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Graphic Novelist Magdy El Shafee Arrested Near Clashes

| Arabic Literature | Sabato 20 aprile 2013 | Mlynxqualey |

According to multiple sources, Magdy El Shafee was one of 39 arrested yesterday at Abdel Moneim Riyadh Square: Youm7 reported that El Shafee — godfather of the Egyptian graphic novel, who faced trials and other hurdles for his ground-breaking Metro – was arrested when he went down to try to stop the clashes yesterday. He was apparently arrested at random.
Dar Merit Publisher Mohammad Hashem said on Facebook that El Shafee was accused of perpetrating violence. Al Mogaz quoted author Mohammad Fathi as saying El Shafee didn’t try to escape from police “because he didn’t do anything.”
Other novelists said on Facebook that El Shafee was being interrogated today at Abdeen Court. It also appeared El Shafee may have been injured in the clashes.

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Strisce di rivolta: Egitto, giovani e fumetto, quando la denuncia si fa comic

| Rutin.it | Giovedì 6 ottobre 2011 | Jlenia Currò |

La primavera araba non è sinonimo della caducità delle stagioni. Simbolizza, piuttosto, la nascita di una rivoluzione contro i regimi. Dalle viscere della terra, non dal vertice delle piramidi, si è innalzato lo stelo della rivoluzione. Bandiere di libertà, come petali di fiori, si sono dispiegate sotto un cielo che ha implorato emancipazione dallo stato di oppressione. Il movimento di rivolta, in Egitto, è nato dal basso: la terra da cui sono sorti i metaforici fiori di libertà è il contesto omogeneo del web 2.0, dei social network, dei blog.
Il 18 gennaio 2011 non è stato un politico o una celebrità a denunciare, per mezzo di una pubblica dichiarazione, il regime di Hosni Mubarak. Il merito di avere acceso la miccia che ha infiammato la terra di Cheope è di Asmaa Mahfouz, una giovane donna egiziana che, quel giorno, ha postato su YouTube un video di denuncia contro il regime. Gli aggiornamenti su Facebook e Twitter si sono susseguiti con la rapidità di un anticorpo iniettato nel sangue. La volontà di segnalare e rendere noto lo stato di oppressione si è tradotta nel coraggio di mostrare al mondo quello che si era sempre saputo e che però era restato intrappolato nella diplomazia dei ‘piani alti’.
Anche per le strade del Cairo, la street art si fa portavoce delle novità che hanno interessato il Paese. Mummie riportate in vita sui muri delle vie egiziane non evocano ancestrali paure ma invocano la libertà.
Un medium con una naturale propensione a rappresentare gli impulsi, i desideri, le necessità la cui spinta proviene dal basso, dalla gente, è certamente il fumetto.
Della nona arte, infatti, si sono serviti gli artisti vicini alle idee dei ribelli contro il regime di Mubarak. Primo tra tutti Magdy El Shafee. La sua graphic novel Metro narra le vicende di un software designer, Shahib, nel realistico contesto di un Egitto vessato dai soprusi del regime.
Metro annuncia, profeticamente, quello che sarebbe stato, tre anni dopo, il dissenso manifestato dai ribelli. Le allusioni ad un sistema corrotto, al clientelismo, alla censura sono evidenti a tal punto che è proprio quest’ultima a colpire l’autore della graphic novel. Nel 2008 Magdy El Shafee è comparso davanti al tribunale del Cairo con l’accusa di avere prodotto materiale pornografico e di avere utilizzato un linguaggio eccessivamente volgare. Il fumetto, quindi, è stato ritirato dalle librerie del Cairo.
Risvegliare le coscienze in un sistema di oppressione non è lecito. Anche il solo uso del dialetto che parlano i personaggi di Metro non è ben visto dai sostenitori del regime. La scelta, infatti, non è casuale: il fumetto si serve della varietà dialettale come legittimazione di una società eterogenea, voltando le spalle all’esclusivo utilizzo dell’arabo Fusha, simbolo dell’unità del mondo arabo.
Più mezzi, dunque, volti a realizzare un unico obiettivo: documentare una inarrestabile pulsione di rivolta che, oggi, si è tradotta in azione concreta.
Il fumetto, ancora una volta, si presenta come un medium capace di rivolgersi al pubblico più disparato: oltre la letteratura, oltre la rappresentazione visiva, oggi strizza l’occhio agli ideali di libertà, si fa manifesto dell’esigenza di testimonianza e condivisione.

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Cenere sotto il tappeto

| PUB | Lunedì 19 settembre 2011 | Maddalena Sofia |

Metro è una graphic novel. Pubblicata per la prima volta nella primavera 2008 dalla casa editrice araba Melameh, viene censurata dopo pochissimo tempo dal Tribunale di Qasr el Nil de Il Cairo con l’accusa di contenere “immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”.
Un fumetto, una storia semplice, ricca di spunti di riflessione riguardo al mondo musulmano, o meglio, riguardo alla percezione che si ha di esso in quel che comunemente viene definito Occidente. Ma la lettura di Metro rappresenta anche un modo per avvicinarsi alle problematiche sociali, economiche e politiche che attanagliano i paesi islamici, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti riguardanti in particolare l’Egitto e la Libia.
Metro  è ambientato proprio in Egitto, al Cairo e fin dalle prime pagine l’autore racconta e mette in risalto la diffusa corruzione e lo sfruttamento dei più deboli da parte della classe politica.
L’incipit della storia è la rapina a una importante banca della capitale, ad opera di Shihab, il protagonista, e Mustafa, suo amico e collega. Sono entrambi ingegneri, lavorano in un ufficio di programmazione e hanno progettato un software per la sicurezza della metro e delle banche. I due contano di realizzarlo con l’aiuto di un finanziamento per poi venderlo e guadagnare un po’ di soldi. Ma le banche non finanziano il progetto perché sono corrotte e conniventi con personaggi politici di spicco che vorrebbero impossessarsi del software senza pagare e abusando del loro potere. Chiunque si offra di aiutare i due ragazzi viene messo fuori gioco con ricatti, violenze o assassinii: perciò i due protagonisti optano per la decisione estrema di rubare, atto quasi giustificato nel contesto della storia, come se fosse l’unica soluzione possibile per sfuggire a una dilagante povertà.
La chiave di volta nella storia è la figura di Dina, fidanzata di Shihab. È una giornalista cui è stato “ordinato” di coprire i misfatti della classe politica e la corruzione dello Stato. Si evince che in Egitto la stampa è ancora molto controllata e manipolata dalla classe dirigente, ma la voglia di riscatto è più forte e allora lei decide di pubblicare un articolo nel quale racconta la verità su quel che c’è dietro la faccenda del software, senza menzionare la rapina: Shihab inizialmente si oppone a questa scelta per paura di essere scoperto, ma poi si ricrede ed è proprio Dina a fargli capire l’importanza di rendere pubblici i loschi meccanismi sottesi ai giochi di potere. In parte a causa di queste rivelazioni, scoppierà una rivolta a Il Cairo, sintomo del malcontento diffuso del popolo.
Dina è un personaggio centrale nella storia e si carica ancora di maggiore importanza perché si tratta di una donna; a dispetto di qualsiasi stereotipo legato all’Islam, Dina appare emancipata e impegnata politicamente, al contrario di quello che si potrebbe pensare delle donne musulmane, associate molto spesso all’immagine di vittime impotenti degli uomini, obbligate a mortificare il proprio corpo indossando il burqa.
L’autore utilizza un approccio originale e molto realistico nelle scelte editoriali: l’uso delle piante metropolitane, che raffigurano lo spazio de Il Cairo per renderne meglio l’idea, e l’uso del dialetto egiziano, sdoganato da Internet, sono due elementi che fanno presa diretta con i lettori. Danno un’idea di concretezza, ci mettono di fronte a una città e a un popolo come essi sono davvero.
L’intenzione editoriale è quella di allontanare il più possibile concezioni ancora legate all’esotismo: il mondo arabo in generale e quello egiziano in particolare, non è fatto solo di piramidi, cammelli e cose del genere.
Da Metro  si evince, invece, che l’uso delle tecnologie avanzate non è più esclusiva dell’“uomo bianco”: l’Egitto è un Paese raffinato da un punto di vista mediatico e i personaggi sono perfettamente a loro agio nel rapporto con la tecnologia.
Una cosa che sorprende nel fumetto è l’assenza della religione, contrariamente alla comune concezione occidentale, che vorrebbe i musulmani quasi ossessionati dal loro dio fino a spingerli a compiere atti irrazionali.
Lungi dall’essere considerato precursore delle rivolte consumatesi in Egitto e Libia, Metro si pone soltanto come spunto di riflessione per presentare il mondo arabo contemporaneo scevro da qualsiasi preconcetto e per analizzare più da vicino una situazione sociale, economica e politica a lungo covata, di cui i disordini in atto sono solo la punta dell’iceberg. In effetti, anche nel racconto, la rivolta non cambia uno stato di cose, che potrebbe essere modificato soltanto con una consapevolezza reale e aderente alla cultura di quei paesi. Alla fine della storia resta tutto uguale: la rivolta viene prevedibilmente repressa dall’Hagg Khader, il partito egiziano di maggioranza, che, in caso di disordini, paga gente per picchiare chi manifesta contro lo Stato e l’autore inserisce un colpo di scena finale, un ennesimo atto di disonestà, che condannerà Shihab ad essere abbandonato al proprio destino.

Magdy El Shafee nasce in Libia, nel 1961; comincia la sua carriera nel 2001, come illustratore e fumettista in occasione del Comic Workshop Egypt, tenutosi presso l’Università Americana de Il Cairo.
Fin dagli esordi, le sue opere ricalcano temi sociali della vita quotidiana della capitale egiziana, ma toccano anche argomenti spiccatamente legati alla politica, all’economia, alla povertà.
Metro viene pubblicato per la prima volta nel 2008 in Egitto; esso procura all’autore un processo e una condanna alla distruzione di tutte le copie e al pagamento di una salata ammenda. La motivazione ufficiale del sequestro è quella di aver usato un linguaggio troppo spinto, ma i veri motivi sembrano essere la critica radicale al governo e alla corruzione politica.
Il processo a Magdy El Shafee e al suo editore, Mohamed Sharqawi, ha avuto una grande risonanza, fino alla pubblicazione di Metro in Italia nel 2010 all’interno della collana Altriarabi da parte della casa editrice Il Sirente; altre pubblicazioni sono previste all’inizio del 2012 in Francia e in Inghilterra.

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Magdi El Shafee – Metro (recensione di Giulia De Martino)

Scritti d’Africa | Sabato 18 giugno 2011 | Giulia De Martino |

Questa volta parliamo di un graphic novel, un fumetto insomma. Balzato alle cronache, letterarie e non, italiane per un doppio motivo. Il primo riguarda la censura e il processo affrontati da autore ed editore, condannati, oltre che ad una ammenda pecuniaria, alla distruzione dell’opera che non può più circolare in Egitto. Il secondo ha a che fare con quanto sta accadendo, in questi giorni, al popolo egiziano: la presa di coscienza che ha portato tutti per strada a reclamare la fine della dittatura di Mubarak e l’instaurazione di un regime democratico che garantisca libertà, diritti sociali e politici. Ebbene, questo fumetto, basta sfogliarlo soltanto, sembra una anticipazione di questi avvenimenti, con protagonisti proprio quei giovani che stanno riempiendo le strade del Cairo.
Credo sia doveroso dire che qualche altra anticipazione, su che aria tirava al Cairo, l’avevamo già avuta in due libri. Taxi di Al-KhamissiEssere Abbas al- Abd di Ahmad al-Aidy ci avevano presentato questa città caotica e contraddittoria, nevrotica e appiattita su modelli culturali voluti dal regime, con tanta gente ai margini, ma desiderosa di far sentire la propria voce, in mezzo ad una tensione tale da far supporre che la tradizionale rassegnazione stesse per scoppiare.
Magdy el-Shafee ci rappresenta tutto questo, scrivendo il primo graphic novel del mondo arabo, proponendo una creazione originale nella grafica  e nei contenuti. Hugo Pratt, il suo modello, confessa in molte interviste l’autore, intervenuto in Italia, al Salone del fumetto. Ci ha messo dentro tutto il suo amore per il disegno e per la libertà: come molti giovani egiziani è un blogger( così anche il suo editore finito in carcere per i fatti del 6 aprile 2008) attivista nel movimento per il cambiamento democratico dell’Egitto.
Protagonista è il giovane ingegnere Shihab, piccolo genio informatico, prototipo di quella gioventù che ha studiato, è capace e intelligente, ma non ha nessuna chance di farcela in una società dalla scarsa mobilità sociale e non interessata ai meriti di chi vuole progredire per sé e per il paese. Domina dappertutto il “sistema”: ovvero la corruzione, le consorterie del parentado e del potere, la rapacità di banchieri, uomini d’affari e poliziotti, pronti a sbranarsi tra di loro o a proteggersi, a seconda delle convenienze. Shihab ha tentato di inserirsi in un affare più grosso di lui, con il risultato di non riuscire più a scrollarsi di dosso i debiti contratti con uno strozzino, ammanicato con pezzi grossi. Ha pensato di uscirne fuori, rubando in una banca, con l’aiuto dell’amico Mustafa, i misteriosi soldi di una valigetta  che doveva, invece restare segreta. Ha scoperto un vero e proprio complotto, ordito ai danni di un uomo d’affari che, dopo avere diviso un cammino di nefandezze con i suoi soci, disgustato aveva deciso di smetterla, provocandone l’ira omicida. Ma la trama non sta tutta qui nel thriller, perché dentro c’è anche il tradimento dell’amico Mustafa, frequentato sin dai tempi della scuola, proveniente da una famiglia povera, in cui una madre disperata se la prende con i figli che non riescono a lavorare. L’uno, Wael, si arrangia cantando alle feste, sognando di girare un memorabile videoclip, da cui trarre fama e soldi e intanto accetta i soldi del partito al potere per picchiare, come infiltrato, i manifestanti delle rivolte del pane dell’aprile 2008. L’altro, Mustafa, ruba i soldi a Shihab, stravolgendo le parole dell’amico sui modi per uscire dalla trappola in cui tutti sono relegati, ma lo fa dopo la morte del fratello alla manifestazione, quando si accorge che ai politici non gliene importa proprio niente che Wael sia morto per loro.
E c’è anche l’amore per la bella, generosa, rivoluzionaria giornalista Dina, che di manifestazioni non se ne perde una, decisa a lottare con gli altri, perché fermi e zitti non si può più stare; Shihab è un disilluso che gioca a fare il cinico, ma l’affetto disinteressato della ragazza è uno spiraglio di luce e di futuro, forse il giovane finirà per darle retta.
Su tutto domina la città, rappresentata di sopra e di sotto: gran parte della storia si svolge nei vagoni metropolitani o nelle stazioni, alcune chiamate con i nomi di Nasser, Sadat e Mubarak e ironicamente accompagnate da frasi famose dei leader egiziani. Nei disegni, come nei quadri di Bosch, si svolgono tutta una serie di storie minori, quella del vecchio Wannas, un po’ cristiano e un po’ musulmano quando si tratta di acchiappare elemosine, o della zia di Shihab, che è anche indovina, o ancora un ragazzino beccato da un controllore senza biglietto, un trasloco, un casermone rappresentato con tutte le voci delle famiglie che si lamentano di tutti i mille problemi della miseria.
Affresco affascinante e originale, condotto con un disegno in bianco e nero, parte da un contorno netto che si fa sempre più sfumato, quasi che alla dissoluzione del disegno corrisponda il dissolvimento di questa megalopoli, inghiottita dalla mancanza di futuro e di speranza.”Le persone vivono come anestetizzate. Non c’è niente che le colpisca. Per quante cose possano vedere alla fine diranno sempre: fratello, questo è pur sempre il mio paese…” dice ad un certo punto Shihab. Presente nel testo pure un duro attacco ai media, accodati al regime e ad un criterio falso di verità. Solo i giovani bloggers egiziani hanno saputo rompere questo imbambolamento delle coscienze.
Eccellente la traduzione di Ernesto Pagano, perché sappiamo che il testo si esprime in un dialetto egiziano crudo e popolare, su cui già si era esercitato il traduttore in Taxi. Plaudiamo anche alla scelta di lasciare le tavole del fumetto nella lettura da destra a sinistra , cominciando la storia dall’ultima pagina,  come in un testo arabo, per non stravolgere i disegni originali: una piccola fatica in più per i nostri occhi addomesticati all’uso consueto, ma che vale la pena di affrontare per un godimento assicurato.

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Questo libro contiene immagini e personaggi che somigliano a uomini e politici realmente esistenti

| TG3 | Venerdì 1 aprile 2011 | Romana Fabrizi |

Tradotto in italiano poco prima di essere censurato e ritirato dalle librerie in Egitto, “Metro” è un fumetto che ha denunciato la vigilia della rivolta, la crisi della società civile sotto Mubarak, dando il via alla liberalizzazione della cultura. Sentiamo Romana Fabrizi.
“Questo libro contiene immagini e personaggi che somigliano a uomini e politici realmente esistenti”. È la frase sulla quarta di copertina di “Metro”, libro a fumetti di Magdy El Shafee. La frase non è di presentazione ma di recensione, ricalca la sentenza del tribunale del Cairo che ha censurato e ritirato il libro. Romanzo politico, metropolitano che denuncia con disegni taglienti come lame corruzione e clientelismo in Egitto. Racconta la storia di alcuni blogger egiziani, le ingiustizie, la crisi finanziaria e sociale, si lega alle radici della rivolta contro Mubarak.
Arrivato in Italia prima di essere sequestrato, si legge al contrario come i giornali arabi, cominciando dall’ultima pagina. Denuncia la natura dispotica del regime, un attimo prima che cominci la rivolta il 25 gennaio 2011 quando la società civile manifesta per le strade d’Egitto come non si era mai visto negli ultimi 30 anni, fino alla caduta di Mubarak.
Il fumetto è solo per grandi, specifica l’autore nell’edizione araba, in realtà solo per pochi, per chi è riuscito a comprarlo prima che venisse ritirato dalle librerie del Cairo.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=xAombu2Co_o]

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Magdy El Shafee, “METRO”

L’indice dei libri del mese | Aprile 2011 | Maria Elena Ingianni |

Prendete un pezzo di formaggio, se è scadente non importa, ciò che conta è l’odore, che deve essere intenso. Non vi serve per calmare frettolosamente una fame improvvisa: il vostro scopo è quello di catturare un topolino che avete visto nascondersi dietro la credenza della cucina. A ben pensarci voi non lo temete su serio, quel piccolo roditore e, in fondo, neppure vi dà così fastidio. Che cosa provate, dunque, a cattura riuscita? Soddisfazione, eccitazione, disgusto? E se, diversamente, foste voi il topo in trappola? Se risvegliandovi da un brutto sogno notaste che il vostro corpo è ricoperto di un pelo irto e grigio e che il mondo che avete davanti, a lato e dietro è fatto solo di sbarrette di metallo? Questa è la condizione in cui si sente di vivere Shihab, il protagonista di Metro, il graphic novel egiziano che è costato all’autore, Magdy El Shafee, un processo conclusosi con una condanna alla distruzione di tutte le copie, nonché al pagamento di un’ammenda.
Attraverso Shihab, giovane software designer che per pagare un debito organizza una rapina in bance, Magdy, contestatore del regime di Mubarak, denuncia il clima di corruzione della politica egiziana senza tacere i nomi degli oppositori, e racconta i sentimenti che animano i giovani egiziani, trasformandoli in immagini. Non è più soltanto la parola a farsi protesta: il tratto sapiente e sconsiderato dell’autore squarcia il velo di Maya, dietro il quale si nasconde la tirannia. Il lettore vede i volti degli accusati, li riconosce, identificando a sua volta se stesso nell’oppresso, che parla e, quindi, legge in ammeya, ovvero nel dialetto. Agnizione che diventa conoscenza e, di qui, moto di ribellione. Il filo di Arianna su cui si muove la storia di Shihab è la linea rossa della metro del Cairo. Si attraversa il traffico della “umm al-Dumnia”, la madre del mondo, come la chiamano affettuosamente gli egiziani, si entra nelle botteghe, si conversa con il popolo, ci si scontra con lo sguardo cieco, il sorriso dei vecchi e la rassegnazione al fatto che l’assicurazione sanitaria per gli ultimi non esiste. Shihab è un ragazzo in trappola, confinato a sopravvivere dentro le mura del popolo suddito, in una condizione di metaforica prigionia sociale che descrive con queste parole: “Per te il pezzo di formaggio è un telefonino nuovo. Per il ricco è una bella sventola e la bella sventola corre dietro a una BMW ultimo medello. Il pezzo di formaggio cresce fino a diventare un castello a Sharm el-Sheikh o una yacht ormeggiato nel porto di Marina (…) Quello che conta è che tutti restino occupati a rincorrere il loro formaggio senza pensare a nient’altro”.
Accattivante, ingegnosa, dissacrante, sporca e nervosa, la mano di Magdy El Shafee freme sulla pagina, nell’impeto proprio di una generazione che non vuole cedere i propri sogni all’arrendevolezza a cui è stata educata. Se fino a due mesi fa questo graphic novel sembrava esprimere l’urlo isolato di un ribelle, adesso sappiamo che i topi non inseguono più solo il pezzo di formaggio, ma sanno anche salire sulla metro e non scendere alla fermata Mubarak.

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Una matita per la libertà

| TG3 Mediterraneo | Domenica 27 marzo 2011 | Roberto Alajmo |

Tradotto in italiano poco prima di essere censurato e ritirato dalle librerie in Egitto, “Metro” è un fumetto che ha denunciato la vigilia della rivolta, la crisi della società civile sotto Mubarak, dando il via alla liberalizzazione della cultura. Sentiamo Roberto Alajmo.
“Questo libro contiene immagini e personaggi che somigliano a uomini e politici realmente esistenti”. È la frase sulla quarta di copertina di “Metro”, libro a fumetti di Magdy El Shafee.

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Magdi el Shafee, “Metro”

| Internazionale | Venerdì 25 marzo 2011 | Francesco Boille |

El Shafee vive in Egitto ma è mentalmente cosmopolita, infatti subisce le influenze più varie: Hugo Pratt (di cui è innamorato), i supereroi statunitensi o i manga, di cui questo libro propone, oltre a un’influenza stilistica, la struttura editoriale e la lettura da sinistra verso destra per le singole tavole. Autore ed editore locale sono stati perseguitati e censurati in patria, condannati a pagare una multa salata e a distruggere tutte le copie del libro per presunte scene di sesso e riferimenti a politici. Non è strano. La sfida-messaggio dell’autore è di liberarsi dalla corruzione, materiale e spirituale, che è in tutti noi (e che riguarda anche l’Italia), liberarsi da questa prigione mentale e appropriarsi con avidità di tutte le opportunità che offre la democrazia. Magdi deve lavorare ancora per trovare un equilibrio tra immediatezza (che lo rende pericoloso per il potere) e profondità, nella chiarezza della costruzione delle tavole e nell’amalgama delle influenze (talvolta sorprendenti) e degli stili (dal realismo all’umorismo: in quest’ultimo il disegno eccelle, El Shafee è infatti un vignettista umoristico). Ma il lettore avrà una radiografia della situazione in Egitto incredibilmente precisa, narrata in modo rapsodico.

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Metro

| Fumetto d’Autore | Martedì 22 marzo 2011 | Giorgio Messina |

Il fumetto può raccontare la realtà che ci circonda? Ovviamente sì. E per farlo, il fumetto ha bisogno necessariamente di essere “graphic journalism”? Ma assolutamente no. Il genere può benissimo raccontare anche l’attualità. Ce lo dimostra ancora una volta – caso mai ce ne fosse bisgono – “Metro”di Magdy El Shafee, la prima “graphic novel” egiziana, che con una storia thriller a tratti noir (quello che i francesi chiamerebbero “polar”) racconta la situazione dell’Egitto prima della caduta di Mubarak, descrivendone i fermenti sociali ben tre anni prima che la Storia con la S maiuscola faccia davvero il suo corso. E forse questo fumetto è stato talmente anticipatore degli eventi degli ultimi mesi che non deve stupire se il contenuto è stato anche condannato da un tribunale egiziano che ne ordinò il sequestro delle copie perché contenenti “immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”. come si legge nella sentenza.
Purtroppo però l’opera di El Shafee ha tutti i difetti di un fumetto ancora immaturo. I testi e il ritmo della storia, ma soprattutto i disegni, spesso lasciano a desiderare, apparendo appunto ancora troppo involuti in certi frangenti, ma Metro comunque ha il grandissimo pregio di fare entrare il lettore facilmente all’interno della società egiziana e delle sue dinamiche. Così tra una rapina in banca e un’assassinio, possiamo assistere nella storia alle manifestazioni dei dimostranti, la malavita, i politici corrotti e l’uomo della strada che vive di elemosina. Il filo rosso che unisce tutti questi elementi è il protagonista, un ingegnere alle prese con la difficile impresa di sbarcare il lunario, di fare fronte ai debiti ma anche di avere una vita privata. La trama si dipana e si intreccia tra le fermate della metropolitana del Cairo che conferisce il titolo all’opera. Alla fine non mancheranno di fare capolino, come in ogni blockbuster cinematografico che si rispetti, l’amore e la morte, per chiudere con con il colpo di scena, ben congegnato, della fregatura proveniente dal personaggio da cui meno ce lo saremmo aspettato.
El Shafee mette in scena una storia abbastanza solida che sarebbe potuta accadere in qualunque parte del globo, ma è lo sfondo egiziano che ne fa un’opera unica nel suo genere. Un paio di note negative a due scelte editoriali infelici dell’editore “il Sirente” che pubblica la storia nella collana “Altriarabi”. Il bollino in copertina “graphic novel” non rende molta giustizia all’opera di El Shafee, proprio perché, come ci viene spiegato all’interno del volume, prima di Metro, il termine “fumetto” in Egitto veniva associato a Topolino. “Graphic Novel” sembra essere sempre di più una categoria commerciale che invece di esaltare i contenuti, spesso, come in questo caso, rischia di sminuirli. La seconda nota riguarda invece l’indicazione nell’apparato editoriale secondo cui il libro a fumetti di El Shafee, espressione  della cultura araba anche nel senso di lettura, si legga “come un manga giapponese”. Manga e Graphic Novel per spiegare il fumetto “Metro” rischiano di fare un minestrone agli occhi di chi legge e l’opera non se lo merita, perché è tutta da assporare e con grande interesse, nonostante i limiti che essa presenta.
E non potrebbe altrimenti quando una storia inizia così: «Oggi ho deciso di rapinare una banca. Non so come tutta questa rabbia si sia annidata in me. Tutto ciò che so è che la gente stava sempre da una parte, e io da un’altra. A me è rimasta solo una cosa: la mia testa… e ora ho finalmente deciso di fare quello che mi dice».

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Dalla rivoluzione in piazza a quella in libreria

| Egittiamo | Venerdì 18 marzo 2011 | marco63 |

Dopo la rivoluzione delle piazze quella nelle librerie? Se lo stanno chiedendo autori e osservatori attenti del panorama culturale egiziano, attraversato da una ventata di rinnovamento e fermento creativo. 
“Bisogna che la letteratura e la società civile ritrovino quel contatto a lungo dimenticato, impoverito da anni di pubblicazioni sottoposte al rigido controllo della censura. Ma è un processo che si sta già verificando. Penso ai numerosi editoriali che Ala al Aswany, un autore di grande successo ma finora tenuto ai margini dal regime, scrive in questi giorni sul quotidiano indipendente ‘Al masry al youm” osserva Fadi, ex-responsabile della casa editrice ‘Al Shorouk’ e oggi “completamente dedicato alla causa della rivoluzione” come precisa alla MISNA.
“Prima, in Egitto, era difficile trovare i suoi libri, come anche quelli di molti altri autori messi all’indice perché non piacevano o erano dichiaratamente contro il governo. Adesso, come per magia, sugli scaffali delle librerie si vedono spuntare titoli prima introvabili e le case editrici hanno già disposto la ristampa di vecchi saggi e pubblicazioni che prima circolavano solo di contrabbando” afferma l’attivista, secondo cui “la massiccia partecipazione di intellettuali e scrittori alla rivoluzione ha finalmente segnato il momento, dell’uscita uscita dalle ‘torri d’avorio’ della letteratura e della condivisione di valori e ideali con la gente del popolo.
Torri d’avorio che non hanno impedito a Nawal el Saadawi, ottantenne scrittrice e attivista per i diritti umani di accamparsi nella piazza Tahrir assieme ai ‘giovani della rivoluzione o ad autori come Magdy el Shafee o lo stesso Al Aswany di pubblicare libri come ‘Metro’, la prima graphic novel egiziana (edita in Italia da ‘il Sirente’) o ‘Il palazzo Yacoubian’; entrambe opere in cui si descrive con realismo la difficile condizione di vita nell’Egitto dell’era Mubarak.
“C’è tutta una nuova generazione di scrittori e artisti egiziani che non aspetta altro che di far conoscere il suo punto di vista su quello che sta accadendo. La rivoluzione ha portato una ventata d’aria fresca nella realtà finora asfittica della produzione culturale” osserva ancora Fadi. È in questo clima di ottimismo e fermento che nasce la possibilità di tenere la prossima fiera del libro del Cairo proprio in piazza Tahrir, alla fine di marzo. Un evento, a cui partecipano ogni anno migliaia di case editrici e autori con incontri e seminari, nel luogo simbolo del ‘nuovo Egitto’.

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Cronache dall’Egitto prima della rivoluzione

| Terra | Martedì 15 marzo 2011 | Diego Carmignani |

La rivoluzione ancora in pieno atto nel Nord Africa porta con sé un vento nuovo, talmente potente da investire a più livelli un agire e un sentire ormai globalizzati. La libertà conquistata, ad esempio, in Egitto è figlia e madre di un risveglio creativo partito dal basso, con i giovani in primissima linea, e circolato su giornali, libri e pubblicazioni varie, tanto da far pronosticare, già nei prossimi mesi, una sanissima invasione sui nostri scaffali di volumi e autori inediti provenienti da quelle parti. Tra gli agitatori culturali, che hanno avuto il merito di presidiare il luogo simbolo della rivolta, piazza Tahrir, figura anche l’illustratore Magdy el Shafee, noto per aver realizzato Metro, la prima graphic novel (cioè primo romanzo disegnato per adulti) di nazionalità egiziana, pubblicata a fine 2010 in Italia dalla casa editrice il Sirente, e oggi significativa testimonianza di quello che era il fermento nel Paese africano prima che il regime fosse rovesciato, scoperchiando idee e ragioni circolanti, ma strozzate dall’ordine costituito. Difatti, anche questa durissima storia inchiostrata è finita sotto la ghigliottina della censura. Uscito nel 2008, Metro costò ad el Shafee e al suo editore un processo conclusosi con la condanna alla distruzione di tutte le copie e al pagamento di un’ammenda di 5.000 lire egiziane, 700 euro circa. Il motivo ufficiale è la presenza nel lavoro di un linguaggio troppo spinto, fuori dalla norma per quel genere artistico e per quella nazione. «Questo libro contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti», recita la sentenza del tribunale di Qasr el Nil, Cairo. Basta scorrere un po’ di pagine, per accorgersi di come nelle critiche piuttosto palesi e audaci (anche per noi lettori “occidentali”) al governo Mubarak, alla corruzione della politica, ai meccanismi del potere, siano da rintracciare i veri motivi della messa all’indice. E anche, stando a quanto riportano gli addetti ai lavori, del successo di Metro tra le nuovissime generazioni, che, facendolo circolare sottobanco, ne hanno fatto un oggetto di culto. Le vicende che si intrecciano sono quelle di un sovversivo ingegnere informatico, di una giornalista coraggiosa, di un anziano e affamato lustrascarpe, ribelli più frustrati che eroici, che spuntano dall’Egitto anestetizzato e impaurito di prima della rivoluzione. Lungo le fermate della metropolitana (a cui el Shafee dà i nomi dei presidenti Saad Zaaghloul, Nasser, Sadat, Mubarak), scorrono velocemente episodi criminosi, furti miliardari, manifestazioni represse: un vortice di eventi tremendamente quotidiani, che fanno intuire come la febbrile caotica Cairo fosse ormai sull’orlo del cambiamento.

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Metro. Arriva in Italia la graphic novel egiziana contro Mubarak

| Vogue | Mercoledì 16 febbraio 2011 | Chiara Costa |

Nel 2008 Magdy El Shafee, blogger e fumettista del Cairo, pubblica Metro, prima graphic novel araba. A pochi mesi dall’uscita viene censurata dal governo a causa delle “scene di sesso e del linguaggio volgare”, ma in realtà il problema è che le tavole sono piene di critiche non molto velate al regime di Mubarak: tutte le copie vengono ritirate e distrutte e autore ed editore condannati a pagare una multa. La casa editrice il Sirente ha di recente pubblicato la versione italiana del fumetto, in un momento della storia egiziana in cui questo romanzo illustrato ha il sapore di un’amara previsione.
Metro, che utilizza l’omonimo font (creato nel 1927 negli USA) e si legge a partire dal fondo e da destra a sinistra come nella versione araba, non è suddiviso in capitoli: le tappe narrative sono proprio le fermate della metro, intitolate ai più influenti personaggi politici egiziani. Alla stazione Mubarak il commento è “La popolazione egiziana sta crescendo, ma io che posso farci?”, una frase che il presidente egiziano ha più volte pronunciato nei suoi discorsi.
La penna di El Shafee disegna con tratto deciso una società malata e corrotta. La metropolitana in bianco e nero del Cairo è un tunnel da cui è difficile uscire, un luogo dove la speranza sembra ormai scomparsa e realizzare i propri sogni diventa un’impresa impossibile. In questo thriller, che è anche storia d’amore e romanzo politico urbano, il giovane ingegnere e  progettatore di software Shihab non riesce a dar voce al suo talento e si ritrova pieno di debiti; decide così di progettare una rapina con l’amico Mustafà, che però lo tradisce e scappa con la refurtiva.
Lo consola la giornalista pasionaria Dina, che lo introduce alla protesta delle piazze contro il governo che ha affamato il paese. Lo stesso governo il cui presidente si è dimesso in queste ore per via delle manifestazioni. Lo stesso governo che non si è mai mosso contro autori di romanzi di denuncia come Alaa Al Aswani e Khaled Al Khamissi, a dimostrazione del fatto che questo genere letterario parla alla gente in modo diretto attraverso immagini il cui impatto visivo è dirompente, creando uno squarcio di democrazia in un regime le cui crepe sono ormai voragini prima del crollo.

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mercoledì 9 febbraio 2011 | Matteo Baldi |

Le notizie che arrivano dal Cairo in questi giorni, violente e confuse, parlano di un popolo che sta provando a cambiare le cose, a dispetto dell’acquiescenza del resto del mondo. Ma che ruolo hanno gli intellettuali, in una situazione come quella attuale? E quale voce? Ci sono spazi per esprimere dissenso, in un paese come l’Egitto? E i libri, raccontano (o hanno previsto) quel che sta accadendo? Andiamo a vedere.

“Il mondo intero dovrebbe essere orgoglioso dell’inerzia con cui ha assistito alla liberazione del popolo egiziano. Il regime di Mubarak era solito nominare malavitosi e adottare un regime di polizia selvaggio per sostenere i membri del suo parlamento e sopprimere la nostra anima più autentica, l’anima della libertà. Ma noi ci stiamo impegnando”.
Ci scrive dal suo blackberry, con amarissima ironia,  Magdy El Shafee, fumettista condannato l’anno scorso in seguito al processo per oscenità che gli era stato intentato dallo Stato egiziano. La sua graphic novel “Metro”, infatti (pubblicata in Italia dalle edizioni Il Sirente), all’interno di una vicenda di spionaggio, mostra un uomo e una donna intenti in un rapporto sessuale.I disegni sono stati considerati pornografici, e quindi offensivi. Tutte le copie distribuite al Cairo sono state ritirate e distrutte, e Magdy ha dovuto pagare un’ammenda salata. Ma sarà davvero solamente una questione di disegni immorali?
Questo libro contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”, recita la sentenza emessa dal Trbunale, e allora si capisce forse meglio cosa possa aver dato tanto fastidio alle autorità, in un paese (e una cultura) in cui il sesso forse non viene ostentato pubblicamente ma certo non è tabù nelle conversazioni e non può essere l’unica ragione per mettere all’indice un libro a fumetti.
El Shafee, però, non è l’unica vittima di un regime che mostra un volto presentabile solamente al resto del mondo, e censura il dissenso imponendo un controllo rigido anche sul web.
Nei primi giorni degli scontri, la rete in Egitto ha subito un vero e proprio blackout, per impedire che le notizie di quel che stava accadendo filtrassero verso gli altri Paesi, ma anche per far sentire più isolati i blogger e tutti quegli egiziani che trovano in internet una finestra sul mondo.
Ala ‘Al Aswani, celebrato autore di Palazzo Yacoubian (Feltrinelli edizioni), promuove da anni un salotto letterario al Cairo, città nella quale svolge la professione di dentista ed è un intellettuale conosciuto e rispettato. L’espressione “salotto letterario”, però evoca immediatamente immagini di concilianti sedute che si svolgono fra aperitivi e mollezze – appunto – salottiere.
Nulla di più lontano dal vero, però, nei paesi in cui la libertà di stampa è limitata, i diritti delle donne sono un argomento puramente accademico e tutti i giorni la corruzione che permea l’apparato politico e amministrativo del Paese vincola ogni serio tentativo di migliorare le condizioni della società.
Tengo ancora i miei seminari per discutere di questioni culturali. Li tengo dal 1996.
L’ho fatto anche nei caffè, pubblicamente. Nel 2004 il governo ha minacciato il proprietario del caffè all’interno del quale li tenevamo, e allora ci siamo spostati nel palazzo dove ha sede “Kifaya” (“Abbastanza”), movimento politico che raccoglie intellettuali di diversa estrazione”, spiegava Al Aswani in un’intervista raccolta a margine della sua partecipazione alla scorsa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dove l’Egitto era il Paese ospite.

Altri scrittori sono Nawal Al Saadawi, autore de L’amore ai tempi del petrolio, Ahmed Nagy, autore di Rogers e Khaled Al Kamissi, autore di Taxi.
I tre libri, oltre al fatto di essere pubblicati in Italia dallo stesso editore (Il sirente), hanno in comune la capacità di descrivere la società civile egiziana cogliendone al tempo stesso la vitalità e le sclerosi. Nel caso di Al Kamissi, ad esempio, il Cairo è un brulichio ininterrotto di vita colto dal finestrino del taxi, e i taxisti stessi sono un precipitato d’Egitto, con il loro lamentarsi delle istituzioni e della corruzione che però non porta a nulla.
Rogers“, invece, è opera di un blogger seguitissimo, un’opera ispirata addirittura a “The wall” di Roger Waters. Dalla scheda dedicata a Ahmed Nagy sul sito de Il sirente: “… in Egitto è molto noto come blogger, ma soprattutto per essere uno dei più giovani redattori di Akhbàr el Adab, il prestigioso settimanale letterario diretto da Gamàl al-Ghitàni. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. Il suo blog Wasa khaialak (Allarga la tua immaginazione), iniziato nel 2005, parla di sociologia, pop art, diritti umani e cultura: “sperimento un diverso livello di linguaggi per avvicinare la gente alla letteratura”.

Nawal Al Saadawi, infine, è una pioniera del femminismo nel mondo arabo. Scrittrice e psichiatra, ha sortito grande influenza sulle generazioni più giovani, proprio grazie ai suoi libri. Candidatasi alle elezioni presidenziali nel 2004, ha anche passato un periodo in galera durante la presidenza di Sadat, ed è stata iscritta nella lista degli obiettivi di un gruppo fondamentalista. L’amore ai tempi del petrolio, sotto le spoglie di un romanzo giallo, compie un’indagine sulla condizione delle donne nei paesi arabi, muovendo i suoi lettori a una presa di coscienza.
Altra scrittrice egiziana è Ghada Abdel Aal, autrice di un libro e un blog molto seguito intitolati Che il velo sia da sposa (pubblicato in Italia da Epoché). In Egitto il libro ha conosciuto tale e tanta notorietà che la televisione ne ha tratto uno sceneggiato, interpretato nel ruolo della protagonista da una delle attrici più celebri del mondo arabo. Ma la storia di Bride, giovane donna in cerca di un marito da sposare per amore, è anche la galleria di una serie di “tipi” che riassumono molto bene caratteristiche e difetti degli uomini cui una donna “in età da marito” può ambire in Egitto, e questa è la ragion per cui Ghada, con il suo alter ego romanzesco, si è guadagnata il soprannome di “Bridget Jones” araba (soprannome che – va detto – all’autrice non piace per nulla)… noi abbiamo intervistato Ghada Abdel Aal nei difficili giorni delle proteste e delle manifestazioni per cacciare il Presidente Mubarak.

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L’attimo prima della rivolta

| Cospe Onlus | Venerdì 4 febbraio 2011 | Pamela Cioni |

La libertà va chiesta con forza. Va presa, non può essere concessa», dice Magdi El Shafei, autore del primo graphic novel del mondo arabo, Metro. Che è stato un vero e proprio caso editoriale, censurato in Egitto subito dopo la pubblicazione con la piccola casa editrice di Muhammad Sharqawi (tradotto in inglese e francese, in Italia è uscito per i tipi de il Sirente). Magdi parla fumando ininterrottamente e alzando la voce sopra il brusio di fondo del centrale bar Groppi nel quartiere cairota di Down Town: è il 24 gennaio, un giorno dall’aria tiepida e primaverile, e mancano poche ore a quello che sarà ricordato nella storia egiziana come “il giorno della Rabbia”. I blindati e gli agenti della Polizia governativa, la famigerata Sicurezza nazionale, già circondano edifici e presidiano le piazze, ma la vita scorre – ancora – tranquilla, anzi frenetica, come sempre, nel cosiddetto quartiere degli intellettuali e teatro degli scontri più duri tra manifestanti e governo. È a pochi passi dal bar infatti l’ormai famosa piazza Tahrir, “Liberazione”. Magdi è un fiume in piena e parla eccitato e ansioso pensando alla grande manifestazione prevista per il giorno successivo, giorno di festa nazionale, paradossalmente proprio indetta per celebrare un qualche glorioso evento della polizia egiziana. «Domani scenderemo in piazza e chiederemo conto delle tante promesse che ci sono state fatte in questi anni e che non sono state mai realizzate. Le persone sono stanche, esasperate. Lo sento tutti i giorni, per strada, sui minibus, sui taxi». Magdi El Shafei, laurea in Farmacia e fumettista di punta della nuova generazione egiziana, è uno che degli umori della strada se ne intende e li ha interpretati e usati per modulare il linguaggio, per raccontare sogni, aspirazioni e vicissitudini del protagonista del suo primo romanzo a fumetti: Shihab, un giovane ingegnere informatico che, rimasto disoccupato, decide di compiere una rapina, come ribellione, come unico gesto di riscatto dopo aver provato a realizzare legalmente i propri progetti e aver incontrato nel suo umiliante percorso una trafila di corrotti e usurai. «Essere fuorilegge, può essere un atto di ribellione, se stai lottando per la tua libertà, per i tuoi diritti e se è la società a essere sbagliata, corrotta». I veri criminali nel romanzo infatti sono altri: sono gli alti funzionari, è il sistema della mazzetta e il Male dei Mali è rappresentato da una società stagnante in cui manca un vero Stato sociale, una società in cui il livello di istruzione è bassissimo, in cui gran parte della popolazione tira a campare con pochi dollari al mese vivendo di espedienti in quartieri poverissimi, sporchi e sovrappopolati.
In Metro viene rappresentata tutta questa fetta della società ma sono forse Shihab e la giornalista Dina, con cui, inevitabile, scatta la storia d’amore, che rappresentano più da vicino quei ragazzi che dal 25 gennaio scorso sono in piazza e che rivendicano un Paese più giusto e soprattutto più libero. Senza censura e con vera libertà di espressione. Sono i ragazzi della rivoluzione dei social media, quelli che fuori da schieramenti politici veri e propri, si sono incontrati principalmente nelle piazze virtuali di internet, su facebook e su twitter. Sono i giovani, che rappresentano i due terzi di questo Paese, che usano internet e cellulari tutti i giorni e che sull’onda benefica e ispiratrice della Tunisia si sono dati appuntamento per protestare contro il regime. Sulla pagina facebook più frequentata, “We are all Khaled Said” in memoria di uno studente di Alessandria ucciso nel giugno scorso dalla polizia, erano in 90mila il giorno prima a dire che sì, ci sarebbero stati, lì in piazza a manifestare per cambiare il proprio futuro, perché se è successo in Tunisia può succedere anche qui, perché niente è immutabile e perché l’entusiasmo è contagioso tra i giovani, che meno facilmente accettano un destino che sembra scritto una volta per tutte: «La cosa che forse ci ha scosso di più nell’ultimo periodo è stata l’annuncio della successione al governo (per le previste elezioni del novembre 2011, ndr) del figlio di Mubarak, Gamal – dice Al Shafei continuando a fumare e sorseggiando un lungo caffè turco -. Questa ennesima imposizione, questa idea della discendenza monarchica del potere, ha veramente dato uno schiaffo alle nostre coscienze. Altre volte c’erano stati focolai di rivolta, nel 2005 con gli scioperi a El Mahalla (località a 60 chilometri dal Cairo, ndr), nel 2008, anno in cui nacque il “Movimento del 6 aprile” che prende il nome dal giorno delle proteste. Ma adesso c’è qualcosa di più e di diverso: c’è l’esempio della Tunisia. Adesso sappiamo che è possibile». L’entusiasmo dello scrittore alla vigilia dell’appuntamento con la Storia sembra davvero incontenibile: «Domani – aggiunge profetico – sarà la società civile a scendere in piazza, ci sarà solo la “brava gente”, non ci saranno partiti né gruppi religiosi a mettere il cappello sulla manifestazione». E aveva ragione. I tanto temuti Fratelli musulmani, unico vero partito di opposizione a Mubarak, non hanno partecipato all’organizzazione della manifestazione né hanno aderito alle proteste fino al venerdì 28 gennaio. I primi quattro giorni di proteste sono stati dunque anche un test per misurare la forza della società civile laica e autoorganizzata e la risposta è stata fenomenale. Eppure solo la settimana prima il raduno indetto a favore della Tunisia sotto il Parlamento aveva raccolto solo alcune decine di “duri e puri”. E non erano in pochi a essere scettici prima della vigilia della manifestazione o perlo meno più cauti del fumettista.

Tra questi, un altro scrittore, una voce autorevole tra gli intellettuali cairoti, Khaled Al Khamissi, giornalista, sceneggiatore e produttore cinematografico, anche lui residente nella “Rive Gauche” del Nilo. Il suo libro Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, che in Egitto ha avuto 12 ristampe (pubblicato anche in Italia), racconta uno spaccato della società egiziana, vista dal basso, cioè dalla parte dei tassisti, tra le categorie più disagiate della metropoli: sono 80mila, guadagnano pochissimo e fanno una vita di inferno fra tasse da pagare e orari impossibili in mezzo al traffico più ingarbugliato del mondo. Eppure nel libro di Al Khamissi sono proprio i tassisti, novelli cantastorie, a essere detentori della saggezza popolare e a raccontare l’Egitto moderno con le sue contraddizioni sociali e culturali, con le sue tensioni e anche con i suoi lati di comicità e ironia tipica di questo Paese. Khaled dice che già all’epoca della prima stesura del libro (2006) era convinto che qualcosa stesse esplodendo, che qualcosa dovesse succedere perché la misura era già colma, ma poi niente. «Il tutto, cominciato con scioperi di lavoratori, operai e proteste diffuse, si è sgonfiato perché il regime di Mubarak è stato più furbo e strisciante di quello tunisino, offriva spiragli e aperture che impedivano al “pallone/società” di scoppiare. Dava un po’ di potere a tutti, ai musulmani, ai copti, si ergeva a paladino della laicità nei confronti dell’Occidente e allo stesso tempo finanziava i gruppi islamici più estremisti. Censurava i giornali ma ci permetteva di parlare liberamente per strada, impediva alcune pubblicazioni ma concedeva spazi televisivi a dibattiti politici». E aggiunge: «Ora però sarà sicuramente l’inizio di un cambiamento e un’era, quella del conservatorismo, dell’estremismo e della “bruttezza”, sta finendo qui come in tutta Europa. I giovani che pure qui sono nati sotto questo regime e sotto le leggi speciali di “emergenza” (in vigore dagli anni Ottanta, ndr) sono tanti, sono forti e vogliono libertà. Hanno una mentalità completamente diversa dalla nostra e grazie ai nuovi strumenti e le nuove tecnologie che hanno cambiato il loro modo di pensare, di vedere il mondo e di conoscere, cambieranno questo Paese. È solo questione di tempo». Il tempo è arrivato, nonostante gli scettici, e la Rivoluzione anche.

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In “Metro” El Shafee ha anticipato la rivolta del popolo egiziano

| Alibi Online | Martedì 1 febbraio 2011 | Saul Stucchi |

Con i racconti brevi del suo libro intitolato Taxi, Khaled Al Khamissi ci ha svelato la vita quotidiana per le strade del Cairo: sogni, paure, difficoltà piccole e grandi dei suoi abitanti come vengono fuori dai dialoghi tra clienti e tassisti. Per la stessa collana Altriarabi l’editore il Sirente ha da poco mandato in libreria la graphic novel Metro in cui l’autore Magdy El Shafee affronta la realtà dell’Egitto contemporaneo lasciando da parte l’ironia dai toni spesso rassegnati di Al Khamissi per concentrarsi sull’evoluzione verso cui i protagonisti della sua storia sono spinti dalla drammatica realtà fino al punto di rottura senza possibilità di ritorno. Il titolo si riferisce in prima battuta alla metropolitana cairota che fa da ambientazione per molte scene della vicenda: i personaggi si spostano nella megalopoli o a piedi o appunto utilizzando questo mezzo di trasporto. In diverse pagine compare la mappa delle stazioni e se ci facciamo caso, possiamo notare che quelle più importanti, ovvero quelle di scambio, sono dedicate agli ultimi due presidenti: Sadat e Mubarak. Il titolo allude però anche anche all’omonimo carattere tipografico con cui è stampato il fumetto. Come ricorda la nota a fine libro, questo font venne realizzato dal graphic designer americano William Addison Dwiggins. Dire che la vicenda raccontata a fumetti da El Shafee è stata anticipatrice della rivolta popolare che sta sconvolgendo l’Egitto in questi giorni (di cui nessuno sa ancora prevedere l’esito, anche se – comunque vada a finire – il paese non sarà più lo stesso di prima) è fin troppo banale. L’autore ha avuto il merito di puntare il dito e dire la verità sotto gli occhi di tutti da decenni: il re, anzi il faraone, è nudo e la piramide in cima alla quale sta seduto si poggia su corruzione e violenza, ma soprattutto sulla paura e sulla rassegnazione di milioni di egiziani. Eppure fino a pochi giorni fa, prima che la rivolta tunisina provocasse un effetto domino che forse è solo all’inizio, la maggior parte dei cittadini delle “democrazie occidentali” avevano dell’Egitto una conoscenza soltanto per luoghi comuni: piramidi, faraoni e Mar Rosso.

El Shafee si rifà invece alla tradizione grafica più popolare e antica del suo paese, per svicolare dai rigidi dettami dell’arte ufficiale, dunque di propaganda. Come nei graffiti lasciati dagli operai che costruirono le tombe di sovrani, dignitari e sacerdoti riaffiora la realtà quotidiana degli antichi egizi, così nelle tavole di El Shafee è la vita di strada dei cairoti di oggi a occupare la scena, raccontando la realtà, tanto più scomoda quanto meno edulcorata e anestetizzata. “Questo libro contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti” recita la sentenza di condanna del tribunale di Qasr El Nil del Cairo, riprodotta sulla quarta di copertina. E l’autore può ora fregiarsene come se fosse una medaglia. Ma non trascuriamo che la dedica è ai genitori e ai blogger egiziani: sono questi ultimi che veicolano le informazioni per tutto il Paese, mentre i giornali e la televisione sono addomesticati dal regime. “I giornali… sono una delle nostre più grandi tragedie” dice il protagonista Shihab alla sua bella, la giornalista Dina. E quando lei cerca di infondere coraggio al vecchio Wannas ormai moribondo dicendogli: “Non aver paura, zio Wannas”, la sua risposta è davvero emblematica: “ahhh, se soltanto qualcuno me l’avesse detto sessant’anni fa…”. Metro si legge “al contrario” da destra a sinistra, come nei manga, per non “stravolgere l’equilibrio dei disegni”, spiega l’avvertenza. All’inizio può risultare un po’ scomodo, ma poi la storia prende il sopravvento e ci si dimentica del verso di lettura opposto all’abituale. La storia di Shihab è quella di milioni di giovani egiziani a cui non è offerta più una prospettiva di crescita, non solo economica, privati delle libertà più elementari, a cominciare da quelle di espressione e dissenso. Il tratto aspro e veloce di El Shafee arriva ai nostri occhi come uno schiaffo che ci apre gli occhi sulla violenza e sulla morte di giovani che per le strade si trovano divisi, ai versanti opposti delle barricate (come oggi tra manifestanti, poliziotti e soldati), ma sono accomunati dalla tragedia di un intero popolo. Metro è a tutti gli effetti un libro di storia. Speriamo che gli Egiziani possano scrivere insieme il prossimo capitolo, senza più censure.
Metro è scritto e illustrato da Magdy al-Shafee (al-Šāfiʿī). Egli dice di sé che da piccolo avrebbe voluto fare il pittore e che studiava gli impressionisti, Modigliani e Kandiskij. Che si è poi ispirato a Hugo Pratt e al giovane romanziere egiziano Aḥmad al-ʿAydī, in particolare al buon vento nuovo della sua opera “Essere ʿAbbās al-ʿAbd”. Che la sua istanza si può ricondurre a quella di tutti coloro che reclamano il diritto del popolo alla libertà e ad una vita dignitosa, primo fra tutti Aḥmad ʿUrabī, che rivendicò già a fine XIX secolo “l’Egitto per gli egiziani”.
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Metro, quando il romanzo predice la realtà

| Mediterranea Online | Martedì 1 febbraio 2011 | Cristina Giudice |

Presentata a Roma la traduzione della prima graphic novel araba, che annunciava con due anni di anticipo la rivolta egiziana di questi giorni.

«Vogliamo dire addio a Mubarak e ai Fratelli insieme». È questo lo scopo della rivolta che sta sconvolgendo l’Egitto in questi giorni secondo Magdy alShafee, autore della graphic novelMetro”, uscita nel 2008 e immediatamente censurata dal governo egiziano e ritirata dal commercio perché, secondo la sentenza di condanna emessa dal tribunale di Qasr elNil del Cairo, «contiene immagini immorali e personaggi che assomigliano a uomini politici realmente esistenti».
Il pubblico italiano potrà constatare la “fondatezza” delle accuse rivolte al libro, introvabile da tempo nelle librerie egiziane, grazie all’edizione pubblicata dalla casa “il Sirente” nella collana “Altriarabi”, presentata a Roma a dicembre.
«Il comics non deve sempre raccontare storie di supereroi – ha detto l’autore – ma può essere uno strumento per parlare di temi sociali forti, impegnati. Quello che mi ha spinto a scrivere “Metro è l’assoluta mancanza di giustizia sociale del paese. Rispetto i valori della società in cui vivo, e sono favorevole alla diversità e al pluralismo, ma credo nella mia libertà e rispetto quella altrui: non permetto a nessuno di impormi delle regole». Parole che, lette sulla scia delle manifestazioni di massa che hanno risvegliato la coscienza popolare egiziana in questo periodo, sembrano avere un che di profetico.
AlShafee è sceso in piazza in questi giorni unendosi ai dimostranti che chiedono la cacciata di Mubarak: «Rifiutiamo i cambiamenti che ha fatto Mubarak, come la nomina di Sleiman e Shafiq – ha dichiarato all’agenzia Aki – poiché provengono da quello stesso governo corrotto. Non li voglio io e non li vuole nessuno di coloro che aspirano al cambiamento».
Ha accusato il Ministero dell’Interno del suo Paese di essere «dietro le operazioni di rapina e saccheggio compiute da alcuni elementi in questi giorni in Egitto», aggiungendo: «Sono loro i delinquenti che falsificavano le elezioni a loro favore». Ha chiesto «un governo di transizione guidato da Kamal alJanzuri, ex primo ministro che gode ancora di grande popolarità, per la durata di un anno, durante il quale si possa procedere a cambiare la costituzione e ad accrescere la consapevolezza della gente in senso democratico, in modo che possa scegliere i propri rappresentanti in base alle idee, ai programmi e alle promesse vere».
La lettura di “Metro” può aiutare a capire quello che sta succedendo in Egitto, spiegando l’origine della rabbia popolare che ha spinto la gente a dire basta al regime. Il libro si propone come una novità assoluta, utilizzando le immagini al posto delle parole per far arrivare il messaggio in modo diretto e preciso. Il protagonista, Shihab, è un giovane programmatore indebitatosi fino al collo con un usuraio per colpa di un politico corrotto. Sentendosi ormai senza via di fuga, e dopo aver assistito all’omicidio dell’unica persona che avrebbe potuto aiutarlo, Shihab decide di rapinare una banca insieme all’amico Mustafa, per trovarsi a sua volta intrappolato in una storia di corruzione politico-finanziaria. Shihab è il rappresentante di una generazione di milioni di giovani egiziani, capaci e motivati, che non riescono a realizzare i propri progetti a causa della corruzione dilagante nel paese e della crisi economica e politica che soffoca le loro intelligenze. Insieme a lui Dina, giornalista rivoluzionaria e coraggiosa che vorrebbe, come molti giornalisti in Egitto, gridare la verità e ribaltare il sistema senza aver paura di nascondersi; Mustafa il cui fratello, a causa della povertà in cui vivono, è diventato un picchiatore del regime; l’anziano lustrascarpe Wannas, portavoce di quella che è forse la parte più ai margini della società egiziana.
I personaggi si muovono sullo sfondo delle fermate della metro cairota che intervallano la narrazione e la vita nella metropoli è descritta con assoluto realismo grazie ai disegni, in parte lasciati in arabo, che fotografano il Cairo in modo preciso: le strade di Wst elBalad, vicinissime all’ormai famosa piazza Tahrir, i camioncini della catena Cilantro, le insegne dell’Alfa Market, perfino le antiche statuette egizie nella stazione di Sadat e il poster della star del calcio locale Abu Treka. Addirittura le suonerie dei cellulari che sono adattate al proprietario! Una fotografia resa ancora più viva dall’uso della lingua: il dialetto egiziano della strada, lo slang più crudo e popolare, che ha procurato all’autore l’accusa di volgarità. In realtà invece quelle espressioni, che danno anche un tocco di comicità alle scene (caratteristico degli egiziani è il riuscire a trovare il lato comico anche nelle situazioni più tragiche), rendono se possibile ancora più realistica la storia. Ed è proprio questo forse che ha spaventato maggiormente la censura, poiché l’uso della lingua della gente comune rende il romanzo più accessibile a tutti.
«Ho scelto di usare l’egiziano dei blog piuttosto che l’arabo classico – ha detto alShafee – perché credo che questo strumento linguistico porti avanti una piccola rivoluzione letteraria. La diffusione di internet ha portato ad una forte apertura nei confronti della realtà esterna e al desiderio di osservare e capire il proprio contesto in raffronto con il mondo intero, per provare a cambiare le cose». E a sostegno di quanto affermato dall’autore, la rivolta egiziana che sta chiedendo la cacciata di Mubarak è partita proprio dal popolo del web, attraverso un tamtam virtuale nato dalla gente comune, senza ideologie di parte né politiche né religiose, ma basato semplicemente sulla rivendicazione dei propri diritti, sul desiderio del popolo egiziano di riprendersi il proprio paese ormai soffocato dalla morsa della corruzione. L’Egitto sembrava essere arrivato ad un livello di rassegnazione tale da impedire qualsiasi forma di opposizione, così come dice lo stesso Shihab in “Metro”: «Le persone vivono come anestetizzate, non c’è niente che le colpisca. Per quante cose possano vedere, alla fine diranno sempre: fratello, questo è pur sempre il mio paese». E ancora: «I giornali sono una delle nostre più grandi tragedie… Intendevo giornali, televisione e tutte le altre cose che ci hanno abituati alla sottomissione, al fatto che la corruzione resterà tale e quale… all’oppressione, alle code per un pezzo di pane…». Alla fine però uno strumento semplice e a portata di tutti come internet è riuscito a far smuovere le masse, permettendo ai cittadini di esprimere la propria idea e condividerla con gli altri. Bastava che qualcuno desse il la perché altri riuscissero a prendere coraggio e credere davvero che il cambiamento fosse possibile. Così anche Shihab aggiunge: «Non mi faccio distrarre dalla cronaca… Non dimentico i veri responsabili!». E questo perché, come ha detto alShafee in questi giorni di rivolta, «quello egiziano è un popolo civile ricco di creatività, e questa è la sua caratteristica migliore».

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Egitto, la rivolta prevista in un fumetto. Lo scrittore: ”Via Mubarak”

| AKI ADNKronos | Sabato 29 gennaio 2011 |

“Vogliamo dire addio a Mubarak, ma anche ai Fratelli Musulmani”. E’ con queste parole che lo scrittore egiziano Magdy El Shafee commenta ad AKI – ADNKRONOS INTERNATIONAL la rivolta in corso in Egitto contro il presidente Hosni Mubarak.
“Non ci bastano i cambiamenti decisi da Mubarak – afferma in un’intervista da piazza Tahrir al Cairo, dove partecipa alle manifestazioni – non ci basta la nomina di Omar Suleiman come suo vice. Entrambe fanno parte dello stesso governo di corrotti. Noi vogliamo un cambiamento vero”.
El Shafee, che lo scorso anno venne arrestato per ‘Metro‘, primo graphic novel del mondo arabo, la cui versione in italiano è anche su ‘YouTube’, aveva previsto per l’Egitto uno scenario simile a quello attuale. Per questo, lo scrittore chiede “che si formi un governo di transizione”, ma chiede anche ”le dimissioni di Mubarak in modo da poter cambiare la Costituzione e permettere al popolo di scegliere i suoi rappresentanti democraticamente”.

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Se il raìs non parla si scatenera il caos

| Il Riformista | Venerdì 28 gennaio 2011 | a.m. |

«Gli egiziani sono usciti dalle !oro caveme prigioni intellettuali e immaginarie che li tenevano costretti da anni. II futuro sara delle persone, del popolo» dice Magdi al-Shafee, autore di Metro, il primo romanzo a fumetti in lingua araba, ora tradotto in italiano. Nel 2008 Metro e stato sequestrato dalla polizia morale per alcune immagini considerate porno. Pili che peri corpi che metteva a nudo, Metro e stato ritirato dal commercio perché svelava Ia natura dispotica del regime egiziano e perche Shafee e uno di quei personaggi dei quali il regime vuole liberarsi: simpatizzante di “Kifaya”- movimento che gia nel2005 ha organizzato manifestazioni antigovemative e blogger attivo. Sono tantissimi quelli ehe so no scesi per strada e non ci si aspettava un tale numero, una rivolta storica? Si tratta di certo di un avvenimento storico, ci troviamo sui pun to di girare una pagina. Sembravamo un Paese addormentato e stiamo mostrando il contrario. Gia nel periodo di “Kifaya” avevamo cercato di farci vedere per opporci al presidente Mubarak e alia possibile candidatura di suo figlio Gamal. Nelle strade egiziane in questi giomi si vedono persone che gridano contro l’immagine del presidente e quella di suo figlio. Gli attivisti sono usciti allo scoperto non se lo aspettava nessuno questo successo. Prima che si spegnesse Facebook gli attivisti si sono dati appuntamento a venerdi dopo Ia preghiera. Come evolvera Ia sommossa? A prendere le strade sono stati degli attivisti, non dei movimenti politici. Ora ci sono dei politici che si stanno facendo avanti: i Fratelli Musulmani e il Movimento peril Cambiamento di Mohammed el Baradei. II seguito sara difficile, ma questi gruppi cercheranno di prendere in parte Ia testa della sommossa. II regime continua a non rispondere aile domande della popolazione e questo complica Ia situazione. In govemo non ha detto una parola a tutte le persone che sono scese in strada. Ma se il governo continua a tacere e probabile che si scateni il caos. La polizia non continuera in etemo a combattere contro i civili, potrebbe anche arrivare un momento nel quale questa finisce le sue azioni contro Ia popolazione e si unisce ai manifestanti. II presidente Ben Ali aveva cercato di parlare con i tunisini, il presidente Mubarak e invece terrorizzato dall’ idea di farlo. Ha paura della reazione popolare. Prima Twitter, poi Facebook . Passo dopo passo il governo sta staccando Ia spina agli internauti e tagliando le connessioni internet. E’ la sfera virtuale il primo nemico del regime? E’ decisamente un grosso nemico, perche pili difficile da controllare rispetto ad altri e con u?a gr~nde abilita di propagare i suoi messaggL Twitter e uno degli strumenti pili utili peri manifestanti perchC e molto pili immediato di Facebook, arriva ovunque e sene ha l’accesso anche sui cellulari. Questo perrnette ai manifestanti di comunicare tra di !oro e anche di mettersi in contatto con chi non e in strada, narrando cosa sta avvenendo. II regime quindi ha iniziato tagliando questo canale che none pen) scomparso del tutto perche Twitter funziona anche tramite i Blackberry e il regime questi non riesce a controllarli. Certo non sono in molti quelli che hanno il Blackberry, rna basta una sola persona tra molti manifestanti per diffondere le notizie.ll problema e stato l’intervento del govemo sulla copertura telefonica. A Suez ieri il regime ha reso del tutto impossibile Ia comunicazione telefonica, a Shubra e in altri sobborghi hanno tagliato I’ accesso a internet. Questo pen) sta creando problemi a! regime stesso. 

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Magdy El Shafee, censuré en Egypte, publié en Italie

| BoDoï | Mercoledì 5 gennaio 2011 | Eloïse Fagard |

Pour sa 3e édition en décembre dernier, le festival de la bande dessinée méditerranéenne de Cagliari (Sardaigne, Italie) accueillait Magdy El Shafee. L’artiste égyptien a publié en 2008 Metro, le premier roman graphique en arabe. Prix Unesco de la BD africaine, Metro raconte l’histoire d’un jeune informaticien qui décide de braquer une banque pour rembourser une dette contractée auprès de fonctionnaires corrompus. Le ton cru et sans complaisance de Magdy El Shafee lui a valu de sérieux problèmes avec la justice égyptienne, et tous les exemplaires de Metro ont été retirés de la vente. Aujourd’hui, en dehors de quelques extraits publiés en anglais sur Internet, on ne peut lire son œuvre qu’en italien. Rencontre avec un auteur engagé et enthousiaste.

Pourquoi avoir choisi le format du roman graphique?
Ce genre n’existait pas chez moi et, d’ailleurs, Metro est aussi la première production pour adultes du monde arabe: c’est sans doute pour cela qu’elle a rencontré autant de succès. Et aussi, peut-être, parce que son public était déjà prêt. En effet, beaucoup d’Egyptiens lisent des bandes dessinées du monde entier sur Internet. Depuis mon album, de nombreux auteurs se sont mis au roman graphique. Pour ma part, je me sens plus à l’aise dans une forme longue. J’ai commencé par écrire des strips mais, même si l’action est rapide, mon imagination fonctionne mieux dans le cadre d’un album long.

Pourquoi avoir choisi d’évoquer le problème de la corruption dans Metro?
J’avais besoin d’en parler : ce n’était pas un choix, mais une impulsion. La corruption et l’injustice sont des fléaux quotidiens en Egypte. Il faut évoquer les problèmes de société dans les bandes dessinées parce que les gens les lisent, elles sont accessibles. A cause de Metro, j’ai eu de gros soucis avec la justice égyptienne. Mais j’ai payé ma dette, maintenant tout est fini. On va le republier de manière plus ou moins clandestine, avec un partenaire libanais. Ce procès était ridicule.

Comment se porte la BD en Egypte ?
Il s’agit d’un art très populaire. Le marché est dominé par les grands noms comme Disney, DC et Marvel. Malgré tout, les productions locales tentent d’exister depuis les années 1950. Mais la jeune génération n’a pas assimilé l’héritage des grands noms du 9e art égyptien, comme Ellabad. Notre travail n’a pratiquement aucun lien avec celui de nos aînés. Le problème, en Egypte, c’est la liberté d’expression et de commerce. Hors période électorale, on peut s’exprimer relativement librement, même si on ne peut jamais parler de Moubarak et du régime. Heureusement, les blogueurs (comme metaHatem et Shennawi) peuvent franchir ces limites, de manière anonyme. La possibilité de s’exprimer sur Internet me remplit d’espoir, c’est une des meilleures nouvelles de ces dernières années.

Quelles sont vos références en matière de bande dessinée ?
Lors d’un passage à Paris, j’avais acheté chez les bouquinistes des exemplaires de Hara Kiri qui m’ont marqué. C’est aussi à Paris que j’ai découvert un de mes maîtres, Golo, au début des années 80; aujourd’hui il habite en Egypte, à Louxor. Deux artistes italiens ont aussi changé ma vision de la bande dessinée.Tout d’abord, Guido Crepax et sa série Valentina. J’ai regardé les images sans comprendre les textes, mais elles m’ont touché, car ce travail était très différent de ce que je connaissais jusqu’alors. Ensuite, Hugo Pratt pour le côté obscur. Avec lui, on explore la face cachée de la personnalité des héros.

Pour l’instant, vous n’avez publié qu’en Italie. A-t-on a des chances de trouver un jour Metro en français ou en anglais ?
Je viens de prendre un agent littéraire aux États-Unis, qui était un peu contrarié que Metro soit déjà sorti dans un autre pays. Pas moi! Car mon éditeur italien, il Sirente, se donne à fond pour moi et mon travail. J’aimerais être publié en France, mais je sais que le marché est difficile et surchargé.

Quels sont vos projets ?
Je suis en train d’écrire un autre roman graphique. J’ai aussi fondé un magazine de bandes dessinées, Il cartoonista, qui sortira bientôt. Notre but est de faire émerger la production en Egypte et de faire connaître de nouveaux auteurs. Car les jeunes talents ne manquent pas chez nous.

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Metro, il fumetto censurato in Egitto

| Gariwo | Sabato 25 dicembre 2010 |

Il fumetto di Magdy El Shafee viene pubblicato al Cairo nel 2008, stampato in poche migliaia di copie immediatamente censurate. Metro è la prima graphic novel del Paese e racconta la realtà egiziana utilizzando il dialetto, la lingua parlata dalla gente in un contesto dove metà della popolazione è semi-analfabeta. A fine novembre uscirà anche in Italia con la case editrice il Sirente.
Il fumetto descrive la vita frenetica di una capitale africana dove le fermate della metropolitana sono intitolate a uomini simbolo della storia egiziana. Nel 2008 per immagini e contenuti troppo spinti l’autore e l’editore sono stati condannati alla distruzione di tutte le copie del volume.

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Il fumetto che denuda il regime del Faraone

| Europa | Martedì 14 dicembre 2010 | Tiziana Barrucci |

In Egitto un giovane blogger e disegnatore finisce in tribunale per le sue strisce irriverenti nei confronti del governo. Sequestrato il suo libro Metro

«Le persone vivono come anestetizzate, non c’è niente che le colpisca. Per quante cose possano vedere, alla fine diranno sempre: fratello, questo è pur sempre il mio paese». Ha qualcosa che potremmo condividere anche noi italiani l’amara riflessione dell’ingegnere Shihab, protagonista del primo graphic novel egiziano “Metro”, scritto in arabo dall’esordiente Magdy el Shafee e uscito da qualche giorno anche nelle nostre librerie (edizione il Sirente, 15,00 euro).
Metro” è la storia di un giovane ingegnere capace e intelligente, ma schiacciato da una realtà senza mobilità sociale e senza meritocrazia. Un giovane che vuole scappare da quella «trappola aperta, in cui siamo rinchiusi solo perché nessuno ha mai provato a uscire». Ma è anche la storia d’amore con la bella e rivoluzionaria giornalista Dina, la storia di un omicidio, di un furto miliardario, di una manifestazione repressa nel sangue, di Mustafa e di suo fratello Wael, costretto dalla povertà a diventare un picchiatore del regime. Proprio il regime, con la corruzione politica, l’oppressione e gli intrighi nascosti, diventa l’altro protagonista di un intreccio che si sviluppa nella caotica Cairo.
Sullo sfondo, la linea della metropolitana, con le fermate dedicate ai presidenti egiziani.
Una storia accattivante che trae la sua grinta anche dal linguaggio usato: i dialoghi sono scritti in “ammeya” il dialetto egiziano, e quindi ancora più vicini alle strade della capitale. I disegni in bianco e nero raccontano più di tante parole il moderno paese delle piramidi. Il tratto, inizialmente ben deciso, diventa progressivamente sfumato, a simboleggiare una città in dissoluzione che molti non vorrebbero raccontare: a pochi giorni dalla sua pubblicazione il fumetto è stato infatti ritirato dalla vendita e oggi in Egitto è impossibile trovarlo. Una scena di sesso, ma soprattutto dei contenuti ritenuti politicamente scorretti gli sono costati un processo e una condanna pecuniaria pesante. Nel verbale di denuncia si legge che alcuni personaggi di “Metro” possono rassomigliare a uomini politici esistenti. Peccato che quando l’avvocato di el Shafee ha chiesto durante l’udienza, di quali politici si trattasse, l’ufficiale è rimasto in silenzio: troppo pericoloso fare i nomi per davvero.
El Shafee è un blogger che ama disegnare e ama la libertà. Inizia a collaborare con il quotidiano indipendente el Dostur e pubblica alcune strisce di successo. Nel frattempo, assieme ad altri egiziani desiderosi di giustizia, usa internet e le manifestazioni per fare opposizione al regime. Fino a quando decide che la storia dell’Egitto contemporaneo deve essere raccontata. Alla sua maniera, attraverso i disegni. Vede la luce “Metro”. È la primavera del 2008, il fumetto è stato pubblicato da neanche un mese e la polizia fa irruzione nella sede della casa editrice Malameh. Vorrebbe parlare con l’editore Muhammed Sharqawi, che però è già nelle carceri del raìs con l’accusa di aver fomentato lo sciopero del 6 aprile, contro il carovita e i salari da fame.
Anche l’autore el Shafee è ricercato, non sa cosa fare. Potrebbe scappare, ma poi segue il consiglio della moglie e si presenta alla polizia. «In quelle ore mia moglie mi ha detto qualcosa che ricorderò per sempre – racconta – costituisciti, e se sarai incarcerato io sarò ancora più fiera di te».
Oggi el Shafee è un uomo libero. A Roma, assieme al suo traduttore Ernesto Pagano, che lo ha scoperto quasi per caso, ha presentato il suo fumetto. Grazie a “Metro” oggi sappiamo qualcosa in più dell’Egitto, il nostro primo partner economico al di là del Mediterraneo.
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Metro Madgy El Shafee

| Ziguline | Sabato 11 dicembre 2010 | Valentina A. |

Oggi vi presentiamo Metro, una grafic novel dell’autore egiziano Magdy El Shafee. Metro è stato pubblicato per la prima volta in Egitto nel 2009 e dopo soli tre mesi è stata ritirata ogni copia dalle librerie per oscenità e scene violente. Qualche giorno fa si è svolta a Roma la presentazione dell’edizione italiana del romanzo e l’autore ha raccontato al pubblico presente le vicissitudini del suo Metro. L’unicità di questo romanzo è quella di essere la prima grafic novel del mondo arabo,  nata in un paese in cui non esiste una vera tradizione fumettistica. Protagonista del romanzo è Shihab, un software designer che, non riuscendo a pagare il debito contratto con uno strozzino, organizza una rapina in banca per risolvere definitivamente i suoi problemi finanziari. Per realizzare l’impresa si avvarrà della complicità dell’amico Mustafa il quale lo lascerà a bocca asciutta e fuggirà con la refurtiva. Sullo sfondo di questa vicenda scorre Il Cairo, con i suoi rumori e in particolare con quelli di una manifestazione di lavoratori avvenuta il 6 aprile 2008, che ha dato vita ad un movimento di protesta giovanile, diffuso in rete attraverso i numerosi blog attivi nel paese. Nei disegni si srotolano gli avvenimenti egiziani degli ultimi anni, cadenzati, dalle fermate della metro che portano il nome dei presidenti egiziani Nasser, Sadat e Mubarak. Metro è un thriller, una storia d’amore e un romanzo politico metropolitano che si anima dietro le quinte e nei sotterranei dell’affascinante e decadente Il Cairo. Buona lettura.

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“Metro” la graphic novel che fa paura al potere egiziano

| Liberazione | Venerdì 10 dicembre 2010 | Guido Caldiron |

Il disegnatore Magdi El Shafee presenta in questi giorni in Italia la sua opera.
Nell’Egitto di Mubarak anche i fumetti fanno paura. il regime che proprio in questi giorni ha dato una nuova prova della sua resistenza a procedere nella direzione di una democratizzazione delle istituzioni e della società, escludendo dal voto per le elezioni politiche gran parte dell’opposizione, è sceso in guerra contro una graphic novel mettendo in moto la macchina della censura e della repressione.
Questo almeno è quanto accaduto a Magdy El Shafee, un giovane disegnatore che si è trasformato in uno degli autori più apprezzati del paese. Nato al Cairo nel 1972, El Shafee ha debuttato nel fumetto in occcasione del Comic Workshop Egypt che si è svolto nella capitale egiziana nel 2001 e ha pubblicato nel 2008 la graphic novel Metro, oggi tradotta nel nostro paese nell’ambito della collana “Altriarabi” dell’editrice il Sirente (pp. 80, euro 15,00), che gli è costata parecchi guai con la giustizia del suo paese.
Il fumetto, un crudo thriller metropolitano che alterna in un livido bianco e nero tratti raffinati quasi fotografici a schizzi volutamente sporchi e stradaioli, racconta la storia di Shehab, un giovane programmatore di computer che si lascia coinvolgere da un politico corrotto in una rapina, proponendo anche una riflessione sulle trasformazioni conosciute dalla società egiziana, riassunte simbolicamente nelle stazioni della metropolitana cairota che portano il nome dei leadwer e dei presidenti che si sono succeduti nell’ultimo mezzo secolo: da Nasser a Mubarak passando per Sadat.
Con l’accusa di utilizzare un linguaggio “troppo spinto”, Metro è stato dapprima ritirato dalla vendita, quindi il suo autore ha dovuto subire un processo: Magdy El Shafee è così comparso il 4 aprile 2008 davanti al Tribunale del Cairo; accanto a lui, sul banco degli imputati, il suo editore, Mohamed Sharqawi. Alla fine il disegnatore è stato condannato a pagare una multa e tutte le copie in circolazione della graphic novel sono state distrutte. «Il motivo ufficiale – spiega El Shafee – è che la polizia morale ha trovato il linguaggio usato nel fumetto troppo spinto. Tuttavia basta passeggiare in Piazza Ramses al Cairo per rendersi conto che il linguaggio quotidiano egiziano sia ben più spinto. La realtà è che il riferimento alla persona del politico corrotto non è visto come puramente casuale…». «L’aministrazione nazionale e religiosa egiziana non hanno la cultura del dibattito –- spiega ancora il disegnatore –: quando una cosa non gli piace esigono la censura immediata».
Magdy el Shafee, che in questi giorni è nel nostro paese per presentare la sua opera, dopo aver partecipato all’inizio del mese al Festival del fumetto Mediterraneo, il Nues, che si è svolto a Cagliari –  questa sera alle 20,30 sarà all’Oblomov di via Macerata 58, nel quartiere del Pigneto a Roma – racconta come abbia sempre amato «i fumetti come mezzo di espressione, non solo come disegno. Da bambino Superman e Tintin erano le mie letture ideali e quando, all’età di 15-16 anni, ho letto una storia di Hugo Pratt è stata per me una meravigliosa sorpresa: l’eroe del fumetto non doveva essere per forza un modello pieno di virtù… Così decisi che non sarei diventato un bravo pittore e che avrei fatto di tutto per diventare invece un fumettista».

 

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Metro, di Magdy el-Shafee

| Arabismo.it | Venerdì 10 dicembre 2010 | Alessandra Fabbretti |

Magdy el-Shafee, al suo esordio nel mondo della letteratura impegnata e d’avanguardia, stupisce il mondo arabo – e non solo- con una creazione tanto originale quanto affascinante: Metro. Il primo graphic novel mai realizzato nel mondo arabo, edito in Italia da il Sirente, ci lancia all’inseguimento caotico di personaggi, eventi e situazioni che ci parlano di una città border line tra vecchio e moderno, tra le affollate e rumorose strade del Cairo, anche quelle sotterranee della metropolitana, in cui i nomi delle fermate lanciano un chiaro messaggio: Saad Zaaghloul, Nasser, Sadat e Mubarak.
Shibab, il protagonista, è un brillante informatico che spera di raggiungere soldi e successo attraverso i suoi programmi: non ha fatto i conti però con la realtà in cui vive, e il suo sogno degenera presto in un incubo. Debiti, minacce e persino un creditore particolarmente agguerrito che gli lancia contro suoi scagnozzi diventano refrain della sua vita quotidiana. L’impossibilità di uscire dalla trappola in cui è caduto – e le cui fila sono tessute dalla stessa società egiziana, profondamente corrotta e clientelistica- lo persuade a rapinare una banca. Ma i guai non finiscono certo qui: delitti, inseguimenti, tradimenti e manifestazioni decisamente movimentate ritmano la seconda parte della storia, che si concluderà con un finale non bello, ma sicuramente sereno, in cui è possibile intravedere un flebile barlume di speranza.
Intervistato durante la prima romana del libro organizzata dall’Associazione Culturale Arabismo nell’ambito della rassegna Arabismo al Caffè, lo scorso 7 dicembre, Magdy racconta la sua graduale evoluzione da anonimo farmacista a vignettista impegnato. Dopo aver frequentato un seminario sul fumetto alla American University nel 2001, Magdy entra in contatto col quotidiano indipendente Dustur e inizia a pubblicare strisce di satira politica. Metro arriverà solo nel 2008. Profondamente influenzato dai modelli occidentali quali Superman e Corto Maltese, il tratto di questo promettente disegnatore è rapido, deciso e frammentato: come la società cairota sta lentamente perdendo speranze e voglia di combattere, così sulle tavole di Metro i personaggi sono rappresentati a metà, in modo solo parzialmente ben definito. Quel poco che l’autore lascia assaggiare della sua arte permette di notare una certa sicurezza, ma il resto, ossia le parti sgranate o confuse, rivelano molto di un altro protagonista di questo lavoro: il Cairo, con le sue molteplici contraddizioni che sgretolano il tessuto sociale e le relazioni tra gli individui. Proprio a causa della sincerità con cui Magdy el-Shafee critica il modus operandi di politici e poliziotti in Egitto, ha subìto una condanna molto pesante da parte di un tribunale che lo ha multato e ha disposto la distruzione di tutte le copie del libro.

“Magdy, pensi che il regime si senta minacciato da opere come la tua?” chiediamo all’autore nel corso del nostro incontro.
“No, non credo sia esatto parlare di minaccia” risponde el-Shafee. “L’arte, qualunque sia il canale che scelga per esprimersi, sia esso la letteratura, la pittura, la musica e persino il fumetto, non vuole mai minacciare, bensì raccontare qualcosa. Non si pone mai come obbiettivo di ribaltare le cose. Se poi ci riesce, è un altro discorso.”

“Il tuo racconto ricalca un po’ i fatti del 6 aprile. La gente allora subì una scossa, fu un punto di svolta per la costruzione della consapevolezza collettiva: non sei d’accordo? Perché nel tuo libro accusi le persone di essere “anestetizzate” agli eventi che le circondano?”
“I fatti del 6 aprile sono stati un momento molto importante per l’Egitto, soprattutto per le grandi metropoli come il Cairo ed Alessandria, ma la strada verso la consapevolezza piena è molto lunga. Credo che manchi ancora molto, ed è difficile fare una previsione esatta.”

“Pubblicando questo libro non hai temuto di mettere in qualche modo in pericolo la tua famiglia?”
“Ricordo ancora il giorno in cui arrivò la convocazione da parte della questura. Io naturalmente ero molto agitato e temevo che mi avrebbero fermato. Fu allora che mia moglie mi guardò dritto negli occhi e mi disse che mi avrebbe accompagnato, e aggiunse che se mi avessero arrestato, in quel momento lei si sarebbe sentita la moglie più fiera e orgogliosa d’Egitto, e mi sarebbe rimasta accanto in ogni caso.”

“Nel romanzo, Dina è la giovane giornalista che partecipa con entusiasmo a tutte le manifestazioni di protesta mentre Shihab è più disilluso, le evita e cerca di convincere l’amica a non andare. Tu con quale dei tuoi protagonisti stai?”
“Con Dina, naturalmente. È vero che le manifestazioni sono pericolose e si rischia molto, ma lo considero un modo per far parlare la gente, per esprimersi contro quello che non piace. Anche se forse non servono a cambiare le cose, non smetterò mai di crederci.”

“Di fronte a Metro anche gli altri paesi del mondo arabo hanno reagito come l’Egitto?”
“No, non tutti, devo ammettere che ha suscitato grande interesse, e vari paesi lo hanno stampato e diffuso con entusiasmo. Tra questi soprattutto Qatar e Libano. Questo fatto mi ha molto colpito e rallegrato.”

“Dopo i guai che hai passato a causa di Metro, ti sei scoraggiato oppure sei pronto a scrivere e disegnare ancora?”
“Se Dio vuole, continuerò il mio lavoro. Non mi sento scoraggiato, anzi è il contrario. Perciò riprenderò presto a disegnare.”

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Si chiama ”Metro”, la prima contestatissima graphic novel

| Radio3Mondo | Mercoledì 8 dicembre 2010 | a cura di Cristiana Castellotti |

Si chiama ”Metro”, la prima contestatissima graphic novel del giovane fumettista egiziano. Per le immagini contenute, considerate troppo spinte, autore e editore sono stati processati e condannati alla distruzione di tutte le copie del volume. Come funziona la censura in Egitto? Lo chiediamo a  Magdi El Shafee, autore di Metro, il Sirente.

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Magdy El-Shafee a Nues, fumetti per il Mediterraneo

| afNews | Mercoledì 8 dicembre 2010 | Gatto Zeneise |

Ospite in questi giorni a Cagliari nell’ambito del III. festival internazionale Nues-fumetti e cartoni nel  Mediterraneo (www.nues.it), tra gli altri c’ anche  il discusso autore egiziano Magdy El-Shafee, del cui processo in patria contro la sua graphic novel ‘METRO avevamo già accennato in post precedenti. Accusato dalle autorità di utilizzare un linguaggio ‘osceno’ (e addirittura blasfemo(!), che nel 2010 è ancora un ottimo espediente per screditare le persone…non solo in Egitto!), in realtà il fumetto in questione avrebbe la vera colpa di gettare uno sguardo impietoso sull’attuale società egiziana, tra disoccupazione e corruzione, cinismo e dissoluzione dei costumi…insomma, tutto il mondo è paese, giusto? L’editore di El-Shafee fu vittima anche di intimidazioni e pestaggi da parte della polizia, e dopo molti rinvii dovuti all’inaspettata sollevazione popolare e intellettuale lèvatasi in tutto il mondo a favore dell’opera (efficacissimo l’appello via web dell’autore, capace di sensibilizzare l’opinione pubblica prima che i censori potessero tentare di ‘oscurare’ la vicenda) il processo si è concluso con la condanna alla distruzione di tutte le copie dell’opera e al pagamento di una multa di 5000 lire egiziane (700 euro ca.); ma ormai l’enorme richiamo suscitato in tutto il mondo dalla graphic novel ne consentirà la traduzione e la pubblicazione anche negli USA e in Europa. In un’intervista l’autore però dichiara di voler continuare a lavorare nel suo Paese, sperando che l’attenzione ottenuta sul tema della libertà d’espressione porti ad un maggiore dibattito e confronto sulle problematiche sociali che appaiono nel fumetto, e che fanno comunque parte della normale evoluzione di qualsiasi società. El-Shafee desidera tornare ai proprio progetti, non limitati al genere ‘di denuncia’ pur se sempre animati da un sincero desiderio di rinnovamento, tra cui una sorta di storia dell’Egitto attraverso le donne incontrare e amate nella sua vita. Maazel tov!!!

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Nues 2010 ospita Magdy El Shafee

| Mediterraneo | Martedì 7 dicembre 2010 | Sabino Pignataro |

Artista, autore di fumetti ed illustratore egiziano. Amante dell’arte in generale e del fumetto in particolare, ha cominciato ufficialmente la sua carriera di fumettista nel 2001, in occasione del Comic Workshop Egypt, tenutosi presso l’Università Americana del Cairo. Si è inserito nel filone narrativo del realismo sociale, ambientando le sue opere nei luoghi più tradizionali del Cairo e descrivendo gli aspetti della vita popolare cairota per affrontare i temi caldi dell’Egitto: politica, economia, sanità, istruzione e povertà.
Nel 2008, con le edizioni Dar Merif, pubblica Metro, una graphic-novel che racconta la storia di Shihab, un giovane ed esperto programmatore di computer che, non potendo pagare un debito contratto con un usuraio, si lascia trascinare da un politico corrotto in una rapina in banca.
Metro è diventata un caso clamoroso, quando il Governo ne ha ordinato la confisca dalle librerie e ha aperto un processo nei confronti dell’autore e del suo editore, accusati di usare un linguaggio troppo spinto. In realtà, la censura riguarda più in generale i contenuti dell’opera, che propone un’aperta critica sociale, rappresentando il recente movimento democratico egiziano e descrivendo le gravi conseguenze di qualsiasi attivismo politico. Infatti, alla fine, il processo si è concluso con la condanna alla distruzione di tutte le copie dell’opera e al pagamento di una multa di 5.000 lire egiziane (circa 700 euro).

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El Shafee il vignettista più censurato d’Egitto

| Il Giornale | Martedì 7 dicembre 2010 | Matteo Sacchi |

Lui si chiama Magdy El Shafee e appena ha messo piede in Italia (ospite ieri di punta di Nues, il Festival internazionale del fumetto Mediterraneo organizzato da Bepi Vigna) ha detto: «È un’emozione grandissima essere nella terra che ha dato i natali ai miei maestri, Milo Manara, Dino Battaglia, Hugo Pratt, Eleuteri Serpieri». E anche noi dovremmo essere onorati di averlo qui, perché anche se a molti italiani il suo nome non dice molto, è uno dei fumettisti più bravi di tutto il Medio oriente. E anche uno dei più coraggiosi visto che i suoi fumetti sono finiti pesantemente sotto il tiro della censura egiziana. Infatti al Cairo, sua città natale, non si trova una sola copia (a meno che non sia clandestina) della sua prima graphic novel, Metro. Il motivo? Questo lavoro pubblicato nel 2008 raccontava con piglio feroce e realistico la vita sotterranea della capitale di Mubarak, denunciandone le ingiustizie sociali e mettendo il dito nella piaga del dispotismo del potere politico (che caratterizza molti stati arabi). Eccone in soldoni la trama. Il protagonista è Shihab, software designer che, complice la crisi economica, non può pagare un debito contratto con uno strozzino e che organizza una rapina in banca per risolvere definitivamente i suoi problemi finanziari. Per realizzare l’impresa criminale si avvarrà di un amico: Mustafà. Quello però lo tradisce e fugge con tutta la refurtiva. Shihab si trova così in un vortice di corruzione politica e finanziaria, trovando l’unica consolazione, molto carnale, nella giornalista Dina. Una trama che per un fumetto occidentale non ha nulla di scabroso ma che a El Shafee e al suo editore, Mohamed Sharqawi, è costata un processo e la condanna alla distruzione di tutte le copie per alcune immagini considerate pornografiche e personaggi troppo rispondenti alle caratteristiche di reali uomini politici. Il fumetto ha avuto però grande successo in Europa e in Italia è stato pubblicato dal piccolo editore il Sirente. El Shafee ne è felice ma dice: «Non pensavo di sollevare un tale vespaio, ma censura e condanna a parte, mi ha molto rincuorato la solidarietà ricevuta… mi ha spinto a restare nel mio Paese». Tanto che del processo subito ricorda soprattutto questo: «Mi è rimasta impressa un’immagine di quella giornata: il volto stupito del giudice, persona peraltro educata e gentile, di fronte a tutta quella folla venuta a sostenermi. Era come se il desiderio di libertà delle persone riuscisse a sconfiggere anche la censura».

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Magdy, graphic novel contro il potere

| La Nuova Sardegna | Martedì 7 dicembre 2010 | Spettacolo |

«E’ un’emozione grandissima essere nella terra che ha dato i natali ai miei maestri, Milo Manara, Dino Battaglia, Hugo Pratt, Eleuteri Serpieri». E’ per la prima volta in Italia Magdy El Shafee, il fumettista egiziano censuratissimo dal governo di Mubarak.  In Egitto non si trova una sola copia della sua prima graphic novel egiziana, «Metro». Ambientata in una Cairo sotterranea, denuncia le ingiustizie e svela la natura dispotica del potere. Lui e il suo editore, Mohamed Sharqawi, sono stati processati e condannati alla distruzione di tutte le copie per alcune immagini considerate pornografiche e personaggi troppo rispondenti a reali uomini politici. Il suo viaggio è partito dal «Nues», il Festival internazionale del fumetto Mediterraneo organizzato dal vignettista Bepi Vigna. Al pubblico ha presentato l’edizione italiana del «Romanzo a fumetti» edita da il Sirente. «Non pensavo di sollevare un tale vespaio, ma censura e condanna a parte, mi ha molto rincuorato la solidarietà ricevuta, intellettuali, blogger, gente del popolo e donne in prima linea, mi ha spinto a restare nel mio paese. Sostegno e attestati di stima sono giunti anche da altri Paesi di cultura araba, Kuwait, Emirati, Paesi del Golfo, Libano. Sono grato all’Italia che lo ha tradotto e ai tanti che ne hanno parlato nei blog e siti internet». Nel suo blog «For global Voice» una sua sostenitrice ha scritto: «se resti indifferente di fronte a chi subisce un’ingiustizia, se domani capita a te nessuno interviene». Un messaggio forte che ha scosso le coscienze di tanti. Tanto che una marea di persone con la loro presenza in tribunale al Cairo ha voluto testimoniargli solidarietà. «Mi è rimasta impressa un’immagine di quella giornata: il volto stupito del giudice, persona peraltro educata e gentile, di fronte a tutta quella folla. Era come se il desiderio di libertà delle persone riuscisse a sconfiggere anche la censura». Per il futuro Magdy ha un sogno. «Mi piacerebbe che l’Egitto non balzasse alle cronache internazionali sempre con storie di possibili brogli alle elezioni. Vorrei che i nostri governati non si accanissero sempre con la repressione e pensassero al benessere dei cittadini. Perchè l’Egitto libero significa soprattutto far emergere le migliori qualità degli egiziani. Un grande popolo di persone creative e con la pace nel cuore». Scherzando sul caso Ruby, presunta nipote di Mubarak ha ipotizzato una striscia con Mubarak che chiama il premier. «Bravo, sei stato in gamba, hai vinto il primo round. Ora per il secondo devi preparare tuo figlio»

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Fumetti pericolosi

| Centro Studi Africani in Sardegna | Lunedì 6 dicembre 2010 | Marcella Dalla Cia e Filippo Petrucci |

Metro è la In Europa diamo tutto sempre per scontato: libertà di parola, di scrittura, di disegno. E invece questi sono diritti che in qualche modo siamo riusciti nel corso dei secoli a ottenere. C’è chi deve ancora sostenere queste lotte e si ritrova a farlo proprio per un disegno. Il 4 dicembre a Cagliari, nel corso di “Nues, Festival internazionale di fumetti e cartoni nel Mediterraneo”, Magdy El Shafee ha presentato il suo Metro, un graphic novel ambientato al Il Cairo, il primo romanzo grafico egiziano, condannato in patria perché “contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistiti”. In realtà ha semplicemente qualche nudo, ma il problema è soprattutto che descrive la vita della capitale egiziana, con disegni e testi considerati troppo realistici e fin troppo critici per la dittatura di Mubarak.
Metro arriva oggi in Italia, pubblicato dalle edizioni il Sirente dopo una fugace apparizione in Egitto: fugace perché è stato ritirato pochi mesi dopo la sua pubblicazione e tutte le copie sono state prima sequestrate e poi distrutte. Il processo ha impegnato l’autore e l’editore per due anni, dal 2008 e si è risolto solo di recente con una multa pesante ma fortunatamente senza condanne alla galera.
L’edizione italiana è la prima a vedere la luce dopo il tentativo di stampa in Egitto (presto sarà disponibile anche una versione inglese): grazie alla fedele traduzione di Ernesto Pagano, che ha vissuto diversi anni al Cairo, si percepisce come il libro fosse in origine scritto secondo due registri, l’arabo classico, considerato aulico, e lo slang della strada.
Malgrado tutti i problemi che ha dovuto affrontare Magdy El Shafee è sorridente e disponibile.
Non si nega, confronta la propria opera con quella di altrettanti colleghi che animano la scena del fumetto in Egitto e nel Vicino e Medio  Oriente, porta degli esempi di vita vissuta e di incontri, di un paese in cui c’è ancora tanto da costruire e lo si vuole fare insieme.
La voglia è quella di raccontare la propria opera, mostrare il suo lavoro, le tavole che parlano de Il Cairo, dell’umanità che vi si muove e che appare molto simile a quella delle altre metropoli mondiali e molto lontana dagli stereotipi tradizionali. Raccontare storie, liberamente, senza aver paura di ritrovarsi un giorno in carcere perché si è scritto troppo.

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Fumetti: censurato al Cairo, ora rivincita in Italia

| ANSAmed | Lunedì 6 dicembre 2010 | Maria Grazia Marilotti |

”E’ un’emozione grandissima essere nella terra che ha dato i natali ai miei maestri, Milo Manara, Dino Battaglia, Hugo Pratt, Eleuteri Serpieri”. E’ per la prima volta in Italia Magdy El Shafee, il fumettista egiziano censuratissimo dal governo di Mubarak. In Egitto non si trova una sola copia della sua prima graphic novel egiziana, Metro.
Ambientata in una Cairo sotterranea, denuncia le ingiustizie e svela la natura dispotica del potere. Lui e il suo editore, Mohamed Sharqawi, sono stati processati e condannati alla distruzione di tutte le copie per alcune immagini considerate pornografiche e personaggi troppo rispondenti a reali uomini politici.
Il suo viaggio e’ partito da Cagliari, ospite di punta di Nues, il Festival internazionale del fumetto Mediterraneo organizzato dal vignettista sardo Bepi Vigna. Al pubblico ha presentato l’edizione italiana del ”Romanzo a fumetti” edita da il Sirente. ”Non pensavo di sollevare un tale vespaio, ma censura e condanna a parte, mi ha molto rincuorato la solidarieta’ ricevuta, intellettuali, blogger, gente del popolo e donne in prima linea, mi ha spinto a restare nel mio paese – racconta l’autore all’ANSA mentre passeggia per la Marina, storico quartiere cagliaritano – Sostegno e attestati di stima sono giunti anche da altri Paesi di cultura araba, Kuwait, Emirati, Paesi del Golfo, Libano. Sono grato all’Italia che lo ha tradotto e ai tanti che ne hanno parlato nei blog e siti internet”. Nel suo blog ‘For global Voice’ una sua sostenitrice ha scritto: ”se resti indifferente di fronte a chi subisce un’ingiustizia, se domani capita a te nessuno interviene”. Un messaggio forte che ha scosso le coscienze di tanti. Tanto che una marea di persone con la loro presenza in tribunale al Cairo ha voluto testimoniargli solidarieta’. ”Mi è rimasta impressa un’immagine di quella giornata: il volto stupito del giudice, persona peraltro educata e gentile, di fronte a tutta quella folla. Era come se il desiderio di liberta’ delle persone riuscisse a sconfiggere anche la censura”.
Ha tanti sogni Magdy, ma quello che vorrebbe vedere realizzato per primo e’ svegliarsi un giorno e trovarsi in un Paese dove non campeggi piu’ l’immagine di Mubarak come il simbolo dell’Egitto, un Paese con meno corruzione e ingiustizie.
”Mi piacerebbe che l’Egitto non balzasse alle cronache internazionali sempre con storie di possibili brogli alle elezioni. Vorrei che i nostri governati non si accanissero sempre con la repressione e pensassero al benessere dei cittadini. Perche’ l’Egitto libero significa soprattutto far emergere le migliori qualita’ degli egiziani. Un grande popolo di persone creative e con la pace nel cuore”. Durante l’intervista ha scherzato sulla vicenda di Ruby, presunta nipote di Mubarak: ”immagino una striscia con Mubarak che chiama al telefono Berlusconi. ‘Pronto Silvio, bravo, sei stato in gamba, hai vinto il primo round. Ora per il secondo devi preparare tuo figlio Piersilvio”.

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Francesca Sassoli, “Affaritaliani.it” (19 giugno 2009)

METRO di Magdy El Shafee

Con “Metro”, Magdy El Shafee crea la prima graphic novel araba. E subito si scatena la censura

Francesca Sassoli, “Affaritaliani.it” (19 giugno 2009)

Metro (Magdy El Shafee)Lo abbiamo visto anche in questi giorni in Iran. La censura si è abbattuta sui giornalisti, sui siti internet, sulle “penne” moderate del Paese, sugli studenti universitari di Teheran e i loro professori. Perché più di ogni gesto sono la parola scritta, l’analisi intelligente, lo studio approfondito di un problema, la protesta pensata contro chi toglie voce e libertà al popolo a nuocere ai potenti e – soprattutto – ai prepotenti. Ed è così che un’opera asciutta, efficace, appassionante e sofferta diventa un’arma da spuntare e i suoi creatori rischiano grosso: l’egiziana “Metro” può considerarsi la prima graphic novel in lingua araba e racconta le vicende di un giovane programmatore informatico, Shehab, coinvolto in una rapina da un politico corrotto. Il tema era troppo scottante e scomodo per le autorità del Cairo che ne hanno confiscato fino all’ultima copia e arrestato l’editore Mohamed Sharqawi, titolare della Dar Malameh, che poi ha accusato la polizia di averlo torturato.
No, non è una novella scritta da un cronachista medievale che narra le disavventure di un cantastorie scomodo a un potente feudatario! E’ un fatto tristemente contemporaneo.
Il caso è scoppiato ad aprile scorso, discusso in Italia durante Cartoons on the Bay e fatto oggetto di una petizione da parte del quotidiano on line AgendaComunicazione sul quale è possibile trovare i link per la petizione pro-Metro: l’illustratore e intellettuale egiziano Magdy El Shafee deve rispondere dell’accusa di aver usato un linguaggio sconcio, ma la vera accusa è la critica senza veli contro il governo e la corruzione. Intanto si è affacciato alla Rete e sul social network facebook ha detto la sua verità, pregando di essere sostenuto, cercando amici e sostenitori in tutto il mondo, ai quali chiede di scrivere la frase:  “NO for metro confiscation and trial, Support freedom of arts and expression” sul social network o sui blog (come questo, questo e questo).
Il 18 luglio 2009, dopo una serie di rinvii, una corte egiziana dovrebbe emettere il verdetto. Magdy El Shafee rischia due anni di carcere. Lui, la sua verità,  l’ha raccontata in un’intervista a un sito francese.
Come molti egiziani, Shihab ha dei debiti. E, senza soldi non potrà rimborsarli. Minacciato dai creditori, il giovane informatico, un bel giorno, decide di puntare una banca. Quando il suo complice esita, lo rassicura: “In questo paese ci sono i poveri che vanno in prigione, e tu sarai ricco!” Così comincia il “Metro“, un fumetto-thriller pubblicato a febbraio 2008 in Egitto, ma ritirato dalle vendite due mesi più tardi dalle “brigate del vizio”, il dipartimento della polizia egiziana che si occupa di affari di prostituzione. In causa, due vignette dove si vede una donna nuda ed alcuni insulti volgari, come quelli che sentiamo per le strade del Cairo tutti i giorni.

Una critica del regime.
“L’ufficiale che ha interrogato Mohamed Al Sharqawi, l’editore, gli ha fatto delle domande sul contenuto politico del libro,  prima di venire alla sua presunta oscenità”, spiega Hamdy El Hassiouty, uno degli avvocati del libro . Dietro l’accusa formale di “compromettere la moralità pubblica”, l’egiziano sembra l’obiettivo di una virulenta critica del regime espresso dal Magdy Al Shafee, l’autore del ‘Metro‘. Quando Shihab, il personaggio principale, entra in banca a prendere il bottino, un politico disonesto/losco/sospetto  si fa dare una valigia piena di soldi. Propone un’affare a Shihab: se  rimane in silenzio su ciò che ha visto, non sarà perseguito.
Un altro episodio mostra degli oppositori al regime, aggrediti al momento di una manifestazione, ritracciando un avvenimento reale avvenuto al Cairo il 25 maggio 2006. ” Un cugino dell’eroe gli racconta che un deputato li ha pagati, lui ed i suoi amici, per molestare le donne che manifestavano” ,spiega Mohamed Al Sharqawi, l’editore. Lui stesso attivista è stato arrestato più volte e torturato. “Quello che dice sul ‘Metro‘ è già stato detto nei libri, ma il potere ha capito che il fumetto era più accessibile al grande pubblico e quindi, più pericoloso per lui”.
A 48 anni l’autore, Magdy Al Shafee, non nasconde di aver voluto ritrascrivere uno “spirito di rivolta”. Durante tutto l’albo, il “Metro” è paragonato a una trappola nella quale gli uomini sono rinchiusi, senza sapere che esiste una via d’uscita. Una metafora abbastanza chiara dell’oppressione politica. Con il suo tratto nervoso, Al Shafee è un innovatore anche sul piano artistico. Da principio introducendo un genere: in Egitto, fin’ora, il fumetto non esisteva nei negozi per bambini o sottoforma di romanzo a puntate nei giornali.

Eroe disilluso.
Un lustrascarpe che perde la vista, un direttore di banca ossequioso, una “nonna” inquieta per suo nipote… Magdy Al Shafee eccelle nella pittura dei personaggi della strada egiziana, incrociando le influenze. “Arrivando in Francia per i miei studi, sono rimasto affascinato da Charlie Hebdo. Ho riportato degli esemplari qui domandandomi come adattare questo tono all’Egitto”, racconta l’autore, che lavora peraltro in un’azienda farmaceutica. Il suo eroe, Shihab, bel muso da giustiziere sociale disilluso, fa pensare a Corto Maltese. “Quello che mi piace negli eroi di Hugo Pratt, è che non sono stereotipi, hanno più volti”.
Quando Al Shafee ha cominciato a immaginare “Metro” aveva 5 anni; Golo, autore di fumetti francesi trapiantato in Egitto, è stato il suo mentore. “Mi ha fatto capire come imprimere un ritmo ad un album, come creare un atmosfera sena forzatamente passare da un disegno troppo comlicato.”
Qualunque sia il verdetto del 18 luglio, “Metro” avrà segnato l’atto di nascita del fumetto egiziano.

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Magdy El Shafee: ancora un rinvio per “Metro” il blasfemo

Agenda Comunicazione | Lunedì 20 aprile 2009 | Marianna Massa |

Dopo una comparizione di pochi minuti il giudice ha spostato al 12 maggio l’udienza per il processo all’autore della prima graphic novel egiziana e al suo editore, che rischiano due anni di carcere perché viene usato un linguaggio “da strada” e compare una donna col seno scoperto. La protesta al Cairo degli intellettuali, dei fumettisti e dei sostenitori della libertà di espressione. Magdy: grazie anche alla stampa italiana per il sostegno che sto ricevendo.

Ancora un rinvio per il processo che oppone Magdi El Shafee il suo editore Mohammed Sharqawi, titolare della Malamih, alla giustizia criminale del Cairo per la pubblicazione di Metro, il primo romanzo di graphic novel mai uscito in Egitto e subito sequestrato su iniziativa della polizia in quanto ritenuto “contrario alla pubblica decenza” per il linguaggio “da strada” usato dai protagonisti e per l’immagine di una donna a seno nudo. Reato che prevede fino a due anni di carcere.
Sabato 18 aprile il giudice – davanti al quale l’autore e il suo editore erano già comparsi il 4 aprile scorso – ha nuovamente rinviato l’udienza al prossimo 12 maggio.
Come già la volta scorsa, accanto a Magdy, il cui caso sta avendo risonanza internazionale (e che in Italia è stato seguito e diffuso dal nostro dal nostro quotidiano L’Agenda News ed è stato ripreso da numerose testate) c’erano fra gli altri uno dei più importanti scrittori egiziani, Sun Allah Ibrahim, e Basim Sharaf, tra i più famosi autori teatrali emergenti, oltre a fumettisti, illustratori, intellettuali e giovani mobilitati dalla campagna (dal titolo “NO for metro confiscation and trial, Support freedom of arts and expression“) lanciata dal coraggioso autore di Metro u Facebook e numerosi altri siti.
L’udienza di sabato è stata, si può dire, fulminea: in meno di mezz’ora il giudice – in un’aula piccola e affollatissima, sovrastata da mille voci e urla – ha discusso una cinquantina di cause, convocando di volta in volta gli avvocati.
Magdy a atteso il suo turno seduto in fondo, assieme ai suoi sostenitori e ad alcuni giornalisti egiziani e stranieri. Quando è stato chiamato, si è spostato in prima fila, accompagnato da avvocati e sostenitori.
L’udienza è durata pochi minuti, durante i quali l’avvocato difensore, assieme a Sun Allah Inrahim e al fumettista Ahmad el Balad, hanno testimoniato al giudice l’importanza della libertà di espressione artistica ribadendo che le accuse sono infondate. Queste si basano infatti sulla mera presenza nella “graphic novel” Metro di espressioni che secondo la polizia sarebbero troppo volgari e di immagini che rappresentano “una donna dai seni nudi”: tutti elementi, hanno sostenuto difesa e testimoni, che fanno parte del vissuto e del sapere quotidiano egiziano e che non sembrano avere alcun risvolto negativo sulla psiche dei lettori.
Il giudice ha preso nota, poi ha chiuso l’udienza ancora una volta senza alcuna decisione, rinviando il caso al mese prossimo: il 12 maggio appunto. Nessuna notizia della commissione di critici d’arte cui era stato demandato il compito di giudicare l’opera dal punto di vista artistico, superando così – come da richiesta della difesta – l’accusa da codice penale.
Fuori dal bailamme dell’aula, Magdy a dovuto chiedere spiegazioni al suo avvocato per capire cosa fosse successo in quei pochi minuti in cui non si è capito quasi nulla. Subito dopo, parole di gratitudine e riconoscenza per gli amici e la stampa egiziana e internazionale che stanno continuando a seguirlo. «Sono contento – ha detto – che anche dall’Italia mi arrivi tanto appoggio, e spero che continui a essere così. Di non essere lasciato solo. Adesso non bisogna mollare, è necessario continuare a essere presenti e a lottare per la libertà di espressione». «Il giudice – ha aggiunto la moglie Randa con un filo di speranza nella voce – questa volta mi è sembrato più ottimista…»
«Rischiare due anni di carcere – ha commentato l’autore teatrale Basim Sharafper aver disegnato dei seni nudi! Ma ci rendiamo conto? Sono tutte scuse: perché non confiscano anche il dizionario arabo-inglese per le scuole superiori che si usa in tutto l’Egitto? Anche lì c’è una donna con seni nudi! E i canali porno che ormai tutti guardano attraverso il satellite?»

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Fumetto: Magdy El Shafee, sempre in Egitto nonstante la censura

| Agenda Comunicazione | Lunedì 20 aprile 2009 | Marianna Massa |

Dopo le disavventure per il suo primo romanzo a strisce (“Metro“, che è stato sequestrato dalla polizia morale ed è costato il carcere al suo editore) l’autore racconta la sua vita, le sue aspirazioni, le difficoltà di lavorare nel suo Paese. «Mi hanno accusato di usare un linguaggio troppo spinto, ma è quello della vita di tutti i giorni». Ecco le parole di un uomo coraggioso e di talento.

«Oggi ho deciso di rapinare una banca. Non so come tutta questa rabbia si sia annidata in me. Tutto ciò che so è che la gente stava sempre da una parte, e io da un’altra. A me è rimasta solo una cosa: la mia testa… e ora ho finalmente deciso di fare quello che mi dice».
Inizia così Metro il primo romanzo a fumetti in lingua araba scritto e disegnato da Magdy el Shafei, ex farmacista egiziano sulla trentina da sempre amante dell’arte del fumetto.
Pubblicato nel gennaio 2008, Metro racconta la storia di Shehab, un giovane ed esperto programmatore di computer che, per evitare il fallimento economico, si lascia trascinare da un politico corrotto in una rapina in banca.
Metro si inserisce nella letteratura araba contemporanea come una pietra miliare, forse un po’ troppo pesante per la realtà egiziana da cui proviene: pochi mesi dopo la pubblicazione, il libro viene infatti confiscato e ritirato da tutte le librerie, mentre Muhhamad Sharqawi, il capo della casa editrice Dar Malameh che lo aveva pubblicato Metro, finisce prima in manette e poi davanti a un tribunale.
Magdy non si spaventa. Lo si capisce dalle se parole.

Signor Shafee, come inizia la sua esperienza da disegnatore e scrittore di fumetti?
Tutto quello che so è che disegno da quando sono capace di intendere e di volere… mio padre, quando si è accorto della mio interesse per la pittura, mi ha insegnato l’arte degli impressionisti e mi ha mostrato le loro opere originali al museo Muhammad Khalil. Mia cugina, che studiava alla facoltà di Belle Arti a Zamalek, mi ha fatto conoscere Modigliani e Kandinskij.
Ho amato i fumetti come mezzo di espressione, non solo come disegno. Da bambino Superman e Tintin erano le mie ricompense ideali e quando, all’età di 15-16 anni, ho letto una storia di Hugo Pratt è stato per me una meravigliosa sorpresa: l’eroe del fumetto non doveva essere per forza un modello pieno di virtù… mamma mia che emozione!
Perché?
Ero abituato a vedere per le strade solo pubblicità di candidati, con facce non certo di brave persone, alle elezioni; scarabocchi dei tifosi dell’Ahli… in giro non si trovava nulla che parlassedavvero egiziano. Così decisi che non sarei diventato un bravo pittore e che avrei fatto di tutto per diventare un fumettista.
Scrivere fumetti… che storia! Te ne stai a cercare finchè non trovi il tuo metro di paragone artistico, ma a volte è importante anche scrivere per se stessi. Non avevo tanta fiducia nelle mie capacità di scrittore e a questo proposito sono profondamente debitore a Ahmad el Aydi, un giovane romanziere, per il suo capolavoro Essere Abbas el Abd, uno dei migliori libri nell’Egitto contemporaneo. Sono stato fortunato perché lui mi era debitore dei tanti commenti generali su come migliorare lo stile della narrazione.
Come nasce l’idea di Metro e come si sviluppa?
Metro mi si è imposto da solo, nonostante l’inesistenza di un’industria del fumetto in Egitto, nel senso professionale del termine. Un mio amico era scappato, la polizia lo cercava: si trattava di una bravissima persona, profonda, sensibile, sincera e amava l’arte. Insomma, all’epoca il governo si trovava in uno dei tanti momenti di grottesco fallimento economico: per me era naturale trovare equo essere dalla parte di uno come il mio amico latitante piuttosto che di un governo che non faceva gli interessi del popolo. Questo succedeva nel 2003. Quindi gli scioperi e le manifestazioni contro la successione del governo e le elezioni presidenziali mi hanno spinto a scrivere ciò che accadeva in questa specie di teatro.
Per quali motivi Metro è stato sequestrato?
Il motivo ufficiale è che la polizia morale ha trovato il linguaggio usato nel fumetto troppo spinto. Tuttavia basta passeggiare in Piazza Ramses al Cairo per rendersi conto che il linguaggio quotidiano egiziano sia ben più spinto. La realtà è che il riferimento alla persona del politico corrotto non è visto come puramente casuale…
Alcuni artisti del Medio Oriente – come ad esempio Marjane Satrapi, la fumettista iraniana autrice di Persepolis – sono emigrati all’estero per salvaguardare la propria libertà di espressione artistica. Lei è rimasto in Egitto. Come vive?
In America ci sono istituzioni che scelgono: la storia di questo la facciamo disegnare a quello, arrivederci e grazie. Il risultato non è sempre bello e vivace come le opere europee, ma la produzione americana è enorme e stimola il commercio e l’industria del fumetto. Anche questo è importante per far sì che i fumettisti continuino a creare. Qui invece non c’è la giusta atmosfera professionale, ma il bello è la battaglia astuta e austera che devi combattere per venir fuori con un buon risultato nonostante le difficoltà a pubblicare e distribuire.
Spero che Metro rappresenti un nuovo inizio per il fumetto per adulti e per il graphic novel… quanto a vivere fuori dall’Egitto è un fatto che mi ha sempre confuso. Non mi piace immaginare che la gente di qui potrebbe trattarmi come uno di seconda classe e mettermi da parte solo perché decidessi di vivere in un altro posto del mondo… è così strano che l’umanità non si sia ancora liberata da questo complesso dell’intolleranza!
Ad esempio se incontri qualcuno mentre corri la mattina nel parco e nel bel mezzo della conversazione salta fuori che è ebreo o americano o arabo, lo inserisci subito in uno stereotipo con cui questa persona non ha niente a che fare.
In realtà non ho niente a che fare neanch’io con lo slogan “L’Egitto è Mubarak”, ho a che fare e sono responsabile solo della mia propria immagine.
Credo che la mia battaglia qui con l’editoria, la polizia e il sistema che monopolizza le opinioni non sia ancora arrivata in un vicolo cieco. Qualora dovesse arrivarci, allora mi porrei il problema. Ancora la situazione è sostenibile.
Metro non è stato ancora tradotto ma ci sono alcuni giornalisti italiani che ne hanno scritto su giornali e su siti internet. Inoltre, grazie alla critica d’arte Viviana Siviero, alcune tavole originali del libro sono state esposte alla mostra “Il Drago di Giorgio” a Sovramonte- Servo, in provincia di Belluno.
Si sarebbe aspettato un simile successo “internazionale” dopo la censura nel suo Paese?
Sinceramente no. Questo successo è andato di gran lunga oltre le mie aspettative. Ringrazio anche i miei amici statunitensi che hanno subito pubblicato alcune pagine del romanzo tradotte in inglese sul sito www.wordswithoutborders.org e su un numero speciale della loro rivista sul graphic novel. Vorrei ricordare anche Paola Caridi per il meraviglioso articolo scritto sul Sole 24 Ore e Rania Khallaf per quello uscito su El-Ahram Weekly, “Il Metro che abbiamo perso”.
Quali sono i suoi progetti professionali adesso?
Penso a storie intime della mia vita passata e presente. Penso al mio rapporto con le donne, a come la loro immagine mi si sia presentata all’inizio nell’ambito domestico, a come questa immagine sia poi stata trasformata in una società come quella saudita. Penso anche a come le mie esperienze intime e sincere con donne diverse hanno cambiato ancor più l’idea che avevo della donna, tanto da prendere il sopravvento sulle idee precedenti e a spingermi a difendere la questione femminile nella nostra società.
D’altro canto penso a una storia della nostra Storia riguardo a un personaggio che 120 anni fa reclamava il diritto del popolo alla libertà e a una vita dignitosa.
Quest’uomo si chiamava Ahmad Orabi, è lui che disse “L’Egitto agli Egiziani” creando un nuovo senso della Nazione, e noi ancora oggi combattiamo per realizzare il suo sogno.

Dopo una comparizione di pochi minuti il giudice ha spostato al 12 maggio l’udienza per il processo all’autore della prima graphic novel egiziana e al suo editore, che rischiano due anni di carcere perché viene usato un linguaggio “da strada” e compare una donna col seno scoperto. La protesta al Cairo degli intellettuali, dei fumettisti e dei sostenitori della libertà di espressione. Magdy: grazie anche alla stampa italiana per il sostegno che sto ricevendo.

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Il Cairo a strisce

DLab | Lunedì 14 giugno 2008 | Elisa Pierandrei |

Si intitola Metro la prima graphic novel per adulti che parla egiziano. È nata dalla matita di Magdi El Shafee, una laurea in farmacia, e una passione infinita per i fumetti, da quelli di Ugo Pratt ai lavori del suo maestro basco Golo, a Marjane Satrapi. Metro è ambientata in una metropoli in cui Il Cairo è riconoscibile attraverso i cartelloni pubblicitari, la passeggiata lungo il Nilo, le fermate della metropolitana. È in questa città frammentata e corrotta che i giovani protagonisti, Shihab e Mustafa, sono coinvolti in una rapina. Shafee ha pubblicato per una piccola casa editrice, Malamih (www.magdycomics.com), che però, assicurano i giovani egiziani, è stata uno dei primi cult per la generazione di ventenni underground che fino a pochi anni fa erano una rarità al Cairo. Il volume è in vendita alla Townhouse Gallery (thetownhousegallery.com) e in pochi altri posti in città.

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Pratt sul Nilo

| Il Sole 24 Ore | Lunedì 11 febbraio 2008 | Paola Caridi |

Esce la prima graphic novel egiziana, tra thriller e denuncia sociale. E tra i modelli, c’è anche il papà di Corto Maltese.È tutto dentro una frase. “Devi rendere sporca anche una rapina in banca”, dice Mr. Shihab, rapinatore ‘costretto’, software designer di professione, quando il politico corrotto gli propone un accordo per salvare la pelle e i soldi appena ricevuti come tangente, durante il colpo in banca. Devi sporcare tutto, anche quello che è già sporco, dice Mr. Shihab. E quella sentenza trasforma il politico corrotto nell’icona stessa della corruzione. Nel simbolo da esporre al pubblico ludibrio.
La prima graphic novel in versione egiziana non dimentica il fervore politico degli ultimi tre anni. Anzi. È proprio dal ribollire sociale e culturale che ha preso la sua “forza”, ammette Magdy al Shafee, l’autore di Metro, romanzo a fumetti ambientato in una Cairo appena evocata attraverso i simboli contemporanei della strada. Dai cartelloni pubblicitari all’insegna della metropolitana, dai telefoni pubblici ai ponti sul Nilo. Come a Shafee ha insegnato uno dei suoi maestri, il basco Golo, cartoonist anche lui di stanza al Cairo.
La trama è quella tipica di un giallo, riempita da una malinconia che ricorda uno dei maestri italiani del fumetto. “Sì, è vero, Hugo Pratt è stato uno dei miei modelli più importanti”, dice Magdy al Shafee, che a raccontare idee attraverso le immagini ci pensava sin da bambino. “Pratt mi ha insegnato che si può inserire un contenuto profondo in un’atmosfera da thriller”. E quel finto cinismo del padre di Corto Maltese c’è tutto, nel tratto elegante che narra la storia di due ragazzi del Cairo, magri, capelli corti, maglietta e jeans, costretti in una società imprigionata dall’”arrendevolezza”. “La trappola peggiore”, commenta Shafee.
Mr. Shihab, il software designer, non riesce a ripagare il debito contratto con un usuraio, e decide che la rapina in banca è l’unica strada che gli rimane. Poi il colpo, la giustizia popolare verso il politico corrotto, e il giorno dopo, nessuna notizia della rapina sulla stampa del Cairo. Forse per coprire il corrotto. La storia, però, non ha il lieto fine che ci si aspetterebbe: Mustafa, l’amico di Mr. Shihab, un ragazzo semplice della periferia cairota, se ne va. Con la refurtiva. “Me lo avevi detto tu, che dovevo liberarmi, e uscire dalla trappola”, gli dice ironico al telefono, mentre sta per prendere un aereo. Destinazione sconosciuta.
L’umanità del Cairo descritta da Shafee è tutto fuorché lo stereotipo corrente. Ricorda, semmai, le dimensioni urbane occidentali, la frammentazione. “Ma la colpa di questo stereotipizzazione degli egiziani non è della gente comune. È della generazione precedente che non ha mostrato l’altra faccia della storia. Di quello che stava accadendo da noi”, precisa Magdy al Shafee, a pieno titolo esponente di quell’underground (termine riduttivo, a dire il vero) artistico e culturale che va in onda al Cairo almeno dal 2004. Anche lui, figlio di quella blogosfera egiziana che a tutti gli effetti rappresenta un dissenso fecondo quanto quello dell’Europa orientale pre-1989.
I blog hanno cambiato tutto. “Non c’è bisogno di accennare le cose, di parlare tra le righe”, spiega Shafee. “Parliamo sulle righe, attraverso le righe”. Righe virtuali certo, quelle dei blog, ma pesanti quanto quelle sulla carta. E non è per nulla casuale che Metro, graphic novel di livello, sia uscita in Egitto attraverso una casa editrice nuovissima, nata appunto dal mondo dei blog. “Avevo ricevuto, a dire il vero, due offerte importanti. Una dalla casa editrice che pubblica grandi scrittori, come ad esempio Sonallah Ibrahim. E una da Dar Merit”. Dar Merit, editore di punta dei nuovi scrittori, il primo editore di Alaa al Aswani. Niente da fare. Shafee ha preferito pubblicare con un marchio piccolo, Malamih, ma immediatamente riconoscibile da quella generazione di ventenni che sta emergendo al Cairo.
Malamih è l’espressione del mondo dei blog. Anzitutto per il suo fondatore, Mohammed al Sharqawi, uno dei blogger politici più conosciti del paese. Protagonista, quasi due anni fa, delle proteste di piazza dell’opposizione a Hosni Mubarak, Sharqawi era stato arrestato e aveva accusato la polizia egiziana di averlo torturato, scatenando una campagna anche internazionale per difenderlo e farlo scarcerare. Ora, a due anni distanza, Sharqawi si è imbarcato assieme a sua moglie in un’avventura che dal messaggio virtuale passa alla dimensione fisica del libro. “Malamih è nata pochi mesi fa dal blogging, perché i giovani scrittori hanno prima usato la rete, strumento a poco prezzo, per esprimersi. Ora, li pubblichiamo su carta. In nome della letteratura libera e della libertà di espressione”, dice Nayra Sheykh, orgogliosa di un’avventura, e sostenuta da un pubblico che ha poco più di vent’anni. La stessa età, suppergiù, di Mr. Shihab e del suo amico Mustafa.