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Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

ArabPress | Venerdì 8 maggio 2015 | Claudia Negrini | Passaggi: “Taxi” di Khaled al-Khamissi

Dal blog Mille e una pagina di Claudia Negrini

Questo passaggio è tratto da “Taxi” di Khaled al-Khamissi ed è stato pubblicato in lingua originale nel 2007, ben prima della Primavera Araba e dell’avvento e caduta dei Fratelli Mussulmani, eppure mi ha affascinato vedere quanto questo dialogo sia stato profetico.

TASSISTA: Che Dio mi perdoni se non prego e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tutto il giorno! Pure il digiuno durante in Ramadan, un giorno lo faccio e due no: non ci riesco a lavorare senza sigarette! Eppure, vorrei vedere con tutto il cuore i Fratelli Musulmani salire al potere…e perché no? Dopo le parlamentari si è visto che la gente li vuole.

IO: Ma se prendono il potere e vengono a sapere che tu non preghi ti appenderanno per i piedi.

TASSISTA: Macché, allora in andrò a pregare in moschea, davanti a tutti quanti.

IO: Perché li vuoi al potere?

TASSISTA: E perché no?! Abbiamo già provato tutto. Provammo il re e non funzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti. Poi provammo una via di mezzo e alla fine siamo arrivati al capitalismo che però ha i monopoli, il settore pubblico che scoppia, la dittatura e lo stato d’emergenza. E ci hanno fatto diventare pure un poco americani e tra poco pure israeliani; e allora perché non proviamo pure i Fratelli Musulmani? Chi lo sa, va a finire che funzionano.

IO: In fin dei conti vuoi fare solo una prova… al massimo puoi provare un pantalone largo con una camicia stretta, ma provare col futuro del paese…

da “Taxi” di Khaled al-Khamissi, Editrice il Sirente, 2008

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Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSAmed | Mercoledì 5 dicembre 2012 | Luciana Borsatti |

”Gli Stati Uniti e l’Europa, che hanno sostenuto Morsi, devono ora mandargli un messaggio chiaro: che sono contrari ad un colpo di stato come quello che sta compiendo”. Khaled Al Khamissi – scrittore noto per il suo best-seller ”Taxi”, tradotto in più’ lingue – non usa mezzi termini sulle responsabilità dell’Occidente nella deriva che l’Egitto ha preso in questi mesi, con gli ultimi colpi di mano del presidente Mohamed Morsi sul piano istituzionale ed i sanguinosi scontri di piazza tra suoi oppositori e sostenitori.

Gli Stati Uniti in particolare, sottolinea in un’intervista ad ANSAmed, hanno grandi responsabilità nell’aver sostenuto il presidente espresso dai Fratelli Musulmani. La sua elezione e’ stata il punto di arrivo, osserva, di una transizione affidata all’esercito e rivelatasi ”disastrosa” per l’Egitto. Negli ultimi mesi Morsi ha infatti portato avanti ”un coup d’etat”, denuncia, contro gli altri poteri dello stato e le altre forze politiche. Insieme ai Fratelli Musulmani, ”ha preso tutti i poteri nelle sue mani e provocato una vera e propria battaglia nelle strade del Paese. Il regime ha perso ogni legittimità e quella di questi giorni e’ una situazione di vero e proprio scontro con il popolo egiziano”. Uno scontro in cui vi sono stati anche i morti di stasera, ma anche gesti come quelli di un attivista dei Fratelli Musulmani che – riferisce dalla sua casa del Cairo, mentre si prepara a tornare anche lui a manifestare – avrebbe addirittura tagliato un orecchio ad un oppositore.

Eppure vi sono state delle aperture da parte dell’entourage di Morsi alle istanze dell’opposizione, come si possono valutare? ”Noi vogliamo fatti, non parole – risponde al Khamissi, che in Taxi raccolse gli umori dell’uomo della strada del Cairo prima della rivoluzione -. Anche prima Morsi aveva promesso che ci sarebbe stata una nuova Costituzione condivisa da tutti, e cosi’ non e’ stato”. Eppure, Morsi ha avuto l’appoggio del voto popolare alle elezioni. ”Dovete riconsiderare questa idea del voto – rilancia – io non ho votato, e cosi’ molti altri, perché non potevamo accettare di dover scegliere tra un candidato dei Fratelli Musulmani ed un uomo come Shafik, del vecchio regime di Mubarak”. E chi ha votato per Morsi lo ha fatto proprio perché’ non voleva Shafik, aggiunge, oppure per avere il ”denaro” che i Fratelli Musulmani potevano garantire loro.

Ma ora Europa e Stati Uniti non possono stare a guardare e ”devono parlare chiaro – conclude lo scrittore -. Deve ripartire il dialogo con gli altri partiti politici per una transizione pacifica e per una nuova Costituzione di tutti”.

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Il cambiamento è irreversibile presto toccherà anche la politica

La Repubblica | Sabato 16 giugno 2012 | Donatella Alfonso |

LA LIBERTÀ ha sempre un prezzo ma, avverte Khaled al Khamissi, scrittore e regista cairota che con il suo bestseller Taxi (tradotto in Italia da “il Sirente“) ha dato voce a proteste, sentimenti, desideri del popolo egiziano negli ultimi anni del regime di Hosni Mubarak, «ormai è iniziato un processo irreversibile, in Egitto come negli altri Paesi arabi. Possono anche venire i militari, può governare Shafiq, ma quella che è già una forte trasformazione sociale diventerà, nell’ arco di due o tre anni, anche politica. È una rivoluzione senza partiti, programmi, leader, ma è un percorso di libertà. La strada è lunga, aspettateci: tra dieci anni ci vedrete». Khaled al Khamissi, si può parlare di un golpe in Egitto? «La stampa occidentale adora i termini forti, ma io non la penso così. Se devo dire la verità, non me ne importa nulla di quello che accade sulla cima della piramide, perché io guardo alla base della piramide. Non interessa a me e non interessa alla gente. Che torni Shafiq, che i militari prendano il potere… sarà solo un problema di vertice. I cambiamenti sociali ormai sono irreversibili». Ritorno dei vecchi governanti, vittoria dell’ Islam radicale un po’ dappertutto: la primavera arabaè finita? «Lo ripeto dal gennaio del 2011: non c’ è nessuna primavera araba, ma un cambiamento sociale che continua e porterà a una vera trasformazione di tutti i nostri Paesi entro una decina d’ anni. La gente sa che ci vuole tempo, ma ha fiducia nel lungo periodo. Non teme né Shafiq, né i Fratelli musulmani perché crede nella libertà, che gli islamisti invece combattono. Shafiq vuole venire? Bene, che venga. Non cambierà quanto sta accadendo alla base della società». Da quanto lei dice sembra che i militari siano quasi dei garanti della trasformazione: non teme invece una guerra civile come ci fu in Algeria? «No, è passato molto tempo, la storia è diversa, c’ è Internet, c’ è la possibilità di esprimersi e il coraggio di farlo. Inoltre, non c’ è un nuovo potere islamico, i movimenti radicali, negli anni, sono stati sostenuti e finanziati sia da Sadat che, soprattutto, da Mubarak. E, per quanto riguarda il Consiglio supremo delle Forze armate, non vedo la possibilità di una sfida tra il ritorno al potere dell’ Ancien régime e un nuovo potere islamico. Ci sono interessi politici e finanziari da difendere, serve una stabilità». Pensa a un ruolo degli intellettuali in questo percorso di crescita democratica? «No, gli intellettuali non hanno un peso sufficiente. È la classe media, e soprattutto sono i giovani, perché il 60 per cento degli egiziani ha meno di 25 anni, che non intendono accettare né la formalità del sistema di Mubarak né di quello dei Fratelli musulmani. Si andrà progressivamente verso una concretizzazione politica di quanto si sta già facendo sotto il profilo sociale». Lei, quindi, che futuro vede per il suo Paese? «Io sono ottimista. Il cambiamento e la libertà saranno al potere tra una decina d’ anni. Aspettateci».

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Riva Sud

La Repubblica | Domenica 28 agosto 2011 | Sara Scheggia |

Taxi, vicoli, condomini. E il deserto. Sono i luoghi del Maghreb, quelli che hanno tenuto calde, sotto la cenere, le rivolte esplose quest’anno. Descritti da autori egiziani ed algerini, diventeranno teatro in uno spazio che si apre al pubblico per la prima volta: il cortile della comunità minorile di via del Pratello. In quel luogo, dove i ragazzi hanno creato un giardino «segreto» di piante officinali, verrà ospitato da domani «Riva Sud Mediterraneo», rassegna di teatro, voci e musiche che, oltre alla compagnia del Pratello diretta da Paolo Bili, vedrà protagoniste anche altre realtà cittadine. Si tratta di Tra un atto e l’altro, Teatrino Clandestino, Lalage Teatro e Medinsud, che curerà l’accompagnamento musicale: insieme ad attori profondamente diversi ma tutti radicatia Bologna, come Angela Malfitano, Francesca Mazza, Fiorenza Menni, Luciano Manzalini e Maurizio Cardillo, metteranno in scena sei spettacoli per raccontare le primavere arabe dei mesi scorsi. Ogni serata, inoltre, sarà introdotta da un intervento sulla situazione geo-politica in corso, con gli storici Gianni Sofri e Luca Alessandrini, e lo scrittore algerino residente a Ravenna Tahar Lamri.

«Il risultato prodotto da attività come queste – spiega Giuseppe Centomani, dirigente del Centro di giustizia minorile dell’Emilia Romagna – vale il prezzo da pagare, cioè il rischio di fughe o l’incremento dei controlli.

In più, molti ragazzi del carcere e della comunità sono di origine magrebina: è importante condividere riflessioni sul loro mondo». Il riferimento è a qualche mese fa, quando un detenuto del carcere della Dozza è evaso durante le prove di uno spettacolo teatrale.

«I minori che seguiamo rispondono bene alle manifestazioni esterne – osserva Lorenzo Roccaro, direttore della Comunità Pubblica di via del Pratello 38, da cui passano almeno 130 ragazzi all’anno – Ora apriranno le porte della loro casa al pubblico: li aiuterà a percepire la comunità come una vera residenza in cui accogliere ospiti». Riva Sud Mediterraneo, sostenuta da Legacoop e Unipol e dai contributi degli osti della strada, partirà domani con «Voci dai taxi del Cairo. Oggi». Uno spettacolo interpretato dai ragazzi della compagnia del Pratello, tratto dal romanzo dell’egiziano Khaled Al Khamissi, che mixa monologhi e dialoghi dei tassisti del Cairo.

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Khaled Al Khamissi, Taxi

Gruppo di lettura | Mercoledì 8 giugno 2011 |  |

In  tempi di “Primavera araba” perché non leggere qualcosa che ci aiuti a sentire più da vicino i problemi che da mesi spingono moltissimi nordafricani dell’area mediterranea e  abitanti del Medio e vicino Oriente  a scendere in piazza e a lottare per conquistare il diritto alla libertà, nella speranza di vivere in paesi di reale democrazia?
È stato bello vedere tanti giovani e tra loro tante donne manifestare in marce e cortei, riempire piazza Tahir, incuranti degli atti di repressione di quei governi che vogliono cancellare. E in Tunisia e in Egitto si è già arrivati ad un cambiamento, in altri si lotta ancora con esiti incerti.
Tahar Ben Jelloun ha già pubblicato presso Bompiani La rivoluzione dei gelsomini, in cui con lucidità e semplicità spiega che cosa è accaduto, cosa sta accadendo e cosa accadrà. “Cadono dei muri di Berlino”-dice l’autore- e niente dopo questi fatti sarà più come prima nel mondo arabo. Questi paesi stanno scoprendo, hanno scoperto e rivendicheranno d’ora in poi, il valore e l’autonomia dell’individuo in quanto cittadino”.
Ma non voglio parlare  di questo libro che non ho ancora letto, ma piuttosto di un libro di Khaled Al Khamissi, intitolato Taxi “e che ha come sottotitolo “Le strade del Cairo si raccontano”.
E’ stato pubblicato nel 2008 dalla casa editrice abruzzese, il Sirente, che  ha così inaugurato  la collana Altriarabi, con l’intento di  favorire, al di là dei soliti pregiudizi, ”una conoscenza diretta tra i popoli senza filtri, neanche linguistici”.
La lettura di questo libro, che non si può definire romanzo,  né inchiesta giornalistica, ci aiuta a capire quali sono le ragioni che hanno portato alla  recente rivolta in Egitto.
Originale è l’idea di far conoscere una città come il Cairo attraverso l’abitacolo di un taxi, anzi dei tanti taxi presenti. Pare siano 220.000 i tassisti abusivi e 80.000 regolari: è vero che il Cairo è la città più popolosa dell’Egitto con circa 8 milioni di abitanti e oltre 15 milioni dell’area metropolitana e del governatorato omonimo È vero che è anche la più grande città dell’intera Africa e del Vicino Oriente e la dodicesima metropoli in ordine di popolazione al mondo, ma i tassisti sono comunque tanti.
Tanti e molto diversi tra loro: analfabeti e diplomati o laureati,sognatori e falliti, a volte costretti a lavorare giorno e notte con scarsa remunerazione, onesti e ingenui, ma anche capaci di truffare il cliente, a volte disperati, qualcuno  idiota. Ed eccoli muoversi nel caotico traffico della capitale nel caldo, tra la folla e il sottofondo assordante dei clacson nei loro taxi , macchine nere a strisce bianche, spesso carcasse  da rottamare, e chiacchierare con il cliente che è a bordo.
Da queste conversazioni in 220 pagine  vengono fuori 58 brevi racconti, che finiscono per essere un vero documento di vita quotidiana , denuncia ingenua, ma anche ironica e caustica del malessere sociale di un popolo impoverito e  disilluso.
In esergo Al Kamissi, egiziano laureato in scienze politiche alla Sorbona, scrive: “regalo questo libro alla vita che abita nelle parole delle persone semplici. Nella speranza che ingoi il vuoto che da anni dimora dentro di noi”.
In ogni capitolo il protagonista è quel tassista di cui conosciamo particolari della sua vita personale, ma anche, ai limiti della censura,  il suo pensiero riguardo alla politica, alla religione, alla società.

Il taxi diviene, dunque,  il luogo del confronto in cui si rispecchia la coscienza collettiva e i tassisti, come si dice nella copertina  del libro , “sono amabili cantastorie che, con disinvoltura, conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto  dei nostri giorni”, quello che ha riempito le piazze  in questo inizio del 2011 e che ha portato alla caduta di Mubarak, che deteneva il potere da 30 anni.
Il quadro è quello di un Egitto sull’orlo della bancarotta, in cui la corruzione è generalizzata, in crisi morale diffusa, in cui ogni giorno si lotta per la sopravvivenza nella indifferenza delle istituzioni. Raccolgo qualche frase qua e là dai 58 racconti, che per la diversità dei punti di vista raffigurano perfettamente il mondo arabo contemporaneo, come sottolinea lo stesso Al Khamissi nell’introduzione.
Tanti i discorsi seri dei tassisti, che a volte raccontano anche barzellette divertenti, ma amare.
“La corruzione è al massimo” […]  ”la giungla è il paradiso rispetto a noi”… qual è la soluzione per sopravvivere?  o vai a rubare o cominci a domandare mazzette o lavori tutto il giorno… la malnutrizione è così diffusa che il 10% dei bambini egiziani del Said soffrono di ritardo mentale.”.
Secondo i dati della Banca Mondiale il 58 % degli egiziani vive  infatti con due dollari al giorno sotto la linea della povertà, mentre il 5% dei 75 milioni  di egiziani sono ricchissimi e indifferenti alle condizioni generali della popolazione.
“Chi non è diventato pezzente con Mubarak non lo diventerà mai” dice uno di loro.
“Il discorso della partecipazione politica è una barzelletta di quelle tristi, ma tristi davvero”…
“Abbiamo già provato tutto. Provammo il re e non fuzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti… alla fine siamo arrivati al capitalismo che però ha il  monopolio, il settore pubblico che scoppia, la dittatura e lo stato di emergenza. E ci hanno fatto diventare un poco americani e tra poco pure israeliani; e allora perché non proviamo pure i Fratelli Musulmani?”
“E poi questi americani non si capiscono proprio: aiutano Mubarak, aiutano i Fratelli Musulmani, aiutano i copti espatriati che fanno un casino da pazzi. Poi sborsano i soldi all’Arabia Saudita, che a sua volta sborsa soldi ai fondamentalisti islmici ,che a loro volta finanziano gli attentati contro, diciamo, gli americani”…
Un altro: “Il mondo ormai… sono tutti pesci che si mangiano tra di  loro. Grosso o piccirillo, tutti quanti si magnano l’uno con l’altro”
Un altro ancora: “In Egitto l’essere umano è come la polvere in un bicchiere crepato. Il bicchiere si può rompere in un niente e la polvere vola via. Impossibile raccoglierla e pure inutile: è solo un po’ di polvere. L’uomo in questo paese è così… non vale niente
Come ci ricorda il traduttore, Ernesto Pagano, “è il primo libro scritto per tre quarti in dialetto, quindi di non facile traducibilità. Per questo la parlata colloquiale dei tassisti è stata talvolta colorata da espressioni dialettali meridionali, per lo più napoletane.”

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mercoledì 9 febbraio 2011 | Matteo Baldi |

Le notizie che arrivano dal Cairo in questi giorni, violente e confuse, parlano di un popolo che sta provando a cambiare le cose, a dispetto dell’acquiescenza del resto del mondo. Ma che ruolo hanno gli intellettuali, in una situazione come quella attuale? E quale voce? Ci sono spazi per esprimere dissenso, in un paese come l’Egitto? E i libri, raccontano (o hanno previsto) quel che sta accadendo? Andiamo a vedere.

“Il mondo intero dovrebbe essere orgoglioso dell’inerzia con cui ha assistito alla liberazione del popolo egiziano. Il regime di Mubarak era solito nominare malavitosi e adottare un regime di polizia selvaggio per sostenere i membri del suo parlamento e sopprimere la nostra anima più autentica, l’anima della libertà. Ma noi ci stiamo impegnando”.
Ci scrive dal suo blackberry, con amarissima ironia,  Magdy El Shafee, fumettista condannato l’anno scorso in seguito al processo per oscenità che gli era stato intentato dallo Stato egiziano. La sua graphic novel “Metro”, infatti (pubblicata in Italia dalle edizioni Il Sirente), all’interno di una vicenda di spionaggio, mostra un uomo e una donna intenti in un rapporto sessuale.I disegni sono stati considerati pornografici, e quindi offensivi. Tutte le copie distribuite al Cairo sono state ritirate e distrutte, e Magdy ha dovuto pagare un’ammenda salata. Ma sarà davvero solamente una questione di disegni immorali?
Questo libro contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”, recita la sentenza emessa dal Trbunale, e allora si capisce forse meglio cosa possa aver dato tanto fastidio alle autorità, in un paese (e una cultura) in cui il sesso forse non viene ostentato pubblicamente ma certo non è tabù nelle conversazioni e non può essere l’unica ragione per mettere all’indice un libro a fumetti.
El Shafee, però, non è l’unica vittima di un regime che mostra un volto presentabile solamente al resto del mondo, e censura il dissenso imponendo un controllo rigido anche sul web.
Nei primi giorni degli scontri, la rete in Egitto ha subito un vero e proprio blackout, per impedire che le notizie di quel che stava accadendo filtrassero verso gli altri Paesi, ma anche per far sentire più isolati i blogger e tutti quegli egiziani che trovano in internet una finestra sul mondo.
Ala ‘Al Aswani, celebrato autore di Palazzo Yacoubian (Feltrinelli edizioni), promuove da anni un salotto letterario al Cairo, città nella quale svolge la professione di dentista ed è un intellettuale conosciuto e rispettato. L’espressione “salotto letterario”, però evoca immediatamente immagini di concilianti sedute che si svolgono fra aperitivi e mollezze – appunto – salottiere.
Nulla di più lontano dal vero, però, nei paesi in cui la libertà di stampa è limitata, i diritti delle donne sono un argomento puramente accademico e tutti i giorni la corruzione che permea l’apparato politico e amministrativo del Paese vincola ogni serio tentativo di migliorare le condizioni della società.
Tengo ancora i miei seminari per discutere di questioni culturali. Li tengo dal 1996.
L’ho fatto anche nei caffè, pubblicamente. Nel 2004 il governo ha minacciato il proprietario del caffè all’interno del quale li tenevamo, e allora ci siamo spostati nel palazzo dove ha sede “Kifaya” (“Abbastanza”), movimento politico che raccoglie intellettuali di diversa estrazione”, spiegava Al Aswani in un’intervista raccolta a margine della sua partecipazione alla scorsa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dove l’Egitto era il Paese ospite.

Altri scrittori sono Nawal Al Saadawi, autore de L’amore ai tempi del petrolio, Ahmed Nagy, autore di Rogers e Khaled Al Kamissi, autore di Taxi.
I tre libri, oltre al fatto di essere pubblicati in Italia dallo stesso editore (Il sirente), hanno in comune la capacità di descrivere la società civile egiziana cogliendone al tempo stesso la vitalità e le sclerosi. Nel caso di Al Kamissi, ad esempio, il Cairo è un brulichio ininterrotto di vita colto dal finestrino del taxi, e i taxisti stessi sono un precipitato d’Egitto, con il loro lamentarsi delle istituzioni e della corruzione che però non porta a nulla.
Rogers“, invece, è opera di un blogger seguitissimo, un’opera ispirata addirittura a “The wall” di Roger Waters. Dalla scheda dedicata a Ahmed Nagy sul sito de Il sirente: “… in Egitto è molto noto come blogger, ma soprattutto per essere uno dei più giovani redattori di Akhbàr el Adab, il prestigioso settimanale letterario diretto da Gamàl al-Ghitàni. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. Il suo blog Wasa khaialak (Allarga la tua immaginazione), iniziato nel 2005, parla di sociologia, pop art, diritti umani e cultura: “sperimento un diverso livello di linguaggi per avvicinare la gente alla letteratura”.

Nawal Al Saadawi, infine, è una pioniera del femminismo nel mondo arabo. Scrittrice e psichiatra, ha sortito grande influenza sulle generazioni più giovani, proprio grazie ai suoi libri. Candidatasi alle elezioni presidenziali nel 2004, ha anche passato un periodo in galera durante la presidenza di Sadat, ed è stata iscritta nella lista degli obiettivi di un gruppo fondamentalista. L’amore ai tempi del petrolio, sotto le spoglie di un romanzo giallo, compie un’indagine sulla condizione delle donne nei paesi arabi, muovendo i suoi lettori a una presa di coscienza.
Altra scrittrice egiziana è Ghada Abdel Aal, autrice di un libro e un blog molto seguito intitolati Che il velo sia da sposa (pubblicato in Italia da Epoché). In Egitto il libro ha conosciuto tale e tanta notorietà che la televisione ne ha tratto uno sceneggiato, interpretato nel ruolo della protagonista da una delle attrici più celebri del mondo arabo. Ma la storia di Bride, giovane donna in cerca di un marito da sposare per amore, è anche la galleria di una serie di “tipi” che riassumono molto bene caratteristiche e difetti degli uomini cui una donna “in età da marito” può ambire in Egitto, e questa è la ragion per cui Ghada, con il suo alter ego romanzesco, si è guadagnata il soprannome di “Bridget Jones” araba (soprannome che – va detto – all’autrice non piace per nulla)… noi abbiamo intervistato Ghada Abdel Aal nei difficili giorni delle proteste e delle manifestazioni per cacciare il Presidente Mubarak.

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L’attimo prima della rivolta

| Cospe Onlus | Venerdì 4 febbraio 2011 | Pamela Cioni |

La libertà va chiesta con forza. Va presa, non può essere concessa», dice Magdi El Shafei, autore del primo graphic novel del mondo arabo, Metro. Che è stato un vero e proprio caso editoriale, censurato in Egitto subito dopo la pubblicazione con la piccola casa editrice di Muhammad Sharqawi (tradotto in inglese e francese, in Italia è uscito per i tipi de il Sirente). Magdi parla fumando ininterrottamente e alzando la voce sopra il brusio di fondo del centrale bar Groppi nel quartiere cairota di Down Town: è il 24 gennaio, un giorno dall’aria tiepida e primaverile, e mancano poche ore a quello che sarà ricordato nella storia egiziana come “il giorno della Rabbia”. I blindati e gli agenti della Polizia governativa, la famigerata Sicurezza nazionale, già circondano edifici e presidiano le piazze, ma la vita scorre – ancora – tranquilla, anzi frenetica, come sempre, nel cosiddetto quartiere degli intellettuali e teatro degli scontri più duri tra manifestanti e governo. È a pochi passi dal bar infatti l’ormai famosa piazza Tahrir, “Liberazione”. Magdi è un fiume in piena e parla eccitato e ansioso pensando alla grande manifestazione prevista per il giorno successivo, giorno di festa nazionale, paradossalmente proprio indetta per celebrare un qualche glorioso evento della polizia egiziana. «Domani scenderemo in piazza e chiederemo conto delle tante promesse che ci sono state fatte in questi anni e che non sono state mai realizzate. Le persone sono stanche, esasperate. Lo sento tutti i giorni, per strada, sui minibus, sui taxi». Magdi El Shafei, laurea in Farmacia e fumettista di punta della nuova generazione egiziana, è uno che degli umori della strada se ne intende e li ha interpretati e usati per modulare il linguaggio, per raccontare sogni, aspirazioni e vicissitudini del protagonista del suo primo romanzo a fumetti: Shihab, un giovane ingegnere informatico che, rimasto disoccupato, decide di compiere una rapina, come ribellione, come unico gesto di riscatto dopo aver provato a realizzare legalmente i propri progetti e aver incontrato nel suo umiliante percorso una trafila di corrotti e usurai. «Essere fuorilegge, può essere un atto di ribellione, se stai lottando per la tua libertà, per i tuoi diritti e se è la società a essere sbagliata, corrotta». I veri criminali nel romanzo infatti sono altri: sono gli alti funzionari, è il sistema della mazzetta e il Male dei Mali è rappresentato da una società stagnante in cui manca un vero Stato sociale, una società in cui il livello di istruzione è bassissimo, in cui gran parte della popolazione tira a campare con pochi dollari al mese vivendo di espedienti in quartieri poverissimi, sporchi e sovrappopolati.
In Metro viene rappresentata tutta questa fetta della società ma sono forse Shihab e la giornalista Dina, con cui, inevitabile, scatta la storia d’amore, che rappresentano più da vicino quei ragazzi che dal 25 gennaio scorso sono in piazza e che rivendicano un Paese più giusto e soprattutto più libero. Senza censura e con vera libertà di espressione. Sono i ragazzi della rivoluzione dei social media, quelli che fuori da schieramenti politici veri e propri, si sono incontrati principalmente nelle piazze virtuali di internet, su facebook e su twitter. Sono i giovani, che rappresentano i due terzi di questo Paese, che usano internet e cellulari tutti i giorni e che sull’onda benefica e ispiratrice della Tunisia si sono dati appuntamento per protestare contro il regime. Sulla pagina facebook più frequentata, “We are all Khaled Said” in memoria di uno studente di Alessandria ucciso nel giugno scorso dalla polizia, erano in 90mila il giorno prima a dire che sì, ci sarebbero stati, lì in piazza a manifestare per cambiare il proprio futuro, perché se è successo in Tunisia può succedere anche qui, perché niente è immutabile e perché l’entusiasmo è contagioso tra i giovani, che meno facilmente accettano un destino che sembra scritto una volta per tutte: «La cosa che forse ci ha scosso di più nell’ultimo periodo è stata l’annuncio della successione al governo (per le previste elezioni del novembre 2011, ndr) del figlio di Mubarak, Gamal – dice Al Shafei continuando a fumare e sorseggiando un lungo caffè turco -. Questa ennesima imposizione, questa idea della discendenza monarchica del potere, ha veramente dato uno schiaffo alle nostre coscienze. Altre volte c’erano stati focolai di rivolta, nel 2005 con gli scioperi a El Mahalla (località a 60 chilometri dal Cairo, ndr), nel 2008, anno in cui nacque il “Movimento del 6 aprile” che prende il nome dal giorno delle proteste. Ma adesso c’è qualcosa di più e di diverso: c’è l’esempio della Tunisia. Adesso sappiamo che è possibile». L’entusiasmo dello scrittore alla vigilia dell’appuntamento con la Storia sembra davvero incontenibile: «Domani – aggiunge profetico – sarà la società civile a scendere in piazza, ci sarà solo la “brava gente”, non ci saranno partiti né gruppi religiosi a mettere il cappello sulla manifestazione». E aveva ragione. I tanto temuti Fratelli musulmani, unico vero partito di opposizione a Mubarak, non hanno partecipato all’organizzazione della manifestazione né hanno aderito alle proteste fino al venerdì 28 gennaio. I primi quattro giorni di proteste sono stati dunque anche un test per misurare la forza della società civile laica e autoorganizzata e la risposta è stata fenomenale. Eppure solo la settimana prima il raduno indetto a favore della Tunisia sotto il Parlamento aveva raccolto solo alcune decine di “duri e puri”. E non erano in pochi a essere scettici prima della vigilia della manifestazione o perlo meno più cauti del fumettista.

Tra questi, un altro scrittore, una voce autorevole tra gli intellettuali cairoti, Khaled Al Khamissi, giornalista, sceneggiatore e produttore cinematografico, anche lui residente nella “Rive Gauche” del Nilo. Il suo libro Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, che in Egitto ha avuto 12 ristampe (pubblicato anche in Italia), racconta uno spaccato della società egiziana, vista dal basso, cioè dalla parte dei tassisti, tra le categorie più disagiate della metropoli: sono 80mila, guadagnano pochissimo e fanno una vita di inferno fra tasse da pagare e orari impossibili in mezzo al traffico più ingarbugliato del mondo. Eppure nel libro di Al Khamissi sono proprio i tassisti, novelli cantastorie, a essere detentori della saggezza popolare e a raccontare l’Egitto moderno con le sue contraddizioni sociali e culturali, con le sue tensioni e anche con i suoi lati di comicità e ironia tipica di questo Paese. Khaled dice che già all’epoca della prima stesura del libro (2006) era convinto che qualcosa stesse esplodendo, che qualcosa dovesse succedere perché la misura era già colma, ma poi niente. «Il tutto, cominciato con scioperi di lavoratori, operai e proteste diffuse, si è sgonfiato perché il regime di Mubarak è stato più furbo e strisciante di quello tunisino, offriva spiragli e aperture che impedivano al “pallone/società” di scoppiare. Dava un po’ di potere a tutti, ai musulmani, ai copti, si ergeva a paladino della laicità nei confronti dell’Occidente e allo stesso tempo finanziava i gruppi islamici più estremisti. Censurava i giornali ma ci permetteva di parlare liberamente per strada, impediva alcune pubblicazioni ma concedeva spazi televisivi a dibattiti politici». E aggiunge: «Ora però sarà sicuramente l’inizio di un cambiamento e un’era, quella del conservatorismo, dell’estremismo e della “bruttezza”, sta finendo qui come in tutta Europa. I giovani che pure qui sono nati sotto questo regime e sotto le leggi speciali di “emergenza” (in vigore dagli anni Ottanta, ndr) sono tanti, sono forti e vogliono libertà. Hanno una mentalità completamente diversa dalla nostra e grazie ai nuovi strumenti e le nuove tecnologie che hanno cambiato il loro modo di pensare, di vedere il mondo e di conoscere, cambieranno questo Paese. È solo questione di tempo». Il tempo è arrivato, nonostante gli scettici, e la Rivoluzione anche.

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Luci della città

| I viaggi del Sole | Febbraio 2011 | Khaled Al Khamissi |

I taxi, imprevedibili e indisciplinati. I quartieri cresciuti a dismisura. Le moschee e i musei a cielo aperto. Storie e memorie della capitale. Dall’alba al tramonto.

Non è mai facile parlare della relazione di una persona con la propria città: è un rapporto complicato, come quello tra un uomo e la propria famiglia. La città è una personalità vivente che si modifica a ogni istante, ma su una base storica molto forte. Figuriamoci, quindi, se si tratta del Cairo, dove sono nato nel 1962 e dove sono sempre vissuto, a parte i quattro anni trascorsi in Francia per il dottorato in Scienze politiche alla Sorbona. Come potrei pensare a tutti i ricordi relativi ai miei amici senza pensare anche, nel contempo, alla mia città? È impossibile. Mi sono innamorato molto presto del Cairo, della sua geografia e della sua storia: un amore a prima vista, si potrebbe dire. Camminavo nelle sue strade, per i suoi vicoli per scoprirne i segreti, e in quel modo leggevo e interpretavo le complicate vicende. Tanto che, in una delle mie letture preferite, quando avevo 12-13 anni, era L’origine dei nomi delle vie del Cairo… Dopodiché uscivo di casa e andavo alla ricerca di quelle strade. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il Cairo è una città millenaria, in cui si sono stratificati tanti cambiamenti, tante cultura e tante influenze.
Oggi potrei considerare la possibilità di vivere qualche periodo all’estero; l’ha anche fatto. Ma non sono convinto di riuscire psicologicamente a gestire questa lontananza per lungo tempo. Né sono in grado di immaginare quanto sofferenza comporterebbe per la mia anima profondamente cairota. È anche vero che la situazione politica è diventata insostenibile: la tensione sociale mi pesa sui polmoni, facendomi quasi soffocare. Il brutto e il degrado vincono ovunque. Negli ultimi anni la mia amata città è stata sfigurata. Innanzitutto il numero degli abitanti è aumentato in maniera spaventosa. Quando sono nato eravamo 3 milioni, per salire a 5 milioni negli Anni 70, a 8 milioni quando andavo all’università, mentre adesso ha superato i 18 milioni!
Per non parlare poi del nostro presidente Hosni Mubarak, al potere dal 1981 (ormai sono 30 anni!). Il suo regime ha fallito completamente nel progetto di sviluppo del Paese, e la nostra capitale è una testimonianza inequivocabile di questo insuccesso. La crescita di movimenti reazionari finanziati dai petroldollari non ha poi fatto altro che peggiorare la bruttezza della città. Per non parlare del tasso di inquinamento, dell’aria e delle acque, che è diventato davvero difficile da gestire. Per fortuna alcune cose sono rimaste immutate: il fascino del Nilo, le memorie, la bellezza interiore, il popolo egiziano con la sua grande civilizzazione… Lo stress, le rivoluzioni sociali possono provocare dei mutamenti nel temperamento, ma non nell’essenza delle persone. E gli egiziani restano contadini pacifici, dolci, tolleranti e anche un po’ imbroglioni, qualità essenziali forse per far fronte a dittature millenarie. Tutte queste cose messe insieme, in una tale città dai mille volti, per me sono irresistibili e mi attraggono come una calamita. Come il museo a cielo aperto di Saqqara, un’immensa necropoli che risale a quasi cinquemila anni fa, o il mercato delle fave sotto casa mia. Abbiamo tonnellate di simboli nei quali ci riconosciamo. La piramide di Cheope, il moulid (i festeggiamenti in onore di un santo o di un personaggio venerabile, a metà tra fiera e festa religiosa) di Sayyidna al-Hussein o quello di Sayyida Zeinab, la grande Moschea-Madrasa del Sultano Hassan, che può essere considerata come una sorta di piramide dell’architettura islamica. E poi, per riconciliarsi con la vita, che c’è di meglio di un giro in feluca sul Nilo al tramonto?
Ovviamente, consiglio anche di prendere il taxi e di fare due chiacchere con il conducente. Essere un tassista al Cairo non è un mestiere come altrove, è un modo per cercare di lavorare o almeno di aumentare le entrate mensili. I tassisti provengono da ogni angolo del paese e tra loro si possono trovare, con la stessa facilità, professori, medici, contabili o anche analfabeti. Rappresentano la classe sociale di chi ha problemi a sbarcare il lunario: praticamente l’80 per cento della popolazione egiziana. Per questo, farli parlare, in Taxi, è stato come dare la parola all’intera città, la vera protagonista, se vogliamo l’eroina, del libro. E anche nel più recente L’arca di Noè, seppure in negativo, c’è il Cairo: rappresenta la grotta in cui cadono tutte le personalità, desiderose di scappare via, magari in America, per evitare la catastrofe.

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Egitto, la rivolta prevista in un fumetto

Il 25 gennaio 2011 la società civile egiziana manifesta per le strade dell’Egitto come mai si era visto negli ultimi 30 anni. In contemporanea con le manifestazioni che stanno sconvolgendo il mondo arabo, la casa editrice “il Sirente” pubblica il primo graphic novel del mondo arabo Metro” di Magdy El Shafee, che catapulta il lettore negli scontri tra polizia e manifestanti nelle piazze del Cairo e denuncia le ingiustizie, la corruzione, l’oppressione che il popolo egiziano subisce ogni giorno.

Romanzo a fumetti, ambientato al Cairo, nel bel mezzo dell’insicurezza che investe la sfera finanziaria, ma non risparmia neanche quella sociale. Il protagonista è il signor Shihab, un software designer che, non riuscendo a pagare il debito contratto con uno strozzino, organizza una rapina in banca per risolvere definitivamente i problemi finanziari. Per realizzare l’impresa si avvarrà della complicità dell’amico Mustafà il quale lo lascerà a bocca asciutta e fuggirà con la refurtiva.
“Metro” è un thriller, una storia d’amore e un romanzo politico metropolitano che si anima dietro le quinte e nei sotteranei dell’affascinante e decadente Cairo.

Oltre a “Metro” la casa editrice il Sirente ha proposto un affresco dell’Egitto contemporaneo attraverso la sua letteratura più innovativa: dal best-seller Taxi” dell’autore Khaled Al Khamissi dove si raccontano gli ultimi 30 anni di storia egiziana attraverso le voci sagaci dei tassisti cairoti, ai sogni fantastici dei giovani egiziani raccontati dal blogger Ahmed Nàgi nel suo “Rogers, passando per l’oppressione descritta dalla dissidente Nawal al-Sa’dawi nel suo ultimo lavoro “L’amore ai tempi del petrolio.

“Non ci bastano i cambiamenti decisi da Mubarak – afferma Magdy El Shafee in un’intervista da piazza Tahrir al Cairo, dove partecipa alle manifestazioni – non ci basta la nomina di Omar Suleiman come suo vice. Entrambe fanno parte dello stesso governo di corrotti. Noi vogliamo un cambiamento vero”. Il Cairo, 29 gen. – (Adnkronos/Aki)

L’anziano rai’s Hosni Mubarak, con il suo sistema, ”ha ucciso i sogni dei giovani egiziani: per il futuro vogliamo piu’ sogni e meno corruzione”, afferma Khaled Al Khamissi. Il Cairo, 29 gen. – (Adnkronos/Aki)

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Egitto: scrittore Al Khamissi, Mubarak ha ucciso i nostri sogni

| AKI ADNKronos | Sabato, 29 gennaio 2011 |

L’anziano raìs Hosni Mubarak, con il suo sistema, ”ha ucciso i sogni dei giovani egiziani: per il futuro vogliamo piu’ sogni e meno corruzione”. Tra sogni infranti e speranze Khaled Al Khamissi, trai piu’ noti scrittori egiziani contemporanei, fino a ieri in piazza al Cairo a manifestare contro Mubarak insieme a migliaia di connazionali, parla ad AKI – ADNKRONOS INTERNATIONAL di ”cambiamenti tardivi” con cui Mubarak, dopo giorni di proteste, ha risposto alle richieste dei manifestanti egiziani: cambiamenti giudicati ”non sufficienti”. E, quindi, ”presto finirà l’era Mubarak”.
Khamissi si dice convinto che ”se non sarà oggi e neanche domani, e’ solo questione di settimane o di qualche mese”. ”La storia della famiglia Mubarak alla presidenza dell’Egitto è già finita”, prosegue l’autore di ‘Taxi. Le strade del Cairo si raccontano‘, sottolineando come questa sia la ”conquista della rivoluzione” egiziana. Ma Mubarak non è solo una persona, è anche un sistema. E a questa osservazione, Al Khamissi risponde con la triste constatazione che ”purtroppo il sistema continuerà” a funzionare, almeno per un certo tempo, in modo simile a quello del passato. Tuttavia, afferma, la speranza e’ che ”almeno sparisca la corruzione, perche’ sinora c’è stato al potere un sistema completamente corrotto”.

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“Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” alla settima edizione di Terra Futura, Fortezza da Basso, Firenze, 28-30 maggio 2010

 

 

 

 

| Domenica 30 Maggio | Ore 11.00-12.00 | Stand COSPE |

Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”, Editrice il Sirente, 2008
Letture tratte dal libro “Taxi”, dedicato «alla vita che abita nelle parole della povera gente», un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani sono degli amabili cantastorie che, con disinvoltura, conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni.
A cura di COSPE
Sarà presente il traduttore del libro ERNESTO PAGANO con JAMILA MASCAT, curatrice rubrica Italieni di Internazionale

Terra Futura è una grande mostra-convegno strutturata in un’area espositiva, di anno in anno più ampia e articolata, e in un calendario di appuntamenti culturali di alto spessore, tra convegni, seminari, workshop; e ancora laboratori e momenti di animazione e spettacolo.
Terra Futura vuole far conoscere e promuovere tutte le iniziative che già sperimentano e utilizzano modelli di relazioni e reti sociali, di governo, di consumo, produzione, finanza, commercio sostenibili: pratiche che, se adottate e diffuse, contribuirebbero a garantire la salvaguardia dell’ambiente e del pianeta, e la tutela dei diritti delle persone e dei popoli.
È un evento internazionale perché intende allargare e condividere la diffusione delle buone pratiche a una dimensione globale; perché internazionali sono i numerosi membri del suo comitato di garanzia, la dimensione dei temi trattati e i relatori chiamati ad intervenire ai tavoli di dibattito e di lavoro; infine, perché lo sono i progetti e le esperienze presenti o rappresentati ampiamente nell’area espositiva, che ospita realtà italiane ed estere.
Numerosi e importanti i consensi raccolti negli anni. Oltre 87.000 i visitatori dell’edizione 2009, 600 le aree espositive con più di 5000 enti rappresentati; 250 animazioni, 200 gli eventi culturali in calendario e 800 i relatori presenti, fra esperti e testimoni di vari ambiti di livello internazionale.

La settima edizione di Terra Futura si svolgerà sempre alla Fortezza da Basso, a Firenze, dal 28 al 30 maggio 2010.

ORARI:
venerdì ore 9.00-20.00
sabato ore 9.30-21.00 (eventi e spettacoli fino alle ore 24.00)
domenica ore 10.00-20.00

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Giovane, urbano e ribelle. Il nuovo romanzo arabo

| Liberazione | Domenica 4 aprile 2010 | Gu.Ga. |

«Lo sai? Io ho un grande sogno. Vivo per quel sogno. (…) Lo sai qual è il mio sogno? Che io, dopo quattro anni, prendo un taxi tutto per me e guido fino al Sud Africa per andare a vedere la Coppa del Mondo. Metto insieme una piastra dopo l’altra per quattro anni e poi parto alla scoperta del continente africano».
Benvenuti al Cairo, la città dei tassisti. Sui “tassinari” della capitale egiziana circolano leggende, perfino il loro numero non è certo, si è sviluppato un vero e proprio genere musicale e è cresciuta una nuova narrazione metropolitana. Sfrecciando, o per meglio dire spostandosi pazientemente da un ingorgo all’altro, i taxi egiziani rappresentano però tutta la vivacità delle nuove società arabe, decisamente in corsa verso il futuro. Un’emergenza culturale che nel nostro paese hanno colto tra gli altri alcuni editori che hanno deciso di consacrare buona parte del proprio lavoro e delle proprie attenzioni a quanto di interessante viene prodotto nella sponda meridionale del Mediterraneo. Come la collana Altriarabi dell’Editrice il Sirente che ha pubblicato nel 2008 Taxi. Le strade del Cairo si raccontano (pp. 192, euro 15,00) di Khaled Al Khamissi, bestseller egiziano consacrato al mito dei tassisti, ma anche L’amore ai tempi del petrolio (pp. 140, euro 15,00) di Nawal al-Sa’-dawi, una delle più note e celebrate scrittrici e femministe egiziane. O come le edizioni Epoché, che vantano un ricco catalogo dedicato in gran parte alla narrativa dell’Africa sub-sahariana ma dove trovano spazio anche diversi titoli provenienti dai paesi arabi. E’ il caso di Che il velo sia da sposa! (pp. 204, euro 15,00) dell’egiziana Ghada Abdel Aal che racconta le peripezie di una giovane donna “a caccia di marito”. O della raccolta postuma del grande poeta palestinese Mahmud Darwish, scomparso due anni fa, Come fiori di mandorlo o più lontano (pp. 148, euro 13,50), uscita da qualche giorno.
Ghada Abdel Aal ha trent’anni, fa la farmacista al Cairo e alla base del suo libro c’è il blog che aveva lanciato qualche anno fa, intitolato “Voglio sposarmi”, dove aveva annotato minuziosamente, e senza risparmiare ironia, il profilo dei suoi pretendenti e la pressione della famiglia perché lei trovasse un marito. Quel suo diario online aveva raccolto un tale successo da spingere una case editrice cairota a chiederle di trasformarlo in un racconto. Che il velo sia da sposa! restituisce ora tutta la freschezza e il gusto per il paradosso che hanno fatto parlare di questa giovane egiziana come della “Bridget Jones del mondo arabo”: « Prendete una penna e un bloc-notes, perché sto per lanciarvi una sfida importante: Elencate cinque aspetti in comume tra zia Shukriyya e al Qaeda. (…) Primo: entrambi – sia che li approviate o che li biasimiate (e, per inciso, se è possibile che qualcuno approvi al Qaeda, zia Shukriyya proprio no, è impensabile!) – compiono azioni che hanno come risultato finale esplosioni, distruzione e di solito anche spargimento di sangue».
Khaled Al Khamissi, classe 1962, è stato a lungo giornalista prima di dedicarsi soprattutto alla letteratura. In Taxi ha raccolto aneddoti e storie ascoltate dai tassiti del Cairo tra il 2005 e il 2006 che compongono una sorta di fotografia dell’Egitto di oggi, visto che, come spiega l’autore, «costoro detengono un’ampia conoscenza della società, perché la vivono concretamente sulla strada». Anche in questo caso il racconto della nuova realtà del mondo arabo passa per l’ironia: «Molto spesso mi capita di andare con tassisti che non conoscono bene i percorsi né i nomi delle strade… tuttavia, questo qui si fregiava dell’onore di non conoscere nessuna strada eccetto, naturalmente, quella di casa sua».

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Regole? Neanche il tassametro

| il Giornale | Venerdì 12 dicembre 2008 |

Guidano come matti, usano le mani e non i semafori per imporsi nel folle traffico del Cairo, e non hanno il tassametro. Ognuno di loro ha una storia da raccontare, come nel best seller di Khalid Al Khamissi, «Taxi», che dipinge la città conle parole dei suoi tassisti.

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On a Journey

AlSaudiArabia.com | Venerdì 12 dicembre 2008 |

Taxi is the most recent novel to create a stir on the Egyptian literary scene. The book was the talk of the town when it was published in January 2007 and within a few months, it had sold some 20,000 copies, an astonishing number in a country where novels rarely sell more than 3,000 copies.
Various factors have undoubtedly contributed to its success. First, the book is written in colloquial Arabic which the average Egyptian can easily relate to; second, it addresses burning issues plaguing Egyptian society and finally, the form of the book resembles a collection of newspaper articles. Critics have dubbed this style journalistic fiction. Yet, the author, Khaled Al Khamissi, insists on the literary aspect of his work.
Taxi is basically a collection of 58 short stories and each story takes the form of a fictional dialogue with one of Cairos 80,000 cab drivers. The author, Khaled Al Khamissi, clearly states that he has never recorded anything and that Taxi is not reportage or journalism. Yet, he has written with such gusto, sincerity and realism that readers take these fictional dialogues as the real thing.
A number of pertinent issues are brought up by the taxi drivers. Education is mentioned on several occasions. During one encounter, a cabbie criticizes free education: I tell you, he cant write his own name. You call that a school? Thats what free education brings you. Education for everyone, sir, is a wonderful dream but, like many dreams, its gone, leaving only an illusion. On paper, education is like water and air, compulsory for everyone, but the reality is that rich people get educated and work and make money, while the poor dont get educated and dont get jobs and dont earn anything.
Speaking on the same subject, another driver also agrees that children dont learn a thing in school. He believes that the only motto nowadays is Get smart, make money because ninety percent of people live off business and not from anything else.
Egyptians, Cairenes especially, are known for their sense of humor, but there are times when people are so heavily loaded with problems that they fall apart. In an emotional encounter with a driver and his brother, the author shows us how acute financial problems crush poor people: I was surprised to find that the man, in front of me next to the driver, was silently weeping. He was a brown-skinned giant with a bushy moustache. The calm was as thick as his moustache…The only sound was the intermittent and irregular breathing of the giant as he wept. In our society it is a rare enough occurrence to see a man crying. To see a giant from southern Egypt crying is something you could put in the Guinness Book of Records, writes Al Khamissi.
The author, who he is also a producer, film director and journalist, studied political science at the Sorbonne. His interest in sociology and anthropology is very evident in Taxi. In fact, many have read it as a work of urban anthropology. Galal Amin, an economist and sociologist at the American University in Cairo describes the book as an innovative work that paints an extremely truthful picture of the state of Egyptian society today as seen by an important social sector.
Khaled Al Khamissi has chosen to talk to taxi drivers because they represent one of the barometers of the unruly Egyptian street. They also come from all walks of life: Some are illiterate and others hold masters degrees. But all of them have in common a job which is physically exhausting and undermines their nervous systems.
Foreign readers unfamiliar with Egyptian policies might not understand some of the issues addressed by the taxi drivers. However, after reading this lively series of different drivers experiences, it is possible to understand how Egyptian policies are affecting the lives of the poor. Taxi drivers all over the world and Egypt is no exception meet an endless mix of people. These daily contacts give them a unique knowledge of the society they live in. Through the conversations they hold, they reflect an amalgam of points of view which are most representative of the poor in Egyptian society. It must be said that often I see in the political analysis of some drivers a greater depth than I find among a number of political analysts who pontificate far and wide. For the culture of this nation comes to light through its simple people, and the Egyptian people really are a teacher to anyone who wishes to learn, says Al Khamissi.
Together with The Yacoubian Building by Alaa El Aswani and Being Abbas El Abd by Ahmed El Aidy, Taxi has helped revive the habit of reading in Egypt. More than just a series of conversations, the novel offers a colorful and realistic slice of contemporary Egyptian life.

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Taxi – Khaled Al Khamissi

Lo Scirocco | Lunedì 1 giungo 2009 |

Taxi getta il lettore direttamente in mezzo alle strade del Cairo, tra il chiasso, il caldo e la folla. L’Autore ci riporta le sue mille conversazioni con altrettanti tassisti. Ne esce una raccolta di ministorie (una o due pagine ciascuna) dal linguaggio popolare, dialettale, semplice e incisivo. Tassisti di tutte le età raccontano i propri problemi quotidiani all’Autore, stendendo un preciso ritratto della vita in Egitto, di usi e costumi visti dal basso. Qualcuno si lancia in apprezzamenti o recriminazioni sui presidenti passati e presente, sulla politica locale, ma anche internazionale. C’è il punto di vista degli egiziani sulla guerra in Iraq, in Israele, e in generale sulla situazione politica del Medio Oriente, ma anche quello che pensano degli Stati Uniti. Allo stesso tempo si manifesta la situazione del popolo egiziano, impoverito, disilluso e stanco: tassisti costretti a lavorare giorno e notte; donne che passano il tempo a mettere e a togliere il velo a seconda della destinazione; le giornate perse dietro a una burocrazia infinita e alla corruzione dilagante e manifesta. La sezione centrale di foto a colori del Cairo e la mappa della città immergono ancora di più il lettore nell’atmosfera della capitale. Il risultato è molto piacevole. Per chi vuole conoscere un punto di vista diverso su egiziani in particolare, e arabi in generale.

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Al Ghitani: Oggi c’è vera democrazia

Il Denaro | Martedì 28 luglio 2009 | Al-Ghitani |

”In Egitto, almeno sul piano culturale esiste una vera democrazia. Oggi, infatti, chi scrive puo’ criticare liberamente il potere. Sotto Gamal Abd el-Nasser o durante il governo di Anwar al-Sadat, invece, vergare una sola riga contro il regime poteva costare la libertà”. La pensa cosi’ lo scrittore egiziano Gamal Al-Ghitani, fondatore e direttore dal 1993 del settimanale Akhbar al-Adab (Notizie letterarie), una delle riviste letterarie piu’ autorevoli del mondo arabo, che ha lanciato autori noti anche in Occidente come Ala Al-Aswani (Palazzo Yacoubian, 2006, Feltrinelli). Classe 1945, personaggio poliedrico, Al-Ghitani inizia come disegnatore di tappeti (oggi e’ considerato uno dei massimi esperti), per poi diventare giornalista del quotidiano Akhbar al-Yawm e seguire come corrispondente di guerra i conflitti arabo-israeliano (dal ’68 al ’73), libanese e iracheno-iraniano. ”Il panorama letterario egiziano di questi anni – afferma – e’ molto cambiato. Negli anni ’60 venivamo arrestati, come lo fui io, tra il ’66 e il ’67, per avere criticato il regime nasseriano”. I giovani autori di oggi, prosegue, hanno coraggio, sono prolifici e hanno introdotto nuovi stili. La letteratura, dice Al-Ghitani, ha fatto un balzo in avanti. ”Si parla di sesso e della situazione sociale in cui versa il Paese, si racconta la periferia e la vita nelle campagne”. Quel che manca, pero’, e’ la critica letteraria, ”perche’ il livello culturale del Paese e’ basso”. Al pari di Naghib Mahfuz, che lo incoraggio’ a intraprendere la strada della scrittura, anche Gamal Al-Ghitani e’ un ‘cronista del Cairo’. A lui si deve l’introduzione del romanzo storico, di cui il libro-denuncia contro la tirannia e l’oppressione ‘Zayni Barakat. Storia del gran censore della citta’ del Cairo’, e’ un esempio (1997, Giunti editore). Figura predominante nel panorama letterario egiziano, nessun autore egiziano sembra potere superare il paragone con il premio Nobel Mahfouz. ”Scrittori come lui non ve ne sono, ma ne esistono di molto bravi”, fa notare Al-Ghitani. ”Sono comparsi – dice pero’ – tanti autori leggeri, i cui libri, supportati da una grande distribuzione, ma privi di alcun valore letterario, diventano best-seller”. Testi, sostiene, ”che durano quanto un Kleenex: come ‘Taxi‘ di Khaled Al Khamissi (2008, Il Sirente) o a ‘La prova del miele’ (2008, Feltrinelli) della siriana Salwa al-Neimi”. Scritti che vendono molto bene anche in Occidente. ”Al-Neimi – rimarca sarcastico – ha avuto una distribuzione piu’ importante di Mahfouz, ma questo non significa certo che scriva come lui”.

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Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi

Popoli | Agosto/Settembre 2009 | Fondazione Culturale San Fedele |

Un vecchio giornalista italiano che aveva girato il mondo come inviato speciale amava ripetere: «Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi. I taxisti hanno il polso della società in cui vivono, conoscono tutti e tutto». Come il cronista, l’A. di questo saggio ha scelto le voci dei taxisti per ricostruire le fitte trame della società del Cairo (Egitto). Nel suo libro ha raccolto 58 storie brevi dalle quali emergono i sogni, le passioni, i ricordi, le avventure dei cittadini della capitale egiziana. Una sorta di affresco realizzato con il taglio giornalistico di un reportage. Il libro è uno dei più venduti non solo in Egitto, ma nell’intero mondo arabo.

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Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”

Cronache da Thule | Mercoledì 29 luglio 2009 | Luca Rota |

Analfabeti e diplomati, sognatori e falliti, taciturni e loquaci, chi racconta barzellette e chi commenta la situazione in Iraq. E’ la variegata galleria di tipi e personaggi in cui capita di imbattersi salendo su un taxi al Cairo, e le cui voci vengono ora raccolte in un libro pubblicato da poco in Egitto e diventato presto un successo,”Taxi” (Conversazioni in tragitto), del giornalista e regista Khaled al Khamissi. Il libro raccoglie in 220 pagine 58 racconti-monologo che hanno la voce degli autisti di taxi del Cairo: storie tratte dalla realtà, ma romanzate, e raccontate in un linguaggio colloquiale, che differisce molto dalla lingua letteraria usata dalla maggior parte degli scrittori egiziani, e che forse costituisce il segreto del successo di questo libro. Il volume, pubblicato a inizio gennaio, dopo tre mesi aveva già venduto 20mila copie e ora è già stato ristampato tre volte. I tassisti protagonisti di questo libro sono assai differenti, sognatori e filosofi, misogini e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici con quell’ironia così particolare dei cairoti magistralmente descritta dallo scrittore Albert Cossery, ma accomunati da uno stesso destino: quello di dover lottare quotidianamente per farsi strada, nel senso letterale della parola, in un mondo rumoroso e caotico. Nei confronti di questa categoria spesso poco amata e stigmatizzata dagli abitanti del Cairo, l’autore non nasconde di nutrire una particolare simpatia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Khamissi ricorda quello che spesso i clienti di un taxi al Cairo dimenticano, ovvero che i tassisti appartengono per lo più a categorie sociali tra le più bistrattate economicamente, i loro nervi sono messi alla prova dal caos delle strade del Cairo, una metropoli bellissima ma inquinata e polverosa formicolante di oltre 16 milioni di abitanti, attraversata ogni giorno in totale da 22 milioni di persone, in macchina, autobus e metropolitana ma anche su carretti trainati da asini e vesponi Piaggio. Con un sottofondo perenne di clacson e una sorprendente commistione tra città, campagna e deserto. Lo descrive bene, l’autore, il loro inferno: “E’ un mestiere sfiancante, lo stare sempre seduti in automobili poco confortevoli distrugge le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo demolisce il loro sistema nervoso, i perenni imbottigliamenti li sfiniscono nervosamente e il correre dietro il loro sostentamento – correre nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi. Aggiungete a questo le trattative e le litigate con i clienti per il prezzo da pagare in assenza di tachimetri, e il tormento dei poliziotti che li inseguono…”. L’autore si sofferma anche sulle loro riflessioni sul proprio Paese, i giudizi sui dirigenti, le critiche alla corruzione dei poliziotti, le molte parole che quasi tutti spendono sulla situazione in Iraq e sull’America: ne risulta una sorta di documento sulla vita quotidiana del Cairo, composto da porzioni di reale che non corrispondono nè all’immagine mostrata ai turisti, nè a quella fornita dalla produzione letteraria o cinematografica.

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Il prossimo faraone

Europa | Lunedì 24 luglio 2009 | Azzura Meringolo |

C’è traffico al Cairo, sempre e ovunque. I tassisti, per intrattenere i clienti spazientiti, raccontano barzellette. Sono talmente tante che c’è chi, come Khaled al Khamissi, le ha raccolte e c’ha fatto un libro.
Il titolo non poteva essere che Taxi. Uno dei personaggi più gettonati, nei racconti degli autisti, è la madre del presidente egiziano Hosni Mubarak, morta in un incidente stradale alla veneranda età di 104 anni.
Sangue longevo quello che scorre nelle vene dell’ottantunenne leader egiziano, che nel 2011, data nella quale scadrà il suo ennesimo mandato, avrà tagliato il traguardo dei trent’anni al vertice dello stato.
Nessuna legge gli vieterebbe di candidarsi per la sesta volta, ma Hosni pare comunque affaticato. Talmente affaticato che non è riuscito neanche ad andare ad accogliere il presidente Barack Obama all’aeroporto del Cairo, quando l’inquilino della Casa Bianca ha visitato l’Egitto, lo scorso giugno.
Secondo indiscrezioni trapelate dai media egiziani in questi giorni, Mubarak, poi, si sarebbe sottoposto a un intervento alla schiena, nel corso della recente visita in Francia. Una sortita chirurgica camuffata da visita di stato, insomma.
La stanchezza e gli acciacchi non hanno fatto che rinnovare il dibattito sulla salute del capo dello stato, già scattato dopo la recente morte di suo nipote, il giovane figlio del primogenito Alaa. Dopo il lutto, il raìs era sprofondato nella tristezza più cupa, sospendendo ogni attività per una ventina di giorni e portando in molti a parlare della questione della successione.
Da allora le ipotesi si rincorrono e c’è chi teme che qualora la provvidenza privasse l’Egitto della sua storica guida, si creerebbe un vuoto pericoloso.
Il dossier sulla successione a Mubarak è stato a lungo un tabù. È per questo motivo che sorprende che sull’argomento, da poco, sia stato realizzato anche un sondaggio. Se gli egiziani fossero chiamati a scegliere il successore del raìs, la sfida principale – così si pronunciano i cittadini – sarebbe tra suo figlio Gamal (a lui il 21 per cento delle preferenze) e Ayman Nour, il noto dissidente liberale uscito di recente dal carcere (24 per cento).
Non c’è dubbio che nelle intenzioni del clan Mubarak, Gamal, attualmente terzo uomo più importante del Partito nazionale democratico (la formazione presidenziale), sia il candidato per eccellenza e da anni gli è stata spianata la strada per poter giungere alla presidenza.
Ma ciò non significa che la poltrona di Gamal sia scontata. Secondo Michele Dunne, esperta dell’Arab Reform Bullettin, ci sarebbero almeno tre fattori a impedire l’avvicendamento padre-figlio. Innanzitutto gli egiziani non accetterebbero volentieri l’idea stessa dell’ereditarietà. Cosa più preoccupante è che il rampollo non godrebbe del supporto dei militari. Sarebbe infatti il primo presidente dell’Egitto post-monarchico non uscito dalle fila dell’esercito e alcuni alti ufficiali riterrebbero che Gamal non riuscirà a salvaguardare i loro interessi e che non sia un leader abbastanza forte da mantenere l’Egitto stabile e sicuro.
Storia diversa quella di Ayman Nour, che nel 2004 ha fondato il partito al Ghad (il domani), una formazione liberale e riformista attenta a conciliare la sicurezza con i diritti umani. Il regime si accorge presto di lui e già nel 2005 lo sbatte in carcere, prima di partecipare alle elezioni presidenziali dove ottiene un lusinghiero (per gli standard egiziani) sette per cento. Nel giro di qualche settimana Nour viene nuovamente incarcerato con l’accusa di frode, ma non si arrende e la scorsa estate scrive a Barack Obama, all’epoca candidato democratico alla Casa Bianca, che prende a cuore la sua storia. Quando grazie alle pressioni statunitensi viene rilasciato, annuncia la sua candidatura alle prossime elezioni presidenziali. Ma ciò gli costa una serie di persecuzioni e aggressioni da parte del regime, che teme l’appeal che la sua storia esercita nel contesto internazionale.
Ayman Nour, tuttavia, non spaventa troppo il giovane Mubarak, che deve piuttosto preoccuparsi di Omar Suleiman, capo dei servizi di sicurezza egiziani, descritto da Foreign Policy come il più potente capo dell’intelligence nel contesto mediorientale. La sua popolarità non è comunque alla stelle, eppure Dalia Ziada, conosciuta attivista e blogger egiziana, sottolinea che se il suo nome compare tra le ipotesi è perché la vera domanda, irrisolta, è la posizione che le forze armate assumeranno sulla successione.
E Suleiman, dall’alto della sua carica, potrebbe calare buone carte. In più può contare sulla fiducia di Mubarak (ha aiutato il presidente a reprimere l’opposizione islamista) e sul fatto che è stato un mediatore essenziale nell’attivare canali di dialogo tra Israele e Hamas, nonché sul rispetto che gli accordano molti membri del partito di governo e altri esponenti delle élite nazionali.
Tecnicamente però la sua posizione non è semplice.
Qualora Mubarak liberasse la poltrona, ogni partito potrebbe presentare alle presidenziali un solo candidato e visto che Gamal è il più papabile tra i ranghi del Partito nazionale democratico, Omar Suleiman dovrebbe, se volesse aspirare alla presidenza, correre come indipendente.
C’è infine una quarta ipotesi, a complicare il quadro della successione. Un’ipotesi che riguarda la fratellanza musulmana (Ikhwan). Il 17 per cento degli egiziani, infatti, si schiera a favore di Isam Arayn, esponente del movimento islamico. Sebbene la costituzione vigente precluda la formazione di qualsiasi partito che si basi sulla religione e quindi impedisca alla fratellanza di competere a livello elettorale, le autorità hanno alzato la guardia e, come ha lasciato intendere il settimanale Ahrah Hebdo, l’intensificazione della pressione sui fratelli musulmani – lo scorso giugno alcuni degli uomini più conosciuti dell’Ikhwan sono stati arrestati – indurrebbe a pensare che il regime vede in loro una temibile mina vagante.

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Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

Il Denaro n. 109 | Venerdì 8 giugno 2007 |

Analfabeti e diplomati, sognatori e falliti, taciturni e loquaci, chi racconta barzellette e chi commenta la situazione in Iraq. E’ la variegata galleria di tipi e personaggi in cui capita di imbattersi salendo su un taxi al Cairo, e le cui voci vengono ora raccolte in un libro pubblicato da poco in Egitto e diventato presto un successo,”Taxi” (Conversazioni in tragitto), del giornalista e regista Khaled al Khamissi. Il libro raccoglie in 220 pagine 58 racconti-monologo che hanno la voce degli autisti di taxi del Cairo: storie tratte dalla realtà, ma romanzate, e raccontate in un linguaggio colloquiale, che differisce molto dalla lingua letteraria usata dalla maggior parte degli scrittori egiziani, e che forse costituisce il segreto del successo di questo libro.
Il volume, pubblicato a inizio gennaio, dopo tre mesi aveva già venduto 20mila copie e ora è già stato ristampato tre volte. I tassisti protagonisti di questo libro sono assai differenti, sognatori e filosofi, misogini e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici con quell’ironia così particolare dei cairoti magistralmente descritta dallo scrittore Albert Cossery, ma accomunati da uno stesso destino: quello di dover lottare quotidianamente per farsi strada, nel senso letterale della parola, in un mondo rumoroso e caotico. Nei confronti di questa categoria spesso poco amata e stigmatizzata dagli abitanti del Cairo, l’autore non nasconde di nutrire una particolare simpatia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Khamissi ricorda quello che spesso i clienti di un taxi al Cairo dimenticano, ovvero che i tassisti appartengono per lo più a categorie sociali tra le più bistrattate economicamente, i loro nervi sono messi alla prova dal caos delle strade del Cairo, una metropoli bellissima ma inquinata e polverosa formicolante di oltre 16 milioni di abitanti, attraversata ogni giorno in totale da 22 milioni di persone, in macchina, autobus e metropolitana ma anche su carretti trainati da asini e vesponi Piaggio. Con un sottofondo perenne di clacson e una sorprendente commistione tra città, campagna e deserto. Lo descrive bene, l’autore, il loro inferno: “E’ un mestiere sfiancante, lo stare sempre seduti in automobili poco confortevoli distrugge le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo demolisce il loro sistema nervoso, i perenni imbottigliamenti li sfiniscono nervosamente e il correre dietro il loro sostentamento – correre nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi.
Aggiungete a questo le trattative e le litigate con i clienti per il prezzo da pagare in assenza di tachimetri, e il tormento dei poliziotti che li inseguono…”. L’autore si sofferma anche sulle loro riflessioni sul proprio Paese, i giudizi sui dirigenti, le critiche alla corruzione dei poliziotti, le molte parole che quasi tutti spendono sulla situazione in Iraq e sull’America: ne risulta una sorta di documento sulla vita quotidiana del Cairo, composto da porzioni di reale che non corrispondono nè all’immagine mostrata ai turisti, nè a quella fornita dalla produzione letteraria o cinematografica.

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L’Iran si sta laicizzando?

Il cuore del mondo | Venerdì 19 giugno 2009 | Ambrogio |

L’Iran si sta laicizzando?
Non credo. Esiste una nuova generazione di musulmani che cresce e che alla morte di Khomeini (1989-ultima fatwa contro Salman Rushdie, autore dei Versi Satanici) avevano pochi anni o addirittura non erano nemmeno nati.
A Khomeini, da qualsiasi punto lo si voglia considerare, non si può togliere che è stato con la sua vita il perno centrale della radicalità dell’Islam in quel paese. Un personaggio a suo modo irripetibile.
Per questo non leggo nei fermenti di questi giorni post-elettorali in Iran una voglia di laicità.
Vedo soltanto una voglia di Islam meno radicale.
Buono che ci sia.
Meno notizie in questo senso ci vengono dal mondo arabo/sunnita. Nei mesi scorsi una donna era entrata per la prima volta come sottosegretario all’istruzione(non ricordo se in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi, ma mi sembra sia la prima), segno minimo e credo solo di facciata.
Più pericoloso per il mondo Occidentale il granitico mondo Arabo Sunnita.
Ma non credo l’esultanza dei giocatori rivolgendosi alla mecca influenzerà il rapporto tra occidente e L’Islam in generale.
Insomma erano giocatori di palloni, non sceicchi(al soldo straniero)che incitano alla guerra santa.
L’Egitto?
Per chi voglia capire come funziona in Egitto, tra Musulmani, Copti ed altro, e dove noi andiamo a rinchiuderci in quei recinti di vacanza che è Sharm el Sheik, consiglio di leggere il libro di Khaled Al Khamissi, Taxi a cui allego un breve copia e incolla: “Si tratta di un articolata e divertente… critica” della società e della politica in Egitto, dice al Cairo Press, Mark Linz, direttore dell’Università Americana, che pubblica ora una serie di libri di letteratura araba in lingua inglese. ” è unico perché utilizza l’umorismo. Per delle questioni che gli egiziani tendono a prendere molto sul serio”.
Khamissi dice di non essere un’analista, ma molti dicono che la popolarità del libro viene dal fatto che “ognuno si ritrova nel libro [quando hanno letto il libro.] Ogni lettore ci legge la propria esperienza.
L’autore è lo stesso di cui parlavo nel tema precedente da Lei proposto e che aveva paragonato il discorso di Obama a Il Cairo quasi fosse un discorso fatto dal Papa.

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Prima di addormentarmi ho finito di leggere “Taxi” di Khaled Al Khamissi

Lizzie’s coffeshop | Martedì 21 luglio 2009 | aucklandergirl |

prima di addormentarmi ho finito di leggere “Taxi” di Khaled Al Khamissi, una raccolta di brevi storie ambientate al Cairo da tassisti, che raccontano delusioni, speranze, amori, intrighi sul Paese e che rappresentano un vero e proprio trattato di sociologia urbana . Peccato che per motivi di sicurezza l’autore si sia auto censurato e peccato pure non essere stata in grado di leggere la versione originale del libro in arabo (anche se le versioni inglesi ed italiana hanno reso bene il concetto..uno spaccato di vita quotidiana in un Paese dove sembra sia possibile trovare soddisfazioni nella sfera privata, visto che le istituzioni son indifferenti a qualsiasi cosa).
In alcuni punti tragico, in altre comico, ma senza dubbio…intrigante 🙂

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DIARIO EGIZIANO/3 – Un premio per il sermone dell’anno

La Stampa | Venerdì 5 giugno 2009 | Khaled Al Khamissi |

Una piccola protesta di cinque persone ha avuto luogo al Cairo prima che Obama pronunciasse il suo discorso all’Universita’. E’ curioso il fatto che la polizia abbia acconsentito loro di avvicinarsi all’ateneo, mentre tutte le strade erano sbarrate. Come hanno potuto? La risposta e’ semplice, erano americani: erano venuti da Gaza per manifestare e attirare l’attenzione di Obama sulla tragedia palestinese. Obama ha difeso eroicamente i diritti del popolo palestinese: devo esserne contento. Ha utilizzato un linguaggio idealista parlando di un futuro prossimo in cui noi attueremo la visione di Dio qui sulla terra vivendo in pace e armonia in un mondo senza armi nucleari, dove il soldato Usa tornera’ in patria e ogni uccello vivra’ nel suo nido felice, nel suo stato. Obama ha chiesto ai giovani di non restare prigionieri del passato, di forgiare un futuro dove regni la pace e con questo – credo – ha chiesto di dimenticare la storia dell’umanita’ per rivolgersi al mondo fantastico di Disneyland. Ha citato versi del Corano, del Talmud, della Bibbia. Ha parlato come se vivessimo prima del Rinascimento citando le religioni e non le nazioni moderne. E’ venuto nel mondo arabo per parlare ai musulmani e non agli arabi, come se qui non esistessero altre religioni, oppure formazioni laiche che risalgono ai primi anni del secolo scorso. Nel 1919 scoppio’ in Egitto una rivoluzione per l’indipendenza il cui motto era «la fede e’ per Dio e la patria per tutti», e i cui leader edificarono l’Universita’ del Cairo nel 1908. Cento anni dopo in quell’Universita’ e’ venuto un presidente americano a parlarci di fede per tutti e di una patria che non c’e’. Obama ha esordito con una serie di lodi e poi ha fissato alcuni punti nodali: primo, il terrorismo, la cui origine e’ da individuare in Al Qaeda e nei Taleban, senza menzionare chi li ha creati, armati e finanziati. Non ha spiegato che gli Usa, durante il loro scontro con l’Urss in Afghanistan, crearono Al Qaeda e i Taleban e finanziarono i movimenti islamisti in tutto il mondo arabo per combattere il comunismo e impedire l’avanzata del laicismo arabo. Secondo, ha parlato della tragedia palestinese ma non ha menzionato chi esercita la tortura contro quel popolo. Terzo, ha detto di voler bloccare la corsa agli armamenti in Medio Oriente, dicendo che impedira’ all’Iran di avere l’atomica, senza accennare al fatto che nell’agone c’e’ un solo competitore: Israele. Quarto, la democrazia. Qui ha assicurato i regimi autocratici arabi che non si intromettera’ nei loro affari. Quinto, la liberta’ religiosa accennando alle dispute fra sunniti e sciiti in Iraq, senza chiedere scusa per quello che gli Usa hanno fatto per dividere il popolo iracheno e tanto meno per il loro ruolo nel redigere una Costituzione che divide e alimenta le divisioni del paese alla stregua della Francia all’epoca dell’occupazione del Libano. L’Iraq infatti soltanto dopo l’occupazione Usa ha assistito a un conflitto fra sunniti e sciiti, cosa mai successa nei tempi moderni. Il Presidente ha insistito sul concetto di fratellanza e sulla divisione delle responsabilita’ per poter costruire un futuro migliore: tutti sono rimasti entusiasti delle sue parole e hanno tanto applaudito e sorriso. Obama e’ riuscito ad accontentare tutti. Credo che il suo discorso verra’ considerato il miglior sermone religioso di quest’anno, inshallah. *Scrittore del Cairo, autore di «Taxi» (Edito in Italia da il Sirente)

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DIARIO EGIZIANO/2 – ”Lo sapete? Hanno preso gli studenti”

La Stampa | Giovedì 4 giugno 2009 | Khaled Al Khamissi |

Un amico mi ha telefonato l’altro giorno dicendo che mentre stava guardando la tv ha sentito battere violentemente alla porta. «Chi e’? », chiede. «Polizia – fa una voce imperiosa – vogliamo i documenti di tutti quelli che abitano in questa casa». Siamo alla vigilia della visita di Obama e il mio amico vive vicino all’Universita’ del Cairo dove il Presidente parlera’. Eppure quell’appartamento non da’ sui luoghi cruciali, da li’ e’ impossibile compiere alcun attentato. La stessa cosa e’ accaduta ai suoi vicini. Mentre mi raccontavano quella storia, stavo guidando verso l’aeroporto del Cairo per andare a prendere un mio cugino. Appena arrivo, la polizia mi ferma e mi chiede la carta d’identita’. E’ la prima volta in vita mia, dopo tanti su e giu’ all’aeroporto. Non so perche’ gli agenti siano cosi’ ossessionati dal controllo dei documenti. Il giorno dopo, sono seduto al caffe’ in un vicolo stretto del centro. Le sedie arrivano fino in mezzo alla strada. Ordino un carcade’. Vicino a me, si discute animatamente sulla visita del Presidente americano. «Avete sentito? – chiede un tale – hanno arrestato duecento studenti dell’Universita’ teologica di Al Azhar. Quasi tutti dell’Asia centrale o russi. Nessuno sa dove li abbiano portati. E questo solo perche’ Obama visitera’ la loro facolta’». Qualcuno spiega che l’ospite ha aggiunto al suo programma una tappa in Arabia Saudita. Il vicino fa una battuta: «Suppongo che il governo egiziano abbia rifiutato di pagare i costi del viaggio, cosi’ l’Arabia Saudita come al solito ha dovuto mettere mano al portafoglio». Poi il discorso si fa serio. Uno dice che i sauditi da quando non ci sono piu’ i Bush, padre e figlio, si sentono orfani. «Riad e’ furiosa, perche’ Obama rivolge il suo messaggio al mondo islamico dal Cairo, cosi’ hanno fatto pressioni per avere il Presidente anche a casa loro». Un giovane che sta fumando il narghile’ dice di essere orgoglioso che Obama abbia scelto l’Egitto. «E’ chiaro – dice – che il nostro prestigio e’ alle stelle, siamo il piu’ importante paese musulmano». Un vecchio scuote la testa: «Essere il migliore o il peggiore dipende dalle condizioni reali e non dal giudizio degli altri. Siamo ormai un Paese fuori gara, come lo era la Cina all’inizio del secolo scorso. La visita non rimettera’ in moto la nostra sgangherata macchina: dobbiamo farlo da soli». Interviene una donna seduta al mio fianco che sta aspirando il fumo dalla pipa ad acqua: «Obama e’ soltanto un abile chirurgo plastico. Va in giro per migliorare il volto brutale dell’America nel mondo che Bush ha deturpato. Eh si’, e’ proprio un abile chirurgo plastico». Anche il cameriere, che ha appena portato una tazza di te’, vuole dire la sua: «Chiedo una sola cosa a Obama: che risolva una volta per tutte la crisi mediorientale. Se lo facesse diventerebbe il migliore Presidente nella storia americana. Peccato che non ho mai visto un politico mantenere la parola». Poi si lancia: «E’ vero che in campagna elettorale aveva promesso di fare a meno del petrolio nel giro di dieci anni? Se lo facesse Israele perderebbe la sua importanza strategica e l’intero Medio Oriente diventerebbe una scatola vuota. Non si sacrifichera’ mai piu’ un popolo per il petrolio, come e’ successo agli Iracheni. Ci lasceranno finalmente in pace». La ragazza che fuma il narghile’ sbotta: «Viva Obama il chirurgo plastico. Il piu’ bell’uomo d’America». Ma se il Presidente americano intende davvero inventare un’alternativa al petrolio, potrebbe trovare anche un’alternativa alla visita al Cairo. Magari parlando al mondo islamico dagli Stati Uniti. Intanto non cambierebbe niente e noi ci eviteremmo tutti questi fastidiosi controlli di polizia. *Scrittore del Cairo, autore di «Taxi» (Edito in Italia da il Sirente)

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DIARIO EGIZIANO/1 – Almeno dove passa lui puliscono

La Stampa | Mercoledì 3 giugno 2009 | Khaled Al Khamissi |

La visita di Obama ci portera’ qualche beneficio? Personalmente non credo. I vantaggi, in teoria, dovrebbero essere due. Primo, risolvere la questione palestinese, e in questo caso credo che mia zia Bahia, abilissima in cucina, sia molto piu’ brava del presidente. Secondo, Obama potrebbe donarci un po’ della ricchezza dell’America per rendere la nostra vita meno grama. Anche in questo caso credo che fallira’, per il semplice fatto che siamo gia’ un paese ricco sebbene meta’ di noi vivano sotto il livello di poverta’. Se l’America donasse tutti i suoi soldi all’Egitto i ricchi del nostro paese diverrebbero piu’ ricchi e i poveri piu’ poveri, quindi non ci sara’ nessun miglioramento. Questa e’ anche la conseguenza della politica imposta da Washington all’Egitto dal 1974, dopo l’alleanza voluta da Sadat. All’Universita’ del Cairo hanno cosi’ lucidato la cupola dell’aula magna da farla diventare piu’ brillante di un piatto di porcellana nuovo di fabbrica. La’ il presidente Obama terra’ il suo discorso il 4 giugno. Tutti gli egiziani sognano che il corteo dell’illustre ospite passi per le strade del loro rione, in modo che le autorita’ puliscano anche il loro quartiere come accade in molte zone, per evitare che l’ospite non cada in depressione alla vista di tanta sporcizia per le strade. A parte i benefici della pulizia, ci sono alcuni inconvenienti dovuti ai preparativi della visita. L’Universita’, per esempio, e’ stata trasformata in una fortezza. Obama arriva proprio durante il periodo degli esami di fine anno. Alcune facolta’ hanno dovuto rinviarli. Gli studenti di Lettere hanno chiesto il massimo dei voti in nome del principio di reciprocita’. Sostengono che, in circostanze normali, se avessero mancato l’appello del 4 giugno, sarebbero stati bocciati. Ma visto che e’ lo Stato a mandare a monte gli esami, tutti dovrebbero essere promossi automaticamente. Un lettore di un giornale locale ha suggerito agli apparati di sicurezza di dare il via proprio quel giorno a grandi saldi (con sconti fino al 90 per cento). In tal caso i commercianti dovrebbero essere risarciti dal ministero dell’Interno per le perdite subite. Cosi’, ha spiegato il lettore, il governo sara’ sicuro che il popolo non organizzera’ proteste. La gente si chiede se il protocollo esentera’ Obama (e il suo nutrito seguito) dalle misure di controllo sanitario all’aeroporto: gli stranieri che arrivano in Egitto sono sottoposti a un test sull’influenza suina. Si dice che una persona del seguito abbia contratto il morbo del H1N1 quando era con lui a Citta’ del Messico, lo scorso aprile. Obama avra’ una delegazione di un migliaio di persone, lo sostiene il tam tam dei caffe’ del Cairo. Perche’ ha portato con se’ cosi’ tanto personale? Affrontera’ nel suo discorso argomenti come i diritti umani, la democrazia, i diritti della minoranza copta? In ogni caso, sappiamo che sono soltanto espedienti retorici. Davvero la cosa piu’ importante e’ che il corteo di Obama passi per la mia strada. *Scrittore del Cairo, autore di «Taxi» (Edito in Italia da il Sirente)

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Gli scrittori

La Repubblica | Venerdì 5 giugno 2009 | Francesca Caferri |

Mohsin Hamid: “Un uomo sincero” QUELLO che mi ha davvero impressionato nel discorso di Obama è stata la sincerità che ho visto quando diceva di volere relazioni diverse da quelle che ci sono state finora fra gli Stati Uniti e i musulmani. La tensione fondamentale che vedo in Obama è quella fra un uomo sincero, quando dice di voler cambiare le cose, e il presidente degli Stati Uniti, che invece ha la responsabilità di difendere gli interessi americani. Cerca un equilibrio fra queste due forze: se riuscirà a trovarlo ce lo dirà soltanto il tempo. Marina Nemat: “Basta estremismi” HO APPREZZATO soprattutto il passaggio in cui Obama ha detto che dobbiamo affrontare l’ estremismo in ogni sua forma. Inoltre è stato molto importante il fatto che abbia ammesso che la reazione degli Stati Uniti all’ 11 settembre è stata illogica e che li ha portati ad allontanarsi dai propri ideali e dalla protezione dei diritti umani. E infine mi è piaciuto che abbia messo l’ accento sulla libertà di religione, sui diritti delle donne e sull’ importanza della non proliferazione nucleare: nessun paese dovrebbe avere armi nucleari. Fatima Mernissi: “Una rivoluzione” IL SUO discorso è una rivoluzione perché ha identificato la religione con la pace, e ha invitato a rispettare gli altri anche se non li conosci. Semplicemente incredibile fino a poco tempo fa. È bello sentire un presidente degli Stati Uniti che non parla solo in termini di merci: oggi mi pare che nessuno si curi più di produrre amore, invece che odio. Eppure è un bene prezioso, che ci vuole molto a far crescere. Se la società smettesse di concentrarsi sulla paura e pensasse a trasmettere amore, staremmo tutti meglio. Khaled Al Khamissi: “Troppa religione” SONO molto deluso: Obama ha scelto di usare lo stesso linguaggio religioso di Bush. Non sa che l’ università del Cairo è stata fondata da scrittori e intellettuali laici? Ha parlato a me come musulmano: ma io sono prima di tutto un egiziano, un laico, un arabo. E poi ha parlato in modo molto irrealistico, il bene e il male. Lavorare insieme è bene. Il terrorismo è male. Ma queste divisioni non esistono nella realtà: in ognuno di noi c’ è il bene e c’ è il male. Sì, lo ammetto: il mio giudizio globale è negativo. DAVANTI ALLA TV Dall’ alto in basso, il discorso di Obama seguito in televisione a Tirana, a Gaza City da alcuni militanti di Hamas e da una famiglia di Calcutta.

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Khaled al-Kamissi (1962), TAXI

| L’Indice dei libri del mese | Maggio 2009, n. 5 | Elisabetta Bartuli |

A patto di non considerlarlo un romanzo, Taxi è un libro magnifico. Khaled al-Kamissi (giornalista, regista e produttore cinematografico) vi ha raccolto cinquantotto sbobinature fittizie di altrettanti dialoghi e monologhi con/di tassisti egiziani, raccolti tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006. A fare da cornice alle voci che si raccontano, alcune brevi considerazioni dell’autore stesso, infaticabile fruitore, come tutti gli egiziani, delle vecchie, scalcagnate auto bianche e nere che percorrono le vie del Cairo ventiquattrore su ventiquattro. Giovanissimi o molto anziani, istruiti o quasi analfabeti, quasi tutti con un passato di migrazione alle spalle, tutti oberati di debiti e sfruttati da qualcuno (governo, proprietario dell’auto o poliziotto di turno), i taxisti offrono uno spaccato realistico di una città che, si dice, ha ormai superato i venti milioni di abitanti. Chiunque abbia visitato Il Cairo non può non riconoscere l’inarrestabile loquela di una classe lavoratrice che non conosce orari o turni, la curiosità, la sagacia, la rabbia e, talvolta, la maleducazione, di uomini che vivono la maggior parte della loro vita dentro un’automobile e hanno come unico svago il rapporto con il cliente. Dal momento della sua pubblicazione in originale, al Cairo il libro non ha mai cessato di essere venduto e dibattuto, segno inconfutabile di un vero interesse egiziano per “quello che tutti sanno e nessuno dice”, grazie anche e soprattutto alla particolare gradevolezza di una scrittura che riporta fedelmente dialetto e accenti della lingua parlata. Operazione, quest’ultima, che non risulta appieno nella versione italiana come, del resto, in quella inglese.

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Vecchi, sporchi e pericolosi si fermano i taxi del Cairo

La Repubblica | Venerdì 22 maggio 2009 | Francesca Caferri |

La battaglia per le strade del Cairo è cominciata. E promette di essere lunga, rumorosa, trasgressiva. Non è la solita lotta per la sopravvivenza nel traffico di una delle metropoli più caotiche del mondo, né tantomeno il quotidiano braccio di ferro fra chi infrange le regole della strada e chi cerca di farle rispettare. L’ ultima guerra che si è scatenata sui viali e nei vicoli della capitale egiziana l’ hanno dichiarata i tassisti al governo: oggetto del contendere la direttiva con la quale le autorità hanno stabilito che entro tre anni tutti i taxi egiziani più vecchi di 25 anni dovranno obbligatoriamente essere rimpiazzati con auto più nuove. «Ridurre l’ inquinamento e il numero di incidenti sono priorità non più rimandabili», è la linea del ministero dell’ Interno, che promette di ripulire le strade egiziane entro il 2011da Dacia 1300 romene, Fiat 1300, Peugeot 504 e Shahins turche. Il provvedimento riguarda migliaia di taxi (40mila nella sola Cairo), ma per il momento solo cinquemila tassisti hanno dimostrato interesse a cambiare macchina.A chi rottamerà il vecchio mezzo,i produttori garantiranno uno sconto fra le 2000 e le 5000 sterline egiziane (fra 270 e i 670 euro circa) sull’ acquisto di un’ auto nuova, le banche mutui a tassi favorevoli e il ministero dei trasporti un finanziamento mensile e l’ assegnazione di una campagna pubblicitaria da esporre sulle portiere: i proventi andranno direttamente al proprietario della macchina. Qualche settimana fa le prime auto nuove sono arrivate, i tassisti hanno capito che la legge, almeno in questa prima fase, non sarebbe rimasta sulla carta e per questo hanno cominciato a protestare. Walid, impiegato pubblico e – come secondo lavoro – tassistaè stato frai primia parlare con i giornalisti: «Guadagno 1000 sterline al mese guidando ed è il doppio di quanto prendo in ufficio. Non cambierò la mia macchina a meno che non mi forzino». «Lo stato dell’ auto dipende dal proprietario e dall’ autista, non dall’ anno di produzione. La mia è degli anni ‘ 70 ma è in un condizioni migliori di molte vetture nuove», ha insistito con i cronisti del settimanale Al Ahram un altro tassista, Ahmed Sayed. A prima vista il governo non sembra intenzionato a fermarsi. «I freni sono quasi distrutti. Le ruote possono staccarsi. Queste auto provocano un grosso numero di incidenti», ha detto commentando le polemiche Sharif Gomaa, del ministero dell’ Interno. Ma un esperto della vita dei taxi cairoti come Khaled al Khamissi ritiene che ancora una volta la riforma non passerà. «Non perché non sia una buona idea – spiega – ma perché, come spesso accade, l’ applicazione è pessima. Le auto fra cui i tassisti possono scegliere per accedere ai finanziamenti sono modelli cari e vecchi, come la Lada russa. Tutti sanno che nel giro di due anni questa macchina sarà rotta e inquinerà tanto quanto le quelle che hanno 30 anni». Al Khamissi sa di cosa parla: nel 2007 il suo primo libro – “Taxi, le strade del Cairo si raccontano”, storie ed aneddoti sulla vita quotidiana nella capitale egiziana vista attraverso i finestrini – vendette centinaia di migliaia di copie e fu ristampato sette volte. «È come provare a mettere il trucco sul viso di un morto per farlo sembrare più bello – ironizza l’ autore – il governo vuole migliorare l’ aspetto del Cairo. E cosa fa? Propone modelli scadenti e costosi. E come pensano che i tassisti possano pagarle? Non possono certo aumentare i costi delle corse, che sono già troppo care per gli egiziani». Cosa fare allora? Al Khamissi non ha la sfera per vedere il futuro, ma vive al Cairo da anni ed è certo che questa riforma, come tante di quelle che l’ hanno preceduta, affonderà presto: «Questo è l’ Egitto – conclude – le regole che valgono per altri paesi qui non funzionano mai».

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Un romanzo inedito del Nobel Mahfuz

| La Repubblica | Sabato 9 maggio 2009 | S.N. |

LA LETTERATURA egiziana ospite alla Fiera del Libro di Torino non è solo Naguib Mahfuz, il magnifico Nobel scomparso nel 2006 e di cui comunque a Torino sarà presentato il romanzo inedito Autunno egiziano pubblicato dalla Newton Compton. ‘ Ala Al-Aswani, che intervistiamo qui accanto, ha avuto in Italiae nel mondo un successo speciale, 4 milioni di copie vendute nel mondo. Gamal al-Ghitani, Sunallah Ibrahim, Baha Taher, la generazione degli anni Sessanta, continuano a essere produttivi, e, così come Muhammad al-Busati o Sulayman Fayyad, raccontano la società, tanto quella sofisticata del Cairo quanto quella dell’ entroterra rurale. La narrativa lascia pochi aspetti scoperti, e guarda anche all’ estremismo, come del resto fa lo stesso Al-Aswani. Se Edward al-Kharrat ripercorre la belle époque cosmopolita di un tempo, una pattuglia di donne, come Salwa Bakr, Ahdaf Soueif, Latifa Zayyat, Nawal Saadawi o la più giovane Miral Tahawi, si sono dedicate e si dedicano a personaggi che affrontano con coraggio la condizione femminile. Ci sono anche scrittori considerati minimalisti, Ahmed Alajdi fra tutti, con il suo disagio verso l’ incombenza dei miti americani o come Khaled Al Khamissi, che con Taxi, attraverso la vita quotidiana di un tassista, legge con ironia i malesseri di oggi.

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Fiera Libro: Egitto, ospite d’onore, spegne polemiche

ANSAmed | Venerdì 1 maggio 2009 | Cristiana Missori |

ROMA – ”Invitare l’Egitto come ospite d’onore della XXII edizione della Fiera internazionale del Libro di Torino rappresenta una importante occasione per mostrare i progressi compiuti dal nostro Paese nel campo culturale e non soltanto. La nostra presenza nel capoluogo piemontese e’ un chiaro riflesso degli intensi rapporti culturali, politici e economici che da decenni intercorrono tra l’Italia e l’Egitto”.
È entusiasta l’ambasciatore egiziano a Roma, Ashraf Rashed, dell’opportunità che è stata data al suo Paese e, sia pure incidentalmente, replica a chi ha criticato la scelta della prestigiosa manifestazione di Torino. ”Oggi come ieri, insomma, l’Egitto rappresenta il faro che guida la cultura del mondo arabo”, rimarca Rashed. E a chi, come l’International Solidarity Movement (Ism) Italia o il Forum Palestina, accusa l’Egitto di ‘stringere l’assedio intorno alla Striscia di Gaza, proprio come fa Israele’, e propone di boicottarne la presenza al salone, l’ambasciatore replica: ”Gli egiziani hanno fatto moltissimo per sostenere la causa palestinese. Siamo entrati piu’ volte in guerra per loro e oggi ci battiamo affinche’ il processo di pace in Medio Oriente possa avere esiti positivi. Torino costituisce una grande opportunita’ non soltanto per la cultura egiziana, ma anche per quella palestinese e di tutto il mondo arabo. Il boicottaggio e’ fuori da ogni logica”.
Rashed non tralascia di sottolineare l’ambizioso programma che dal 14 al 18 maggio vedra’ il suo Paese protagonista della piu’ importante fiera libraria della Penisola. ”Obiettivo primario – spiega il diplomatico – e’ fare conoscere al pubblico e agli editori italiani il folto elenco di scrittori egiziani”, soltanto in parte gia’ scoperti dai lettori della sponda Nord del Mediterraneo: da Ala Al Aswani (Palazzo Yacoubian, Feltrinelli, 2006) a Ibrahim Abd al-Magid, autore per Jouvence della Casa del Gelsomino (2007); da Khaled Al Khamissi (Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, il Sirente, 2008), all’emergente Ahmed Alaidj, classe 1974, autore di Being Abbas El Abd, accaparrato e tradotto in inglese dalla American University in Cairo Press. ”Un vivaio da cui – sottolinea l’ambasciatore – non escludo possa venire fuori il prossimo Naguib Mahfouz”, premio Nobel per la letteratura nel 1988, cui la Fiera dedichera’ un reading delle pagine piu’ belle, insieme a una retrospettiva riservata ai maestri del Novecento quali Taha Hussein, il drammaturgo Tawfik el-Hakim e il poeta Salah Abdel Sabour.
E se il filo conduttore della kermesse sara’ il tema dell’Io e la relazione con l’altro, il diverso, inteso come nemico potenziale, Egitto e Italia presentano un progetto dedicato ai piu’ piccoli. ”Da circa un anno – anticipa Rashed – editori italiani e egiziani lavorano insieme alla traduzione di alcuni volumi affinche’ bambini egiziani possano leggere alcuni dei libri letti dai loro coetanei italiani e viceversa”. E’ un modo, prosegue il diplomatico, per dimostrare che i giovani leggono cose simili, se non addirittura uguali, ”e per smantellare questa teoria assurda della diversita’ che alcuni cercano continuamente di alimentare”.
Con ”L’Egitto al femminile”, invece, il salone di Torino celebra intellettuali di fama internazionale, come Radwa Ashour, scrittrice e illustratrice tradotta in tredici Paesi tra cui l’Italia (Fabbri, Giunti, Mondadori, Fatatrac); Salwa Bakr, critica teatrale e cinematografica e Ahdaf Soueif, autrice de Il profumo delle notti sul Nilo (Piemme, 2001); o ancora la dissidente Nawal Al Saadawi, invitata dagli organizzatori della Fiera, ma non dal governo egiziano.
Tanti, poi, gli eventi previsti in giro per la citta’ e dedicati all’archeologia – con la grande mostra dei Tesori sommersi in corso alla Reggia della Venaria Reale, o gli incontri cui interverranno gli studiosi Zahi Hawass, Edda Bresciani e Francesco Tiradritti (curatore della mostra su Akhenaton allestita a palazzo Bricherasio) – ma anche alla musica, alla danza tradizionale e folcloristica egiziane.

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Khaled Al Khamisi: Taxi

Il paradiso degli orchi | Giovedì 16 aprile 2009 | Stefania Bonura |

Nella seconda metà degli anni Novanta, il governo egiziano emanò una legge che consentiva di tramutare tutte le vecchie auto in taxi. Stiamo parlando di “residuati bellici” come la Shalin, la Lada, la Fiat 1400 e 1500, la Peugeot 504. Una folla di disoccupati confluì improvvisamente nella classe dei tassisti e un esercito di catorci cominciò a intasare le strade del Cairo. Auto logore, sfasciate e sudice, con a bordo autisti che lavorano come schiavi, ci dice nella “premessa indispensabile” l’autore.
Khaled Al Khamisi ha raccolto e registrato tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006, a bordo dei taxi della sua città, le storie, gli umori e i malumori della “indomabile” megalopoli. Ne è venuto fuori un libro, Taxi, pubblicato in Egitto nel 2007 con grande riscontro di lettori e ora portato in Italia grazie all’editrice Il Sirente e alla meticolosa opera di traduzione di Ernesto Pagano.
Mi trovavo a midan Safir, alla vecchia Cairo e diversi taxi mi sfilarono davanti: passa il primo, poi il secondo… decido di fermare il terzo. Chi è stato al Cairo sa bene che bastano pochi minuti a piedi per vedersi affiancati da due, tre o più carrette nere. Pensi di essere piombato in una vecchia foto di famiglia, e invece ti trovi in una delle più affollate città dell’era contemporanea che conta circa venti milioni di abitanti. E ottantamila taxi. Gli egiziani la chiamano l’invasione dei tucusa, il mestiere di chi non ha mestiere. Non è strano trovare al volante uomini di diversa età, religione, etnia, estrazione sociale, culturale: anziani, giovanissimi, studenti, padri di famiglia, contrabbandieri, broker, musulmani, copti, nubiani, “usciti fuori” a un certo punto “da ogni buco per farsi convertire la macchina”. Ad accomunarli, oltre alla carcassa che si trascinano quotidianamente lungo il fitto e congestionato intreccio urbano, è la lotta per la sopravvivenza: truffe, rapine, multe, tasse, blocchi stradali, sbirri mangia mazzette, calvari burocratici, ore e ore di servizio ininterrotto, il sedile che ti spacca la schiena, la rata mensile dell’auto… E sarebbe niente se non ci si mettessero anche gli jinn… e le donne!
Un vociare ininterrotto di clacson si alterna a confidenze, preghiere, lamentazioni, scazzi e vecchi motivi di Umm Kulthum. Conversazioni e soliloqui che spaziano dall’arabo coranico al dialetto popolare. Un linguaggio che erompe dai marciapiedi e dai vicoli e che il traduttore ha sapientemente riportato in un italiano colloquiale e dialettale. Ogni taxi è un racconto che si scioglie nell’asfalto rovente e si dissolve in una nuvola di smog. Ogni storia, e il libro ne raccoglie una sessantina, è un faro acceso su una città in continuo movimento. Una società di miserabili e di dannati, sì, ma anche di angeli neri e di vecchi così vecchi che avrebbero indotto Jacques Brel a cancellare i suoi stessi versi: quanto è dolce la morte paragonata alla vecchiaia. Morire, in qualsiasi maniera, è molto meglio che invecchiare.

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Khaled Al Khamissi ci racconta il grande Cairo

42.12 Mediterraneo d’Europa | Martedì 11 marzo 2009 | Sergio Canelles |

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TGR Mediterraneo presenta TAXI

TGR Mediterraneo | Sabato 4 febbraio 2009 | Adelaide Costa |

Il taxi come luogo sociale, momento di confronto, specchio della coscienza collettiva. Nella capitale egiziana ci sono ottantamila taxi, molti risentono del tempo, altri delle tasse, tutti della crisi. Gli autisti delle auto pubbliche sono anche dei novelli cantastorie perché nel giro di una corsa riescono a raccontare e sintetizzare storie personaggi, curiosità, parabole di vita. Alcune di queste le ha raccolte Khaled Al Khamissi nel libro best seller Taxi. Le strade si raccontano, edito in Italia da il Sirente. Cinquantotto piccoli episodi che costruiscono uno spaccato autentico della società egiziana con le sue attese, lamentele, i suoi sogni, l’amore, le proteste nei confronti di governo e governanti ad ogni livello. Khaled Al Khamissi è nato al Cairo, è giornalista, regista e produttore. Taxi è il suo primo libro, uno dei più venduti in Egitto e nel mondo arabo.

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Tassinari al Cairo

ALIBI ONLINE – Lunedì 16 febbraio 2009
di Saul Stucchi

Chi scrive ha una qualche esperienza come utente delle auto pubbliche cairote. E ha ritrovato tutto l’universo che ruota attorno ai taxi della capitale egiziana nell’effervescente libro di Khaled Al Khamissi, intitolato Taxi. Le strade del Cairo si raccontano (editrice Il Sirente). Di pagina in pagina sono riemersi i ricordi dei viaggi su quegli aggeggi scassati a quattro ruote che per carità di patria e inesauribile orgoglio professionale gli autisti continuano a chiamare taxi. Come quella volta che volevo andare alle Piramidi per assistere allo spettacolo Son et lumières (boicottato da molti che lo giudicano l’apoteosi del kitsch per i turisti en masse, ma di grande fascino per me) e non c’era verso di far capire al tassista che la meta era la Sfinge. In inglese, francese e tantomeno in italiano la parola sfinge non gli diceva niente. Ma non si dava per vinto e continuava a fermarsi a chiedere informazioni ai passanti finché non incrociammo un giovane che conosceva l’inglese e che tradusse l’enigmatico (ça va sans dire) termine con l’illuminante Abu el Houl ovvero “padre del terrore”. Un’altra volta ci capitò – si era in viaggio di nozze, provenienti dalla Libia – un tassista nevrotico che ci spillò più soldi di quelli pattuiti all’inizio, con la scusa che era uscito dalla sua zona e che la macchina aveva bisogno di riparazioni. Beh, in effetti la seconda non era una scusa: era una lapalissiana verità.
Al Khamissi invece non si sofferma, se non di passaggio, su questi dettagli tecnici. È più interessato alla storia che l’autista per finirà per raccontargli, a volte sollecitato da lui stesso, a volte di sua spontanea volontà quando magari l’autore avrebbe voluto rilassarsi durante il tragitto. Pia illusione del resto, un po’ per il traffico cairota per il quale la definizione di caotico è solo un eufemismo (la maggior parte delle volte le auto restano immobili in interminabili code), un po’ per il piacere di raccontare e ascoltare che accomuna l’autore e i vari protagonisti del libro, organizzato in brevi e gustosi racconti. Ma spesso il tema della narrazione è tutt’altro che leggero. Anzi, quasi sempre fa da sfondo al racconto l’indigenza di chi guida l’auto, povertà che fa da specchio a quella dell’intero paese, da cui sfugge solo la nomenclatura e una strettissima cerchia di ricchi. In molte occasioni sorge spontaneo paragonare la situazione egiziana a quella nostrana e la soluzione di utilizzare il dialetto napoletano o il romanesco per rendere le inflessioni locali dell’arabo amplifica questo effetto di avvicinamento. I tassisti di Al Khamissi raccontano storie di ordinaria burocrazia e di altrettanto ordinari soprusi, di giri a vuoto, di code estenuanti, di tangenti per superare un esame e ottenere il rinnovo della patente. È un tuffo nella quotidianità del Cairo e della sua gente, un viaggio nelle sue paure e nei suoi sogni (come quello del tassista che vorrebbe andare con la sua auto fino in Sudafrica per assistere ai prossimi mondiali di calcio, ignaro che non esiste una strada di collegamento tra l’Egitto e il Sudan, figurarsi attraversare il continente da nord a sud…); è un’analisi spietata del ruolo del presidente Mubarak, dei politici e della polizia, sempre pronta a multare gli ipertartassati tassisti. Emergono però anche inaspettati spiragli di tranquillità in questa megalopoli ipertrofica, come nel racconto del cristiano che ritrova la pace pescando nel Nilo o in quello del tassista amante della cultura e degli animali che si è creato un giardino-paradiso a casa.
Chiudo con un altro ricordo personale. La sconsolata ammissione “e comunque nessuno ci umilia meglio del nostro paese” (p. 28) mi ha fatto tornare alla mente la celebre sentenza di Flaiano che raccontai alla nostra guida mentre eravamo bloccati nel traffico dalle parti di Midan el Tahrir (Piazza della Liberazione): la peggiore dominazione subita dall’Italia è quella italiana.
Consoliamoci quindi con le storie dei tassisti del Cairo per dimenticare, almeno per un po’, le disavventure con i nostri.

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La città nordafricana di Khaled Al Khamissi

GIOVEDì 23 aprile 2009, ore 16.30-19, all’Atelier Urban Center Marcello Balbo (IUAV Venezia), Khaled Al Khamissi (scrittore, Il Cairo, Egitto), Daniele Pini (Università di Ferrara) presentano: La città nordafricana nell’ambito del ciclo di conferenze Le città degli altri: spazio pubblico e vita urbana nelle città dei migranti, per conoscere le diverse condizioni urbane da cui provengono i cittadini stranieri residenti a Bologna. Conclusioni di Giovanni Caudo (Università degli Studi Roma Tre).

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Cinque appuntamenti per esplorare lo scenario urbano contemporaneo, visto dall’interno delle “città degli altri”. Città, spazi e dimensioni da cui provengono gli stranieri che vivono a Bologna, verranno illustrati da alcuni dei protagonisti della cultura urbana italiana e internazionale, da architetti, sociologi, giornalisti e scrittori. Tra gli altri, Raul Pantaleo – da diversi anni impegnato a fianco di “Emergency” nella costruzione di ospedali in zone di guerra – Gian Matteo Apuzzo – vincitore nel 2008 del Premio “scritture di confine Umberto Saba” – Jovan Ivanovsky – architetto che ha rappresentato la Repubblica di Macedonia alle ultime due edizioni della Biennale di Venezia – Haris Gazdar – direttore del Centro di Ricerche Sociali di Karachi in Pakistan – Khaled Al Khamissi – con il suo libro “Taxi” diventato un caso letterario in Egitto.

Promosso dall’Urban Center di Bologna, “Le città degli altri” è un ciclo di conferenze per apprendere, per conoscere il rapporto originario, di uso, produzione e consumo degli spazi pubblici, i costumi relazionali e i modi di produrre comunità dei principali gruppi stranieri residenti a Bologna: un dialogo con alcuni dei protagonisti della cultura urbana italiana e straniera. Differenti discipline, differenti lingue e linguaggi si incontrano per tratteggiare i lineamenti della città globale di questo inizio secolo.

La città contemporanea infatti è interessata da forti mutamenti sociali ed economici che ne ridefiniscono costantemente confini, simboli, identità. Si tratta di cambiamenti che si materializzano in particolare nello spazio pubblico. È qui, infatti, nello spazio che diventa luogo, che si stratificano significati, valori sociali e culturali, diretta conseguenza dei mutamenti urbani. In questo senso lo spazio pubblico è sia portatore di una atmosfera, componente dell’identità, della memoria, della storia di una città, sia esito di rielaborazioni che ne modificano significati e usi. Le strade, le piazze, i parchi, le stazioni, sono luoghi soggetti ad usi differenti, sono spazi di passaggio, di incontro, di commercio, di gioco, che possono stimolare la creazione di legami sociali, o costruire conflitto; che possono contribuire al senso di appartenenza o dare la percezione di estraneità, insicurezza, esclusione.

Ma se sono noti gli spazi pubblici e il loro uso nelle “nostre città”, quanto sappiamo delle “città degli altri”, dai Balcani all’Europa dell’est, dall’Asia al Nordafrica? Che cosa conosciamo delle città e dei luoghi da cui provengono gli stranieri che quotidianamente incontriamo a Bologna? Come possiamo co-struire “spazio pubblico” inclusivo se non conosciamo a fondo il contesto soci-ale – con le sue diversità – che abbiamo di fronte? Sono queste le principali domande a cui questo ciclo di conferenze intende cominciare a dare risposta.

“Le città degli altri” è sostenuto da: il settimanale “Metropoli” di La Repubblica, “Il Giornale dell’Architettura”, “Redattore Sociale”, “Città del Capo – Radio Metropolitana”, “Planum – European journal of planning on line” e “Equinozio – Cafè de la Paix”.

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TAXI di Khaled Al Khamissi

Scritti d’Africa – Domenica 1 febbraio 2009
di Giulia De Martino

Due parole sulla collana in cui compare questo titolo: si chiama “Altriarabi” e pubblica testi di artisti che si affacciano sulla sponda meridionale del Mediterraneo, dissonanti dalle rappresentazioni stereotipate e spesso caricaturali con cui i media occidentali spesso identificano gli abitanti di queste aree.
Il libro di Khamissi ha venduto in Egitto circa centomila copie, eguagliando il successo editoriale di PALAZZO YACOUBIAN di Al Alswani, in un paese dove vendere 5000 copie produce normalmente un best-seller. Per di più, grazie alla promozione dell’autore, molto abile a muoversi negli ambienti letterari ed accademici europei, data la sua formazione culturale in Europa, conosce incessantemente nuove traduzioni. Cosa ha di tanto speciale? Innanzitutto la lingua in cui è scritto e poi il soggetto: i “tassinari” della capitale che si esprimono, senza peli sulla lingua, sulla maggioranza degli aspetti della vita quotidiana e non in Egitto.
Il testo non è un romanzo, ma nemmeno una inchiesta giornalistica tout court: infatti rielabora il materiale di ascolto e di scambio umano, avuti dall’autore con centinaia di tassisti del Cairo, in 58 scenette dialogate, di stampo quasi teatrale, cucite da alcune sue opinioni o spiegazioni atte a gustare meglio il libro. L’autore sceglie di far parlare i tassisti nella loro lingua naturale, il dialetto arabo egiziano, relegando l’arabo standard a quelle parti che contestualizzano i diversi raccontini; siccome il testo è composto all’80% di dialoghi, ecco che si può dire che è scritto quasi interamente in quel dialetto che è la lingua vera e viva in cui si esprimono tutti quotidianamente.
Questo, naturalmente, produce dei problemi di resa in traduzione, brillantemente superati da Ernesto Pagano, che a volte presta agli autisti di taxi accenti ed espressioni meridionali italiane, romane o emiliane, quel tanto che basta per non produrre un effetto di straniamento ed allontanare il lettore dalla realtà cairota. Ne viene fuori un ritratto indimenticabile di questa città di circa 18 milioni di abitanti, percorsa incessantemente da più di 80.000 tassisti, a volte per 18 ore al giorno, in un traffico caotico di macchine autobus, metropolitane, carretti e pedoni, in un ambiente inquinato e soffocante, dal rumore assordante. Leggere questo libro è meglio di molti trattati sociologici o antropologici sulla società egiziana: ci consegna immediatamente una umanità paziente sì, ma che non ne può più di corruzione amministrativa e della polizia, di una elefantiaca burocrazia, di mancanza di democrazia e di libertà, in una parola, dell’onnipotente Mubarak. Sembra che l’ultimo spazio di libertà espressiva sia rappresentato dalla strada, dove il cittadino comune riesce a catalizzare il malcontento sul governo, sulle sue scelte politiche americaneggianti, sulle scelte economiche che stanno mettendo in ginocchio il paese. Il panorama dei tassisti colti da Khamissi è quanto mai vario: ci sono sognatori e mistici, fanatici religiosi e misogini incalliti, malati di pornografia, professori e studenti disoccupati, truffatori, immigrati dal sud, attori a spasso e gente rovinata da speculazioni azzardate per la portata reale delle loro tasche. Il tutto ci dice che fare il tassista è diventato il mestiere di chi non ha più occupazione, un modo di sbarcare il lunario. Le loro opinioni, ma anche le loro barzellette, ci danno uno spaccato del pensiero non delle élites intellettuali ma degli strati popolari e poveri dell’intera società egiziana.
Ci sono degli esempi divertenti e altri tristi e inquietanti: citiamo l’episodio in cui si parla della legge che ha liberalizzato le licenze di taxi, producendo una quantità abnorme di autisti, vessati da disposizioni assurde, come quella sulle cinture di sicurezza. Si scopre che il governo egiziano le ha introdotte come beni di lusso sui veicoli importati, facendo pagare alti dazi doganali. Questo ha indotto la maggioranza ad eliminarle per non pagare costi salati, ma poi sono state rese obbligatorie e i tassisti sono stati costretti a reinstallarle, a proprie spese: ovviamente molti lo hanno fatto solo per finta e quindi non funzionano, con i risultati ovvi di incidenti , il che ci dice qualcosa anche di casa nostra.
Alcuni tassisti si esprimono sullo stato bassissimo della istruzione pubblica: i bambini imparano a malapena a leggere, costringendo molti genitori a spendere per lezioni private pur di far imparare qualcosa ai figli. Ecco allora la trovata geniale di un tassista: non manda i figli a scuola così mette da parte i soldi che avrebbe speso per l’istruzione, giudicata ormai inutile, da utilizzare alla maggiore età dei figli per aprire una attività di vendita o un nuovo taxi… L’importante è fare soldi, a scuola tanto si impara solo l’inno nazionale e le sciocchezze che Mubarak vuole si trasmettano ai ragazzi, futuro del paese.
Ma c’è anche spazio per la guerra in Iraq, per i Fratelli musulmani, per le condizioni sanitarie del Said sottosviluppato e anche per un tassista contemplativo: “da 30 anni divido la mia giornata in 3 parti: nella prima lavoro, nella seconda sto con mia moglie e i miei figli e nella terza vado a pescare sul Nilo. Vado a lavare il mio spirito, il mio corpo e i miei occhi. E sulla superficie del Nilo leggo le parola di Dio […] Se ognuno di noi, in questo paese, si fermasse a guardare la superficie dell’acqua […] non ci sarebbero né corruzione né mazzette […] ogni volta che finisco il turno ho paura per i miei figli, paura del futuro […] quando però finisco di pescare, mi sento pieno di speranza per il domani e fiducia che ogni cosa andrà per il meglio”. La società egiziana a bordo di un taxi, titola una recensione dedicata a questo libro, quanto mai appropriata.

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Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”

NIGRIZIA – Febbraio 2008
di Pier Maria Mazzola

gencopertina«E perché secondo te dove viviamo? In una città? La giungla è il paradiso rispetto a dove stiamo noi. Lo sai dove viviamo noi? — Dove? — All’inferno». 58 siparietti da cui si sprigiona, nelle conversazioni fra il cliente-narratore e un tassista o l’altro, la satira, sociale e politica (anche se l’autore ammette di essersi autocensurato su certi nomi e certe storie…). Donne in niqab che dentro il taxi si trasformano, tassinari con storie strappalacrime per scucire qualche lira di più, il traffico che si blocca — anche quello pedonale — a motivo di una passeggiata di Mubarak… Il libro è un best seller in Egitto, e al lettore nostrano tornerà in mente la commedia all’italiana. Il Sirente, 2008, pp. 191+XII, € 15,00.

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Taxi. Le strade del Cairo si raccontano

Lettera internazionale 98 – 4° trimestre 2008
di Linda Giannattasio

Copertina di "Lettera internazionale 98".

«Regalo questo libro alla vita che abita nelle parole delle persone semplici. nella speranza che ingoi il vuoto che da anni dimora cdentro di noi». Si apre così Taxi, opera dell’autore egiziano Khaled Al Khamissi, con un dono e una dichiarazione di intenti che lascia fin da subito il suo regno e la sua volontà al lettore che si appresta a compierne il viaggio. Viaggio, infatti, è l’unico modo nel quale questo libro può essere definito, un’opera che pur essendo di fiction non è propriamente un romanzo, bensì un percorso. Un percorso che si dirama nel dedalo delle strade di quella città che meravigliosamente ricca di contraddizioni che è Il Cairo, alla scoperta dei suoi nascondigli e della sua gente. E allora si parte. Bastano le voci dei tassisti, cantastorie di racconti che molto spesso non sono favole ma drammi di vita quotidiana, e un passeggero interlocutore, per tratteggiare in una serie di storie brevi e significative, il modno dell’Egittto dei nostri giorni.
Il lettore è a bordo di queste auto nere e scalcagnate che attraversano il traffico della città e assiste a ognuno di questi dialoghi immergendosi di volta in volta in una realtà diversa che coinvolge, attraverso storie di vita comune, i temi della politica, dell’economia, della sanità e dell’istruzione. Temi affrontati con l’ironia e la disperazione di quelle persone semplici che li vivono e per questo hanno il diritto di avere voce. Ed è proprio la voce di quei tassiti che l’autore definisce «termometro dell’umore delle indomabili strade egiziane» a raccontarli. Tassisti con ogni tipo di competenza e livello di istruzione, prigionieri di un «business dei poveri» dall’incremento incontrollato e incontrollabile.
Ecco, Quindi, che nelle cinquantotto storie in cui si articola il racconto si incontrano decine di personaggi, tutti protagonisti di una vita diversa: c’è il disgraziato che guida da tre giorni consecutivi rischiando la vita per un colpo di sonno perché deve pagare la rata d’affitto del suo taxi, l’esperto di borsa, il laureato che porta il taxi per arrotondare «perché in Egitto è impossibile sopravvivere con un solo stipendio».
Storie di povertà, dalle quali emergono anche le convinzioni politiche di questa gente: c’è chi bestemmia contro il Ministero dell’Interno e le forze dell’ordine, chi maledice il governo e chi ama l’Iraq. Chi vorrebbe cancellare la parola “americano”, chi è arrabbiato per una democrazia inesistente e chi è davvero rassegnato quando afferma: «Nessuno ci umilia meglio del nostro Paese». È allora che il lettore non è più spettatore ma entra nel mondo che vive in quelle pagine, un mondo ben raccontato anche nello stile, narrato attraverso i suoi dialetti – tradotti con le inflessioni del nostro italiano – ma anche descritto con termini lasciati nella lingua d’origine, perché conservino la loro forza. Parole, racconti popolari, tante barzellette che non solo contribuiscono a rendere facile la lettura ma sono lo specchio della società egiziana e il modo perfetto per criticarla.
Così chi legge prosegue il suo viaggio, guidato in un universo di nomi e di luoghi, con una cartina e un glossario a fargli compagnia. Perché nessun luogo è privo di senso e nessuna parola viene lasciata senza spiegazione nell’intento sociologico e didattico proprio di questo libro.
Un libro attraverso il quale si scopre la gente d’Egitto e l’Egitto profondo, avvicinandosi in punta di piedi a un mondo arabo di cui si parla spesso da troppo lontano. Si entra nelle maglie della povertà e allo stesso tempo si apprezza la bellezza dei luoghi in cui quel mondo abita e vive le sue contraddizioni. Un viaggio da compiere, nella speranza che ingoi davvero quel «vuoto che da anni dimora dentro di noi».

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Le lamentele degli egiziani nel «Taxi»

IL TEMPO – Domenica 11 gennaio 2009
di Antonella Melilli

Quella di osservare le strade di una metropoli immensa e rutilante come il Cairo attraverso l’abitacolo di un taxi, che per il suo bassissimo costo costituisce il mezzo di trasporto di gran lunga più usato per le strade della città egiziana, è sicuramente un’idea accattivante e originale. Anche se non totalmente scevra dal rischio di approdare a una narrazione di bozzettistica superficialità. Ma Khaled Al Kamissi, giornalista, regista e produttore, autore di questo «Taxi» (Editore Il Sirente. pagg. 192) riesce brillantemente ad aggirare l’ostacolo, finendo per restituire attraverso le 58 brevi storie qui raccolte un ritratto variegato e il senso più profondo di un mondo arabo per noi occidentali assai difficile da comprendere. Storie vere, del resto, che attraverso i dialoghi coi conducenti di taxi, spinti dalla disperazione della fame e del bisogno a rovinarsi nervi e salute per un guadagno, spesso illusorio, di pura sopravvivenza, stigmatizzano situazioni drammatiche e complesse di corruzione dilagante, di guerre infinite e di arroganti ingerenze straniere. Facendone affiorare insieme l’impossibilità di esprimersi del mondo femminile, l’acquiescenza di chi confida nel Corano o l’indignazione di chi lucidamente vede i guasti del paese e le responsabilità dello Stato. E soprattutto storie di gradevole e agile lettura che si snodano sul filo di una scrittura innovativamente intrecciata di arabo coranico e di dialetto popolare. Decretando il successo di un piccolo libro che, autentico caso letterario in Egitto, è stato prontamente tradotto in Inghilterra e in Francia e giunge ora in Italia ad avviare la collana Altriarabi con cui la Casa Editrice Il Sirente punta l’attenzione sugli aspetti più nuovi e interessanti delle culture che si affacciano sull’altra sponda del Mediterraneo. Avvalendosi per la traduzione del contributo di Angelo Pagano, che attinge agli accenti del nostro Meridione per restituire, sul filo di una quasi naturale empatia, la spontaneità umorale di un’espressività popolaresca e quotidiana.

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Più libri più liberi, affluenza record

IL MESSAGGERO – 8/12/2008
di Matteo Chiavarone

Per il settimo anno consecutivo si è svolta a roma “Più libri più liberi”, la fiera della piccola e media editoria e, nonostante la crisi, ancora una volta i risultati sono in crescita. Segno che la qualità paga.

Pronti via, passa il primo giorno e già si era iniziato a parlare di record. E così è stato. Anche quest’anno Più libri Più liberi, fiera della piccola e media editoria, ha ottenuto risultati davvero incredibili. E pensare che alla vigilia la forte crisi economica che si è abbattuta sul nostro paese aveva preoccupato e non poco organizzatori e addetti al lavoro. Più 20% d’affluenza alla giornata di presentazione, anche se potrebbe aver influito il cambiamento di giorno (da giovedì a venerdì), e sicuramente, nel totale e aspettando i risultati finali, ha superato i cinquantamila visitatori dell’edizione precedente e il numero di vendite.
Hanno inaugurato la rassegna il Sottosegretario ai Beni e alle Attività Culturali Francesco Maria Giro e gli assessori alla cultura di Comune, Regione e Provincia, Umberto Croppi, Giulia Rodano e Cecilia D’Elia. A fare gli onori di casa il presidente del Comitato piccoli editori dell’AIE Enrico Iacometti, il direttore della Fiera Fabio del Giudice e gli ambasciatori di Nicaragua, Colombia e Salvador (una delle novità della settima edizione è la vetrina di letteratura latinoamericana America Latina. Tierra de Libros). Nei quattro giorni sono stati moltissimi gli incontri con personaggi della cultura, dello spettacolo e della scienza. Si è andati da una Rita Levi Montalcini applauditissima ad un Andrea Camilleri in grande spolvero che insieme ad un bravo Sergio Rubini hanno interpretato la “intervista impossibile” a Venerdì di Robinson Crusoe.
In generale tutti gli appuntamenti del Caffè letterario sono stati affollatissimi: Massimo Carlotto, Lee Stringer, Sergio Cameriere, Caterina Guzzanti. Così come affollatissimo, ma stavolta di una ondata di bambini e giovanissimi, è stato l’incontro con Paolo Bonolis (tornato indietro negli anni, ai tempi di Bim Bum Bam), Pennino Finnegan e la fabbrica di baci di Nicola Brunialti. Sale piene anche per Pupi Avati, Gianrico Carofiglio, Carlo Lucarelli, Umberto Croppi, Enrico Montesano, Rocco Papaleo, Sandro Portelli, Nada, Khaled Al Khamissi, Nicolas Fargues, segno che tutti gli eventi sono stati organizzati al meglio, cercando di condire il più possibile una fiera che sta diventando, anno dopo anno, sempre più vivace, una scommessa vinta da tutti quelli che ci hanno creduto, sin da quel lontanissimo 2002, anno della prima edizione.
Il giorno della chiusura, lunedì 8 dicembre, fortunatamente festivo, ha offerto una standing ovation a Stefano Benni che ha salutato i lettori del suo Miss Galassia, splendido volume illustrato edito da Orecchio Acerbo e scritto a quattro mani con Luci Gutierrez, autrice dei disegni. Nel pomeriggio un Umberto Eco sommerso di applausi ha partecipato all’incontro sulla “Traduzione d’autore”, incantando come sempre la platea con il suo stile a metà strada tra l’accademico e l’ironico (un’ironia come sempre colta e sottile). L’autore de Il nome della Rosa ha partecipato anche, come ospite, alla diretta quotidiana di Radio 3 Fahrenheit, con un Marino Sinibaldi, che alla fine di tre ore molto piacevoli, ha nominato il vincitore de Il libro dell’anno.
Ad aggiudicarsi il premio è stato Boris Pahor, che con il suo Necropolis (Fazi 2008), libro davvero molto intenso e sconvolgente, scritto con un linguaggio crudo che non cede all’autocommiserazione, ha ribaltato i pronostici che vedevano in Giordano (La solitudine dei numeri primi) il favorito assoluto. E se Boris Pahor ci racconta la sua esperienza del mondo dei campi di concentramento nazisti nella speranza che la memoria non si perda e la storia non sia passata invano, tutti gli altri autori selezionati ci permettono di osservare la realtà (o l’irrealtà) attraverso sguardi sempre attenti, vivi, emozionali. Tra i libri in lizza molto belli quelli di Cavina (I frutti dimenticati), di Walter Siti (Il contagio), di Francesco Piccolo (La separazione del maschio).

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Il Faraone e i Fratelli

AVVENIRE – 17/12/2008
di Federica Zoja

I fondamentalisti islamici, banditi dalla vita pubblica, guadagnano spazio. Il pugno duro di Mubarak

Due opposte spinte, due sfe­re di influenza agli antipodi rischiano di spaccare in due l’Egitto. In mezzo, 80 milioni di cit­tadini – di cui circa 12 milioni di re­ligione cristiana – impegnati, per la maggior parte, a sopravvivere alla crisi economica che sta colpendo il Paese.
I poli che si spartiscono il potere u­sano armi e tecniche differenti. Da un lato, la Fratellanza musulmana, abituata a nascondersi e ad agire dietro le quinte perché bandita uf­ficialmente dalla vita pubblica, conquista terreno là dove le auto­rità latitano: nei sindacati, nelle as­sociazioni di categoria, negli ospe­dali, nelle università. Con una dif­fusione capillare sul territorio, i Fra­telli fanno sentire la loro presenza e diventano punto di riferimento per chi necessita di lavoro, assi­stenza sanitaria, consulenza giuri­dica, informazione e istruzione.
Dall’altra parte della barricata, lo Stato – ormai simbiotico con la fi­gura dell’ottantenne «faraone» Ho­sni Mubarak, deciso a candidarsi anche alle elezioni presidenziali del 2011 – risponde con durezza: arre­sti, processi per direttissima per i membri della Fratellanza, control­lo sulle autorità islamiche attraver­so il ministero degli Affari Religiosi (Awkaf).
A entrambi gli schieramenti, ciò che importa è mantenere o conquista­re il potere. Niente di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire, se non fosse che da tempo le donne monakab­bate (interamente coperte, in mo­do da lasciare liberi solo gli occhi) non sono più una rarità in Egitto. Né lo sono barbe lunghe e zebiba
 (callo che si forma sulla fronte dei fedeli che pregano con frequenza e zelo, toccando il suolo con la testa). L’islamizzazione egiziana si nutre dei petrodollari arabi, mentre la di­nastia Mubarak, satolla di quelli statunitensi, sembra perdere terre­no.
Ma ci sono altre forze, all’interno della società, che lottano affinché l’Egitto non venga sedotto dalle si­rene islamiste e recuperi, al con­trario, quella polifonia di fedi reli­giose e culture che era un tempo diffusa. Un pluralismo che il regime laico del Partito nazionale demo­cratico (Ndp) non ha saputo pre­servare.
Fra le battaglie che alcuni intellet­tuali egiziani stanno cercando di portare nelle aule dell’Assemblea popolare (la Camera bassa del Par­lamento, ndr) vi è quella per l’eli­minazione dalle carte di identità della dicitura ’musulmano’, ’ebreo’ e ’cristiano’, foriera di discrimina­zioni lungo tutta l’esistenza di un cittadino, in particolare se non ap­partenente alla maggioranza isla­mica dominante. Ne ha parlato recentemente in Ita­lia lo scrittore Khaled Al Khamissi, autore della raccolta di racconti ’Taxi’. La situazione, ha denuncia­to Al Khamissi, è peggiorata da quando, due anni fa, i documenti di identità sono diventati elettronici e l’appartenenza religiosa una que­stione di software: modificare i da­ti o eliminarli è ormai impossibile, salvo rinnovare il programma in u­so all’intera burocrazia egiziana.
Tanto per rendere la vita ancora più complicata, verrebbe da dire, a co­loro che desiderano convertirsi op­pure praticano una religione diver­sa dai tre monoteismi, come ad e­sempio la minoranza Baha’i. Per lo­ro, le alternative sono entrambe in­giuste: vivere in Egitto senza docu­menti – e quindi senza diritti – op­pure rinnegare la propria identità religiosa.
Lo Stato abbozza e non si sbilan­cia, ma lascia sperare nell’abolizio­ne della dicitura re­ligiosa almeno dai nuovi passaporti.
Ma c’è anche chi ri­tiene che autorità e Fratellanza stiano trattando le condi­zioni di una convi­venza pacifica: l’ap­poggio dei Fratelli per la successione di Gamal Mubarak al «trono» del padre in cambio del via li­bera all’islamizza­zione della società. In questo sen­so si spiegherebbe il messaggio ap­parso di recente sul sito internet Ikhwanweb (Fratelliweb) in cui Mahdi Akef, guida suprema del mo­vimento, ha espresso il suo soste­gno a Mubarak junior a condizione che il padre si ritiri dalla vita politi­ca.
Intanto la società si irrigidisce nel profondo. Significativi segnali del cambiamento in corso si possono cogliere ovunque, ad esempio nel­l’annuncio affisso sulle vetrine di una nota pasticceria del Cairo: « Cercasi commessi uomini, mu­sulmani credenti praticanti». Op­pure le scritte che accompagnano la stagione dei saldi nei magazzini della catena Tawhid u’ Nur (Mono­teismo e Luce), controllata dalla Fratellanza: «Grazie al favore di Al­lah i nostri prezzi sono scontati».
E ancora, la stazione ferroviaria di Ramses, snodo cruciale del Cairo, che si fa moschea all’ora della khut­ba (sermone pubblico del venerdì, ndr). E la preghiera collettiva, nei vagoni della metropolitana, scan­dita dall’altoparlante cinque volte al giorno.
Poi ci sono i segnali politici, tanto sfacciati quanto difficili da inter­pretare. Uno fra tutti: alle recenti e­lezioni sindacali degli avvocati, i Fratelli hanno sbandierato la pro­pria presenza, rivelatasi poi vin­cente, a fianco dei candidati liberali di Al Wafd (La delegazione), Al Ka­rama (La Dignità) e degli indipen­denti. Senza temere ritorsioni.

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Khaled al-Khamissi, Taxi. Le strade del Cairo si raccontano

Centro Internazionale di Studi e Ricerche Oasis (C.I.S.R.O.) – dicembre 2008
di Martino Diez

Khaled al-Khamissi, Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, il Sirente, 2008.

«Ci avevo sperato fino a quando non hanno preso Saddam. Quel giorno ho pianto come una fontana. Ho sentito che noi arabi ci facevamo calpestare come insetti. Mi sono sentito come una formica che chiunque poteva schiacciare sotto i piedi».
«Io mi voglio sposare uno coi soldi: lo amo o non lo amo, non me ne importa niente. L’importante è che c’ha i soldi».
«Noi viviamo nel paese delle minchiate e ci crediamo pure. L’unico ruolo di questo governo è controllare che continuiamo a crederci. È vero o no?».
Lo scrittore arabo contemporaneo, come tutti i suoi conterranei, vive diviso tra due lingue: il dialetto, che usa tutti i giorni, e l’arabo classico, la lingua di prestigio. Sono due modi diversi di raccontarsi. Uno irriverente, critico, spietato. L’altro paludato, accademico, ieratico. In dialetto si racconta il mondo com’è, in classico il mondo come dovrebbe essere. Finora però l’immagine ideale ha sempre prevalso, anche nella autorappresentazione delle società arabe, e a livello linguistico, salvo rare eccezioni, solo l’arabo classico ha goduto di dignità letteraria.
La genialità di Taxi, primo libro egiziano scritto per tre quarti in dialetto, è tutta nel contrappunto di voci parlate, ora serie, ora ironiche o disperate, spesso sguaiate, volgari anche, mai scontate. Uno spaccato sull’Egitto contemporaneo, attraverso la particolare visuale degli autisti di taxi. Chiunque abbia messo i piedi nella caotica capitale mediorientale conosce per esperienza tutta l’importanza delle onnipresenti macchine nere a strisce bianche, spesso autentiche carcasse, principale mezzo di trasporto nella sterminata megalopoli. Non di rado capita di avviare dialoghi simili a quelli riportati nel libro. C’è il disperato, l’idiota, l’autista che non dorme da tre giorni perché deve pagare la rata, il fondamentalista, il cristiano arrabbiato, l’emigrato ritornato al paese, il contrabbandiere, il barzellettiere… Come nella realtà, anche nel libro spesso si parla di politica, sempre ai limiti della censura, tanto che qua e là viene il sospetto che l’autore ci abbia aggiunto del suo. Si toccano temi scomodi, come la discriminazione dei copti nelle università, la prostituzione o la corruzione generalizzata. Il traduttore italiano, a parte qualche refuso come Notte di Qadr invece di Notte del Qadar, indovina complessivamente il registro linguistico, pur con qualche concessione al gusto per lo scurrile.
Senza dubbio questa raccolta di storie brevi, prima opera di Khaled al-Khamissi, intercetta un bisogno reale di raccontarsi oltre gli stereotipi autoimposti, come dimostrano le oltre 35.000 copie vendute, in un paese, l’Egitto, dove 3000 copie sono considerate un successo. Emerge il quadro di una società sull’orlo della bancarotta economica, sfiduciata, in preda a una crisi morale ed educativa radicale («Sono pazzi. Mandano i loro figli a scuola […]. Io personalmente dico a tutti quelli che stanno attorno a me: “Non li mandate i figli vostri a scuola, non li mandate!” È diventata la mia unica causa nella vita»), in cui la maggior parte della popolazione è totalmente assorbita dalla lotta per la sopravvivenza quotidiana. Eppure, nonostante tutto, le cose vanno avanti. Perché, come conclude l’anziano guidatore del primo racconto, «quel pane, quei soldi, non sono né miei né vostri. Appartengono a Dio. Questa è l’unica cosa che ho imparato durante la mia vita».

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Taxi: le strade del Cairo si raccontano

RADIO CITTÀ DEL CAPO – 19/12/2008
di Lucia Manassi

Khaled Al Khamissi è un giornalista, produttore e scrittore egiziano. In questo suo primo libro ha raccolto le voci di decine e decine di taxisti della sua città: il Cairo.

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L’autore nei nostri studi

E’ una megalopoli di diciotto milioni di abitanti, dove il tasso di inquinamento è uno dei più alti del mondo e gli ingorghi bloccano completamente le strade.

Khaled Al Khamissi è venuto nei nostri studi di passaggio da Bologna. Ha scelto di raccontare la vita della strada perchè lo considera uno spazio rappresentativo della società. “Nella strada si è più liberi, ha detto lo scrittore, la libertà della strada ci porta realmente a comprendere la società”. L’Egitto sta attraversando una grave crisi economica: “La Banca Mondiale nelle sue statistiche parla del 58% della popolazione che vive al di sotto della linea della povertà, due dollari al giorno. Il governo parla di crescita annuale del PIL pari al 7% ma questo 7% non si sente nella strada, il popolo non ha la capacità di sopravvivere”. Al Khamissi individua nella mancanza di speranza il sentimento più diffuso tra gli egiziani: “Quando il popolo perde la speranza è il peggio del peggio. Molte persone vogliono emigrare perchè hanno perso la speranza e questo è molto pericoloso.” Sull’opposizione al regime di Osni Mubarak Al Khamissi si esprime così: “Il Presidente Mubarak è riuscito a soffocare ogni potere politico in Egitto, anche il suo. Tutti i partiti politici sono debolissimi, oggi. Credo che Mubarak abbia preso l’acqua del Nilo, l’abbia messa nell’anima del popolo egiziano e il popolo egiziano è diventato come una salsa…con troppa acqua, senza gusto, senza colore, senza odore…questo è terribile. Da 3 o 4 anni c’è un movimento generale, nuovo, nelle fabbriche, nelle università, nelle strade…ma senza progetto, senza leaders.

Khaled Al Khamissi “Taxi, Le strade del Cairo si raccontano” (Editrice il Sirente)

Per ascoltare tutta l’intervista clicca QUI

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Khaled al Khamissi e la società egiziana vista dal Taxi

MINARETI.IT – Giovedì 11 dicembre 2008
di Elena Dini

In Italia per 10 giorni, Khaled al Khamissi ha presentato il suo libro “Taxi” in varie città. 58 brevi storie di viaggi in taxi in cui i tassisti si raccontano e raccontano l’Egitto di oggi.

– Se ti raccontassi cosa mi è successo prima… non mi crederesti mai. Sono più di vent’anni che porto il taxi e ne ho viste di tutti i colori, ma quella di oggi è stata una delle cose più assurde che mi sono capitate.
– Bene… racconta allora.

Inizio emblematico per uno dei 58 racconti, o conversazioni, o incontri con i tassisti del Cairo proposti da Khaled al-Khamissi nel suo libro “Taxi”.
35.000 copie vendute in Egitto (cifra che pochi libri raggiungono) per una raccolta di storie ambientate all’interno delle vetture tanto familiari per chi ha passeggiato anche solo una volta per le vie del Cairo. Questa enorme, e inquinatissima metropoli, conta 18 milioni di abitanti e più di 80.000 taxi. Fra i conducenti di taxi si trovano persone di ogni tipo che cercano di “sbarcare il lunario” con questo mestiere oppure di arrotondare lo stipendio affittando un taxi per qualche turno.
Nell’immaginario popolare, l’arabo ha il talento naturale di oratore, intrattenitore e chiacchierone. “Taxi” conferma questa visione. I tassisti sono affascinanti menestrelli che, oltre a far trascorrere al lettore un paio d’ore di piacevole lettura, lo immergono nell’atmosfera delle strade del Cairo con le loro barzellette, i loro sogni, le critiche alla politica e le confessioni. Chi meglio di loro, che vivono costantemente a contatto con i loro concittadini, dal ricco al povero, per parlare di una società in trasformazione, affezionata al ricordo di ciò che era ieri e non disposta a tacere le difficoltà di oggi?
Khaled al-Khamissi non riesce a nascondere (e probabilmente non vuole neanche farlo) quanto condivida il senso di nostalgia che accomuna chi si muove oggi per le vie del Cairo e, più in generale, la popolazione egiziana. “Sì, ho nostalgia dei ristoranti dove mangiavo, del tempo di prima che era migliore, della città che era più vivibile quando sono nato rispetto ad ora”, mi risponde quando gli chiedo se la nostalgia che spesso è sulla bocca dei tassisti nelle sue storie non sia anche un po’ la sua. Il rimpianto per il passato è evidente in vari autori della nuova generazione che in Egitto cercano di colmare le lacune della politica e della società civile. “Non bisogna dimenticare”, continua l’autore, “che la letteratura non può cambiare la realtà ma può cambiare l’uomo”.

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Alla presentazione di Taxi, musica profumi e parole

| Arabismo | Giovedì, 11 dicembre 2008 | Alessandra Fabbretti |

La presentazione di Taxi di Khaled Al Khamissi ha risvegliato musica, suoni, immagini ed emozioni tra i muri dell’Associazione Culturale Apollo Undici (via Conte Verde, 51 Roma), organizzata in collaborazione con l’associazione Un Ponte Per.. e la casa editrice Il Sirente lo scorso venerdì 6 dicembre.

La chitarra di Marco Bonini e il contrabbasso di Riccardo Gola hanno accompagnato al ritmo di tonalità vibranti e piacevoli la lettura di alcuni delle storie più particolari di Taxi, una raccolta di 58 racconti dal sapore sociologico, ispirati al microcosmo dei divertenti e onnipresenti veicoli gialli del Cairo, dal punto di vista tanto degli autisti che dei passeggeri.

Luci soffuse, profumo d’incenso nell’aria, pause lunghe rese leggere dalla musica e la voce squillante della lettrice hanno trasportato il pubblico nei luoghi del libro, tra i volti dei suoi abitanti e i colori e i rumori delle sovraffollate strade della capitale egiziana.

Per chi già la conosceva, ha significato la rievocazione di luoghi familiari; per chi non l’ha ancora visitata, questo testo dischiude certamente gli aspetti più veri e significativi di un popolo che vive oggi a cavallo tra il passato e la modernità, tra voglia di vivere e difficoltà quotidiane, tra ottimismo e pessimismo, tante dicotomie causate dai numerosi problemi sociali che gravano su questo e tanti altri paesi del Mondo arabo.

La povertà, la miseria, il regime politico, l’Islam intollerante, le tradizioni ceche che non lasciano posto alla volontà individuale intrecciano i discorsi e le situazioni di questo testo polifonico, senza tuttavia appesantirne la lettura o ridurne i toni scherzosi, ironici e a volte esilaranti che al Khamissi dona attraverso i suoi personaggi, e ciò conferisce a questa raccolta la capacità di interessare e appassionare il lettore ai temi più attuali dell’Egitto contemporaneo.

“Per le strade del Cairo si percepisce un sentimento di Fine” scandisce Al-Khamissi “Fine per un’epoca, fine per la speranza, fine per la politica, che da più di vent’anni è occupata dalla presidenza di Moubarak. È questo sentimento severo che ho voluto raccontare nel mio libro. “Anche la nostalgia è un’altra sensazione che è possibile sentire: si prova nostalgia, per esempio, per la vita come era negli anni ’70 e ’60, per il patriottismo, che molti giudicano ormai morto, per la possibilità di esistere senza provare fame e privazioni.

“Durante un’intervista, il giornalista mi ha chiesto se la storia “Niqab e tacchi a spillo” fosse vera o frutto della mia fantasia.1 “ prosegue l’autore “Purtroppo episodi come questo sono estremamente frequenti. In Egitto esistono moltissimi quartieri popolari, nei quali è difficile per le ragazze non indossare il velo o il niqab. Nella facoltà dove mi sono laureato negli anni ’80, ricordo che le studentesse velate erano solamente due. L’anno scorso, per caso, mi è capitato di doverci andare e ho potuto constatare che solo due ragazze non portavano il velo. Allora ho chiesto loro se potevo intervistarle. Si sono rifiutate, ma mi hanno comunque detto che la diffusione del velo non ha nulla a che fare con la religione, bensì è un fenomeno politico e sociale, che però causa loro molti fastidi. Spesso, mi hanno confidato, gli autisti degli autobus rifiutano di farle salire a bordo proprio perché hanno il capo scoperto”.

Taxi racchiude in sé i mille volti di una città, che per numero di abitanti rappresenta 1/3 dell’Italia, nella quale coabitano esperienze, vite, convinzioni e caratteri differenti e molteplici in modo quasi inimmaginabile, ecco perché il pubblico italiano ne è rimasto affascinato e il libro ha attraversato da nord a sud il nostro paese, in una 10 giorni di incontri, presentazioni e dibattiti, che ci auguriamo non si arresti né costituisca un caso isolato ed eccezionale.

È il quarto racconto del libro. Una ragazza, coperta dalla testa a piedi dal niqab, il tradizionale velo nero che lascia scoperti solo gli occhi, una volta nel Taxi inizia a cambiarsi e a truccarsi, suscitando lo stupore dell’autista; questi non riesce a fare finta di nulla e le chiede il perché di tale bizzarro comportamento. La donna spiegherà che, pur essendo costretta a indossare il niqab sia in casa che all’esterno, lavora in segreto come cameriera in un elegante ristorante dove può guadagnare più di qualsiasi altro mestiere che i suoi genitori approverebbero

Quando e perché ha deciso di scrivere questo libro, che ha la particolarità di avere come oggetto, o contesto, il Taxi?

Durante la mia vita mi sono sempre interessato alle parole, ai dialoghi del Cairo, alla genialità e alla saggezza che gli egiziani sanno esprimere con grande semplicità. Tale saggezza, analizzata da un punto di vista politico, economico e sociale, ha sempre destato in me profondo stupore: essa deriva da un popolo millenario, che nel corso dei secoli ha saputo sviluppare un rapporto forte con le istituzioni. Io sono solito prendere molto spesso il Taxi. Un giorno, un autista mi raccontò una storia, che è finita poi nel mio libro, a proposito del Primo Ministro egiziano il quale ha la nazionalità canadese. L’ho trovata molto interessante e rappresentativa di ciò che accade normalmente per le strade, e allora mi sono detto che avrei dovuta scriverla. Scrivendola, ho capito che dovevo continuare. E così è nato il mio libro.

La confusione, il rumore che regna nelle strade e nelle vie del Cairo può rappresentare in qualche modo il popolo egiziano?

No, non lo credo affatto. Il Cairo ha assistito ad una crescita demografica enorme durante il XX secolo All’inizio del 900 aveva 600,000 abitanti, verso la metà aveva raggiunto i 2,5 milioni, mentre oggi si è arrivati ai circa 18 milioni. Si tratta dunque di una crescita demografica enorme, che ha delle conseguenze certamente pesanti sulla città, come il traffico, l’inquinamento e il rumore, ma tutto ciò non rappresenta la popolazione né la personalità del Cairo.

Lei è molto critico verso la politica, il governo e le leggi del suo paese. Ritiene che i cambiamenti che hanno luogo in questo momento nel mondo, come l’elezione del presidente Barak Obama negli Stati Uniti, possano riflettersi anche sui regimi e i sistemi dei paesi arabi e sull’Egitto in particolare?

Posso dire che, avendo ascoltato molte persone al Cairo, come i passanti, gli autisti dei Taxi, o la povera gente, la venuta di Obama non cambierà nulla per l’Egitto. Per gli Stati Uniti certamente, per altri paese forse, ma non per l’Egitto, come per la questione del conflitto arabo-israeliano. Per gli egiziani, quelli che vivono nella miseria soprattutto, repubblicano o democratico significa in fin dei conti solo vedere due volti diversi. Non serve cambiare questo volto, che sia giovane o anziano, bianco o afroamericano. C’è stato un cambiamento, certo, ma non è quel genere di cambiamento che serve per migliorare le cose.

In un racconto, lei descrive i Fratelli Musulmani con molta ironia. Quanto c’è di vero in ciò che lei scrive in questo monologo, e di cui lei è convinto anche nella realtà?

Per le strade del Cairo non si crede davvero a una forza politica di qualsiasi tipo: né ai partiti, né ai Fratelli Musulmani, né a nient’altro. C’è la sensazione che in realtà tutte queste persone siano deboli, che i movimenti politici siano deboli, che i partiti e gli avvenimenti siano deboli. Tutto ciò viene definito “balance de faiblasse”, perché tutti sono privi di forza e quindi nessuno può concretamente cambiare le cose. L’ironia nasce da questa condizione, e dal fatto che nessuno crede che ci sarà un cambiamento. Anche i Fratelli Musulmani, senza potere, non sono in grado di fare nulla, esattamente come gli altri, come ad esempio i partiti, siano essi di destra, di sinistra o di centro.

Il suo libro, Taxi, ha riscosso notevole successo nei paesi Europei. Perché?

Non mi sento ancora di dire che il mio libro ha avuto un gran successo in Europa, ma lo spero. Se esistono delle persone che si interessano al mio libro, è perché esso rappresenta le strade del Cairo e quindi ciò che succede al giorno d’oggi nella società egiziana. In tutti i casi, la letteratura è un mezzo di comunicazione tra i paesi e tra le culture, come un ponte, e io mi auguro che il mio testo riesca ad attraversare questo ponte, posto tra le due rive del Mediterraneo, tra l’Egitto e l’Italia, con molte altre letterature che siano portate in Egitto o dall’Egitto verso l’estero.

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Voci narranti

Alessandro Scaretti dà voce ai tassisti di Khaled Al Khamissi

Cari lettori,

Alessandro Scaretti, attore teatrale definito sublime dallo stesso Khaled Al Khamissi, dà voce ai tassisti di TAXI con abile ironia. Buona visione!

[youtube=http://www.youtube.com/v/qiPwWVL3jUQ&hl=it&fs=1] I – La grazia di Dio

[youtube=http://www.youtube.com/v/8VHC6g8Uf94&hl=it&fs=1] VII – È tutto un bizness 

[youtube=http://www.youtube.com/v/a9GtlN2y0k4&hl=it&fs=1] XLI – Filosofia del tassinaro

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Cairo on the road

EUMAGAZINE – 09/12/2008
di Giulia Stampetta

Una buona dose di humour per trattare argomenti a cui solitamente gli egiziani riservano un’estrema serietà.

Copie vendute: 70.000 (e che continuano ancora ad uscire dalle librerie), in Egitto vendere già meno della metà è considerato un successo editoriale. E “Taxi” lo è. Pubblicato nel gennaio 2007, è già stato tradotto in inglese e italiano (prossimamente anche in francese, tedesco, olandese, sloveno e greco). In Italia è stata edito da “Il Sirente” e fino al 7 dicembre l’autore Khaled al Khamissi, giornalista laico tollerante ed ispirazione socialista, sarà impegnato in un tour promozionale nel nostro Paese. Noi lo abbiamo incontrato alla facoltà di Studi Orientali della Sapienza; alcuni studenti hanno in mano il suo libro: una raccolta di 58 storie brevi (e a detta sua tragiche) messe insieme fra il 2005 e il 2006 parlando con i tassisti del Cairo di vita quotidiana, frustrazioni, speranze e amarezze di un popolo «oppresso e povero e senza possibilità di sopravvivenza – come lo ha descritto lui durante la presentazione – che in molti casi ha perso la speranza, ma non la voglia di scherzare, di ridere e di vivere». I tassisti, si sa, sono inesauribili fonti di storie e quindi ottimi spunti per affrontare un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana. Ci parla in francese del bisogno di leggere chi scrive della realtà di questi paesi e della loro cultura, evidenziando quella che, secondo lui, è la responsabilità occidentale nell’aver creato incomprensioni, fraintendimenti e stereotipi rispetto al mondo arabo. “C’è un forte bisogno di comprensione e conoscenza reciproca – ha continuato lo scrittore – mentre la stampa europea, in particolare quella francese, inglese e americana, scrive di una realtà creata da e per l’immaginario americano”. In risposta a questa informazione di parte l’opera di Al Khamissi va letta proprio per la sua capacità di raccontare dall’interno e in modo semplice e diretto la reale vita quotidiana del Cairo. Un’analisi fatta dai cairoti, un microfono piazzato nel cuore dinamico di questa grande capitale, che non a caso gira in automobile, in una delle metropoli più inquinate del mondo! Ci sono barzellette che prendono di mira il Presidente, storie di ordinario sfruttamento, di povertà e riflessioni a volte molto sottili sulla politica internazionale. Un agglomerato caotico di voci, che lo scrittore non ha voluto ordinare, ma semplicemente trasporre in maniera discontinua e sparsa. Queste invettive di pancia sono un pretesto per dire delle cose sulle classi povere dell’Egitto, in un linguaggio semplice che ha saputo evitare i difetti degli intellettuali. All’apparenza leggero e godibile, il libro nasconde dietro i discorsi diretti e talvolta pittoreschi dei tassisti, i moltissimi problemi di un paese che cerca la propria strada fra la voglia di adozione di uno stile di vita europeo (ancora oggi esclusivo appannaggio delle classi più ricche della società) e la restrizione delle libertà imposta dal governo, i bassi livelli di cultura e i notevoli problemi economici. Alcuni dicono che Khaled Al Khamissi si è autocensurato. Gli ottantamila tassisti del Cairo sono più volgari di come li descrive: adorano parlare di sesso, droga, soldi e degli imbrogli che fanno. Chi però ha vissuto al Cairo abbastanza sa comunque bene che una conversazione con i tassisti a volte vale molto più della lettura di un libro per capire questo paese.

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Khaled Al Khamissi racconta Il Cairo. Oggi alla Fiera della piccola e media editoria

IL MANIFESTO – 07/12/2008
di Giuliano Battiston

Giornalista, sceneggiatore e produttore cinematografico con alle spalle studi di Scienze politiche al Cairo e alla Sorbona, Khaled Al Khamissi dal 2007 è anche uno degli scrittori più letti dal pubblico egiziano, di cui ha conquistato l’attenzione con una raccolta di storie in cui le voci dei tassisti cairoti diventano un filtro attraverso il quale riflettere – a volte amaramente, più spesso causticamente – sui problemi della società egiziana, soffocata da un potere asfissiante e brutale e «abituata a non avere voce». Abbiamo rivolto qualche domanda a Khaled Al Khamissi, che oggi a Roma alle 14 presso la Fiera della piccola e media editoria presenta il suo libro, Taxi. Le strade del Cairo si raccontano (Il Sirente, pp.191, euro 15) – insieme al traduttore Ernesto Pagano, a Chiarastella Campanelli e a Igiaba Scego.
Secondo la celebre definizione di Stendhal, il romanzo è uno specchio portato lungo una strada; lei invece sembra usare i taxi cairoti come uno specchio per riflettere le vicende della società egiziana. Ci spiega le ragioni della sua scelta?
Non è stata una scelta del tutto consapevole: al processo della scrittura contribuiscono molti elementi, e alcuni di questi non sono di ordine razionale. Comunque, volevo parlare innanzitutto delle strade, poiché tutte le strade sono fortemente rappresentative della società e ne riflettono le pulsazioni più intime, e solo in un secondo momento ho scelto i tassisti, coloro che ascoltano e raccontano le storie delle persone che abitano le strade. Inoltre, anche se per gran parte della mia vita ho studiato scienze politiche e ho letto le analisi di esperti e professori, non ho mai smesso di ascoltare le discussioni di quanti non sono mai entrati nelle aule universitarie. Da queste discussioni ho imparato che la politica, dopo tutto, è una questione molto semplice: possiamo mangiare o no? Possiamo educare i nostri figli o no? Possiamo respirare aria pulita o no? E in caso negativo, perché? Mi sembra che nelle strade ci sia la risposta a questo perché. Gli egiziani, da millenni oppressi da governi che usano il pugno di ferro, temono senz’altro l’oppressione, ma allo stesso tempo hanno sviluppato un forte senso dell’umorismo, che si traduce nella capacità di farsi beffe della stupidità di chi governa. In questo modo sono riusciti a stabilire una distanza tra loro e il potere. E solo la distanza porta alla comprensione.
Il protagonista del racconto «Quando Mubarak va a passeggio» è un tassista «che all’inizio aveva adorato il Cairo, poi l’aveva amata, poi aveva cominciato a provare nei suoi confronti sentimenti contrastanti. Poi: l’aveva odiata e adesso ne sente ripugnanza». Nel suo caso, quali sentimenti la legano al Cairo?
Sono nato negli anni Sessanta, e posso assicurarle che da allora ho assistito con i miei occhi a un degrado progressivo e costante, che ha investito ogni aspetto della vita della città. Tuttavia, rimane una città estremamente forte, dotata di risorse inaspettate. Dopo tutto nessuno può nascondere che si tratti di un museo a cielo aperto, che raccoglie testimonianze architettoniche risalenti ad almeno seimila anni fa e che attraversano il periodo copto, islamico, moderno e via dicendo. A fronte di questo straordinario aspetto storico-architettonico rimane una città in cui metà della popolazione vive in condizioni di emergenza, senza i servizi essenziali. E gli abitanti continuano a crescere: nel 1900 erano circa seicentomila, nel 1950 due milioni e mezzo. Oggi siamo diciotto milioni, e arriveremo presto a venti. Si può immaginare dove andremo a finire, con il governo che ci ritroviamo.
L’«Angelo nero», protagonista dell’ultimo racconto, un tassista venuto da Assuan, sembra trovare la propria, personale, felicità nella cura che riserva al giardino di fronte casa. Vuol forse dire che in Egitto felicità e soddisfazione possono darsi solo nella sfera privata, mentre quella pubblica, soffocata dal potere, non offre opportunità di «realizzazione»?
È proprio così. Oggi gli egiziani non fanno parte di un progetto collettivo, e l’Egitto è un paese privo di progettualità sociale, economica, culturale. È come se vivessimo ciascuno nella propria isola. Dal momento che i ponti adibiti a collegare le isole tra di loro sono stati abbattuti, l’unica cosa che ci è concessa per sopravvivere più dignitosamente è rendere la nostra isola un po’ migliore. La gente si sforza di trovare una dimensione collettiva, un progetto sociale di cui possa sentirsi parte, ma si accorge presto che non esiste alcun progetto: veri partiti politici e movimenti sociali politicamente efficaci non ci sono. Tuttavia, negli ultimi due anni abbiamo assistito ad alcune manifestazioni dei lavoratori che hanno rappresentato un vero movimento sociale, e questo i deve farci sperare. Credo che continueranno anche in futuro.

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Egitto: Al Khamissi, eliminare la religione dalla carta d’identità

ANSAmed – 01/12/2008
di Luciana Borsatti

ROMA – Eliminare dalle carte di identità degli egiziani la dicitura ‘musulmano’, ‘ebreo’ o ‘cristiano’, perché “non deve avere alcuna importanza sapere a quale religione si appartenga”. È l’obiettivo della campagna condotta in Egitto da vari intellettuali e di cui si fa portavoce anche Khaled Al Khamissi , autore di “Taxi”, vero caso editoriale nel suo Paese, da poco tradotto in italiano con l’Editrice Il Sirente.
Una campagna che per ora si sta combattendo solo sulla stampa e negli incontri pubblici e non ancora in Parlamento, precisa Al Khamissi, ma che dimostra come, sostiene, nella società egiziana l’appartenza religiosa contino meno di quanto sembri.
La dicitura relativa alla fede nelle carte d’identità solleva inoltre, racconta, anche un altro problema: il fatto che il software in uso per i documenti elettronici non permette più l’inserimento di fedi diverse dalla triade dei tre grandi monoteismi, tagliando così fuori in particolare, la piccola minoranza Bahai. Una questione che il governo egiziano “rifiuta di risolvere”, evidenzia. Mentre sull’abolizione del dato sull’appartenza religiosa tout-court – ritenuto particolarmente ‘sensibile’ dalla legislazione sulla privacy nei paesi occidentali – le autorità “rifiutano anche di rispondere”.
Ma l’elemento religioso come elemento di appartenenza identitaria si collega a quella “islamizzazione del Paese”, ricorda ancora Al Kharmissi, che “ha avuto inizio con Sadat nel 1977 ed è proseguita anche con il successore Mubarak e il suo ministro per l’informazione Safwat El Sharif, in carica per 23 anni”, accompagnandosi con “finanziamenti dall’Arabia Saudita e dagli Usa”. Ma le divisioni tra le religioni, secondo Al Khamissi, non appartengono alla “vera anima del popolo egiziano – sottolinea – in cui prevale lo spirito della tolleranza. Il vero egiziano non ha grande interesse per queste questioni, per lui contano i problemi quotidiani della vita e della morte.
Visto che – aggiunge – su una popolazione di 75 milioni il 55% vice al di sotto dei livelli di povertà, il 20% è povero e il 20% sta appena a galla. E il restante 5%, infine, è tanto ricco che non gliene importa proprio di niente”.
Le tensioni religiose dunque “non sono altro che il riflesso di una situazione di crisi economica e sociale che il governo, privo di un progetto per il Paese, non sa risolvere”. Quanto l’appartenenza religiosa sia secondaria nella percezione della gente lo dimostra del resto il fatto, sottolinea ancora lo scrittore citando Lewis Amad, che è solo nei periodi di crisi economica e sociale che i genitori scelgono per i figli nomi di evidente derivazione religiosa. “Quando io andavo a scuola – ridorda lo scrittore 46 enne – non riconoscevo la religione dei miei compagni dal loro nome, ora mia figlia si”.
Convinzioni, quelle di Al Khamissi, che lo scrittore poggia sulle sue frequentazioni con i tassisti del Cairo, protagonisti delle 58 storie che racconta nel suo libro. Perché i tassisti della  (circa 220 mila abusivi, precisa, contro 80 mila regolari) sono la vera voce dell’Egitto più popolare, quello che fa più fatica e tirare avanti, e che raccolgono dai loro passeggeri le storie più autentiche della vita nel Paese, trasposte nel libro in una forma che si propone di darne la rappresentazione letteraria più veritiera.
Già pubblicato in inglese e presto anche in spagnolo, greco e francese, “Taxi” in Egitto  “è stato un successo – osserva –
che non avrei mai immaginato: in 18 mesi ha venduto oltre 100 mila copie, quando i libri in genere non ne vendono più di 3000. Un successo paragonabile solo a quello di ‘Chicago’ di Ala-Al-Aswani – conclude, citando l’autore di ‘Palazzo Yacoubian’ – e che non mi so spiegare”.

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In taxi per le strade del Cairo. Le brevi storie urbane di Khaled al-Khamissi

RINASCITA  – 27/11/2008
di Pino Blasone

Un precedente di successo nel mondo arabo e all’estero è certo il romanzo Palazzo Yacoubian di ‘Ala al-Aswani, ambientato nel centro storico del Cairo. Anche il volume di racconti Taxi di Khaled al-Khamissi è ambientato nella megalopoli egiziana; uscito in arabo nel 2007, è stato ristampato più volte in un anno. Ecco ora la traduzione eseguita da Ernesto Pagano. Titolo e sottotitolo dell’edizione italiana, Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, ci suggeriscono però che qui si tratta non di vicende le quali si intreccino in un vecchio stabile glorioso, bensì di tante brevi storie in perenne e caotico movimento, narrate dalle voci dei tassisti all’autore. Con qualche intuibile aggiunta della sua fantasia, esse ci restituiscono un caleidoscopico mosaico.
Se la critica sociale e politica era presente sullo sfono della narrazione di Al-Aswani, ruotando intorno a un’estesa crisi di identità individuale e collettiva, nella cronaca simulata da Al-Khamissi essa emerge in primo piano. Il tema principale, messo a fuoco dallo scrittore, acquista una consistenza e un carattere differenti. In particolare, ciò che si cerca di illustrare è come un qualunquismo indotto non solo fra la borghesia, ma anche nei ceti popolari possa scadere in un atteggiamento conservatore, che nello specifico assume i connotati dell’integralismo religioso. È quanto confida un anziano tassista (al Cairo i tassì sonjo i mezzi di spostamento più agevoli e mediamente accessibili), colto in un momento di disincantata sincerità: «Abbiamo già provato tutto. provammo il re e non funzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti. Poi provammo una via di mezzo e alla fine siamo arrivati al capitalismo che però ha i monopoli, il settore pubblico che scoppia, la dittatura e lo stato di emergenza. E ci hanno fatto diventare pure un poco americani e tra poco pure israeliani; e allora perché non proviamo i Fratelli Musulmani? Chi lo sa, va a finire che funzionano…» (nel racconto Pesce, latte e tamarindo).
Basti sapere che i “Fratelli Musulmani” sono in realtà un partito con ambizioni populiste, sorto in Egitto e diffusosi nel resto del mondo islamico. Non occorre conoscere a fondo la storia egiziana contemporanea, per rendersi conto che – mutatis mutandis – una mentalità del genere non difetta nemmeno tra noi, e che anzi si è andata accentuando nel vuoto politico effettivo creatosi negli ultimi tempi. È quanto ben condensato dall’espressione “La politica è sempre stata una schifezza da quando l’hanno inventata”, che troviamo riportata in un altro racconto, esplicitamente intitolato Elezioni e terrorismo. La lingua adottata da Al-Khamissi è svelta ed efficace, vicina alla colorita parlata del dialetto cairota, resa al meglio possibile dal traduttore.
Tutto ciò non vuol dire che i motivi prettamente esistenziali vi siano trascurati. Ma anch’essi risentano di un contasto di impoverimento o di  miseria, che le accresciute differenze sociali fanno risaltare in modo acuto, riflettendosi addirittura in quelle ambientali architettoniche o a volte di semplice costume. È il caso di un racconto dal titolo eloquente Devastazione edilizia, o di un altro assai godibile intitolato “Niqab” e tacchi a spillo, che prende di mira il conformismo religioso del velo per le donne, divenuto ormai maggioritario. Non sorprende che il libro abbia potuto destare qualche risentimento nella società egiziana, mitigato tuttavia dal quel garbo e humour che fanno parte – a oltranza – di quell’antica tradizione e cultura.

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Khaled Al Khamissi in Italia dal 26 novembre al 7 dicembre

web

Khaled Al Khamissi, l’autore del caso editoriale egiziano “Taxi”, arriva in Italia per un tour di presentazioni del suo libro dal 27 novembre al 7 dicembre. Sarà a Pesaro, Bologna, S. Giuliano Terme (PI), Ostia Lido (RM), Roma e Napoli sino alla fiera del libro “Più libri più liberi” di Roma.

Dibattiti, letture, musica, dolcetti arabi e cantastorie che immergeranno i presenti nella vivida atmosfera del Cairo. Khaled al Khamissi passerà dal clima accademico delle Università a quello informale di biblioteche e librerie.

Un libro dedicato «Alla vita che abita nelle parole della povera gente.»

Taxi è un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. 58 storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. Uno dei libri più venduti di sempre in Egitto e nel mondo arabo. Khaled Al Khamissi è nato al Cairo, Egitto. Giornalista, regista e produttore, scrive periodicamente articoli e analisi critiche su politica e società in diversi giornali e settimanali egiziani.

Giovedì 27 novembre 2008, Pesaro  (18h00) – Biblioteca San Giovanni (Via Giambattista Passeri, 102 – 61100 Pesaro). Intervengono l’autore, il traduttore, l’editore, Roberta Denaro (docente di “Letteratura e traduzione araba” presso la facoltà di Lingue delll’Università di Urbino “Carlo Bo”) e Sabrina Pecchia (assessore alla Cooperazione Internazionale del Comune di Pesaro).

Venerdì 28 novembre 2008, Bologna (20h30) Biblioteca Amilcar Cabral (via di San Mamolo, 24 – 40136 Bologna). Intervengono l’autore, il traduttore, l’editore, Marcella Emiliani (docente di “Relazioni internazionali nel medio oriente” presso l’Università degi Studi di Bologna) e Augusto Valeriani (docente di “Media e la politica internazionale” presso l’Università degi Studi di Bologna).

Sabato 29 novembre 2008, San Giuliano Terme, Pisa (16h30) Associazione Culturale “La Centrale” (via Giosuè Carducci – 56010 San Giuliano Terme, Pisa). Intervengomo l’autore, il traduttore e l’editore.

Domenica 30 novembre 2008, Ostia Lido, Roma (19h00) – Centro Socio Abitativo “Vittorio Occupato”, Scuola di Italiano  (lungomare Toscanelli, 186 – Ostia Lido). Intervengono l’autore, l’editore e Pino  Blasone (giornalista di Rinascita).

Lunedì 1 dicembre 2008, Roma Marconi (17h00) – Università di Roma Tre, Dipartimento di Studi Storici Geografici Antropologici, Sala del Consiglio (Via Ostiense, 234/236 – 00146 Roma). Intervengono l’autore, l’editore, Anna Bozzo (docente di Storia e Istituzioni dell’Islàm all’Università Roma Tre), Francesca Maria Corrao (docente di “Lingua e Letteratura Araba all’Università di Napoli “L’Orientale”), Stefano Andretta (Direttore del Dipartimento di Studi Storici Geografici Antropologici), Paolo Benvenuti (Direttore del Dipartimento di Diritto Europeo), Giuliano Lancioni (Università Roma Tre), Vincenzo Zeno-Zencovich (Università Roma Tre, Direttore del CLA), Alessandra Gianelli (Università di Teramo) e Deborah Scolart (Università di Roma “Tor Vergata”).

Martedì 2 dicembre 2008, Roma (10h00) – Villa Mirafiori, Facoltà di Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza” (via Carlo Fea, 2 – 00161 Roma). Intervengono l’autore, l’editore e Giuseppe Cecere (docente di Lingua araba all’Università di Roma “La Sapienza”).

Martedì 2 dicembre 2008, Napoli (18h00) – Libreria Edicolè (Piazza Municipio, 5 – 80133 Napoli). Intervengono l’autore e l’editore.

Mercoledì 3 dicembre 2008, Napoli (12h00) – Università di Napoli “L’Orientale”, Palazzo Mediterraneo, Aula 3.4  (Via Nuova Marina, 59 – 80133 Napoli). Intervengono l’autore, l’editore, Francesca Maria Corrao (docente di “Lingua e Letteratura Araba all’Università di Napoli “L’Orientale”) e Giovanni Canova (docente di Storia contemporanea dei paesi arabi all’Università di Napoli “L’Orientale”).

Mercoledì 3 dicembre 2008, Caserta (16h00) – Seconda Università degli Studi di Napoli, Polo didattico-scientifico, nuovo aulario, aula D1 (via Vivaldi, 43 – 81100 Caserta). Intervengono l’autore, l’editore, Gian Maria Piccinelli (docente di Lingua Diritto musulmano e dei paesi islamici all’Università di Napoli “L’Orientale”) e Paola Viviani (docente di Lingua e letteratura araba all’Università di Napoli “L’Orientale”).

Giovedì 4 dicembre 2008, Roma (10h00) – Università di Roma “La Sapienza”, Facoltà di Studi Orientali, Aula 5 (via Principe Amedeo, 182/b – 00185 Roma). Intervengono l’autore, l’editore e Isabella Camera d’Afflitto (docente di Lingua e letteratura araba all’Università di Roma “La Sapienza”).

Venerdì 5 dicembre 2008, Roma Piazza Vittorio (20h30) – Associazione Culturale Apollo Undici (via Conte Verde, 51 – 00185 Roma). Intervengono l’autore, l’editore e Gaia Parrini (Un ponte per…). Al contrabasso Riccardo Gola e alla chitarra Marco Bonini.

Sabato 6 dicembre 2008, Roma Ostiense (18h00) – Libreria Le Storie (via Giulio Rocco, 37/39 – 00154 Roma). Intervengono l’autore e l’editore.

Domenica 7 dicembre 2008, Roma EUR (14h00) – Fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, Palazzo dei Congressi, Sala Ametista (Viale della Civiltà del Lavoro – 00134 Roma). Intervengono l’autore, l’editore, Igiaba Scego (giornalista e scrittrice). Letture di Alessandro Scaretti (attore).

Domenica 7 dicembre 2008, Roma Trastevere (18h30) – Libreria Griot Emporio Culturale (Via di S. Cecilia, 1/A – 00153 Roma). Intervengono l’autore, l’editore e Ingy Mubiayi (scrittrice). Letture di Alessandro Scaretti (attore).

Per saperne di più sulla traduzione italiana “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” di Khaled Al Khamissi e conoscere le date delle presentazioni: www.sirente.it

http://www.sirente.it/9788887847147/taxi-khaled-al-khamissi.html scheda libro
http://it.wordpress.com/tag/rassegna-stampa-khaled-al-khamissi rassegna stampa
http://books.google.it/books?id=6SknKr38CoMC anteprima libro

Press:
Chiarastella Campanelli
chiaraetoile@hotmail.com 
mob. +39 339 3806185

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Khaled Al Khamissi e i tassisti cairoti occupano l’Università di Roma Tre

Lunedì 1 dicembre 2008, alle ore 17.00, l’autore del caso editoriale egiziano “Taxi” sarà a Roma presso la Sala del Consiglio, Dipartimento di Studi Storici Geografici Antropologici dell’Università di Roma Tre per presentare il suo libro.

Un libro dedicato «Alla vita che abita nelle parole della povera gente.»

Roma è la quarta tappa del tour italiano di Khaled Al Khamissi che si concluderà il 7 dicembre con la Fiera del libro “Più libri più liberi” di Roma. Alla Sala del Consiglio, Dipartimento di Studi Storici Geografici Antropologici dell’Università di Roma Tre (Via Ostiense, 234/236 – 00146 Roma) oltre all’autore saranno presenti il traduttore, l’editore, Anna Bozzo (docente di Storia e Istituzioni dell’Islàm all’Università Roma Tre), Francesca Maria Corrao (docente di “Lingua e Letteratura Araba all’Università di Napoli «L’Orientale»), Stefano Andretta (Direttore del Dipartimento di Studi Storici Geografici Antropologici), Paolo Benvenuti (Direttore del Dipartimento di Diritto Europeo), Giuliano Lancioni (Università Roma Tre), Vincenzo Zeno-Zencovich (Università Roma Tre, Direttore del CLA), Alessandra Gianelli (Università di Teramo) e Deborah Scolart (Università di Roma “Tor Vergata”).

DOVE:
Sala del Consiglio, Dipartimento di Studi Storici Geografici Antropologici
Via Ostiense, 234/236
00146 Roma

(Metro B, fermata Marconi)

PROGRAMMA:
inizio ore 17,00 – ingresso gratuito
Saranno presenti Khaled Al Khamissi (autore)
Intervengono Anna Bozzo, Francesca Maria Corrao, Stefano Andretta, Paolo Benvenuti,
Giuliano Lancioni, Vincenzo Zeno-Zencovich, Alessandra Gianelli e Deborah Scolart

IL LIBRO. “Taxi” è un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani, a cui da voce il promettente Khaled Al Khamissi, sono degli amabili cantastorie che con disinvoltura conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni. «Taxi è un articolata e divertente critica alla società e alla politica egiziana» dice Mark Linz, direttore dell’Università Americana al Cairo, «è unico nel suo genere perché usa una buona dose di humor per trattare argomenti a cui solitamente gli egiziani riservano un’estrema serietà.»
Primo libro di Khaled Al Khamissi “Taxi” in Egitto è diventato un best-seller, ristampato 9 volte nell’arco di un anno, oltre 65.000 copie vendute in Egitto, paese in cui 3.000 copie sono considerate un successo. 58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006. Il diluvio di parole che emettono gli autisti è spontaneo e disordinato e sommerge il lettore regalandogli varie prospettive da cui guardare l’Egitto. L’essere umano è alla base di questo libro, ‘l’uomo della strada’ con parole semplici e chiare esprime i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, dell’Egitto, ma anche del mondo arabo.

DIPARTIMENTO DI STUDI STORICI GEOGRAFICI ANTROPOLOGICI. Il Dipartimento è nato, a seguito della creazione della Terza Università di Roma, con D. R. del 29 marzo 1993, per iniziativa di un gruppo di docenti provenienti dal Dipartimento di “Studi storici dal Medioevo all’età contemporanea” dell’Università “La Sapienza”. Questa denominazione è stata inizialmente mantenuta, in quanto l’arco cronologico e il carattere diacronico sono rimasti come una precisa scelta metodologica del nuovo Dipartimento nell’organizzare la ricerca scientifica sui fenomeni di lunga durata e sui mutamenti sotterranei del corpo sociale che preludono alle grandi trasformazioni rivoluzionarie dell’età moderna e contemporanea.

Per saperne di più sulla traduzione italiana “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” di Khaled Al Khamissi e conoscere le date delle presentazioni: www.sirente.it

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Khaled Al Khamissi e i tassisti cairoti invadono Pesaro

2008-11-27-pesaro-web

Giovedì 27 novembre 2008, alle ore 18.00, l’autore del caso editoriale egiziano “Taxi” sarà a Pesaro presso la Biblioteca San Giovanni per presentare il suo libro.

Un libro dedicato «Alla vita che abita nelle parole della povera gente.»

Pesaro è la prima tappa del tour italiano di Khaled Al Khamissi che si concluderà il 7 dicembre con la Fiera del libro “Più libri più liberi” di Roma. Alla Biblioteca San Giovanni (Via Giambattista Passeri, 102 – 61100 Pesaro) oltre all’autore saranno presenti il traduttore, l’editore, Roberta Denaro (docente di “Letteratura e traduzione araba” presso la facoltà di Lingue delll’Università di Urbino “Carlo Bo”) e Sabrina Pecchia (assessore alla Cooperazione Internazionale del Comune di Pesaro).

DOVE:
Biblioteca San Giovanni
Via Giambattista Passeri, 102
61100 Pesaro
T +39 0721 387770
F +39 0721 387771
www.biblioteca.comune.pesaro.pu.it
biblioteca@comune.pesaro.ps.it

PROGRAMMA:
inizio ore 18,00 – ingresso gratuito
Saranno presenti Khaled Al Khamissi (autore) ed Ernesto Pagano (traduttore)
Intervengono Roberta Denaro e Sabrina Pecchia

IL LIBRO. “Taxi” è un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani, a cui da voce il promettente Khaled Al Khamissi, sono degli amabili cantastorie che con disinvoltura conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni. «Taxi è un articolata e divertente critica alla società e alla politica egiziana» dice Mark Linz, direttore dell’Università Americana al Cairo, «è unico nel suo genere perché usa una buona dose di humor per trattare argomenti a cui solitamente gli egiziani riservano un’estrema serietà.»
Primo libro di Khaled Al Khamissi “Taxi” in Egitto è diventato un best-seller, ristampato 9 volte nell’arco di un anno, oltre 65.000 copie vendute in Egitto, paese in cui 3.000 copie sono considerate un successo. 58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006. Il diluvio di parole che emettono gli autisti è spontaneo e disordinato e sommerge il lettore regalandogli varie prospettive da cui guardare l’Egitto. L’essere umano è alla base di questo libro, ‘l’uomo della strada’ con parole semplici e chiare esprime i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, dell’Egitto, ma anche del mondo arabo.

BIBLIOTECA SAN GIOVANNI. La Biblioteca San Giovanni del Comune di Pesaro si occupa di lettura, informazione, studio, tempo libero, attualità e contemporaneità. La Biblioteca ha un patrimonio di 44.409 volumi e 152 periodici.

Per saperne di più sulla traduzione italiana “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” di Khaled Al Khamissi e conoscere le date delle presentazioni: www.sirente.it

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Khaled Al Khamissi e i tassisti cairoti invadono Bologna

Venerdì 28 novembre 2008, alle ore 20.30, l’autore del caso editoriale egiziano “Taxi” sarà a Bologna presso la Biblioteca del Centro Studi Amilcar Cabral per presentare il suo libro.

Un libro dedicato «Alla vita che abita nelle parole della povera gente.»

Bologna è la seconda tappa del tour italiano di Khaled Al Khamissi che si concluderà il 7 dicembre con la Fiera del libro “Più libri più liberi” di Roma. Alla Biblioteca Amilcar Cabral (via di San Mamolo, 24 – 40136 Bologna) oltre all’autore saranno presenti il traduttore, l’editore, Marcella Emiliani (docente di “Relazioni internazionali nel medio oriente” presso l’Università degi Studi di Bologna) e Augusto Valeriani (docente di “Media e la politica internazionale” presso l’Università degi Studi di Bologna).

DOVE:
Biblioteca Amilcar Cabral
Via San Mamolo, 24
40136 Bologna

T +39 051 581464
www.centrocabral.com
bibliotecacabral@comune.bologna.it

PROGRAMMA:
inizio ore 20,30 – ingresso gratuito
Saranno presenti Khaled Al Khamissi (autore) ed Ernesto Pagano (traduttore)
Intervengono Marcella Emiliani e Augusto Valeriani

IL LIBRO. “Taxi” è un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani, a cui da voce il promettente Khaled Al Khamissi, sono degli amabili cantastorie che con disinvoltura conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni. «Taxi è un articolata e divertente critica alla società e alla politica egiziana» dice Mark Linz, direttore dell’Università Americana al Cairo, «è unico nel suo genere perché usa una buona dose di humor per trattare argomenti a cui solitamente gli egiziani riservano un’estrema serietà.»
Primo libro di Khaled Al Khamissi “Taxi” in Egitto è diventato un best-seller, ristampato 9 volte nell’arco di un anno, oltre 65.000 copie vendute in Egitto, paese in cui 3.000 copie sono considerate un successo. 58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006. Il diluvio di parole che emettono gli autisti è spontaneo e disordinato e sommerge il lettore regalandogli varie prospettive da cui guardare l’Egitto. L’essere umano è alla base di questo libro, ‘l’uomo della strada’ con parole semplici e chiare esprime i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, dell’Egitto, ma anche del mondo arabo.

BIBLIOTECA AMILCAR CABRAL. Il Centro Amilcar Cabral del Comune di Bologna si occupa di storia, politica, economia, religione, cultura dei paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. La Biblioteca ha un patrimonio di 25.000 volumi e 400 periodici ed è aperta al pubblico tutti i giorni nei seguenti orari:  lunedì 13,30 – 19; martedì, mercoledì, giovedì 8,30 – 19; venerdì e sabato 8,30 – 13,30.

Per saperne di più sulla traduzione italiana “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” di Khaled Al Khamissi e conoscere le date delle presentazioni: www.sirente.it

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chiaraetoile@hotmail.com 
mob. +39 339 3806185

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Uno scrittore prende il Taxi

GRUPPO ITALIANI EGITTO – Anno I numero 2
di Neliana Tersigni

Il primo vero incontro di ogni espatriato con il Cairo è con i suoi tassisti. E, prima che apparissero i moderni e introvabili taxi gialli, è l’incontro con i vecchi malconci taxi neri che, come enormi formiche, vagano senza sosta, riuscendo a zigzagare fra le macchine di un traffico paralizzante. E ancora: il primo consiglio che ti danno tutti quando arrivi è di prepararti i fatidici cinque pound, in modo che il tassista, furbo per antonomasia, non ti chieda di più, vedendoti come straniero non smagato e quindi preda appetibile. In realtà, se anche noi che viviamo qui avessimo la padronanza della lingua di un nativo, avremmo una visione diversa dei tassisti, della loro vita, della loro lotta quotidiana per la sopravvivenza. Allora questo spaccato ce lo da un uomo, un cairota quarantenne che qui prende da sempre i taxi e che da sempre chiacchera con i tassisti. Khaled el Khamissi, giornalista e regista, è nato e cresciuto al Cairo, dove ha sempre vissuto, con l’intervallo degli studi alla Sorbona di Parigi. Khamissi ha deciso di raccontare le centomila storie collezionate nei tragitti, brevi o interminabili, sui taxi del Cairo. Ne è nato un libro, “Conversazioni di viaggio” che solo in Egitto ha venduto in poco tempo 35mila copie, che è stato tradotto in molte lingue e ora pubblicato anche in Italia con il titolo “Taxi”. Un libro fatto di piccole storie umane, filosofiche, di soprusi, di tenerezze, di barzellette, e anche di critica aspra senza veli e senza censure. C’è il vecchio tassista malato che va a lavorare perché non può chiedere soldi a figli pure poveri. Ma, nel suo fatalismo antico, si affida a Dio e Dio lo ricompensa. C’è il giovane che non conosce le strade del Cairo perché – afferma ingenuamente – finora ha fatto il contrabbandiere fra Egitto e Libia, un mestiere – fa capire – certo più redditizio di quanto renda il taxi di suo padre che è morto. C’è uno che ricorda con orgoglio nazionale l’ex presidente Sadat e un altro che imputa a Sadat tutti i mali presenti. “La strada – afferma Khaled el Khamissi – è il luogo migliore per studiare una società, per capirla. Per le strade del Cairo si trovano i diseredati, i vagabondi, i bambini senza famiglia e i tassisti. Così, in un paese dove l’80 per cento della gente è povera, io ho deciso di dare voce a chi in genere non ce l’ha, a chi ha il pproblema della sopravvivenza quotidiana.”
Ma non lasciatevi ingannare: questo non è un libro di lamentazioni o di risentimenti. È sì un libro che può commuovere, ma pu’ anche far sorridere. E a volte addirittura ridere.

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Il volume è già un best seller, come ci spiega la nostra corrispondente Neliana Tersigni…

Uno scrittore egiziano, dopo aver viaggiato per un anno e mezzo sui taxi del Cairo, ha scritto un libro che raccoglie il malessere sociale. Il volume è già un best seller, come ci spiega la nostra corrispondente Neliana Tersigni…

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Estratti

La riforma della scuola in Egitto (Italia?)

Estratto da 
“TAXI. LE STRADE DEL CAIRO SI RACCONTANO”
di KHALED AL KHAMISSI

Il tema dell’istruzione e delle lezioni private fa da vertice alla piramide delle preoccupazioni del cittadino egiziano. Nessun altro problema – eccetto la maniera di sbarcare il lunario – ne condivide la vetta.
Le due questioni rappresentano il fulcro dei pensieri della stragrande maggioranza delle persone, perché quella egiziana è la società della famiglia per eccellenza e i bambini riempiono la famiglia con schiamazzi, amore, speranza, preoccupazione e, senza dubbio, col problema dell’istruzione e delle lezioni private.
A completare il quadro astrale, c’è il fatto che ogni egiziano corre dietro al guadagno per poi andarlo a riporre nelle mani dei professori privati; e di lezioni private ce ne sono quante le marche dei vestiti. Lezioni di ogni genere, con una gamma di prezzi adattabili a ogni livello e classe sociale.
Pertanto, una lezione di matematica può costare 10 lire, così come può costarne cento; e se non puoi permetterti di spenderne neanche dieci, ci sono le classi di rafforzamento, le lezioni collettive, i centri doposcuola… insomma, in fin dei conti è un business come un altro.
Ti basterà toccare il tasto dell’istruzione con qualsiasi tassista padre di figli in età scolare per vederlo decollare come un missile inarrestabile, neanche provassero a fermarlo gli ingegneri della NASA in persona.
Quel giorno di settembre del 2005 avevo appena pagato le rette scolastiche dei miei tre figli (le mani mi scottavano ancora per quel salasso) e, al solo sedermi nel taxi, premetti on sul tasto istruzione… ed ecco che il tassista partiva:

TASSISTA  I miei figli mi faranno venire un infarto… l’unico maschio fa la sesta elementare e quanto è vero Iddio manco sa scrivere il suo nome. A fine anno lo aiuteranno a copiare e così passerà all’anno dopo, perché altrimenti la scuola va a finire nei casini e quelli del ministero gli faranno il terzo grado.
Poi c’ho due femmine che vanno alle superiori. Una fa la terza e un’altra la seconda.
Ringraziando Dio le femmine sono sveglie… ma mi stanno lasciando in mutande con le lezioni private. Pago per ognuna 120 lire al mese… te lo immagini? Ognuna prende ripetizioni di tre materie e ogni lezione viene 40 lire al mese. All’inferno con raccomandata espresso devono andare! E quando cresce quell’altro genio di mio figlio Albertino, con le cervella da melone che si ritrova, di ripetizioni cento gliene dovrò pagare.
Lo sai come funziona a casa nostra? Evelina, la più grande, dà le lezioni private ad Albertino e si prende da me i soldi per pagarsi le lezioni sue… e, secondo te, non le devo insegnare a guadagnarsi la pagnotta coi suoi sforzi?
(ridendo) Ma, ovviamente, a insegnargli non ci riesce per niente e da me si prende i soldi, e basta.

IO  E in tutto questo la scuola dove sta?

TASSISTA  La scuola? Vi dico che manco il nome suo sa scrivere e mi venite a dire la scuola? Eccola qua l’istruzione gratuita signore mio: non paghi? Non hai niente… il bello è che pure il niente lo paghiamo. Alle elementari spendiamo 40 lire per i libri e alle medie e superiori ottanta. Se non paghi, niente libri. Questo è il sistema.
Professò, l’istruzione per tutti era uno di quei bei sogni andati, che hanno lasciato solo la forma e l’apparenza. Sulla carta l’istruzione è come l’acqua e l’aria: un diritto per tutti quanti. Ma la verità è che i ricchi imparano, lavorano e guadagnano, mentre i poveri non imparano, non lavorano e non guadagnano niente: buttati per strada come mondezza… te li farò vedere: niente lavoro né bottega.
Naturalmente con l’eccezione dei geni e, sicuramente, il mio Albertino non rientra nella categoria.
Però che ci volete fare, io ci provo lo stesso. Pago le lezioni private pure se sono un disperato. Che posso fare di più?
E poi non si sa mai, va a finire che Nostro Signore fa il miracolo e Albertino mi diventa un altro Zawil… che ne puoi sapere?

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“Taxi”

TICINO NEWS – 08/10/2008
di SKA

Per anni ho percorso tutte le strade e i vicoli del Cairo dall’interno di un taxi. Ho una passione per le conversazioni con i tassisti” questo libro riporta le migliori

“Taxi” edito Il Sirente sono una serie di racconti scritti dall’egiziano Khaled Al Khamissi. Nel suo paese d’origine è diventato un best seller  questa raccolta 58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006.
Percorrendo a rilento le vie di una metropoli di quasi 8milioni di abitanti, le idee dei tassisti dipingono un colorato quadro a pennellate rapide. Nelle loro analisi si ritrovano buonsenso e trasparenza talvolta superiori a quelle di tanti “commentatori politici che riempiono di chiacchiere il mondo. Perché la cultura di questo popolo si rivela nelle sue anime più semplici”.

“Dopo la lettura di Taxi il visitatore avrà imparato molte cose sulla vita quotidiano degli egiziani, sulle loro frustrazioni, sulle loro piccole grandi miserie, sul disprezzo quasi generale delle istituzioni e, soprattutto, sulla loro mancanza di prospettive”. Patrice Claude, Internazionale

“Un giornalista, qualche decina di tassisti e una valanga di proteste contro il governo e i politici. Non è la riedizione della rivolta italiana delle auto bianche, ma il soggetto di un libro campione di vendite in Egitto: Taxi, di Khaled Al Khamissi”. Paolo Casicci, Il Venerdì di Repubblica

“Il libro parla della resistenza dello spirito umano, è una potente cronaca della colossale lotta per la sopravvivenza”. Baheyya, anonimo ma influente blogger egiziano

“Lo leggerai in un giorno e poi tornerai a comprare copie per tutti i tuoi amici”. Baheyya: Art Commentary Media

Khaled Al Khamissi è un giornalista, regista e produttore oltre che scrittore. Figlio d’arte, Al Khamissi è un artista poliedrico, si è laureato in Scienze politiche alla Sorbona di Parigi. Ha lavorato per l’Istituto Egiziano per gli studi sociali. Ha scritto sceneggiature per vari film egiziani quali “Karnak”, “Iside a Philae”, “Giza” e altri. Scrive periodicamente articoli e analisi critiche su politica e società in diversi giornali e settimanali egiziani.

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Tra i tassisti del Cairo

TERRASANTA.NET – 06/10/2008
di Carlo Giorgi

S’intitola semplicemente Taxi il primo effervescente libro di Khaled Al Khamissi, giornalista, regista e scrittore di novelle egiziano. L’opera è diventata un successo editoriale al Cairo, con 35 mila copie vendute e sette ristampe consecutive nell’arco di un solo anno. Il testo è ora pubblicato anche in Italia per i tipi della piccola casa editrice Il Sirente.
Il libro di Khaled Al Kamissi non poteva che essere partorito da un cittadino del Cairo, dove ogni giorno circolano – cercando di districarsi nel caotico traffico della megalopoli araba e di accaparrarsi il maggior numero di passeggeri – fino a 80 mila taxi. L’autore assicura di avere fatto, negli anni, centinaia di corse in taxi per le strade della capitale, di essere montato su vetture di ogni tipo, guidate da autisti di ogni categoria sociale, livello di istruzione, convinzioni politiche. E raccoglie nelle pagine del volume, uno spettro di incontri e testimonianze tanto variegato da raccontarci, in un modo nuovo, la realtà più credibile del mondo arabo moderno.

Il volume è ben strutturato. Ispirati all’abbandono fatalista ma sereno della fede islamica, il primo e l’ultimo racconto del libro, in cui due tassisti diversi, come due angeli, aprono gli occhi al passeggero, tra un semaforo e un intasamento, sulla bontà della vita e di Dio; con una saggezza macerata nel traffico di migliaia di chilometri percorsi nelle strade urbane.

Gli altri conducenti di cui racconta Kamissi, sono il genere umano, e in particolare il mondo arabo, in un unico grande affresco:  un’umanità dolente e arrabbiata; passionale o disillusa. Vitale, nonostante sia sempre ad un passo dallo sfinimento. Dall’autista fanatico religioso che aggredisce l’autore con una filippica contro il malcostume delle donne; all’altro che strangolerebbe seduta stante la polizia corrotta; da chi girato il mondo, trascorrendo una vita da emigrato all’estero, alla fine s’è ridotto a guidare un taxi al Cairo; al malcapitato pressato dalle rate della vettura e costretto a guidare per tre giorni di seguito.

Kamissi ha scritto il libro rispettando il dialetto arabo della gente semplice della capitale egiziana. Nella traduzione italiana s’è scelto di utilizzare espressioni dialettali meridionali, e in particolare napoletane, per esprimere la «popolanità» del parlato.

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Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

MULTITAXI.SPLINDER.COM 08/06/2007
di Multitaxi

Analfabeti e diplomati, sognatori e falliti, taciturni e loquaci, chi racconta barzellette e chi commenta la situazione in Iraq. E’ la variegata galleria di tipi e personaggi in cui capita di imbattersi salendo su un taxi al Cairo, e le cui voci vengono ora raccolte in un libro pubblicato da poco in Egitto e diventato presto un successo,“Taxi (Conversazioni in tragitto), del giornalista e regista Khaled al Khamissi. Il libro raccoglie in 220 pagine 58 racconti-monologo che hanno la voce degli autisti di taxi del Cairo: storie tratte dalla realtà, ma romanzate, e raccontate in un linguaggio colloquiale, che differisce molto dalla lingua letteraria usata dalla maggior parte degli scrittori egiziani, e che forse costituisce il segreto del successo di questo libro.
Il volume, pubblicato a inizio gennaio, dopo tre mesi aveva già venduto 20mila copie e ora è già stato ristampato tre volte. I tassisti protagonisti di questo libro sono assai differenti, sognatori e filosofi, misogini e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici con quell’ironia così particolare dei cairoti magistralmente descritta dallo scrittore Albert Cossery, ma accomunati da uno stesso destino: quello di dover lottare quotidianamente per farsi strada, nel senso letterale della parola, in un mondo rumoroso e caotico. Nei confronti di questa categoria spesso poco amata e stigmatizzata dagli abitanti del Cairo, l’autore non nasconde di nutrire una particolare simpatia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Khamissi ricorda quello che spesso i clienti di un taxi al Cairo dimenticano, ovvero che i tassisti appartengono per lo più a categorie sociali tra le più bistrattate economicamente, i loro nervi sono messi alla prova dal caos delle strade del Cairo, una metropoli bellissima ma inquinata e polverosa formicolante di oltre 16 milioni di abitanti, attraversata ogni giorno in totale da 22 milioni di persone, in macchina, autobus e metropolitana ma anche su carretti trainati da asini e vesponi Piaggio. Con un sottofondo perenne di clacson e una sorprendente commistione tra città, campagna e deserto. Lo descrive bene, l’autore, il loro inferno: “E’ un mestiere sfiancante, lo stare sempre seduti in automobili poco confortevoli distrugge le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo demolisce il loro sistema nervoso, i perenni imbottigliamenti li sfiniscono nervosamente e il correre dietro il loro sostentamento – correre nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi.
Aggiungete a questo le trattative e le litigate con i clienti per il prezzo da pagare in assenza di tachimetri, e il tormento dei poliziotti che li inseguono…”. L’autore si sofferma anche sulle loro riflessioni sul proprio Paese, i giudizi sui dirigenti, le critiche alla corruzione dei poliziotti, le molte parole che quasi tutti spendono sulla situazione in Iraq e sull’America: ne risulta una sorta di documento sulla vita quotidiana del Cairo, composto da porzioni di reale che non corrispondono né all’immagine mostrata ai turisti, né a quella fornita dalla produzione letteraria o cinematografica.