Tatti Sanguineti presenta “Pensieri dal carcere” di Pierre Clémenti al DOC FEST, Roma

Mar­te­dì 18 novem­bre 2008, alle ore 20.30, sarà pre­sen­ta­ta a Roma una sera­ta spe­cia­le dedi­ca­ta al miti­co Pier­re Clé­men­ti pres­so la Sala Tre­vi nell’ambito del­la ras­se­gna di docu­men­ta­ri Pas­sag­gio a Sud Est. Ver­ran­no pre­sen­ta­ti la tra­du­zio­ne ita­lia­na del libro “Pen­sie­ri dal car­ce­re” e i film spe­ri­men­ta­li Visa de cen­su­re n. X e New old.

«Il suo libro è una testi­mo­nian­za con­tro il codi­ce pena­le ita­lia­no risa­len­te al fasci­smo, con­tro il regi­me car­ce­ra­rio e la socie­tà repres­si­va, per­ché nel­le cel­le ci sia più luce e umanità.» 

Roma è la secon­da tap­pa del tour ita­lia­no di pre­sen­ta­zio­ne dell’opera di Pier­re Clé­men­ti che si con­clu­de­rà nel 2009, decen­na­le dal­la sua mor­te. Alla Sala Tre­vi, oltre all’editore saran­no pre­sen­ti il tra­dut­to­re e Tat­ti San­gui­ne­ti.

DOVE:
Sala Tre­vi
Vico­lo del Put­ta­rel­lo, 25
00187 Roma

PROGRAMMA:
ini­zio ore 20,30 — ingres­so gratuito
Pre­sen­ta­zio­ne di “Pen­sie­ri dal Car­ce­re” di Pier­re Clé­men­ti
Saran­no pre­sen­ti Simo­ne Ben­ve­nu­ti (tra­dut­to­re)
Inter­vie­ne Tat­ti Sanguineti

a segui­re:
Pri­ma ita­lia­na di due film appe­na restau­ra­ti inter­pre­ta­ti e diret­ti dal gran­de atto­re francese
Visa de cen­su­re n. X
Fran­cia, 1967–1975, 43’, Solo Musica
New old
Fran­cia, 1979, 63’, Solo Musica

IL LIBRO. « Il mat­ti­no del 24 luglio 1971 suo­na­no all’appartamento roma­no di un’amica di Pier­re Clé­men­ti dove l’attore risie­de. Suo figlio Bal­tha­zar, di cin­que anni, apre la por­ta. È la poli­zia in bor­ghe­se che vie­ne a fare una per­qui­si­zio­ne, ben sapen­do quel che sta cer­can­do: pochi gram­mi di cocai­na e qual­che bri­cio­la di haschi­sch. (Suo figlio dirà poi che era sta­ta la poli­zia stes­sa a nascon­de­re la cocai­na sot­to al let­to dicen­do­gli: «Non è nul­la, riad­dor­men­ta­ti»). Tut­to por­ta a cre­de­re che il pote­re voglia crea­re un esem­pio cla­mo­ro­so. L’arresto di Pier­re Clé­men­ti, star del cine­ma e al con­tem­po ico­na del­la con­tro­cul­tu­ra, fa gran­de scal­po­re. L’attore vie­ne rin­chiu­so nel­la pri­gio­ne di Regi­na Coe­li sul­la base di sem­pli­ci sospet­ti, men­tre nega di esse­re sta­to a cono­scen­za del­la pre­sen­za del­la dro­ga nell’appartamento. Aspet­te­rà otto mesi pri­ma di esse­re giu­di­ca­to. Con­dan­na­to a due anni di reclu­sio­ne, ottie­ne l’archiviazione in appel­lo dopo diciot­to mesi di deten­zio­ne. Pier­re Clé­men­ti ne usci­rà segna­to a vita. Il suo libro è una testi­mo­nian­za con­tro il codi­ce pena­le ita­lia­no risa­len­te al fasci­smo, con­tro il regi­me car­ce­ra­rio e la socie­tà repres­si­va, per­ché nel­le cel­le ci sia più luce e uma­ni­tà. » [Bal­tha­zar Clé­men­ti]

«La giu­sti­zia è len­ta ed este­nuan­te, e l’innocenza, se anche pro­va­ta, sol­tan­to feri­ta usci­rà di pri­gio­ne.» [Pier­re Clé­men­ti]

Pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 1973 e appar­so nuo­va­men­te nel 2005 pres­so le edi­zio­ni Gal­li­mard, il libro di Pier­re Clé­men­ti riper­cor­re attra­ver­so rifles­sio­ni e flash nar­ra­ti­vi l’esperienza car­ce­ra­ria dell’attore e regi­sta: l’arresto, l’arrivo nel car­ce­re di Rebib­bia e poi in quel­lo di Regi­na Coe­li, l’incontro con l’umanità repres­sa e dimen­ti­ca­ta, la cru­da real­tà del­le rivol­te e del­le rap­pre­sa­glie, l’annullamento spi­ri­tua­le ancor pri­ma che fisi­co, l’ipocrisia del ceto diri­gen­te ita­lia­no, il pro­ces­so fino all’assoluzione defi­ni­ti­va che suo­ne­rà para­dos­sal­men­te come una condanna.

Per saper­ne di più sul­la tra­du­zio­ne ita­lia­na “Pen­sie­ri dal car­ce­re” di Pier­re Clé­men­ti e cono­sce­re le date del­le pre­sen­ta­zio­ni: www.sirente.it

Press:
Chia­ra­stel­la Campanelli
chiaraetoile@hotmail.com 
mob. +39 339 3806185

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LUCCA FILM FESTIVAL: Immagini resistenti. Il piacere di scoprirle

IL MANIFESTO — 03/10/2008
di Cri­sti­na Piccino

«Non è tem­po di abbas­sar­ci ma di esse­re pron­ti a can­ta­re la nostra nota più bel­la». Que­sta fra­se rac­con­ta bene Jonas Mekas, ci dice del­la sua pas­sio­ne per la musi­ca, l’altro gran­de amo­re insie­me al cine­ma, con l’accordeon che si por­ta die­tro ovun­que in giro per il mon­do. E dell’energia di que­sto genia­le arti­sta, oggi ottan­ta­seien­ne (è nato nel 1922 a Seme­ni­skiai, in Litua­nia) , capa­ce di suo­na­re per gli ami­ci alle ore del­la not­te più stram­pa­la­te sen­za mai dire che è tem­po di dor­mi­re. Jonas Mekas sarà uno dei pro­ta­go­ni­sti al pros­si­mo Luc­ca film festi­val (10–18), pic­co­la e assai agguer­ri­ta zona libe­ra dell’immaginario, di quel­le che oggi in Ita­lia è sem­pre più dif­fi­ci­le fare con le sma­nie di «tap­pe­ti ros­si» — o come si dice «red car­pet» — e le cen­su­re pre­ven­ti­ve che fioc­ca­no da ogni par­te. Nell’intervista che apre il cata­lo­go, una con­ver­sa­zio­ne tra Mekas e Pip Cho­do­rov, anche lui regi­sta, idea­to­re di una magni­fi­ca col­la­na di home-video, la pari­gi­na Re: voir , leg­gia­mo in una doman­da sul New Ame­ri­can Cine­ma, al qua­le Mekas ha par­te­ci­pa­to, come del resto tut­ta la sce­na del­la ricer­ca più spe­ri­men­ta­le: « Vedo il New Ame­ri­can Cine­ma come un gio­va­ne albe­ro, una per­so­na gio­va­ne, di quin­di­ci o dicias­set­te anni, mol­to ribel­le e che non si fida dei geni­to­ri. Poi que­sta per­so­na cre­sce, arri­va ai qua­ran­ta, cin­quan­ta, sessant’anni, ma nell’armadio ha anco­ra ogget­ti e ricor­di di quan­do ave­va die­ci anni … Il cine­ma di oggi negli Sta­ti uni­ti ha incor­po­ra­to come in ogni altro luo­go le con­qui­ste lin­gui­sti­che, tema­ti­che, tec­no­lo­gi­che, lin­gui­sti­che degli anni Ses­san­ta, ed è com­ple­ta­men­te da qual­che altra par­te… Lo stes­so vale per me anche se qua­lun­que cosa fac­cia ora ini­zia mol­to, mol­to tem­po fa …». Mekas in Litua­nia è tor­na­to solo poco tem­po fa, arri­vò in Ame­ri­ca con i mol­ti pro­fu­ghi del­la secon­da guer­ra mon­dia­le da un cam­po di con­cen­tra­men­to insie­me al fra­tel­lo Adol­fas, e litua­no era anche Maciu­nas, tra i fon­da­to­ri di Flu­xus, movi­men­to di cui Mekas è sta­to tra i pro­ta­go­ni­sti … Sono mol­te sto­rie ma la cosa più bel­la è che Mekas con­ti­nua a stu­pi­re, pur lavo­ran­do spes­so con mate­ria­li del­la sua vita, anche pas­sa­ta, quei dia­ri fil­ma­ti in diver­si for­ma­ti che rac­con­ta­no un tem­po, un’utopia, for­se qual­co­sa di più. E insie­me c’è la sua capa­ci­tà di esse­re nel pre­sen­te, coi più gio­va­ni, ragaz­zi che cre­sco­no al suo cine­ma, al Film Archi­ve, la sala che cura nell’East Vil­la­ge new­yor­ke­se, e che in que­sta rela­zio­ne e scam­bio di espe­rien­ze, con­qui­sta­no una sen­si­bi­li­tà spe­cia­le (è uno dei mas­si­mi difet­ti del nostro cine­ma l’incapacità di guar­da­re alla ricer­ca e alla spe­ri­men­ta­zio­ne). Mekas apri­rà con Birth of a nation (’97) il festi­val, cen­tos­ses­san­ta ritrat­ti — «schiz­zi» li defi­ni­sce — di film­ma­ker indi­pen­den­ti, d’avanguardia e atti­vi­sti fra il ’55 e il ’95. Il tito­lo è per­ché il cine­ma indi­pen­den­te — come dice Mekas — è in sé stes­so una nazio­ne. Ci sarà anche una mostra, alla Fon­da­zio­ne Rag­ghian­ti, coi suoi lavo­ri. Mekas però non è il solo ospi­te. Gli omag­gi ina­nel­la­no i nomi di Sha­ne Mea­do­ws e di Kiyo­shi Kuro­sa­wa, e soprat­tut­to un omag­gio a Pier­re Cle­men­ti, atto­re, regi­sta, ispi­ra­to­re del Ses­san­tot­to ita­lia­no, spes­so Ber­nar­do Ber­to­luc­ci ha rac­con­ta­to che era lui a por­ta­re le inven­zio­ni del Mag­gio fran­ce­se a Roma quan­do gira­va­no Part­ner . Sarà anche per que­sto che Cle­men­ti nell’Italia che ama­va finì in gale­ra con un’accusa di dro­ga, sicu­ra­men­te mon­ta­ta, e ci restò anni aspet­tan­do un giu­di­zio che non arri­va­va mai. Scris­se di quei gior­ni ter­ri­bi­li e assur­di in un bel libro che il festi­val ripro­po­ne ( Pen­sie­ri dal car­ce­re , nell’edizione fran­ce­se Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels , Gal­li­mard). A ricor­dar­lo ci saran­no il figlio, Bal­tha­zar, gli ami­ci come Marc’o con cui Cle­men­ti ave­va gira­to Les Ido­les , Pier­re Kal­fon, Fran­co Bro­ca­ni (e ave­re la pos­si­bi­li­tà di ascol­tar­li tut­ti insie­me è di per sé un’occasione magi­ca). Si vedran­no i film di Cle­men­ti cinea­sta, mol­to dif­fi­cil­men­te frui­bi­li in Ita­lia, come Visa de Cen­su­re n. X (1967) , quel­li come atto­re ( Necro­po­lis di Bro­ca­ni, Por­ci­le , Les Ido­les ) ma soprat­tut­to una serie di fil­ma­ti ine­di­ti che il festi­val ha recu­pe­ra­to gra­zie al lavo­ro del labo­ra­to­rio di restau­ro dell’università di Udi­ne e del Dams di Gori­zia. Mostra­no il set di Les Ido­les o una vacan­za a Posi­ta­no in cui c’è anche Phi­lip­pe Gar­rel. Sono imma­gi­ni per­so­na­lis­si­me, qua­si degli home movie, dove però scor­re ugual­men­te il sen­so di un’epoca.

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Pierre Clémenti al Lucca Film Festival

Ore 17.50 OMAGGIO A PIERRE CLÉMENTI

Incon­tro con Bal­tha­zar Clé­men­ti, Marc’O, Jean-Pier­re Kal­fon, Bul­le Ogier, Cathe­ri­ne Libert, Antoi­ne Bar­raud, Giu­lio Bursi

a segui­re

Pre­sen­ta­zio­ne del libro Pen­sie­ri dal car­ce­re di Pier­re Clé­men­ti, a cura del­la Casa Edi­tri­ce Il Sirente

VISA DE CENSURE N°X (Pier­re Clé­men­ti, Fr, 1967, sono­riz­za­to nel 1975, 43’)
BOBINA 10 — Ine­di­to (Pier­re Clé­men­ti, Fr, col, 3’)
BOBINA 27 — Ine­di­to (Pier­re Clé­men­ti, Fr, col, 27’)

Il Luc­ca Film Festi­val è feli­ce di poter dedi­ca­re que­sto omag­gio a Pier­re Clé­men­ti, un arti­sta che for­se meglio di tut­ti rap­pre­sen­ta il nostro gio­va­ne festi­val, espo­nen­te come atto­re del cine­ma ‘più impor­tan­te’ – ma mai schia­vo del­le sue logi­che — e al con­tem­po gran­de spe­ri­men­ta­to­re come film-maker, lavo­ra­to­re e costrut­to­re instan­ca­bi­le del­le pro­prie visio­ni, dei pro­pri sogni di amo­re e libertà.

Gra­zie al figlio Bal­tha­zar e alla sua stes­sa pas­sio­ne per l’opera di suo padre, sia­mo riu­sci­ti a rea­liz­za­re e pre­sen­ta­re quel­lo che ci augu­ria­mo sia uno sguar­do ampio sull’arte, la vita e il cine­ma di Clé­men­ti. Uno sguar­do che poi divie­ne uni­co, con la pos­si­bi­li­tà di assi­ste­re per la pri­ma vol­ta in asso­lu­to alla pro­ie­zio­ne di par­te dei suoi film rea­liz­za­ti in 16mm e rima­sti incom­piu­ti, film uni­ci, veri e pro­pri docu­men­ti che van­no dal­la sem­pli­ci­tà di un ritrat­to di fami­glia alla più alta ela­bo­ra­zio­ne tec­ni­ca, film che sia­mo riu­sci­ti a recu­pe­ra­re, restau­ra­re, archi­via­re e sot­trar­re così a un sicu­ro e irre­ver­si­bi­le dan­neg­gia­men­to. Tut­to que­sto sarà accom­pa­gna­to dal­la pro­ie­zio­ne del suo film inve­ce com­piu­tis­si­mo, e for­se più rap­pre­sen­ta­ti­vo del suo modo di fare cine­ma, Visa de Cen­su­re n.X, e di alcu­ni film che lo vedo­no nel­la veste più cono­sciu­ta di atto­re e che, a nostro pare­re, rie­sco­no meglio di altri a comu­ni­car­ci la sua gran­dez­za : Necro­po­lis (Fran­co Bro­ca­ni), Por­ci­le (P.P.Pasolini) e Les Ido­les (Marc’O).

Inol­tre coglie­re­mo l’occasione per pre­sen­ta­re il libro Pen­sie­ri dal car­ce­re (Ed. Il Siren­te), scrit­to da Pier­re Clé­men­ti duran­te il perio­do di reclu­sio­ne tra­scor­so a Roma, una sor­ta di dia­rio, di memo­rie in cui si affron­ta il tema del car­ce­re e allo stes­so tem­po si riper­cor­ro­no alcu­ni epi­so­di cru­cia­li per la vita e la car­rie­ra cine­ma­to­gra­fi­ca di Clé­men­ti. A que­sto tri­bu­to, che avrà ini­zio il 16 otto­bre alle ore 17.30 e rien­tra nel qua­dro più ampio del­la ras­se­gna cine­ma­to­gra­fi­ca Luc­ca Film Festi­val 2008, par­te­ci­pe­ran­no lo stes­so Bal­tha­zar Clé­men­ti, Marc’O, Fran­co Bro­ca­ni, Jean-Pier­re Kal­fon e Bul­le Ogier. Sia­mo dav­ve­ro mol­to feli­ci di poter ren­de­re omag­gio pro­prio qui, nell’Italia che lui ama­va tan­to e in cui ha tra­scor­so gran par­te del­la sua vita, 

a testi­mo­nian­za di un amo­re reci­pro­co, a Pier­re Clé­men­ti atto­re, cinea­sta, scrittore.

Andrea Mon­ti

Da una let­te­ra di Clé­men­ti scrit­ta dal car­ce­re a Fran­co Brocani :

Caro Fran­co, ti rin­gra­zio per la tua let­te­ra gentile.
Sto bene e Regi­na Coe­li ha degli odo­ri di chio­stro che amo molto.
Vivo da solo in una cel­la e come un mona­co sto impa­ran­do a par­la­re con Dio.
Leg­go. Fac­cio del­la pit­tu­ra. Lascio che l’illusione mi inva­da e i pen­sie­ri mi tra­spor­ta­no là dove la liber­tà non subi­sce alcu­na incar­ce­ra­zio­ne. Dal­la not­te oscu­ra in cui ero immer­so fin dai pri­mi gior­ni, il sole mi ha fat­to visi­ta. Ed ora la mia ani­ma si è abi­tua­ta a que­sta gran­de puri­fi­ca­zio­ne, e ho den­tro una gran gio­ia di pro­va­re que­sta espe­rien­za sen­za prez­zo. La mes­sa in luce del­la coscien­za impri­gio­na­ta nel­la tom­ba. Le por­te un gior­no si apri­ran­no e mol­te cose in me saran­no cam­bia­te. La Bilan­cia del­la giu­sti­zia di Miner­va è giu­sta, ed è per que­sto che la spe­ran­za di usci­re pre­sto non mi dà né gio­ia né pena. Il tem­po resta sospe­so die­tro le sbar­re, solo le sta­gio­ni annun­cia­no un sof­fio nuo­vo che l’Anima Uma­na sen­te fisi­ca­men­te. La tua let­te­ra mi ha cau­sa­to gran­de gio­ia. Non sono mol­ti i veri ami­ci. Qui, con l’isolamento, la pre­sen­za del pas­sa­to si fis­sa in un eter­no pre­sen­te e la tua imma­gi­ne si pre­sen­ta spes­so ai miei occhi. Pen­so a Atti­la, alle sue orde di bar­ba­ri ani­ma­ti dal sof­fio divi­no. Pen­so alla fine cer­ta e la mor­te dell’imperialista ame­ri­ca­no. Pen­so al mon­do nuo­vo che sor­ge­rà da que­sta libe­ra­zio­ne. Pen­so alle nuo­ve gene­ra­zio­ni che saran­no libe­ra­te da que­sto fla­gel­lo. Pen­so al PARADISO come a una Ter­ra Promessa.

Pen­so al nostro film.
Pen­so alla feli­ci­tà dell’Umanità.
Pen­so all’Anarchia dei nostri pensieri.
Pen­so all’Amore.
Pen­so alla gio­ia di esse­re qui.
Penso…penso…penso…alla Libertà.
Vi abbraccio,

Pier­re

VITA DI PIERRE CLEMENTI

Pier­re Clé­men­ti nasce a Pari­gi il 28 set­tem­bre 1942, da padre sco­no­sciu­to e madre di ori­gi­ne cor­sa che fa la custo­de. Tra­scor­re un’infanzia dif­fi­ci­le tra fami­glie a cui vie­ne affi­da­to e una madre inca­pa­ce di occu­par­si di lui, som­mer­sa dal­la dif­fi­col­tà mate­ria­li. A 13 anni è man­da­to in casa di cor­re­zio­ne, dove incon­tra un edu­ca­to­re che gli fa sco­pri­re la poe­sia. Di ritor­no a Pari­gi, l’adolescente vive di pic­co­li lavori.
Nel 1957 Pier­re fa la cono­scen­za di Eugè­ne Ione­sco, Samuel Bec­kett, Edgar Varè­se e l’attore fran­ce­se Roger Blin, incon­tri deter­mi­nan­ti per la sua futu­ra car­rie­ra da atto­re. Il ragaz­zo, dall’atteggiamento beat­nik e appa­ren­te­men­te fra­gi­le, fre­quen­ta Saint Gér­main des Prés, dove la sua bel­lez­za e il suo char­me mie­to­no vit­ti­me. Ini­zia come atto­re in alcu­ni lavo­ri di Michel Deville.
Ma pre­sto Alain Delon pre­sen­ta il gio­va­ne atto­re a Viscon­ti. Impres­sio­na­to, il reg­sta gli affi­da il suo pri­mo ruo­lo da leg­gen­da : il figlio del prin­ci­pe Sali­na ne Il Gat­to­par­do. Rien­tra­to a Pari­gi, gli vie­ne segna­la­to il lavo­ro di Marc’O, che ricer­ca e met­te in pra­ti­ca un nuo­vo rap­por­to tra gli atto­ri e la scena.
Entu­sia­sta, Pier­re Clé­men­ti si lan­cia in que­sta avven­tu­ra tea­tra­le di avan­guar­dia a fian­co di un grup­po di gio­va­ni atto­ri che pre­sto diven­te­ran­no cele­bri come Bul­le Ogier e Jean-Pier­re Kalfon.
Nel 1965, Pier­re spo­sa Mar­ga­reth. Loro figlio Bal­tha­zar nasce in luglio.
Nel 1966 è uno degli ‘ido­li’ nel gran­de film di Marc’O Les Ido­les, ope­ra musi­ca­le anti-star­sy­stem che divie­ne pre­sto cul­to e rife­ri­men­to per tut­ta la ricer­ca tea­tra­le, e che annun­cia il 1968.
Poi Luis Bu
ñuel gli affi­da un ruo­lo mol­to impor­tan­te in Bel­le de Jour, a fian­co di Cathe­ri­ne Deneu­ve. Divie­ne pre­sto una vedet­te del cine­ma. Pro­prio in que­sto perio­do acqui­sta una came­ra 16mm e comin­cia a rea­liz­za­re i suoi film. Gire­rà mol­to mate­ria­le anche duran­te le ripre­se di Pat­ner di Ber­to­luc­ci.
Fede­le alle sue con­vin­zio­ni, Pier­re rifiu­ta di fare film che non giu­di­ca inte­res­san­ti, distri­bui­sce i suoi cachet ai clo­chard e vive in una came­ra da poco. Dal 1969 al 1971 lavo­ra in mol­tis­si­mi film, con­ce­den­do­si sen­za riser­ve a regi­sti esi­gen­ti come Paso­li­ni, Rocha, Jancs
ó, Gar­rel, ritro­van­do Buñuel ne La via lat­tea e Ber­to­luc­ci in Il Con­for­mi­sta. In Ita­lia Pier­re fre­quen­ta il pic­co­lo popo­lo roma­no, la gio­ven­tù in rivol­ta, gli hip­pies e l’estrema sini­stra. Nel luglio del 1971 vie­ne arre­sta­to a Roma per deten­zio­ne e con­su­mo di stu­pe­fa­cen­ti. Con­dan­na­to a due anni di pri­gio­ne, è incar­ce­ra­to a Regi­na Coe­li, da dove usci­rà dopo 18 mesi per insuf­fi­cien­za di pro­ve. Esce da que­sta espe­rien­za trau­ma­tiz­za­to, segna­to per sempre.
Nel 1973 Pier­re Clé­men­ti pub­bli­ca Pen­sie­ri dal car­ce­re, vera e pro­pria requi­si­to­ria con­tro l’ingiustizia e le con­di­zio­ni dell’incarcerazione. Que­sta testi­mo­nan­zia trac­cia anche gli epi­so­di essen­zia­li del­la sua vita e del­la sua car­rie­ra fol­go­ran­te. Spo­sa Nadi­ne Her­mand. Nasci­ta del figlio Valentin.
Pier­re par­te­ci­pa allo spet­ta­co­lo Hélio­ga­ba­le di Mau­ri­ce Béjart. L’attore ricer­ca più che mai dei pro­get­ti spe­ri­men­ta­li. Nel 1975 il cinea­sta sono­riz­za Visa de Cen­su­re n°X, gira­to nel 1967, e rea­liz­za New Old, film sag­gio sul­la sua vita e il suo lavo­ro. Nel 1992 rea­liz­za la piè­ce Cro­na­ca di una mor­te ritar­da­ta, mono­lo­go di un ange­lo deca­du­to che rac­con­ta la sua disce­sa agli inferi.

Pier­re Clé­men­ti, in segui­to a un can­cro, si spe­gne a Pari­gi il 27 dicem­bre 1999, a 57 anni.

 

Per mag­gio­ri informazioni :
LUCCA FILM FESTIVAL 2008
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Prima si andava in galera, ora in televisione

Repubblica — 12 dicembre 2007   pagina 26   sezione: COMMENTI

Caro Augias, que­sta mia let­te­ra vuo­le esse­re una pic­co­la «bou­teil­le à la mer» lan­cia­ta alla memo­ria col­let­ti­va del­la socie­tà civi­le ita­lia­na, par­ten­do da un epi­so­dio avve­nu­to parec­chi anni fa, esat­ta­men­te nel luglio del 1971, a Roma. So che lei ama la Fran­cia e la cul­tu­ra fran­ce­se e sicu­ra­men­te si ricor­de­rà del caso di Pier­re Clè­men­ti incar­ce­ra­to per ben due anni nel car­ce­re di Regi­na Coe­li per un po’ di hasci­sc. A nul­la val­se­ro allo­ra le testi­mo­nian­ze di regi­sti come Paso­li­ni, Ber­to­luc­ci, Fel­li­ni. L’ atto­re che era al mas­si­mo del­la sua espres­sio­ne arti­sti­ca uscì dal­la reclu­sio­ne distrut­to nel cor­po e nell’ ani­ma. Cle­men­ti è mor­to nel 1999 a soli 59 anni. La rifles­sio­ne che vor­rei sol­le­va­re par­ten­do da un lon­ta­no e dram­ma­ti­co epi­so­dio è pro­prio que­sta: come è cam­bia­ta la socie­tà ita­lia­na in que­sti anni. Suc­ce­de ora che se ammaz­zi, stu­pri, ven­di pro­sti­tu­zio­ne, spac­ci dro­ga, non vai in pri­gio­ne ma sei invi­ta­to ai dibat­ti­ti tele­vi­si­vi, diven­ti una vedet­te, peg­gio: un model­lo da segui­re per le gio­va­ni gene­ra­zio­ni in un «can­ni­ba­li­smo media­ti­co» immon­do. Cosa è suc­ces­so? Cathy Mar­chand cathymarchand@hotmail.it Già, che cosa ci è suc­ces­so per pas­sa­re da un estre­mo all’ altro? Era­va­mo un pae­se dove le guar­die anda­va­no a mul­ta­re chi si bacia­va in mac­chi­na, sia­mo diven­ta­ti un pae­se di oltrag­gio­sa impu­di­ci­zia. Mora­le, inten­do, pri­ma che fisi­ca. L’ anda­men­to, alme­no in par­te, è gene­ra­le. Nata­sha Kam­push, la ragaz­za austria­ca tenu­ta pri­gio­nie­ra per anni da Wol­fgang Pri­klo­pil, oggi dician­no­ven­ne, si mostra in pose sedu­cen­ti nel suo sito web. Suo padre pren­de un com­pen­so per anda­re in tele­vi­sio­ne a rac­con­ta­re i guai suoi e del­la figlia. E’ la socie­tà del­lo spet­ta­co­lo che, come sem­pre, col­pi­sce di più i più fra­gi­li. Noi, per esem­pio. Anche se il feno­me­no è sta­to stu­dia­to, for­se non si sono anco­ra valu­ta­te tut­te le con­se­guen­ze del­la pes­si­ma peda­go­gia che il pic­co­lo scher­mo impar­ti­sce. Scu­san­do­mi con chi leg­ge vor­rei cita­re un caso che cono­sco di per­so­na e che mi pare esem­pla­re. Quan­do vent’ anni fa Rai­tre di Ange­lo Gugliel­mi deci­se di met­te­re in onda “Tele­fo­no gial­lo”, la con­se­gna obbli­ga­to­ria era che si trat­tas­se di casi chiu­si, delit­ti (pri­va­ti e pub­bli­ci) sì irri­sol­ti, ma archi­via­ti. Nel­la Rai di allo­ra non si rite­ne­va leci­to discu­te­re e svi­sce­ra­re casi nei qua­li le inda­gi­ni era­no anco­ra ai pri­mi pas­si date le cono­scen­ze di neces­si­tà incom­ple­te che il gior­na­li­smo ha. Oggi, come sap­pia­mo, que­sta rego­la non vale più. Del resto non c’ è più nem­me­no la ver­go­gna di non sape­re, sosti­tui­ta dal­la sfron­ta­tez­za, il rite­gno sul­le per­so­na­li mise­rie che ven­go­no anzi sban­die­ra­te per­ché fan­no ride­re; gen­te anche di nome è dispo­sta a far­si inon­da­re di pan­na o di acqua colo­ra­ta pur di sta­re qual­che minu­to davan­ti a una tele­ca­me­ra; non vale nem­me­no la pena di cita­re ciò che è emer­so con Val­let­to­po­li. Era­va­mo un pae­se arre­tra­to e bigot­to quan­do il pove­ro Clè­men­ti fini­va in gale­ra per qual­che gram­mo di fumo; for­se non sia­mo capa­ci di esse­re altro. — CORRADO AUGIAS c.augias@repubblica.it
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Intervista a Balthazar Clémenti

Il figlio dell’attore francese ricorda quella mattina del 1971 quando il padre finì per un anno in galera per un po’ di hashish.

«Mi sve­gliò la poli­zia, cer­ca­va­no mio padre li ho visti, mise­ro la dro­ga sot­to il letto»

di Giu­lia­no Cape­ce­la­tro — Libe­ra­zio­ne, pag. 17, Inter­vi­ste, 8 mag­gio 2008

Cad­de dall’alto di un sogno, Bal­tha­zar. In fran­tu­mi l’infanzia dora­ta in una Roma dai colo­ri di favo­la. Offu­sca­ta l’immagine del padre. Atto­re cele­ber­ri­mo e con­te­so, gio­va­ne divo dal­la bel­lez­za andro­gi­na. Pier­re Clé­men­ti, alto, fles­suo­so, una gran chio­ma che si ada­gia­va sul­le spal­le magre con gra­zia ange­li­ca, e incor­ni­cia­va l’irrequieta oscu­ri­tà del­lo sguar­do. Cad­de dall’alto di un sogno, Bal­tha­zar, la mat­ti­na del 24 luglio 1971. Qual­cu­no dove­va aver accu­sa­to Pier­re Clé­men­ti.
«Fui pro­prio io ad apri­re la por­ta. Dove­va­no esse­re le nove. C’era un tizio … con un imper­mea­bi­le, se non m’inganno: un poli­ziot­to in bor­ghe­se. Poi arri­va­ro­no i cara­bi­nie­ri… E’ come se fos­se ieri. Una sto­ria che mi ha segna­to, mi ha fat­to sof­fri­re. E a Pier­re, con­fes­so, per un po’ glie­ne ho voluto».
Arri­va da Pari­gi la voce di Bal­tha­zar Clé­men­ti. Distan­za nel­lo spa­zio, distan­za nel tem­po. E’ un qua­ran­ten­ne, oggi, che si gua­da­gna da vive­re col mestie­re di atto­re. Come il padre. Che nell’ esta­te del 1971 rima­se impi­glia­to in una brut­ta sto­ria di dro­ga. Un po’ di cocai­na, dell’hashish. Nel­la casa del­la sua com­pa­gna, Anna Maria Lau­ri­cel­la, in via dei Ban­chi Vecchi.
«Entra­ro­no… io ricor­do che mise­ro del­la dro­ga sot­to il let­to… mi ordi­na­ro­no di tor­na­re a dor­mi­re. Fru­ga­ro­no dap­per­tut­to… per­qui­si­ro­no. Ma la dro­ga… io ricor­do che furo­no loro a metterla».
Ave­va cin­que anni quel gior­no: la por­ta si aprì e, come in una favo­la nera, la vita si capo­vol­se. Spa­rì quel padre fan­ta­sti­co, che offri­va al bam­bi­no un mon­do magi­co. E’ dif­fi­ci­le rie­la­bo­ra­re un’emozione al tele­fo­no. Rivi­ver­la dopo qua­si qua­ran­ta anni. La voce flui­sce sen­za sma­glia­tu­re. Solo a trat­ti, la fra­se si spe­gne in una bre­ve risa­ta dal­le sono­ri­tà infan­ti­li. For­se il ten­ta­ti­vo incon­scio di met­te­re un con­fi­ne, di auto­con­vin­cer­si che quel­la vicen­da è dav­ve­ro conclusa.
«Ci fece­ro sali­re su una mac­chi­na. Pier­re, Anna Maria… io non vole­vo stac­car­mi da mio padre. Poi ho solo dei flash, imma­gi­ni con­fu­se… Ricor­do un ter­re­no aper­to su cui si vede­va un edi­fi­cio moderno».
Una Roma meta­fi­si­ca si pro­fi­la sul­lo sfon­do del­la memo­ria. Gli occhi del bam­bi­no affer­ra­no fram­men­ti di real­tà, che l’adulto ten­ta di ricom­por­re in un qua­dro plau­si­bi­le. Istan­ti con­vul­si: l’irruzione, la per­qui­si­zio­ne, l’arresto. Il padre trat­ta­to da delin­quen­te comune.
E il bam­bi­no Bal­tha­zar che si ribel­la. Con le lacri­me, la rab­bia. Con la voce, che chie­de tra i sin­ghioz­zi una pisto­la. Per poter spa­ra­re a que­gli sbir­ri. A que­gli uomi­ni che han­no mes­so le mani su suo padre. E che lo han­no ruvi­da­men­te riscos­so dall’incanto.
Famo­so e vez­zeg­gia­to, Pier­re Clé­men­ti. Ruo­li impor­tan­ti con gran­di regi­sti. Luis Buñuel per La via lat­tea. Pier Pao­lo Paso­li­ni per Por­ci­le. Ber­nar­do Ber­to­luc­ci per Il con­for­mi­sta, Il part­ner. Lilia­na Cava­ni per I can­ni­ba­li. Glau­ber Rocha per Cut­ting heads. Un improv­vi­so benes­se­re, una vita di agi e lus­si per il bor­der-line nato a Pari­gi nel 1942 sen­za padre, da una ragaz­za còr­sa, il bohé­mien squat­tri­na­to che rac­co­glie­va cic­che a Saint Ger­main des Prés, l’attore novi­zio che un Alain Delon in vena di inu­si­ta­te gene­ro­si­tà tra­sci­na con sé alla cor­te di Luchi­no Viscon­ti per una par­ti­ci­na ne Il Gat­to­par­do. L’interprete che snob­ba il Saty­ri­con di Fede­ri­co Fel­li­ni per­ché quel set gli fa veni­re in men­te una cate­na di montaggio.
«Era la dol­ce vita — rac­con­ta Bal­tha­zar, e sot­to­li­nea il ricor­do con la sua bre­ve, som­mes­sa risa­ta -. Vive­vo in pie­na liber­tà. Gira­vo a pie­di nudi per le stra­de di Roma. La figlia di Anna Maria ave­va una pas­sion­cel­la per me. Una ragaz­za sim­pa­ti­ca, cari­na per quel poco che ricor­do. Rima­ne­va­mo spes­so soli a casa, poi la sera rag­giun­ge­va­mo i geni­to­ri in un risto­ran­te, a piaz­za di Spa­gna, via del Babui­no, piaz­za del Popo­lo. Vede­vo i film di Paso­li­ni pri­ma che uscis­se­ro, in una sala pri­va­ta di via Mar­gut­ta. E poi Posi­ta­no, Pier­re ave­va affit­ta­to vil­la Murat, ci pas­sa­va­mo le vacan­ze. Anda­va­mo in bar­ca. Ricor­do una pasqua; ven­ne mia madre e nasco­se nel giar­di­no del­le uova, che noi bam­bi­ni dove­va­mo cer­ca­re. Ven­ne a tro­var­ci Ber­to­luc­ci… in segui­to mi avreb­be chie­sto se ave­vo anco­ra la mac­chi­na dei pom­pie­ri. La dol­ce vita… poi l’incubo».
L’Italia del­le stra­gi di sta­to, del­la ten­sio­ne gol­pi­sta, del­le tra­me mas­so­ni­che (è in quell’ anno che Licio Gel­li pren­de il coman­do del­la P2), del fasci­smo sem­pre risor­gen­te, e che pro­prio alla fine del 1971 for­ni­rà a Gio­van­ni Leo­ne, demo­cri­stia­no spe­cia­li­sta di gover­ni bal­nea­ri, i voti deci­si­vi per issar­si sul­la più impor­tan­te pol­tro­na del­la repub­bli­ca, ha ele­va­to a nemi­co pub­bli­co nume­ro uno la dro­ga. E cala la man­na­ia di una nor­ma­ti­va retro­gra­da e cie­ca­men­te repres­si­va. Sen­za distin­zio­ni. E, comun­que, sen­za mai distur­ba­re quei salot­ti buo­ni, da Tori­no a Roma, da Mila­no a Napo­li e Paler­mo, in cui la cocai­na ha sem­pre cir­co­la­to con l’innocente fre­quen­za dei bonbon.
«Io cre­do — rac­con­ta Bal­tha­zar — che aves­se­ro biso­gno di un capro espia­to­rio visi­bi­le, cono­sciu­to. Lui era una star inter­na­zio­na­le. Por­ta­va i capel­li lun­ghi e non ave­va mai tra­di­to la sua voca­zio­ne alla mar­gi­na­li­tà…. In qual­che modo dava fasti­dio. E si pre­sta­va allo sco­po, ave­va un pas­sa­to poli­ti­co di sini­stra… c’è un cor­to­me­trag­gio che ave­va gira­to a Pari­gi, nel mag­gio ‘68, La révo­lu­tion, con mia madre Mar­gue­ri­te che sven­to­la una ban­die­ra ros­sa… Fuma­va, di sicu­ro fuma­va un po’ di hashish, chi non fuma­va in quell’ epo­ca? Ma la dro­ga in casa, quel gior­no… il mio ricor­do è che l’ han­no mes­sa loro per far vede­re che ave­va­no tro­va­to quel­lo che cercavano».
Regi­na Coe­li. Rebib­bia. Una con­dan­na a due anni in pri­mo gra­do. Pier­re Clé­men­ti, atto­re di gri­do, diven­ta un ano­ni­mo dete­nu­to del­le car­ce­ri roma­ne. Che pri­ma ten­te­rà di con­te­sta­re, dia­lo­ga­re. Quin­di, la testa com­ple­ta­men­te rasa­ta, si chiu­de­rà in un muti­smo asce­ti­co. For­ma radi­ca­le di pro­te­sta. Ma anche un radi­ca­le muta­men­to di pro­spet­ti­va. Usci­to dal car­ce­re, l’attore rie­vo­che­rà l’esperienza di reclu­sio­ne in un libro, Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, pub­bli­ca­to da Gal­li­mard e da poco ritra­dot­to in ita­lia­no (Pier­re Clé­men­ti, Pen­sie­ri dal car­ce­re, Il Siren­te, pagi­ne 146, 12,50 euro).
«Andai a tro­var­lo con mia madre. Non ho imma­gi­ni niti­de di quel gior­no… un’atmosfera sini­stra, can­cel­li, sbar­re, una sala pic­co­lis­si­ma, sem­bra­va l’emiciciclo di un’aula uni­ver­si­ta­ria. C’era sol­tan­to un’altra per­so­na con una don­na. Rima­nem­mo poco, non più di un’ora cre­do. Gli ave­vo por­ta­to dei mar­rons gla­cés. Lo tro­vai con i capel­li a zero».
I capel­li spa­ri­ti can­cel­la­no l’immagine di quel padre magi­co. Si azze­ra anche l’infanzia feli­ce e spen­sie­ra­ta di Bal­tha­zar. «Fui affi­da­to per qual­che tem­po a uno degli avvo­ca­ti. Mia madre era trop­po impe­gna­ta nel lavo­ro, anche lei nel cine­ma, per poter­si occu­pa­re a tem­po pie­no di me. Ci vede­va­mo nei week end. Ogni tan­to mi por­ta­va in viag­gio con sé. Ma in pre­va­len­za stet­ti con i miei non­ni. Andai in col­le­gio. La sto­ria mi ave­va scos­so. Mi sve­glia­vo nel cuo­re del­la not­te. E sen­ti­vo sem­pre par­la­re di mio padre alla televisione».
L’appello. In un’aula affol­la­ta di tele­ca­me­re. Insuf­fi­cien­za di pro­ve. Dopo oltre un anno e mez­zo di deten­zio­ne. Ma resta la con­dan­na per Anna Maria, che gira la testa dall’altra par­te, feri­ta per la dispa­ri­tà di trat­ta­men­to. Via le manet­te, ma imme­dia­ta l’espulsione. Inde­si­de­ra­bi­le: ven­ti­quat­tro ore di tem­po per lascia­re l’ Italia.
«All’ aero­por­to di Orly, quan­do Pier­re tor­nò in Fran­cia, c’era una tale res­sa di gior­na­li­sti che non riu­sci­vo ad avvi­ci­nar­lo. Fu tut­to un sus­se­guir­si di inter­vi­ste, di incon­tri. Un gior­no, in una radio si imbat­te in Fra­nçois Mit­ter­rand, che gli dice: vi voglia­mo mol­to bene; vi abbia­mo soste­nu­to. Par­la­va già allo­ra da pre­si­den­te. Andai a vive­re per qual­che tem­po con lui, in rue des Eco­les. Poi mi ripre­se mia madre. Ma io vole­vo tor­na­re dai non­ni. A dicias­set­te anni comin­ciai a vive­re da solo, maga­ri a casa di qual­che fidanzata».
L’attore Clé­men­ti cam­bia vita. Abban­do­na la ribal­ta. Sce­glie per­cor­si più ardui. River­sa la rab­bia sul­le sce­ne tea­tra­li, impu­gnan­do Genet, Artaud e anche testi di sua mano. Da regi­sta si orien­ta ver­so un cine­ma meno pati­na­to, indi­pen­den­te, cen­tra­to su per­so­nag­gi mar­gi­na­li. Gira Il sole , una sor­ta di poe­ma fil­ma­to, un dia­rio in cui si par­la del­la pri­gio­ne, del­la giu­sti­zia len­ta, este­nuan­te, di un’esperienza da cui non si esce intatti.
«Non si ripre­se mai — rac­con­ta Bal­tha­zar -. Evi­ta­va di par­la­re di quel­la sto­ria. Per lui era una spe­cie di segre­to. Era una per­so­na mol­to pudi­ca. Si chiu­se sem­pre più in se stes­so. Rifiu­tò offer­te allet­tan­ti, anche dal pun­to di vista finanziario».
A 57 anni, nel dicem­bre 1999, lo ucci­se un can­cro al fega­to. Ma la figu­ra dell’attore non scom­pa­re dall’universo cine­ma­to­gra­fi­co. Con­ti­nua, anzi, a ripre­sen­tar­si. Il Cen­tre Pom­pi­dou, al Beau­bourg di Pari­gi, gli ha dedi­ca­to un omag­gio. L’anno scor­so la Cine­ma­te­ca di Bolo­gna ha pre­sen­ta­to due medio­me­trag­gi scrit­ti e inter­pre­ta­ti da Clé­men­ti: Visa de cen­su­re del 1968 con Jean Pier­re Kal­fon e New Old del 1979 con Klaus Kin­ski. Jean­ne Hoff­stet­ter ha scrit­to una sua bio­gra­fia roman­za­ta. Su Inter­net vie­ne dif­fu­so un dvd, Pier­re Clé­men­ti cinéa­ste: l’intégrale.
Il pros­si­mo appun­ta­men­to è a Luc­ca, a otto­bre pros­si­mo, per il festi­val del cine­ma spe­ri­men­ta­le. Bal­tha­zar è sta­to invitato.
«Ora voglio rin­trac­cia­re i poe­mi scrit­ti in car­ce­re. Li ave­va uno dei suoi avvo­ca­ti, diven­ta­to poi un pez­zo gros­so del gover­no fran­ce­se. Ma non sono più sta­ti ritrovati».
E’ sem­pre quel­la figu­ra esi­le, alta, dai lun­ghi capel­li e lo sguar­do tra­so­gna­to, che cer­ca Bal­tha­zar. Quel sogno da cui lo risve­glia­ro­no una mat­ti­na di luglio.
«Con Pier­re non fu un rap­por­to faci­le. Solo da adul­to ho capi­to dav­ve­ro il suo atteg­gia­men­to. Pri­ma un po’ glie­ne vole­vo. Ma lui era diver­so, ave­va rin­ne­ga­to la car­rie­ra faci­le, com­mer­cia­le. Si sen­ti­va un mar­gi­na­le. Era un vero arti­sta. Ed ora pos­so dire che le sue scel­te mi tro­va­no d’ accordo».

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Cenni storici su Regina Coeli

La sto­ria di Regi­na Coe­li è deter­mi­na­ta dal­la sto­ria di Roma e dell’Italia. Il modo in cui sto­ria del­la cit­tà e del car­ce­re si intrec­cia­no si evin­ce chia­ra­men­te anche solo dai bre­vi cen­ni che seguo­no, a dimo­stra­zio­ne del fat­to che il car­ce­re è par­te, a pie­no tito­lo, del tes­su­to cittadino.

Nel 1973 l’attore fran­ce­se Pier­re Clé­men­ti ha scrit­to un libro che si intrec­cia con que­sta sto­ria ed è appar­so nuo­va­men­te nel 2007 pres­so l’Edi­tri­ce il Siren­te con il tito­lo Pen­sie­ri dal car­ce­re. Il libro riper­cor­re attra­ver­so rifles­sio­ni e flash nar­ra­ti­vi l’esperienza car­ce­ra­ria dell’attore e regi­sta: l’arresto, l’arrivo nel car­ce­re di Rebib­bia e poi in quel­lo di Regi­na Coe­li, l’incontro con l’umanità repres­sa e dimen­ti­ca­ta, la cru­da real­tà del­le rivol­te e del­le rap­pre­sa­glie, l’annullamento spi­ri­tua­le ancor pri­ma che fisi­co, l’ipocrisia del ceto diri­gen­te ita­lia­no, il pro­ces­so fino all’assoluzione defi­ni­ti­va che suo­ne­rà para­dos­sal­men­te come una con­dan­na. L’articolo che segue è a cura di Lucia­na Arcu­ri e le noti­zie sto­ri­che sono trat­te da:

  • ADINOLFI G., Sto­ria di Regi­na Coe­li e del­le car­ce­ri roma­ne, Roma, Bon­si­gno­ri, 1998;
  • D’AMICO S., Regi­na Coe­li, Paler­mo, Sel­le­rio, 1994;
  • ROSSI E., Nove anni sono mol­ti. Let­te­re dal car­ce­re 1930–39, Tori­no, Bol­la­ti Borin­ghie­ri, 2001;
  • CLÈMENTI P., Pen­sie­ri dal car­ce­re, Fagna­no Alto (AQ), Edi­tri­ce il Siren­te, 2007.

L’Edificio e la con­ver­sio­ne in carcere
La costru­zio­ne ven­ne ini­zia­ta nel 1643 per ospi­ta­re un mona­ste­ro, che la com­mit­ten­te Anna Colon­na vol­le posto sot­to la dire­zio­ne dei Car­me­li­ta­ni Scal­zi. Fu poi aper­to nel 1654 ed affi­da­to alle cure di Suor Maria Chia­ra del­la Pas­sio­ne, anche lei appar­te­nen­te alla fami­glia dei Colon­na. Già due anni dopo, nel 1656, rischiò di cam­bia­re desti­na­zio­ne d’uso: a cau­sa di un’epidemia di peste si pen­sò di uti­liz­zar­lo come laz­za­ret­to, come del resto accad­de ad altri edi­fi­ci reli­gio­si del­la zona. Regi­na Coe­li alla fine fu inve­ce risparmiato.
Per la pri­ma vol­ta ospi­tò dete­nu­ti con­dan­na­ti a pene bre­vi, e solo in alcu­ne cel­le, dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, con la con­se­guen­te con­fi­sca dei beni eccle­sia­sti­ci. Esi­ste­va­no a Roma, in quell’epoca, quat­tro car­ce­ri: San Miche­le, pri­ma ospi­zio, poi car­ce­re mino­ri­le e infi­ne car­ce­re degli oppo­si­to­ri poli­ti­ci nel­lo Sta­to Pon­ti­fi­cio, le Car­ce­ri Nuo­ve e Regi­na Coe­li per gli uomi­ni, men­tre alle don­ne era desti­na­to il Buon Pasto­re. I tre isti­tu­ti maschi­li dispo­ne­va­no di 64 came­ro­ni e 202 cel­le per una popo­la­zio­ne di cir­ca mil­le detenuti.
Dal 1872 si acce­se anche in Ita­lia un dibat­ti­to sul­lo sta­to e l’insufficienza degli sta­bi­li­men­ti peni­ten­zia­ri, come del resto avve­ni­va in Euro­pa e in Ame­ri­ca. Si discu­te­va allo­ra, non per la pri­ma vol­ta, su come rego­la­men­ta­re la vita deten­ti­va, in par­ti­co­la­re sull’opportunità del silen­zio asso­lu­to, dell’isolamento not­te e gior­no, del lavo­ro. Fu pro­po­sta la costru­zio­ne di un uni­co gran­de car­ce­re, degno del­la cit­tà che, secon­do una leg­ge del Regno d’Italia del 1864, dove­va esse­re a siste­ma cel­lu­la­re, ossia pre­ve­de­re una cel­la per ogni dete­nu­to. Si discus­se anche sul luo­go del­la costru­zio­ne: fu scar­ta­ta la zona di S. Cro­ce in Geru­sa­lem­me per l’alto rischio mala­ri­co, si trat­tò per il Con­ven­to del­le Set­te Sale al Col­le Oppio; ma la rapi­da cre­sci­ta demo­gra­fi­ca del­la cit­tà rese indi­spen­sa­bi­li altre ed ingen­ti spe­se per la costru­zio­ne di nuo­vi quar­tie­ri e nuo­ve stra­de. Infi­ne, nel 1880, Depre­tis, Mini­stro dell’Interno, dichia­rò l’intenzione del Gover­no di limi­tar­si ad un pro­get­to più sem­pli­ce e meno costoso.
Fu allo­ra che si deci­se di tra­sfor­ma­re in Car­ce­re Regi­na Coe­li, che si tro­va­va in una zona, a quei tem­pi, poco abi­ta­ta ma non lon­ta­na dal cen­tro. Oltre ad ospi­ta­re già con­dan­na­ti a pene bre­vi, per una capien­za di cir­ca 200, dal 1873 era anche sede di una scuo­la per 150 allie­vi aspi­ran­ti guar­die car­ce­ra­rie, moti­vo per cui si fa risa­li­re a que­sta data l’origine del­la poli­zia peni­ten­zia­ria. Suc­ces­si­va­men­te, dal 1903 ospi­te­rà una scuo­la di poli­zia scientifica.
La ristrut­tu­ra­zio­ne ebbe ini­zio nel 1881 e fu ter­mi­na­ta nel 1900. Anche nei decen­ni seguen­ti vi saran­no ristrut­tu­ra­zio­ni e amplia­men­ti che sfrut­te­ran­no il vici­no con­ven­to del­le Man­tel­la­te, che dal 1873 era desti­na­to alle dete­nu­te, le ulti­me del­le qua­li saran­no tra­sfe­ri­te a Rebib­bia nel 1959. In prin­ci­pio fu con­ce­pi­to con tre distin­ti fab­bri­ca­ti: quel­lo affac­cia­to su Via del­la Lun­ga­ra, ospi­tan­te la dire­zio­ne, gli allog­gi, il cor­po di guar­dia, il par­la­to­rio, la cuci­na, il medi­co e i magaz­zi­ni; due fab­bri­ca­ti a cro­cie­ra con una roton­da cen­tra­le coper­ta da una gran­de vol­ta a padi­glio­ne, ospi­tan­ti le cel­le. Secon­do un uso ere­di­ta­to dai seco­li pre­ce­den­ti era­no pre­vi­ste cel­le a paga­men­to e la pos­si­bi­li­tà di far­si por­ta­re il vit­to da fuo­ri, e tale con­di­zio­ne per­mar­rà sicu­ra­men­te alme­no sino al 1943.
Si par­la del­la demo­li­zio­ne di Regi­na Coe­li già nel con­gres­so pena­le e peni­ten­zia­rio di Ber­li­no del 1935. Ci si pose allo­ra come obiet­ti­vo per il seguen­te Con­gres­so, che dove­va tener­si a Roma, la costru­zio­ne di una cit­tà peni­ten­zia­ria, che dove­va sor­ge­re a For­te Boc­cea, con cel­le sin­go­le, ospe­da­le e offi­ci­ne. Ma la guer­ra d’Etiopia, l’appoggio a Fran­co in Spa­gna e poi lo scop­pio del­la secon­da guer­ra mon­dia­le rese­ro anco­ra una vol­ta prio­ri­ta­rie altre spe­se. A Regi­na Coe­li furo­no inve­ce instal­la­ti nuo­vi labo­ra­to­ri di radio­lo­gia e ana­li­si, non­ché l’infermeria medi­ca e chi­rur­gi­ca, ed alla tipo­gra­fia e alla lega­to­ria già esi­sten­ti si aggiun­se­ro la fale­gna­me­ria, la sar­to­ria e la calzoleria.
Nean­che dopo la costru­zio­ne dell’imponente com­ples­so di Rebib­bia, che com­pren­de quat­tro diver­si isti­tu­ti peni­ten­zia­ri, si è giun­ti alla chiu­su­ra di Regi­na Coe­li, ove a tutt’oggi sono in cor­so lavo­ri di ristrut­tu­ra­zio­ne. Né per il giu­bi­leo del 2000, sem­pre per via dell’elevato impor­to del­la spe­sa. Pure, ora più che in pas­sa­to, l’età e la con­ce­zio­ne stes­sa dell’edificio dan­no luo­go a uno stri­den­te con­tra­sto con la con­ce­zio­ne del­la pena e con quan­to pre­vi­sto dall’Ordinamento Peni­ten­zia­rio e dall’ultimo Rego­la­men­to. Si pen­si agli spa­zi dedi­ca­ti alla cosid­det­ta “ora d’aria”, pic­co­li cor­ti­li in cemen­to, alla man­can­za di strut­tu­re dedi­ca­te all’esercizio fisi­co, all’assenza di loca­li adat­ti ad atti­vi­tà comu­ni all’intero car­ce­re (come è ben noto, tut­te le atti­vi­tà all’interno di Regi­na Coe­li, dai con­cer­ti alle visi­te dei Papi, fino alla litur­gia dome­ni­ca­le, avven­go­no nel­la pri­ma roton­da); fino alla man­can­za di riscal­da­men­to in alcu­ne sezioni.

Duran­te il fascismo
Con l’avvento del fasci­smo e la repres­sio­ne degli oppo­si­to­ri poli­ti­ci, Regi­na Coe­li vedrà pas­sa­re nomi illu­stri del­la cul­tu­ra ita­lia­na e per­so­nag­gi che rico­pri­ran­no in segui­to impor­tan­ti cari­che isti­tu­zio­na­li: ricor­dia­mo in par­ti­co­la­re San­dro Per­ti­ni, che sarà pro­ta­go­ni­sta con altri di un’evasione, Gae­ta­no Sal­ve­mi­ni, Alci­de De Gaspe­ri, Gram­sci, che vi fu dete­nu­to per bre­vi perio­di ma li ricor­da tra i peg­gio­ri del suo tem­po in car­ce­re, Cesa­re Pave­se, Luchi­no Visconti.
I poli­ti­ci era­no in gran par­te reclu­si nel VI brac­cio, dove, fino al 1943, era­no in iso­la­men­to. Le con­di­zio­ni di vita era­no duris­si­me: un solo pasto di pane e mine­stra al gior­no, cimi­ci, con­di­zio­ni igie­ni­che precarie.
Fran­ce­sco Fau­sto Nit­ti, che rima­se a Regi­na Coe­li tre set­ti­ma­ne nel 1926, accu­sa­to di cospi­ra­zio­ne, descri­ve nel libro “Le nostre pri­gio­ni e la nostra eva­sio­ne” le con­di­zio­ni del­la deten­zio­ne nel­le cel­le di rigo­re: “…Ogni cel­la è lun­ga un metro e mez­zo e lar­ga un metro. Ha una por­ta di legno mas­sic­cio, for­ni­ta di due can­cel­li di fer­ro. Un uomo chiu­so là den­tro per tan­ti gior­ni ha l’impressione di esse­re sepol­to vivo. Il pane e l’acqua sono i suoi ali­men­ti. Una tavo­la di legno fis­sa­ta al muro è il gia­ci­glio. La luce entra da un pic­co­lo fine­stri­no sul sof­fit­to altis­si­mo. Poi­ché il fine­stri­no è for­ni­to di dupli­ci sbar­re, di gri­glie e di vetri pol­ve­ro­si, la luce non entra in quel­la tom­ba che per due ore al giorno…C’è un’orribile ricer­ca­tez­za nell’infliggere sof­fe­ren­ze: nel­le “cel­le di rigo­re” l’acqua è con­te­nu­ta in un reci­pien­te metal­li­co, assi­cu­ra­to a una cate­na e posto tra i due can­cel­li che sono all’ingresso. Per bere occor­re ingi­noc­chiar­si a ter­ra, alza­re al di là del pri­mo can­cel­lo attra­ver­so le sbar­re il reci­pien­te e avvi­ci­nar­lo alla boc­ca. E’ un sup­pli­zio di Tan­ta­lo rive­du­to e corretto.”.
Del­le con­di­zio­ni di deten­zio­ne a Regi­na Coe­li in que­sto perio­do, e di come fos­se affron­ta­ta dai pri­gio­nie­ri poli­ti­ci, ci ha lascia­to testi­mo­nian­za Erne­sto Ros­si che vi rima­se oltre sei anni. Inse­gnan­te, poi scrit­to­re, fu arre­sta­to con altri com­po­nen­ti di Giu­sti­zia e Liber­tà. Iso­la­men­to in cel­la, cen­su­ra sul­la cor­ri­spon­den­za con i fami­lia­ri, tri­plo nul­la osta (del diret­to­re del car­ce­re, del cap­pel­la­no e del Mini­ste­ro dell’Interno) per l’acquisto di libri, testa rasa­ta, divi­sa a righe, due ispe­zio­ni quo­ti­dia­ne del­la cel­la e qual­cu­na di not­te, con­trol­lo a vista dal­lo spion­ci­no, lam­pa­di­na acce­sa tut­ta la not­te, trop­po debo­le per leg­ge­re, trop­po for­te per dor­mi­re, vit­to scar­so, assen­za di riscal­da­men­to sono carat­te­riz­zan­ti il suo sog­gior­no nel car­ce­re roma­no. Pure, gli ade­ren­ti a Giu­sti­zia e Liber­tà ave­va­no due ore al gior­no di incon­tro in una sala comu­ne, in real­tà allo sco­po di rica­va­re infor­ma­zio­ni, poi­ché, con uno dei pri­mi espe­ri­men­ti ita­lia­ni di con­trol­lo ambien­ta­le, nel­la stan­za era­no sta­ti nasco­sti dei micro­fo­ni, come per altro veni­va­no ascol­ta­ti, nono­stan­te il divie­to di leg­ge, i col­lo­qui con gli avvo­ca­ti (che pote­va­no esse­re chia­ma­ti solo per moti­vi per­so­na­li e civi­li, come una sepa­ra­zio­ne). Quel­le due ore era­no dedi­ca­te all’amicizia , all’ironia ver­so il regi­me e la pro­pria con­di­zio­ne, e soprat­tut­to allo stu­dio comu­ne di varie mate­rie, dal dirit­to all’economia alla mate­ma­ti­ca. Si trat­ta­va infat­ti di per­so­ne col­te, che uti­liz­za­ro­no al meglio il tem­po del car­ce­re, e lo stru­men­to del­la let­tu­ra e dell’apprendimento per resi­ste­re a una deten­zio­ne di cui non cono­sce­va­no la fine. In com­pen­so era vie­ta­to scri­ve­re nel­la sala comu­ne e quin­di pren­de­re appun­ti; In un’intercettazione del 1934 Ros­si dice­va: ”Ma io scri­vo ugualmente…scrivo a ter­ra con l’acqua e il dito; il Mini­ste­ro non vuo­le che noi si scri­va, ed io scri­vo lo stes­so; l’acqua ce la lasce­ran­no spe­ria­mo, e con il dito pos­so scri­ve­re quan­to voglio.”
Ros­si, e pro­ba­bil­men­te non fu il solo, fu soste­nu­to nel­la sua deci­sio­ne di non abiu­ra­re la pro­pria posi­zio­ne anti­fa­sci­sta sia dal­la madre che dal­la moglie, che anzi lo spo­sò in car­ce­re nel 1931, per­den­do per que­sto il posto di lavoro.
Con­di­zio­ni dure, che saran­no però impen­sa­bi­li poco dopo, alla cadu­ta del fascismo.

Dal 25 luglio 1943 alla fine del­la guerra
Dopo l’arresto di Mus­so­li­ni, il gover­no Bado­glio decre­ta la scar­ce­ra­zio­ne dei pri­gio­nie­ri poli­ti­ci, fat­ta ecce­zio­ne per gli anar­chi­ci e i comu­ni­sti, che saran­no scar­ce­ra­ti in ago­sto in segui­to alle pres­sio­ni del­le orga­niz­za­zio­ni sindacali.
Comin­cia­no inve­ce ad afflui­re a Regi­na Coe­li espo­nen­ti di rilie­vo del Par­ti­to Fasci­sta, tra cui Bot­tai, fon­da­to­re dei fasci e Achil­le Sto­ra­ce, segre­ta­rio del par­ti­to. Fu una paren­te­si di bre­ve dura­ta. Subi­to dopo l’8 set­tem­bre infat­ti, il ter­zo brac­cio fu occu­pa­to dai Tede­schi, e fino alla fine del­la guer­ra Regi­na Coe­li fu uti­liz­za­ta per gli arre­sti effet­tua­ti dai Tede­schi e dai fasci­sti del­la Repub­bli­ca di Salò, insie­me al car­ce­re di Via Tasso.
Oltre ai par­ti­gia­ni e ai poli­ti­ci furo­no incar­ce­ra­ti in que­sto perio­do anche mol­ti appar­te­nen­ti alle diver­se armi per atti di boi­cot­tag­gio o per aver for­ni­to arma­men­ti e aiu­ti alla guer­ra par­ti­gia­na; sacer­do­ti e lai­ci per aver nasco­sto ebrei. Ma basta­va mol­to meno, anche solo la dif­fu­sio­ne di volan­ti­ni. Solo in que­sto perio­do, nell’intera sto­ria del car­ce­re, nel ter­zo brac­cio furo­no reclu­se anche don­ne. Si trat­ta di un perio­do del tut­to par­ti­co­la­re, per­ché la guer­ra era ormai anche guer­ra civi­le e ciò che avve­ni­va, in par­ti­co­la­re l’olocausto, coin­vol­se­ro nel­la neces­si­tà di una scel­ta tan­te per­so­ne diver­se per sto­ria, for­ma­zio­ne e ruo­lo socia­le: sacer­do­ti, mili­ta­ri, comu­ni­sti, anar­chi­ci, cat­to­li­ci, stu­den­ti e pro­fes­so­ri uni­ver­si­ta­ri. Solo in que­sto par­ti­co­la­re momen­to il per­so­na­le del car­ce­re, dal diret­to­re ai medi­ci agli agen­ti di custo­dia, pre­se posi­zio­ne con­tro i tede­schi favo­ren­do in vari modi i pri­gio­nie­ri, sal­van­do la vita ad alcu­ni, ed addi­rit­tu­ra orga­niz­zan­do l’evasione di cui fu pro­ta­go­ni­sta tra gli altri San­dro Per­ti­ni. Si giun­se ad allog­gia­re a Regi­na Coe­li fino a 2500 per­so­ne, quan­do la capien­za mas­si­ma, già al limi­te del vivi­bi­le, è infe­rio­re ai 900. Tan­to che in otto­bre ci fu una sol­le­va­zio­ne dei dete­nu­ti comu­ni, che pre­se­ro in ostag­gio due magi­stra­ti fin­chè la rivol­ta non fu repres­sa con le armi. Il vit­to scar­seg­gia­va, anche in rela­zio­ne alla penu­ria all’esterno. Non era più il tem­po del­la resi­sten­za dei dete­nu­ti poli­ti­ci, né degli stu­di, esse­re arre­sta­ti dai tede­schi signi­fi­ca­va tor­tu­ra e spes­so la mor­te. Furo­no scar­ce­ra­ti i gerar­chi fasci­sti arre­sta­ti dopo il 25 luglio, ed arre­sta­ti inve­ce diver­si fir­ma­ta­ri dell’ordine del gior­no Gran­di, pre­sen­ta­to il 25 luglio con­tro Mus­so­li­ni. In otto­bre ven­ne­ro pre­si anche San­dro Per­ti­ni e Giu­sep­pe Sara­gat, che saran­no sot­trat­ti al ter­zo brac­cio e quin­di ai tede­schi per­ché i docu­men­ti rela­ti­vi ai loro pro­ces­si era­no sta­ti inten­zio­nal­men­te reca­pi­ta­ti alla giu­sti­zia mili­ta­re ita­lia­na, e in segui­to fat­ti eva­de­re con la com­pli­ci­tà di diver­se per­so­ne. In novem­bre, nel cor­so di una reta­ta pres­so la tipo­gra­fia del gior­na­le Ita­lia Libe­ra, voce uffi­cia­le del Par­ti­to d’Azione, fu arre­sta­to tra gli altri Leo­ne Ginz­burg, che ne era diret­to­re, e che mori­rà in feb­bra­io nell’infermeria del car­ce­re in segui­to alle per­cos­se subi­te dai nazisti.
Qui ven­ne man­da­to a mori­re, per le tor­tu­re subi­te a Via Tas­so, anche Bar­to­lo Di Pie­tro, che era coman­dan­te di un grup­po di par­ti­gia­ni. I nazi­sti di soli­to tra­sfe­ri­va­no da Via Tas­so a Regi­na Coe­li i pri­gio­nie­ri già stre­ma­ti dal­le tor­tu­re, quan­do non rite­ne­va­no più uti­le pro­lun­gar­le per otte­ne­re informazioni.
Gli arre­sti era­no nume­ro­si anche in con­se­guen­za di una dif­fu­sa atti­vi­tà di dela­zio­ne che si veri­fi­cò in quei mesi, tan­to che a Via Tas­so c’era un ingres­so sul retro dedi­ca­to alle spie, da cui si pote­va pas­sa­re sen­za esse­re notati.
Nel feb­bra­io furo­no con­dot­ti a Regi­na Coe­li anche i 66 uomi­ni arre­sta­ti in segui­to all’irruzione nel mona­ste­ro del­la Basi­li­ca di San Pao­lo, dove era­no nascosti.
A meno di 24 ore dall’attentato di Via Rasel­la si con­su­mò la stra­ge del­le Fos­se Ardea­ti­ne. Il nume­ro fis­sa­to per le ese­cu­zio­ni era di die­ci per ognu­na del­le 32 vit­ti­me tede­sche. Duran­te il pro­ces­so Kap­pler dichia­rò che aven­do avu­to noti­zia del­la mor­te di un altro dei feri­ti, ave­va lui stes­so deci­so di aumen­ta­re a 330 i mor­ti per rap­pre­sa­glia. Per rag­giun­ge­re il nume­ro pre­sta­bi­li­to Kap­pler chie­se al que­sto­re Caru­so 50 pri­gio­nie­ri. Il que­sto­re chie­se a sua vol­ta a Regi­na Coe­li un elen­co, in cui anda­va­no inclu­si i già con­dan­na­ti alla pena capi­ta­le, o colo­ro le cui accu­se pre­ve­de­va­no la pena di mor­te. Ma poi­ché l’elenco tar­da­va, e i nazi­sti ave­va­no fret­ta per­chè la stra­ge fu ese­gui­ta in segre­to, ven­ne­ro aper­te le cel­le e furo­no scel­ti pri­gio­nie­ri a caso, tra cui già assol­ti e impu­ta­ti di rea­ti lie­vi, e tut­ti i 66 ebrei pre­sen­ti nel ter­zo brac­cio. Vi era­no per­so­ne fer­ma­te ai posti di bloc­co e non anco­ra inter­ro­ga­te; tra gli altri nove ragaz­zi tra i 14 e i 18 anni. Inve­ce di 320 i giu­sti­zia­ti furo­no 335, come si sep­pe dopo la Libe­ra­zio­ne, quan­do si pro­ce­det­te all’identificazione del­le sal­me. Secon­do alcu­ne testi­mo­nian­ze diret­te di altri allo­ra dete­nu­ti, dal ter­zo brac­cio di Regi­na Coe­li furo­no fat­te par­ti­re, fu det­to per lavo­ra­re, 192 persone.
Dopo la stra­ge l’attività di arre­sti e con­se­guen­ti ese­cu­zio­ni non si fer­mò. Ricor­dia­mo qui, per tut­ti, la figu­ra assai nota di Don Giu­sep­pe Moro­si­ni, la cui vicen­da ispi­rò poi il film “Roma cit­tà aper­ta” di Rober­to Rossellini.
Ai pri­mi di giu­gno del 1944 tut­ti avver­ti­va­no l’imminente arri­vo del­le for­ze allea­te. I nazi­sti si riti­ra­ro­no, sosti­tui­ti nel­la custo­dia del car­ce­re, in real­tà per cir­ca un gior­no, da repar­ti pro­ve­nien­ti dall’Alto Adi­ge. Il 4 giu­gno il Comi­ta­to di Libe­ra­zio­ne Nazio­na­le decre­ta­va l’immediata scar­ce­ra­zio­ne dei pri­gio­nie­ri politici.
Sot­to il gover­no pre­sie­du­to da Bono­mi, fu nomi­na­to sovrin­ten­den­te alle car­ce­ri il capi­ta­no ame­ri­ca­no Free­man. Per pri­ma cosa si pro­ce­det­te alla ristrut­tu­ra­zio­ne di Regi­na Coe­li, e tra l’altro ad imbian­ca­re le pare­ti, con la can­cel­la­zio­ne del­le scrit­te mura­li dei dete­nu­ti. Ne fu rin­ve­nu­ta una che ricor­dia­mo per­ché lega­ta alla sto­ria del­la depor­ta­zio­ne degli ebrei roma­ni: era di un gio­va­ne ebreo, mor­to alle Fos­se Ardea­ti­ne, che accu­sa­va Cele­ste Di Por­to, det­ta la “pan­te­ra nera”, una ragaz­za anch’essa ebrea, tri­ste­men­te nota in cit­tà per la sua atti­vi­tà di dela­zio­ne, sul­la cui vicen­da Giu­sep­pe Pede­ria­li ha scrit­to un bel libro inti­to­la­to “Stel­la di Piaz­za Giu­dia”. E’ una del­le figu­re che la memo­ria dei roma­ni si tra­man­da, come quel­la del­la don­na, una pove­ra gat­ta­ra, che cer­cò di avvi­sa­re gli abi­tan­ti del ghet­to dell’inizio dell’arresto in mas­sa e non fu cre­du­ta, anch’essa immor­ta­la­ta nel roman­zo “La sto­ria” di Elsa Morante.

Dal dopo­guer­ra ai gior­ni nostri
Subi­to dopo la Libe­ra­zio­ne comin­cia­ro­no i pro­ces­si ai fasci­sti. Tra gli altri quel­lo con­tro il que­sto­re di Roma Pie­tro Caru­so, che fu a sua vol­ta dete­nu­to a Regi­na Coe­li. Al pro­ces­so era­no pre­sen­ti i paren­ti dei pri­gio­nie­ri pre­le­va­ti da Regi­na Coe­li per le Fos­se Ardea­ti­ne; si radu­nò una vera e pro­pria fol­la, che inva­se il Palaz­zo di Giu­sti­zia, tan­to che la pri­ma udien­za fu sospe­sa. Tra la fol­la sem­pre più agi­ta­ta si tro­va­va anche Dona­to Car­ret­ta, diret­to­re del car­ce­re dal set­tem­bre 1943 al luglio del 1944, che dove­va testi­mo­nia­re con­tro il que­sto­re. Qual­cu­no però lo scam­biò per Caru­so. Sot­trat­to ad un pri­mo ten­ta­ti­vo di lin­ciag­gio nell’aula, fu rico­no­sciu­to all’uscita; dopo un ten­ta­ti­vo anda­to a vuo­to di costrin­ge­re un con­du­cen­te di tram a schiac­ciar­lo, la fol­la lo get­tò nel fiu­me e ne appe­se poi il cor­po sul por­to­ne di Regi­na Coe­li. Ter­ri­bi­le ed effe­ra­ta esplo­sio­ne, che testi­mo­nia però qua­le scon­vol­gi­men­to a livel­lo del sen­ti­re cit­ta­di­no aves­se pro­vo­ca­to la stra­ge del­le Fos­se Ardeatine.
Anche Kap­pler restò un anno a Regi­na Coe­li in atte­sa del pro­ces­so tenu­to­si pres­so il Tri­bu­na­le Mili­ta­re che allo­ra era a Palaz­zo Sal­via­ti; e Pie­tro Koch, capo di una ban­da di fasci­sti che ave­va imper­ver­sa­to per la cit­tà, arre­stan­do e tor­tu­ran­do quan­to i nazi­sti, che fu com­ple­ta­men­te iso­la­to, e poi fucilato.
Poi Regi­na Coe­li tor­nò ad esse­re un car­ce­re per i rea­ti comu­ni. Biso­gna giun­ge­re alla fine degli anni ’60, con l’arresto di Pie­tro Val­pre­da per la bom­ba che esplo­se alla Ban­ca dell’Agricoltura a Mila­no, per­ché si tor­ni a par­la­re di accu­sa­ti di atti di boi­cot­tag­gio poli­ti­co. In real­tà fu poi sca­gio­na­to, e si par­lò di stra­ge di sta­to. Si inau­gu­ra­va però la sta­gio­ne dei nuo­vi dete­nu­ti poli­ti­ci: que­sta defi­ni­zio­ne in real­tà si deve a loro stes­si, che tali si con­si­de­ra­va­no nei con­fron­ti di un siste­ma che rite­ne­va­no di dover abbat­te­re con la violenza.
Cam­bia­va anche il rap­por­to tra “poli­ti­ci” e “comu­ni”: men­tre duran­te l’occupazione tede­sca era­no sta­ti i dete­nu­ti comu­ni a sol­le­var­si, recla­man­do un’amnistia pri­ma per l’insediamento del gover­no Bado­glio e poi per la Repub­bli­ca di Salò, le rivol­te che scuo­te­ran­no il siste­ma peni­ten­zia­rio in tut­ta Ita­lia negli anni ’70 saran­no vice­ver­sa spes­so fomen­ta­te e capeg­gia­te dai poli­ti­ci che, oltre ad ave­re a dispo­si­zio­ni mag­gio­ri stru­men­ti cul­tu­ra­li, ela­bo­ra­ro­no un discor­so di tipo poli­ti­co e strut­tu­ra­le sul car­ce­re e il suo ruo­lo nell’attuale socie­tà, sia den­tro che fuo­ri le mura dei peni­ten­zia­ri. Il cli­ma cul­tu­ra­le e poli­ti­co di que­gli anni, insie­me al dila­ga­re del­le rivol­te, che chie­de­va­no la rifor­ma peni­ten­zia­ria, con­dus­se­ro in effet­ti ad una serie di stu­di e inchie­ste sul­le con­di­zio­ni di deten­zio­ne e ad una rifles­sio­ne sul­la fina­li­tà del­la pena e quin­di sul­la sua appli­ca­zio­ne. Tut­to ciò con­tri­buì a dare vita all’Ordinamento Peni­ten­zia­rio, anco­ra in vigo­re, che fu pro­mul­ga­to nel 1975. Pur por­tan­do un enor­me cam­bia­men­to all’interno del siste­ma car­ce­ra­rio, si può dire che anco­ra oggi esso non sia pie­na­men­te rea­liz­za­to, ma come spes­so acca­de, deli­nea comun­que una real­tà cui biso­gna ideal­men­te tendere.
Anche Regi­na Coe­li è sta­ta tea­tro di una rivol­ta nel 1973, che cau­sò mol­ti dan­ni. In segui­to, poi­ché le con­di­zio­ni igie­ni­che era­no una del­le riven­di­ca­zio­ni avan­za­te, dall’unione di due cel­le si rica­ve­rà il gabi­net­to. Poi, con la fine degli anni ’70, vedrà pas­sa­re i ter­ro­ri­sti; e vari atten­ta­ti saran­no diret­ti a per­so­ne dell’amministrazione peni­ten­zia­ria, dal diri­gen­te sani­ta­rio di Regi­na Coe­li, a un’impiegata del cen­tro stu­di del Mini­ste­ro,  a una vigi­la­tri­ce di Rebib­bia, fino al gene­ra­le dei cara­bi­nie­ri Gal­va­li­gi, che era respon­sa­bi­le dell’Ufficio Coor­di­na­men­to del­le misu­re di sicu­rez­za negli isti­tu­ti penitenziari.
Negli anni ’90 si è costi­tui­to un Comi­ta­to di Ispet­to­ri Euro­pei che ha visi­ta­to que­stu­re e car­ce­ri in tut­ta Euro­pa; il rap­por­to sul­la real­tà ita­lia­na è sta­to pub­bli­ca­to da Sel­le­rio nel 1995; non man­ca di rile­va­re l’inadeguatezza del­la strut­tu­ra di Regi­na Coeli.
La biblio­gra­fia alle­ga­ta, pur par­zia­le, for­ni­sce tito­li uti­li sia nell’ambito del­le testi­mo­nian­ze per­so­na­li che del­la rifles­sio­ne e degli stu­di sto­ri­co-giu­ri­di­ci sul carcere.

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Colletta per gli agenti imputati

invia­to da apol­li­nai­re il 11 mar­zo 2008 alle 19:19

vor­rei acqui­sta­re 44 copie del libro di Pier­re Clé­men­ti da rega­la­re a ogni impu­ta­to, impa­re­ran­no sicu­ra­men­te qual­co­sa… Pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 1973 e appar­so nuo­va­men­te nel 2007 pres­so le edi­zio­ni il Siren­te, il libro di Pier­re Clé­men­ti riper­cor­re attra­ver­so rifles­sio­ni e flash nar­ra­ti­vi l’esperienza car­ce­ra­ria dell’attore e regi­sta: l’arresto, l’arrivo nel car­ce­re di Rebib­bia e poi in quel­lo di Regi­na Coe­li, l’incontro con l’umanità repres­sa e dimen­ti­ca­ta, la cru­da real­tà del­le rivol­te e del­le rap­pre­sa­glie, l’annullamento spi­ri­tua­le ancor pri­ma che fisi­co, l’ipocrisia del ceto diri­gen­te ita­lia­no, il pro­ces­so fino all’assoluzione defi­ni­ti­va che suo­ne­rà para­dos­sal­men­te come una con­dan­na. «O ti ven­di e ti svuo­ti mol­to rapi­da­men­te, o resti ai mar­gi­ni e ti bat­ti per le tue idee». Il suo libro è una testi­mo­nian­za con­tro il codi­ce pena­le ita­lia­no risa­len­te al fasci­smo, con­tro il regi­me car­ce­ra­rio e la socie­tà repres­si­va, per­ché nel­le cel­le ci sia più luce e umanità.

http://genova.repubblica.it/dettaglio-inviato?idarticolo=repgenova_1432712&idmessaggio=254647

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Noi italiani, on the road prima di Easy Rider

di Pao­lo D’Agostini (da Repub­bli­ca, Pagi­na 39 — Spet­ta­co­li, Lune­dì 10 mar­zo 2008)

La regi­sta di “I can­ni­ba­li” e “Il por­tie­re di not­te” riper­cor­re le tap­pe del nostro cine­ma gio­va­ne di que­gli anni. E ora gira “Albert Einstein”.
Gli ame­ri­ca­ni era­no inte­res­sa­ti a “I can­ni­ba­li”, ma dove­vo cam­bia­re il fina­le dove gli oppo­si­to­ri ven­go­no ammaz­za­ti dal­la poli­zia. Rifiutai.
Il cine­ma di Ber­to­luc­ci, Bel­loc­chio, Paso­li­ni, e anche il mio, dimo­stra­va che la nostra capa­ci­tà di inno­va­re non era fini­ta con il Neorealismo.
  
Lilia­na Cava­ni diven­ta un fiu­me in pie­na se la sol­le­ci­ti sul “come era­va­mo” nel Ses­san­tot­to, secon­do il cine­ma gio­va­ne di que­gli anni di cui la regi­sta emi­lia­na — come gli altri due cam­pio­ni del­la sta­gio­ne Bel­loc­chio e Ber­to­luc­ci ma dall´educazione «scom­bi­na­ta e aper­ta, non bor­ghe­se, non cle­ri­ca­le» — fu protagonista.
«L´I Care caro oggi a Vel­tro­ni veni­va allo­ra dall´America: da lì arri­va­va­no i ven­ti di liber­tà, non cer­to dall´est comu­ni­sta. C´erano Luther King e Mal­colm X, i Ken­ne­dy, Mar­cu­se e Ber­ke­ley. Io ero incan­ta­ta. Segui­vo Basa­glia, mi appas­sio­na­vo al Living Thea­tre, leg­ge­vo Fou­cault che nega­va lo scan­da­lo del nudo. Pro­prio nien­te del Ses­san­tot­to, a par­ti­re da quel­lo pari­gi­no, trae­va ispi­ra­zio­ne dal baga­glio ideo­lo­gi­co del­la sini­stra mar­xi­sta. Ver­so il qua­le ero fred­da, così come era sta­to il mio non­no anar­chi­co. Fred­da ver­so gli appa­ra­ti. Le cose più bel­le e sti­mo­lan­ti veni­va­no da un´altra par­te. E quan­do sono arri­va­ta a Roma non ho sen­ti­to alcun biso­gno di iscri­ver­mi al Pci come inve­ce tan­ti altri col­le­ghi. Que­sta estra­nei­tà agli appa­ra­ti mi ha sem­pre mes­sa in dif­fi­col­tà. Quan­do agli ini­zi degli anni 60 face­vo le mie pri­me inchie­ste per la Rai mono­co­lo­re Dc, come La casa in Ita­lia, sono sta­ta cen­su­ra­ta. Con il cen­tro­si­ni­stra sono sta­ta eti­chet­ta­ta come crip­to­co­mu­ni­sta. E il mio pri­mo Fran­ce­sco d´Assisi, figu­ra che da per­so­na libe­ra di men­te — non cle­ri­ca­le né anti­cle­ri­ca­le — ho affron­ta­to con spi­ri­to di sco­per­ta tro­van­do­vi una ribel­lio­ne al padre e un con­flit­to gene­ra­zio­na­le, non è pia­ciu­to alla Chie­sa. Mi sen­ti­vo in armo­nia con i movi­men­ti di libe­ra­zio­ne ame­ri­ca­ni. Tra i miei pri­mi sog­get­ti, sot­to l´influenza del Black Power, ce n´era uno che s´intitolava “Black Jesus”. Quan­te cose c´erano in movi­men­to, quan­te cose di oggi ven­go­no da lì. Quan­te cose stan­no die­tro alle can­di­da­tu­re di Hil­la­ry e Obama».
Men­tre sta com­ple­tan­do il nuo­vo film per Rai­Fic­tion Albert Ein­stein (con il Vin­cen­zo Ama­to di Nuo­vo­mon­do) Cava­ni è ogget­to di omag­gio da par­te del­la Cine­te­ca Nazio­na­le che dedi­ca il pro­gram­ma di mar­zo del­la sua sala roma­na, il Tre­vi, dap­pri­ma a “Lou Castel, (l´anti) divo ribel­le del cine­ma”, ico­na degli anni 60, che fu il suo Fran­ce­sco nel ´66 (ce ne sareb­be sta­to più tar­di un secon­do: Mic­key Rour­ke) oltre che pro­ta­go­ni­sta di Gra­zie zia e I pugni in tasca. E poi agli “Scher­mi in fiam­me. Il cine­ma del­la con­te­sta­zio­ne” dove è rap­pre­sen­ta­ta da I can­ni­ba­li, 1969, con Pier­re Clementi.
Dopo tan­ti docu­men­ta­ri e ser­vi­zi per la Rai da metà anni 60 lei si avvi­ci­na al cine­ma sce­glien­do figu­re che, da Fran­ce­sco a Gali­leo a Mila­re­pa, han­no in comu­ne una let­tu­ra non con­ven­zio­na­le del­la fede e del­la spi­ri­tua­li­tà, dell´autorità del­la Chiesa.
«Anche Gali­leo ha avu­to le sue bel­le peri­pe­zie di cen­su­ra. Curio­sa­men­te deve la sua mag­gio­re dif­fu­sio­ne alla San Pao­lo Film che lo man­da­va nel­le scuo­le. Dopo gli stu­di in let­te­re anti­che e glot­to­lo­gia, la vera uni­ver­si­tà l´ho fat­ta con i docu­men­ta­ri. Sul nazi­smo, sul comu­ni­smo, sul­le don­ne nel­la Resi­sten­za. A ripen­sar­ci mi fa ride­re che anco­ra oggi stia­mo a com­bat­te­re con le quo­te rosa. Quan­do nel ´65 inter­vi­stai una don­na che a 18 anni ave­va gui­da­to una bat­ta­glia par­ti­gia­na a Bolo­gna, alla mia doman­da “per che cosa hai com­bat­tu­to” mi rispo­se: “per la palin­ge­ne­si, per­ché noi don­ne dob­bia­mo con­ta­re, non solo per cac­cia­re i tedeschi”».
Le sem­bra­no ridi­co­le le quo­te rosa?
«No, nien­te è ridi­co­lo se è neces­sa­rio. Evi­den­te­men­te è anco­ra necessario».
Il suo Ses­san­tot­to è I can­ni­ba­li. Dal mito di Anti­go­ne una meta­fo­ra del­la ribel­lio­ne gio­va­ni­le di quel momen­to. Ma, come tut­to il cine­ma sug­ge­ri­to diret­ta­men­te dal cli­ma del­la con­te­sta­zio­ne, non piac­que molto.
«Par­te­ci­pò alla Quin­zai­ne di Can­nes, appe­na nata, e fu visto da Susan Son­tag che lo por­tò a New York. Un cir­cui­to paral­le­lo del­la Para­mount mi offrì 120 mila dol­la­ri ma dove­vo cam­bia­re il fina­le dove gli oppo­si­to­ri ven­go­no ammaz­za­ti dal­la polizia».
E lei?
«Dis­si di no. E pen­sa­re che la sen­si­bi­li­tà on the road espres­sa da I can­ni­ba­li pre­ce­det­te Easy Rider che non era anco­ra usci­to. Il mio film fu il segna­le di una nuo­va sen­si­bi­li­tà che si anda­va affer­man­do: mal vista da destra e da sini­stra, da tut­ti gli appa­ra­ti burocratici».
Ma i film “del Ses­san­tot­to” non piac­que­ro al pubblico.
«Voglio ugual­men­te difen­der­li. Sono con­vin­ta che quel­lo di Ber­nar­do (Ber­to­luc­ci, ndr), di Mar­co Bel­loc­chio, di Pier Pao­lo Paso­li­ni, e anche il mio, sia sta­to il nostro nuo­vo cine­ma. La dimo­stra­zio­ne che la nostra capa­ci­tà di inno­va­re non era fini­ta con il Neo­rea­li­smo. Un cine­ma cri­ti­co che stri­de­va con gli appa­ra­ti, sia cat­to­li­co che comu­ni­sta. Non pote­va pia­ce­re a chi, nell´estate del ´68, non ave­va espres­so soli­da­rie­tà a Pra­ga inva­sa. La cul­tu­ra d´apparato soprat­tut­to di sini­stra, una cap­pa che ci è pesa­ta sul­la testa, non sape­va come col­lo­car­lo. Avreb­be dovu­to far­ci pon­ti d´oro per­ché era­va­mo una ven­ta­ta di spro­vin­cia­liz­za­zio­ne, era­va­mo il tem­po presente».
Quan­do poi arri­va Por­tie­re di not­te, ´74, diven­ta subi­to un mani­fe­sto del­la trasgressione.
«Non era ammis­si­bi­le par­la­re dei nazi­sti come per­so­ne. Era tabù. Ricor­do un dibat­ti­to sui Cahiers du ciné­ma tra Michel Fou­cault che difen­de­va il film e la reda­zio­ne che ave­va le ben­de sugli occhi e rap­pre­sen­ta­va una cul­tu­ra blin­da­ta, fer­ma. Alme­no in Fran­cia si dibat­te­va d´ideologia, in Ita­lia tut­to si ridus­se a sta­bi­li­re — in cen­su­ra — se fos­se giu­sto che Char­lot­te Ram­pling faces­se l´amore stan­do sopra. Cre­do dav­ve­ro che il film aprì del­le porte».
È vero che nel ´71 fir­mò il docu­men­to con­tro il com­mis­sa­rio Cala­bre­si sull´Espresso?
«Non ricor­do di aver­lo mai fat­to né di esse­re sta­ta mai interpellata».
È sba­glia­ta la sen­sa­zio­ne che lei si sia spo­sta­ta ver­so posi­zio­ni più mode­ra­te, a par­ti­re dal­la scel­ta dei sog­get­ti come la bio­gra­fia di De Gasperi?
«De Gaspe­ri dob­bia­mo solo rin­gra­ziar­lo se allo­ra ci è sta­to evi­ta­to il peggio». 

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Clementi pensieri dal carcere

(da Il Mat­ti­no, Cul­tu­ra Napo­li del 07/03/2008)

Si inti­to­la «Pen­sie­ri dal car­ce­re» il libro di Pier­re Clé­men­ti, usci­to in Fran­cia nel 1973 e ora pub­bli­ca­to in ita­lia­no gra­zie alla casa edi­tri­ce Il Siren­te de L’Aquila (pagg. 143, euro 12,50), che sarà pre­sen­ta­to oggi a Napo­li, pres­so la libre­ria L’ibrido di via San Seba­stia­no. Figu­ra-sim­bo­lo del­la ribel­lio­ne, del­la tra­sgres­sio­ne e dell’anticonformismo, Clé­men­ti (mor­to a 57 anni nel 1999) ebbe una vita alquan­to spe­ri­co­la­ta. Inter­pre­te negli anni ’60-’70 di film in cui diven­ne un’icona del­la con­tro­cul­tu­ra, nel decen­nio tra il 1961 (quan­do sbar­cò alla Sta­zio­ne Ter­mi­ni a Roma) fino al 1971, quan­do fu arre­sta­to per deten­zio­ne di dro­ga, tra­scor­se più tem­po in Ita­lia che in Francia.

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Pierre Clémenti

Pierre Clémenti © Elisabetta Catalano 

Figlio di padre ing­no­to e madre còr­sa, Pier­re Clé­men­ti nasce a Pari­gi il 28 set­tem­bre 1942. Atto­re e regi­sta, ribel­le e anti­con­for­mi­sta, esor­di­sce nel tea­tro off pari­gi­no. Il suo ruo­lo in Bel­la di gior­no di Luis Buñuel lo por­ta alla noto­rie­tà e lo lan­cia nel mon­do del cine­ma sia fran­ce­se che ita­lia­no. Gli anni tra il 1967 e il 1971 sono i più pro­fi­cui del­la sua car­rie­ra cine­ma­to­gra­fi­ca: tra i film a cui par­te­ci­pa, Part­ner (1968) e Il Con­for­mi­sta (1970) di Ber­nar­do Ber­to­luc­ci, I Can­ni­ba­li di Lilia­na Cava­ni (1969), Por­ci­le di Pier Pao­lo Paso­li­ni (1969), Bel­la di gior­no (1967) e La via lat­tea di Luis Buñuel (1970), Le lit de la vier­ge (1969) e La cica­tri­ce inté­rieu­re (1971) di Phi­lip­pe Gar­rel, Cut­ting heads di Glau­ber Rocha (1970). Clé­men­ti, attra­ver­so i suoi per­so­nag­gi, espri­me anni di pro­fon­do cam­bia­men­to socio­cul­tu­ra­le e di gran­de rin­no­va­men­to lin­gui­sti­co del­la sce­na cine­ma­to­gra­fi­ca ita­lia­na e fran­ce­se. Paral­le­la­men­te alla sua pas­sio­ne per la reci­ta­zio­ne Clé­men­ti si cimen­ta anche nel­la rea­liz­za­zio­ne di cor­to­me­trag­gi spe­ri­men­ta­li: La révo­lu­tion… (1968), Visa de cen­su­re (1967–75), New Old (1978), A l’ombre de la canail­le bleu (1978–85), Soleil (1988).

Nell’estate del 1971 vie­ne arre­sta­to per deten­zio­ne di dro­ga e incar­ce­ra­to per più di un anno nel­le pri­gio­ni di Rebib­bia e di Regi­na Coe­li a Roma. Rila­scia­to per insuf­fi­cien­za di pro­ve, non potrà più far ritor­no in Ita­lia. In segui­to a que­sta espe­rien­za scri­ve­rà il libro Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, pub­bli­ca­to in Ita­lia dall’Edi­tri­ce il Siren­te come Pen­sie­ri dal car­ce­re nel 2007. Pier­re Clé­men­ti muo­re il 27 dicem­bre 1999 all’età di 57 anni.

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Lunga vita a questo libro che lo proietta al centro del nostro amore

di Fran­co Capac­chio­ne (da Rol­ling Sto­ne, mar­zo 2008)

Nel 1971 Pier­re Clé­men­ti, ico­na per­fet­ta del cine­ma miti­co, fir­ma­to Roche, Paso­li­ni, Gar­rel, Ber­to­luc­ci, Buñuel, è arre­sta­to a Roma per dro­ga. Vie­ne rila­scia­to per insuf­fi­cien­za di pro­ve, ma rice­ve anche un fol­gio di via. Tor­na­to in Fran­cia scri­ve que­sto dia­rio. Magni­fi­ci fla­sh­back sve­la­no i suoi ini­zi in tea­tro a Pari­gi, anco­ra gof­fo nel por­ger­si allo sguar­do del­lo spet­ta­to­re. Poi, gli incon­tri ita­lia­ni: Viscon­ti che gli dà una pic­co­la par­te in Il Gat­to­par­do e quan­do lo vede per la pri­ma vol­ta gli dice: «Per un giub­bot­to nero, hai mani da prin­ci­pe…»; Buñuel, con un «vol­to favo­lo­so, lavo­ra­to dal­la vita, pesan­te e sca­va­to»: per lui, Pier­re è davan­ti alla mac­chi­na da pre­sa in Bel­la di gior­no e La via lat­tea. Infi­ne, Fel­li­ni: lo vuo­le nel Saty­ri­con, ma lui rifiu­ta: «Era come la Fiat, cen­ti­na­ia di atto­ri, miglia­ia di ope­rai, di figu­ran­ti, di arti­gia­ni all’opera per mesi, una cit­tà inte­ra da costrui­re e da abi­ta­re…». Clé­men­ti, che fu anche regi­sta, è mor­to nel 1999. Lun­ga vita a que­sto libro che lo pro­iet­ta al cen­tro del nostro amore.

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Dibattito su Pierre Clémenti

Vener­dì 7 mar­zo ore 18, 30
pres­so la libre­ria Libri­do via San Seba­stia­no 39, Napoli 
par­lia­mo del libro ‘Pen­sie­ri dal car­ce­re’ di Pier­re Clé­men­ti
Edi­tri­ce il Sirente

Pierre ClémentiPierre Clémenti

Pier­re Clé­men­ti (Pari­gi 1942–1999), atto­re e regi­sta, ribel­le e anti­con­for­mi­sta. Ha lavo­ra­to da atto­re prin­ci­pa­le in nume­ro­si film con regi­sti come Ber­to­luc­ci (Part­ner, Il Con­for­mi­sta), Paso­li­ni (Por­ci­le), Cava­ni (I Can­ni­ba­li), Bunuel ( Bel­la di gior­no, La via lat­tea). Nel ’71 vie­ne arre­sta­to per deten­zio­ne di dro­ga e incar­ce­ra­to per più di un anno nel­le pri­gio­ni di Roma. Rila­scia­to per insuf­fi­cien­za di pro­ve, non potrà più far ritor­no in Ita­lia. In segui­to a que­sta espe­rien­za scri­ve­rà que­sto libro.

Sogno lei, signor mini­stro del­la Giu­sti­zia. (…) Dice a se stes­so: però rap­pre­sen­to la giu­sti­zia di que­sto pae­se. Ma è all’altezza? Ren­de­re giu­sti­zia è una cosa sacra. Lei può gua­ri­re o distrug­ge­re. Lei ha la scel­ta, lei è il mini­stro. Ed è for­se que­sto a tur­ba­re il suo sogno. (…) I debo­li sono sen­za dife­sa tra le sue mani. Lei potreb­be così dif­fon­de­re la luce nel­le men­ti. Ma non lo fa, e que­sto fini­sce per tor­men­tar­la. (…) Cre­do che sareb­be bene che in una not­te di inson­nia lei pren­des­se la mac­chi­na e andas­se ver­so mez­za­not­te, l’una, a vede­re un po’ quel­lo che suc­ce­de alla San­té. Pen­so che le apri­ran­no. (…) Entri, fac­cia accen­de­re le luci, veda più da vici­no ciò che distur­ba le sue not­ti. Guar­di un mon­do dove tut­to va cam­bia­to, tut­to va inven­ta­to. Non si tagli le vene. Respi­ri e crei. La saluto.                       
Pier­re Clé­men­ti”

PER MAGGIORI INFORMAZIONI:
http://www.sirente.it/9788887847123/pensieri-dal-carcere-pierre-clementi.html

EVENTO SEGNALATO SU:
http://www.manifestazioni.com/manifestazioni/manifestazione/c822680b01
http://napoli.bakeca.it/eventi-feste/parliamo-del-libro-pensieri-th7e2218803
http://www.belpaese.it/napoli/na_evento_9327.html
http://www.inagenda.info/index.php?id=48993&PHPSESSID=2b7839fcbddbc1a844375616213f5f90
http://www.planetnews.it/2008/dibattito-su-pierre-clementi/
http://technorati.com/posts/shqm3BQc2Ifk%2BPjP2bX2Q7NO78m6LLA%2FbTnnd7AC6Js%3D
http://www.plim.it/bg/dibattito-su-pierre-clementi/20080227
http://www.ilmattino.it/mattino/view.php?data=20080307&ediz=NAZIONALE&npag=42&file=DEF.xml&type=STANDARD

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IL FARO” Bozza di progetto per una nuova edizione del giornale dell’Istituto Penitenziario di “Regina Coeli”.

Alcu­ni estrat­ti di “Pen­sie­ri dal car­ce­re” saran­no pub­bli­ca­ti sul Faro, pro­get­to per una nuo­va edi­zio­ne del gior­na­le dell’Istituto Peni­ten­zia­rio di “Regi­na Coe­li”. Il nome non è casua­le si rife­ri­sce al Faro che svet­ta sul­la bal­co­na­ta del Gia­ni­co­lo e dista pochi metri dal­le cel­le d’angolo del car­ce­re, da quel pun­to del mon­te, fino a tem­pi recen­tis­si­mi, era con­sue­tu­di­ne che i fami­lia­ri dei dete­nu­ti vi si riu­nis­se­ro per comu­ni­ca­re con loro gri­dan­do. Anche Pier­re Clé­men­ti è sta­to rin­chiu­so in que­sto car­ce­re e da qui ha scrit­to “qual­che mes­sag­gio per­so­na­le” come vei­co­lo di comu­ni­ca­zio­ne per oltre­pas­sa­re quel­le mura. Il “Faro” è il sim­bo­lo di comu­ni­ca­zio­ne tra il den­tro e il fuori.

Il pro­get­to Faro vuo­le costrui­re un’occasione per dare voce all’emarginazione ed alla sof­fe­ren­za e non solo per susci­ta­re emo­zio­ni ed inte­res­se, ma soprat­tut­to per deter­mi­na­re fat­ti ispi­ra­ti alla digni­tà uma­na, al cam­bia­men­to, alla soli­da­rie­tà. Il gior­na­le vuo­le offri­re ai dete­nu­ti del car­ce­re di Regi­na Coe­li ed alle per­so­ne coin­vol­te nel pro­get­to una pos­si­bi­li­tà di con­fron­to che sti­mo­li la fan­ta­sia, indu­ca alla rifles­sio­ne e, per­ché no, pro­vo­chi la gio­ia di una risa­ta tut­ti insie­me nel lavo­ro di ste­su­ra del giornale.

Insie­me al Faro il Siren­te vuo­le crea­re un incon­tro dibat­ti­to occa­sio­ne per par­la­re di Cle­men­ti e del­la situa­zio­ne nel­le car­ce­ri ita­lia­ne di oggi e degli anni ’70. Nel­la pre­sen­ta­zio­ne – dibat­ti­to inter­ver­ran­no alcu­ni por­ta­vo­ce del Faro e Bal­tha­zar Cle­men­ti, che da bam­bi­no ave­va vis­su­to l’arresto di suo padre, accu­sa­to di deten­zio­ne di droga. 

La pro­po­sta di una nuo­va edi­zio­ne del vec­chio gior­na­le “Il Faro” che si face­va, mol­to tem­po fa a Regi­na Coe­li, è venu­ta dagli stes­si dete­nu­ti duran­te gli incon­tri di “Leg­ge­re e con­ver­sa­re in car­ce­re” orga­niz­za­ti dall’Associazione di Volon­ta­ria­to “A Roma, Insie­me” e svol­ti con caden­za set­ti­ma­na­le per un intie­ro anno qual­che anno fa.
Sen­tia­mo, oggi, la neces­si­tà di ripren­de­re quel­la pro­po­sta per­ché i moti­vi e gli obiet­ti­vi che la soste­ne­va­no non solo non sono venu­ti meno, ma si sono raf­for­za­ti ed este­si sia per la muta­ta real­tà del car­ce­re, del­le per­so­ne che lo abi­ta­no, sia per­ché mol­ti dei pro­ble­mi già evi­den­zia­ti allo­ra o si sono aggra­va­ti o, comun­que, non sono sta­ti risol­ti: salu­te, stra­nie­ri, immi­gra­zio­ne, disa­gio men­ta­le, tos­si­co­di­pen­den­ze, affettività.
Il mono­to­no scor­re­re del­la vita quo­ti­dia­na in car­ce­re con le sue atte­se, le sue sof­fe­ren­ze, le sue soli­tu­di­ni, le sue spe­ran­ze, le sue distan­ze dal mon­do ester­no pone­va allo­ra e, for­se anco­ra di più oggi, l’urgenza di tes­se­re, in tut­ti i modi, un filo di soli­da­rie­tà e di comu­ni­ca­zio­ne tra “den­tro e fuo­ri” e di offri­re uno “spi­ra­glio sul mon­do” a chi ne è esclu­so fos­se pure sol­tan­to per bre­vi periodi.
Scri­ve­re, ester­na­re le pro­prie emo­zio­ni e sen­ti­men­ti, i pro­pri ricor­di, esi­ge rifles­sio­ne, cono­scen­za degli altri, di ciò che ci cir­con­da e di con­se­guen­za di noi stes­si. È un modo ame­no per usci­re dal pro­prio io e con­fon­der­si con l’altro, con gli altri, usci­re dal luo­go dove si vive e lascia­re respi­ra­re la mente.
Voglia­mo costrui­re insie­me un’occasione in più per dare voce all’emarginazione ed alla sof­fe­ren­za e non solo per susci­ta­re emo­zio­ni ed inte­res­se, ma soprat­tut­to per deter­mi­na­re fat­ti ispi­ra­ti alla digni­tà uma­na, al cam­bia­men­to, alla solidarietà.
Mol­ti han­no dif­fi­col­tà, per diver­si moti­vi, ad acco­star­si alla scrit­tu­ra, ma la mag­gior par­te del­le per­so­ne è desi­de­ro­sa di par­la­re e rac­con­ta­re. Pro­prio que­sta volon­tà per­met­te­rà loro di acqui­si­re le neces­sa­rie cono­scen­ze, anche con l’aiuto di esper­ti di comu­ni­ca­zio­ne e dei “redat­to­ri” ester­ni, per scri­ve­re diret­ta­men­te le loro emo­zio­ni, pro­po­ste e speranze.
Il gior­na­le vuo­le offri­re ai dete­nu­ti del car­ce­re di Regi­na Coe­li ed alle per­so­ne coin­vol­te nel pro­get­to una pos­si­bi­li­tà di con­fron­to che sti­mo­li la fan­ta­sia, indu­ca alla rifles­sio­ne e, per­ché no, pro­vo­chi la gio­ia di una risa­ta tut­ti insie­me nel lavo­ro di ste­su­ra del giornale.

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La guerra di Pierre

Quarta di copertina 

di Cri­sti­na Pic­ci­no (da ALIAS N. 6 — il mani­fe­sto, 11/02/2006)

Era il 1971 quan­do l’attore fran­ce­se Clé­men­ti, a Roma a gira­re «Necro­po­li» di Fran­co Bro­ca­ni, ven­ne arre­sta­to per dro­ga. Un bli­tz per disto­glie­re l’attenzione dal caso val­pre­da. «Cosa di meglio che quei ragaz­zi stra­nie­ri coi capel­li lun­ghi, spor­chi, che non lavo­ra­no», scri­ve il poe­ta del­la rivo­lu­zio­ne nel suo dia­rio dal carcere.

Era un mat­ti­no d’estate quan­do i cara­bi­nie­ri arri­va­ro­no nel­la casa dell’amica che ospi­ta­va pier­re Clé­men­ti a Roma: 24 luglio 1971, decen­nio a veni­re di anta­go­ni­smi libe­ra­ti dal 68, una rivo­lu­zio­ne di cui l’attore fran­ce­se era ico­na e pro­ta­go­ni­sta. In Part­ner di Ber­to­luc­ci lo vedia­mo cor­re­re per le stra­de del­la capi­ta­le, era lui che rac­con­ta­va qui già il mag­gio fran­ce­se, irre­quie­to, inef­fa­bi­le, un’insofferenza alle rego­le sin da pic­co­lo che era il suo magne­ti­smo. Bel­lez­za andro­gi­na, poten­za d’attore, sen­si­bi­li­tà psi­che­de­li­ca che poi ne farà il pro­ta­go­ni­sta «natu­ra­le» del magni­fi­co Sweet Movie di Maka­ve­jev, ave­va incan­ta­to oltre a Ber­to­luc­ci (col qua­le gire­rà anche Il con­for­mi­sta, 70) Luis Buñuel (Bel­la di gior­no, 66, La via lat­tea, 69), Marc’O (Les Ido­les, 64), Phi­lip­pe Gar­rel (Le lit vier­ge, 69, La cica­tri­ce inte­rio­re, 70), Glau­ber Rocha (Cabe­zas scor­ta­das, 70), Lilia­na Cava­ni (I can­ni­ba­li, 69), Pier Pao­lo Paso­li­ni (Por­ci­li, 69). Il cine­ma insom­ma che più distil­la­va imma­gi­na­rio e vita, di cui vis­su­to e sen­si­bi­li­tà dell’attore era­no incar­na­zio­ne e alchi­mia per­fet­ta. A Roma Clé­men­ti sta­va giran­do Necro­po­li di Fran­co Bro­ca­ni, anco­ra cine­ma ita­lia­no che lui ado­ra­va. Paso­li­ni, intan­to, «un san Pao­lo a suo modo che pen­sa di ave­re come mis­sio­ne l’affrancamento degli ita­lia­ni dal­le car­cas­se mora­li e dal­le rego­le cat­to­li­che che li han­no castra­ti per seco­li ren­den­do­li ver­go­gno­si del­la pro­pria ses­sua­li­tà». Poi Fel­li­ni, Viscon­ti (era sta­to anche nel Gat­to­par­do), De Sica…

Quel­la mat­ti­na Clé­men­ti dor­mi­va, il figlio, Bal­tha­zar, un bim­bet­to di cin­que anni, apre la por­ta. È un atti­mo. I cara­bi­nie­ri fru­ga­no deter­mi­na­ti — «i vici­ni si sono lamen­ta­ti» diran­no a moti­va­re l’irruzione da Anna Maria, così si chia­ma l’amica di Clé­men­ti, una cosa dove c’era sem­pre un posto per tut­ti, cosa che da sola basta a giu­di­ca­re, a dichia­ra­re col­pe­vo­lez­za. Che cer­ca­no è faci­le imma­gi­nar­lo: dro­ga. E la tro­va­no, natu­ral­men­te, un po’ di hashish, un piz­zi­co di cocai­na, roba da nien­te (e con tut­ta pro­ba­bi­li­tà mes­sa da loro stes­si) che basta però a por­ta­re Clé­men­ti e Anna Maria in gale­ra. Un po’ quel­lo che avver­rà con la pros­si­ma leg­ge Fini. Clé­men­ti reste­rà in pri­gio­ne diciot­to mesi di cui otto atten­den­do il pro­ces­so al qua­le vie­ne pri­ma con­dan­na­to a due anni, e poi, in appel­lo, assol­to. Ma intan­to pas­sa­no altri die­ci mesi, die­ci mesi di abbru­ti­men­to, vio­len­za, nega­zio­ne di tut­to. È in que­sto tem­po tra regi­na Coe­li – la pri­gio­ne del popo­lo come lui la chia­ma – e Rebib­bia, «il car­ce­re model­lo», che Clé­men­ti scri­ve Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, qual­co­sa di più che un dia­rio o un’autobiografia, un vero rac­con­to del car­ce­re ma soprat­tut­to mec­ca­ni­smi che lo strut­tu­ra­no, e di quel­la repres­sio­ne capil­la­re e orga­niz­za­ta mes­sa in atto da cara­bi­nie­ri e fasci­sti con il sup­por­to degli appa­ra­ti media­ti­ci. Sono gli anni dei «casi» costrui­ti con sapien­za, del­le indi­vi­dua­li­tà demo­li­te per col­pi­re il movi­men­to che met­te sem­pre più in cri­si la supre­ma­zia di una logi­ca poli­ti­ca che è solo repres­sio­ne a tut­to cam­po. Val­pre­da accu­sa­to di stra­ge anche se inno­cen­te, ma anar­chi­co, dun­que col­pe­vo­le. Da Brai­ban­ti, pri­mo col­pe­vo­le di dis­sen­so fino al «caso» del qua­li hashish e mari­jua­na, e un incre­di­bi­le cla­mo­re media­ti­co di mala infor­ma­zio­ne e fana­ti­smo anti­co­mu­ni­sta. La dro­ga ci dice Clé­men­ti è il pre­te­sto, il sim­bo­lo e la sin­te­si con cui anni­chi­li­re le figu­re sco­mo­de e non assi­mi­la­bi­li alle nor­me. La sua scrit­tu­ra ci por­ta den­tro a tut­to que­sto, e lo fa par­ti­re da un vis­su­to (in pri­ma per­so­na) che mai è sovrae­spo­sto ma indi­gna­to, strug­gen­te, rab­bio­so con la dol­cez­za gen­ti­le di un poe­ta del­la rivol­ta. Che sa bene il pae­se in cui si tro­va rin­chiu­so, non diver­so dal­la sua Fran­cia e dal resto del mon­do che cer­ca di difen­der­si da chi met­te in discus­sio­ne sfrut­ta­men­to, pri­vi­le­gio, nega­zio­ne del­la con­sa­pe­vo­lez­za. L’Italia che rac­con­ta Clé­men­ti è quel­la del codi­ce fasci­sta Roc­co, del­le rivol­te car­ce­ra­rie fini­te in mas­sa­cro, dell’istruzione nega­ta in car­ce­re come il lavo­ro o una qual­sia­si spe­cia­liz­za­zio­ne così che chi poi esce sia costret­to a rien­trar­ci. «per­ché quel­la mat­ti­na d’estate i poli­ziot­ti sono venu­ti a bus­sa­re pro­prio alla por­ta di Anna Maria?» si chie­de più vol­te nel cor­so del rac­con­to. E rispon­de: «ci vole­va qual­co­sa che disto­glies­se l’attenzione dal­lo scan­da­lo intor­no alla con­dan­na di Val­pre­da, mol­to rischio­so per il siste­ma giu­di­zia­rio e poli­zie­sco (…) Cosa di meglio che dei ragaz­zi stra­nie­ri coi capel­li lun­ghi, spor­chi, che non voglio­no lavo­ra­re e che si dro­ga­no, que­sti hippie…».

A Regi­na Coe­li car­ce­re duro, nes­sun dirit­to, let­tu­re e posta con­trol­la­ti, il rischio con­ti­nuo del­la cel­la di iso­la­men­to (in cui fini­sce anche lui). Se si rispon­de si diven­ta subi­to ele­men­ti peri­co­lo­si. Clé­men­ti rifiu­ta il mon­do, smet­te di par­la­re, di leg­ge­re, di man­gia­re, non vuo­le visi­te. «Dopo il silen­zio, e set­ti­ma­ne di vita vege­ta­ti­va, è arri­va­to il momen­to del­la rivol­ta. La sola arma che un pri­gio­nie­ro ha è il suo cor­po» scri­ve. E anco­ra: «ho visto cose ter­ri­bi­li a Regi­na Coe­li. E uomi­ni sublimi».

Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, ripub­bli­ca­to in Fran­cia dal­le edi­zio­ni folio, l’edizione ori­gi­na­le usci­ta nel 1973 era ormai intro­va­bi­le (in Ita­lia l’ha pub­bli­ca­to il For­mi­chie­re, ormai scom­par­so, ora si sta cer­can­do un nuo­vo edi­to­re) si com­po­ne per istan­ta­nee in cui Pier­re Clé­men­ti dete­nu­to incon­tra Pier­re Clé­men­ti atto­re: bru­cian­ti, la stes­sa incan­de­scen­za distil­la­ta nei suoi film. Che entra­no nel­lo «sma­sche­ra­men­to» del car­ce­re insie­me a altri appun­ti di memo­ria, l’erranza nel­le stra­de di Saint-Ger­main, l’incontro con Jean-Pier­re Kal­fon, i set di Buñuel per Bel­la di gior­no… E le don­ne, «le stel­le filan­ti» come le chia­ma, anche quel­le ita­lia­ne, «del popo­lo», incon­tra­te nei vaga­bon­dag­gi tra­ste­ve­ri­ni, lui per scel­ta lon­ta­no dai salot­ti di piaz­za del Popo­lo e in affi­ni­tà coi tavo­li­ni pro­le­ta­ri di un quar­tie­re allo­ra anco­ra segno vita­le di una metro­po­li non del tut­to spos­ses­sa­ta di sé. Cine­ma e vita insom­ma, cioè imma­gi­na­rio non pia­ni­fi­ca­bi­le, che pro­du­ce inquie­ti­tu­di­ne e per que­sto va can­cel­la­to. Clé­men­ti pri­gio­nie­ro denu­da anche i suoi «inter­lo­cu­to­ri»: i diret­to­ri del car­ce­re per tipo­lo­gie, mel­li­fluo, o «sogna­to­re», o sma­sche­ra­to di gen­ti­lez­za che ti rovi­na. I poli­ziot­ti reclu­ta­ti tra pove­ri e igno­ran­ti, a cui si inse­gna a leg­ge­re e a pic­chia­re, cari­ca­ti a anfe­ta­mi­na pri­ma del­le mani­fe­sta­zio­ni, stes­sa tec­ni­ca usa­ta dai fran­ce­si nel­la guer­ra di Alge­ria. «Il siste­ma ha pau­ra dell’energia di mas­sa. Biso­gna bloc­car­la o cana­liz­zar­la cer­can­do con ogni mez­zo di ricon­ver­ti­re la poten­zia­le ener­gia crea­ti­va in repres­sio­ne». Poi c’è la spe­ran­za, che è lot­ta per cam­biar­la la pri­gio­ne, e che fa di Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels un libro com­bat­ten­te a ogni pas­sag­gio. E di eva­sio­ne ma dal siste­ma ver­so l’utopia, che un gior­no le pri­gio­ni scom­pa­ia­no, che i mini­stri del­la giu­sti­zia sia­no tor­men­ta­ti da inson­nia pen­san­do­ci, e che fini­sca l’ipocrisia. Clé­men­ti non sarà più lo stes­so una vol­ta fuo­ri. «Biso­gna sape­re anda­re mol­to lon­ta­no» ave­va scrit­to. Resi­sten­za estre­mi­sta, qua­si un’altra sperimentazione.

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Così l’angelo nero di Buñuel a Roma scrisse le sue prigioni

Quarta di copertina 

di Mar­co Cica­la (da Il Vener­dì di Repub­bli­ca, 21/12/2007) 

Oltre che con il regi­sta spa­gno­lo, Pier­re Clé­men­ti ave­va lavo­ra­to con Ber­to­luc­ci e Paso­li­ni. Vive­va in Ita­lia da anti­di­vo. Ma un gior­no, come rac­con­tò in un libro ora ripub­bli­ca­to, finì a Regi­na Coe­li per dro­ga. Uscì un anno e mez­zo dopo. Ma mai davvero.
 SPESSO LE ROGNE arri­va­no la mat­ti­na pre­sto. Come gli uffi­ci giu­di­zia­ri. O quel­li del recu­pe­ro cre­di­ti. O gli sbir­ri. Che il 24 luglio del 1971 irrom­pe­va­no nell’abitazione roma­na dell’attore Pier­re Clé­men­ti e, dopo per­qui­si­zio­ne, se lo por­ta­va­no via in manet­te. Insie­me a pochi gram­mi di cocai­na e qual­che bri­cio­la di hashish tro­va­ti, pare, nell’appartamento. È il pri­mo atto di una vicen­da non meta­fo­ri­ca­men­te kaf­kia­na che dure­rà diciot­to mesi. Tan­ti ne pas­sò in gale­ra l’attore-icona del­la con­tro­cul­tu­ra, fac­cia d’angelo ribel­le che con­qui­stò Buñuel, Ber­to­luc­ci, Pasolini.

Due anni dopo la scar­ce­ra­zio­ne e il ritor­no coat­to in Fran­cia, Pier­re Clé­men­ti rac­con­tò quell’esperienza in un pic­co­lo libro, Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, che ades­so vie­ne ripub­bli­ca­to in ita­lia­no col tito­lo Pen­sie­ri dal car­ce­re. Lace­ran­te reso­con­to auto­bio­gra­fi­co-esi­sten­zia­le, rifles­sio­ne sul siste­ma peni­ten­zia­rio, ma anche invo­lon­ta­rio spac­ca­to di un’Italia, quel­la dei pri­mis­si­mi 70, for­mi­co­lan­te di beat­niks e neo­fa­sci­sti, livo­ri pro­le­ta­ri e para­no­ie per­be­ni­ste, vec­chi mala­vi­to­si arti­gia­na­li e nuo­vi fac­cen­die­ri all’avanguardia.

Nel ’71 vie­ne sve­la­to il ten­ta­to gol­pe Bor­ghe­se, s’infiammano i tumul­ti mis­si­ni a Reg­gio Cala­bria, nasce il quo­ti­dia­no il mani­fe­sto, scop­pia lo scan­da­lo degli appal­ti Anas (una paleo tan­gen­to­po­li), Cefis espu­gna i ver­ti­ci del­la Mon­te­di­son, entra in vigo­re l’Iva, Gio­van­ni Leo­ne è elet­to pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca anche gra­zie ai voti del Msi. Anno­ta Clé­men­ti, can­di­da­men­te: «Ave­vo let­to da qual­che par­te che Gio­van­ni Leo­ne, il pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca ita­lia­na, era sta­to avvo­ca­to, e mi dice­vo: ecco uno che ha pote­re e cono­sce la real­tà del­le car­ce­ri. Farà qual­co­sa…». E inve­ce, impu­ta­to si alzi: «Ai sen­si del­la leg­ge nume­ro… lei è accu­sa­to di deten­zio­ne e uso di stu­pe­fa­cen­ti, aven­do il rap­por­to di poli­zia sta­bi­li­to…». Due anni di reclusione.

Clé­men­ti ama l’Italia «paso­li­nia­na» dei bul­let­ti fra­gi­li e spa­val­di, del­le mam­me arcai­che, dei ter­ro­ni inur­ba­ti, del­le mogli gene­ro­se ma ven­di­ca­ti­ve («San­no bene che qual­che vol­ta l’uomo va con una put­ta­na. Ma poi tor­na. E, se non tor­na, strap­pa­no ciò che difen­de­va­no. Impaz­zi­sco­no. Nel­le car­ce­ri ita­lia­ne ci sono cen­ti­na­ia di Medee». Ama quan­to resta del­la savia e scol­lac­cia­ta ple­be capi­to­li­na, quel­la che per seco­li ha can­ta­to il car­ce­ra­to come un eroe a metà tra Vir­gi­lio e Gioac­chi­no Bel­li («Dal cor­ti­le del­la pri­gio­ne si scor­ge una ter­raz­za del­la cit­tà dove ogni saba­to le mogli, le fidan­za­te e le put­ta­ne dei dete­nu­ti ven­go­no a mostrar­si nude, por­tan­do loro un po’ di con­so­la­zio­ne»). Ama que­ste sco­rie di un’umanità in via di spa­ri­zio­ne. E, da die­tro le sbar­re, gli piac­cio­no anco­ra di più. Regi­na Coe­li è Roma: «Per quan­to spes­se ne sia­no le mura… Essa è attra­ver­sa­ta dal­la vita del­la cit­tà, dai suoi rumo­ri, dai suoi odo­ri e per­si­no dal­le sue visioni».

Ma più toc­can­te è for­se la rie­vo­ca­zio­ne dell’universo giu­di­zia­rio di que­gli anni. Imma­gi­na­te­vi una spe­cie di Rim­baud-hip­pie fini­to da Pari­gi den­tro un’aula di tri­bu­na­le roma­no nel ’71: un suk toga­to fat­to di avvo­ca­tic­ci para­cu­li col ghi­gno di Vit­to­rio Gass­man, giu­di­ci col cipi­glio di Gino Cer­vi rima­sti lì dal Ven­ten­nio, cara­bi­nie­ri coi baf­fi di Tibe­rio Mur­gia o Vit­to­rio De Sica.

De Sica che, insie­me a Fel­li­ni, andò a depor­re in dife­sa di Clé­men­ti. Ma nien­te da fare. Per­ché il bel Pier­re è un tipo stra­no, trop­po stra­no per un posto come Roma che, mal­gra­do l’atavica non­cu­ran­za, resta pur sem­pre un pae­so­ne. Dove la gen­te mor­mo­ra. I vici­ni pro­te­sta­no. Nel­la casa in cui abi­ta Clé­men­ti fa festa fino all’alba. Si incro­cia­no ragaz­ze nude sul pia­ne­rot­to­lo. Gri­da d’amore risuo­na­no. Poco impor­ta se l’imputato si pro­cla­mi inno­cen­te, occa­sio­na­le fuma­to­re di hashish ma con­tra­rio alle dro­ghe («Non sono un viag­gio ma una pri­gio­ne»): Clé­men­ti Pier­re, «nato il 28 set­tem­bre 1942 a Pari­gi, XIV arron­dis­se­ment, alle sei del mat­ti­no» da padre igno­to e madre por­tie­ra, ha capel­li lun­ghi e bar­ba, per­so­na­li­tà e con­dot­ta che «dimo­stra­no una pre­di­spo­si­zio­ne fisi­ca e psi­co­lo­gi­ca alla deten­zio­ne e al con­su­mo di stupefacenti».

Ha lavo­ra­to con regi­sti di fama, ma in film che all’epoca si chia­ma­va­no d’essai, per­ciò non ha un sol­do. Il che lo ren­de mas­si­ma­men­te sospet­to. In car­ce­re si arro­vel­la, imba­sti­sce teo­rie cospi­ra­zio­ni­ste («L’anarchico Val­pre­da si tro­va­va in gale­ra, da tem­po si era cer­ti del­la sua inno­cen­za e la stam­pa dava gran­de rial­to a que­sto scan­da­lo… L’apparato di Sta­to ita­lia­no ave­va biso­gno di un diver­si­vo»), spe­ra, pro­te­sta, si tor­men­ta («Il regi­me peni­ten­zia­rio è la nega­zio­ne dell’essere uma­no… Signi­fi­ca far tor­na­re l’uomo allo sta­to di feto, per­ché si ricon­ver­ta in mac­chi­na ben­pen­san­te… L’individuo che esce di pri­gio­ne è minu­zio­sa­men­te fab­bri­ca­to per far­vi ritor­no»). Con­si­de­ra­zio­ni che rie­cheg­gia­no il dibat­ti­to di que­gli anni sul car­ce­re, l’istituzione tota­le, Gof­f­man, Focault… E che, le si con­di­vi­da o no, ci ricor­da­no quan­to oggi la rifles­sio­ne sul­la pri­gio­ne sia spa­ven­to­sa­men­te latitante.

Per Buñuel, Clé­men­ti fu il dia­vo­lo-ange­lo del­la Via lat­tea e lo sprez­zan­te aman­te tut­to cuo­io del­la Deneu­ve in Bel­la di gior­no. Per Ber­to­luc­ci lo sdop­pia­to rivo­lu­zio­na­rio di Part­ner e lo chauf­feur omo­sex del Con­for­mi­sta. Per Paso­li­ni il can­ni­ba­le di Por­ci­le. In Ita­lia ini­ziò col Gat­to­par­do di Viscon­ti, rac­co­man­da­to da Alain Delon. Dis­se no a Fel­li­ni per Saty­ri­con. Lavo­rò con la Cava­ni, Glau­ber Rocha, Janc­sò, Maka­ve­jev, Ivo­ry… Alla fine uscì dal car­ce­re per insuf­fi­cien­za di pro­ve. Ma in fon­do non ne ven­ne più fuo­ri. Nem­me­no con quel libro, quel­lo sfo­go tera­peu­ti­co. È mor­to a Pari­gi nel ’99 per un tumo­re al fegato.

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