­si del soft­ware sen­za paga­re e abu­san­do del loro pote­re. Chiun­que si offra di aiu­ta­re i due ragaz­zi vie­ne mes­so fuo­ri gio­co con ricat­ti, vio­len­ze o assas­si­nii: per­ciò i due pro­ta­go­ni­sti opta­no per la deci­sio­ne estre­ma di ruba­re, atto qua­si giu­sti­fi­ca­to nel con­te­sto del­la sto­ria, come se fos­se l’unica solu­zio­ne pos­si­bi­le per sfug­gi­re a una dila­gan­te povertà.
La chia­ve di vol­ta nel­la sto­ria è la figu­ra di Dina, fidan­za­ta di Shi­hab. È una gior­na­li­sta cui è sta­to “ordi­na­to” di copri­re i misfat­ti del­la clas­se poli­ti­ca e la cor­ru­zio­ne del­lo Sta­to. Si evin­ce che in Egit­to la stam­pa è anco­ra mol­to con­trol­la­ta e mani­po­la­ta dal­la clas­se diri­gen­te, ma la voglia di riscat­to è più for­te e allo­ra lei deci­de di pub­bli­ca­re un arti­co­lo nel qua­le rac­con­ta la veri­tà su quel che c’è die­tro la fac­cen­da del soft­ware, sen­za men­zio­na­re la rapi­na: Shi­hab ini­zial­men­te si oppo­ne a que­sta scel­ta per pau­ra di esse­re sco­per­to, ma poi si ricre­de ed è pro­prio Dina a far­gli capi­re l’importanza di ren­de­re pub­bli­ci i loschi mec­ca­ni­smi sot­te­si ai gio­chi di pote­re. In par­te a cau­sa di que­ste rive­la­zio­ni, scop­pie­rà una rivol­ta a Il Cai­ro, sin­to­mo del mal­con­ten­to dif­fu­so del popolo.
Dina è un per­so­nag­gio cen­tra­le nel­la sto­ria e si cari­ca anco­ra di mag­gio­re impor­tan­za per­ché si trat­ta di una don­na; a dispet­to di qual­sia­si ste­reo­ti­po lega­to all’Islam, Dina appa­re eman­ci­pa­ta e impe­gna­ta poli­ti­ca­men­te, al con­tra­rio di quel­lo che si potreb­be pen­sa­re del­le don­ne musul­ma­ne, asso­cia­te mol­to spes­so all’immagine di vit­ti­me impo­ten­ti degli uomi­ni, obbli­ga­te a mor­ti­fi­ca­re il pro­prio cor­po indos­san­do il bur­qa.
L’autore uti­liz­za un approc­cio ori­gi­na­le e mol­to rea­li­sti­co nel­le scel­te edi­to­ria­li: l’uso del­le pian­te metro­po­li­ta­ne, che raf­fi­gu­ra­no lo spa­zio de Il Cai­ro per ren­der­ne meglio l’idea, e l’uso del dia­let­to egi­zia­no, sdo­ga­na­to da Inter­net, sono due ele­men­ti che fan­no pre­sa diret­ta con i let­to­ri. Dan­no un’idea di con­cre­tez­za, ci met­to­no di fron­te a una cit­tà e a un popo­lo come essi sono davvero.
L’intenzione edi­to­ria­le è quel­la di allon­ta­na­re il più pos­si­bi­le con­ce­zio­ni anco­ra lega­te all’esotismo: il mon­do ara­bo in gene­ra­le e quel­lo egi­zia­no in par­ti­co­la­re, non è fat­to solo di pira­mi­di, cam­mel­li e cose del genere.
Da Metro  si evin­ce, inve­ce, che l’uso del­le tec­no­lo­gie avan­za­te non è più esclu­si­va dell’“uomo bian­co”: l’Egitto è un Pae­se raf­fi­na­to da un pun­to di vista media­ti­co e i per­so­nag­gi sono per­fet­ta­men­te a loro agio nel rap­por­to con la tecnologia.
Una cosa che sor­pren­de nel fumet­to è l’assenza del­la reli­gio­ne, con­tra­ria­men­te alla comu­ne con­ce­zio­ne occi­den­ta­le, che vor­reb­be i musul­ma­ni qua­si osses­sio­na­ti dal loro dio fino a spin­ger­li a com­pie­re atti irrazionali.
Lun­gi dall’essere con­si­de­ra­to pre­cur­so­re del­le rivol­te con­su­ma­te­si in Egit­to e Libia, Metro si pone sol­tan­to come spun­to di rifles­sio­ne per pre­sen­ta­re il mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo sce­vro da qual­sia­si pre­con­cet­to e per ana­liz­za­re più da vici­no una situa­zio­ne socia­le, eco­no­mi­ca e poli­ti­ca a lun­go cova­ta, di cui i disor­di­ni in atto sono solo la pun­ta dell’iceberg. In effet­ti, anche nel rac­con­to, la rivol­ta non cam­bia uno sta­to di cose, che potreb­be esse­re modi­fi­ca­to sol­tan­to con una con­sa­pe­vo­lez­za rea­le e ade­ren­te alla cul­tu­ra di quei pae­si. Alla fine del­la sto­ria resta tut­to ugua­le: la rivol­ta vie­ne pre­ve­di­bil­men­te repres­sa dall’Hagg Kha­der, il par­ti­to egi­zia­no di mag­gio­ran­za, che, in caso di disor­di­ni, paga gen­te per pic­chia­re chi mani­fe­sta con­tro lo Sta­to e l’autore inse­ri­sce un col­po di sce­na fina­le, un enne­si­mo atto di diso­ne­stà, che con­dan­ne­rà Shi­hab ad esse­re abban­do­na­to al pro­prio destino.

Mag­dy El Sha­fee nasce in Libia, nel 1961; comin­cia la sua car­rie­ra nel 2001, come illu­stra­to­re e fumet­ti­sta in occa­sio­ne del Comic Work­shop Egypt, tenu­to­si pres­so l’Università Ame­ri­ca­na de Il Cairo.
Fin dagli esor­di, le sue ope­re rical­ca­no temi socia­li del­la vita quo­ti­dia­na del­la capi­ta­le egi­zia­na, ma toc­ca­no anche argo­men­ti spic­ca­ta­men­te lega­ti alla poli­ti­ca, all’economia, alla povertà.
Metro vie­ne pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 2008 in Egit­to; esso pro­cu­ra all’autore un pro­ces­so e una con­dan­na alla distru­zio­ne di tut­te le copie e al paga­men­to di una sala­ta ammen­da. La moti­va­zio­ne uffi­cia­le del seque­stro è quel­la di aver usa­to un lin­guag­gio trop­po spin­to, ma i veri moti­vi sem­bra­no esse­re la cri­ti­ca radi­ca­le al gover­no e alla cor­ru­zio­ne politica.
Il pro­ces­so a Mag­dy El Sha­fee e al suo edi­to­re, Moha­med Shar­qa­wi, ha avu­to una gran­de riso­nan­za, fino alla pub­bli­ca­zio­ne di Metro in Ita­lia nel 2010 all’interno del­la col­la­na Altria­ra­bi da par­te del­la casa edi­tri­ce Il Siren­te; altre pub­bli­ca­zio­ni sono pre­vi­ste all’inizio del 2012 in Fran­cia e in Inghilterra.

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Magdi El Shafee — Metro (recensione di Giulia De Martino)

Scrit­ti d’Africa | Saba­to 18 giu­gno 2011 | Giu­lia De Martino |

Que­sta vol­ta par­lia­mo di un gra­phic novel, un fumet­to insom­ma. Bal­za­to alle cro­na­che, let­te­ra­rie e non, ita­lia­ne per un dop­pio moti­vo. Il pri­mo riguar­da la cen­su­ra e il pro­ces­so affron­ta­ti da auto­re ed edi­to­re, con­dan­na­ti, oltre che ad una ammen­da pecu­nia­ria, alla distru­zio­ne dell’opera che non può più cir­co­la­re in Egit­to. Il secon­do ha a che fare con quan­to sta acca­den­do, in que­sti gior­ni, al popo­lo egi­zia­no: la pre­sa di coscien­za che ha por­ta­to tut­ti per stra­da a recla­ma­re la fine del­la dit­ta­tu­ra di Muba­rak e l’instaurazione di un regi­me demo­cra­ti­co che garan­ti­sca liber­tà, dirit­ti socia­li e poli­ti­ci. Ebbe­ne, que­sto fumet­to, basta sfo­gliar­lo sol­tan­to, sem­bra una anti­ci­pa­zio­ne di que­sti avve­ni­men­ti, con pro­ta­go­ni­sti pro­prio quei gio­va­ni che stan­no riem­pien­do le stra­de del Cairo.
Cre­do sia dove­ro­so dire che qual­che altra anti­ci­pa­zio­ne, su che aria tira­va al Cai­ro, l’avevamo già avu­ta in due libri. Taxi di Al-Kha­mis­siEsse­re Abbas al- Abd di Ahmad al-Aidy ci ave­va­no pre­sen­ta­to que­sta cit­tà cao­ti­ca e con­trad­dit­to­ria, nevro­ti­ca e appiat­ti­ta su model­li cul­tu­ra­li volu­ti dal regi­me, con tan­ta gen­te ai mar­gi­ni, ma desi­de­ro­sa di far sen­ti­re la pro­pria voce, in mez­zo ad una ten­sio­ne tale da far sup­por­re che la tra­di­zio­na­le ras­se­gna­zio­ne stes­se per scoppiare.
Mag­dy el-Sha­fee ci rap­pre­sen­ta tut­to que­sto, scri­ven­do il pri­mo gra­phic novel del mon­do ara­bo, pro­po­nen­do una crea­zio­ne ori­gi­na­le nel­la gra­fi­ca  e nei con­te­nu­ti. Hugo Pratt, il suo model­lo, con­fes­sa in mol­te inter­vi­ste l’autore, inter­ve­nu­to in Ita­lia, al Salo­ne del fumet­to. Ci ha mes­so den­tro tut­to il suo amo­re per il dise­gno e per la liber­tà: come mol­ti gio­va­ni egi­zia­ni è un blog­ger( così anche il suo edi­to­re fini­to in car­ce­re per i fat­ti del 6 apri­le 2008) atti­vi­sta nel movi­men­to per il cam­bia­men­to demo­cra­ti­co dell’Egitto.
Pro­ta­go­ni­sta è il gio­va­ne inge­gne­re Shi­hab, pic­co­lo genio infor­ma­ti­co, pro­to­ti­po di quel­la gio­ven­tù che ha stu­dia­to, è capa­ce e intel­li­gen­te, ma non ha nes­su­na chan­ce di far­ce­la in una socie­tà dal­la scar­sa mobi­li­tà socia­le e non inte­res­sa­ta ai meri­ti di chi vuo­le pro­gre­di­re per sé e per il pae­se. Domi­na dap­per­tut­to il “siste­ma”: ovve­ro la cor­ru­zio­ne, le con­sor­te­rie del paren­ta­do e del pote­re, la rapa­ci­tà di ban­chie­ri, uomi­ni d’affari e poli­ziot­ti, pron­ti a sbra­nar­si tra di loro o a pro­teg­ger­si, a secon­da del­le con­ve­nien­ze. Shi­hab ha ten­ta­to di inse­rir­si in un affa­re più gros­so di lui, con il risul­ta­to di non riu­sci­re più a scrol­lar­si di dos­so i debi­ti con­trat­ti con uno stroz­zi­no, amma­ni­ca­to con pez­zi gros­si. Ha pen­sa­to di uscir­ne fuo­ri, ruban­do in una ban­ca, con l’aiuto dell’amico Musta­fa, i miste­rio­si sol­di di una vali­get­ta  che dove­va, inve­ce resta­re segre­ta. Ha sco­per­to un vero e pro­prio com­plot­to, ordi­to ai dan­ni di un uomo d’affari che, dopo ave­re divi­so un cam­mi­no di nefan­dez­ze con i suoi soci, disgu­sta­to ave­va deci­so di smet­ter­la, pro­vo­can­do­ne l’ira omi­ci­da. Ma la tra­ma non sta tut­ta qui nel thril­ler, per­ché den­tro c’è anche il tra­di­men­to dell’amico Musta­fa, fre­quen­ta­to sin dai tem­pi del­la scuo­la, pro­ve­nien­te da una fami­glia pove­ra, in cui una madre dispe­ra­ta se la pren­de con i figli che non rie­sco­no a lavo­ra­re. L’uno, Wael, si arran­gia can­tan­do alle feste, sognan­do di gira­re un memo­ra­bi­le video­clip, da cui trar­re fama e sol­di e intan­to accet­ta i sol­di del par­ti­to al pote­re per pic­chia­re, come infil­tra­to, i mani­fe­stan­ti del­le rivol­te del pane dell’aprile 2008. L’altro, Musta­fa, ruba i sol­di a Shi­hab, stra­vol­gen­do le paro­le dell’amico sui modi per usci­re dal­la trap­po­la in cui tut­ti sono rele­ga­ti, ma lo fa dopo la mor­te del fra­tel­lo alla mani­fe­sta­zio­ne, quan­do si accor­ge che ai poli­ti­ci non glie­ne impor­ta pro­prio nien­te che Wael sia mor­to per loro.
E c’è anche l’amore per la bel­la, gene­ro­sa, rivo­lu­zio­na­ria gior­na­li­sta Dina, che di mani­fe­sta­zio­ni non se ne per­de una, deci­sa a lot­ta­re con gli altri, per­ché fer­mi e zit­ti non si può più sta­re; Shi­hab è un disil­lu­so che gio­ca a fare il cini­co, ma l’affetto disin­te­res­sa­to del­la ragaz­za è uno spi­ra­glio di luce e di futu­ro, for­se il gio­va­ne fini­rà per dar­le retta.
Su tut­to domi­na la cit­tà, rap­pre­sen­ta­ta di sopra e di sot­to: gran par­te del­la sto­ria si svol­ge nei vago­ni metro­po­li­ta­ni o nel­le sta­zio­ni, alcu­ne chia­ma­te con i nomi di Nas­ser, Sadat e Muba­rak e iro­ni­ca­men­te accom­pa­gna­te da fra­si famo­se dei lea­der egi­zia­ni. Nei dise­gni, come nei qua­dri di Bosch, si svol­go­no tut­ta una serie di sto­rie mino­ri, quel­la del vec­chio Wan­nas, un po’ cri­stia­no e un po’ musul­ma­no quan­do si trat­ta di acchiap­pa­re ele­mo­si­ne, o del­la zia di Shi­hab, che è anche indo­vi­na, o anco­ra un ragaz­zi­no bec­ca­to da un con­trol­lo­re sen­za bigliet­to, un tra­slo­co, un caser­mo­ne rap­pre­sen­ta­to con tut­te le voci del­le fami­glie che si lamen­ta­no di tut­ti i mil­le pro­ble­mi del­la miseria.
Affre­sco affa­sci­nan­te e ori­gi­na­le, con­dot­to con un dise­gno in bian­co e nero, par­te da un con­tor­no net­to che si fa sem­pre più sfu­ma­to, qua­si che alla dis­so­lu­zio­ne del dise­gno cor­ri­spon­da il dis­sol­vi­men­to di que­sta mega­lo­po­li, inghiot­ti­ta dal­la man­can­za di futu­ro e di speranza.”Le per­so­ne vivo­no come ane­ste­tiz­za­te. Non c’è nien­te che le col­pi­sca. Per quan­te cose pos­sa­no vede­re alla fine diran­no sem­pre: fra­tel­lo, que­sto è pur sem­pre il mio pae­se…” dice ad un cer­to pun­to Shi­hab. Pre­sen­te nel testo pure un duro attac­co ai media, acco­da­ti al regi­me e ad un cri­te­rio fal­so di veri­tà. Solo i gio­va­ni blog­gers egi­zia­ni han­no sapu­to rom­pe­re que­sto imbam­bo­la­men­to del­le coscienze.
Eccel­len­te la tra­du­zio­ne di Erne­sto Paga­no, per­ché sap­pia­mo che il testo si espri­me in un dia­let­to egi­zia­no cru­do e popo­la­re, su cui già si era eser­ci­ta­to il tra­dut­to­re in Taxi. Plau­dia­mo anche alla scel­ta di lascia­re le tavo­le del fumet­to nel­la let­tu­ra da destra a sini­stra , comin­cian­do la sto­ria dall’ultima pagi­na,  come in un testo ara­bo, per non stra­vol­ge­re i dise­gni ori­gi­na­li: una pic­co­la fati­ca in più per i nostri occhi addo­me­sti­ca­ti all’uso con­sue­to, ma che vale la pena di affron­ta­re per un godi­men­to assicurato.

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Questo libro contiene immagini e personaggi che somigliano a uomini e politici realmente esistenti

TG3 | Vener­dì 1 apri­le 2011 | Roma­na Fabri­zi |

Tra­dot­to in ita­lia­no poco pri­ma di esse­re cen­su­ra­to e riti­ra­to dal­le libre­rie in Egit­to, “Metro” è un fumet­to che ha denun­cia­to la vigi­lia del­la rivol­ta, la cri­si del­la socie­tà civi­le sot­to Muba­rak, dan­do il via alla libe­ra­liz­za­zio­ne del­la cul­tu­ra. Sen­tia­mo Roma­na Fabri­zi.
“Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni e poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”. È la fra­se sul­la quar­ta di coper­ti­na di “Metro”, libro a fumet­ti di Mag­dy El Sha­fee. La fra­se non è di pre­sen­ta­zio­ne ma di recen­sio­ne, rical­ca la sen­ten­za del tri­bu­na­le del Cai­ro che ha cen­su­ra­to e riti­ra­to il libro. Roman­zo poli­ti­co, metro­po­li­ta­no che denun­cia con dise­gni taglien­ti come lame cor­ru­zio­ne e clien­te­li­smo in Egit­to. Rac­con­ta la sto­ria di alcu­ni blog­ger egi­zia­ni, le ingiu­sti­zie, la cri­si finan­zia­ria e socia­le, si lega alle radi­ci del­la rivol­ta con­tro Mubarak.
Arri­va­to in Ita­lia pri­ma di esse­re seque­stra­to, si leg­ge al con­tra­rio come i gior­na­li ara­bi, comin­cian­do dall’ultima pagi­na. Denun­cia la natu­ra dispo­ti­ca del regi­me, un atti­mo pri­ma che comin­ci la rivol­ta il 25 gen­na­io 2011 quan­do la socie­tà civi­le mani­fe­sta per le stra­de d’Egitto come non si era mai visto negli ulti­mi 30 anni, fino alla cadu­ta di Mubarak.
Il fumet­to è solo per gran­di, spe­ci­fi­ca l’autore nell’edizione ara­ba, in real­tà solo per pochi, per chi è riu­sci­to a com­prar­lo pri­ma che venis­se riti­ra­to dal­le libre­rie del Cairo.

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Magdy El Shafee, “METRO

L’indice dei libri del mese | Apri­le 2011 | Maria Ele­na Ingianni |

Pren­de­te un pez­zo di for­mag­gio, se è sca­den­te non impor­ta, ciò che con­ta è l’odore, che deve esse­re inten­so. Non vi ser­ve per cal­ma­re fret­to­lo­sa­men­te una fame improv­vi­sa: il vostro sco­po è quel­lo di cat­tu­ra­re un topo­li­no che ave­te visto nascon­der­si die­tro la cre­den­za del­la cuci­na. A ben pen­sar­ci voi non lo teme­te su serio, quel pic­co­lo rodi­to­re e, in fon­do, nep­pu­re vi dà così fasti­dio. Che cosa pro­va­te, dun­que, a cat­tu­ra riu­sci­ta? Sod­di­sfa­zio­ne, ecci­ta­zio­ne, disgu­sto? E se, diver­sa­men­te, foste voi il topo in trap­po­la? Se risve­glian­do­vi da un brut­to sogno nota­ste che il vostro cor­po è rico­per­to di un pelo irto e gri­gio e che il mon­do che ave­te davan­ti, a lato e die­tro è fat­to solo di sbar­ret­te di metal­lo? Que­sta è la con­di­zio­ne in cui si sen­te di vive­re Shi­hab, il pro­ta­go­ni­sta di Metro, il gra­phic novel egi­zia­no che è costa­to all’autore, Mag­dy El Sha­fee, un pro­ces­so con­clu­so­si con una con­dan­na alla distru­zio­ne di tut­te le copie, non­ché al paga­men­to di un’ammenda.
Attra­ver­so Shi­hab, gio­va­ne soft­ware desi­gner che per paga­re un debi­to orga­niz­za una rapi­na in ban­ce, Mag­dy, con­te­sta­to­re del regi­me di Muba­rak, denun­cia il cli­ma di cor­ru­zio­ne del­la poli­ti­ca egi­zia­na sen­za tace­re i nomi degli oppo­si­to­ri, e rac­con­ta i sen­ti­men­ti che ani­ma­no i gio­va­ni egi­zia­ni, tra­sfor­man­do­li in imma­gi­ni. Non è più sol­tan­to la paro­la a far­si pro­te­sta: il trat­to sapien­te e scon­si­de­ra­to dell’autore squar­cia il velo di Maya, die­tro il qua­le si nascon­de la tiran­nia. Il let­to­re vede i vol­ti degli accu­sa­ti, li rico­no­sce, iden­ti­fi­can­do a sua vol­ta se stes­so nell’oppresso, che par­la e, quin­di, leg­ge in ammeya, ovve­ro nel dia­let­to. Agni­zio­ne che diven­ta cono­scen­za e, di qui, moto di ribel­lio­ne. Il filo di Arian­na su cui si muo­ve la sto­ria di Shi­hab è la linea ros­sa del­la metro del Cai­ro. Si attra­ver­sa il traf­fi­co del­la “umm al-Dum­nia”, la madre del mon­do, come la chia­ma­no affet­tuo­sa­men­te gli egi­zia­ni, si entra nel­le bot­te­ghe, si con­ver­sa con il popo­lo, ci si scon­tra con lo sguar­do cie­co, il sor­ri­so dei vec­chi e la ras­se­gna­zio­ne al fat­to che l’assicurazione sani­ta­ria per gli ulti­mi non esi­ste. Shi­hab è un ragaz­zo in trap­po­la, con­fi­na­to a soprav­vi­ve­re den­tro le mura del popo­lo sud­di­to, in una con­di­zio­ne di meta­fo­ri­ca pri­gio­nia socia­le che descri­ve con que­ste paro­le: “Per te il pez­zo di for­mag­gio è un tele­fo­ni­no nuo­vo. Per il ric­co è una bel­la sven­to­la e la bel­la sven­to­la cor­re die­tro a una BMW ulti­mo medel­lo. Il pez­zo di for­mag­gio cre­sce fino a diven­ta­re un castel­lo a Sharm el-Shei­kh o una yacht ormeg­gia­to nel por­to di Mari­na (…) Quel­lo che con­ta è che tut­ti resti­no occu­pa­ti a rin­cor­re­re il loro for­mag­gio sen­za pen­sa­re a nient’altro”.
Accat­ti­van­te, inge­gno­sa, dis­sa­cran­te, spor­ca e ner­vo­sa, la mano di Mag­dy El Sha­fee fre­me sul­la pagi­na, nell’impeto pro­prio di una gene­ra­zio­ne che non vuo­le cede­re i pro­pri sogni all’arrendevolezza a cui è sta­ta edu­ca­ta. Se fino a due mesi fa que­sto gra­phic novel sem­bra­va espri­me­re l’urlo iso­la­to di un ribel­le, ades­so sap­pia­mo che i topi non inse­guo­no più solo il pez­zo di for­mag­gio, ma san­no anche sali­re sul­la metro e non scen­de­re alla fer­ma­ta Mubarak.

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Una matita per la libertà

TG3 Medi­ter­ra­neo | Dome­ni­ca 27 mar­zo 2011 | Rober­to Alajmo |

Tra­dot­to in ita­lia­no poco pri­ma di esse­re cen­su­ra­to e riti­ra­to dal­le libre­rie in Egit­to, “Metro” è un fumet­to che ha denun­cia­to la vigi­lia del­la rivol­ta, la cri­si del­la socie­tà civi­le sot­to Muba­rak, dan­do il via alla libe­ra­liz­za­zio­ne del­la cul­tu­ra. Sen­tia­mo Rober­to Alajmo.
“Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni e poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”. È la fra­se sul­la quar­ta di coper­ti­na di “Metro”, libro a fumet­ti di Mag­dy El Sha­fee.

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Magdi el Shafee, “Metro”

Inter­na­zio­na­le | Vener­dì 25 mar­zo 2011 | Fran­ce­sco Boille |

El Sha­fee vive in Egit­to ma è men­tal­men­te cosmo­po­li­ta, infat­ti subi­sce le influen­ze più varie: Hugo Pratt (di cui è inna­mo­ra­to), i supe­re­roi sta­tu­ni­ten­si o i man­ga, di cui que­sto libro pro­po­ne, oltre a un’influenza sti­li­sti­ca, la strut­tu­ra edi­to­ria­le e la let­tu­ra da sini­stra ver­so destra per le sin­go­le tavo­le. Auto­re ed edi­to­re loca­le sono sta­ti per­se­gui­ta­ti e cen­su­ra­ti in patria, con­dan­na­ti a paga­re una mul­ta sala­ta e a distrug­ge­re tut­te le copie del libro per pre­sun­te sce­ne di ses­so e rife­ri­men­ti a poli­ti­ci. Non è stra­no. La sfi­da-mes­sag­gio dell’autore è di libe­rar­si dal­la cor­ru­zio­ne, mate­ria­le e spi­ri­tua­le, che è in tut­ti noi (e che riguar­da anche l’Italia), libe­rar­si da que­sta pri­gio­ne men­ta­le e appro­priar­si con avi­di­tà di tut­te le oppor­tu­ni­tà che offre la demo­cra­zia. Mag­di deve lavo­ra­re anco­ra per tro­va­re un equi­li­brio tra imme­dia­tez­za (che lo ren­de peri­co­lo­so per il pote­re) e pro­fon­di­tà, nel­la chia­rez­za del­la costru­zio­ne del­le tavo­le e nell’amalgama del­le influen­ze (tal­vol­ta sor­pren­den­ti) e degli sti­li (dal rea­li­smo all’umorismo: in quest’ultimo il dise­gno eccel­le, El Sha­fee è infat­ti un vignet­ti­sta umo­ri­sti­co). Ma il let­to­re avrà una radio­gra­fia del­la situa­zio­ne in Egit­to incre­di­bil­men­te pre­ci­sa, nar­ra­ta in modo rapsodico.

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Metro

Fumet­to d’Autore | Mar­te­dì 22 mar­zo 2011 | Gior­gio Messina |

Il fumet­to può rac­con­ta­re la real­tà che ci cir­con­da? Ovvia­men­te sì. E per far­lo, il fumet­to ha biso­gno neces­sa­ria­men­te di esse­re “gra­phic jour­na­li­sm”? Ma asso­lu­ta­men­te no. Il gene­re può benis­si­mo rac­con­ta­re anche l’attualità. Ce lo dimo­stra anco­ra una vol­ta — caso mai ce ne fos­se bisgo­no — “Metro”di Mag­dy El Sha­fee, la pri­ma “gra­phic novel” egi­zia­na, che con una sto­ria thril­ler a trat­ti noir (quel­lo che i fran­ce­si chia­me­reb­be­ro “polar”) rac­con­ta la situa­zio­ne dell’Egitto pri­ma del­la cadu­ta di Muba­rak, descri­ven­do­ne i fer­men­ti socia­li ben tre anni pri­ma che la Sto­ria con la S maiu­sco­la fac­cia dav­ve­ro il suo cor­so. E for­se que­sto fumet­to è sta­to tal­men­te anti­ci­pa­to­re degli even­ti degli ulti­mi mesi che non deve stu­pi­re se il con­te­nu­to è sta­to anche con­dan­na­to da un tri­bu­na­le egi­zia­no che ne ordi­nò il seque­stro del­le copie per­ché con­te­nen­ti “imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”. come si leg­ge nel­la sentenza.
Pur­trop­po però l’opera di El Sha­fee ha tut­ti i difet­ti di un fumet­to anco­ra imma­tu­ro. I testi e il rit­mo del­la sto­ria, ma soprat­tut­to i dise­gni, spes­so lascia­no a desi­de­ra­re, appa­ren­do appun­to anco­ra trop­po invo­lu­ti in cer­ti fran­gen­ti, ma Metro comun­que ha il gran­dis­si­mo pre­gio di fare entra­re il let­to­re facil­men­te all’interno del­la socie­tà egi­zia­na e del­le sue dina­mi­che. Così tra una rapi­na in ban­ca e un’assassinio, pos­sia­mo assi­ste­re nel­la sto­ria alle mani­fe­sta­zio­ni dei dimo­stran­ti, la mala­vi­ta, i poli­ti­ci cor­rot­ti e l’uomo del­la stra­da che vive di ele­mo­si­na. Il filo ros­so che uni­sce tut­ti que­sti ele­men­ti è il pro­ta­go­ni­sta, un inge­gne­re alle pre­se con la dif­fi­ci­le impre­sa di sbar­ca­re il luna­rio, di fare fron­te ai debi­ti ma anche di ave­re una vita pri­va­ta. La tra­ma si dipa­na e si intrec­cia tra le fer­ma­te del­la metro­po­li­ta­na del Cai­ro che con­fe­ri­sce il tito­lo all’opera. Alla fine non man­che­ran­no di fare capo­li­no, come in ogni bloc­k­bu­ster cine­ma­to­gra­fi­co che si rispet­ti, l’amore e la mor­te, per chiu­de­re con con il col­po di sce­na, ben con­ge­gna­to, del­la fre­ga­tu­ra pro­ve­nien­te dal per­so­nag­gio da cui meno ce lo sarem­mo aspettato.
El Sha­fee met­te in sce­na una sto­ria abba­stan­za soli­da che sareb­be potu­ta acca­de­re in qua­lun­que par­te del glo­bo, ma è lo sfon­do egi­zia­no che ne fa un’opera uni­ca nel suo gene­re. Un paio di note nega­ti­ve a due scel­te edi­to­ria­li infe­li­ci dell’editore “il Siren­te” che pub­bli­ca la sto­ria nel­la col­la­na “Altria­ra­bi”. Il bol­li­no in coper­ti­na “gra­phic novel” non ren­de mol­ta giu­sti­zia all’opera di El Sha­fee, pro­prio per­ché, come ci vie­ne spie­ga­to all’interno del volu­me, pri­ma di Metro, il ter­mi­ne “fumet­to” in Egit­to veni­va asso­cia­to a Topo­li­no. “Gra­phic Novel” sem­bra esse­re sem­pre di più una cate­go­ria com­mer­cia­le che inve­ce di esal­ta­re i con­te­nu­ti, spes­so, come in que­sto caso, rischia di smi­nuir­li. La secon­da nota riguar­da inve­ce l’indicazione nell’apparato edi­to­ria­le secon­do cui il libro a fumet­ti di El Sha­fee, espres­sio­ne  del­la cul­tu­ra ara­ba anche nel sen­so di let­tu­ra, si leg­ga “come un man­ga giap­po­ne­se”. Man­ga e Gra­phic Novel per spie­ga­re il fumet­to “Metro” rischia­no di fare un mine­stro­ne agli occhi di chi leg­ge e l’opera non se lo meri­ta, per­ché è tut­ta da asspo­ra­re e con gran­de inte­res­se, nono­stan­te i limi­ti che essa presenta.
E non potreb­be altri­men­ti quan­do una sto­ria ini­zia così: «Oggi ho deci­so di rapi­na­re una ban­ca. Non so come tut­ta que­sta rab­bia si sia anni­da­ta in me. Tut­to ciò che so è che la gen­te sta­va sem­pre da una par­te, e io da un’altra. A me è rima­sta solo una cosa: la mia testa… e ora ho final­men­te deci­so di fare quel­lo che mi dice».

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Dalla rivoluzione in piazza a quella in libreria

Egit­tia­mo | Vener­dì 18 mar­zo 2011 | marco63 |

Dopo la rivo­lu­zio­ne del­le piaz­ze quel­la nel­le libre­rie? Se lo stan­no chie­den­do auto­ri e osser­va­to­ri atten­ti del pano­ra­ma cul­tu­ra­le egi­zia­no, attra­ver­sa­to da una ven­ta­ta di rin­no­va­men­to e fer­men­to creativo. 
“Biso­gna che la let­te­ra­tu­ra e la socie­tà civi­le ritro­vi­no quel con­tat­to a lun­go dimen­ti­ca­to, impo­ve­ri­to da anni di pub­bli­ca­zio­ni sot­to­po­ste al rigi­do con­trol­lo del­la cen­su­ra. Ma è un pro­ces­so che si sta già veri­fi­can­do. Pen­so ai nume­ro­si edi­to­ria­li che Ala al Aswa­ny, un auto­re di gran­de suc­ces­so ma fino­ra tenu­to ai mar­gi­ni dal regi­me, scri­ve in que­sti gior­ni sul quo­ti­dia­no indi­pen­den­te ‘Al masry al youm” osser­va Fadi, ex-respon­sa­bi­le del­la casa edi­tri­ce ‘Al Sho­rouk’ e oggi “com­ple­ta­men­te dedi­ca­to alla cau­sa del­la rivo­lu­zio­ne” come pre­ci­sa alla MISNA.
“Pri­ma, in Egit­to, era dif­fi­ci­le tro­va­re i suoi libri, come anche quel­li di mol­ti altri auto­ri mes­si all’indice per­ché non pia­ce­va­no o era­no dichia­ra­ta­men­te con­tro il gover­no. Ades­so, come per magia, sugli scaf­fa­li del­le libre­rie si vedo­no spun­ta­re tito­li pri­ma intro­va­bi­li e le case edi­tri­ci han­no già dispo­sto la ristam­pa di vec­chi sag­gi e pub­bli­ca­zio­ni che pri­ma cir­co­la­va­no solo di con­trab­ban­do” affer­ma l’attivista, secon­do cui “la mas­sic­cia par­te­ci­pa­zio­ne di intel­let­tua­li e scrit­to­ri alla rivo­lu­zio­ne ha final­men­te segna­to il momen­to, dell’uscita usci­ta dal­le ‘tor­ri d’avorio’ del­la let­te­ra­tu­ra e del­la con­di­vi­sio­ne di valo­ri e idea­li con la gen­te del popolo.
Tor­ri d’avorio che non han­no impe­di­to a Nawal el Saa­da­wi, ottan­ten­ne scrit­tri­ce e atti­vi­sta per i dirit­ti uma­ni di accam­par­si nel­la piaz­za Tah­rir assie­me ai ‘gio­va­ni del­la rivo­lu­zio­ne o ad auto­ri come Mag­dy el Sha­fee o lo stes­so Al Aswa­ny di pub­bli­ca­re libri come ‘Metro’, la pri­ma gra­phic novel egi­zia­na (edi­ta in Ita­lia da ‘il Siren­te’) o ‘Il palaz­zo Yacou­bian’; entram­be ope­re in cui si descri­ve con rea­li­smo la dif­fi­ci­le con­di­zio­ne di vita nell’Egitto dell’era Mubarak.
“C’è tut­ta una nuo­va gene­ra­zio­ne di scrit­to­ri e arti­sti egi­zia­ni che non aspet­ta altro che di far cono­sce­re il suo pun­to di vista su quel­lo che sta acca­den­do. La rivo­lu­zio­ne ha por­ta­to una ven­ta­ta d’aria fre­sca nel­la real­tà fino­ra asfit­ti­ca del­la pro­du­zio­ne cul­tu­ra­le” osser­va anco­ra Fadi. È in que­sto cli­ma di otti­mi­smo e fer­men­to che nasce la pos­si­bi­li­tà di tene­re la pros­si­ma fie­ra del libro del Cai­ro pro­prio in piaz­za Tah­rir, alla fine di mar­zo. Un even­to, a cui par­te­ci­pa­no ogni anno miglia­ia di case edi­tri­ci e auto­ri con incon­tri e semi­na­ri, nel luo­go sim­bo­lo del ‘nuo­vo Egitto’.

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Cronache dall’Egitto prima della rivoluzione

Ter­ra | Mar­te­dì 15 mar­zo 2011 | Die­go Carmignani |

La rivo­lu­zio­ne anco­ra in pie­no atto nel Nord Afri­ca por­ta con sé un ven­to nuo­vo, tal­men­te poten­te da inve­sti­re a più livel­li un agi­re e un sen­ti­re ormai glo­ba­liz­za­ti. La liber­tà con­qui­sta­ta, ad esem­pio, in Egit­to è figlia e madre di un risve­glio crea­ti­vo par­ti­to dal bas­so, con i gio­va­ni in pri­mis­si­ma linea, e cir­co­la­to su gior­na­li, libri e pub­bli­ca­zio­ni varie, tan­to da far pro­no­sti­ca­re, già nei pros­si­mi mesi, una sanis­si­ma inva­sio­ne sui nostri scaf­fa­li di volu­mi e auto­ri ine­di­ti pro­ve­nien­ti da quel­le par­ti. Tra gli agi­ta­to­ri cul­tu­ra­li, che han­no avu­to il meri­to di pre­si­dia­re il luo­go sim­bo­lo del­la rivol­ta, piaz­za Tah­rir, figu­ra anche l’illustratore Mag­dy el Sha­fee, noto per aver rea­liz­za­to Metro, la pri­ma gra­phic novel (cioè pri­mo roman­zo dise­gna­to per adul­ti) di nazio­na­li­tà egi­zia­na, pub­bli­ca­ta a fine 2010 in Ita­lia dal­la casa edi­tri­ce il Siren­te, e oggi signi­fi­ca­ti­va testi­mo­nian­za di quel­lo che era il fer­men­to nel Pae­se afri­ca­no pri­ma che il regi­me fos­se rove­scia­to, sco­per­chian­do idee e ragio­ni cir­co­lan­ti, ma stroz­za­te dall’ordine costi­tui­to. Difat­ti, anche que­sta duris­si­ma sto­ria inchio­stra­ta è fini­ta sot­to la ghi­gliot­ti­na del­la cen­su­ra. Usci­to nel 2008, Metro costò ad el Sha­fee e al suo edi­to­re un pro­ces­so con­clu­so­si con la con­dan­na alla distru­zio­ne di tut­te le copie e al paga­men­to di un’ammenda di 5.000 lire egi­zia­ne, 700 euro cir­ca. Il moti­vo uffi­cia­le è la pre­sen­za nel lavo­ro di un lin­guag­gio trop­po spin­to, fuo­ri dal­la nor­ma per quel gene­re arti­sti­co e per quel­la nazio­ne. «Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti», reci­ta la sen­ten­za del tri­bu­na­le di Qasr el Nil, Cai­ro. Basta scor­re­re un po’ di pagi­ne, per accor­ger­si di come nel­le cri­ti­che piut­to­sto pale­si e auda­ci (anche per noi let­to­ri “occi­den­ta­li”) al gover­no Muba­rak, alla cor­ru­zio­ne del­la poli­ti­ca, ai mec­ca­ni­smi del pote­re, sia­no da rin­trac­cia­re i veri moti­vi del­la mes­sa all’indice. E anche, stan­do a quan­to ripor­ta­no gli addet­ti ai lavo­ri, del suc­ces­so di Metro tra le nuo­vis­si­me gene­ra­zio­ni, che, facen­do­lo cir­co­la­re sot­to­ban­co, ne han­no fat­to un ogget­to di cul­to. Le vicen­de che si intrec­cia­no sono quel­le di un sov­ver­si­vo inge­gne­re infor­ma­ti­co, di una gior­na­li­sta corag­gio­sa, di un anzia­no e affa­ma­to lustra­scar­pe, ribel­li più fru­stra­ti che eroi­ci, che spun­ta­no dall’Egitto ane­ste­tiz­za­to e impau­ri­to di pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne. Lun­go le fer­ma­te del­la metro­po­li­ta­na (a cui el Sha­fee dà i nomi dei pre­si­den­ti Saad Zaa­ghloul, Nas­ser, Sadat, Muba­rak), scor­ro­no velo­ce­men­te epi­so­di cri­mi­no­si, fur­ti miliar­da­ri, mani­fe­sta­zio­ni repres­se: un vor­ti­ce di even­ti tre­men­da­men­te quo­ti­dia­ni, che fan­no intui­re come la feb­bri­le cao­ti­ca Cai­ro fos­se ormai sull’orlo del cambiamento.

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Metro. Arriva in Italia la graphic novel egiziana contro Mubarak

Vogue | Mer­co­le­dì 16 feb­bra­io 2011 | Chia­ra Costa |

Nel 2008 Mag­dy El Sha­fee, blog­ger e fumet­ti­sta del Cai­ro, pub­bli­ca Metro, pri­ma gra­phic novel ara­ba. A pochi mesi dall’uscita vie­ne cen­su­ra­ta dal gover­no a cau­sa del­le “sce­ne di ses­so e del lin­guag­gio vol­ga­re”, ma in real­tà il pro­ble­ma è che le tavo­le sono pie­ne di cri­ti­che non mol­to vela­te al regi­me di Muba­rak: tut­te le copie ven­go­no riti­ra­te e distrut­te e auto­re ed edi­to­re con­dan­na­ti a paga­re una mul­ta. La casa edi­tri­ce il Siren­te ha di recen­te pub­bli­ca­to la ver­sio­ne ita­lia­na del fumet­to, in un momen­to del­la sto­ria egi­zia­na in cui que­sto roman­zo illu­stra­to ha il sapo­re di un’amara pre­vi­sio­ne.
Metro, che uti­liz­za l’omonimo font (crea­to nel 1927 negli USA) e si leg­ge a par­ti­re dal fon­do e da destra a sini­stra come nel­la ver­sio­ne ara­ba, non è sud­di­vi­so in capi­to­li: le tap­pe nar­ra­ti­ve sono pro­prio le fer­ma­te del­la metro, inti­to­la­te ai più influen­ti per­so­nag­gi poli­ti­ci egi­zia­ni. Alla sta­zio­ne Muba­rak il com­men­to è “La popo­la­zio­ne egi­zia­na sta cre­scen­do, ma io che pos­so far­ci?”, una fra­se che il pre­si­den­te egi­zia­no ha più vol­te pro­nun­cia­to nei suoi discorsi.
La pen­na di El Sha­fee dise­gna con trat­to deci­so una socie­tà mala­ta e cor­rot­ta. La metro­po­li­ta­na in bian­co e nero del Cai­ro è un tun­nel da cui è dif­fi­ci­le usci­re, un luo­go dove la spe­ran­za sem­bra ormai scom­par­sa e rea­liz­za­re i pro­pri sogni diven­ta un’impresa impos­si­bi­le. In que­sto thril­ler, che è anche sto­ria d’amore e roman­zo poli­ti­co urba­no, il gio­va­ne inge­gne­re e  pro­get­ta­to­re di soft­ware Shi­hab non rie­sce a dar voce al suo talen­to e si ritro­va pie­no di debi­ti; deci­de così di pro­get­ta­re una rapi­na con l’amico Musta­fà, che però lo tra­di­sce e scap­pa con la refur­ti­va.
Lo con­so­la la gior­na­li­sta pasio­na­ria Dina, che lo intro­du­ce alla pro­te­sta del­le piaz­ze con­tro il gover­no che ha affa­ma­to il pae­se. Lo stes­so gover­no il cui pre­si­den­te si è dimes­so in que­ste ore per via del­le mani­fe­sta­zio­ni. Lo stes­so gover­no che non si è mai mos­so con­tro auto­ri di roman­zi di denun­cia come Alaa Al Aswa­ni e Kha­led Al Kha­mis­si, a dimo­stra­zio­ne del fat­to che que­sto gene­re let­te­ra­rio par­la alla gen­te in modo diret­to attra­ver­so imma­gi­ni il cui impat­to visi­vo è dirom­pen­te, crean­do uno squar­cio di demo­cra­zia in un regi­me le cui cre­pe sono ormai vora­gi­ni pri­ma del crollo.

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Ahmed Nagi: il cammello contro Internet nei giorni della protesta egiziana

| Fram­men­ti voca­li in MO:Israele e Pale­sti­na | Saba­to 12 feb­bra­io 2011 |

Ahmed Nagi, egi­zia­no, clas­se 1985, è scrit­to­re e blog­ger. Lavo­ra come redat­to­re per il set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio Akh­bàr el Adab. Ha scrit­to recen­te­men­te Bolgs From Post to Tweet, un reso­con­to del pano­ra­ma Inter­net in Egit­to e Rogers e la Via del Dra­go divo­ra­to dal sole (il Siren­te, 2010). Il suo blog si chia­ma Wasa Kha­ia­lak. In que­sto con­tri­bu­to Nagi rac­con­ta i pri­mi gior­ni del­le mani­fe­sta­zio­ni egi­zia­ne, viste cam­mi­nan­do per le stra­de de Il Cai­ro in pro­te­sta. [Men­tre que­sto pez­zo veni­va scrit­to Omar Sou­lei­man ha annun­cia­to che il Pre­si­den­te egi­zia­no Muba­rak ha lascia­to il pote­re ed è par­ti­to da Il Cai­ro in dire­zio­ne di Sharm el Sheik. Il pote­re è tem­po­ra­nea­men­te nel­le mani dell’esercito.]

Per­so­nal­men­te non ero né a favo­re né con­tra­rio, e quan­do su Face­book mi arri­vò l’invito a par­te­ci­pa­re alle mani­fe­sta­zio­ni del 25 gen­na­io, ave­vo clic­ca­to “for­se”. Le mani­fe­sta­zio­ni tut­to som­ma­to fan­no sem­pre bene: sono bel­le occa­sio­ni per riu­nir­si, e ulti­ma­men­te, in Egit­to spun­ta­va­no come fun­ghi. Pas­seg­gian­do in una qual­sia­si mat­ti­na­ta cai­ro­ta da via Qasr el-Aini a via Abd al-Kha­liq Thar­wat era impos­si­bi­le non imbat­ter­si in alme­no set­te tra mani­fe­sta­zio­ni e sit-in: ognu­no con le sue richie­ste spe­ci­fi­che. Nes­su­na ha mai por­ta­to risul­ta­ti e que­sto riem­pi­va il cuo­re di delu­sio­ne e di dispe­ra­zio­ne­Fin dal­la mat­ti­na il 25 gen­na­io sem­bra­va un gior­no diver­so. Segui­vo dall’ufficio le noti­zie sull’affluenza alle mani­fe­sta­zio­ni: ne sta­va­no scop­pian­do in diver­si gover­na­to­ra­ti diver­si e in varie zone del Cai­ro, al di là di ogni aspet­ta­ti­va. La sera, rag­giun­gen­do Piaz­za Tah­rir, mi tro­vai davan­ti una sce­na com­ple­ta­men­te diver­sa da tut­to quel­lo che ave­vo visto nel­la mia vita: nono­stan­te i lacri­mo­ge­ni e i pro­iet­ti­li di gom­ma, sem­bra­va che in quel­la piaz­za la gen­te stes­se viven­do i momen­ti più feli­ci del­la sua vita: c’erano ener­gie posi­ti­ve. In un gior­no sol­tan­to la spe­ran­za era cre­sciu­ta, si era radi­ca­ta come un albe­ro la cui cre­sci­ta non pote­va esse­re più fer­ma­ta. Mi imbat­tei in un gio­va­ne che vaga­va per le stra­de del cen­tro: «Scu­si, come pos­so arri­va­re a Piaz­za Tah­rir?». Era­va­mo a via Hoda Sha­ra­wi. Men­tre gli indi­ca­vo la piaz­za mi inter­rup­pe: «Ma ci sono anco­ra le mani­fe­sta­zio­ni o è fini­to tut­to?», «No no, ci sono anco­ra». Mi rispo­se di get­to: «È che non cono­sco nes­su­no… Ho rice­vu­to un invi­to su Face­book ed ecco­mi qui…»Sembrava che fos­se­ro deci­ne di miglia­ia di per­so­ne che ave­va­no rice­vu­to quell’invito, che tan­tis­si­mi aves­se­ro clic­ca­to “sì”, ma anche tut­ti quel­li che ave­va­no clic­ca­to “for­se” ave­va­no poi deci­so di scen­de­re in piazza.
Le mani­fe­sta­zio­ni si sus­se­gui­va­no, le for­ze dell’ordine arri­va­va­no da tut­ti i lati e, già dal gio­ve­dì not­te, l’aria de Il Cai­ro era satu­ra di lacri­mo­ge­ni “made in USA” (un rega­lo gene­ro­so da par­te degli Sta­ti Uni­ti, che gli egi­zia­ni non dimen­ti­che­ran­no mai). Ma i linea­men­ti del­la gen­te e lo spie­ga­men­to del­le for­ze dell’ordine ren­de­va­no chia­ro che l’indomani, vener­dì 28 gen­na­io, sareb­be sta­to dav­ve­ro “il gior­no del­la rabbia”Quando mi alzai il vener­dì mat­ti­na sco­prii che la rete dei tele­fo­ni cel­lu­la­ri era inter­rot­ta e che Inter­net era sta­to bloc­ca­to in tut­to l’Egitto. Il mes­sag­gio era chia­ro: il Gover­no sta­va per com­pie­re una strage.
Da via al-Saha­fa uscii ver­so via al-Galaa, in cui avan­za­va un cor­teo gigan­te­sco, pie­no di don­ne e bam­bi­ni. I dipen­den­ti dell’ospedale di al-Galaa lan­cia­va­no le masche­re ai mani­fe­stan­ti per aiu­tar­li a resi­ste­re ai lacrimogeni.
Appe­na rag­giun­gem­mo la fine del­la stra­da ini­ziò la cari­ca: ho visto coi miei occhi un uffi­cia­le che avan­za­va tra le file dei sol­da­ti per lan­cia­re da solo più di quin­di­ci lacrimogeni.
Ho visto coi miei occhi don­ne fug­gi­re coi loro figli.
Ho visto coi miei occhi bam­bi­ni rischia­re di soffocare.
Ho visto coi miei occhi un lacri­mo­ge­no col­pi­re il viso di una don­na sui trent’anni. Por­ta­va il velo ed è mor­ta sul colpo.
Fug­gim­mo dal gas, mi sen­ti­vo sof­fo­ca­re, sta­vo per per­de­re i sen­si. Mi get­tai nel­le stra­di­ne late­ra­li di Bulaq: accet­tai l’invito di mastro Hisham ed entrai nel­la sua offi­ci­na. A Bulaq ho visto il com­mis­sa­rio rila­scia­re ban­di­ti e per­so­ne con pre­ce­den­ti pena­li sol­tan­to per inti­mi­di­re gli abi­tan­ti del quar­tie­re. Ma ho visto anche la gen­te di Bulaq che li arre­sta­va, li pic­chia­va, li costrin­ge­va a indos­sa­re cami­cie da don­na e a gira­re per le stra­de coper­ti dall’onta di aver tra­di­to la gen­te del loro stes­so quar­tie­re. Sono rima­sto bloc­ca­to a Bulaq per cir­ca cin­que ore, men­tre il fra­cas­so del­le gra­na­te lacri­mo­ge­ne e dei pro­iet­ti­li si era fat­to mono­to­no. I rumo­ri si cal­ma­ro­no leg­ger­men­te alla noti­zia del copri­fuo­co e con l’arrivo dei pri­mi car­ri arma­ti. Usci­to da Bulaq, mi dires­si ver­so il cen­tro e poi ver­so piaz­za Tah­rir. Per la pri­ma vol­ta l’aria del Cai­ro ave­va un sapo­re diver­so. I car­ri arma­ti dell’esercito ini­zia­ro­no a dispie­gar­si al palaz­zo del­la radio e del­la tv egi­zia­na, cer­can­do di far­si stra­da ver­so Piaz­za Tah­rir, in cui era­no rima­sti gli ulti­mi uomi­ni del­le for­ze di poli­zia che spa­ra­va­no anco­ra con­tro i mani­fe­stan­ti pro­iet­ti­li, metal­li­ci di gom­ma, e lacri­mo­ge­ni. I nego­zi del­le vie secon­da­rie era­no qua­si tut­ti chiu­si e sui vol­ti del­la gen­te c’era la sor­pre­sa e un sor­ri­so feli­ce. Le stra­de del Cai­ro era­no per la pri­ma vol­ta libe­re, appar­te­ne­va­no a tut­ti. Il cel­lu­la­re non pren­de­va più, nes­sun tele­fo­no squil­la­va, nes­su­no chia­ma­va, ma tut­ti cor­re­va­no, fra­ter­niz­za­va­no e si soste­ne­va­no. Si allun­ga­va­no mani con bot­ti­glie di ace­to, bibi­te gas­sa­te e fet­te di cipol­la. Un momen­to sto­ri­co­Fac­cio anco­ra fati­ca a met­te­re ordi­ne nel­le vicen­de suc­ces­si­ve. Mi sem­bra che tut­to sia suc­ces­so in un gior­no sol­tan­to. I discor­si del Pre­si­den­te sono sem­pre ugua­li, si sus­se­guo­no noti­zie di dimis­sio­ni e nuo­vi inca­ri­chi, sem­pre ugua­li: fac­ce che spa­ri­sco­no per fare posto ad altre masche­re del­le stes­se per­so­ne, fol­le di mani­fe­stan­ti che afflui­sco­no a Piaz­za Tah­rir e in altri gover­na­to­ra­ti. Il regi­me sta gio­can­do le sue ulti­me car­te. Il Pre­si­den­te si affac­cia e per la pri­ma vol­ta: lo sen­tia­mo abban­do­na­re la sua super­bia e rife­rir­si a se stes­so dicen­do «Io» inve­ce di «Noi».
Si trat­ta del­lo stes­so Muba­rak che qual­che set­ti­ma­na fa, quan­do qual­cu­no dell’opposizione ave­vo chie­sto un pare­re a pro­po­si­to di pro­get­ti di rifor­ma, ave­va rispo­sto «lascia­te­li diver­ti­re». Ora, sep­pur par­li con un tono qua­si sup­pli­che­vo­le, con­ti­nua a soste­ne­re che «mori­rà su que­sta ter­ra», cioè che non inten­de dimet­ter­si. Ogni vol­ta che tor­ne­rà in tele­vi­sio­ne l’ira del­la gen­te aumen­te­rà, e si tor­ne­rà a manifestare.
Qual­che ora dopo il pri­mo discor­so del Pre­si­den­te, i suoi soste­ni­to­ri e gli uomi­ni del­le for­ze dell’ordine han­no cer­ca­to di entra­re nel­la piaz­za con la for­za, attac­can­do i mani­fe­stan­ti in sel­la a caval­li, cam­mel­li e muli. Non si trat­ta più di una bat­ta­glia poli­ti­ca: in gio­co c’è la dife­sa del­la civil­tà. L’immagine è chia­ra: sia­mo davan­ti a un regi­me dal­la men­ta­li­tà medie­va­le, che gover­na in nome di un capo­tri­bù. La disob­be­dien­za vie­ne con­si­de­ra­ta una for­ma di male­du­ca­zio­ne e i suoi soste­ni­to­ri caval­ca­no per le stra­de del­la cit­tà caval­li e cam­mel­li. Dall’altro lato ci sono inve­ce i gio­va­ni del nuo­vo Egit­to, espo­nen­ti di tut­to l’arcobaleno poli­ti­co, dai Fra­tel­li Musul­ma­ni alla sini­stra radi­ca­le, uni­ti da Inter­net e dai social net­work. Il cam­mel­lo e il caval­lo con­tro Inter­net e i cel­lu­la­ri, e in mez­zo l’esercito egi­zia­no, con­fu­so, ma comun­que insod­di­sfat­to dei com­por­ta­men­ti del regi­me, sen­za tut­ta­via poter dis­sen­ti­re col suo capo supre­mo, il Pre­si­den­teI miei geni­to­ri si sono incon­tra­ti, si sono inna­mo­ra­ti, si sono spo­sa­ti e poi mi han­no dato alla luce. Sono nato, ho impa­ra­to a cam­mi­na­re, mi sono spun­ta­ti la bar­ba e i baf­fi, mi sono lau­rea­to, i miei capel­li han­no comin­cia­to a cade­re, mi sono spo­sa­to e in tut­to ciò i capel­li di Muba­rak sono anco­ra neri!Il pro­di­gio mag­gio­re di Muba­rak, secon­do la pro­pa­gan­da del suo par­ti­to, è la “sta­bi­li­tà”. Sono sta­to testi­mo­ne, come tan­ti altri scrit­to­ri e intel­let­tua­li, di come il regi­me abbia dato pie­no soste­gno a valo­ri e idee anti­che, e di come abbia eser­ci­ta­to la cen­su­ra con­tro la crea­ti­vi­tà e le pub­bli­ca­zio­ni ori­gi­na­li, con la scu­sa del­la reli­gio­ne o del­la sal­va­guar­dia del­la sicu­rez­za nazio­na­le. Ero accan­to agli ami­ci che han­no per­so il lavo­ro per le loro posi­zio­ni, ero accan­to a Mag­dy el-Sha­fee quan­do il Gover­no ha cen­su­ra­to la pri­ma gra­phic novel in ara­bo, Metro, per i suoi rife­ri­men­ti alle figu­re del par­ti­to cor­rot­to di Muba­ra­kLa cor­ru­zio­ne del regi­me di Muba­rak non si è limi­ta­ta sol­tan­to alla dit­ta­tu­ra e all’economia, ma con l’aiuto del­la mostruo­sa mac­chi­na di pro­pa­gan­da che dif­fon­de­va deci­ne di men­zo­gne e di leg­gen­de ha col­pi­to l’infrastruttura cul­tu­ra­le e socia­le egi­zia­na. Quel­lo che più stu­pi­sce è che ades­so vedia­mo ripe­te­re le stes­se men­zo­gne sui media euro­pei, le ascol­tia­mo sul­la boc­ca di poli­ti­ci di rilie­vo, come la can­cel­lie­ra Mer­kel o Ber­lu­sco­ni, l’amico inti­mo di Muba­rak. Qua­li sono que­ste menzogne?

L’Egitto, come altri pae­si, deve rima­ne­re sot­to un regi­me dit­ta­to­ria­le per garan­ti­re che gli isla­mi­sti non arri­vi­no al potere.
È il con­tra­rio: la dit­ta­tu­ra è uno dei moti­vi alla base del­la dif­fu­sio­ne dei movi­men­ti ter­ro­ri­sti­ci e del ricor­so alla vio­len­za. Que­sto regi­me non è mai sta­to lai­co: sot­to Nas­ser gli isla­mi­sti sono sta­ti tor­tu­ra­ti nel­le pri­gio­ni; Sadat poi li ha usa­ti per ster­mi­na­re i movi­men­ti di sini­stra e i grup­pi libe­ra­li. Com­piu­ta que­sta mis­sio­ne, li ha man­da­ti in Afgha­ni­stan a com­bat­te­re con­tro l’Unione Sovie­ti­ca. Quan­do sono tor­na­ti li ha incar­ce­ra­ti, li ha tor­tu­ra­ti, sen­za avvia­re alcun ten­ta­ti­vo di dia­lo­go. Que­sto li ha por­ta­ti ad allon­ta­nar­si dal­le loro linee di pen­sie­ro e a fidar­si di pagliac­ci del cali­bro di Bin Laden o al-Zar­qa­wi. L’esistenza di un siste­ma demo­cra­ti­co è un dirit­to in qual­sia­si socie­tà ed è l’unico modo per­ché si avvii un dia­lo­go vero tra i diver­si grup­pi socia­li. La demo­cra­zia auten­ti­ca garan­ti­sce il pro­ces­so di inte­gra­zio­ne dei movi­men­ti isla­mi­sti all’interno di uno sta­to civi­le e moder­no. Tro­van­do cana­li veri di par­te­ci­pa­zio­ne al dia­lo­go socia­le e poli­ti­co nes­su­no avrà biso­gno di far­si esplo­de­re per­ché suo padre è sta­to ucci­so sot­to tor­tu­ra o per­ché suo fra­tel­lo è sta­to licenziato.
 
Il rapi­do pas­sag­gio da un siste­ma dit­ta­to­ria­le a uno demo­cra­ti­co può por­ta­re al caos.
Ho sen­ti­to la Mer­kel ripe­te­re que­sta favo­la. Mi ha stu­pi­to il fat­to che fos­se anche lo stes­so pre­te­sto usa­to da Muba­rak per rifiu­ta­re le dimis­sio­ni imme­dia­te. In real­tà quan­do il 28 gen­na­io la poli­zia ha abban­do­na­to le posi­zio­ni e si è riti­ra­ta, in poche ore gli egi­zia­ni si sono orga­niz­za­ti e in ogni quar­tie­re sono nati dei comi­ta­ti popo­la­ri. Negli ulti­mi gior­ni abbia­mo visto che il popo­lo egi­zia­no è sce­so per stra­da per sal­va­guar­da­re le sue pro­prie­tà, per diri­ge­re il traf­fi­co e per rac­co­glie­re la spaz­za­tu­ra, men­tre Muba­rak e il suo nuo­vo Pri­mo Mini­stro non sono capa­ci di nomi­na­re un Gover­no. Abbia­mo visto i musul­ma­ni fare da guar­dia alle chie­se, non c’è sta­ta alcu­na mole­stia ses­sua­le, abbia­mo visto disoc­cu­pa­ti fare la guar­dia a ban­che in cui si sono accu­mu­la­te le for­tu­ne di uomi­ni d’affari cor­rot­ti. Tut­to que­sto è avve­nu­to per­ché gli egi­zia­ni rifiu­ta­no il van­da­li­smo e il caos: sono un popo­lo attac­ca­to e alle isti­tu­zio­ni. La sen­si­bi­li­tà che ha mostra­to la socie­tà egi­zia­na è sta­ta una sor­pre­sa per tan­ti, me com­pre­so, e ci ha mostra­to che que­sta socie­tà è in gra­do di gestir­si sen­za biso­gno del­la custo­dia di un vec­chio gene­ra­le o dei con­si­gli dei lea­der poli­ti­ci europei.
La pre­sen­za di Muba­rak ras­si­cu­ra Israe­le e por­ta avan­ti il pro­ces­so di pace, garan­ten­do quin­di la sta­bi­li­tà in Medio Oriente.
La veri­tà è che in più di due set­ti­ma­ne di mani­fe­sta­zio­ni in tut­te le stra­de e le piaz­ze dell’Egitto non si è sen­ti­to nep­pu­re uno slo­gan reli­gio­so o osti­le a un qual­che pae­se del mon­do. Il regi­me di Muba­rak, che in pub­bli­co dichia­ra di soste­ne­re la pace, in real­tà soste­ne­va le poli­ti­che e le idee dell’odio nei con­fron­ti dell’altro, per poi dipin­ger­si come l’affidabile custo­de dei con­fi­ni e del­la sicu­rez­za del Pae­se. Il regi­me di Muba­rak ha tut­to l’interesse a man­te­ne­re inso­lu­ta la que­stio­ne pale­sti­ne­se, per­ché si trat­ta di una car­ta che può usa­re con ame­ri­ca­ni e euro­pei. Il popo­lo egi­zia­no, per le vite che ha paga­to, aspi­ra sol­tan­to alla pace: nes­su­no met­te in dub­bio l’esigenza di tro­va­re una solu­zio­ne alla cau­sa pale­sti­ne­se basa­ta sul­la legit­ti­mi­tà inter­na­zio­na­leIe­ri sera ha pio­vu­to sui mani­fe­stan­ti di Piaz­za Tah­rir. C’era un ragaz­zo che suo­na­va la chi­tar­ra e can­ta­va entu­sia­sta in mez­zo alla fol­la. Un altro pre­ga­va ver­so l’esterno del­la piaz­za. Una casa­lin­ga era sedu­ta sul mar­cia­pie­de e rac­con­ta­va una sto­ria ai suoi figli. Alcu­ne ragaz­ze si face­va­no le foto accan­to ai car­ri arma­ti. Un gio­va­ne medi­co cura­va le feri­te di un mani­fe­stan­te col­pi­to duran­te un attac­co dei delin­quen­ti di Muba­rak. C’erano gio­va­ni che par­la­va­no di crea­re un sito per docu­men­ta­re gli avve­ni­men­ti di Piaz­za Tah­rir. C’era la festa di matri­mo­nio di due ragaz­zi che han­no deci­so di spo­sar­si in piaz­za, in mez­zo ai mani­fe­stan­ti. C’era un pre­te che si pre­pa­ra­va a cele­bra­re la Mes­sa per l’anima dei mar­ti­ri del­la rivo­lu­zio­ne. C’erano alcu­ni arti­sti che dipin­ge­va­no sul mar­cia­pie­de. C’era un vec­chio che cam­mi­na­va gri­dan­do: «Io sono il popo­lo. E il popo­lo vuo­le la cadu­ta del regime».

Ma il Pre­si­den­te rifiu­ta di dimet­ter­si e i suoi capel­li sono anco­ra neri e lucidi.
A te la scel­ta. Sostie­ni la rivoluzione.

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mer­co­le­dì 9 feb­bra­io 2011 | Mat­teo Baldi |

Le noti­zie che arri­va­no dal Cai­ro in que­sti gior­ni, vio­len­te e con­fu­se, par­la­no di un popo­lo che sta pro­van­do a cam­bia­re le cose, a dispet­to dell’acquiescenza del resto del mon­do. Ma che ruo­lo han­no gli intel­let­tua­li, in una situa­zio­ne come quel­la attua­le? E qua­le voce? Ci sono spa­zi per espri­me­re dis­sen­so, in un pae­se come l’Egitto? E i libri, rac­con­ta­no (o han­no pre­vi­sto) quel che sta acca­den­do? Andia­mo a vedere. 

Il mon­do inte­ro dovreb­be esse­re orgo­glio­so dell’inerzia con cui ha assi­sti­to alla libe­ra­zio­ne del popo­lo egi­zia­no. Il regi­me di Muba­rak era soli­to nomi­na­re mala­vi­to­si e adot­ta­re un regi­me di poli­zia sel­vag­gio per soste­ne­re i mem­bri del suo par­la­men­to e sop­pri­me­re la nostra ani­ma più auten­ti­ca, l’anima del­la liber­tà. Ma noi ci stia­mo impegnando”.
Ci scri­ve dal suo blac­k­ber­ry, con ama­ris­si­ma iro­nia,  Mag­dy El Sha­fee, fumet­ti­sta con­dan­na­to l’anno scor­so in segui­to al pro­ces­so per osce­ni­tà che gli era sta­to inten­ta­to dal­lo Sta­to egi­zia­no. La sua gra­phic novel “Metro”, infat­ti (pub­bli­ca­ta in Ita­lia dal­le edi­zio­ni Il Siren­te), all’interno di una vicen­da di spio­nag­gio, mostra un uomo e una don­na inten­ti in un rap­por­to sessuale.I dise­gni sono sta­ti con­si­de­ra­ti por­no­gra­fi­ci, e quin­di offen­si­vi. Tut­te le copie distri­bui­te al Cai­ro sono sta­te riti­ra­te e distrut­te, e Mag­dy ha dovu­to paga­re un’ammenda sala­ta. Ma sarà dav­ve­ro sola­men­te una que­stio­ne di dise­gni immorali?
Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”, reci­ta la sen­ten­za emes­sa dal Trbu­na­le, e allo­ra si capi­sce for­se meglio cosa pos­sa aver dato tan­to fasti­dio alle auto­ri­tà, in un pae­se (e una cul­tu­ra) in cui il ses­so for­se non vie­ne osten­ta­to pub­bli­ca­men­te ma cer­to non è tabù nel­le con­ver­sa­zio­ni e non può esse­re l’unica ragio­ne per met­te­re all’indice un libro a fumetti.
El Sha­fee, però, non è l’unica vit­ti­ma di un regi­me che mostra un vol­to pre­sen­ta­bi­le sola­men­te al resto del mon­do, e cen­su­ra il dis­sen­so impo­nen­do un con­trol­lo rigi­do anche sul web.
Nei pri­mi gior­ni degli scon­tri, la rete in Egit­to ha subi­to un vero e pro­prio blac­kout, per impe­di­re che le noti­zie di quel che sta­va acca­den­do fil­tras­se­ro ver­so gli altri Pae­si, ma anche per far sen­ti­re più iso­la­ti i blog­ger e tut­ti que­gli egi­zia­ni che tro­va­no in inter­net una fine­stra sul mondo.
Ala ‘Al Aswa­ni, cele­bra­to auto­re di Palaz­zo Yacou­bian (Fel­tri­nel­li edi­zio­ni), pro­muo­ve da anni un salot­to let­te­ra­rio al Cai­ro, cit­tà nel­la qua­le svol­ge la pro­fes­sio­ne di den­ti­sta ed è un intel­let­tua­le cono­sciu­to e rispet­ta­to. L’espressione “salot­to let­te­ra­rio”, però evo­ca imme­dia­ta­men­te imma­gi­ni di con­ci­lian­ti sedu­te che si svol­go­no fra ape­ri­ti­vi e mol­lez­ze – appun­to – salottiere.
Nul­la di più lon­ta­no dal vero, però, nei pae­si in cui la liber­tà di stam­pa è limi­ta­ta, i dirit­ti del­le don­ne sono un argo­men­to pura­men­te acca­de­mi­co e tut­ti i gior­ni la cor­ru­zio­ne che per­mea l’apparato poli­ti­co e ammi­ni­stra­ti­vo del Pae­se vin­co­la ogni serio ten­ta­ti­vo di miglio­ra­re le con­di­zio­ni del­la società.
Ten­go anco­ra i miei semi­na­ri per discu­te­re di que­stio­ni cul­tu­ra­li. Li ten­go dal 1996.
L’ho fat­to anche nei caf­fè, pub­bli­ca­men­te. Nel 2004 il gover­no ha minac­cia­to il pro­prie­ta­rio del caf­fè all’interno del qua­le li tene­va­mo, e allo­ra ci sia­mo spo­sta­ti nel palaz­zo dove ha sede “Kifa­ya” (“Abba­stan­za”), movi­men­to poli­ti­co che rac­co­glie intel­let­tua­li di diver­sa estra­zio­ne”, spie­ga­va Al Aswa­ni in un’intervista rac­col­ta a mar­gi­ne del­la sua par­te­ci­pa­zio­ne alla scor­sa edi­zio­ne del Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, dove l’Egitto era il Pae­se ospite.

Altri scrit­to­ri sono Nawal Al Saa­da­wi, auto­re de L’amore ai tem­pi del petro­lio, Ahmed Nagy, auto­re di Rogers e Kha­led Al Kamis­si, auto­re di Taxi.
I tre libri, oltre al fat­to di esse­re pub­bli­ca­ti in Ita­lia dal­lo stes­so edi­to­re (Il siren­te), han­no in comu­ne la capa­ci­tà di descri­ve­re la socie­tà civi­le egi­zia­na coglien­do­ne al tem­po stes­so la vita­li­tà e le scle­ro­si. Nel caso di Al Kamis­si, ad esem­pio, il Cai­ro è un bru­li­chio inin­ter­rot­to di vita col­to dal fine­stri­no del taxi, e i taxi­sti stes­si sono un pre­ci­pi­ta­to d’Egitto, con il loro lamen­tar­si del­le isti­tu­zio­ni e del­la cor­ru­zio­ne che però non por­ta a nulla.
Rogers”, inve­ce, è ope­ra di un blog­ger segui­tis­si­mo, un’opera ispi­ra­ta addi­rit­tu­ra a “The wall” di Roger Waters. Dal­la sche­da dedi­ca­ta a Ahmed Nagy sul sito de Il siren­te: “… in Egit­to è mol­to noto come blog­ger, ma soprat­tut­to per esse­re uno dei più gio­va­ni redat­to­ri di Akh­bàr el Adab, il pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio diret­to da Gamàl al-Ghi­tà­ni. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. Il suo blog Wasa kha­ia­lak (Allar­ga la tua imma­gi­na­zio­ne), ini­zia­to nel 2005, par­la di socio­lo­gia, pop art, dirit­ti uma­ni e cul­tu­ra: “spe­ri­men­to un diver­so livel­lo di lin­guag­gi per avvi­ci­na­re la gen­te alla letteratura”.

Nawal Al Saa­da­wi, infi­ne, è una pio­nie­ra del fem­mi­ni­smo nel mon­do ara­bo. Scrit­tri­ce e psi­chia­tra, ha sor­ti­to gran­de influen­za sul­le gene­ra­zio­ni più gio­va­ni, pro­prio gra­zie ai suoi libri. Can­di­da­ta­si alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li nel 2004, ha anche pas­sa­to un perio­do in gale­ra duran­te la pre­si­den­za di Sadat, ed è sta­ta iscrit­ta nel­la lista degli obiet­ti­vi di un grup­po fon­da­men­ta­li­sta. L’amore ai tem­pi del petro­lio, sot­to le spo­glie di un roman­zo gial­lo, com­pie un’indagine sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne nei pae­si arabi, muovendo i suoi let­to­ri a una pre­sa di coscienza.
Altra scrit­tri­ce egi­zia­na è Gha­da Abdel Aal, autri­ce di un libro e un blog mol­to segui­to inti­to­la­ti Che il velo sia da spo­sa (pub­bli­ca­to in Ita­lia da Epo­ché). In Egit­to il libro ha cono­sciu­to tale e tan­ta noto­rie­tà che la tele­vi­sio­ne ne ha trat­to uno sce­neg­gia­to, inter­pre­ta­to nel ruo­lo del­la pro­ta­go­ni­sta da una del­le attri­ci più cele­bri del mon­do ara­bo. Ma la sto­ria di Bri­de, gio­va­ne don­na in cer­ca di un mari­to da spo­sa­re per amo­re, è anche la gal­le­ria di una serie di “tipi” che rias­su­mo­no mol­to bene carat­te­ri­sti­che e difet­ti degli uomi­ni cui una don­na “in età da mari­to” può ambi­re in Egit­to, e que­sta è la ragion per cui Gha­da, con il suo alter ego roman­ze­sco, si è gua­da­gna­ta il sopran­no­me di “Brid­get Jones” ara­ba (sopran­no­me che — va det­to — all’autrice non pia­ce per nul­la)… noi abbia­mo inter­vi­sta­to Gha­da Abdel Aal nei dif­fi­ci­li gior­ni del­le pro­te­ste e del­le mani­fe­sta­zio­ni per cac­cia­re il Pre­si­den­te Mubarak.

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Il mio diario a fumetti da piazza Tahrir

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 6 feb­bra­io 2011 | pp. 32–33 | sezio­ne: Dome­ni­ca­le | Fran­ce­sca Cafer­ri |

Lune­dì 24 gen­na­io. È la sera pri­ma del­la mani­fe­sta­zio­ne, non sap­pia­mo cosa aspet­tar­ci. Abbia­mo mol­te spe­ran­ze, ma doma­ni quan­te saran­no le per­so­ne che ver­ran­no in piaz­za? Comin­cio a rice­ve­re un sac­co di tele­fo­na­te di ami­ci, e così mi ritro­vo a pen­sa­re, a sape­re nel pro­fon­do del mio cuo­re, che quel­la che stia­mo per vive­re è la fine del regi­me di Muba­rak. Dico a tut­ti quel­li che cono­sco che doma­ni dob­bia­mo anda­re in piaz­za: se non cam­bi qual­co­sa di pic­co­lo tu, le cose gran­di non cam­bie­ran­no mai.

Mar­te­dì 25 gen­na­io. Il mio sogno sta diven­tan­do real­tà: in stra­da, improv­vi­sa­men­te, ci sono miglia­ia di per­so­ne. Gen­te che non ha nes­su­na espe­rien­za poli­ti­ca, che non è mai sta­ta atti­va, ma che oggi rispon­de all’ appel­lo lan­cia­to in nome di Kha­lid Said (un gio­va­ne atti­vi­sta egi­zia­no fer­ma­to e pic­chia­to a mor­te da due poli­ziot­ti fuo­ri da un inter­net cafè ad Ales­san­dria qual­che mese fa). La pagi­na a suo nome su Face­book è sta­ta una di quel­le che han­no chia­ma­to alla pro­te­sta: ma non mi aspet­ta­vo che in così tan­ti rispondessero.

Mer­co­le­dì 26 gen­na­io. Pos­sia­mo far­ce­la. Dopo la fiam­ma­ta di ieri, anche oggi la gen­te è tor­na­ta in stra­da. Inter­net non fun­zio­na, i tele­fo­ni­ni sono muti, nien­te sms. Ma tut­ti ci sia­mo diret­ti a piaz­za Tah­rir: per pas­sa­pa­ro­la, per­ché que­sta è la piaz­za del­la Libe­ra­zio­ne (Tah­rir in ara­bo, ndr). E noi voglia­mo esse­re libe­ri. È una spe­cie di mira­co­lo, ritro­var­ci tut­ti qui. Oggi abbia­mo deci­so: il momen­to deci­si­vo sarà vener­dì, dopo la pre­ghie­ra di mezzogiorno.

Vener­dì 28 gen­na­io. In cen­tro, con mia moglie. Andia­mo ver­so piaz­za Tah­rir, vedia­mo arri­va­re gen­te da ogni dire­zio­ne. Occu­pia­mo la piaz­za. La poli­zia è pre­oc­cu­pa­ta, ma noi sia­mo tan­tis­si­mi. Pro­va­no a fer­mar­ci, scon­tri, ma dav­ve­ro è impos­si­bi­le but­tar­ci fuo­ri da que­sta piaz­za. Tut­to acca­de mol­to in fret­ta: pri­ma la gio­ia, poi la rab­bia, gli scon­tri con la poli­zia, i can­no­ni ad acqua, le pal­lot­to­le di gom­ma. Arri­va­no i tank dell’ eser­ci­to, abbia­mo dav­ve­ro pau­ra: non sap­pia­mo cosa faran­no. Poi ci dico­no: «Sia­mo con voi». Un’ esplo­sio­ne di feli­ci­tà. Dura poco: la tele­vi­sio­ne annun­cia un discor­so di Muba­rak. Ciò che dice gela il nostro umo­re, la piaz­za è furio­sa. Una gior­na­ta paz­ze­sca oggi. Tor­no a casa tar­dis­si­mo, solo per ripo­sa­re un po’ .

Saba­to 29 gen­na­io. Mi sve­glio anco­ra pie­no di rab­bia. Tut­to è così ingiu­sto. Le pro­mes­se fat­te ieri sera da Muba­rak non pos­sia­mo accet­tar­le. Que­sto è anco­ra più chia­ro ora, al sor­ge­re del sole. Trop­po poco, trop­po tar­di. Dob­bia­mo tro­va­re il modo di urlar­lo al mon­do che ci guar­da: così non va bene. Voi in Occi­den­te ave­te scrit­to mol­to su Moham­med El Bara­dei (l’ex segre­ta­rio gene­ra­le dell’ Aiea, pre­mio Nobel per la pace e da mesi indi­ca­to come l’ anti­Mu­ba­rak, ndr). Noi arti­sti e intel­let­tua­li lo appog­gia­mo in vista di una tran­si­zio­ne: anche i Fra­tel­li musul­ma­ni lo fan­no. Ma dove­te sta­re atten­ti: è la rab­bia del­la gen­te che muo­ve que­sta pro­te­sta, soprat­tut­to la rab­bia dei gio­va­ni che si orga­niz­za­no via Inter­net. Sono le loro voci che devo­no esse­re ascol­ta­te, non quel­le del­la politica.

Lune­dì 31 gen­na­io. Resta­re in piaz­za, non anda­re via: è l’ uni­co modo per otte­ne­re qual­co­sa. E allo­ra la gen­te deci­de di resta­re a piaz­za Tah­rir, dan­do­si il cam­bio. «Come a Tie­nan­men», mi dice un ami­co. Lo sap­pia­mo, ci abbia­mo pen­sa­to. Lo voglio dire chia­ro: a que­sto pun­to sia­mo pron­ti a tut­to. Se Muba­rak vuo­le fare un bagno di san­gue, sap­pia che la gen­te è pron­ta al bagno di san­gue. Chi sta in piaz­za oggi non è più un cit­ta­di­no ordi­na­rio dell’Egitto, è una per­so­na con­sa­pe­vo­le. «Voglio ren­de­re il mio pae­se miglio­re», mi ha det­to un ragaz­zi­no: ave­va vin­to una bor­sa di stu­dio, dove­va par­ti­re, non lo ha fat­to, non è il momen­to. Non sia­mo più silen­zio­si e ras­se­gna­ti: la gen­te intor­noa me vuo­le solo una cosa. Un cam­bia­men­to vero e uno sta­to real­men­te demo­cra­ti­co: non ci fidia­mo di Omar Sulei­man (il capo dei ser­vi­zi segre­ti nomi­na­to vice­pre­si­den­te qual­che gior­no fa, ndr ), non voglia­mo ascol­ta­re le sue paro­le quan­do par­la di «tran­si­zio­ne»: non sia­mo sce­si in piaz­za per ave­re lui: voglia­mo esse­re libe­ri, inse­gna­re alla gen­te cosa sono i par­ti­ti e la democrazia.

Gio­ve­dì 3 feb­bra­io. Quel­lo che sta acca­den­do è la rea­liz­za­zio­ne del­le idee che ho scrit­to nel mio libro: l’ iner­zia a usci­ree par­te­ci­pa­re che tan­to cri­ti­ca­vo oraè fini­ta. Una ven­det­ta con­tro la cen­su­ra che ha bloc­ca­to il mio libro? No, non è que­sto. Io non mi ven­di­co, ma è bel­lis­si­mo. Non come fini­rà. Muba­rak ha par­la­to di nuo­vo ieri, pen­sa­va­mo che si dimet­tes­se: non lo ha fat­to. Non capi­sce che la gen­te non lo vuo­le. La rab­bia mon­ta. Gli agen­ti del­la sua guar­dia nazio­na­le, che indos­sa­no le uni­for­mi dell’ eser­ci­to, ci stan­no attac­can­do, tira­no sas­si, alcu­ni sono arma­ti. Ma non ci fer­mia­mo. Ieri ho dise­gna­to. Poco, solo per rac­con­ta­re quel­lo che sta suc­ce­den­do. Scri­ve­rò un altro libro quan­do tut­to que­sto sarà fini­to. E sarà la sto­ria di que­sti gior­ni. Ma ora è trop­po pre­sto per pensarci.

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L’attimo prima della rivolta

| Cospe Onlus | Vener­dì 4 feb­bra­io 2011 | Pame­la Cioni |

La liber­tà va chie­sta con for­za. Va pre­sa, non può esse­re con­ces­sa», dice Mag­di El Sha­fei, auto­re del pri­mo gra­phic novel del mon­do ara­bo, Metro. Che è sta­to un vero e pro­prio caso edi­to­ria­le, cen­su­ra­to in Egit­to subi­to dopo la pub­bli­ca­zio­ne con la pic­co­la casa edi­tri­ce di Muham­mad Shar­qa­wi (tra­dot­to in ingle­se e fran­ce­se, in Ita­lia è usci­to per i tipi de il Siren­te). Mag­di par­la fuman­do inin­ter­rot­ta­men­te e alzan­do la voce sopra il bru­sio di fon­do del cen­tra­le bar Grop­pi nel quar­tie­re cai­ro­ta di Down Town: è il 24 gen­na­io, un gior­no dall’aria tie­pi­da e pri­ma­ve­ri­le, e man­ca­no poche ore a quel­lo che sarà ricor­da­to nel­la sto­ria egi­zia­na come “il gior­no del­la Rab­bia”. I blin­da­ti e gli agen­ti del­la Poli­zia gover­na­ti­va, la fami­ge­ra­ta Sicu­rez­za nazio­na­le, già cir­con­da­no edi­fi­ci e pre­si­dia­no le piaz­ze, ma la vita scor­re — anco­ra — tran­quil­la, anzi fre­ne­ti­ca, come sem­pre, nel cosid­det­to quar­tie­re degli intel­let­tua­li e tea­tro degli scon­tri più duri tra mani­fe­stan­ti e gover­no. È a pochi pas­si dal bar infat­ti l’ormai famo­sa piaz­za Tah­rir, “Libe­ra­zio­ne”. Mag­di è un fiu­me in pie­na e par­la ecci­ta­to e ansio­so pen­san­do alla gran­de mani­fe­sta­zio­ne pre­vi­sta per il gior­no suc­ces­si­vo, gior­no di festa nazio­na­le, para­dos­sal­men­te pro­prio indet­ta per cele­bra­re un qual­che glo­rio­so even­to del­la poli­zia egi­zia­na. «Doma­ni scen­de­re­mo in piaz­za e chie­de­re­mo con­to del­le tan­te pro­mes­se che ci sono sta­te fat­te in que­sti anni e che non sono sta­te mai rea­liz­za­te. Le per­so­ne sono stan­che, esa­spe­ra­te. Lo sen­to tut­ti i gior­ni, per stra­da, sui mini­bus, sui taxi». Mag­di El Sha­fei, lau­rea in Far­ma­cia e fumet­ti­sta di pun­ta del­la nuo­va gene­ra­zio­ne egi­zia­na, è uno che degli umo­ri del­la stra­da se ne inten­de e li ha inter­pre­ta­ti e usa­ti per modu­la­re il lin­guag­gio, per rac­con­ta­re sogni, aspi­ra­zio­ni e vicis­si­tu­di­ni del pro­ta­go­ni­sta del suo pri­mo roman­zo a fumet­ti: Shi­hab, un gio­va­ne inge­gne­re infor­ma­ti­co che, rima­sto disoc­cu­pa­to, deci­de di com­pie­re una rapi­na, come ribel­lio­ne, come uni­co gesto di riscat­to dopo aver pro­va­to a rea­liz­za­re legal­men­te i pro­pri pro­get­ti e aver incon­tra­to nel suo umi­lian­te per­cor­so una tra­fi­la di cor­rot­ti e usu­rai. «Esse­re fuo­ri­leg­ge, può esse­re un atto di ribel­lio­ne, se stai lot­tan­do per la tua liber­tà, per i tuoi dirit­ti e se è la socie­tà a esse­re sba­glia­ta, cor­rot­ta». I veri cri­mi­na­li nel roman­zo infat­ti sono altri: sono gli alti fun­zio­na­ri, è il siste­ma del­la maz­zet­ta e il Male dei Mali è rap­pre­sen­ta­to da una socie­tà sta­gnan­te in cui man­ca un vero Sta­to socia­le, una socie­tà in cui il livel­lo di istru­zio­ne è bas­sis­si­mo, in cui gran par­te del­la popo­la­zio­ne tira a cam­pa­re con pochi dol­la­ri al mese viven­do di espe­dien­ti in quar­tie­ri pove­ris­si­mi, spor­chi e sovrappopolati.
In Metro vie­ne rap­pre­sen­ta­ta tut­ta que­sta fet­ta del­la socie­tà ma sono for­se Shi­hab e la gior­na­li­sta Dina, con cui, ine­vi­ta­bi­le, scat­ta la sto­ria d’amore, che rap­pre­sen­ta­no più da vici­no quei ragaz­zi che dal 25 gen­na­io scor­so sono in piaz­za e che riven­di­ca­no un Pae­se più giu­sto e soprat­tut­to più libe­ro. Sen­za cen­su­ra e con vera liber­tà di espres­sio­ne. Sono i ragaz­zi del­la rivo­lu­zio­ne dei social media, quel­li che fuo­ri da schie­ra­men­ti poli­ti­ci veri e pro­pri, si sono incon­tra­ti prin­ci­pal­men­te nel­le piaz­ze vir­tua­li di inter­net, su face­book e su twit­ter. Sono i gio­va­ni, che rap­pre­sen­ta­no i due ter­zi di que­sto Pae­se, che usa­no inter­net e cel­lu­la­ri tut­ti i gior­ni e che sull’onda bene­fi­ca e ispi­ra­tri­ce del­la Tuni­sia si sono dati appun­ta­men­to per pro­te­sta­re con­tro il regi­me. Sul­la pagi­na face­book più fre­quen­ta­ta, “We are all Kha­led Said” in memo­ria di uno stu­den­te di Ales­san­dria ucci­so nel giu­gno scor­so dal­la poli­zia, era­no in 90mila il gior­no pri­ma a dire che sì, ci sareb­be­ro sta­ti, lì in piaz­za a mani­fe­sta­re per cam­bia­re il pro­prio futu­ro, per­ché se è suc­ces­so in Tuni­sia può suc­ce­de­re anche qui, per­ché nien­te è immu­ta­bi­le e per­ché l’entusiasmo è con­ta­gio­so tra i gio­va­ni, che meno facil­men­te accet­ta­no un desti­no che sem­bra scrit­to una vol­ta per tut­te: «La cosa che for­se ci ha scos­so di più nell’ultimo perio­do è sta­ta l’annuncio del­la suc­ces­sio­ne al gover­no (per le pre­vi­ste ele­zio­ni del novem­bre 2011, ndr) del figlio di Muba­rak, Gamal — dice Al Sha­fei con­ti­nuan­do a fuma­re e sor­seg­gian­do un lun­go caf­fè tur­co -. Que­sta enne­si­ma impo­si­zio­ne, que­sta idea del­la discen­den­za monar­chi­ca del pote­re, ha vera­men­te dato uno schiaf­fo alle nostre coscien­ze. Altre vol­te c’erano sta­ti foco­lai di rivol­ta, nel 2005 con gli scio­pe­ri a El Mahal­la (loca­li­tà a 60 chi­lo­me­tri dal Cai­ro, ndr), nel 2008, anno in cui nac­que il “Movi­men­to del 6 apri­le” che pren­de il nome dal gior­no del­le pro­te­ste. Ma ades­so c’è qual­co­sa di più e di diver­so: c’è l’esempio del­la Tuni­sia. Ades­so sap­pia­mo che è pos­si­bi­le». L’entusiasmo del­lo scrit­to­re alla vigi­lia dell’appuntamento con la Sto­ria sem­bra dav­ve­ro incon­te­ni­bi­le: «Doma­ni — aggiun­ge pro­fe­ti­co — sarà la socie­tà civi­le a scen­de­re in piaz­za, ci sarà solo la “bra­va gen­te”, non ci saran­no par­ti­ti né grup­pi reli­gio­si a met­te­re il cap­pel­lo sul­la mani­fe­sta­zio­ne». E ave­va ragio­ne. I tan­to temu­ti Fra­tel­li musul­ma­ni, uni­co vero par­ti­to di oppo­si­zio­ne a Muba­rak, non han­no par­te­ci­pa­to all’organizzazione del­la mani­fe­sta­zio­ne né han­no ade­ri­to alle pro­te­ste fino al vener­dì 28 gen­na­io. I pri­mi quat­tro gior­ni di pro­te­ste sono sta­ti dun­que anche un test per misu­ra­re la for­za del­la socie­tà civi­le lai­ca e autoor­ga­niz­za­ta e la rispo­sta è sta­ta feno­me­na­le. Eppu­re solo la set­ti­ma­na pri­ma il radu­no indet­to a favo­re del­la Tuni­sia sot­to il Par­la­men­to ave­va rac­col­to solo alcu­ne deci­ne di “duri e puri”. E non era­no in pochi a esse­re scet­ti­ci pri­ma del­la vigi­lia del­la mani­fe­sta­zio­ne o per­lo meno più cau­ti del fumettista.

Tra que­sti, un altro scrit­to­re, una voce auto­re­vo­le tra gli intel­let­tua­li cai­ro­ti, Kha­led Al Kha­mis­si, gior­na­li­sta, sce­neg­gia­to­re e pro­dut­to­re cine­ma­to­gra­fi­co, anche lui resi­den­te nel­la “Rive Gau­che” del Nilo. Il suo libro Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no, che in Egit­to ha avu­to 12 ristam­pe (pub­bli­ca­to anche in Ita­lia), rac­con­ta uno spac­ca­to del­la socie­tà egi­zia­na, vista dal bas­so, cioè dal­la par­te dei tas­si­sti, tra le cate­go­rie più disa­gia­te del­la metro­po­li: sono 80mila, gua­da­gna­no pochis­si­mo e fan­no una vita di infer­no fra tas­se da paga­re e ora­ri impos­si­bi­li in mez­zo al traf­fi­co più ingar­bu­glia­to del mon­do. Eppu­re nel libro di Al Kha­mis­si sono pro­prio i tas­si­sti, novel­li can­ta­sto­rie, a esse­re deten­to­ri del­la sag­gez­za popo­la­re e a rac­con­ta­re l’Egitto moder­no con le sue con­trad­di­zio­ni socia­li e cul­tu­ra­li, con le sue ten­sio­ni e anche con i suoi lati di comi­ci­tà e iro­nia tipi­ca di que­sto Pae­se. Kha­led dice che già all’epoca del­la pri­ma ste­su­ra del libro (2006) era con­vin­to che qual­co­sa stes­se esplo­den­do, che qual­co­sa doves­se suc­ce­de­re per­ché la misu­ra era già col­ma, ma poi nien­te. «Il tut­to, comin­cia­to con scio­pe­ri di lavo­ra­to­ri, ope­rai e pro­te­ste dif­fu­se, si è sgon­fia­to per­ché il regi­me di Muba­rak è sta­to più fur­bo e stri­scian­te di quel­lo tuni­si­no, offri­va spi­ra­gli e aper­tu­re che impe­di­va­no al “pallone/società” di scop­pia­re. Dava un po’ di pote­re a tut­ti, ai musul­ma­ni, ai cop­ti, si erge­va a pala­di­no del­la lai­ci­tà nei con­fron­ti dell’Occidente e allo stes­so tem­po finan­zia­va i grup­pi isla­mi­ci più estre­mi­sti. Cen­su­ra­va i gior­na­li ma ci per­met­te­va di par­la­re libe­ra­men­te per stra­da, impe­di­va alcu­ne pub­bli­ca­zio­ni ma con­ce­de­va spa­zi tele­vi­si­vi a dibat­ti­ti poli­ti­ci». E aggiun­ge: «Ora però sarà sicu­ra­men­te l’inizio di un cam­bia­men­to e un’era, quel­la del con­ser­va­to­ri­smo, dell’estremismo e del­la “brut­tez­za”, sta finen­do qui come in tut­ta Euro­pa. I gio­va­ni che pure qui sono nati sot­to que­sto regi­me e sot­to le leg­gi spe­cia­li di “emer­gen­za” (in vigo­re dagli anni Ottan­ta, ndr) sono tan­ti, sono for­ti e voglio­no liber­tà. Han­no una men­ta­li­tà com­ple­ta­men­te diver­sa dal­la nostra e gra­zie ai nuo­vi stru­men­ti e le nuo­ve tec­no­lo­gie che han­no cam­bia­to il loro modo di pen­sa­re, di vede­re il mon­do e di cono­sce­re, cam­bie­ran­no que­sto Pae­se. È solo que­stio­ne di tem­po». Il tem­po è arri­va­to, nono­stan­te gli scet­ti­ci, e la Rivo­lu­zio­ne anche.

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Luci della città

| I viag­gi del Sole | Feb­bra­io 2011 | Kha­led Al Kha­mis­si |

I taxi, impre­ve­di­bi­li e indi­sci­pli­na­ti. I quar­tie­ri cre­sciu­ti a dismi­su­ra. Le moschee e i musei a cie­lo aper­to. Sto­rie e memo­rie del­la capi­ta­le. Dall’alba al tramonto.

Non è mai faci­le par­la­re del­la rela­zio­ne di una per­so­na con la pro­pria cit­tà: è un rap­por­to com­pli­ca­to, come quel­lo tra un uomo e la pro­pria fami­glia. La cit­tà è una per­so­na­li­tà viven­te che si modi­fi­ca a ogni istan­te, ma su una base sto­ri­ca mol­to for­te. Figu­ria­mo­ci, quin­di, se si trat­ta del Cai­ro, dove sono nato nel 1962 e dove sono sem­pre vis­su­to, a par­te i quat­tro anni tra­scor­si in Fran­cia per il dot­to­ra­to in Scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na. Come potrei pen­sa­re a tut­ti i ricor­di rela­ti­vi ai miei ami­ci sen­za pen­sa­re anche, nel con­tem­po, alla mia cit­tà? È impos­si­bi­le. Mi sono inna­mo­ra­to mol­to pre­sto del Cai­ro, del­la sua geo­gra­fia e del­la sua sto­ria: un amo­re a pri­ma vista, si potreb­be dire. Cam­mi­na­vo nel­le sue stra­de, per i suoi vico­li per sco­prir­ne i segre­ti, e in quel modo leg­ge­vo e inter­pre­ta­vo le com­pli­ca­te vicen­de. Tan­to che, in una del­le mie let­tu­re pre­fe­ri­te, quan­do ave­vo 12–13 anni, era L’origine dei nomi del­le vie del Cai­ro… Dopo­di­ché usci­vo di casa e anda­vo alla ricer­ca di quel­le stra­de. Non dob­bia­mo dimen­ti­ca­re, infat­ti, che il Cai­ro è una cit­tà mil­le­na­ria, in cui si sono stra­ti­fi­ca­ti tan­ti cam­bia­men­ti, tan­te cul­tu­ra e tan­te influenze.
Oggi potrei con­si­de­ra­re la pos­si­bi­li­tà di vive­re qual­che perio­do all’estero; l’ha anche fat­to. Ma non sono con­vin­to di riu­sci­re psi­co­lo­gi­ca­men­te a gesti­re que­sta lon­ta­nan­za per lun­go tem­po. Né sono in gra­do di imma­gi­na­re quan­to sof­fe­ren­za com­por­te­reb­be per la mia ani­ma pro­fon­da­men­te cai­ro­ta. È anche vero che la situa­zio­ne poli­ti­ca è diven­ta­ta inso­ste­ni­bi­le: la ten­sio­ne socia­le mi pesa sui pol­mo­ni, facen­do­mi qua­si sof­fo­ca­re. Il brut­to e il degra­do vin­co­no ovun­que. Negli ulti­mi anni la mia ama­ta cit­tà è sta­ta sfi­gu­ra­ta. Innan­zi­tut­to il nume­ro degli abi­tan­ti è aumen­ta­to in manie­ra spa­ven­to­sa. Quan­do sono nato era­va­mo 3 milio­ni, per sali­re a 5 milio­ni negli Anni 70, a 8 milio­ni quan­do anda­vo all’università, men­tre ades­so ha supe­ra­to i 18 milioni!
Per non par­la­re poi del nostro pre­si­den­te Hosni Muba­rak, al pote­re dal 1981 (ormai sono 30 anni!). Il suo regi­me ha fal­li­to com­ple­ta­men­te nel pro­get­to di svi­lup­po del Pae­se, e la nostra capi­ta­le è una testi­mo­nian­za ine­qui­vo­ca­bi­le di que­sto insuc­ces­so. La cre­sci­ta di movi­men­ti rea­zio­na­ri finan­zia­ti dai petrol­dol­la­ri non ha poi fat­to altro che peg­gio­ra­re la brut­tez­za del­la cit­tà. Per non par­la­re del tas­so di inqui­na­men­to, dell’aria e del­le acque, che è diven­ta­to dav­ve­ro dif­fi­ci­le da gesti­re. Per for­tu­na alcu­ne cose sono rima­ste immu­ta­te: il fasci­no del Nilo, le memo­rie, la bel­lez­za inte­rio­re, il popo­lo egi­zia­no con la sua gran­de civi­liz­za­zio­ne… Lo stress, le rivo­lu­zio­ni socia­li pos­so­no pro­vo­ca­re dei muta­men­ti nel tem­pe­ra­men­to, ma non nell’essenza del­le per­so­ne. E gli egi­zia­ni resta­no con­ta­di­ni paci­fi­ci, dol­ci, tol­le­ran­ti e anche un po’ imbro­glio­ni, qua­li­tà essen­zia­li for­se per far fron­te a dit­ta­tu­re mil­le­na­rie. Tut­te que­ste cose mes­se insie­me, in una tale cit­tà dai mil­le vol­ti, per me sono irre­si­sti­bi­li e mi attrag­go­no come una cala­mi­ta. Come il museo a cie­lo aper­to di Saq­qa­ra, un’immensa necro­po­li che risa­le a qua­si cin­que­mi­la anni fa, o il mer­ca­to del­le fave sot­to casa mia. Abbia­mo ton­nel­la­te di sim­bo­li nei qua­li ci rico­no­scia­mo. La pira­mi­de di Cheo­pe, il mou­lid (i festeg­gia­men­ti in ono­re di un san­to o di un per­so­nag­gio vene­ra­bi­le, a metà tra fie­ra e festa reli­gio­sa) di Sayy­id­na al-Hus­sein o quel­lo di Sayy­i­da Zei­nab, la gran­de Moschea-Madra­sa del Sul­ta­no Has­san, che può esse­re con­si­de­ra­ta come una sor­ta di pira­mi­de dell’architettura isla­mi­ca. E poi, per ricon­ci­liar­si con la vita, che c’è di meglio di un giro in felu­ca sul Nilo al tramonto?
Ovvia­men­te, con­si­glio anche di pren­de­re il taxi e di fare due chiac­che­re con il con­du­cen­te. Esse­re un tas­si­sta al Cai­ro non è un mestie­re come altro­ve, è un modo per cer­ca­re di lavo­ra­re o alme­no di aumen­ta­re le entra­te men­si­li. I tas­si­sti pro­ven­go­no da ogni ango­lo del pae­se e tra loro si pos­so­no tro­va­re, con la stes­sa faci­li­tà, pro­fes­so­ri, medi­ci, con­ta­bi­li o anche anal­fa­be­ti. Rap­pre­sen­ta­no la clas­se socia­le di chi ha pro­ble­mi a sbar­ca­re il luna­rio: pra­ti­ca­men­te l’80 per cen­to del­la popo­la­zio­ne egi­zia­na. Per que­sto, far­li par­la­re, in Taxi, è sta­to come dare la paro­la all’intera cit­tà, la vera pro­ta­go­ni­sta, se voglia­mo l’eroina, del libro. E anche nel più recen­te L’arca di Noè, sep­pu­re in nega­ti­vo, c’è il Cai­ro: rap­pre­sen­ta la grot­ta in cui cado­no tut­te le per­so­na­li­tà, desi­de­ro­se di scap­pa­re via, maga­ri in Ame­ri­ca, per evi­ta­re la catastrofe.

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In “Metro” El Shafee ha anticipato la rivolta del popolo egiziano

| Ali­bi Onli­ne | Mar­te­dì 1 feb­bra­io 2011 | Saul Stucchi |

Con i rac­con­ti bre­vi del suo libro inti­to­la­to Taxi, Kha­led Al Kha­mis­si ci ha sve­la­to la vita quo­ti­dia­na per le stra­de del Cai­ro: sogni, pau­re, dif­fi­col­tà pic­co­le e gran­di dei suoi abi­tan­ti come ven­go­no fuo­ri dai dia­lo­ghi tra clien­ti e tas­si­sti. Per la stes­sa col­la­na Altria­ra­bi l’editore il Siren­te ha da poco man­da­to in libre­ria la gra­phic novel Metro in cui l’autore Mag­dy El Sha­fee affron­ta la real­tà dell’Egitto con­tem­po­ra­neo lascian­do da par­te l’ironia dai toni spes­so ras­se­gna­ti di Al Kha­mis­si per con­cen­trar­si sull’evoluzione ver­so cui i pro­ta­go­ni­sti del­la sua sto­ria sono spin­ti dal­la dram­ma­ti­ca real­tà fino al pun­to di rot­tu­ra sen­za pos­si­bi­li­tà di ritor­no. Il tito­lo si rife­ri­sce in pri­ma bat­tu­ta alla metro­po­li­ta­na cai­ro­ta che fa da ambien­ta­zio­ne per mol­te sce­ne del­la vicen­da: i per­so­nag­gi si spo­sta­no nel­la mega­lo­po­li o a pie­di o appun­to uti­liz­zan­do que­sto mez­zo di tra­spor­to. In diver­se pagi­ne com­pa­re la map­pa del­le sta­zio­ni e se ci fac­cia­mo caso, pos­sia­mo nota­re che quel­le più impor­tan­ti, ovve­ro quel­le di scam­bio, sono dedi­ca­te agli ulti­mi due pre­si­den­ti: Sadat e Muba­rak. Il tito­lo allu­de però anche anche all’omonimo carat­te­re tipo­gra­fi­co con cui è stam­pa­to il fumet­to. Come ricor­da la nota a fine libro, que­sto font ven­ne rea­liz­za­to dal gra­phic desi­gner ame­ri­ca­no Wil­liam Addi­son Dwig­gins. Dire che la vicen­da rac­con­ta­ta a fumet­ti da El Sha­fee è sta­ta anti­ci­pa­tri­ce del­la rivol­ta popo­la­re che sta scon­vol­gen­do l’Egitto in que­sti gior­ni (di cui nes­su­no sa anco­ra pre­ve­de­re l’esito, anche se – comun­que vada a fini­re – il pae­se non sarà più lo stes­so di pri­ma) è fin trop­po bana­le. L’autore ha avu­to il meri­to di pun­ta­re il dito e dire la veri­tà sot­to gli occhi di tut­ti da decen­ni: il re, anzi il farao­ne, è nudo e la pira­mi­de in cima alla qua­le sta sedu­to si pog­gia su cor­ru­zio­ne e vio­len­za, ma soprat­tut­to sul­la pau­ra e sul­la ras­se­gna­zio­ne di milio­ni di egi­zia­ni. Eppu­re fino a pochi gior­ni fa, pri­ma che la rivol­ta tuni­si­na pro­vo­cas­se un effet­to domi­no che for­se è solo all’inizio, la mag­gior par­te dei cit­ta­di­ni del­le “demo­cra­zie occi­den­ta­li” ave­va­no dell’Egitto una cono­scen­za sol­tan­to per luo­ghi comu­ni: pira­mi­di, farao­ni e Mar Rosso.

El Sha­fee si rifà inve­ce alla tra­di­zio­ne gra­fi­ca più popo­la­re e anti­ca del suo pae­se, per svi­co­la­re dai rigi­di det­ta­mi dell’arte uffi­cia­le, dun­que di pro­pa­gan­da. Come nei graf­fi­ti lascia­ti dagli ope­rai che costrui­ro­no le tom­be di sovra­ni, digni­ta­ri e sacer­do­ti riaf­fio­ra la real­tà quo­ti­dia­na degli anti­chi egi­zi, così nel­le tavo­le di El Sha­fee è la vita di stra­da dei cai­ro­ti di oggi a occu­pa­re la sce­na, rac­con­tan­do la real­tà, tan­to più sco­mo­da quan­to meno edul­co­ra­ta e ane­ste­tiz­za­ta. “Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti” reci­ta la sen­ten­za di con­dan­na del tri­bu­na­le di Qasr El Nil del Cai­ro, ripro­dot­ta sul­la quar­ta di coper­ti­na. E l’autore può ora fre­giar­se­ne come se fos­se una meda­glia. Ma non tra­scu­ria­mo che la dedi­ca è ai geni­to­ri e ai blog­ger egi­zia­ni: sono que­sti ulti­mi che vei­co­la­no le infor­ma­zio­ni per tut­to il Pae­se, men­tre i gior­na­li e la tele­vi­sio­ne sono addo­me­sti­ca­ti dal regi­me. “I gior­na­li… sono una del­le nostre più gran­di tra­ge­die” dice il pro­ta­go­ni­sta Shi­hab alla sua bel­la, la gior­na­li­sta Dina. E quan­do lei cer­ca di infon­de­re corag­gio al vec­chio Wan­nas ormai mori­bon­do dicen­do­gli: “Non aver pau­ra, zio Wan­nas”, la sua rispo­sta è dav­ve­ro emble­ma­ti­ca: “ahhh, se sol­tan­to qual­cu­no me l’avesse det­to sessant’anni fa…”. Metro si leg­ge “al con­tra­rio” da destra a sini­stra, come nei man­ga, per non “stra­vol­ge­re l’equilibrio dei dise­gni”, spie­ga l’avvertenza. All’inizio può risul­ta­re un po’ sco­mo­do, ma poi la sto­ria pren­de il soprav­ven­to e ci si dimen­ti­ca del ver­so di let­tu­ra oppo­sto all’abituale. La sto­ria di Shi­hab è quel­la di milio­ni di gio­va­ni egi­zia­ni a cui non è offer­ta più una pro­spet­ti­va di cre­sci­ta, non solo eco­no­mi­ca, pri­va­ti del­le liber­tà più ele­men­ta­ri, a comin­cia­re da quel­le di espres­sio­ne e dis­sen­so. Il trat­to aspro e velo­ce di El Sha­fee arri­va ai nostri occhi come uno schiaf­fo che ci apre gli occhi sul­la vio­len­za e sul­la mor­te di gio­va­ni che per le stra­de si tro­va­no divi­si, ai ver­san­ti oppo­sti del­le bar­ri­ca­te (come oggi tra mani­fe­stan­ti, poli­ziot­ti e sol­da­ti), ma sono acco­mu­na­ti dal­la tra­ge­dia di un inte­ro popo­lo. Metro è a tut­ti gli effet­ti un libro di sto­ria. Spe­ria­mo che gli Egi­zia­ni pos­sa­no scri­ve­re insie­me il pros­si­mo capi­to­lo, sen­za più censure.
Metro è scrit­to e illu­stra­to da Mag­dy al-Sha­fee (al-Šāfiʿī). Egli dice di sé che da pic­co­lo avreb­be volu­to fare il pit­to­re e che stu­dia­va gli impres­sio­ni­sti, Modi­glia­ni e Kan­di­skij. Che si è poi ispi­ra­to a Hugo Pratt e al gio­va­ne roman­zie­re egi­zia­no Aḥmad al-ʿAydī, in par­ti­co­la­re al buon ven­to nuo­vo del­la sua ope­ra “Esse­re ʿAbbās al-ʿAbd”. Che la sua istan­za si può ricon­dur­re a quel­la di tut­ti colo­ro che recla­ma­no il dirit­to del popo­lo alla liber­tà e ad una vita digni­to­sa, pri­mo fra tut­ti Aḥmad ʿUra­bī, che riven­di­cò già a fine XIX seco­lo “l’Egitto per gli egiziani”.
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Metro, quando il romanzo predice la realtà

| Medi­ter­ra­nea Onli­ne | Mar­te­dì 1 feb­bra­io 2011 | Cri­sti­na Giudice |

Pre­sen­ta­ta a Roma la tra­du­zio­ne del­la pri­ma gra­phic novel ara­ba, che annun­cia­va con due anni di anti­ci­po la rivol­ta egi­zia­na di que­sti giorni. 

«Voglia­mo dire addio a Muba­rak e ai Fra­tel­li insie­me». È que­sto lo sco­po del­la rivol­ta che sta scon­vol­gen­do l’Egitto in que­sti gior­ni secon­do Mag­dy alSha­fee, auto­re del­la gra­phic novelMetro”, usci­ta nel 2008 e imme­dia­ta­men­te cen­su­ra­ta dal gover­no egi­zia­no e riti­ra­ta dal com­mer­cio per­ché, secon­do la sen­ten­za di con­dan­na emes­sa dal tri­bu­na­le di Qasr elNil del Cai­ro, «con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che asso­mi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esistenti».
Il pub­bli­co ita­lia­no potrà con­sta­ta­re la “fon­da­tez­za” del­le accu­se rivol­te al libro, intro­va­bi­le da tem­po nel­le libre­rie egi­zia­ne, gra­zie all’edizione pub­bli­ca­ta dal­la casa “il Siren­te” nel­la col­la­na “Altria­ra­bi”, pre­sen­ta­ta a Roma a dicembre.
«Il comics non deve sem­pre rac­con­ta­re sto­rie di supe­re­roi — ha det­to l’autore — ma può esse­re uno stru­men­to per par­la­re di temi socia­li for­ti, impe­gna­ti. Quel­lo che mi ha spin­to a scri­ve­re “Metro è l’assoluta man­can­za di giu­sti­zia socia­le del pae­se. Rispet­to i valo­ri del­la socie­tà in cui vivo, e sono favo­re­vo­le alla diver­si­tà e al plu­ra­li­smo, ma cre­do nel­la mia liber­tà e rispet­to quel­la altrui: non per­met­to a nes­su­no di impor­mi del­le rego­le». Paro­le che, let­te sul­la scia del­le mani­fe­sta­zio­ni di mas­sa che han­no risve­glia­to la coscien­za popo­la­re egi­zia­na in que­sto perio­do, sem­bra­no ave­re un che di profetico.
AlSha­fee è sce­so in piaz­za in que­sti gior­ni unen­do­si ai dimo­stran­ti che chie­do­no la cac­cia­ta di Muba­rak: «Rifiu­tia­mo i cam­bia­men­ti che ha fat­to Muba­rak, come la nomi­na di Slei­man e Sha­fiq – ha dichia­ra­to all’agenzia Aki — poi­ché pro­ven­go­no da quel­lo stes­so gover­no cor­rot­to. Non li voglio io e non li vuo­le nes­su­no di colo­ro che aspi­ra­no al cambiamento».
Ha accu­sa­to il Mini­ste­ro dell’Interno del suo Pae­se di esse­re «die­tro le ope­ra­zio­ni di rapi­na e sac­cheg­gio com­piu­te da alcu­ni ele­men­ti in que­sti gior­ni in Egit­to», aggiun­gen­do: «Sono loro i delin­quen­ti che fal­si­fi­ca­va­no le ele­zio­ni a loro favo­re». Ha chie­sto «un gover­no di tran­si­zio­ne gui­da­to da Kamal alJan­zu­ri, ex pri­mo mini­stro che gode anco­ra di gran­de popo­la­ri­tà, per la dura­ta di un anno, duran­te il qua­le si pos­sa pro­ce­de­re a cam­bia­re la costi­tu­zio­ne e ad accre­sce­re la con­sa­pe­vo­lez­za del­la gen­te in sen­so demo­cra­ti­co, in modo che pos­sa sce­glie­re i pro­pri rap­pre­sen­tan­ti in base alle idee, ai pro­gram­mi e alle pro­mes­se vere».
La let­tu­ra di “Metro” può aiu­ta­re a capi­re quel­lo che sta suc­ce­den­do in Egit­to, spie­gan­do l’origine del­la rab­bia popo­la­re che ha spin­to la gen­te a dire basta al regi­me. Il libro si pro­po­ne come una novi­tà asso­lu­ta, uti­liz­zan­do le imma­gi­ni al posto del­le paro­le per far arri­va­re il mes­sag­gio in modo diret­to e pre­ci­so. Il pro­ta­go­ni­sta, Shi­hab, è un gio­va­ne pro­gram­ma­to­re inde­bi­ta­to­si fino al col­lo con un usu­ra­io per col­pa di un poli­ti­co cor­rot­to. Sen­ten­do­si ormai sen­za via di fuga, e dopo aver assi­sti­to all’omicidio dell’unica per­so­na che avreb­be potu­to aiu­tar­lo, Shi­hab deci­de di rapi­na­re una ban­ca insie­me all’amico Musta­fa, per tro­var­si a sua vol­ta intrap­po­la­to in una sto­ria di cor­ru­zio­ne poli­ti­co-finan­zia­ria. Shi­hab è il rap­pre­sen­tan­te di una gene­ra­zio­ne di milio­ni di gio­va­ni egi­zia­ni, capa­ci e moti­va­ti, che non rie­sco­no a rea­liz­za­re i pro­pri pro­get­ti a cau­sa del­la cor­ru­zio­ne dila­gan­te nel pae­se e del­la cri­si eco­no­mi­ca e poli­ti­ca che sof­fo­ca le loro intel­li­gen­ze. Insie­me a lui Dina, gior­na­li­sta rivo­lu­zio­na­ria e corag­gio­sa che vor­reb­be, come mol­ti gior­na­li­sti in Egit­to, gri­da­re la veri­tà e ribal­ta­re il siste­ma sen­za aver pau­ra di nascon­der­si; Musta­fa il cui fra­tel­lo, a cau­sa del­la pover­tà in cui vivo­no, è diven­ta­to un pic­chia­to­re del regi­me; l’anziano lustra­scar­pe Wan­nas, por­ta­vo­ce di quel­la che è for­se la par­te più ai mar­gi­ni del­la socie­tà egiziana.
I per­so­nag­gi si muo­vo­no sul­lo sfon­do del­le fer­ma­te del­la metro cai­ro­ta che inter­val­la­no la nar­ra­zio­ne e la vita nel­la metro­po­li è descrit­ta con asso­lu­to rea­li­smo gra­zie ai dise­gni, in par­te lascia­ti in ara­bo, che foto­gra­fa­no il Cai­ro in modo pre­ci­so: le stra­de di Wst elBa­lad, vici­nis­si­me all’ormai famo­sa piaz­za Tah­rir, i camion­ci­ni del­la cate­na Cilan­tro, le inse­gne dell’Alfa Mar­ket, per­fi­no le anti­che sta­tuet­te egi­zie nel­la sta­zio­ne di Sadat e il poster del­la star del cal­cio loca­le Abu Tre­ka. Addi­rit­tu­ra le suo­ne­rie dei cel­lu­la­ri che sono adat­ta­te al pro­prie­ta­rio! Una foto­gra­fia resa anco­ra più viva dall’uso del­la lin­gua: il dia­let­to egi­zia­no del­la stra­da, lo slang più cru­do e popo­la­re, che ha pro­cu­ra­to all’autore l’accusa di vol­ga­ri­tà. In real­tà inve­ce quel­le espres­sio­ni, che dan­no anche un toc­co di comi­ci­tà alle sce­ne (carat­te­ri­sti­co degli egi­zia­ni è il riu­sci­re a tro­va­re il lato comi­co anche nel­le situa­zio­ni più tra­gi­che), ren­do­no se pos­si­bi­le anco­ra più rea­li­sti­ca la sto­ria. Ed è pro­prio que­sto for­se che ha spa­ven­ta­to mag­gior­men­te la cen­su­ra, poi­ché l’uso del­la lin­gua del­la gen­te comu­ne ren­de il roman­zo più acces­si­bi­le a tutti.
«Ho scel­to di usa­re l’egiziano dei blog piut­to­sto che l’arabo clas­si­co — ha det­to alSha­fee — per­ché cre­do che que­sto stru­men­to lin­gui­sti­co por­ti avan­ti una pic­co­la rivo­lu­zio­ne let­te­ra­ria. La dif­fu­sio­ne di inter­net ha por­ta­to ad una for­te aper­tu­ra nei con­fron­ti del­la real­tà ester­na e al desi­de­rio di osser­va­re e capi­re il pro­prio con­te­sto in raf­fron­to con il mon­do inte­ro, per pro­va­re a cam­bia­re le cose». E a soste­gno di quan­to affer­ma­to dall’autore, la rivol­ta egi­zia­na che sta chie­den­do la cac­cia­ta di Muba­rak è par­ti­ta pro­prio dal popo­lo del web, attra­ver­so un tam­tam vir­tua­le nato dal­la gen­te comu­ne, sen­za ideo­lo­gie di par­te né poli­ti­che né reli­gio­se, ma basa­to sem­pli­ce­men­te sul­la riven­di­ca­zio­ne dei pro­pri dirit­ti, sul desi­de­rio del popo­lo egi­zia­no di ripren­der­si il pro­prio pae­se ormai sof­fo­ca­to dal­la mor­sa del­la cor­ru­zio­ne. L’Egitto sem­bra­va esse­re arri­va­to ad un livel­lo di ras­se­gna­zio­ne tale da impe­di­re qual­sia­si for­ma di oppo­si­zio­ne, così come dice lo stes­so Shi­hab in “Metro”: «Le per­so­ne vivo­no come ane­ste­tiz­za­te, non c’è nien­te che le col­pi­sca. Per quan­te cose pos­sa­no vede­re, alla fine diran­no sem­pre: fra­tel­lo, que­sto è pur sem­pre il mio pae­se». E anco­ra: «I gior­na­li sono una del­le nostre più gran­di tra­ge­die… Inten­de­vo gior­na­li, tele­vi­sio­ne e tut­te le altre cose che ci han­no abi­tua­ti alla sot­to­mis­sio­ne, al fat­to che la cor­ru­zio­ne reste­rà tale e qua­le… all’oppressione, alle code per un pez­zo di pane…». Alla fine però uno stru­men­to sem­pli­ce e a por­ta­ta di tut­ti come inter­net è riu­sci­to a far smuo­ve­re le mas­se, per­met­ten­do ai cit­ta­di­ni di espri­me­re la pro­pria idea e con­di­vi­der­la con gli altri. Basta­va che qual­cu­no des­se il la per­ché altri riu­scis­se­ro a pren­de­re corag­gio e cre­de­re dav­ve­ro che il cam­bia­men­to fos­se pos­si­bi­le. Così anche Shi­hab aggiun­ge: «Non mi fac­cio distrar­re dal­la cro­na­ca… Non dimen­ti­co i veri respon­sa­bi­li!». E que­sto per­ché, come ha det­to alSha­fee in que­sti gior­ni di rivol­ta, «quel­lo egi­zia­no è un popo­lo civi­le ric­co di crea­ti­vi­tà, e que­sta è la sua carat­te­ri­sti­ca migliore».

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Egitto, la rivolta prevista in un fumetto

Il 25 gen­na­io 2011 la socie­tà civi­le egi­zia­na mani­fe­sta per le stra­de dell’Egitto come mai si era visto negli ulti­mi 30 anni. In con­tem­po­ra­nea con le mani­fe­sta­zio­ni che stan­no scon­vol­gen­do il mon­do ara­bo, la casa edi­tri­ce “il Siren­te” pub­bli­ca il pri­mo gra­phic novel del mon­do ara­bo Metro” di Mag­dy El Sha­fee, che cata­pul­ta il let­to­re negli scon­tri tra poli­zia e mani­fe­stan­ti nel­le piaz­ze del Cai­ro e denun­cia le ingiu­sti­zie, la cor­ru­zio­ne, l’oppressione che il popo­lo egi­zia­no subi­sce ogni giorno. 

Roman­zo a fumet­ti, ambien­ta­to al Cai­ro, nel bel mez­zo dell’insicurezza che inve­ste la sfe­ra finan­zia­ria, ma non rispar­mia nean­che quel­la socia­le. Il pro­ta­go­ni­sta è il signor Shi­hab, un soft­ware desi­gner che, non riu­scen­do a paga­re il debi­to con­trat­to con uno stroz­zi­no, orga­niz­za una rapi­na in ban­ca per risol­ve­re defi­ni­ti­va­men­te i pro­ble­mi finan­zia­ri. Per rea­liz­za­re l’impresa si avvar­rà del­la com­pli­ci­tà dell’amico Musta­fà il qua­le lo lasce­rà a boc­ca asciut­ta e fug­gi­rà con la refurtiva.
“Metro” è un thril­ler, una sto­ria d’amore e un roman­zo poli­ti­co metro­po­li­ta­no che si ani­ma die­tro le quin­te e nei sot­te­ra­nei dell’affascinante e deca­den­te Cairo.

Oltre a “Metro” la casa edi­tri­ce il Siren­te ha pro­po­sto un affre­sco dell’Egitto con­tem­po­ra­neo attra­ver­so la sua let­te­ra­tu­ra più inno­va­ti­va: dal best-sel­ler Taxi” dell’autore Kha­led Al Kha­mis­si dove si rac­con­ta­no gli ulti­mi 30 anni di sto­ria egi­zia­na attra­ver­so le voci saga­ci dei tas­si­sti cai­ro­ti, ai sogni fan­ta­sti­ci dei gio­va­ni egi­zia­ni rac­con­ta­ti dal blog­ger Ahmed Nàgi nel suo “Rogers, pas­san­do per l’oppressione descrit­ta dal­la dis­si­den­te Nawal al-Sa’dawi nel suo ulti­mo lavo­ro “L’amore ai tem­pi del petro­lio.

Non ci basta­no i cam­bia­men­ti deci­si da Muba­rak – affer­ma Mag­dy El Sha­fee in un’intervista da piaz­za Tah­rir al Cai­ro, dove par­te­ci­pa alle mani­fe­sta­zio­ni – non ci basta la nomi­na di Omar Sulei­man come suo vice. Entram­be fan­no par­te del­lo stes­so gover­no di cor­rot­ti. Noi voglia­mo un cam­bia­men­to vero”. Il Cai­ro, 29 gen. — (Adnkronos/Aki)

L’anziano rai’s Hosni Muba­rak, con il suo siste­ma, ”ha ucci­so i sogni dei gio­va­ni egi­zia­ni: per il futu­ro voglia­mo piu’ sogni e meno cor­ru­zio­ne”, affer­ma Kha­led Al Kha­mis­si. Il Cai­ro, 29 gen. — (Adnkronos/Aki)

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Egitto, la rivolta prevista in un fumetto. Lo scrittore: ”Via Mubarak”

| AKI ADN­Kro­nos | Saba­to 29 gen­na­io 2011 |

Voglia­mo dire addio a Muba­rak, ma anche ai Fra­tel­li Musul­ma­ni”. E’ con que­ste paro­le che lo scrit­to­re egi­zia­no Mag­dy El Sha­fee com­men­ta ad AKIADNKRONOS INTERNATIONAL la rivol­ta in cor­so in Egit­to con­tro il pre­si­den­te Hosni Mubarak.
“Non ci basta­no i cam­bia­men­ti deci­si da Muba­rak — affer­ma in un’intervista da piaz­za Tah­rir al Cai­ro, dove par­te­ci­pa alle mani­fe­sta­zio­ni — non ci basta la nomi­na di Omar Sulei­man come suo vice. Entram­be fan­no par­te del­lo stes­so gover­no di cor­rot­ti. Noi voglia­mo un cam­bia­men­to vero”.
El Sha­fee, che lo scor­so anno ven­ne arre­sta­to per ‘Metro’, pri­mo gra­phic novel del mon­do ara­bo, la cui ver­sio­ne in ita­lia­no è anche su ‘You­Tu­be’, ave­va pre­vi­sto per l’Egitto uno sce­na­rio simi­le a quel­lo attua­le. Per que­sto, lo scrit­to­re chie­de “che si for­mi un gover­no di tran­si­zio­ne”, ma chie­de anche ”le dimis­sio­ni di Muba­rak in modo da poter cam­bia­re la Costi­tu­zio­ne e per­met­te­re al popo­lo di sce­glie­re i suoi rap­pre­sen­tan­ti democraticamente”.

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Il blogger e scrittore ahmed nagi: nessuna forza politica controlla la rivolta egiziana

Nena News | Vener­dì 28 gen­na­io 2011 | Azzur­ra Merignolo |

Mol­ti movi­men­ti poli­ti­ci tra­di­zio­na­li stan­no ora cer­can­do di par­la­re a nome di que­sti dimo­stran­ti, ma non è affat­to giu­sto per­ché non li rappresentano.

Entu­sia­sti del par­zia­le suc­ces­so otte­nu­to nei gior­ni pre­ce­den­ti anche oggi miglia­ia di egi­zia­ni mani­fe­ste­ran­no in tut­to il pae­se,  gri­dan­do le loro richie­ste a un regi­me che imper­ter­ri­to non rispon­de.  “Il gover­no accen­de e spe­gne  a pia­ci­men­to l’accesso a Face­book  e le con­nes­sio­ni inter­net, spe­ran­do così di con­te­ne­re il pro­pa­gar­si  di una rivol­ta, nata e orga­niz­za­ta nel­la sfe­ra vir­tua­le” dice Ahmed Nagi, -  cele­bre blog­gers sin dai tem­pi di Kifa­ya, gior­na­li­sta, scrit­to­re di “Rogers”, ora tra­dot­to anche in ita­lia­no, e gio­va­ne redat­to­re di Akbar el Adab, il pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio diret­to da Gamal al- Ghi­ta­ni.  

Il gior­no del­la col­le­ra é sfo­cia­to in una som­mos­sa popo­la­re, cosa suc­ce­de­rà nei pros­si­mi gior­ni sul­le spon­de del Nilo?
Sin­ce­ra­men­te, non lo so, vor­rei poter­lo pre­di­re, ma nes­su­no può dire con esat­tez­za quel­lo che acca­drà nei pros­si­mi gior­ni. Le mani­fe­sta­zio­ni che sono ini­zia­te non sono con­trol­la­te da nes­su­na for­za poli­ti­ca. E’ anche que­sto quel­lo che ren­de que­sta som­mos­sa tan­to par­ti­co­la­re e, for­se, inci­si­va. Le per­so­ne che sono sce­se in stra­da in tut­to il pae­se sono cit­ta­di­ni ordi­na­ri, qua­lun­que. Que­sto non vuo­le però dire che non ci tro­via­mo davan­ti a un movi­men­to che è al cen­to per cen­to poli­ti­ca, ha riven­di­ca­zio­ni socio-poli­ti­che e lot­ta per la crea­zio­ne di un nuo­vo siste­ma politico.

Cosa faran­no i movi­men­ti poli­ti­ci che han­no dato soste­gno ai dimo­stran­ti, ma non han­no par­te­ci­pa­to diret­ta­men­te alle manifestazioni?
Mol­ti lea­der di que­sti movi­men­ti han­no di fat­to par­te­ci­pa­to alle dimo­stra­zio­ni, sono sce­si in stra­da per oppor­si al regi­me. Mol­ti movi­men­ti, i Fra­tel­li musul­ma­ni e il Tagam­mu (il par­ti­to comunista)per esem­pio, stan­no ora cer­can­do di par­la­re a nome di que­sti dimo­stran­ti, ma non è affat­to giu­sto per­ché non li rap­pre­sen­ta­no pie­na­men­te.  Anche se voles­se­ro pren­de­re il con­trol­lo sui mani­fe­stan­ti, non potreb­be­ro mai e poi mai riuscirci.

Come sta rea­gen­do il regi­me  a que­sto mon­ta­re di col­le­ra popolare?
Tut­to quel­lo che il gover­no sta facen­do per neu­tra­liz­za­re e disar­ma­re la sfe­ra vir­tua­le e’ un chia­ro indi­ca­to­re del­la pau­ra che i lea­der del regi­me stan­no pro­van­do. Anche le for­ze di poli­zia han­no pau­ra e si leg­ge il timo­re nei loro occhi. Il regi­me si tro­va a dover rispon­de­re a una situa­zio­ne che gli è sfug­gi­ta di mano e non ci è abi­tua­to.  La que­stio­ne si sta facen­do gros­sa. Io non ero anco­ra nato, ma chi è poco più gran­de di me mi rac­con­ta che sce­ne simi­li non si vede­va­no dal 1972.

Mol­tis­si­me per­so­ne, egi­zia­ne e non, in tut­to il mon­do han­no dato ori­gi­ni a mani­fe­sta­zio­ni  in soste­gno alla gior­na­ta del­la col­le­ra, que­sto sup­por­to può esse­re incisivo?
Tut­ti i media stan­no copren­do in manie­ra non ogget­ti­va gli avve­ni­men­ti che stan­no acca­den­do nel l pae­se. Facen­do così non fan­no che soste­ne­re indi­ret­ta­men­te il regi­me. Il gover­no è ter­ro­riz­za­to dall’evolversi degli even­ti, per que­sto ha deci­so imme­dia­ta­men­te di oscu­ra­re i social net­works attra­ver­so i qua­li gli atti­vi­sti sta­va­no por­tan­do avan­ti la loro ribel­lio­ne. Pri­ma ha spen­to twet­ter e poi il rais ha stac­ca­to la spi­na  a Face­book. In alcu­ni quar­tie­ri, Shu­bra per esem­pio, é sta­ta del tut­to taglia­ta la con­nes­sio­ne ad inter­net. Per que­sto moti­vo tut­to il soste­gno che pos­sia­mo rice­ve­re dall’esterno è mol­to uti­le alla nostra cau­sa e al pro­se­gui­men­to del­la sommossa.

Mar­te­dì sera Hila­ry Clin­ton  chie­sto al gover­no e ai mani­fe­stan­ti di usa­re mode­ra­zio­ne dicen­do­si con­vin­ta del­la sta­bi­li­tà del regi­me di Muba­rak e del­le sue inten­zio­ni di rispon­de­re alle richie­ste avan­za­te dal­la popo­la­zio­ne. Come sono sta­te inter­pre­ta­te le paro­le del segre­ta­rio di sta­to americano?
Tut­ti quel­li che era­no a Midan al Tah­rir  -piaz­za cen­tra­le del Cai­ro (ndr)- e han­no sapu­to cosa ave­va det­to il segre­ta­rio di sta­to ame­ri­ca­no han­no avu­to l’ennesima  con­fer­ma che gli Sta­ti Uni­ti sono dal­la par­te de regi­me  e voglio­no con­ti­nua­re a soste­ner­lo.  La poli­zia col­pi­va i mani­fe­stan­ti bom­bar­dan­do­li con lacri­mo­ge­ni e gli Sta­ti Uni­ti dico­no che il regi­me cer­ca di rispon­de­re alle nostre doman­de? E’ come se a lan­cia­re quei lacri­mo­ge­ni ci fos­se­ro sta­ti loro. Hila­ry Clin­ton può ora dire quel­lo che vuo­le, ma per gli egi­zia­ni il mes­sag­gio è mol­to chia­ro: ci sta­te bombardando.

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Se il raìs non parla si scatenera il caos

| Il Rifor­mi­sta | Vener­dì 28 gen­na­io 2011 | a.m. |

«Gli egi­zia­ni sono usci­ti dal­le !oro cave­me pri­gio­ni intel­let­tua­li e imma­gi­na­rie che li tene­va­no costret­ti da anni. II futu­ro sara del­le per­so­ne, del popo­lo» dice Mag­di al-Sha­fee, auto­re di Metro, il pri­mo roman­zo a fumet­ti in lin­gua ara­ba, ora tra­dot­to in ita­lia­no. Nel 2008 Metro e sta­to seque­stra­to dal­la poli­zia mora­le per alcu­ne imma­gi­ni con­si­de­ra­te por­no. Pili che peri cor­pi che met­te­va a nudo, Metro e sta­to riti­ra­to dal com­mer­cio per­ché sve­la­va Ia natu­ra dispo­ti­ca del regi­me egi­zia­no e per­che Sha­fee e uno di quei per­so­nag­gi dei qua­li il regi­me vuo­le libe­rar­si: sim­pa­tiz­zan­te di “Kifa­ya”- movi­men­to che gia nel2005 ha orga­niz­za­to mani­fe­sta­zio­ni anti­go­ve­ma­ti­ve e blog­ger atti­vo. Sono tan­tis­si­mi quel­li ehe so no sce­si per stra­da e non ci si aspet­ta­va un tale nume­ro, una rivol­ta sto­ri­ca? Si trat­ta di cer­to di un avve­ni­men­to sto­ri­co, ci tro­via­mo sui pun to di gira­re una pagi­na. Sem­bra­va­mo un Pae­se addor­men­ta­to e stia­mo mostran­do il con­tra­rio. Gia nel perio­do di “Kifa­ya” ave­va­mo cer­ca­to di far­ci vede­re per oppor­ci al pre­si­den­te Muba­rak e alia pos­si­bi­le can­di­da­tu­ra di suo figlio Gamal. Nel­le stra­de egi­zia­ne in que­sti gio­mi si vedo­no per­so­ne che gri­da­no con­tro l’immagine del pre­si­den­te e quel­la di suo figlio. Gli atti­vi­sti sono usci­ti allo sco­per­to non se lo aspet­ta­va nes­su­no que­sto suc­ces­so. Pri­ma che si spe­gnes­se Face­book gli atti­vi­sti si sono dati appun­ta­men­to a vener­di dopo Ia pre­ghie­ra. Come evol­ve­ra Ia som­mos­sa? A pren­de­re le stra­de sono sta­ti degli atti­vi­sti, non dei movi­men­ti poli­ti­ci. Ora ci sono dei poli­ti­ci che si stan­no facen­do avan­ti: i Fra­tel­li Musul­ma­ni e il Movi­men­to peril Cam­bia­men­to di Moham­med el Bara­dei. II segui­to sara dif­fi­ci­le, ma que­sti grup­pi cer­che­ran­no di pren­de­re in par­te Ia testa del­la som­mos­sa. II regi­me con­ti­nua a non rispon­de­re aile doman­de del­la popo­la­zio­ne e que­sto com­pli­ca Ia situa­zio­ne. In gove­mo non ha det­to una paro­la a tut­te le per­so­ne che sono sce­se in stra­da. Ma se il gover­no con­ti­nua a tace­re e pro­ba­bi­le che si sca­te­ni il caos. La poli­zia non con­ti­nue­ra in ete­mo a com­bat­te­re con­tro i civi­li, potreb­be anche arri­va­re un momen­to nel qua­le que­sta fini­sce le sue azio­ni con­tro Ia popo­la­zio­ne e si uni­sce ai mani­fe­stan­ti. II pre­si­den­te Ben Ali ave­va cer­ca­to di par­la­re con i tuni­si­ni, il pre­si­den­te Muba­rak e inve­ce ter­ro­riz­za­to dall’ idea di far­lo. Ha pau­ra del­la rea­zio­ne popo­la­re. Pri­ma Twit­ter, poi Face­book . Pas­so dopo pas­so il gover­no sta stac­can­do Ia spi­na agli inter­nau­ti e taglian­do le con­nes­sio­ni inter­net. E’ la sfe­ra vir­tua­le il pri­mo nemi­co del regi­me? E’ deci­sa­men­te un gros­so nemi­co, per­che pili dif­fi­ci­le da con­trol­la­re rispet­to ad altri e con u?a gr~nde abi­li­ta di pro­pa­ga­re i suoi mes­sag­gL Twit­ter e uno degli stru­men­ti pili uti­li peri mani­fe­stan­ti per­chC e mol­to pili imme­dia­to di Face­book, arri­va ovun­que e sene ha l’accesso anche sui cel­lu­la­ri. Que­sto perr­net­te ai mani­fe­stan­ti di comu­ni­ca­re tra di !oro e anche di met­ter­si in con­tat­to con chi non e in stra­da, nar­ran­do cosa sta avve­nen­do. II regi­me quin­di ha ini­zia­to taglian­do que­sto cana­le che none pen) scom­par­so del tut­to per­che Twit­ter fun­zio­na anche tra­mi­te i Blac­k­ber­ry e il regi­me que­sti non rie­sce a con­trol­lar­li. Cer­to non sono in mol­ti quel­li che han­no il Blac­k­ber­ry, rna basta una sola per­so­na tra mol­ti mani­fe­stan­ti per dif­fon­de­re le notizie.ll pro­ble­ma e sta­to l’intervento del gove­mo sul­la coper­tu­ra tele­fo­ni­ca. A Suez ieri il regi­me ha reso del tut­to impos­si­bi­le Ia comu­ni­ca­zio­ne tele­fo­ni­ca, a Shu­bra e in altri sob­bor­ghi han­no taglia­to I’ acces­so a inter­net. Que­sto pen) sta crean­do pro­ble­mi a! regi­me stesso. 

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Magdy El Shafee, censuré en Egypte, publié en Italie

| BoDoï | Mer­co­le­dì 5 gen­na­io 2011 | Eloï­se Fagard |

Pour sa 3e édition en décem­bre der­nier, le festi­val de la ban­de des­si­née médi­ter­ra­néen­ne de Caglia­ri (Sar­dai­gne, Ita­lie) accueil­lait Mag­dy El Sha­fee. L’artiste égyp­tien a publié en 2008 Metro, le pre­mier roman gra­phi­que en ara­be. Prix Une­sco de la BD afri­cai­ne, Metro racon­te l’histoire d’un jeu­ne infor­ma­ti­cien qui déci­de de bra­quer une ban­que pour rem­bour­ser une det­te con­trac­tée auprès de fonc­tion­nai­res cor­rom­pus. Le ton cru et sans com­plai­san­ce de Mag­dy El Sha­fee lui a valu de sérieux pro­blè­mes avec la justi­ce égyp­tien­ne, et tous les exem­plai­res de Metro ont été reti­rés de la ven­te. Aujourd’hui, en dehors de quel­ques extrai­ts publiés en anglais sur Inter­net, on ne peut lire son œuvre qu’en ita­lien. Ren­con­tre avec un auteur enga­gé et enthousiaste.

Pour­quoi avoir choi­si le for­mat du roman graphique?
Ce gen­re n’existait pas chez moi et, d’ailleurs, Metro est aus­si la pre­miè­re pro­duc­tion pour adul­tes du mon­de ara­be: c’est sans dou­te pour cela qu’elle a ren­con­tré autant de suc­cès. Et aus­si, peut-être, par­ce que son public était déjà prêt. En effet, beau­coup d’Egyptiens lisent des ban­des des­si­nées du mon­de entier sur Inter­net. Depuis mon album, de nom­breux auteurs se sont mis au roman gra­phi­que. Pour ma part, je me sens plus à l’aise dans une for­me lon­gue. J’ai com­men­cé par écri­re des strips mais, même si l’action est rapi­de, mon ima­gi­na­tion fonc­tion­ne mieux dans le cadre d’un album long.

Pour­quoi avoir choi­si d’évoquer le pro­blè­me de la cor­rup­tion dans Metro?
J’avais besoin d’en par­ler : ce n’était pas un choix, mais une impul­sion. La cor­rup­tion et l’injustice sont des fléaux quo­ti­diens en Egyp­te. Il faut évoquer les pro­blè­mes de socié­té dans les ban­des des­si­nées par­ce que les gens les lisent, elles sont acces­si­bles. A cau­se de Metro, j’ai eu de gros sou­cis avec la justi­ce égyp­tien­ne. Mais j’ai payé ma det­te, main­te­nant tout est fini. On va le repu­blier de maniè­re plus ou moins clan­de­sti­ne, avec un par­te­nai­re liba­nais. Ce pro­cès était ridicule.

Com­ment se por­te la BD en Egypte ?
Il s’agit d’un art très popu­lai­re. Le mar­ché est domi­né par les grands noms com­me Disney, DC et Mar­vel. Mal­gré tout, les pro­duc­tions loca­les ten­tent d’exister depuis les années 1950. Mais la jeu­ne géné­ra­tion n’a pas assi­mi­lé l’héritage des grands noms du 9e art égyp­tien, com­me Ella­bad. Notre tra­vail n’a pra­ti­que­ment aucun lien avec celui de nos aînés. Le pro­blè­me, en Egyp­te, c’est la liber­té d’expression et de com­mer­ce. Hors pério­de élec­to­ra­le, on peut s’exprimer rela­ti­ve­ment libre­ment, même si on ne peut jamais par­ler de Mou­ba­rak et du régi­me. Heu­reu­se­ment, les blo­gueurs (com­me meta­Ha­tem et Shennawi) peuvent fran­chir ces limi­tes, de maniè­re ano­ny­me. La pos­si­bi­li­té de s’exprimer sur Inter­net me rem­plit d’espoir, c’est une des meil­leu­res nou­vel­les de ces der­niè­res années.

Quel­les sont vos réfé­ren­ces en matiè­re de ban­de des­si­née ?
Lors d’un pas­sa­ge à Paris, j’avais ache­té chez les bou­qui­ni­stes des exem­plai­res de Hara Kiri qui m’ont mar­qué. C’est aus­si à Paris que j’ai décou­vert un de mes maî­tres, Golo, au début des années 80; aujourd’hui il habi­te en Egyp­te, à Lou­xor. Deux arti­stes ita­liens ont aus­si chan­gé ma vision de la ban­de dessinée.Tout d’abord, Gui­do Cre­pax et sa série Valen­ti­na. J’ai regar­dé les ima­ges sans com­pren­dre les tex­tes, mais elles m’ont tou­ché, car ce tra­vail était très dif­fé­rent de ce que je con­nais­sais jusqu’alors. Ensui­te, Hugo Pratt pour le côté obscur. Avec lui, on explo­re la face cachée de la per­son­na­li­té des héros.

Pour l’instant, vous n’avez publié qu’en Ita­lie. A-t-on a des chan­ces de trou­ver un jour Metro en fra­nçais ou en anglais ?
Je viens de pren­dre un agent lit­té­rai­re aux États-Unis, qui était un peu con­tra­rié que Metro soit déjà sor­ti dans un autre pays. Pas moi! Car mon éditeur ita­lien, il Siren­te, se don­ne à fond pour moi et mon tra­vail. J’aimerais être publié en Fran­ce, mais je sais que le mar­ché est dif­fi­ci­le et surchargé.

Quels sont vos projets ?
Je suis en train d’écrire un autre roman gra­phi­que. J’ai aus­si fon­dé un maga­zi­ne de ban­des des­si­nées, Il car­too­ni­sta, qui sor­ti­ra bien­tôt. Notre but est de fai­re émer­ger la pro­duc­tion en Egyp­te et de fai­re con­naî­tre de nou­veaux auteurs. Car les jeu­nes talen­ts ne man­quent pas chez nous.

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Metro, il fumetto censurato in Egitto

Gari­wo | Saba­to 25 dicem­bre 2010 |

Il fumet­to di Mag­dy El Sha­fee vie­ne pub­bli­ca­to al Cai­ro nel 2008, stam­pa­to in poche miglia­ia di copie imme­dia­ta­men­te cen­su­ra­te. Metro è la pri­ma gra­phic novel del Pae­se e rac­con­ta la real­tà egi­zia­na uti­liz­zan­do il dia­let­to, la lin­gua par­la­ta dal­la gen­te in un con­te­sto dove metà del­la popo­la­zio­ne è semi-anal­fa­be­ta. A fine novem­bre usci­rà anche in Ita­lia con la case edi­tri­ce il Siren­te.
Il fumet­to descri­ve la vita fre­ne­ti­ca di una capi­ta­le afri­ca­na dove le fer­ma­te del­la metro­po­li­ta­na sono inti­to­la­te a uomi­ni sim­bo­lo del­la sto­ria egi­zia­na. Nel 2008 per imma­gi­ni e con­te­nu­ti trop­po spin­ti l’autore e l’editore sono sta­ti con­dan­na­ti alla distru­zio­ne di tut­te le copie del volume.

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Il fumetto che denuda il regime del Faraone

Euro­pa | Mar­te­dì 14 dicem­bre 2010 | Tizia­na Bar­ruc­ci |

In Egit­to un gio­va­ne blog­ger e dise­gna­to­re fini­sce in tri­bu­na­le per le sue stri­sce irri­ve­ren­ti nei con­fron­ti del gover­no. Seque­stra­to il suo libro Metro

«Le per­so­ne vivo­no come ane­ste­tiz­za­te, non c’è nien­te che le col­pi­sca. Per quan­te cose pos­sa­no vede­re, alla fine diran­no sem­pre: fra­tel­lo, que­sto è pur sem­pre il mio pae­se». Ha qual­co­sa che potrem­mo con­di­vi­de­re anche noi ita­lia­ni l’amara rifles­sio­ne dell’ingegnere Shi­hab, pro­ta­go­ni­sta del pri­mo gra­phic novel egi­zia­no “Metro”, scrit­to in ara­bo dall’esordiente Mag­dy el Sha­fee e usci­to da qual­che gior­no anche nel­le nostre libre­rie (edi­zio­ne il Siren­te, 15,00 euro).
Metro” è la sto­ria di un gio­va­ne inge­gne­re capa­ce e intel­li­gen­te, ma schiac­cia­to da una real­tà sen­za mobi­li­tà socia­le e sen­za meri­to­cra­zia. Un gio­va­ne che vuo­le scap­pa­re da quel­la «trap­po­la aper­ta, in cui sia­mo rin­chiu­si solo per­ché nes­su­no ha mai pro­va­to a usci­re». Ma è anche la sto­ria d’amore con la bel­la e rivo­lu­zio­na­ria gior­na­li­sta Dina, la sto­ria di un omi­ci­dio, di un fur­to miliar­da­rio, di una mani­fe­sta­zio­ne repres­sa nel san­gue, di Musta­fa e di suo fra­tel­lo Wael, costret­to dal­la pover­tà a diven­ta­re un pic­chia­to­re del regi­me. Pro­prio il regi­me, con la cor­ru­zio­ne poli­ti­ca, l’oppressione e gli intri­ghi nasco­sti, diven­ta l’altro pro­ta­go­ni­sta di un intrec­cio che si svi­lup­pa nel­la cao­ti­ca Cairo.
Sul­lo sfon­do, la linea del­la metro­po­li­ta­na, con le fer­ma­te dedi­ca­te ai pre­si­den­ti egiziani.
Una sto­ria accat­ti­van­te che trae la sua grin­ta anche dal lin­guag­gio usa­to: i dia­lo­ghi sono scrit­ti in “ammeya” il dia­let­to egi­zia­no, e quin­di anco­ra più vici­ni alle stra­de del­la capi­ta­le. I dise­gni in bian­co e nero rac­con­ta­no più di tan­te paro­le il moder­no pae­se del­le pira­mi­di. Il trat­to, ini­zial­men­te ben deci­so, diven­ta pro­gres­si­va­men­te sfu­ma­to, a sim­bo­leg­gia­re una cit­tà in dis­so­lu­zio­ne che mol­ti non vor­reb­be­ro rac­con­ta­re: a pochi gior­ni dal­la sua pub­bli­ca­zio­ne il fumet­to è sta­to infat­ti riti­ra­to dal­la ven­di­ta e oggi in Egit­to è impos­si­bi­le tro­var­lo. Una sce­na di ses­so, ma soprat­tut­to dei con­te­nu­ti rite­nu­ti poli­ti­ca­men­te scor­ret­ti gli sono costa­ti un pro­ces­so e una con­dan­na pecu­nia­ria pesan­te. Nel ver­ba­le di denun­cia si leg­ge che alcu­ni per­so­nag­gi di “Metro” pos­so­no ras­so­mi­glia­re a uomi­ni poli­ti­ci esi­sten­ti. Pec­ca­to che quan­do l’avvocato di el Sha­fee ha chie­sto duran­te l’udienza, di qua­li poli­ti­ci si trat­tas­se, l’ufficiale è rima­sto in silen­zio: trop­po peri­co­lo­so fare i nomi per davvero.
El Sha­fee è un blog­ger che ama dise­gna­re e ama la liber­tà. Ini­zia a col­la­bo­ra­re con il quo­ti­dia­no indi­pen­den­te el Dostur e pub­bli­ca alcu­ne stri­sce di suc­ces­so. Nel frat­tem­po, assie­me ad altri egi­zia­ni desi­de­ro­si di giu­sti­zia, usa inter­net e le mani­fe­sta­zio­ni per fare oppo­si­zio­ne al regi­me. Fino a quan­do deci­de che la sto­ria dell’Egitto con­tem­po­ra­neo deve esse­re rac­con­ta­ta. Alla sua manie­ra, attra­ver­so i dise­gni. Vede la luce “Metro”. È la pri­ma­ve­ra del 2008, il fumet­to è sta­to pub­bli­ca­to da nean­che un mese e la poli­zia fa irru­zio­ne nel­la sede del­la casa edi­tri­ce Mala­meh. Vor­reb­be par­la­re con l’editore Muham­med Shar­qa­wi, che però è già nel­le car­ce­ri del raìs con l’accusa di aver fomen­ta­to lo scio­pe­ro del 6 apri­le, con­tro il caro­vi­ta e i sala­ri da fame.
Anche l’autore el Sha­fee è ricer­ca­to, non sa cosa fare. Potreb­be scap­pa­re, ma poi segue il con­si­glio del­la moglie e si pre­sen­ta alla poli­zia. «In quel­le ore mia moglie mi ha det­to qual­co­sa che ricor­de­rò per sem­pre – rac­con­ta – costi­tui­sci­ti, e se sarai incar­ce­ra­to io sarò anco­ra più fie­ra di te».
Oggi el Sha­fee è un uomo libe­ro. A Roma, assie­me al suo tra­dut­to­re Erne­sto Paga­no, che lo ha sco­per­to qua­si per caso, ha pre­sen­ta­to il suo fumet­to. Gra­zie a “Metro” oggi sap­pia­mo qual­co­sa in più dell’Egitto, il nostro pri­mo part­ner eco­no­mi­co al di là del Mediterraneo.
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Metro Madgy El Shafee

Zigu­li­ne | Saba­to 11 dicem­bre 2010 | Valen­ti­na A. |

Oggi vi pre­sen­tia­mo Metro, una gra­fic novel dell’autore egi­zia­no Mag­dy El Sha­fee. Metro è sta­to pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta in Egit­to nel 2009 e dopo soli tre mesi è sta­ta riti­ra­ta ogni copia dal­le libre­rie per osce­ni­tà e sce­ne vio­len­te. Qual­che gior­no fa si è svol­ta a Roma la pre­sen­ta­zio­ne dell’edizione ita­lia­na del roman­zo e l’autore ha rac­con­ta­to al pub­bli­co pre­sen­te le vicis­si­tu­di­ni del suo Metro. L’unicità di que­sto roman­zo è quel­la di esse­re la pri­ma gra­fic novel del mon­do ara­bo,  nata in un pae­se in cui non esi­ste una vera tra­di­zio­ne fumet­ti­sti­ca. Pro­ta­go­ni­sta del roman­zo è Shi­hab, un soft­ware desi­gner che, non riu­scen­do a paga­re il debi­to con­trat­to con uno stroz­zi­no, orga­niz­za una rapi­na in ban­ca per risol­ve­re defi­ni­ti­va­men­te i suoi pro­ble­mi finan­zia­ri. Per rea­liz­za­re l’impresa si avvar­rà del­la com­pli­ci­tà dell’amico Musta­fa il qua­le lo lasce­rà a boc­ca asciut­ta e fug­gi­rà con la refur­ti­va. Sul­lo sfon­do di que­sta vicen­da scor­re Il Cai­ro, con i suoi rumo­ri e in par­ti­co­la­re con quel­li di una mani­fe­sta­zio­ne di lavo­ra­to­ri avve­nu­ta il 6 apri­le 2008, che ha dato vita ad un movi­men­to di pro­te­sta gio­va­ni­le, dif­fu­so in rete attra­ver­so i nume­ro­si blog atti­vi nel pae­se. Nei dise­gni si sro­to­la­no gli avve­ni­men­ti egi­zia­ni degli ulti­mi anni, caden­za­ti, dal­le fer­ma­te del­la metro che por­ta­no il nome dei pre­si­den­ti egi­zia­ni Nas­ser, Sadat e Muba­rak. Metro è un thril­ler, una sto­ria d’amore e un roman­zo poli­ti­co metro­po­li­ta­no che si ani­ma die­tro le quin­te e nei sot­ter­ra­nei dell’affascinante e deca­den­te Il Cai­ro. Buo­na lettura.

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Metro” la graphic novel che fa paura al potere egiziano

| Libe­ra­zio­ne | Vener­dì 10 dicem­bre 2010 | Gui­do Cal­di­ron |

Il dise­gna­to­re Mag­di El Sha­fee pre­sen­ta in que­sti gior­ni in Ita­lia la sua opera.
Nell’Egitto di Muba­rak anche i fumet­ti fan­no pau­ra. il regi­me che pro­prio in que­sti gior­ni ha dato una nuo­va pro­va del­la sua resi­sten­za a pro­ce­de­re nel­la dire­zio­ne di una demo­cra­tiz­za­zio­ne del­le isti­tu­zio­ni e del­la socie­tà, esclu­den­do dal voto per le ele­zio­ni poli­ti­che gran par­te dell’opposizione, è sce­so in guer­ra con­tro una gra­phic novel met­ten­do in moto la mac­chi­na del­la cen­su­ra e del­la repressione.
Que­sto alme­no è quan­to acca­du­to a Mag­dy El Sha­fee, un gio­va­ne dise­gna­to­re che si è tra­sfor­ma­to in uno degli auto­ri più apprez­za­ti del pae­se. Nato al Cai­ro nel 1972, El Sha­fee ha debut­ta­to nel fumet­to in occ­ca­sio­ne del Comic Work­shop Egypt che si è svol­to nel­la capi­ta­le egi­zia­na nel 2001 e ha pub­bli­ca­to nel 2008 la gra­phic novel Metro, oggi tra­dot­ta nel nostro pae­se nell’ambito del­la col­la­na “Altria­ra­bi” dell’editrice il Siren­te (pp. 80, euro 15,00), che gli è costa­ta parec­chi guai con la giu­sti­zia del suo paese.
Il fumet­to, un cru­do thril­ler metro­po­li­ta­no che alter­na in un livi­do bian­co e nero trat­ti raf­fi­na­ti qua­si foto­gra­fi­ci a schiz­zi volu­ta­men­te spor­chi e stra­da­io­li, rac­con­ta la sto­ria di She­hab, un gio­va­ne pro­gram­ma­to­re di com­pu­ter che si lascia coin­vol­ge­re da un poli­ti­co cor­rot­to in una rapi­na, pro­po­nen­do anche una rifles­sio­ne sul­le tra­sfor­ma­zio­ni cono­sciu­te dal­la socie­tà egi­zia­na, rias­sun­te sim­bo­li­ca­men­te nel­le sta­zio­ni del­la metro­po­li­ta­na cai­ro­ta che por­ta­no il nome dei lead­wer e dei pre­si­den­ti che si sono suc­ce­du­ti nell’ultimo mez­zo seco­lo: da Nas­ser a Muba­rak pas­san­do per Sadat.
Con l’accusa di uti­liz­za­re un lin­guag­gio “trop­po spin­to”, Metro è sta­to dap­pri­ma riti­ra­to dal­la ven­di­ta, quin­di il suo auto­re ha dovu­to subi­re un pro­ces­so: Mag­dy El Sha­fee è così com­par­so il 4 apri­le 2008 davan­ti al Tri­bu­na­le del Cai­ro; accan­to a lui, sul ban­co degli impu­ta­ti, il suo edi­to­re, Moha­med Shar­qa­wi. Alla fine il dise­gna­to­re è sta­to con­dan­na­to a paga­re una mul­ta e tut­te le copie in cir­co­la­zio­ne del­la gra­phic novel sono sta­te distrut­te. «Il moti­vo uffi­cia­le – spie­ga El Sha­fee – è che la poli­zia mora­le ha tro­va­to il lin­guag­gio usa­to nel fumet­to trop­po spin­to. Tut­ta­via basta pas­seg­gia­re in Piaz­za Ram­ses al Cai­ro per ren­der­si con­to che il lin­guag­gio quo­ti­dia­no egi­zia­no sia ben più spin­to. La real­tà è che il rife­ri­men­to alla per­so­na del poli­ti­co cor­rot­to non è visto come pura­men­te casua­le…». «L’aministrazione nazio­na­le e reli­gio­sa egi­zia­na non han­no la cul­tu­ra del dibat­ti­to –- spie­ga anco­ra il dise­gna­to­re –: quan­do una cosa non gli pia­ce esi­go­no la cen­su­ra immediata».
Mag­dy el Sha­fee, che in que­sti gior­ni è nel nostro pae­se per pre­sen­ta­re la sua ope­ra, dopo aver par­te­ci­pa­to all’inizio del mese al Festi­val del fumet­to Medi­ter­ra­neo, il Nues, che si è svol­to a Caglia­ri —  que­sta sera alle 20,30 sarà all’Oblomov di via Mace­ra­ta 58, nel quar­tie­re del Pigne­to a Roma — rac­con­ta come abbia sem­pre ama­to «i fumet­ti come mez­zo di espres­sio­ne, non solo come dise­gno. Da bam­bi­no Super­man e Tin­tin era­no le mie let­tu­re idea­li e quan­do, all’età di 15–16 anni, ho let­to una sto­ria di Hugo Pratt è sta­ta per me una mera­vi­glio­sa sor­pre­sa: l’eroe del fumet­to non dove­va esse­re per for­za un model­lo pie­no di vir­tù… Così deci­si che non sarei diven­ta­to un bra­vo pit­to­re e che avrei fat­to di tut­to per diven­ta­re inve­ce un fumettista».

 

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Metro, di Magdy el-Shafee

| Arabismo.it | Vener­dì 10 dicem­bre 2010 | Ales­san­dra Fab­bret­ti |

Mag­dy el-Sha­fee, al suo esor­dio nel mon­do del­la let­te­ra­tu­ra impe­gna­ta e d’avanguardia, stu­pi­sce il mon­do ara­bo – e non solo- con una crea­zio­ne tan­to ori­gi­na­le quan­to affa­sci­nan­te: Metro. Il pri­mo gra­phic novel mai rea­liz­za­to nel mon­do ara­bo, edi­to in Ita­lia da il Siren­te, ci lan­cia all’inseguimento cao­ti­co di per­so­nag­gi, even­ti e situa­zio­ni che ci par­la­no di una cit­tà bor­der line tra vec­chio e moder­no, tra le affol­la­te e rumo­ro­se stra­de del Cai­ro, anche quel­le sot­ter­ra­nee del­la metro­po­li­ta­na, in cui i nomi del­le fer­ma­te lan­cia­no un chia­ro mes­sag­gio: Saad Zaa­ghloul, Nas­ser, Sadat e Mubarak.
Shi­bab, il pro­ta­go­ni­sta, è un bril­lan­te infor­ma­ti­co che spe­ra di rag­giun­ge­re sol­di e suc­ces­so attra­ver­so i suoi pro­gram­mi: non ha fat­to i con­ti però con la real­tà in cui vive, e il suo sogno dege­ne­ra pre­sto in un incu­bo. Debi­ti, minac­ce e per­si­no un cre­di­to­re par­ti­co­lar­men­te agguer­ri­to che gli lan­cia con­tro suoi sca­gnoz­zi diven­ta­no refrain del­la sua vita quo­ti­dia­na. L’impossibilità di usci­re dal­la trap­po­la in cui è cadu­to — e le cui fila sono tes­su­te dal­la stes­sa socie­tà egi­zia­na, pro­fon­da­men­te cor­rot­ta e clien­te­li­sti­ca- lo per­sua­de a rapi­na­re una ban­ca. Ma i guai non fini­sco­no cer­to qui: delit­ti, inse­gui­men­ti, tra­di­men­ti e mani­fe­sta­zio­ni deci­sa­men­te movi­men­ta­te rit­ma­no la secon­da par­te del­la sto­ria, che si con­clu­de­rà con un fina­le non bel­lo, ma sicu­ra­men­te sere­no, in cui è pos­si­bi­le intra­ve­de­re un fle­bi­le bar­lu­me di speranza.
Inter­vi­sta­to duran­te la pri­ma roma­na del libro orga­niz­za­ta dall’Associazione Cul­tu­ra­le Ara­bi­smo nell’ambito del­la ras­se­gna Ara­bi­smo al Caf­fè, lo scor­so 7 dicem­bre, Mag­dy rac­con­ta la sua gra­dua­le evo­lu­zio­ne da ano­ni­mo far­ma­ci­sta a vignet­ti­sta impe­gna­to. Dopo aver fre­quen­ta­to un semi­na­rio sul fumet­to alla Ame­ri­can Uni­ver­si­ty nel 2001, Mag­dy entra in con­tat­to col quo­ti­dia­no indi­pen­den­te Dustur e ini­zia a pub­bli­ca­re stri­sce di sati­ra poli­ti­ca. Metro arri­ve­rà solo nel 2008. Pro­fon­da­men­te influen­za­to dai model­li occi­den­ta­li qua­li Super­man e Cor­to Mal­te­se, il trat­to di que­sto pro­met­ten­te dise­gna­to­re è rapi­do, deci­so e fram­men­ta­to: come la socie­tà cai­ro­ta sta len­ta­men­te per­den­do spe­ran­ze e voglia di com­bat­te­re, così sul­le tavo­le di Metro i per­so­nag­gi sono rap­pre­sen­ta­ti a metà, in modo solo par­zial­men­te ben defi­ni­to. Quel poco che l’autore lascia assag­gia­re del­la sua arte per­met­te di nota­re una cer­ta sicu­rez­za, ma il resto, ossia le par­ti sgra­na­te o con­fu­se, rive­la­no mol­to di un altro pro­ta­go­ni­sta di que­sto lavo­ro: il Cai­ro, con le sue mol­te­pli­ci con­trad­di­zio­ni che sgre­to­la­no il tes­su­to socia­le e le rela­zio­ni tra gli indi­vi­dui. Pro­prio a cau­sa del­la sin­ce­ri­tà con cui Mag­dy el-Sha­fee cri­ti­ca il modus ope­ran­di di poli­ti­ci e poli­ziot­ti in Egit­to, ha subì­to una con­dan­na mol­to pesan­te da par­te di un tri­bu­na­le che lo ha mul­ta­to e ha dispo­sto la distru­zio­ne di tut­te le copie del libro.

Mag­dy, pen­si che il regi­me si sen­ta minac­cia­to da ope­re come la tua?” chie­dia­mo all’autore nel cor­so del nostro incontro.
“No, non cre­do sia esat­to par­la­re di minac­cia” rispon­de el-Sha­fee. “L’arte, qua­lun­que sia il cana­le che scel­ga per espri­mer­si, sia esso la let­te­ra­tu­ra, la pit­tu­ra, la musi­ca e per­si­no il fumet­to, non vuo­le mai minac­cia­re, ben­sì rac­con­ta­re qual­co­sa. Non si pone mai come obbiet­ti­vo di ribal­ta­re le cose. Se poi ci rie­sce, è un altro discorso.”

Il tuo rac­con­to rical­ca un po’ i fat­ti del 6 apri­le. La gen­te allo­ra subì una scos­sa, fu un pun­to di svol­ta per la costru­zio­ne del­la con­sa­pe­vo­lez­za col­let­ti­va: non sei d’accordo? Per­ché nel tuo libro accu­si le per­so­ne di esse­re “ane­ste­tiz­za­te” agli even­ti che le circondano?”
I fat­ti del 6 apri­le sono sta­ti un momen­to mol­to impor­tan­te per l’Egitto, soprat­tut­to per le gran­di metro­po­li come il Cai­ro ed Ales­san­dria, ma la stra­da ver­so la con­sa­pe­vo­lez­za pie­na è mol­to lun­ga. Cre­do che man­chi anco­ra mol­to, ed è dif­fi­ci­le fare una pre­vi­sio­ne esatta.”

Pub­bli­can­do que­sto libro non hai temu­to di met­te­re in qual­che modo in peri­co­lo la tua famiglia?”
Ricor­do anco­ra il gior­no in cui arri­vò la con­vo­ca­zio­ne da par­te del­la que­stu­ra. Io natu­ral­men­te ero mol­to agi­ta­to e teme­vo che mi avreb­be­ro fer­ma­to. Fu allo­ra che mia moglie mi guar­dò drit­to negli occhi e mi dis­se che mi avreb­be accom­pa­gna­to, e aggiun­se che se mi aves­se­ro arre­sta­to, in quel momen­to lei si sareb­be sen­ti­ta la moglie più fie­ra e orgo­glio­sa d’Egitto, e mi sareb­be rima­sta accan­to in ogni caso.”

Nel roman­zo, Dina è la gio­va­ne gior­na­li­sta che par­te­ci­pa con entu­sia­smo a tut­te le mani­fe­sta­zio­ni di pro­te­sta men­tre Shi­hab è più disil­lu­so, le evi­ta e cer­ca di con­vin­ce­re l’amica a non anda­re. Tu con qua­le dei tuoi pro­ta­go­ni­sti stai?”
Con Dina, natu­ral­men­te. È vero che le mani­fe­sta­zio­ni sono peri­co­lo­se e si rischia mol­to, ma lo con­si­de­ro un modo per far par­la­re la gen­te, per espri­mer­si con­tro quel­lo che non pia­ce. Anche se for­se non ser­vo­no a cam­bia­re le cose, non smet­te­rò mai di crederci.”

Di fron­te a Metro anche gli altri pae­si del mon­do ara­bo han­no rea­gi­to come l’Egitto?”
No, non tut­ti, devo ammet­te­re che ha susci­ta­to gran­de inte­res­se, e vari pae­si lo han­no stam­pa­to e dif­fu­so con entu­sia­smo. Tra que­sti soprat­tut­to Qatar e Liba­no. Que­sto fat­to mi ha mol­to col­pi­to e rallegrato.”

Dopo i guai che hai pas­sa­to a cau­sa di Metro, ti sei sco­rag­gia­to oppu­re sei pron­to a scri­ve­re e dise­gna­re ancora?”
Se Dio vuo­le, con­ti­nue­rò il mio lavo­ro. Non mi sen­to sco­rag­gia­to, anzi è il con­tra­rio. Per­ciò ripren­de­rò pre­sto a disegnare.”

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Si chiama ”Metro”, la prima contestatissima graphic novel

Radio3Mondo | Mer­co­le­dì 8 dicem­bre 2010 | a cura di Cri­stia­na Castellotti |

Si chia­ma ”Metro”, la pri­ma con­te­sta­tis­si­ma gra­phic novel del gio­va­ne fumet­ti­sta egi­zia­no. Per le imma­gi­ni con­te­nu­te, con­si­de­ra­te trop­po spin­te, auto­re e edi­to­re sono sta­ti pro­ces­sa­ti e con­dan­na­ti alla distru­zio­ne di tut­te le copie del volu­me. Come fun­zio­na la cen­su­ra in Egit­to? Lo chie­dia­mo a  Mag­di El Sha­fee, auto­re di Metro, il Siren­te.

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Magdy El-Shafee a Nues, fumetti per il Mediterraneo

afNews | Mer­co­le­dì 8 dicem­bre 2010 | Gat­to Zeneise |

Ospi­te in que­sti gior­ni a Caglia­ri nell’ambito del III. festi­val inter­na­zio­na­le Nues-fumet­ti e car­to­ni nel  Medi­ter­ra­neo (www.nues.it), tra gli altri c’ anche  il discus­so auto­re egi­zia­no Mag­dy El-Sha­fee, del cui pro­ces­so in patria con­tro la sua gra­phic novel ‘METRO ave­va­mo già accen­na­to in post pre­ce­den­ti. Accu­sa­to dal­le auto­ri­tà di uti­liz­za­re un lin­guag­gio ‘osce­no’ (e addi­rit­tu­ra bla­sfe­mo(!), che nel 2010 è anco­ra un otti­mo espe­dien­te per scre­di­ta­re le persone…non solo in Egit­to!), in real­tà il fumet­to in que­stio­ne avreb­be la vera col­pa di get­ta­re uno sguar­do impie­to­so sull’attuale socie­tà egi­zia­na, tra disoc­cu­pa­zio­ne e cor­ru­zio­ne, cini­smo e dis­so­lu­zio­ne dei costumi…insomma, tut­to il mon­do è pae­se, giu­sto? L’editore di El-Sha­fee fu vit­ti­ma anche di inti­mi­da­zio­ni e pestag­gi da par­te del­la poli­zia, e dopo mol­ti rin­vii dovu­ti all’inaspettata sol­le­va­zio­ne popo­la­re e intel­let­tua­le lèva­ta­si in tut­to il mon­do a favo­re dell’opera (effi­ca­cis­si­mo l’appello via web dell’autore, capa­ce di sen­si­bi­liz­za­re l’opinione pub­bli­ca pri­ma che i cen­so­ri potes­se­ro ten­ta­re di ‘oscu­ra­re’ la vicen­da) il pro­ces­so si è con­clu­so con la con­dan­na alla distru­zio­ne di tut­te le copie dell’opera e al paga­men­to di una mul­ta di 5000 lire egi­zia­ne (700 euro ca.); ma ormai l’enorme richia­mo susci­ta­to in tut­to il mon­do dal­la gra­phic novel ne con­sen­ti­rà la tra­du­zio­ne e la pub­bli­ca­zio­ne anche negli USA e in Euro­pa. In un’intervista l’autore però dichia­ra di voler con­ti­nua­re a lavo­ra­re nel suo Pae­se, spe­ran­do che l’attenzione otte­nu­ta sul tema del­la liber­tà d’espressione por­ti ad un mag­gio­re dibat­ti­to e con­fron­to sul­le pro­ble­ma­ti­che socia­li che appa­io­no nel fumet­to, e che fan­no comun­que par­te del­la nor­ma­le evo­lu­zio­ne di qual­sia­si socie­tà. El-Sha­fee desi­de­ra tor­na­re ai pro­prio pro­get­ti, non limi­ta­ti al gene­re ‘di denun­cia’ pur se sem­pre ani­ma­ti da un sin­ce­ro desi­de­rio di rin­no­va­men­to, tra cui una sor­ta di sto­ria dell’Egitto attra­ver­so le don­ne incon­tra­re e ama­te nel­la sua vita. Maa­zel tov!!!

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Nues 2010 ospita Magdy El Shafee

Medi­ter­ra­neo | Mar­te­dì 7 dicem­bre 2010 | Sabi­no Pignataro |

Arti­sta, auto­re di fumet­ti ed illu­stra­to­re egi­zia­no. Aman­te dell’arte in gene­ra­le e del fumet­to in par­ti­co­la­re, ha comin­cia­to uffi­cial­men­te la sua car­rie­ra di fumet­ti­sta nel 2001, in occa­sio­ne del Comic Work­shop Egypt, tenu­to­si pres­so l’Università Ame­ri­ca­na del Cai­ro. Si è inse­ri­to nel filo­ne nar­ra­ti­vo del rea­li­smo socia­le, ambien­tan­do le sue ope­re nei luo­ghi più tra­di­zio­na­li del Cai­ro e descri­ven­do gli aspet­ti del­la vita popo­la­re cai­ro­ta per affron­ta­re i temi cal­di dell’Egitto: poli­ti­ca, eco­no­mia, sani­tà, istru­zio­ne e povertà.
Nel 2008, con le edi­zio­ni Dar Merif, pub­bli­ca Metro, una gra­phic-novel che rac­con­ta la sto­ria di Shi­hab, un gio­va­ne ed esper­to pro­gram­ma­to­re di com­pu­ter che, non poten­do paga­re un debi­to con­trat­to con un usu­ra­io, si lascia tra­sci­na­re da un poli­ti­co cor­rot­to in una rapi­na in banca.
Metro è diven­ta­ta un caso cla­mo­ro­so, quan­do il Gover­no ne ha ordi­na­to la con­fi­sca dal­le libre­rie e ha aper­to un pro­ces­so nei con­fron­ti dell’autore e del suo edi­to­re, accu­sa­ti di usa­re un lin­guag­gio trop­po spin­to. In real­tà, la cen­su­ra riguar­da più in gene­ra­le i con­te­nu­ti dell’opera, che pro­po­ne un’aperta cri­ti­ca socia­le, rap­pre­sen­tan­do il recen­te movi­men­to demo­cra­ti­co egi­zia­no e descri­ven­do le gra­vi con­se­guen­ze di qual­sia­si atti­vi­smo poli­ti­co. Infat­ti, alla fine, il pro­ces­so si è con­clu­so con la con­dan­na alla distru­zio­ne di tut­te le copie dell’opera e al paga­men­to di una mul­ta di 5.000 lire egi­zia­ne (cir­ca 700 euro).

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El Shafee il vignettista più censurato d’Egitto

| Il Gior­na­le | Mar­te­dì 7 dicem­bre 2010 | Mat­teo Sacchi |

Lui si chia­ma Mag­dy El Sha­fee e appe­na ha mes­so pie­de in Ita­lia (ospi­te ieri di pun­ta di Nues, il Festi­val inter­na­zio­na­le del fumet­to Medi­ter­ra­neo orga­niz­za­to da Bepi Vigna) ha det­to: «È un’emozione gran­dis­si­ma esse­re nel­la ter­ra che ha dato i nata­li ai miei mae­stri, Milo Mana­ra, Dino Bat­ta­glia, Hugo Pratt, Eleu­te­ri Ser­pie­ri». E anche noi dovrem­mo esse­re ono­ra­ti di aver­lo qui, per­ché anche se a mol­ti ita­lia­ni il suo nome non dice mol­to, è uno dei fumet­ti­sti più bra­vi di tut­to il Medio orien­te. E anche uno dei più corag­gio­si visto che i suoi fumet­ti sono fini­ti pesan­te­men­te sot­to il tiro del­la cen­su­ra egi­zia­na. Infat­ti al Cai­ro, sua cit­tà nata­le, non si tro­va una sola copia (a meno che non sia clan­de­sti­na) del­la sua pri­ma gra­phic novel, Metro. Il moti­vo? Que­sto lavo­ro pub­bli­ca­to nel 2008 rac­con­ta­va con piglio fero­ce e rea­li­sti­co la vita sot­ter­ra­nea del­la capi­ta­le di Muba­rak, denun­cian­do­ne le ingiu­sti­zie socia­li e met­ten­do il dito nel­la pia­ga del dispo­ti­smo del pote­re poli­ti­co (che carat­te­riz­za mol­ti sta­ti ara­bi). Ecco­ne in sol­do­ni la tra­ma. Il pro­ta­go­ni­sta è Shi­hab, soft­ware desi­gner che, com­pli­ce la cri­si eco­no­mi­ca, non può paga­re un debi­to con­trat­to con uno stroz­zi­no e che orga­niz­za una rapi­na in ban­ca per risol­ve­re defi­ni­ti­va­men­te i suoi pro­ble­mi finan­zia­ri. Per rea­liz­za­re l’impresa cri­mi­na­le si avvar­rà di un ami­co: Musta­fà. Quel­lo però lo tra­di­sce e fug­ge con tut­ta la refur­ti­va. Shi­hab si tro­va così in un vor­ti­ce di cor­ru­zio­ne poli­ti­ca e finan­zia­ria, tro­van­do l’unica con­so­la­zio­ne, mol­to car­na­le, nel­la gior­na­li­sta Dina. Una tra­ma che per un fumet­to occi­den­ta­le non ha nul­la di sca­bro­so ma che a El Sha­fee e al suo edi­to­re, Moha­med Shar­qa­wi, è costa­ta un pro­ces­so e la con­dan­na alla distru­zio­ne di tut­te le copie per alcu­ne imma­gi­ni con­si­de­ra­te por­no­gra­fi­che e per­so­nag­gi trop­po rispon­den­ti alle carat­te­ri­sti­che di rea­li uomi­ni poli­ti­ci. Il fumet­to ha avu­to però gran­de suc­ces­so in Euro­pa e in Ita­lia è sta­to pub­bli­ca­to dal pic­co­lo edi­to­re il Siren­te. El Sha­fee ne è feli­ce ma dice: «Non pen­sa­vo di sol­le­va­re un tale vespa­io, ma cen­su­ra e con­dan­na a par­te, mi ha mol­to rin­cuo­ra­to la soli­da­rie­tà rice­vu­ta… mi ha spin­to a resta­re nel mio Pae­se». Tan­to che del pro­ces­so subi­to ricor­da soprat­tut­to que­sto: «Mi è rima­sta impres­sa un’immagine di quel­la gior­na­ta: il vol­to stu­pi­to del giu­di­ce, per­so­na peral­tro edu­ca­ta e gen­ti­le, di fron­te a tut­ta quel­la fol­la venu­ta a soste­ner­mi. Era come se il desi­de­rio di liber­tà del­le per­so­ne riu­scis­se a scon­fig­ge­re anche la censura».

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Magdy, graphic novel contro il potere

| La Nuo­va Sar­de­gna | Mar­te­dì 7 dicem­bre 2010 | Spettacolo |

«E’ un’emozione gran­dis­si­ma esse­re nel­la ter­ra che ha dato i nata­li ai miei mae­stri, Milo Mana­ra, Dino Bat­ta­glia, Hugo Pratt, Eleu­te­ri Ser­pie­ri». E’ per la pri­ma vol­ta in Ita­lia Mag­dy El Sha­fee, il fumet­ti­sta egi­zia­no cen­su­ra­tis­si­mo dal gover­no di Muba­rak.  In Egit­to non si tro­va una sola copia del­la sua pri­ma gra­phic novel egi­zia­na, «Metro». Ambien­ta­ta in una Cai­ro sot­ter­ra­nea, denun­cia le ingiu­sti­zie e sve­la la natu­ra dispo­ti­ca del pote­re. Lui e il suo edi­to­re, Moha­med Shar­qa­wi, sono sta­ti pro­ces­sa­ti e con­dan­na­ti alla distru­zio­ne di tut­te le copie per alcu­ne imma­gi­ni con­si­de­ra­te por­no­gra­fi­che e per­so­nag­gi trop­po rispon­den­ti a rea­li uomi­ni poli­ti­ci. Il suo viag­gio è par­ti­to dal «Nues», il Festi­val inter­na­zio­na­le del fumet­to Medi­ter­ra­neo orga­niz­za­to dal vignet­ti­sta Bepi Vigna. Al pub­bli­co ha pre­sen­ta­to l’edizione ita­lia­na del «Roman­zo a fumet­ti» edi­ta da il Siren­te. «Non pen­sa­vo di sol­le­va­re un tale vespa­io, ma cen­su­ra e con­dan­na a par­te, mi ha mol­to rin­cuo­ra­to la soli­da­rie­tà rice­vu­ta, intel­let­tua­li, blog­ger, gen­te del popo­lo e don­ne in pri­ma linea, mi ha spin­to a resta­re nel mio pae­se. Soste­gno e atte­sta­ti di sti­ma sono giun­ti anche da altri Pae­si di cul­tu­ra ara­ba, Kuwait, Emi­ra­ti, Pae­si del Gol­fo, Liba­no. Sono gra­to all’Italia che lo ha tra­dot­to e ai tan­ti che ne han­no par­la­to nei blog e siti inter­net». Nel suo blog «For glo­bal Voi­ce» una sua soste­ni­tri­ce ha scrit­to: «se resti indif­fe­ren­te di fron­te a chi subi­sce un’ingiustizia, se doma­ni capi­ta a te nes­su­no inter­vie­ne». Un mes­sag­gio for­te che ha scos­so le coscien­ze di tan­ti. Tan­to che una marea di per­so­ne con la loro pre­sen­za in tri­bu­na­le al Cai­ro ha volu­to testi­mo­niar­gli soli­da­rie­tà. «Mi è rima­sta impres­sa un’immagine di quel­la gior­na­ta: il vol­to stu­pi­to del giu­di­ce, per­so­na peral­tro edu­ca­ta e gen­ti­le, di fron­te a tut­ta quel­la fol­la. Era come se il desi­de­rio di liber­tà del­le per­so­ne riu­scis­se a scon­fig­ge­re anche la censura». Per il futu­ro Mag­dy ha un sogno. «Mi pia­ce­reb­be che l’Egitto non bal­zas­se alle cro­na­che inter­na­zio­na­li sem­pre con sto­rie di pos­si­bi­li bro­gli alle ele­zio­ni. Vor­rei che i nostri gover­na­ti non si acca­nis­se­ro sem­pre con la repres­sio­ne e pen­sas­se­ro al benes­se­re dei cit­ta­di­ni. Per­chè l’Egitto libe­ro signi­fi­ca soprat­tut­to far emer­ge­re le miglio­ri qua­li­tà degli egi­zia­ni. Un gran­de popo­lo di per­so­ne crea­ti­ve e con la pace nel cuo­re». Scher­zan­do sul caso Ruby, pre­sun­ta nipo­te di Muba­rak ha ipo­tiz­za­to una stri­scia con Muba­rak che chia­ma il pre­mier. «Bra­vo, sei sta­to in gam­ba, hai vin­to il pri­mo round. Ora per il secon­do devi pre­pa­ra­re tuo figlio»

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Fumetti pericolosi

| Cen­tro Stu­di Afri­ca­ni in Sar­de­gna | Lune­dì 6 dicem­bre 2010 | Mar­cel­la Dal­la Cia e Filip­po Petrucci |

Metro è la In Euro­pa dia­mo tut­to sem­pre per scon­ta­to: liber­tà di paro­la, di scrit­tu­ra, di dise­gno. E inve­ce que­sti sono dirit­ti che in qual­che modo sia­mo riu­sci­ti nel cor­so dei seco­li a otte­ne­re. C’è chi deve anco­ra soste­ne­re que­ste lot­te e si ritro­va a far­lo pro­prio per un dise­gno. Il 4 dicem­bre a Caglia­ri, nel cor­so di “Nues, Festi­val inter­na­zio­na­le di fumet­ti e car­to­ni nel Medi­ter­ra­neo”, Mag­dy El Sha­fee ha pre­sen­ta­to il suo Metro, un gra­phic novel ambien­ta­to al Il Cai­ro, il pri­mo roman­zo gra­fi­co egi­zia­no, con­dan­na­to in patria per­ché “con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sti­ti”. In real­tà ha sem­pli­ce­men­te qual­che nudo, ma il pro­ble­ma è soprat­tut­to che descri­ve la vita del­la capi­ta­le egi­zia­na, con dise­gni e testi con­si­de­ra­ti trop­po rea­li­sti­ci e fin trop­po cri­ti­ci per la dit­ta­tu­ra di Mubarak.
Metro arri­va oggi in Ita­lia, pub­bli­ca­to dal­le edi­zio­ni il Siren­te dopo una fuga­ce appa­ri­zio­ne in Egit­to: fuga­ce per­ché è sta­to riti­ra­to pochi mesi dopo la sua pub­bli­ca­zio­ne e tut­te le copie sono sta­te pri­ma seque­stra­te e poi distrut­te. Il pro­ces­so ha impe­gna­to l’autore e l’editore per due anni, dal 2008 e si è risol­to solo di recen­te con una mul­ta pesan­te ma for­tu­na­ta­men­te sen­za con­dan­ne alla galera.
L’edizione ita­lia­na è la pri­ma a vede­re la luce dopo il ten­ta­ti­vo di stam­pa in Egit­to (pre­sto sarà dispo­ni­bi­le anche una ver­sio­ne ingle­se): gra­zie alla fede­le tra­du­zio­ne di Erne­sto Paga­no, che ha vis­su­to diver­si anni al Cai­ro, si per­ce­pi­sce come il libro fos­se in ori­gi­ne scrit­to secon­do due regi­stri, l’arabo clas­si­co, con­si­de­ra­to auli­co, e lo slang del­la strada.
Mal­gra­do tut­ti i pro­ble­mi che ha dovu­to affron­ta­re Mag­dy El Sha­fee è sor­ri­den­te e disponibile.
Non si nega, con­fron­ta la pro­pria ope­ra con quel­la di altret­tan­ti col­le­ghi che ani­ma­no la sce­na del fumet­to in Egit­to e nel Vici­no e Medio  Orien­te, por­ta degli esem­pi di vita vis­su­ta e di incon­tri, di un pae­se in cui c’è anco­ra tan­to da costrui­re e lo si vuo­le fare insieme.
La voglia è quel­la di rac­con­ta­re la pro­pria ope­ra, mostra­re il suo lavo­ro, le tavo­le che par­la­no de Il Cai­ro, dell’umanità che vi si muo­ve e che appa­re mol­to simi­le a quel­la del­le altre metro­po­li mon­dia­li e mol­to lon­ta­na dagli ste­reo­ti­pi tra­di­zio­na­li. Rac­con­ta­re sto­rie, libe­ra­men­te, sen­za aver pau­ra di ritro­var­si un gior­no in car­ce­re per­ché si è scrit­to troppo.

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Fumetti: censurato al Cairo, ora rivincita in Italia

| ANSA­med | Lune­dì 6 dicem­bre 2010 | Maria Gra­zia Mari­lot­ti |

”E’ un’emozione gran­dis­si­ma esse­re nel­la ter­ra che ha dato i nata­li ai miei mae­stri, Milo Mana­ra, Dino Bat­ta­glia, Hugo Pratt, Eleu­te­ri Ser­pie­ri”. E’ per la pri­ma vol­ta in Ita­lia Mag­dy El Sha­fee, il fumet­ti­sta egi­zia­no cen­su­ra­tis­si­mo dal gover­no di Muba­rak. In Egit­to non si tro­va una sola copia del­la sua pri­ma gra­phic novel egi­zia­na, Metro.
Ambien­ta­ta in una Cai­ro sot­ter­ra­nea, denun­cia le ingiu­sti­zie e sve­la la natu­ra dispo­ti­ca del pote­re. Lui e il suo edi­to­re, Moha­med Shar­qa­wi, sono sta­ti pro­ces­sa­ti e con­dan­na­ti alla distru­zio­ne di tut­te le copie per alcu­ne imma­gi­ni con­si­de­ra­te por­no­gra­fi­che e per­so­nag­gi trop­po rispon­den­ti a rea­li uomi­ni politici.
Il suo viag­gio e’ par­ti­to da Caglia­ri, ospi­te di pun­ta di Nues, il Festi­val inter­na­zio­na­le del fumet­to Medi­ter­ra­neo orga­niz­za­to dal vignet­ti­sta sar­do Bepi Vigna. Al pub­bli­co ha pre­sen­ta­to l’edizione ita­lia­na del ”Roman­zo a fumet­ti” edi­ta da il Siren­te. ”Non pen­sa­vo di sol­le­va­re un tale vespa­io, ma cen­su­ra e con­dan­na a par­te, mi ha mol­to rin­cuo­ra­to la soli­da­rie­ta’ rice­vu­ta, intel­let­tua­li, blog­ger, gen­te del popo­lo e don­ne in pri­ma linea, mi ha spin­to a resta­re nel mio pae­se — rac­con­ta l’autore all’ANSA men­tre pas­seg­gia per la Mari­na, sto­ri­co quar­tie­re caglia­ri­ta­no — Soste­gno e atte­sta­ti di sti­ma sono giun­ti anche da altri Pae­si di cul­tu­ra ara­ba, Kuwait, Emi­ra­ti, Pae­si del Gol­fo, Liba­no. Sono gra­to all’Italia che lo ha tra­dot­to e ai tan­ti che ne han­no par­la­to nei blog e siti inter­net”. Nel suo blog ‘For glo­bal Voi­ce’ una sua soste­ni­tri­ce ha scrit­to: ”se resti indif­fe­ren­te di fron­te a chi subi­sce un’ingiustizia, se doma­ni capi­ta a te nes­su­no inter­vie­ne”. Un mes­sag­gio for­te che ha scos­so le coscien­ze di tan­ti. Tan­to che una marea di per­so­ne con la loro pre­sen­za in tri­bu­na­le al Cai­ro ha volu­to testi­mo­niar­gli soli­da­rie­ta’. ”Mi è rima­sta impres­sa un’immagine di quel­la gior­na­ta: il vol­to stu­pi­to del giu­di­ce, per­so­na peral­tro edu­ca­ta e gen­ti­le, di fron­te a tut­ta quel­la fol­la. Era come se il desi­de­rio di liber­ta’ del­le per­so­ne riu­scis­se a scon­fig­ge­re anche la censura”.
Ha tan­ti sogni Mag­dy, ma quel­lo che vor­reb­be vede­re rea­liz­za­to per pri­mo e’ sve­gliar­si un gior­no e tro­var­si in un Pae­se dove non cam­peg­gi piu’ l’immagine di Muba­rak come il sim­bo­lo dell’Egitto, un Pae­se con meno cor­ru­zio­ne e ingiustizie.
”Mi pia­ce­reb­be che l’Egitto non bal­zas­se alle cro­na­che inter­na­zio­na­li sem­pre con sto­rie di pos­si­bi­li bro­gli alle ele­zio­ni. Vor­rei che i nostri gover­na­ti non si acca­nis­se­ro sem­pre con la repres­sio­ne e pen­sas­se­ro al benes­se­re dei cit­ta­di­ni. Per­che’ l’Egitto libe­ro signi­fi­ca soprat­tut­to far emer­ge­re le miglio­ri qua­li­ta’ degli egi­zia­ni. Un gran­de popo­lo di per­so­ne crea­ti­ve e con la pace nel cuo­re”. Duran­te l’intervista ha scher­za­to sul­la vicen­da di Ruby, pre­sun­ta nipo­te di Muba­rak: ”imma­gi­no una stri­scia con Muba­rak che chia­ma al tele­fo­no Ber­lu­sco­ni. ‘Pron­to Sil­vio, bra­vo, sei sta­to in gam­ba, hai vin­to il pri­mo round. Ora per il secon­do devi pre­pa­ra­re tuo figlio Piersilvio”.

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Rogers e la Via del Drago divorato dal Sole

| Nigri­zia | Dicem­bre 2010 |

«Bat­to con­tro il muro ma nes­su­no rispon­de. Urlo: “Ehi, c’è qual­cu­no?!”. Ma non ci sono por­te né fine­stre. “Ehi­là?!”». Se qual­cu­no annu­sas­se in que­ste righe odo­re di The Wall dei Pink Floyd, ebbe­ne, avreb­be visto giu­sto. È l’autore stes­so che ne «rac­co­man­da viva­men­te l’ascolto, nel cor­so del­la let­tu­ra». Il tito­lo stes­so vuo­le pro­ba­bil­men­te rie­cheg­gia­re il nome dell’autore dei testi del­la band, Roger Waters. Cita­zio­ni let­te­ra­li di The Wall ricor­ro­no da cima a fon­do in que­sto roman­zo che l’autore pre­fe­ri­sce chia­ma­re «gio­co». È, infat­ti, una sor­ta di qua­der­no di memo­rie, sen­za trop­po rispet­to per la cro­no­lo­gia, che potreb­be­ro esse­re rimon­ta­te, sen­za dan­no, in altro ordi­ne. Un «gio­co», for­se, anche per la sua ori­gi­ne: nato da un blog. I gio­va­ni blog­ger egi­zia­ni si sono rita­glia­ti una loro (con­tro­ver­sa) auto­re­vo­lez­za: da chi si fa con­dan­na­re per vio­la­zio­ne del­la cen­su­ra a chi – come è sta­to il caso anche per Gha­da Abdel Aal (Che il velo sia da spo­sa!, Epo­ché) – appro­da alla car­ta stam­pa­ta e scuo­te il mon­do let­te­ra­rio tra­di­zio­na­le. Impres­sio­ne per­so­na­le: Rogers appa­re come un gra­phic novel, para­dos­sal­men­te sen­za immagini.

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Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” alla settima edizione di Terra Futura, Fortezza da Basso, Firenze, 28–30 maggio 2010

 

 

 

 

| Dome­ni­ca 30 Mag­gio | Ore 11.00–12.00 | Stand COSPE |

Kha­led Al Kha­mis­si, “Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no”, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008
Let­tu­re trat­te dal libro “Taxi”, dedi­ca­to «alla vita che abi­ta nel­le paro­le del­la pove­ra gen­te», un viag­gio nel­la socio­lo­gia urba­na del­la capi­ta­le egi­zia­na attra­ver­so le voci dei tas­si­sti. Una rac­col­ta di sto­rie bre­vi che rac­con­ta­no sogni, avven­tu­re filo­so­fi­che, amo­ri, bugie, ricor­di e poli­ti­ca. I tas­si­sti egi­zia­ni sono degli ama­bi­li can­ta­sto­rie che, con disin­vol­tu­ra, con­du­co­no il let­to­re in un deda­lo di real­tà e poe­sia che è l’Egitto dei nostri giorni.
A cura di COSPE
Sarà pre­sen­te il tra­dut­to­re del libro ERNESTO PAGANO con JAMILA MASCAT, cura­tri­ce rubri­ca Ita­lie­ni di Internazionale

Ter­ra Futu­ra è una gran­de mostra-con­ve­gno strut­tu­ra­ta in un’area espo­si­ti­va, di anno in anno più ampia e arti­co­la­ta, e in un calen­da­rio di appun­ta­men­ti cul­tu­ra­li di alto spes­so­re, tra con­ve­gni, semi­na­ri, work­shop; e anco­ra labo­ra­to­ri e momen­ti di ani­ma­zio­ne e spettacolo.
Ter­ra Futu­ra vuo­le far cono­sce­re e pro­muo­ve­re tut­te le ini­zia­ti­ve che già spe­ri­men­ta­no e uti­liz­za­no model­li di rela­zio­ni e reti socia­li, di gover­no, di con­su­mo, pro­du­zio­ne, finan­za, com­mer­cio soste­ni­bi­li: pra­ti­che che, se adot­ta­te e dif­fu­se, con­tri­bui­reb­be­ro a garan­ti­re la sal­va­guar­dia dell’ambiente e del pia­ne­ta, e la tute­la dei dirit­ti del­le per­so­ne e dei popoli.
È un even­to inter­na­zio­na­le per­ché inten­de allar­ga­re e con­di­vi­de­re la dif­fu­sio­ne del­le buo­ne pra­ti­che a una dimen­sio­ne glo­ba­le; per­ché inter­na­zio­na­li sono i nume­ro­si mem­bri del suo comi­ta­to di garan­zia, la dimen­sio­ne dei temi trat­ta­ti e i rela­to­ri chia­ma­ti ad inter­ve­ni­re ai tavo­li di dibat­ti­to e di lavo­ro; infi­ne, per­ché lo sono i pro­get­ti e le espe­rien­ze pre­sen­ti o rap­pre­sen­ta­ti ampia­men­te nell’area espo­si­ti­va, che ospi­ta real­tà ita­lia­ne ed estere.
Nume­ro­si e impor­tan­ti i con­sen­si rac­col­ti negli anni. Oltre 87.000 i visi­ta­to­ri dell’edizione 2009, 600 le aree espo­si­ti­ve con più di 5000 enti rap­pre­sen­ta­ti; 250 ani­ma­zio­ni, 200 gli even­ti cul­tu­ra­li in calen­da­rio e 800 i rela­to­ri pre­sen­ti, fra esper­ti e testi­mo­ni di vari ambi­ti di livel­lo internazionale.

La set­ti­ma edi­zio­ne di Ter­ra Futu­ra si svol­ge­rà sem­pre alla For­tez­za da Bas­so, a Firen­ze, dal 28 al 30 mag­gio 2010.

ORARI:
vener­dì ore 9.00–20.00
saba­to ore 9.30–21.00 (even­ti e spet­ta­co­li fino alle ore 24.00)
dome­ni­ca ore 10.00–20.00

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Regole? Neanche il tassametro

| il Gior­na­le | Vener­dì 12 dicem­bre 2008 |

Gui­da­no come mat­ti, usa­no le mani e non i sema­fo­ri per impor­si nel fol­le traf­fi­co del Cai­ro, e non han­no il tas­sa­me­tro. Ognu­no di loro ha una sto­ria da rac­con­ta­re, come nel best sel­ler di Kha­lid Al Kha­mis­si, «Taxi», che dipin­ge la cit­tà con­le paro­le dei suoi tassisti.

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